Avvento / La profezia che domanda ascolto…


Provare a interrogare la qualità del nostro ascolto, secondo una bella pagina di Bonhoeffer, in un tempo di Avvento in cui siamo invitati a scrutare l’azione dello Spirito
vinonuovo.it

In questo tempo di Avvento, in cui risuonano parole di antichi profeti, mentre il tempo che attraversiamo è segnato dalla sete e dalla ricerca di parole e gesti che indichino un presente vivibile e un futuro di speranza, siamo spesso invitati alla vigilanza e, di conseguenza, all’ascolto. Sempre la profezia domanda ascolto ma, spesso, non lo trova. Eppure non si chiude l’invito all’ascolto, che torna con insistenza nella Parola: «Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore» (Is 51,1). Così l’invito è a scrutare, a porgere orecchio, per cogliere l’azione di Dio nella storia: «Udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno» (Is 29, 18). Difficile, molto difficile l’arte dell’osservare, del cogliere e del rac-cogliere.

Varrà la pena, forse, chiederci allora come è la qualità del nostro ascolto e anche, con lealtà, interrogarci se per caso abbiamo sete di profezia senza però aver il coraggio, il desiderio, la forza di metterci in ascolto della storia che abitiamo e delle relazioni che viviamo. La profezia si innesta là, nella vita quotidiana, e per accoglierla serve un orecchio attento.

«Il primo servizio che si deve agli altri nella comunione, consiste nel prestar loro ascolto»: così scriveva Dietrich Bonhoeffer in Vita comune (1937), quando la Gestapo aveva chiuso la fraternità di Finkenwalde. Prestare ascolto è ufficio primo del cristiano, dunque: per ascoltare Dio, gli altri e se stessi, secondo la classica triplice direttrice. «Chi non sa più ascoltare il fratello, primo a poi non sarà più nemmeno capace di ascoltare Dio, e anche al cospetto di Dio non farà che parlare. Qui comincia la morte della vita spirituale»: mentre le nostre giornate sono prese molto spesso dal parlare, dal dire, dallo scrivere, e mentre l’ascolto spesso si riduce ad ascoltare distrattamente vocali mandati al cellulare, una sosta silenziosa sulla consapevolezza dell’ascolto potrebbe essere un buon esercizio di Avvento, interrogandoci davvero sulla differenza tra sentire e ascoltare. Anche nella preghiera.

«C’è anche un modo di ascoltare distrattamente, nella convinzione di sapere già ciò che l’altro vuol dire. È un modo di ascoltare impaziente, disattento, che disprezza il fratello e aspetta solo il momento di prendere la parola per liberarsi di lui»: descrive bene qui, Bonhoeffer, l’atteggiamento di troppi cristiani, che già sanno, che già hanno le risposte, non raramente a domande che nessuno ha posto; troppi cristiani che sentono già pensando a dove sta l’errore, a dove è lo sbaglio da correggere. Troppi cristiani che hanno da insegnare il contenuto, nella paura che si perda le verità, senza auscultare i battiti esistenziali della persona che hanno davanti. Non così Gesù di Nazareth, che si invita a casa di Zaccheo prima della sua conversione, e che non chiede nulla al disonesto esattore delle tasse.

In Avvento la Parola ci invita alla vigilanza e all’ascolto: con una vera metanoia esistenziale potremmo essere capaci ancora di scorgere i segni dei tempi e i segni delle nostre vite, soprattutto oggi, quando le parole abbondano, dove la comunicazione è pervasiva. Dire poco, maturare il silenzio, radicarsi nell’ascolto come tensione verso l’umanità e Dio.

“La forza mite che unì il pool anti-mafia”. Pietro Grasso ricorda Antonino Caponnetto

grasso caponnetto pool antimafia ricordo

AGI – “Conobbi personalmente Antonino Caponnetto quando, studiando le carte del maxiprocesso, lo incontrai nella sua stanza. Mi dette un buffetto sulla guancia, che somigliava più ad una carezza e mi disse ‘fatti forza ragazzo, vai avanti a schiena dritta e testa alta e segui soltanto la voce della tua coscienza’. Ancora oggi, in mezzo alle difficoltà, quelle parole mi permettono di affrontare situazioni anche spiacevoli“.

Nel giorno del ventennale dalla morte del giudice Antonino Caponnetto, è il presidente Pietro Grasso a tratteggiarne all’AGI il ricordo ed a spiegare il suo “rigore morale, la spina dorsale d’acciaio, che gli italiani impararono a conoscere dopo le stragi, quando la sua corazza per un attimo si abbasso’, con la frase ‘è tutto finito'”.

Caponnetto arrivò a capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo il 9 novembre 1983. Tre mesi e mezzo prima, il 29 luglio, era stato ucciso il Consigliere Rocco Chinnici. Proseguì l’idea di Chinnici di dare organicità alla lotta alla mafia, creando il famoso pool che istruì il Maxiprocesso. Pietro Grasso, giudice a latere del Maxi ed amico personale di Caponnetto, ne ricorda il contributo professionale e morale.

“Prima ancora di incontrarlo, nel novembre 1985, potei apprezzare il contributo giuridico che aveva dato. È sempre stato misconociuto, era un grande giurista, oltre che un magistrato d’azione. Non fu un notaio, o un grande sacerdote del rito del Maxi, ma si vide subito la sua autorevolezza, un’opera nascosta, certosina, con la quale riuscì a tenere ben saldo il pool, creando un clima di armonia, di affiatamento nel lavoro, supportando i loro sacrifici e facendo da scudo per le polemiche che già nascevano. Diede lui il collante”.

Eppure Caponnetto “aveva una naturale ritrosia – spiega Grasso – a mettere in evidenza il suo contributo personale, solo dopo tempo si è compreso quanto le decisioni prese dal pool portassero il suo contributo, la sua sensibilità“.

Tornando a quelle parole che Caponnetto pronunziò con volto disperato per la morte di Falcone prima e Borsellino poi, Grasso spiega: “Quella frase la rinnego’ subito dopo, con il suo discorso in Chiesa, con cui diede dignità civile ad un sentimento di speranza presente nella societa’ e testimoniato anche dallo sdegno dei palermitani onesti. Lo fece subito dopo, e’ importante ricordarlo”.

Poi ci fu una “vita successiva” per Caponnetto, quella nelle scuole, quella dedicata ai giovani. “Lui ha offerto il suo volto spendibile, pulito, spingeva i ragazzi a mantenere un costante rapporto con le Istituzioni“. Ed ancora l’esperienza dei vertici antimafia, quelli di Campi Bisenzio, nati da una sua intuizione, in cui metteva insieme le intelligenze migliori della società.

“Creò un osservatorio privilegiato, con la cartolina precetto, metteva insieme le migliori forze intellettuali del Paese, per fare il punto sulla situazione e sui diversi fronti della lotta alla mafia. Poi – spiega Grasso – per lui era centrale la ‘questione morale’, soprattutto in politica, sempre particolarmente attuale. Si era reso conto da tempo che la via della repressione non bastava”.

Ed ancora “cercava di ricucire il rapporto tra politica e magistratura, continuava a dire che nei momenti difficili il Paese dovesse stare unito. Rifiutò qualsiasi incarico e fu una vera spinta per i movimenti antimafia“. Il ricordo finale? “Per me è un punto di riferimento, lo è sempre stato, per questo continuo a parlarne nelle scuole”.

Infine forse il ricordo più dolce, quello del rapporto con la moglie, per tutti “nonna Betta”, ovvero la signora Elisabetta. Un amore vero che si poggiava su basi solide. Un’intesa che si è protratta, oltre la vita terrena del marito. “Lei era dolcissima con lui e condivideva appieno il suo impegno, i suoi ideali, i suoi valori. Avevano un’affinità elettiva straordinaria. E lei ha continuato nella sua opera, persino con i precetti nei vertici antimafia” e nella Fondazione che porta il suo nome, Antonino Caponnetto.

Più libri, focus su Italia ospite d’onore a Parigi e Francoforte 40 editori stranieri alla Fiera dal 7 all’11 dicembre

 © EPA

– Sarà votata all’internazionalizzazione, con 40 editori stranieri presenti, l’edizione 2022 di Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria organizzata dall’Associazione Italiana Editori, alla Nuvola di Roma dal 7 all’11 dicembre.

Ampio spazio all’interno del programma professionale al percorso di avvicinamento al Festival del libro di Parigi 2023 e al Salone internazionale del libro di Francoforte 2024, dove l’Italia sarà ospite d’onore.

Il 7 dicembre si terrà un focus sulla partecipazione italiana alla Frankfurter Buchmesse 2024, alle 17.45 in Sala Luna, con previsti gli interventi di Ricardo Franco Levi, presidente di Aie e Commissario straordinario del governo per il coordinamento delle attività connesse alla partecipazione dell’Italia Paese ospite d’onore alla Fiera del libro di Francoforte 2024, Dario Armini (Ambasciata d’Italia in Germania), Roberto Luongo (Ice – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), Paola Passarelli (ministero della Cultura) e Ettore Francesco Sequi (ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), moderati da Paolo Conti (Corriere della Sera). Nel corso dell’incontro si svolgerà una prima presentazione del progetto agli editori italiani, a due anni da un appuntamento che rappresenta una importante occasione per rafforzare ulteriormente la posizione dell’editoria italiana sul mercato internazionale.
L’8 dicembre l’incontro ‘Da Parigi a Francoforte’, alle 12.30 in Sala Aldus, in lingua inglese con traduzione simultanea, realizzato in collaborazione con le rispettive fiere e con Aldus Up, il programma finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito di Europa Creativa. E’ la prima tappa di un percorso che si snoderà nel corso dei prossimi mesi per approfondire le caratteristiche dei mercati in questione e le opportunità per le case editrici italiane. Interverranno Ricardo Franco Levi, Juergen Boos (presidente e Ceo della Fiera del Libro di Francoforte) e Jean-Baptiste Passè (direttore del Festival du Livre de Paris).
I due incontri saranno anche in streaming sul canale youtube e facebook della Fiera. (ANSA). 

Un razzo è caduto in Moldavia vicino al confine con l’Ucraina

La devastazione della guerra in Ucraina © AFP

Un razzo è caduto sul territorio moldavo a ridosso del confine con l’Ucraina, secondo quanto ha riferito il ministero dell’Interno citato dall’agenzia russa Ria Novosti.

Le guardie di frontiera moldave hanno trovato il razzo vicino a Briceni, nel nord del Paese, nel giorno in cui su gran parte dell’Ucraina sono in corso attacchi missilistici russi, contrastati dai razzi della contraerea di Kiev.

Un drone ha colpito oggi la pista della base aerea russa di Engels-1, nella regione di Saratov, danneggiando due bombardieri Tu-95: lo riporta Ukrainska Pravda
aggiungendo che almeno due militari sono rimasti feriti e sono stati ricoverati in ospedale.

In precedenza tre persone sono morte e almeno altre cinque sono rimaste ferite a causa di un’esplosione avvenuta in un aeroporto vicino a Ryazan, a sudest di Mosca: lo
hanno reso noto i servizi di emergenza all’agenzia di stampa russa Tass.

Secondo altri media russi ripresi dai media occidentali, sarebbe esplosa un’autocisterna carica di
carburante ed i feriti sarebbero sei.
ansa 

Buone pratiche. «Grazie a Tobia capiamo e quindi curiamo anche i disabili più fragili»

Il racconto del dottor Stefano Capparucci che ha portato a Roma al San Camillo/Forlanini il metodo che rende possibili gli esami anche per pazienti autistici non collaborativi. In tre anni 680 casi
«Grazie a Tobia capiamo e quindi curiamo anche i disabili più fragili»

Come ad esempio quel ragazzo di 21 anni, affetto da autismo, che si prendeva a pugni in faccia. Problema psichiatrico, aveva diagnosticato qualcuno, e l’avevano “imballato” di farmaci. Un giorno i genitori sentono parlare di Tobia e portano il figlio al San Camillo-Forlanini: «Ci dicono che digrignava i denti, ingoiava bocconi interi. E si picchiava», racconta il dottor Stefano Capparucci: «Gli diamo un sedativo e approfittiamo del “momento magico” per visitarlo in più specialisti. Per il gastroenterologo non ha nulla. L’odontoiatria invece scopre che ha ben 19 radici dei denti spezzati. E quindi diversi nervi scoperti. Gliene estrae subito 9. Dopo pochi giorni aveva smesso di picchiarsi. Lo faceva per scacciare i suoi dolori con un dolore più grande».

Tobia non è un mago, né un taumaturgo. O forse sì. Tobia è l’acronimo di Team operativo bisogni individuali assistenziali, il progetto creato all’ospedale San Camillo-Forlanini dal dottor Capparucci, fisioterapista, che ha realizzato a Roma un progetto di Sanità pubblica innovativo che ha cambiato la vita in meglio a 680 pazienti con gravi disabilità. E sta per decollare in altri dodici ospedali del Lazio.
«In realtà Tobia esiste – dice Capparucci – ed era un mio amico di 40 anni che quando non riusciva ad andare al bagno si colpiva violentemente sugli occhi. Fu il primo. In ospedale chiesi ai colleghi una corsia preferenziale perché quelli come lui non sono capaci di sopportare il minimo dolore o l’attesa». Poi, tre anni fa, va a studiare il modello che a Milano da anni Filippo Ghelma aveva attivato all’ospedale San Paolo.

«Lo chiamano Dama, Disabled advanced medical assistance. Non mi sono inventato niente – minimizza Capparucci – ho solo adattato questa buona pratica al nostro antico ospedale con dieci padiglioni».
Oggi è un protocollo per un rapporto personalizzato col paziente. «Spesso facciamo esami senza sedazione. Stiamo imparando un nuovo alfabeto della comunicazione, le chiavi giuste. Noi sanitari siamo spesso “analfabeti”, se va bene tutti i disabili vengono trattati come bambinoni. Ma nell’autismo ci sono persone ad alto funzionamento, molto più intelligenti di me. Bisogni farsi guidare dai genitori e dai caregiver».

Tobia è un team di quattro medici, senza grandi mezzi, che però compie miracoli grazie a una sinergia di specialisti. «A mani nude e senza bacchette magiche, riusciamo a fare cose apparentemente difficili. Oggi è arrivato un ragazzo di 18 anni che non aveva mai fatto un prelievo del sangue. In un pronto soccorso l’avevano persino legato con un lenzuolo, senza combinare nulla. In mezz’ora, senza sedarlo ma con procedure relazionali, avevamo finito».

Il creatore di Tobia cita una frase di Edoardo Cernuschi, primo presidente della Lehda, Lega per i diritti delle persone con disabilità: «“Una persona con grave disabilità soffre due volte: per il dolore e per l’incapacità di esprimerlo”. Noi oggi – dice – registriamo un sollievo enorme tra i familiari. Tobia è una stampella importante per il “dopo di noi”. Tanti vorrebbero tenere a casa questi figli ma le difficoltà sanitarie li costringono a istituzionalizzarli. E siamo un punto di riferimento anche per tanti istituti. Ora anche alla Regione Lazio hanno aperto gli occhi» e nel 2023 avvierà la formazione del personale per portare Tobia in almeno altri dodici ospedali, uno per ciascuna Asl. «Cresce una rete nazionale Tobia/Dama, assieme a Milano, Mantova, Empoli, Bari. È un bisogno di salute che va garantito ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione. Dobbiamo rafforzare questo anello debole della catena del Servizio sanitario».

Non fare esami accorcia la vita a molti disabili. «Uno studio del Regno Unito parla di “morti evitabili”, spesso ci si limita a cure sintomatiche, e poi molti muoiono senza apparente motivo». Capparucci tra sei mesi andrà in pensione: «Ho chiesto, ma non mi fanno rimanere. Ma Tobia è ben strutturato e non si torna indietro. Ho realizzato il mio secondo sogno, vedere che in un ospedale pubblico è possibile cambiare l’attitudine per una relazione umana gentile degli operatori. Che poi è l’approccio che vorremmo tutti».

Avvenire

Vangelo del giorno 5 Dicembre 2022

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,17-26

Un giorno Gesù stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.
Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza.
Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?».
Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.
Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

Parola del Signore.

Sulle offerte

La Liturgia di DOMENICA 11 Dicembre 2022 Messa del Giorno III DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A

Per scaricare e ascoltare il Salmo Responsoriale Cantato visita il Canale Salmi Responsoriali: link >>> https://www.youtube.com/@SalmiResponsoriali

DOMENICA 11 Dicembre 2022

Messa del Giorno

III DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 2018 - La Domenica

Colore liturgico Viola

Antifona
Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto:
rallegratevi. Il Signore è vicino! (Cf. Fil 4,4.5)

Non si dice il Gloria.

Colletta
Guarda, o Padre, il tuo popolo,
che attende con fede il Natale del Signore,
e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza
il grande mistero della salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

Dio della gioia, che fai fiorire il deserto,
sostieni con la forza creatrice del tuo amore
il nostro cammino sulla via santa preparata dai profeti,
perché, maturando nella fede,
testimoniamo con la vita la carità di Cristo.
Egli é Dio, e vive e regna con te.

Prima Lettura
Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi.
Dal libro del profeta Isaìa
Is 35,1-6a.8a.10

Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.
Le è data la gloria del Libano,
lo splendore del Carmelo e di Saron.
Essi vedranno la gloria del Signore,
la magnificenza del nostro Dio.

Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi».

Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto.
Ci sarà un sentiero e una strada
e la chiameranno via santa.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto.

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 145 (146)
R. Vieni, Signore, a salvarci.
Oppure:
R. Alleluia, alleluia, alleluia.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri. R.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri. R.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. R.

Seconda Lettura
Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo
Gc 5,7-10

Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. (Is 61,1 (cit. in Lc 4,18)

Alleluia.

Vangelo
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,2-11

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Parola del Signore.

Sulle offerte
Sempre si rinnovi, o Signore,
l’offerta di questo sacrificio
che attua il santo mistero da te istituito,
e con la sua divina potenza
renda efficace in noi l’opera della salvezza.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio. Egli viene a salvarvi». (Cf. Is 35,4)

Oppure:
*A
Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete:
ai poveri è annunciato il Vangelo. (Mt 11,4-5)

Dopo la comunione
Imploriamo, o Signore, la tua misericordia:
la forza divina di questo sacramento
ci purifichi dal peccato
e ci prepari alle feste ormai vicine.
Per Cristo nostro Signore.

Fonte CEI

Chiesa viva e Chiesa estraniante

Chiesa viva e Chiesa estraniante: Enrico Peyretti sul settimanale diocesano di Torino

Adista
«La Chiesa sa di vecchio, per i giovani, sa di museo». La considerazione è di Enrico Peyretti e compare in un articolo pubblicato sull’edizione stampata del settimanale diocesano di Torino La Voce e il Tempo (4/12/22) con il titolo “Germogli, giovani e Chiesa”. Sono riflessioni critiche– pur nella pacatezza dell’esposizione – della Chiesa istituzione che difficilmente trovano spazio sulla stampa diocesana, sotto stretto controllo episcopale.

«Grandi ricchezze e grandi povertà spaccano la società. Le città sono come formazioni cancerogene nella natura. I giovani portano il peso maggiore di questa situazione», osserva Peyretti. «Le generazioni precedenti crescevano sui libri e sull’esperienza trasmessa, i giovani crescono sugli schermi, irreali. Il villaggio che è necessario per educare un bambino, è imbarbarito. I vicini (genitori, adulti) sono lontani, e tutto ciò che è lontano (social, immagini) è vicino, addosso, senza dimensione temporale. La sua reperibilità continua è irreale. Il compito delle religioni è indicare e ricondurre alle fonti della realtà, alla vita come tempo e cammino e orizzonte».

«Nella chiesa cattolica torinese – seguita l’Autore, venendo alla diocesi della città dove abita – il nuovo vescovo Repole chiede se si vedono germogli nuovi per la chiesa di domani. Su questo ci si interroga nelle realtà ecclesiali locali». «La chiesa è viva in comunità territoriali, nel contatto con altre realtà sociali», è la risposta di Peyretti, come anche «in associazioni e movimenti di scopo, trans-territoriali; la Chiesa vive non solo a opera del clero, ma grazie a sempre più importanti ministeri laicali, grazie alla presenza attiva delle donne, non riconosciute in piena parità, ed è grave inspiegabile danno alla credibilità della Chiesa; è importante l’ecumenismo non diplomatico ma reale, come la più che decennale esperienza torinese della reciproca ospitalità eucaristica tra cattolici e protestanti; molto importante è rinnovare il linguaggio, le modalità di comunicazione, le immagini che la Chiesa dà di sé».

Se «la Chiesa sa di vecchio, per i giovani», nondimeno essi «vedono che su pace e guerra essa parla, anzitutto con papa Francesco, in modo molto più vero e chiaro della politica, di tutta la politica. Così sui gravi problemi dell’ambiente, della giustizia sociale, della selezione mondiale tra ultra-garantiti e sradicati…».

E tuttavia «partecipare alla Chiesa è un’altra cosa. A partire dagli edifici, per lo più monumenti del passato, agli abiti liturgici, strani e teatrali (la mitria vescovile di origine faraonica): sono scene estranianti. Dov’è davvero la chiesa, dove la si trova? Tertulliano (155-230), scrittore cristiano molto severo, ricordava lo stupore dei pagani quando incontravano una comunità cristiana: «Vedete come si vogliono bene?» (Apologetico, 39,7). Non è forse proprio questo il maggiore criterio evangelico per una pur piccola Chiesa? Quanto spesso si verifica? Senza però farsi setta chiusa, ma sempre accogliente, non discriminante».

I giovani non avvicinano più la Chiesa per trasmissione familiare, «le vere scelte interiori avvengono per esperienza personale, non determinate dall’ambiente, sia pure affettivo. (…) È positivo che la fede non sia un’influenza sociologica, ma una vicenda personale autentica. Il fatto conta molto più dei numeri. La Chiesa è minoranza sociale, anche piccola: non coincide più con la “società cristiana”, come si illudeva ieri, a prezzo di conformismi insinceri, una chiesa numerosa, ma non tutta vera. I nuovi “segni dei tempi” spazzano via certe apparenze, e questo è bene, anche se fa soffrire chi si appoggia a forme tramontate, come le belle pietre del tempio, che Gesù vede già rotolate a terra. Il “segno dei tempi” è Cristo Gesù, sempre nuovo e veniente, con la sua parola, con l’offerta totale di sé per ispirare vita buona e vera, che non muore». In questa situazione, aggiunge Peyretti, «la Chiesa – lo ricorda sempre papa Francesco – non ha da fare “proselitismo”, non ha da agitarsi per reclutare, non ha da temere la povertà di presenze. Ha solo da essere viva, da respirare vangelo, che potrà comunicarsi ad altri, per grazia, come la Chiesa l’ha ricevuto».

«Se un ragazzo mi dice», esemplifica infine Peyretti, «“Io non credo in Dio”, posso chiedergli: quale dio? quello lontano, extraterrestre, sorvegliante, legislatore e giudice severo, amministrato da una potenza religiosa? Oppure puoi pensare che quel dio astratto sia un nome improprio ed equivoco del Bene vivente, dell’Amore, del Respiro di cui sentiamo il bisogno, della Bontà ispirata in noi che ci anima alla giustizia, alla dedizione? Puoi pensare che sia il nome popolare della Speranza portata da Cristo che la forza bruta e la morte non regnino sulla vita e sulla giustizia? Se possiamo dire questo a un ragazzo, in modo credibile, abbiamo fatto quanto dovevamo come Chiesa, mi pare».

Vaticano. Il Papa: incontriamo Gesù nel presepe per farci stupire dalla sua piccolezza

Inaugurato in San Pietro l’allestimento della Natività e l’albero. Il grazie di Francesco a chi ha donato le opere e le decorazioni. Operazione all’insegna di sostenibilità e rispetto ambientale
Il presepe e l’albero di Natale allestiti quest’anno in piazza San Pietro. Sono stati inaugurati sabato sera con la accensione delle luci

Il presepe e l’albero di Natale allestiti quest’anno in piazza San Pietro. Sono stati inaugurati sabato sera con la accensione delle luci

Il presepe di piazza San Pietro, inaugurato sabato 3 dicembre, ha quest’anno un cuore “verde”. Di legno sì, cedro e larice per la precisione, ma senza che nessun albero sia stato abbattuto. Né per la cupola alta fino a sette metri che riproduce la grotta di Betlemme, né per le 18 statue a grandezza naturale che raffigurano i personaggi. Si può dire, anzi, che questo è un presepe nato anche dalla tempesta. La famigerata tempesta Vaia del 2018 che sradicò centinaia di alberi. La culla di Gesù Bambino in particolare è stata ricavata dalla radice di una di quelle piante, eco del passo di Isaia «un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici», mentre il vortice che abbraccerà il Dio fatto uomo è fatto di vecchie travi di stalla, rami e radici abbandonati all’indomani di Vaia e reperiti nei comuni di Sutrio e Paluzza. Da Sutrio, infatti, suggestivo borgo di falegnami del Friuli Venezia Giulia, arriva la rappresentazione della natività. E sabato il Papa ha ricevuto in udienza sia la delegazione di questo paese (guidata dal sindaco Manlio Mattia e composta anche dagli undici scultori che hanno realizzato il presepe) sia quella di Rosello, il paese dell’Abruzzo che ha donato l’albero di piazza San Pietro, sia infine un gruppo del Guatemala, nazione da cui proviene il presepe che orna l’Aula Paolo VI.

«Il presepe – ha sottolineato Francesco – ci aiuta a ritrovare la vera ricchezza del Natale, e a purificarci da tanti aspetti che inquinano il paesaggio natalizio. Semplice e familiare, il presepe – ha proseguito il Pontefice – richiama un Natale diverso da quello consumistico e commerciale. Ricorda quanto ci fa bene custodire dei momenti di silenzio e di preghiera nelle nostre giornate, spesso travolte dalla frenesia. Il silenzio favorisce la contemplazione del Bambino Gesù, aiuta a diventare intimi con Dio, con la semplicità fragile di un piccolo neonato, con la mitezza del suo essere adagiato, con il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono». Perciò, ha concluso papa Bergoglio, «se vogliamo festeggiare davvero il Natale riscopriamo attraverso il presepe la sorpresa e lo stupore della piccolezza, la piccolezza di Dio, che si fa piccolo, non nasce nei fasti dell’apparenza, ma nella povertà di una stalla. Per incontrarlo bisogna raggiungerlo lì, dove Egli sta; occorre abbassarsi, farsi piccoli, lasciare ogni vanità».

Le luci di albero e presepe si sono accese in piazza San Pietro nel pomeriggio. Anche l’abete bianco, alto circa 26 metri, risponde a criteri di sostenibilità ambientale, provenendo da attività di coltivazione. È stato scelto per il taglio poiché rappresentava un pericolo a causa della vicinanza ad alcuni fabbricati. Le decorazioni sono opera degli alunni di alcune scuole abruzzesi, dei nonni della casa di riposo Sant’Antonio di Borrello e dagli ospiti della struttura psichiatrica riabilitativa “Quadrifoglio”.

Il presepe si stende su una superficie di 116 metri quadrati con 50 punti luce. La cupola si compone di 24 metri cubi di larice, certificato Friuli Venezia Giulia. Mentre il legno dei 18 personaggi proviene dalle risorse dei vivaisti attivi nel comprensorio. Ai piedi della natività, l’intarsio con il messaggio di pace composto a mosaico con tutte le pietre del Friuli Venezia Giulia, dal Carso alla Carnia, alle Dolomiti Friulane. Ed è proprio questo il significato che gli scultori, coordinati dal direttore artistico Stefano Comelli, hanno voluto imprimere nelle loro creazioni. Alcune tradizionali come l’angelo sulla grotta e i tre Magi.

Altre tratte dalla tradizione locale (il venditore ambulante di stoffe, la donna all’arcolaio), altre di grande simbolico come il gruppo composto da un montanaro che aiuta un povero a rialzarsi. Messaggio pienamente in linea con il Natale.

Avvenire