Un’insistita sottolineatura degli aspetti faticosi della vita matrimoniale sembra dominare troppi discorsi ecclesiali, mettendo in ombra ciò che è buono, bello e gioioso del matrimonio

di SERGIO DI BENEDETTO e GILBERTO BORGHI – vinonuovo.it

Dopo aver letto con attenzione gli Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale e aver avanzato alcune considerazioni sugli elementi positivi e alcune note sui nodi che ci sono parsi problematici, vogliamo condividere un post scriptum finale, una preoccupazione che nasce dal tono generale del documento, insieme a un’aria che si respira ultimamente attorno al matrimonio in alcuni ambiti ecclesiali, ossia quella per cui il matrimonio sarebbe quasi solo fatica, sforzo, sacrificio, rinuncia, crisi, problema: sono termini e questioni che sembrano dominare il discorso sulla vita matrimoniale.

La domanda che nasce spontanea in noi è molto semplice: ma crediamo davvero che il matrimonio sia bello? Che la vita matrimoniale risponda a un desiderio bello e buono di Dio sull’uomo e la donna? Siamo convinti che il matrimonio è anche gioia, letizia, serenità, compimento?

L’impressione è che troppo spesso in ambito ecclesiale tendono a prevalere i toni più drammatici e cupi quando si parla di matrimonio. Indubbiamente, non siamo ingenui né disincarnati: sappiamo che oggi la vita di coppia in senso lato e la vita matrimoniale in modo specifico conoscono un momento di crisi, che la statistica stessa si incarica di ricordare (solo nel 2020 – anno peraltro di pandemia – ci sono state quasi 180.000 rotture, tra separazioni e divorzi). E siamo anche ben coscienti che il contesto sociale e culturale in cui viviamo spinge per ‘relazioni liquide’ (Bauman), con forte insistenza su emotività, identità, individualismo, piena e immediata soddisfazione dei propri desideri: fattori che mal si conciliano con ogni relazione umana, matrimonio incluso.
Dunque, è innegabile che ci siano componenti di fatica nella scelta e nella ‘pratica’ della vita di coppia, ed è bene dare rappresentazioni realistiche del matrimonio, soprattutto in un documento pensato per i fidanzati.
Ma, al tempo stesso, non possiamo nascondere che paiono prevalere le parole di fatica e di dubbio, di pena e di rinuncia del sé. Anche in questo caso Amoris Laetitia era capace di parole di consolazione, speranza, fiducia (fin dal titolo: la gioia dell’amore). E che nella pastorale ci fosse la tentazione a insistere più sulla sforzo che sulla bellezza del matrimonio lo dichiarava lo stesso Papa Francesco: «Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita» (AL, 37).

Quello che si fatica a comprendere è che per uscire dalla dittatura liquida ed emotiva in cui viviamo, non serve più a nulla un richiamo forte alla volontà razionale, affinché si imponga su queste inclinazioni deleterie e ci permetta di vivere il bene, perché questa strada oggi non è più percorribile. E Francesco lo sa bene, quando, ad esempio, per stare alla sfera della sessualità, in AL mostra come la deriva dell’eros da ‘consumare’ non si ferma innalzando barriere etiche e limitandosi a mettere in guardia dai pericoli della sessualità, bensì riconoscendo in una ritrovata unità interiore tra gioia e piacere la condizione che oggi permette di non consegnare l’eros alla mentalità consumistica della post-modernità, e di viverlo perciò in pienezza. «È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere […]. I gesti che esprimono tale amore devono essere costantemente coltivati, senza avarizia, ricchi di parole generose» (AL 129 e 133). Per il papa un vero amore «non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale» (AL 157) perché da buon figlio di sant’Ignazio di Loyola sa che «non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare interiormente le cose» (Esercizi spirituali, annotazione 2)

Una narrazione della vita matrimoniale che non tenga conto del bene e della gioia che in essa si trova, soprattutto da chi poi ha scelto altri stati di vita, è contraddittoria con quanto la sapienza cristiana e la vita umana hanno sperimentato nel corso del tempo, e cioè che anche una vita che si fondi sull’amore di coppia può essere pienamente umana, pienamente cristiana e bella, feconda, capace di pace, di crescita e di benevolenza. È una vita che merita di essere vissuta. Altrimenti, solo sostando sulla ‘crisi’ e sul ‘problema’ (in un atteggiamento preventivo che poi risulta anche un poco artificiale e moralistico), faremo un discorso parziale: «Tutto quanto è stato detto non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore» (AL, 89).
Insomma, è vero che sempre meno persone scelgono il matrimonio cristiano; è vero che esistono delle difficoltà. Ma se non abbiamo il coraggio di raccontare in modo bello il matrimonio (evitando al tempo stesso le semplificazioni e le ‘fantasie emotive’), di testimoniare la sua ricchezza, la sua fecondità, negheremo quello che dovrebbe essere, invece, un pilastro della sensibilità e della coscienza cristiana: «Il Vangelo della famiglia è risposta alle attese più profonde della persona umana: alla sua dignità e alla realizzazione piena nella reciprocità, nella comunione e nella fecondità» (AL, 201).

A meno che, e questo è un dubbio che non vorremmo avere, non si pensi sottotraccia che una vita evangelica, nelle sue diverse forme, non sia pienamente umana…

Anche su questo, in fondo, bisognerebbe riflettere. Non dobbiamo però dimenticare che pure il tono, il modo, lo stile e l’insistenza solo su certi argomenti tende a consolidare e veicolare una visione della vita.

Accountability: autorità e dovere di rendere conto nella Chiesa

di: Domenico Marrone – in Settimana News

Il termine “accountability” è entrato nel lessico ecclesiale per via dell’esigenza di spiegazioni richieste alle autorità nei casi di abusi sessuali da parte di chierici o religiosi.

La scelta di adoperare il termine inglese è dettata da una stretta necessità: non esiste, infatti, una traduzione adeguata (che riesca ad esprimere, cioè, il medesimo significato) della parola accountability.

La nozione di accountability ha un ambito di applicazione più ampio. Di per sé, esso fa riferimento alla sfera economica e politica, dove un’istituzione o un soggetto delegato sono tenuti a rendere conto delle proprie decisioni e ad essere responsabili in modo autonomo dei risultati[1].

Generalmente ciò significa che il soggetto è (auto-)obbligato a informare delle proprie azioni (trasparenza), che è chiamato a darne giustificazione (rendicontazione) ed eventualmente che è tenuto al risarcimento (sanzionabilità). L’obiezione che qualcuno potrebbe fare è quella di evitare tale termine perché troppo carico di significati non religiosi, e anzi propriamente aziendali.

Una Chiesa affidabile
Eppure vale la pena fare una considerazione di carattere biblico: un’attenta analisi, infatti, potrebbe non solo riprendere i brani dove la “rendicontazione” viene espressamente richiamata (cf. Lc 16,2, ma specialmente 1Pt 3,15), ma anche mostrare che la narrazione biblica è evidenza della trasparenza dell’azione di Dio nella storia umana e ne costituisce quasi una regola di giudizio.

Certamente, il discorso dovrebbe prima precisare il significato della parola accountability in riferimento all’esperienza ecclesiale: se, in generale, essa indica la responsabilità di una impresa nei confronti dei propri clienti e soprattutto dei diversi portatori di interessi, per la Chiesa essa indica una duplice responsabilità: la trasparenza alla grazia e ai suoi strumenti e la capacità di creare processi di reale cooperazione[2].

Quindi, una Chiesa affidabile è prima di tutto una Chiesa che opera in trasparenza in tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Di fatto, la mancanza di trasparenza (chi ha deciso e che cosa, su quali caratteristiche vengono effettuate alcune scelte di azioni e di persone, cosa viene realmente deciso in tutti i livelli e le istanze decisionali) crea quell’elitarismo che oscura l’affidabilità della Chiesa.

In secondo luogo, una Chiesa affidabile è una Chiesa responsabile. Chi ha vissuto in una parrocchia, sa bene che attualmente il parroco può prendere molte decisioni senza dover comunicare molto, almeno nei paesi di antica evangelizzazione.

Un sistema datato
Gli attuali organi di partecipazione si rivelano molto labili e deboli, anche se sulla carta ad essi è affidato molto. Non parliamo della gestione delle opere e delle persone da parte delle comunità di vita religiosa, dove molto spesso le decisioni sono prese da un piccolo gruppo, se non da una sola persona, senza alcuna responsabilità, stravolgendo quel poco di democrazia che la profezia della vita religiosa porta con sé. Non è più questo il tempo dove è possibile affermare che l’autorità fonda la propria giustificazione, poiché i fatti hanno dimostrato l’esatto contrario.

Il sistema di rendicontazione interna tra laici e presbiteri, tra questi e i vescovi, fino al papa, è oramai datato, come un esperto di risorse umane potrebbe facilmente mostrare. Senza contare che l’affidabilità richiede una buona dose di corresponsabilità e di sussidiarietà: è ora che questo insegnamento tradizionale nella dottrina sociale della Chiesa diventi effettivo anche nella struttura ecclesiale.

Ciascun credente è in proprio responsabile della propria fede. Il clericalismo – già varie volte richiamato come malattia curiale – è purtroppo più diffuso di quanto si pensi: alla luce di questo è necessario un serio ripensamento della teologia del ministero.

Tutto questo non è però possibile – ancora una volta – se non vi è trasparenza delle responsabilità. Deve comunque essere chiaro che questo comporta una rivisitazione critica e profonda del significato dell’autorità nella Chiesa: se ancora il ministero episcopale è presentato e attuato come un’elezione totalmente avulsa dal popolo cui è a servizio, non vi è certo possibilità di una critica per così dire dal basso.

Diritti umani nella Chiesa
Vi è un punto che mi pare essere una specie di cartina di tornasole dell’accountability: si tratta dei diritti umani all’interno della struttura ecclesiale. È un dovere di coerenza: non si può predicare agli altri quello che non si vive. Tale impossibilità viene dal vangelo[3].

Un serio confronto con questo aspetto potrebbe aiutare a mostrare come la Chiesa cattolica e le sue istituzioni crede in quello che dice. E potrebbe aiutare a comprendere come essa intende porsi davvero a servizio della crescita umana: gli appelli alla giustizia, alla democrazia e al rispetto della persona dovrebbero poter essere vissuti in ugual modo fuori e dentro la Chiesa: il fatto che non sia una democrazia non significa che non possa valorizzare alcuni principi democratici essenziali e universalmente applicabili.

La Chiesa non è una democrazia, ma è una comunione di credenti. Il suo modello fondamentale è niente meno che la relazione di Gesù con i suoi apostoli. E questi non erano prìncipi, ma discepoli che non erano assoggettati ciecamente ad un monarca assoluto.

Il contenuto dell’accountability è legato da vicino alla nozione di responsabilità. Di fatti, la parola è adoperata in ogni ambito della vita sociale in cui vi è un qualche genere di rappresentanza di persone o di interessi ai quali si chiede di operare con trasparenza e con responsabilità.

Il termine è entrato anche nel lessico adoperato per spiegare diversi rapporti all’interno della Chiesa[4]. Anche se non vi è rappresentanza vera e propria da parte di pastori nei confronti dell’insieme dei fedeli, è indubbio che tutti i fedeli hanno interesse (se non “diritto”) a conoscere i modi di gestione della vita pastorale. E tale necessità di conoscenza richiede la consapevolezza nei pastori di dovere essere capaci di spiegare ogni scelta che riguardi la comunità loro affidata.

In assenza di un coinvolgimento dei fedeli privi di carisma episcopale nei processi decisionali della Chiesa, la trasparenza sarà di fondamentale importanza per il ripristino della credibilità e della legittimità della leadership episcopale.

Verso prassi orizzontali
Non si vuole affermare che nella Chiesa manchino del tutto le istanze di accountability. L’istituto della relazione quinquennale e le regolari visite ad limina dei vescovi diocesani presso la Sede Apostolica hanno lo scopo di ricordare ai vescovi l’obbligo di rendere conto della loro gestione delle porzioni del popolo di Dio che sono affidate al loro governo (cann. 399-400).

Tuttavia, poiché nel diritto canonico tutte le linee di accountability sono rivolte verso l’alto, solo i superiori gerarchici sono competenti a giudicare se i loro subordinati abbiano adeguatamente adempiuto agli obblighi del loro ufficio o se invece abbiano abusato dei loro poteri.

Solo raramente le direttrici che veicolano la determinazione di accountability si estendono orizzontalmente: da un parroco all’ordine dei presbiteri della diocesi, da un vescovo diocesano agli altri vescovi della sua provincia o Conferenza episcopale.

Il «popolo di Dio» non viene quasi mai menzionato in relazione alle strutture canoniche di accountability, tranne in alcune occasioni in cui è richiesto il consenso del Consiglio diocesano per gli affari economici (un organo che può contenere laici) per l’esecuzione di determinati atti di amministrazione dei beni della diocesi da parte di un vescovo diocesano.

I fedeli possono esprimere il loro scontento per lo scarso rendimento, gli illeciti e la cattiva condotta dei loro parroci e persino dei vescovi ai loro superiori gerarchici, ma questi ultimi sono liberi di dare a queste rimostranze tanto o poco peso quanto la loro discrezione impone, mentre decidono se mantenere, rimuovere o disciplinare i loro subordinati. In altre parole, la Chiesa ha mostrato tutti i tratti disfunzionali caratteristici di quello che gli esperti di scienze sociali definiscono un «indolente monopolio»[5].

Talvolta si ha l’impressione che, come molte altre organizzazioni gerarchicamente ordinate, la Chiesa segua le norme di un «duplice diritto», in cui alcuni membri, per servirsi dell’espressione di Orwell, «godono di maggiore uguaglianza rispetto ad altri». Anche se tutti i fedeli, laici e chierici, sono vincolati dai precetti della legge divina ed ecclesiastica, più si avanza sulla scala gerarchica della Chiesa, più si indossano i requisiti della legge della Chiesa come se si trattasse di un abito di qualche taglia più grande[6].

«Poche cose, credo, generano disordine e alimentano la paura umana dell’ignoto tanto quanto le decisioni [di governo] prese in segreto, isolate dalle critiche, non supportate da constatazioni di fatto, non spiegate con opinioni ragionate e libere da qualsiasi prerequisito di essere motivate da precedenti»[7].

Ritengo che ogni uomo o donna – e anche ogni organizzazione – dovrebbe avere tre persone di riferimento nella sua vita per mantenere la concentrazione, rimanere orientato ai risultati, raggiungere la trasparenza morale e astenersi dal deragliare quando è investito di una particolare responsabilità: un Paolo, un Barnaba e un Timoteo.

Figure bibliche
Paolo quale espressione di un uomo più anziano che è disposto a guidarti, a costruire nella tua vita, a coinvolgerti in relazioni strette e aperte: un allenatore non un capo, un costruttore non solo un critico. Questo Paolo potrebbe non essere necessariamente qualcuno più intelligente o più dotato di te, ma qualcuno che nella vita ha percorso un lungo tratto di strada e che è disposto a condividere i suoi punti di forza e di debolezza.

Barnaba è un’anima gemella, un compagno, uno che non è affatto intimidito da te, qualcuno che ti ama ma non è travolto da te. Perché ti rispetta, non ti denigra ed è capace di essere onesto con te. È uno davanti al quale puoi essere responsabile: nudo ma senza provare vergona.

Il terzo individuo è un Timoteo. Questo è un uomo più giovane nella cui vita stai costruendo. Tu sei per lui il mentore per eccellenza: affermando, incoraggiando, insegnando, correggendo, dirigendo, pregando e condividendo. Hai il coraggio di costruire nella vita di questo Timoteo ciò che avresti voluto vedere in te stesso alcuni anni lungo la strada. In Timoteo stai modellando una stella, la stella che sognavi quando eri molto più giovane.

Questo equilibrio tripartito – ascendente, orizzontale e discendente – è una sfida per chiunque abbia compiti di responsabilità nelle organizzazioni e nelle relazioni umane.

Leadership
La responsabilità non è solo una questione di controlli e contrappesi; è prima di tutto una questione di rapporti umani. Un saggio scrittore dice che i leader non dovrebbero mai servire senza una struttura di supporto, senza altri che aiutino a mantenere la loro concentrazione, la loro purezza e le caratteristiche che li rendono idonei a guidare, sia nella Chiesa, nella nazione o nella società.

Dove c’è un’assenza di responsabilità, c’è spesso una cultura dell’impunità – un disprezzo per le norme, i valori, la decenza e il decoro.

La leadership non riguarda tanto la tecnica e i metodi quanto l’apertura del cuore. La leadership riguarda l’ispirazione – di se stessi e degli altri. Alcuni individui e organizzazioni evitano la responsabilità perché la vedono solo in termini di controlli e contrappesi: un mezzo di disciplina e controllo.

La leadership riguarda le esperienze umane, non i processi. E la leadership non è una formula o un programma; è un’attività umana che viene dal cuore e considera il cuore degli altri. È un atteggiamento, non una routine. Alla fine, la leadership trasformativa è quella che risponde a Dio attraverso lo sviluppo di virtù e pratiche, e raggruppa le persone per far avanzare la missione e la visione dell’organizzazione.

Le istituzioni vibranti sono quelle guidate da persone piene di speranza e creative, che agiscono come portatrici di tradizione, sono di per sé incubatrici di leadership e sono praticamente laboratori di apprendimento. Tali leader sono leader responsabili e reattivi.

Alcuni individui e organizzazioni evitano la responsabilità perché la vedono solo in termini di controlli e contrappesi: un mezzo di disciplina e controllo. Sebbene questa sia una componente vitale, la responsabilità ha molte più facce. In primo luogo, la responsabilità consiste nel rispondere alle parti interessate, prendendo in considerazione le loro esigenze e opinioni nel processo decisionale e fornendo una spiegazione del motivo per cui sono state o non sono state prese in considerazione.

Pertanto, è meno un meccanismo di controllo e più un processo di apprendimento. Essere responsabili significa essere aperti con le parti interessate, coinvolgerle in un dialogo continuo e imparare dall’interazione. Può quindi generare la titolarità di decisioni e progetti e migliorare la sostenibilità delle attività e delle idee. Infine, definisce un percorso verso prestazioni migliori.

La responsabilità non è un adempimento legalistico gravoso, con troppa burocrazia e una cultura punitiva che soffoca l’assunzione di rischi e la creatività. Non utilizza tali tattiche coercitive come l’invasione della privacy o il portare gli altri sotto il peso dei tabù di qualcuno, del legalismo o di tattiche manipolative e di dominio.

Fondamenti di un’istituzione trasparente
Il Global Accountability Project (GAP, 2005) identifica quattro dimensioni fondamentali delle organizzazioni responsabili:

Trasparenza: si riferisce all’apertura di un’organizzazione sulle proprie attività, fornendo informazioni su ciò che sta facendo, dove e come ciò avviene e come sta andando. Garantisce che i portatori di interessi ricevano le informazioni di cui hanno bisogno per partecipare alle decisioni che li riguardano.
Partecipazione: l’enfasi qui è su un approccio partecipativo al processo decisionale, con meccanismi a livello operativo, tattico e strategico, che consentono ai diversi portatori di interessi di contribuire alle decisioni che li riguardano. Pertanto, un certo grado di potere deve essere ceduto agli interessati affinché l’organizzazione sia considerata veramente responsabile.
Valutazione: questo requisito garantisce che l’organizzazione sia responsabile delle proprie prestazioni, del raggiungimento dei propri obiettivi e del rispetto degli standard concordati. Questo è un processo di apprendimento che informa le attività in corso e sul processo decisionale futuro, fornendo informazioni che consentono all’entità di migliorare le prestazioni, e quindi essere più responsabile della propria missione, visione e obiettivi.
Diritto di dissenso: ciò consente a tutti i portatori di interesse di cercare e ricevere risposta dall’organizzazione, interrogando una decisione, un’azione o una politica e ricevendo una risposta adeguata al proprio dissenso.
Una responsabilità significativa può derivare solo da tutti e quattro i criteri fondamentali, che funzionano in modo efficace. I leader devono rendere conto a Dio, ai fedeli, a se stessi, alla società in generale e alla visione e alla missione della Chiesa.

Qual è la differenza essenziale tra falsa e vera leadership cristiana? Quando un uomo, in virtù di una posizione ufficiale nella Chiesa, esige l’obbedienza di un altro, indipendentemente dalla ragione e dalla coscienza di quest’ultimo, questo è lo spirito di tirannia.

Quando, invece, dall’esercizio del tatto e della simpatia, con la preghiera, la forza spirituale e la sana saggezza, un lavoratore cristiano può influenzare e illuminare un altro, così che quest’ultimo, per mezzo della propria ragione e coscienza, è portato a modificare un corso e ad adottarne un altro, questa è la vera leadership spirituale[8].

[1] Cf. A. Ascani, Accountability, la virtù della politica democratica, Roma, Città Nuova, 2004.

[2] Per una discussione più approfondita, cfr. Benjamin Chuka Osisioma, Accountability in the church, Presented at Conference of Chancellors, Registrars, and Legal Officers, Church of Nigeria (Anglican Communion), At Basilica of Grace, Diocese of Abuja, Gudu District, Apo, Abuja, 6 agosto 2013; consultabile online: https://www.academia.edu/4221114/Accountability_in_the_Church.

[3] Cf. O. Gracias, Accountability (il dover rendere conto) in una Chiesa Collegiale e Sinodale, 22 febbraio 2019, in https://www.vatican.va/resources/resources_card-gracias-protezioneminori_20190222_it.html

[4] Sull’adeguatezza dell’accountability alla natura della Chesa, cfr. R. J. Kaslyn, Accountability of Diocesan Bishop. A significant aspect of ecclesial communion, in “The Jurist”, 67 (2007), pp. 109-152.

[5] Sulla nozione di «monopolio del pigro» e le sue dinamiche, vedi A. HIRSCHMAN, Exit, Voice and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations and States, Cambridge 1970. Per la sua applicazione alla Chiesa, vedi M.J. BANE, «Voice and Lo-yalty in the Church: The People of God, Politics and Management», in S. POPE, ed., Common Calling: The Laity and Governance of the Catholic Church, Washington 2004, 181-194.

[6] P. NONET – P. SELZNICK, Law and Society in Transition, New Brunswick (NJ) 2005, 35.

[7] R. KENNEDY, «Address on Due Process to National Conference of Catholic Bishops», Proceedings of the Canon Law Society of America 31 (1969) 15 (traduzione nostra).

[8] Per una discussione più approfondita, cfr. Benjamin Chuka Osisioma, Accountability in the church, Presented at Conference of Chancellors, Registrars, and Legal Officers, Church of Nigeria (Anglican Communion), At Basilica of Grace, Diocese of Abuja, Gudu District, Apo, Abuja, 6 agosto 2013; consultabile online: https://www.academia.edu/4221114/Accountability_in_the_Church.

Invito in S. Stefano a Reggio Emilia per la Confraternita del Santo Scapolare della Madonna del Carmine 16 Luglio 2022

Come è tradizione, il 16 luglio di ogni anno, nella chiesa parrocchiale cittadina di Santo Stefano sarà celebrata con particolare solennità la festa della Madonna del Carmelo. Un ruolo notevole nella diffusione del culto mariano in città ebbero i Carmelitani, dapprima presenti nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, poi nella Commenda Gerosolimitana di Santo Stefano, dove portarono nel sec. XVIII la statua lignea raffigurante la Madonna del Carmelo, ancora oggi esposta nell’abside dell’antica chiesa. In Santo Stefano è presente da secoli la “Confraternita del Santo Scapolare della B.V. del Carmine”.

Il 16 Luglio, al mattino, la Santa Messa sarà celebrata alle ore 10.30 e conclusa dalla recita dell’atto di consacrazione alla Madonna.

Dalle ore 15,30 alle ore 18,30 Adorazione Eucaristica

Nel pomeriggio alle 18.40 recita dell’inno “Akathistos”, a cui seguirà alle 19.00 la solenne Concelebrazione eucaristica.

Al mattino e al pomeriggio sarà disponibile in Chiesa un sacerdote per le confessioni (9-12 e 15.30-18.30) e per tutta la giornata sarà possibile rinnovare (o richiedere nuova iscrizione) alla Confraternita…

Lo Scapolare

Segno della spiritualità Carmelitana oggi

Molti battezzati indossano – spesso con una punta di sano orgoglio – lo Scapolare della Madonna del Carmelo.
Molti altri lo conoscono per averlo visto sulle spalle di qualche persona cara o amica.
Molti, forse, si saranno chiesti il senso di quest’oggetto, che sa d’antico, sì, ma soprattutto dice convinzione, gioia di vivere gli impegni battesimali, amore verso Maria, madre di Gesù e madre nostra.
Le origini dello Scapolare affondano le radici nell’uso medievale di rivestire dell’abito religioso o di parte di esso chi desiderasse condividere i benefici spirituali di un’Ordine, seguendone la spiritualità.
Quest’uso, evidentemente legato alla mentalità medievale assai più concreta della nostra, si è diffuso in tutto il mondo cristiano, anche nei secoli successivi.
Si è arricchito di contenuti e modalità espressive, al punto che oggi in tante parti del mondo è la stessa cosa dire Madonna del Carmine o Madonna dello Scapolare.

Un po’ di storia…
Lo Scapolare, o “Abitino”, è composto da due pezzi di stoffa marrone legati da cordicelle o nastri, che poggiano sulle spalle (scapole, da cui il nome).
Nato come parte dell’abbigliamento dei contadini e poi dei religiosi, era in pratica un grembiule usato per non sporcare l’abito.
Ben presto, per i Carmelitani, diventò il simbolo della protezione materna di Maria, quasi la sintesi di tutti i benefici da lei ottenuti.
Perciò iniziarono a considerare lo Scapolare come parte essenziale dell’abito, l’abito stesso; e l’abito era segno della vita che si conduceva, espressione esterna di ciò che si è.
Inizialmente però, per affiliare i laici all’Ordine veniva concessa la cappa bianca, considerata il “segno esterno” dell’abito, ma non lo Scapolare, perché, altrimenti, un laico che avesse indossato per un intero anno l’abito-Scapolare, sarebbe stato considerato frate o monaca a tutti gli effetti. Con l’andar del tempo la proibizione cadde e lo Scapolare fu dato a tutti, soprattutto nella sua forma ridotta.
Due elementi contribuirono in modo decisivo all’affermazione dell’Abitino come segno della consacrazione a Maria e della sua protezione verso i devoti: la promessa della morte in stato di Grazia, legata alla “leggenda” della visione di S. Simone Stock, e quella della pronta liberazione dalle pene del Purgatorio, legata alla cosiddetta “Bolla sabatina”.
Al di là della storicità dei due fatti, bisogna dire che le promesse trovano conferma, non solo nel Magistero successivo dei pontefici e della Chiesa che ne ha accettato, purificandole e correggendole, le implicazioni, ma anche nel loro stesso senso teologico.
In realtà le promesse confermano e sottolineano ciò che la fede cristiana ha da sempre affermato: chi vive secondo gli impegni battesimali, morirà nella piena comunione con Dio, nella sua Grazia e giungerà presto a goderne l’eterno abbraccio.
La protezione materna di Maria non fa che rendere più sicuro il comune cammino verso la santità.
Nel ‘600 dunque l’identificazione Madonna del Carmine-Madonna dello Scapolare può dirsi conclusa: la confraternita dello Scapolare soppiantò ben presto tutte le altre variamente collegate al titolo del Carmelo; così come l’iconografia mariano-Carmelitana preferì i temi del dono dell’Abitino e della liberazione delle anime dal Purgatorio.
La stessa festa del 16 luglio, nata in Inghilterra nel XIV secolo per celebrare la protezione e i benefici di Maria, divenne ben presto la festa dell’intero Ordine e fu popolarmente conosciuta come la festa dello Scapolare.

Un segno ricco di contenuti
Tutto questo non fu un fatto di scarsa rilevanza, ma coinvolse larghissime fasce del popolo cristiano: lo Scapolare e i suoi valori vennero infatti recepiti come una naturale espressione della pietà popolare, che ne restò a sua volta influenzata.
L’Abitino fu usato infatti come veicolo di valori cristiani essenziali: chi avesse voluto entrare nella Confraternita o nel Terz’Ordine avrebbe dovuto accettare uno stile di vita veramente conforme al Vangelo.
La formazione, la vita sacramentale, la preghiera e l’ascesi, dovevano condurre la persona all’unione con Dio e trovare necessaria espressione e verifica nella concretezza della carità, sia verso i confratelli che verso gli esterni.
Non era possibile indossare l’abito di Maria solo per “garantirsi” un posto in Paradiso!
Se poi tutto ciò non ha retto all’urto delle tempeste abbattutesi sulla Chiesa e dunque anche sul Carmelo tra il ‘700 e l’800, non vuol dire che lo Scapolare fosse un segno vuoto, puramente esteriore.
Piuttosto va detto che il nostro secolo ha ereditato forme che non sempre è riuscito a tradurre in termini vitali.
Forse siamo giunti ad un punto in cui è possibile tentare un recupero, tutt’altro che sterilmente archeologico.
Non si tratta infatti di risuscitare un oggetto ormai lontano dalla sensibilità comune, ma di dare espressione e corpo ai contenuti validi e vitali della pietà popolare in modo da proporre ancor oggi, come si è fatto per secoli, un’occasione di santificazione e di vita realmente e profondamente cristiana.
Oggi vanno indubbiamente tenuti in considerazione alcuni temi centrali, legati da sempre allo Scapolare: per esempio la comunione con Dio, la consacrazione a Lui attraverso Maria, il valore “sacramentale” e quello escatologico dell’Abitino.
Lo Scapolare è infatti un “sacramentale”, cioè un segno che ricorda e attua una realtà spirituale secondo la misura di fede di chi lo indossa.
È segno di affiliazione ad un’Ordine religioso cristocentrico e mariano, dunque indica l’appartenenza alla grande famiglia Carmelitana e la condivisione della sua spiritualità.
Non ci si fa santi da soli: solo il sapersi membri di un popolo in cammino consente di incontrare e sperimentare la pienezza della comunione divina.
Così pure l’Abitino è segno di consacrazione a Maria ed esprime la nostra volontà di camminare con lei, accompagnati e sorretti dalla sua mano materna, verso la pienezza di comunione, verso la “vetta del monte, che è il Signore Gesù”.
Ma è anche il segno della protezione e della difesa che Maria opera nella vita del cristiano. Inoltre proprio perché un “sacramentale”, lo Scapolare ci ricorda e ci aiuta a crescere nel personale rapporto con Maria, madre di Gesù e della Chiesa.
La tradizione Carmelitana ha guardato Maria da diverse prospettive, a tutt’oggi ancora attuali, che possono essere comunicate, spiegate e insegnate, perché anche altri possano trarne beneficio spirituale. Maria è stata vista come Madre, Sorella, Vergine purissima, Patrona, Profeta…
Le promesse tradizionalmente legate allo Scapolare sono da considerare nel loro indubbio valore escatologico: siamo incamminati verso un futuro di comunione, di pace e di gloria, che va però costruito giorno dopo giorno nell’oggi della vita intessuto di sacrificio, preghiera continua, carità operosa e attenta.
Il Carmelitano, rivestito dell’abito di Maria, è capace come lei di “conservare tutte le cose meditandole nel suo cuore” (cfr. Lc 2, 19.51).
Il Carmelitano sa essere profeta e stando accanto ai fratelli sa indicare loro la direzione e la meta verso cui cammina la storia della Salvezza.

Quale messaggio di spiritualità
Ancor’oggi si possono vedere numerosi fedeli, talvolta un fiume, che soprattutto in certi momenti particolari, come a ridosso della festa del Carmine, chiedono di poter ricevere l’Abitino.
Talvolta, è vero che alcune persone sono motivate da ragioni superficiali e l’imposizione dello Scapolare o l’indossarlo finiscono col diventare gesti al limite della superstizione.
Ma questo è sempre stato uno dei limiti della pietà popolare, la quale perciò dev’esser continuamente aiutata a crescere, purificandosi di quanto non è autentico atto di fede.
Ricevere lo Scapolare non è un rito di ripetizione meccanica (al limite del magico), ma un momento di preghiera, di ascolto della Parola di Dio, può diventare l’occasione anche per una breve catechesi sui valori fondamentali della spiritualità Carmelitana ed espressi dallo Scapolare.
Così anche gli impegni di preghiera e ascesi personale legati al suo uso sono i mezzi di incontro con il Signore, utili a favorire quell’unione con Lui per mezzo di Maria.
Non dovrebbero mai venir disgiunti dall’impegno per una qualche forma di servizio: non si dà autentica vita cristiana senza carità fraterna!
Il passato ha formulato espressioni diverse di preghiera legate allo Scapolare a ai suoi valori. Basti ricordare i diversi momenti e forme di preghiera propri della tradizione Carmelitana: i mercoledì solenni, il sabato, le “Allegrezze”, i sette Pater-Ave-Gloria, le novene…
Sono tutti modi per favorire una preghiera comunitaria ricca di contenuti e valori essenziali per chiunque voglia vivere il Vangelo con l’aiuto della spiritualità Carmelitana.
Oggi sono state pensate forme nuove, più consone alla sensibilità e alla cultura attuali, anche se in continuità col passato.
Analogo discorso vale per le prescrizioni ascetiche: tra queste la virtù della castità secondo il proprio stato, oggi apparentemente in crisi, per sviluppare in sintonia con lo Spirito tutta la carica di amore, autenticamente umano, di cui ogni persona è capace.
Lo Scapolare, allora non è una forma di devozionismo, ma una modalità attualissima di vivere il Vangelo in ogni sua prospettiva.
Ancora una parola sulla dimensione comunitaria suscitata dallo Scapolare; se è segno di appartenenza ad una famiglia dovrà necessariamente ricondurre ad essa.
Oggi purtroppo chi riceve l’Abitino lo fa quasi sempre in modo “privato”, ma nella Chiesa non c’è proprio nulla di privato, ma “tutto era in comune fra loro” (At 2, 44).
Le antiche confraternite assolvevano bene al compito di collegamento tra gli ascritti e garantivano l’esecuzione dei diversi impegni.
Da quando furono spazzate via dalle varie soppressioni del secolo passato, non si è più stati capaci di creare strutture a misura d’uomo, capaci di far incontrare le persone e farle sentire in comunione, animate dai medesimi atteggiamenti.
Oggi viviamo in un tempo in cui i collegamenti non dovrebbero essere un problema, non mancano certo i mezzi per far giungere a distanza un messaggio.
Così pure non dovrebbe essere impossibile, e in alcune zone già si fa, creare occasioni d’incontro per persone che si rifanno alla spiritualità Carmelitana per giornate o momenti di preghiera, formazione e condivisione.
Forse è giunto il momento di riscoprire il valore della Famiglia Carmelitana, alla quale appartengono i Frati, le Monache, i Terziari, le Suore, ma specialmente tutti i battezzati che indossano lo Scapolare.
Ogni giorno la preghiera comune, gli uni per gli altri, crea un legame inscindibile e forte, che ci unisce profondamente tra noi e con Dio. I Frati Carmelitani, ogni mercoledì, celebrano la s. Messa per coloro che indossano lo Scapolare o si trovano in Cielo, sotto il manto di Maria, per contemplare il volto di Dio.
Affidano al Signore i malati, i sofferenti; lo ringraziano perché in Maria Egli compie innumerevoli miracoli di guarigione corporale e spirituale.
Ma tutto questo non basta: serve anche la tua preghiera, perché i membri della Famiglia sono uniti solo attraverso l’Amore verso Dio e si riconoscono tra loro attraverso il semplice uso di indossare un pezzetto di stoffa marrone.

fonte: https://carmelit.org/lo-scapolare/

Aborto, i roghi in chiesa fanno paura all’America

Crescono dopo la sentenza della Corte Suprema gli episodi di intolleranza, con gli incendi e le profanazioni di luoghi di culto da parte degli estremisti pro-choice
La Winding Blade Holiness Church  è bruciata nella contea di Laurel  in Kentuky

La Winding Blade Holiness Church è bruciata nella contea di Laurel in Kentuky – Wkyt.com

Precipita nel vandalismo delle chiese cattoliche la protesta dell’America che si oppone alla sentenza della Corte Suprema che, la scorsa settimana, ha messo al bando l’aborto a livello federale. A New Orleans, in Louisiana, la statua della parrocchia di Santa Maria votata ai bambini mai nati è stata imbrattata di vernice rossa. Graffiti osceni e pacciame incendiato hanno messo in allarme anche la comunità di St. John Neumann a Reston, in Virginia. Il teppismo di matrice antireligiosa non è nuovo nel panorama statunitense. Ma la serialità degli incidenti avvenuti all’indomani dello storico pronunciamento ha portato a pubblica condanna anche la Casa Bianca.

Il monitoraggio degli atti vandalici contro le chiese tenuto dalla Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti conta, da maggio 2020, 143 episodi in 36 Stati. Lo scorso anno sono stati 62 in totale.

L’elenco, curato dalla Commissione per la libertà religiosa, evidenzia che quelli registrati negli ultimi due mesi, quando la bozza della sentenza pro-life ha cominciato ad agitare il Paese, sono una ventina. Nella chiesa texana di San Bartolomeo è stata tentata la rimozione del tabernacolo. La mano degli ultrà pro-choice potrebbe essere all’origine anche dell’incendio doloso che a Shady Spring, in West Virginia, ha portato alla distruzione dell’antica chiesa irlandese di St. Colman. Raggelante è la scritta comparsa sui muri della chiesa All Saint di Portland, in Oregon: «Se gli aborti non sono sicuri neppure tu lo sei». Frase vista anche alla basilica dell’Ascensione di New York. Chiesa in fiamme anche nella contea di Laurel in Kentuky. La mappa delle profanazioni, sovrapponibile in parte a quella degli Stati in cui la stretta sull’aborto è più severa, comprende anche Florida, Washington, Colorado, Indiana, Virginia e Pennsylvania.

Le autorità chiamate a investigare i casi più gravi non trascurano il Web. Un’inchiesta del Washington Post ha messo in chiaro come in rete l’estremismo di sinistra, quello che minaccia «non è finita qui» e inneggia a «notti di rabbia», si intreccia a quello di destra. Di cui sono invece protagonisti i «patrioti» pronti a difendere le proprie chiese «con uomini e fucili».

Retorica già sentita. Non è nuovo neppure il «no» con cui due senatori dem, Joe Manchin e Kyrsten Sinema, hanno bocciato la soluzione più volte ventilata dal presidente Joe Biden per ribaltare la sentenza della Corte di Washington: modificare i regolamenti del Senato sull’ostruzionismo, il meccanismo che consente alle minoranze di portare all’infinito il dibattito a meno che non si raggiunga una maggioranza di sessanta voti. Senza questo aggiustamento, che Biden chiede da gennaio, le possibilità di ripristinare la legittimità federale dell’aborto sono nulle. «Non abbiamo i voti», ha ammesso ieri il presidente che ha ripetuto l’invito a votare democratico al Midterm di novembre perché «non è finita» e perché «ora sono a rischio anche le nozze gay e i diritti alla contraccezione». Sullo scenario di un Paese in cortocircuito l’impotenza della Casa Bianca è forse ancor più visibile.

Biden ha discusso ieri le possibili mosse con nove governatori democratici. Tra cui Kathy Hochul, dello Stato di New York, e Gavin Newsom, della California, entrambi attivi nel difendere la libertà delle donne di viaggiare da uno Stato all’altro per interrompere la gravidanza. Californiana è la deputata dem, Judy Chu, finita tra le 181 persone fermate dalla polizia per aver bloccato il traffico con un sit-in di protesta dinanzi alla Corte Suprema. La sentenza che ha diviso l’America, applaudita ieri dal presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, continuerà ad essere a lungo al centro della cronaca.

La «guerriglia legale» degli Stati, come Florida, Louisiana, Texas e Utah, determinati a sfidare il verdetto dei togati conservatori nei tribunali distrettuali è appena iniziata. L’esito dei ricorsi, che hanno sospeso l’entrata in vigore delle restrizioni, è atteso a metà mese. Molta il dibattito su quale sarà la prossima battaglia dei repubblicani: nozze omosessuali o, addirittura, limitazioni alla contraccezione? Il governo di Austin, tra i più rigidi sull’aborto, pare ora voglia rispolverare anche la legge locale contro la sodomia che fu abolita dalla Corte Suprema nel 2003 per proteggere la privacy tra partner dello stesso sesso.

Avvenire

Dissentire fa parte del processo di discernimento, senza per forza avere una valenza oppositiva

IL 19 febbraio 2022 papa Francesco lo ha nominato arcivescovo di Torino. Mons. Roberto Repole, dopo un mese circa dall’ingresso in Diocesi, ha inviato una lettera ai suoi fedeli.

In genere le lettere pastorali sono molto lunghe, dove spesso si ripercorre tutta la storia della salvezza per giustificare le scelte che verranno proposte; dove non si interrogano i fedeli su cosa si potrebbe fare, ma si presuppone che i fedeli debbano assentire e attuare; dove spesso si usa un linguaggio “ecclesialese”, chiaramente non sempre comprensibile da una buona parte dei fedeli stessi. Ma soprattutto dove si danno indicazioni operative generali (a volte anche generiche), che poi a cascata, gli organi diocesani e i singoli fedeli dovranno tradurre in scelte concrete.

La lettera di Mons. Repole sembra un po’ diversa, almeno per due aspetti comunicativi. Innanzitutto sul piano del linguaggio. 7300 battute, spazi compresi sono una vero record di sintesi per questo genere si lettere. Una lettura, cioè, che si realizza in cinque minuti al massimo. Se davvero si scrive per farsi leggere sul serio da una intera comunità, oggi la brevità è uno dei requisiti fondamentali. Ancora. Nella foto del post si può notare come il cloud del testo mostri in primo piano parole di un linguaggio esistenziale, concreto e strettamente connesso al tema della lettera. Della serie: dritto al punto, con concretezza, chiarezza e comprensibilità. Leggendola per esteso ci si rende conto che è comprensibile anche da chi non è avvezzo a linguaggi ecclesialesi o particolarmente teologici.

Secondo, sul piano del metodo. Scrive Mons. Repole: “Facendo tesoro di quanto emerso in quei contesti, (le riunioni dei consiglio pastorali e presbiterali – ndr) di tante suggestioni, fatiche o desideri espressi da molti nelle più svariate circostanze, di quanto richiamato nei gruppi che sono stati attivati in occasione del cammino sinodale della Chiesa italiana oltre che, ovviamente, di una profonda convinzione personale, mi pare evidente che, tra i diversi aspetti sui quali occorre operare un discernimento ecclesiale e compiere delle scelte concrete, ce n’è uno che è assolutamente prioritario. Si tratta del ripensamento della presenza ecclesiale sul territorio”.

Intanto la decisione di affrontare un solo problema per volta (“un passo per volta” – si legge verso la fine della lettera), concreto e ritenuto prioritario. L’idea cioè che se davvero si vuole incidere sulla realtà ecclesiale non serve descrivere “vision” astratte e complessive, magari già preconfezionate dal “taglio” teologico del vescovo di turno, che poi gli altri devono realizzare. Bisogna invece prendere i problemi reali, decidendone la priorità e provare a muoverli nel concreto verso una loro soluzione che incarni più che una “vision”, una direzione di marcia della Chiesa, che nella lettera è molto chiara: “rinsaldare o creare delle strutture di corresponsabilità”.

Ma invece di descrivere dall’alto cosa sia la corresponsabilità, Mons. Repole prova a realizzarla dal basso con scelte operative. In questo stesso modo diventano molti interessanti altri due passaggi di metodo. Intanto il discernimento della priorità di questo problema non avviene nelle segrete stanze del vescovo, ma pur essendo lui a definirne il risultato, si realizza dopo aver ascoltato ciò che sale dal popolo di Dio, incontrato in tante situazioni diverse, formali e informali. La parola del vescovo, cioè si presenta sulla scena come l’ultima, a riguardo del problema, e non l’unica.

Ma poi continua Mons. Repole: “Dobbiamo continuare a mantenere semplicemente tutte le infinite strutture di cui beneficiamo (locali, case, chiese, oratori…) anche se invece che servire a vivere una vita cristiana ed ecclesiale autentica ed essere degli strumenti per l’evangelizzazione costituiscono un peso insopportabile, per chi è chiamato a gestirle, rubando energie, serenità e gioia? Possiamo continuare a mantenere tutte le parrocchie, immaginando che vi si svolga tutto quello che vi si svolgeva nel passato, chiedendo ad un prete che invece di essere parroco di una comunità lo sia di diverse, senza però cambiare nulla? Come si può immaginare, facendo così, che i preti possano vivere una vita serena, possano trovare il tempo per coltivare la preghiera e la lettura e offrire un servizio qualificato, possano trovare la giusta serenità per incontrare le persone…? E come pensare che la loro vita possa risultare attrattiva per dei giovani oggi?”

Ecco l’altro aspetto interessante di metodo: il fatto che un vescovo si permetta di porre domande al suo popolo su come si potrebbe risolvere il problema. Certo, appaiono domande retoriche e forse lo sono, nel senso che è evidente quale sarebbe la risposta del Vescovo. Ma il fatto stesso che siano poste in forma di domanda autorizza e richiede che chi legge produca una sua risposta. E soprattutto che anche chi ha idee diverse da quelle del vescovo possa sentire che uno spazio comunicativo per dire la propria esiste, e che dissentire fa parte del processo di discernimento, senza per forza avere una valenza oppositiva.

vinonuovo.it