Blog Parrocchie Online La vostra finestra su mondo, Chiesa e religioni

Dove “la fantasia è regola”, dove il bambino viene messo al centro del progetto educativo

Kate Middleton in visita a Reggio Emilia il 13 e 14 maggio

Mercoledì e giovedì la principessa del Galles, Kate Middleton, è stata a Reggio Emilia per visitare alcuni asili nido e scuole dell’infanzia che seguono il cosiddetto “Reggio Emilia Approach”, un modello educativo conosciuto e studiato in tutto il mondo. Middleton si occupa da tempo di temi legati all’infanzia: nel 2021 ha creato il Royal Foundation Centre for Early Childhood, una fondazione che promuove studi e iniziative dedicate ai primi anni di vita dei bambini.

Il Reggio Emilia Approach è il risultato di un lavoro sui diritti dell’infanzia e sull’educazione iniziato nel secondo dopoguerra e diventato noto a livello internazionale negli anni Novanta. Non è un metodo rigido ma un approccio educativo e filosofico che si basa sull’idea di considerare il bambino una persona con diritti, interessi e capacità proprie già dalla primissima infanzia. Un tempo era considerato un approccio estremamente innovativo. Oggi non è diverso da quelli applicati anche in altri nidi e scuole dell’infanzia in Italia: ciò che differenzia il modello di Reggio Emilia è che è stato istituzionalizzato in tutta la città, e che il comune ne è il gestore e finanziatore, tanto che possiede il marchio registrato Reggio Emilia Approach.

L’idea centrale è che la scuola debba lasciare spazio all’autonomia, alla curiosità e alla partecipazione dei bambini, favorendo un rapporto il più possibile paritario con educatrici ed educatori.

Per esempio ogni mattina, solitamente verso le 9:00, i bambini si riuniscono per confrontarsi su come si è sviluppata o si svilupperà la loro giornata. I bambini si siedono in cerchio, chiedono di parlare alzando la mano, e aspettano il loro turno ascoltando gli altri. L’obiettivo è che ciascuno possa contribuire e che le decisioni non vengano prese solo dagli adulti. All’assemblea partecipano tutti i bambini della scuola dell’infanzia (che hanno dai 3 ai 6 anni), ma anche per i bambini più grandi del nido vengono organizzati dei momenti di confronto simili.
Durante la giornata scolastica i bambini fanno molte attività artistiche e laboratoriali. In tutte le scuole c’è uno spazio dedicato all’arte e alla sperimentazione creativa, gestito da un “atelierista”, cioè un insegnante con formazione artistica che accompagna i bambini nell’uso di linguaggi diversi, dalla pittura alla modellazione dell’argilla.

Nelle scuole che seguono questo approccio anche gli spazi hanno un ruolo importante. Gli ambienti sono pensati per essere accoglienti, ricchi di stimoli e pieni di materiali che i bambini possono toccare e usare liberamente. Viene data anche grande attenzione al rapporto con la natura, attraverso giardini, orti e attività all’aperto.

Tutto il personale scolastico viene formato secondo i principi del Reggio Emilia Approach, compreso il personale di cucina. Per questo anche la preparazione del cibo può diventare un momento educativo condiviso con i bambini, integrato nelle attività quotidiane della scuola.

In tutte le scuole esistono inoltre i “Consigli Infanzia Città”, organismi a cui partecipano genitori e personale scolastico, ma aperti anche agli abitanti del quartiere interessati al funzionamento del servizio educativo. I consigli si riuniscono periodicamente per discutere di come stanno andando le attività scolastiche, di cosa potrebbe essere migliorato e degli aspetti che invece funzionano bene.

Nel tempo il Reggio Emilia Approach è diventato uno degli elementi più riconoscibili della città. L’amministrazione comunale finanzia il progetto destinando circa il 13 per cento del budget annuale nel comparto prescolastico.Viene applicato in tutti i nidi comunali ma non solo. Grazie a un protocollo d’intesa, il comune collabora anche con nidi gestiti da cooperative sociali e con scuole statali e paritarie, aiutandoli ad applicare l’approccio educativo reggiano.

Nella provincia di Reggio Emilia i nidi sono presenti in maniera piuttosto capillare, in tutta la provincia ce ne è almeno uno per comune, un dato abbastanza inusuale per l’Italia. Nella città di Reggio Emilia – dove vivono 170mila persone – ci sono circa 30 asili asili nido di cui 13 comunali e 13 a gestione indiretta, gestiti cioè dalle cooperative sociali. «A differenza di altri territori che tendono a esternalizzare i servizi, Reggio Emilia mantiene una percentuale molto elevata di nidi e scuole dell’infanzia a gestione comunale diretta», spiega Marwa Mahmoud, assessora alle Politiche educative con delega a scuole e nidi d’infanzia. La volontà dell’amministrazione, dice, è di non privatizzare il sistema e continuare a investire nel settore pubblico.

Il lavoro portato avanti dal comune di Reggio Emilia sui servizi educativi per la prima infanzia ha contribuito a raggiungere livelli molto alti di partecipazione scolastica: circa il 64 per cento nella fascia 0-3 anni e il 99 per cento nella scuola dell’infanzia.

Il Reggio Emilia Approach è diventato famoso in tutto il mondo negli anni ’90. Nel 1991 il magazine americano Newsweek pubblicò un articolo sulla scuola dell’infanzia Diana di Reggio Emilia definendola una delle 10 scuole migliori al mondo. Nel 1994 il comune creò la Reggio Children, un’azienda dedicata alla diffusione internazionale del “modello Reggio” sviluppato nelle scuole cittadine. Da quel momento è cresciuto parecchio l’interesse per questo approccio, che si è diffuso in molti altri paesi: c’è una comunità di scuole che seguono il Reggio Emilia Approach negli Stati Uniti.

L’interesse per i diritti dell’infanzia è presente da molto tempo a Reggio Emilia. Dopo la fine della seconda guerra mondiale un gruppo di donne dell’Unione donne italiane (Udi) cominciò ad aprire scuole materne e asili nido popolari autogestiti nella provincia di Reggio Emilia, soprattutto nelle aree di campagna. Uno di questi, che si trova nella frazione di Villa Cella, fu costruito grazie ai ricavi ottenuti dalla vendita di un carro armato e di alcuni cavalli lasciati dai tedeschi in ritirata.

Quando Loris Malaguzzi, un maestro e pedagogista della zona, venne a conoscenza dell’apertura della scuola di Villa Cella, decise di collaborare con le donne dell’Udi. Negli anni successivi diventò la figura centrale del progetto educativo e lavorò con il comune di Reggio Emilia alla creazione delle prime scuole comunali, poi dal 1971 al coordinamento del sistema dei nidi.

A Malaguzzi si deve anche una delle idee più note del Reggio Emilia Approach: quella secondo cui i bambini abbiano “cento linguaggi”, cioè molti modi diversi di esprimersi, conoscere il mondo e comunicare, che spesso la scuola tradizionale tenderebbe a limitare.

La principessa Kate durante la visita alla scuola dell'infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia (Jordan Pettitt/Getty Images)

Vesak 2026: tre giorni di incontri promossi dall’UBI per riflettere sulla libertà

Vesak 2026: tre giorni di incontri promossi dall'UBI per riflettere sulla libertà

Adista

Tra il 22 e il 24 maggio a Milano, presso il centro culturale “Fabbrica del Vapore”, avranno luogo eventi gratuiti e aperti a tutti sul significato della libertà, promossi dall’Unione Buddhista Italiana (UBI) in occasione del Vesak, la festività più sacra e importante del calendario buddhista che celebra la nascita, l’illuminazione e il passaggio al Parinirvana di Siddhartha Gautama (Buddha).

Tre giorni di dialoghi tra culture diverse per riflettere quest’anno su significhi oggi essere liberi, come individui e come società, e su come la via del Buddha possa ispirare libertà interiore e sociale nel mondo contemporaneo. Gli eventi vedranno la partecipazione di numerose personalità della società civile e dello spettacolo. Tra gli ospiti Elisa, Kasia Smutniak, Daria Bignardi, Khandro Tseringma Rinpoche, Gianluca Gotto, Massimo Pericolo, Vito Mancuso, Vasco Brondi, Raul Cremona, Hervé Barmasse, Daniel Goleman, Richard J. Davidson.

Tra gli eventi segnaliamo l’incontro interreligioso tra Ven. Thamthog Rinpoche, Izzedin Elzir, mons. Bressan per ricordare che il pluralismo è la base per una società realmente aperta.

«Se questa terra potesse parlare…». La canzone-denuncia (di un sacerdote) per la visita del Papa ad Acerra

mimmo iervolino website – Una canzone per dare Dio…

«Si sta terra putesse parlà, alluccanno dicesse ca nun ce ‘a fa cchiú…». Inizia così la poesia-canto di don Mimmo Iervolino, sacerdote e cantautore della diocesi di Nola che ha scritto testo e musica di una brano-inno che anche Papa Leone ascolterà ad Acerra, durante la visita di sabato 23 maggio, per volontà del vescovo Antonio Di Donna.
Traducendo l’attacco in italiano: «Se questa terra potesse parlare, gridando direbbe che non ce la fa più». Un lamento che si alza dalle viscere della terra, dalle acque inquinate, dai campi inzozzati dalla camorra, dagli sversamenti illeciti, dall’incuria e indifferenza dei cittadini, dalle lentezze, minimizzazioni e omissioni delle istituzioni. Quella miscela esplosiva che ha creato la cosiddetta “Terra dei fuochi”, di cui i roghi tossici sono la velenosa parte visibile.
Don Mimmo, sacerdote nella fazione di Faibano di Camposano, a pochi chilometri da Nola e Acerra, e dunque nell’epicentro della questione ambientale e dei picchi tumorali, ha ormai nel bagaglio decine di brani che uniscono fede e impegno sociale. “Si sta terra” risale a quattro anni fa, in occasione della nascita del circolo Laudato si’ di Pomigliano d’Arco, la città in cui il sacerdote ha svolto la sua precedente esperienza pastorale a sostegno di don Peppino Gambardella, noto sul territorio come “il prete degli operai”. Ed è forse è il brano più sentito di don Iervolino, non solo perché sarà ascoltato da Leone XIV, ma anche perché raccoglie anni di battaglie, sconfitte e vittorie delle Chiese locali nella denuncia della Terra dei fuochi. Un brano in cui la Speranza non manca, ma fa amaramente i conti con la realtà: «Si sta terra putesse sentì ca ce sta chi ‘a sente, chi ‘a tene mente… ripigliasse ciato,  e pure culore, aspettanno ca passa stu tiempo ‘e dulore». Ovvero: «Se questa terra potesse sentire che c’è ancora chi la sente, chi le vuole bene. riprenderebbe fiato, e anche colore, aspettando che passi questo tempo di dolore». Un messaggio chiaro: in questa terra l’uomo ha tradito se stesso e il suo prossimo, e la terra stessa sanguina per il tradimento di chi doveva averne cura.

IL TESTO IN DIALETTO

Si sta terra  putesse parlà, alluccanno dicesse ca nun ce ‘a fa cchiú.
Si sta terra putesse parlà, ce dicesse che è stanca de’ schiaffe che ‘a dammo.
Nun tene cchiù aria pe quanto s’inquina.
Nun tene cchiù acqua pe fa nascere ancora.
Nun tene cchiù forza pe fermà chesta morte, ‘e chill’ uommene ‘e niente, senza Dio e senza cuscienza.
Si sta terra putesse cantà c”e cantasse co ‘o core ‘e santa ragione: “Ma che faje? Te vinne ‘a salute pe tre solde fetienti, ca nun valene niente?”.
Povera terra, tradita e vennuta, povero Dio, che guarda d”o Cielo tutta a munnezza ‘e chist’ omme ribelle, oramai senza Dio, pronto sulo pe l’inferno.
Si sta terra putesse sentì ca ce sta chi ‘a sente, chi ‘a tene mente.
Si sta terra putesse sentì ca nun so’  tutti uommene ‘e niente senza cuscienza, ripigliasse ciato, e pure culore, aspettanno ca passa stu tiempo ‘e dulore.
E a chilli pochi che ce credono ancora prummettesse speranza ‘e na vita migliore.
Ripigliasse ciato, e pure culore, aspettanno ca passa stu tiempo ‘e dulore.
E a chilli pochi che ce credono ancora prumettesse speranza pe na vita migliore.

IL TESTO IN ITALIANO

Se questa terra potesse parlare, gridando direbbe che non ce la fa più.
Se questa terra potesse parlare, ci direbbe che è stanca degli schiaffi che le diamo.
Non ha più aria per quanto si inquina.
Non ha più acqua per far nascere ancora.
Non ha più forza per fermare questa morte, di quegli uomini di niente, senza Dio e senza coscienza.
Se questa terra  potesse cantare ce le canterebbe col cuore di santa ragione: “Ma che fai? Ti vendi la salute per tre soldi sporchi, che non valgono nulla?”.
Povera terra, povero Dio, che guarda dal Cielo tutta l’immondizia di quest’uomo ribelle, ormai senza Dio, pronto solo per l’inferno.
Se questa terra potesse sentire che c’è chi la sente, chi le vuole bene.
Se questa terra potesse sentire che non tutti sono ‘uomini di niente’  senza coscienza.
Riprenderebbe fiato, ed anche colore aspettando che passi questo tempo di dolore.
E a quei pochi che ci credono ancora prometterebbe speranza per una vita migliore.

Si intitola “Lunga percorrenza” la rassegna culturale che dal 29 maggio al 23 giugno, insieme a Stazione Radio di Milano, vedrà confrontarsi in un’inedita location i testimoni della storia e dell’attualità

Bazoli, Manconi, Zamagni, padre Bernardo Gianni, Granata: Avvenire lancia i dialoghi sul futuro

Avvenire

A volte serve un viaggio per immergersi nella realtà e per allargare lo sguardo. Un viaggio metaforico dove le fermate sono un’occasione per guardare lontano. Conta la voglia di incontrare l’altro, di conoscersi, di discutere. Il progetto nato dalla partnership tra Avvenire e Stazione Radio richiama tutto questo. Innanzitutto grazie al nome. “Lunga percorrenza. Persone che aiutano a guardare lontano” è infatti il titolo di una rassegna culturale che, dal 29 maggio al 23 giugno prossimo, sarà anche un videopodcast a puntate pubblicato sul nostro sito e insieme una collezione di interviste esclusive a testimoni dell’attualità e della storia.
La location in cui questa manifestazione si svolgerà dice molto dello spirito dell’iniziativa: si tratta dell’ex sottostazione elettrica di Milano Centrale, situata in via Tofane 45, fra i quartieri di Greco e Gioia, in un luogo di suoni, storie e comunità. Un vagone aperto al pubblico, che funziona da palco, dove di volta in volta andrà in scena un confronto pubblico. Un confronto che permetterà al giornale di essere punto di dibattito sul territorio, a pochi passi dal Naviglio Martesana e in un angolo della città che ha bisogno di recuperare nuovi spazi di socialità e informazione a chilometro zero.
Si parte da Giovanni Bazoli, venerdì 29 maggio alle ore 19, con le “Conversazioni sulla vita eterna”, che prendono spunto dal libro scritto dal presidente emerito del Gruppo Intesa Sanpaolo per Morcelliana: sarà un dialogo sulla fede e sulla vita, che passa come sempre dall’intreccio tra generazioni. Martedì 2 giugno, festa della Repubblica, alle ore 20 toccherà a padre Bernardo Gianni, abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte, incrociare la missione profetica della Chiesa e dei suoi testimoni, con la drammatica fase storica che stiamo vivendo, all’insegna della guerra nei principali scenari del mondo. Il viaggio proseguirà, il martedì successivo, con una riflessione dell’urbanista Elena Granata sul futuro delle metropoli, tra sviluppo sempre più verticale e periferie (orizzontali) dimenticate. La rassegna si chiuderà con due testimoni unici: martedì 16 giugno Luigi Manconi, sociologo e fondatore dell’associazione A buon diritto, ragionerà sul «dolore sociale» che affligge le nostre comunità e sul bisogno di giustizia che arriva come un grido dal silenzio degli invisibili. Si chiuderà martedì 23 giugno con Stefano Zamagni, padre dell’economia civile, che da tempo ha lanciato l’allarme sulla tenuta delle democrazie: con lui ci chiederemo da dove possiamo ripartire, come credenti e non credenti, nel tempo dei nuovi poteri della tecno-oligarchia.

L’apertura anticipata della scuola in Emilia-Romagna è una svolta per la famiglia. E andrebbe seguita

I bambini delle scuole di Reggio Emilia in festa per la visita di Kate Middleton, avvenuta proprio nei giorni scorsi

Avvenire
I bambini delle scuole di Reggio Emilia in festa per la visita di Kate Middleton, avvenuta proprio nei giorni scorsi
Aprire le scuole prima dell’inizio delle lezioni «per aiutare le famiglie a vivere meglio». È questa la scelta dell’Emilia-Romagna, che dal 31 agosto al 14 settembre terrà appunto aperte le scuole primarie in 42 dei suoi Comuni con attività sportive, laboratori, musica, teatro, gioco e servizi educativi rivolti ai bambini dai 6 agli 11 anni. Una sperimentazione finanziata con 3 milioni di euro dalla Regione e destinata, nelle intenzioni del presidente Michele de Pascale, a diventare strutturale entro il 2027. E una notizia dirompente, per almeno tre ragioni. La prima è che, finalmente, qualcuno prende sul serio il gigantesco problema della conciliazione estiva. La seconda è che la scuola viene pensata non soltanto come luogo della didattica ma come infrastruttura sociale della comunità. La terza è che si prova a uscire dalla sterile contrapposizione tra chi vorrebbe accorciare le vacanze scolastiche e chi difende il calendario attuale come un residuo intoccabile della tradizione italiana.
Per capire la portata della decisione bisogna partire da un dato molto semplice: in Italia le vacanze scolastiche estive durano oltre dodici settimane, tra le più lunghe d’Europa. Un tempo enorme nella vita di una famiglia in cui entrambi i genitori lavorano, soprattutto se non esiste una rete di nonni disponibili o centri estivi privati economicamente sostenibili (fatta salva l’opzione degli oratori estivi, ovviamente, che sostenibile è ma che non copre tutto il periodo). Per milioni di famiglie italiane l’estate non è un tempo di riposo ma una lunga emergenza organizzativa. Una corsa a ostacoli fatta di ferie spezzettate, babysitter, campi estivi, smart working trasformato in accudimento domestico e, sempre più spesso, congedi parentali usati come extrema ratio. Lo raccontavano bene anche i dati analizzati dalla Fondazione Gi Group insieme a Valore D: nei mesi estivi, soprattutto a giugno e agosto, le richieste di congedo parentale aumentano sensibilmente, con picchi che riguardano soprattutto le madri. Non perché i figli abbiano improvvisamente più bisogno di cura in estate, ma perché il sistema italiano continua a scaricare quasi interamente sulle famiglie il costo organizzativo delle lunghissime pause scolastiche. E dentro questa fatica si consuma ancora una volta una storica disuguaglianza di genere: sono soprattutto le donne a ridurre il lavoro, adattare gli orari, rinunciare a opportunità professionali per “coprire” i vuoti lasciati dall’assenza di servizi. In questo senso la scelta dell’Emilia-Romagna intercetta un punto decisivo: non modifica formalmente il calendario scolastico evitando così il conflitto con insegnanti, dirigenti e famiglie che ancora utilizzano settembre per le ferie, ma introduce un modello intermedio che riconosce una verità evidente, e cioè che oggi la scuola non può limitarsi alle ore di lezione. Deve diventare una presenza educativa più ampia, capace di accompagnare la vita concreta delle famiglie. Le attività saranno infatti gestite da educatori, associazioni sportive e culturali, realtà del terzo settore. I bambini non torneranno sui libri ma vivranno laboratori, esperienze creative, gioco, socialità.
Negli ultimi anni il tema delle “scuole aperte” è diventato centrale in molti Paesi europei proprio perché gli edifici scolastici sono tra i pochi presìdi pubblici diffusi nei territori. Tenerli chiusi per tre mesi l’anno mentre le famiglie arrancano appare sempre più anacronistico. L’Emilia-Romagna, in questo senso, prova a immaginare la scuola come un’infrastruttura sociale permanente, non soltanto come un servizio didattico a tempo determinato. Naturalmente le questioni aperte non mancano. La prima riguarda le disuguaglianze territoriali: la sperimentazione coinvolge 42 Comuni e Unioni di Comuni, ma la qualità dell’offerta dipenderà molto dalle reti associative locali, dagli spazi disponibili, dalla capacità organizzativa delle amministrazioni. Esiste il rischio concreto di creare territori ricchi di opportunità educative e altri in cui l’apertura anticipata si traduca in una semplice forma di custodia. Poi c’è il nodo climatico. Negli ultimi anni il dibattito sulla revisione del calendario scolastico si è intrecciato inevitabilmente all’aumento delle temperature. Le proposte avanzate nei mesi scorsi dall’allora ministra del Turismo Daniela Santanchè, orientate a distribuire diversamente le vacanze per favorire la destagionalizzazione del turismo, avevano suscitato molte critiche proprio perché una parte consistente delle scuole italiane non è attrezzata per affrontare il caldo di giugno e settembre. Edifici senza climatizzazione, aule inadatte, città soffocate dalle ondate di calore rendono difficile immaginare un semplice “allungamento” dell’anno scolastico tradizionale.
La soluzione dell’Emilia-Romagna tenta di aggirare il problema con maggiore flessibilità: attività leggere, orari modulabili, gestione comunale e, ovviamente, adesione volontaria. Ma la questione che dovrebbe al più presto imporsi al dibattito pubblico e politico è un’altra: non quando si va o si torna dalla vacanza, ma quale alleanza (e quale alleanza pubblica) vogliamo costruire intorno alla crescita dei bambini. Per decenni il modello italiano ha retto grazie a una struttura familiare estesa: nonni presenti, madri meno inserite nel mercato del lavoro, comunità territoriali più stabili. Quel mondo però adesso si sta sgretolando: si fanno figli più tardi (quando si fanno, perché il “costo” dei figli e della conciliazione è tra le ragioni principali del crollo demografico), i nonni sono più anziani, le famiglie vivono lontane, la mobilità lavorativa aumenta, il lavoro femminile resta fragile e discontinuo. Continuare a immaginare che tre mesi di chiusura scolastica possano essere gestiti privatamente dalle famiglie significa ignorare la trasformazione profonda della società italiana.