
Il piacevole urto avvolgente della voce poderosa che scaturiva da chissà quali caverne nel gran corpo da gigante, quella voce pronta ad arrotolarsi come una biscia sul sentiero, nella selva di «erre» arrotate dal dialetto che l’italiano forbito gli metteva in testa e in gola. Francesco Guccini se n’è andato lo scorso 6 agosto, a 86 anni.
Il rito del fiasco di vino accanto sul palco, che fosse uno spazio all’aperto in una Festa dell’Unità, un palasport o un teatro preso a caso nella Penisola: «Ma solo per dissetarmi», la battuta consueta. Le sigarette bruciate con una passione che era indizio ed emblema di altre passioni divoranti, quasi un voler sorbire il mondo in una nuvola di tabacco, e risputarlo fuori un po’ migliore e un po’ più denso: con le letture forsennate, gli studi, la conoscenza pressoché enciclopedica dei repertori popolari e della storia della canzone italiana. Le notti brave degli anni Sessanta e Settanta, che significavano veglie in osteria fino allo spolvero della mattina, le carte in mano, il bicchiere da rabboccare, le disfide omeriche con gli amici e i colleghi a botte di rime inventate e citazioni coltissime. Magari qualche appunto preso al volo sulla tovaglia di carta macchiata di rosso, su un tovagliolo, che poi, nel gioco labirintico di malinconia ed esaltazione vitale che lo possedeva, diventavano canzoni pesanti.
RITORNO ALLE RADICI
E poi, come succede anche ai giganti, quando i passi ben più notevoli di quelli delle persone normali cominciano a fiaccare il respiro, il progressivo ritiro nella sua tana sull’Appennino, la Pàvana delle sue radici, di cui aveva anche ricostruito compiutamente il dizionario della lingua, con scrupolo filologico, perché i Guccini apparivano già, lì, in documenti del Cinquecento, e le difficoltà d’un corpo possente che mancava la presa, gli imponeva altre rallentate stagioni della vita che declinava.
Ad esempio perdere progressivamente la capacità di leggere, il dover ricorrere a schermi e ingranditori, ma, assieme, nella casa avita, la possibilità di ripescare da un serbatoio gigantesco di ricordi ed emozioni il materiale crudo e vivo per inventare storie che sapevano di acqua sorgiva di ruscello e castagne, di fuoco a legna e urto con una modernità isterica e superficiale che non gli apparteneva. Storie che diventavano libri, e libri che resteranno. Questo era il Guccini scrittore, superbo artigiano delle parole, che scrivesse i suoi Dizionari delle cose perdute, che sceneggiasse fumetti, o che stringesse rinnovati sodalizi per i suoi gialli d’Appenino con l’amico Loriano Machiavelli.
L’ultimo libro non ha fatto in tempo a vederlo: si intitola Calde le pere, uscirà a settembre, e ancora una volta il cantautore scrittore ha voluto solcare il mare magnum della sua memoria appenninica, col consueto affondo su Pàvana, frazione di Sambuca Pistoiese, crocevia di gente e di traffici per secoli, dove, per dirla con Silvio D’Arzo, ci sono «montagne fin che ne vuoi». Questo era Francesco Guccini, detto dagli amici, e a buon motivo, «Il Maestrone».
Così s’era intitolato uno spettacolo di ricordi affettuosi che gli aveva dedicato Gian Piero Alloisio, che al Maestrone aveva fornito in dote la struggente Venezia, ricevendone in cambio altri brani. Il Maestrone: per le dimensioni del gran corpo sonante, per la curiosa, funambolica capacità di essere al contempo creatura nutrita di letteratura e profondo uomo del popolo e della sua terra, «tra la via Emilia e il West».
Guccini non c’è più, se n’è andato e pensarlo fa venire in mente quando sui sentieri montuosi spina dorsale d’Italia ci si imbatte in quelle case di pietra svuotate e irte di rovi, che rammentano, per contrasto, quanta vita, quante parole, quante emozioni devono aver sfiorato milioni di volte quei muri, incistandosi tra pietra e pietra. Era nato a Modena nel 1940, il 14 giugno, lì s’era trasferita la sua famiglia: «Entro nel mondo che l’Italia era in guerra da quattro giorni, quando si dice nascere sotto una buona stella», diceva lui con la consueta ironia. «Cosa vuol fare da grande questo bambino?», chiede il maestro delle elementari di Francesco al padre, e il genitore risponde: «Vuol fare lo scrittore», «Se lo dimentichi, non è assolutamente capace di scrivere», il lapidario commento dell’insegnante.
Già la svolta delle Magistrali, poi, indicherà un’altra, ben diversa via. Gli amici modenesi di Guccini al Bar Grand’Italia sono i ragazzi che poi formeranno l’Equipe 84, i Nomadi, Franco Bonvicini che diventerà il Bonvi fumettista delle Sturmtruppen, il professore e traduttore Franco Tedeschi, che gli instilla una passione bruciante, divorante per i libri: la Biblioteca Estense dove rifugiarsi è una sorta di approdo fisso. Sono già delineati i tratti degli interessi che Guccini coltiverà per una vita: la letteratura, la poesia, la musica che cresce attorno, e che all’epoca è il primo ruspante, ruvido beat dei capelloni, il rock and roll a stelle e strisce, il jazz ascoltato sui dischi, le canzoni popolari che riemergono e nascondono vertigini di vero nell’apparente formulaicità. Guccini impara a suonare la chitarra, fa l’orchestrale.
Dopo Modena, nuovo trasferimento: Bologna, la città delle osterie, e in particolare quel centro di convergenza di interessi culturali scapigliati, confusi, febbrili e stimolanti per tiratardi professionisti che è l’Osteria dei Poeti. Intanto sono arrivati i dischi di Bob Dylan, palestra impervia per apprendimento di songwriting, non per Guccini, che l’inglese lo mastica assai bene.
ALTALENA ESISTENZIALE
Così inizia il Guccini cantautore, affiancato al Guccini cronista e insegnante, sfolgorante avvio con Folk Beat n°1, 1967, con la memorabile Auschwitz, nel ’70 Due anni dopo, affondo esistenziale nella malmostosa ipocrisia borghese, e a seguire L’isola non trovata, con Canzone di notte e Un altro giorno è andato, l’inquietudine del tempo che ci divora come nessuno ha mai descritto prima. Nel 1972 il primo capo d’opera, Radici, che inanella brani che diventeranno patrimonio di (quasi) tutti: Piccola città, Incontro, Il vecchio e il bambino, e l’epica ri-costruzione di una canzone popolare con la storia del ferroviere anarchico suicida, La locomotiva.
L’altalena esistenziale riprende il sopravvento con il complesso Stanze di vita quotidiana, ma il successo con i numeri grossi arriva nel 1976 con Via Paolo Fabbri 43: una canzone devastante sull’aborto, la micidiale (e spesso incompresa) L’avvelenata. È un periodo esaltante di creatività autoriale per Guccini: arriva Amerigo, con la magnifica canzone sull’America dello zio emigrante, e Metropolis, un album sulle storie delle «città visibili», e il quasi gemello Guccini, del ’93. Un altro piccolo capolavoro con Quello che non… con Cencio e la Canzone per Anna, e un gran colpo piazzato con Parnassius Guccini, 1993, Targa Tenco, con la Canzone per Silvia (Baraldini) e Nostra Signora dell’Ipocrisia.
Stagioni del 2000 riprende la ultra decennale riflessione sul tempo che incalza, c’è anche un duetto con Ligabue, Ho ancora la forza. Ritratti, del 2004, ci racconta di Ulisse, di Che Guevara, di Cristoforo Colombo, di Carlo Giuliani con una poesia perentoria che non ha un solo momento retorico. Guccini comincia ad accusare la stanchezza e a prediligere la scrittura, sul comporre canzoni che impongono un rituale di presentazioni e concerti che lo affatica. Però c’è tempo per un capolavoro finale di inediti, L’ultima Thule: con la Canzone di notte n. 4, Il testamento di un pagliaccio. Inciso a Pàvana, nel suo mulino atavico riattato da cui partirono i Guccini. Il tempo, a volte, sa richiudersi su se stesso.
il Manifesto