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Domodossola, debutto per i nuovi istituti comprensivi dopo mesi di polemiche.

Lunedì alle 11 nell’edificio alla Cappuccina ci sarà la cerimonia inaugurale

La scuola elementare Kennedy

la stampa

Il 14 settembre, a Domodossola, non segna solo l’avvio del nuovo anno scolastico. Dopo mesi di discussioni e aspri confronti prende corpo il progetto degli istituti comprensivi. Sopite anche le polemiche relative allo smembramento della scuola media. Nella riorganizzazione la Floreanini ha ceduto la direzione delle classi delle vecchie Ungaretti. L’anno scorso è servito per trasferire dalla carta alla realtà il piano che ha congedato i «vecchi» circoli didattici a favore dei più moderni istituti comprensivi Domo 1 e 2.

Il primo conta 700 studenti suddivisi in 11 sezioni di scuola dell’infanzia, 21 classi di primaria e 9 di scuola media. Fanno capo alla dirigente scolastica Patrizia Taglianetti gli asili Rodari, Milani e Terezin insieme a Masera, le primarie Milani e le media di via Ceretti

Alle scuole medie sarà la stessa dirigente ad accogliere le classi e i genitori per dare loro il benvenuto.

«Alle Milani ospiteremo il sottosegretario alla presidenza della Regione Alberto Preioni, che ci ha scelto per inaugurare il nuovo anno scolastico» dice Taglianetti.

L’istituto comprensivo Domo 2 ha organizzato per domani alle 11 nel cortile dell’edificio situato nel cuore del quartiere Cappuccina un momento inaugurale. Assieme alla dirigente scolastica Chiara Varesi ci sarà il sindaco di Domodossola Lucio Pizzi. Domo 2 conta 4 classi dell’infanzia, 18 per le scuole medie e 21 per le elementari. Si compone delle scuole dell’infanzia Fernandez e di Trontano per un totale di 80 bambini assieme alle primarie Kennedy con le elementari di Trontano e le medie di via Terracini con 770 studenti.

Un momento storico per questo istituto che arriva a 67 anni dalla nascita della prima scuola del quartiere all’interno dell’ex Casa del fanciullo, 57 anni dopo il taglio del nastro dell’elementare Kennedy, i 50 delle medie Giovanni XXIII e i 38 dell’indirizzo musicale.

Al Sacro Monte Calvario una giornata in memoria di don Clemente Rebora

Al Sacro Monte Calvario una giornata in memoria di don Clemente Rebora

Domenica 20 settembre il Sacro Monte Calvario di Domodossola ospiterà una giornata dedicata alla figura di don Clemente Rebora, in occasione del 90° anniversario della celebrazione della sua prima messa tenutasi proprio al Sacro Monte Calvario, il 20 settembre 1936.

La giornata si aprirà alle 10.00 con la santa messa, con la partecipazione della Cappella Musicale del Sacro Monte Calvario e, a seguire, verrà scoperta e benedetta la stele con la foto di don Rebora scattata al termine della sua prima messa. L’immagine di don Rebora è stata restaurata grazie all’impegno della Società di Mutuo Soccorso di Domodossola.

Nel pomeriggio, a partire dalle 17.00, presso la Sala Bozzetti al Calvario si inizierà con un ricordo del percorso sacerdotale di Clemente Rebora da parte di Don Vito Nardin. A seguire un reading, a cura della Società di Mutuo Soccorso di Domodossola e dell’associazione LetterAltura, tratto dal libro “Da eterna poesia – un poeta sulle orme di Dante: Clemente Rebora” del professor Roberto Cicala. Le letture saranno a cura dello stesso autore, accompagnato da Roberto Bassa al pianoforte e dalle voci recitanti di Raffaella Gambuzzi e Mario Stelitano.

Al termine, un rinfresco curato dalla Trattoria Sacro Monte. L’ingresso è a offerta libera.

Ossola News

Sudare sui libri. Davvero!

Sudare sui libri. Davvero!

Avvenire

È settembre, l’autunno è alle porte ma gran parte d’Italia è ancora avvolta da un caldo torrido che non lascia tregua a nessuno. Compresi ai quasi otto milioni di ragazzi che si apprestano a tornare sui banchi di scuola. Nel nostro Paese gli istituti non sono attrezzati per le alte temperature, raramente hanno ventilatori e appena una manciata possono contare sull’aria condizionata. In queste condizioni le aule rischiano di trasformarsi in un forno. Pensate stare a 35 gradi per sei ore in una stanza in venti o trenta persone, vestiti con i pantaloni lunghi e magari persino coperti dal grembiule… Preoccupati dalla faccenda, nei giorni scorsi i sindacati hanno proposto di ritardare l’inizio delle lezioni: in alcune regioni, però, l’allarme è rientrato in tempo, grazie a un cambio di meteo; al Sud invece l’idea s’avvicina alla realizzazione. In Sicilia, per esempio, alcuni sindaci chiedono alla regione di posticipare la prima campanella al 21 settembre. Lo ha già fatto, firmando di suo pugno un’ordinanza, il primo cittadino di Rosolini. in provincia di Siracusa. Intanto per mettere un freno all’emergenza, il ministero dell’Istruzione ha investito venti milioni per installare – nei prossimi mesi – condizionatori nelle scuole. Ma la cifra non basta per attrezzare tutte le aule cui servirebbero. Subito.
Temperature eccezionali. Purtroppo no
Sui giornali, per strada e al bar, il caldo estremo che ha accompagnato l’Italia fino e ben oltre l’inizio di settembre viene ancora descritto come eccezionale. In realtà le temperature registrate in questo periodo sono sempre meno straordinarie: gli esperti concordano che il cambiamento climatico ha aumentato la probabilità di verificarsi di ondate di calore a partire da maggio – quando a scuola si va ancora – e fino a settembre inoltrato. Per questo motivo per mettere l’aria condizionata a scuola, a quelle di tutte le latitudini visto che le alte temperature colpiscono tutte le regioni, occorrerà affrettarsi. C’è da dire che negli ultimi quattro anni il numero degli edifici scolastici che hanno aggiunto un impianto di raffrescamento è raddoppiato; ciononostante oggi su quasi quarantamila istituti – è il calcolo ufficiale dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica, aggiornato all’anno scolastico 2024-2025 – hanno il condizionatore soltanto 2.835 scuole, ovvero il 7,20% del totale. E nemmeno qui il pericolo è scampato: la rete di condizionamento non sempre copre tutte le aule e si stima (non esistono, in proposito, calcoli ufficiali) che delle 365mila classi italiane siano attrezzate contro il caldo solo 26mila. Appena un’aula su 14.
I bambini i più accaldati
Il caldo nelle classi è una questione particolarmente seria: i bambini, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, si adattano alle alte temperature con più difficoltà rispetto agli adulti. Il loro organismo produce più calore in rapporto al peso ed è meno capace di disperderlo attraverso il sudore. E poi i più piccoli spesso non riconoscono subito la sete o i segnali di malessere e dipendono dagli adulti per bere, riposarsi o spostarsi in un luogo più freddo. Per tutti questi motivi, quando c’è un’ondata di calore, aumenta il numero di bambini che finiscono al pronto soccorso.
Contro l’inverno poca efficienza
Non attrezzate per l’estate, le scuole non sono messe meglio nemmeno per l’inverno. La maggioranza degli edifici – quasi sette su dieci – è scaldata a metano, un combustibile fossile che viene bruciato per scaldare l’acqua e distribuirla nei caloriferi e che, però, produce inquinanti e anidride carbonica. Quasi quattromila edifici, più di uno su dieci, risultano dotati delle caldaie a gasolio, ancora più inquinanti, mentre 41 usano addirittura l’olio. Solo 767 sono le scuole che dichiarano riscaldamenti elettrici, anche se non sappiamo quanti sono alimentati con fonti rinnovabili come pale eoliche o pannelli solari.

L’esploratore svizzero Betrand Piccard è pronto a una nuova impresa a emissioni zero. Per dimostrare che «si può proteggere l’ambiente in modo entusiasmante»

«Il mio aereo a idrogeno farà il giro del mondo»

Avvenire

«Questo aereo a idrogeno verde farà il giro del mondo senza scali e senza emissioni. Non è mai stato fatto. Climate Impulse è un modo per rendere desiderabile l’industria dell’idrogeno. Vuole mostrare che si può proteggere l’ambiente in modo entusiasmante. Con tutti i miei progetti, cerco di migliorare la qualità della vita». Dopo aver completato il giro del mondo nel 2016 con il velivolo fotovoltaico Solar Impulse, il celebre esploratore svizzero Bertrand Piccard, 68 anni, “campione della Terra” dell’Onu, prepara un’impresa ancor più ardita, accanto al navigatore e ingegnere francese Raphaël Dinelli. A Parigi, ci mostra in anteprima il modellino del velivolo biposto con il quale intende realizzare un vecchio sogno. Si tratta di una sorta di trimarano volante bianco: «Il battesimo dell’aria di Climate Impulse giungerà quest’anno, in vista della successiva fase di collaudo», ci rivela Piccard.
Perché si è lanciato in questa sfida?
Dopo il giro del mondo con Solar Impulse, mi sono impegnato a trovare delle soluzioni per proteggere l’ambiente. Le soluzioni esistenti, disponibili oggi per tutti, sono state selezionate dalla fondazione Solar Impulse. Ma vi sono pure soluzioni del futuro non ancora disponibili e che occorre inseguire. Ecco allora Climate Impulse. Voglio mostrare che in un mondo che ha paura dell’avvenire, in cui spesso i giovani si sentono a corto di soluzioni, le soluzioni invece esistono e si può fare molto meglio di quanto si creda, andando molto più in là, in uno spirito pionieristico e d’esplorazione.
L’aviazione civile è a un bivio?
Se ne parla molto e in effetti lo è. Ma occorre ricordare che l’aviazione civile provoca solo il 3% delle emissioni mondiali, mentre lo spreco alimentare rappresenta il 6% e l’industria tessile il 7%. Non bisogna dunque demonizzare l’aviazione. Nondimeno, come in tutti i campi, quest’ultima deve certamente fare meglio. In generale, occorrono più pompe di calore, più lampadine led, più mobilità elettrica e pure aerei con carburanti puliti. Con Climate Impulse, intendo mostrare che si può pure sviluppare l’industria dell’idrogeno in modo spettacolare, per dare a tutti voglia di utilizzarla.
Per lei, dunque, dovrà divenire un progetto faro?
Sì. Oggi, occorrono progetti faro come questo. Perché se si chiede semplicemente all’industria di fare qualcosa di nuovo, è probabile che vengano mosse obiezioni classiche: non è redditizio, non ci sono investimenti, non sappiamo come fare. Se invece si chiede a dei pionieri, allora, troveranno degli sponsor, non avranno paura di sbagliarsi e svilupperanno qualcosa di nuovo. Quando funzionerà, l’industria potrà integrare l’idea. Ecco il ruolo dei pionieri e degli esploratori.
Lei si è circondato di oltre 20 startup. L’unione di tanti piccoli può far meglio di un solo grande costruttore?
Il grande costruttore cerca un rapido ritorno d’investimento. Il progetto di un pioniere non ha lo scopo del profitto. Mira a riunire tutti quelli che hanno voglia di far meglio, partecipando a un progetto innovativo. Credo molto in questi progetti che saranno poi adottati dall’industria.
Tecnicamente, qual è la principale innovazione di Climate Impulse?
Innanzitutto, il fatto di volare con idrogeno liquido mantenuto a -253 gradi. Occorrono serbatoi estremamente leggeri. In generale, occorrerà un aereo abbastanza leggero per essere efficiente, per consumare molto poco. L’efficienza di quest’aereo dovrà permettere di fare davvero molti chilometri con poco idrogeno. In tal modo, potremo dare un segnale molto chiaro: l’idrogeno liquido può alimentare un aereo. Occorre pure che l’idrogeno liquido venga fabbricato in modo del tutto verde, con energie rinnovabili, per non avere emissioni inquinanti.
Un’aviazione pulita ispirerà altri ambiti?
Assolutamente. Perché se si potrà fare in cielo, è chiaro che sarà possibile pure al suolo.
I modelli dell’aereo di Piccard in esposizione a Parigi
I modelli dell'aereo di Piccard in esposizione a Parigi
Quali sono le molle più profonde della sua motivazione?
La mia molla principale è la frustrazione davanti a un mondo che funziona così male, proprio mentre potrebbe funzionare talmente meglio, nella governance, nel sociale, nella salute, nel multilateralismo. Penso che le tecnologie pulite e le energie rinnovabili siano un anello molto importante della catena. Ciò permette più sovranità e indipendenza. Non ci saranno più guerre per l’energia, se ciascuno la produce sul posto. Un’energia meno cara ha un valore sociale, specialmente per i diseredati. Sono in gioco pure nuovi sbocchi economici. Per un mondo migliore, dobbiamo intraprendere un’azione ambientale molto chiara, ma centrata sulle soluzioni.
È un obiettivo che insegue da lunga data?
Nel 1999, il pallone Breitling Orbiter 3 mi permise di fare il giro del mondo senza scali, ma con molte emissioni inquinanti, perché avevo 3,7 tonnellate di propano. Solar Impulse mi ha permesso di volare senza emissioni, ma con 16 scali. Non era molto pratico. Ho sempre voluto fare il giro del mondo senza scali e senza emissioni. È stato decisivo l’incontro con Raphaël Dinelli, che aveva voglia di fare lo stesso. Lui aveva le conoscenze per costruire l’aereo. Io ho l’esperienza per lanciare un progetto e trovare gli sponsor. Ci siamo detti di farlo assieme.
Occorrerà vincere pure un muro di scetticismo?
Sì, come sempre. L’umanità è terribilmente bloccata nelle proprie certezze del momento. Quando si dovette passare dal cavallo alla vettura, molti dicevano che era decisamente più semplice foraggiare i cavalli nelle stalle che costruire stazioni di servizio dappertutto. Il primo telefono portatile costava 15mila dollari e si trasportava nel bagagliaio, tanto era grosso e pesante. Oggi, abbiamo in tasca smartphone che costano un centinaio di euro. Lo stesso vale per il fotovoltaico. Una trentina d’anni fa, costava 40 volte di più di oggi. Era una nicchia. Oggi, è l’energia meno cara al mondo. Occorre mettere in movimento il cambiamento. Occorre divenire capaci di fare altro rispetto a ciò che si è sempre fatto e pensato.
Un’aviazione senza emissioni resta per molti un’utopia. Cosa vuol dire agli scettici?
Nel 1902, gli scettici “provarono” che un aereo più pesante dell’aria non avrebbe potuto mai volare. L’anno dopo, i fratelli Wright volarono con un aereo più pesante dell’aria. Agli scettici, dico: attenzione, perché quando le cose impossibili si realizzano, non fate mai una bella figura.

Genitori e figli / Con la fine di una storia non finisce la vita

Una coppa di fidanzati lungo il Tevere, a Roma

Avvenire

E se una storia d’amore non sboccia. E se un corteggiamento incalzante durato tre anni non dà l’esito sperato. E se alla fine i due protagonisti vedono le loro strade separarsi. Davvero possiamo parlare di un fallimento di vita? Non la pensa così Luciano Corradini, pedagogista, uomo di scuola, e grande appassionato dell’educazione civica. Lo fa affidando a un libro il carteggio che allora giovane adolescente degli anni Cinquanta, ebbe con la sua «Beatrice» (nome scelto per tutelare la vera identità dell’allora ragazza, ma che ha dato il proprio consenso alla pubblicazione delle lettere), compagna di scuola superiore. «Si è trattato di una esperienza di notevole intensità, che ha insegnato a entrambi, con tonalità diverse, a capre il valore e il dramma della libertà, dell’amore, dell’amicizia, dell’impegno a «fare sul serio», con onestà, nello studio, nella progettazione esistenziale, nella vita di fede», scrive Corradini in «Incipit vita nova» (pubblicato da Ars cooperativa naturae, pagine 158, euro 22). L’autore si dichiara consapevole che «le esperienze presentate da film come «La febbre del sabato sera» o «Notte prima degli esami» possono intercettare l’attenzione dei giovani d’oggi più facilmente che un epistolario castigato degli Anni Cinquanta. Credo, però, che valga la pena di provarci», chiarendo di non voler fare prediche (lui che è padre, nonno e bisnonno), ma di raccontare sentimenti, pensieri e progetti «con molti tratti comuni ai giovani d’oggi». Un racconto fatto in prima persona, nato anche dalle tante notizie di amori «malati» e «finiti nel sangue» che spesso la cronaca ripropone in ambito giovanile.
Un ardore di conquistare l’amata, che si coglie nella letture degli scritti pubblicato da Luciano e Beatrice. Anzi di parte con tre lettere proprio della ragazza, e a una di queste è stato messo il titolo «Il primo bacio» (che sarà anche l’unico in questi tre anni di appassionata vicenda): «Luciano ricordati sempre che sei stato il primo uomo che mi abbia baciata, perché non è una cosa da dimenticare». E poco dopo scrive «Ti ringrazio dell’aiuto che mi dai col tuo amore e la tua preghiera, vorrei potertelo ricambiare in qualche modo». Si coglie una certa titubanza in Beatrice, ma che non scoraggia affatto il nostro Luciano che anzi le risponde: «Sai che ti porto (alla fine dell‘estate che li sta separando, ndr)? Un amore grande, immenso, infinito, limpido come il mare calmo e, come quello, profondo». Il carteggio è davvero un esempio di grande impegno per accendere il fuoco dell’amore nella sua Beatrice, che in diverse pagine ammette di non sentire quelle certezze che esprime Luciano. Ma quest’ultimo non demorde e prosegue il suo corteggiamento con pazienza, amore e tanta tenacia, che agli occhi di chi legge, onestamente, appare in un certo senso sprecata. «Adesso sei un po’ incerta e titubante – scrive –, ma sarai felice appieno quando mi dirai: Luciano ti voglio bene. Affidati a me, abbia fiducia in me, abbi fiducia in noi, NOI (il maiuscolo è dell’autore), che saremo vicini a Dio».
Anche l’aspetto religioso è uno dei fili rossi che attraversa questo carteggio triennale. Luciano arriva addirittura a chiedere una benedizione speciale su questo amore in nascita, a padre Pio da Pietrelcina, durante una visita che il giovane reggiano compì dal 21 luglio 1952 a San Giovanni Rotondo. Interessante il colloquio che Corradini ebbe con il frate. «Oggi ho parlato con lui. È stato fantastico. Senti: ti dico tutto. Ho confessato quei due o tre peccatucci che ho fatto in questi giorni, poi gli ho parlato in breve della mia vita, delle mie aspirazioni e infine…di te, tesoro. Lui rideva, si lisciava la barba e, vedendomi tutto assorto, raccolto in preghiera dinanzi a lui, mi diceva: «Stai calmo, figliolo». Quando ha sentito che sono innamorato di te, ha fatto…»Eh Eh, mo mo, guagliò, penza a studià». Ho insistito: «Padre, ma io ho intenzione di sposarla, di prepararmi a dare una famiglia santa al Signore». E lui, ridendo, «Beh, studia, prega e fa a modo: fa annà dritta la barca e tutto va bene!» Grazie, Padre». Forse anche in questo caso il santo frate di Pietrelcina vide lontano su questo amore adolescenziale. Eppure Luciano scrive a Beatrice: «Sono uscito entusiasta. Il nostro amore è approvato da un mezzo santo, che ci ha accettati come figli spirituali, che pregherà per noi, ricordandoci ogni giorno nella Messa al Signore! Vedrai che la barca andrà dritta». Forse quel consiglio di pensare a studiare rivoltogli da padre Pio nasceva dal fatto che la barca non procederà come sperato e non raggiungerà il porto sperato. La relazione tenuta riservata (quasi segreta) alla fine viene scoperta dal padre di Beatrice. Alla notizia che il padre di Beatrice le ha intimato di non frequentare più quel giovane, Luciano scrive:» Ho pensato e ripensato alla nostra situazione; non tanto come giovane ingolfato fino al collo nell’amore, ma come uomo che sa ragionare anche quando avrebbe voglia di sragionare e sa vedere un po’ oggettivamente la propria vita. In un primo tempo, per chi, come me, veda in Dio la ragione di tutte le cose, il modo di fare di Gesù potrebbe sembrare un po’ uggioso e contrario all’amore: ma, a guardarci in fondo, la conclusione che noi aspettavamo da lui (e che Lui ci ha dato) è la migliore e la più ragionata. Anche senza l’intervento di tuo padre (che è stato il colpo di grazia!), mi ero accorto che non poteva durare a lungo la nostra situazione. Abbiamo ragione entrambi, perché di fatto siamo su binari diversi nel campo dell’amore: torniamo indietro, se non si può andare avanti». La fine di una storia d’amore (anche se un po’ a senso unico verrebbe da commentare). E neppure il tentativo di trasformarla in amicizia funziona.
Eppure da quello che si potrebbe definire un fallimento per i nostri Luciano e Beatrice si apre un futuro radioso, anche se separato. Beatrice troverà l’uomo della sua vita con il quale metterà su famiglia e oggi è mamma e nonna. Anche Luciano, che il prossimo 30 agosto compirà 91 anni, incrocia sulla sua strada una giovane ragazza, Maria Bona Bonomelli, con la quale si sposerà nel 1960 (il 30 giugno saranno 66 anni) e avrà due figlie e un figlio. Oggi la loro famiglia si compone anche di otto nipoti e una piccola pronipote di quasi quattro anni. E questo matrimonio ha permesso a Corradini anche di esprimere il suo secondo amore: la scuola e l’educazione, ricoprendo ruoli istituzionali (fu anche vicepresidente del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione e sottosegretario all’Istruzione con il ministro Giancarlo Lombardi negli anni 1994/95) e dirigenziali nell’associazionismo cattolico e professionale (Uciim e Aidu). Un pedagogista dal grande spirito europeo. «Anche Bona mi ha aiutato in questo lavoro editoriale – spiega Corradini – perché non vi ha letto una storia d’amore adolescenziale del marito, ma un messaggio ai giovani d’oggi perché sappiano che da un fallimento può sempre nascere un futuro inaspettato e migliore di quello che si era progettato». E ancora una volta vengono in aiuto due lettere, ma questa volta del 1987. Da una parte quella inviata da Corradini, nella quale scrive: «Ho ringraziato molte volte il Signore perché, attraverso il tuo no, maturato e probabilmente sofferto, Lui ha detto altri due sì: a me ha fatto trovare, come se mi fosse entrata dalla finestra con un colpo di vento, una ragazza meravigliosa, che mi ha ridato, con gli interessi, il frutto delle parole e delle lacrime che avevo rivolto a te. A te ha dato un marito, di cui non so nulla, se non che lo ami e che ti ha dato due figli». E molto bello anche un passaggio della risposta di Beatrice: «In seguito, negli anni che vennero, tu sei stato la pietra di paragone per alcuni ragazzi (non tanti), che ho incontrato e che ho scartato. E poi ho aspettato fino a 23 anni, quando una sera, inaspettatamente invitata ad una festa, ho incontrato mio marito. Per me è stato un colpo di fulmine, anzi una vera botta in testa e nel cuore. Di lui non sapevo niente, ma ho avuto fiducia e ho difeso questo amore coi denti, in principio contro tutti». Davvero quell’amore adolescenziale mai sbocciato ha dato vita a due vite meravigliose per i suoi protagonisti.

Il cuore fragile guida la rivoluzione

Gabriela Wiener: «Il cuore fragile guida la rivoluzione»

Avvenire

Il corpo, la politica, le lotte dei “vinti” sono da sempre il terreno di scrittura di Gabriela Wiener, giornalista peruviana e autrice tra le voci più originali della non-fiction latinoamericana. Wiener ha spesso raccontato senza reticenze l’intimità e le eredità del colonialismo, intrecciando memoir, reportage e invenzione. Dopo Corpo a corpo e Sanguemisto, torna in libreria in Italia con Atusparia, pubblicato da La Nuova Frontiera (pagine 256, euro 20,00), un romanzo post-indigenista, satirico e visionario, che segue una leader della sinistra perseguitata e rinchiusa in una colonia penitenziaria nel cuore dell’Amazzonia. Dal carcere, la protagonista ripercorre la propria educazione politica e sentimentale. Al Festivaletteratura di Mantova per presentare il libro, Wiener ci ha parlato del cuore fragile delle rivoluzioni, di ciò che le divide, delle contraddizioni del potere e di quanto può sopravvivere alle utopie sconfitte.
Atusparia nasce da una domanda: perché i movimenti di liberazione finiscono per disgregarsi?
«Forse all’origine ci sono esperienze più vicine a noi e altre domande più quotidiane, piccole e concrete, ad esempio: perché le amiche si allontanano, perché il mio collettivo si è sciolto, perché la nostra famiglia si è disgregata, perché la nostra rivoluzione è fallita. Il che ci porta a chiederci cosa c’entri la politica con l’amore e con tutto questo groviglio personale e intimo. A me scrivere questo libro ha portato domande sul nostro passato. E più di ogni altra cosa mi hanno ispirato le rivoluzioni soffocate, quelle dei vinti che tornano a resistere. E mi riferisco alle lotte indigene. A quel fatalismo della storia si risponde con il presente delle lotte, anche se le condizioni sono avverse e ineguali. Mentre gran parte della classe operaia urbana si è schierata a sostegno del fascismo, il movimento indigeno continua a essere l’epicentro della ribellione popolare dei più deboli, che comprende la difesa dei diritti di ogni forma di vita».
La scuola Atusparia cerca di conciliare il marxismo e il sapere ancestrale. Nel libro, l’esperimento appare insieme generoso e contraddittorio. È possibile educare qualcuno affinché diventi un rivoluzionario, oppure ogni pedagogia rivoluzionaria corre il rischio di trasformarsi in disciplina?
«Ad Atusparia l’educazione appare come un progetto che va oltre l’aspetto pedagogico; è uno strumento di trasformazione politica. L’educazione oggi, salvo eccezioni, non è un terreno in cui forgiare coscienze critiche, come sostenevano le utopie comuniste. È chiaro che si possono creare coscienze critiche e spiriti rivoluzionari con la giusta dose di conoscenze. La disciplina non mi sembra un rischio, mi sembra necessaria per forgiare militanze; credo nelle militanze politiche ed educative, ma mi sembra invece un rischio il pensiero unico. L’attuale progetto del neoliberismo consiste nel privatizzare l’istruzione senza trasformare nulla, per continuare a creare gerarchie e rendere l’istruzione riservata alle élite. Se c’è qualcosa che resta delle utopie comuniste, dovrebbe essere la difesa dell’istruzione pubblica».
Qual è, secondo lei, il nemico più pericoloso di un movimento di liberazione?
«Noi stessi e il potere, oltre a qualcosa di inevitabile: mescolare la politica con l’amore. E senza dubbio il purismo rivoluzionario, che ci trasforma in poliziotti che chiedono la tessera della rivoluzionaria perfetta».
Cosa succede a un movimento quando la coerenza richiesta dalla militanza entra in conflitto con il disordine della vita affettiva?
«Si impara molto sulla coerenza, ad esempio che essa non può essere il fine ultimo di nulla che abbia a che fare con l’umano. Siamo imperfetti e le nostre contraddizioni sono intrinseche a questo divenire. Comprendere che siamo fatti di questa instabilità e vulnerabilità può servire a impegnarci con maggiore consapevolezza di ciò che diamo noi, di ciò che possono dare gli altri, e a cercare di mettere al centro la comunità».
La rabbia è spesso considerata un sentimento politicamente sospetto. Nel suo romanzo è una forza generativa o consuma chi la prova?
«All’interno del movimento antirazzista in Spagna c’è una compagna a cui teniamo molto, Quinny Martínez, che ci ricorda sempre che la rabbia che proviamo non è una rabbia qualsiasi, ma dignitosa. È la rabbia dignitosa che guida una rivoluzione».

Il bellissimo film della regista May el-Toukhy sulle violenze contro le donne collaborazioniste dei nazisti vince
anche la Coppa Volpi femminile. Leone d’Argento per la regia a “Dau”, sullo sforzo bellico sovietico

Una scena di “Women unknown”
È iniziata tra le polemiche per la scarsa presenza di donne in concorso la 83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ma si è conclusa con il Leone d’oro a Woman Unknown di May el – Toukhy, uno dei film più belli e apprezzati della selezione di quest’anno, che ha consegnato nelle mani dell’attrice Mathilde Arcel la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Due tra i premi più prestigiosi dunque vanno a una storia ambientata nella Danimarca del secondo dopoguerra, quando si fanno i conti con chi ha collaborato con i nazisti punendo le donne che hanno amato dei tedeschi e risparmiando chi invece con il Terzo Reich aveva fatto affari senza scrupoli morali. In questo scenario si muove una donna con un segreto nel proprio passato che potrebbe compromettere per sempre la sua nuova posizione all’interno della società postbellica.

La riflessione sull’impatto di guerre e dittature nella vita delle persone emerge in altri film premiati ieri al Lido dalla giuria presieduta dall’americana Maggie Gyllenhaal. Il Leone d’Argento per la migliore regia va infatti Dau del dissidente russo Ilya Khrzhanovsky, che conclude il suo ventennale progetto multidisciplinare ispirato alla figura al fisico Lev Landau, padre della bomba atomica sovietica, costretto mettere il proprio talento al servizio di un regime mosso dall’ambizione di distruggere l’umanità. Entrato per ultimo nel novero dei film in competizione, Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor (la seconda donna in gara) vince il Premio speciale della Giuria denunciando lo sterminio dei palestinesi a Gaza meticolosamente pianificato dagli Israele. L’esercito israeliano ha respinto categoricamente le accuse del documentario, definendo le confessioni di militari e funzionari dell’intelligence presenti nel film come “testimonianze anonime e prive di riscontri veritieri”, ma i registi hanno replicato alle critiche ribadendo che ogni informazione e intervista è il frutto di un’inchiesta giornalistica approfondita, condotta e verificata nel corso di quasi tre anni insieme a testate internazionali come The Guardian, +972 Magazine e Local Call. E il direttore della Mostra Alberto Barbera ha commentato dicendo che escludere Naza dal Festival «sarebbe stato un atto di codardia». La Coppa Volpi a John Malkovich per l’applauditissimo Wild Horse Nine di Martin McDonagh premia poi l’interpretazione di un personaggio poeticamente struggente, che punta il dito contro le manipolazioni della Cia ai danni di tanti paesi del mondo e le violenze perpetrate dalla politica estera statunitense.

Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria va al coreano Lee Chang-dong per Possible Love, che incrocia i destini di due coppie appartenenti a classi sociali diverse e affronta il tema della fine del lavoro sulle tracce di un operaio licenziato da una fabbrica e disposto a lasciarsi intervistare da una documentarista. Il tema del lavoro torna anche in Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, che insieme a Coralie Amédéo e Olivier Gorce ha vinto il premio per la sceneggiatura. Interpretato da una strepitosa Alba Rohrwacher, il film segue la vicenda di una donna che, responsabile del personale in un’azienda, deve accettarne le regole di sottomissione imposte da un mondo al maschile pronto a calpestare valori e diritti in nome del profitto. Il Premio Marcello Mastroianni destinato a giovani interpreti emergenti va poi a Malou Khebizi per il film 15/18 (A Place to Heal) del francese Cédric Khan, che racconta di un gruppo di giovani pazienti ricoverati in un istituto per ragazzi in lotta contro il disagio mentale.
Torna dunque a casa a mani vuote l’Italia che, nonostante i cinque film in competizione, non è riuscita a salire sul palco della cerimonia finale, ma a riscattare l’orgoglio nazionale ci pensa Riccardo Scamarcio, migliore attore nella sezione Orizzonti per I figli della scimmia di Tommaso Landucci, che insieme a Damniano Femfert vince anche per la migliore sceneggiatura. La storia di un padre alle prese con un figlio disabile ha evidentemente lasciato un segno sulla giuria presieduta da Valerie Donzelli, che ha assegnato il premio per il miglior film a Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphael Balboni, commedia su una figlia decisa a vendicare una madre vittima di violenza anni prima. La migliore regia va alla greca Jacqueline Lentzu per A Day in the Life of Jo: Chapter Fedra, che incrocia fatti di cronaca e ricerca spirituale, mentre il Premio Speciale della Giuria è per La maison du vent del camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu, che conquista anche il premio per la migliore opera prima con la storia di una madre in attesa del ritorno a casa dei figli costretti a lasciare il paese per trovare lavoro. La migliore attrice di Orizzonti è invece Leleh Marzban per per Falling House dell’iraniano Mohsen Gharaei su un padre padrone nella periferia di Teheran. Il premio degli spettatori per la sezione Spotlight va infine a I Matter di Alina Serban su una giovane rom costretta in un orfanotrofio a confrontarsi con la propria identità e l’abbandono del padre.
Avvenire

 

Liturgia 13 Settembre 2026 XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Quante volte devo perdonare? Buon senso, opportunità, giustizia umana sono termini insufficienti per comprendere adeguatamente la morale cristiana; e non solo perché Cristo è venuto a perfezionare la legge. “Occhio per occhio e dente per dente”, come fu detto agli antichi è una norma che Cristo, nella sua autorità di legislatore supremo, dichiara superata. Ma c’è qualche cosa di più. Dopo la morte redentiva di Cristo l’uomo si trova in una situazione nuova: l’uomo è un perdonato. Il debito gli è stato rimesso, la sua condanna cancellata. “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). Il Padre ormai ci vede in Cristo: figli giustificati. Il mio peccato può ancora indebolire il mio rapporto filiale con il Padre, ma non può eliminarlo. Più che dal suo peccato l’uomo è determinato dal perdono infinitamente misericordioso di Dio: “Il peccato dell’uomo è un pugno di sabbia – così san Serafino di Sarov – la misericordia divina un mare sconfinato”. La miseria umana s’immerge nell’accoglienza purificatrice di Dio. Se questa è la novità portata da Cristo, anche il perdono umano deve adeguarsi ai parametri divini: “Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro” (Lc 6,36). Se il Padre guarda l’uomo come perdonato in Cristo, io non lo posso guardare come un condannato. Se il Padre ci accoglie in Cristo così come siamo per trasfigurarci in lui, l’accoglienza benevola diventa un bisogno della vita, una beatitudine. La comunità cristiana non pretende di essere una società di perfetti, ma vuole essere un luogo di perdono, una società di perdonati che ogni giorno gusta la gioia della benevolenza paterna e desidera renderla manifesta nel perdono reciproco.
Antifona d’ingresso
Dona pace, o Signore, a quanti in te confidano;
i tuoi profeti siano trovati degni di fede.
Ascolta la preghiera dei tuoi servi
e del tuo popolo, Israele. (Cf. Sir 36,18)
Colletta
O Dio, creatore e Signore dell’universo,
volgi a noi il tuo sguardo,
e fa’ che ci dedichiamo con tutte le forze al tuo servizio
per sperimentare la potenza della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, che ami la giustizia e ci avvolgi di perdono,
crea in noi un cuore puro a immagine del tuo Figlio,
un cuore più grande di ogni offesa,
più luminoso di ogni ombra,
per ricordare al mondo il tuo amore senza misura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Sir 27,33-28,9
Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Dal libro del Siràcide

Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.
Perdona l’offesa al tuo prossimo
e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,
come può chiedere la guarigione al Signore?
Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,
come può supplicare per i propri peccati?
Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,
come può ottenere il perdono di Dio?
Chi espierà per i suoi peccati?
Ricòrdati della fine e smetti di odiare,
della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.
Ricorda i precetti e non odiare il prossimo,
l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 102
Il Signore è buono e grande nell’amore.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Non è in lite per sempre,
non rimane adirato in eterno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.
Seconda lettura
Rm 14,7-9
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Gv 13,34

Alleluia, alleluia.
Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Alleluia.
Vangelo
Mt 18,21-35
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Certi che il Signore Gesù è presente là dove i fratelli sono riuniti nel suo nome, rivolgiamo al Padre la nostra umile e fiduciosa preghiera.
Preghiamo insieme e diciamo: Proteggi la tua famiglia, Signore.

1. Per la santa Chiesa: sostenuta dalla potenza dello Spirito Santo superi ogni tentazione che le viene dal mondo e operi incessantemente a edificare il regno di Dio nella giustizia e nell’amore. Preghiamo.
2. Per i candidati al ministero presbiterale: si dispongano a lasciarsi conformare dallo Spirito a Cristo buon pastore, per il bene dell’intera umanità. Preghiamo.
3. Per gli uomini di governo e gli amministratori del bene comune: superando ogni interesse di parte promuovano la giustizia e la solidarietà. Preghiamo.
4. Per i fratelli afflitti da malattia e da ogni genere di prova: nella partecipazione al mistero della santa Croce ricevano conforto, consolazione e incoraggiamento. Preghiamo.
5. Per noi che partecipiamo a questa Eucaristia: il Signore ci conceda di fare della nostra vita un umile e generoso servizio ai fratelli. Preghiamo.

O Dio onnipotente ed eterno, tu sei il nostro unico Signore e vuoi che ti amiamo sopra ogni cosa: esaudisci le nostre preghiere e conformaci al Figlio tuo, che con te vive e regna nei secoli dei secoli.
Preghiera sulle offerte
Ascolta con bontà, o Signore, le nostre preghiere
e accogli le offerte dei tuoi fedeli,
perché quanto ognuno offre in onore del tuo nome
giovi alla salvezza di tutti.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio!
Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali. (Sal 35,8)

Oppure:
Il calice della benedizione che noi benediciamo
è comunione con il Sangue di Cristo.
Il pane che noi spezziamo
è comunione con il Corpo di Cristo. (1Cor 10,16)

Oppure (Anno A):
Il Padre mio non perdonerà a voi,
se non perdonerete al vostro fratello. (Mt 18,35)
Preghiera dopo la comunione
La forza del tuo dono, o Signore,
operi nel nostro spirito e nel nostro corpo,
perché l’efficacia del sacramento ricevuto
preceda e accompagni sempre i nostri pensieri e le nostre azioni.
Per Cristo nostro Signore.

Superano il confine con la Svizzera per andare a funghi. Ma dopo aver raccolto 30 chili di porcini la polizia li ferma e glieli sequestra

Superano il confine con la Svizzera per andare a funghi. Ma dopo aver raccolto 30 chili di porcini la polizia li ferma e glieli sequestra

Due uomini di nazionalità italiana sono stati fermati lo scorso 5 settembre nei pressi del valico di Ligornetto al confine tra Svizzera e Italia. Si erano recati nel Ticino a bordo del loro Suv per raccogliere funghi quando la polizia ticinese li ha fermati sequestrando l’intero “bottino” che avevano nel veicolo. Le autorità svizzere, infatti, hanno trovato i due italiani in possesso di 30 chili di funghi porcini, un quantitativo cinque volte superiore a quello consentito dalla legge ticinsese che pone il limite di raccolta a 3 chili al giorno per persona.
La ricostruzione
Inizialmente i due italiani hanno raccontato alle autorità di aver raccolto i funghi in Germania, dove vige una legislazione diversa. Versione che tuttavia hanno successivamente ritrattato, confessando che i funghi provenivano dal territorio svizzero.

I due sono stati così denunciati dalle autorità all’Ufficio della natura e del paesaggio del Dipartimento del territorio per infrazione alla legge cantonale sulla raccolta di funghi. Secondo quanto riportano i media locali, i funghi sequestrati saranno donati a una casa di riposo per anziani situata nella zona.

Il Messaggero

101 giorni di Rivoluzione dei Fenicotteri: L’Albania non è in vendita, il governo sì

Polizia in abiti civili durante il 101esimo giorno della protesta dei fenicotteri, a Tirana, in Albania

L’8 settembre la Rivoluzione dei Fenicotteri ha raggiunto il suo 101° giorno consecutivo. Un numero che, da solo, racconta solo in parte ciò che sta accadendo in Albania.

Lunedì 7 settembre, in occasione del 100° giorno, era stata convocata una manifestazione nazionale. Il momento più significativo è stato sicuramente dopo il presidio sul Bulevardi Dëshmorët e Kombit, quando i manifestanti si sono presi per mano e hanno circondato simbolicamente la sede del governo, formando una catena umana in movimento circolare attorno all’edificio al grido di “Rama, dimettiti”, “Shqipëri e re” – una nuova Albania – e “Rama në burg, Berisha në burg”, marce che accompagnano da mesi le proteste.

La Rivoluzione dei Fenicotteri rappresenta ormai ufficialmente la protesta più lunga mai registrata in Albania.

L’8 settembre: «L’Albania non è in vendita, in vendita è il governo»

Il 101° giorno è stato un giorno lungo e pieno di contestazioni. Alle 11 del mattino un gruppo di manifestanti si è presentato davanti alla Kryesia e Kuvendit, la Presidenza del Parlamento, mentre all’interno stava per riunirsi la Conferenza dei Presidenti dei gruppi parlamentari. L’azione è durata poco: la polizia è intervenuta allontanandoli dall’ingresso dell’edificio.

Alle ore 17, contemporaneamente all’apertura della seduta plenaria, la mobilitazione si è spostata davanti al Parlamento. Già diverse ore prima, gli accessi all’area erano stati chiusi al pubblico, compreso quello verso il centro commerciale Toptani, e l’intero perimetro era stato circondato da un imponente dispositivo di polizia. Sembra ci siano stati dei fermi anche prima dell’ora dell’inizio annunciato, ma le tensioni sono aumentate quando i deputati hanno iniziato a lasciare il Parlamento. Le cronache della serata riferiscono di circa 20 persone accompagnate nei commissariati. Particolarmente visibile è stata la presenza di agenti in borghese, intervenuti in diversi momenti per trascinare via singoli manifestanti.

Lo abbiamo già raccontato: quando il Parlamento si riunisce, alla protesta quotidiana del pomeriggio si aggiunge quella davanti all’istituzione. Era già successo a luglio e avevamo raccontato fermi, trascinamenti, gas lacrimogeni e intimidazioni, compreso il fermo della giornalista di Citizens.al Vjolanda Peca mentre documentava una manifestazione. Anche stavolta un giornalista, di News24, è stato fermato: Shpend Gashi. Con lui anche il leader del partito Shqipëria Bëhet (L’Albania Diventa), Adriatik Lapaj, rilasciato poco dopo.

Questa seduta segnava l’apertura del terzo periodo di lavori dell’XI legislatura, dopo la pausa estiva. L’ordine del giorno prevedeva l’approvazione dei verbali della seduta del 27 luglio e la nomina di Evis Kushi a vicepresidente del Parlamento in sostituzione di Klodiana Spahiu, a sua volta nominata ministra della Salute e del Welfare, dopo le dimissioni di Evis Sala. Queste ultime due decisioni approvate con 79 voti, mentre l’opposizione ha abbandonato l’aula al momento del voto.

In questo nuovo semestre parlamentare, tra i dossier prioritari ci sono la riforma elettorale, le leggi collegate all’integrazione europea e soprattutto la nuova riforma amministrativo-territoriale che nelle ultime settimane ha generato proteste locali, come avevamo raccontato su Pressenza ad agosto.

Da qui il senso politico dello slogan “Nuk na përfaqësoni | Non ci rappresentate”: molto più che soltanto una contestazione generica contro il legislatore.

Nel precedente articolo avevamo raccontato come settembre fosse iniziato con 14 arresti. Il 4 settembre, dopo 72 ore, il Tribunale di Tirana ha poi dichiarato illegittimi gli arresti e disposto la liberazione delle persone detenute.

Nella notte tra il 2 e il 3 settembre decine di account Instagram collegati in vario modo alla Rivoluzione dei Fenicotteri sono stati limitati o disattivati quasi contemporaneamente. Alcuni attivisti avevano già subito nelle settimane precedenti rimozioni di video, contestazioni per presunte violazioni del copyright, impossibilità di utilizzare la funzione “collab” e forti riduzioni della visibilità dei contenuti: il cosiddetto shadowbanning. Tra le persone colpite figurano attivisti che documentavano quotidianamente le proteste, anche in inglese, e pagine studentesche e civiche.

Repro Uncensored, organizzazione internazionale che documenta casi di censura digitale, ha dichiarato a Citizens.al di aver registrato decine di casi collegati alla protesta e ha chiesto che venga indagata la possibilità di segnalazioni coordinate. Meta ha poi riconosciuto che alcuni account erano stati rimossi per errore, ne ha ripristinati alcuni e si è scusata, ma non ha ancora fornito una spiegazione complessiva né chiarito se dietro l’ondata di segnalazioni vi sia stata un’azione coordinata. Il Partito Democratico Europeo ha chiesto trasparenza a Meta e attenzione alla Commissione europea. Rama ha invece negato categoricamente qualsiasi coinvolgimento del governo.

Dopo 101 giorni, la Rivoluzione dei Fenicotteri continua così a misurarsi con tanti spazi democratici contemporaneamente ed è diventata un banco di prova per la qualità della democrazia albanese: per il diritto di manifestare senza essere fermati, di documentare l’operato della polizia senza vedere la propria libertà negata per giorni, di contestare le decisioni delle istituzioni e di far circolare quelle immagini e quelle parole senza che vengano rese invisibili da meccanismi opachi di moderazione digitale.

Cento giorni di protesta hanno già dimostrato che una grande parte della società albanese non è più disposta a essere spettatrice delle decisioni prese sul proprio territorio e sul proprio futuro. Decisioni che modificano territori, amministrazioni locali, beni comuni e vita quotidiana delle persone.

Il prossimo passaggio sarà già sabato 12 settembre, quando la diaspora è chiamata a raggiungere Tirana per un nuovo corteo: partenza alle 19 da Sheshi Nënë Tereza e arrivo a Sheshi Skënderbej per unirsi alla protesta principale. Una marcia annunciata come civica, simbolica e pacifica.

Dopo un’intera estate trascorsa nelle strade asfaltate di Tirana, tra presìdi, arresti, denunce, cortei e tentativi di oscuramento, il movimento continua così a ripetere la promessa con cui ha attraversato questi 101 giorni: «Nesër më shumë». Domani, ancora di più.

pressenza.com