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Contro i muri del pregiudizio, CEI e Pisai presentano le Schede per conoscere l’islam

La presentazione delle Schede per conoscere l'islam a Palazzo Borromeo, Roma, con il cardinale Zuppi

Alla presentazione ieri a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, anche il cardinale Zuppi: si tratta di uno strumento creato da cattolici e musulmani “che rappresenta un grande antidoto alla violenza e all’ignoranza”, ha detto il presidente della Conferenza Episcopale italiana. Il preside del Pontificio Istituto di Studi arabi e islamistica Salman ha sottolineato l’importanza dell’approfondimento per contrastare lo scontro di civiltà

Giordano Contu – Città del Vaticano – Vatican News

Il pregiudizio alza muri, la conoscenza costruisce ponti. Sono i due temi emersi con chiarezza nel corso della presentazione delle Schede per conoscere l’islam, a cura della Conferenza Episcopale italiana (CEI) e del Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica (Pisai). Se n’è parlato mercoledì 21 ottobre a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.

Zuppi: La conoscenza come antidoto alla violenza
“È molto importante conoscersi, soprattutto quando si vive vicini. Spesso noi pensiamo di conoscere qualcuno ma in realtà non lo conosciamo affatto, se non attraverso il pregiudizio”, ha dichiarato ai media vaticani il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. “A scuola l’ignoranza non dovrebbe avere dimora, ma purtroppo tante volte è l’ignoranza a fare lezione. Accade così che ognuno si sente in diritto di sentenziare sugli altri, pur senza conoscerli. Queste Schede sull’Islam, create insieme da cattolici e musulmani, rappresentano perciò un grande antidoto alla violenza e all’ignoranza”.

Andare oltre i luoghi comuni
Le undici schede vanno oltre i luoghi comuni. Si comincia da “Che cos’è l’islam?” e “Breve storia dell’islam”, per affrontare fede e teologia, il Corano come parola rivelata di Dio, l’imitazione del modello profetico e l’adorazione (‘ibāda). Seguono la comunità islamica (Umma), la spiritualità, le convergenze e le divergenze tra cristianesimo e islam, la presenza dell’islam in Italia e la sfida del dialogo interreligioso. La pubblicazione nasce da anni di lavoro tra il Pisai e tre organismi Cei per il dialogo interreligioso, la scuola e l’insegnamento della religione cattolica. Esperti cristiani e musulmani hanno preparato questi testi come strumento per i docenti, nel rispetto delle differenze e della complessità dell’Islam. Nell’introduzione si trovano richiami alla Dichiarazione Nostra aetate e alla conoscenza come via alla pace.

No alla logica dello scontro di civiltà
L’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Francesco Di Nitto, ha aperto la presentazione ricordando il ruolo della conoscenza nella coesione sociale. Il vescovo ausiliare di Napoli, Gaetano Castello, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, ha poi richiamato il Concilio Vaticano II e la necessità di portare il dialogo nelle aule. Il preside del Pisai, Wasim Salman, ha contrapposto studio e approfondimento alla logica dello scontro di civiltà. Il videointervento di Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, ha ricordato le precedenti Schede sull’ebraismo, definendole strumenti di amicizia fra i popoli.

Un testo condiviso tra cristiani e musulmani
La metodologia è stata illustrata da don Valentino Cottini: un’équipe paritetica formata da cristiani e musulmani ha discusso le divergenze fino a giungere a un testo condiviso. Il professor Adnane Mokrani ha spiegato la sfida di essere sintetici senza banalizzare l’islam, indicando nella scuola uno spazio di inclusione; la professoressa Nadjia Kebour ha richiamato il sufismo e la spiritualità, aspetti spesso trascurati. Sul valore educativo dell’opera, Yassine Baradai, presidente dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii), ha ricordato la propria esperienza all’oratorio cattolico come segno di apertura che gli ha permesso di capire meglio se stesso. Massimo Cozzolino, presidente della Confederazione islamica italiana (Cii), ha sottolineato che conoscere significa riconoscere le differenze senza ridurle a caricature. Alfonso Moretta, presidente della Comunità religiosa islamica Italiana (Coreis), ha citato attività nelle scuole e visite alle moschee come strumenti contro i pregiudizi. Infine, Mustafa Cenap Aydin, dell’Istituto Tevere, ha parlato dell’uso di queste schede in alcuni corsi. Hanno moderato l’incontro don Giacomo Pompei e don Giuliano Savina, rispettivamente direttore dell’Ufficio scuola e servizio insegnamento della religione cattolica (Irc) e direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (Unedi).

Abitare le differenze senza paura
Il senso della giornata è stato quello di imparare ad abitare le differenze senza paura. Lo ha ribadito ai media vaticani il vescovo Castello: “L’elaborazione e la presentazione delle schede per il dialogo, prima con l’ebraismo e adesso con l’islam, rappresentano tappe di un percorso che abbiamo avviato con l’intento di avviare un processo, senza limitarci a confermare le cose già dette e già fatte”. È un rilancio della responsabilità educativa. Perché la pace comincia là dove il pregiudizio smette di fare lezione.

Alla Corte penale internazionale il Premio Sacharov 2026

La sede all'Aja della Corte penale internazionale

La decisione della Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo premia i giudici dell’Aja, colpiti nuovamente dalle dure sanzioni dell’amministrazione Trump. Un segnale politico in difesa della giustizia globale che si unisce al Nobel per la Pace a Navi Pillay, già giudice della Cpi. Von der Leyen: “La Corte deve essere libera di perseguire la sua missione, in modo indipendente, senza pressioni o intimidazioni”

Cecilia Seppia – Città del Vaticano – Vatican News

La Corte penale internazionale (Cpi) e i suoi giudici hanno vinto il Premio Sacharov 2026 per la libertà di pensiero. Una notizia di profonda rilevanza geopolitica soprattutto perché arriva dopo le dure sanzioni emesse contro l’organo giuridico con sede all’Aja dal presidente statunitense Donald Trump. La proposta del riconoscimento è arrivata dal gruppo dei Socialisti al Parlamento europeo, riconoscendo la Corte come vero e proprio “simbolo della resistenza contro le guerre dell’amministrazione americana”, poi nella votazione finale, l’organismo ha superato gli altri candidati in lizza, tra cui il difensore dei diritti umani in Tanzania, Tundu Lissu.

Avere una voce
“Accolgo con favore il Premio Sacharov assegnato alla Corte penale internazionale. Per le vittime dei crimini più gravi del mondo, la giustizia significa avere una voce”. Ha scritto sui social la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen commentando l’assegnazione del premio.  “La Corte penale internazionale deve essere libera di perseguire la sua missione, in modo indipendente, senza pressioni o intimidazioni – ha aggiunto von der Leyen -. L’Europa sostiene fermamente la presidente Tomoko Akane, i giudici e i funzionari della Corte, e il loro lavoro vitale per un mondo governato dalle regole”.

Al servizio della giustizia e delle vittime
La presidente Tomoko Akane nel ringraziare il Parlamento europeo per l’assegnazione, ricorda che “questo riconoscimento giunge in un momento in cui la Corte e i suoi funzionari si trovano ad affrontare sfide senza precedenti, tra cui sanzioni volte a ostacolare il mandato giudiziario della Corte. In questo contesto, il Premio Sakharov assume un significato particolare, riaffermando l’importanza delle istituzioni giudiziarie indipendenti e di coloro che si adoperano per la tutela del diritto internazionale”. Il premio, sottolinea la presidente dei giudici de L’Aja “evidenzia l’importanza di una continua cooperazione e di un sostegno internazionale per consentire alla Corte di svolgere il proprio mandato in modo indipendente e imparziale, al servizio della giustizia e delle vittime dei crimini piu’ gravi”.

In difesa della giustizia globale
L’assegnazione del Premio Sacharov non è un evento isolato, ma si inserisce in un quadro globale di fortissimo sostegno alle istituzioni di giustizia internazionale. Solo pochi giorni fa, il 9 ottobre, il Comitato norvegese ha infatti assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navi Pillay, una delle figure storiche e centrali proprio della Corte penale internazionale, dove ha prestato servizio come giudice tra il 2003 e il 2008. Ecco che allora questa doppia incoronazione assume un significato straordinario in un’epoca caratterizzata da guerre globali, rigurgiti nazionalisti e aperti attacchi alla diplomazia, la comunità internazionale ha scelto di fare scudo attorno alla Corte dell’Aja, legittimando il suo ruolo di baluardo universale contro l’impunità e a difesa dei diritti umani.

Compiti principali della Corte
Fondata nel 2002 sulla base dello Statuto di Roma, la Cpi è il primo tribunale internazionale permanente vincolato a giudicare i singoli individui responsabili dei più gravi crimini che colpiscono la comunità internazionale. A differenza della Corte internazionale di giustizia, che risolve le controversie tra Stati, la Cpi ha compiti ben precisi: indagare, processare e condannare i singoli esecutori e mandanti di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e crimine di aggressione. La sua giurisdizione interviene in modo complementare alle magistrature nazionali, ovvero solo quando gli Stati non possono o non vogliono procedere.

Le grandi battaglie della Cpi
Negli ultimi anni, la Corte dell’Aja si è trovata al centro delle tempeste geopolitiche violente portando avanti battaglie legali senza precedenti come quando il 21 novembre 2024, ha emesso all’unanimità il mandato di arresto internazionale nei confronti del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità e l’uso della fame come metodo bellico. Lo ha fatto anche contro i vertici di Mosca, a partire dal presidente Putin per la deportazione illegale di bambini ucraini nel 2023. E poi le storiche sentenze sui crimini del Ruanda (in cui la stessa Navi Pillay fu pioniera nel riconoscere lo stupro come strumento di genocidio) fino alle inchieste sui crimini contro i Rohingya in Myanmar.

Le sanzioni di Washington
Il riconoscimento di Strasburgo arriva in seguito a una pressione politica ed economica senza precedenti da parte di Washington. Lo scontro frontale è culminato con la firma dell’Executive Order 14203 da parte di Donald Trump, che ha imposto dure sanzioni contro l’istituzione internazionale per bloccare le inchieste sul personale statunitense e sui Paesi alleati, in primis Israele. Le misure restrittive si sono articolate in due fasi distinte, le prime quelle individuali, a febbraio 2025, hanno colpito 17 figure chiave dell’organo giudiziario, tra cui il procuratore capo Karim Khan e la presidente Tomoko Akane. Per loro è scattato il divieto assoluto di visto negli Stati Uniti e il totale congelamento dei beni, con il blocco di carte di credito e circuiti finanziari globali. La seconda tranche poche ore prima del Nobel a Navi Pillay, quando l’amministrazione Usa ha esteso le sanzioni all’intera Cpi come entità giuridica. Il provvedimento vieta qualsiasi transazione commerciale con la Corte e colpisce i fornitori terzi, minacciando di tagliare fuori il tribunale da software e infrastrutture informatiche vitali, pur concedendo un periodo di tolleranza di 180 giorni per la chiusura delle attività minime.

Il Papa alla Jesus Youth: testimoniare con coraggio la fede e promuovere il matrimonio

Leone XIV all'udienza con la Jesus Youth

Vatican News

Nell’Aula Paolo VI, Leone XIV riceve in udienza delegati e responsabili del movimento cattolico internazionale che quest’anno celebra 40 anni di fondazione e 10 anni dal riconoscimento da parte della Santa Sede. All’associazione cattolica che in tutto il mondo coinvolge i giovani nell’evangelizzazione e in iniziative missionarie, il Pontefice chiede di alimentare lo zelo apostolico, di portarlo in nuovi Paesi e di lavorare con le famiglie per sostenere la vocazione alla vita matrimoniale

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Testimoniare Cristo, lavorare con le famiglie, promuovere il matrimonio come chiamata di Dio, coltivare la preghiera, essere al fianco dei poveri: è quanto raccomanda Leone XIV alla Jesus Youth, il movimento cattolico internazionale, che nato in India nell’ambito del Rinnovamento Carismatico “per iniziativa spontanea” di giovani “ispirati da un incontro personale con il Signore Gesù” e impegnato nell’evangelizzazione e nella promozione di iniziative missionarie, quest’anno celebra i 40 anni di fondazione e 10 anni dal riconoscimento da parte della Santa Sede. Un incontro speciale quello di questa mattina, 24 ottobre, nell’Aula Paolo VI, perché per la prima volta l’associazione cattolica – rappresentata da delegati e responsabili da tutto il mondo che stanno partecipando al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo alla “GO Conference 2026”, apertasi martedì scorso e che si concluderà domani – incontra il Successore di Pietro. Ed è festosa l’accoglienza al Pontefice dei circa mille presenti, che con un caloroso e lungo applauso accompagnano il suo arrivo.

Vangelo e Parola del giorno 25 Ottobre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro dell’Èsodo
Es 22,20-26

Così dice il Signore:
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.
Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 17 (18)

R. Ti amo, Signore, mia forza.

Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore. R.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici. R.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,
sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato. R.

Seconda Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
1Ts 1,5c-10

Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.
E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.
Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Liturgia 25 Ottobre 2026 XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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I farisei vivevano per meditare la legge, per capirla, per interpretarla. Alcuni sono riusciti a capire Gesù Cristo che ha detto a uno di loro che non era lontano dal regno dei cieli (Mc 12,34). E un altro fariseo, Paolo di Tarso, riuscì ad essere l’apostolo dei gentili. Ma tanti tra di loro, al contrario, rifiutavano il giovane Rabbi di Nazaret, e lo hanno messo a morte sulla croce… Interpretando la legge, i farisei ottenevano una casistica minuziosa che rendeva il giogo della legge insopportabile.
Ed è per questo che non potevano capire Gesù che, secondo loro, infrangeva il riposo del sabato guarendo i malati il sabato, e anche dicendo che il Figlio dell’uomo era padrone del sabato e che questo giorno, così importante, era stato fatto per l’uomo, e non il contrario… (Mt 12,8; Mc 2,27).
Gesù disfa il repertorio molto complicato dei precetti, e lo riassume nell’amore di Dio e del prossimo sopra tutto. Egli considera che questo è il primo comandamento, da cui tutti gli altri derivano… Di fronte a queste parole non possiamo fare altro che rivedere la nostra condotta, riconoscere i nostri errori e proporci in modo concreto di vivere per amore, di morire per amore.
Antifona d’ingresso
Gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
cercate sempre il suo volto. (Sal 104,3-4)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che per amore
continuamente crei e rinnovi il mondo,
donaci la gioia di un cuore libero e pacificato,
capace di amare te sopra ogni cosa
e il prossimo come noi stessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Es 22,20-26
Se maltratterete la vedova e l’orfano, la mia ira si accenderà contro di voi.
Dal libro dell’Èsodo

Così dice il Signore:
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.
Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 17
Ti amo, Signore, mia forza.

Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,
sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato.
Seconda lettura
1Ts 1,5-10
Vi siete convertiti dagli idoli, per servire Dio e attendere il suo Figlio.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.
E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia.
Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.
Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Gv 14,23

Alleluia, alleluia.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.
Vangelo
Mt 22,34-40
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Innalziamo unanimi la nostra preghiera al Padre, ricco di misericordia, perché continui a vegliare su di noi con provvidente tenerezza.
Preghiamo insieme e diciamo: Benedici la tua Chiesa, Signore.

1. Per la santa madre Chiesa: nella fedele testimonianza di tutti i battezzati sia nel mondo il segno efficace dell’amore di Dio che salva. Preghiamo.
2. Per i ministri della Chiesa: con instancabile sollecitudine ricerchino i fratelli che si sono smarriti, per offrire loro la gioia del perdono. Preghiamo.
3. Per i popoli della terra: si spengano rivalità e violenze e cresca l’impegno sincero per il bene comune nella giustizia e nella pace. Preghiamo.
4. Per i giovani delusi da false promesse: nasca in loro un ardente desiderio di cercare Gesù Cristo con apertura d’animo e senza pregiudizi. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: donaci di attendere con perseveranza il ritorno del Cristo glorioso, servendolo sofferente nella carne dei fratelli. Preghiamo.

O Padre, donaci di camminare sotto la guida del tuo Spirito, e fa’ che ci rallegriamo per i germi di bene che spargi nel cuore di ogni uomo. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Guarda, o Signore, i doni che ti presentiamo,
perché il nostro servizio sacerdotale
renda gloria al tuo nome.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Esulteremo per la tua vittoria
e nel nome del nostro Dio alzeremo i vessilli. (Sal 19,6)

Oppure:
Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi,
offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. (Ef 5,2)

Oppure (Anno A):
Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima
e con tutta la tua mente. (Mt 22,37)
Preghiera dopo la comunione
Si compia in noi, o Signore,
la realtà significata dai tuoi sacramenti,
perché otteniamo in pienezza
ciò che ora celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.

Vangelo e Parola del giorno 24 Ottobre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Ef 4,7-16

Fratelli, a ciascuno di noi, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto:
«Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri,
ha distribuito doni agli uomini».
Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose.
Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.
Così non saremo più fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore. Al contrario, agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 121 (122)

R. Andremo con gioia alla casa del Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore»!
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!  R.

Gerusalemme è costruita
come città unita e compatta.
È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore. R.

Secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,1-9

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

L’amore raccontato nel Cantico dei Cantici al centro delle Lectio Petri

I protagonisti della prima Lectio Petri nella sacrestia della Basilica di San Pietro

Al via ieri sera la quinta edizione delle “Lectio Petri”, il ciclo di incontri di approfondimento biblico e culturale promosso all’interno della Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Cortile dei Gentili e dalla Fondazione Fratelli tutti. Filo conduttore dei quattro appuntamenti, che si concluderanno a febbraio, è “Il Cantico dei Cantici”. Ospite della prima Lectio il cantante Gianni Morandi

Marina Tomarro – Città del Vaticano

“Il mio amato è mio e io sono sua”. Si è aperta con un un versetto biblico che introduce il tema dell’amore, la prima Lectio Petri nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Dopo le prime quattro edizioni, dedicate agli Apostoli Pietro e Paolo e, successivamente, al Qoèlet, il filo conduttore di questo quinto ciclo di quattro incontri è uno dei testi più celebri e affascinanti dell’Antico Testamento: il Cantico dei Cantici, che rappresenta un’immagine di straordinaria attualità, nel quale la dimensione umana e quella spirituale si intrecciano attraverso simboli e parole di grande intensità.

La Basilica di San Pietro una casa aperta a tutti

“Il Cantico dei Cantici – ha spiegato in apertura il cardinale Mauro Gambetti fondatore della fondazione Fratelli Tutti – è un testo in cui la Bibbia parla dell’amore con il linguaggio del desiderio, della bellezza e della reciprocità: l’amato e l’amata sono profondamente uniti, eppure ciascuno resta pienamente sé stesso. In un tempo in cui le relazioni rischiano di diventare fragili o funzionali, il Cantico restituisce la persona alla dimensione del dono e della libertà”. Una quinta edizione speciale nell’anno in cui vengono celebrati i quattrocento anni della dedicazione della Basilica di San Pietro “La Basilica – ha proseguito il porporato – vuole essere non solo custode di una memoria, ma casa aperta in cui la Parola incontra le inquietudini e le speranze di tutti, credenti e non credenti. Con questa edizione della Lectio Petri desideriamo riportare l’amore dentro il dibattito pubblico, sottraendolo sia al sentimentalismo sia alla sua riduzione individualistica”.

Vatican News

Per sikh e cristiani la devozione è inseparabile dalla cura dell’uomo

 Il cardinale Koovakad incontra la comunità Sikh a Birmingham

A Birmingham, in Inghilterra, il cardinale prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ha pronunciato ieri, 22 ottobre, il discorso inaugurale dell’incontro di dialogo tra le due confessioni. Ha individuato la loro convergenza nell’attenzione al servizio disinteressato, vivendo la solidarietà come condivisione di risorse materiali e spirituali. Essa comporta “spesso sacrifici”, che tuttavia mettono a fuoco “il meglio della nostra umanità e religiosità”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano – Vatican News

“Namaste!”. Con il saluto tradizionale originario dell’India e del Nepal, il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, ha aperto l’incontro di dialogo tra sikh e cristiani dal titolo “Insieme per promuovere la solidarietà e il servizio a favore della pace nel mondo”, svoltosi ieri, 21 ottobre, al Nishkam Centre di Birmingham, in Inghilterra. Il porporato si trova nel Regno Unito dal 13 ottobre e vi rimarrà fino a oggi, 22 ottobre, per partecipare a una serie di eventi dedicati al dialogo interreligioso. Come ha spiegato Koovakad, l’incontro ha rappresentato un ulteriore impulso ai progressi compiuti nel corso degli anni attraverso i reciproci impegni di collaborazione, in particolare a partire dall’incontro del 15 giugno 2013, svoltosi proprio al Nishkam Centre, al quale prese parte il cardinale Jean-Louis Tauran, allora presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Pensare in termini di comunità
Il cardinale si è quindi soffermato sulla parola “solidarietà”, tema centrale dell’evento, analizzandone il significato etimologico come “un legame di reciproca responsabilità”. Come affermava san Giovanni Paolo II, di cui ricorre oggi la memoria liturgica, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, questa interdipendenza, quando viene riconosciuta “come atteggiamento morale e sociale, come virtù”, costituisce proprio la solidarietà. Papa Francesco, dal canto suo, all’udienza generale del 2 settembre 2020 auspicava una “nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni”. In questa prospettiva, secondo Koovakad, la solidarietà si traduce nella “condivisione con gli altri delle risorse materiali, spirituali e umane” e comporta spesso sacrifici che mettono tuttavia in luce “il meglio della nostra umanità, della nostra bontà e della nostra religiosità”.

La solidarietà in occasione di calamità ed emergenze
Sul piano del dialogo interreligioso, il prefetto ha sottolineato la “crescente consapevolezza” maturata negli ultimi tempi, specialmente “in occasione di calamità naturali o provocate dall’uomo, situazioni di emergenza e momenti critici per il benessere della società”. In questo contesto, ha espresso il proprio apprezzamento ai “nostri fratelli sikh” per il loro impegno concreto nel sostenere le persone che soffrono e quanti sono colpiti dalle diverse crisi che si verificano nel mondo. Una testimonianza che alimenta la speranza in una società nella quale si diffonde quella “cultura dell’indifferenza” da cui lo stesso Papa Francesco metteva in guardia, invitando a trasformarla in compassione, incontro e, nuovamente, solidarietà.

La comune vocazione al servizio disinteressato
Passando ai punti di contatto tra le due tradizioni religiose, Koovakad ha individuato una comune vocazione al “servizio disinteressato”, che nel sikhismo prende il nome di “seva” e costituisce uno dei suoi tre principi fondamentali. La manifestazione concreta di questo spirito è il langar, la mensa gratuita aperta a tutti nei gurdwara, i luoghi di culto sikh. “Qui ogni uomo e ogni donna, indipendentemente dal genere, dal colore della pelle, dalla religione professata o dalla condizione sociale, può trovare un pasto gratuito per sfamarsi”, ha spiegato il cardinale. Anche il cristianesimo riconosce nel servizio una “dimensione imprescindibile” del proprio cammino. Dal gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli alle molteplici forme di servizio svolte oggi, in particolare da sacerdoti, religiosi, religiose e operatori ecclesiali impegnati nell’assistenza e nell’azione sociale, tutto costituisce “una testimonianza eloquente della vocazione dei cristiani a servire, soprattutto i poveri, le persone vulnerabili e quanti si trovano nel bisogno”.

Le autorità presenti all’incontro
Presenti all’incontro, e salutati in apertura di discorso da Koovakad, Bhai Sahib Mohinder Singh Ahluwalia, mukhi-sewadar (“volontario principale”) dell’organizzazione sikh Guru Nanak Nishkam Sewak Jatha, con sede proprio a Birmingham; Bernard Longley, arcivescovo della città inglese e presidente del Dipartimento per il Dialogo e l’Unità della Conferenza Episcopale d’Inghilterra e Galles; Patrick McKinney, vescovo di Nottingham e copresidente del medesimo Dipartimento.

Tra Roma, Loreto e Assisi: il patriarca Bartolomeo pellegrino in Italia

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I

L’arcivescovo di Costantinopoli domani all’Angelicum che gli conferirà l’honoris causa in Teologia, prendendo parte alla conferenza “Creta dieci anni dopo” sui 10 anni del concilio della Chiesa ortodossa. Il 26 ottobre sarà pellegrino a Loreto dove venererà le pareti della Santa Casa e benedirà la nuova icona bizantina della Madre di Dio. Ad Assisi, il 27, al meeting “Pace disarmata e disarmante” organizzato da Sant’Egidio. Infine lectio all’Orientale di cui fu studente

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Dall’Angelicum di Roma che gli conferirà un Dottorato honoris causa, a Loreto, dove si recherà pellegrino al Santuario e pregherà nella Santa Casa; poi ad Assisi, a invocare la pace con i leader delle altre religioni e Chiese cristiane, e di nuovo a Roma per una lectio magistralis nel Pontificio Istituto Orientale di cui fu studente negli anni ‘60.

È un ampio e intenso tour in tre città di tre regioni quello che il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, si appresta a compiere da domani, venerdì 23, fino a mercoledì 28 ottobre. L’ultima visita del patriarca a Roma risale a maggio 2025, quando il 18 aveva partecipato alla celebrazione per l’inizio del pontificato del neo eletto Papa Leone XIV, occasione in cui aveva incontrato privatamente il Pontefice, in vista anche del viaggio in Türkiye per i 1700 del Concilio di Nicea. In quei giorni il patriarca aveva visitato pure la tomba di Francesco, Papa al quale era legato da uno speciale rapporto di affetto e fraternità.

Dottore in Teologia all’Angelicum
Domattina, alle 10.30, il primate ortodosso sarà ospite dell’Œcumenicum – Istituto di Studi Ecumenici della Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum) nella conferenza Creta dieci anni dopo, per i dieci anni del grande Concilio della Chiesa ortodossa, tenutosi appunto a Creta nel 2016. L’evento riunirà importanti rappresentanti ecclesiastici e studiosi per riflettere sull’eredità teologica e canonica dell’assise e sul suo significato duraturo per il dialogo ecumenico. Il discorso del patriarca sarà il momento chiave della giornata, insieme al conferimento di un Dottorato honoris causa in Teologia.

Pellegrino nella Santa Casa
Evento centrale della visita in Italia di Bartolomeo sarà, tuttavia, il pellegrinaggio al Santuario di Loreto, lunedì 26 ottobre, dove venererà le sacre pareti della Santa Casa e benedirà la nuova icona bizantina della Madre di Dio, destinata ad essere custodita all’interno della Santa Casa, quale “piccolo e forte segno” di comunione. “Un segno che richiama la nativa origine della Santa Casa e la sua vocazione ecumenica: Casa di tutti i cristiani e ponte spirituale tra Oriente e Occidente”, ha detto l’arcivescovo Fabio Dal Cin, delegato pontificio, presentando oggi in conferenza presso il Palazzo Apostolico di Loreto quello che ha definito “un momento di grande spiritualità e grande intensità umana”. “La presenza del patriarca Bartolomeo I ci onora. È una visita che vogliamo vivere con una intensità di grazia”, ha sottolineato Dal Cin. “Il patriarca viene a fare visita alla Santa Casa, quindi venererà le pietre, le sacre pareti che custodiscono la memoria del mistero dell’incarnazione, il ‘sì’ di Maria e la vita anche nascosta della Santa Famiglia. Poi ci sarà un momento di preghiera pubblica aperta a tutti: cattolici, ortodossi e anche cristiani di altre confessioni”. Un momento suggestivo durante il quale sarà intonato l’inno Akathistos (o Acátisto), uno dei più famosi e antichi inni liturgici della tradizione cristiano-bizantina dedicato alla Theotokos la Madre di Dio, conosciuto anche in Occidente.

Invocazione di pace da Loreto ad Assisi
Bartolomeo, come detto, benedirà poi la nuova icona della Vergine Maria. Si tratta di un’opera che trae ispirazione dall’antica effigie presente nella Santa Casa fin dalle origini, ma che poi si perse nei tempi, come ha spiegato l’esperto Giuseppe Santarelli in un lungo excursus storico a partire dal XV secolo e dalle testimonianze dei pellegrini – cattolici e ortodossi -, grazie alle quali si è risaliti alla presenza di un’icona bizantina su una tavoletta di legno nella Santa Casa. La visita di Bartolomeo I suggella, dunque, un cammino lungo secoli. “E ha un carattere anche particolare visti i tempi che stiamo attraversando: vuole essere anche una grande preghiera per la pace. Il fatto di trovarci insieme come cristiani, cattolici, ortodossi, anglicani, evangelici che pregano per la pace è un grande segno. Viviamo un’epoca di guerra, di conflitti che feriscono il mondo intero ma feriscono anche l’Europa e i Paesi europei e questo evento vuole proprio riscoprire la vocazione ecumenica della Santa Casa”. In “tempi vuoti di pace”, ha aggiunto il presule, “siamo convinti che se i cristiani sono sempre più uniti in Cristo diventa più efficace anche la nostra presenza nel mondo e la nostra invocazione da Dio per il dono della pace”.

E l’invocazione della pace sarà il centro anche di Pace disarmata e disarmante, il meeting organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi i prossimi 25-27 ottobre, per commemorare i quarant’anni del giorno da cui tutto iniziò. Ovvero la preghiera del 1986 – passata alla storia come “Spirito d’Assisi” – di Papa Giovanni Paolo II coi rappresentanti delle religioni di tutto il mondo. In tre giorni si terranno forum, assemblee, momenti di dialogo e musica. Bartolomeo I interverrà nella sessione conclusiva al panel Il Patriarcato Ecumenico: dall’Oriente al mondo globale. Parteciperà poi alla cerimonia finale, dove è prevista la presenza di Leone XIV, che sarà segnata da una Preghiera universale per la pace e un minuto di silenzio in memoria delle vittime di guerra.

Il ritorno di un ex studente dell’Orientale
Di nuovo a Roma il giorno successivo, 28 ottobre, l’arcivescovo di Costantinopoli terrà una lectio nell’Aula Magna del Pontificio Istituto Orientale, in occasione di un atto accademico in suo onore. In realtà, quasi una festa per il ritorno di un ex alunno: Dimitrios Arhondonis, all’epoca diacono, che dal 1963 al 1968 compì a Roma gli studi superiori presso l’Orientale, conseguendo il dottorato in diritto canonico, grazie a una borsa di studio del patriarca Atenagora. In occasione della visita l’Istituto ha preparato una mostra articolata in quindici pannelli, con documenti d’archivio e fotografie provenienti dall’album personale del patriarca che ricordano gli anni della formazione o rimarcano i grandi temi del suo magistero: il primato e la sinodalità, la cura del Creato, le questioni poste dall’IA. Nel corso dell’atto accademico sarà firmata e consegnata all’arcivescovo una carta commemorativa in latino e in greco, ornata dall’icona dell’abbraccio degli apostoli Pietro e Andrea.

Vatican News

“Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca” è il titolo del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede

 Pubblicato il documento del Dicastero per la Dottrina della Fede “Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”

“Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca” è il titolo del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, reso noto oggi, giovedì 22 ottobre. In una società secolarizzata e pervasa da una nuova cultura, “la trasmissione della fede richiede oggi in modo particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e degli adolescenti”

Debora Donnini – Città del Vaticano – vaticannews

In un cambiamento d’epoca segnato dalla crisi nella trasmissione della fede, “bisogna ripartire da una grande stagione” di evangelizzazione mettendo al centro il primo annuncio, il kerygma: Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti.

Questo è il cuore dell’esortazione contenuta nel documento Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca del Dicastero per la Dottrina della Fede reso noto oggi, giovedì 22 ottobre.

Sulla scia del Concilio e del magistero dei Pontefici
Le Considerazioni sono un testo intenso, composto da otto capitoli più un’introduzione e una conclusione, ricco di richiami al magistero dei Pontefici, in particolare di Leone XIV e di Papa Francesco, al Concilio Vaticano II e ad altri documenti. Si precisa anche che il genere del documento è quello delle Considerazioni e non una Nota dottrinale. Per questo il testo prende in esame “una pluralità di punti di vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane aperta a ulteriori analisi e sviluppi”. L’obiettivo specifico è, quindi, quello di suggerire “percorsi concreti per un annuncio del kerygma nel cambiamento d’epoca che stiamo attraversando”.

Il documento è stato approvato dal Papa il 21 agosto 2026 e porta la firma del cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e di monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione Dottrinale dello stesso Dicastero. Prezioso è stato il contributo di tante Conferenze episcopali a questo lavoro e le testimonianze – inviate dai vescovi – di chi ha scoperto o riscoperto il Signore Gesù, riportate nell’ultimo capitolo di queste Considerazioni.

Un incontro che attrae e affascina
Il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della fede su come annunciare il Vangeli nel cambiamento d’epoca
Testimoniare l’esperienza personale dell’incontro con Cristo
Il punto di partenza sono le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Si tratta, come viene indicato nelle conclusioni, di “un appello ai fedeli a tornare al cuore del patrimonio della fede cristiana: il kerygma”, che “illumina tutti i contenuti del depositum fidei, attraendo verso l’esperienza di un incontro personale e comunitario con Cristo vivo”, considerando anche che in alcune regioni del mondo, la trasmissione della fede “si è pressoché interrotta”.

Annunciare l’amore di Dio per tutti
Il primo capitolo inizia proprio sottolineando che “Gesù è realmente la luce vera che illumina ogni essere umano”. “Questa è la buona notizia del Vangelo del Figlio: Dio è per sempre e per tutti amore”. La fede, si aggiunge, “non si trasmette anzitutto come un insieme di contenuti dottrinali o di informazioni religiose”, ma come “una forma di vita ecclesiale nella quale il credente viene progressivamente introdotto”.

Pastorale anche per adulti non solo per bambini e adolescenti
Nell’analizzare le forme di trasmissione della fede, si evidenzia come la Chiesa si sviluppi “per attrazione”, come la famiglia costituisca “il primo e più essenziale luogo di trasmissione della fede” e l’importanza della sinergia in questo senso fra la Chiesa e la famiglia. Si constata però che la trasmissione della fede nei contesti familiari “si è interrotta in molte parti del mondo” e “il passaggio alle nuove generazioni dell’esperienza della fede cristiana non avviene più in modo, per così dire, automatico”.

“È solo a questo punto, e in un secondo momento, che la comunità ecclesiale entra nel processo della trasmissione della fede”, afferma il documento che constata come “nei Paesi di antica tradizione cristiana, un simile contesto di trasmissione della fede appare oggi compromesso, poiché è caratterizzato sempre più dalla presenza di persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo, non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede”. Di fronte a questa realtà, il documento rileva che “la trasmissione della fede richiede oggi in modo particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e degli adolescenti”.

Il cambiamento d’epoca
Il terzo capitolo si concentra sul contesto, ovvero il cambiamento d’epoca che viviamo. L’urgenza di rispondere alle domande su dove stiamo andando e su quale direzione scegliere, viene manifestata da Leone XIV in Magnifica humanitas riguardo proprio al cambiamento d’epoca. Un aspetto caratteristico, soprattutto in Occidente, è proprio “la crisi della trasmissione generazionale della fede cristiana”. Si rileva, infatti, che “sempre meno i genitori assolvono al compito di mettere i loro figli in contatto con la luce vivente del messaggio evangelico” e che è proprio da questi contesti familiari che proviene quella maggioranza di persone “che, pur avendo frequentato gli ambienti cattolici della parrocchia, giungono poi a vivere il passaggio verso l’età adulta in un atteggiamento di sostanziale indifferenza religiosa”.

Una nuova cultura che relega la fede a un fatto privato
“La crisi della modernità, cifra del cambiamento d’epoca, ha così contribuito alla nascita di una nuova cultura, entrata in competizione con le strutture tradizionali di trasmissione della fede”, si rileva nel documento. La linea di tendenza di questa cultura sembra consistere nell’esaltazione della “sovranità dell’io”, che è uno degli aspetti più evidenti del processo di secolarizzazione, che tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo.

La sfida non è tecnologica ma antropologica
Un altro dei segni del cambiamento d’epoca è il diffondersi delle tecnologie digitali. L’intelligenza artificiale non solo interferisce con gli ecosistemi informativi ma invade anche il rapporto fra persone. “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica”, scrive Leone XIV nel Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2026.

Dove crescono le conversioni cresce anche la difficoltà di perseverare
È vero che in alcune zone del mondo altamente secolarizzate crescono conversioni e ritorni alla Chiesa, ma “si riscontra una parallela difficoltà nella perseveranza dei neofiti, che spesso, dopo un breve periodo dalla ricezione del Battesimo, ritornano a uno stato di indifferenza pratica”. Quindi, la situazione descritta “invita a riscoprire l’importanza della comunità nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei nuovi fedeli”.

La centralità del kerygma
Si ribadisce, dunque, la necessità di “un profondo rinnovamento kerygmatico della catechesi”, con attenzione anche al linguaggio, che deve caratterizzarsi come “un appello al cuore”, e con una relazione interpersonale coinvolgente. L’annuncio del kerygma dovrà “essere capace di presentare la bella notizia dell’amore e della misericordia di Dio in modo tale che coloro che la ricevano possano efficacemente intendere che è proprio a loro che quell’amore e quella misericordia sono rivolte”.

Comunità, Parola di Dio, liturgia e testimonianza
Al centro del capitolo quinto l’importanza della comunità cristiana in relazione alla Parola di Dio, alla liturgia e alla testimonianza. “Appare assolutamente urgente, soprattutto nei Paesi di antica evangelizzazione – si rimarca -, insistere sull’importanza di promuovere, in ogni comunità ecclesiale, gruppi di ascolto, di meditazione, di condivisione e di preghiera della Parola, alla cui convocazione siano dedicati tempi specifici e stabiliti, che si affiancano alla celebrazione dell’Eucaristia domenicale”.

La seconda considerazione riguarda la liturgia. “Se il cuore dell’annuncio cristiano è l’incontro con l’amore salvifico di Dio in Cristo – spiega il documento -, la liturgia costituisce il luogo privilegiato nel quale questo mistero viene celebrato e comunicato sacramentalmente”. Il terzo aspetto essenziale riguarda la testimonianza dei credenti che ha tre dimensioni: “La testimonianza della santità, quella della prossimità e quella dell’opzione preferenziale per i poveri”. Una quarta osservazione riguarda l’arte e la bellezza e un’attenzione particolare viene data alla musica.

Fede e cultura
Nel testo si parla anche dell’inculturazione della fede che “costituisce un passaggio necessario nella sua trasmissione”. Un esempio particolarmente significativo a cui guardare nella costruzione di una tale presentazione ragionevole della fede è sicuramente la Dottrina sociale della Chiesa.

Alcune attenzioni specifiche
La prima di tali attenzioni è rivolta alla pietà popolare che “è ancora oggi un importante mezzo di trasmissione della fede”, così come importanti sono i pellegrinaggi di antica e recente formazione e il desiderio di appartenere a qualche confraternita. Viene poi sottolineato il ruolo dell’omelia. Si parla delle attività di volontariato come occasioni di avvicinamento alla realtà della Chiesa. Ancora si mette in luce “la necessità di allargare gli spazi di presenza delle donne nella guida dei processi ecclesiali”.

Conclusioni
Queste Considerazioni vogliono, in sintesi, ricordare con forza che Cristo è la luce vera. “Tocca ora a noi – si esorta – trasmettere lo stesso dono agli uomini e alle donne del nostro tempo”, che attendono anch’essi di “poter accendere la loro esistenza a quella stessa fonte di ogni grazia, luce che risplende nel mondo”.