Libano: terra bruciata

di: Riccardo Cristiano

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La forza dei fatti è presto riassunta: oltre il 20% della popolazione libanese è profuga in patria, costretta a lasciare il sud occupato dall’esercito israeliano. Il governo di Beirut ha più volte denunciato la distruzione di terre coltivate, di infrastrutture civil, la demolizione di villaggi.

Sebbene ci sia un “cessate-il-fuoco”, con l’occupazione israeliana fino al fiume Litani, secondo il quotidiano La Stampa “mercoledì l’esercito israeliano ha dichiarato zona di combattimento una nuova area del Libano meridionale, ordinando ai residenti della zona di spostarsi verso nord e avvertendo che avrebbe agito ‘con grande forza’ contro il gruppo armato libanese Hezbollah presente nell’area. La dichiarazione dell’esercito, pubblicata su X, sembra preannunciare un’ulteriore escalation dopo gli oltre 120 attacchi aerei che martedì 26 maggio hanno colpito il Libano meridionale e orientale, nonostante il cessate il fuoco annunciato il 16 aprile”.

Il ministro Smotrich chiede da tempo di annettere il Libano meridionale, la linea ufficiale rimane quella di smantellare Hezbollah e la sua milizia, senza finalità di modifica dei confini.

Prima si parlava di un’occupazione dal confine tra Libano e Israele fino al fiume Litani, quella che era considerata la profondità necessaria a garantire la sicurezza del nord di Israele dai miliziani e dai loro razzi; ora si sale ulteriormente, dichiarando che la zona di guerra arriva fino a un fiume più a nord, lo Zahrani. È un terzo di tutto il Libano.

Questo dipende dal fatto che l’esercito israeliano ha trovato davanti a sé un nuovo nemico, i droni più piccoli e più semplici, dicono gli esperti, quelli a fibra ottica che sono molto difficili da contrastare. È la nuova arma di Hezbollah, che ha capito che il nemico è in difficoltà davanti a essa.

Dunque, le interpretazioni più diffuse parlano di offensiva per arrivare alla tregua da posizioni migliori, controllando più territorio, o per evitare che una tregua ci sia finché quella possibile non è quella preferita.

Il discorso si potrebbe chiudere qui se di mezzo non ci fosse un numero enorme di esseri umani, quindi città, antichi castelli, princìpi fondamentali del diritto umanitario internazionale, antiche coltivazioni, futura vivibilità.

Se tutto questo è chiaro, una parola in apparenza altrettanto chiara orienta il dibattito libanese. Questa parola è “resistenza”.

Non si riesce a capire l’assenza di empatia verso i libanesi se non vediamo che manca una narrazione libanese. Anzi, oggi ne esistono due così contrapposte da essere in un urto feroce tra di loro tanto da farci domandare: qual è il Libano?

Mezzo Paese, o più di mezzo, è contro quella che Hezbollah definisce “resistenza”; mentre ciò che sostiene questa metà di Libano (o più) viene definito da Hezbollah “tradimento”, intelligenza con il nemico. Dove porre la solidarietà, con chi?

I due campi sono guidati, o forse rappresentati, da Hezbollah, il Partito di Dio, khomeinista, opposto a governo e Presidenza della Repubblica. Leggendo si ha la sensazione che vogliano la stessa cosa; il ritiro di Israele dai territori libanesi occupati e la piena sovranità libanese, il ritorno dei profughi nelle loro case. Ma il primo vuole che ciò passi attraverso la sua vittoria miliziana contro Israele, il secondo attraverso un negoziato con il nemico – e questo per Hezbollah è un inammissibile tradimento.

Osservando più da vicino, ma senza avvicinarsi troppo perché altrimenti si vedrebbe bene un dettaglio ma non il contesto, ci accorgiamo che il negoziato anche per Hezbollah è possibile, ma se viene condotto dall’Iran. È ben noto che l’Iran ha tentato e tenterebbe ancora di legare il Memorandum of Understanding con Trump a una tregua anche in Libano.

E questa tregua che diviene ammissibile per Hezbollah, mentre non lo è quella richiesta dal governo per negoziare una pace con il potente nemico. Essendo Hezbollah un partito khomeinista, finanziato dall’Iran khomeinista dagli anni Ottanta, ci si forma l’idea che il modo migliore per espandere la propria influenza nella regione sia quello di usare il conflitto libanese al proprio tavolo negoziale. “Resistenza”?

L’impressione se guardiamo alla lunga storia di questo conflitto è che l’invasione terrestre del sud del Libano da parte di Israele negli anni Ottanta abbia aiutato a far emergere questo soggetto in armi, che ha sgomberato il campo da altri soggetti “resistenti” al tempo presenti per diventare la sola “resistenza”.

Sostenuta dall’Iran e dalla Siria degli Assad, che nel frattempo occupava il resto del Paese, Hezbollah è diventata nel corso del tempo una potenza miliziana, temuta anche da Israele. Uscendo dalla sua guerra civile a dir poco tumefatto nel 1990, il Libano ha disarmato tutte le sue milizie che si erano allegramente combattute per anni. I partiti di cui erano espressione restavano attivi, ma senza armi: la guerra civile era finita.

C’è stata un’eccezione però, Hezbollah, perché combatte contro l’invasore nel sud. L’altro invasore, la Siria, era compatibile, diciamo come “benevolo protettore del Libano” e questa invasione non si combatte, la si appoggia.

Trovato il modo di capirsi con L’Iran, che ha armato e addestrato i miliziani di Hezbollah, la Siria accettava negli anni Ottanta la loro gestione esclusiva della lotta armata contro Israele in cambio dell’affidamento all’altro partito sciita del peso politico nel governo libanese. La Siria doveva avere un suo alleato in ogni comunità confessionale libanese. Il patto tra le due formazioni sciite libanesi è emerso dal loro conflitto e da allora è stato rigido, assoluto: nessuna voce dissenziente è riuscita mai a emergere senza essere soppressa.

Facciamo un salto in avanti, andiamo al 2000, quando Israele ha deciso di ritirarsi dal sud del Libano, per la scelta politica che intendeva perseguire il suo nuovo premier. È stata l’occasione per il Libano per chiedere a Hezbollah di disarmare: se non c’è più occupazione non c’è più resistenza armata…

Ma grazie a una disputa (artificiosa) sui confini, relativa a un’area infinitesimale, che in realtà apparteneva alla Siria, Hezbollah è riuscito a definire quel ritiro non completo e tutti gli alleati libanesi della Siria e dell’Iran si sono allineati; non c’erano le condizioni per disarmare la “resistenza”. Non si trattava di sciogliere il partito, come non era accaduto con gli altri quando era finita la guerra civile, ma il suo braccio armato.

Forse la resistenza era soprattutto altro: un avamposto militare dell’Iran, tutelato dalla Siria degli Assad: queste finalità le possiamo immaginare vedendo Hezbollah come un avamposto iraniano, difensivo o offensivo, accanto a Israele. Questo avamposto, in questa visione, serviva o a dissuadere dall’attaccare l’Iran o a espandere l’area di influenza iraniana nel mondo arabo-islamico. Dipende.

Il successo di Hezbollah è stato evidente perché ha modellato una comunità, l’ha modellata culturalmente. Con quello che a me è sempre apparso un lavoro di indottrinamento e conquista sociale con scuole, assistenza, moschee, televisione, ospedali e altro, Hezbollah ha plasmato una comunità a sua immagine e somiglianza, intrisa di pensiero apocalittico. Questo, il pensiero apocalittico, è il vero motore culturale di Hezbollah, mai sufficientemente indagato.

Dall’altra parte c’è un governo che non può governare, perché non c’è lo Stato, per due motivi. Il confessionalismo è rimasto quello che era prima della guerra civile, si è dimostrato un mostro irriformabile, aggrappato al potere delle grandi famiglie.

Questo Stato, e siamo al secondo motivo della sua assenza, ha ceduto per decenni la sua politica di difesa a un soggetto non statale, che ha dichiarato guerra quando ha ritenuto, rafforzando la spinta bellicista del nemico, che così facendo rafforzava la pretesa “resistenza” del nemico.

Ora lo Stato, con le enormi magagne che lo caratterizzano, dice di andare allo scontro con Hezbollah, ma dice anche di non volerlo, per paura della piazza, della guerra civile. Così le due narrative sembrano fondarsi su compromessi non dichiarati, negati, ma forse esistenti.

Hezbollah infatti accusa il governo di tradimento, ma di quel governo fa parte, con i suoi due ministri che non si dimettono. E le chiamate alla mobilitazione di piazza per abbattere il governo restano sulla carta.

Non esiste una ricetta completa. Occorre cominciare, poi il resto potrebbe venire cammin facendo. Difficile pensare a un altro punto di partenza.

Settimana News

Lefebvriani: nomi nuovi, parole stanche

di: Lorenzo Prezzi

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La Fraternità sacerdotale San Pio X ha annunciato i nomi dei quattro preti che verranno ordinati vescovi il 1° luglio a Ecône (Svizzera), mentre emergono memorie sui confronti che hanno preceduto le scelte scismatiche del 1988 e si alzano le voci critiche nei loro confronti dei cattolici a loro vicini per denunciare una decisione dalla conseguenze gravi.

Dopo la morte di Bernard Tissier de Mallerais e di Richard Williamson dei vescovi ordinati nel 1988 restano Alfonso de Gallareta e Bernard Fellay. I quattro prescelti fra i circa 700 preti che compongono la fraternità sono giovani (da 36 a 53 anni), di diverse provenienze nazionali con pregressi impegni soprattutto nei loro seminari (due in Francia, uno in Svizzera, Baviera-Germania e Virginia-USA).

Pascal Schreiber, svizzero di 53 anni, è stato ordinato prete nel 1998. Ha diretto alcune scuole superiori della Fraternità diventando poi superiore del distretto svizzero e responsabile del seminario in Baviera (Zaitskofen).

Michaele Goldade, statunitense di 45 anni è stato direttore, parroco e rettore del seminario San Tommaso d’Aquino in Virginia.

Michel Poinsinet de Sivry è francese e ha 42 anni. È stato ordinato nel 2008, ha diretto diverse scuole ed è superiore del distretto del Benelux dal 2022.

Marc Hanappier è francese e ha 36 anni. Ordinato nel 2013, è stato impegnato nell’insegnamento della teologia prima in Francia e poi nel seminario in Virginia.

Tutti hanno alle spalle famiglie cattoliche con numerosi figli. Nel comunicato della Fraternità che li ha presentati i toni sono molto irenici in contrasto con la durezza della decisione: «Il superiore generale ribadisce che la scelta e la consacrazione di questi eletti non procedono da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa. Esse non costituiscono in alcun modo una negazione, un rifiuto o una sfida al potere di giurisdizione supremo, pieno e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale. La cerimonia del 1º luglio non avrà altro scopo se non quello di assicurare la continuità nell’amministrazione dei sacramenti dell’ordine e della confermazione, così come dei sacramentali riservati ai vescovi, secondo il rito tradizionale della santa Chiesa romana e la fede di sempre».

Sono note le posizioni anticonciliari e le loro pretese giustificazioni.

La rivista Communio ha pubblicato nel suo numero di maggio, con la firma di Dominik Heringer, i contenuti di un confronto severo che il card. Joseph Höffner, arcivescovo di Colonia, ebbe con mons. Marcel Lefebvre nel dicembre 1977 nel convento femminile di Bühl/Baden.

Il prelato discusse con il vescovo dissidente sei tesi che ripercorrono le stesse ancora oggi proposte, in particolare le critiche all’apertura alle altre religioni (in primis l’ebraismo), le riforme liturgiche e il riconoscimento della libertà religiosa. Sottolineò le contraddizioni del vescovo che, da superiore maggiore della sua congregazione, pretendeva dai suoi religiosi nel 1962 il pieno consenso alla Chiesa e al papa, e poi, nel 1974, diceva: «Nessuna autorità, neanche la più alta nella gerarchia della Chiesa, può costringerci ad abbandonare o a sminuire la nostra fede cattolica».

E incalzava: «Lei possiede forse un primato supremo, una super-infallibilità? O si appella alla sua coscienza contro il primato e l’infallibilità del papa?… È una contraddizione intrinseca abbandonare la tradizione della Chiesa in nome della tradizione».

Lefebvre rispondeva invocando la correctio fraterna della tradizione tomista. Il cardinale ricordava al dissidente la lettera con cui Paolo VI sottolineava come il ripudio del concilio si accompagnasse al rifiuto dell’autorità della Sede apostolica. Inoltre, appariva fragile l’imputazione al nuovo rito di aver cancellato il carattere sacrificale della messa e che il riconoscimento del primato della coscienza in ordine all’appartenenza alle diverse fedi non significava il rifiuto alla decisività della mediazione del Cristo per la salvezza.

Le scelte ecumeniche non potevano venire denunciate come una semplice equiparazione delle differenti confessioni. Il tutto si concluse con il rifiuto di Lefebvre a celebrare in latino nel nuovo rito, a riconoscere il Vaticano II (che lui aveva firmato) e ha onorare il primato della giurisdizione del papa.

Fra le voci critiche che i “conservatori” cattolici stanno facendo alla scelta di nuove ordinazioni della fraternità, cito il card. Gerhard Ludwig Müller, che, in un’ampia intervista a Kath.net, ha detto: «Sembrano ignari della (loro) contraddizione con la fede cattolica, dato che il papa romano è, in caso di dubbio, il criterio decisivo ultimo per la cattolicità». Li invita a spiegare la differenza fra la loro posizione e quella di Lutero nella disputa di Lipsia del 1519 in cui affermava «Anche i concili possono errare». «Nessuno ha diritto alla consacrazione episcopale che appartiene alla Chiesa e non ai singoli gruppi in base alla pretesa di garantire la continuità di esistenza della propria organizzazione secondo diritti puramente umani». «La soluzione appropriata sarebbe che la Fraternità sacerdotale San Pio X non presumesse di dettare al papa le condizioni per la sua piena reintegrazione nella Chiesa cattolica, ma che riconoscesse, in conformità al concilio Vaticano I (1870), al quale si appella così prontamente, che non si può essere pienamente cattolici senza la piena comunione con il papa, attualmente papa Leone XIV».

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«Vi raccontiamo le nostre madri, tra le 21 donne che fecero la Repubblica»

Alle urne con il bimbo in braccio. La fotografia fa parte della mostra allestita alla Camera con gli scatti dell’Ansa

di Diego Motta – Avvenire

Chiara Spano è cresciuta a pane e politica. Era figlia di Nadia Gallico Spano, parlamentare del Partito comunista italiano, e di Velio Spano, per quattro legislature senatore del Pci. Ha avuto una madre e un padre costituenti, eletti tra i 556 dell’Assemblea che poi scrissero la Costituzione. «Anche la famiglia era come un partito: era missione, era servizio, era tutto» dice oggi, nei giorni che precedono il 2 giugno. Tra telefonate, iniziative, mostre commemorative, è un periodo impegnativo per Chiara, nata nel 1941, seconda di tre figlie. Chiara ha una memoria incredibile, fatta di luoghi e momenti cruciali di quella straordinaria primavera italiana. «Il 30 maggio 1946, tre giorni prima della consultazione tra Monarchia e Repubblica, andammo con mamma al comizio finale della campagna elettorale del partito» spiega Spano. «Era una festa campestre, partecipavano migliaia di persone. Ricordo che all’improvviso lei venne chiamata sul palco, in quanto responsabile femminile del Pci. Ovviamente non l’avevano avvisata. Palmiro Togliatti in persona le chiese di fare un piccolo saluto. E lei eseguì». Tornare oggi al racconto di quei tempi significa portare alla luce storie dimenticate, fatte di ideali e di democrazia. «Mamma conservò a lungo rapporti importanti con tutte le donne costituenti, a partire dalle donne dc. Nonostante la diversa appartenenza partitica, si respirava chiaramente la volontà di comporre i dissidi tra le varie componenti. Si cercava di fare sintesi ad ogni costo, anche con difficoltà». Tra le compagne di viaggio di allora, c’era anche Angiola Minella, torinese, la cui storia è stata raccontata in un libro di Cristina Ricci, “Quando le donne firmarono il futuro”, edito da Graphot. «La mamma resta sempre la mamma e io l’ho apprezzata sempre di più con il tempo» ricorda Laura Molinari, figlia di Angiola Minella.
Nadia Gallico Spano al Palatino, con le figlie Chiara e Paola
Nadia Gallico Spano al Palatino, con le figlie Chiara e Paola
Bisogna entrare in quegli anni per capire cos’era il fascismo e cosa volle dire liberarsene. «Mamma frequentava il liceo D’Azeglio con l’avvocato Gianni Agnelli, quando improvvisamente la dittatura la costrinse a fuggire dalla città, dopo l’attentato fascista di cui fu vittima il padre. Fu prima crocerossina, poi partigiana. Il 25 aprile e il 2 giugno hanno cambiato il Paese. Quanto alle donne – conferma Laura Molinari – c’era molta solidarietà tra le 21 madri costituenti, un’unità d’intenti che durò anche dopo quell’esperienza». Da bambine e da ragazze, si cresceva in fretta. «A Roma ci muovevamo da sole, io e mia sorella, eravamo piccole ma sveglie» riprende Chiara Spano. La mensa con minestra a Sant’Andrea Della Valle, i giochi in Piazza Navona con Gianni Rodari, le prime chiacchierate a base di antifascismo e politica in casa. «Negli anni Cinquanta si parlava sempre di Nato, del trattato Euratom, della cosiddetta “legge truffa”». Poi gli incarichi e gli spostamenti di famiglia: VelioSpano diventa segretario regionale del partito in Sardegna, Nadia Gallico fa avanti e indietro dall’isola al continente con la figlia piccola per i suoi impegni parlamentari. «Si discuteva molto, anche tra noi donne, ma la cosa più bella era sentire i miei genitori confrontarsi alla pari, consultarsi, se necessario criticare l’operato l’uno dell’altro, ma sempre con grande civiltà e rispetto».
L’Italia dell’epoca era ancora un progetto in embrione e la situazione economica e sociale per chi era uscito dal secondo conflitto mondiale si presentava complicata. «Si faceva politica casa per casa e, quando c’erano i comizi, mia madre parlava nelle piazze senza paura davanti a una platea in grande maggioranza maschile: alcune signore ascoltavano nascoste da dietro le finestre, perché i mariti non le facevano uscire». La scelta a favore della Repubblica, contro la Monarchia, fu una diretta conseguenza della voglia di democrazia. «Ci insegnarono una canzoncina prima del referendum: “un, due, tre, abbasso il re”. Eravamo già educati, da bambini, ma non ci volle molto a condividere quelle idee una volta diventate grandi, sapendo delle nefandezze compiute dai fascisti». E le donne furono fondamentali, benché largamente minoritarie. «Già allora portavano nei palazzi della Repubblica le virtù dell’ascolto e della mediazione – sottolinea Laura Molinari -. Virtù che via via sono emerse nel tempo, anche se per raggiungere la parità effettiva con l’uomo, la strada resta molto lunga».

Fenomeno “overtourism”: perché finiamo tutti negli stessi luoghi (e come uscirne)

Fenomeno “overtourism”: perché finiamo tutti negli stessi luoghi (e come uscirne)

Avvenire

Alzi la mano chi non ha mai vissuto questa scena: mesi passati a sognare una spiaggia “incontaminata” vista magari sui social, ore di viaggio per raggiungerla, e poi… il trauma. Vi ritrovate stesi a un centimetro dall’asciugamano di uno sconosciuto, in coda anche solo per fare una foto al panorama. Benvenuti nell’era dell’overtourism, il turismo di massa 2.0. Ma vi siete mai chiesti perché, pur avendo a disposizione un intero pianeta, finiamo tutti, geometricamente, nello stesso identico posto?
Ostaggi dell’Algoritmo: quando il viaggio diventa un copia-incolla. La colpa, manco a dirlo, è della tecnologia. Motori di ricerca, feed dei social e piattaforme digitali funzionano a loop: propongono ciò che è già virale, amplificando a dismisura l’esposizione delle solite mete. Il risultato? Una pressione antropica insostenibile per i territori, comunità locali private della propria identità e, per noi viaggiatori, un’esperienza prevedibile, replicabile e decisamente deludente. Il viaggio si è trasformato da scoperta a collezione di figurine.
La soluzione? Non è lanciare lo smartphone dal finestrino, ma usarlo meglio. Da qui nasce “Travel Beyond the Algorithm”, l’invito di Yescapa (piattaforma leader nel camper-sharing con una flotta di oltre 35.000 veicoli tra van, camper mansardati e motorhom) e una community di 850.000 utenti) a riprenderci il gusto dell’imprevisto. Ecco le 5 regole d’oro per hackerare il sistema e tornare a viaggiare davvero.
1. Scegli un territorio, non una meta. La prossima volta che pianifichi una partenza, suggerisce Yescapa, bandisci da Google la domanda “cosa vedere a…”. Scegli invece un’area geografica ampia. Vuoi andare in Toscana? Ottimo. La vera domanda non deve essere il punto di arrivo, ma come attraversarla: costa o entroterra? Nord o sud? Questo approccio sposta il focus dagli “hotspot” instagrammabili al tessuto stesso del territorio, aprendoti le porte a percorsi che nessuna guida cartacea ha ancora standardizzato.
2. Usa le mete famose come “esca” (e poi scappa). Le grandi destinazioni hanno un fascino innegabile, ed è normale volerle vedere. Il trucco sta nel trasformarle nel punto di partenza, mai nel centro del viaggio. Ti trovi in un luogo iper-frequentato suggerito dall’algoritmo? Fai un respiro profondo, guarda la mappa e chiediti: “Cosa c’è nel raggio di 20-30 chilometri che nessuno sta raccontando?”. Spesso la vera magia si nasconde proprio lì, a pochi minuti di strada dalla folla.
3. Evita i piani di ferro: viaggia a tappe brevi. I dati di Yescapa parlano chiaro: circa il 40% dei viaggiatori sceglie itinerari che durano tra i 4 e i 6 giorni. È la durata perfetta per sperimentare il viaggio flessibile. La regola d’oro è pianificare solo una o due tappe fisse, lasciando il resto al caso. Decidi giorno per giorno se fermarti perché un posto ti ha rubato il cuore o se rimetterti in marcia. Il viaggio deve essere adattivo, non un foglio Excel da spuntare.
4. Boicotta le “Top 10” e parla con gli umani. Le ricerche tipo “Le 10 spiagge più belle da vedere assolutamente” sono il modo più rapido per finire imbottigliati nel traffico. Se una spiaggia è in quella lista, fidati: è già satura. Cambia la fonte delle tue informazioni. Segui i cartelli stradali arrugginiti, fermati nel bar di un paese a chiedere dove si mangia meglio, ascolta chi quel posto lo vive ogni giorno. Se scegli la formula del camper sharing, ad esempio, il proprietario del mezzo diventa il tuo insider personale: la community di Yescapa è fatta di persone reali che non vedono l’ora di svelarti quel punto panoramico segreto o quella sagra di paese che nessun algoritmo potrà mai intercettare.
5. Rivendica il diritto di non ottimizzare tutto. L’algoritmo è un maniaco del controllo: vuole ottimizzare i tuoi tempi, i tuoi chilometri e le tue tappe. Ma un viaggio millimetricamente ottimizzato è un viaggio senza anima. Oggi, scegliere di non vedere tutto è il più grande atto di libertà che puoi concederti. Lasciare spazio all’imprevisto (anche a un errore di percorso!) significa aprirsi alle sorprese, restituendo al viaggio la sua dimensione più intima, selvaggia e, soprattutto, irripetibile.

Il monaco buddhista Shionuma: «Così la sofferenza può insegnarci a vivere»

Il monaco buddhista Shionuma: «Così la sofferenza può insegnarci a vivere»

Per nove anni, ogni primavera, Ryojun Shionuma ha percorso quasi cinquanta chilometri al giorno tra i sentieri impervi del Monte Omine, nel cuore del Giappone, affrontando gelo, fame, fatica e isolamento. È l’unico uomo dell’era moderna ad aver completato il Sennichi Kaihogyo, leggendario pellegrinaggio ascetico dello Shugendo che, in oltre tredici secoli di storia, pochissimi monaci sono riusciti a portare a termine. Un’esperienza estrema che gli è valsa il soprannome di “Buddha vivente”, ma che lui racconta non come una prova eroica, bensì come percorso per imparare a vivere. Nel libro L’arte di sorridere in salita (Vallardi, pagine 252, euro 18,00), curato da Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Shionuma riflette sul significato della sofferenza, sull’ego, sulla gratitudine e sulla necessità di ritrovare un rapporto autentico con sé stessi e con gli altri. In un tempo che tende a rimuovere il dolore e la fragilità, il suo insegnamento invita a rallentare, accettare i limiti e riscoprire la forza nascosta nelle cose più semplici.
Il Sennichi Kaihogyo è spesso raccontato come un’impresa straordinaria. Lei, invece, quando ripensa a quegli anni, come li racconterebbe?
«Ci sono cose che non sono cambiate né allora né oggi. Alcuni principi sono rimasti immutati nonostante il passare del tempo: per esempio vivere ogni giorno senza desideri e senza bramosia. Un’altra attitudine verso la vita che non è cambiata nel corso degli anni è vivere con umiltà e onestà. Questi principi per me non cambiano mai».
Per nove anni ha percorso gli stessi sentieri, ripetuto gli stessi gesti. Nel suo libro scrive che nella ripetizione si scopre che nessun giorno è uguale a un altro. È questo che le ha dato la forza di andare avanti giorno dopo giorno?
«Pensavo che il domani sarebbe stato migliore di oggi, e viceversa. Era questa la spinta per andare avanti. Nel buddhismo la ricerca spirituale, l’illuminazione, è vista come un cammino continuo; finisce quando finisce la passione della ricerca. Sulla base di queste riflessioni ho pensato di vivere ogni giorno al cento per cento, sia per motivarmi, sia perché credevo che il giorno dopo sarebbe stato migliore».
Lei scrive: «Non intraprendiamo queste pratiche per morire, ma per imparare a vivere». Durante il suo percorso c’è stato un momento, un’esperienza o una consapevolezza che ha dato a questa frase un significato nuovo?
«Nelle pratiche ascetiche è importante sapere che siamo fatti di carne e ossa e che potremmo lasciarci andare, potremmo abituarci troppo facilmente alla comodità. È per questo che i monaci buddhisti si mettono in certe condizioni: per riscoprire il proprio lato umano, arrivare alla riscoperta del proprio io interiore e imparare ad apprezzare la vita. Non si tratta quindi di pratiche per morire, ma per vivere. Per ritrovare il senso della vita e comprendere meglio il proprio ego. Anche la gratitudine per un semplice pugno di riso, o per il fatto stesso di restare in vita, nasce quando ci si sottopone a esperienze estreme. Sono proprio le piccole cose, dentro un’impresa estrema, ad avermi insegnato a vivere. Ed è qualcosa che tutti dovremmo imparare, anche senza affrontare prove del genere».
Nella nostra società si tende spesso a nascondere o allontanare ciò che ci ricorda la fragilità: la sofferenza, la morte, il fallimento, la perdita. Lei invece ha scelto di avvicinarsi a questi confini. Che cosa rischiamo di perdere quando cerchiamo di rimuovere questi concetti dalla nostra vita?
«Facendo così ci allontaniamo dal vero modo di vivere, da una vita autentica. Ci allontaniamo dalla verità e da ciò che siamo realmente. Noi siamo anche il frutto dei nostri fallimenti. La vita non è sempre semplice: bisogna fare tentativi, capire quale sia la strada giusta. Anch’io, in fondo, sono il frutto dei miei fallimenti».
Lei sostiene che l’essere umano è egoista e che il vero lavoro consista nel tenere a bada l’ego. In una società in cui siamo continuamente spinti a costruire e mostrare la nostra immagine, come si può lavorare sulla relazione con l’altro?
«Secondo l’insegnamento buddhista è molto importante governare l’ego, il desiderio e la bramosia. Dobbiamo imparare a controllarli perché, per come siamo fatti noi esseri umani, quando ci sono cose negative o persone che non ci piacciono, tendiamo a focalizzarci solo su quella negatività, senza fare alcun passo per migliorare. Ma vale anche il contrario: ci focalizziamo solo sulle cose belle. Abbiamo sempre la tendenza a fissarci o sul negativo o sul positivo. Manca spesso un atteggiamento distaccato verso le cose e verso le persone. Ma questo distacco non significa essere freddi: significa saper controllare meglio il proprio ego e i propri desideri. È un atteggiamento difficile da mettere in pratica, ma rappresenta il primo passo verso la serenità interiore e verso il mondo, per ottenere aiuto reciproco e arrivare alla pace. Ma non è una passeggiata».
Oggi molte persone attraversano momenti di smarrimento, ansia o senso di inadeguatezza. Da dove pensa si possa ricominciare quando ci si sente disorientati? Nel libro lei scrive che ogni persona, a modo suo, si sta impegnando al massimo. In che modo questo sguardo cambia il nostro rapporto con gli altri?
«Lo sforzo che una persona compie talvolta può sembrare ininfluente per il mondo, ma in realtà ha un impatto molto importante: è come un effetto farfalla. Se tutti facessero anche solo un minimo sforzo, il risultato si vedrebbe. La cosa importante è sempre il rispetto per l’altra persona. Bisogna rispettarne i gusti, le tendenze, i pensieri. In questa maniera si crea armonia tra le persone».
Tutti abbiamo una montagna davanti: una malattia, una perdita, una paura, una solitudine. Qual è il primo passo da fare quando sembra impossibile affrontare quella montagna?
«Il primo passo per affrontare la montagna che possiamo trovarci davanti è non considerare queste negatività – come la perdita o la solitudine – come elementi che ci danneggiano, ma come elementi che possono aiutarci positivamente nella salita. Non bisogna sfuggire a questi eventi che ci sembrano impossibili da superare. Non bisogna negarli. Ma nemmeno fissare lo sguardo soltanto su di essi. Se li affrontiamo considerandoli elementi che possono aiutarci nella salita, con gratitudine, allora compiamo un primo passo importante per usare davvero il nostro cuore».
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