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Proporre la fede oggi

di: Francesco Strazzari
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Veglia di preghiera dei giovani con papa Leone XIV (Parigi, 25 settembre 2026 – foto Vatican Media).

Era il novembre 1994 quando Claude Dagens, vescovo di Angoulême, presentava all’Assemblea dei vescovi francesi, riuniti a Lourdes un rapporto intitolato “La proposta della fede nella società odierna (il cosiddetto Rapporto Dagens, frutto di un lavoro di équipe, di cui facevano parte i teologi i teologi Joseph Doré, Henri-Jérôme Gagey, i vescovi Claude Cesbron e Hippolyte Simon, suor Geneviève Médevielle ed altri.

Il gruppo di lavoro era guidato da mons. Claude Dagens con l’incarico di elaborare un documento di largo respiro da sottoporre ai vescovi. Il Rapporto Dagens «invitava tutti coloro che lo desideravano a intraprendere un discernimento nella Chiesa sulla situazione della fede cristiana nella società contemporanea».

Furono redatte 3.000 pagine di risposte pervenute da individui, gruppi, parrocchie e movimenti francesi. Fu elaborato un secondo Rapporto di sintesi, che essi proposero insieme al primo come “strumento di lavoro” per continuare e approfondire l’analisi intrapresa.

Dopo un anno di lavoro intenso, il gruppo di lavoro si proponeva di:

  1. valutare le condizioni relativamente nuove nelle quali veniva accolta, annunciata e praticata la fede nel Dio di Gesù Cristo;
  2. tradurre la proposta della fede in priorità pastorale in modo che mobilitasse molteplici attori nella Chiesa con le loro esperienze e le proprie risorse;
  3. impostare un dialogo con i responsabili della società civile, con i quali discutere con libertà sul posto specifico dei credenti nella società.

Emerse, innanzitutto, l’appello a prendere la parola e a compiere un percorso di discernimento.

Il secondo intento iniziale riguardava gli attori del progetto. Si desiderava che fossero i più diversi possibile e non solo per le attività specifiche che contribuiscono alla formazione della fede.

La terza prospettiva aperta dal Rapporto riguardava le relazioni con la società civile e i suoi molteplici responsabili. Occorreva ammettere che, in questi ambiti, si era rimasti molto lontani dalle intenzioni iniziali.

Si accennava ai diversi livelli della recezione del Rapporto, alle circostanze della recensione e alle diverse letture di esso. Emersero critiche sulla redazione del Rapporto, sulla sua struttura e sul contenuto (eccessivo ottimismo).

Furono critiche pesanti, che toccavano i fondamenti stessi della fede e della vita cristiana. Furono avanzate proposte per chiedere che la fede venisse presentata come una iniziazione, come parte di nuove conoscenze e partire da una formazione a nuovi stili di vita e di visione del mondo.

Si chiedeva, soprattutto da parte di gruppi parrocchiali, che venisse riconosciuto il ruolo svolto dalle comunità carismatiche e si auspicava che le comunità ordinarie di tipo parrocchiale potessero diventare sempre di più luoghi dediti a questa esperienza spirituale.

Il Gruppo Dagens ne prese atto e indicò quattro opzioni:

  1. partire dalla fede come esperienza situata nella propria storia personale;
  2. affrontare la sfida della fede ammettendo l’esistenza di condizioni sfavorevoli, ostacoli, resistenze, difficoltà anche gravi;
  3. non collocare la società civile e la Chiesa nella prospettiva esclusiva del faccia a faccia, un impegno estremamente vasto che richiede confronti leali soprattutto nel campo dell’educazione;
  4. riflettere e prendere in seria considerazione alcuni punti forti dell’esperienza cristiana incentrata sull’esperienza pasquale.

Constatando che né le analisi né i dibattiti possono bastare da soli, il gruppo osservava: «C’è da sperare che tali analisi e dibattiti sfocino in orientamenti, in scelte il più coerenti possibile e centrate su alcune importanti priorità della vita e della missione cristiana alla vigilia del XXI sec., in una specie di “carta dell’evangelizzazione”.

Il gruppo lanciava tre appelli: amare il mondo nella verità; risalire alla sorgente; vivere la fede nella totalità per avere credibilità.

Il 9 novembre 1996 i vescovi francesi rendevano nota la Lettera ai cattolici di Francia. Specificavano: «Non è un trattato sull’evangelizzazione in Francia. È un appello rivolto a tutto il popolo dei battezzati per condividere più ampiamente e annunciare con sicurezza la fede che ci anima».

Concluso il Rapporto Dagens, esso tornava ai vescovi per raccogliere e sistemare in forma di lettera ai cattolici di Francia il risultato di tre anni di lavoro sull’evangelizzazione nella società odierna. La lettera portava lo stesso titolo dei precedenti rapporti: La proposta della fede nella società odierna, curata dalla stessa équipe presieduta da mons. Claude Dagens.

Tre priorità di fondo per la missione: «Comprendere, con realismo, che la nostra situazione di cattolici nella società odierna ci invita ad andare più decisamente al cuore del mistero della fede e a formare una Chiesa che proponga la fede in maniera più solidale».

In quel tempo ho incontrato più volte il vescovo Claude Dagens, che, il 17 aprile 2008, fu eletto accademico di Francia, uno dei quaranta immortali. La sua elezione dovette molto alla direzione del Rapporto Dagens.

L’ho incontrato nel monastero delle benedettine di Belloc, nei Pirenei atlantici, dove trascorreva tempi di preghiera, di riflessione e di studio, a un’ora circa dal santuario di Lourdes, dove si recava spesso.

Mi parlava del Rapporto e della Lettera ai cattolici di Francia con appassionati riferimenti a Madeleine Delbrêl: «Il mio pensiero corre spesso a Madeleine Delbrêl, alla periferia di Parigi, Ivry, dove operava in ambiente comunista ateo, diceva: «Il tempo di oggi è il tempo della nostra fede. La fede è una passante; nessun tempo le è refrattario, essa non è refrattaria a nessun tempo; essa è fatta per il tempo e destinata ad ogni tempo e, quando un tempo sembra esserle refrattario, è nei nostri confronti che è refrattario… Siamo noi diventati refrattari a questo tempo».

Commentava Dagens: «È un tempo favorevole alla nostra conversione. Le circostanze ci obbligano ad uscire da noi stessi, dai nostri gusci, come soldati chiusi nelle caserme, per testimoniare nel mondo l’apertura a Dio della nostra umanità reale e attuale. È il compito della Chiesa, è un’esigenza permanente che ci obbliga alla conversione permanente. Essere aperti a Dio, radicalmente, perché, tramite noi, il mondo si apra a Dio».

E ancora: «Siamo vicini al santuario di Lourdes. La Vergine Maria disse a Bernadetta: “Va’ a bere alla sorgente!”. Non capiva. Andò al torrente Gave. Ritornò. Lo sguardo della Vergine le indicò il luogo. Dapprima acqua sporca, poi sempre più limpida. Che vuol dire? Dalla sorgente usciva l’acqua. Quando guardo a lei, vedo dapprima la fanciulla ebrea di Nazaret, sorpresa dal messaggero di Dio, l’angelo Gabriele: “Tu sei benedetta fra tutte le donne. Gioisci! Piena di grazia! Il Signore è con te”. Non capisce. È smarrita. Domanda spiegazione. Come può accadere questo? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Risponde: “Sono la serva del Signore”. È il dialogo della fede, che si apre totalmente, radicalmente alle promesse di Dio, anche se non capiamo niente, anche se non capiamo subito i segni. Il Magnificat è l’inno della gioia. Abbatte i potenti dai troni, rialza gli umili. Charles Maurras, uomo politico francese, grande pensatore, filosofo, acceso nazionalista, diceva che per lui il Magnificat è pericoloso. Parlava del “veleno” del Magnificat. Credo che il Magnificat trasformi il mondo, perché Dio si mette da parte dei poveri, dagli ’anawim della Bibbia, di coloro che sono disarmati e che attendono tutto da colui che ci conosce e ci ama. Il Magnificat è una maniera di dire: il Signore rimane con noi».

Il vescovo Dagens è un appassionato della Chiesa, argomento sul quale torna spesso nelle conversazioni. Come il leggendario card. Hume, inglese, sogna e racconta i suoi sogni.

«Che cosa sogno? Una Chiesa che impari, per opera dello Spirito Santo, a non considerarsi come un blocco monolitico che va ad urtare contro altri blocchi o contro il quale altri blocchi vanno a urtare. Sogno che la Chiesa impari a mettersi alla sequela di Gesù, con Gesù, con lo Spirito Santo. Il cammino è aperto. Questo vuol dire che ci sono delle tappe da percorrere (riferimento al Rapporto e alla Lettera). Vi sono scoperte da fare. Una grande novità del cristianesimo per il tempo che stiamo vivendo, in un momento di crisi globale sotto tutti gli aspetti, è di non essere schiavi dell’ideologia trionfante del progresso, basato su previsioni e calcoli razionali. Abbiamo bisogno di ritrovare il senso del tempo. Ogni epoca è aperta a Dio. Ogni tempo, per quanto difficile, è aperto a Dio, perché Dio stesso è aperto al nostro tempo. Impariamo non soltanto a calcolare e a fare previsioni sull’avvenire: il tempo previsto non si realizza. Il senso del tempo semplicemente ci apre all’eternità di Dio».

Sogni di un vescovo, accademico di Francia, uno dei quaranta immortali, timido e riservato, battagliero e passionale, ordinario e contemplativo, aperto al mistero di Dio, adepto della Via – come ama definirsi – sulle orme dei primi cristiani.

Settimana News

Tra madre e figlio, i gesti di cura attraversano il tempo e si scambiano i ruoli: una memoria d’amore che diventa fede, gratitudine e speranza

Madre

Avvenire

“I primi anni della vita passano/ veloci: il bambino si sveglia/ e mangia e poi dorme e poi si sveglia/ ancora, e se è malato muore oppure”, mi commuovo ogni volta che la parola poetica irrompe nel quotidiano a trasfigurarlo. Forse è questo l’unico motivo per cui mi ostino a scrivere. Oltre al fatto che non potrei fisicamente farne a meno. Queste parole mi raggiungono in un momento particolare della mia vita: mia madre è qui a Crocetta da me per qualche giorno. Il tempo, la morte di mio padre, la fragilità l’hanno trasformata.
E la mia casa non è agevole per il movimento: pietra e scale ovunque, come a portarsi la montagna anche tra le mura domestiche, rudezza antica. Così, muoversi chiede, a volte, un aiuto; ci si chiama, ci si appoggia, ci si sostiene. E intanto, leggendo “La camera da letto” di Attilio Bertolucci, diventa inevitabile sentire che “i primi anni della vita passano veloci”: sono già passati, ma hanno lasciato memoria. Ogni gesto, ogni richiesta d’aiuto, ogni contatto di pelle tra madre e figlio piange la dolcezza del tempo dell’infanzia.
Soffre la malinconia di quando la vita si presentava carica di futuro e condivisa con le persone care. Ora quel tempo è passato, inesorabilmente, e in ogni gesto riecheggia l’assenza dei morti. Ci si sente più soli. Eppure — e questo è il miracolo — ogni cenno è carico di una memoria affettiva che sembrava solo chiedere d’essere resuscitata: una cura che, pur essendo passata, non sembra affatto esaurita. Ritorna. C’è. E così non si capisce più se è la madre che sorregge il figlio o viceversa; se è il genitore a chiamare o il figlio a essere resuscitato nel pieno della notte. Chi si prende cura di chi? Sostenersi, portare luce nei corridoi, sistemare lenzuola e cuscini sono gli stessi gesti di un tempo, identici; in mezzo, cinquant’anni che hanno aiutato a capire che i gesti di cura non si danno e non si ricevono, ma si condividono. Curare è lasciare che il tempo ci curi. Il figlio e la madre si confondono in un bisogno condiviso: arrivare al termine della notte. Vivi.
“E se è malato muore…”, così scrive Bertolucci. Tanti sono i morti da ricordare; inevitabile scivolare nel passato quando ci si concede il lusso di scambiarsi parole a cuore aperto. Ma non è passato nulla, ora comprendo: si sta come sulla riva di un fiume, scorrono le acque, verremo presto anche noi deposti, ci stiamo regalando il tempo dell’addio. Arrivederci.
“E mangia e poi dorme e poi si sveglia”, come noi, io e mia madre, in questi giorni. Tutto qui, in poche esatte parole, che dicono l’infanzia, che svelano il presente, che illuminano anche l’osso profondo della fede: eucarestia, affidamento nella preghiera, resurrezione. È tutto qui.
“Se è malato muore oppure/ guarendo è diverso, i suoi occhi/ vedono le persone e le ringraziano/ di stargli vicino nella solitudine”. Sono passati pochi giorni da quando mia madre è tornata a casa sua; mi ha ringraziato mille volte. Io ancora non sono così libero da dirle il mio grazie senza scoppiare in pianto; forse queste righe, in parte, servono a sopperire. Grazie perché siamo vivi, passando di guarigione in guarigione. È questa la fede che continua ad insegnarmi. Per giungere con speranza al “giorno di luce calma e di grande silenzio attorno”.

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

Avvenire

Arrampicato tra i Caruggi e l’antica chiesa di san Donato abita il signor Erminio. Ha novantasette anni e sei rampe di scale da salire per arrivare all’appartamento in cui si è trasferito da un paio d’anni. «Qui pago soltanto 200 euro al mese perché se ne dovessi pagare di più non ce la farei» sospira cercando posto per le sedie tra le pile di giornali accatastate ai lati della sua poltrona verde. Per mesi i volontari hanno bussato alla sua porta, lasciando, a chi non rispondeva, dei bigliettini. «Poi un giorno ci ha detto di aspettarlo giù in strada e così lo abbiamo conosciuto», racconta Daniela Parodi, coordinatrice del programma Viva gli Anziani di Genova della Comunità di Sant’Egidio. All’inizio Erminio non era convinto. «Quasi mi davano fastidio, non capivo cosa volessero da me. Ora mi meraviglio che ci siano ragazzi che perdano tempo con noi». Quando una parte del soffitto della sua vecchia casa è crollata, sono stati i volontari a trovargli una nuova sistemazione. Erminio è rimasto nel suo quartiere, il Molo, uno dei più antichi della città. Qui, stando ai dati comunali disponibili, il 47% degli over 75 vive solo.
A maggio 2025 i residenti con più di 65 anni erano 161mila quasi il 30% della popolazione. «Dal Comune abbiamo ottenuto l’anagrafica dei 1200 over 80 che vivono in centro, e settimanalmente andiamo porta per porta a citofonare per chiedere se va tutto bene» spiega Parodi. Il tentativo è ricostruire una rete di prossimità di persone che possano aiutare le persone rimaste sole: vicini di casa, medici di medicina generale, giornalai, commercianti della zona. Gli stessi anziani possono diventare parte attiva della rete: sono circa 300 gli over 75 che, come volontari, vanno a trovare altre persone in difficoltà. Secondo una ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata la presenza di Viva gli Anziani è associata a una riduzione del 15% degli accessi impropri al Pronto soccorso e del 20% degli ingressi in istituti di cura. «Mi sono addormentata vedendo che sul mio comodino c’era il vostro depliant» ha scritto in una mail una signora sola, chiedendo aiuto dopo essere caduta in casa. «Avere una rete di prossimità significa che ci sono delle sentinelle, persone che si accorgono dell’assenza, qualcuno che conosce il tuo nome e sa dove cercarti» aggiunge Parodi.
Oltre al monitoraggio domiciliare di più di 5mila anziani, la Comunità di Sant’Egidio genovese gestisce tre convivenze solidali, un’altra formula di sostegno agli anziani nella quotidianità. Nella casa “Roberto Bianchi”, nel quartiere di Carignano, vivono sei donne anziane che hanno scelto di mettere insieme le proprie risorse per continuare a vivere in una casa, invece di entrare in una struttura. «Le convivenze solidali sono un modo di vivere la vecchiaia in uno spazio familiare» afferma Roberta Reboa, responsabile della casa. Ogni mattina ci sono persone che si occupano delle pulizie e dell’assistenza; al pomeriggio arrivano volontari e amici. Si leggono i giornali, si discute, si gioca a carte, si prega insieme. La domenica c’è il pranzo, con una tavolata aperta anche ai vicini e ad altri anziani della zona. Non è solo una soluzione abitativa, ma una casa aperta a tutto il quartiere. «Qui c’è famiglia, assistenza e tutto quello che importa» dice la signora Adele. A chi le chiede di esprimere un desiderio risponde: «Sogno di non avere tanti disturbi, per non dare fastidio. Perché se mi aggrappo devo dipendere e non voglio essere dipendente».
La signora Anna è arrivata da pochi mesi. Fino a 92 anni ha vissuto nella sua casa, poi una caduta e alcuni incidenti domestici hanno fatto capire ai volontari di Viva gli anziani, che già la andavano a trovare, che forse era arrivato il momento di cercare un’altra soluzione. Le hanno proposto di trasferirsi nella convivenza. «Sola non potevo più stare, qui mi sento protetta». Per Roberta Reboa, questa esperienza può essere anche un modo per ripensare l’approccio all’invecchiamento. «Come un paio di secoli fa è stata progettata una società che tenesse conto delle esigenze dei bambini, oggi possiamo costruire una società a misura di anziano. E qui a Genova lo stiamo sperimentando». E c’è una frase che Reboa sente ripetere da chi arriva nella casa: «Io qui sono risorto». «È la cosa più emozionante – racconta – e mi colpisce vedere come le persone della casa si prendono cura di chi è più fragile».

Dal Vco al Novarese, annunciati nuovi incarichi per coadiutori e amministratori parrocchiali

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Nuovi incarichi pastorali e avvicendamenti interessano diverse comunità della diocesi di Novara. Le nomine sono state comunicate nelle messe di sabato 3 e domenica 4 ottobre, con lettere del vicario generale mons. Fausto Cossalter ai sacerdoti e alle comunità coinvolte e con una nota su diocesinovara.it. Gli avvicendamenti riguardano Cannobio e la Valle Cannobina, Sozzago, Oleggio, Omegna e le comunità dell’Ossola. Un nuovo servizio è inoltre previsto per il diacono don Gregorio Clementi, ordinato lo scorso 26 settembre dal vescovo Franco Giulio Brambilla.

A Cannobio don Brusatore

A Cannobio e nelle comunità della Valle Cannobina arriva don Gianluca Brusatore, che affiancherà il parroco don Mauro Caglio e don Gianluigi Cerutti nel servizio pastorale e nell’oratorio.

Il nuovo vicario parrocchiale sarà dunque don Brusatore, sacerdote da quattro anni, che ha vissuto il suo ministero come coadiutore a Gozzano e, nell’ultimo anno, come vicario parrocchiale a Trecate e amministratore parrocchiale a Sozzago. «Ora viene molto volentieri a Cannobio per camminare con voi e mettersi al servizio delle molte necessità del vostro territorio», scrive mons. Cossalter. L’inizio del ministero sarà concordato con il parroco nei prossimi giorni di ottobre.

A Sozzago don Irudayaraj

Il trasferimento di don Gianluca Brusatore comporta anche un nuovo assetto per la comunità di Sozzago. La responsabilità amministrativa della parrocchia viene affidata a don Massimo Sozzi, che manterrà il proprio incarico di vicario parrocchiale a Trecate. Per la cura pastorale della comunità sarà invece presente don Conshtantain Irudayaraj, sacerdote guanelliano residente a Novara.

A Oleggio don Formisano

Anche Oleggio è interessata da un avvicendamento. Don Riccardo Crola è stato destinato alle parrocchie di Omegna, Germagno e Loreglia, dove affiancherà il parroco don Gianmario Lanfranchini. Al suo posto arriva don Vincenzo Formisano, che assumerà l’incarico di vicario parrocchiale accanto al parroco don Massimo Maggiora.

«Don Riccardo si è reso disponibile a esercitare il suo ministero nel territorio delle parrocchie di Omegna», comunica mons. Cossalter a don Maggiora e ai fedeli di Oleggio, esprimendo la certezza che la comunità saprà «manifestargli la vostra gratitudine per questi anni vissuti insieme».

Il nuovo vicario, don Vincenzo Formisano, è sacerdote da due anni. Ha vissuto il primo anno di ministero a Galliate e nell’ultimo anno si è reso disponibile al servizio nelle parrocchie della Bassa Valsesia, dove «ha offerto un prezioso servizio pastorale alle vostre comunità», scrive mons. Cossalter ai parroci don Manuel Spadaccini e don Alessandro Clementi e alle loro parrocchie.

 «Ora – prosegue – viene a Oleggio, mantenendo anche l’impegno che da alcuni anni offre come insegnante di religione nelle scuole superiori della zona». L’avvicendamento è previsto nelle prossime settimane di ottobre.

A Omegna don Crola

A Omegna, Germagno e Loreglia arriva, dunque, don Riccardo Crola. Il sacerdote, originario di Gozzano e ordinato sacerdote sette anni fa, affiancherà il parroco don Gianmario Lanfranchini. La nomina segue il trasferimento di don Luigi Trentani, recentemente salutato dalle comunità e destinato a un nuovo servizio pastorale a Novara.

«Nei giorni scorsi avete ringraziato e salutato don Luigi, chiamato a un nuovo servizio pastorale a Novara. Ora mons. Vescovo ha deciso di inviare come tuo collaboratore a Omegna, per affiancarti nel servizio delle parrocchie a te affidate, un altro sacerdote», scrive il vicario generale al parroco e alla comunità.

Dopo il primo ministero a Oleggio, don Crola «viene a Omegna, desideroso di iniziare questo nuovo cammino pastorale in mezzo a voi e di mettere a disposizione della comunità la sua esperienza e il suo ministero». L’inizio della sua presenza sarà concordato con il parroco nelle prossime settimane.

A Crevoladossola, Preglia, Varzo, Trasquera e Montecrestese don Bracca

Un nuovo vicario parrocchiale è destinato anche alle comunità ossolane affidate al parroco don Marco Piola. Si tratta di don Samuele Bracca, che dopo i primi tre anni di ministero come coadiutore nella parrocchia di Cameri assume un nuovo servizio pastorale a Crevoladossola, Preglia, Varzo, Trasquera e Montecrestese.

La nomina si inserisce nell’avvicendamento seguito al nuovo incarico assunto da don Andrea Lovato come parroco delle parrocchie di Masera e Trontano. «Mons. Vescovo ha deciso di inviare, come tuo nuovo collaboratore, un altro giovane sacerdote, don Samuele Bracca», comunica mons. Cossalter.

Il sacerdote «ora si rende disponibile per un nuovo servizio pastorale nelle diverse comunità a te affidate». Al parroco viene quindi affidato il compito di concordare con don Bracca l’inizio del ministero «nei prossimi giorni».

Il diacono Clementi a Intra San Vittore

È stata infine comunicata la destinazione del diacono Gregorio Clementi, ordinato dal vescovo Franco Giulio Brambilla sabato 26 settembre in cattedrale. Don Clementi vivrà l’ultimo anno di preparazione all’ordinazione presbiterale nella parrocchia di Intra San Vittore a Verbania.

Il diacono sarà inserito nella comunità affiancando il parroco mons. Fausto Cossalter e i vicari parrocchiali don Riccardo Cavallazzi e don Pier Luigi Grossi. Per il prossimo anno, dunque, il suo cammino verso il presbiterato si svolgerà nel servizio pastorale della comunità di Intra, in preparazione all’ordinazione sacerdotale.

 

Mauro Gambetti arcivescovo di Chieti-Vasto, il Papa sceglierà un nuovo arciprete per San Pietro

Mauro GAMBETTI OFMConv

Rai News

Dopo giorni di indiscrezioni, è arrivata l’ufficialità: Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, presentata da monsignor Bruno Forte, e ha nominato al suo posto il cardinale francescano Mauro Gambetti, trasferendolo dagli uffici di Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. Gambetti era stato nominato appena 55enne arciprete a San Pietro da Papa Francesco il 20 febbraio 2021.

Seguendo l’antico leitmotiv “promoveatur ut amoveatur” (promuoverlo per spostarlo), infatti, il Pontefice mette fine alla gestione della Basilica di San Pietro del frate cardinale, che negli anni sotto Papa Francesco – che gli aveva posto la berretta rossa in testa, nel 2020 – aveva accumulato diverse cariche e ruoli importanti, almeno fin dalla sua creazione a cardinale.

 

Una lunga carriera, tra Assisi e il Vaticano
Nato il 27 ottobre 1965 a Castel San Pietro Terme (Bologna), dopo la laurea in Ingegneria Meccanica presso l’Università di Bologna, nel 1992 ha iniziato il suo cammino nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. È stato ordinato presbitero l’8 gennaio 2000 a Longiano. Ha ricoperto diversi incarichi: ministro provinciale della Provincia Bolognese di Sant’Antonio di Padova (2009-2013); Custode generale della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi (2013-2017); contestualmente, il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino l’ha nominato Vicario episcopale per la pastorale della Basilica Papale di San Francesco e degli altri luoghi di culto retti dai Frati Minori Conventuali nella medesima Diocesi.

Nel 2017 è stato eletto presidente della Federazione Intermediterranea dei Ministri provinciali dei Frati Minori Conventuali. È stato poi riconfermato come Custode Generale della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi per il quadriennio 2017-2021, incarico svolto fino al 31 ottobre 2020, giorno in cui gli è stata assegnata la Sede titolare di Tisiduo con titolo personale di Arcivescovo ed ha ricevuto la consacrazione episcopale il 22 novembre 2020 presso la Basilica di San Francesco di Assisi.

È stato creato cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 28 novembre 2020 e il 20 febbraio 2021 Bergoglio lo ha nominato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. Inoltre, il 2 giugno 2023, con decorrenza dal 1° gennaio 2024, Papa Francesco lo ha nominato Giudice della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano. È Membro del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Gambetti, nel suo periodo in Vaticano, è stato promotore di molte iniziative soprattutto come presidente della Fondazione Fratelli tutti, l’ente che ha organizzato il World Meeting on Human Fraternity con decine di Premi Nobel e la Giornata Mondiale dei Bambini (GMB), che ha promosso invece gli eventi preparatori e il coordinamento della prima edizione voluta da Papa Francesco. Nel novembre dello stesso anno, Papa Francesco aveva istituito un apposito Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini, affidandone la presidenza a padre Enzo Fortunato, altro religioso francescano.

Papa Leone XIV, tuttavia, già nel febbraio 2026, ha soppresso il Comitato e il 27 marzo scorso il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha annullato la seconda edizione della Giornata Mondiale dei Bambini (inizialmente prevista a Roma dal 25 al 27 settembre 2026), delegando eventuali iniziative pastorali a livello diocesano o parrocchiale.

Reggio Emilia / Si è aperto l’anno della Pastorale giovanile diocesana

laliberta.info

Quest’anno abbiamo pensato di fare una convocazione iniziale più “casalinga”. In questo primo anno come équipe abbiamo cercato di girare per conoscere le varie realtà e farci conoscere. Portiamo a casa tante cose: stimoli, provocazioni, conoscenze. Soprattutto, tanta gratitudine per il bello che c’è. Abbiamo pensato fosse bene restituire tutto questo insieme ad alcuni criteri per impostare il nuovo anno.

Abbiamo scelto di partire con il racconto di tre unità pastorali chiedendo loro di mettere in luce soprattutto le riflessioni che hanno guidato le scelte fatte e, a partire da questi racconti, provare a dare alcuni stimoli. Le tre unità pastorali sono:
1. “Beata Vergine di Bismantova” con l’esperienza fatta con il polo scolastico di Castelnuovo Monti e il campeggio vicariale di questa estate;
2. “Sant’Alberto di Gerusalemme e Sant’Artemide Zatti” con l’esperienza della mostra su Livatino;
3. “Sacra Famiglia” che ci racconterà del coinvolgimento delle famiglie nella formazione degli animatori prima e durante l’oratorio estivo.
Alla luce dell’ascolto di queste esperienze, quattro criteri per il nuovo anno.

Fermarsi a pensare
Dovrebbe essere il più scontato, ma purtroppo non sempre lo è. Il rischio più grande all’inizio di un nuovo anno è quello di ripartire dando per scontato l’impianto dell’anno scorso e limitarci a chiederci: “Di cosa parliamo quest’anno?”. Ciò che rende tanta nostra pastorale stanca e inefficace è che abbiamo smesso di chiederci perché? Perché facciamo quella proposta? Chiedersi il perché non significa contestare una cosa, ma rinnovare il senso di quello che si fa.

Guardare ai bisogni
Il fermarsi a pensare si lega anche al guardare a cosa la realtà ci chiama. Di che cosa hanno bisogno i ragazzi che seguo? Cosa serve al loro cammino di fede? Uno dei rischi è che andando avanti senza pensare non si vedono più le persone, la realtà. Che cosa la nostra realtà ci rimanda? Quali bisogni presenta?

Immaginare strade nuove correndo il rischio di sbagliare
Darsi la libertà di provare, accettando il rischio di sbagliare. C’è una sorta di senso di colpa, un po’ nascosto, che rischia di bloccarci: “Già abbiamo pochi ragazzi, se cambiamo qualcosa, cosa succede? E se perdiamo anche quei pochi? Meglio fare quello che si è sempre fatto piuttosto che perdere”. Una volta, però, uno ci disse che chi vuole salvare la propria vita la perderà e questo vale anche a livello di Chiesa. Essere missionari significa accettare il rischio di sbagliare, ma si accetta questo rischio perché ci sta a cuore il bene delle persone e il loro incontro con Gesù.

Fare rete, fare insieme
A volte cerchiamo soluzioni in giro, quando chi è vicino a noi magari vive le stesse domande e questioni. Secondariamente una realtà potrebbe avere il desiderio di provare a fare qualcosa, ma sente di non avere le forze. Magari l’unità pastorale di fianco vive lo stesso problema. Perché non mettersi insieme? Se nel passato c’era una chiusura autoreferenziale che nasceva dalla sensazione di potercela fare da soli, oggi le sfide che ci troviamo davanti rischiano di produrre lo stesso effetto, di rinchiuderci in noi stessi. C’è tanto bene, c’è una ricchezza presente nelle nostre realtà e che è bene imparare a mettere in circolo, così come a fare anche insieme lì dove vediamo che è possibile. Senza dover forzare le cose, durante la programmazione di inizio anno, perché non provare a chiedersi se questa cosa potremmo farla mettendoci insieme ai nostri vicini?

Alessandro Zaniboni

 

L’unità pastorale Bibbiano-Barco ha accolto don Giordano

laliberta.info

La chiesa di Santa Maria Assunta era gremita, nella serata di venerdì 25 settembre, per la messa di accoglienza del nuovo parroco, don Giordano Goccini. Tanti i fedeli dell’unità pastorale di Bibbiano e Barco, oltre a un gruppo arrivato dalla sua ormai ex parrocchia, Novellara. La processione d’ingresso ha condotto attorno all’altare oltre una ventina di presbiteri della Val d’Enza, il Vicario generale don Giovanni Rossi e l’Arcivescovo Giacomo Morandi, che ha aperto la speciale celebrazione eucaristica.

La celebrazione è stata molto partecipata da tutta la comunità. Nei primi banchi erano presenti le autorità locali e il sindaco Stefano Marazzi ha consegnato personalmente la pergamena di benvenuto al nuovo parroco, che dal 24 del mese è anche diventato cittadino bibbianese.

Dopo il rito di investitura a parroco di Bibbiano e Barco da parte del Vescovo, don Giordano Goccini ha proseguito la funzione, celebrando la sua prima messa a Bibbiano. Una delle scene più significative: l’abbraccio tra il parroco uscente don Wojciech e il nuovo parroco durante lo scambio della pace.
Tra i fedeli a messa non è mancata una “rappresentanza” di Novellara, la parrocchia di provenienza di don Goccini.

Alla fine delle celebrazione, la lettera di benvenuto della direttrice della scuola d’infanzia parrocchiale di Barco, Tania Bartoli, di cui il parroco è presidente.
A fine serata, il rinfresco – abbondante e molto partecipato – all’istituto Maria Ausiliatrice organizzato dai volontari della comunità bibbianese.

Di seguito il testo di presentazione del nuovo parroco a introduzione della liturgia: “Carissimi, le comunità parrocchiali di Bibbiano e Barco, riunite in unità pastorale, vivono un momento di particolare gioia e solennità, perché condividono con il Vescovo l’inizio del ministero come parroco di don Giordano Goccini, finora parroco moderatore nell’unità pastorale «Beata Vergine della Fossetta». Nella continuità del ministero e nella sempre rinnovata azione dello Spirito si esprime la freschezza di una Chiesa sempre in cammino per essere segno di speranza per il nostro paese e per il mondo intero. Con questi sentimenti, iniziamo il cammino con don Giordano, grati del bene che don Wojciech ha seminato nelle nostre comunità. Si dia dunque lettura della lettera di nomina e di mandato”.

 

Nel giorno dedicato a san Francesco d’Assisi, il 4 ottobre, prende il via da Massa la tournée della nuova versione teatrale dell’opera di Franco Zeffirelli, firmata da Angela Demattè e diretta da Piero Maccarinelli

Ksenia Borzak, nel ruolo di Chiara e Giulio Pranno, nel ruolo di Francesco

Silvia Guidi e Eugenio Murrali – Città del Vaticano

È una data simbolica quella scelta per l’avvio della tournée nazionale di Fratello Sole, Sorella Luna. Il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, parte da Massa, in Toscana, il viaggio teatrale 2026-2027 dello spettacolo tratto dall’opera di Franco Zeffirelli, nella versione teatrale di Angela Demattè, per la regia di Piero Maccarinelli.
Dopo il significativo debutto al Teatro Lyrick di Assisi, lo spettacolo si apre a un attraversamento nazionale di città, teatri e spazi urbani, con una natura volutamente itinerante e dialogica.

L’allestimento vede in scena Giulio Pranno nel ruolo di Francesco e Ksenia Borzak in quello di Chiara, con la partecipazione speciale di Massimo Wertmüller e Fabrizia Sacchi e con Gabriele Cicirello (Deodato), Antonio Iorio (Paolo), Edoardo Raiola (Bernardo), Andrea Galasso (Giocondo), Eduardo Sacchi (Silvestro). Musiche originali di Riz Ortolani e Donovan, musiche e arrangiamenti di Alessandro Nidi, scenografie di Francesco Sereni, costumi di Daniele Gelsi, light designer Javier Delle Monache, con l’amichevole contributo di Tullio Solenghi.

“Con Angela Demattè siamo andati alla Fondazione Zeffirelli – spiega il regista, parlando con i media vaticani della genesi del suo ultimo spettacolo – dove abbiamo scoperto che esistevano ben dieci sceneggiature di Fratello Sole, Sorella Luna scritte dal regista fiorentino,  Lina Wertmüller e Suso Cecchi D’Amico, la crème de la crème del cinema di quegli anni”. Un ritrovamento decisivo. “Queste sceneggiature – continua Maccarinelli – differivano in vari passaggi e questo ci è molto piaciuto e abbiamo usato queste differenze, perché ci hanno permesso in qualche modo di studiare una struttura drammaturgica che pur omaggiando il film e restando sostanzialmente fedele diventava però una rappresentazione teatrale”. L’idea, chiarisce il regista, non è nata da lui, che all’inizio ha esitato: come portare dallo schermo alla scena le lunghe galoppate a cavallo, le campagne di Assisi, il Vaticano sulle note di Ortolani? La risposta è venuta proprio dall’approfondimento filologico sui copioni e dal lavoro drammaturgico con Angela Demattè, assistita da Lea Paiella.

Il secondo scoglio era scenografico: come passare velocemente dalla casa del mercante alla stanza dei tessuti, a San Damiano, alla campagna, a Roma. La risposta è arrivata dall’incontro con Francesco Sereni, “un artista dei fondali cinematografici”. “Abbiamo trovato una soluzione attraverso la retroproiezione: sono stati creati dieci fondali con una partenza fotografica e un intervento pittorico fatto da lui, i dieci fondi ideali su cui in qualche modo si immergono i personaggi, costruiti ovviamente in modo tale che siano in prospettiva con l’occhio dello spettatore”. Dieci fondali e dieci sceneggiature: un dispositivo che ha permesso allo spettacolo di assumere una propria profonda identità, pur mantenendo la grandezza visiva dell’immaginario zeffirelliano. “Superati questi due scogli, adattamento e scenografia, è stato un enorme piacere lavorare sul testo di Angela con questo gruppo di attori”, dice Maccarinelli.

La figura di Chiara
Rispetto al film, la versione teatrale compie una scelta: dare più spazio a Chiara. “Nella realtà storica era molto più giovane di Francesco; qui è resa quasi coetanea, perché – spiega Maccarinelli – ci interessava l’unione di queste due anime”, la radicalità condivisa, la penitenza non come punizione ma come “cammino liberamente assunto”, il rispetto, il perdono, la preghiera. Lo spettacolo ripercorre la parabola di Francesco fino al 1209, anno della prima visita a Innocenzo III. Figlio di ricchi mercanti, scopre che “la povertà è l’unica vera ricchezza”. Un pensiero che produce scandalo nella bottega del padre – “siamo in una prigione di stoffe”, dice, e va avanti della sua strada, tra la riprovazione di alcuni e l’iniziale smarrimento degli amici. Accanto a lui, nello spettacolo, Chiara, anch’essa di famiglia nobile, che porta il pane ai poveri e ai lebbrosi. Intorno, gli amici Bernardo, Paolo, Giocondo, Silvestro e Deodato, lo “storpio”. “Il conflitto è generazionale oltre che motivazionale”, annota Maccarinelli. Le feroci discussioni con il padre, lo stupore attonito della madre, fanno da contrappunto alla ricerca dell’essenzialità.

Maccarinelli rivendica con forza la scelta di una compagnia giovane: “Sono molto ammirato dalla capacità di questi giovani di fare gruppo, di cementare l’esperienza fra di loro, sostenendosi e difendendosi”. Tra i momenti che più lo emozionano, indica la spoliazione e la riconsegna degli abiti al padre – con Chiara in un angolo che raccoglie il mantello abbandonato da Francesco e lo porta alla madre – e l’inserimento del Cantico delle Creature, non detto da una sola voce ma coralmente dai frati: “Un tradimento temporale necessario, perché questo vertice di bellezza andava ridetto ad alta voce”. Un classico della memoria visiva italiana diventa così un dispositivo teatrale corale, musicale e fisico, che ci parla del denaro come “origine di tutte le guerre”, dell’accumulo che soffoca, del bisogno di essenzialità che riguarda tutti.

Poste Vaticane, le emissioni speciali per gli 800 anni dalla morte di San Francesco

Un particolare del foglietto con il francobollo

Vatican News

Per celebrare l’ottavo centenario del transito di san Francesco, il Servizio Poste e Filatelia della Direzione delle Telecomunicazioni e dei Sistemi Informatici del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ha dedicato al santo, nell’800 anniversario della morte, un foglietto, un annullo postale speciale die emissionis, una busta-ricordo e un folder. Un omaggio alla memoria del Santo e all’attualità del suo messaggio di pace, di perdono, di dialogo, di cura del creato, di povertà e di semplicità.

L’annullo speciale

L’elaborato dell’annullo si ispira a un famoso ritratto risalente alla seconda metà del XIII sec., tra quelli cronologicamente più vicini alla morte di San Francesco: un particolare dalla Madonna in trono con San Francesco di Cimabue, nota come Maestà, collocata nella basilica inferiore di Assisi. Completano l’annullo le scritte “S. Francesco d’Assisi – 800 anni dalla scomparsa”, “Die emissionis 04.10.2026” e “Poste Vaticane”.
Il 4 e 5 ottobre 2026 l’ufficio postale di Piazza San Pietro utilizzerà l’annullo speciale in questione, anche a beneficio dei collezionisti. In alternativa, l’obliterazione del materiale filatelico, debitamente affrancato a cura dei richiedenti con i francobolli cui l’annullo si riferisce, potrà essere richiesta al Settore Obliterazioni del Servizio Poste e Filatelia fino al 30 novembre 2026.

Il francobollo

Il foglietto del francobollo – un’emissione congiunta Città del Vaticano – Italia – San Marino- Sovrano Ordine di Malta – riproduce l’affresco di Giotto, Storie di san Francesco: Il commiato di santa Chiara dalle spoglie di san Francesco, della basilica superiore di San Francesco ad Assisi, e un brano del Cantico delle Creature.

Il folder “San Francesco d’Assisi 1226 – 2026”

Il folder, a tiratura limitata e numerata, per la prima volta raccoglie testi del Santo, una selezione di opere pittoriche conservate nei Musei Vaticani e alcune opere di particolare rilievo della Biblioteca Apostolica Vaticana, accessibili e consultabili attraverso un QR code. La copertina riproduce un particolare dell’Incoronazione della Vergine e Santi del Pinturicchio (XVI sec.) conservata presso la Pinacoteca Vaticana. All’interno è riprodotta l’opera Esequie di San Francesco, dello Pseudo Jacopino (XIV sec.).

La busta ricordo

Sulla busta ricordo – con il francobollo e l’annullo –, la vignetta riproduce san Francesco d’Assisi, in un particolare di un’opera della scuola di Giunta Pisano (XIII sec.), conservata alla Pinacoteca Vaticana.

L’annullo per ricordare Santa Beatriz de Silva

Oggi, 3 ottobre, viene messo in uso anche un annullo postale speciale, in occasione del 50° della canonizzazione di Santa Beatriz de Silva, Fondatrice dell’Ordine delle concezioniste francescane. L’annullo postale speciale presenta il logo ufficiale del 50° anniversario della canonizzazione composto da simboli concezionisti: il giglio, simbolo di purezza e verginità, insieme alla stella in posizione centrale e al bastone della fondatrice. Sopra il fiore appaiono le dodici stelle della Donna dell’Apocalisse, in riferimento all’Immacolata. Completano l’annullo le scritte “50° Canonizzazione S. Beatriz de Silva”, “03.10.2026” e “Poste Vaticane”.

4 Ottobre San Francesco: una voce universale per costruire la pace

Immagine San Francesco

In occasione della festa del 4 ottobre del Poverello di Assisi, fra Marco Moroni custode del Sacro Convento, riflette sul messaggio di umanità lasciato dal Santo, alla luce del tempo presente: “Abbiamo bisogno del vocabolario della convivenza, della pace e della fraternità”, quello “di un disarmo totale”

Maurizio Giannella –  Città del Vaticano

“San Francesco resta un riferimento per tutti  perché vive il Vangelo e, siccome il Vangelo è un messaggio valido per sempre, ecco allora che anche il Santo rimane attuale”. Lo ha detto ai media vaticani fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento di Assisi, dove, dopo la novena in preparazione alla festa di san Francesco, le celebrazioni entrano oggi nel vivo, per culminare domani con la messa solenne, presieduta dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, alla presenza del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella.  Il Poverello – spiega fra Moroni – nella sua vita si sofferma su alcuni temi umani e sociali universali,  come la povertà e la minorità, che non vuol dire  sentirsi superiore agli altri, ma “essere gli ultimi di tutti e sottomessi a tutti”. Un tema che ha “una validità anche per l’oggi in un mondo in cui in cui si sta andando in senso contrario”. Invece Francesco con il suo messaggio diventa egli stesso “una provocazione” che va a contrastare questa mentalità. Altra parte dell’eredità lasciata dal Poverello di Assisi ha a che fare con il suo rapporto con il creato. “Francesco — continua fra Marco — quando parla delle creature, le sente sorelle e fratelli, perché capisce che sono appunto originate  dallo stesso amore, dalla volontà del Padre che vuole bene a tutti. Quello che chiamiamo mondo o natura per Francesco è creazione e la creazione rimanda direttamente al Creatore”. Dunque, la creazione non può essere solo un prodotto da utilizzare da un “homo Faber” che costruisce e sfrutta, ma qualcosa “che ereditiamo e di cui noi siamo responsabili”. Cosa che già ha messo in luce lo stesso Papa Francesco nella Laudato si’ quando ha parlato dell’ecologia integrale. “San Francesco non è un ecologista — sottolinea fra Marco — ma è un uomo pervaso dalla consapevolezza dell’essere creatura e dall’aver ricevuto un dono immenso da coltivare e custodire”. Una custodia che, da una parte, vuol dire estrema cura e, dall’altra, significa anche “coltivazione”, affinché questo giardino, questo dono di Dio, possa fiorire. “Oggi il problema — spiega il frate — è che stiamo probabilmente abusando delle risorse del mondo e quindi della creazione. Occorre un patto nuovo, occorre una relazione nuova da costruire”.

Il rifiuto di una logica della forza
È di estrema attualità anche il messaggio di Francesco riguardo ai rapporti tra gli Stati e ai rapporti umani. Secondo il custode del Sacro Convento di Assisi, ne è un esempio l’incontro con il sultano al Malik al Kamil, che “traduce in gesti concreti il pensiero di Francesco sulla pace, il dialogo e l’accoglienza, incarnando una visione della fede che rifiuta la logica del potere e della forza”. Il Poverello infatti vive pienamente la fraternità, riconoscendo i fratelli come creature da amare e non sopprimere e la terra come un luogo comune in cui abitare e non  da sottrarre agli altri. Nei fratelli a lui affidati, afferma fra Marco, si realizza la costruzione della casa comune. “La politica — continua — oggi ha bisogno di recuperare questa attenzione al bene comune, tema di cui parla anche molto efficacemente Papa Leone nella sua enciclica Magnifica humanitas”. Realizzare la fraternità rimane difficile perché “il sentimento umano molto spesso porta alla prevaricazione”, ma “occorre invece dire che prima di tutto c’è ogni uomo, ogni donna, ogni fratello, ogni sorella, a cui permettere di vivere nel modo migliore”. Solo così non utilizzeremo “più il vocabolario della guerra, ma avremo bisogno invece del vocabolario della convivenza, della pace e della fraternità”, quello “di un disarmo totale”.

Riscoprire la radicalità evangelica di Francesco
Nel tempo del giubileo francescano, che si concluderà il 10 gennaio 2027, e in occasione delle celebrazioni per san Francesco, giornata che dopo oltre cinquant’anni ritorna ad essere festa nazionale in Italia, fra Marco Moroni prova a tracciare un bilancio dell’anno passato. “Un anno – conclude – in cui ritornare continuamente a Francesco, riscoprendone la radicalità evangelica” e il valore fondativo che è il rapporto con il Vangelo, di cui il Santo si è fatto esempio con la sua vita.

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