Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Una bella scoperta: il fascino della Dolce Vita rivive sulla Fiat 500 Hybrid Cabrio

Avvenire

Quando l’immediato futuro si riempie di interrogativi, sorge quasi spontaneo il desiderio di voltarsi indietro per aggrapparsi a un passato di sogni e speranze, ai simboli di un’epoca e di una spensieratezza giuliva, in cui l’edonismo cominciava a viaggiare a braccetto con il benessere. Era il tempo della Dolce Vita, emanata da Roma, dalle sue star e dalle sue bellezze. Un immaginario (per pochi o per molti, difficile quantificare) legato a un simbolo intramontabile, la Fiat 500, gioventù che sporge dal tetto aperto, a ritmo lento per le strade dell’Urbe, e quelle immagini alla Fontana di Trevi, “Marcello, come here! Hurry up!” immortalate nel tempo e celebrate dal cinema. Un mito che evoca nostalgia, un desiderio di spensieratezza oggi riproposto da Fiat con la 500 Dolcevita, ovviamente in chiave moderna, con l’intrigante versione scoperta ed esclusiva della 500, l’unica nel segmento delle piccole col fascino d’altri tempi, la struttura da cabrio e il tetto aperto verso il cielo azzurro o le stelle come la prima 500 lanciata nel 1957.
Non è una operazione nostalgia dichiarata, ma nasconde sentimenti forse lasciati da parte negli ultimi decenni e rispolverati da Fiat anche attraverso una indovinata operazione d’immagine (basti pensare ai messaggi lanciati da Gerry Scotti nel programma La Ruota della Fortuna di cui Fiat è partner, ma anche il videoclip con Rovazzi, Arisa e Nino D’Angelo).
Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita non è la piccola per tutti, anche se il brand in questo momento attraversa una fase di crescita e ricorda a gran voce di essere “La Fiat per tutti gli italiani”, ma è la piccola compatta e fashion che fa distinguere per esclusività, bellezza (la grande bellezza italiana…), per essere un oggetto fashion e come tale tra dotazioni e chicche tecnologiche deve distinguersi anche nel costo (listino 25.200 euro, in promo a 19.950 euro). Non a caso è proposta in due colori iconici, il bianco ghiaccio o il Celestial Blue, per esaltare lo stile italiano, la freschezza, l’azzurro del mare e del cielo. La capote è in tessuto di tela, un Blu inconfondibile, si apre elettricamente, le calotte degli specchietti sono cromate, i cerchi in lega diamantati, i fari full Led, all’interno la plancia dal disegno ellittico ha lo stesso colore della carrozzeria, i sedili in tessuto/vinile pied-de-poule con tanto di logo ricamato, c’è l’autoradio DAB da 10,25″, il climatizzatore automatico, il sensore pioggia e i sensori di parcheggio posteriori. Un piacere guidarla, agile e facile, pratica e fashion, con un buon livello di isolamento interno, interpreta al meglio quel desiderio di… evasione accompagnato da un messaggio che suona come un claim: “Più luce, il sole sulla pelle e il piacere di godersi ogni istante, questo è lo spirito di Fiat 500 Hybrid Cabrio Dolcevita: vivere con leggerezza e lasciarsi guidare dal momento”.
Tre porte, quattro posti (i due dietro non sono per giganti) e un bagagliaio che può arrivare a 440 litri (da 185 circa), una citycar racchiusa in 363 cm di lunghezza. Tecnicamente è proposta con il motore FireFly 1.0 Hybrid da 12V, un tre cilindri di ridotte vibrazioni, con 65 CV di potenza e coppia massima di 92 Nm, il cambio è manuale a 6 marce: efficienza e fluidità, consumo dichiarato 5,4 l/100 km con una velocità di punta che arriva a 150 km/h, buono l’assorbimento asperità offerto dalle sospensioni. Aspetti che si accodano a quello primario: stile ed esclusività, un’auto da esibire come un abito da grandi firme .

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Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri

Se dovessi parlare della Costituzione a ragazzi della scuola media, partirei da questo libro che la professoressa Chiara Tripodina pubblica in concomitanza degli 80 anni della Assemblea costituente: L’età dei doveri – Costituzione e solidarietà (Luiss Editore, pagine 304, euro 22,00). Perché la parola “solidarietà”, che accompagna ogni pagina del volume, è la chiave di lettura più persuasiva della nostra Carta. È la solidarietà che lega i “diritti inviolabili dell’uomo” e i “doveri inderogabili”: ricordati nell’articolo 2 “senza punti, né virgole, né punti e virgola” che li separino. Perché i Costituenti avevano chiaro – lo disse Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 – che diritti e doveri sono “lati inscindibili”, che non possono esistere autonomamente. E il compito di rimuovere gli ostacoli concreti all’uguaglianza – che il secondo comma dell’articolo 3 affida alla Repubblica – non è altro che il primo dei “doveri inderogabili” finalizzati all’affermazione piena dei diritti. Lo sguardo della Repubblica verso il futuro è caratterizzato da questi due occhi: diritti e doveri.
La tesi dell’autrice è netta, annunciata sin dalle prime pagine: a cavallo tra i due millenni l’occhio dei doveri «ha perso progressivamente di forza, tensione, attrattività. Fino a diventare cieco». La finalità del libro – che si presenta come saggio solido e colto ma cova in sé la passione di una battaglia repubblicana – è altrettanto esplicita: «Ridare luce all’occhio dei doveri» per restituire forza alla rivoluzione promessa della solidarietà.
Non è un compito facile perché “dovere” non è “parola che luccica”. E – per dirla con Violante – il “diritto” a un maggiore “fascino seduttivo”. È giusto che sia così. Perché gli uomini e le donne delle generazioni prima di noi, che ci han consentito di vivere in un Paese libero, hanno combattuto grandi battaglie per conquistare diritti e limitare i soprusi che spesso derivano dalla forza invasiva dell’idea che i membri di una comunità devono sacrificare i propri interessi al bene collettivo. E noi dobbiamo ricordarci che nessun diritto è conquistato una volta per tutte e la battaglia per la difesa delle conquiste dei nostri padri è sempre attuale.
Ma difendere e ampliare i diritti non basta. Perché – scrive l’autrice con un’efficace immagine – i diritti non sono «appesi al cielo come stelle da collezionare» ma per sopravvivere hanno bisogno di essere ancorati alla terra dalle solide radici della solidarietà e della consapevolezza che ogni persona non è «un punto su un foglio bianco» ma «un nodo da cui si dipartono fili» che si intrecciano con altri e formano il tessuto della società civile. Bobbio lo aveva detto nelle sue ultime riflessioni dal sapore mazziniano: il dovere «è sempre venuto prima del diritto», perché «il padre viene prima del figlio». Se salta questa connessione si declina come diritto ogni desiderio, ogni pretesa di fare, avere, essere tutto. Come spesso è successo nella Storia, un ideale positivo (la lotta per i diritti) subisce un trapasso degenerativo. Perché «se tutto è diritto, allora niente è diritto» e, di fronte a questa bulimia – ci ricorda Tripodina – la rivendicazione dei nuovi diritti rimane nelle mani di pochi, nel Nord del mondo occidentale.
La lunga marcia che porta alla nostra Costituzione – dove il ponte tra diritti e doveri è cementato dalla solidarietà – è ripercorsa, da Tripodina con approfondimenti di ciascuna fase storica. Dal comunitarismo della “Politica” di Aristotele agli stati assoluti (con il re legibus solutus). Dal lento affermarsi (a partire dalla “Petition of Rights” del 1628) della centralità della persona e dei suoi diritti, alla critica di Marx alla lettura individualistica delle Carte dei diritti. E poi, i “Doveri dell’uomo” di Mazzini (i diritti non possono essere interpretati come libertà di camminare sulle teste dei propri fratelli) che – ricordava Calamandrei nel suo celebre discorso ai giovani del 1955 – è la fonte dell’articolo 2 della Costituzione. Fino all’avvento dei totalitarismi del ‘900 che, riducendo i diritti a carta straccia, azzerarono la discussione sui doveri dei due secoli precedenti (non dimentichiamo Mussolini che proclamava: «Noi diciamo: prima i doveri, poi i diritti»).
Ma sarà proprio il trauma di questa buia notte a far germogliare, nella seconda metà del ‘900, l’era dei diritti umani inviolabili, delle garanzie e dei diritti sociali, che va oltre la tradizione ottocentesca. Riconoscendo i diritti dell’uomo non solo come singolo ma anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» e collegandoli ai doveri, la Costituzione italiana afferma – parole di Calamandrei – che i diritti di libertà non sono più «il recinto di filo spinato» entro cui il singolo si difende dalla comunità ostile ma «la porta che gli consente di uscire dal suo giardino». È la libertà che si completa nella solidarietà.
La perdita di questa dimensione collettiva è analizzata da Tripodina nel suo contesto storico. È la temperie culturale degli anni Ottanta in cui – denunciava l’intellettuale ingraiano Pietro Barcellona – l’ideologia consumista diventa «il nuovo cemento di una società atomizzata», i diritti inviolabili si sganciano dai doveri inderogabili, la discussione collettiva si prosciuga, la politica non indica più orizzonti comuni, lo Stato sociale arretra e, inesorabilmente, la lotta per i diritti di tutti si trasforma in “lotta per i diritti del sé”: ad essere ciò che si vuole, alla felicità individuale. È quella che l’autrice chiama «inviolabilità senza solidarietà». Non a caso cambiano anche i modi e le forme di rivendicazione dei diritti: dalle mobilitazioni di piazza, che preludono e incoraggiano battaglie parlamentari (lo Statuto dei lavoratori e la legge Basaglia potrebbero esserne l’emblema) alle aule dei tribunali. Qui i giudici sono chiamati a riconoscere ma anche a “creare” nuovi diritti, facendoli discendere non dalla legge (che non c’è) ma da vaghi principi europei e internazionali. Ma poiché i principi generali sono – per definizione – suscettibili di interpretazioni molteplici e diverse, chiedendo al giudice di operare tra di esse una scelta personale, lo si spinge ad una “decisione politica” che i Costituenti non avevano certo immaginato quando attribuirono ai magistrati una assoluta indipendenza.
Torna la domanda di sempre: quale giustizia? Un esempio che divide e brucia: la maternità surrogata è un atto estremo di generosità verso chi non può altrimenti godere della genitorialità oppure un atto che offende la dignità della donna trasformata in incubatrice e del bambino trasformato in un oggetto di scambio? Perché la risposta a una domanda come questa dovrebbe spettare alla valutazione di un giudice isolato, privo di alcuna legittimazione democratica, invece che a decisioni politiche assunte a maggioranza dai rappresentanti dei cittadini? I Costituenti non vollero risolvere tutti i possibili conflitti tra orientamenti culturali diversi ma lasciarono uno “spazio residuo” alle future scelte democratiche. Se, oggi, ad ogni conflitto tra valori, si attribuisce al singolo giudice il compito di scegliere, si riduce la Costituzione a quella che Mario Dogliani chiama una «babele di interpretazioni contrastanti e reciprocamente irriducibili». È vero che tutto ciò accade per colpa di quella che Leopoldo Elia chiamava «la bassa marea della politica». Ma non si può neppure pensare di fondare un nuovo assetto democratico costruendo sulla battigia dell’auto o etero-emarginazione del Parlamento. Se non vogliamo scegliere tra «dittatura della maggioranza» e «governo dei giudici» – suggerisce l’autrice – dobbiamo perseguire un modello democratico «collaborativo, non combattivo, in cui vi sia interazione e non antagonismo tra le parti». E qui Tripodina torna alla bussola da cui era partita. Se la politica che guarda al tempo breve e il conseguente populismo (alle cui radici sono dedicate pagine penetranti) spingono le parti politiche a farsi “paladine dei diritti” sciolti dal vincolo di solidarietà e a formulare promesse irrealizzabili che genereranno nuove sfiducie, allora si dovrà tornare sul sentiero della responsabilità e solidarietà tra i cittadini. È una strada faticosa. Un’educazione a una nuova coscienza dei cittadini richiede tempo e deve partire da quella che Calamandrei indicava come «l’istituzione repubblicana più importante»: la scuola. Quella scuola in cui Aldo Moro, come ministro della Pubblica istruzione, introdusse nel 1958 l’insegnamento dell’educazione civica. Questa strada, conclude Tripodina, «non è una nostalgia ma un’urgenza nuova» che potrebbe avvalersi anche di un breve servizio civile obbligatorio. È un compito che, nella società atomizzata di oggi, pare una missione impossibile. Ma gli insegnanti della nostra scuola hanno una freccia importante nel loro arco. È la “bellezza dei doveri”: il fascino discreto che a un giovane può dare l’intima soddisfazione di aver adempiuto a un dovere di solidarietà. È il fascino che, in decenni passati, portò migliaia di giovani a correre spontaneamente e ad organizzarsi per dare una mano ai concittadini vittime di alluvioni o terremoti. E che già oggi spinge tanti giovani a chiedere di partecipare per un anno al servizio civile. Lì sta di casa la speranza.

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Sarà Mancini bis: come la promessa di una rivoluzione per il calcio italiano è diventata una restaurazione

Roberto Mancini

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Tiri Mancini con ritorno al passato, l’Italia del calcio è un gambero azzurro. I tiri Mancini sono quelli che hanno portato al siluramento di Andrea Pirlo, reo di testimonianza remunerata del gioco d’azzardo (Ambassador della piattaforma russa Fonbet, da 48 ore illegale in Italia e quindi oscurata) e l’assunzione, tanto agognata dal Presidente della Figc Giovanni Malagò, del suo pupillo, Roberto Mancini. L’atto secondo dell’era Malagò, al primo «stavamo a scherzà», direbbe Alberto Sordi, si apre con il licenziamento in tronco voluto dallo stesso Presidente, con le dimissioni «senza polemiche», dice sempre il Presidente, del dt Paolo Maldini e dell’advisor Leonardo, con l’apertura a un Mancini bis sulla panchina azzurra. Dopo settimane di parole chiave come «rinascimento del pallone italiano, nuova filiera del settore giovanile da ricostruire e valorizzazione del calcio di base», eccolo qua il nuovo che avanza, il caro vecchio Mancio pronto a riprendersi il suo posto e anche a ribadire, umilmente (viene da ridere) le scuse. Quelle per il suo “sgarbo” nazionale consumatosi nell’estate 2023. La rottura di Mancini con l’ex presidente della Figc Gravina e le dimissioni annunciate con una fredda pec spedita sotto il sole della Grecia a bordo del suo yacht. Un gesto da eterno genio ribelle del calcio nostrano che in quel momento storico si sentiva accerchiato e declassato (tagli al suo staff rimasto orfano del “gemello del gol” Gianluca Vialli) dopo che non aveva centrato la qualificazione ai Mondiali del 2022: eliminati dalla Macedonia del Nord. Ma anche quella eliminazione per Malagò fu più colpa di una Federazione vecchia e cattiva, perché per lui c’è un solo vincente in circolazione, il Mancini campione d’Europa, a sorpresa, a Euro2020 e il fantastico tecnico del record, 37 partite senza sconfitte alla guida della Nazionale (primato interrotto il 10 settembre 2021 contro il Portogallo). «Roberto è il miglior ct possibile», ribadisce un raggiante Malagò che cerca di scacciare via tutte le nubi del “caso Pirlo” per riabbracciare quello che per Fabio Capello rimane il “Mancio d’Arabia”, quindi non idoneo per il ritorno.
Quando Mancini disse addio alla Nazionale infatti andò a svernare a Riad da ct dell’Arabia Saudita. Missione lampo, finita dopo una sola stagione da “tackle nel deserto” sopportata solo dietro carovane di milioni di dollari (25 circa). Poi ultima spiaggia all’Al-Sadd Sports Club di Doha, per un altro ingaggio da sceicco di Jesi in Qatar (biennale da 10 milioni). Il figliol prodigo per tornare a Coverciano si è “accontentato” di 2 milioni a stagione, contratto fino al 2030. Ma non è tanto per gli 8 milioni che ha detto «sì»,ma perché quando Giovannino principe dell’Aniene, Circolo del generone romano di cui il “Mancio” è socio più che onorario, chiama, non si può che rispondere “èccome!”. Nel valzer dell’ipocrisia di queste ultime ore abbiamo assistito a uno spettacolo da incubo di una notte di mezza estate. Per nominare un allenatore di calcio, uno straccio di selezionatore, della Nazionale, si sono mossi anche i servizi segreti, e siccome siamo nella Repubblica fondata sul pallone si è rischiato di tornare alle urne. La nostra politica poi, quando scoppiano gli scandali del calcio non perde mai l’occasione di scendere subito in campo e lo invade con i suoi assist che sanno di comizi elettorali. I comizi contro Pirlo poi hanno rasentato il ridicolo e gettato del fango gratuito e ingiusto nei confronti di un campione che ha commesso un solo grave errore, secondo il codice da “Azzurro Vergogna” coniato da tempo immemore da Avvenire: prestare nome e volto a un’agenzia di scommesse che alimenta l’azzardo e le ludopatie giovanili. Tutto il resto è noia, discorso da bar sport, compreso il dibattito fantapolitico. «Ripartiamo da un progetto serio», ha invocato il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, ma è dura fare i seri quando anche la nomina di un tecnico diventa un affare di Stato.
Il nuovo corso Malagò sarebbe dovuto ripartire dalla scelta immediata condivisa e decisa di un ct con il quale avviare un progetto effettivo di rinnovamento. Invece si è iniziato a parlare di fare economia per non allargare la faglia del buco da 30 milioni di euro della Figc generato dalla mancata qualificazione al Mondiale 2026. Perciò il “ripiego Pirlo” era dettato da ragioni meramente finanziarie, perché gli ingaggi necessari per mettere sotto contratto Mancini o Antonio Conte (il più amato dalla Lega di Serie A, che ora protesta) erano stati cassati alla voce “troppo esosi”. Poi però abbiamo scoperto che si poteva anche ingaggiare persino un mister di platino come Pep Guardiola. Un tiki-taka da 20 milioni l’anno per il Pep catalano e accordo fino al 2030. Roba da City Group, mica da Figc che piange miseria. Se Pirlo non fosse stato tradito dallo scommettificio russo (se fosse stata un’agenzia italiana o inglese saremmo arrivati a tanto?) la Figc se la sarebbe cavata con una spesa da 6 milioni complessivi in quattro anni, ma resta da capire se il nuovo piano di rilancio tecnico dell’Italia del pallone sia in mano a dei commercialisti o a gente che vive e che sa di calcio. Uno che ha vissuto in maniera specchiata in questo strano mondo del pallone e che sa anche tanto di calcio è sicuramente Claudio Ranieri. L’aggiustatore universale di Testaccio, classe 1951, è il nuovo direttore tecnico. Ranieri prende dunque il posto di Paolo Maldini che lasciando la Federcalcio ha detto solo: «Questi non vogliono il cambiamento». Almeno in questo, difficile non dargli ragione.

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Non legge più nessuno: perché un cristiano dovrebbe?

di: James T. Keane

agostino

«Tolle lege». Sant’Agostino racconta nelle sue Confessioni che, in un momento di grande tumulto intellettuale ed emotivo, udì la voce di un bambino che cantava queste parole: «Prendi e leggi». Egli prese allora in mano una Bibbia e lesse un passo della Lettera ai Romani che diede avvio al suo cammino di conversione. È un momento celebre nella storia cristiana, non da ultimo perché gli stessi scritti di Agostino avrebbero esercitato, per molti secoli, un’influenza sulla Chiesa seconda forse solo a quella della Scrittura.

Va notato, tuttavia, che l’invito – o il comando – ad aprirsi alla buona novella non disse ad Agostino di ascoltare. Lo abbiamo sentito fare da Gesù proprio nelle ultime domeniche, nel Vangelo: «Chi ha orecchi, ascolti». Né gli fu detto di guardare, di aprire gli occhi, altra immagine ricorrente in tutta la Scrittura, Antico e Nuovo Testamento. Gli fu detto, piuttosto, di leggere.

Gli storici ci dicono che ai tempi di Agostino il tasso di alfabetizzazione nel bacino del Mediterraneo era tra il 5 e il 15 per cento. In altre parole, nell’antichità le notizie – fossero esse la buona novella o altro – si trasmettevano perlopiù oralmente, non per via scritta. L’esperienza di lettore di Agostino era l’eccezione, non la regola.

Negli ultimi due secoli, specialmente nel Nord globale, l’alfabetizzazione è stata più o meno data per scontata, in un modo che avrebbe probabilmente sorpreso Agostino e i suoi contemporanei. Ma un recente articolo di Rose Horowitch su The Atlantic suggerisce che stiamo rapidamente uscendo da una cultura alfabetizzata – non per entrare in un mondo di analfabeti, ma in uno postletterario.

Non leggiamo, e anche quando lo facciamo, non si tratta del tipo di letteratura che richiede «le capacità superiori di comprensione e sintesi», scrive Horowitch. Abbondano messaggi, e-mail, didascalie di TikTok e thread di X, ma nessuno di questi comporta un vero impegno intellettuale sostenuto.

Non è una buona notizia per chi crede nel potere della narrazione letteraria complessa e dell’argomentazione densa di comunicare e custodire il patrimonio e le convinzioni fondanti di una cultura. Che cosa perdiamo quando abbandoniamo i nostri grossi volumi e manuali per i TikTok e i messaggi?

Una domanda più pertinente per i credenti: che cosa significa tutto questo per la Chiesa? Che cosa significa per il modo in cui il cattolico medio interiorizza la fede e la trasmette? A un livello elementare, come possiamo essere un «popolo del Libro» se non leggiamo libri?

Bisogna leggere, per essere un buon cattolico?

Catechismi visivi

Chiunque visiti le grandi cattedrali d’Europa riconoscerà un motivo ricorrente nelle vetrate, nelle statue, negli affreschi e nelle altre opere d’arte che le adornano. Esse funzionano spesso come un catechismo visivo, un modo per insegnare la storia della salvezza e le altre narrazioni cristiane a chi non sapeva leggere – nell’Europa medievale e persino rinascimentale, praticamente l’intera popolazione.

Ci ricordano che la storia cristiana non è sempre stata trasmessa, né lo è stata principalmente, attraverso la parola scritta. I dodici apostoli, vissuti venti secoli fa, erano quasi certamente analfabeti; ma lo era anche il canadese sant’André Bessette, morto nel 1937. L’incapacità di leggere o scrivere non ha impedito a molti tra i più grandi evangelizzatori della Chiesa di svolgere la loro missione.

Nel 2008, su America, Leo O’Donovan intervistò Malcolm Miller, la massima autorità mondiale sulla cattedrale di Chartres, che disse:

Quando tengo conferenze sulla cattedrale di Chartres, la paragono a una moderna biblioteca pubblica, con la differenza che i suoi testi sono scritti nelle vetrate e nella scultura del XII e XIII secolo. La stampa non era ancora stata inventata; la carta non esisteva ancora in Europa. Gran parte della popolazione non sapeva leggere né scrivere, ma la gente sapeva «leggere» una vetrata. Le vite dei santi erano ben conosciute, e i più istruiti erano in grado di cogliere le interpretazioni simboliche più complesse dei testi biblici.

Anche Papa Giovanni Paolo II aveva espresso un concetto analogo nella sua Lettera agli artisti del 1999, scrivendo che «in un’epoca in cui pochi sapevano leggere e scrivere, [le] rappresentazioni [artistiche] della Bibbia costituivano un concreto strumento di catechesi».

Va notato che questo uso dell’arte visiva come mezzo di trasmissione della fede non è del tutto scomparso con la diffusione dell’alfabetizzazione. Lo storico John O’Malley ha scritto molto sui metodi artistici dei primi gesuiti, tra XVI e XVII secolo, osservando come uno degli strumenti didattici principali degli evangelizzatori e dei direttori spirituali gesuiti fossero le xilografie e le incisioni – che raffiguravano episodi biblici, davano forma visiva alle dinamiche degli Esercizi Spirituali di Ignazio, o favorivano la memorizzazione meccanica di un catechismo di base.

Inoltre, è probabile che ciascuno di noi possa indicare in una persona, non in un testo, la fonte primaria della propria conoscenza e ispirazione religiosa: un genitore, un parente, un insegnante, un maestro di vita. È per questo che a volte definiamo la vita degli uomini e delle donne sante un «vangelo vivente», poiché la loro testimonianza e il loro contributo si pongono come prolungamento della rivelazione scritturistica.

È dunque davvero così grave, per il futuro del cristianesimo, che noi sappiamo leggere ma non leggiamo? I metodi visivi e uditivi di comunicazione non possono forse sostituire la parola scritta? Non possiamo forse imparare tutti da figure sapienziali, come ha fatto la maggior parte dell’umanità nel corso della storia?

Purtroppo, la questione è più complessa di così.

Modalità di comunicazione

Tra i molti meriti del grande gesuita americano del XX secolo Walter Ong vi è il contributo intellettuale sostanziale che egli ha dato alla comprensione del modo in cui le culture orali e quelle scritte interagiscono e si trasformano a vicenda. Sviluppando il lavoro di altri studiosi, Ong sosteneva, in opere come Orality and Literacy, che il passaggio da una cultura orale a una scritta comportasse mutamenti profondi e spesso permanenti anche in altri aspetti di quella cultura – e nella coscienza stessa delle persone coinvolte.

Le culture orali tendono a conservare conoscenza e sapienza attraverso la narrazione comunitaria, sia essa a livello di famiglia, tribù, paese o altro. Tale narrazione si affida alla memoria e alla ripetizione di punti fermi culturali e convinzioni condivise; anche le culture alfabetizzate lo fanno ancora, in una certa misura, nella forma di favole, detti e tabù. Ma il passaggio all’alfabetizzazione, scriveva Ong, ha effetti che vanno ben oltre la semplice possibilità di comunicare informazioni senza doverle memorizzare (o senza essere fisicamente presenti gli uni agli altri). Una volta che la parola scritta entra in una cultura, i suoi membri vedono ogni cosa in modo diverso, comprese le nozioni fondamentali di verità e moralità, e persino gli assunti più elementari come il rapporto di causa ed effetto o l’evidenza dei propri occhi.

Questo nuovo modo di comunicare tende a favorire il pensiero astratto e analitico, ed è più distaccato dalla vita quotidiana delle persone e dai modi ordinari di conversare. (Può, tra l’altro, indebolire il rispetto e l’apprezzamento di una cultura per i propri anziani e le proprie figure sapienziali). Consente una conservazione assai più ampia di fatti, sfumature, possibilità di realtà alternative e altro ancora. Una persona può essere interrogata sulle informazioni in molti modi, ma nessuno sarà mai esaustivo e ripetibile quanto l’interrogazione di un testo.

Un esempio? Aprite la vostra Bibbia e guardate le innumerevoli, minuscole annotazioni a piè di pagina. Offrono varianti testuali, note sulla provenienza di certe espressioni o manoscritti, possibili cambiamenti di significato e altro ancora. Dopo venti secoli (di più per l’Antico Testamento), il patrimonio di conoscenza lì racchiuso ha di gran lunga superato tutto ciò che una cultura orale avrebbe potuto conservare.

Un altro esempio: in greco, la parola kai significa «e», ma può anche significare «anche», «pure» o persino «in verità». È la parola più comune del Nuovo Testamento perché è la parola più comune del greco antico. Un secolo fa, uno studioso tedesco decise di scrivere la propria tesi di dottorato sugli usi di kai nel greco antico. In un’epoca priva di computer e intelligenza artificiale, egli si mise a spulciare concordanze e imponenti archivi testuali, catalogando ogni singolo uso di quella parola. Sarà stato probabilmente un pessimo narratore, a dire il vero, ma stava sfruttando la cultura scritta fino in fondo.

Se una cultura diventa postletteraria, non perderà forse parte di quella sfumatura e di quella capacità di fissare informazioni complesse che erano proprie della lettura e della scrittura come strumenti primari di comunicazione culturale? Inevitabilmente, sì. Si pensi a The Odyssey di Christopher Nolan. I vostri nonni si saranno forse dovuti misurare con la traduzione dal greco di passi del testo omerico; i vostri genitori avranno probabilmente dovuto leggere gran parte del poema, almeno nella loro lingua. I vostri figli? Potrebbero vedere quel film senza il minimo sospetto che esso fa parte di venticinque secoli di riflessione sulle stesse storie e sugli stessi temi – che ha avuto origine in culture orali, è stato trasmesso attraverso la memorizzazione e la recitazione, è stato conservato dalle culture scritte che sono seguite ed è ora prodotto e fruito da una cultura postletteraria.

I cattolici possono estendere questo scenario a un vasto patrimonio di conoscenza e commento religioso trasmesso attraverso la parola scritta. Non solo la Bibbia o il Catechismo della Chiesa cattolica, ma agiografie, leggende, manuali, messali, letture spirituali e altro ancora. E questo riguarda soltanto la vita quotidiana della maggior parte di noi; non tiene conto degli studiosi che lavorano in teologia, filosofia, storia, antropologia e altre discipline, i quali ogni giorno arricchiscono la nostra comprensione della rivelazione, e lo fanno in gran parte affidandosi alla parola scritta.

La scomparsa di quel mondo – o, per essere onesti, il suo affievolirsi – cambia realmente il modo in cui pensiamo, preghiamo e agiamo.

Ong, morto nel 2003, aveva previsto molto di tutto questo. Scrisse decenni fa di una cultura «orale secondaria» [secondary oral], in cui il testo e la parola scritta continuerebbero a sostenere i nostri schemi e processi di pensiero, ma la nostra produzione culturale tornerebbe a orientarsi verso il visivo, l’uditivo. Vi suona familiare? È il contesto nel quale siamo immersi.

Come questo si realizzi in culture che non hanno più i legami «forti» – tribali, familiari o comunitari, in altre forme – è tutto da scoprire, ma lo vediamo dispiegarsi giorno dopo giorno.

Contemplazione

Può darsi che la nostra fede, individuale e collettiva, sia più forte e più adattabile di quanto le riconosciamo, e che non dovremmo preoccuparci troppo di una perdita di alfabetizzazione in materia di fede. Se la Chiesa è destinata a durare sino all’Ultimo Giorno, dobbiamo davvero angustiarci su come lo farà?

Il cattolicesimo, in particolare, ha una storia così lunga di immagini devozionali, dipinti, statue e altro ancora, da trovarsi in una posizione assai più favorevole rispetto a espressioni cristiane più iconoclaste, in una cultura dominata dall’immagine e da flussi transitori di informazione.

Anche i sacramenti, per esempio, ci mostrano che un mondo postletterario non deve necessariamente essere un mondo post-cristiano. Il sacramento della confessione, da solo, ci mostra che vi sono momenti in cui l’alfabetizzazione e la parola scritta non sono di aiuto: sono, in un certo senso, escluse. La Chiesa non ammette, e mai ammetterà, una confessione che non implichi un colloquio a tu per tu tra penitente e confessore.

Si tratta dunque soltanto di tanto rumore per nulla? Il cattolicesimo postletterario se la caverà benissimo?

Non credo. Penso che abbiamo bisogno, in una forma o nell’altra, di quella cultura scritta. C’è qualcosa in una cultura della lettura e della scrittura che è assolutamente centrale per una vita di fede. Non essenziale, badate bene – non pretendiamo di essere più fedeli o più ricchi di fede dei nostri antenati analfabeti – ma centrale, almeno ai nostri giorni. Troppe altre forme di comunicazione moderna indeboliscono la nostra comprensione di ciò che è duraturo e vero, perché possiamo permetterci di perdere il metodo principale con cui apprendiamo e confermiamo quei punti fermi.

Un esempio dalla spiritualità ignaziana: supponiamo di essere in ritiro, o in una giornata di riflessione con i colleghi, il gruppo parrocchiale o altre persone. Siamo invitati a leggere e pregare su un passo biblico, e poi a immaginare la scena stessa nella nostra mente, magari inserendoci noi stessi come personaggi dell’azione. Facciamo poi un bilancio di ciò che quel passo ha suscitato in noi, di ciò che ha smosso, di ciò che Dio potrebbe volerci comunicare in quel momento.

Il metodo è quello classico di Ignazio, delineato negli Esercizi Spirituali e praticato per secoli in tutta la Chiesa. Si può fare anche senza leggere un testo, naturalmente: qualcuno può leggerci la Scrittura ad alta voce. Ma l’interazione tra la nostra propria lettura del testo e l’immaginazione che dà vita alla scena può soltanto diventare mille volte più difficile in un mondo postletterario.

Posso immaginare Gesù sulla croce e non vedere il volto insanguinato di Jim Caviezel? Posso leggere le parole di Gesù: «Ecco, sto alla porta e busso» e non sorridere pensando alla celebre battuta di Walter White in «Breaking Bad»? Un mondo in cui le nostre immagini mentali ci vengono già confezionate in anticipo non è propriamente il terreno più fertile per la contemplazione cristiana.

Nella nostra spiritualità e nella nostra vita devozionale, la perdita dell’alfabetizzazione porterà inevitabilmente anche a un impoverimento della complessità, delle sfumature e della comprensione minuziosa della nostra fede condivisa e della sua storia. Non è un fenomeno legato soltanto alla spiritualità ignaziana: si pensi alla lectio divina in un mondo postletterario; si pensi alla recita della Liturgia delle Ore quando nessuno legge più le parole. E, a livello individuale, non avremo mai più un altro sant’Agostino. Dopotutto, che cosa sono le Confessioni se non un diario spirituale scritto assai bene?

Scrittura

Un’ultima nota: la Scrittura – quel testo scritto che continua a comunicarci la rivelazione di Dio ben oltre l’età apostolica – ha qualcosa da dire su questo tema. Nel Vangelo di Luca, Gesù legge dalla Torah nel Tempio, il che suggerisce che sapesse leggere, forse addirittura che fosse un lettore o uno scrittore abituale.

Ma in Gv 8,6 troviamo un indizio che la questione è più complessa. È l’episodio della donna sorpresa in adulterio, in cui i nemici di Gesù cercano di usare la legge mosaica per tendergli un tranello. Prima di rispondere alle loro domande, tuttavia, Gesù fa qualcosa di inatteso. La versione inglese della King James Bible lo rende così:

Dicevano questo per metterlo alla prova, per avere di che accusarlo. Ma Gesù si chinò e con il dito si mise a scrivere per terra, come se non li avesse uditi (This they said testing Him, that they might have cause to accuse Him. But Jesus stooped down and with His finger wrote on the ground, as though He heard them not).

Che cosa sta accadendo? Che cosa scrive Gesù? Il termine greco, egraphen, non sembra significare «scarabocchiava» o «disegnava»: significa «scriveva». Sta forse scrivendo Gesù una nuova legge, come Mosè sul monte Sinai? Sta elencando nella polvere i peccati degli accusatori della donna, come sostennero alcuni Padri della Chiesa? Sta adempiendo una profezia? O forse Gesù ha semplicemente bisogno di un momento per raccogliere i propri pensieri?

Non lo sappiamo. Ma sappiamo che poteva sentirli, e tuttavia scrisse, come se non li avesse uditi.

Siate come Gesù. Leggete e scrivete.

  • America, 23 luglio 2026 (originale inglese)
  • in Settimana News

Ricordi di un episcopato vissuto fianco a fianco

Il vescovo Adriano Caprioli da Papa Benedetto XVI con il vescovo ausiliare Lorenzo Ghizzoni e il segretario don Daniele Casini

Ringrazio il vescovo Giacomo per avermi dato la possibilità di introdurre il rito di commiato con un ricordo personale del vescovo e padre Adriano, di cui sono stato segretario per tutti i quattordici anni del suo episcopato e poi, per sette anni, sono stato suo “parroco” a Santa Teresa città. Come un coadiutore o un giovane curato, mi aiutava semplicemente e umilmente in tutto, perfino nelle visite agli ammalati e nelle benedizioni alle case!

Nelle ultime volontà, ha chiesto che al suo funerale si proclamino le letture del giorno, come era solito fare nell’ultimo saluto ai suoi preti. Ricordo che il primo funerale, sei giorni dopo il suo ingresso, quello di mons. Gustavo Dossi a Rubiera, non sapendo come fare, perché nel rito ambrosiano sono fisse tre letture dalla Passione, scelse delle letture apposite, ma non era convinto.

Dal successivo funerale e, per tutte le oltre 130 celebrazioni di saluto che egli ha presieduto, si è sempre affidato alle letture del giorno o a quelle della morte del prete.

Anch’io vorrei partire dal Vangelo del giorno del decesso, sabato mattina. In Matteo, c’era la famosa disputa coi farisei e i discepoli del Battista sul digiuno. Gesù rispose: «possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?».

Monsignor Caprioli con don Vittorio Chiari
Monsignor Caprioli con don Vittorio Chiari

Dopo il primo anno di pendolare tra il vescovado e l’oratorio di Reggiolo, sono andato ad abitare col Vescovo e tutte le mattine iniziavamo con le Lodi e la concelebrazione eucaristica. Agli inizi (fino al 2003) c’eravamo solo io e la collaboratrice domestica Dina, sua lontana parente; per qualche periodo di vacanza, si aggiungeva la cognata Norma.

Poi sono arrivati il diacono “tuttofare” Marco Vezzosi, la “coordinatrice” del Vescovado, Marzia Corradini; poi le Suore indiane del Kerala e, infine, l’allora ausiliare Lorenzo. Ebbene, anche quando eravamo solo in due, il Vescovo scriveva sempre l’omelia. E sapevamo che, quando arrivava a questo sabato di luglio, avrebbe esordito dicendo che i farisei e i sacerdoti del tempio sapevano tutto di Dio – che era un legislatore, un giudice, un custode dell’ordine morale – ma facevano fatica ad immaginare e a credere in Dio come Sposo.

E concludeva con la frase che non ho più dimenticato: «Dio ci ha fatto una passione per l’uomo», tanto da mandare il suo Figlio e questi dare la vita per noi, come uno sposo per la propria sposa!

Il vescovo Adriano con monsignor Giancarlo Bellani
Il vescovo Adriano con monsignor Giancarlo Bellani

Ebbene il Concilio ha presentato il Vescovo quale immagine di Cristo buon pastore, di Cristo maestro, ma anche quale immagine di Cristo Sposo.

Mons. Caprioli ha indossato gli abiti episcopali solo il giorno dell’Ordinazione e dell’ingresso. Spesso metteva la fascia fucsia da monsignore sulla talare ambrosiana da prevosto! Faceva fatica a vestirsi da Vescovo! Qualche volta si concedeva con la talare paonazza (senza cotta!), ma solo a Guastalla, come potete vedere in una delle rarissime foto, riportata sul libretto dei canti.

A Caprioli hanno regalato diverse mitrie preziose — la più bella quella regalata dai suoi parrocchiani di Legnano! —, ma lui ne indossava sempre e solo una semplice, la stessa, come ha fatto poi papa Francesco per tutto il suo pontificato! All’anello sponsale, invece, teneva tantissimo, come segno episcopale più significativo. Era l’anello che riproduceva quello che San Paolo VI aveva regalato ai Padri conciliari alla conclusione del Vaticano II, l’8 dicembre 1965. Discepolo di Giovanni Battista Montini – Paolo VI, diceva sempre: è stato il Pontefice che ha fatto riscoprire la Chiesa, che “ha amato la Chiesa”.

Pure il motto episcopale scelto, Veritas et Amor, voleva ricordare questa dimensione del primato dell’amore. Ci confidava che il giorno in cui il Card. C. M. Martini l’aveva chiamato per comunicargli la nomina a vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, era l’11 giugno 1998, Caprioli era sceso subito dopo in Duomo a pregare sulle tombe dei vescovi milanesi e aveva visto sulla tomba del Card. Giovanni Colombo (il successore di Montini), appunto il motto Veritas et Amor. Gli è subito piaciuto, ha chiesto al “suo” arcivescovo di “prestarglielo” e di aiutarlo a portare avanti nella sua nuova Chiesa che gli veniva affidata.

L’incontro con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
L’incontro con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi

Una delle prime svolte dell’episcopato Caprioli è arrivata alla morte del vescovo Gilberto Baroni, avvenuta solo sei mesi dopo l’ingresso a Reggio. Nel preparare la veglia in Cattedrale, il 16 marzo 1999, Caprioli stesso volle scegliere i testi dai discorsi e dalle Lettere pastorali di Baroni.

Qui ci sono Don Giovanni Rossi e Giovanni Mareggini che ricorderanno quel pomeriggio, in cui scoprì anche in Gilberto un “Vescovo sposo”, che ha amato la sua Chiesa. Da allora è diventato discepolo di Baroni e lo ha citato spesso, ricordando specie la scelta missionaria (le missioni diocesane) e il suo credere nella “civiltà dell’amore”, di cui le Case della Carità di Don Mario Prandi erano fermento.

Sono stato anche suo cerimoniere e ricordo la gioia commossa di consegnare, a sua volta, l’anello sponsale alle Carmelitane Minori della Carità nelle celebrazioni “infinite” del 15 ottobre al Palasport e poi la gioia di consegnare l’anello alle consacrate dell’Ordo Virginum, in un rito che noi non conoscevamo e che ci ha fatto apprezzare.

Oltre al Venerdì Santo (il giorno in cui i Vescovi non portano l’anello poiché la Chiesa è “in lutto” per lo Sposo Crocifisso!), Caprioli si è privato dell’anello soltanto una volta, il 14 agosto 2001, altro momento di svolta nell’episcopato: era il giorno a Solbiate Olona (VA) del funerale del fratello più giovane Bruno, e Caprioli ha deposto nella bara appunto il suo anello episcopale.

C’erano molti preti e diaconi presenti in quella vigilia dell’Assunta, con due pullman di fedeli laici e l’intensità commovente con cui Caprioli ha presieduto la celebrazione sono rimasti indelebili, hanno segnato un nuovo legame più forte con il Pastore.

Quando la domenica 25 novembre 2012, il Vescovo Adriano ha salutato la sua Chiesa per l’ultima volta, ha proprio mostrato il suo anello, dicendo che decadeva il vincolo giuridico ma non il vincolo sponsale con questa sua “unica” Chiesa a cui era stato fedele.

Grazie, Vescovo e padre Adriano, anche tu hai amato questa Chiesa come uno sposo: tutti, ma proprio tutti, rendono testimonianza della tua disponibilità, della tua delicatezza, della tua dedizione… davvero sponsali!

Daniele Casini

27 luglio, Oltrepò Pavese: inizia la vendemmia. Il caldo adesso riscrive anche il calendario

La vendemmia nell'Oltrepò

Avvenire

Mai così presto, almeno nella memoria recente. Il 27 luglio, quando in molte località italiane l’estate deve ancora entrare nel vivo, in Lombardia si raccolgono già i primi grappoli d’uva. Nell’Oltrepò Pavese prende il via oggi una vendemmia anticipata dal caldo eccezionale, con quasi due settimane di anticipo rispetto ai tempi tradizionali. A inaugurare la raccolta è l’azienda vitivinicola «Defilippi I Gessi», a Oliva Gessi (Pavia), dove si iniziano a vendemmiare le varietà destinate alle basi spumante. Una campagna 2026 che si preannuncia particolare, rileva Coldiretti, «non solo per il marcato anticipo dell’attività, ma anche perché le operazioni si protrarranno nell’arco di quasi cinque mesi» a livello generale, considerata la straordinaria biodiversità e ricchezza del vigneto Italia.
Dopo l’Oltrepò la vendemmia scatterà in Franciacorta (nel Bresciano) per poi proseguire fino a interessare tutte le aree vocate a livello regionale: in Lombardia, in base agli ultimi dati, si contano oltre 30mila ettari vitati (con una grande attenzione al biologico), 5 Docg (Denominazione di origine controllata e garantita), 21 Doc (Denominazione di origine controllata) e 15 Igt (Indicazione geografica tipica), più di 140 milioni potenziali di bottiglie, per oltre il 90% a denominazione, rispetto a una media nazionale del 75%. Un comparto che, in Lombardia, continua a mostrare numeri importanti: l’export nel 2025 ha raggiunto il record storico di 331,5 milioni di euro (+7,1% sul 2024), in netta controtendenza rispetto al calo nazionale (-3,7%) e alle performance delle principali regioni esportatrici. La vitalità del settore si riflette anche sull’occupazione: negli ultimi dieci anni gli addetti sono cresciuti dell’8,2%, con quasi 3.000 imprese vitivinicole attive e circa 6.500 lavoratori stabili, oltre a migliaia di stagionali. «Un avvio di vendemmia così anticipato è sicuramente da considerare un inedito, difficile ricordare una situazione analoga negli anni precedenti – conferma Gianfranco Comincioli, presidente di Coldiretti Lombardia –. Tutte le zone vocate in Lombardia hanno dovuto fare i conti con le bizze del meteo, che a seconda delle aree ha colpito anche con la grandine, ma al momento risulta difficile fare una stima delle conseguenze. Nel complesso, comunque, le premesse sono per una buona annata, con qualità delle uve ideali per ottenere vini equilibrati». Anche nel Bresciano la vendemmia fa i conti con il grande caldo. Fare previsioni è ancora prematuro, viste le incertezze climatiche, ma tra i filari si respira già un clima di grande attesa in vista di una raccolta che, secondo le stime di Coldiretti Brescia, potrebbe coinvolgere fino a 4.500 addetti stagionali, distribuiti tra agosto e fine settembre soprattutto in Franciacorta, che come sempre sarà la prima zona a partire, e nell’area Lugana-Valtènesi. La maggior parte dei lavoratori proviene dalla Romania, seguita da Pakistan, Bangladesh e da altri Paesi africani e dell’Est Europa. Anche per loro dovranno essere applicate le misure previste dall’ordinanza regionale per i giorni a rischio «caldo alto».
«Premesso che è ancora presto per delineare un quadro preciso, credo che alla fine i primi grappoli verranno tagliati intorno alla prima decade di agosto – anticipa il presidente del Consorzio Franciacorta, Emanuele Rabotti –. A fare la differenza saranno soprattutto le condizioni meteo delle prossime settimane, ma alla fine rientreremo in tempistiche che appartengono ormai alla nuova normalità imposta dai cambiamenti climatici». Al netto di fenomeni temporaleschi violenti o eventi estremi, «che speriamo di scongiurare, mi spingo a dire che questa potrebbe anche essere un’annata molto interessante», conclude Rabotti.

L’inno di Cacciapaglia per dire basta alla violenza

L'inno di Cacciapaglia per dire basta alla violenza

Un’invocazione, un inno, un invito alla pace e a fermare la violenza di qualsiasi genere, un messaggio semplice e universale che la musica trasforma in un’esperienza condivisa. Come è avvenuto nei recenti concerti primaverili del tour Aural e nei prossimi che il pianista e compositore Roberto Cacciapaglia terrà all’Auditorium di Pesaro il 30 luglio per il festival Armonie della Sera. Quindi il 26 agosto a Bari alla Rassegna di arte e cultura popolare dei cinque continenti, il 28 agosto a Ostuni (Brindisi) al Festival Piano Lab e il 12 settembre a Grezzana (Verona) al Soglia Festival. Un inno, No more violence, che è ora diventato anche un video. Uscito nel 2001 nell’album Arcana, era stato scritto a Londra e vedeva Cacciapaglia pronunciare in modo accorato le parole del titolo. «La violenza è tra gli uomini ma è anche violenza quella dell’uomo nei confronti della natura. La violenza ha tanti aspetti. Siamo circondati. Dopo i tanti insegnamenti che abbiamo ricevuto nei millenni – riflette amaramente – non si vede una vera evoluzione nell’umanità, sempre ferma a quella primitiva violenza. Siamo dominati dalla mente che ci conduce dove non vogliamo, mentre dovremmo conferire il primato al cuore per conquistare una consapevolezza maggiore ed entrare nelle profondità dell’anima». Con 25 album alle spalle (il debutto, Sonanze, nel 1976, fu il primo disco italiano in quadrifonia), Cacciapaglia è uno dei più apprezzati compositori della scena internazionale, autore tra l’altro della colonna sonora ufficiale dell’Albero della Vita, simbolo di Expo Milano 2015, e di Olympia ai recenti Giochi invernali di Milano-Cortina. «Dobbiamo reagire alla violenza facendoci promotori di pace. Dobbiamo ascoltare e mettere in pratica ciò che dice papa Leone, che è l’unica voce autentica che si leva in questo momento storico. In questo tempo così drammatico – spiega – ho pensato che avesse senso riproporre No more violence al mio pubblico, che ha una certa interiorità e uno sguardo aperto. L’ho fatto nei concerti e da lì l’idea di realizzare anche un video, girato al Conservatorio di Milano, la cui immagine finale vede in primo piano una bambina che era stata già protagonista di una campagna contro la violenza sui minori». Nel video, diretto da Eleonora Capitani, il pubblico non assiste semplicemente al concerto, ma è parte integrante dell’opera. Da una voce solista si passa a una dimensione corale. Volti, sguardi e presenze si uniscono in una dimensione collettiva di condivisione e consapevolezza trasformativa. «La presenza del pubblico genera un effetto da tragedia greca – osserva Cacciapaglia -, a significare che la partecipazione a un cambiamento deve essere corale, una catarsi. Dimostrando il potere unitivo della musica. È una vita che credo in questo e che porto avanti questo messaggio universale. E quando saluto il pubblico vedo il risultato in quegli sguardi. Non posso chiedere altro per la mia missione di musicista. Durante i miei concerti si crea un’energia molto precisa che ho voluto trasferire nel video. Esiste una presenza profonda, un’unione, un desiderio di pace, di bellezza e di condivisione. Con questo video ho voluto raccontare proprio quell’energia: il momento in cui si smette di sentirsi separati e si diventa una sola voce davanti a se stessi e al mondo. La violenza nasce sempre dalla separazione, dal conflitto, dal dualismo. La musica, invece, unisce, ascolta, accoglie. Spero che questo brano possa essere un contributo a ricordare e a onorare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide». Il pubblico di Cacciapaglia lo sa molto bene, a ogni latitudine, dalla Russia alla Cina alla vecchia Europa. «La musica è essa stessa uno strumento. Anzitutto di pace. Il mio pubblico lo sa, perciò è portato a vedere nella musica una porta per percepire ciò che è dentro e fuori di noi. Le vibrazioni sonore sono delle autostrade energetiche. Il senso del suono è superare tutti gli ostacoli, soprattutto in questa epoca che ne ha più che mai bisogno. Io dopo ogni concerto incontro il pubblico e sento un feedback speciale. In fondo si suona con gli altri per espandere l’amore e la compassione. La musica è un ponte che ci unisce facendo leva sui comuni sentimenti che non conoscono distanze e latitudini. La musica può anche lenire dolori e sofferenze». Ma è soprattutto il silenzio la quintessenza di ogni profondo messaggio interiore, come spiega il 72enne compositore milanese. «Il silenzio è lo spazio da cui posso addentrarmi in uno stato profondo di consapevolezza interiore – spiega -. Io non faccio musica associativa, non mi interessa descrivere, ma andare a cercare il vuoto. Un’onda che risuona nell’ascoltatore. Oggi invece, per non voler ascoltare l’eloquenza profonda del silenzio, che temiamo, usiamo la musica come un salvagente. Invece dovremmo mollare questo salvagente e diventare un po’ come subacquei che vanno nelle profondità, soprattutto in questa epoca di caos. In fondo io faccio musica proprio per toccare corde dell’anima che in nessun altro modo potrei far risuonare. Fuori dallo spazio e dal tempo. Sperando una vera pace».

Avvenire

Una cena qualunque diventa occasione per interrogarsi sullo sguardo mistico: andare oltre le apparenze e riconoscere il mistero negli incontri inattesi

Codice mistico

Avvenire

Sono a tavola con persone che non conosco per nulla. Provo ad apparire, inutilmente, leggero e a mio agio. Cerco di non far pesare il mio imbarazzo. Ascolto. Sorrido. Abbozzo qualche domanda. Ma in me qualcosa rimane come contratto, come se non riuscissi ad aprirmi alla semplicità dell’incontro. Attendo che tutto si concluda per scivolare alle molte cose che mi aspettano e che io solo sto mentalmente etichettando come urgenti.
Loro sono attenti, sono contenti che io sia lì. Questo mi fa sentire ancora più povero: vorrei essere all’altezza della loro gioia. Ma non riesco.
La cena si conclude e io, a casa, mi imbatto nell’introduzione a “La mistica ebraica” di Giuseppe Laras. Leggo quasi per cercare una fuga. Leggo per staccarmi da quell’episodio. Ottengo il risultato opposto: “Se si volesse sinteticamente definire il pensiero mistico, si potrebbe dire che tale pensiero tende ad andare oltre a ciò che appare, nello sforzo di interpretare i simboli di cui è intessuta la realtà”.
Credevo di leggere qualcosa che mi portasse lontano dall’esperienza appena conclusa, e invece le parole mi riportano a quella tavola. Provo a riavvolgere il nastro del tempo e mi chiedo quanto poco mistico sia stato il mio sguardo nell’incontro con quelle persone.
Così impegnato a cercare, invano, di essere presentabile, alla fine, ancora una volta, mi sono chiuso. Protetto. La città, le sue regole, i suoi ritmi, i suoi riti mi hanno come bloccato. Tutto si è alleato per farmi sentire inadeguato.
Se avessi avuto uno sguardo mistico, sarei riuscito ad andare oltre la differenza di età, la differenza di interessi, la differenza di linguaggio? Se avessi avuto uno sguardo più mistico, di sicuro, avrei abbandonato la carcassa pesante delle mie paure e, forse, avrei potuto anche individuare i simboli di cui è intessuta la realtà: quella che mi si presenta davanti, quella che non scelgo.
Perché è facile essere profondi e attenti con persone che condividono lo stesso stile di stare al mondo. Quasi nessuno sforzo. Ma lì, invece, avrei potuto sforzarmi in modo diverso: passare dalla paura del giudizio degli altri a un lavoro sul mio cuore per provare a mettermi veramente in ascolto dell’anima di quelle persone. Così come erano. Per quel che dicevano. Per quello che in quel momento mostravano. Per ciò a cui la realtà alludeva.
Ancora Laras: “La vita, nella prospettiva del mistico, è allusiva. La realtà è costituita da simboli che è necessario riconoscere e penetrare al fine di cogliere il loro più profondo significato”.
Forse sto solo caricando di eccessivo peso un evento senza troppa importanza. Eppure.
Eppure, credo che una Città possa mostrarsi nella sua altezza solo se è innervata di mistici sguardi che non franano nell’immediato. Facile e quasi scontato lasciare che l’animo venga rapito e portato Altrove quando è a cospetto dell’arte, della poesia, di una liturgia fatta bene.
Ma lì, nell’apparente banalità di un incontro qualsiasi, lì, non c’è davvero nulla da fare? Come guardare anche quel mondo, quel pezzo di realtà che non abbiamo scelto di vedere, come un’epifania del mistero?
Mi sento misero nella mia poca fede, continuo a leggere Giuseppe Laras: “La constatazione che la realtà fisica, e specificatamente quella metafisica, non sono come appaiono, impone la necessità di un codice interpretativo di accesso per spiegarle. E solo il mistico possiede questo codice”.
Chiudo il libro, lascio stare la mistica ebraica, chiudo anche gli occhi, cerco il codice mistico e vedo Gesù, seduto a tavola, tra amici e peccatori, tra avversari, dotti e semplici, tra sacerdoti, prostitute e ladri.
Sto in silenzio. Provo a immaginare il suo stile di incontro, provo a gustare il suo semplice stare tra gli uomini. Sento sempre più nostalgia di intimità con Lui. Mio mistico codice.

Non solo Pirlo: Leonardo e Maldini, tutti dimissionari. Il giorno del caos nel calcio azzurro

Andrea Pirlo

Andrea Pirlo ct? È la nostra scommessa», aveva annunciato raggiante lo scorso weekend la Triade federale Malagò-Maldini-Leonardo. Invece, dalla scommessa siamo passati alla non candidabilità “causa scommesse”. Non le sue personali, sia chiaro, ma per il fatto che Pirlo ha un contratto in essere con un’agenzia russa specialista del betting, la Fonbet. Cartellino rosso dunque decretato dall’olimpico presidente della Federcalcio Giovanni Malagò che deve dire «no, Pirlo non può essere il ct della Nazionale».

Una bocciatura etica che è anche uno schiaffo morale al direttore tecnico Paolo Maldini e all’advisor, alias consulente strategico, Leonardo, i quali c’avevano messo il cuore, quello rossonero, e la faccia, riguardo alla candidatura a ct dell’amico ed ex compagno di battaglie in campo. Dopo la febbre delle voci del sabato sera e una domenica di passione, Malagò ha sbattuto la porta in faccia a Pirlo che ha vissuto un risveglio farsesco da Processo del lunedì. «Ho appreso di non essere più il candidato commissario tecnico», questa la nota amara con cui l’attuale tecnico del Dubai Fc ha informato il popolo della Repubblica fondata sul pallone, la quale si era già spaccata all’annuncio della firma imminente del quadriennale da 1,5 milioni che avrebbe legato Pirlo alla Nazionale. Il Pirlo triste e solitario, da sempre abituato allo spunto offensivo ora è costretto a retrocedere in difesa: «Con la società russa ho esclusivamente un accordo di natura commerciale e sportiva. Nulla di politico». Precisazione quanto mai gradita, anche se nessuno aveva mai pensato a un Pirlo uomo di fiducia del dittatore russo Putin nel deserto arabo e ancor meno in Italia. Il problema qui non è di natura politica, ma rientra in quella pagina nera, da Azzurro Vergogna: titolo della campagna promossa da Avvenire nel 2016 che contestava alla Figc l’accordo di sponsorizzazione siglato con l’agenzia di scommesse e gioco d’azzardo Intralot. Esiste un codice etico che vieta tassativamente ingerenze di queste agenzie nel nostro calcio. Oltretutto la Fonbet da ieri è stata inserita nella black list dei domini dei siti di gioco online non autorizzati alla raccolta in Italia.
Cartellino rosso dunque anche dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Come per l’americana Polymarket, main sponsor della Lazio, facente capo ai gruppi di potere vicini alla famiglia Trump, anche per l’agenzia russa è scattata l’inibizione dei domini Fonbet.com, Fonbet.info e Fonbetpoker.com. Pertanto, doppio fuorigioco per Pirlo che, dal 2025, dai bookmaker della società moscovita era stato nominato global ambassador di Fonbet. In merito, l’Agenzia delle Dogane sta indagando e qualora riscontrasse attività promozionali rilevanti sul territorio nazionale fatte dallo stesso Pirlo, potrebbe far scattare una denuncia nei suoi confronti. Ma i suoi sponsor personali Maldini e Leonardo, che, anche nel momento del triste commiato dall’incarico andato in fumo Andrea Pirlo ringrazia fraternamente, avrebbero dovuto sapere e informare il presidente Malagò che un “caso Pirlo” era già scoppiato nel maggio scorso quando il tecnico era volato a Mosca per prendere parte al “Football Day”, il megaevento organizzato da Fonbet allo stadio Luzhniki. In Ucraina quello stesso giorno a seguito degli attacchi militari sferrati dall’esercito russo avevano letto in quella visita di cortesia – sì fa per dire – di Pirlo, un messaggio di filoputinismo. Noi che conosciamo il nostro Pirlo, sappiamo bene che quello fu un viaggio di lavoro ma l’incidente diplomatico resta e poteva essere un altro elemento ostativo in fase di candidatura. Così non è stato.
Tornando all’oggi, è in programma un caldissimo consiglio federale in cui Malagò sarà costretto a dare risposte convincenti su questo primo flop gestionale che il ministro dello Sport Andrea Abodi bolla come «una pessima figura». La Triade dopo quest’ultima bordata del governo alza bandiera bianca ed è costretta a sciogliersi. Paolo Maldini, che aveva accettato l’incarico dietro pressing quasi asfissiante di Malagò, esce clamorosamente di scena assieme al fido scudiero Leonardo. Oltre al “caso Pirlo” sono volati altri stracci in Federcalcio. Vedi il conflitto di interessi concernente il figlio Christian Maldini che collabora con Gr Sports, l’agenzia del procuratore Giuseppe Riso, il quale da anni controlla diversi calciatori azzurri. La normativa federale parla chiaro in merito: incompatibilità tra incarichi in Figc e rapporti di parentela con agenti sportivi. Maldini jr non risulta iscritto all’albo degli agenti sportivi e lo stesso valeva per il figlio dell’ormai “ct scaricato”, Nicolò Pirlo, che da un anno lavora alla You First-Garsh Sports, in cui svolge attività di intermediazione e scouting per la società che assiste i campioni del mondo spagnoli Fabian Ruiz e il suo ct Luis de la Fuente. L’ex ct campione del mondo nel 2006 con la Nazionale che fu anche di Pirlo, Marcello Lippi, a fronte di quella norma nel 2016 rinunciò all’incarico di direttore tecnico degli azzurri in virtù del fatto che suo figlio Davide, ex operatore della società moggesca della Gea, lavorava alacremente come procuratore di diversi campioni azzurri. In mezzo al caos di questo clima da azzurro tenebra permanente oggi, giornata di Consiglio Federale c’è da rifare la squadra. Malagò oltre a sostituire i due dimissionari al vertice deve risolvere la questione ct che si sta facendo imbarazzante. In pole per la panchina torna prepotentemente in auge il suo pupillo Roberto Mancini. La Lega di Serie A non lo vuole e chiede Antonio Conte. La giornata degli addii si chiude con lo spiazzato Giancarlo Abete presidente della Lega Nazionale Dilettanti che uscendo dalla Federcalcio sospira: «Ora dobbiamo ripartire da un progetto serio». Ecco, siamo seri se potete.

Avvenire

Eclissi solare, il 12 agosto l’evento astronomico (che si potrà ammirare anche dall’Italia). Ecco dove e quanto staremo al buio

Eclissi solare, l'evento astronomico sarà visibile il 12 agosto, lo si potrà ammirare anche dall'Italia, ecco dove

Il Messaggero

Nel corso del prossimo mese, precisamente il 12 agosto, sarà possibile ammirare un fenomeno astronomico che non si verifica da diverso tempo, l’eclissi totale di sole, nella quale il disco solare interamente oscurato dalla luna.

Secondo quanto riporta l’Istituto Nazionale di Astrofisica sarà possibile osservarla lungo un arco sottile che attraversa la Groenlandia, lambisce l’estremità occidentale dell’Islanda, per poi solcare la Spagna da nord-ovest a sud-est, fino alle Isole Baleari.
La particolarità di questa eclissi è che, solamente per pochi istanti, rivela la parte più esterna dell’atmosfera del sole, ovvero la corona. Gli esperti sottolineano inoltre che l’eclissi avrà una durata relativamente breve, con la fase di totalità che durerà tra un minuto e mezzo e due minuti, nel momento in cui il Sole sarà prossimo al tramonto.

In Italia

L’eclissi sarà visibile anche dall’Italia, però in forma parziale, per coloro che vivono o si trovano in quel momento nelle regioni del nord-ovest e in Sardegna, location con l’orizzonte ovest e nord-ovest completamente libero da ostacoli come montagne, alberi o palazzi alti. Il luogo migliore in assoluto lungo lo Stivale sarà Ventimiglia, in Liguria, dove la copertura del disco solare raggiungerà lo straordinario picco del 94,84%. Secondo l’Inaf, oltre il 90% del disco solare sarà occultato e, proprio a causa della prossimità con l’orario del tramonto, il fenomeno interesserà il Sole quando quest’ultimo sarà già piuttosto basso sull’orizzonte.
Gli esperti inoltre raccomandano la massima attenzione per chi visionerà questo fenomeno. Infatti, è indispensabile non guardare mai il Sole direttamente, né durante un’eclissi né in qualsiasi altro momento per evitare danni alla vista. Bisogna utilizzare opportuni sistemi di protezione e/o strumenti per l’osservazione sicura del Sole, come ad esempio occhiali appositi per eclissi, facilmente reperibili cercando la sigla ISO 12312-2. Il professor Paolo De Bernardis, docente di Astrofisica alla Sapienza di Roma, avverte«i filtri devono essere molto neri e molto riflettenti, facendo passare una frazione minuscola della luce».