Aifa approva la rimborsabilità del primo farmaco per malati di Sla. «Ora è un diritto»

Aifa approva la rimborsabilità del primo farmaco per malati di Sla. «Ora è un diritto»

Il Consiglio di amministrazione di Aifa – l’agenzia nazionale per i farmaci – ha ratificato la rimborsabilità di Qalsody, nome commerciale di tofersen, primo trattamento mirato per le persone con Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) causata da una mutazione patogena del gene SOD1.
Secondo una stima di AiSla – l’associazione che rappresenta la comunità italiana dei 6mila malati di Sla e le loro famiglie –, sono circa 90 le persone attualmente in trattamento in Italia. «Per loro nulla cambierà – sottolinea AiSla in un comunicato –: Biogen continuerà a mettere a disposizione gratuitamente il farmaco, nel rispetto delle modalità previste. Ma sul piano sanitario e pubblico la decisione segna un passaggio fondamentale: un trattamento reso disponibile nei centri italiani dal 2021 attraverso l’uso compassionevole entra ora nel perimetro del Servizio sanitario nazionale. Una possibilità terapeutica diventa così un diritto esigibile per tutte le persone eleggibili».
La notizia era molto attesa dalla comunità Sla italiana: «Questa decisione non riguarda soltanto un farmaco e non conclude semplicemente un iter regolatorio – dichiara Fulvia Massimelli, presidente nazionale di AiSla –. Racconta che cosa può accadere quando persone con Sla, famiglie, clinici, ricerca, industria, associazioni e istituzioni scelgono di assumersi insieme una responsabilità. Nel 2021 non avevamo tutte le risposte, ma avevamo segnali seri che chiedevano di essere studiati fino in fondo. Oggi quei segnali diventano una possibilità di cura riconosciuta dal sistema pubblico».
Tofersen – come ricorda AiSla –è una terapia antisenso progettata per ridurre la produzione della proteina SOD1 tossica, responsabile del danno dei motoneuroni in una specifica forma genetica di Sla. Il farmaco è stato reso disponibile nei centri italiani il 15 luglio 2021, inizialmente per le persone con Sla-SOD1 a più rapida progressione. Nell’autunno dello stesso anno l’accesso fu esteso a tutte le persone eleggibili, indipendentemente dalla velocità di progressione della malattia. Era ancora un trattamento sperimentale. Lo studio di fase 3 aveva dimostrato una riduzione della proteina e un marcato abbassamento dei neurofilamenti, indicatori del danno neuronale, insieme a segnali favorevoli sulla funzione motoria, la forza muscolare e la capacità respiratoria. I dati raccolti successivamente mostrarono che le persone che avevano iniziato prima il trattamento tendevano a ottenere risultati migliori rispetto a quelle che lo avevano cominciato sei mesi più tardi. «Nella Sla – fa notare l’associazione – sei mesi non sono un dettaglio metodologico. Sono tempo di vita e funzioni che possono essere perdute».
Nei Centri Clinici NeMO, coordinati dal professor Mario Sabatelli, si sono raccolti dati pubblicata nel 2024 sul Journal of Neurology che documentano nei pazienti osservati più a lungo «un cambiamento significativo della traiettoria funzionale e della forza rispetto all’anno precedente il trattamento. Nove delle 17 persone analizzate risultavano sostanzialmente stabilizzate o mostravano un lieve miglioramento; in quasi tutte era stata osservata una marcata riduzione dei neurofilamenti».
Attenzione, però: «Tofersen non è la cura della Sla, e non produce gli stessi effetti in ogni persona, mutazione o fase della malattia – puntualizza Sabatelli, che è anche presidente della Commissione medico-scientifica di AiSla e direttore clinico del Centro NeMO Roma dedicato ad Armida Barelli, che fu malata di Sla –. Ma è una terapia mirata che, in una parte delle persone con Sla-SOD1, può modificare concretamente la traiettoria della malattia. Veder rallentare, e in alcuni casi stabilizzarsi, una curva che fino a quel momento aveva continuato a scendere significa comprendere fino in fondo il valore umano di un dato scientifico».
Che valore ha dunque la decisione di Aifa? «La rimborsabilità – spiega AiSla – garantisce continuità alle persone già in trattamento, ma apre soprattutto una nuova responsabilità per il sistema sanitario: intercettare tempestivamente tutte le nuove diagnosi che potrebbero essere legate a una mutazione SOD1. Per molto tempo il test genetico è stato proposto soprattutto in presenza di familiarità. Oggi sappiamo che questo criterio non basta: una mutazione patogena può essere presente anche senza altri casi conosciuti e le raccomandazioni internazionali indicano di offrire consulenza e test genetico a tutte le persone con Sla. Ma prescriverlo non è sufficiente. Tempi di refertazione, accesso ai laboratori, metodiche utilizzate e interpretazione delle varianti genetiche cambiano ancora da un centro all’altro. Non occorre un laboratorio di genetica in ogni struttura: serve una rete nazionale qualificata, con procedure uniformi, analisi complete, responsabilità definite e tempi massimi di risposta. La consulenza genetica resta indispensabile, prima e dopo l’esame. Ma nella Sla la prudenza non può trasformarsi in attesa: standardizzare il percorso significa evitare che una possibilità terapeutica venga perduta mentre la malattia avanza».
AiSla è abituata a dire tutta la verità per non alimentare illusioni ancora senza fondamento, anche quando le notizie sono molto positive come in questo caso: «Tofersen non può ricostruire i motoneuroni già perduti – spiega ancora l’Associazione nella sua nota –. Per questo il tempo necessario a formulare la diagnosi, effettuare il test genetico, riceverne l’esito e accedere al trattamento diventa parte integrante della possibilità terapeutica».
Da oggi – conclude AiSla – «la domanda non è soltanto quante persone siano già in trattamento. La domanda è se saremo capaci di riconoscere in tempo ogni nuova persona eleggibile. Non offrire il test genetico, offrirlo troppo tardi o costringere una famiglia ad attendere mesi per conoscerne il risultato può significare restringere lo spazio nel quale la terapia ha maggiori possibilità di incidere».
La videnda di tofersen è esemplare del metodo necessario per procedere in questo delicatissimo ambito scientifico, clinico e umano. E ha a che fare con l’informazione: «Nel 2022 AiSla intervenne per contrastare titoli che annunciavano impropriamente la scoperta della “cura per la Sla”. Tofersen riguarda esclusivamente una quota specifica di persone con una mutazione patogena del gene SOD1. Dire con chiarezza che cosa una terapia può fare, che cosa non può fare e quali domande restano ancora aperte non riduce la speranza. La protegge dalle promesse infondate, dai venditori di trattamenti privi di evidenze e da un sensazionalismo che può ferire profondamente le persone e le famiglie».
Avvenire

Agosto a Domobianca, la montagna a due passi dalla città si accende di eventi

Agosto a Domobianca, la montagna a due passi dalla città si accende di eventi

Agosto è il mese perfetto per riscoprire la montagna e, a Domobianca, basta poco per lasciarsi alle spalle il caldo e la frenesia della città. A pochi minuti da Domodossola, l’Alpe Lusentino offre una proposta capace di accontentare davvero tutti: dagli appassionati di sport e mountain bike alle famiglie, fino a chi cerca semplicemente una giornata di relax immerso nel verde.

Gli impianti di risalita permettono di raggiungere la quota e godere dei panorami e degli spazi naturali della montagna, mentre il Bike Park è pronto ad accogliere gli amanti delle due ruote. Per chi cerca un’esperienza più avventurosa c’è il Parco Avventura, con percorsi sospesi tra gli alberi, mentre i più piccoli possono divertirsi nelle aree a loro dedicate. E per chi preferisce rallentare, non mancano i prati, i sentieri e i punti ristoro dove fermarsi per una pausa e assaporare la cucina di montagna.

Ma agosto a Domobianca è anche un mese ricco di appuntamenti, organizzati per accontentare i gusti di tutti.

Il calendario si apre il 1° agosto con il Memorial Molini, gara di ciclismo, seguito il 2 agosto dalla Valle degli Orti Fast, gara amatoriale di downhill.

Il 6 agosto spazio alla musica in quota, nelle vicinanze del laghetto, con il concerto di Omar Pedrini intitolato “Dai Timoria ad oggi”, in una coproduzione con Domobianca365, mentre il 9 agosto sarà dedicato agli appassionati di pallavolo con il Torneo Beach Volley – Volley2008 Day al Lusebar.

Il Ferragosto sarà l’occasione per una giornata di festa e divertimento pensata in particolare per le famiglie: il 15 agosto il Lusebar ospiterà infatti il Ferragosto al Luse.

Il giorno successivo, 16 agosto, sarà ancora una volta la famiglia protagonista con l’evento Mascotte Stefano, mentre il 23 agosto è in programma Wild Farm, un altro appuntamento dedicato a grandi e piccoli.

Il mese si chiuderà nel segno delle due ruote e dell’adrenalina con la ION Cup, in programma il 29 e 30 agosto, due giornate dedicate alle competizioni di enduro e downhill MTB.

Il calendario di Domobianca proseguirà poi anche a settembre con altri appuntamenti. Tra quelli già in programma ci sono la Festa del Volo il 6 settembre, Chef in Quota il 7 settembre, il Raduno 4×4 previsto per il 12 e 13 settembree, infine, la gara di corsa de «Io corro per un sorriso» del 20 settembre.

A Domobianca, insomma, l’estate si vive a 360 gradi: si sale in quota, si pedala, si gioca, si ascolta musica, si mangia, ci si rilassa e si sta insieme. Una montagna vicina, facilmente raggiungibile e pronta a offrire ogni giorno un motivo in più per trascorrere una giornata all’aria aperta.

Ossola News

 

GPS 2026/2028: il Tribunale di Velletri tutela il diritto al lavoro e alla pensione dei docenti precari

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A cura della FLC CGIL Roma Sud Pomezia Castelli

Il Tribunale di Velletri ha emesso un’ordinanza cautelare che rappresenta un importante punto di approdo di una vertenza avviata dalla FLC CGIL Roma Sud Pomezia Castelli, che, insieme all’INCA CGIL Roma e Lazio, ha scelto di tutelare una lavoratrice esclusa dalle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) esclusivamente per il superamento del limite anagrafico previsto dall’Ordinanza Ministeriale n. 27/2026. La tutela giudiziaria, affidata al legale di categoria avv. Gianluca Magnani, ha consentito di affermare un principio di grande rilievo: nessuna disposizione amministrativa può comprimere il diritto fondamentale della persona a conseguire il trattamento pensionistico minimo, impedendole di continuare a lavorare quando non abbia ancora maturato i requisiti contributivi necessari.

Con l’ordinanza in commento, il Tribunale di Velletri ha accolto il ricorso cautelare proposto da una docente con contratto a tempo determinato, nata il 10 dicembre 1958, alla quale il sistema informatico ministeriale aveva impedito di presentare domanda di inserimento nelle GPS per il biennio 2026/2028 in ragione del superamento del limite dei 67 anni previsto dall’art. 6, comma 1, dell’Ordinanza Ministeriale n. 27/2026. La docente, tuttavia, aveva maturato soltanto 18 anni, 6 mesi e 25 giorni di contribuzione e non aveva quindi ancora raggiunto il requisito minimo necessario per accedere alla pensione di vecchiaia.

La decisione del Tribunale si fonda su due distinti, ma convergenti, presupposti giuridici.

Il primo è di rango costituzionale. Richiamando il consolidato orientamento della Corte costituzionale, il giudice ribadisce che il conseguimento del trattamento pensionistico minimo costituisce un diritto garantito dall’art. 38, secondo comma, della Costituzione e che la discrezionalità del legislatore nella determinazione dei limiti di età incontra un limite invalicabile proprio nella tutela di tale diritto fondamentale.

L’ordinanza recepisce immediatamente i principi affermati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 125 del 14 luglio 2026, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 509, comma 3, del d.lgs. n. 297/1994 nella parte in cui prevedeva un limite massimo di permanenza in servizio rigidamente fissato a settant’anni, senza tener conto degli adeguamenti alla speranza di vita. La Corte ha infatti chiarito che il legislatore non può stabilire una soglia anagrafica massima per il trattenimento in servizio che sia svincolata dal momento in cui il lavoratore maturerà i requisiti anagrafici e contributivi minimi necessari per conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia.

Il Tribunale afferma con chiarezza che il diritto a permanere nell’attività lavorativa fino al conseguimento del minimo pensionistico, che per il personale precario si traduce nel diritto a mantenere l’iscrizione nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze, deve essere riconosciuto anche ai lavoratori a tempo determinato. Una diversa soluzione determinerebbe infatti una discriminazione ingiustificata rispetto al personale di ruolo, in violazione della clausola 4, punto 1, dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato allegato alla direttiva 1999/70/CE. La pronuncia si inserisce così in un orientamento giurisprudenziale di merito sempre più consolidato, che valorizza il principio di parità di trattamento tra lavoratori secondo fondamento della decisione è rappresentato dal diritto dell’Unione europea.

Sotto il profilo cautelare, il Tribunale ravvisa il periculum in mora nel rischio concreto e irreparabile che i tempi del giudizio di merito impediscano definitivamente alla ricorrente di conseguire il requisito contributivo minimo necessario per accedere alla pensione, compromettendo in modo irreversibile un diritto costituzionalmente garantito.

Per tali ragioni il giudice ha disposto la disapplicazione dell’Ordinanza Ministeriale n. 27/2026 e dei relativi atti applicativi nella parte in cui impedivano l’inserimento della docente nelle GPS, dichiarando il suo diritto all’iscrizione nella II fascia delle graduatorie e ordinandone l’immediato reinserimento con efficacia dall’anno scolastico 2026/2027.

La pronuncia assume un rilievo che va ben oltre il singolo caso concreto. Essa estende infatti al personale precario della scuola gli effetti della recente sentenza della Corte costituzionale n. 125/2026, affermando che il limite anagrafico previsto per l’accesso e la permanenza nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze non può operare come causa automatica di esclusione quando ciò comporti l’impossibilità di raggiungere il minimo pensionistico. Il principio di tutela del diritto alla pensione e quello di non discriminazione trovano così piena applicazione anche nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici con contratto a tempo determinato

Vuelta a Burgos 2026, annunciata la partecipazione di Primož Roglič – Con lui anche Giulio Pellizzari

Vuelta a Burgos 2026, annunciata la partecipazione di Primož Roglič – Con lui anche Giulio Pellizzari

Spazio Ciclismo

L’assalto di Primož Roglič alla quinta Vuelta a España passerà anche dalla Vuelta a Burgos 2026. Gli organizzatori della breve corsa a tappe spagnola, in scena dal 4 all’8 agosto prossimi, hanno annunciato la presenza del corridore della Red Bull-Bora-hansgrohe al via della manifestazione, per quella che sarà la sua seconda partecipazione in carriera dopo quella del 2023, quando si impose in due tappe e nella classifica finale. Ad affiancare il 36enne sloveno dovrebbe esserci anche l’azzurro Giulio Pellizzari, che lo scorso anno fu quarto in questa gara, mancando il podio per pochi secondi, e che si concentrerà poi sulle classiche italiane nel finale di stagione.
Il marchigiano non sarà probabilmente l’unico italiano nella selezione della compagine tedesca per la Vuelta a Burgos: annunciati infatti anche il giovane Davide Donati, proveniente dal vivaio ma già in grado di imporsi tra i pro’, e Gianni Moscon, cui si aggiungono il colombiano Daniel Felipe Martínez, il neozelandese Laurence Pithie e l’australiano Luke Tuckwell.

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Arabia Saudita: raid in Iraq e la minaccia Houthi chiudono anni di equidistanza tra Teheran e Washington

L 'Arabia Saudita esce allo scoperto nella guerra che voleva evitare - RIPRODUZIONE RISERVATA

La cautela verso l’Iran che l’Arabia Saudita aveva scelto di tenere sottotraccia sembra superata proprio nei giorni in cui il regno consolida con Washington l’architettura di sicurezza: per la prima volta il ministero della difesa di Riad ha rivendicato apertamente l’operazione militare congiunta contro milizie filoiraniane in Iraq, dopo i raid notturni in cui sono stati uccisi una ventina di combattenti sciiti.

Questo dopo tre giorni di attacchi con droni subiti dalle stesse milizie irachene contro gli impianti petroliferi sauditi, e mentre a sud, nello Yemen, Riad deve fronteggiare di nuovo la minaccia Houthi su Bab al-Mandeb.

Il salto di postura arriva appena una settimana dopo la firma a Washington dell’accordo per la cooperazione nucleare civile, accompagnato da un pacchetto di sicurezza militare costruito sull’intesa di difesa strategica siglata lo scorso novembre.

Riad ha tentato di mantenere per almeno cinque anni la stabilità interna e regionale su un doppio binario: la normalizzazione con Teheran mediata da Pechino nel 2023 e l’ombrello di Washington negoziato pezzo per pezzo, dai caccia F-35 ai carri armati fino all’intesa quadro sul nucleare civile finalizzata una settimana fa. Donald Trump aveva però condizionato l’intesa, già firmata, all’adesione del regno al processo di normalizzazione dei rapporti con Israele, una clausola che non compariva nel testo concordato.

Per alcuni analisti regionali il paradosso è evidente: mentre Washington alza il prezzo politico della propria protezione, Riad si ritrova a incassarla sul campo, nei cieli dell’Iraq. Il prezzo si vede già sul terreno diplomatico: la visita a Riad prevista del premier iracheno è stata cancellata, secondo fonti del governo di Baghdad, proprio per le tensioni legate all’operazione congiunta contro le milizie filoiraniane. E in giornata l’Iran ha lanciato missili contro una base statunitense in Giordania, segno che il fronte resta tutt’altro che stabilizzato nonostante i giorni di relativa calma.

Ma a Riad si ripete da mesi che la normalizzazione con lo Stato ebraico resta subordinata a “un percorso irreversibile e vincolato nei tempi” verso uno Stato palestinese, condizione che il governo israeliano non ha accolto. Proprio del processo verso uno Stato palestinese indipendente ha parlato a Roma il ministro degli esteri saudita, ricevuto alla Farnesina dal suo omologo Antonio Tajani, che ha ribadito “la vicinanza all’Arabia Saudita e agli altri Paesi del Golfo per gli attacchi che subiscono dall’Iran”.

Tajani ha definito Riad un partner “politico, economico e di sicurezza” in una regione che dal Mediterraneo, nella sua visione, arriva “al Golfo e oltre all’India”, richiamando implicitamente il corridoio Imec, progetto americano-israeliano tanto caro alla diplomazia italiana e che dovrebbe collegare l’India ai porti del Mediterraneo passando proprio per l’Arabia Saudita.

Osservatori regionali fanno però notare che nel turbolento contesto attuale resta da vedere se l’appoggio sempre più esplicito degli Stati Uniti – tra caccia, carri armati e ora anche il nucleare civile – basterà a Riad per reggere i due fronti aperti da Teheran. Oppure se il regno, come teme da mesi, si ritroverà a pagare sul proprio territorio un allineamento che ha cercato fino all’ultimo di rimandare.

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La costante ascesa dell’induismo

La costante ascesa dell'induismo

Gli indù registreranno una crescita moderata, in linea con le tendenze demografiche globali. Si prevede che la popolazione indù crescerà del 34%, passando da poco più di un miliardo nel 2010 a quasi 1,4 miliardi nel 2050.

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Il futuro del Buddismo

Il futuro del Buddismo

A differenza della maggior parte delle altre grandi religioni, il buddismo dovrebbe registrare una crescita minima o nulla. A causa dei bassi tassi di fertilità e dell’invecchiamento della popolazione in Paesi come la Cina, il Giappone e la Thailandia, la popolazione buddista globale rimarrà probabilmente delle stesse dimensioni del 2025.

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La religione che dominerà il mondo entro il 2050

La religione che dominerà il mondo entro il 2050

Le religioni sono state a lungo una caratteristica distintiva della civiltà umana e hanno plasmato intere culture e società in tutto il mondo. Ma la composizione religiosa del mondo è tutt’altro che statica: è in costante mutamento a causa dei cambiamenti nella crescita della popolazione, delle migrazioni e persino delle scelte di fede delle singole persone.

Nei prossimi decenni, il panorama religioso subirà trasformazioni significative: alcune fedi cresceranno rapidamente, mentre altre subiranno un processo di stasi o di declino. La demografia gioca un ruolo centrale in questi cambiamenti. I tassi di fertilità, la distribuzione dell’età e la concentrazione geografica contribuiscono all’ascesa e al declino di alcuni gruppi religiosi.

Quanto saranno diverse le comunità religiose nel 2050? Che aspetto avranno le loro popolazioni? Quali fedi guadagneranno terreno e quali si dissolveranno lentamente?

Se attualmente la popolazione del pianeta è di 8,2 miliardi di persone, si prevede che entro il 2050 il numero salirà a 9,3 miliardi, con un aumento di quasi il 14%. Anche alcune confessioni religiose cresceranno, mentre altre subiranno una battuta d’arresto.

Nonostante la rapida crescita dell’Islam, si prevede che il cristianesimo rimarrà la religione più diffusa al mondo. Entro il 2050, i cristiani costituiranno circa il 31% della popolazione, superando di poco i musulmani. Ma la sua crescita avverrà soprattutto nell’Africa subsahariana, mentre diminuirà nelle regioni tradizionalmente cristiane come l’Europa.

Si prevede che i musulmani cresceranno a un ritmo sorprendente, aumentando del 41% tra il 2025 e il 2050. Questa crescita, guidata da alti tassi di fertilità e da un’età demografica giovane, significa che entro il 2050 i musulmani probabilmente comprenderanno il 30% della popolazione globale, quasi eguagliando i cristiani.

Nonostante l’aumento dell’irreligiosità in alcune nazioni occidentali, la quota globale di atei, agnostici e persone non affiliate alla religione si ridurrà. Mentre il loro numero assoluto aumenterà leggermente, la loro percentuale sulla popolazione mondiale diminuirà da circa il 16% nel 2025 al 13% nel 2050.

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Ma dopo Pirlo gli italiani bocciano anche Mancio

epa13137335 (FILE) - Head coach of Italy Roberto Mancini after the UEFA EURO 2020 final between Italy and England in London, Britain, 11 July 2021. Mancini has returned as the head coach of the Italian national team (Azzurri), he held between 2018-2023, leading the national team to win the European Championship in 2021. EPA/Facundo Arrizabalaga / POOL (RESTRICTIONS: For editorial news reporting purposes only. Images must appear as still images and must not emulate match action video footage. Photographs published in online publications shall have an interval of at least 20 seconds between the posting.) *** Local Caption *** 57038929

Solo Ancelotti e Guardiola si sarebbero salvati dal tiro al ct che si è scatenato in Italia. Il primo a risultare impallinato appena la candidatura ha preso a circolare è stato Pirlo. Si sono schierati firme prestigiose di quotidiani storici oltre che noti addetti ai livori. La carriera, da allenatore, di Pirlo è stata smontata pezzo dopo pezzo fino a ridurla poltiglia. Coinvolgendo i due protagonisti della designazione, Maldini e Leonardo, trascinati per la prima volta nella loro carriera, nella polvere della critica spietata. A completare l’opera di disintegrazione ha provveduto poi la notizia del contratto di Pirlo con l’agenzia di scommesse russa: a quel punto è intervenuta anche la politica. Lo stesso destino, per motivi non molto diversi, ha centrato in queste ultime ore anche Mancini che da ct ha una luce abbagliante (europeo vinto 2021) e un’ombra inquietante (eliminazione dal secondo mondiale firmata dalla Macedonia). Ma non sono la sua cifra tecnica e la sua esperienza alla guida di club e nazionale a essere messe in discussione ma il precedente tempestoso dell’agosto 2023. A quel tempo, prendendo spunto dalla cancellazione di qualche collaboratore, Mancini comunicò via pec nel bel mezzo di agosto, la volontà di lasciare la guida degli azzurri. Il presidente dell’epoca Gravina tentò di resistere ma scoprì che Mancini sarebbe partito poi per l’Arabia dove lo attendeva un contratto da 25 milioni di euro. Fu allora che il calcio azzurro fu costretto a correre ai ripari e a chiamare Spalletti.

«Anche Mancini ha avuto un comportamento inaccettabile» è la tesi che oggi campeggia sui molti siti che si occupano del gradimento e hanno lanciato una sorta di referendum dal risultato molto chiaro: l’opinione pubblica ha bocciato il ritorno del tecnico di Jesi che già in passato aveva confidato d’aver commesso un errore e di essere disposto a chiedere scusa per quella scelta. Non è il Mancini allenatore a risultare impallinato, come è invece capitato a Pirlo, ma la «fuga per la grana» a cui adesso si aggiungono altre stilettate. Perché Mancini, residente a Roma da tempo e frequentatore del circolo Aniene, lo stesso di Malagò, accompagnato da Claudio Ranieri dt romano doc oltre che di fede giallorossa, sembra dare alla squadra azzurra una impronta romanocentrica, particolarmente gradita agli uffici di via Allegri che per esempio avevano storto il muso nell’apprendere che Maldini aveva richiesto ospitalità agli uffici milanesi della Lega di serie A per svolgere la sua attività di dt e presidente del club Italia. «La sede naturale è in via Allegri» fu il commento risentito proveniente da quel mondo.

Il Giornale

Giornata mondiale contro l’epatite. L’Oms: oltre 285 milioni convivono con il virus

Sindh HIV outbreak raises healthcare concerns

Vaccini, test e terapie esistono, ma ogni anno la malattia provoca 1,3 milioni di morti nel mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità, in occasione dell’odierna giornata, chiede di abbattere le barriere all’accesso alle cure e rilancia l’obiettivo dell’eliminazione della malattia come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, proponendo cinque strategie d’azione concrete

Bianca Tombini – Città del Vaticano – Vatican News

“È uno scenario inaccettabile”. È quanto afferma l’Oms mettendo in evidenza i numeri legati ai decessi causati dall’epatite nel mondo. Una malattia che conta ogni anno quasi 2 milioni di nuove infezioni, con circa 1,3 milioni di morti. L’Oms ha diffuso pertanto una nota in cui richiama governi e sistemi sanitari a rafforzare gli interventi per contrastare la malattia. Secondo le stime infatti, nel 2024 oltre 285 milioni di persone convivevano con un’infezione cronica da virus dell’epatite B, che causa l’85% delle morti. Nonostante i progressi terapeutici, dal 2015 i decessi associati a questo virus sono aumentati del 17%, soprattutto a causa delle difficoltà nella diagnosi e nell’accesso ai trattamenti.

Lo stigma che impedisce l’accesso alle cure
“Epatite: sconfiggiamola”, è lo slogan scelto dall’organizzazione Onu per l’edizione del 28 luglio 2026: un invito ad abbattere lo scoglio che impedisce a milioni di persone di accedere a prevenzione, test diagnostici e cure, come vaccini efficaci e terapie a lungo termine. Gli ostacoli al percorso di guarigione non sono solo le disuguaglianze e le carenze nei sistemi sanitari, ma anche la scarsa consapevolezza e lo stigma che si accompagna a questo tipo di infezioni. L’epatite è un’infiammazione del fegato e ne esistono diverse varianti (A, B, C, D, E). Alcune forme sono acute e si risolvono in breve tempo, mentre altre possono cronicizzare portando a complicazioni letali. I virus B e C si trasmettono attraverso il contatto con sangue infetto o altri fluidi biologici, le epatiti A ed E si diffondono invece attraverso alimenti o acqua contaminati e risultano più frequenti nei Paesi con bassi standard igienico-sanitari.

Lo screening come strategia contro il cancro
L’Istituto superiore di sanità ribadisce oggi l’importanza della prevenzione: “Grazie a vaccinazioni, screening e terapie antivirali, la mortalità correlata alle epatiti si è ridotta rispetto a dieci anni fa, ma per debellare la piaga della malattia una volta per tutte è necessario individuare le infezioni ancora non diagnosticate”. Molte persone infatti convivono con il virus per anni senza sintomi e scoprono la malattia solo quando il danno al fegato è ormai avanzato. “È fondamentale – ricorda l’Iss – aderire ai programmi di screening ed eseguire almeno una volta nella vita il test per l’epatite, cogliendo ogni occasione di diagnosi precoce. Eliminare le epatiti significa prevenire cirrosi, tumori del fegato, ricoveri e morti evitabili. La lotta contro queste infezioni è a tutti gli effetti una strategia di prevenzione oncologica”.

Cinque azioni concrete entro il 2030
“Nessuno dovrebbe morire per una malattia che oggi può essere prevenuta, diagnosticata e, in molti casi, curata”, conclude l’agenzia delle Nazioni Unite. La campagna dell’Oms invita a tradurre le evidenze scientifiche in azioni concrete, con l’obiettivo di eliminare l’epatite come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.  L’agenzia individua in tal senso cinque priorità di azione: sfruttare gli strumenti già disponibili – vaccini diagnosi, trattamenti e terapie a lungo termine – garantendone un’applicazione su larga scala ed equa; mettere le persone e le comunità al centro delle politiche e dei programmi di contrasto; assicurare a tutti un accesso equo ai servizi di prevenzione, diagnosi, trattamento e cura; integrare l’assistenza per l’epatite nei sistemi di assistenza primaria e di copertura sanitaria universale; infine, sostenere ricerca e innovazione per trasformare le conoscenze scientifiche in interventi sempre più efficaci.