“Un gancio da Dio”: all’oratorio i corsi di boxe per ragazzi (ma le ragazze sono di più)

“Un gancio da Dio”: all'oratorio i corsi di boxe per ragazzi (ma le ragazze sono di più)

Avvenire

«Un gancio da Dio». Basterebbe anche solo il titolo per dire quanto il progetto lanciato dalla pastorale giovanile della Comunità pastorale “Discepoli di Emmaus” di Rozzano, periferia non facile di Milano, sia innovativo e di grande impatto psicologico (e fisico). «Dei tre movimenti base della boxe – il diretto che rappresenta la direzione, va al bersaglio e simboleggia per noi la coerenza della disciplina; il montante che è il colpo che parte dal basso verso l’alto indicando, così, la rinascita; il gancio che rappresenta il cambiamento che arriva quando meno te l’aspetti. Significa, insomma, le svolte della vita, le prove e le opportunità che costringono a crescere. Inoltre, pochi sanno che la boxe è l’unico sport presente sia nel primo che nel secondo Testamento». A dire così è don Luigi Scarlino, responsabile della Pastorale giovanile della Comunità pastorale, referente per il decanato “Rozzano” e anima dell’iniziativa che, tramite questo nobile e antichissimo sport, crea aggregazione ed educazione partendo dall’oratorio.

Proponete solo sport o anche altro?
Molto altro. Infatti oggi – osserva don Scarlino, prete ambrosiano dal 2020 -, di fronte alla religione che pare un concetto in crisi, mentre una sorta di vaga spiritualità sembra essere molto di moda anche tra i giovani, la nostra proposta è sportiva, ma soprattutto educativa e, vorrei dire, catechetica per il riferimento costante a Dio. Specie in zone come Rozzano, si tratta di far entrare in oratorio coloro che stanno fuori, per le strade delle nostre periferie, portando con sé fragilità, ma talvolta anche tanta rabbia. Io li chiamo in oratorio non con un invito a fare la festa di animatori, ma a fare la boxe e i ragazzi rimangono affascinati.
Una bella scommessa…

Sì, anche perché dopo gli allenamenti ci si ferma mezz’ora a riflettere su quello che abbiamo fatto, trasportandolo nella vita di ogni giorno per i ragazzi e le ragazze. Queste ultime sono ben il 60% del totale: in tutto si tratta di giovani che frequentano le scuole medie superiori di I e II grado, quindi dai 12 anni ai 18-19enni. Abbiamo due gruppi divisi proprio per età. Il progetto si è concretizzato all’inizio di ottobre 2025 con circa 60 partecipanti. La giornata scelta è stata il giovedì, prima con il turno dei più piccoli di un’ora e, a seguire, gli altri impegnati per 130 minuti, considerando sempre anche i 30 minuti di catechesi. Grazie alla collaborazione con la Federazione italiana pugilato, con cui abbiamo collaborato fin dal principio, abbiamo potuto contare su allenatori professionisti che nella boxe si chiamano maestri.
Per l’anno 2026\2027 avete già qualcosa in programma?
Certamente. Vogliamo continuare con un’ora e 30 a settimana per le medie, e tre ore con i più grandi. Abbiamo potuto accedere al decreto Caivano Bis e quando l’attuale governo ha deciso di stanziare 18 milioni di euro a Rozzano (unica città del nord coinvolta), il Commissario grazie anche al sottosegretario alla presidenza di Regione Lombardia, Federica Picchi, alla condivisione con la Curia e il Csi Milano, ha scelto l’idea di creare una palestra in oratorio gestita dall’oratorio proprio partendo dal progetto sulla boxe. A settembre partono i lavori per la palestra che sarà anche una sala di dialogo e di incontro. Per noi è una grande soddisfazione.

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La figura storica di Gesù, e quella religiosa di Cristo vanno esaminate separatamente ma costituiscono due dimensioni comunicanti che si ritrovano in ognuno di noi

Gesù e Cristo

VITO MANCUSO – GESÙ E CRISTO

in libreria per Garzanti editore da martedì 11 novembre 2025

Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terrestre, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle, Cristo era figlio unico. Gesù denunciava le ingiustizie, Cristo toglieva il peccato del mondo. Gesù morì gridando la sua disperazione, Cristo la sua vittoria. Se nessuno di noi ha incontrato Gesù, tutti noi abbiamo però incontrato Cristo. Chi fu dunque Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Se già in precedenza Vito Mancuso aveva indagato il ruolo di Gesù come maestro di vita spirituale, accanto ad altri tre grandi maestri dell’umanità – Socrate, Buddha e Confucio –, ora in quest’opera capitale e innovativa raccoglie le ricerche e le riflessioni di una vita, dimostrando come la fede cristiana sia il frutto di una tradizione che, a partire da fatti documentati, si è a poco a poco arricchita di nuovi significati e di nuovi simboli. Mancuso non si limita tuttavia a districare la Storia (Gesù) dall’Idea (Cristo), ma arriva a riconoscere come, lungi dall’essere incompatibili tra loro, esse rappresentino due dimensioni costitutive di ognuno di noi. Se infatti la dottrina di cui il cristianesimo istituzionale è portavoce appare ormai insostenibile, è vero però che dell’unione di queste due dimensioni noi abbiamo bisogno, oggi più che mai: proprio nella loro distinzione e nella loro integrazione consiste il duplice scopo, storico e teologico, di questo libro.

ISBN: 8811016444 – Casa Editrice: Garzanti – Pagine: 768 – Data di uscita: 11-11-2025

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Liturgia 9 Agosto 2026 XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
Volgi lo sguardo, Signore, alla tua alleanza,
non dimenticare per sempre la vita dei tuoi poveri.
Alzati, o Dio, difendi la mia causa,
non dimenticare la supplica di chi ti invoca.
(Cf. Sal 73,20.19.22)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, Signore del cielo e della terra,
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
1Re 19,9.11-13
Fermati sul monte alla presenza del Signore.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 84
Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.
Seconda lettura
Rm 9,1-5
Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Sal 129,5

Alleluia, alleluia.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
Alleluia.

Vangelo
Mt 14,22-33
Comandami di venire verso di te sulle acque.

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Alla scuola della parola di Dio e illuminati dallo Spirito, eleviamo la nostra supplica, in comunione con tutti i nostri fratelli nella fede.
Preghiamo insieme e diciamo: Salva il tuo popolo, Signore.

1. Assisti con il tuo Spirito la santa Chiesa: donale di crescere nella fede e nella carità, e di irradiare il fuoco d’amore che il tuo Figlio unigenito è venuto a portare sulla terra. Noi ti preghiamo.
2. Illumina le menti di coloro che guidano le sorti dei popoli: superata ogni barriera culturale o etnica, si adoperino per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace. Noi ti preghiamo.
3. Guarda con bontà a tutti i giovani assetati di luce e di amore: accompagnali a scoprire nel Signore Gesù la sorgente della vera gioia e della donazione di sé. Noi ti preghiamo.
4. Conforta gli infermi: concedi loro di trovare pace nella tua volontà, forza e medicina nei sacramenti del tuo amore, consolazione e gioia nella carità dei fratelli. Noi ti preghiamo.
5. Ricordati di noi tutti: donaci la grazia di una fede profonda e uno spirito di autentica orazione, umile e perseverante. Noi ti preghiamo.

O Padre, accogli le nostre suppliche e purifica il nostro cuore, perché si rinnovi in noi la gioia e il desiderio di amarti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accetta con bontà, o Signore, i doni della tua Chiesa:
nella tua misericordia li hai posti nelle nostre mani,
con la tua potenza trasformali per noi in sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Celebra il Signore, Gerusalemme!
Egli ti sazia con fiore di frumento. (Sal 147,12.14)

Oppure (Anno A):
I discepoli sulla barca
si prostrarono davanti a lui, dicendo:
«Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,33)
Preghiera dopo la comunione
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.

Strage di Bologna, di quel 2 agosto rimane una piazza (antifascista) stanca di fischiare contro le sentenze infondate

STRAGE DI BOLOGNA

Quando alle 10,25 di quel 2 agosto – di cui oggi cade l’anniversario – l’orologio alla stazione di Bologna fu fermato dall’esplosione, la redazione del Manifesto a Roma si mise subito in movimento. Non erano passati che pochi minuti, era il 1980 e c’erano scarsi strumenti di comunicazione, ma la notizia arrivò velocissima, tra noi redattori c’erano diversi bolognesi, e non era un caso. Perché la novità politica di quel gruppo di intellettuali dirigenti del Pci, Rossanda, Pintor, Caprara, Magri, Natoli, Castellina, radiati dopo che avevano osato scrivere su quella rivista, che evocava Il Manifesto di Karl Marx, “Praga è sola” contro l’invasione dei carri sovietici, aveva aperto crepe profonde in quella comunità di cui l’Emilia rossa era la culla.

Non fu un caso il fatto che proprio sulla cellula delle Brigate Rosse nata a Reggio Emilia e cresciuta nella cultura dei padri partigiani, nel 1978, dopo il rapimento di Aldo Moro, Rossana Rossanda avesse scritto il famoso articolo “sembra di sfogliare un vecchio album di famiglia”. E sarà Bologna, un po’ di anni dopo, con l’elezione di Giorgio Guazzaloca, a dare alla città un sindaco eletto con i voti del centrodestra. La notizia sbarcò sulla prima pagina del New York Times. Crepe sul fianco sinistro, sfarinamento dall’altra parte. La mitica comunità emiliana, sempre evocata con orgoglio dagli amministratori, non esiste da tempo, e comunque è diventata altro. Ma non manca mai all’appuntamento del 2 agosto, nel nome di una piazza che da antifascista è ormai diventata antigoverno, se a palazzo Chigi ci sono “gli altri”. E quell’Associazione dei parenti delle vittime che nel corso della storia ha aggiunto al ricordo e alla commozione un cappello politico che sa di partito angusto e chiuso, con i presidenti che si susseguono, da Torquato Secci che non c’è più, a Paolo Bolognesi che poi è andato in parlamento, fino all’attuale Paolo Lambertini, che ripetono la stessa cosa. E usano sempre, come scrisse qualche anno fa lo storico Giovanni Orsina, “la storia come una clava da dare in testa a tutta la destra degli ultimi trent’anni”. E ogni anno, ogni 2 agosto, si ripete il rituale.
Solo quella volta fu diverso, per un attimo. Quel giorno, i nostri compagni redattori bolognesi (mi piace ricordare quelli che non ci sono più, il mio grande amico Stefano Bonilli e Maurizio Matteuzzi e Stefano Benni) partirono in lacrime e corsero nella loro città, dove scrissero articoli bellissimi ma aiutarono anche a cercare le persone disperse sotto le macerie, scavando a mani nude. Quel giorno Bologna fu davvero comunità. Furono tutti fratelli e sorelle e compagni, quel giorno. Ma già poco dopo, senza che nulla ancora ci avessero detto neppure le sentenze, una lapide definì senza ombra di dubbio la strage come “fascista”. Comprensibile sul piano dell’ideologia, prima ancora che su quello delle emozioni. Una specie di ottimismo della volontà, senza che la ragione facesse capolino con il suo pessimismo. Quella bomba non poteva che essere fascista, e lo possono capire, anche se solo per un attimo, coloro che, come me, sono nati e cresciuti in Emilia. Ma subito dopo bisogna che la fronte, per quanto pensosa, per quanto ferma su quell’orologio della stazione, venga solcata dall’ombra del dubbio.

Così non è stato per quelle piazze che, anno dopo anno, sono restate immobili e immutabili a fischiare democristiani e socialisti, e poi Berlusconi e ministri di ogni colore. Fino a inseguire Giorgia Meloni. Tutti quelli che sono fuori da un cerchio che non è neanche magico. Non importa più chi siano i colpevoli, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, due ragazzini ventenni estremisti e il loro amico Luigi Civardini, neanche maggiorenne. E la vendetta postuma che tiene di nuovo in carcere Gilberto Cavallini, dopo che ha scontato 43 anni della sua vita in una cella. È stata un’inchiesta che cammin facendo ha perso la gran parte dei pezzi, insieme all’opaca attendibilità di testimonianze cui non darebbe ascolto neanche un bambino. Altro che pistola fumante! Altro che processo indiziario come quello su Calabresi o sull’omicidio di Chiara Poggi. Tutti i processi sulla strage del 2 agosto hanno una sola origine, il teorema costruito a tavolino un po’ nella federazione bolognese del Pci e un po’ in procura, sulla “strategia della tensione”, da Piazza Fontana fino a Brescia e Bologna. Sotto la supervisione, ma che fantasia, del solito Licio Gelli e il suo contorno di barbe finte.

Non è un caso il fatto che, dopo dieci anni dalla strage del 2 agosto, quando la corte d’appello di Bologna aveva assolto tutti gli imputati, saranno ancora i dirigenti comunisti a scagliarsi contro gli eretici del Manifesto, cui va dato l’onore del loro garantismo di allora, tacciandoli di complicità “oggettiva” con gli autori della strage. Insieme a tutti, una cinquantina, quegli intellettuali, magistrati compresi, di sinistra che avevano costituito il Comitato “E se fossero innocenti?”. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò, o quasi. Non esiste più Il Manifesto di Rossanda e Pintor, e neanche il garantismo di Magistratura Democratica. Resiste al contrario quella piazza stanca, forse anche di fischiare, con il pugno di mosche di sentenze fondate sul nulla. E la “soddisfazione” di aver di nuovo sbattuto in galera un uomo di 73 anni che il carcere avrà il compito di rieducare, 46 anni dopo la strage, chissà a che cosa.

Il Riformista

Una conchiglia, la sabbia, un’alga: i futuri infermieri regalano ai pazienti “il mare in boccetta”

Una conchiglia, la sabbia, un'alga: i futuri infermieri regalano ai pazienti "il mare in boccetta"

Avvenire

«Vorrei portarti al mare / anzi portarti il mare», recitano i versi di una fortunata canzone del rapper Coez. Gli studenti del corso di Infermieristica dell’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli li hanno messi a corredo de “Il mare in una boccetta”, il regalo che hanno portato ieri mattina ai malati di cancro che trascorreranno il mese di agosto in una stanza dell’Istituto nazionale tumori “Pascale” di Napoli, mentre gli altri italiani potranno godersi tranquillamente le vacanze estive. La bottiglietta regalata dagli aspiranti infermieri ai pazienti dell’ospedale napoletano, nel quale i primi stanno svolgendo il proprio tirocinio, contiene sabbia, una conchiglia, un’alga. E il messaggio ricavato dal successo di Coez, naturalmente. Un modo, questo, per dire agli ospiti del “Pascale” che non sono soli e che qualcuno ha pensato a loro, che affrontano il proprio personale calvario nel momento in cui tutti gli altri si preparano a vivere giorni di riposo e divertimento.
Se i pazienti non possono andare al mare, possono però chiudere gli occhi – è il ragionamento fatto dagli studenti della “Vanvitelli” e dai loro docenti − e lasciarsi trasportare con l’immaginazione tra il suono delle onde, il profumo della salsedine e la leggerezza di una passeggiata sulla spiaggia. A chi trascorrerà il mese di agosto nell’ospedale partenopeo, i tirocinanti hanno infatti anche chiesto di scrivere «un pensiero da consegnare al mare». Pensieri che saranno raccolti in uno di quei secchielli che i bambini normalmente portano con sé in spiaggia. L’iniziativa mira a mettere in evidenza «il volto più autentico della professione infermieristica, ovvero quello che affianca alle competenze cliniche la capacità di ascoltare, comprendere e prendersi cura delle emozioni delle persone. Perché la cura non passa soltanto attraverso le terapie, ma anche attraverso piccoli gesti che riescono a regalare conforto, speranza e vicinanza».
«Le boccette sono state preparate con cura dagli stessi studenti, che hanno voluto dedicare tempo e attenzione a ogni dettaglio», racconta Maria Rosaria Esposito, direttrice del corso di laurea in Scienze infermieristiche presso la “Vanvitelli”. «Un lavoro condiviso che testimonia come la formazione di un infermiere si costruisca anche attraverso l’empatia, la sensibilità e la volontà di esserci nei momenti più difficili», spiega Esposito. «Ai pazienti è stato chiesto anche di scrivere un messaggio dei loro desideri. Messaggi che poi diventeranno uno studio già al vaglio delle nostre attività». Per Maurizio di Mauro, direttore generale dell’Istituto tumori napoletano, l’iniziativa incarna il senso più profondo della cura. «Mettere sempre la persona al centro, non solo attraverso l’eccellenza delle terapie, ma anche con gesti di umanità e vicinanza che possono rendere più lieve il percorso della malattia», afferma di Mauro. «Un piccolo dono può avere un valore immenso, quando riesce a trasmettere speranza, conforto e il senso di una comunità che non lascia solo nessuno», conclude il direttore generale del “Pascale”.

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2 Agosto / Cos’è il Perdono di Assisi e perché migliaia di persone si sono messe in marcia verso i luoghi di Francesco

Cos'è il Perdono di Assisi e perché migliaia di persone si sono messe in marcia verso i luoghi di Francesco

Avvenire

Sono passati 810 anni da quella notte del 1216, quando san Francesco d’Assisi ebbe nella Porziuncola la visione di Cristo e della Vergine Maria circondati dagli angeli. Il Signore gli domandò quale grazia desiderasse e il Poverello chiese il perdono completo per quanti, pentiti e confessati, avessero visitato quella piccola chiesa. Papa Onorio III concesse l’indulgenza che ancora oggi dà vita alla Festa del Perdono, fissata ogni anno per il 2 agosto. Questa edizione, che cade di domenica, è caratterizzata da una particolare solennità perché ricorre l’ottavo centenario della morte del santo. “La Porziuncola, porta santa sempre aperta” è il tema scelto dai frati minori della Basilica papale di Santa Maria degli Angeli. «Attraversare la soglia della Porziuncola significa lasciarsi riconciliare con Dio e con i fratelli, facendo della pace ricevuta un seme di vita nuova in un tempo segnato da conflitti e divisioni», scrive fra Massimo Fusarelli, ministro generale dei frati minori, nel messaggio introduttivo del programma. Per fra Massimo Travascio, custode del protoconvento della Porziuncola, «oggi il mondo ha bisogno di “porte aperte”, come quella della Porziuncola che il santo di Assisi ha spalancato sul mondo: una soglia da attraversare per sentirsi accolti, nessuno escluso, e per vivere l’esperienza di sentirsi rinnovati nell’amore di Dio e dei fratelli grazie al Perdono ricevuto e donato. Chi attraversa questa porta non compie dunque semplicemente un pellegrinaggio, ma accetta di lasciarsi riconciliare con Dio, per diventare artigiano di pace nel proprio tempo, pregustando già ora il Paradiso».
Ieri Felice Accrocca, da quattro mesi vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, ha partecipato al Perdono degli assisani, l’antica tradizione che prevede il pellegrinaggio a piedi partendo il 1° agosto dal centro della cittadina fino alla Basilica. «Un momento spirituale di preghiera per prepararsi all’indulgenza della Porziuncola, il grande “dono” che il Poverello di Assisi ha chiesto per l’intera umanità, ma anche una bella occasione per incontrare gli abitanti di Assisi e percorrere un tratto di strada insieme con la comunità diocesana con la quale sono stato chiamato a “camminare”», sottolinea il presule, che ieri alle 7 ha presieduto la celebrazione eucaristica e alle 19 i primi Vespri. Alle 11, invece, fra Massimo Fusarelli aveva concelebrato la Messa solenne terminata con la processione di “Apertura del Perdono”. Stamattina alle 11.30 la solenne celebrazione eucaristica sarà presieduta dal cardinale Ángel Fernández Artime, legato pontificio per le Basiliche papali di Assisi, mentre alle 19 fra Marco Vianelli, ministro provinciale dei Frati minori di Umbria e Sardegna, guiderà i secondi Vespri. Sempre oggi, a partire dalle 14.30, varcheranno la soglia della Porziuncola anche le centinaia di giovani e di famiglie che in Italia ed Europa hanno partecipato alla 44ª Marcia francescana, sul tema “Respira la vita”. Molti di loro dal 3 al 6 agosto ad Assisi parteciperanno poi a “Go!”, il “Franciscan Youth Meeting” al quale, l’ultimo giorno, sarà presente anche Leone XIV. «C’è un soffio d’amore in ogni ferita, respira la vita che Dio trasforma per te», dice un verso del ritornello dell’inno che ha accompagnato il loro cammino a piedi. La Basilica rimarrà aperta fino alle 23.

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Santo del giorno 2 Agosto Sant’Eusebio, vescovo

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de Wael C. sec. XVII, Santi Eusebio con Giovanni Battista e Sebastiano

Memoria facoltativa

Dal Martirologio

Sant’Eusebio, primo vescovo di Vercelli, che consolidò la Chiesa in tutta la regione subalpina e per aver confessato la fede di Nicea fu relegato dall’imperatore Costanzo a Scitopoli e poi in Cappadocia e nella Tebaide. Ritornato otto anni più tardi nella sua sede, si adoperò strenuamente per ristabilire la fede contro l’eresia ariana.

Liturgia 2 Agosto 2026 XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
O Dio, vieni a salvarmi,
Signore, vieni presto in mio aiuto.
Tu sei mio aiuto e mio liberatore:
Signore, non tardare.Colletta
Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.Oppure (Anno A):
O Padre, che apri la tua mano
e sazi ogni vivente,
fa’ che nulla mai ci possa separare dal tuo amore,
pane che nutre le profondità della vita
e comunione con ogni creatura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.Prima lettura
Is 55,1-3
Venite e mangiate.
Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore:
«O voi tutti assetati, venite all’acqua,
voi che non avete denaro, venite;
comprate e mangiate; venite, comprate
senza denaro, senza pagare, vino e latte.
Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro guadagno per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.
Porgete l’orecchio e venite a me,
ascoltate e vivrete.
Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide».

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 144
Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa
e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.
Tu apri la tua mano
e sazi il desiderio di ogni vivente.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.

Seconda lettura
Rm 8,35.37-39
Nessuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Parola di Dio

Canto al Vangelo
Mt 4,4b

Alleluia, alleluia.
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Alleluia.

Vangelo
Mt 14,13-21
Tutti mangiarono e furono saziati.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Dio è Padre provvidente: nel suo amore ascolta il grido dell’umanità ferita e accompagna e sostiene sempre i suoi figli. Preghiamo animati da questa fiducia.
Preghiamo insieme e diciamo: Ascolta il tuo popolo, Signore.

1. Benedici la tua Chiesa: concedile la grazia di essere per ogni uomo segno luminoso dei beni eterni da te promessi. Noi ti preghiamo.
2. Assisti con il tuo Spirito i pastori della Chiesa: sappiano interpretare la storia dell’umanità alla luce della tua parola e guidino il popolo loro affidato verso la pienezza dell’unità e della pace. Noi ti preghiamo.
3. Illumina le menti e i cuori di coloro che governano le nazioni: si pongano al servizio del bene comune, per un reale progresso nella giustizia e nella solidarietà. Noi ti preghiamo.
4. Rinfranca coloro che sono nel dubbio e nell’angoscia: con umiltà di spirito accolgano la luce della fede, sorgente di forza e di pace. Noi ti preghiamo.
5. Accompagna noi, qui riuniti: docili all’insegnamento del Maestro, ci sia dato di servirlo nei fratelli con umiltà e purezza di cuore. Noi ti preghiamo.

O Padre, tu vuoi che ci amiamo come tu ci ami: purifica il nostro cuore dall’egoismo e dalle tenebre del male, perché possiamo vivere nella comunione e nell’amore. Per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte
Santifica, o Signore, i doni che ti presentiamo
e, accogliendo questo sacrificio spirituale,
trasforma anche noi in offerta perenne a te gradita.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Ci hai mandato, Signore, un pane dal cielo,
un pane che porta in sé ogni dolcezza
e soddisfa ogni desiderio. (Cf. Sap 16,20)

Oppure (Anno A):
Gesù prese i cinque pani e i due pesci,
li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. (Mt 14,19)

Preghiera dopo la comunione
Accompagna con la tua continua protezione, o Signore,
i tuoi fedeli che nutri con il pane del cielo,
e rendi degni della salvezza eterna
coloro che non privi del tuo

Papa Leone evoca il ricordo del regime comunista in Albania: “Pagina dolorosa, nessuna prigione può separare l’uomo da Dio”

Papa Leone evoca il ricordo del regime comunista in Albania: “Pagina dolorosa, nessuna prigione può separare l’uomo da Dio”
“Nessuna catena è tanto forte da imprigionare una coscienza illuminata dal Vangelo, nessuna notte è così lunga da impedire l’alba che il Signore prepara per i suoi figli e nessuna prigione è abbastanza profonda da separare l’uomo dall’amore di Dio”. Leone XIV ha evocato così l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani in un messaggio inviato al cardinale albanese Ernest Simoni e a quanti hanno partecipato alla messa presieduta dal porporato, venerdì 31 luglio, nell’ex campo di prigionia di Spaç, in memoria di chi vi ha sofferto o perso la vita.

Le parole di Prevost
“Quel luogo impresso nella memoria del popolo” dell’Albania, ha ricordato lo stesso Leone sul campo di detenzione ed esecuzione della condanna ai lavori forzati per prigionieri politici fino alla sua definitiva chiusura nel 1995, “rimane una delle pagine più dolorose della sua storia. Spaç è stato un luogo in cui molti hanno portato la pesante croce dell’ingiustizia”, ha scritto il Papa. Il Pontefice ha quindi ricordato come “il sangue di coloro che hanno sofferto e sono morti tra quelle montagne” abbia “irrigato quella terra, rendendola una silenziosa testimonianza di fedeltà, di coraggio e di speranza”.

Il luogo di crudeltà del regime comunista
“Quel luogo impresso nella memoria del popolo dell’Albania- scrive Prevost-rimane una delle pagine più dolorose della sua storia. Spaç é stato un luogo in cui molti hanno portato la pesante croce dell’ingiustizia”, ha scritto il Papa al cardinale nel testo che è stato letto al termine della Messa.-Il cardinale albanese, oggi novantasettenne è stato elogiato, “per avere celebrato il Sacrificio di Cristo che ha trasformato la Croce da segno di morte in promessa di vita”, ha scritto ancora il Pontefice. Il porporato albanese ha conosciuto infatti il volto della persecuzione da parte del regime comunista che lo aveva condannato a morte come nemico del popolo, pena successivamente commutata nella carcerazione in vari campi di concentramento e ai lavori forzati.
secoloditalia.it

Intelligenza artificiale a scuola, perché è necessario rallentare

Intelligenza artificiale a scuola, perché è necessario rallentare

Potrà sembrarvi assurdo, ma chi costruisce le intelligenze artificiali più potenti del mondo ha chiesto di rallentare il ritmo di sviluppo. Infatti, proprio all’inizio di questa settimana, oltre 1.300 dipendenti delle principali aziende del settore Ai (tra cui OpenAI, Anthropic, Google e Meta) hanno firmato un appello intitolato «Pacing the Frontier». Il testo chiede al governo statunitense di sostenere uno sforzo internazionale per mettere a punto gli strumenti tecnici e normativi capaci di «regolare deliberatamente il ritmo» di sviluppo di una AI che ormai ha imparato, al dir il vero, anche a migliorarsi da sola. La preoccupazione manifestata nel documento è che la corsa acceleri «oltre la nostra capacità di comprenderla o controllarla». Tra i firmatari figurano l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, e il responsabile scientifico di OpenAI, Jakub Pachocki, ma le due aziende hanno sottoscritto l’appello anche a livello societario.
La genesi del documento ha radice soprattutto nei laboratori di ricerca delle Big Tech, tuttavia non è lontana dall’ambito educativo perché afferisce una questione che gli insegnanti ed ogni componente di ogni comunità educante conosce da sempre, perché certi processi richiedono tempo e si guastano se vengono compressi: imparare è uno di questi.
Studenti avanti, docenti senza formazione
I numeri italiani descrivono una eloquente velocità di adozione dell’Ai tra i banchi di scuola: secondo il primo studio nazionale (https://www.tortuga-econ.it/2025/09/17/generazione-ai/) realizzato dal think tank Tortuga con Yellow Tech su 274 scuole, l’84% degli studenti delle superiori usa ogni settimana strumenti di IA generativa, mentre il 36% dei docenti ritiene invece che i propri alunni non li utilizzino mai…lo scarto tra le due cifre misura la distanza tra ciò che accade davvero nelle camerette dei nostri ragazzi e ciò che la scuola riesce a vedere. Il Ministero ha pubblicato le proprie Linee guida e ha stanziato 100 milioni del Pnrr per la formazione, eppure il 66% degli insegnanti dichiara di non aver ricevuto una preparazione specifica.

Educare significa anche rallentare
Su questo terreno l’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas pubblicata a maggio scorso, offre una traccia sorprendentemente vicina all’appello dei ricercatori di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo. Infatti, al numero 107 dell’enciclica, il Papa auspica una politica capace di «rallentare quando tutto accelera». Nel capitolo dedicato alla scuola indica il compito educativamente più complesso: offrire ciò che il digitale da solo non può dare, cioè «tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili», poi aggiunge un criterio miliare, quando ricorda che educare all’uso dell’IA implica anche «educare a decidere quando e per cosa non usarla». Contro la frammentazione delle informazioni il testo di papa Prevost propone una «igiene dell’attenzione» fatta di silenzio, ascolto, studio approfondito e lettura.
Come può agire subito la scuola davanti all’intelligenza
artificiale
Il freno chiesto a Washington richiede trattati, accordi, verifiche internazionali…quindi probabilmente anni. Una scuola, invece, può agire già domani, mettendo in pratica le suggestioni di Magnifica Humanitas.
Chi progetta le intelligenze artificiali ha ammesso di aver bisogno di tempo per capire ciò che sta costruendo, ma anche gli studenti chiedono la stessa cosa, e per concederglielo nessuno deve attendere un accordo tra governi.

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