L’amore è tutto · Sergio Cammariere

Sergio Cammariere - Wikipedia

“L’amore è tutto” è una canzone del cantautore e pianista jazz Sergio Cammariere, inclusa nel suo album La pioggia che non cade mai. È un brano che unisce sonorità avvolgenti a testi intrisi di romanticismo, esplorando l’amore come forza vitale e totalizzante

Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Corriere Toscano

Vivere a lungo? Il segreto è nascosto nelle ore che passiamo sotto le coperte, ma attenzione: la famosa regola delle otto ore è stata ufficialmente messa in discussione. Una ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, ha demolito i vecchi miti, dimostrando che per restare biologicamente giovani esiste una “zona magica” molto più precisa, compresa tra le 6 e le 8 ore di riposo. Non si tratta solo di non avere le occhiaie: dormire il giusto tempo agisce come un vero filtro antietà e protegge il cuore, il fegato e i polmoni dall’usura del tempo.

A guidare questa indagine è stato Junhao Wen, un neuroscienziato computazionale della Columbia University di New York, insieme al Multi Consortium, un team internazionale di esperti. Wen, che ironicamente si definisce un “dormiglione leggero” che si sveglia spesso di notte, voleva capire se il sonno influenzasse solo il cervello o l’intero organismo.

Per farlo, i ricercatori hanno attinto alla Uk Biobank, un database immenso che contiene le informazioni sanitarie di oltre 500.000 adulti britannici. Non si sono limitati a chiedere “quanto dormi?”, ma hanno incrociato le risposte con risonanze magnetiche, analisi delle proteine nel sangue (proteomica) e dei prodotti del metabolismo (metabolomica).

Il metodo: 23 orologi per misurare la vecchiaia

La vera innovazione dello studio è stata l’uso di 23 diversi “orologi dell’invecchiamento biologico”. Grazie all’intelligenza artificiale, questi algoritmi sono in grado di analizzare un organo, come il cuore, i polmoni o il fegato, e stabilire se è “più vecchio” o “più giovane” rispetto all’età anagrafica della persona. In pratica, hanno scoperto che puoi avere 40 anni sulla carta, ma un cuore di 45 o un fegato di 35, a seconda di quante ore passi sotto le coperte.

Il mistero delle 8 ore

Lo studio ha rivelato un modello a forma di “U”: sia dormire troppo poco (meno di 6 ore) che dormire troppo (più di 8 ore) accelera l’invecchiamento biologico.

Ma ecco la curiosità che scardina le vecchie certezze: il “minimo” invecchiamento non si trova esattamente a 8 ore, ma fluttua in un intervallo specifico tra 6,4 e 7,8 ore. Una quantità, insomma, che non è né troppa, né troppo poca, ma “giusta” per mantenere le cellule attive e in salute. Nello specifico:

  • Sotto le 6 ore (sonno breve), il corpo subisce un invecchiamento accelerato e sistemico. I dati mostrano un legame diretto con rischi più alti di diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiache e depressione.
  • Sopra le 8 ore (sonno lungo), l’invecchiamento accelera, specialmente nel cervello e nei tessuti adiposi. Tuttavia, gli scienziati sospettano che in questo caso dormire molto sia più un segnale di problemi di salute già esistenti piuttosto che la causa diretta dell’invecchiamento.

Ogni organo ha il suo “cuscino” ideale

Un altro dettaglio emerso dalla ricerca è che i nostri organi non invecchiano tutti allo stesso ritmo e non hanno tutti bisogno della stessa quantità di riposo.

La struttura fisica del cervello sembra mantenersi più giovane con circa 6,5 ore di sonno. Ma se guardiamo alla “pulizia” molecolare e alle proteine cerebrali, il bisogno sale a 7,7 ore. Fegato e polmoni, invece, mostrano una sensibilità particolare alle fluttuazioni del sonno, invecchiando più precocemente se si scende sotto la soglia critica delle 6 ore.

Lo studio ha notato, inoltre, che gli uomini mostrano un invecchiamento cerebrale più rapido visibile nelle risonanze magnetiche, mentre le donne mostrano segni più evidenti dalle analisi del sangue.

Il sonno è uno strumento modificabile

La conclusione più importante di questo studio è che le nostre abitudini di sonno non sono scritte interamente nel nostro Dna. I ricercatori hanno trovato pochissimi legami genetici con i pattern di sonno anomali, suggerendo che dormire bene sia un fattore ambientale e modificabile.

Migliorare la durata e la qualità del sonno non serve solo a non avere le occhiaie il giorno dopo: è uno dei modi più semplici e concreti che abbiamo per “riportare indietro le lancette” dei nostri orologi biologici e proteggere ogni singolo organo della nostra complessa macchina umana.

Le ferie secondo Leone XIV: meno sprechi, più Vangelo e attenzione agli ultimi, ecco il decalogo delle vacanze cristiane

Le ferie secondo Leone XIV: meno sprechi, più Vangelo e attenzione agli ultimi, ecco il decalogo delle vacanze cristiane

Come vivere cristianamente le vacanze? La domanda non arriva da un teologo né da un vescovo, ma da Maurizio, un fedele romano che ha deciso di prendere carta e penna per scrivere direttamente a Leone XIV. Non chiede indicazioni su mete di pellegrinaggio o pratiche devozionali, ma un consiglio semplice: come trasformare il tempo del riposo in un’occasione di crescita spirituale, senza ridurlo a una parentesi di evasione.

La risposta del Pontefice, pubblicata sull’ultimo numero della Rivista San Pietro, diretta da padre Enzo Fortunato, traccia una sorta di piccolo decalogo delle ferie cristiane. Nessuna lista di divieti, nessun moralismo, ma alcuni principi che delineano uno stile di vita.

Il primo è la coerenza. «Le vacanze siano coerenti con uno stile cristiano di vita», scrive Leone XIV. Un’indicazione volutamente essenziale, che lascia alla responsabilità personale il compito di tradurre il Vangelo nelle scelte quotidiane, anche quando ci si concede una pausa dal lavoro.

Il secondo richiamo riguarda la sobrietà. Per il Papa il tempo libero non deve trasformarsi in una corsa al consumo o nell’esibizione del benessere. «Utilizziamo anche il tempo dell’estate per vivere il Vangelo della pace e della misericordia. Pensiamo al privilegio che abbiamo quando sosteniamo i poveri e testimoniamo la povertà evangelica. Questo è un servizio che facciamo a Cristo stesso». Da qui l’invito a evitare «gli eccessi e gli sprechi, il materialismo e il consumismo», educandosi alla sobrietà. «Ricordiamoci sempre che l’accumulo dei beni ostacola l’evangelizzazione».

Non è soltanto un’esortazione morale. È una critica, implicita ma chiara, a un modello di vacanza spesso identificato con il lusso, il consumo e la ricerca del superfluo. Per Leone XIV il riposo non perde il suo valore, ma acquista senso quando non interrompe il rapporto con gli altri e con il Vangelo.

C’è poi un passaggio dedicato agli anziani, che riflette una delle costanti del suo magistero. «Alle famiglie dico: non lasciate soli i vostri anziani». Un invito rivolto ai figli e ai nipoti, ma anche ai volontari: «Impegnatevi a portare umanità e speranza ai sofferenti e vedrete frutti di grazia». Le ferie diventano così anche tempo di relazioni ritrovate e di prossimità verso chi rischia maggiormente la solitudine.

Infine il Papa allarga lo sguardo alle tante ferite del mondo. «Pensiamo ai malati, alle persone che hanno perso la fiducia nella vita, a chi è travolto dal dolore per la perdita dei propri cari, alle vittime delle guerre, dell’odio, del terrorismo e della violenza, ai perseguitati a causa della fede e della giustizia, ai detenuti, a chi è rimasto senza lavoro, senza casa, ai migranti umanamente non accolti». Per Leone XIV le vacanze non possono trasformarsi in una sospensione dell’attenzione verso chi soffre. Al contrario, dovrebbero diventare «uno spazio di sospensione dalle occupazioni e dalle preoccupazioni, nel quale poter vivere esperienze autentiche di amicizia».

Ne emerge un’idea precisa del riposo cristiano: non una fuga dalla realtà, ma un tempo per recuperare equilibrio, coltivare relazioni e riscoprire la solidarietà. Una visione che si inserisce nella linea pastorale di Leone XIV, sempre attenta a coniugare spiritualità e responsabilità sociale.

Del resto, lo stesso Pontefice sta vivendo le sue ferie in questa prospettiva. Ospite del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo fino alla fine del mese, alterna momenti di riposo ad appuntamenti di preghiera e pellegrinaggio. Ha ripreso a praticare sport, utilizzando la piscina fatta realizzare da Giovanni Paolo II e i campi da tennis della residenza pontificia, ma ha anche scelto di uscire più volte per visitare alcuni dei principali luoghi della spiritualità italiana: dall’Abbazia di Montecassino ai monasteri di Subiaco, fino al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra. Un modo concreto per mostrare che, anche durante le vacanze, il riposo può convivere con la preghiera, la contemplazione e l’incontro con le radici della fede.

Il Messaggero

Venezuela / A un mese dal terremoto che ha sconvolto il Paese, il bilancio è di 5.346 vittime

In Venezuela è crisi umanitaria. E 50mila persone risultano ancora disperse

In tutte le chiese italiane, domenica 26 luglio sarà possibile fare una donazione per le comunità colpite dal terremoto in Venezuela. È la colletta nazionale indetta dalla Conferenza episcopale italiana, «un modo concreto per mostrare solidarietà a chi ha perso tutto, piange i propri cari, è sfollato, ferito o vive in condizioni di grande precarietà», ha sottolineato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, spiegando il senso dell’iniziativa. Tutte le offerte saranno destinate a progetti di aiuto mirati e coordinati. I fondi arriveranno alle comunità più colpite grazie a Caritas Italia, che lavora in stretto contatto con Caritas Venezuela, attiva sul territorio con di 30mila volontari e centinaia di parrocchie. «La presenza capillare della Chiesa locale consente di raggiungere anche le comunità più isolate – ha spiegato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana – e di accompagnare le persone con aiuti concreti e con una prossimità che è parte essenziale della risposta». Le donazioni di domenica andranno in questa direzione. Tutte le informazioni aggiuntive si trovano sul sito di Caritas Italia. 
La Guaira non fa più notizia. Ancor più lontane dai riflettori le aree interne, anch’esse distrutte, come il municipio Veroes-Yaracuy uno dei due epicentri del sisma del 24 giugno, colpito anche da inondazioni dopo l’esondazione del canale di irriguo Honda. La crisi umanitaria, in realtà, è appena iniziata. «Gli ospedali non avevano medicine prima del terremoto, figuriamoci adesso – racconta María José Rivas, 74 anni, in fila davanti alla piccola clinica da campo gestita da 40 medici giapponesi a Playa El Yate –. Almeno qui ci danno anche i farmaci, persi sotto le macerie».
Il sistema sanitario dipende da tredici ospedali da campo, allestiti dai vari team stranieri giunti a Caracas dopo il terremoto. Prima della tragedia, la penuria di farmaci e forniture mediche colpiva già il 91 per cento delle strutture. Mancavano anche 100mila operatori sanitari: tutti emigrati, causa crisi e stipendi da fame. Si teme l’insorgere di nuove malattie data l’esposizione dei superstiti a condizioni insalubri e di ulteriori ondate migratorie verso la Colombia. Nel frattempo, la conta dei morti sale a 5.346 mentre i feriti sono 16.740. La preoccupazione più grande riguarda i dispersi, che sono oltre 50mila, molti dei quali ancora sotto le macerie. Le istituzioni, quelle che dovevano rispondere alle crisi, non ci sono più. Sono state smantellate. L’avevano detto i vescovi, dopo il blitz Usa del 3 gennaio, che occorreva «riedificare la struttura istituzionale del Paese» e «restituire indipendenza ai poteri pubblici». Ma è stato il terremoto a smuovere le coscienze di governo e opposizioni, che hanno annunciato l’avvio di «un’agenda di lavoro congiunta» per la ricostruzione del Paese. I colloqui, voluti dagli Usa, prenderanno il via il primo agosto a Caracas.
Saranno coinvolti dieci deputati dell’Assemblea nazionale e altrettanti ex deputati dell’opposizione, eletti nella legislatura precedenti e costretti all’esilio. Il chavismo evoca l’«unità» del Paese e parla di una «road map» volta a «rafforzare la democrazia». L’opposizione parla invece di una «nuova tappa» e parla di «stabilità» e del «recupero» della democrazia, ringraziando il governo Usa per il «fermo sostegno al popolo venezuelano». L’orizzonte: convocare nuove elezioni, poiché il mandato ad interim di Delcy Rodríguez – intenta a sbloccare i beni venezuelani trattenuti all’estero –, è decaduto lo scorso 3 luglio, stando all’articolo 234 della Costituzione. Fonti di Palazzo di Miraflores spiegano ad Avvenire che la presidente sarebbe disposta a fare un passo indietro, ma lo stesso Donald Trump le ha chiesto di restare al suo posto. Il tycoon – che ha protetto Rodríguez da una richiesta risarcitoria da 314 miliardi di dollari da parte di tre cittadini americani presi in ostaggio da Maduro – dice di avere una «relazione incredibile» con Caracas, dove la gente è «molto felice» della presenza americana, ma i tempi non sono ancora maturi per nuove elezioni. Serve prima la ricostruzione dell’infrastruttura petrolifera. Esclusa invece María Corina Machado, che punta a sabotare i colloqui, dividendo le opposizioni attorno all’argomento.
Il protagonismo va invece all’ex parlamentare Dinorah Figuera, mediatrice inviata dagli Usa, che conta sul sostegno diretto del segretario di Stato, Marco Rubio. «L’idea – ha spiegato Rubio – non è solo quella di promuovere una riconciliazione ma anche di avviare un processo di transizione». Secondo il quotidiano Abc, gli Usa hanno affermato il proprio controllo su Caracas seguendo il modello già applicato nel Pacifico, sulle Isole Marshall, che delega a Washington la gestione della sicurezza del territorio. Nel frattempo, la Casa Bianca ha già inviato 3mila tecnici e investito tre miliardi di dollari per il ripristino di autostrade, porti, aeroporti e reti elettriche. Visto il controllo esercitato sul Paese, agli Usa è richiesto di garantire un’equa distribuzione degli aiuti umanitari. «Serve una rendicontazione puntuale dei soccorsi», scrivono quindici Ong, tra cui Comisión de Justicia y Paz e Transparencia Venezuela, al dipartimento di Stato Usa, chiedendo che «l’aiuto venga erogato sulla base dei bisogni e senza discriminazione, in osservanza dei principi di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza».

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Avvenire

Yemen, l’aumento dei prezzi aggrava la crisi umanitaria che travolge i bambini

YEMEN CONFLICT UNICEF CHILDREN

Le difficoltà nella riapertura dello Stretto di Hormuz generano pesanti ripercussioni. A lanciare l’allarme è Save the Children che denuncia come la nuova escalation del conflitto in Medio Oriente, e il conseguente aumento dei prezzi del carburante e dei beni di prima necessità, abbia aggravato le condizioni in cui versa il Paese, già stremato da oltre un decennio di guerra civile

Bianca Tombini – Città del Vaticano

In Yemen il 52% della popolazione – circa 18 milioni di persone – soffre la fame, e la crescita improvvisa del prezzo dei beni essenziali ha spinto nel baratro anche le famiglie che fino a pochi mesi fa riuscivano a sopravvivere. Gli aumenti infatti, stando a quanto riportato da Save The Children in un rapporto diffuso oggi, superano il 30% per il carburante e arrivano fin quasi al 60% per alcuni beni di pima necessità.

Un’emergenza senza fine

“Da oltre un decennio i bambini dello Yemen sono travolti da una crisi dopo l’altra, mentre l’attenzione internazionale è progressivamente diminuita”, afferma Rishana Haniffa, direttrice di Save the Children in Yemen. “La graduale riapertura dello Stretto di Hormuz non rappresenta una soluzione immediata. Anche brevi periodi di inaccessibilità al cibo possono avere conseguenze permanenti sulla crescita e sullo sviluppo dei bambini. I leader mondiali devono garantire il libero passaggio di alimenti, fertilizzanti e aiuti umanitari e lavorare per un cessate il fuoco duraturo nella regione”, aggiunge la responsabile dell’organizzazione. Richiama inoltre l’attenzione sul grave deficit di finanziamenti umanitari: a metà del 2026 infatti il Piano di risposta delle Nazioni Unite per lo Yemen risulta finanziato per appena il 14,7% di quanto previsto.

Vatican News

Diffuso il rapporto Sofi: in calo per il terzo anno il numero di persone che soffrono per la mancanza di cibo – sono 645 milioni – ma i miglioramenti rimangono insufficienti. In Africa una persona su cinque non ha da mangiare, in Asia sono sei su cento

Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza

Avvenire

La fame nel mondo continua a calare lentamente, ma mangiare in modo sano è un diritto ancora negato a una persona su tre. È la fotografia che emerge dall’edizione 2026 del rapporto “The state of food security and nutrition in the world” (Sofi) curato da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite e presentato ieri a Roma. Nel 2025 hanno sofferto la fame 645 milioni di persone, il 7,8% della popolazione mondiale: 14 milioni in meno rispetto all’anno precedente, terzo calo consecutivo dopo il picco registrato durante il Covid-19. Tuttavia, avverte il rapporto, i miglioramenti restano fragili, distribuiti in modo diseguale e insufficienti per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. Se i trend attuali saranno confermati, nel 2030 le persone che soffrono la fame saranno tra i 510 e i 520 milioni. E quasi sei su dieci (il 56%) vivranno in un Paese africano.
Per la prima volta è l’Africa il continente con il maggior numero assoluto di persone che soffrono la fame. Erano 309 milioni nel 2025 davanti ai 292 milioni dell’Asia (che pure ha una popolazione ben più numerosa) e ai 32 milioni dell’America Latina e Caraibi. In termini di incidenza sulla popolazione il divario è ancora più netto: la fame colpisce il 20% degli africani (una persona su cinque) contro il 6% degli abitanti dell’Asia e il 4,8% in America Latina. Anche gli indicatori più ampi sull’accesso al cibo mostrano un quadro simile. Nel 2025, si stima che il 25,8% della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) abbia sperimentato una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave, trovandosi talvolta costretta a ridurre la qualità o la quantità del cibo consumato. Il dato è in calo rispetto al 27,1% del 2024 e al 28,7% del 2020, pur restando su livelli superiori a quelli pre-pandemia. Su questo quadro già fragile pesa un’ulteriore incognita: il conflitto in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz. In gioco non ci sono solo gas e petrolio, ma anche i fertilizzanti, il cui rincaro si scarica sulla produzione di cibo. Non a caso le proiezioni al 2030 (quei 510-520 milioni di persone ancora esposte alla fame) già scontano l’impatto stimato della crisi: senza il conflitto la stima si sarebbe fermata a 503 milioni.
«I sistemi alimentari mondiali sono ancora fortemente dipendenti dall’importazione di fertilizzanti e di carburante: l’Asia è particolarmente vulnerabile, seguita dall’Africa», spiega ad Avvenire Federica Diamanti, vice presidente associata dell’Ifad, il fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che investe sui piccoli agricoltori nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo. Con minore accesso ai fertilizzanti e un aumento del prezzo dei carburanti (fondamentali per i trasporti e l’irrigazione) «quello che sta già succedendo è che i produttori, in particolare quelli più piccoli, stanno decidendo di seminare meno o di non farlo affatto», spiega. Gli impatti della crisi di Hormuz sono già visibili: in Kenya, ad esempio, buona parte della produzione di montoni destinati all’esportazione verso i Paesi del Golfo per il Ramadan è andata sprecata a causa dello stop ai commerci. «Il ragionamento del produttore diventa: se non ho la certezza di vendere domani, è inutile che produca – spiega Diamanti –. Così queste persone si ritrovano senza reddito e diventano i poveri di domani, se già non lo sono. E allo stesso tempo, con meno cibo prodotto, i prezzi salgono: una spirale che non può che peggiorare il quadro mondiale».
Ma parlare solo della quantità di cibo non è sufficiente; per questo motivo il rapporto Sofi 2026 dedica un affondo sull’accesso a una dieta sana da cui 2,7 miliardi di persone al mondo sono ancora escluse. «Si intende un’alimentazione adeguata, equilibrata, diversificata. Non è così ovunque», spiega Diamanti. A restare esclusi, aggiunge, «sono soprattutto i più poveri e le popolazioni rurali, dove i redditi di sussistenza non consentono di accedere a un’alimentazione bilanciata». Il costo è salito nel 2025 a 4,28 dollari a persona al giorno (a parità di potere d’acquisto), contro i 3,44 del 2021 e i 2,94 del 2017. Una cifra che è circa il 40% più alta della soglia di povertà estrema fissata a livello internazionale, pari a 3 dollari al giorno.
Come affrontare le sfide presenti e, soprattutto, quelle future alla luce delle tante incertezze dello scenario internazionale? La risposta, per l’Ifad, passa da un’agricoltura meno esposta a queste ondate globali: un cambio di logica. «Molti Paesi dipendono interamente dalle importazioni, oppure esportano quasi tutto quello che producono senza costruire catene alimentari locali – osserva Diamanti –. Nel breve periodo esportare dà un’entrata immediata, ma investire nella produzione locale è ciò che genera ricchezza, lavoro, occupazione». E la scelta riguarda anche cosa si coltiva: «Se in Kenya produco mais solo per esportarlo, forse è meglio puntare sul sorgo: una produzione locale che richiede anche meno acqua. Bisogna fare scelte di natura diversa, investendo in alimenti nutrienti e non solo destinati all’export».
È su questo fronte, quello dell’esposizione agli shock dei mercati globali, che secondo Diamanti si gioca la partita: non la ricetta per risolvere le crisi internazionali, ma la strada per renderle meno devastanti là dove colpiscono. «Il piccolo agricoltore in Mali non ha alcuna possibilità di risolvere il conflitto nel Golfo – conclude -, ma ha quella di essere meno vulnerabile: di passare la notte senza che questo cancelli del tutto la sua fonte di sostentamento».

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Nicaragua / Cancellato il voto del prossimo anno «per non regalare il Paese all’opposizione». Sale la tensione con gli Stati Uniti; sullo sfondo le concessioni minerarie ad aziende cinesi

In Nicaragua non ci saranno più elezioni: l'annuncio-choc del presidente Ortega

«Elecciones, nunca más», «Non ci saranno più elezioni». Daniel Ortega ha scelto l’occasione più paradossale per lanciare il nuovo motto: le celebrazioni per il 47esimo anniversario della rivoluzione contro l’interminabile dittatura del clan Somoza. Il 19 luglio 1979, i giovani guerriglieri del Frente sandinista, movimento nazionalista e socialisteggiante, entrarono trionfanti a Managua dopo avere sconfitto il regime al grido: «Libertà o morte». A urlarlo a squarciagola anche l’allora comandante Ortega. La stessa persona che, meno di mezzo secolo dopo, ha deciso di formalizzare la permanenza a oltranza al potere di una nuova dinastia. La propria. Da oltre un decennio, il governo nicaraguense viene accusato di manipolare il voto. Lo smantellamento del sistema democratico, tuttavia, si è intensificato esponenzialmente dopo le proteste nonviolente nel 2018, represse nel sangue, con un bilancio di almeno 300 vittime secondo l’Onu. Da allora, le manifestazioni sono state vietate per legge, 5.600 associazioni e 56 organi di informazione sono stati chiusi, 800mila persone sono fuggite per evitare ritorsioni, a 452 figure di spicco della società civile è stata tolta la cittadinanza in processi pilotati e le loro proprietà sono state incamerate dallo Stato. Perfino le processioni e le celebrazioni religiose pubbliche sono state bandite come “punizione” per l’intento della Chiesa di mediare durante la rivolta e di salvare la vita ai dimostranti minacciati. Centinaia di dissidenti, reali o presunti, inclusi due vescovi, sono stati arrestati e, dopo lunghe negoziazioni internazionali, mandati in esilio. Quarantesei sono ancora in cella.
Alle ultime presidenziali – vinte con il 76 per cento delle preferenze, nonostante le accuse di frode – di fatto, Ortega non ha avuto rivali dopo l’arresto dei sette candidati dell’opposizione. Le prossime avrebbero dovuto tenersi a novembre. Una controversa riforma costituzionale – che ha blindato il potere del capo della Stato e della moglie, nonché “co-presidente” Rosario Murillo – alla fine del 2025, ha allungato il mandato di governo di un anno, posticipando le consultazioni al 2027. Ora, però, rischiano di saltare. «Dimenticatevene – ha detto il leader 80enne in un’inconsueta apparizione pubblica dopo due mesi di assenza –. Non andremo alle urne per regalare il Paese all’opposizione e perché quest’ultima lo venda agli Stati Uniti». La polemica nei confronti degli Usa è un classico di Ortega. A differenza del Venezuela e di Cuba, il Nicaragua, però, finora non è stato tra le priorità della “dottrina Donroe”, il piano di egemonia continentale coniato da Donald Trump.
La tensione ha cominciato a salire da aprile quando il dipartimento del Tesoro ha sanzionato Daniel e Maurice Ortega, figli della coppia presidenziale ed elementi chiave dell’apparato. A mandare su tutte le furie Washington la firma di una serie di concessioni – ben 84 secondo quanto documentato dalla Fundación del Rio – ad aziende cinesi per un totale di 1,2 milioni di ettari di terra. Ventidue compagnie minerarie di Pechino controllano ormai il 10 per cento del territorio nazionale. Le aree – molte indigene e protette – dove sono collocati i principali giacimenti d’oro. Le ultime due autorizzazioni sono arrivate la settimana scorsa. In quest’ottica si può leggere la veemente risposta del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, all’annuncio dell’imminente abolizione delle elezioni. «Questa dichiarazione La dichiarazione di Daniel Ortega svela la vera natura autoritaria del sistema nicaraguense», ha detto, definendo lo status quo a Managua «inaccettabile» per la Casa Bianca. Il duo Ortega-Murillo finora, però, ha tirato dritto. Pechino permettendo.

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Avvenire

Assisi, la città della pace. Cosa vedere e cosa fare, tra chiese, boschi e sapori dell’Umbria

Assisi ha un territorio collinare (iStock)

Ogni anno è punto di arrivo di milioni di visitatori che vi si recano per apprezzarne i tesori d’arte e le architetture religiose, tra cui la basilica di San Francesco, la chiesa di Santa Chiara, fondatrice dell’ordine delle Clarisse, il duomo di San Rufino e la basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, solo per citare i più importanti, ma anche per apprezzarne i palazzi civici, i musei, le architetture militari e per respirare la storia e la spiritualità di una città senza tempo.

Terra di ulivi e vigne, Assisi è anche luogo di buona tavola, dove apprezzare ricette di grande tradizione.

Dove si trova Assisi
Tra le terre di Perugia e Foligno, Assisi sorge a poco meno di trenta chilometri a sud di Perugia, sul versante nord-occidentale del monte Subasio. Il suo territorio si divide tra zone collinari, di bassa montagna e aree pianeggianti, mentre la città è posta sulla collina.

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I giovani e il centro storico di Reggio Emilia

Centro storico - Comune di Reggio Emilia

Due giovani su tre riconoscono il centro storico come luogo simbolo di Reggio Emilia. Ma chiedono più sicurezza e spazi di incontro

La Consulta del Centro Storico presenta i risultati del questionario “Tu e il Centro Storico”: oltre 600 ragazzi e ragazze raccontano il loro rapporto con il cuore della città e indicano le priorità per renderlo più vivo, sicuro e attrattivo.

Il centro storico continua a essere il simbolo di Reggio Emilia per le nuove generazioni. Ma i giovani lanciano un monito preciso: perché continui a rappresentare il cuore della città deve tornare a essere un luogo da vivere, sicuro, accogliente e capace di offrire occasioni di incontro e socialità.

È questo il messaggio più significativo che emerge da “Tu e il Centro Storico”, il questionario promosso dalla Consulta del Centro Storico per ascoltare ragazze e ragazzi tra gli 11 e i 31 anni e raccogliere bisogni, idee e proposte da trasformare in contributi concreti da sottoporre all’Amministrazione comunale.

Perché ascoltare i giovani

La Consulta del Centro Storico è un organismo di partecipazione che fa dell’ascolto uno dei propri strumenti principali. Dopo una prima indagine rivolta all’intera cittadinanza nel 2023, ha scelto questa volta di dare voce alle nuove generazioni, spesso le grandi assenti nei percorsi partecipativi.

L’obiettivo era comprendere come ragazze e ragazzi vivono il centro storico, quali bisogni esprimono e quali idee propongono, per trasformare questo patrimonio di osservazioni in proposte concrete da sottoporre all’Amministrazione comunale.

Perché il futuro del centro passa anche dalla capacità di renderlo un luogo attrattivo e vissuto dai giovani, giovani che oggi sembrano invece più attirati dalle offerte dei centri commerciali.

Un’indagine che dà voce a oltre 600 tra ragazzi e ragazze

L’indagine è stata realizzata tra settembre e dicembre 2025 attraverso un questionario anonimo e volontario rivolto ai giovani tra gli 11 e i 31 anni.

La distribuzione è avvenuta principalmente nelle scuole secondarie presenti in centro storico, all’Università di Modena e Reggio Emilia e attraverso altri canali, raggiungendo ragazze e ragazzi che vivono, studiano o frequentano il centro città.

Sono stati raccolti 605 questionari compilati integralmente, con un’età media di 17,8 anni.

La buona notizia

Il dato forse più incoraggiante è che il centro storico conserva un forte valore identitario. Due giovani su tre lo indicano come il luogo simbolo di Reggio Emilia, davanti alle chiese, alle piazze, ai luoghi della cultura e al Tricolore. È un patrimonio di appartenenza che conferma quanto sia sempre attuale l’obiettivo della Consulta di “rimettere il centro al centro”.

Bello, ma fragile

C’è un dato che racconta meglio di ogni altro il rapporto tra i giovani e il centro storico. Tra gli aggettivi più utilizzati per descriverlo compaiono infatti, da un lato, “pericoloso/insicuro” (31%) e, dall’altro, “bello/affascinante” (21%).

Due immagini solo apparentemente inconciliabili che restituiscono una fotografia precisa: il centro storico continua a essere percepito come un luogo ricco di fascino e identità, ma allo stesso tempo viene vissuto come uno spazio in cui non sempre ci si sente liberi e sicuri.

Il messaggio che arriva dai giovani non è quello di un rifiuto del centro, bensì la richiesta di valorizzarne le potenzialità e renderlo un luogo da vivere quotidianamente.

Le richieste: sicurezza e spazi di aggregazione

Le richieste che emergono dalla survey sono chiare. La sicurezza rappresenta una priorità, ma non è l’unica. Più del 70% dei ragazzi dichiara di incontrare gli amici nei bar, ma allo stesso tempo chiede spazi di aggregazione che non richiedano necessariamente una consumazione. Emergono inoltre la richiesta di aree verdi curate e attrezzate, iniziative culturali e sportive dedicate e luoghi capaci di favorire relazioni, senso di appartenenza e partecipazione alla vita della città.

La voglia di partecipare

Uno degli aspetti più significativi dell’indagine riguarda la partecipazione. Oltre cento ragazzi/e che hanno compilato il questionario hanno scelto anche di utilizzare lo spazio finale del questionario per scrivere idee, osservazioni e proposte. Un segnale che dimostra come le nuove generazioni abbiano voglia di contribuire al futuro della città quando viene loro data l’opportunità di essere ascoltate.

Le parole dei giovani

I suggerimenti lasciati nello spazio aperto del questionario restituiscono un’immagine ancora più nitida di quella emersa dai dati. Le richieste si concentrano soprattutto su due temi: da un lato la sicurezza, dall’altro la voglia di tornare a vivere il centro storico. Molti ragazzi chiedono di sentirsi liberi di attraversare il centro anche nelle ore serali senza timori, richiedono una maggiore presenza di forze dell’ordine per poterlo fare in sicurezza. Inoltre, chiedono una maggiore cura degli spazi pubblici; allo stesso tempo immaginano un centro più vitale, con eventi, luoghi di incontro, negozi, aree studio, parchi attrezzati e occasioni di socialità dedicate ai giovani.

Tra le testimonianze raccolte colpiscono frasi come: «Ho 17 anni e non posso tornare a casa da sola quando fa buio perché ho paura di essere aggredita» oppure «Per rendere il centro più vitale e vivibile si potrebbero organizzare più eventi culturali e musicali, creare spazi dedicati ai giovani come aree studio o ritrovo». Due voci diverse, ma accomunate dalla stessa richiesta: poter tornare a vivere il centro storico con serenità e sentirlo davvero come uno spazio di appartenenza.

Dall’ascolto alle proposte

Per la Consulta il questionario non rappresenta un punto di arrivo, ma una nuova tappa di un percorso di ascolto avviato con la precedente indagine rivolta alla cittadinanza e passata per tutte le iniziative fin qui svolte. I risultati sono sempre stati tradotti in proposte presentate all’Amministrazione comunale nell’ambito dell’attività della Consulta e dei Patti d’Ambito e in ogni interlocuzione avuta con la giunta in questi anni, affinché i bisogni possano trasformarsi in azioni concrete.

Faremo la stessa cosa anche stavolta. Inoltro, vogliamo tenere aperto questo dialogo e confronto con le scuole che hanno partecipato   per restituire a ragazzi/e e insegnanti i risultati e continuare a coinvolgerli in questo progetto di partecipazione. L’intenzione è quella di organizzare incontri nelle scuole all’avvio del prossimo anno scolastico.

Dichiarazione

“Sappiamo bene che il campione raccolto è limitato. Ma, per una realtà come la Consulta, composta da cittadini che operano su base volontaria, riuscire a coinvolgere oltre seicento ragazze e ragazzi rappresenta un risultato importante e un patrimonio di ascolto che riteniamo significativo, del quale ringraziamo i membri che più si sono adoperati Barbara Bizzarri, Lupo Canova con Debora Formisano coordinatrice del GCC Focus sul centro storico”.

“Dei risultati, ci ha colpito soprattutto un aspetto: questa survey conferma quanto era già emerso dal questionario rivolto all’intera cittadinanza. Il tema della sicurezza continua a essere una delle principali preoccupazioni di chi vive e frequenta il centro storico. Ma i giovani ci dicono anche qualcosa di più: che hanno ancora a cuore il centro storico”.

Il contesto in cui si cresce non è neutro. Numerosi studi dimostrano che luoghi caratterizzati da scarsa coesione sociale, pochi spazi di aggregazione e aree verdi poco curate incidono negativamente sul benessere delle persone, mentre comunità coese e territori capaci di favorire relazioni rappresentano un importante fattore di protezione, soprattutto per i più giovani. E noi vogliamo che il centro storico abbia questo ruolo”.

“Per questo riteniamo che le indicazioni emerse siano molto chiare e rappresentino anche una direzione di lavoro per la città: favorire luoghi di aggregazione per i giovani che non siano solo locali, mettere a loro disposizione spazi verdi curati e attrezzati, rafforzare così la coesione sociale, garantire a tutti la libertà di viverlo in sicurezza”.

“Come Consulta continueremo a fare ciò che è nel nostro ruolo: ascoltare, elaborare proposte e portarle all’attenzione dell’Amministrazione comunale. Perché rimettere il centro al centro non passa solo attraverso gli eventi, ma anche i luoghi: significa costruire un centro storico che sappia essere quotidianamente il luogo delle relazioni, della partecipazione dove costruire insieme il futuro della città”.

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Festa della Madonna del Carmelo in S. Stefano a Reggio Emilia

Il Carmelo e il Golgota sono i due monti che la liturgia della Parola ha proposto nella festa della Beata Vergine del Carmelo, celebrata con particolare solennità giovedì 16 luglio nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano, santuario carmelitano.

Qui ha sede la congregazione dello “scapolare”, segno di consacrazione alla Vergine e della sua protezione spirituale.

Sul primo il profeta Elia fa esperienza dell’incontro con Dio – una brezza leggera – e sfida vittorioso i sacerdoti di Baal; sul secondo si compie il percorso della Passione di Cristo e della salvezza dell’umanità.

Lo ha sottolineato nell’omelia della Santa Messa vespertina il vicario generale mons. Giovanni Rossi; hanno concelebrato il parroco don Luca Grassi e don Mauro Vandelli con il diacono Luciano Agosti.

La Croce è il dono della salvezza e occorre fare della propria vita un dono d’amore a Dio e ai fratelli.

Come Elia vinse gli idoli di Baal, così occorre oggi rinunciare alle seduzioni di tanti idoli e compiere la scelta radicale: il Signore ed essere a lui fedeli. Infatti Dio non si dimentica del suo popolo, si lascia cercare e sostiene il cuore inaridito.

Dove si sfonda la speranza? Nel Signore che è sempre vicino al suo popolo. La scelta della croce è una scelta di salvezza, ha sottolineato mons. Rossi.

Maria sul Calvario è vicino a Giovanni; il Cristo morente le affida il discepolo e la dona come madre di tutta l’umanità. La Madonna Maria aiuta i discepoli nel cammino della salvezza. Il silenzio, la preghiera, la maternità, la prossimità ai fedeli la contraddistinguono.

La celebrazione eucaristica era stata introdotta dalla recita dell’inno Akhatistos, appartenente alla tradizione ortodossa, in onore della Vergine.

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