San Lorenzo, dove vedere le stelle cadenti: ecco i posti più suggestivi d’Italia

San Lorenzo, dove vedere le stelle cadenti: ecco i posti più suggestivi d’Italia

La Repubblica

Occhi al cielo. Poco importa se immersi nel verde, sdraiati su una spiaggia o nel silenzio di un sentiero di montagna. L’Italia offre decine di luoghi da cui alzare lo sguardo a caccia di stelle cadenti nella notte di San Lorenzo, il 10 agosto. Da Nord a Sud, passando per le isole, non mancano punti di osservazione lontani dalle luci delle città. E quest’estate ci penserà anche la Luna a dare una mano: il novilunio del 12 agosto renderà particolarmente buia la notte del picco delle Perseidi.

Il fenomeno
Le chiamiamo tutti “stelle cadenti”. In realtà sono minuscoli frammenti di polvere e roccia lasciati dalla cometa Swift-Tuttle lungo la sua orbita. Quando la Terra attraversa questa scia di detriti, le particelle entrano nell’atmosfera ad altissima velocità e producono le spettacolari tracce luminose che osserviamo nel cielo.

Lo sciame prende il nome di Perseidi perché il suo radiante – il punto della volta celeste dal quale sembrano provenire le meteore – si trova nella costellazione di Perseo. Tradizionalmente vengono chiamate anche “lacrime di San Lorenzo”, per la vicinanza del fenomeno al 10 agosto, giorno dedicato al martire cristiano. Nell’immaginario popolare le scie diventano i tizzoni ardenti del suo martirio, una suggestione ripresa anche da Giovanni Pascoli nella poesia “X agosto”. Lo sciame, in realtà, è attivo per diverse settimane tra luglio e agosto e nel 2026 raggiungerà il massimo nella notte tra il 12 e il 13 agosto.

Nord, dalle Dolomiti alla Valle d’Aosta
In Trentino-Alto Adige c’è solo l’imbarazzo della scelta. La Val d’Ega, nelle Dolomiti, ospita lo Sternendorf, il “villaggio delle stelle”, con percorsi dedicati proprio all’osservazione del cielo. Sempre in Trentino, nel Parco naturale Adamello-Brenta, c’è il lago di Tovel, circondato da boschi e montagne e lontano dalle grandi fonti di illuminazione artificiale.

In Valle d’Aosta si può scegliere la Riserva naturale del Mont Avic oppure salire a Saint-Barthélemy, nel comune di Nus, dove a oltre 1.600 metri si trova l’Osservatorio astronomico regionale. In Piemonte non è invece necessario raggiungere le vette alpine: le colline del Monferrato, tra vigneti e casali isolati, permettono di allontanarsi facilmente dalle luci delle città.

Al confine tra Emilia-Romagna e Toscana c’è il lago Scaffaiolo, sull’Appennino Tosco-Emiliano, raggiungibile a piedi attraverso i sentieri di montagna. In Liguria, invece, conviene lasciare la costa e salire verso il Parco dell’Antola o il Monte Beigua.

Centro, dai Sibillini a Campo Imperatore
Tra Umbria e Marche uno dei punti più suggestivi è la piana di Castelluccio di Norcia, nel Parco nazionale dei Monti Sibillini. L’altopiano regala una visuale quasi a 360 gradi, incorniciata dalle montagne.

Più a sud c’è Campo Imperatore, nel Parco nazionale del Gran Sasso. L’altopiano abruzzese supera i 1.500 metri e ospita anche l’omonima stazione osservativa astronomica. Tra i punti più suggestivi ci sono Fonte Vetica e il lago di Pietranzoni. Poco distante c’è Rocca Calascio, a circa 1.460 metri, meta particolarmente amata anche dagli astrofotografi.

Nel Lazio si può salire verso Monte Livata e le aree più isolate dei Monti Simbruini, lasciandosi alle spalle le luci della Capitale. In Toscana, invece, si può puntare sul Monte Amiata o sulle zone rurali meno illuminate della Maremma.

Sud, dal Pollino alla Sila
In Campania, il Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni offre diversi punti favorevoli, soprattutto nell’entroterra intorno a Piaggine, Laurino e Monte Cervati.

In Basilicata uno dei luoghi più gettonati è Piano Ruggio, nel Parco nazionale del Pollino: una grande conca a circa 1.500 metri circondata dalle montagne.

In Calabria c’è il Parco nazionale della Sila. Tra boschi, laghi e grandi radure, l’altopiano offre diverse zone particolarmente buie. Tra i punti da considerare ci sono Lorica e il lago Arvo. Più a sud rimangono le aree montane dell’Aspromonte.

Le isole, dalle Egadi alle spiagge della Sardegna
In Sicilia si può scegliere la montagna, salendo verso Piano Vetore, sul versante meridionale dell’Etna, oppure verso Piano Battaglia, sulle Madonie. Ma anche l’estremo occidente offre diversi punti suggestivi: dalla Riserva naturale dello Zingaro alle Egadi, come la zona di Cala Faraglione a Levanzo, dove la distanza dai grandi centri permette di osservare le stelle con il mare davanti.

La Sardegna parte avvantaggiata grazie alla bassa densità abitativa di gran parte del territorio. Nell’entroterra si può salire verso il Gennargentu. Sul mare ci sono invece l’Ogliastra e il Golfo di Orosei, con cale lontane dalle grandi fonti luminose. Nel sud dell’isola si possono scegliere Capo Spartivento e la baia di Chia.

L’incontro con le Clarisse di Sarzana rivela il valore essenziale dei monasteri: cuori nascosti di preghiera che, senza «servire» a nulla, ricordano a tutti il senso profondo della vita

Lievito di città

Le indicazioni dell’amica erano chiarissime. Sono riuscito a perdermi lo stesso. Non un vero e proprio smarrimento, ma ho imboccato un senso unico tra le splendide colline di Sarzana che mi ha costretto a ritornare sui miei passi. Movimento di rientro. Ricalcolare il tragitto. Riassettare le attese. Di solito vengo a Sarzana per la stagione di prosa al teatro degli Impavidi. Oppure a qualche concerto. Impossibile perdersi, si trova sempre ciò che si cerca. Stavolta no. Mi hanno invitato le Clarisse, suore di clausura, per conoscermi.
Non sono io a cercare, per fortuna. Già mi sembra un dono. Rientro sul percorso e imbocco finalmente via Paradiso, sì, si chiama proprio così. Arrivo e l’accoglienza è sorprendente. Non sapevo se aspettarmi le grate, mi trovo in giardino, con loro, sedie attorno a un tavolo, un improvviso e costante vento freschissimo, acqua, sciroppo al limone e una cordialità che annulla l’imbarazzo, sembra di conoscersi da tanto, da sempre. Impressione rara. Aprirsi, confidarsi, toccare tantissimi argomenti, viene facile, spontaneo.
E poi ridono, tanto, queste cinque suore, sono belle. Libere. Spiritose. Abitate dallo Spirito. Mi fermerò un’oretta, pensavo. Quando guardo l’orologio credevo in un errore, ne erano passate quasi quattro. Come se il tempo, lì, avesse più fretta di scivolare nell’Eterno. Scandisse l’urgenza di tornare a casa. “Noi come hai visto siamo sorelle semplici e poverelle”, così mi scrive madre Tiziana il giorno dopo, e mi sembra la definizione perfetta per descrivere questo cuore nascosto, questo lievito palpitante e segreto, immerso nel cuore di una città splendida come Sarzana. L’impressione, dopo averle incontrate, è che se non ci fossero loro a scandire un respiro segreto e Alto la città morirebbe. E non lo dico con enfasi o retorica, è davvero l’impressione ricevuta.
Mi sembra che per tutti, anche per chi non lo sa, anche per chi crede di non credere, per tutti, loro siano essenziali. Riportano all’essenza. Profumano. Sono convinto che le nostre città possano ambire a una certa altezza perché sostenute da queste presenze semplici e in-utili. Cioè libere dall’ansia di dover giustificare concretamente il loro esserci nel mondo. Luoghi dove la sfida quotidiana è saper vivere le gioie e le asprezze della fraternità. Dove combattere la buona battaglia per non cedere alle lusinghe della complessità. E stare nella povertà, con cuore grato.
Stare con le sorelle mi smuove nel cuore una richiesta che non faccio mai. Per pudore, per timidezza, mai. Chiedo se piacerebbe loro che io tornassi, magari per pregare insieme. Le parole che scandisco stupiscono prima di tutto me. Eppure sono naturali, dicono di una nostalgia di un luogo fraterno, semplice e povero dove sentirsi Suoi. Io sono sempre più convinto che, come Chiesa istituzione, dovremmo riuscire non solo a stare al passo con le richieste del mondo, non solo rispondere con servizi di carità all’altezza ed efficienti, non solo garantire presidi parrocchiali funzionali e attivi, ma dovremmo urgentemente cercare il modo per non smarrire tutti questi tesori nascosti. Difendere questi presidi in-utili e quindi essenziali secondo la logica del Vangelo. E immaginare nuove modalità per garantire che ogni città abbia un cuore pulsante di preghiera. Uno spazio di Silenzio abitato. Di liturgia scandita con passione e fedeltà. Uno spazio nascosto, segreto.
Senza funzioni che ne giustifichino per forza l’esistenza. Non devono servire a niente, non devono fornire servizi, niente di niente, solo esistere. Questo sarebbe il loro vero servizio. Non luoghi abitati da professionisti dell’accompagnamento spirituale, non da studiosi, deve essere qualcosa ignorato dalla maggior parte della gente. In questo tempo di città smart, funzionali, a misura d’uomo, la sua anima paradossale ed evangelica deve tornare a essere la dismisura della disfunzionalità rispetto ai paradigmi del tempo.
Quando ero giovane, in parrocchia, spesso si sentiva dire che “avevano senso” i missionari ma non le suore di clausura, perché queste ultime non servivano a niente. Io mi arrabbiavo e snocciolavo le prove della loro utilità. Del loro essere nel mondo in altro modo. Del loro essere più attive e informate e dentro la realtà di quanto i miei amici credessero. Avevano ragione loro. Non servono a niente. Non servono a nessuno. Perché basta vederle sorridere e si capisce che ci ricordano che il senso profondo della vita è altro, è appartenere a Qualcuno.
avvenire

Guccini, i prof: “Mettiamo i suoi testi nelle antologie di scuola”

Gabriella Fenocchio con Francesco Guccini

La Repubblica

Gabriella Fenocchio, docente di Lettere al Copernico, ora in pensione, e amica del Maestrone: “Francesco offre un’etica della parola tanto più necessaria ai ragazzi in un tempo che fa delle parole strumenti di violenza o di menzogna o simulacri del vuoto”

Leggere Guccini a scuola, studiare i suoi testi? Lui bofonchierebbe all’idea. Non gli insegnanti. «Certo che sì, le sue canzoni possono collocarsi autonomamente nel panorama poetico del Novecento italiano». Non ha dubbi Gabriella Fenocchio, docente di letteratura italiana al liceo Copernico, da due anni in pensione, che con il Maestrone ha condiviso anni di amicizia tra la via Emilia e la letteratura.

Un appello che rilancia dopo la suggestione di Cesare Cremonini nel post in cui il cantante ha reso omaggio a Guccini: «Vorrei che le sue canzoni venissero studiate nelle scuole insieme ai grandi poeti italiani». Loro, i docenti, a giudicare dai commenti, lo vorrebbero. C’è chi lo fa già, scrive Alessandra Iaconelli: «Quando si fa poesia in classe con me ci sono De Andrè, Guccini e Dalla insieme ai classici e ai contemporanei, per cominciare a capire le tecniche poetiche, la rima, le figure retoriche funziona».

Proposta, quella dei cantautori da studiare tra i banchi, ripresa anche da Tecnica della scuola. Nelle antologie per le superiori ci sono pagine dedicate a De André. E Guccini si ritrova, con “Auschwitz”, in “Tempi e immagini della letteratura” (Bruno Mondadori), antologia coordinata da Ezio Raimondi del 2003. «Francesco offre un’etica della parola tanto più necessaria ai ragazzi in un tempo difficile che fa delle parole strumenti di violenza o di menzogna o simulacri del vuoto» spiega Fenocchio, sabato presente al funerale in forma privata a Pavana con il marito Renzo Cremante, storico della letteratura.

La docente e filologa ha curato il volume “Canzoni” di Guccini. «Non solo i suoi sono testi poetici, ma sono testi che reggono un commento di tipo letterario». Non a caso, quando uscì il cofanetto per Einaudi “Parole e canzoni” a presentarlo a Bologna nel 2001 fu Ezio Raimondi. Guccini era sorpreso che un suo testo (“Son morto con altri cento…”) fosse stato inserito in un’antologia. «Con il suo carattere che rifiutava l’esibizione di cose sue, si schermiva, ma in fondo ne era contento».

Come quando la sua “Canzone per Piero” fu scelta come traccia d’analisi del testo alla Maturità del 2004. «Esser citato con Cicerone e Dante, ma via!» aveva commentato. «Ne discutevamo spesso, anche della necessità di tenere insieme i versi, con la loro metrica, alla musica. E rideva quando gli raccontavo che i miei studenti, quando proponevo i suoi testi, li trovavano talvolta tristi come le poesie di Leopardi, anche se poi li apprezzavano. Le sue canzoni sono di grande densità letteraria e chi legge quei testi trova quello che magari non era nelle intenzioni dell’autore, ma che c’è: questa la sua forza».

Lui poi era curioso sul mondo della scuola, «deluso e fortemente critico su quanto i ragazzi non apprendevano». Portare Guccini nelle scuole significa «restituire sia l’epopea della storia d’Italia degli anni di Eskimo che il filone lirico-elegiaco dei sui testi. Io farei leggere e commentare “Vedi cara”, “Vorrei”. “Canzone per Silvia”, “Dio è morto”, “Van Loon”, dedicata suo padre, “E un giorno”, ma anche quella che lui chiamava meta canzone, ovvero “Una canzone”: è una penna e un foglio così fragili fra queste dita, è quel che non è, è l’erba voglio, ma può essere complessa come la vita».

Addio a Berruti, il ragazzo d’oro che fece l’impresa

Addio a Berruti, il ragazzo d'oro che fece l'impresa

Avvenire

In questo agosto di caldo infernale si è spenta anche la fiaccola olimpica di Livio Berruti. Il ragazzo che correva con gli occhiali, il fidanzatino dello sport italiano esploso alle Olimpiadi più umane e più vere di sempre, i Giochi di Roma 1960, arrivato al traguardo degli 87 anni è volato via. Un pomeriggio di qualche anno fa andai a trovarlo nella sua casa torinese. Da lì, da sotto la Mole, a 21 anni lo studente di Chimica Livio Berruti partì marciando convinto su Roma dove lo aspettava il secondo tempo della dolce vita.
Oro nei 200 per Berruti con un segno di pace che si materializzò sulla pista dello Stadio OIimpico inaugurato per i Giochi. Un segno inequivocabile proprio lì a due passi dal Cupolone di San Pietro: «Al traguardo incrociai il volo di una colomba. Un’immagine quasi digitale che ho stampato nella memoria. Così come l’impresa a piedi nudi del “soldatino” etiope Bikila che rimane anche il mio più grande rimpianto…. Perché? Da modesto mezzofondista quale ero allora, la maratona era la gara olimpica alla quale più di ogni altra desideravo assistere e invece rimasi intruppato nel traffico di Roma. Bloccato dalla polizia, quando arrivai al traguardo, Bikila aveva vinto l’oro da un pezzo». Un flusso di ricordi. Un fiume in piena quel pomeriggio in cui con Berruti rivivemmo le immagini in bianco e nero di quello scenario olimpico della Roma antica.
«Al di là dell’umanità forte che si respirava in quella Roma romantica, cinematografica, piena di set naturali: Via Appia, il Colosseo, le Terme di Caracalla… Ci sono tre immagini che danno il senso della profonda eticità di quei Giochi. Gli atleti delle due Germanie non ancora divise dal Muro di Berlino. In un’epoca di forti tensioni razziste negli Stati Uniti, il portabandiera della squadra americana, Rafer Johnson, era un atleta di colore, così come quello che a Roma diventò il “re del pugilato”, Cassius Clay poi convertito all’Islam e diventato Muhammad Ali». Mancava la terza immagine. «Beh, fu quella della cerimonia di chiusura. La fiaccola continuò a rimanere simbolicamente accesa sugli spalti dello stadio Olimpico, con i “focaracci” fatti con i giornali. La gente sembrava volere rimanere lì per sempre. A Tokyo, quattro anni dopo al pubblico avevano distribuito le lampadine a pila. Senza accorgercene eravamo già entrati nell’era tecnologica».
Berruti, da gran signore di questa era multimediale sperava di tornare a Roma come tedoforo di quei Giochi estivi del 2024 che invece poi se li è presi Parigi. Dovette accontentarsi di assistere alle Olimpiadi a km 0, quelle Invernali di Torino 2006. «A Torino fu più facile ottenerle, specie dopo che Atene aveva bruciato Roma per le Olimpiadi del 2004. Si trattò di un debito saldato e poi la concorrenza più forte allora era rimasta Sion. Torino però rimane un punto di partenza di cui fregiarsi dinanzi al Cio, al quale abbiamo dimostrato che è possibile organizzare Giochi invernali in aree metropolitane. Vancouver ci è subito venuta dietro». Parole profetiche allora, specie nell’anno che ha visto il grande successo dei Giochi di Milano Cortina 2026. Ma questo è anche l’anno che ci porta via quel ragazzo che fece sognare un Paese in pieno boom economico. La freschezza di quel volto acqua e sapone, unita alla velocità di gamba e di pensiero del giovane universitario incarnavano l’ascesa di un’Italia nuova e vincente.
Un’Italia che il prode Livio ha tanto amato e difeso anche nei giorni peggiori del malgoverno e della politica confusionaria: «Il Paese reale io lo ritrovo nei pescatori di Lampedusa che si tuffano in mare per salvare dei poveri migranti che stavano annegando. Questi sono i riflessi dell’Italia che al Cio posso assicurare vedono ed apprezzano, moltissimo». Così come lui da sempre apprezzava e seguiva lo sport femminile italiano associandosi al pensiero del suo massimo cantore, lo scriba dello sport Gianni Brera. «Lo sport di questo Paese sarebbe diventato davvero grande quando avrebbero cominciato a vincere anche le donne. Questo me lo diceva Brera tanti anni fa. Oggi lo sport italiano femminile è all’avanguardia. Aveva ragione Gianni ma io di questo ero già convinto fin dai tempi di Roma 1960».

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«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»

«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»

Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti. E invece a Gaza i bambini continuano a morire. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti «stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa». È in nome di questa promessa che Avvenire ha rilanciato la proposta di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace. Una iniziativa potente per urlare: «Basta. Se avete carità, basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia a un uomo». La proposta ha avuto circolazione soprattutto sui social e ha suscitato molto interesse, tanto da essere sottoscritta da centinaia di persone (parte delle adesioni sono pubblicate qui di seguito), da Massimo Cacciari a Francesca Izzo, da Luigi Manconi a Stefano Zamagni. Anche Elly Schlein, segretaria del Pd, ha aderito nella giornata di domenica all’invito lanciato sul nostro giornale. «Non dobbiamo far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori» ha sottolineato la leader democratica, ricordando che «non sono mai arrivati tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi e la fame viene usata come arma di guerra».
Una voce autorevole di sostegno arriva poi da Gerusalemme: «I bambini di Gaza sono i testimoni silenziosi del bisogno di pace, un diritto essenziale negato a chi ha dovuto sopportare mancanze, dolori, perdite devastanti», scrive ad Avvenire il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia i diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio». Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Sono i bambini ucraini e quelli russi, sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Perché quello che è vero a Gaza – la sofferenza innocente, il diritto di ogni bambino di essere amato e protetto e di non diventare bersaglio inerme dell’odio e della violenza degli adulti -, vale ovunque nel mondo e in qualunque epoca storica. Ma c’è un di più, oggi: ci sono i numeri. Ci sono i 300 bambini e adolescenti palestinesi morti in 300 giorni di tregua, uno al giorno, a cui si possono aggiungere i 21mila che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti e delle azioni militari israeliani successive al 7 ottobre 2023. E le decine di migliaia di bambini feriti, mutilati, sfollati, resi orfani. Anche sui mattoni del loro dolore dovrò nascere la consapevolezza che la guerra non risolve nulla, la pace tutto.
La prima ad avanzare la candidatura dei bambini di Gaza al Nobel per la pace fu, esattamente un anno fa, l’associazione “L’isola che non c’è” di Latiano, Brindisi, che la presentò in Senato. Da allora la proposta ha raccolto decine di adesioni, tra le quali si annoverano numerosi sindaci pugliesi. Ora la stessa iniziativa viene rilanciata da un nutrito gruppo di intellettuali di tutta Italia. E, si badi bene, non si tratta solo di una provocazione o di un fatto simbolico. O, almeno, non del tutto. Perché se è vero che un professore universitario – qual è Mazzarella – può a norma di regolamento avanzare una candidatura al Comitato norvegese (articolo 5), è altrettanto vero che il Nobel, in virtù del suo essere corredato da un cospicuo assegno, può essere attribuito solo a persone in carne e ossa o a organizzazioni che ne facciano buon uso, non a un intero popolo. Si tratta però di un ostacolo superabile: nel 2025 Cristina Machado fu insignita del Premio Nobel per il suo impegno politico e civile a favore dei diritti del popolo venezuelano. Dunque, perché no? «Riconoscere il sacrificio dei bambini di Gaza è un atto di verità e di giustizia – scrive ancora padre Faltas -. Riconoscerlo nel tempo con il premio Nobel sarà il segno indelebile di chi crede fermamente nella pace».

Ecco chi ha aderito all’appello

Egidio Addis, Clotilde Esperance Adikpeto, Giorgio Amedeo, Osvaldo Aime, Simone Aime, Isabella Aime, Mario Aliberti, Annalisa Allunto, Elisa Amerio, Grazia Amendola, Laurent Amour Amouzou, Patrizia Amoroso, Pierandrea Amato, Anna Maria Anedda, Manuela Anselmo, Robert Antal Berbecaru, Andreea Antal Berbecaru, Ornella Arca, Angela Arietti, Rossana Arietti, Marco Asunis, Dario Aversa. Flavia Bachetta, Cristian Balarini, Cecilia Balocchi, Luigina Balboni, Barbara Bolasco, Paolo Bonandin, Sofia Bonandin, Valentina Bonandin, Alice Bono, Ugo Bologna, Federico Bardone, Rodica Bargan, Paola Barzanti, Giulio Bassanese, Paola Bassignana, Luciano Bassignana, Erica Bassignana, Giulia Bassignana, Raffaele Bauccio, Antonino Begani, Elena Bedei, Marinella Bellando, Loredana Bellone, Raffaella Bellucci Sessa, Sonia Benedetto Diamante, Anna Maria Beneduce, Francesco Benzo, Chiara Bergerone, Giulia Bernardi, Carla Bertone, Helen Louise Bertoletto, Sara Bertolatti, Daniela Bezzi, Daniela Bina, Liliana Bianco, Alberto Biuso, Rosanna Bivi, Renata Bogino, Giovanni Carlo Bonotto, Barbara Borini, Mirco Borsoi, Marco Antonio Borsi, Giovanni Borsetti, Piera Borsani, Marisa Brasso, Elena Brunetti, Emanuela Bussolati. Massimo Cacciari, Giovanna Cacciato, Ennio Cabiddu, Pier Paolo Calcagno, Maria Calvelli, Elisa Camandona, Leonardo Campanelli, Anna Capecchi, Grazia Capparelli Scalea, Ilaria Carleo, Eliana Carli, Giovanni Carluccio, Antonio Carluccio, Letizia Carlucci, Agostino Carrino, Andrea Castagneri, Rossella Castello, Margherita Cataldi, Maria Cristina Cavallo, Luigi Cavo, Giorgia Cavo, Bruna Cedeghini, Ersilia Cecchetto, Maria Marta Cena, Domenico Cena, Elisa Cesan, Claudia Cerutti, Alessandra Chesta, Antonio Giovanni Chessa, Paola Chiama, Silvia Chieregato, Paola Chiesa, Aldo Cigliano, Claudio Ciancio, Emanuele Ciancio, Benedetta Ciancio, Cristiana Cocco, Claudia Colangelo, Valerio Colombaroli, Flora Cometto, Alessandra Consolaro, Maria Luisa Coppo, Ornella Corda, Consuelo Cordara, Marisa Cordero, Maura Corvetti, Giuseppe Costarella, Cristina Crapanzano, Donatella Cresta, Eugenio Creso, Enrica Cubeddu, Silvia Cuffini, Alberto Cucatto, Simone Cucatto, Anna Curti. Michele Dalmasso, Angelica D’Alessandro, Angiolo Dall’Aste Brandolini, Alfonso D’Amaro, Laura Davì, Giuseppe Decandia, Maria Piera De Cicco, Piero De Gennaro, Laura De Angelis, Monica De Lorenzis, Roberta De Macchi, Sebrina De Miceli, Daniela Debernardis, Roberto Delizia, Guglielmo Del Gaudio, Alessandro Della Corte, Daniela Dezzani, Mariuccia Papa Diamante, Carmela Mandato Diamante, Rossella Di Giovanni, Roberta Anna Di Martino, Davide Di Naro, Enrico Di Rosa, Laura Di Simone, Stefania Di Terlizzi, Gabriella Dogliani, Maria Angela Donna, Luigi Dompè, Andrea Dosio, Anna Doria, Augusto Dotto, Gabriele Dotto, Aurora Dotto, Maria Luigia Dragoni, Anatolie Dulea, Emma Dovano. Piera Egidi Bouchard, Roberto Esposito. Martina Fabbretti, Davide Calogero Falci, Silvia Fania, Franca Faranda, Marlena Fantinuoli, Grazia Favata, Franco Felizia, Domenico Reinaldo Fernandez Del Real, Natalia Ferrazza, Pasquale Ferrara, Silvana Ferrero, Franco Ferrari, Silvia Ferrari, Silvana Festichino Sinchetto, Vittoria Fiorelli, Pierluigi Filloramo, Genny Fissore, Miranda Fico, Ebba Folonari, Anna Forlati, Marina Formica, Ambasciatore Luca Fornari, Claudio Frassinelli, Francesca Frediani, Maria Frieri, Maria Vittoria Frigero, Diego Fulcheri, Filippo Furioso. Carlo Galli, Lorena Maria Gallo, Silvia Maria Gallo, Giorgio Gamba, Gialma Gasparotto, Luigina Gatti, Walter Gerbaudo, Sonia Gesnelli, Rosanna Ghista, Fabrizia Giacobbe, Tullia Giacobbe, Valerio Giacobbe, Giuseppe Giacobbe, Mara Giacoletto, Gloria Gibellini, Giuseppe Gianfrante, Enzo Giannone, Antonio Ginetti, Stella Giordana, Buono Giorno, Tommaso Giorno, Lorenza Giorgi, Massimo Giovara, Mauro Gobbo, Alessandra Golle, Cristoforo Gorno, Anna Rosa Gosio, Anna Laura Grandis, Fabio Granata, Elvira Gravina, Silvia Grasso, Gianclaudio Greco, Lia Grignani, Maria Antonietta Guadagnino, Gianna Maria Guelpa, Valentina Guerriero, Rocco Guerriero. Anna Elisabetta Iannelli, Aniello Iaccarino, Salvatore Dario Impellizzeri, Daniela Isoardi, Stefano Isola, Francesca Izzo. Salvatore Labruna, Laura Lai, Andrea Lebra, Elisabetta Lenta, Giuseppe Lesca, Enrica Lisciani Petrini, Elisabetta Lisa, Danilo Lillia, Anna Li Veli, Stefania Lombardo, Carmela Lombardo, Laura Lombardi, Maria Rosa Loreto, Agnese Lorenzini, Aldo Lotta, Andrea Lotta, Corrado Lotta, Rosaria Lotta, Camilla Lucamarini, Thomas Lussi. Stefano Macaluso, Simona Mana, Franco Manina, Luigi Manconi, Sandro Mancini, Mariasole Mainenti, Rina Mallus, Antonio Marchina, Marianna Marcovei, Francesca Marinaro, Colette Mariani, Mari Mariani, Eva Mariani, Giuseppe Marino, Federico Mariotti, Maria Rosa Giovanna Masoero, Maria Regina Mascia, Manuela Massa, Franca Massa, Viola Mazzoleni, Annika Mazzucco, Lorenzo Mazzotti, Silvia Mazzuca, Gerardo Mele, Rosa Alba Meloni, Nicola Melis, Angela Meroni, Mariarita Mercurio, Graziella Miccoli, Maria Migliorati, Cristina Minolfi, Maurizio Momo, Sebastiano Molineri, Antonello Murgia, Nicoletta Murdaca, Tiziana Mulas, Anna Musini. 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Avvenire

Il Duomo di Milano sta completando l’ultimo restauro. «Così abbiamo fatto scuola»

Il Duomo di Milano sta completando l'ultimo restauro. «Così abbiamo fatto scuola»

In questi anni in Duomo è stata approntata una vera e propria opera ingegneristica «che ha richiamato tanti colleghi da tutta Europa, venuti a vederla anche più volte»: il ponteggio sopraelevato per il restauro del tiburio. Lo racconta soddisfatto Francesco Canali, l’ingegnere che dal 2014 dirige i cantieri della Veneranda Fabbrica della cattedrale milanese. All’interno mostra il ponteggio collocato a circa 60 metri sopra l’altare maggiore: si sviluppa per 18 metri da un lato all’altro, ed è composto nella sua interezza da circa otto chilometri di tubi d’acciaio. Chi entra oggi nella basilica può farsi un’idea alzando lo sguardo, avvicinandosi alla crociera: l’altezza e la dimensione del ponteggio sono veramente impressionanti.

In autunno, dopo nove anni di lavori, tornerà finalmente visibile al pubblico il tiburio, ovvero la struttura ottagonale che circonda la cupola, sotto alla guglia della Madonnina. È una delle parti più scenografiche del monumento, opera degli architetti Giovanni Antonio Amadeo e Gian Giacomo Dolcebuono alla fine del 1400 (alcuni anni prima Leonardo da Vinci aveva presentato un suo progetto, che però pare non fosse piaciuto). I lavori esterni sono da poco conclusi; per settembre saranno terminati anche quelli all’interno, assicura Canali.
Si tratta di uno degli interventi più impegnativi nella storia recente della cattedrale, che ha visto un investimento complessivo di 20 milioni di euro. Basti pensare che per consentire le celebrazioni eucaristiche, evitando di coprire l’altare maggiore con il ponteggio, è stata predisposta questa struttura aerea con una grande rete quadrata a coprire il grande “buco” in alto, al centro della cattedrale. «Ci siamo subito posti il problema di cosa fare questo spazio – spiega l’ingegnere –. Situato all’incrocio tra navate e transetto, sulla pianta è un quadrato sul quale insiste una cupola semisferica, ogivale, con otto spicchi o cuspidi che aiutano a sostenere la volta. Abbiamo colto l’occasione dei restauri per approfondire le fasi costruttive con questo ponteggio molto elaborato, e per investire sulle dotazioni di cantiere».
Nel complesso, il cantiere che ha interessato guglia e tiburio è durato oltre 18 anni (i lavori sono iniziati nel 2008), ma la fase in cui la cupola è stata rivestita dal ponteggio è durata otto anni, durante la quale vi hanno lavorato centinaia tra dipendenti della Fabbrica e restauratori in oltre 15mila giornate di lavoro, per una media di 250 giornate all’anno. Un periodo lungo, che ha compreso anche due anni di stop dovuti alla pandemia, esplosa proprio quando i lavori all’interno erano nel pieno svolgimento.
«Abbiamo fatto scuola? Sì, però va detto che la Veneranda Fabbrica ha una fortuna, come tutte le fabbricerie delle cattedrali italiane: di doversi dedicare alla cura del monumento, quindi cercando soluzioni non convenzionali, anche costose, ma che vanno nella direzione di una maggiore efficienza del cantiere, oltre al rispetto del luogo sacro – ribadisce Canali –. Un obbligo, insomma». E questa parte, prosegue, aveva bisogno di un restauro approfondito che, «in assenza di una struttura efficiente, non avremmo potuto realizzare». Da qui l’idea del ponteggio sopraelevato. L’ultimo restauro in Duomo risale alla fine degli anni ’60: proprio per motivi tecnici non si era potuto fare tutto quello che si sta realizzando ora. Sono stati restaurati i quattro arconi decorati da una sessantina di statue raffiguranti santi (quindici per lato), rimuovendo le incrostazioni sulle superfici, ovvero la sporcizia creata dallo smog e dal fumo delle candele che hanno contribuito al degrado naturale del marmo di Candoglia: un materiale, com’è noto, molto delicato. E per fine anno si spera di rimuovere il telone, anche se una data precisa ancora non c’è. È stato quasi un gioco da trapezisti lavorare così, scherza Canali, indicando anche la gigantesca impalcatura a forma di croce poco sopra la rete, che si appoggia – o meglio si aggancia – al ponteggio esterno.
Resta ora da vedere se il camminamento esterno attorno al tiburio, proprio sotto alla guglia maggiore con la Madonnina, verrà aggiunto al percorso di visita delle terrazze. In fondo era già percorribile negli anni ‘60, prima del penultimo restauro. Ci vorrebbe altro personale di custodia, fanno sapere dalla Veneranda Fabbrica; ma il nuovo colpo d’occhio dall’alto, dai transetti e dall’abside, aggiungerebbe ulteriore fascino ad un panorama sulla città praticamente unico.

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Avvenire

Liturgia 16 Agosto 2026 XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
O Dio, nostra difesa,
guarda il volto del tuo consacrato.
Per me un giorno nel tuo tempio
è più che mille altrove. (Cf. Sal 83,10-11)
Colletta
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che nell’obbedienza del tuo Figlio
hai abbattuto l’inimicizia tra le creature
e degli uomini hai fatto un popolo solo,
rivestici degli stessi sentimenti di Cristo,
affinché diventiamo eco delle sue parole
e riflesso della sua pace.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Is 56,1.6-7
Condurrò gli stranieri sul mio monte santo.
Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore:
«Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché la mia salvezza sta per venire,
la mia giustizia sta per rivelarsi.
Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saranno graditi sul mio altare,
perché la mia casa si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 66
Popoli tutti, lodate il Signore.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.
Seconda lettura
Rm 11,13-15.29-32
I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili per Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?
Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia.
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Mt 4,23

Alleluia, alleluia.
Gesù annunciava il vangelo del Regno
e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.
Alleluia.
Vangelo
Mt 15,21-28
Donna, grande è la tua fede!

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Dio, nostro Padre, ha cura di tutti i suoi figli. Confidando nella sua benevolenza, eleviamo a lui la nostra preghiera di intercessione.
Preghiamo insieme e diciamo: Esaudisci, Signore, la nostra preghiera.

1. Per la santa Chiesa: professando coraggiosamente la sua fede in Cristo, comunichi a tutti gli uomini la beata speranza che la sostiene. Preghiamo.
2. Per il papa, i vescovi e i presbiteri: il Signore li conforti nelle fatiche apostoliche e conceda loro la gioia di vedere il gregge dei fedeli riunito in un unico ovile. Preghiamo.
3. Per i popoli provati dalla guerra: possano presto ottenere un futuro di giustizia e di pace, ed essere orientati a un vero sviluppo. Preghiamo.
4. Per coloro che si consacrano al servizio degli emarginati e degli esclusi: come il Samaritano del Vangelo, siano premurosi nella dedizione al prossimo. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: la partecipazione a questa santa Eucaristia ci renda capaci di rinunciare a noi stessi per seguire Cristo, mettendo la nostra vita a servizio del suo regno. Preghiamo.

O Padre, il nostro cuore esulta per le tue benedizioni; alla sovrabbondanza dei tuoi doni corrisponda la nostra piena adesione. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accogli, o Signore, i nostri doni
nei quali si compie il mirabile scambio
tra la nostra povertà e la tua grandezza,
perché, offrendoti il pane e il vino che ci hai dato,
possiamo ricevere te stesso.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione. (Sal 129,7)

Oppure (Anno A):
Dice Gesù: «Donna, grande è la tua fede!
Avvenga per te come desideri». (Mt 15,28)
Preghiera dopo la comunione
O Dio, che in questo sacramento
ci hai fatti partecipi della vita di Cristo,
ascolta la nostra umile preghiera:
trasformaci a immagine del tuo Figlio,
perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano: lascito culturale enorme

Guccini, come Pasolini, ha raccontato un’Italia che non esiste più: il suo lascito culturale è enorme

Giorni fa ho scritto della morte di Francesco Guccini, in obbedienza ad un impulso, quello di fissare il dolore per una perdita, che alla mia generazione brucia quasi fisicamente. Ho scritto del vuoto che lascia una personalità straordinaria quando conclude la sue esperienza nel mondo. Quando l’anima si spegne lasciandoci solo una spoglia e la memoria di quello che è stato.

Oggi vorrei riflettere invece su quello che non abbiamo perso, o meglio, su quello che alcune personalità lasciano al di là della loro presenza fisica sulla scena.

Guccini ha raccontato un’Italia che non esiste più, ne è stato, come Pier Paolo Pasolini, ultimo testimone. Non parlo solo dell’Italia dell’impegno politico, ma di una civiltà che affonda le radici in un tempo antico, un tempo povero, fatto di essenzialità. Lo ha fatto con molte delle sue canzoni, con quelle ballate epiche che parlano di “saggi di montagna che citavano Dante a memoria”, tra la Via Emilia e il West. Ci ha spiegato che esiste una cultura orale, lontanissima dall’erudizione accademica (lui che è stato insegnante), dove il racconto si tramanda e si arricchisce alla maniera degli aedi, il fatto in sé che diventa epopea.

Lo ha fatto con i suoi libri, scritti a Pavana, che raccontano la vita di un’Italia contadina, montanara. Che viveva quasi di nulla (castagne ed erba Spagna), l’Italia che ha conosciuto e che lo ha accolto nei primi anni di vita. Quelle immagini, quei volti con le loro rughe fatte di sole, pioggia e fatica bestiale, la ruvidezza di quelle mani, gli odori che ti si fissano nel cervello. Quell’Italia che abbiamo pensato ignorante semplicemente perché aveva una cultura diversa da quella che abbiamo imparato a scuola.

Un’Italia che abbiamo ritrovato nei versi di Pasolini, nei suoi scritti in friulano. Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano, portando nelle loro tombe povere proprio quella lingua, la lingua dell’Appennino – nella quale l’emiliano non è quello rotondo gioviale del piano, ma si mescola col toscano rude della montagna pistoiese, ma anche con lingue remote, sconosciute – esattamente come il friulano che si perde e finisce a sopravvivere solo nelle parole di Pasolini e di pochi altri.

Se si perde la lingua, vuol dire che prima si è perduta una cultura, un mondo. Si sono perse parole per esprimere sentimenti, valori, per dire cose che non si dicono più, per indicare oggetti che non si usano più. Guccini ci ha regalato le ultime foto di quell’Italia che, per dirla con le parole di un altro poeta, “non aveva letto un milione di libri”, ma sapeva scegliere, sapeva dove andare, non conosceva il compromesso meschino. Un’Italia semianalfabeta che capiva benissimo dove stava il male e il bene.

Chi non si faceva troppe domande, solo quelle essenziali, sceglieva senza esitazione la Resistenza e sapeva andare fino in fondo. Fino in fondo senza alcuna retorica, intrinsecamente eretica, avulsa dalle chiese, sia quelle dei preti che quelle dei rituali di partito, ma densa di valori, di spiritualità senza ritualismo. Un mondo fatto di donne e di uomini che dovevano rispondere ogni giorno alla sempiterna domanda di cosa si metteva nella pentola per sfamare la famiglia. Di cosa si poteva sacrificare per sopravvivere, ma era capace di difendere, a qualunque costo, la propria libertà, la propria dignità, le proprie scelte, la propria famiglia che si allargava al villaggio, al borgo.

Quell’Italia che non era conservatrice, ma sapeva cambiare per andare avanti senza perdersi, restando umana; per questo, solo per questo, non per ideologia, era naturalmente e istintivamente antifascista. Era contro il potere, quando il potere era cosa estranea, cieca, quando non sapeva cogliere le sfumature, le ragioni di un comportamento, come invece fa il maresciallo protagonista della trilogia di Appennino di sangue che non lascia il suo dovere, ma nel compierlo è capace di guardare il cuore degli uomini.

Poi è arrivata la plastica, l’osteria che diventa “RistoBar”, il juke box con le canzonette smidollate, che pigliavano il posto degli stornelli. Guccini è figlio di entrambi i mondi, ma coglie il senso profondo della tragedia che arriva con la scomparsa di quell’Italia e allora fa quello che deve e può fare un intellettuale. La fissa, la fotografa con le parole, la trasforma non in inutile nostalgia, ma la fa diventare testimonianza. Porta l’essenzialità dei valori, contro il luogo comune.

Pasolini ha avuto una vita breve, stroncata dalla violenza di assassini ancora vergognosamente impuniti, Guccini ha vissuto a lungo, sempre troppo poco per chi lo ha amato come fosse un parente prossimo. Ha avuto il tempo di scrivere, di continuare la sua opera di testimonianza di raccolta di storie. Ci ha regalato l’epica di un’Italia che fu, che aveva un cuore ruvido ma immenso. Questa testimonianza è stata uno dei tanti immensi doni che Francesco Guccini ci ha lasciato.

Il Fatto Quotidiano

Liturgia 9 Agosto 2026 XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
Volgi lo sguardo, Signore, alla tua alleanza,
non dimenticare per sempre la vita dei tuoi poveri.
Alzati, o Dio, difendi la mia causa,
non dimenticare la supplica di chi ti invoca.
(Cf. Sal 73,20.19.22)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, Signore del cielo e della terra,
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
1Re 19,9.11-13
Fermati sul monte alla presenza del Signore.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 84
Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.
Seconda lettura
Rm 9,1-5
Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Sal 129,5

Alleluia, alleluia.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
Alleluia.

Vangelo
Mt 14,22-33
Comandami di venire verso di te sulle acque.

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Alla scuola della parola di Dio e illuminati dallo Spirito, eleviamo la nostra supplica, in comunione con tutti i nostri fratelli nella fede.
Preghiamo insieme e diciamo: Salva il tuo popolo, Signore.

1. Assisti con il tuo Spirito la santa Chiesa: donale di crescere nella fede e nella carità, e di irradiare il fuoco d’amore che il tuo Figlio unigenito è venuto a portare sulla terra. Noi ti preghiamo.
2. Illumina le menti di coloro che guidano le sorti dei popoli: superata ogni barriera culturale o etnica, si adoperino per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace. Noi ti preghiamo.
3. Guarda con bontà a tutti i giovani assetati di luce e di amore: accompagnali a scoprire nel Signore Gesù la sorgente della vera gioia e della donazione di sé. Noi ti preghiamo.
4. Conforta gli infermi: concedi loro di trovare pace nella tua volontà, forza e medicina nei sacramenti del tuo amore, consolazione e gioia nella carità dei fratelli. Noi ti preghiamo.
5. Ricordati di noi tutti: donaci la grazia di una fede profonda e uno spirito di autentica orazione, umile e perseverante. Noi ti preghiamo.

O Padre, accogli le nostre suppliche e purifica il nostro cuore, perché si rinnovi in noi la gioia e il desiderio di amarti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accetta con bontà, o Signore, i doni della tua Chiesa:
nella tua misericordia li hai posti nelle nostre mani,
con la tua potenza trasformali per noi in sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Celebra il Signore, Gerusalemme!
Egli ti sazia con fiore di frumento. (Sal 147,12.14)

Oppure (Anno A):
I discepoli sulla barca
si prostrarono davanti a lui, dicendo:
«Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,33)
Preghiera dopo la comunione
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.

Il vescovo Olivero: «Con Guccini si parlava di Dio e della Bibbia. L’ultima volta ad aprile era molto affaticato»

«Con lui si parlava di Dio e della Bibbia L’ultima volta ad aprile era molto affaticato»

Il ricordo di Derio Olivero, vescovo di Pinerolo. «Mi disse: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine»

CITTÀ DEL VATICANO «Si è mangiato, si è bevuto un bicchiere, gli ho chiesto di alcune sue canzoni e lui ha parlato di come sono nate, a cominciare da Dio è morto che ascoltavo già al liceo… Poi abbiamo detto: adesso però si canta. E Francesco: ma non le mie, non ne vale la pena. Invece abbiamo cantato, Il vecchio e il bambino , Incontro , lui ci ascoltava…».

Monsignor Derio Olivero, teologo e vescovo di Pinerolo, lo racconta con un sorriso e in effetti la scena è memorabile: lui, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi e don Luigi Verdi, fondatore della Comunità di Romena, che cantano Guccini in casa sua, a Pavana, la sera del 24 aprile.

Gliel’avessero detto…
«Sì, pure Guccini sorrideva: mai avrei immaginato, due vescovi e un prete. A un certo punto ha cantato anche lui, una canzone in bolognese sulla Resistenza».

Si è molto parlato di quando nel ’67 la Rai censurò «Dio è morto» e l’unica a trasmettere la canzone fu Radio Vaticana…
«Magari l’avevano ascoltata fino alla fine, quando dice che risorge. È bellissima, quella sera Francesco mi ha raccontato che è nata quando lesse la frase in un manifesto pubblicitario americano. Da quello spunto scrisse un testo che richiama l’autenticità. Aveva saputo interpretare quella crisi che anche il Concilio stava affrontando».

In che senso?
«Il Vaticano II, in quegli anni, ha osato pensare una Chiesa amica di questo mondo, attenta alle parole di chi magari non è cristiano né credente ma dice cose importanti. Venivamo da secoli nei quali eravamo noi a creare la cultura, almeno in Europa. Ma poi la cultura ha iniziato ad avere fonti diverse. E per i cristiani la capacità di ascoltare è diventata una questione assai seria».

Anche Guccini?
«Altroché. Ha saputo interpretare le domande e i sogni del suo tempo. E lo faceva con una onestà assoluta, senza inseguire le mode per due soldi, lo dice pure ne L’ Avvelenata. Di fronte a un uomo e a un poeta così, noi cristiani ci troviamo a casa».

A casa?
«Il cristianesimo è la religione dell’incarnazione, Dio che sta nella storia. E capire il proprio tempo, cogliere l’umano, non è scontato solo perché uno ha il Vangelo. Per questo le canzoni scritte bene, la poesia, l’arte, sono fondamentali anche per dire il cristianesimo».

Si definiva agnostico, non ateo. Come lo spiega?
«Era un uomo aperto, mai ideologico. Interessato, curioso, conosceva la Bibbia come la grande letteratura, ha scritto Shomèr ma mi-llailah?, da Isaia, come Cirano o Odysseus».

Come vi siete ritrovati?
«Grazie a Zuppi: la prossima volta vieni anche tu. Io sono gucciniano da quand’ero ragazzo, l’avevo visto ai concerti. Ci ha accolto la persona che immaginavo: asciutta, un po’ burbera, dal cuore grande. Gli ho portato due bottiglie di Barolo: una serata meravigliosa».

Nelle immagini lo si vede affaticato…
«Ne ha parlato lui stesso: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine. Ma anche quello lo diceva in modo consapevole, asciutto, autentico come è sempre stato».

Corriere della Sera