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Lettura e Vangelo del giorno 29 settembre 2026


Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Daniele
Dn 7,9-10.13-14

Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
Un fiume di fuoco scorreva
e usciva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 137 (138)

R. Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo. R.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. R.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore! R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,47-51

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Nelle cliniche indiane la millenaria pratica dell’Ayurveda unisce la cura di corpo e mente a terapie naturali con particolare riguardo per il benessere psicologico

Ayurveda, l’antica medicina dell’India scesa dall'Himalaya

Avvenire

Aduecento chilometri da New Delhi si aprono già le montagne dell’Himalaya. È una regione semitropicale, con la sua brava jungla (che è una parola indiana), tigri, scimmie, elefanti. Se si comincia a salire su per i tornanti si attraversano gole montane, acque impetuose e santuari di guru antichi e moderni. L’Uttarakhand, il nome dello stato indiano, vi attende con le sue numerose cliniche e centri di benessere, di well-being. Il benessere qui vale sia per i turisti occidentali che per gli indiani che cercano refrigerio e il ripulirsi dai fumi perniciosi delle megalopoli. Se vi inerpicate ancora, arrivate a vedere l’Everest e i suoi grandi fratelli e sorelle, le cime tempestose che dividono dalla Cina e dal Nepal. E raccogliete storie di asceti che hanno vissuto da queste parti in grotte e nevi cogliendo i frutti della moksha, della liberazione. Uno di questi, molto giovane, dal nome Bhole Baba Samaj (che è in realtà anche uno dei nomi di Shiva, la divinità qui più amata per avere sofferto e vissuto come noi) è apparso tra queste aspre valli negli anni ‘70 e vi ha fondato una clinica per venire in soccorso dei rustici abitanti. Dopo avere assolto al suo compito, infondendo serenità tutto intorno, è svanito, passando attraverso uno stato di mahasamadhi, dalla vita attingendo direttamente il Nirvana. Questo è il mondo degli yogi e dell’ascetismo himalayano che ha il suo luogo d’elezione nel monte Kailash (il testo classico è Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda, ma anche il bellissimo Nove Vite di William Darlymple).
Il lascito di Bhole Baba è stato raccolto da una équipe di medici ayurvedici da tutta l’india e oggi è un ospedale all’avanguardia che offre i suoi servizi alle popolazioni locale e agli “occidentali” che salgono fin qua. Cos’ è la medicina Ayurvedica? Come dice la stessa parola, è una costellazione della cura che ha origini ai tempi delle prime scritture hindù, i Veda. Si tratta di una pratica bimillenaria basata sull’esperienza, quindi nulla di esoterico: solamente lo studio degli equilibri e delle malattie e la regolazione con erbe e principi naturali – che per altro sono alla base di moltissima industria farmaceutica occidentale, l’India essendo una delle prime fornitrici in questo campo. A differenza della nostra medicina, che ha una storia piuttosto recente, l’empirismo dell’Ayurveda non ha mai avuto un prima e un dopo, ma affonda in una continuità di acquisizioni. Così racconta un grande psicoanalista e medico indiano, Sudir Kakar, in Sciamani, mistici e dottori che tratta della tradizione indiana nel campo della cura. Si dovrebbe parlare di olismo se non fosse un termine abusato. L’ Ayurveda, a cui Kakar dedica due lunghi capitoli nel suo libro, si occupa di corpo senza staccarlo dalla mente e lo fa con una complicatissima classificazione dei tipi umani, delle affezioni e dei principi vitali. Medicina ippocratea? Sì, se non fosse che tra i Greci e noi abbiamo messo una frattura di secoli. Qui la frattura non c’è mai stata ed è il motivo per cui l’Ayurveda offre le cure per tutte le malattie conosciute dalla nostra allopatia con in più dei rimedi che evitano la farmacopea chimica. Ed è il motivo del suo successo crescente tra “occidentali”. In cima ai monti, sulle nuvole, si viene accuditi, esaminati con analisi e tecniche simili a quelle di cui usufruiamo nei nostri ospedali ma con terapie che affondano in una concezione diversa dell’unità psico-fisica.
La chiave della cura è una disintossicazione generale del corpo e della mente, il panchakarma, che ripulisce, drena, libera attraverso massaggi, bagni di vapore, liquidi di varia natura e medicine e diete che agevolano l’espulsione di ristagni. A questo tipo di cura si affianca quella mirata che agisce con preparati naturali specifici. Questo complesso terapeutico, che va dalle gastriti alla oftalmica, al diabete alle malattie mentali, costituisce oggi nel mondo una rete di migliaia di cliniche. Con grande mia meraviglia il tutto è estremamente laico, l’idea di salute e benessere viene coniugata attraverso un attento ascolto del paziente e nessun misticismo a cui aderire. Le cure partono da una anamnesi dettagliata e vengono trattate con terapie prive di un “codice di adesione” spirituale. Ovviamente il tutto avviene dentro una cornice culturale indiana, ma non diversamente da quanto avviene dentro a un nostro ospedale del “Bambin Gesù”. La salute è un effetto di accordo tra visione del mondo, concezione del corpo e della mente. Qualcosa che a noi, abituati all’idea di scienza post-rinascimentale, di rottura tra il mondo alchemico e quello dell’empiria non è familiare. Eppure, il principio su cui si basa la medicina ayurvedica non è dissimile dal paradigma indiziario che Carlo Ginzburg ci ha spiegato essere alla base delle scienze sperimentali. La differenza è che l’ayurvedico si giova di due millenni di sperimentazione e di elaborazione – in testi, archivi e continua ricerca. Se mi ritrovo qui, tra le nuvole himalayane insieme a una nutrita folta di pazienti europei è perché, sperimentalmente, c’è un tipo di efficacia che, fosse anche solo per gli effetti detox generali, è abbastanza evidente. Si aggiunga a questo e alla serietà delle equipe mediche cha hanno una formazione che va dalla allopatia all’ayurvedico, il clima generale offerto da queste cliniche. Non si respira l’aria dei nostri ospedali, c’è una grande attenzione agli aspetti psicologici oltre che a quelli fisiologici, e questo si riflette nell’architettura generale del processo terapeutico. A cui si aggiunge il saluto offerto ogni mattina da centinaia di uccelli, folle di pini e rododendri, decine di allegre scimmie che ci circondano.

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Una domanda mi ha attraversato il cuore: ma io sono a posto? Sento il bisogno non tanto di avere tutto sotto controllo, ma di qualcuno che mi aiuti a fare esperienza del Vivente Risorto

Perfetta letizia il mio fallimento

Avvenire

Con voce calma, dolce e spaesata, il prete mi confida: “Io non me la sento di assolvere una persona che mi dice di essere convivente”. Non lo vedevo da moltissimo tempo; è un prete davvero buono e in lui non è possibile trovare nessun segno di durezza, ma mi sorprende che il discorso cada immediatamente lì: si sente che è qualcosa che gli pesa sul cuore. Non vuole passare per cattivo, non lo è, ma non vuole neanche che tutto il mondo su cui ha costruito la sua lunga vita da prete crolli. Anni fa avrei cominciato a difendere una posizione di accoglienza intransigente e radicale. Oggi rimango sospeso: mi concentro soprattutto sul suo disagio, non voglio iniziare nessuna guerra di posizione ideologica. Mi lascio interrogare dal suo smarrimento. E solo alla fine parlo.
Pochi giorni fa intercetto un’amica. Anche qui, lo sento, è un problema che le sta a cuore, che la fa soffrire: inizia a elencare l’incapacità della Chiesa di essere al passo con i tempi, dice che Gesù ha accolto tutti e che nessuno deve giudicare la sua vita affettiva, e che è vergognoso che preti (e pronuncia la parola facendomi capire che non è categoria da potersi permettere prediche moralistiche) non accettino la sua scelta affettiva. Anche qui, memore di antiche battaglie catechistiche, scelgo di concentrarmi solo sul suo disagio. Ascolto. E solo alla fine parlo.
Pensandoci adesso, mi accorgo che in questi miei vent’anni di prete non ho mai preso, su temi morali, una posizione netta. Alla fine cercavo sempre di mostrare agli uni le ragioni dell’altro. Senza chiaramente arrivare a conclusioni. Senza contrapposizioni insanabili. Senza mai perdere la faccia. Ma non era solo pavidità la mia, era davvero qualcos’altro. Che non sapevo immediatamente definire.
Vi scongiuro, adesso, di non scrivermi mail prendendo le parti dell’uno o dell’altro: non è su questo che vorrei parlare qui. Davvero, non sto difendendo nessuno. Solo, con voi, vorrei provare a raccogliere dal gemito delle nostre città la richiesta che ci portiamo dentro di essere “a posto”. A posto e accolti come preti. A posto e accolti come fedeli. A posto e accettati per quel che siamo. Questo mi ha colpito molto. E una domanda mi ha attraversato il cuore: ma io sono a posto? 
A posto, per me, nel mio sogno di gioventù, era essere un prete di parrocchia amato e riconosciuto. Ho fatto di tutto per essere apprezzato dai superiori, dai parrocchiani, dai vicini e dai lontani. Sognavo serate di convivialità con i miei adolescenti che, cresciuti, mi avrebbero portato i loro bambini da conoscere. Sognavo programmi pastorali avveniristici e comunità parrocchiali così rivoluzionarie da diventare un faro per la nuova evangelizzazione. Io sognavo di essere a posto. E riconosciuto. Di tutto questo non si è avverato niente, per fortuna.
Vi scongiuro, non scrivetemi che non è la stessa cosa, che la mia vita non è nemmeno paragonabile a quella di chi è escluso dal ricevere la comunione. Lo so, e non è questo il centro di questa riflessione. Solo, mi ha fatto interrogare la distanza tra il sogno di essere a posto e la vita che viviamo che, alla fine, spesso ci sposta, ci rende fuori posto, ci impone di accettare il fallimento del non-controllo. E, vi assicuro, è doloroso anche pensare di aver fallito anni interi della propria vita.
Così decido di scendere in cappella e, davanti al Crocifisso, porto il mio amico prete, i miei amici arrabbiati e me stesso, con loro. I fuori posto. Sto davanti al Cristo inchiodato al legno di una croce e sorrido pensando che nemmeno lui è stato al suo posto. È morto fuori da Gerusalemme, e nemmeno il sepolcro è stato il suo luogo definitivo. Sorrido e penso che, alla fine, ed è quello che ho detto anche ai miei amici, io sento il bisogno non tanto di avere tutto sotto controllo, non tanto di essere a posto, ma di qualcuno che mi aiuti a fare esperienza del Vivente Risorto qui dove sono. Città alta è questo: quando nulla è controllato, io sono nelle sue mani. E, se per sentire questa sua prossimità serve attraversare il fallimento e l’essere rifiutati, allora io dico, lo dico davvero: perfetta letizia il mio fallimento. 

Dal Gargano alle Americhe,
la nuova “linea sacra” di san Michele

Dal Gargano alle Americhe,
la nuova “linea sacra” di san Michele

Avvenire

«La linea micaelica comincia in Paradiso: è lì che san Michele adora la Santissima Trinità». Padre Ladislao Suchy, sacerdote polacco della Congregazione di San Michele Arcangelo e rettore del santuario di Monte Sant’Angelo, risponde così quando gli si domanda dove inizi davvero quella direttrice ideale che congiunge sette celebri luoghi legati all’arcangelo: Skellig Michael in Irlanda, St Michael’s Mount in Cornovaglia, Mont-Saint-Michel in Normandia, la Sacra di San Michele all’imbocco della Val di Susa, Monte Sant’Angelo sul Gargano, il monastero dell’Arcangelo Michele di Panormitis, nell’isola greca di Simi, e il monastero Stella Maris sul Monte Carmelo, in Terra Santa. Secondo una tradizione popolare, la sacra linea rappresenterebbe il colpo di spada con cui l’arcangelo ricacciò Satana negli inferi. Un piccolo grande mistero, dal momento che la mappa parla da sé, eppure non si tratta di un itinerario attestato dalle fonti antiche e non vi sono prove che quei santuari siano stati edificati ricercando un simile allineamento.
La cosiddetta “linea sacra di san Michele”, che unisce sette luoghi di culto, dalla Terra Santa all’Irlanda
La cosiddetta “linea sacra di san Michele”, che unisce sette luoghi di culto, dalla Terra Santa all'Irlanda



La missione di san Michele, che la Chiesa festeggia oggi con gli arcangeli Gabriele e Raffaele, è descritta nella Scrittura. Il suo nome ebraico, Mi-ka-El , significa «Chi è come Dio?»: nessuna creatura può prendere il posto del Creatore. In Daniele è il «gran principe» che vigila sul popolo di Dio; la Lettera di Giuda lo mostra mentre contende con il diavolo per il corpo di Mosè; nell’Apocalisse guida gli angeli contro il drago, «il serpente antico», e lo precipita dal cielo. La tradizione cristiana lo ha perciò riconosciuto come protettore della Chiesa e condottiero delle schiere celesti.
Le prime grandi attestazioni del culto micaelico si svilupparono in Oriente. In Occidente il principale centro propulsore divenne la grotta del Gargano. Il Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano colloca alla fine del V secolo le apparizioni dell’Arcangelo a un vescovo di Siponto, in seguito identificato con Lorenzo Maiorano. Il santuario fu particolarmente caro ai Longobardi, che riconobbero in san Michele il proprio protettore e ne propagarono la venerazione. L’influenza del Gargano seguì le vie di pellegrinaggio dell’Europa medievale, lungo le quali sorsero nei secoli successivi altri grandi centri micaelici, fra cui la Sacra di San Michele. «In Italia la devozione è antichissima – osserva padre Suchy –. Nel passato, soprattutto nel Sud, era legata ai pellegrinaggi a piedi che partivano dai paesi e dalle città della Puglia, della Basilicata, della Campania e anche dell’Abruzzo». Le compagnie avanzavano lungo tratturi e sentieri con canti, croci e stendardi. Oggi quel mondo ha cambiato forma. «È mutato il tipo di culto». Sono diminuite le compagnie che percorrono integralmente la strada a piedi; automobili e pullman hanno abbreviato il viaggio. «Cambia la modalità del pellegrinaggio: magari i visitatori non aumentano come numero, ma aumenta la qualità. Oggi ancora di più la gente avverte quanto abbia bisogno del suo aiuto». La trasformazione non riguarda soltanto il Gargano. «Ci sono tanti altri Paesi dove la devozione si sta allargando e risvegliando – racconta padre Suchy –. Si riscopre e si ritorna a invocare colui che è stato sempre considerato il protettore della Chiesa. A partire dal Brasile».
Nel Paese verde-oro è infatti in corso una vera rinascita micaelica. La Quaresma de São Miguel Arcanjo , periodo penitenziale dal 15 agosto al 28 settembre, coinvolge moltitudini di fedeli. La pratica si richiama anche a san Francesco d’Assisi, che la osservava in preparazione alla festa dell’arcangelo: durante quella del 1224, ritiratosi alla Verna, ricevette le stimmate. Un ruolo centrale è svolto da Hesed, istituto di vita religiosa fondato a Fortaleza nel 1997 da suor Kelly Patrícia e suor Jane Madeleine, articolato in un ramo femminile e uno maschile. Nel marzo 2020, con le chiese chiuse per la pandemia, Hesed intensificò la propria presenza sul web, portando nelle case l’adorazione eucaristica e rendendo pubblica la devozione a san Michele, fino ad allora vissuta al proprio interno. Da quelle dirette nacque l’“Esercito di san Michele”, una vasta rete di fedeli uniti quotidianamente dal Rosario e altre pratiche di preghiera. Padre Suchy parla di circa 800mila aderenti; Hesed dichiara di avere superato il milione. Le religiose dell’istituto hanno inoltre trasmesso da Monte Sant’Angelo catechesi rivolte al Brasile, creando un ponte con il Gargano. Il legame non è soltanto virtuale. Una copia della statua venerata a Monte Sant’Angelo, benedetta sul Gargano, il 26 luglio 2025 ha iniziato da Santa Bárbara d’Oeste una peregrinatio attraverso il Brasile. La missione, promossa sempre da Hesed con il nome A Grande Reconquista , porta l’immagine nelle diocesi e accompagna la consacrazione delle comunità locali a san Michele. Nell’agosto scorso aveva già raggiunto 33 città di 16 Stati. A Montes Claros, nel Minas Gerais, l’arcivescovo José Carlos de Souza Campos ha affidato l’intera arcidiocesi a san Michele.
Hesed non esaurisce la rinascita brasiliana. Decisivo è anche Frei Gilson, sacerdote dei Carmelitani Messaggeri dello Spirito Santo e, per seguito digitale e capacità di mobilitazione, fra i predicatori più popolari del Paese. Durante la Quaresima di san Michele, ogni anno, guida dal lunedì al sabato, alle quattro del mattino, il Rosario davanti all’Eucaristia trasmesso online, superando spesso il milione di collegamenti simultanei. Alle dirette mattutine di Frei Gilson ha dato ulteriore risonanza Canção Nova, comunità carismatica fondata il 2 febbraio 1978 dal salesiano Jonas Abib e divenuta una delle maggiori realtà della nuova evangelizzazione in Brasile, con televisione, radio, internet ed editoria. Nel 2026 ha trasmesso sui propri canali i 40 dias com São Miguel Arcanjo guidati dal religioso, dal lunedì al sabato a partire dalle 3.50, affiancandovi un proprio itinerario quotidiano. Il cammino si è concluso dal 25 al 27 settembre, nella sede di Cachoeira Paulista, con l’ Acampamento São Miguel Arcanjo : tre giornate di predicazioni, preghiera, adorazione, musica e Messe. Alla diffusione della Quaresima di san Michele contribuisce anche padre Reginaldo Manzotti, sacerdote dell’arcidiocesi di Curitiba, predicatore, cantante e scrittore. Fondatore nel 2005 dell’Associação Evangelizar É Preciso, guida ogni giorno online un momento di preghiera dedicato a san Michele dall’enorme seguito.
Un polo micaelico sta sorgendo nel comune di São Miguel Arcanjo, circa 180 chilometri a ovest della città di San Paolo. Qui si tramanda il racconto di un’apparizione avvenuta durante la Rivoluzione costituzionalista del 1932. Il 29 settembre, mentre le truppe si preparavano allo scontro, un bagliore avrebbe rischiarato il cielo e un uomo avrebbe annunciato la cessazione dei combattimenti. Tornato in chiesa, un capitano avrebbe riconosciuto nell’immagine di san Michele colui che aveva portato l’annuncio. Nella stessa località è in costruzione la Gruta do Arcanjo , complesso di 30mila metri quadrati con un padiglione, una chiesa ispirata al santuario del Gargano e una statua di san Michele alta 69 metri, annunciata come la più alta al mondo. Nelle fondamenta sarà posta una pietra della grotta di Monte Sant’Angelo donata nel 2022. Il Brasile è l’epicentro di un fenomeno che si allarga al resto del continente. Dall’8 al 19 ottobre il Paraguay accoglierà la spada di san Michele venerata nella grotta del Gargano, che per la prima volta lascerà l’Italia. Il 9 ottobre, nella Cattedrale di Asunción, il cardinale Adalberto Martínez Flores presiederà la Messa e il solenne affidamento all’arcangelo dell’arcidiocesi e dell’intero popolo paraguaiano. La spada sarà poi portata a Caacupé, Villarrica e San Lorenzo, prima del congedo ad Asunción il 18 ottobre. La peregrinatio, accompagnata da padre Suchy e dal vicerettore del santuario, padre Marco Arciszewski, coinciderà con i cinquant’anni di presenza dei padri micaeliti nel Paese. Anche in Messico e in altri Paesi latinoamericani si moltiplicano le iniziative dedicate all’arcangelo.
Negli Stati Uniti e in Canada, invece, la Quaresima di san Michele ha trovato una propria via di diffusione grazie a Exodus 90, apostolato cattolico maschile nato nel 2013 da un programma ideato da padre Brian Doerr per i seminaristi del Mount St. Mary’s Seminary di Emmitsburg, nel Maryland. Esteso in seguito ai laici, propone un metodo fondato su preghiera, ascesi e fraternità, per aiutare gli uomini a liberarsi da dipendenze e distrazioni. All’interno di questo percorso Exodus 90 ha rilanciato la St. Michael’s Lent : per quaranta giorni piccole fraternità di uomini si impegnano nella preghiera quotidiana, nel digiuno, nella sobrietà digitale e in incontri settimanali di verifica. Il programma prevede anche una veglia di un’ora alle due del venerdì mattina. La Quaresima micaelica diventa così una scuola di libertà dagli “idoli” contemporanei. Una cassa di risonanza ancora più vasta è Hallow, applicazione statunitense di preghiera cattolica lanciata nel 2018 e scaricata oltre 30 milioni di volte. Ha trasformato la Quaresima di san Michele in un itinerario digitale proposto in inglese, portoghese, spagnolo, polacco, francese, italiano e tedesco, adattandolo ai diversi Paesi attraverso il contributo di sacerdoti, artisti e testimonial. La presenza di san Michele si sta manifestando insomma in forme nuove e inattese. Dal Gargano alle Americhe e ritorno, una nuova “linea” sembra unire quanti invocano l’arcangelo guerriero come speciale aiuto nella lotta quotidiana contro Satana e il male, facendo risuonare la domanda racchiusa nel suo nome: «Chi è come Dio?».

Lettura e Vangelo del giorno 28 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro di Giobbe
Gb 1,6-22

Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui». Satana si ritirò dalla presenza del Signore.
Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi. I Sabèi hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldèi hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 16 (17)

R. Tendi a me l’orecchio, Signore, ascolta le mie parole.
Oppure:
R. Ascolta, Signore, sii attento al mio grido.

Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno. R.

Dal tuo volto venga per me il giudizio,
i tuoi occhi vedano la giustizia.
Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte,
provami al fuoco: non troverai malizia. R.

Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole,
mostrami i prodigi della tua misericordia,
tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,46-50

In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Il coraggio di essere anziani

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di: Angelo Brusco – Settimana News

Nel programma di una settimana di formazione organizzata dai dehoniani, dal titolo Il Vangelo della speranza – Il coraggio di essere anziani, è intervenuto Angelo Brusco, religioso camilliano, direttore del Centro Camilliano di Formazione di Verona. Docente emerito di psicologia pastorale, insegna counseling pastorale presso lo Studio Teologico “San Zeno” di Verona.
In uno dei suoi scritti autobiografici, il card. Martini riporta un proverbio indiano, in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui s’impara, il secondo è quello in cui s’insegna o si aiutano gli altri, il terzo è quello della riflessione sulle esperienze vissute nei due stadi precedenti e il quarto, infine, è quello in cui si apprende a mendicare, cioè a dipendere.

Quando mi concedo un po’ di tempo per riflettere su queste quattro tappe della vita, mi rendo conto che l’attenzione passa da una all’altra per poi soffermarsi con più intensità su una di esse.

Ho avuto modo di planare più volte sul paesaggio della mia giovinezza, l’età in cui ho imparato dagli insegnamenti ricevuti dalle persone e soprattutto dalle più svariate esperienze; e mi sono impegnato a chiarire e a personalizzare il senso della mia esistenza, quello che i giapponesi chiamano l’Ikigai, il motore della vita.

Come dimenticare la fatica di quegli anni, la nebbia sollevata dai numerosi interrogativi che non trovavano facili risposte, gli entusiasmi e le delusioni, la gioia delle piccole e grandi conquiste che hanno contribuito a plasmare la personalità?

Anche il secondo stadio, quello dell’insegnare e dell’aiutare assorbe spesso la mia attenzione. Tale stadio non è ancora completamente terminato, perché numerose rimangono le attività che mi domandano energia e stimolano la mia creatività. Ma già da un po’ di tempo mi sento avviato verso il terzo stadio, durante il quale, come avverte il proverbio indiano, si va nel bosco, simbolo del silenzio, della riflessione, del ripensamento.

Non mi mancano, infine, occasioni di riflettere sul quarto stadio, quello della mendicità e della dipendenza. Ogni volta che entro nella RSA gestita dal mio istituto, incontro persone in cui sono evidenti le conseguenze dell’età avanzata e della malattia.

In quei momenti non posso sottrarmi all’influsso di una varietà di pensieri e di sentimenti che fanno emergere le parole rivolte da Gesù a Pietro: «Quando eri più giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti» (Gv 21,18). Ebbene, in quei momenti risuona forte l’invito che il Cristo rivolge all’apostolo: «Tu seguimi».

Il sì alla vita e alla propria vocazione deve permanere in ogni fase dell’esistenza, anche in quella in cui si fa esperienza di progressive diminuzioni a livello fisico, cognitivo e relazionale. Nell’invito di Gesù a seguirlo, è presente la spinta a continuare a camminare, tenendo presente il monito di Confucio: «Non importa quanto vai piano, l’importante è che non ti fermi». E, soprattutto, a vivere con la consapevolezza che Dio tiene unite tutte le esperienze della nostra vita, raccogliendole in un disegno purificato e abbellito dal suo amore.

Come l’aquila
Dopo questa introduzione, da intendersi come un rapido flash sulle stagioni della vita, mi soffermo sul terzo stadio dell’esistenza, quello della riflessione. Tale riflessione la considero come una condizione necessaria per il rinnovamento indicato dalle parole della Scrittura: «Renovabitur ut aquilae juventus tua» (Sal 103). Nella tradizione dei bestiari medievali, l’aquila si rinnova volando alto verso il sole per bruciare le vecchie penne e si tuffa poi in una fonte d’acqua pura per rigenerarsi. L’età anziana per un religioso non è il tempo del “disimpegno” o del declino, ma una vera e propria chiamata a una nuova fecondità. La giovinezza interiore non dipende dalle forze fisiche, ma dalla capacità di lasciarsi rinnovare dallo Spirito.

Il rinnovamento della giovinezza è frutto di diversi fattori, quali l’aiuto del Signore e dei confratelli, delle risorse sanitarie…, ma anche e soprattutto dell’impegno personale.

Passi da compiere per prepararsi all’età anziana e viverla creativamente
Secondo lo psicologo E. Erikson, nel suo cammino di crescita l’individuo passa attraverso una serie di otto stadi o fasi successivi.

Infanzia (1 anno) sfiducia vs fiducia. Frutto: speranza
Prima fanciullezza (2-3 anni) autonomia vs dubbio. Frutto: volontà
Età del gioco (3-5 anni) iniziativa vs senso di colpa. Frutto: finalità
Età scolare (6-11 anni) industriosità vs inferiorità. Frutto: competenza
Adolescenza (12-17 anni) identità vs confusione di identità. Frutto: fedeltà
Età giovanile (18-25 anni) amore vs isolamento. Frutto: intimità.
Età adulta (25-64 anni) cura vs stagnazione. Frutto: generatività
Età senile (65- anni) integrità-senso di compimento vs disperazione. Frutto: saggezza.
Il passaggio da uno stadio all’altro è caratterizzato da una crisi. Sappiamo che la crisi è un rischio e un’opportunità. Se le condizioni sono favorevoli, l’individuo supera positivamente la crisi e conquista un modo di essere e di situarsi nei confronti della realtà in un modo più maturo e soddisfacente; se, invece, le condizioni non sono propizie, il processo di crescita viene frenato o seriamente compromesso, lasciando tratti d’immaturità più o meno gravi che influiranno sull’avvenire della persona.

L’ultima di queste fasi è il risultato del passaggio dall’età adulta all’età anziana, ed è caratterizzata o da un senso di compimento o da un sentimento di disperazione. In altre parole, come afferma H. Nouwen, nel suo breve ma significativo volume La ruota del carro – Come dar vita agli anni (Queriniana, Brescia, 1996), l’invecchiare come può portare sia verso l’oscurità oppure verso la luce.

È una fase in cui la persona, se è maturata serenamente, raccoglie con gioia i propri frutti e ne può ancora produrre, offre la ricchezza del proprio buon senso agli altri, guarda verso il passato senza rimpianti e nostalgia. Un esempio biblico del senso di compimento ci è offerto dalla figura del profeta Simeone di cui ci parla il Vangelo di Luca.

Diversa è l’esperienza delle persone anziane che non si sono realizzate. Esse possono essere vittime di un insieme di sentimenti contenuti nel termine disperazione.

La disperazione emerge quando l’individuo ha il sentimento di non aver vissuto, acuito dalla consapevolezza che il tempo è breve, troppo breve per ricominciare un’altra vita e per battere altre strade verso l’integrità.

La disperazione, spesso, si nasconde dietro un senso di disgusto, che prende la forma di mille piccole manifestazioni visibili in tutto il comportamento dell’anziano, rendendolo acido, aggressivo, isolato, incapace di dipendenza e di cooperazione, la rinuncia a crescere, una certa stagnazione psicologica e spirituale, una vena scettica e pessimistica di fronte a quanto viene proposto per instaurare nuovi progetti, la chiusura nel proprio piccolo mondo, l’accresciuta attenzione a interessi superficiali…

I sentimenti che accompagnano queste situazioni sono vari: malinconie, senso di solitudine, nostalgie, scontentezza, intolleranza, risentimenti, rigidità… In questi casi, si ha l’impressione che la persona abbia perso la fiducia nella possibilità di rispondere con rinnovate forze e ardore alle sfide della vita.

Fattori che ostacolano il passaggio consapevole e responsabile all’età anziana
Perché è così difficile prepararsi all’età anziana e viverla costruttivamente, sia nella società come pure nell’ambito della vita consacrata?

Uno dei motivi già ricordato è costituito dalla qualità della vita trascorsa. Un altro è da identificare nel fatto che la vecchiaia tende ad essere occultata. Innanzitutto a livello individuale. La vecchiaia non viene nascosta solo ai nostri occhi, ma molto di più ai nostri sentimenti. Nel più profondo di noi stessi continuiamo a vivere con l’illusione che resteremo sempre uguali.

E, poi, a livello culturale. Secondo gli studiosi, la rivoluzione demografica ancora oggi è relativamente ignorata o comunque sottaciuta: si potrebbe definirla come una rivoluzione silenziosa, nonostante i suoi effetti siano percepiti da ogni persona, da ogni famiglia, da ogni città o nazione nel mondo.

Viviamo in una cultura gerontofobica che, per indicare gli anziani, usa stereotipi negativi, per cui non vale la pena pensare all’età anziana in tempi ostili a questa fase della vita. I religiosi/e non sono completamente esenti da questa mentalità, anche se si rendono conto del diminuire degli effettivi e l’elevarsi della loro età media.

Tutto questo impedisce di considerare l’invecchiamento come una tappa della vita, che va amata e presa in considerazione come le altre.

Nell’immaginario sociale la persona anziana è una persona che non è più nella tensione del vivere, dimenticando che si cresce fino al momento della morte che è, anch’essa, un’ulteriore crescita. L’anziano può essere visto come un sopravvissuto la cui cultura è ormai quella di un tempo superato. Ma questo stereotipo sociale, che vede l’anziano portatore di “idee antiquate” e il giovane portatore di “idee nuove”.

Accettare di essere entrati nella stagione dell’anzianità
«Buongiorno, sorella vecchiaia! Oh! Ti ho vista venire da lontano e non ti ho teso la mano… A lungo ti ho guardata male… Mi sembravi brutta, triste, come sempre in lutto, trascinandoti dietro un sacco di miserie, di giorni amari, di solitudine, di decrepitezza. No, non volevo vederti avvicinare! Eppure eccoti così vicina da toccarmi. Bisogna dunque che mi abitui alla tua compagnia, dato che ormai non mi lasci più. Addio giovinezza! E per sempre! Al contrario, tu prenderai sempre più posto nella mia vita, ed è per questo che, convertendo il mio cuore, ti chiamo in tutta sincerità: “sorella mia”».

Acquisire una conoscenza realistica della vecchiaia
La letteratura umanistica, religiosa e pastorale sulla vecchiaia tende a mettere in luce soprattutto gli aspetti positivi di questa stagione della vita, spesso idealizzandola, lasciandone in ombra gli effetti devastanti sul corpo, sulla psiche e anche sullo spirito della persona.

Rendersi conto della diversità degli anziani. Infatti, vi è l’invecchiamento associato a malattia, quello che riguarda ancor oggi la maggior parte delle persone in età anziana; l’invecchiamento usuale o comune, che mostra i tipici segni non patologici dell’invecchiamento e che è comunque esente dalle maggiori patologie associate all’età; il successful aging, l’invecchiamento in perfetta forma, ben riuscito che riguarda una ristretta minoranza di persone.

Ne deriva che l’età anziana va vista da diversi punti di osservazione; non è solo un fenomeno biologico e sociale, ma anche un fatto personale. Ciò significa che il modo con cui una persona vive la propria vecchiaia dipende dalla sua storia passata, dalle esperienze da lei vissute, dai compiti che ancora svolge, dalla maniera con cui si è preparato a invecchiare.

C’è un primo modo ideale che tutti sognano sia il loro. Sono le persone che invecchiano bene, quelle con le quali tutti sono disposti a vivere. La loro maniera di essere anziane è dichiarata da tutti invidiabile: sono degli anziani che vivono sereni, riconoscenti, pieni di fiducia e di sentimento, lucidi e responsabili, senza eccessivi timori della morte; sono persone che soffrono, ma che non pretendono che tutti pensino a loro, che non fanno pesare la loro sofferenza, anzi, sono esse a preoccuparsi degli altri. Purtroppo non si deve credere che questa sia la norma, anzi! È il sogno di molti, ma non è certo la norma.

C’è un secondo modo, il più comune, di invecchiare, che consiste nel subire l’invecchiamento. Molti anziani non riescono ad accettare la realtà di una vita segnata dall’handicap o dalla diminuzione delle proprie capacità di lavoro, di relazioni, di sopravvivenza. Sentono come una minaccia terribile l’idea della fine. Hanno passato una vita nel lavoro e non hanno mai trovato il tempo per sé stessi, per riflettere, per riposare in pace.

Ora sono obbligati a passare dal lavoro turbinoso all’inattività forzata e non riescono ad accettarlo. Per loro la pensione è una sofferenza, non sanno che fare, è un riposo coatto e doloroso. Vivono nella ribellione costante o nella depressione. I tentativi autolesionisti non sono rari, soprattutto se l’inattività è combinata con la solitudine; si chiudono nella loro sofferenza, si aggrappano a piccole cose che funzionano da droga o da evasione; diventano duri, acidi, ostili a tutto, e tutti cercano di sfuggirli.

C’è anche una terza maniera di invecchiare che è propria di chi nega oppure rifiuta il processo di invecchiamento, facendo finta – se possibile – di non essere arrivati alla vecchiaia. Essa è propria di coloro che non vogliono credere all’invecchiamento e perciò nascondono a sé e agli altri il loro decadere ricorrendo a trucchi che nascondano la loro età.

Godono dei complimenti, non fanno la tara alle espressioni di convenienza: «Non si direbbe che lei ha ottant’anni! Come li porta bene! Non li dimostra proprio!». Ci credono e, per un po’, sono su di giri, ma quando poi rimettono i piedi a terra, stanno male e accumulano ferite e frustrazioni sempre più dolorose e profonde. Sono persone che – senza volerlo – si coprono di ridicolo.

Sarebbe evidentemente un errore consolidare questa maniera di fare, che pretende di ignorare o di rifiutare la propria condizione. È molto meglio accettare la propria realtà e cercare di lasciarsi interpellare nella verità e dalla verità, per darsi delle nuove ragioni per vivere e continuare a crescere, per accettare la vecchiaia come qualcosa di nuovo e di valido.

Infine, non bisogna dimenticare il contesto in cui uno trascorre la sua vecchiaia. Qualche tempo fa, durante le mie letture mi sono imbattuto nel lamento di un religioso:

«Mi accade di sentirmi inutile per molteplici ragioni. Non potendo più lavorare o non esercitando più l’attività pastorale da anni, ho la sensazione di non essere più produttivo. Ospedalizzato per settimane e mesi, in situazione di sempre maggiore dipendenza, mi sento di peso per la mia comunità e la mia famiglia. “Costo caro – mi capita di dire –, do tante preoccupazioni ai miei confratelli”. Paralizzato dai miei handicap e dalla mia perdita di autonomia, non posso più come prima rendere alla mia comunità e alla gente quei servizi che mi gratificavano. Mi sento buono a niente. Infine, quello che trovo particolarmente duro è vedere i miei parenti e anche i miei confratelli allontanarsi da me, non osare più avvicinarmi né abbracciarmi a causa del mio stato di deperimento fisico, del mio dimagrimento, dell’odore che posso emanare: mi sento come di troppo in mezzo ai miei! Per favore, ascoltate e comprendete la mia sofferenza, e aiutatemi a sentirmi utile fino alla mia morte.

Tutto quello che posso ancora fare e realizzare, valorizzatelo. Ascoltatemi raccontarvi quello che, per me, ha avuto importanza nella mia vita: il mio lavoro, la mia famiglia, la mia comunità, i fatti che hanno segnato la mia esistenza, le mie passioni e i miei interessi. Ditemi, se è il caso, che il mio modo di reagire, il mio coraggio, la mia serenità di fronte alla morte vi fanno bene e vi riconfortano. Così, lungi dal disperare, la mia vita conserverà un senso fino al suo termine perché mi sento utile ad altri esseri umani, non solo per quello che faccio, ma per quello che sono».
«Imparare a contare i propri giorni» e prendere coscienza di quanto avviene in noi con il trascorrere del tempo
Questa espressione del salmo 89 è un invito a prendere coscienza della fragilità della nostra vita e della necessità di utilizzare il tempo che ci è dato per realizzare nell’autenticità il nostro progetto esistenziale. Abituarsi a prendere coscienza di quanto avviene nel proprio essere a livello di tutte le dimensioni, cercando di comprenderne il senso, è un passo importante da compiere.

Il nostro organismo ci invia messaggi che, ben interpretati, ci aiutano a comprendere cosa sta avvenendo in noi sul piano fisico, emotivo e spirituale. Spesso siamo attenti solo agli appelli che ci vengono dall’io superficiale, trascurando quelli dell’io più profondo. È, infatti, più facile prestare attenzione a ciò che ci gratifica, tenendo a distanza quanto ci confronta.

Senza la capacità e il coraggio di guardarci dentro con serena onestà, è impossibile pretendere di cambiare e di crescere. Non è forse la verità che ci fa liberi, rendendoci capaci di prendere la responsabilità dei nostri comportamenti?

Questo processo di autoconsapevolezza e di comprensione dev’essere non solo di tipo psicologico, ma anche spirituale. In tutta la letteratura spirituale si trova il richiamo alla conoscenza di sé, quale condizione per un autentico rapporto con il Signore e con il prossimo.

Il cammino della consapevolezza e della comprensione porta inevitabilmente a prendere contatto con parti di noi stessi che non sono piacevoli, con aspetti della nostra condizione umana difficili da accettare. Scoprirci fragili, vedere sfiorire la giovinezza, sperimentarsi vulnerabili, presentire la possibilità del venir meno del nostro essere, essere confrontati con le nostre debolezze, assistere a cambiamenti di prospettive, avvertire la coscienza dell’irripetibilità di molte occasioni e opportunità… sono tutte esperienze che si fanno sentire con acutezza.

L’età anziana è spesso il momento in cui appaiono gli infelici risultati delle inconsistenze a livello intrapersonale, interpersonale e spirituale. Se prima si potevano controllare abbastanza agevolmente gli elementi non integrati della personalità, puntando sull’entusiasmo dei primi tempi, sul lavoro, sui progetti, sull’appoggio dell’ambiente, con il passare degli anni non è più possibile ignorare gli aggiustamenti inadeguati nei settori della vita affettivo-sessuale, delle relazioni interpersonali, del rapporto con il Signore.

L’integrazione dei lati negativi della propria persona, prima rimossi, è quindi un impegno che consente all’anziano di utilizzare tutte le proprie risorse, liberandosi delle maschere che gli impedivano di essere sé stesso nella relazione con il prossimo e con il Signore.

Quanto ho appena presentato è un insieme di sintomi che, nella realtà, non si presentano insieme, bensì spesso isolatamente, tendendo a raggrupparsi in forme svariatissime in rapporto allo stile di personalità, alle esperienze vissute dall’individuo e alle misure che egli ha adottato per favorire la propria crescita.

Aprirsi ad aspetti e valori nuovi
Nel momento stesso in cui espone alla presa di coscienza dei limiti, l’anzianità apre anche alla possibilità di entrare in contatto con aspetti nuovi di sé stessi e di acquisire valori prima ignorati o trascurati. Risulta, quindi, di grande importanza mantenere lo spirito vigile per cogliere lati inediti della realtà personale in tutte le sue dimensioni.

Se, ad esempio, il venir meno della fedeltà del corpo può ingenerare sentimenti depressivi, esso è anche occasione per apprendere modi nuovi di situarsi di fronte alla propria corporeità, modi che esprimano il profondo rispetto per questa dimensione essenziale della persona, riconoscendone allo stesso tempo la relatività.

Dopo la preferenza data al fare, tipica della prima parte della vita, il richiamo del valore dell’essere si fa sempre più forte; se colto e integrato adeguatamente, esso può imprimere un volto nuovo alla vita. Infatti, non è principalmente attraverso la performance che noi diamo testimonianza di un’esistenza vissuta in pienezza, bensì attraverso la qualità di una vita vissuta fedelmente e profondamente.

Alla tendenza ad essere attivi, controllando e dominando le cose, subentra la presa di coscienza dell’importanza della ricettività: la crescita è dono da ricevere prima che frutto delle nostre iniziative.

Può essere di grande aiuto il far seguire all’eventuale dominio dell’animus, una maggiore attenzione all’anima, la dimensione femminile presente in noi maschi.

Purificare le motivazioni del proprio agire
È, questo, uno dei passi più importanti da compiere nell’età anziana. Il processo di maturazione, la molteplicità delle esperienze, l’attenzione alle reazioni degli altri mettono l’individuo in grado di identificare con maggior precisione la qualità delle motivazioni che sono state all’origine delle proprie scelte in tutti i settori.

Basare la stima di sé su valori solidi e duraturi
La domanda: «chi sono?» si presenta spesso all’individuo durante tutta la vita. Se, nel rispondere a tale interrogativo, la persona fa leva solo o prevalentemente su realtà caratterizzate da transitorietà, come l’apparenza fisica – secondo i criteri imperanti nella nostra società –, o la ricchezza, i successi esteriori, i ruoli di prestigio, quando il trascorrere del tempo farà sfiorire o tramontare tali realtà, non troverà sostegni su cui appoggiare la propria autostima.

Come dimenticare la parabola evangelica: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,24-27).

Riconciliarsi con il passato
Invecchiare bene significa guardare indietro alla propria storia – compresi i dolori e i fallimenti – e accoglierla con gratitudine e perdono. Riconciliarsi con il passato significa accettarlo con i suoi successi e sconfitte, accontentandosi del percorso compiuto. Com’è facile ad una certa età dirsi: «Avrei potuto fare questo o quello…»; «sarebbe stato meglio se…», «se mi fosse concesso di…». Il desiderio di rifare la propria vita emerge facilmente nello spirito delle persone anziane. Se è certo che il passato non può essere rifatto, rimane però la possibilità di assumerlo e redimerlo.

Il trascorrere degli anni ci costringe a prendere coscienza dell’impossibilità di realizzare numerosi progetti accarezzati nel passato; non è più possibile tornare indietro. Del resto, già il passare da una casa e da un’attività all’altra ci confronta con la provvisorietà, portandoci a relativizzare ogni progetto.

I grandi cambiamenti avvenuti nella società, nella Chiesa e negli istituti religiosi suscitano spesso risentimenti e rabbia in quanti si rendono conto di essere stati nel passato deprivati di opportunità riguardanti la loro vita intellettuale, emotiva e affettiva (specializzazione, studi, amicizie, tempo libero…).

Nella prospettiva cristiana, ogni storia, sia personale sia collettiva, è storia sacra. In essa può essere identificato il filo d’oro dell’amore di Dio che lega insieme gli avvenimenti in un modo che spesso sfugge alla nostra considerazione. Tale filo d’oro si rende visibile nella misura in cui la persona si apre a Dio, ricco di tenerezza e compassione, attraverso la preghiera e i sacramenti.

Si possono così guarire ferite non ancora rimarginate, superare sensi di colpevolezza ancora irrisolti, ristabilire relazioni rimaste infrante o congelate durante numerosi anni, accettare di aver realizzato incompletamente la propria esistenza. Per chi crede, il ripercorrere la propria vita può trasformarsi in preghiera di ringraziamento e in un atteggiamento di adesione alla volontà del Signore. «Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancor oggi proclamo i tuoi prodigi. Ed ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza a tutte le generazioni le tue meraviglie» (Sal 71,17-18).

Apprendere a vivere i distacchi e le separazioni
L’esperienza del lutto, inteso come ferita causata dalla perdita di esseri significativi: persone, animali, oggetti, esperienze… accompagna l’individuo durante tutto il suo percorso esistenziale. Nell’età anziana, però, essa assume un’intensità maggiore. Basti pensare alle numerose modificazioni fisiche e psicologiche, alla scomparsa di persone care, al pensionamento, al passaggio dal domicilio-comunità all’istituzione socio-sanataria, alla perdita della salute…

Non è possibile all’anziano far fronte positivamente a queste piccole morti se non si è educato ad elaborare il lutto, cioè a disinvestire la propria energia affettiva da persone e da cose per reinvestirla in altre.

L’incapacità di affrontare il lutto spiega, anche se solo parzialmente, la resistenza di tanti anziani a lasciare posti di responsabilità o attività non più consone alla loro età. L’evangelico «è necessario che egli cresca e che io diminuisca» parla di una situazione di lutto che, se vissuta bene, rende più facile il rapporto tra generazioni.

Imparare a vivere positivamente la solitudine
Proprio perché è iscritta nella logica dell’esistenza umana, la solitudine fa la propria comparsa in tutte le stagioni della vita. C’è la solitudine del bambino, dell’adolescente, dell’adulto e dell’anziano. Proprio per i distacchi e le separazioni che caratterizzano la vecchiaia, l’anziano può essere più facilmente esposto allo stare solo.

In tante situazioni la solitudine può trasformarsi in isolamento. Una persona non può pretendere di affrontare la solitudine da anziano se non si è abituato prima a viverla creativamente, soprattutto apprendendo a stare bene con sé stessa. Come afferma Nietzsche, «è il cattivo amore verso te stesso che rende la tua solitudine una prigione». La solitudine dolorosa si trasforma in uno spazio sacro di silenzio e contemplazione, dove incontrare sé stessi e Dio.

Accettare di essere dipendenti
Il progressivo deperimento dell’energie fisiche (e a volte psichiche) genera il bisogno di essere aiutati dagli altri. La capacità di accettare positivamente di essere dipendenti, cioè di ricevere aiuto, soprattutto in quelle aree nelle quali si è fieramente autonomi – come il mangiare, il vestirsi, il gestire l’igiene personale… – può essere praticata nell’età anziana solo se è stata appresa e esercitata nelle precedenti stagioni della vita

È il tempo in cui si impara ad affidarci.

Théophile e gli altri, i sei giovani con sindrome di Down chierichetti alla Messa del Papa

Théophile e gli altri, i sei giovani con sindrome di Down chierichetti alla Messa del Papa

Avvenire

Théophile ha undici anni, una grande passione per il circo e un desiderio che, la mattina dell’incontro con papa Leone XIV lo scorso giugno, non riusciva più a tenere per sé. Fin dalle cinque, ricorda la madre Violaine nel racconto riportato dal sito di Aleteia, continuava a ripetere: «Voglio servire la Messa del Papa». Poche ore più tardi, durante l’udienza concessa in Vaticano alla Fondazione Jérôme Lejeune, il bambino si è avvicinato al Pontefice e gli ha consegnato una lettera firmata assieme ad altri cinque giovani con sindrome di Down. La richiesta era semplice, l’espressione di un piccolo “sogno”: fare i chierichetti alla Messa che Leone XIV avrebbe celebrato a Parigi. E il Papa ha detto subito sì, regalando quindi una preziosa promessa a quei ragazzi. La conferma organizzativa sarebbe arrivata alcune settimane dopo.
Théophile, dopo aver consegnato la lettera ed essere stato benedetto, è rimasto accanto a Leone XIV. Non sapeva bene che cosa dirgli e alla fine ha trovato le parole più immediate: «Ti voglio bene». Era il 22 giugno, giorno dell’udienza alla Fondazione intitolata a Jérôme Lejeune, ricevuta dal Pontefice in occasione del centenario della nascita del genetista francese. Nel resoconto di quell’incontro speciale, la Fondazione Jérôme Lejeune riferisce che Leone XIV si è mostrato particolarmente affettuoso con gli otto giovani con trisomia 21 presenti nella delegazione, abbracciandoli e incoraggiando l’impegno dell’organizzazione a favore della vita e della dignità umana.
Ieri, sabato 26 settembre, a place de la Concorde, Théophile era dunque fra i circa quattrocento ministranti che hanno assistito Leone XIV durante la grande celebrazione conclusiva della tappa parigina del viaggio apostolico in Francia. Con lui c’erano Maxime, François, Foucauld, Timothée e Jérôme: sei giovani con sindrome di Down, di età compresa fra gli 11 e i 28 anni, legati alla Fondazione Jérôme Lejeune. Insieme hanno prestato servizio all’altare davanti alla folla che riempiva la piazza e gli Champs-Élysées.
La loro presenza, però, non era una semplice scelta simbolica nata da una “strategia” comunicativa: alcuni di loro, infatti, svolgono da anni il servizio liturgico nelle rispettive parrocchie, conoscono i gesti della celebrazione e aiutano altri ragazzi a prepararsi. La loro storia racconta perciò qualcosa di più profondo: rafforza quel concetto espresso dallo stesso Pontefice ieri mattina al Centro Bakhita: tutti hanno qualcosa da donare, anche chi, agli occhi del mondo, rischia di essere definito a partire dalle proprie difficoltà. E nella Chiesa questa verità prende forma concretamente ogni giorno.

Storie di speranza

Il più piccolo del gruppo dei sei giovani chierichetti con sindrome di Down è proprio Théophile. Pieno di iniziativa, ama ballare, fare il clown e tutto ciò che appartiene al mondo del circo. Nella parrocchia di Saint-Marc, a Bécon-les-Bruyères, alle porte nord-occidentali di Parigi, sta imparando a servire all’altare sotto la guida di Maxime. Già durante il viaggio a Roma aveva avuto una prima occasione speciale: dopo la visita alla cripta della Basilica vaticana, dove si trova la tomba di san Pietro, aveva potuto servire una Messa celebrata da un sacerdote francofono. Una piccola anticipazione di ciò che sarebbe accaduto tre mesi dopo nel cuore di Parigi, come racconta ancora Aleteia, che ha incontrato direttamente Théophile e altri due ragazzi del gruppo.
Maxime ha 22 anni ed è chierichetto dalla prima Comunione, ricevuta quattordici anni fa. Nella sua comunità si definisce con orgoglio il «manager dei chierichetti». Forma i più giovani, fra i quali Théophile, ed è abitualmente turiferario, il ministrante incaricato dell’incensiere. Ha già prestato servizio in celebrazioni presiedute da Matthieu Rougé, vescovo di Nanterre, e conosce quindi la precisione e la serietà richieste dalla liturgia.
Per Maxime il servizio all’altare non è separato dalla vita quotidiana, come ha raccontato lui stesso. Prega ogni giorno per gli amici e i familiari defunti, ama particolarmente prestare servizio durante i battesimi ed è padrino della nipote Zita. Al Papa, nell’incontro in Vaticano, aveva assicurato la propria preghiera. E con la sua consueta allegria aveva raccontato di avergli stretto la mano «come Emmanuel Macron», felice di essere stato riconosciuto come un interlocutore e non soltanto come il destinatario di un gesto affettuoso.
François, 28 anni, è il più anziano del gruppo. Serve quotidianamente la Messa nella parrocchia di Saint-Augustin, a Parigi. Alla vigilia della celebrazione ha descritto la gioia di poter stare vicino al Papa come «un raggio di sole». Ovviamente, raccontava nei giorni scorsi, l’emozione era tanta ma la fierezza di rappresentare, in quel momento così visibile, molte altre persone con sindrome di Down era molto più grande. Senza però dimenticare l’ironia: un’occasione del genere, aveva avvertito sorridendo, non doveva farli sentire delle star o far loro «montare la testa».
François ha seguito anche un percorso di self-advocacy, attraverso il quale le persone con disabilità intellettiva imparano a esprimere direttamente le proprie convinzioni, i bisogni e i diritti. Quando prega, ha raccontato ad Aleteia, porta davanti a Dio la famiglia, gli amici e tutte le persone con disabilità, comprese quelle in carrozzina e le persone sorde. Il suo messaggio è chiaro e colpisce il cuore: «Siamo disabili, ma dobbiamo essere fieri e felici di vivere». È inoltre coinvolto nella “Nuit d’Hippocrate”, l’iniziativa con cui la Fondazione Jérôme Lejeune raccoglie fondi per progetti di ricerca e di cura.
I sei erano insieme ieri mattina, con le loro albe, i compiti assegnati e i gesti da compiere, in mezzo agli altri ministranti. Hanno portato le loro storie lì nel cuore di Parigi, incrociando quelle degli altri 800mila fedeli presenti alla Messa con Leone XIV. Un vero e proprio popolo della speranza che ha dimostrato alla Francia intera come il rispetto della laicità non significhi spegnere la sete di spiritualità inscritta nel cuore di ogni essere umano.

Insulti, minacce, aggressioni: quando a scuola i bulli diventano i genitori

Insulti, minacce, aggressioni: quando a scuola i bulli diventano i genitori

Avvenire

Dalla prof accoltellata da un alunno a Roma all’aggressione di un docente sventata in una scuola di Lamezia Terme, nelle più insospettabili aule italiane gli insegnanti sembrano essersi trasformati in un bersaglio. A centrarlo con violenze fisiche ma anche minacce, insulti e prese in giro, però, non sempre sono ragazzini. Spesso a sparare più o meno metaforicamente a zero contro i professori sono uomini e donne adulte. Mamme certe che il figlio abbia avuto un voto troppo basso e insultano l’insegnante, papà convinti che i docenti non siano abbastanza competenti e che scrivono mail aggressive ai presidi, famiglie che contestano una nota alzando la voce durante le assemblee di classe o giudicano inadeguato il modo in cui viene svolto il programma e lo scrivono indignati sui social. I “genitori bulli” sono disposti anche ad alzare il tiro, tanto che di fronte a una presunta ingiustizia ai danni del proprio figlio c’è persino chi arriva ad alzare le mani sull’insegnante ritenuto colpevole.
Un genitore – riferiscono, per esempio, i sindacati – ha aggredito un insegnante dopo una nota al figlio, un altro ha colpito un dirigente perché contestava una sospensione. Questi «sono casi rari – dice Ivana Barbacci, segretaria della Cisl Scuola – che però registriamo con maggiore frequenza rispetto al passato». «La scuola italiana non è una guerra tra insegnanti e genitori – le fa eco Silvia Messori, rappresentante di Flc Cgil – ma gli episodi più gravi mostrano che a volte il legittimo diritto della famiglia a confrontarsi con la scuola diventa intimidazione e violenza. Non possiamo dire con certezza che le aggressioni siano aumentate perché non abbiamo numeri ufficiali ma sappiamo che la relazione tra scuola e famiglie è sempre più difficile e il personale più esposto». In effetti fare un conto esatto delle aggressioni, più o meno piccole, è complicato. Il ministero dell’Istruzione e del Merito in qualche modo tiene traccia del fenomeno ma ad oggi non ha reso consultabili i dati. Sul territorio però i sindacati raccolgono in modo informale contestazioni per i voti e le note disciplinari, proteste rispetto alle decisioni prese dai consigli di classe o dai dirigenti, comunicazioni insistenti o aggressive, minacce di ricorso o denuncia per mettere pressione agli insegnanti e post sui social per denigrare gli insegnanti, ma in alcuni casi anche gomme bucate e danni alle automobili dei docenti. «Una delle minacce che incontriamo con più frequenza – aggiunge Barbacci – è quella di ritirare il figlio: “Se vi comportate così, mio figlio lo tolgo da questa scuola e lo trasferisco”». Anche quando un insegnante non corrisponde alle aspettative della famiglia può essere messo pubblicamente in discussione. «Questo – racconta Barbacci – accade già dai primi anni della scuola primaria. I genitori confrontano i quaderni e controllano quanto è andato avanti il programma: guardano, per esempio, dove è arrivata in matematica la prima B e confrontano il lavoro con quello della prima A. E se a dicembre la classe del proprio figlio sembra essere un passo indietro rispetto a quella parallela, possono cominciare proteste che mettono in discussione le capacità dell’insegnante».
Per contare in modo efficace, con un metodo e strumenti condivisi, i casi di violenza ai danni di docenti e soprattutto per provare a prevenirli nel 2025 il ministero ha reso operativo l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza del personale scolastico che dovrebbe scrivere linee guida nazionali per gestire le aggressioni e migliorare la gestione dei conflitti tra docenti e famiglie. «Per ora ci siamo riuniti solo poche volte – spiega Silvia Messori che per Flc Cgil siede al tavolo insieme a delegati di studenti, genitori e presidi – e siamo all’inizio del lavoro. Nelle prossime riunioni lavoreremo a creare una scheda unica per rilevare gli episodi (è importante avere metodo e strumenti condivisi per rendere credibili i dati) e a un testo per le scuole per spiegare ai dirigenti l’importanza di monitorare e di segnalare velocemente». Oggi infatti non esiste un protocollo nazionale uniforme e ogni scuola si muove a modo suo. Servirebbero invece regole chiare: chi avvisare, quali misure prendere subito, quando coinvolgere le figure responsabili della sicurezza, come proteggere chi ha subito minacce o aggressioni e come evitare che l’episodio si ripeta. Per Barbacci, però, bisognerebbe anche intervenire alle radici del fenomeno: «In passato la famiglia affidava il proprio figlio alla scuola sapendo che se ne sarebbe presa cura perché quello era il suo mestiere e aveva le competenze per farlo. Oggi la fiducia e il rispetto tra le parti si è indebolito e si diventa “sindacalisti dei propri figli” entrando pure nelle scelte didattiche. Si è rotta l’alleanza educativa tra famiglie e scuola e per questo aumentano le forme di conflittualità: in mezzo, però, ci sono gli alunni». Quelli che del bullismo dei genitori fanno davvero le spese.

La “rivoluzione” delle strade scolastiche protegge i bambini e migliora le città

La “rivoluzione” delle strade scolastiche protegge i bambini e migliora le città

Avvenire

«Se vogliamo insegnare la vera pace in questo mondo, e se vogliamo portare avanti una vera guerra contro la guerra, dovremo iniziare con i bambini». Mahatma Gandhi quando doveva parlare ai popoli di argomenti essenziali conosceva perfettamente da quale fulcro partire: i bambini. Anche la Convenzione Onu ricorda che siamo obbligati a fornire il diritto alla vita e naturalmente a uno stile di vita dignitoso proprio ai bambini e ragazzi. Ma questi principi non vanno solo enunciati, vanno cercati in tutti i luoghi frequentati dalle giovani generazioni perché è nella quotidianità che si possono educare le coscienze. Dalle città, dalle scuole e anche dalle strade ci si deve preoccupare, ecco perché lo studio e analisi di Legambiente sulle strade scolastiche è quanto di più impattante e da evidenziare per una giusta e corretta mobilità sostenibile. Le strade scolastiche, spesso chiamate anche Streets for Kids, sono interventi di mobilità urbana e rigenerazione dello spazio pubblico che prevedono la chiusura temporanea o permanente al traffico motorizzato dei tratti di strada antistanti i plessi scolastici. L’obiettivo principale, soprattutto nelle grandi città come Roma o Milano, è trasformare lo spazio davanti alle scuole, spesso inquinato e pericoloso negli orari di ingresso e uscita, in un’area sicura, vivibile e soprattutto a misura di bambino.
Come sempre gli aprifila di queste situazioni non si trovano nel nostro Paese e la Gran Bretagna con Londra è pioniera delle Streets for Kids, la capitale europea leader con oltre 600 strade scolastiche attive, supportate da videocamere di controllo delle targhe (Anpr). Parigi si difende con il piano Ville del quart d’heure, sponsorizzato dalla sindaca Anne Hidalgo che ha trasformato decine di spazi davanti alle scuole in zone completamente pedonali e alberate (Rues aux écoles). Nel nostro Paese la sperimentazione è in crescita, con Milano che ha attivato diversi progetti tramite l’urbanistica tattica (Piazze Aperte per ogni scuola) e Bologna che ha inserito le strade scolastiche all’interno delle sue strategie per la mobilità sostenibile. «In Italia la diffusione delle strade scolastiche è stata resa possibile dal decreto Semplificazioni del luglio 2020 – racconta Roberto Scacchi, responsabile mobilità Nazionale di Legambiente – che ha attribuito ai sindaci il potere di istituire zone scolastiche mediante la semplice modifica della segnaletica stradale, eliminando la necessità di un’autorizzazione ministeriale preventiva e una burocrazia che avrebbe rallentato di gran lunga un’iniziativa di questo calibro.
Dopo lo sblocco normativo del 2020, Milano ha attivato circa 50 strade scolastiche, mentre Roma ne ha programmate 235 in totale con un numero attuale che tra strade già valutate, effettive e in fase di realizzazione ammontano a 39, affiancate poi da interventi di urbanistica tattica e progetti di piedibus». Oltre alla chiusura temporanea di quella particolare strada, questi interventi prevedono in città con poco verde o assente, di riqualificare l’area antecedente la scuola creando piazze scolastiche pedonali, con piantumazione di alberi, per garantire ai bambini e minori degli spazi protetti di aggregazione e gioco, oltre ad una qualità dell’aria migliore.
Le analisi maggiori ovviamente vengono proprio da Londra, sull’efficacia ambientale delle strade scolastiche, studi incentrati sulla riduzione del biossido d’azoto (NO2), legato ai motori diesel e considerato un inquinante emergente, e del particolato PM10, che evidenziano che l’eliminazione dei veicoli a motore, davanti agli istituti scolastici, migliora significativamente la qualità dell’aria per la popolazione infantile. «A Londra si registra una riduzione del 23% di biossido d’azoto nelle strade scolastiche – continua Roberto Scacchi – mentre uno studio dell’Università di Westminster quantifica una diminuzione del 45% delle micro particelle PM 2,5 nell’ora mattutina, momento particolarmente critico a causa della forte congestione veicolare generata dai genitori che accompagnano i figli in automobile. È da questi numeri che si deve assolutamente partire, in quanto la mobilità va cambiata e anche in modo molto rapido e considerando la fragilità anche dei bambini, per quanto riguarda l’assimilazione di micro particelle inquinanti, siamo in obbligo verso di loro a creare delle aree pulite e non più infestanti a causa dei nostri spostamenti. Legambiente continuerà ad esercitare una pressione costante sulle amministrazioni comunali affinché adottino le strade scolastiche, sfruttando l’autonomia decisionale riconosciuta ai comuni, cercando di far capire quanto sia importante un’operazione di questo tipo».

Da oggi il tetto Eni ai carburanti

Da oggi il tetto Eni ai carburanti. E l’Europa torna a discutere gli extraprofitti

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La mossa di Eni di fissare un tetto al prezzo dei carburanti in Italia, per un mese e in concomitanza con la riduzione dello sconto sulle accise, arriva mentre in Europa si intensifica il pressing perché la Commissione metta nel mirino gli extraprofitti incassati dalle compagnie energetiche. Fra lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato e le tensioni che adesso abbracciano anche il Mar Rosso, le alte quotazioni di petrolio e gas pesano sulle tasche dei cittadini e preoccupano i governi di mezza Ue, in particolare quelli – dall’Italia alla Polonia, passando per la Spagna – che andranno alle urne tra pochi mesi. Non è un caso che questi tre Paesi siano parte dell’offensiva politica, guidata dalla Germania e a cui si sono unite Portogallo e Austria, per chiedere all’Ue di istituire un prelievo a carico degli extraprofitti di Big Oil . Finché l’Europa non si sarà affrancata del tutto dalla dipendenza dalle fonti fossili, insomma, il balzello servirebbe per fare scudo a famiglie e imprese durante le turbolenze. I sei hanno rinnovato la loro domanda qualche giorno fa, in occasione di una riunione informale dei ministri delle Finanze che si è svolta a Dublino (sotto la presidenza di turno irlandese), lanciando la palla nella metà campo della Commissione. All’esecutivo Ue, infatti, i governi hanno chiesto di presentare una serie di opzioni concrete sul tema della tassazione degli extraprofitti energetici, da discutere in occasione del prossimo incontro dei titolari delle Finanze (il Consiglio Ecofin) già in programma a Lussemburgo il 9 ottobre.
La strada, va detto, parte tutta in salita: a Palazzo Berlaymont, il quartier generale della Commissione europea a Bruxelles, l’appetito per mettere mano ai profitti in eccesso delle società fossili è piuttosto scarso. E per questo si temporeggia. «Esiste la possibilità per gli Stati di procedere autonomamente con la tassazione sugli extraprofitti» a livello nazionale, ha ricordato da Dublino il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis. Con la benzina che costa quasi il 25% in più che un anno fa e il diesel che sfiora il +40%, di fronte all’esitazione Ue, alcune capitali – da Lisbona a Varsavia – si sono già mosse in autonomia. Un’analisi della ong Transport & environment , del resto, mostra come già nei primi sei mesi dell’anno le otto principali compagnie petrolifere abbiano realizzati sul mercato europeo 7,5 miliardi di euro di extraprofitti.
Quello sui guadagni straordinari di Big Oil non sarebbe un intervento inedito per l’Unione: nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, tra le misure d’emergenza (insieme al cosiddetto tetto al prezzo del gas per tenere a bada le fiammate delle quotazioni sul mercato) fu istituito un contributo di solidarietà obbligatorio sui profitti eccedenti il 20% della media dei quattro anni precedenti registrati dalle società fossili per via dei rincari della materia prima. Tra il 2022 e 2023, la misura produsse un extragettito fiscale complessivo di oltre 28 miliardi di euro, secondo una ricognizione della Commissione. Non tutti i governi, però, guardano a quell’esperienza determinati a ripeterla: la Francia, ad esempio, ha già mostrato molta prudenza. Altri ne mettono in dubbio l’efficacia. E gli stessi esecutivi in prima linea vivono delle contraddizioni al loro interno: in Germania, si registra finora il silenzio del cancelliere Friedrich Merz; mentre in Italia la maggioranza è spaccata sul punto, con la Lega (il partito del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti) che preme per una tassa Ue e Forza Italia (con il vicepremier Antonio Tajani) che invece indica il modello alternativo di una soluzione concertata con le imprese energetiche e non imposta, proprio nel solco dell’iniziativa di Eni, che dunque potrebbe potenzialmente cambiare la strategia italiana in Ue.
A complicare il quadro è la procedura: per le decisioni in materia fiscale, di regola, serve l’unanimità dei 27 Paesi membri, cioè un miraggio. Al pari di quattro anni fa, tuttavia, si potrebbe seguire una procedura di emergenza che fa leva sulle serie difficoltà nell’approvvigionamento energetico, bypassando il Parlamento Ue e fermandosi alla maggioranza qualificata. Che, comunque, vuol dire almeno 15 governi in rappresentanza del 65% della popolazione Ue come minimo. Numeri che, per ora, sembrano lontani. Aspettando di conoscere quali opzioni Dombrovskis metterà (se le metterà) sul tavolo dei ministri.