Blog Parrocchie Online La vostra finestra su mondo, Chiesa e religioni

Sport Formula 1, c’è un’Italia che vince anche se non si vede sul podio

Formula 1, c'è un’Italia che vince anche se non si vede sul podio

Da Pirelli a Brembo, da OZ a Fondmetal, fino a caschi, cinture, tute e pistole per i pit stop: dietro lo spettacolo del GP di Monza c’è una filiera di eccellenze tecnologiche

Avvenire

Non solo Ferrari o Kimi Antonelli, il GP d’Italia che si disputa sul circuito di Monza domenica 6 settembre, rappresenta la punta di diamante dell’Italia della componentistica. Ovvero, non solo auto, come Ferrari e Racing Bulls, nome inglese ma sede a Faenza, ma anche e soprattutto aziende che nella ricerca e sviluppo hanno saputo creare un territorio unico fatto di eccellenze mondiali.

L’elenco è lungo e comincia con Pirelli, sponsor della gara ma fornitore unico degli pneumatici sia per la F1 sia per le altre categorie, come F.2 e F.3 che correranno nel week end e dal prossimo anno anche nel Moto Mondiale, ovvero copertura completa a livello planetario a 2 e 4 ruote. Dice Dario Marrafuschi, capo del MotorSport Pirelli: “Monza ovviamente è la gara di casa e per noi è sempre motivo di orgoglio, perché per Pirelli rappresenta l’occasione per vivere da vicino quello che per 365 giorni all’anno facciamo nella nostra sede di Milano”. Ovvero gli pneumatici che forniscono la F.1 dal 2011 e che fino al 2028 sono stati confermati, nascono e vengono sviluppati in viale Sarca a Milano. “Qui abbiamo le nostre menti pensanti, i laboratori dove conduciamo e sviluppiamo mescole, carcasse, strutture, dove analizziamo i dopo gara e portiamo avanti le eccellenze che non sono solo tecniche ma il frutto di collaborazioni con università e laboratori all’avanguardia”.
Da Milano alla conquista del mondo, ma se si parla di gomme si deve parlare anche di cerchioni e col regolamento 2026 è tornato di moda il made in Italy. Sono due le aziende presenti ad alto livello: la OZ, con una esperienza decennale nella categoria, con sede in provincia di Vicenza, fornitrice di Red Bull, Racing Bulls e Mercedes tra l’altro, e la Fondmetal, da Palosco provincia di Bergamo, che torna in F.1 dopo una parentesi di 25 anni, quando il nome era abbinato a una scuderia che costruiva e faceva correre piloti come Fernando Alonso, che ha ritrovato in Aston Martin squadra alla quale fornisce il materiale. Due aziende leader, due aziende di provincia dove la ricerca e sviluppo dei prodotti, specialmente di serie, le ha portate alla ribalta mondiale: “Per noi era un discorso da riprendere – dice Stefano Rumi, presidente Fondmetal – dopo che mio padre lasciò la F.1 alla fine del 2001, era un po’ un impegno personale. Grazie alle nostre esperienze in ricerca e sviluppo, che a quel tempo culminarono anche nella Galleria del Vento di Casumaro, la Fondtech, diretta da Jean Claude Migeot, ex DT della Ferrari, abbiamo voluto fortemente tornare nella massima categoria, perché è lì che si impara a risolvere i problemi che poi vengono affrontati tutti i giorni dagli automobilisti più esigenti”.
Gomme, cerchi, potevano mancare i freni? E infatti la Brembo, società leader da oltre 50 anni presente in F.1, ha il monopolio delle vittorie e delle forniture grazie a un lavoro continuo nella ricerca a due e quattro ruote. Si tratta di un attestato di sicurezza e qualità che Brembo ha portato in giro per il mondo. Quando si parla di sicurezza, un discorso a parte meritano le aziende italiane che hanno il monopolio per i caschi. Tutti i piloti, infatti, indossano almeno un prodotto italiano. Si va dai caschi Bell, proprietà OMP di Ronco Scrivia, che indossano Hamilton e Leclerc, per citarne due, ai Schuberth di Verstappen, nome tedesco ma sede in provincia di Vincenza, una azienda che produce caschi ad alto livello con 30 dipendenti e 3 autoclavi per il carbonio che ha conquistato il pilota olandese. E poi c’è la Stilo, altra realtà italiana, anche questa in provincia di Bergamo, a Cenate Sotto, provincia che con Brembo e Fondmetal si dimostra fra le più attive nel settore della ricerca e sviluppo nel motorsport. Piloti Stroll e Bottas in F.1 ma una vasta e ampia esperienza nel mondo dei rally.

Sempre sotto la voce sicurezza compaiono altri nomi: Sabelt che fornisce le cinture di sicurezza a Ferrari, per esempio, che da Moncalieri ha firmato i mondiali degli ultimi anni targati Schumacher e quello WEC Ferrari dell’anno scorso, campo in cui è arrivata anche la Sparco, di Volpiano, una azienda leader da 150 milioni all’anno di fatturato che oltre alle cinture fornisce anche le tute ultraleggere alla Red Bull e alla Williams, dividendosi il mercato con gli altri player della sicurezza, come OMP/Adidas che fornisce Mercedes e Audi oppure Alpinestars, sulle McLaren campioni del mondo, tanto per citarne una.
Infine, la ciliegina sulla torta: quando vediamo i pit stop da record, un cambio gomme in due secondi, il tutto avviene grazie alle pistole pneumatiche della Dino Paoli di Reggio Emilia, società nata nel 1968 e che ha accompagnato lo sviluppo tecnologico del cambio gomme, tanto che nel 2022 hanno omologato per primi una pistola ad avvitamento elettrico ultraleggera. Anche qui abbiamo il monopolio delle forniture a tutti i team di F.1. Come dire che l’Italia da corsa vanta eccellenze mondiali in cui la ricerca e sviluppo, l’innovazione tecnologica e lo stare al passo coi tempi, non ha eguali al mondo. Segni particolari: sono tutte realtà di provincia, che per cercarle sulla cartina geografica si fa fatica, ma che rappresentano il centro del mondo del motorsport mondiale. A Monza è occasione di celebrazione anche per questi.

Cos’è la “guerra ibrida” che la Russia sta combattendo contro l’Europa

Cos'è la "guerra ibrida" che la Russia sta combattendo contro l'Europa

Dietro i tre droni carichi di esplosivi, rinvenuti all’aeroporto di Lipsia nei pressi di aerei cargo Antonov diretti all’Ucraina tra il 4 e il 14 agosto, c’è la mano della Russia, che sta conducendo una «guerra ibrida» contro la Germania e l’Europa. Durissime accuse lanciate in una dichiarazione ai giornalisti dai ministri di Interno ed Esteri tedeschi, Alexander Dobrindt e Johann Wadephul, d’intesa con il cancelliere Friedrich Merz. Un’accusa che inasprirà ulteriormente i già pessimi rapporti tra Mosca e Berlino, che è tra i più tenaci sostenitori di Kiev. Giunta peraltro proprio nel giorno in cui ordigni artigianali sono in parte esplosi in una centralina elettrica in Brandeburgo, nei pressi della grande centrale a carbone di Jänschwalde, nell’Est della Germania, a due passi dal confine polacco. La matrice qui è ancora ignota.

Dobrindt, che cita inchieste della magistratura e dei servizi, è lapidario: «La Russia ha la responsabilità dell’attacco ibrido a Lipsia». Il ministro rinvia alla «configurazione dei droni, delle componenti, della tecnica di innesco ed esplosivi», che sono «già noti da altre operazioni della Russia», e parla di un «alto livello di professionalità». A cercare di attuare l’attentato, ha aggiunto, «agenti di basso livello» che hanno agito «su incarico diretto di istituzioni statali russe». Per Berlino quello di Lipsia fa parte di un massiccio attacco ibrido alla Germania e al resto d’Europa (si pensi all’incendio di una fabbrica di droni, lunedì scorso, in Polonia o agli ordigni esplosivi ritrovati nei pressi di un analogo impianto in Slovacchia pochi giorni fa). «Consideriamo Lipsia – dice Dobrindt – non come un evento isolato, ma vediamo un collegamento con altre azioni ibride. Riteniamo che la Germania resterà obiettivo di ulteriori attacchi ibridi da parte della Russia», la quale è «disposta a provocare gravi danni». Conclusione drastica: «Non siamo in guerra, ma siamo quotidianamente obiettivo della guerra ibrida» di Mosca.
Le conseguenze sono pesanti. Il ministro degli Esteri, Wadephul, ha annunciato la chiusura del consolato generale russo a Bonn nonché del “Russisches Haus” (“Casa Russia”), il centro culturale russo nell’ex Berlino Est da tempo considerato un centro di spionaggio di Mosca nel cuore della capitale. Sarà convocato l’ambasciatore russo e saranno introdotti ulteriori, severi controlli agli ingressi di cittadini russi in Germania. Le azioni di Mosca, ha avvertito Wadephul, «si inseriscono in una lunga serie di tentativi di destabilizzazione, disinformazione, minacce, sabotaggio e aggressione diretti contro l’Europa» e «la Germania non fa eccezione». Già in agosto i servizi Usa avevano avvertito che il presidente russo Vladimir Putin, pur di vincere la guerra in Ucraina, ha optato per attacchi ibridi a Paesi Nato. Ogni sforzo sarà però vano: «Il nostro messaggio alla leadership russa – dice il ministro – è chiaro: non ci lasceremo dividere o intimorire», la Germania «continuerà a fornire sostegno civile e militare all’Ucraina». Ma anche la Russia «risponderà a tutte le azioni anti-russe«, ha replicato il ministero degli Esteri di Mosca. La portavoce Maria Zakharova ha parlato di «pretesto».
La vicenda coinvolge direttamente la Nato. «L‘Alleanza – scrive il segretario generale Mark Rutte via X – è pienamente solidale con la Germania dopo l’attacco ibrido russo a Lipsia». Pure l’Ue sostiene Berlino. «Gli attacchi ibridi – ha dichiarato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che ha sentito Merz – non resteranno senza una risposta chiara». Ue e Nato discuteranno oggi della vicenda, sul tavolo ci sono anche nuove sanzioni. «Solidarietà piena» alla Germania è arrivata anche dall’Italia. «I tentativi di dividerci – ha detto Giorgia Meloni – non avranno successo: le azioni ibride contro uno qualsiasi di noi riguardano tutti noi e saranno affrontate con una risposta unita».

Avvenire

Rientro a scuola, i consigli dei pediatri per ripartire al meglio

Bambini giocano in cortile © ANSA/AFP

Con il rientro a scuola di bambini e ragazzi, sonno, alimentazione, attività fisica, studio e relazioni tornano a scandire le giornate: le prime settimane possono quindi rappresentare un momento utile per ristabilire corrette abitudini e individuare eventuali difficoltà di adattamento o segnali di problemi di salute.

Per questo gli specialisti dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma diffondono le raccomandazioni per iniziare il nuovo anno scolastico con il piede giusto.

Un buon sonno è la prima regola
Tra le abitudini da ristabilire, il sonno ha un ruolo centrale. Durante le vacanze gli orari possono spostarsi e, a settembre, molti bambini e ragazzi si trovano a dormire meno del necessario, con possibili ripercussioni su attenzione, apprendimento e umore.

Per facilitare il riadattamento è consigliabile ripristinare gradualmente gli orari già nei 5-7 giorni precedenti l’inizio delle lezioni, anticipando la cena e limitando l’uso di smartphone, tablet e videogiochi nelle ore serali.

Alimentazione, igiene e sport
Il rientro a scuola è anche il momento per consolidare altre abitudini quotidiane. La colazione non dovrebbe essere saltata ed è importante inoltre dedicare il tempo necessario alla regolare funzione intestinale prima di uscire di casa e mantenere corrette abitudini di igiene personale e orale. Anche l’attività fisica dovrebbe tornare a essere parte della quotidianità.

Visite e vaccini in regola
Inoltre, il ritorno tra i banchi può far emergere problematiche rimaste fino a quel momento poco riconoscibili. La ripresa delle lezioni, infatti, mette alla prova vista, udito, attenzione, apprendimento e capacità di adattamento ai nuovi ritmi. Per i bambini che iniziano la scuola primaria, inoltre, il rientro può essere anche l’occasione per verificare che siano stati effettuati i controlli preventivi: tra questi, la visita oculistica è particolarmente importante.

A settembre è poi utile verificare che il calendario vaccinale sia aggiornato e programmare per tempo, quando indicata, la vaccinazione antinfluenzale. “La maggior parte dei bambini affronta il rientro senza particolari difficoltà – spiega Alberto Villani, responsabile di Pediatria generale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù -. L’obiettivo non è cercare malattie, ma consolidare stili di vita salutari e riconoscere precocemente eventuali problemi. Il rientro a scuola può essere quindi un’occasione di educazione alla salute”.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi

Friedrich Merz © ANSA/EPA

Ansa

La tensione fra Berlino e Mosca, palpabile da settimane, sfocia in quello che ormai è scontro aperto.

La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi. E il governo di Friedrich Merz ha annunciato una serie di misure di rappresaglia: la chiusura del consolato generale a Bonn dal 18 settembre, la risoluzione del contratto con la controversa Casa russa di Berlino (ritenuta un covo di spie) l’aumento della pressione sulla flotta ombra.
Il “Fisioterapista Silenzioso”: allevia il dolore mentre dormi (e non senti nulla)
Tecnologia-benessere
Le accuse di Berlino alla Russia di guerra ibrida in relazione ai droni all’aeroporto di Lipsia sono dovute alla “situazione politica interna” in Germania, che vede il cancelliere Friedrich Merz in difficoltà a causa del malcontento della popolazione. Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin in una conferenza stampa notturna a Bishkek. “Il cancelliere non gode della fiducia della popolazione, hanno fatto errori evidenti in campo economico”, ha affermato Putin, aggiungendo che la Germania non ha prove di una guerra ibrida russa.

La dura reazione di Ue e Nato a fianco dei tedeschi e contro la guerra ibrida di Mosca lascia infatti intravedere una escalation senza precedenti. “Risponderemo”, promette Ursula von der Leyen, che lascia intravedere azioni senza precedenti. “I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”, le ha fatto eco il segretario generale dell’Alleanza Marc Rutte. Entrambe hanno telefonato a Merz per esprimere quella solidarietà che è arrivata anche dalle parole di Giorgia Meloni e Antonio Tajani: “In momenti come questo – ha detto la premier – è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare uniti e mantenere una postura credibile di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini”.

ansa

Sarà nelle sale dal 15 ottobre il film che ne racconta la vita, l’eredità spirituale e il messaggio universale di Carlo Acutis

Carlo Acutis

Ogni anno un milione di pellegrini fa visita alla sua tomba ad Assisi. Ottantamila fedeli hanno assistito alla sua canonizzazione, celebrata il 7 settembre 2025 in Piazza San Pietro da Papa Leone XIV.  È Carlo Acutis, il giovane santo che ha segnato il rapporto tra fede e contemporaneità e la cui testimonianza continua a richiamare fedeli e curiosi da tutto il mondo.

A vent’anni dalla scomparsa, la sua storia sarà al centro del primo appuntamento della nuova rassegna cinematografica “I Misteri della Fede”, un progetto firmato Nexo Studios dedicato all’esplorazione della spiritualità, della relazione tra l’uomo e il divino e del senso profondo dell’esistenza. Il 15 ottobre arriverà infatti nelle sale  Carlo Acutis. Il giovane santo , il documentario prodotto da Officina della Comunicazione, Nexo Studios e Our Films, A Mediawan Company, con il Patrocinio dell’Associazione Amici di Carlo Acutis e in collaborazione con la Fondazione Cariplo, diretto da Luca Salmaso e dedicato al giovane che ha cambiato per sempre il modo di raccontare la fede nel XXI secolo. Il film arriverà nei cinema italiani dal 15 al 21 ottobre e le prevendite apriranno dal 18 settembre su nexostudios.it e su http://carloacutisfilm.it/
Carlo Acutis. Il giovane santo racconta la vita e l’eredità spirituale di Carlo Acutis (1991-2006), primo santo dell’era digitale, attraverso uno sguardo intimo e contemporaneo che ne restituisce la dimensione umana prima ancora che religiosa. Realizzato con la partecipazione della famiglia Acutis e materiali inediti – tra fotografie, video privati, contenuti esclusivi e le immagini della canonizzazione realizzate grazie alle camere di Vatican Media – il film offre un ritratto autentico di un ragazzo che, in soli 15 anni di vita, ha lasciato un segno profondo e universale. Il racconto raccoglie una serie di testimonianze preziose, coinvolgendo persone per diverse ragioni vicine a Carlo e capaci di farne emergere le diverse sfumature: i genitori Antonia Salzano Acutis e Andrea Acutis; la nonna Luana Pennino; il domestico Rajesh Mohur; gli amici di infanzia Mattia e Jacopo Pastorelli; la maestra di scuola Elisa Tattanelli; Momcilo Jankovic, il medico che lo ha seguito durante gli ultimi giorni di vita; la studentessa costaricana Valeria Vargas Valverdeprotagonista del miracolo legato alla canonizzazione, e sua madre Liliana; lo studioso di cinema e comunicazione mons. Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze; il postulatore, giornalista e studioso di spiritualità e di autori mistici Nicola Gorimons. Poma, parroco e confidente di Carlo; padre Fábio Vieira, direttore spirituale dell’associazione devoti di San Carlo Acutis in Brasile, sacerdote della diocesi di Corumbá (Mato Grosso do Sul) tra i principali promotori della devozione a Carlo in Brasile; la sociologa ed esperta di infanzia e tecnologie digitali Stéphane Chaudrondon Maurizio Corbetta, parroco di Santa Maria Segreta a Milano, la chiesa in cui Carlo visse la propria esperienza di fede. Le musiche originali del film sono state affidate al pianista e compositore Remo Anzovino, giunto alla sua dodicesima collaborazione con Nexo Studios. La colonna sonora sarà pubblicata con etichetta Nexo Studios Soundtracks e uscirà in distribuzione esclusiva per Universal Music Italy.  Lavorando su tutto ciò che precede l’icona – la quotidianità, il rapporto con la famiglia, il senso dell’umorismo, la normalità sorprendente di un ragazzo che ha vissuto il proprio tempo con autenticità radicale – il film di Luca Salmaso fa emergere una figura capace di abitare pienamente il proprio tempo, tra videogiochi, programmazione e Internet, scegliendo però una traiettoria spirituale radicale, orientata all’essenziale e all’invisibile. La storia del Giovane Santo si sviluppa infatti come un viaggio che attraversa la vita di Carlo fino al percorso di canonizzazione, restituendo un dialogo continuo tra vita terrena e dimensione del trascendente. Questo lavoro si inserisce in una rete viva di connessioni che continua a crescere attorno alla sua figura, dai pellegrinaggi ad Assisi alle comunità digitali in tutto il mondo, mostrando come il messaggio di Carlo superi i confini religiosi per parlare a generazioni diverse e culture lontane, toccando luoghi che spaziano dalla sua parrocchia di Milano a Cascia, La Verna, Lanciano, Fatima, Roma e tutti i paesi del mondo in cui le sue parole hanno trovato eco e accoglienza: luoghi che non sono semplici scenografie, ma strumenti narrativi attraverso cui entrare nel suo mondo spirituale.  Carlo Acutis. Il giovane santo  rappresenta un confronto aperto tra fede, tecnologia e ricerca di senso che tocca temi universali come identità, solitudine, materialismo e speranza. Ne nasce un film-evento che cerca di unire dimensione emotiva e sguardo contemporaneo, raccontando una santità possibile e vicina, capace di dialogare con il presente e di proporre un’idea di eredità spirituale che continua a vivere nel mondo.
Carlo Acutis. Il giovane santo  è prodotto da Officina della Comunicazione, Nexo Studios e OUR FILMS, A Mediawan Company, con il Patrocinio dell’Associazione Amici di Carlo Acutis e in collaborazione con la Fondazione Cariplo. “I Misteri della Fede di Nexo Studios” è distribuito in Italia in collaborazione con i media partner Avvenire, Famiglia Cristiana, Gruppo Editoriale San Paolo e con RTL 102.5 come Radio Ufficiale.
A completare il percorso sulle celebrazioni dedicate a Carlo Acutis, a fine settembre, in prima serata su Canale 5, arriverà Il mio nome è Carlo, film tv diretto da Giacomo Campiotti.  Il grande pubblico televisivo avrà così l’opportunità di conoscere, attraverso la fiction, la storia di un ragazzo straordinario, raccontata in 100 minuti attraverso tre momenti fondamentali della sua vita: a sei, undici e quindici anni. Protagonisti sono Samuele Carrino, nel ruolo di Carlo quindicenne, e Lucia Mascino, nei panni della mamma Antonia Salzano. La fiction, scritta da Giacomo Campiotti e Carlo Mazzotta, è stata girata tra Milano, la città dove Carlo è cresciuto, e Assisi, luogo profondamente legato alla sua spiritualità e oggi meta di pellegrinaggio. “Il mio nome è Carlo”, coproduzione RTI – Movie Magic International, sarà disponibile anche su Mediaset Infinity.
Avvenire

Il mondo ha bisogno di vera speranza. Ne riceve, invece, surrogati. Dalla sentenza di Latina alla guerra dei talenti, il vero prezzo di una civiltà che ha smesso di sperare

Quanto vale un uomo

Ogni mattina, dagli altoparlanti dello stabilimento, una voce impersonale raccomanda agli operai di «trattare la macchina che vi è stata affidata con amore». Di curarne la manutenzione. Di rispettarne le esigenze. Nessuno raccomanda di trattare con amore l’operaio. Ludovico Massa, detto Lulù, non se ne accorge nemmeno. Ha sedici anni di fabbrica sulle spalle, due intossicazioni da vernice, un’ulcera, due famiglie da mantenere e un’unica certezza: il ritmo. Si è fatto macchina per stare al passo della macchina. Poi, un giorno, per risparmiare qualche secondo sul pezzo, infila la mano nel meccanismo ancora in movimento. Il dito resta là dentro. E dal macchinario, al posto del grasso, cola sangue.
Elio Petri girò La classe operaia va in paradiso nel 1971. Palma d’oro a Cannes l’anno successivo. Sembrava il ritratto impietoso di un mondo agli sgoccioli. Non era così.
L’8 luglio 2026, dopo cinque ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Latina ha condannato in primo grado a sedici anni di reclusione l’imprenditore agricolo Antonello Lovato per la morte di Satnam Singh. Omicidio volontario con dolo eventuale. Il 17 giugno 2024, nelle campagne dell’Agro Pontino, un macchinario avvolgiplastica trainato da un trattore aveva tranciato di netto il braccio destro del bracciante indiano e gli aveva fratturato le gambe. Trentun anni. Esattamente l’età di Lulù Massa.
Non un dito. Un braccio.
E poi il dettaglio. Un dettaglio terribile. L’arto raccolto e deposto in una cassetta della frutta. L’uomo caricato su un furgone e scaricato davanti al cancello di casa. La cassetta abbandonata accanto ai cassonetti. Un’ora e mezza prima che qualcuno componesse il 112. Due giorni di agonia all’ospedale San Camillo. Lavorava senza contratto, per una paga oscillante tra i quattro e i cinque euro e cinquanta l’ora, là dove il contratto provinciale ne prevede nove lordi. Alla compagna, Soni Soni, la Corte ha riconosciuto una provvisionale di centoventimila euro.
Ecco, allora, il punto. Sempre e soltanto quel punto.
Quanto vale un uomo?
Il tribunale ha dovuto rispondere con una cifra, perché il diritto non dispone di altra lingua. Il problema è che l’intera nostra civiltà ha imparato a rispondere con una cifra. E lo fa non per necessità procedurale, ma per convinzione antropologica acquisita, oramai.
E qui si annida una questione (la questione?) forse decisiva. Dal valore che una civiltà attribuisce all’uomo discende, per intero, la speranza che essa è capace di offrirgli. Chi vale poco può sperare poco. Chi non vale nulla non può sperare nulla. Per Satnam Singh, quel pomeriggio, non esisteva alcuna speranza. Nel calcolo di chi decideva della sua vita egli non figurava come uomo, ma come costo. La disperazione non è mai un sentimento privato. È sempre il precipitato di un’antropologia.
Gli economisti dispongono di uno strumento tecnicamente ineccepibile e moralmente vertiginoso: il value of a statistical life, il valore statistico della vita. Serve a decidere quali investimenti in sicurezza convenga finanziare, misurando quanto una collettività sia disposta a spendere per ridurre di una frazione la probabilità di morire. Negli Stati Uniti oscilla intorno ai dieci milioni di dollari. Nel Regno Unito il ministero dei Trasporti si ferma a meno di due milioni di sterline. Stessa vita. Prezzi diversi. Dipende dal passaporto. Tutto è numero. Solo numero.
Non è cinismo: è metodo, è modello (politico, economico, sociale). I risultati li leggiamo nei bollettini. Nei primi sei mesi del 2026, in Italia, quattrocentottantadue persone sono morte lavorando o andando al lavoro: quasi tre al giorno. I dati Inail diffusi in agosto raccontano un calo dei decessi che nessuno può definire un’inversione di tendenza, perché nel frattempo gli infortuni crescono del 4,7 per cento. E c’è un dettaglio che dovrebbe togliere il sonno: mentre le morti dei lavoratori italiani diminuiscono, quelle dei lavoratori stranieri aumentano. Da settantacinque a novantacinque. Qualcuno potrebbe sospettare che il rischio non sia distribuito, ma assegnato.
E ora – nello stesso istante, sullo stesso pianeta – guardiamo all’altro capo del listino.
Nel mercato dell’intelligenza artificiale è in corso una guerra dei talenti senza precedenti nella storia economica. Si stima che i ricercatori davvero capaci di costruire sistemi di frontiera su larga scala siano poche centinaia in tutto il mondo. Per loro circolano pacchetti retributivi che raggiungono i cento, i centocinquanta, in casi estremi i trecento milioni di dollari tra stipendio, bonus e azioni.
Quattro euro l’ora per un braccio. Trecento milioni di dollari per una mente.
Verrebbe da gridare alla contraddizione. Sarebbe consolante. Ma è lo stesso listino, letto ai due estremi. In entrambi i casi il valore della persona coincide con l’utilità estraibile dalla persona. Cambia il moltiplicatore, non la formula.
Abbiamo trasformato l’uomo in un mezzo, in uno strumento, in un ingranaggio di un modello estrattivo.
E una civiltà che riduce l’uomo a mezzo non può più generare speranza. Può soltanto fabbricarne surrogati. Poi, quando i surrogati si consumano, resta la disperazione.
Poniamoci, allora, la domanda fondamentale: quale speranza possiamo noi portare nel mondo se siamo addirittura giunti a voler creare un uomo impastandolo con la distruzione della stessa verità dell’uomo?
La profezia di Isaia annuncia che nel servo del Signore spereranno le nazioni. Per entrare nel mistero di questa profezia è cosa giusta che ci chiediamo: che cos’è la speranza che Cristo Gesù viene a portare sulla nostra terra e nei nostri cuori? Possiamo rispondere con l’episodio della sinagoga raccontato nel Vangelo di Matteo. Vi è un uomo che ha una mano paralizzata. Qual è la speranza per questo uomo? Che la sua mano possa guarire. Che lui possa tornare nel pieno possesso del suo arto. Per i farisei e per gli scribi si può salvare una pecora se, in giorno di sabato, cade in un fosso. Per la pecora può esserci speranza. Per un uomo, invece, mai potrà esserci speranza. Di conseguenza, una pecora vale più di un uomo. Quale differenza vi è tra il loro pensiero e il pensiero dei pagani? Nessuna. Per i pagani, duemila porci valevano più della liberazione di un uomo posseduto da una legione di spiriti impuri. La stessa cosa dicasi per il figlio minore che aveva lasciato la casa del padre. Per i porci le carrube erano abbondanti. Per quell’uomo non ne esisteva neppure una. La vita di un porco aveva più valore della vita di un uomo. Per Gesù, invece, la vita di un uomo vale quanto la vita di Dio. Infatti, il Padre per la vita del mondo ha dato la vita del Figlio suo. E il Figlio suo è il Verbo Incarnato che si è fatto carne. Il Verbo è vero Dio e vero uomo. E il Verbo che è il vero Dio e il vero uomo, il Padre ha dato per la nostra salvezza.
Ecco la misura. La speranza di un uomo è grande quanto il valore che gli si riconosce. Se un uomo vale una cifra, la sua speranza sarà quella cifra. Ben misera. Se un uomo, invece, vale quanto la vita di Dio stesso, la sua speranza non ha più limiti e confini. Il suo valore è illimitato, e per questa ragione, la sua vita dovrebbe essere preservata e custodita.
Ritorna, allora, la stessa domanda iniziale: quanto vale un uomo? Da una lettura della storia emerge che l’uomo è sempre stato trattato come il sacrificato e il sacrificabile. Sacrificato e sacrificabile a ogni filosofia, a ogni ideologia, a ogni religione. Sì, anche per la religione l’uomo è il sacrificabile e il sacrificato. Cristo Gesù non fu sacrificato sull’altare di una religione che aveva perso il pensiero di Dio e al suo posto era subentrato il pensiero dell’uomo? Ecco perché anche la religione più vera diviene falsa quando sacrifica l’uomo.
Ecco cosa dice un “pagano” a proposito della religione dei pagani. Si tratta di Lucrezio che, nel De Rerum Natura, riferendo del sacrificio di Ifigenia in Aulide, così scrive:
«In questo argomento temo ciò, che per caso tu creda d’iniziarti ai principi di un’empia dottrina e di entrare in una via scellerata. Poiché invece, più spesso, fu proprio la religione a produrre scellerati delitti. […] Tanto male poté suggerire la religione.»
L’uomo è l’asservito. Ma è anche colui che asservisce. Ogni strumento, compresa la (falsa) religione, è utilizzato allo scopo. Se volessimo enumerare gli asservimenti dell’uomo sull’uomo, non potremmo più contarli. L’elenco sarebbe infinito. Ogni piega della nostra esistenza e della Storia ne è permeata. Siamo, oramai, schiavi di noi stessi. Schiavi delle opere delle nostre mani. Schiavi dei nostri pensieri. Schiavi dei nostri desideri insani. Ma siamo anche creatori di ogni schiavitù. E ogni schiavitù è perdita della speranza. Cristo Gesù è, invece, il solo Liberatore da ogni male e, poiché è il solo Liberatore da ogni male, è anche il solo Creatore della vera speranza. Egli la crea infondendo nei nostri cuori il suo Santo Spirito che ci dona la libertà dei veri figli di Dio. Dove non regna Cristo, l’uomo è sempre asservito all’uomo.
Ma oggi Cristo Gesù neanche più può essere nominato. Il suo Vangelo neanche più può essere predicato. È scandalo per i sapienti. Ma se Cristo non può essere nominato e il suo Vangelo non può essere predicato, si affermeranno inevitabilmente tante false verità. Quale speranza potremo costruire senza verità? Quale speranza potranno creare quelle religioni fondate sul pensiero degli uomini? Quale speranza possiamo noi creare se anche la nostra purissima fede rischia di divenire un impasto di pensieri del mondo e talvolta anche di pensieri di male?
È qui che l’innovazione armonica smette di essere teoria e diventa questione ontologica. Di vita o di morte. Si tratta di stabilire chi serve chi. Un’innovazione è armonica se e solo se è capace di creare speranza. Vera speranza. Non una speranza qualsiasi. Perché la vera speranza non è un generico ottimismo. L’ottimismo è una previsione. E le previsioni si smentiscono. Non è fortuna: la fortuna è un sorteggio, e i sorteggi hanno chi vince e chi perde. Non è progresso: il progresso è una direzione, non una promessa. La speranza è vera se la si crea in Cristo, con Cristo, per Cristo. Dove Cristo non regna nella pienezza della sua grazia, della sua verità, della sua luce, lì mai potrà essere creata la vera speranza. Volere la vera speranza senza Cristo è il vero peccato (anche cristiano) dei nostri tempi. La vera speranza è la certezza che un uomo vale sempre, indipendentemente da ciò che rende. E perciò la speranza ha un volto e una misura concreta. La misura di Dio. Quel Dio incarnato che è entrato in una sinagoga e ne è uscito solo dopo aver detto a un altro uomo tre parole che valgono l’intera storia della civiltà: «Tendi la tua mano». L’altro uomo la tese. E quella ritornò sana come l’altra.
Che ogni Armonauta, dunque, si lasci risanare per poter risanare.

Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali

Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali

«Vittima di diffamazione e calunnia», il cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto emerito del Dicastero per i vescovi, vince la causa contro Paméla Groleau, la donna che lo ha «falsamente accusato di violenza sessuale nell’ambito di un’azione collettiva contro l’arcidiocesi di Québec». Il porporato sarà risarcito di una somma di 100 mila dollari per violazione del diritto all’onore. A stabilirlo è una sentenza della Corte Superiore del Québec, in Canada, che – pubblicata il 31 agosto – si pronuncia a favore del porporato nella causa per diffamazione intentata nell’agosto 2022 quando erano state rese note le accuse di violenza sessuale. Il giudice Martin Castonguay ha concluso che tali accuse sono infondate e ha condannato la donna a risarcire il porporato dell’intera somma da lui richiesta. Somma che, fa sapere lo stesso Ouellet in uno statement diffuso in queste ore, si impegnerà a devolvere «a organizzazioni che lottano contro gli abusi sessuali subiti dalle popolazioni indigene in Canada». Il caso risale all’agosto del 2022, quando il nome del cardinale era emerso in una class action contro la Corporation Archiépiscopale catholique romaine de Québec et l’Archevêque catholique romain de Québec, riguardante accuse di abusi sessuali avvenuti nel corso di diversi decenni. Paméla Groleau, ex assistente pastorale laica, aveva accusato il cardinale di atti commessi tra il 2008 e il 2010, descrivendo episodi di contatto fisico non consensuale, presentati in seguito come violenze. Il cardinale canadese in una nota ha preso atto «con gratitudine che la giustizia civile del mio Paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con “una temerarietà estrema, equivalente a malizia”», e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle «affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale».

Avvenire

Addio a Enzo Bianchi, maestro spirituale e promotore del dialogo

Il fondatore della comunità di Bose, Enzo Bianchi / SICILIANI

avvenire

È morto questa mattina all’ospedale Molinette di Torino Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose. Aveva 83 anni e da tempo le sue condizioni di salute erano precarie. I funerali saranno celebrati giovedì 3 settembre alle 16.30 nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, nell’Astigiano, il paese in cui era nato e dove, secondo la sua volontà, sarà sepolto. Al termine della celebrazione, il corteo raggiungerà a piedi il cimitero. La camera ardente sarà aperta da domani mattina, 2 settembre alle 8,30, presso la Fraternità monastica Casa della Madia (Strada Camadio 1, Albiano d’Ivrea). Inoltre domani sera alle 21 è prevista una veglia di preghiera nella chiesa della stessa Fraternità.
Monaco laico, biblista, saggista e predicatore, Bianchi è stato per oltre mezzo secolo una delle voci più note della spiritualità cristiana in Italia. Con Bose aveva dato forma a un’esperienza monastica originale, composta da uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane, uniti dalla preghiera, dal celibato, dalla vita comune, dal lavoro e dall’accoglienza. Una comunità nata nel clima del Concilio Vaticano II e divenuta nel tempo un luogo internazionale di incontro tra cattolici, ortodossi e protestanti, oltre che uno spazio di confronto con il mondo della cultura e con quanti si trovavano sulla soglia della fede.
Gli ultimi anni della sua vita erano stati segnati dalla dolorosa rottura con la Comunità da lui fondata. Dopo aver lasciato il servizio di priore il 25 gennaio 2017, Bianchi era rimasto a Bose. Una Visita apostolica, condotta tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, aveva però fatto emergere una situazione di forte tensione interna. Nel maggio 2020 la Santa Sede gli aveva chiesto di allontanarsi dalla Comunità per un tempo indeterminato, insieme ad altri tre membri, per favorire il rilancio della vita fraterna. Dal giugno 2021 aveva vissuto in un luogo distinto da Bose e in seguito aveva dato vita, ad Albiano d’Ivrea, alla Fraternità della Madia, continuando l’attività di studio, scrittura, preghiera e accoglienza.
Proprio nelle ultime settimane si era però aperto un cammino verso una riconciliazione visibile. Ad annunciarlo è stata la stessa Comunità di Bose nel post su Facebook con cui ha comunicato la morte del suo fondatore. In occasione della festa della Trasfigurazione Bianchi aveva scritto al priore Sabino Chialà, confidandogli la consapevolezza di essere ormai vicino alla fine: «È venuto davvero il tempo di sciogliere le vele». Da qui la richiesta di trovare una strada per incontrarsi e potere «morire in pace e riconciliazione». Chialà aveva risposto accogliendo «con gioia» quel desiderio e proponendo di immaginare insieme un incontro con i fratelli e le sorelle. Il successivo ricovero in ospedale aveva impedito che il passo si compisse. Bose affida ora quel desiderio «alle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno».
Nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, Bianchi si era diplomato in ragioneria e aveva iniziato gli studi di Economia e commercio all’Università di Torino. Negli anni universitari aveva animato con amici di diverse confessioni uno dei gruppi biblici nati nella stagione conciliare attorno alla riscoperta della centralità del Vangelo. Senza concludere gli studi, nel 1965 si trasferì in una cascina nella frazione di Bose, sulla Serra di Ivrea. Per tre anni visse in solitudine; nell’autunno 1968 arrivarono i primi fratelli e le prime sorelle, cattolici e protestanti. Da quel piccolo nucleo sarebbe nata una delle esperienze monastiche più conosciute del cristianesimo contemporaneo.
Bianchi ne fu priore fino al 2017, accompagnandone la crescita e facendone un laboratorio di ecumenismo, ascolto della Scrittura e ospitalità. Nel 1983 fondò con alcuni membri della Comunità le Edizioni Qiqajon, dedicate alla spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica. Autore di numerosi volumi e collaboratore di quotidiani e riviste, seppe portare la sapienza della tradizione cristiana dentro le domande dell’uomo contemporaneo, parlando anche a un pubblico lontano dalla pratica ecclesiale. Il suo impegno ecumenico lo condusse nel 2004 a far parte della delegazione inviata da papa Giovanni Paolo II a Mosca per consegnare al patriarca Aleksij II l’icona della Madre di Dio di Kazan. Benedetto XVI lo nominò esperto ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio del 2008 e sulla nuova evangelizzazione del 2012; papa Francesco lo chiamò come uditore al Sinodo sui giovani del 2018. Dal 2014 al 2019 fu inoltre consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.
L’ultimo post di Enzo Bianchi su X.com
Negli ultimi mesi, nonostante le condizioni di salute precarie, aveva continuato a pubblicare riflessioni bibliche e spirituali. La meditazione sulla morte e sulla speranza cristiana era stata uno dei temi ricorrenti della sua produzione più recente. L’ultimo suo messaggio su X.com è del 7 agosto: «6 agosto . Trasfigurazione di Gesù Cristo – aveva scritto – Questa è la sessantesima festa della Trasfigurazione che vivo da Monaco: 55 anni a Bose, 2 in solitudine in esilio e 3 alla Madia. La promessa é la trasfigurazione delle nostre povere vite e dei nostri corpi di miseria in corpi di gloria». Il giorno precedente, sempre su X.com, aveva raccontato la sua presenza ai funerali di don Mazzi: «Ai funerali in sant’Ambrogio, di don Antonio Mazzi ho partecipato con profondo dolore – scriveva il 6 agosto -. Un amico vero non c’è più qui in terra ma c’è un santo che dal cielo ci accompagna pregando per noi».
L’eredità di Bianchi porta inevitabilmente anche il segno delle contraddizioni e delle ferite degli ultimi anni. Ma proprio Bose, annunciandone la morte con il tropario pasquale, ha scelto la memoria e il rendimento di grazie: «Il male non vanifica il bene». E ha ricordato Enzo Bianchi come il fratello che fu all’inizio della Comunità e che, nonostante tutto, «è stato e resta»

Italia-Svezia, i quarti degli Europei di volley femminile: orario e dove vederla in chiaro

Europei volley, Italia-Francia: orario e dove vedere in chiaro la sfida decisiva per il primo posto

Dove vedere la sfida in chiaro (gratis)

La diretta televisiva del torneo è in chiaro su Rai 2 e in streaming su RaiPlay. Anche Sky garantisce la copertura tramite Sky Sport Uno e Sky Sport Arena (rispettivamente al canale 201 e 204) e in streaming su Sky Go e Now. La partita è visibile anche su Eurovolley Tv.

La classifica

L’Italia si è qualificata agli ottavi chiudendo la fase a gironi in testa al Pool D con un solo set perso. Questa la classifica definitiva:

  1. Italia 15
  2. Francia 12
  3. Svezia 7
  4. Croazia 5
  5. Slovacchia 5

Il Messaggero

Terremoto Nepal / Il dirigente della scuola secondaria Tribhuvan Trishuli a Nuwakot racconta i momenti drammatici prima del disastro: “Se non avessimo preso una decisione rapida, ora non saremmo qui”

La devastazione provocata dall'alluvione a Devighat, nel distretto di Nuwakot, in Nepal

Avvenire

I minuti possono a volte sgusciare via, inavvertiti, leggeri come foglie. A volte, invece, in quello stesso fluire, può concentrarsi un peso enorme: lo stesso che separa la vita dalla morte. E, mercoledì, Rajendra Dawadi, preside della scuola secondaria Tribhuvan Trishuli a Nuwakot, ha avuto a disposizione una manciata di minuti, appena dieci, per prendere una decisione al volo, letteralmente. Senza indugi. Raggranellare quei pochi minuti alla bomba di acqua e fango che di lì a poco si sarebbe abbattuta sul Nepal. Quella decisione Dawadi l’ha presa, in tempo. Via tutti. Evacuare. Abbandonare la scuola. E, contemporaneamente, fermare i bus che stavano affluendo. Così, anticipando di un soffio il fiume di morte e distruzione, il preside nepalese ha salvato i 900 studenti della sua scuola. “Se non avessimo preso una decisione rapida, se fossero passati anche solo 10 minuti, nessuno di noi, studenti compresi, sarebbe stato in grado di parlare con voi oggi”, ha raccontato alla Bbc, Dawadi.
I contorni della tragedia continuano a dilatarsi. Il bilancio delle vittime è salito ancora, a 903 morti, quello dei dispersi a 4.247. Numeri destinati a peggiorare. Secondo i media statali cinesi, queste cifre sono da aggiornare con le 16 vittime e i 546 dispersi sul fronte cinese della frana che portano il bilancio complessivo a 919 morti e 4.793 dispersi. L’elenco dei dispersi in Nepal comprende 592 stranieri e 933 lavoratori impiegati in progetti idroelettrici lungo il fiume travolto dalla piena. Secondo la protezione civile nepalese, nel solo distretto di Nuwakot il numero dei dispersi è aumentato drasticamente a 1.158, rispetto ai 115 segnalati ieri, e altri 562 dispersi sono registrati nel distretto di Rasuwa. Tra i dispersi figurano 45 soldati dell’esercito nepalese, 38 agenti di polizia e 19 funzionari doganali e dell’immigrazione. In India, le autorità dello Stato dell’Uttar Pradesh hanno dichiarato di aver recuperato 17 corpi dai fiumi provenienti dal Nepal, presumibilmente vittime delle inondazioni non conteggiate nel bilancio complessivo.
Nella scuola la sensazione che domina è ancora quella dell’incredulità. E di dolore per la sorte che è toccata a tante, troppe persone: familiari, parenti, amici, conoscenti. Il preside Dawadi rivive quei momenti, terribili e veloci. Gli avvertimenti piovuti da quattro persone diverse nel giro di pochi minuti. Il pericolo percepito come imminente. La decisione. L’evacuazione. “Un genitore è venuto da me e mi ha detto: “Sta arrivando una grande alluvione, sono qui per portare via mia figlia, la porterò con me”. I genitori non si affrettano senza un valido motivo, quindi era chiaro che non avrei dovuto perdere un secondo per evacuare i bambini”, racconta ancora. “Ho deciso che non dovevo più rimandare. Anche se l’alluvione non fosse arrivata, si trattava solo di una giornata di lezioni. Sono orgoglioso di aver salvato così tante vite”, conclude.
Yunisha Amatya, ha 16 anni, ed è una delle studentesse che si trovavano all’interno dell’edificio scolastico. “Io e i miei amici siamo sopravvissuti per soli 10 secondi”, ha raccontato alla Bbc. “Poco prima dell’alluvione, eravamo in classe a studiare. Gli insegnanti si erano riuniti in un unico punto e inizialmente non avevano idea di cosa fosse successo. Dopo cinque minuti, gli insegnanti sono venuti a informarci dell’alluvione e ci hanno chiesto di tornare a casa”, Quindi la fuga, salendo lungo la collina dietro la scuola. E la salvezza.