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C’è un segreto antico custodito tra le pieghe della vita feriale: quello di saper guardare la realtà non con la fretta consumata dell’abitudine, ma con lo sguardo incantato di chi vede le cose per la prima volta

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Avvenire

C’è un segreto antico custodito tra le pieghe della vita feriale: quello di saper guardare la realtà non con la fretta consumata dell’abitudine, ma con lo sguardo incantato di chi vede le cose per la prima volta. Nella vita monastica, la quotidianità non è mai una gabbia o una ripetizione sterile; è piuttosto il luogo teologico in cui Dio si lascia incontrare attraverso i gesti più ordinari, come spezzare il pane, dosare un pugno di farina o mescolare una salsa sul fuoco.
Questa verità si è fatta carne e sorriso nei giorni scorsi, quando la nostra foresteria ha spalancato le porte a una famiglia speciale: mamma, papà e due fratellini, D. e S., uno dei quali con una «fragilità», come ci è stata raccontata.
Sono venuti al monastero spinti dal semplice desiderio di conoscerci, di «stare un po’ con noi» e di condividere un tempo senza orologi e senza ansia da prestazione. Tra le mani e nelle parole portavano un dono prezioso: la loro personale versione delle nostre ricette. Polenta pasticciata, gnocchi al latte e fritti sono stati al centro delle conversazioni durante il tempo trascorso insieme.
Ascoltarli raccontare il modo in cui vivono la cucina a casa è stato come assistere a una piccola liturgia della gioia. D. e S. non seguono semplicemente dosi o passaggi tecnici: per loro cucinare è un viaggio sensoriale fatto di profumi che sorprendono, di consistenze toccate con meraviglia, di colori che accendono gli occhi. In quella narrazione, ogni piccolo ingrediente diventava un mondo intero da esplorare.
La presenza di quella «fragilità», vissuta con tanta serenità, semplicità e persino gioia, lungi dall’essere una nota stonata, è stata la chiave armonica che ha rivelato la profondità dell’incontro. Il suo modo di percepire la realtà, così attento ai dettagli, limpido e privo di sovrastrutture, ci ha richiamato direttamente alla prima parola della Regola di san Benedetto: «Ascolta».
Un ascolto che non si fa solo con le orecchie, ma con tutto il corpo e con il cuore, capaci di sintonizzarsi su un ritmo diverso. Come accade in cucina, dove ogni spezia e ogni ingrediente hanno bisogno del proprio tempo per sprigionare il loro sapore, così la relazione con lui ci ha insegnato l’arte di rallentare, accogliendo la diversità non come una mancanza, ma come una straordinaria ricchezza che educa l’intera famiglia alla cura e alla pazienza reciproca.
Tra i due fratellini si respira una complicità naturale, un’alleanza tenera in cui il gioco e la cucina diventano ponti di comunicazione immediata. Guardarli insieme, circondati dall’amore discreto e tenace dei loro genitori, ci ha ricordato che la felicità non risiede in grandi eventi eccezionali, ma nella capacità di abitare con gratitudine le piccole cose del quotidiano.
È attorno alla tavola di casa che si impara che «nessuno si salva da solo», scoprendo che l’amore vero si nutre di sguardi condivisi, di briciole raccolte insieme e di risate che riempiono la stanza.
D. e S. ci hanno lasciato una lezione luminosa: ci hanno ricordato che il sapore autentico della vita non si misura nella perfezione del risultato, ma nello stupore con cui ci si accosta alla realtà e nella gratuità con cui ci si dona agli altri.
Grazie a questi due piccoli maestri per aver portato nei nostri chiostri il profumo fresco della semplicità e per averci insegnato, ancora una volta, che la santità feriale ha il gusto dolce e meraviglioso delle cose fatte insieme.

Vivere al Sud dovrebbe essere un destino possibile

Il Mezzogiorno prova a fermare l'esodo: ci sono progetti e reti per la “restanza”

Avvenire

Ma tra denatalità e spopolamento il rischio è che il Mezzogiorno si trasformi in una landa desolata, priva della sua risorsa più preziosa: le nuove generazioni. I dati descrivono una situazione drammatica dal 2001 ad oggi sono “spariti” 730mila abitanti, negli ultimi sei anni 150mila laureati si sono trasferiti altrove. Senza un cambio di rotta da qui al 2080, secondo i dati Istat, ci sarà una flessione di ben 8 milioni di residenti. Una vera e propria “estinzione naturale” che la Fondazione con il Sud, che a Napoli ha festeggiato i suoi primi 20 anni di attività, prova a contrastare con interventi di rigenerazione del territorio e di recupero del patrimonio artistico.
All’evento “Sud Vivo. 20 anni con il Sud” che si è svolto presso il complesso monumentale Donnaregina hanno partecipato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le istituzioni locali e il cardinale Domenico Battaglia. Il capo dello Stato ha auspicato che chi «nasce nel Meridione possa scegliere liberamente di restarvi, possa tornarvi se ha fatto esperienza altrove e possa aggiungersi chi viene da fuori per arrivare qui» facendo riferimento ai quattro pilastri della campagna contro lo spopolamento. «Questa è una chiave di sviluppo per l’intero Paese, è interesse nazionale dell’Italia», ha aggiunto. L’arcivescovo Battaglia ha messo l’accento sul processo di inclusione sociale e di solidarietà che la Fondazione ha avviato a Napoli, grazie all’impegno di «persone che non si rassegnano alle diseguaglianze». Nella splendida cornice della chiesa barocca anche i giovani protagonisti di questo cambiamento, 130 ragazzi che hanno fatto della “restanza” il loro modello di vita, accompagnati dai loro bambini.
«Davanti a questo scenario segnato da denatalità, emigrazione e invecchiamento, abbiamo due strade: rassegnarci a un declino che sembra scritto o unire le forze per cambiare rotta» ha sottolineato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione con il Sud. Indispensabile l’impegno trasversale di istituzioni e società civile, mondo economico e della cultura, giovani e adulti. Ma soprattutto un nuovo modo di pensare che guardi alla realtà senza illusioni, focalizzando l’attenzione più su ciò che si ha e non su ciò che manca. Presentata l’indagine sullo spopolamento realizzata da Demopolis che evidenzia come il tema preoccupi il 73% degli italiani, mentre la denatalità addirittura l’80%.
Il 20esimo compleanno è stata l’occasione per presentare anche la campagna “Sud Vivo”, sorretta da una rete di 200 co-promotori, che include piccole e grandi organizzazioni tra cui il Forum nazionale del Terzo Settore, le fondazioni e le associazioni Acri e Assifero. Nei suoi 20 anni di attività la Fondazione con il Sud ha sostenuto oltre 2.000 iniziative. Uno degli interventi simbolo è proprio quello fatto a Napoli, nel rione Sanità. Un quartiere che sorge a pochi passi dal centro storico eppure per due secoli è rimasto come tagliato fuori, una sorta di corpo estraneo. Un ghetto che all’inizio del nuovo millennio sembrava senza speranza. La criminalità organizzata era padrona del quartiere, la dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile a livelli altissimi. Eppure, coperto da un mantello di disagio e incuria, quel quartiere custodiva un patrimonio straordinario: chiese barocche, palazzi nobiliari, botteghe artigiane e sotto la superficie un mondo sotterraneo fatto di catacombe paleocristiane. A gettare il seme di un rinnovamento il parroco don Antonio Loffredo: arriva al Rione nel 2001 e coinvolge i ragazzi del quartiere, facendo scattare in loro il desiderio di riscatto ma soprattutto il senso di appartenenza. Nel 2006 nasce la cooperativa sociale La Paranza e due anni dopo vengono riaperte al pubblico le catacombe e la basilica di San Gennaro. Una rinascita crea lavoro per i giovani, soprattutto per quelli considerati “pietre scartate”, senza titolo di studio o con storie di devianza, che sono diventati i punti di riferimento del quartiere. Anno dopo anno il “metodo Sanità” com’è stato ribattezzato ha conquistato premi e riconoscimenti, tra gli altri quello della Commissione Europea, ed ha riaperto altri luoghi simbolici come il cimitero delle Fontanelle, nato come cava di tufo e diventato un luogo di sepoltura soprattutto durante la peste e il colera, e il Chiostro di San Giovanni a Carbonara, che è nato su un luogo dove si raccoglievano i rifiuti.
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
Nel 2024 per “gemmazione” è nata un’altra cooperativa di Comunità, la Sorte, parallelamente è partito il progetto del Museo Diocesano Diffuso (Mudd) che ha sottratto all’abbandono molte chiese del centro, a partire dal Duomo. L’entusiasmo e la voglia di fare comunità sono il segreto del successo di questa rigenerazione del quartiere.
«La cosa più bella è stata scoprire che si può cambiare modo di guardare un luogo senza doverlo abbandonare». Sara ha 23 anni, voleva fuggire da Napoli, si domandava cosa venissero a fare i turisti tra quei vicoli degradati. La cooperativa ha cambiato la sua prospettiva: la fa sentire parte di un qualcosa di più grande, le consente di condividere passioni e speranze. Patrizia cercava l’evasione nei quartieri altolocati, per sfuggire alle sue umili origini. Poi sono arrivati i bambini di un asilo nido, dove ha iniziato ad insegnare durante il Servizio civile. «Ho capito quanto l’educazione possa fare la differenza in contesti così fragili».
Samuele con una laurea in lingue straniere era pronto a trasferirsi al Nord o all’estero. Cercare fortuna altrove sembrava un destino già scritto. Poi la riapertura del cimitero delle Fontanelle, proprio nella via dove lui è nato e cresciuto, gli ha permesso di restare. Adesso si impegna per far sì che altri possano fare questa scelta.

Scuola e IA / Gli studenti non vogliono compiti corretti dall’intelligenza artificiale

Gli studenti non vogliono compiti corretti dall'intelligenza artificiale

Avvenire

Claudia Muellauer è una docente di Lingua e Teoria della conoscenza all’International Highschool Herzogberg, in Austria. Durante una mattina qualunque, dopo aver consegnato i compiti corretti ai propri alunni, si è sentita rispondere «Questa correzione sembra fatta da ChatGPT». Effettivamente i commenti che aveva scritto a margine degli elaborati degli studenti erano accurati e molto più dettagliati di quelli che avrebbe avuto il tempo di scrivere da sola. È lei stessa a raccontare questo episodio in uno dei 26 saggi di The algorithm in the room, il volume pubblicato dall’Unesco in occasione della Digital Learning Week di Parigi.
La docente aveva cominciato a usare l’intelligenza artificiale per curiosità, prima ancora che per risparmiare tempo, ma correggere i compiti era diventato più lungo perché caricava gli elaborati con istruzioni molto dettagliate, poi rivedeva i commenti del chatbot, eliminava quelli fuori tema, aggiungeva incoraggiamenti per non scoraggiare i ragazzi e poi riscriveva alcuni passaggi con parole sue. Così, racconta Muellauer, una correzione da cinque minuti arrivava a richiederne quindici o venti. Ma l’aspetto più sorprendente è che gli stessi studenti non apprezzavano questa tipologia di correzione: «Mi hanno detto che volevano che leggessi il loro lavoro – racconta la prof –. Per loro, l’utilizzo dell’IA segnalava ‘la mia assenza». I commenti, troppo minuziosi o impersonali generati con il supporto dell’IA venivano ignorati dagli studenti, soprattutto perché mancava un segno riconoscibile dell’attenzione dell’insegnante, come una nota scritta a mano sul margine del foglio o una sottolineatura. Muellauer lo definisce un paradosso: «Più il feedback diventava “perfetto”, meno sembrava reale ai miei studenti».
Spiegare alla classe come usava l’IA è servito solo in parte, alcuni ragazzi hanno ammesso di usarla a loro volta per trovare idee o scrivere le prime bozze, ma il giudizio sulle correzioni non è cambiato: «A volte mi sembra di imbrogliare, anche quando so di aver lavorato più che mai», ha scritto la docente che comunque resta convinta che quei commenti generati dall’IA aiutassero a capire meglio gli errori, ma quanto possono servire, si chiede, se gli studenti non ne riconoscono il valore? Forse la loro diffidenza segnala un bisogno: sapere che l’insegnante ha dedicato tempo e attenzione a ciò che hanno scritto, per questo propone di custodire «le belle inefficienze che segnalano una cura autentica».
Il racconto, poi, affronta una domanda trasversale all’intero volume: che cosa rischiamo di perdere quando affidiamo una parte dell’insegnamento all’IA? Bianca Farthing, docente nel Regno Unito, si interroga sulla promessa di una didattica su misura per ogni studente: «Il paradosso dell’apprendimento personalizzato è che spesso mette ai margini la voce di chi apprende», il rischio, cioè, è che proprio lo studente abbia poca rilevanza nelle scelte sul proprio percorso. Victoria Livingstone e Jeppe Klitgaard Stricker raccontano invece di una studentessa che, prima dell’arrivo dei chatbot, aveva letto libri per un mese prima di definire l’argomento di una ricerca sull’effetto Mozart: con l’IA sarebbero bastati pochi minuti, ma avrebbe perso il confronto tra fonti in disaccordo tra loro, che l’aveva aiutata a raggiungere una conclusione più ragionata. Per i due autori, questa fatica è una parte essenziale dell’apprendimento.
Nelle conclusioni, il rapporto invita le scuole (e chi decide le politiche educative) a spiegare a che cosa serve ogni strumento di IA introdotto in classe. E sottolinea che devono essere gli insegnanti a scegliere se e come usarlo. Il documento, infine, segnala anche un complessivo ripensamento nell’uso delle tecnologie: alcuni sistemi scolastici, tra cui quello svedese, stanno riducendo gli schermi per tornare a libri e carta. Muellauer riconosce che l’IA l’ha resa un’insegnante migliore, ma allo stesso tempo ricorda che «l’insegnamento è sempre stato un lavoro fondamentalmente relazionale» e quindi nelle correzioni, gli studenti cercano anche la prova che qualcuno li abbia letti e capiti davvero.
Una nota a margine, persino imprecisa, può darla, mentre un giudizio impeccabile ma artificiale rischia di cancellarla.

Il Governo in Israele?

Il Governo in Israele? Il presidente Herzog darà l'incarico domenica. Ecco le coalizioni possibili

Avvenire

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha concluso questa sera le consultazioni per la formazione del nuovo governo dopo il voto del 27 ottobre. Ha annunciato che deciderà domenica a chi affiderà l’incarico. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari – ha spiegato -, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi». Il presidente ha spiegato che 67 parlamentari hanno raccomandato il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, mentre sono 46 i parlamentari che hanno sostenuto il primo ministro Benjamin Netanyahu. Quindi Eisenkot dovrebbe ottenere il mandato. Mettere insieme una maggioranza di 61 seggi alla Knesset  si annuncia comunque come un’impresa complicata: preclusioni incrociate, rivalità personali e interessi difficilmente conciliabili rischiano di riportare più volte le trattative al punto di partenza. Il professor Sergio Della Pergola, demografo e tra i più accreditati analisti israeliani, ha individuato cinque percorsi possibili e, conti (dei seggi) alla mano, ne valuta con Avvenire le chance di successo.

1 – Coalizione di Netanyahu con Ra’am

Sarebbe la soluzione più facile  (Bibi ha 53 seggi e con gli 8 del partito arabo Ra’am raggiungerebbe quota 61), ma è anche la prima da scartare. E del resto Ra’am proprio ieri ha dichiarato che indicherà Eisenkot come primo ministro. «Tengo però a citarla come possibilità – spiega Della Pergola – per ricordare che in passato Netanyahu aveva già provato a tirare in coalizione con sé Mansour Abbas (leader di Ra’am). Smotrich (Sionismo religioso) gli aveva messo il veto, e quindi Abbas entrò nel governo Bennett-Lapid del 2021-2022. Un esempio di come, quando si tratta di formare un governo, anche i “sacri principi” e tutta questa “purezza” nel rifiutare la collaborazione con gli arabi possano evaporare in un attimo».

2 – Governo di minoranza di Eisenkot con gli arabi

Bisogna fare una premessa: con il sostegno di entrambi i partiti arabi (Ra’am e Lista comune), Eisenkot arriverebbe a 67 seggi, ben oltre la maggioranza assoluta. Ma una soluzione aritmeticamente possibile si scontra con i veti politici all’interno del suo stesso schieramento. Resta allora la strada di un governo di minoranza. «Eisenkot parte da 48 seggi: deve cercarne 13 – spiega Della Pergola -. Con i soli seggi di Abbas (8), arriverebbe a 56, e quindi niente di fatto. Ma con l’astensione dell’altro partito arabo, Lista comune (11 seggi), la sua coalizione risulterebbe comunque vincente rispetto a quella di Bibi, che ha 53 seggi. Avremmo un governo, perché non occorre avere la maggioranza assoluta della Knesset, ma la maggioranza semplice».
In questo scenario, bisogna però considerare tre variabili. La prima è Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (7 seggi). «Ha dichiarato solennemente “Né Bibi, né Tibi” – ricorda Della Pergola, con riferimento ad Ahmad Tibi, numero due della Lista comune, che si è detto disponibile ad appoggiare un governo alternativo a Netanyahu –. Ma un conto è entrare in coalizione con i partiti arabi, un altro è formare un governo grazie alla loro astensione. E voglio proprio vedere se Lieberman resterà fermo sulle sue posizioni, rinunciando alla possibilità di mandare Bibi all’opposizione».
Anche perché c’è una seconda variabile che potrebbe rendere meno decisiva la posizione di Lieberman: i haredim di Ebraismo unito della Torah (7 seggi). «Hanno fatto sapere questa mattina che non indicheranno nessuno come premier, il che rappresenta una grossa crepa nello schieramento di Netanyahu. Non solo: il capolista, Yaakov Asher, ha dichiarato di “essere sullo scaffale”, insomma a disposizione, in attesa della migliore offerta politica. Esiste quindi, almeno in teoria, la possibilità che Ebraismo unito della Torah si astenga o addirittura voti a favore di Eisenkot. E qui i conti diventano interessanti: se Lieberman negasse i suoi 7 voti a Eisenkot, quest’ultimo scenderebbe a 49. Ma con l’astensione dei 7 deputati ultraortodossi, anche Netanyahu perderebbe altrettanti voti, scendendo a 46. Eisenkot potrebbe quindi ottenere la fiducia anche senza Lieberman».
Infine, la terza variabile, la più seria. «Riguarda Balad, partito nazionalista palestinese, fortemente anti-israeliano e vicino alle istanze di Hamas, che fa parte della Lista comune. Se si oppone, se si sfila, cade tutto il progetto».
Un primo banco di prova di questi equilibri arriverà già il 10 novembre, quando la nuova Knesset si riunirà per il giuramento dei deputati e l’elezione del presidente del Parlamento. «L’attuale presidente è Amir Ohana, del Likud – spiega Della Pergola -. È gay, e i due partiti haredim (ultraortodossi), Ebraismo unito della Torah e Shas, contrari al riconoscimento delle unioni omosessuali e ai diritti LGBTQ, nella precedente legislatura avevano votato a favore della sua nomina tenendo il capo basso in segno di disapprovazione, ma accettando per convenienza politica. Questa volta, invece, Ebraismo unito della Torah ha annunciato che uscirà dall’Aula durante la votazione. Il Likud perderebbe così sette voti per la conferma di Ohana. Eisenkot potrebbe riuscire a eleggere un presidente della Knesset diverso da quello uscente. E sarebbe un passaggio politicamente molto importante, perché il presidente organizza i lavori parlamentari e può incidere sull’agenda legislativa anche prima della formazione del governo».
Si aprirebbe una situazione straordinariamente interessante: «Alcuni giorni di democrazia parlamentare pura, nei quali la Knesset potrebbe assumere iniziative di grande rilievo. Per esempio, avviare il percorso per istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, intervenire sulle leggi della contestata riforma giudiziaria o introdurre un limite alla durata del mandato del primo ministro. C’è poi la questione del controllore di Stato, l’ombudsman: la carica è vacante da luglio, dopo che la Corte Suprema ha annullato l’elezione di Michael Rabello, italiano e storico avvocato di Netanyahu, per irregolarità nella segretezza del voto. Spetterà alla nuova Knesset eleggerne il successore. Tanto più che Rabello ha rinunciato alla candidatura. Potremmo quindi vedere Netanyahu in minoranza ancora prima della nascita del nuovo governo».

3 – Governo di unità nazionale con
mandato a Eisenkot

Eisenkot potrebbe tentare di arruolare il Likud di Netanyahu senza Netanyahu. Ma il Likud  potrebbe porre come condizione proprio il premierato di Netanyahu.  «Bibi – spiega Della Pergola -, anche a causa dei processi che lo riguardano, ha tutto l’interesse a mantenere la carica di primo ministro (in base alla legislazione israeliana chi è sotto processo può fare il premier ma non il ministro). Difficilmente, quindi, accetterebbe un governo di unità nazionale presieduto da Eisenkot. Si potrebbe immaginare un governo a rotazione: due anni Netanyahu, poi due anni Eisenkot, con la prospettiva di un provvedimento di clemenza per Bibi e magari, in seguito, di una sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Ma Eisenkot ha escluso categoricamente l’ipotesi della rotazione. Peraltro, conosce bene il precedente di Benny Gantz», che nel 2020 accettò un accordo di alternanza alla guida del governo con Netanyahu, senza però arrivare mai ad assumere l’incarico di premier: il governo cadde prima che scattasse la rotazione.

4 – Governo di unità nazionale con
mandato a Netanyahu

Eisenkot potrebbe fallire nel tentativo di formare un governo e il mandato passare a Netanyahu, che resta il leader del primo partito israeliano. «Bibi ha già dichiarato di voler aprire le porte a chiunque sia disposto a unirsi alla sua coalizione, compresi Ben-Gvir e Smotrich – osserva Della Pergola –. Credo però sia molto difficile che qualcuno accetti la proposta».

5 – Elezioni entro la primavera

Quella di nuove elezioni entro la primavera è l’ipotesi più probabile. «E anche la peggiore», sottolinea Della Pergola, richiamando l’appello del presidente Herzog alle forze politiche perché facciano ogni sforzo per evitare questo scenario. «Nuove elezioni sarebbero un disastro per la gestione del Paese, acuirebbero le tensioni e potrebbero favorire Netanyahu. Nell’ultima tornata molti voti della destra sono andati dispersi a causa della soglia elettorale del 3,25%: in una nuova consultazione potrebbero confluire verso il Likud, rafforzandolo. Inoltre, la settimana scorsa 67mila cittadini israeliani sono rientrati in aereo per votare. Non abbiamo dati certi sulle loro preferenze politiche, ma è plausibile che una parte significativa volesse sostenere l’opposizione. Difficilmente, però, ripeterebbero il viaggio per una seconda elezione a breve distanza. Anche l’affluenza degli elettori arabi potrebbe diminuire, soprattutto se non vedessero tradursi in risultati politici la loro partecipazione al voto. Sono tutti fattori che potrebbero avvantaggiare Netanyahu, portandolo più vicino alla maggioranza. Ed è proprio su questo che Bibi sembra puntare».
Lo stesso Bibi sta svolgendo una campagna mediatica sulla illegittimità del voto. «Si sostiene che ingenti fondi diano arrivati da Paesi nemici per sovvenzionare l’affluenza alle urne degli arabi, fino al limite di chiedere nuove elezioni. Vedo quindi in atto – teme Della Pergola – un tentativo pericoloso. Qualcosa che somiglia in modo preoccupante a quello che accadde negli Stati Uniti nel gennaio del 2021, a Capitol Hill».
Resta infine l’incognita Iran. «Il risultato delle elezioni americane potrebbe avere un peso importante: Trump ne è uscito indebolito e, nelle sue attuali condizioni politiche, mi sembra difficile che decida di impegnarsi in una guerra. Netanyahu potrebbe però scegliere di agire anche senza gli Stati Uniti. Sarebbe una decisione dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, ma non mi sento di escluderla del tutto».

«Migranti», a Villadossola volti e storie di chi dal Vco ha cercato fortuna in giro per il mondo

La mostra alla Fabbrica di Villadossola

La Stampa

Alla Fabbrica ventisette racconti su tela narrano le storie di chi è partito dal Vco in cerca di un futuro diverso

«Migranti» è la mostra dedicata a chi, ieri e oggi, è partito per creare qualcosa di grande o un futuro diverso. È una raccolta di viaggi, volti, storie di persone più e meno conosciuti che hanno lasciato la loro terra per altri mondi. Sono storie di speranze, sogni, successi, coraggio. Comune denominatore il Vco: da qui sono partiti i protagonisti dei 27 «racconti su tela» esposti fino all’8 novembre al centro culturale La Fabbrica di Villadossola (venerdì 16- 19, sabato e domenica 10-19).

La mostra è curata da Bottega dell’arte di Gravellona guidata dall’artista Michela Mirici Cappa e Associazione culturale Giovan Pietro Vanni di Borgomezzavalle, il progetto partito su impulso di Giuseppe Possa e Pier Franco Midali nell’idea di sviluppare un ciclo di dipinti che trattassero il fenomeno della migrazione verso l’Europa e il resto del mondo di persone originarie del Vco.

Dalla val Vigezzo alla valle Strona

Si è perciò partiti da una ricerca storica e bibliografica impreziosita da testimonianze dirette. Si va dagli inventori dell’Acqua di Colonia a Francesco Saverio Adorna, vigezzino, al quale è attribuito il primo prototipo di mongolfiera fino agli spazzacamini vigezzini. Valore aggiunto sono le storie personali degli autori emerse nel corso dell’elaborazione del progetto. Un’allieva ad esempio è lontana parente di Cesare Cardini, partito da Baveno per il Messico e ideatore della celebre «Caesar salad».

Un’altra è nata e vissuta a Losanna da padre emigrato da Massiola e ha ricordato che c’è la «Società massiolesi Losanna». Il nonno di un allievo invece è stato uno degli scalpellini che da Feriolo è volato a Barre, nel Vermont, e il nipote conserva ancora il baule che utilizzò per il viaggio con affissa l’etichetta di spedizione originale (esposta alla mostra). «All’inizio c’era un certo distacco ad affrontare il tema – rileva Mirici Cappa -, sembrava un argomento che riguardasse altri. Mano a mano che ci lavoravamo e ragionavamo ci siamo resi conto che quasi ognuno ha avuto o ha a che fare con la migrazione».

Ecco chi espone

Espongono Adriana Bertelle, Elena Cacciatori, Giovanna Candito, Tatiana Caraiman, Ines Cardini, Manuela Cerutti, Luciano Cristina, Enrica D’Andolfo, Margherita De Palma, Renata Ferraris, Odette Firenze, Graziella Guglielmelli, Martina Imperiale, Margherita Librale, Michela Mirici Cappa, Chiara Ottone, Alessandra Palermi, Carlo Ragazzi, Antonella Ramoni, Claudia Rossetti, Cecilia Savaglio, Maria Pia Vanini, Oscar Visin, Fiorenzo Vitali.

Domodossola, la biblioteca Contini si rinnova: 800 mila euro per diventare un centro culturale

La biblioteca di Domodossola

La Stampa

La biblioteca Contini di Domodossola si rinnova e cambia temporaneamente casa. I battenti nella sede di fianco alle scuole Milani si chiudono per fare spazio al cantiere che partirà il prossimo anno. I servizi si spostano temporaneamente nelle stanze del collegio Rosmini. L’opera di riqualificazione, dal valore complessivo di 800 mila euro, è coperta in parte (350 mila euro) da un contributo di Fondazione Cariplo, ottenuto attraverso il bando «Luoghi da rigenerare». L’obiettivo è trasformare la struttura e andare oltre il restyling edilizio. La biblioteca non sarà più solo un luogo di consultazione e prestiti di libri, ma un centro culturale ribattezzato «Il Contini», un nome che ne sottolinea l’identità aperta e partecipativa.

Il progetto guidato dal Comune di Domodossola ha un nome che ne svela le finalità: «Luogo Comune: la biblioteca come spazio civico per crescere insieme» e vede già il coinvolgimento attivo di alcune realtà locali, tra cui le associazioni Musei d’Ossola, «Le rane Volanti», l’associazione 21 Marzo, l’Auser Domodossola e il Ciss Ossola. A questi partner viene erogato un totale di 105 mila euro per la realizzazione delle attività descritte nel progetto, come previsto dal contributo di fondazione Cariplo.

La ridefinizione degli ambienti è stata affidata allo studio Lap Architettura di Pescara, supportato dalla consulenza di Antonella Agnoli, esperta nella progettazione di biblioteche di nuova generazione in Italia. Tra le principali novità ci sarà la creazione di un’area per gli adolescenti, uno spazio dedicato allo smart working e un laboratorio creativo per attività manuali e artistiche.

Il giardino diventerà parte integrante della biblioteca ed è previsto un intervento di street art lungo le vie. A differenza di quanto accaduto per il teatro Galletti, un altro pilastro culturale cittadino per i cui restauri sono state fornite alla cittadinanza solo le modifiche di massima, per la biblioteca il percorso sarà condiviso. È stato annunciato infatti che, prima dell’apertura del cantiere, il progetto architettonico e la riorganizzazione interna saranno presentati ufficialmente alla cittadinanza.

Associazioni e attori del territorio saranno così chiamati a pensare le future attività, garantendo una condivisione di intenti prima che inizino i lavori.

Domodossola. Sabato in Cappella Mellerio il seminario “Crescere in continuità. Il sistema integrato 0-6”

Domodossola. Sabato in Cappella Mellerio il seminario "Crescere in continuità. Il sistema integrato 0-6"

vcoazzurratv.it

Con l’obiettivo di consolidare la continuità pedagogica tra Nido e Scuola dell’Infanzia e della costruzione condivisa di un percorso 0-6 sul territorio cittadino e in continuità con il progetto “Oscelae Hortus” avviato nel 2022, il Comune di Domodossola che è capofila del Coordinamento Pedagogico Territoriale, insieme con l’Istituto Comprensivo Domo1 propongono il nuovo momento formativo: “Crescere in Continuità-Il Sistema integrato 0-6 a Domodossola”.

Il seminario si terrà sabato 7 novembre 2026 dalle ore 9.00 alle ore 12.00 presso Sala polifunzionale G. Falcioni (ex Cappella Mellerio) a Domodossola.

Si tratta di un incontro di approfondimento e confronto sul valore della continuità educativa tra i servizi per l’infanzia 0-3 e scuole dell’infanzia 3-6 e sulla costruzione condivisa di un progetto territoriale a Domodossola.

Il seminario prevede l’intervento della Dott. ssa Simona Vigoni, pedagogista e psicomotricista di Percorsi Formativi06- Milano con l’intervento “Buone pratiche tra indoor e outdoor”. L’incontro è rivolto a Docenti ed Educatori dei servizi 0-6 e prevede il rilascio dell’attestato di partecipazione.

Audi A3, la compatta dei record punta sui giovani (e sul digitale on-demand)

Audi A3, la compatta dei record punta sui giovani (e sul digitale on-demand)

La A3, per Audi, è un’icona. Questione di design e di tecnologia, certo. Ma soprattutto di volumi perché la vettura che inaugurò nel 1996 il segmento delle compatte premium è una delle più amate dagli italiani e vale il 17% delle vendite del marcchio dei quattro anelli. Da noi le immatricolazioni delle quattro generazioni hanno superato le 450mila unità (quasi una su dieci dei 5,5 milioni prodotti) e oggi che i tempi si sono fatti più difficili per tutti, Audi Italia introduce anche il concetto di accessibilità con la versione Design che va ad affiancarsi ai tre allestimenti classici Business, Business Advanced e S Line.
Già, perché oggi – chiuse le epopee di A1 e Q2 – le chiavi della porta d’ingresso al mondo Audi le tiene proprio A3 che con la versione Design, liberata di qualche fronzolo, fissa la prima asticella del listino a 32.600 euro per la Sportback. Se poi di quei fronzoli si sente la mancanza, oggi la tecnologia consente di acquistare successivamente per un mese (o due o tre, a seconda delle esigenze) una serie infinita di contenuti, dal navigatore al clima bizona, come fanno le piattaforme digitali in gran voga tra i giovani.
Proprio i più giovani sembrano il target ideale di A3, che mantiene le sue linee nei soliti 4 metri e 35 di lunghezza per concentrare le novità soprattutto nell’abitacolo e sotto il cofano. Tanto per cominciare c’è un’A3 per qualsiasi esigenza: Sportback e allstreet (rialzata di 30 mm) sono le due scelte più ovvie, ma per gli ultimi amanti dei tre volumi c’è anche la Sedan, mentre chi ha il piede pesante può selezionare la S. Se poi ci si sente piloti dentro, allora Audi sfodera perfino la RS.
Stesso discorso vale per i motori: a parte l’elettrico puro non manca nulla. Benzina, diesel, mild hybrid e plug-in hybrid coprono uno spettro enorme e sono tutti accomunati dalla ricerca della massima efficienza con consumi contenuti (il miglioramento in dieci anni tocca punte del 22%) e prestazioni brillanti. Una menzione la merita il Tfsi 1.5 benzina (116 oppure 160 Cv) che rispetta già la normativa Euro 7 in anticipo di un anno.
La Sportback conferma tutta la bontà del telaio e quando si affonda sul pedale sterzo e sospensioni assecondano la guida sportiva. Anche quando sotto il cofano lavora il tanto bistrattato diesel che conserva però una fetta importante di mercato per A3. Al volante della allstreet si apprezza invece la posizione più elevata e la diversa taratura – meno rigida – di molle e ammortizzatori. Cambia anche il look “all terrain” con protezioni sottoscocca e single frame ottagonale. In entrambi i casi l’esperienza nel “multisala” Audi è garantita dal palcoscenico digitale che ha rivoluzionato A3: due schermi curvi senza soluzione di continuità avvolgono chi guida fornendo infinite soluzioni e applicazioni con una nuova interfaccia per non parlare dell’esercito di Adas che veglia sui passeggeri. Giusto un paio di esempi pratici per capire dove ci si può spingere: inserendo la retromarcia si apre un’icona che consente di memorizzare e denominare fino a cinque manovre. Dopo di che A3 farà tutto da sola, con voi a bordo oppure fuori dall’abitacolo purché dotati di App. Se poi per sventura o per le bizze del navigatore finiste in un vicolo cieco o in una strada interrotta, niente paura: A3 può ripercorrere in autonomia 50 metri in retromarcia… Siamo all’ingresso del mondo Audi, ma molti contenuti sofisticati arrivano su A3 direttamente dai segmenti superiori (come il caricatore per smartphone nel tunnel con magnete e raffreddamento).
E i segmenti superiori ci tornano alla mente scorrendo il listino, perché, Design sportback a parte, il grosso della partita si gioca tra 40 e 45mila euro, non pochi in questi tempi, con puntate sopra i 50mila per la plug-in S Tronic, che però può vantare sulla carta d’identità un paio di segni particolari inediti in questa categoria: 272 Cv e 142 km di autonomia in elettrico.
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Un’idea per avvicinare università e territori: percorsi di ricerca dedicati a inclusione, welfare e innovazione sociale, per trasformare cura e speranza in motori di sviluppo e coesione

La proposta: 100 dottorati civici per costruire fiducia e sviluppo

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Il prendersi cura, la speranza e la fiducia sono i fondamentali nascosti dell’economia che dovremmo imparare a riconoscere. Nessuno può diventare manager se qualcuno non si è preso cura di lui all’inizio della sua esistenza. La cura precede, accompagna e ricostruisce le capacità (anche quelle produttive) delle persone. Senza speranza nessun rendimento atteso futuro (e quindi nessun investimento o attività finanziaria) hanno valore. La fiducia è ingrediente chiave di quell’intelligenza relazionale che rende possibile la cooperazione tra umani che moltiplica il valore sociale ed economico. Quando queste risorse si impoveriscono, ne risentono dunque non solo la salute ma anche formazione, lavoro e investimenti e dunque il benessere sociale ed economico di un paese. Una politica economica lungimirante deve chiedersi anche come rigenerarle.
L’università può contribuire ad accrescere questi fondamentali della società e dell’economia attraverso ricerca e terza missione, ovvero mettendo ricerca e competenze in relazione con i bisogni della società. È una missione che comprende non solo il trasferimento tecnologico ma si estende anche all’innovazione sociale, alla collaborazione con i territori e alla costruzione di capacità collettive. Perché questa missione produca risultati occorrono strumenti e persone che colleghino stabilmente i laboratori della ricerca con quelli della vita quotidiana.
Da qui la proposta dei dottorati civici. Abbiamo imparato (con il Decreto ministeriale 226 del 14 dicembre 2021) ad avvicinare università e imprese attraverso i dottorati industriali, una tipologia istituita per legge che prevede la partnership e il cofinanziamento di pubblico e imprese. Possiamo costruire un’alleanza analoga tra il pubblico e cooperative sociali, associazioni, fondazioni, amministrazioni e reti territoriali per fondare l’istituto dei dottorati civici come abbiamo recentemente proposto nella commissione sulla terza missione della Società Italiana di Economia. L’innovazione che migliora l’inserimento lavorativo di una persona con disabilità o l’accesso alle (e l’efficienza delle) cure ha bisogno di ricerca avanzata quanto quella che migliora un processo produttivo. E può generare benefici economici molto oltre l’organizzazione che la realizza.
Il meccanismo sarebbe quello di un percorso triennale inserito in un dottorato accreditato, un progetto costruito insieme all’organizzazione civica e una doppia supervisione, accademica e territoriale. Un programma pilota potrebbe attivare cento percorsi in diverse università del paese. Il costo di riferimento (che possiamo stimare a 90mila euro per posizione nel triennio), potrebbe esser coperto (per ipotesi) per due terzi dal pubblico e per un terzo dai partner, nel qual caso servirebbero sei milioni pubblici e tre dei partner per le 100 posizioni. Rispetto alle cifre che discutiamo in questi giorni per le diverse poste della legge finanziaria si tratta di piccole somme con un potenziale molto grande.
Perché i contribuenti dovrebbero finanziare un dottorato civico? Perché la conoscenza prodotta può andare a vantaggio di gran parte della collettività, ma in condizioni normali non è generata dato che la singola organizzazione spesso non riesce a finanziarla né ad appropriarsi di tutti i benefici. Per fare solo un esempio un’associazione che scopre come prevenire meglio l’abbandono scolastico genera vantaggi per gli studenti, le famiglie, le imprese e le finanze pubbliche. Il finanziamento condiviso consente di realizzare ricerca socialmente utile che altrimenti rischia di restare senza risorse.
Cento dottorati potrebbero diventare cento cantieri: valutare l’intermediazione abitativa, sperimentare l’accompagnamento di operatori di prossimità nella lotta alla povertà, migliorare l’assistenza agli anziani, ridurre la dispersione scolastica, rendere economicamente più accessibili le comunità energetiche. Il valore nasce quando i risultati cambiano le pratiche. Sapere quali interventi funzionano, per chi e in quali condizioni permette di estenderli; scoprire che altri sono inefficaci aiuta a correggere la spesa.
I fondamentali della cura, della speranza e della fiducia diventerebbero così oggetti concreti di investimento e ricerca: servizi capaci di accompagnare, opportunità che rendono credibile il futuro, istituzioni con cui è possibile cooperare. Cento giovani potrebbero aiutare le comunità a produrre queste risorse e a capire come farle durare. Finanziare i dottorati civici significherebbe scommettere sulla capacità del sapere di diventare sviluppo umano e valore economico e sociale condiviso.

Quale modo migliore di un cartone animato per raccontare ai più piccoli (e non solo) la storia di Gesù?

Nuovo Film Dominus: LA LUCE DEL MONDO cartone animato sulla storia di Gesù! - News Express

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A farlo è la Dominus Production che, per l’occasione, ha arruolato Tom e Tony Bancroft, già autori di successi come La Bella e la Bestia, Il Re Leone e Mulan. Il risultato è La Luce del Mondo, film d’animazione che, in 95 minuti, ripercorre la vita pubblica di Gesù attraverso il più giovane degli apostoli, Giovanni.
Il giovane pescatore, figlio di Zebedeo e Salomè, aspetta come tanti altri il Messia, il liberatore annunciato dalle Scritture. Gesù però, che incontra insieme a suo fratello Giacomo, a Simone e ad Andrea, non gli sembra affatto il condottiero che potrà liberare la sua terra: non ha armi, non cerca il potere ma parla di amore, perdono, misericordia. Giovanni decide comunque di seguirlo e intraprende un percorso nel quale scopre progressivamente che il cambiamento che quell’uomo propone non nasce dalla forza o dal potere, ma dal cuore delle persone. Attraverso le esperienze vissute, le domande e le prove affrontate, Giovanni imparerà che anche nei momenti più difficili possono nascere speranza, coraggio e fiducia.
“La Luce del Mondo” sarà nelle sale il 17, 18 e 19 gennaio 2027 ma la Dominus Production ha previsto tre anteprime speciali a Roma (il 21 novembre), Milano (il 22 novembre) e Firenze (il 28 novembre). Tutte le informazioni sono sul sito www.lucedelmondofilm.it
Di seguito, in anteprima esclusiva per Avvenire, un trailer del film con la guarigione del servo del centurione.