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Oltre le vetrine rotte: la guida per i genitori che vogliono educare i figli alla legalità

Genitori nel corteo in Stazione Centrale di venerdì 30 ottobre

Avvenire

Colpa dei genitori, colpa della politica, colpa dei social, colpa di un’immigrazione senza regole, colpa del capitalismo che con i suoi falsi miti illude e confonde, colpa della mancanza di regole chiare, colpa del permissivismo, colpa delle diseguaglianze sociali, colpa della polizia che non ha saputo prevenire, colpa degli amministratori locali che non si curano delle periferie, colpa del vuoto di valori, colpa della scuola, colpa di tutti e di nessuno. Quante ne abbiamo sentite dopo le devastazioni dell’altra settimana a Milano. Tutto condivisibile, o quasi. Ma la questione è tanto vasta, tanto profonda, tanto complessa da sollecitare nuove analisi e nuovi tentativi di capire i motivi che stanno alla base di quanto capitato. Anche se tanto è stato già detto, non è forse azzardato aggiungere qualche pensiero su un versante poco indagato e sempre visto con un certo sospetto, quello dell’educazione alla legalità e alla giustizia. Riflessione non inutile anche per sgomberare il campo dall’equivoco secondo cui ribadire il valore della legalità e della giustizia significa stare con i poteri forti, “dalla parte della polizia” o comunque di coloro che sono visti come sostenitori della repressione. Non è così. E, come Chiesa, abbiamo le carte in regola per dirlo. Nel 1991, in un contesto storico segnato dalle stragi di mafia e dal moltiplicarsi delle inchieste di corruzione, i vescovi italiani pubblicarono un documento, “Educare alla legalità”, che fece molto discutere perché, in modo chiaro e controcorrente, veniva sottolineata l’esigenza di rispondere alla crisi morale dilagante non con l’inasprimento delle leggi, non con la forza delle armi, ma con l’educazione, con il richiamo al senso del bene comune e della responsabilità individuale.
La legalità, nel documento, è presentata come espressione diretta della giustizia che, a sua volta si fonda sull’inalienabile dignità della persona umana e sui suoi diritti-doveri sociali. Spiazzante anche l’idea, espressa nel testo, secondo cui la legalità non è un’arma in mano ai potenti per aumentarne i privilegi oppure per proteggere gli egoismi individuali o di gruppo, ma uno strumento per proteggere innanzi tutto i deboli e gli indifesi, garantendo che i diritti proclamati sulla carta diventino effettivamente fruibili per tutti, senza bisogno di “protezioni” o raccomandazioni. Il documento invita poi a superare la cultura della rassegnazione – il mondo va così e non possiamo farci niente – ma anche quell’atteggiamento da furbastri secondo cui gli interessi collettivi, quando occorre e quando fa comodo, possono sempre essere subordinati a quelli individuali e di parte. Insomma, senso della legalità come antidoto al dilagare della corruzione e del malcostume. Pochi mesi dopo l’uscita di “Educare alla legalità” scoppiava Tangentopoli e non furono pochi quelli che si stupirono per la carica profetica di un testo che sembrava tracciare un quadro chiaro e consapevole dei comportamenti etici, la cui assenza era alla base di quanto doveva succedere. Tanto che il discorso sul valore della coscienza personale da formare in modo paziente e metodico per costruire una più salda coscienza sociale, come premessa di giustizia e di libertà per una società migliore, rimane tra gli spunti più originali – e purtroppo inascoltati – del testo.
Qui però ci interessano soprattutto le indicazioni pedagogiche ed educative arrivate dalla Chiesa italiana per diffondere e radicare, allora come oggi, il senso della legalità e della giustizia. La prima scuola di cittadinanza, spiegano i vescovi, è la famiglia, cioè il luogo primario in cui si apprende la solidarietà, il rispetto dell’altro e il valore delle regole comunitarie attraverso il dialogo e la coerenza degli adulti. Una sottolineatura di assoluta attualità, da condividere e da riprendere con la stessa forza a distanza di oltre 35 anni. Se in questi tre decenni la famiglia è profondamente cambiata, se le trasformazioni e le disgregazioni l’hanno indebolita e atomizzata, certamente non sono cambiati i compiti educativi dei genitori, chiamati a far respirare un clima familiare in cui i ragazzi possono sperimentare il concetto di regola, il senso del rispetto dell’altro, l’esito delle proprie azioni, l’opportunità di scegliere il bene come vantaggio per sé e per gli altri perché – va spiegato – dal male derivano solo conseguenze negative, opportunità effimere ed ingannevoli da cui stare alla larga. Come si impara questa verità in famiglia? Come tutti gli altri processi educativi, quindi con i fatti, con gli esempi e, infine, con le parole.

Perché le regole della casa vanno trasformate in un patto condiviso?

Cominciamo dalle regole che non vanno mai intese come un codice astratto, ma come un aiuto a svolgere meglio un determinato compito. Le regole imposte dall’alto generano spesso rifiuto o sottomissione formale, le regole condivise generano responsabilità. Ma perché questo succeda è indispensabile che i ragazzi comprendano il senso di quanto chiediamo loro e i vantaggi che ne derivano per sé stessi e per gli altri membri della famiglia. Le indicazioni sugli orari di studio, sull’uso corretto dei vari device elettronici, sui comportamenti da adottare per migliorare l’organizzazione della casa, non sono finalizzati a soddisfare le piccole manie dei genitori, ma a costruire benessere per tutti ed esprimono il rispetto e l’amore verso coloro che vivono insieme a noi. Chi trasgredisce non è il più furbo o il più “cattivo”, ma è solo un ragazzo che non è stato aiutato a comprendere la soddisfazione e i vantaggi che derivano dal portare a termine bene i propri compiti. Quando una regola è scelta e discussa insieme, diventa uno stile di vita che entra in profondità nel cuore dei ragazzi e ne modella comportamenti e personalità.
Un punto tanto più vero se spieghiamo loro che ogni regola, quando si rivela inutile e inadeguata, può essere cambiata perché, per sviluppare la costruzione di una responsabilità attiva e consapevole, non servono dogmi rigidi ma leggi che siano davvero al servizio delle persone e delle loro esigenze. Un principio evangelico – “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc, 2,27) – che funziona tra le pareti di casa ma anche a scuola, nel mondo dello sport, nei rapporti sociali, per tracciare quel percorso personale e collettivo che spiega il valore della democrazia. Ecco perché un’autentica educazione alla legalità e alla giustizia, diventa anche una via privilegiata per spiegare il senso della politica come costruzione del bene comune. Concetto quasi impossibile da comprendere per chi oggi guarda al dibattito politico. Eppure non possiamo rassegnarci. Educare vuol dire anche proporre nuovi punti di vista, capaci di ribaltare il pensiero comune per introdurre spunti più originali e stimolanti. Non potremo mai spiegare ai nostri ragazzi il valore della regola, in una chiave di legalità e di giustizia, se non ne indichiamo gli aspetti positivi al servizio di una vita migliore, di un bene che si estende a tutti e ne rafforza identità, dignità e libertà. Ma tutto va costruito con esempi concreti, partendo da episodi della vita reale, da situazioni incontrate e vissute. I ragionamenti teorici, soprattutto su questioni così complesse, difficilmente fanno breccia.

Perché va insegnato che i conflitti non si risolvono con la sopraffazione?

Un altro punto fondamentale per educare alla legalità e alla giustizia è quello della gestione dei conflitti. La violenza e la prevaricazione nascono spesso dall’incapacità di gestire le frustrazioni, di accettare i “no” e di riflettere sui motivi del disaccordo con i propri pari o con gli adulti. In queste situazioni è facile per i genitori cadere nella tentazione di risolvere tutto urlando o imponendo la propria autorità di adulti, della serie “devi fare così perché lo dico io”. Un atteggiamento che non risolve nulla e genera solo malumori e incomprensioni. Occorre invece abituare i ragazzi a non esprimere rabbia, ad ascoltare le ragioni dell’altro, a cercare una mediazione. Si impara la giustizia quando si riconosce che anche l’altro ha dei diritti e che questi diritti vanno rispettati e devono diventare motivo di riflessione. Non c’è altra strada. Anche nelle situazioni più difficili e più delicate, occorre abituare i figli a porsi sistematicamente la domanda: “Se tu fossi al suo posto, come ti sentiresti? Prova a metterti nei suoi panni, cerca di capire perché ha agito in quel modo”. Si tratta di una riflessione che spesso non porta a risultati concreti. Ma il solo fatto di fermarsi a pensare, di cercare insieme le ragioni di un comportamento, possono diventare una via importante per affinare un’abitudine decisiva in una prospettiva di crescita interiore, quella di guardarsi dentro e di esaminare quanto succede alla luce della propria coscienza. E quando si arriva a mettere a fuoco i contorni di un errore, più o meno grave – non parliamo naturalmente di reati – occorre sollecitare i ragazzi a chiedersi come riparare, come porre rimedio all’offesa arrecata. In famiglia non ci sono tribunali o sentenze, ma anche per l’ordinaria gestione di quanto succede tra le pareti di casa, la soluzione più efficace è spesso la giustizia riparativa a cui occorre abituare i ragazzi già nella quotidianità delle piccole dinamiche domestiche.
Ogni gesto, va spiegato, ha una serie di conseguenze che devono essere comprese e risolte. Una lite, un’offesa, una trasgressione vanno riparate con azioni coerenti, senza il timore di perdere la faccia. Anzi, quanto più si è disposti a chiedere perdono e a risarcire concretamente le vittime – non parliamo di denaro ma di incombenze, di gesti di riparazione di cui farsi carico – tanto più si potrà vedere che il bene produce frutti capaci di annullare e cancellare il male. È una lezione straordinaria, da cui si può comprendere in profondità il senso della legalità e della giustizia. Ecco perché uno degli errori più disastrosi che un genitore possa commettere è quello di coprire, nascondere, giustificare gli errori dei propri figli. Di fronte a un ragazzo che sbaglia, minimizzare, ridimensionare o addirittura negare, significa a nostra volta cadere nell’errore, precludergli un futuro da adulto consapevole e condannarlo a una sorta di perenne immaturità.

La coerenza degli adulti: il punto decisivo

Anche per l’educazione alla giustizia e alla legalità l’esempio degli adulti, innanzi tutto dei genitori, è decisivo. Ma i ragazzi sono attentissimi anche ai comportamenti di insegnanti, educatori, allenatori sportivi. L’atteggiamento vincente è sempre la coerenza tra parole e fatti, tra quanto si vorrebbe insegnare con le parole e i nostri comportamenti reali. L’adolescente sviluppa un’estrema sensibilità verso le ipocrisie degli adulti. Dire loro di rispettare le regole mentre si trasgrediscono piccole norme quotidiane distrugge la credibilità educativa. Vale in tutte le circostanze. Se, quando ci mettiamo in auto con i nostri figli, trasformiamo il nostro veicolo in una sorta di mezzo d’assalto da cui inveire contro gli altri automobilisti, superare dove è vietato, parcheggiare in seconda fila e, quando abbiamo la speranza di non essere visti o di non rischiare contravvenzioni, ignorare ogni regole del codice della strada, finiremo per perdere ogni credibilità e daremo ai ragazzi un messaggio sbagliato e dannoso. Anche nella vita quotidiana l’onesta nelle piccole cose, per esempio la correttezza nel non saltare le file, la cortesia verso chi lavora, la fermezza nel rifiutare scorciatoie furbesche, insegnano più di tanti discorsi moralistici.
Troppo spesso dietro una facciata rispettabile, c’è una vita vissuta sul filo dell’illegalità, alla ricerca di espedienti per aggirare leggi e regolamenti. I ragazzi intuiscono e dissentono. Capita ovunque, purtroppo, anche in ambienti come quello del volontariato, del terzo settore, dell’impegno sociale. Una delle esperienze peggiori, in tema di educazione alla legalità e alla giustizia, è quella di verificare che dietro iniziative ammantate di impegno solidale, magari nobilitate da principi evangelici, si nascondono interessi personali, sotterfugi, piccole ingiustizie. Verificare, per esempio – come capitato a una famiglia di amici – che in un gruppo di acquisto solidale, nato nell’ambito di una comunità parrocchiale, c’è chi sottrae la frutta migliore dalle casse destinate alla distribuzione, per rivenderla e intascarne il piccolo guadagno relativo, è un’esperienza che distrugge agli occhi dei ragazzi mille lezioni sulla legalità e sulla giustizia.

Il rispetto della legge deve avvenire anche nel digitale?

Non è facile, certamente, viaggiare sempre sul filo della coerenza. Anche e soprattutto a proposito di tutto quanto avviene in rete. Abbiamo più volte fatto notare come oggi, per la maggior parte degli under 30, ma anche per tutti coloro che si ritengono “diversamente giovani”, i confini tra on line e on life sono talmente sfumati da scomparire. Ma è fuori dubbio che violenza e l’illegalità giovanile passano a doppio filo dai social media e dalla valanga di video che, in ogni istante, scorrono sui cellulari dei nostri figli spesso senza un filo logico, mescolando situazioni, persone, episodi, emozioni. Per un ragazzo non è sempre facile cogliere il senso, spesso confuso, spesso nascosto, spesso ambiguo di questo caleidoscopio stordente ma affascinante. Ecco perché parlare di ciò che accade in rete, spiegare che la privacy altrui va rispettata, che le parole scritte online hanno lo stesso peso di quelle dette a voce e che condividere o deridere il disagio altrui sul telefono è una forma di violenza reale dalla condivisione di video di risse alla gogna online, è ormai parte integrante e irrinunciabile di qualsiasi percorso di educazione alla legalità e alla giustizia. Ma, anche in questo caso, la coerenza è premessa irrinunciabile. Sollecitare un utilizzo coerente dello smartphone significa a nostra volta motivarne l’uso, soprattutto se frequente come spesso avviene, quando si è in compagnia dei nostri ragazzi. Introdurre un’educazione digitale critica serve anche a smascherare la tossicità della cultura dell’apparenza. I giovani devono comprendere che la spettacolarizzazione della violenza online non è un gioco virtuale, ma produce danni reali, ferite profonde e conseguenze giudiziarie indelebili.

Promuovere la cura del bene comune crea appartenenza

Per comprendere il senso della legalità e della giustizia occorre anche aiutare i nostri figli a uscire dai confini del proprio mondo, occorre spiegare loro che facciamo parte di una comunità in cui c’è una storia, c’è un passato comune, ci sono patrimoni culturali, artistici, ambientali che vanno conosciuti, compresi e tutelati. Raccontare il rapporto che esiste tra legalità, giustizia, civiltà, arte, ambiente è una questione decisiva. Ma non si può aiutare i ragazzi a crescere in consapevolezza nei confronti del territorio in cui si vive, se non riusciremo a promuoverne una conoscenza approfondita e meditata. La maggior parte dei giovanissimi italiani, spesso immigrati di seconda generazione, che qualche giorno fa ha distrutto decine di vetrine nei dintorni di piazza Duomo, ignorava quasi certamente il significato dei monumenti e degli edifici che si trovano nel centro di Milano. Il cuore del capoluogo lombardo, come quello di tutte le nostre città, non è solo uno spazio urbano, ma è lo specchio della nostra identità, del nostro sentire comune, di un passato che risulta decisivo anche per tracciare il futuro. Quelle pietre, più che opere d’arte, sono il profilo di una civiltà, un serbatoio di valori, un archivio della memoria. Conoscere il paesaggio urbano in cui ci muoviamo, apprenderne la storia e comprenderne il senso è il primo passo per sviluppare un desiderio di cura e di tutela. Quando un ragazzo impara a prendersi cura di ciò che è di tutti, difficilmente lo danneggerà o tollererà che altri lo facciano. Qui, evidentemente, non servono regole, non servono cartelli con l’elenco dei divieti, ma è indispensabile un lavoro attento di educazione alla conoscenza di quel patrimonio culturale che è parte integrante della nostra civiltà. Quello che un tempo avveniva, almeno in parte, con la trasmissione generazionale, oggi non può evidentemente verificarsi con le famiglie immigrate.
Secondo una ricerca realizzata un paio di anni fa dall’Istituto di antropologia per la cultura della famiglia e della persona, che ha promosso un progetto di integrazione a partire dalla secolare quadreria del Policlinico di Milano, quasi il 90 per cento dei bambini che frequentano le scuole primarie nelle periferie della città, non era mai stato in piazza Duomo. Come pretendere che quei ragazzini, una volta cresciuti, avvertano nei confronti della città che li ospita sentimenti di tutela, di promozione, di custodia? Per loro, come infatti è avvenuto, quelle vie non rappresentano una parte rilevante del patrimonio storico-artistico appartenente a tutta la comunità, ma una zona di nessuno in cui imporre la propria legge, un’esposizione di oggetti di lusso da assaltare e da saccheggiare. Ecco perché l’educazione alla legalità e alla giustizia passa anche attraverso la cura del bene comune, della città in cui si vive, dell’ambiente che ci accoglie. Educare alla legalità e alla giustizia non significa insegnare il rispetto formale delle leggi – quasi impossibile sulla base di indicazioni solo teoriche – ma costruire dal basso il senso civico, insegnare la responsabilità personale e la capacità di abitare lo spazio pubblico come un bene comune da comprendere, da rispettare, da amare.

Perché serve un nuovo patto tra famiglie, scuola, comunità?

Ma chi fa questo lavoro oggi? Le difficoltà della scuola sono ben note, quelle delle famiglie – soprattutto se immigrate – anche. È necessario quindi ricostruire un’alleanza forte e visibile tra genitori, docenti, educatori di strada e istituzioni locali. Genitori e insegnanti devono condividere una linea di valore coerente, evitando di giustificare comportamenti scorretti e diventando essi stessi modelli credibili di legalità quotidiana. E poi c’è il ruolo fondamentale dell’associazionismo, del privato-sociale, della comunità ecclesiale. Pretesa eccessiva quella di tornare a vedere le nostre comunità protagoniste di questi essenziali percorsi educativi, come avvenuto nel 1991, in occasione della promozione del documento “Educare alla legalità”? Crediamo di no. Sarebbe un compito straordinario per la comunità cristiana quello di farsi nuovamente promotrice di un progetto per la formazione di una nuova etica capace di promuovere la responsabilità individuale e collettiva, facendo acquisire ai ragazzi la consapevolezza del loro ruolo fondamentale nel processo di tutela e di custodia del patrimonio storico, artistico, ambientale. Entrare nella contemporaneità, aprire gli occhi sulle difficoltà del presente, significa anche riconoscere il valore delle implicazioni antropologiche e della tradizione storico-culturale come strada maestra di educazione al senso della legalità e della giustizia. E quindi, concretamente, coinvolgere i giovani nella cura attiva e nella rigenerazione dei luoghi in cui vivono. Quando un ragazzo partecipa alla riqualificazione di un parco, alla gestione di un centro sociale oppure a un iniziative di quartiere, il suo legame con il territorio cambia: da spazio da vandalizzare a casa comune da tutelare.

Che alternative ci sono oltre alla repressione?

La violenza giovanile è spesso il sintomo di un profondo disagio inespresso, di un bisogno di visibilità distorta o di una incapacità di gestire la frustrazione e la rabbia. Prima di giudicare, occorre creare spazi di ascolto autentico. I giovani hanno bisogno di sentire che le loro emozioni e le loro fragilità sono viste. L’educazione alla legalità inizia insegnando a riconoscere il dolore dell’altro, trasformando l’empatia nel primo vero argine contro la sopraffazione. Spesso nei contesti di gruppo (il branco) la responsabilità individuale si dissolve, alimentando un senso di onnipotenza e di immunità.
È fondamentale riaffermare che ogni azione ha conseguenze tangibili sugli altri. Educare alla giustizia significa insegnare che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella altrui, e che la trasgressione delle regole non è un “atto di coraggio” o una bravata, ma una lesione dei diritti della comunità. Una scelta che non fa male soltanto a chi la subisce e a chi la compie, ma anche a tutti noi.
Sappiamo bene che la devianza giovanile prospera dove c’è vuoto, noia, mancanza di prospettive e assenza di luoghi aggregativi sani e accessibili. Abbiamo più volte ribadito che la legalità non si impone con i divieti, ma si promuove offrendo opportunità. Sport, musica, teatro, laboratori artistici e percorsi di cittadinanza attiva devono diventare accessibili a tutti, soprattutto nelle periferie. Dare ai giovani la possibilità di esprimere il proprio talento e la propria energia in modo costruttivo è la prevenzione più efficace in assoluto. Se la repressione, come risposta immediata e inflessibile a tutela dell’ordine pubblico e della percezione di sicurezza, è indispensabile per arginare il fenomeno, dall’altro la prevenzione sociale e l’impegno educativo vanno considerati gli unici veri antidoti strutturali per disinnescare le cause profonde del disagio. Prevenzione ed educazione agiscono prima che il reato venga commesso. Intervengono sui fattori di rischio: la dispersione scolastica, la povertà educativa, la mancanza di spazi di aggregazione, il disagio psicologico e l’assenza di punti di riferimento adulti. Strumenti come il potenziamento dei servizi di educazione di strada, i centri di aggregazione giovanile aperti e inclusivi, i laboratori artistici e sportivi nelle periferie e il supporto psicologico nelle scuole mirano a ricucire il tessuto sociale e danno ai ragazzi alternative concrete alla strada e al gruppo deviante. Certo, servono tempi lunghi. I frutti della prevenzione sociale non si vedono nel giro di poche settimane, ma richiedono anni di continuità politica, investimenti economici stabili e una rete territoriale coesa, in cui amministrazione locale, terzo settore, scuole, famiglie possano essere messi nella condizione di agire in modo concordato e coerente. È utopia sperare che questa saldatura virtuosa possa davvero verificarsi in tempi ragionevoli, al di là delle divisioni politiche e degli orientamenti culturali?

Come educare alla legalità con un libro o con un film?

Affrontare temi complessi come la legalità, la giustizia e il valore delle regole insieme ai ragazzi attraverso la lettura o la visione condivisa di un film è uno degli strumenti più efficaci per stimolare il dialogo in famiglia. Le storie aiutano a “uscire dalla morale” calata dall’alto e a immedesimarsi nelle conseguenze delle scelte. Ecco una selezione di libri, film e serie TV pensati per i ragazzi (e ideali per essere discussi insieme) divisi per chiavi di lettura:
“Per questo mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando (Rizzoli)
Perché leggerlo: È un grande classico della letteratura civile per ragazzi. Un padre racconta al figlio di dieci anni la storia di Giovanni Falcone, camminando per Palermo. Spiega cos’è la mafia, la paura, il coraggio e perché il rispetto delle regole e della giustizia riguarda la vita di tutti i giorni.
“L’onda” di Todd Strasser (Bur) (ispirato a fatti reali e al celebre esperimento sociale)
Perché leggerlo: Racconta di un professore che, per spiegare come è nato il nazismo, crea in classe un movimento basato su disciplina rigida, regole ferree e spirito di gruppo (“La Onda”). Il romanzo mostra con impressionante lucidità quanto sia facile per i ragazzi cadere nella trappola del conformismo, del branco e della perdita di individualità in nome di un falso senso di appartenenza.
“O’ Maé. Storia di judo e di camorra” di Luigi Garlando (Piemme)
Perché leggerlo: Ambientato a Scampia, racconta la storia di un maestro di judo (ispirato alla figura reale di Gianni Maddaloni) che usa lo sport come argine alla strada e alla criminalità. Insegna che la vera forza non è la prevaricazione, ma la regola accolta e rispettata sul tatami come nella vita.
“La mafia uccide solo d’estate” di Pif (Commedia drammatica)
Perché vederlo: È un film straordinario perché usa l’arma dell’ironia e della leggerezza (visto attraverso gli occhi di un bambino prima e di un adolescente poi a Palermo) per raccontare decenni di storia mafiosa e di assuefazione alla illegalità. Perfetto per ridere insieme ma anche per riflettere su quanto la normalizzazione del malaffare sia pericolosa.
“Il ragazzo con la bicicletta” dei fratelli Dardenne (Drammatico)
Perché vederlo: Racconta la storia di Cyril, un ragazzino arrabbiato, abbandonato dal padre, che sta per scivolare nella microcriminalità e nella violenza di gruppo. Sarà l’incontro inaspettato con una donna (Samantha) che decide di prendersi cura di lui a offrire uno sguardo profondo sulla giustizia, sul perdono e sulla possibilità di un riscatto prima che sia troppo tardi.
“Gran Torino” di Clint Eastwood (Drammatico/Formazione)
Perché vederlo: Indicato per ragazzi adolescenti. Esplora il tema del pregiudizio, del vicinato, delle dinamiche delle gang giovanili di strada e del confine sottile tra farsi giustizia da soli e assumersi una responsabilità etica estrema per proteggere gli altri.
Serie TV: linguaggi vicini ai ragazzi per aprire il dibattito
“Skam Italia” (Netflix)
Perché vederla: Pur essendo una serie teen di grande successo focalizzata sulla vita liceale, affronta con estremo realismo temi cruciali: il rispetto del consenso, la pressione del gruppo, il cyberbullismo, la responsabilità delle proprie azioni digitali e il peso delle colpe e del perdono all’interno delle dinamiche amicali. Ogni stagione adotta il punto di vista di un personaggio diverso, mostrando le sfaccettature morali delle scelte quotidiane.
“Volevo far la rockstar” (RaiPlay)
Perché vederla: Una serie familiare brillante e profonda che racconta le difficoltà di periferia, la responsabilità genitoriale precoce e il valore della solidarietà sociale e della legalità vissuta non come divieto, ma come patto di cura reciproca tra persone che non hanno nulla.

Le domande da porre in famiglia

Quando si affronta con i ragazzi il tema dell’educazione alla legalità e alla giustizia, l’errore da evitare è la predica moralistica (“Vedi cosa succede a comportarsi male?”). Funziona molto di più fare domande aperte, affrontare insieme situazioni specifiche, discutere su quanto visto e ascoltato. Poi lasciare che siano loro a esprimersi. Ecco cinque esempi, con relative domande, da cui possono nascere spunti educativi
1) Gli episodi di cronaca di questi giorni sono uno spunto straordinario per porre domande di questo tipo: “Qual è stato il tuo primo pensiero di fronte alle immagini delle vetrine infrante? Perché quei ragazzi volevano prendere quelle felpe firmate? Per protestare è necessario nascondere il volto?”
2) Dopo aver guardato insieme un film, non necessariamente tra quelli indicati, si può chiedere: “Secondo te perché quel personaggio ha fatto quella scelta? Quanto è stata importante la preoccupazione di essere accettato dal gruppo? Ti è capitato di non essere d’accordo con i tuoi amici? L’hai detto apertamente o hai preferito cambiare discorso”
3) Dopo un litigio a scuola in cui nostro figlio è stato coinvolto: “Credi davvero che il tuo amico avesse torto? Puoi sforzati di capire perché si sia comportato a quel modo? Non credi sia meglio chiarire con lui quello che è successo? Forse dovresti mandargli un messaggio per scusarti e capire insieme come superare il problema?” E il ruolo dei genitori? La decisione va presa, evidentemente, in base all’età dei figli e alla gravità dei fatti, ma la regola di base dovrebbe essere quella di intervenire solo se è lui/lei a chiederlo
4) Dopo un atto vandalico a cui si è assistito. “Adesso occorre aggiustare tutto. Chi dovrebbe preoccuparsi di farlo? Sai qual è il confine tra uno scherzo e un danno reale? Ritieni che si sia trattato di un gesto isolato oppure è qualcosa che capita spesso? Qual è il modo migliore per far capire a quel ragazzo/a che ogni gesto ha qualche conseguenza e che occorre accettare la punizione?”
5) Dopo una passeggiata nel parco: “Chi dovrebbe pulire e sistemare i viali, i prati, le panchine? Non pensi che anche noi potremmo fare qualcosa per rendere migliore questo posto? Domenica c’è un’associazione che organizza una giornata ecologica, perché non partecipiamo?”

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L’Avvento è un tempo speciale nell’anno liturgico. Ci invita a fermarci, a prendere le distanze dai ritmi disumani della vita, per aprirci allo stupore della nascita del Messia. L’Avvento è un’attesa non passiva, ma attiva e piena di speranza. Non si tratta solo di ricordare un fatto storico, ma di accogliere la presenza di Dio, che vuole entrare nel nostro oggi. Il sussidio è per il credente uno strumento per vivere con partecipazione e nella preghiera il tempo forte dell’Avvento e Natale. Per ogni giorno: il passo del Vangelo, una breve meditazione, una preghiera, un impegno concreto e una bella immagine a colori. Il tutto pensato per rimettere Gesù al centro della vita e delle giornate.

Libro / Motto antico, mai smentito. Storia e fortuna dei proverbi italiani

Il proverbio è morto. Viva il proverbio

«Un’immagine vale più di mille parole». A ben vedere siamo di fronte a uno slogan dei tempi moderni. Ma ormai è divenuto proverbiale. Che dire, poi, di «La pubblicità è l’anima del commercio» o, derivando proprio dalla pubblicità, di «Chi beve birra campa cent’anni»? I proverbi non sono dunque solo roba del passato o il sedimento di una saggezza antica, di una vox populi divenuta a volte luogo comune o sedicente verità incontrovertibile. Da quest’ultimo aspetto trae origine il titolo del volume del linguista Maurizio Trifone Motto antico, mai smentito. Storia e fortuna dei proverbi italiani (Carocci, pagine 328, euro 26,00 qui con 5% sconto su Amazon a euro 24,70).

Il riferimento è all’autocertificazione di affidabilità che molte di tali espressioni esprimono («Proverbio non falla»), anche se non ne mancano altri che, facendo parte della stessa famiglia, disconoscono tale assunto («Con i proverbi non si va lontano»).
I temi affrontati dall’autore nell’introduzione spaziano dallo “status” del proverbio, alla sua origine letteraria (testi poetici delle origini erano detti proverbia ), fino alla forma linguistica e all’essere specchio di un’epoca. E la successiva disamina storica e linguistica di 55 modi di dire italiani non si limita a un repertorio da museo; cerca anzi di farne capire significato e vitalità. Se è vero, infatti, che il declino dei proverbi è stato più volte descritto e che la maggior parte dei 30mila censiti nel dizionario di Valter Boggione e Lorenzo Massobrio (Utet, 2007) non è più in uso – poiché legati a un mondo scomparso o portatori di valori oggi ritenuti arcaici e superati – in realtà «la rielaborazione di proverbi è frequentissima e anche la creazione di nuovi proverbi è meno rara di quanto si possa immaginare», conferma l’autore, riportando una messe di esempi. Da «Squadra che vince non si cambia», legato al mondo del calcio, a «Una mela al giorno toglie il medico di torno» che deve la sua origine al salutismo imposto all’uomo urbanizzato ed è la traduzione dell’inglese “An apple a day keeps the doctor away” (sul quale ha ironizzato anche Winston Churchill, aggiungendo «se si mira bene»). E ancora «Chi ha voluto la bicicletta pedali», «Donne e motori, gioie e dolori» (mentre nel mondo agricolo la donna, come i buoi, doveva essere del luogo) e “Non si spara sulla Croce Rossa”, ripreso dal francese “On ne tire pas sur un ambulance”. Fecondi in questo campo restano anche i dialetti, che da un lato si appropriano di proverbi, adattandoli, dall’altro ne forniscono alcuni che diventano patrimonio nazionale. Basti pensare al celebre “scarrafone” che piace “a mamma soja”, ormai sulla bocca anche dei non napoletani.
Trifone, già docente nelle Università di Cagliari e Siena, nonché autore del Devoto-Oli dei sinonimi e contrari (Le Monnier, 2013) e, con Luca Serianni, del Nuovo Devoto-Oli (Le Monnier, 2017), nel libro offre di ciascuno dei 55 proverbi “tradizionali” presi in esame l’origine, l’uso che ne è stato fatto nella letteratura e nell’informazione e le rielaborazioni a cui e stato sottoposto nel tempo. A volte molto creative. Non un monumento, insomma, ma un cantiere in movimento. Si prenda «Il fine giustifica i mezzi», erroneamente attribuito a Machiavelli, che viene da Ovidio e approda al goliardico «Il fine giustifica i mezzi, ma non gli interi». Di solito i proverbi sono brevi (anche se vanno distinti dagli aforismi). Fa eccezione, ad esempio, «Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova». Più concisi i latini che dicevano « Via trita, via tuta » (“strada battuta, strada sicura”). Giambattista Basile ne Lo cunto de li cunti ne cita solo la prima parte, narrando di una disavventura di un amante e lo cita in coppia con «Gallina vecchia fa buon brodo», che ha anch’esso la sua storia e la sua fortuna. In Italia compare, appunto, nel Seicento e ha corrispettivi in francese, «La vielle puole fait le bon bouillon», e spagnolo, «Gallina vieja hace buen caldo». Sul fatto che sia preferibile l’uovo di oggi alla gallina di domani si dice sicuro il rispettivo proverbio che Rabelais nel Gargantua e Pantagruel mette in parodia, latinizzandolo in «Ad praesens ova, cras pullis sunt meliora». Spesso il motto gioca con le parole: «Chi non risica non rosica». Dove “risica” è forma di un verbo “risicare” del quale oggi è di uso comune il solo participio passato “risicato”. Ma Risiko è il nome dato nel 1968 in Italia a un gioco da tavolo che nell’originale francese era La conquête du monde. Oltre a quelli nati nella notte dei tempi, legati al mondo contadino e pastorale, non mancano, infine, stanno i proverbi di origine evangelica come «Chi di spada ferisce, di spada perisce». O «A chi ti percuote, offri l’altra guancia», che il solito burlone Marcello Marchesi ha modificato in «Porgi la guancia… di un altro». Insomma, ce n’è per tutti i gisti. E, come recita il primo dei proverbi censiti, «A buon intenditor poche parole». O almeno quelle sufficienti.

«L’IA non ci ruberà i figli e il controllo non è mai servito a niente. Ai genitori dico: fidatevi dei vostri ragazzi»

IA e adolescenti

Avvenire

L’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di costruire relazioni, però la vera questione educativa chiama in causa, prima di tutto, la capacità degli adulti di ascoltare e dare fiducia ai più giovani. Ne è convinto Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, tra i maggiori esperti italiani di dipendenze digitali, che in questa intervista ad Avvenire invita a superare i facili allarmismi legati al mondo delle tecnologie. Se i chatbot possono diventare un rifugio emotivo per adolescenti fragili, la risposta non può essere un controllo sempre più pervasivo, occorre piuttosto ripensare una scuola capace di accendere la curiosità e restituire centralità alla fiducia tra genitori e figli. Perché, come sottolinea Tonioni, «l’unica prevenzione possibile rimane una buona comunicazione emotiva dentro la famiglia» e, mai come oggi, il compito più importante degli educatori resta quello di credere nelle risorse dei ragazzi, senza delegare alla tecnologia ciò che rende profondamente umana l’esperienza educativa.
Professor Tonioni, dopo i social network e gli smartphone, l’intelligenza artificiale sta entrando nella quotidianità dei più giovani: siamo di fronte a una semplice evoluzione tecnologica o ci troviamo davanti a un cambiamento più profondo nel modo in cui bambini e adolescenti costruiscono la propria identità?
Credo che il cambiamento riguardi tutti, perché noi apprendiamo per esperienza e siamo in qualche modo esito delle esperienze che facciamo. Più tempo passiamo a interagire con l’intelligenza artificiale, più questo in qualche modo modifica profondamente il nostro assetto cognitivo e un pochino anche emotivo. E i bambini non crescono da soli, crescono insieme ai genitori, no? Quindi già da molto prima dell’intelligenza artificiale, il digitale non è un problema che riguarda gli adolescenti o i bambini, ma le famiglie tutte quante insieme, il modo che hanno di capirsi, di parlarsi e di stare insieme.
Esiste il rischio che l’AI diventi una sorta di rifugio emotivo, nel quale il ragazzo evita il confronto con la complessità e le frustrazioni delle relazioni umane? Oppure potrebbe, in alcuni casi, aiutarlo a riconoscere ed esprimere meglio ciò che prova?
Io sono convinto che se un ragazzo preferisce interagire con un chatbot piuttosto che con gli esseri umani, un motivo c’è: quello per lui in quel momento è il male minore. Da questo punto di vista può diventare un rifugio, ma tutte le volte che i ragazzi si rifugiano hanno buoni motivi per farlo. Forse non ce la fanno a interagire con la realtà di tutti i giorni, quella in carne e ossa. Forse hanno già collezionato una quantità di fallimenti, di paure, di esitazioni che non li rendono così audaci nella relazione con gli altri. E allo stesso tempo però sono convinto anche del fatto che, così come un videogioco può permettere a una persona di sperimentare un pezzettino di sé prima di metterlo in gioco nella realtà di tutti i giorni, anche l’interazione con un chatbot può sicuramente, in chi è mosso dalla curiosità o dal desiderio comunque di capirsi, di aiutare a conoscersi un po’ meglio. Rimango convinto che solo l’interazione tra due esseri viventi in carne e ossa permetta in realtà quell’intimità emotiva che ci trasforma profondamente, che ci permette di divenire continuamente in relazione con l’altro.
Si comincia a parlare anche di dipendenza affettiva dall’intelligenza artificiale. È già possibile riconoscere clinicamente una condizione di questo tipo oppure rischiamo di attribuire alla tecnologia disagi e fragilità che hanno origini più profonde?
Attribuire al chatbot un valore patogeno in sé lo trovo riduttivo e scorretto: in realtà c’è sempre una persona che interagisce con l’intelligenza artificiale, che lo può fare per mille motivi diversi e che se si appassiona troppo a una relazione con una macchina che risponde, in realtà è sempre un po’ spaventato dalle relazioni umane. Io, tra l’altro, ho già conosciuto più pazienti che usano ChatGPT, e che lo usano addirittura per fare autodiagnosi quando stanno male dal punto di vista psichico, o che trovano un conforto alle loro angosce nelle risposte dell’intelligenza artificiale più rassicurante e immediato di quello che gli può dare uno psichiatra o uno psicoterapeuta. Però non me la sento di demonizzare lo strumento. C’è un soggetto umano che parte da una condizione di fragilità e che fa di tutto per sopravvivere, per stare meglio e per continuare a sperare di andare avanti.
Il professor Federico Tonioni
Il professor Federico Tonioni
Educare significa anche imparare a sbagliare, affrontare la frustrazione, accettare i propri limiti e sperimentare la fatica. Se l’AI offre soluzioni immediate, quale spazio rimane per queste esperienze fondamentali della crescita?
È sempre una scelta dell’individuo usare o non usare l’intelligenza artificiale, tra l’altro la fatica e il sacrificio non sono prescrizioni mediche che fanno bene, a volte la vita è faticosa, impone sacrifici ed è frustrante. Se qualcuno preferisce percorrere scorciatoie utilizzando l’intelligenza artificiale, rinuncia al piacere di farcela con i propri mezzi, che è un piacere molto grande. Però non tutti siamo uguali e ripeto che se uno preferisce prendere una scorciatoia, probabilmente non è sufficientemente attrezzato per la strada maestra.
Lei ha più volte richiamato il problema della noia nella scuola contemporanea. L’intelligenza artificiale potrebbe diventare un’occasione per rendere l’apprendimento più coinvolgente?
La distanza tra gli studenti e un sistema educativo già in difficoltà non può aumentare perché secondo me siamo arrivati al capolinea. Quella scuola lì, fondata su un sapere cumulativo, con lo smartphone connesso in rete e ancor più con l’intelligenza artificiale non ha ragione di esistere. Io non devo accumulare nozioni dentro di me quando le posso reperire in tempo reale molto più velocemente di quanto facevo prima. La scuola dovrebbe innanzitutto essere un posto dove viene accesa e stimolata la curiosità di chi la frequenta. È la curiosità che ci muove verso il mondo per conoscerlo, per esplorarlo. Dopodiché, su come debba cambiare, io non ne ho la più pallida idea perché non mi occupo di questo, però sicuramente che la scuola sia noiosa e che vada ripensata completamente, e magari con un uso creativo dell’intelligenza artificiale, è sotto gli occhi di tutto… Che non è fare a chi ne sa di più con il computer, perché il computer vince sempre, ma utilizzarlo in maniera creativa e costruttiva magari in gruppo, perché i gruppi di pari in adolescenza sono un fattore trainante fondamentale per i processi di crescita.
Lei sostiene da tempo che il controllo eccessivo non è la risposta al disagio digitale. Ma con l’AI, che può instaurare conversazioni riservate e molto personali, come possono i genitori trovare un equilibrio tra rispetto della privacy e il dovere di “protezione”?
Un adolescente ha diritto a dei pensieri segreti e anche a delle azioni segrete, perché nella segretezza c’è la presa di distanza emotiva dai genitori, l’individuazione e la costruzione di una propria identità. Poi non confondiamo la segretezza con le bugie: le bugie appartengono più alle dipendenze patologiche, quando sono seriali, e vengono dette da persone che si vergognano e che quindi non vogliono essere scoperte. I segreti invece fanno bene a tutti quanti, pure agli adulti. Dopodiché, qual è un genitore che riesce a proteggere emotivamente un figlio e che quindi riduce indirettamente i rischi di un utilizzo improprio dell’intelligenza artificiale, improprio e dannoso per il proprio figlio? È un genitore che cerca di non giudicarlo e di non spaventarsi di fronte alle diversità del figlio. Perché un ragazzo farà sempre meno ricorso a strumenti potenzialmente patogeni quanto più si sentirà libero di parlare di tutto in famiglia senza correre il rischio di spaventare i genitori o sentirsi giudicato da loro. Quindi l’unica prevenzione possibile rimane una buona comunicazione emotiva dentro la famiglia e il coraggio da parte dei genitori, anche quando sono molto spaventati, di dar fiducia ai propri figli, perché non c’è alternativa: il controllo non è mai servito a niente.
Lei invita a fidarsi dei figli. Ma quanto è ragionevole fidarsi delle aziende che progettano gli interlocutori artificiali con cui i nostri figli si confidano?
Io non mi fido per niente delle aziende che progettano l’intelligenza artificiale, perché chi mette sul mercato un prodotto lo fa per guadagnare dei soldi; quindi, tutto ha in testa tranne che la tutela di chi lo utilizza, no? Soprattutto quando chi lo utilizza è un minore, che per definizione va un pochino accompagnato, ancor più se è un bambino. Però non vedo un’alternativa possibile alla fiducia. Non si tratta di fidarsi delle multinazionali, perché fanno un lavoro sporco da sempre. Si tratta di fidarsi delle risorse di un figlio. Un figlio che si sente degno di fiducia da parte di un genitore si sentirà sempre più forte nell’affrontare le avversità del mondo e le sue trappole.
Se dovesse consegnare un solo consiglio ai genitori e uno agli insegnanti che oggi si confrontano con l’intelligenza artificiale, quale sarebbe?
Un genitore deve credere nelle risorse di un figlio perché già quando lo guarda negli occhi ed è fiducioso che ce la farà, lo sta rendendo più forte. Gli insegnanti dovrebbero fare un pochino la stessa cosa, cercando di valorizzare le inclinazioni naturali di ogni studente piuttosto che omologarli, che appiattirli su programmi uguali per tutti. Lo so che non è facile, però un sguardo buono di un insegnante su uno studente può cambiargli la vita, perché a scuola ci passano tantissimo tempo.

Manovra, la scuola insorge: 5mila insegnanti e 2mila assistenti Ata in meno. A rischio anche i fondi per i nidi

Manovra, la scuola insorge: 5mila insegnanti e 2mila assistenti Ata in meno. A rischio anche i fondi per i nidi

Avvenire

La garanzia che le spese in armi non avrebbero intaccato beni essenziali come la scuola vacilla ora che il testo della Manovra è nero su bianco. La relazione tecnica che accompagna la legge di Bilancio conferma che dall’articolo 66, inerente la stretta sugli organici, arriveranno risparmi per 83,9 milioni nel 2027 e 251,7 nel 2028. Si tratta di 4.925 posti in meno nell’organico dell’autonomia scolastica e 2.049 posti nelle dotazioni organiche del personale Ata, per un totale di 6.974 unità. A ieri sera, né il ministro dell’Istruzione Valditara né esponenti della maggioranza hanno smentito l’intervento o rassicurato su eventuali correzioni in Parlamento. Solo Salvini, difendendo i «miracoli» fatti dal ministro leghista, ha vagamente accennato a possibili «miglioramenti»
La Cisl mostra forte preoccupazione: «Esprimiamo netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di taglio degli organici della scuola e ne chiede il ritiro. Di fronte al disagio delle nuove generazioni, alle povertà educative e alle crescenti difficoltà del lavoro scolastico, servono investimenti e personale», dice la segretaria generale Daniela Fumarola. «Se i tagli saranno confermati, sosterremo tutte le necessarie iniziative di mobilitazione della categoria», aggiunge Fumarola con toni allarmati, particolarmente significativi perché pochi giorni fa la Cisl si era distinta dalla Cgil che immediatamente dopo il varo della Legge di bilancio aveva convocato lo sciopero generale per il 20 novembre. Anche la segretaria generale di Cisl Scuola, Ivana Babacci, parla di «scelta gravissima e inaccettabile». Il velo tolto sui tagli agli organici scolastici al contempo non fa altro che rafforzare la piattaforma di protesta della Cgil, che parla di una manovra «al di là delle peggiori aspettative» scritta da «un Governo che vive su un altro pianeta». Si può prevedere inoltre che si rafforzerà la protesta giovanile, proprio fondata sul contrasto tra riarmo e finanziamento all’istruzione.
Il nodo-scuola emerge in una giornata in cui nel testo definitivo sono emerse “sorprese” rispetto agli annunci iniziali. Benché prevedibile, è ora ufficiale che l’aliquota Irpef del 33% sarà applicata ai redditi dai 50 ai 55mila euro solo nel 2027, lasciando dunque al futuro esecutivo il compito di rendere la misura strutturale. Il finanziamento della misura a tempo verrà anche dalla riduzione delle rivalutazioni delle pensioni, a partire dagli assegni cinque volte superiori al trattamento minimo Inps. Una stretta che consentirà allo Stato di risparmiare circa 1,48 miliardi di euro all’anno nel triennio 2027-2029. Quasi la stessa cifra, 1,3 miliardi, si aggiungeranno invece nel biennio 2027-2028 al Fondo per le missioni internazionali.
Spunta, nei testi definitivi, una norma che ha il sapore dell’election day, che consente ai Comuni di chiedere al ministero dell’Economia l’anticipo di risorse per organizzare le macchine elettorali, sino al 50% del finanziamento massimo. Altre novità che hanno catturato l’occhio, la possibilità che il Governo si è riservato, a causa del calo demografico, di destinare altrove le risorse per i nidi, laddove il calo demografico rendesse necessari meno soldi per raggiungere l’obiettivo del 33% comunale (ma magari, si potrà osservare, potevano essere lasciate allo scopo di aumentare la percentuale). Ha un numero preciso anche il sacrificio chiesto ai ministeri: 4,7 miliardi spalmati in 3 anni.
Destinato a salire di tono anche lo scontro sulla sanità. Il punto è che secondo i governatori di centrosinistra, dei 2,4 miliardi di aumento del Fondo sanitario solo poche decine di milioni sono “somme libere”, mentre il grosso delle risorse è vincolato. A livello nazionale, Pd, M5s e Avs sostengono che le somme vincolate favoriranno soprattutto il privato, ma su questo punto il centrodestra si difende. Al contempo, anche i fornitori di apparecchiature si lamentano e minaccino iniziative per il meccanismo del payback che a loro dire li penalizzerà. Insomma la manovra sulla Salute deve fare i conti con più fronti che manifestano insoddisfazione.
«Il re è nudo», è il commento del dem Francesco Boccia in una giornata in cui le parti si ribaltano, con il centrosinistra all’attacco e il centrodestra che si mette sulla difensiva. Intanto la sensazione è che la maggioranza voglia correre più veloce degli altri anni: le Commissioni Bilancio congiunte faranno le loro audizioni tra il 9 e il 12 novembre, gli emendamenti potrebbero avere come data limite il 17. La prima lettura sarà alla Camera, quasi certamente anche quest’anno la seconda lettura, al Senato, sarà una mera ratifica. Poi il tema unico della politica saranno le elezioni.

Israele: Le condizioni per trattare: «Stato ebraico, servizio militare o civile e Hamas terrorista»

In Israele Eisenkot ha deciso di aprire ai partiti arabi: cosa succede adesso

Avvenire

«La porta sarà aperta a qualunque parlamentare disposto ad accettare i nostri principi». Gadi Eisenkot tenta di trasformare la maggioranza anti-Netanyahu in governo. La dichiarazione diffusa sabato sera dal leader di Yashar fissa quattro condizioni che aprono all’intesa ma pongono condizioni per i voti decisivi dei partiti arabi.
Esige il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; l’adesione ai valori della Dichiarazione d’indipendenza; il servizio militare, nazionale o civile per tutti i cittadini; il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e della necessità di distruggerne il potere militare e di governo a Gaza. Eisenkot promette un esecutivo «sionista e istituzionale, il più ampio possibile». Ma prima del voto aveva escluso che le liste arabe fossero pronte ad accettare quei requisiti.
L’aritmetica spiega il problema. Il blocco Netanyahu ha 53 seggi, quello dei partiti ebraici contrari al premier 48. Le due liste arabe ne hanno conquistati 19: insieme agli oppositori di Netanyahu fanno 67, 6 oltre la maggioranza assoluta. Ma non sono una coalizione. Avigdor Lieberman rifiuta l’appoggio dei partiti arabi; Naftali Bennett non ha finora accettato questa soluzione.
Fonti dei partiti arabi contattate da Avvenire spiegano a quale punto sia l’accordo: «Sono in corso le trattative. Noi arabi abbiamo accettato di rimanere in silenzio e di dare a Eisenkot l’opportunità di formare un governo e di non sabotarlo». Il patto prevede che i partiti dei palestinesi israeliani forniscano un appoggio esterno «senza ottenere nulla in questa fase, pur di sostituire Netanyahu».
Yair Golan, leader dei Democratici, chiede un loro coinvolgimento pieno, anche se all’interno delle correnti palestinesi emergono divergenze. Eisenkot ha incontrato Yair Lapid per «coordinare le mosse» e rivendica un mandato: secondo il suo calcolo, oltre mezzo milione di elettori in più avrebbe votato contro il governo uscente. Secondo indiscrezioni della stampa israeliana, anche un sostegno esterno degli ultraortodossi di “United Torah Judaism” è messo nel conto, a patto di garantire il servizio civile universale al posto della leva militare per gli studenti delle scuole rabbiniche.
Alla prima seduta della nuova Knesset, il 10 novembre, Eisenkot intende promuovere una commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre 2023, la leva per tutti (militare e civile) e l’abrogazione delle contestate norme sulla giustizia. «È il parlamento che dà la fiducia al governo, non il contrario», avverte il generale. Sul fronte iraniano, annuncia che sosterrà nuove operazioni militari solo in presenza di minacce dirette e immediate che non consentano di aspettare la formazione del governo.
Yashar, il partito del generale che potrebbe spodestare Netanyahu, ha accusato esponenti del Likud di aver contattato suoi futuri deputati. A Tel Aviv e Gerusalemme nelle stesso ore centinaia di manifestanti hanno chiesto un governo ebraico-arabo. Per Eisenkot la sfida non è più soltanto battere il premier: è convincere i vincitori del voto anti-Netanyahu a governare insieme.

La Chiesa pellegrina sulla terra celebra oggi la comunione con tutte le sue membra che sono nella gloria del Signore, con le quali forma l’unico e totale corpo di Cristo

Tutti i Santi

La Chiesa pellegrina sulla terra celebra oggi la comunione con tutte le sue membra che sono nella gloria del Signore, con le quali forma l’unico e totale corpo di Cristo.
La solennità odierna sorse nel IV secolo nella Chiesa siriaca, dove era chiamata festa di “tutti i martiri”. Ad Antiochia veniva celebrata la domenica dopo Pentecoste; nel corso dei secoli le Chiese bizantine hanno conservato questa data, mentre a Roma fu fissata al 13 maggio, giorno in cui il papa Bonifacio IV trasformò il Pantheon (luogo in cui erano onorati tutti gli dei) in una chiesa in onore di S. Maria dei martiri (609). Papa Gregorio IV nell’835 fissò la solennità al 1° novembre.
La venerazione dei santi è genuina espressione del culto dovuto all’unico santo, Dio. All’origine di essa sta infatti l’intuizione che Dio, il santo inaccessibile, ama al punto da comunicarsi alle sue creature, effondendo in esse la propria vita, la propria santità. Scrive un monaco della Chiesa d’Occidente: “Oggi dovremmo rinnovare il canto pasquale, perché se a Pasqua contempliamo il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie di risurrezione sprigionate dalla Pasqua, contempliamo quelli che sono in Cristo alla destra del Padre: i santi. Se non ci fossero i santi, se non credessimo alla comunione dei santi del cielo e della terra, saremmo chiusi in una solitudine disperata e disperante”. Giornata della santificazione universale.
Cadendo quest’anno il 1 novembre di Domenica, la solennità liturgica è stata celebrata ieri, 31 ottobre.

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Halloween, Santi e Morti. Siamo ossessionati dalla morte ma non sappiamo più parlarne

finestra luce morte vita pasqua risurrezione tomba

Fonte: La Barca e il Mare

Vediamo molte storie di morte. Poi qualcuno muore
Chi di noi non ha mai guardato un crime show o ascoltato un podcast su un cold case? Siamo capaci di trascorrere una serata davanti a un documentario riguardante un serial killer, di seguire podcast che ricostruiscono omicidi nei dettagli, di cercare nell’horror il brivido della morte. Poi, quando muore qualcuno che conosciamo, non sappiamo che cosa dire. Mandiamo un messaggio imbarazzato, un “fatti forza”, e speriamo, magari inconsapevolmente, di tornare in fretta alla normalità.

È uno dei paradossi odierni: la morte immaginata è ovunque, quella reale è difficile da abitare. Sullo schermo ci appassiona, purché ci sia un pulsante per interromperla; nella vita, invece, interrompe noi, senza offrire spiegazioni alla fine dell’episodio e senza lasciarsi archiviare con un clic.

A seconda naturalmente dei gusti, leggere un giallo o guardare un film dell’orrore rientra nei passatempi piuttosto comuni e godibili. Una piccola dissonanza nasce però quando la familiarità con la morte come spettacolo convive con l’incapacità di accompagnare chi la incontra davvero. Ci spaventano meno i cadaveri di finzione che il silenzio dopo un funerale. Sappiamo discutere approfonditamente le motivazioni di un assassino, ma siamo molto meno in grado di ascoltare una vedova che racconta, per la decima volta, lo stesso ricordo.

I grandi giri di parole per non dire “morte”
Anche il linguaggio tradisce questa difficoltà. Si “perde” qualcuno, qualcuno “viene a mancare”, qualcuno “se ne va”. Espressioni comprensibili che vogliono essere delicate, ma che talvolta diventano un modo per aggirare la parola più veritiera: morire.

Essendo la morte un argomento sconveniente, chi soffre può sentirsi obbligato a guarire in fretta, a non disturbare, a trasformare il dolore in una parentesi privata.

Poi, dopo Halloween, arrivano Santi e Morti
Nel cuore dell’autunno, il passaggio tra ottobre e novembre ci viene in soccorso. La vigilia di Ognissanti, oggi associata soprattutto a Halloween, precede il 1° novembre, solennità di Tutti i Santi, e il 2 novembre, Commemorazione dei fedeli defunti. Evitiamo di lanciarci nell’ennesima disputa sulle origini cristiane o pagane della festa o sulla legittimità dei travestimenti, e interroghiamoci: perché abbiamo bisogno di mascherare la morte, quando esiste una tradizione che ci invita a guardarla in volto?

La sequenza delle ricorrenze cristiane è sorprendente. Prima i santi: non creature fantastiche, ma uomini e donne che hanno attraversato la fragilità della vita terrena, e che la Chiesa contempla nella pienezza della vita in Dio. Poi i defunti, i nostri defunti, con i loro nomi, i loro volti, le loro storie; persone amate, per le quali si prega.

Il lumino della zucca e quello della tomba al cimitero
Il cristianesimo non chiede né di negare la morte, né di chiamarla bella. La considera una ferita reale; davanti alla tomba di Lazzaro, il Vangelo racconta che Gesù pianse. Prima ancora di parlare di risurrezione, Dio fatto uomo condivide il dolore di chi resta. Questo, sì, è bello: la speranza cristiana non pretende di ignorare il lutto, ma dona il lusso di saperlo passaggio.

Il 2 novembre, alle 16, Papa Leone XIV celebrerà la Messa al cimitero del Verano, a Roma. Il gesto, annunciato dalla Santa Sede, sembra una risposta ben concreta alla nostra abitudine a tenere la morte fuori campo: entrare in un cimitero, sostare fra le tombe, pronunciare una preghiera – restituire ai morti un posto nella comunità dei vivi.

Forse è questo che abbiamo smarrito: non la capacità di parlare della morte, ma quella di stare accanto a chi muore e a chi resta, e di ricordare chi non c’è più. Visitare una tomba e ricordare un nome permettono di affermare che una vita non smette di avere significato quando finisce.

Una zucca illuminata può aiutarci a giocare con la paura, un lumino acceso al cimitero ci chiede di restare, senza fuggire. Siamo già capaci come società di trasformare ogni cosa in spettacolo: forse è bene fare un po’ di pratica con il sedersi accanto al dolore, chiamare i morti per nome e quietarsi nella speranza.

Tutti i Santi: origini, significato e Messa della vigilia (31 ottobre) Storia e teologia della Solennità di Tutti i Santi e indicazioni per la Messa vespertina della vigilia

Tutti i Santi: origini, significato e Messa della vigilia (31 ottobre)

Il Giorno

on la sera del 31 ottobre la Chiesa entra nei Primi Vespri e nella Messa della vigilia della Solennità di Tutti i Santi. Non si celebra un solo santo, ma la comunione di tutta la santità: la moltitudine di coloro che hanno seguito Cristo e già godono della sua gloria.

Le origini della festa affondano nella memoria dei martiri di Roma. Nel VII secolo papa Bonifacio IV dedicò il Pantheon a Maria e a tutti i martiri; più tardi papa Gregorio III fissò il 1º novembre come anniversario di un oratorio in onore di tutti i santi e Gregorio IV ne diffuse la celebrazione in tutta la Chiesa d’Occidente. Così la data autunnale si impose come segno ecclesiale di speranza, mentre l’Oriente già conosceva celebrazioni unitarie dei santi in altre date.

Nella forma attuale del Rito Romano, la sera del 31 ottobre si può già celebrare la Messa della solennità (cosiddetta “prefestiva”): non c’è più una vigilia propria con digiuno come nelle prassi anteriori al XX secolo, ma l’ingresso liturgico nella festa attraverso i Vespri e la Messa vespertina.

Le letture sono proprie e stabili: dall’Apocalisse 7 (il popolo immenso segnato dal sigillo di Dio), il Salmo 24 (“Questo è il popolo che cerca il tuo volto”), 1 Giovanni 3,1-3 (“Siamo figli di Dio”) e il Vangelo delle Beatitudini (Matteo 5,1-12a), vero ritratto evangelico della santità. La liturgia parla così di vocazione universale: i santi non sono eroi irraggiungibili, ma fratelli che indicano un cammino possibile nella grazia.

Il culto di Ognissanti è radicato in tutta l’Europa latina ed è particolarmente vivo in Italia, dove molte chiese portano il titolo di Ognissanti. La vigilia è tempo propizio per una preghiera di ringraziamento per i testimoni della fede e per rinnovare il desiderio di santità quotidiana, protesi alla celebrazione del 1º novembre e alla successiva Commemorazione dei fedeli defunti.

Siamo fatti di atomi antichi quanto le stelle: una materia che attraversa il tempo e si organizza in vite irripetibili

Atomi di eternità

“È soltanto un atomo” potrebbe sembrare un modo per indicare qualcosa di piccolissimo. In realtà, dentro un atomo c’è stata abbastanza storia da occupare secoli di domande, esperimenti, errori e rivoluzioni. Il suo nome viene dal greco e significa “indivisibile”. Democrito immaginava che, continuando a dividere la materia, si dovesse arrivare a unità ultime che non potevano essere spezzate ulteriormente.
Era un’intuizione filosofica, non il risultato di un esperimento. Molto tempo dopo, la scienza avrebbe ripreso quella parola e scoperto quasi subito che l’indivisibile era divisibile. All’inizio del Novecento, gli esperimenti mostrarono che l’atomo possedeva una struttura interna. C’erano elettroni con carica negativa e un nucleo piccolissimo, nel quale era concentrata quasi tutta la massa. In seguito scoprimmo protoni e neutroni; poi capimmo che protoni e neutroni erano composti da quark.
L’atomo non era l’ultimo piano dell’edificio. Era soltanto una porta. Anche la sua forma risultò molto diversa dalle immagini presenti nei libri e nei loghi delle aziende tecnologiche. Siamo abituati a vedere l’atomo disegnato come un piccolo sistema solare: il nucleo al centro e gli elettroni in orbita intorno. È un’immagine utile per riconoscerlo, ma non descrive veramente il comportamento quantistico degli elettroni.
Un elettrone non gira intorno al nucleo come la Terra intorno al Sole seguendo una traiettoria precisa. La meccanica quantistica ci permette di calcolare la probabilità di trovarlo in determinate regioni. Gli orbitali sono distribuzioni di probabilità, non binari già tracciati. Dentro un atomo c’è inoltre moltissimo spazio rispetto alle dimensioni del nucleo. Se potessimo ingrandirlo fino a rendere il nucleo visibile, le distanze interne ci sorprenderebbero. Ma questo non significa che la materia sia inconsistente. Le interazioni elettromagnetiche e le regole quantistiche le danno stabilità e struttura.
Gli atomi del nostro corpo non sono speciali. Il carbonio, l’ossigeno, l’azoto, il calcio e il ferro che ci compongono provengono da una storia cosmica antichissima. Gli elementi più leggeri si formarono nelle prime fasi dell’universo; molti elementi più pesanti nacquero all’interno delle stelle o durante eventi stellari estremi.
Il ferro presente nel sangue non è stato fabbricato dal nostro organismo a partire dal nulla. Esisteva prima di noi. Ha attraversato stelle, materia interstellare, la formazione del Sistema solare, la Terra, altri organismi e infine noi. Siamo temporanee organizzazioni di materia molto più antica della nostra nascita.
Gli atomi passano continuamente dal mondo al nostro corpo e dal nostro corpo al mondo. Li respiriamo, li mangiamo, li restituiamo. Alcuni atomi presenti in noi potrebbero essere appartenuti a piante, animali e persone vissute molto tempo fa. La materia non rispetta il nostro desiderio di possederla per sempre: circola.
Eppure, con atomi comuni, si formano esseri umani irripetibili. La nostra unicità non dipende dall’avere una materia esclusiva, ma dal modo in cui quella materia si organizza, costruisce legami, conserva una storia e diventa capace di pensare. Quale parte del vostro corpo sentite più vostra?
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