Medici e pazienti alleati per sostenere il Servizio sanitario

Medici e pazienti alleati per sostenere il Servizio sanitario

Due ricerche condotte tra i medici e tra i cittadini hanno approfondito problemi e aspettative, e suggerito soluzioni, per le difficoltà che la sanità italiana e i suoi professionisti affrontano quotidianamente, e che creano spesso insoddisfazione sia nei pazienti sia nel personale che lavora. Le due indagini sono state presentate al recente convegno organizzato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) dal titolo “Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura”. Il rapporto Fnomceo-Censis sulle motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione ha analizzato le risposte di «un panel significativo di 530 medici – ha detto Sara Lena, ricercatrice Area Consumi, mercati e welfare del Censis – che ha coinvolto trasversalmente medici di medicina generale (mmg) e specialisti, delle diverse classi di età, sesso e macroarea geografica». La ricerca dell’Istituto Piepoli ha invece esaminato il rapporto degli italiani con l’intramoenia e le liste d’attesa, attraverso mille interviste telefoniche e tramite web (svolte dal 22 al 26 giugno scorsi) «a un campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne» ha specificato Livio Gigliuto, presidente dell’Istituto Piepoli.

«Negli ultimi anni abbiamo rilevato – ha ricordato Lena – la trasformazione del rapporto degli italiani con il lavoro, che non è più il perno centrale della vita. Spesso è considerato solo uno strumento per ottenere il reddito necessario per vivere e poi dedicare più tempo alle attività considerate soggettivamente più gratificanti». La ricerca ha documentato che questa trasformazione ha coinvolto anche la professione medica «da sempre esempio di dedizione totale nel lavoro»: infatti la prima priorità per la propria vita è risultata la vita privata per il 72,5% degli intervistati (62,7% indica la famiglia, 9,8% il tempo per sé e i propri interessi e hobby) e solo per il 27,5% la professione medica. Ma con una tendenza legata all’età: la professione medica è stata indicata come prioritaria dal 16,2% di chi ha fino a 49 anni, dal 25,2% nella fascia 50-59 anni e dal 35,4% degli over60. E più tra gli uomini (29,9%) che tra le donne (23,1%). Analoga sensazione si ottiene verificando che il 67,7% degli intervistati dichiara che la carriera ha imposto tante rinunce alla vita privata: il 65% di chi ha almeno 60 anni, il 68,1% dei 50-59enni e il 72,1% di non ha più di 49 anni. Significativa la differenza di percezione delle maggiori difficoltà che le donne affrontano nella professione: lo condivide solo il 33,1% degli uomini e ben il 74,2% delle donne; analogamente la necessità per i “camici rosa” di impegnarsi molto più dei colleghi maschi per riuscire nella professione è opinione del 32,3% degli uomini rispetto al 73,1% delle donne.
Tra le motivazioni a diventare medico resta forte la vocazione o passione (57%) e il valore etico del fare del bene (49,1%), seguiti dall’interesse per la scienza (39,2%) e la possibilità di avere relazioni significanti con le persone (25,1%). Anche se le motivazioni attuali a fare il medico sono le stesse dell’inizio per il 55,1% del campione, circa l’80% è soddisfatto del proprio lavoro e il 58,1% consiglierebbe a un giovane di diventare medico: in entrambi i casi la quota è maggiore tra i medici più anziani. Tra gli ideali resta fondamentale il primato della dignità della persona nella cultura e nella pratica medica (il 93% indica che guida decisiva sono i valori del giuramento professionale e del Codice deontologico), mentre rispetto all’Intelligenza artificiale (il 56% l’ha già usata nella sua attività clinica quotidiana) il 44,9% vede i benefici legati alla riduzione dei tempi burocratici e il 34,9% teme il rischio che i pazienti siano convinti di poter dialogare alla pari con i medici: per il 78,3% serve una formazione specifica. Analizzando i dati Francesco Maietta (responsabile Area Consumi, mercati e welfare del Censis), ha invitato a uscire dalla trappola autolesionista per cui la dedizione dei medici maschera i deficit di sistema della sanità e ha sottolineato il valore dell’autonomia dell’atto medico, che deve guardare solo l’interesse del paziente, rifiutando sia razionamenti di risorse, sia l’eccessivo carico burocratico.
«I medici non chiedono privilegi: chiedono – ha detto il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, commentando i dati Censis – di poter continuare a servire il Paese secondo i valori che fondano la medicina, scienza, coscienza, responsabilità, autonomia, umanità. Chiedono che il diritto alla salute sia assunto fino in fondo come promessa costituzionale, non come variabile di bilancio. Perché dove c’è cura, c’è dignità; dove c’è dignità, c’è democrazia. E dove c’è democrazia, c’è la possibilità concreta della pace».

La ricerca dell’Istituto Piepoli ha rilevato che al 59% dei cittadini è capitato (qualche volta, spesso o molto spesso) di rimandare o rinunciare a cure e controlli nel Ssn a causa dei tempi d’attesa, che sono valutati molto negativamente dal 68% degli intervistati. I motivi starebbero in una crescita non proporzionale tra risorse pubbliche per la sanità e invecchiamento demografico e bisogno di cura, mentre l’80% ritiene che il rafforzamento della medicina di base e dei servizi territoriali possa contribuire a ridurre le liste d’attesa. Quanto all’intramoenia (nota all’81% del campione) è stata utilizzata dal 43% dei cittadini: e anche se a ritenere che sia un problema è una quota simile a chi invece pensa che sia una risorsa (30% vs 29%), il 71% è molto o abbastanza d’accordo con l’idea che favorisca chi ha maggiori disponibilità economiche. In generale però, la valutazione complessiva del Ssn spacca a metà la popolazione: il 48% lo giudica molto negativamente, il 52% abbastanza o molto positivamente. E i medici sono quelli che ispirano la maggior fiducia: 72% sia il medico di medicina generale sia quelli ospedalieri del Ssn. In coda la fiducia per ministero della Salute e Regioni (entrambi al 48% sommando molto e abbastanza). «Se vi sembra poco – ha osservato Gigliuto – tenete presente che in altri ambiti la fiducia verso le Istituzioni è più bassa».
Nota a meno della metà degli intervistati (il 44%) è la proposta degli Ordini dei medici di considerare le spese per la salute “investimenti strategici ed escluse dai vincoli del Patto di stabilità europeo” ma ottiene un gradimento piuttosto alto: il 74% è favorevole (per il 48% a condizione che vi siano controlli rigorosi sull’uso delle risorse). Se fosse approvata, la proposta dovrebbe riversare risorse principalmente per la riduzione delle liste d’attesa (38%) e all’assunzione di medici e personale sanitario (34%).
«La cura che è nel titolo del convegno – ha evidenziato Andrea Senna, presidente della Commissione albo odontoiatri (Cao) nazionale – è orgogliosamente custodita dal nostro Codice deontologico, che contiene valori antichi, non vecchi, e per questo eterni». Aggiungendo che «per guidare la professione nel futuro, dobbiamo sapere bene dove sta andando, come sta cambiando la mentalità dei suoi attori, cioè i medici. Comprendere motivazioni, aspettative e prospettive dei professionisti significa riflettere su quale sistema di cura intendiamo costruire per il futuro del nostro Paese».

avvenire

Bhutan, il regno dove la felicità è tra le nuvole

Alla ricerca della felicità con Agent of Happiness
di Franco La Cecla
Un reportage da un Paese grande come la Svizzera e abitato da appena ottocentomila persone, dove la modernità arriva con lentezza e su cui è stato girato un doc
Avvenire
«Qui, se si lascia aperta una porta è probabile che vi si infili una nuvola». È la migliore definizione del Buthan, una nazione himalayana grande come la Svizzera e con solo ottocentomila abitanti. È tratta dal magnifico romanzo di Kiran Desai Eredi della sconfitta (Adelphi, 2006), dove la scrittrice indiana mescola alla fiction l’esperienza diretta dell’esser cresciuta al confine tra India e Buthan. Un paese che è diventato un simbolo: difficile entrarci perché richiede ai turisti una tassa di cento dollari al giorno, trasformato dagli ultimi Re in carica nella sede del GNH, Gross National Happiness, un regno che segue parametri ambientali e di wellness per assicurare la felicità ai suoi sudditi. Picchi magnifici, vette di ottomila metri, ma anche foresta pluviale, rinoceronti, elefanti, tigri a sud e poi via via salendo panda, orsi, pantere, yak e foreste sempreverdi, con specie rarissime che occupano il settanta per cento del territorio. Nel percorrerlo, lungo gli infiniti tornanti delle poche strade del regno, lo stupore è rendersi conto che è molto abitato – grandi case a tre quattro piani in legno e terra pressata, chiamate dzong, riccamente decorate, dove vivono più famiglie; sulle facciate i simboli del buddhismo antichissimo vajrayana, un culto in Buthan molto mescolato al Bonpo, l’animismo locale fatto di sciamani, spiriti e magie. E poi monasteri arrampicati su ripidissimi pendii, templi dedicati ai santi tibetani, fortezze su corsi d’acqua e ponti vertiginosi.
Se non si soffre troppo il mal d’altura, l’atmosfera rarefatta, le nuvole onnipresenti, la luce filtrata dai rododendri dà una vertigine costante. Un Paese normale, però, fatto di gente che vive di agricoltura e di un turismo d’élite molto filtrato. Si viene accolti in case a ridosso di campi di riso ricavati nelle balze delle montagne. Il buddhismo locale rifiuta l’inutile uccisione di esseri viventi, la pesca viene praticata ma le prede rimesse in acqua. Le montagne sono popolate di bandiere bianche stese per lungo su alti pali. I buthanesi non hanno cognomi, solo nomi. Per, dicono, evitare gli attaccamenti, i legami eccessivi di famiglie e clan. I morti vengono bruciati, se sono infanti, lasciati agli avvoltoi. Se mi chiedete se ho potuto constatare l’effettiva felicità media, posso rispondere che c’è solo un mondo non affrettato, una generale tendenza al distacco buddhista, ma per il resto è la vita con le sue bellezze e suoi problemi, alcolismo, abusi, violenza domestica. Le monache che sono andato a trovare in un monastero arrampicato sulle alture di Paro, uno dei centri abitati in una valle, erano orfane o salvate da situazioni familiari prossime alla violenza. Nei loro vestiti giallo zafferano coperte da palandrane di profondo porpora giocavano con grande allegria di sorelle e poi andavano a salmodiare in mezzo a dipinti antichissimi di spiriti e incarnazioni, mentre il burro fuso veniva versato sugli altari.
Un film recente, girato da un buthanese e una ungherese, Agent of happiness indaga in maniera leggera ma mai banale tra gli abitanti – accompagnando degli agenti di verifica della felicità media inviati dal Ministero della Felicità. Gli incontri, le interviste, raccontano di una vita normale fatta di tristezza, speranze, lutti, sogni. Uno degli intervistati vorrebbe mettere su famiglia, ma essendo di origine nepalese incontra molte difficoltà. Il Buthan è pur sempre un regno per buthanesi, gli hindo-buddisti di origine nepalese sono visti come un problema – e lo sono stati in una insurrezione secessionista qualche decennio fa. Il Buthan è uno stato cuscinetto tra la Cina e l’India e deve la sua sopravvivenza al forte sostegno dell’India e alla convenienza di separare due colossi. I paesaggi sono mozzafiato, la catena dell’Himalaya fa capolino tra le nuvole, al di là di quel picco c’è il Tibet da cui nel corso dei secoli sono arrivati il buddismo, ma anche gli scismi e ultimamente i rifugiati. Nella capitale, Thimpu, poco più di centomila abitanti, andiamo a visitare la clinica di medicina tibetana – che qui si è trapiantata quando i cinesi hanno distrutto la sede principale a Lhassa in Tibet. Poco lontano un magnifico edificio in legno, con i suoi dipinti in oro sulla facciata è l’università di Astrologia. Chi vi si iscrive, per lo più monaci, deve studiare per sette anni segni nel cielo, effemeridi, combinazioni astrali; alla mia domanda aggiungono moltissima letteratura e poesia.
Ancora Kiran Desai: «Ci vollero due settimane di duro cammino per arrivare a Thimpu. Nella giungla trovavamo riparo in quelle fortezze che sembrano bastimenti, gli dzong, costruite senza un chiodo. Mandavamo avanti un uomo ad annunciare il nostro arrivo e ci facevano avere un dono di benvenuto. Cento anni fa offrivano tè del Tibet, riso allo zafferano, vesti di seta cinese bordate di pelo di agnello non ancora nato, cose del genere; ai nostri tempi, un paniere di tramezzini al prosciutto e birra».
Le nuvole però continuano anche adesso a introdursi nelle case, nei templi, nei monasteri e nelle fortezze. È un segno felice, comunque.

Sul lavoro si muore: ci sono state 7 vittime in 48 ore. «Il sistema non funziona»

Sul lavoro si muore: ci sono state 7 vittime in 48 ore. «Il sistema non funziona»

L’ultimo, in ordine cronologico, è avvenuto ieri mattina: un operaio di origini albanesi lavorava alla pulizia delle piante cadute durante il forte temporale dei giorni scorsi a San Matteo delle Chiaviche, una frazione di Viadana, nel Mantovano, quando è morto folgorato. L’uomo, che si trovava insieme ai due fratelli, avrebbe toccato un cavo dell’alta tensione finito a terra. Il 49enne si è accasciato tra la vegetazione ed è andato in arresto cardiaco. Nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione, per l’uomo non c’è stato nulla da fare.
Quella di ieri è stata l’ennesima giornata di sangue sul lavoro in Italia. Due persone hanno perso la vita nel giro di poche ore: oltre alla vittima deceduta in Lombardia, un’altra tragedia sul lavoro si è consumata in Friuli Venezia Giulia. A San Giorgio di Nogaro (Udine), lungo la linea ferroviaria Venezia-Trieste, un manovratore di 43 anni, un tunisino residente a Latisana, è stato travolto e ucciso da un treno mentre operava nell’allestimento di un convoglio merci. Accertamenti anche sulla morte giovedì per malore di due addetti alla raccolta di rifiuti in due diverse località del Fiorentino, nel Comune di Bagno a Ripoli e in quello di Barberino del Mugello. «Chiediamo che gli accertamenti delle autorità competenti facciano piena chiarezza sulle dinamiche. Siano le indagini a stabilire con precisione i fatti» ha sottolineato in un nota la Fp Cgil Firenze.
Il giorno prima, giovedì, altre tre persone sono morte in incidenti sul lavoro: nel Trevigiano un operaio è morto schiacciato da un rullo all’interno di una cava; un altro operaio di origini marocchine era morto folgorato in Salento mentre era impegnato in operazioni di cablaggio della fibra ottica. Nel Ferrarese, infine, il settimo caso in due giorni: un operaio di 38 anni, pachistano, è morto dopo essere caduto dal tetto di una ditta.
In quarantott’ore, dunque, sono stati sette i morti sul lavoro. «Persone uscite di casa per andare a lavorare che non sono più tornate. Sono l’esito di un sistema che, nel suo insieme, continua a mettere il profitto davanti alla sicurezza delle persone. Come si possono archiviare sette morti come “fatalità”?». È quanto ha dichiarato la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese. «È la prova che è il sistema a non funzionare».

Avvenire

Anziani e qualità dell’assistenza

di: Fabrizio Mastrofini

anziana

In questi giorni di luglio, estivi e di caldo torrido, Torino e la Regione Piemonte sono diventati il centro di un dibattito sull’assistenza agli anziani. Ad aprire il dibattito è stato Mons. Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, coordinatore del gruppo di lavoro che ha portato alla stesura della Legge n. 33 del 23 marzo 2023 (legge delega) e dal successivo Decreto Legislativo n. 29 del 26 marzo 2024. L’obiettivo principale è riorganizzare i servizi di cura per gli anziani non autosufficienti, superando la frammentazione tra sanità, assistenza sociale e Inps.

Intervenendo su La Stampa del 9 luglio (p. 13), Mons. Paglia è stato molto chiaro: «Moltiplicare i posti letto non serve, va sostenuta l’assistenza a casa» − questa è la bussola da seguire. Il Piemonte, tra i risultati raggiunti sul PNRR, può vantare il successo dell’Assistenza domiciliare integrata, o ADI, che ha già superato gli obiettivi previsti: 96.442 i nuovi pazienti assistiti, a fronte di un target di 62.063, un risultato che per la giunta testimonia il rafforzamento concreto della presa in carico dei pazienti direttamente al proprio domicilio. «Condividiamo la necessità di puntare sull’assistenza domiciliare, le Politiche sociali regionali stanno già rispondendo a questa esigenza in maniera nuova, attraverso strumenti come “Scelta Sociale” e il progetto “Vengo a domicilio”, che rafforzano la domiciliarità e sostengono concretamente i non autosufficienti e le loro famiglie», rimarcano presidente della Regione e assessore alle Politiche sociali.

Mons. Paglia che da sempre sostiene la necessità di nuove forme di assistenza domiciliare, appoggia la sua argomentazione con cifre inoppugnabili. «In Italia gli anziani soli sono circa 4,4 milioni, quasi tre milioni dei quali hanno superato i 75anni; 845mila over 65 dichiarano di non avere nessuno su cui contare, e quasi otto ultraottantenni soli su dieci non hanno né figli né nipoti. Chi fa la spesa a questi 4 milioni di anziani soli? Chi li aiuta a lavarsi, a vestirsi, a tenere pulita la casa? E soprattutto: chi restituisce un po’ di calore alla loro vita? Perché la solitudine non è soltanto un disagio: è un fattore di rischio. Un anziano che vive solo, senza qualcuno che si accorga quando smette di mangiare, quando cade, quando confonde le medicine, si aggrava prima e dipiù. Sovente, la perdita di autosufficienza non precede l’isolamento: lo segue. Dei circa 3,8 milioni di anziani non autosufficienti, 250-300 mila vivono in struttura, mentre circa3,5 milioni restano a casa. Eppure per ogni anziano ricoverato in RSA lo Stato mette in media circa 21mila euro l’anno. Oltre alla quota alberghiera − altri 15-19 mila euro l’anno − che grava sul cittadino in base all’Isee, o sul Comune quando la persona è incapiente. Per l’anziano assistito a domicilio, invece, il contributo pubblico si ferma a meno di 9005 euro l’anno, e tutto il resto – la spesa, l’igiene, la casa, la compagnia − ricade sulla famiglia, dove c’è. Concentriamo dunque la gran parte delle risorse sui 300 mila che stanno in istituto e lasciamo le briciole ai milioni che stanno a casa. Poi, quando questi ultimi si aggravano e finiscono anch’essi in struttura, concludiamo che servono più posti letto. Non stiamo rispondendo a un bisogno, lo stiamo creando. La strada, allora, non è scegliere fra più letti o più ore di Assistenza domiciliare. Occorre rivoltarsi alla solitudine. E, a rivoltarsi, devono essere per primi gli anziani stessi, protagonisti e non solo destinatari. Abbiamo bisogno, prima di tutto, di ritrovare una compagnia. Questo significa cohousing e nuove forme di convivenza, in cui anziani soli tornano ad abitare insieme, o accanto a giovani e studenti, condividendo spazi, spese e presenza. Significa un’assistenza sociale e sanitaria di prossimità. E significa, non ultimo, ripensare il ruolo stesso delle case di riposo e delle RSA: non più soltanto contenitori di posti letto, ma centri di servizi radicati nel territorio, capaci di erogare assistenza anche a domicilio, di portare la loro competenza dentro le case della gente. La struttura che si apre e va verso l’anziano, invece di attenderlo al capolinea».

L’impostazione di Mons. Paglia, che è poi quella della Legge 33, che ha alcune sperimentazioni avviate sul territorio – Piemonte, Lazio e Roma ad esempio – mancando però di finanziamenti organici, è stata contestata da Sebastiano Capurso Presidente nazionale Anaste, l’Associazione nazionale delle strutture territoriali, cui fanno riferimento le RSA. Già in fase di dibattito sulla legge, le RSA avevano espresso la loro contrarietà, temendo di perdere fette di mercato. Infatti Capurso risponde così: «In RSA non entra l’anziano che “preferirebbe” stare a casa: entra il malato cronico gravemente non autosufficiente, il paziente pluripatologico, spesso con demenza avanzata, che ha bisogno di assistenza sanitaria e infermieristica continua nelle 24 ore. Per questo malato il domicilio non è l’alternativa migliore ma l’impossibilità di ricevere le cure e l’assistenza necessarie. Dire che l’Assistenza Domiciliare Integrata rende superflui i posti letto di RSA equivale a dire che l’ambulatorio rende superfluo l’ospedale. E i numeri smentiscono lo spettro delle troppe RSA. L’Italia ne ha invece drammaticamente poche, con una dotazione di posti letto ampiamente sotto la metà della media europea».

È un dialogo tra sordi, come in qualche modo rileva Mons. Paglia raccogliendo la sfida del dibattito. Il problema, infatti, non è «più» o «meno» assistenza, ma di quale tipo di assistenza stiamo parlando. Spiega infatti Mons. Paglia (La Stampa, 13 luglio, p. 21) che «si è detto, in questi giorni, che in una residenza sanitaria per anziani non entra chi ‘preferirebbe’ stare a casa, ma soltanto il malato cronico gravissimo, il paziente terminale, la persona non autosufficiente per la quale il domicilio non sarebbe più un’alternativa possibile. È una descrizione rassicurante, racconta un sistema che funziona: le famiglie reggono finché possono, e la struttura interviene solo quando non resta altro. Ma è una risposta clinica a un problema sociale. E il problema si chiama solitudine. Un dato smentisce da solo la tesi dei ‘cronici gravissimi’: degli oltre 291 mila anziani ospiti delle nostre residenze, l’82 per cento non è autosufficiente. Ma il restante 18 per cento − circa 52 mila persone − è autosufficiente. Se in RSA entrano solo i malati gravissimi, che ci fanno 52 mila anziani autosufficienti? Non sono lì per necessità clinica. Sono lì perché sono soli».

E si torna al cuore dell’argomentazione, nel primo intervento di Mons. Paglia il 9 luglio (La Stampa, p. 13): «Chiediamolo con semplicità: dove vorremmo invecchiare? La risposta è quasi sempre la stessa: a casa nostra, tra le nostre cose, inostri odori, i nostri ricordi. Non è un capriccio, è il desiderio più umano che ci sia. Eppure, diciamo “resta pure a casa” e poi lasciamo l’anziano solo. La buona notizia è che una strada c’è, e comincia a intravedersi. Non serve moltiplicare i posti letto: serve portare la cura dentro le case. L’idea è incoraggiare le RSA e le case di riposo a diventare anche presìdi di assistenza domiciliare, aprendosi al territorio invece di limitarsi ad accogliere tra quattro mura. Chi già dispone di personale, competenze e organizzazione può estendere la propria attività fin dentro le abitazioni degli anziani, portando l’assistenza dove le persone desiderano restare».

L’idea è partire dal Piemonte con una proposta concreta di Mons. Paglia (La Stampa, 15 luglio, p. 9). «Ho proposto al presidente Alberto Cirio di accogliere a Torino il 2 ottobre (Giornata dei nonni) un evento di riflessione sul nuovo modello di cura che la legge 33 propone. L’Italia ha una legge con una visione. Va messa a terra attraverso un continuum assistenziale. Non sarà una celebrazione di maniera ma un appuntamento di lavoro e di speranza: la testimonianza che un’altra strada è possibile. Il Piemonte la percorre per primo in Italia. Ai nostri nonni, alle nostre madri e ai nostri padri, non dobbiamo offrire un letto in più in cui aspettare. Gli dobbiamo una comunità che li cerca, li conosce, li accompagna. Il 2 ottobre, a Torino, vorremmo iniziare questo cambiamento. Prenderci cura di chi ci ha preceduto non è un costo da contenere: è il modo più vero in cui una società misura la civiltà. L’assistenza domiciliare che conosciamo oggi è troppo spesso una promessa vuota: un accesso al mese, quattordici ore l’anno per assistito. Una presenza così esile non cura nessuno e non combatte alcuna solitudine. È questa la logica che la riforma rovescia. E dove la struttura da sola non basta a coprire ogni angolo del territorio, entra in gioco la rete degli altri erogatori, delle cooperative sociali e del Terzo Settore, perché nessun anziano, in nessun Comune, resti indietro. E c’è un altro protagonista che la riforma riconosce: il caregiver familiare, figlio, coniuge, nipote che quotidianamente si prende cura del proprio caro. Poi occorre valorizzare e retribuire adeguatamente chi lavora sul territorio e a domicilio a superare il modello del ricorso alle strutture ed è meglio per il Servizio sanitario nazionale e per le famiglie».

Le idee e le proposte ci sono, una legge anche, peraltro votata all’unanimità dal Parlamento. Ora vedremo se dopo i dibattiti estivi ci sarà concretezza di soluzioni per una problematica destinata ad aggravarsi dato l’invecchiamento della popolazione italiana.

Settimana News

Il regista Nolan rilegge il poema di Omero come racconto di nascita e tramonto del mondo antico, tra Vico, Foscolo e richiami da Eliot a Pound. Da oggi in sala

L'Odissea di Nolan: un ritorno alla fine della civiltà

Avvenire

«Dal dì che nozze e tribunali ed are», cantava Ugo Foscolo nei Sepolcri, riprendendo il dispositivo concettuale fissato da Giambattista Vico nella Scienza Nuova: la civiltà nasce nel momento in cui viene istituito il matrimonio, si amministra la giustizia, si pratica il culto. In quel momento le «umane belve» imparano a essere «pietose». Nell’Odissea di Christopher Nolan il redivivo re di Itaca ricorre a una formulazione analoga. Avevamo palazzi, avevamo il commercio, avevamo il linguaggio, dice l’Odisseo interpretato da Matt Damon, e non è privo di significato che anche nell’originale inglese si sia preferita la versione grecizzante del nome, Odysseus, a scapito del più prevedibile Ulysses. Si torna indietro, si torna all’origine, quello che è venuto dopo (i tanti Ulisse dell’arte e della letteratura, da Dante a Joyce) chiede di essere dimenticato. Anche l’Odisseo di Nolan entra in scena come uno smemorato, intento a raccogliere relitti su una spiaggia straordinariamente simile a quella che nel 2011 avevamo ammirato nel finale di The Tree of Life di Terrence Malick.

La citazione potrebbe essere involontaria, senza per questo risultare meno incisiva. Sicuramente intenzionale, invece, è la scelta di Damon, che nei primi anni Duemila aveva interpretato il personaggio di Jason Bourne in una serie cinematografica di grande successo, al di sotto della quale covava il dilemma contemporaneo della perdita di identità. Quei film, nei quali un sicario perdeva la memoria e faticosamente la riconquistava prendendo coscienza delle proprie colpe, non erano diretti da Nolan, che però nel 2000 si era già imposto all’attenzione internazionale con Memento, un thriller che procedeva virtuosisticamente a ritroso, tanto da poter essere rimontato dall’ultima scena alla prima. Il congegno narrativo era il medesimo: un uomo si trova gettato nel mondo senza sapere più nulla di sé. Ha a disposizione solo una collezione di frammenti, tutto dipende da come riuscirà a ricomporli. «Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine», ammetteva poco più di un secolo fa T.S. Eliot nella Terra desolata. Nell’Odissea di Nolan, la Penelope di Anne Hathaway sospetta che il suo sposo si sia perduto tra le «macerie» del passato. Ma questa volta, forse, il rimando è ai Canti Pisani di Ezra Pound, con l’autoritratto del poeta che vaga come una formica solitaria in un’Europa devastata.
Straordinaria per impatto visivo (ma ad accrescere il fascino dell’impianto contribuisce in modo determinante la colonna sonora di Ludwig Göransson, che emula le cadenze della metrica arcaica), l’Odissea di Nolan poggia su una stratificazione pressoché inesauribile di riferimenti interni ed esterni all’opera del regista. Il cavallo dell’inganno ai danni dei Troiani, per esempio, si ispira alle sculture monumentali di Igor Mitoraj, così come l’occhio sghembo di Polifemo sembra derivare da un celebre dipinto di Odilon Redon. L’elmo di Agamennone, tanto diverso da quelli degli altri guerrieri, riprende il tema della maschera che si sostituisce al volto, ricorrente nella trilogia che Nolan ha dedicato a Batman. Nel 2012, in particolare, il malvagio Bane di Il cavaliere oscuro – Il ritorno non si separa mai dal respiratore che gli copre la faccia e Tom Hardy, l’attore che lo interpreta, recita quasi sempre con una maschera da aviatore addosso anche in un altro film di Nolan, Dunkirk del 2017.
I puristi in cerca di incongruenze sono avvisati: mai come in questo caso, la caccia a quello che manca nel film, o che nel libro non c’è, si riduce a un esercizio infruttuoso. D’accordo, dal racconto di Nolan sparisce Nausicaa e con lei l’episodio di Odisseo tra i Feaci. Anche la tappa presso i Lotofagi non viene descritta e il fiore dell’oblio diventa una prerogativa della Calipso di Charlize Theron. In compenso, nella riscrittura di Nolan il viaggio di Telemaco alla ricerca del padre non vale più da antefatto, ma viene elevato a inquadramento narrativo dell’intera vicenda. Durante la visita alla corte di Menelao, inoltre, il principe interpretato da Tom Holland viene introdotto al rompicapo delle differenti leggende sviluppatesi attorno al destino di Odisseo. A ben pensarci, lo stesso Nolan aveva già fornito almeno due rivisitazioni dell’Odissea, in buona misura rispondenti alle varianti del mito: prima nel 2010 con Inception (un padre cerca di ricongiungersi ai figli attraversando i labirinti della mente) e poi nel 2014 con Interstellar (una figlia attende il ritorno del padre, disperso nello spazio-tempo).

Il film attuale si avvantaggia di quello che Nolan ha fatto finora e ne porta a sistema la poetica, fino a costituirsi come documento di consapevolezza civile. L’Elena di Lupita Nyong’o ha la pelle nera non in omaggio a un fantomatico politically correct, ma perché nella civiltà dei commerci i popoli si mescolano, abitano gli stessi palazzi, parlano e scrivono la medesima lingua. Lo esige quella che qui viene indicata come «la legge di Zeus» e che in effetti è la regola aurea diffusa in tante tradizioni spirituali: fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Su questa premessa si fonda la cultura dell’ospitalità e del dono, metodicamente profanata dai temibili «popoli del mare» più volte evocati nel film. Nell’Odissea di Nolan la ricostruzione della catastrofica crisi geopolitica della tarda Età del Bronzo (XIII-XII secolo a.C.) viene esposta con precisione addirittura didascalica. Per un riscontro, si può fare tesoro della ricca introduzione con cui il grecista Riccardo Maisano accompagna la sua recente traduzione dell’Odissea omerica, pubblicata un anno fa da Storia e Letteratura (pagine CXVI+880, euro 44).
La decadenza verso una cupa stagione «di anarchia e di dolore» si compie sotto lo sguardo dell’Atena impersonata da Zendaya, il cui tempio è stato violato dall’inganno ordito per soddisfare la volontà di Agamennone. Il rapimento di Elena è un pretesto, spiega Odisseo a Penelope prima di imbarcarsi per la guerra: quella di Agamennone è una guerra per la supremazia economica e, in quanto tale, già infrange la legge di Zeus. Trasformando in maiali i compagni del re di Itaca, la Circe di Samantha Norton non fa altro che anticipare la regressione allo stato primordiale delle «umane belve». E «bestioni» vichiani sono già i pretendenti alla mano di Penelope, capeggiati dal brutale Antinoo di Robert Pattinson.
I palazzi andranno in rovina, il saccheggio sostituirà il commercio, la scrittura cadrà in disuso e di quello che è stato rimarrà soltanto il canto, ritmato dal bastone degli aedi. Ma il linguaggio non andrà perduto, perché «l’Orco fa quel che può fare un orco», osservava Wystan Hugh Auden in una poesia composta nell’agosto del 1968, durante l’invasione sovietica di Praga. Ma, aggiungeva, «l’Orco non può appropriarsi del Discorso». Chissà che l’anglofono Nolan non avesse in mente anche questi versi mentre imprigionava nell’opprimente maschera di Agamennone il volto dissennato della violenza e del sopruso.

Questo articolo anticipa il numero di Gutenberg in uscita venerdì 17 luglio a tema “Eterna Odissea”. Da tremila anni infatti il poema attraversa il tempo, dando forma al viaggio e al desiderio del ritorno. Ulisse è insieme eroe e uomo comune, figura dell’intelligenza che salva e dell’inquietudine che non si placa. Mentre il film di Christopher Nolan riporta Omero sul grande schermo, con questo numero di Gutenberg proveremo a riconoscere nei suoi archetipi il nostro mare aperto.

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Il domese Giacomo Arfacchia primo clarinetto della Fondazione Toscanini di Parma

Il domese Giacomo Arfacchia primo clarinetto della Fondazione Toscanini di Parma

Un importante traguardo professionale per il giovane clarinettista domese Giacomo Arfacchia, ex studente del  conservatorio Cantelli di Novara  e allievo del professor Roberto Bocchio, che ha vinto il concorso per Primo Clarinetto dell’Orchestra della Fondazione Arturo Toscanini di Parma.
Un risultato prestigioso che premia anni di studio, dedizione e perseveranza. Ad annunciarlo è stato lo stesso musicista con un messaggio carico di emozione, nel quale ha raccontato il legame tra musica e tennis, due discipline che, a suo avviso, condividono la stessa ricerca dell’eccellenza, la cura quasi maniacale dei dettagli, la forza mentale e la capacità di non arrendersi mai.
Giacomo Arfacchia ha inoltre voluto ringraziare i suoi insegnanti, la famiglia e tutte le persone che hanno contribuito al suo percorso artistico e umano, guardando con entusiasmo a questa nuova avventura professionale….(notizia tratta da un Post di Conservatorio Guido Cantelli di Novara)

In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

In Europa è epidemia da caldo: ecco cosa occorre fare (e cosa non si sta facendo)

Avvenire

L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente di tutti: il doppio rispetto alla media globale. Non è solo un problema di minor benessere quotidiano, ma si tratta di una vera e propria emergenza sanitaria, che deve essere affrontata per salvaguardare la salute di tutti, e in particolare dei più vulnerabili. Se si sommano i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla mortalità attribuibile al caldo degli ultimi tre anni si arriva a ben oltre 160mila decessi, in larga parte evitabili con adeguate strategie preventive.

Per contrastare questa “epidemia da caldo” legata alle sempre più frequenti ondate di calore, che rappresentano oggi una delle maggiori minacce per la salute pubblica, l’Oms ha pubblicato nelle scorse settimane una nuova edizione delle “Linee guida per il piano d’azione contro il caldo per la salute” che aggiorna la precedente prima versione del 2008. Si tratta di un documento che ha lo scopo di fornire ai medici e ai professionisti della salute informazioni pratiche atte a proteggere i pazienti contro il caldo estremo, ma anche di dare precise indicazioni ai servizi sanitari e ai governi per attuare azioni concrete di contrasto al cambiamento climatico.
L’obiettivo finale è chiaro: zero morti da calore e adeguata capacità per evitare patologie causate dall’aumento della temperatura. Il caldo è infatti un’emergenza prevedibile e prevenibile. Per questo serve una strategia scaglionata a lungo termine ma che deve partire subito. Occorre chiamare in causa la sanità, i servizi sociali e la protezione civile, non potendo però prescindere dal coinvolgimento dell’urbanistica, delle amministrazioni locali e delle politiche nazionali e internazionali.
La guida dell’Oms è un manuale operativo per trasformare le evidenze scientifiche emerse in questi anni e le esperienze sperimentate negli ultimi due decenni in azioni e indicazioni che i governi e i servizi sanitari possano realmente attuare. Il documento puntualizza anzitutto le tre condizioni che, sommandosi, hanno dato origine alla difficile situazione attuale. In primis il cambiamento climatico, che aumenta la temperatura media e rende le ondate di calore più frequenti, intense e lunghe. Poi la crescente urbanizzazione, che rende i centri urbani “isole di calore” con temperature (soprattutto di notte) di parecchi gradi più alte rispetto agli ambienti rurali, più ricchi di vegetazione. Infine l’invecchiamento della popolazione, con il progressivo incremento delle persone di età superiore ai 65 anni, che per l’età e la concomitante presenza di patologie croniche rappresentano la fascia più fragile di fronte agli eventi più estremi.

Le indicazioni pratiche partono dall’identificazione dei gruppi a rischio, che richiedono interventi differenziati perché la vulnerabilità al caldo non è uguale per tutti ma nasce dall’interazione tra sensibilità fisiologica, esposizione ambientale e capacità (o impossibilità) di proteggersi. Gli anziani rappresentano la categoria più fragile, perché l’invecchiamento compromette la termoregolazione e la percezione della necessità di bere. Spesso poi sono anche portatori di patologie croniche (malattie cardiovascolari, respiratorie, renali e neurologiche), che riducono l’adattamento allo stress termico. Inoltre sovente sono anche soggetti che vivono in isolamento sociale e/o in condizioni abitative inadeguate (non hanno adeguati sistemi di raffreddamento domestico), tutti ulteriori elementi di rischio. Infine le persone con mobilità limitata o affette da deficit cognitivi sono spesso incapaci di adottare autonomamente comportamenti protettivi o di riconoscere situazioni di pericolo. Anche neonati e bambini richiedono una particolare attenzione perché la loro termoregolazione è ancora immatura. Nelle donne in attesa i cambiamenti fisiologici legati alla gravidanza riducono la tolleranza al calore, e quindi anche per questa categoria occorre una speciale attenzione.
Bere frequentemente a piccoli sorsi, tenere chiuse persiane e tapparelle nelle ore più calde, raffreddare il corpo con panni o docce sembrano indicazioni banali ma rappresentano consigli pratici fondamentali. Sul piano collettivo la sanità pubblica deve promuovere una rete di figure in grado di controllare le categorie più a rischio (soprattutto gli anziani) durante le ondate di calore per evitare il loro isolamento: caregiver, assistenti sociali, medici di famiglia, volontari. È fondamentale inoltre rendere accessibili per queste categorie spazi climatizzati (centri di raffrescamento), strutture a basso costo e rapidamente attivabili.
Anche i lavoratori all’aperto e gli sportivi sono categorie a rischio, perché esposti direttamente al calore ambientale associato allo stress metabolico dell’attività fisica. L’interruzione del lavoro nelle ore più calde della giornata e la sospensione delle attività sportive quando la temperatura è troppo elevata sono soluzioni indispensabili. Durante l’attività sportiva il caldo estremo, unito all’umidità e al grande sforzo fisico, determina un’ipertermia corporea (la temperatura del corpo arriva a 39° C) che conduce alla compromissione cardiovascolare e neurologica, origine dell’acuto calo fisico.

Al di là delle indicazioni operative per i professionisti della salute e dei suggerimenti forniti ai sistemi sanitari su come affrontare le patologie legate alle ondate di calore, la parte più significativa del documento è però il forte e deciso richiamo alle istituzioni pubbliche sugli interventi indispensabili per contrastare la crescente “epidemia da caldo”, destinata a modificare sempre di più la vita del pianeta, sino anche a poterla stravolgere.
La prevenzione si può e si deve attuare attraverso scelte politiche e operative consapevoli. Pur non negando l’evidenza del cambiamento climatico in atto, manca la consapevolezza che si stanno facendo sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica ma non per eliminare o attenuare i cambiamenti climatici già in atto. Finora l’Europa (e l’Italia in particolare) ha investito molto sulla transizione ma pochissimo sulle strategie per mitigare l’adattamento. Transizione energetica e adattamento climatico sono due cose differenti. La prima riguarda le azioni che riducono le emissioni di gas che alterano il clima, mentre il secondo è l’insieme delle azioni che modificano sistemi, infrastrutture e comportamenti per ridurre i danni prodotti da un clima già cambiato.
Occorre dunque affrontare l’emergenza climatica, identificando gli attori indispensabili per organizzare un adeguato sistema di allerta sanitaria e di comunicazione efficace. L’obiettivo è attuare strategie mirate per la salvaguardia della salute, monitorandone poi l’andamento per correggere nel tempo soglie e misure. Parallelamente è necessario ripensare gli spazi di vita, individuali e collettivi: realizzare abitazioni termoregolabili e flessibili con termostati domotici per una maggiore dispersione calorica quando necessaria e ambienti urbani (città) resilienti e termoassorbenti con più verde, meno cemento e minor asfalto. Un’ecologia integrale fa crescere la coscienza per una nuova “ecologia termica” in grado di affrontare globalmente i problemi legati ai cambiamenti climatici.

In 7 anni la scuola italiana ha “recuperato” mezzo milione di studenti dai 18 ai 24 anni

In 7 anni la scuola italiana ha “recuperato” mezzo milione di studenti dai 18 ai 24 anniDal 2019 al 2026 520mila studenti in più hanno conseguito il diploma di scuola superiore/ Siciliani
Negli ultimi sette anni la scuola italiana ha “recuperato” più di mezzo milione di studenti, pari agli abitanti di una città come Genova. Questi 520mila alunni hanno raggiunto il diploma di maturità o di qualifica professionale, facendo salire la quota di popolazione che taglia il “traguardo” della scuola dall’86,5% del 2019 al 92,7% del 2026. È questo l’effetto più evidente del calo della dispersione scolastica esplicita registrato dal Rapporto Invalsi 2026 presentato alla Camera dei Deputati. Secondo l’Istituto per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, quest’anno il tasso di dispersione (cioè dei cittadini tra i 18 e i 24 anni che non hanno conseguito un diploma di scuola superiore e non sono in formazione) sarà al 7,3%, in calo di quasi un punto percentuale rispetto all’8,2% del 2025. «Un risultato senza precedenti nella storia del Paese», esulta il presidente dell’Invalsi, Roberto Ricci, presentando e commentando il Rapporto.

In anticipo di quasi quattro anni, dunque, l’Italia supera il traguardo del 9% di dispersione fissato dall’Unione Europea tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030, attestandosi sulle posizioni di Paesi Bassi, Belgio e Francia. «Ciò significa – si legge nel Rapporto – che sempre più giovani rimangono nei percorsi di istruzione e formazione, con effetti positivi sull’inclusione, sull’equità sociale e sulle opportunità future».
Non siamo più «fanalino di coda» del continente, ha ribadito Ricci. Non dimenticando, però, i divari territoriali che ancora resistono e vedono Sicilia e Sardegna nelle retrovie, con rispettivamente il 13,7% e il 13,6% di dispersione scolastica, quasi il doppio della media nazionale.
Buone notizie anche sul versante della dispersione implicita, quella cioè che misura il ritardo degli apprendimenti degli studenti che, pur conseguendo un diploma di scuola superiore, non raggiungono livelli di apprendimento adeguati. Nel 2026 la dispersione scolastica implicita, attesta l’Invalsi, si è fermata al 6,3% dall’8,7% del 2025. Si tratta del valore più basso dal 2019, quando era il 7,5%. «Un risultato di grande rilievo», per il presidente Ricci.

In miglioramento, anche se non in misura generalizzata, gli apprendimenti nelle materie considerate dal Rapporto. Per quanto riguarda l’Italiano, all’ultimo anno delle superiori il 54% degli studenti raggiunge il “livello di adeguatezza” richiesto, in crescita rispetto al 52% del 2025. Resta il fatto che il 46% dei maturati non ottiene la piena sufficienza nella comprensione dei testi. Un aspetto che merita certamente un approfondimento, così come fa riflettere anche il calo, dal 59% al 57% degli apprendimenti in Italiano in terza media e il divario di 10 punti percentuali che, su questo medesimo aspetto, separa il Nord e il Sud del Paese.
Per quanto riguarda Matematica, il risultato più significativo riguarda la quota di studenti dell’ultimo anno delle superiori che raggiunge almeno il livello di adeguatezza 3, in risalita dal 49% al 52%, con il Mezzogiorno che mostra i segnali più incoraggianti, anche grazie agli investimenti previsti dall’Agenda Sud messa a punto dal Governo. Nello specifico, il Sud cresce dal 40% al 45% e il Sud e Isole dal 38% al 41%, avvicinandosi ai livelli pre pandemia. «Il più accentuato miglioramento del Mezzogiorno – si legge nel Rapporto Invalsi – permette di compiere un passo nella direzione giusta per la riduzione dei divari territoriali».
Preoccupa, invece, il peggioramento dei risultati in Matematica della scuola primaria. In seconda la percentuale di alunni che raggiunge almeno il livello base cala dal 67% al 64%, mentre in quinta passa dal 66% del 2025 al 63% del 2026. Rispetto al 2019 si conferma, inoltre, un calo dei risultati medi di circa l’8-10%. «Si evidenzia la necessità di concentrare maggiori sforzi nell’insegnamento e apprendimento della Matematica, come previsto dalle nuove Indicazioni nazionali», si legge, a questo riguardo, nel Rapporto.

In Inglese, il 63% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori raggiunge il livello previsto in lettura e il 48% in ascolto, mentre in terza media viene “promosso” l’83% degli studenti in lettura e il 70% in ascolto. «Investire come sistema nell’Inglese dà buoni risultati», ricorda Ricci. Che analizza anche gli esiti della rilevazione delle competenze digitali, misurati alle superiori. In seconda l’87% degli studenti raggiunge competenze adeguate per quanto riguarda la “sicurezza” nell’utilizzo degli strumenti digitali, mentre all’ultimo anno il 93,1% ottiene un target “avanzato” sempre in sicurezza. Complessivamente, il 60-70% degli studenti conclude le scuole superiori raggiungendo un livello “avanzato” di competenze digitali. « La sfida è continuare a consolidare questo andamento e tradurlo in un miglioramento solido e appropriato degli apprendimenti per sostenere lo sviluppo e la crescita dei giovani cittadini e delle giovani cittadine», conclude il Rapporto Invalsi 2026.

Avvenire

Letteratura Virgilio & Co. Perché i classici restano
necessari?

Virgilio & Co. Perché i classici restano
necessari?

Avvenire

Irecenti dati sulle iscrizioni al liceo classico, scese al 3 per cento, hanno provocato ancora una volta un dibattito sulla sua validità, dimostrando come si sia indebolita nel nostro Paese, ma anche in tutto l’Occidente, l’idea della cultura classica come patrimonio condiviso. Molti pensano che sia un fardello del passato di cui liberarsi a tutto vantaggio degli studi scientifici, tecnologici ed economici. Perché continuare a fare versioni dal greco e dal latino o mantenere lo studio del latino nei licei scientifici? Eppure negli ultimi anni non sono mancate prese di posizione intelligenti sulla necessità di preservare la cultura umanistica nella civiltà tecnologica in cui siano assorbiti. Come da parte degli scienziati Guido Tonelli e Lucio Russo, quest’ultimo autore di un libro fondamentale, Perché la cultura classica, in cui rammenta che l’immenso patrimonio giunto fino a noi dal mondo antico non riguarda solo la filosofia e letteratura, ma anche la scienza. Da parte sua Tommaso Braccini nel volume Avventure e disavventure dei classici – che se la prende con la cancel culture che vuole imbavagliare alcuni autori antichi – sottolinea come le vicende travagliate dei classici ci debbano spingere a salvaguardarli, perché molto hanno da dirci oggi. Per non parlare di Martha Nussbaum, che nel saggio Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, si dice preoccupata perché, in una civiltà dominata dalla tecnoscienza e dall’economia, stanno scomparendo non solo le competenze associate agli studi umanistici e artistici, ma anche la capacità di pensare criticamente. Molti economisti di formazione statunitense vedono nella cultura classica un ostacolo sulla via della globalizzazione: sono lontani i tempi in cui per essere ammessi ad Harvard bisognava rispondere a domande relative alla grammatica e alla storia greca e romana oltre che a vari quesiti di matematica; non solo, erano previste anche prove di traduzione dall’inglese al latino e al greco.

In Francia e in Germania poi da tempo si ridimensiona l’apporto della latinità alla formazione dell’Europa e si vuole rimuovere il contributo della civiltà romana. Un fenomeno segnalato anticipatamente da Rémi Brague nel libro Europe, la voie romaine, che denunciava lo spettacolo comico della svalutazione dei Romani rispetto ai Galli, operata da un popolo che parla una lingua ereditata direttamente dal latino. Se l’Europa è certamente greca ed ebraica, è altrettanto romana.
Ne è ben cosciente Roberto Andreotti, classicista e giornalista, per lunghi anni curatore di Alias, l’inserto letterario del “Manifesto”, come traspare nel libro Virgilio è urgente (Interlinea, pagine 254, euro 16): un titolo volutamente provocatorio, dato che come spiega lui stesso nelle prime pagine «è solo il contemporaneo che può generare domande nuove e incalzanti da porre ai libri degli Antichi, senza per questo trascurarne la drammatica alterità». Sono Virgilio e Ovidio gli autori cui maggior spazio è dedicato, seguiti da Seneca, Apuleio e Rutilio Namaziano. Della guida di Dante nella Divina Commedia si ricorda la ripresa recente, da Seamus Heaney a Alessandro Fo. Ma da più di un secolo, a partire dallo studio fondamentale di Richard Heinze Tecnica epica di Virgilio, l’autore dell’Eneide viene recuperato e acclamato, con letture pubbliche e performance un po’ ovunque. Senza dimenticare lo sceneggiato televisivo trasmesso dalla Rai negli anni Settanta con Giulio Brogi protagonista.
Se Giorgio Caproni «esaltò il profugo troiano come modello di tutti i perseguitati», la poesia occidentale è nata nel segno dell’esilio, come ci ha insegnato Virgilio. Anche Ovidio rientra nella triste casistica dell’intellettuale inviso al potere. La sua attualità è legata soprattutto al successo delle Metamorfosi, immortalate nei secoli dai grandi artisti e cui si riferiscono più volte poeti e scrittori vicini a noi come Walcott, Brodskij, Maalouf e Ransmayr, ma anche il cinema e le serie tv: «Manipolazione della materia; mutilazione del corpo umano; fantasia genetica; potere catastrofico del desiderio. Sembrano etichette da science fiction, in realtà sono dei temi offerti dalle Metamorfosi, riformulati con il linguaggio corrente», commenta Andreotti. Il quale rimarca come la weltanschauung del poeta esiliato a Tomi sia molto diversa da quella virgiliana improntata alla pietas e all’amor patriae: «Per dirla con Paul Veyne, Ovidio non crede ai suoi miti». Miti peraltro immortali, se si pensa a Narciso e Proserpina o a Orfeo e Euridice.

Come quello di Amore e Psiche narrato da Apuleio, che Andreotti vede rivivere nel film d’animazione La bella e la bestia, soffermandosi poi su Lucio, il protagonista delle sue Metamorfosi, ribattezzate da sant’Agostino in L’asino d’oro, rilevando in quello che viene ritenuto l’unico vero romanzo dell’Antichità anche il primo e forse unico caso di conversione religiosa. Come ha segnalato l’antichista e patrologo Gustave Bardy, infatti, le religioni del mondo greco e romano, ma anche quelle di derivazione orientale, non riuscirono a produrre quella trasformazione spirituale nella quale consiste la conversione, che prevede un rinnovamento da cima a fondo dell’anima e della vita della persona. Lucio invece si converte al culto di Iside dopo essere stato trasformato in un asino e il suo atteggiamento pare mosso da una vera ricerca di santità.
E veniamo a Rutilio Namaziano, il cui poema De reditu, scritto dopo il sacco di Roma da parte di Alarico del 410, è una sorta di lamento funebre per la civiltà romana basata sul paganesimo. Andreotti vuole ribaltare il giudizio di Italo Lana, per il quale il mondo di Rutilio appare «fermo e stagnante» rispetto «a una qualunque pagina di un autore cristiano di sempre». In realtà Il ritorno è un poema struggente e straziante. Non certamente favorevole alla nuova religione, ma curiosamente messo in salvo al monastero di Bobbio.
Una nota finale: spiace che nel volume non compaia alcun riferimento all’opera di damnatio memoriae verso gli autori classici in atto nelle università anglosassoni. La cancel culture cui si accennava all’inizio mette sotto accusa proprio Virgilio perché troppo violento e Ovidio perché antifemminista. I classici possono certamente essere discussi, ma è assurdo cancellarli, riscriverli o ridimensionarli perché fanno parte in maniera inscindibile della nostra cultura.

Ecco come si può migliorare l’assistenza agli anziani in sole 4 mosse

Un'anziana e la sua badante in un parco / FOTOGRAMMA

È un’altra estate difficile per gli anziani non autosufficienti, i loro familiari e chi se ne occupa professionalmente. Un universo fatto di quasi 4 milioni di soggetti fragili, attorno a cui ruotano altri 6 milioni di persone tra caregiver familiari, badanti e personale delle Rsa. Per tutti questi soggetti nel 2023 si era concretizzata finalmente la svolta con l’approvazione – all’unanimità – della legge delega 33 per la riforma dell’assistenza agli anziani. A tre anni di distanza, però, l’attuazione di quell’ambiziosa riforma stenta a diventare realtà, eccezion fatta per pochi provvedimenti che non hanno cambiato di molto la situazione delle persone che hanno necessità di essere assistite. Per questo, il Patto per la non autosufficienza – un cartello che riunisce oltre 60 associazioni professionali, sindacali, di famiglie e di malati – chiede oggi di dare una spinta decisiva a partire dalla prossima legge di Bilancio, con un impegno condiviso tra maggioranza e opposizioni, di poco più di 1 miliardo.

«Bastano pochi numeri per comprendere come l’urgenza di oggi è destinata a diventare vera e propria emergenza domani – spiegano Eleonora Vanni e Cristiano Gori, portavoci del Patto -. Già oggi, infatti, ci sono 270mila anziani in lista d’attesa per un ricovero nelle residenze sanitarie che hanno una capacità complessiva di 300mila posti. E nei prossimi 10 anni la popolazione degli ultra85enni è destinata ad aumentare del 30%». Non si può più attendere, dunque, per ridisegnare la struttura della nostra assistenza agli anziani. La proposta del Patto per la non autosufficienza è di avviare già dal 2027 almeno un primo significativo modulo della riforma, mirato su quattro aspetti fondamentali: la semplificazione delle procedure, l’assistenza domiciliare, l’assistenza residenziale e i trasferimenti monetari.
I quattro ambiti su cui agire
Il primo nodo è infatti quello dell’accesso alle misure. Oggi in molti casi occorrono cinque o sei valutazioni diverse per arrivare a certificare la non autosufficienza della persona anziana e attivare le tutele previste. L’idea, peraltro già contenuta nella legge delega, è quella di «introdurre un sistema unitario e integrato di valutazione, che con una o due visite al massimo dia accesso alle misure e accompagni le famiglie nelle procedure».
Il secondo campo d’intervento è invece quello fondamentale dell’assistenza domiciliare. Oggi è essenzialmente di carattere sanitario-infermieristico, è assicurata a poco più del 6% degli anziani non autosufficienti e consta mediamente di 16 ore d’intervento l’anno. La proposta del Patto, invece, prevede di «istituire un nuovo servizio pubblico specificamente dedicato alla non autosufficienza che integri interventi sanitari, sociosanitari e sociali, garantisca continuità assistenziale e interventi di sostegno e orientamento ai caregiver familiari e alle assistenti familiari». Qui c’è il vero cuore della riforma immaginata con la legge delega. Il fine, condiviso da tutto il mondo associativo e dalle stesse forze politiche, infatti, è che vada sostenuta al massimo, in maniera sussidiaria, la permanenza dell’anziano non autosufficiente in casa e in famiglia fintanto che le sue condizioni fisiche e cognitive lo permettono. Una scelta che, da un lato, salvaguarda meglio le relazioni sociali dell’anziano stesso e, dall’altro, garantisce una minore pressione sulle strutture pubbliche e sulle casse dello Stato, grazie ai mancati ricoveri. Tutto però non può essere lasciato solo sulle spalle dei caregiver familiari o sul sistema – oggi piuttosto opaco – del badantato. Ma sostenuto economicamente e professionalmente, appunto con una maggiore e migliore assistenza a domicilio.

Non sempre e non fino all’ultimo, però, è possibile assistere gli anziani in casa. E dunque occorre migliorare anche l’assistenza residenziale nelle Rsa. Qui la proposta del Patto prevede «l’aumento dei posti disponibili e del personale dedicato e di rendere più eque le rette, così da garantire un’assistenza più accessibile, di maggiore qualità e sostenibile per le famiglie. Assistenza domiciliare e residenziale non vanno viste in contrapposizione, ma in sinergia», sottolinea Gori.
Infine, l’ultimo punto riguarda i trasferimenti monetari, a partire dall’indennità di accompagnamento, «con la sperimentazione della Prestazione Universale per la Non Autosufficienza, caratterizzata da importi differenziati in relazione ai bisogni assistenziali (ma sempre superiori agli attuali 552 euro mensili) e da incentivi all’utilizzo di servizi qualificati e di lavoro regolare».
Sì, ma quanto costa? La sostenibilità economica
L’impostazione del progetto si basa su un’implementazione graduale e controllata della riforma dell’assistenza. «Il nostro impegno è a garantire una doppia sostenibilità: attuativa, perché non si possono stravolgere da un giorno all’altro i servizi pubblici, e di risorse economiche», spiega ancora Gori. Per il 2027, dunque, si prevedono stanziamenti aggiuntivi, rispetto agli attuali, di 577 milioni per la domiciliarità, di 433 milioni per le Rsa e di poco meno di 38 milioni per la sperimentazione limitata a 20 territori della nuova Prestazione universale (il Governo ne sta attuando una da 250 milioni per gli ultra 80enni gravissimi e con 6mila euro massimo di Isee. Previsti 25mila beneficiari, ne avrebbero beneficiato in 6mila). Totale: 1 miliardo e 48 milioni per il prossimo anno. Destinati a diventare 2,335 miliardi nel 2028, mentre il costo dell’intera riforma a regime viene stimato in 7-8 miliardi complessivi.

Si tratta di cifre certamente non impossibili da reperire e comunque assai inferiori a quelle ipotizzate per altre spese, come il riarmo o la costruzione di nuove infrastrutture. Decisiva sarà, appunto, la prossima legge di Bilancio, tra l’altro l’ultima di questa legislatura. «Prego astenersi da bonus e misure bandierina per attrarre consenso elettorale. Chiediamo alla maggioranza, ma non meno alle opposizioni, la responsabilità di lavorare assieme per assicurare in maniera concreta una migliore assistenza agli anziani non autosufficienti. Il progetto per farlo c’è già: è la legge delega. Ora si tratta di compiere scelte coerenti e conseguenti», è la conclusione dei portavoce del Patto. Che suona come un vero e proprio appello.

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