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Giovani “indifferenti” alla Pasqua? Come avvicinarli alla Luce che cercano

Giovani “indifferenti” alla Pasqua? Come avvicinarli alla Luce che cercano

«Che cosa rappresenta la Pasqua per gli adolescenti e i giovani di oggi? Può dire ancora qualcosa o sono davanti a un linguaggio diventato per loro completamente muto?». È la domanda che mi ha posto un amico, padre di due figlie ormai giovani. E con una punta di amarezza mi dice che le sue figlie hanno rifiutato di partecipare alla Via Crucis della parrocchia. Non è un rifiuto rabbioso, il loro, ma qualcosa di più profondo: un’estraneità che nasce dal non riconoscersi più in simboli percepiti come distanti dalla vita.
Quasi a risposta, ho ricevuto la riflessione di Chiara, diciotto anni. «Per come sono oggi, la Pasqua è quasi più un’atmosfera che altro. Mi piace l’idea di andare alla Veglia pasquale perché mi fa sentire il senso di comunità che secondo me la Pasqua racchiude. Per come l’ho sempre vissuta, infatti, la Pasqua presuppone convivialità e condivisione, sia di un momento (che può essere il pranzo) sia delle proprie vite in generale. É un giorno che si può considerare vissuto veramente quando lo si trascorre stando bene insieme». Parole in cui si respirano serenità, freschezza, calore, ma niente di religioso. Difficile accostare queste parole all’atmosfera severa del Venerdì o al silenzio del Sabato Santo; anche sulla cena del Giovedì, cena tra amici, vi è l’ombra del tradimento, dell’abbandono, dell’addio. Nelle narrazioni bibliche del Triduo pasquale si ascoltano parole cariche di dolore, di violenza, di brutalità; quanti di noi pensano che la vita di tutti i giorni ci riserva già tutto questo, e ci sembra troppo che anche la fede quasi accresca il peso quotidiano che abbiamo sulle spalle?
Molti poi pensano che nei tre giorni pasquali si rievochino eventi che riguardano il passato; certo sono grandi, sono il fondamento della nostra fede, ma che cosa hanno da dire a noi, gente di oggi? Difficile pensare che proprio la dimensione di dramma della Pasqua non faccia altro che rispecchiare una tragica attualità; e che tutto questo, anche solo dal punto di vista umano, renda la Pasqua un’esperienza di oggi. E poi, è difficile passare dalle parole del Venerdì Santo a quelle della Domenica di Risurrezione. Bisogna aver sperimentato qualche volta che dalla morte può nascere una vita; che dal dolore si può uscire trasformati. La difficoltà non riguarda solo per i giovani, ma anche gli adulti. Anche per loro varrebbe la pena chiedersi: che cosa significa Pasqua, anche per chi ha la consuetudine di viverla da credente. Gli eventi che la Chiesa celebra – dramma di sofferenza, di solitudine, di morte e di vita – sono racchiusi in riti solenni, carichi di un simbolismo non sempre facile, se non si è pronti a lasciarsi coinvolgere nel mistero.
Che cos’è la Pasqua per Chiara? Una festa di condivisione e di convivialità; un’esperienza di comunità, di calore familiare. Anche se ha partecipato alla Veglia pasquale, in quella celebrazione ha vissuto soprattutto il senso di comunità; per lei la Pasqua è questo. Nelle sue parole si legge un desiderio di armonia e di pace che hanno sapore pasquale.
Per altri giovani, la Pasqua è l’occasione per qualche giorno di vacanza, per un viaggio con gli amici, per godere i primi tepori della primavera. Qualcuno partecipa alle celebrazioni liturgiche, ma di esse e della loro straordinaria ricchezza che cosa vivranno? Che cosa potrà parlare loro? La Pasqua è una di quelle occasioni in cui si fa più evidente il distacco delle nuove generazioni da un mondo religioso che per molti di loro non esiste più; per altri, se rimane, è profondamente trasformato.
È questa generazione, di giovani ormai “diversamente credenti” che mi interpella di più, perché in loro leggo quello che io non riesco (ancora) a capire e quello che la mia generazione non è riuscita a trasmettere. La loro è una Pasqua laica, la loro sensibilità riflette una spiritualità “non religiosa”, ma anche senza rifiuto della religione; loro casomai sono gli interpreti incerti di una forma spirituale entro la quale scorre una sensibilità nuova, che chiede di essere letta e capita. Non è una spiritualità senza valori: piuttosto rimanda al desiderio di un’umanità fraterna e nuova: la condivisione, la pace, l’essere insieme, aspirazione profonda per questo tempo frammentato e violento.
Dalla solennità dei riti i giovani si sentono trasportati in un mondo senza tempo, che non è il loro; il mistero resta offuscato da parole – troppe parole – che non hanno riverbero nella vita concreta e nella sua attualità. Le narrazioni ecclesiali difficilmente riescono a far leggere in trasparenza il rapporto tra la Passione e le passioni, tra la Passione di Cristo e quella delle donne e degli uomini di oggi, che hanno nomi molto concreti e non meno drammatici di quelli proposti dai Vangeli.
In questa Pasqua 2026, in quella che papa Leone ha definito un’«ora oscura della storia», il mondo è in fiamme quasi ovunque; vi sono le guerre di cui ascoltiamo ogni giorno la cronaca, con il fiato sospeso, e quelle sconosciute e talvolta ancor più violente. E vi sono anche migliaia di giovani, in ogni parte del mondo, che marciano chiedendo la fine delle guerre e di ogni violenza: sono il segno di una Pasqua che cerca di farsi strada dentro la storia concreta. Forse loro non lo sanno, ma tra le parole dei giorni drammatici della passione di Cristo è risuonato il suo ordine di “riporre la spada nel fodero” a chi pensava di mettere fine alla violenza con la violenza. Il Signore è con tutti coloro che oggi gridano di “riporre la spada nel fodero”, e lo gridano ai grandi della terra che sembrano diventati sordi alle voci dell’umano.
Il Signore Gesù è con chi invoca la pace, così come è con i bambini di Gaza, con le donne di Teheran, con le famiglie accampate per le strade di Beirut o nelle case distrutte dell’Ucraina. Forse se i padri e le madri credenti, se le comunità cristiane riuscissero a far capire ai giovani che continuare a credere nella vita pur in questo scenario è Pasqua! Al di là delle forme religiose che ne racchiudono il messaggio, forse anche i giovani di oggi, almeno quelli pensosi e inquieti, capirebbero che la Pasqua ci e li riguarda, oggi; che non è la rievocazione di eventi pure decisivi del passato, ma è evento di oggi, per compiere nella promessa basata sulla risurrezione di Cristo il rinnovamento delle nostre vite e della storia tutta, chiamata a risorgere.
La via Crucis del Signore continua nella via crucis delle donne e degli uomini di oggi, dove ci sono le guerre, e dove vi è la normale quotidiana fatica di vivere; continua nel cuore di giovani che non riescono più a credere nella vita, nelle loro solitudini e nelle loro domande che non trovano interlocutori; negli stenti dei poveri che dormono su letti di cartone o di migranti che rischiano la vita perché credono ancora in una dignità possibile.
Tocca noi, adulti, educatori, laici e ministri del Vangelo, annunciare ai ragazzi e alle ragazze di oggi che Pasqua è oggi! E che in ogni loro slancio di bene, lì Lui risorge! Certo, servono parole nuove, forse riti meno formali e meno verbosi, più sobri e più trasparenti per lasciar intuire la densità del mistero cui i simboli alludono.
Per vivere e parlare in modo autentico della Pasqua penso che sia necessario l’ascolto profondo della vita. Occorre imparare a credere che in ogni dolore umano è Cristo che continua a soffrire; che in ogni desiderio di bene c’è una scintilla della luce di Pasqua, ne siamo o no consapevoli. Pasqua è anche riuscire a riconoscerla nella vita, e imparare a non rinchiuderla nei riti ma casomai aprire la solennità del rito all’umiltà dimessa della quotidianità.
Oggi, giorno di Pasqua, la Chiesa celebra l’uscita del Signore dal tunnel del dolore e della morte. C’è una vita nuova promessa e possibile nella Risurrezione del Signore Gesù. Abbiamo davanti i cinquanta giorni del tempo pasquale per meditarne il mistero e per cercare parole e gesti nuovi per viverla e per annunciarla.
Avvenire

Il boom dei data center: ma abbiamo l’energia che serve per tenerli accesi?

Il boom dei data center: ma abbiamo l'energia che serve per tenerli accesi?

Milano avrà presto due nuovi data center targati CyrusOne, leader globale in questo settore. A Segrate ha iniziato i lavori per il primo (27 MW di potenza installata), siglando un accordo con gli enti locali che associa il recupero di un’area industriale e investimenti nel verde e nella mobilità per sei milioni di euro. Il nuovo centro funzionerà al 100% con energia rinnovabile ed è progettato per riutilizzare il calore prodotto dai server, risolvendo il principale problema ambientale creato da questi centri, che interpretano un nuovo modello di sviluppo industriale. L’Italia, oggi, è al 13esimo posto per investimenti in archiviazione ed elaborazione dati (non solo AI). Ci sono 168 data center attivi (2024) per una potenza di oltre 500 MW e un consumo annuo di 4–5 TWh. Il 69% è in Lombardia (il 46 a Milano) ma sorgono anche al Sud. La distribuzione è condizionata da due fattori: la presenza di fonti di cogenerazione elettrica – grazie a fotovoltaico ed eolico, infatti, sta prendendo forma la Puglia Data Center Valley – e quella dei clienti premium: banche e finanza. Quando l’intelligenza artificiale è utilizzata per servizi che abbisognano di efficienza e sicurezza assolute e quindi di potenze di calcolo elevatissime, il server deve operare in prossimità dell’utenza, dove può sfruttare la banda larga. Ecco perché la gran parte dei data center sorgono intorno alle principali piazze finanziarie: per avere la minor latenza possibile e consentire a pochissimi di disporre della potenza di calcolo utile a governare i flussi finanziari, mentre, con la potenza che resta, l’altra parte della popolazione sfrutta l’AI per studiare, lavorare, divertirsi.
La prima rivoluzione industriale è stata intossicata dal carbone e ha messo milioni di persone alla catena di montaggio. Quest’ultima ha il problema del calore generato dalle gpu – circuiti elettronici che gestiscono i calcoli in modo più rapido -, ma non produce posti di lavoro. «È un settore in potente espansione. A livello mondiale si parla, entro il 2030, di 1000 TWh di energia solo per questi centri e nel nostro Paese ci sono più di 500 richieste di connessioni per una potenza accumulata di 80 GW. È un valore enorme, se si considera che la curva di carico massima della potenza di tutta la nazione oggi arriva a 60 gigawatt. Siamo di fronte a un cambiamento epocale del panorama industriale». Chi parla così è Gianluca Marini, vicepresidente esecutivo per Cesi Consulting, una divisione del Cesi, gruppo globale di ingegneria nato 70 anni fa come superconsulente del settore elettrico. Oggi studia anche come ottimizzare queste produzioni, che sono proporzionalmente le più energivore che esistano. Se si realizzassero i progetti in cantiere, il consumo dei data center potrebbe passare dal 2 al 13% dell’energia disponibile nel Paese (oggi l’industria intera si fa bastare il 29%). Nelle notti di luglio, l’ultimo condizionatore a partire potrebbe mandare in down un hyperscale da 100 MW (o, più facilmente, il contrario) e presto, se si realizzasse il 30% dei progetti presentati, potremmo dover scegliere tra la fidanzata virtuale e la birra ghiacciata. Il digitale è un mondo rapido: in due o tre anni i centri saranno approvati (o bocciati) e costruiti. L’insieme degli insediamenti vecchi e nuovi in Italia, che offrono servizi di cloud, big data e AI, potrebbe raggiungere così i 4,6GW di potenza installata. Indispensabili per potenze di calcolo come quelle dell’AI e una sicurezza all’altezza della clientela premium, che misura l’efficienza di un servizio in termini di pochissimi minuti/anno di interruzione del servizio.
Oggi, Aruba, storico campus di Ponte San Pietro (Bergamo) impegna da solo 90 MW: come una città di oltre centomila abitanti. Data4 e Microsoft non sono da meno. Apto sta costruendo un data center da 300 MW alle porte di Milano. A contare sono 20 grandi poli. I primi dieci consumano quasi tutti i TW e gli hyperscale (data center e cloud, capaci di “scalare” massivamente, per gestire enormi volumi di dati) assorbono tra il 10 e il 15% dei consumi. Poiché la tendenza è ad insediarsi in poche aree, nei prossimi anni bisognerà capire come servire cluster da 1000 MW. Ancora Marini: «Un data center non pone solo un problema di carico, ma di densità energetica: una gpu grande come una carta di credito alimenta l’AI che è il driver principale di questi centri e consuma da sola 600 watt. Ma tante gpu dentro un server portano la potenza richiesta da quel server a 100 kilowatt. La nostra lavatrice e la nostra asciugatrice occupano lo stesso spazio di quel server ma consumano 4-5 kilowatt…».
La nostra rete, che è dimensionata per picchi brevi, dovrà reggere un carico alto e continuo: bisognerà importare energia e costerà di più. Sicuramente ai cittadini, visto che i data center godono di sconti: qualcuno potrebbe chiedersi perché finanziare un settore che non produce posti di lavoro e utilizza solo materie prime e tecnologie d’importazione. Ma i più sono più appassionati a guardare i reel in cui ci si tuffa da un ponte senza farsi male. Sarà inevitabile la costruzione di nuove centrali: ne serviranno tre solo in Lombardia. «Dev’essere garantita una alimentazione costante, ad esempio con il gas, magari convertendo vecchi impianti; negli Usa i grandi data center (1 GW) hanno una centrale tutta loro, ma c’è spazio per il mix: se riusciamo ad accumulare l’energia delle rinnovabili e potremmo trovare la via italiana per data center dalle dimensioni più contenute» spiega Marini. Un altro punto dolente è la vita media dei centri. Un quinquennio di alte performance al servizio della finanza e delle attività più remunerative, per poi fare profitto con i servizi di utilità o di intrattenimento. «L’ammortamento di questi investimenti ha un ruolo maggiore rispetto a quanto accadeva per le precedenti attività industriali – ammette Marini – e si basa su un modello di business nel quale si ipotizza che saremo tutti disposti a pagare cento o cinquecento dollari all’anno per un abbonamento all’AI».
Avvenire

Vacis: «Porto i Vangeli a teatro, parole di verità»

Vacis: «Porto i Vangeli a teatro, parole di verità»

Il Vangelo è giovane. E arriva al cuore, forse ancora di più, quando a pronunciarlo sono voci che portano addosso il tempo presente, i suoi strappi, le sue attese, la sua energia. Accade nelle prove di Vangeli, il nuovo lavoro di Gabriele Vacis, dove il Logos si fa corpo, anzi corpi: quelli di dodici ragazzi e ragazze, come gli Apostoli, che si muovono senza sosta, come un respiro condiviso.
Debutterà l’8 aprile alle Fonderie Limone di Moncalieri questo secondo capitolo della “Trilogia dei libri”, con la drammaturgia di Gabriele Vacis e della Compagnia PoEM, nuova produzione del Teatro Stabile di Torino, dopo Antico Testamento, mentre l’anno prossimo arriverà il Corano. Ma qui, ora, tutto è concentrato su una parola antica eppure viva, rilanciata da una generazione che quella parola sembrava aver smarrito.
Già assistendo alle prove si resta colpiti da una semplicità che è essenzialità: teli bianchi, panche, luce. Una scena che lascia spazio alla parola e al corpo. E a una memoria che affiora subito, dichiarata: quella di Pier Paolo Pasolini. Non a caso, mentre gli attori sistemano i grandi lenzuoli, appare una dedica “alla cara, lieta, familiare memoria di Papa Francesco”, eco esplicita del film pasoliniano Il Vangelo secondo Matteo dedicato a Giovanni XXIII.
«È una dedica molto affettuosa a Papa Francesco – spiega Vacis –. Riprende la formula di Pasolini. E subito dopo entra la sua voce». Pasolini dice nel 1974 che il messaggio di Gesù delle Beatitudini “è incomprensibile per un giovane di oggi. Il potere industriale vuole che l’uomo sia consumatore e che la sua filosofia sia edonistica”. Un passaggio chiave, perché proprio Pasolini offre la lente attraverso cui leggere questo lavoro: «Diceva che per la sua generazione Cristo aveva ancora una capacità di presa, ma già per i giovani degli anni Settanta era perduta. Eravamo già immersi nel consumismo» aggiunge Vacis.
E oggi? Oggi, paradossalmente, sono proprio i giovani a restituire quelle parole. Senza gerarchie, senza protagonismi: la parola rimbalza da bocca a bocca, si fa coro, si fa gesto. A raccontarlo è anche Riccardo Zaffino, giovane assistente alla drammaturgia: «Mettere in scena un testo sacro è tentare di dare consistenza all’invisibile. È un modo per ristabilire un contatto con l’ignoto che continua a dominare le nostre vite». E citando Andrej Tarkovskij aggiunge: «Costruire uno spettacolo sul sacro è di per s un gesto religioso. È quanto di più vicino al rito per una generazione che il rito l’ha sfiorato appena».
Il cuore del lavoro è soprattutto il Vangelo di Giovanni, intrecciato con Matteo e Marco, fino all’Apocalisse. Ma più che una narrazione è un’esperienza. «Il primo spettacolo di questo trittico, Antico Testamento, prendeva il Pentateuco e altri libri un po’ a pretesto. Ci interessava raccontare storie di oggi sugli antichi racconti biblici. Prendendo in mano i Vangeli ci siamo subito resi conto che è necessario, di questi tempi, semplicemente pronunciare le parole del Nuovo Testamento» ci spiega Vacis. Parole come “beati i miti”, “ama il tuo nemico”, “guai a voi ricchi”. Parole che, dette da ventenni immersi in un mondo digitale e consumistico, suonano quasi scandalose. Eppure funzionano. Colpiscono. Commuovono.
Anche grazie a immagini potenti: una luce che richiama Caravaggio, una canzone da Hunger games che entra come eco delle proteste di piazza, fino a una crocifissione resa con coperte termiche dorate – quelle dei migranti salvati in mare – che poi si sollevano, diventando segno di Resurrezione. E dentro questo tessuto visivo si intreccia anche quello sonoro: brani contemporanei che vanno da Madame a Franco Battiato fino a Bruce Springsteen si alternano a canti sacri in ebraico, latino e aramaico.
«Queste sono le parole che ci volevano oggi – insiste Vacis –. Il mondo che abitiamo pare senza grazia. La verità è messa al bando, non è più una virtù ma una carta da giocare. Nell’Antico Testamento è data la legge, nel Nuovo Testamento la grazia e la verità. E nel Vangelo di Giovanni Cristo è grazia e verità. Dove abitano oggi?». La domanda attraversa tutto lo spettacolo. E si fa anche provocazione politica e culturale: «Oggi tutto è intrattenimento. Allora le parole di Gesù non sono intrattenimento. Sono parole, sono Logos. Avremmo bisogno di qualcuno che quando parla dice verità. Oggi siamo nell’epoca della post verità. Ma la post verità c’è sempre stata: si chiamava menzogna».
Vacis entra nel merito anche delle distorsioni contemporanee legate alla conservatrice “teologia della prosperità”, replicando in scena la foto in cui Donald Trump è attorniato da telepredicatori che lo benedicono, e mette in guardia da un uso ideologico del sacro: «Il Vangelo della prosperità è una bestemmia. Prende la parabola dei talenti e la stravolge. Sembra un invito a fare soldi con i soldi. Invece no, perché subito dopo c’è la parabola del giudizio finale, dove Gesù dice, avevo fame e non mi hai dato da mangiare, ero forestiero e non mi hai accolto. La teologia della prosperità sostiene che se tu sei in salute, ricco e fortunato vai in Paradiso. Se sei povero, malato e sfortunato, vai all’Inferno. E non è così. Cioè, San Francesco si arrabbierebbe molto di questa cosa».
Al fondo c’è una preoccupazione educativa, quasi urgente. «Il mio lavoro oggi è costruire ponti tra le generazioni – afferma – perché i giovani pensano che la tecnologia sia la ragione della vita. Ma noi settantenni, anche se non sono credente, abbiamo memoria di un mondo in cui contava la relazione, la solidarietà, in cui Dio erano gli altri. Mia nonna mi insegnava ad essere gentile e che c’era qualche cos’altro oltre alla quotidianità. E poi ho avuto la fortuna di incontrare due preti straordinari che si prendevano cura di noi all’oratorio». E il ricordo diventa racconto, per Vacis, nella periferia degli anni 60 di Settimo Torinese: « C’era don Pier Giorgio Ferrero che ci insegnava a leggere davvero. Era un gran narratore. Dopo aver giocato a pallone ci leggeva da I ragazzi della via Pal a Tom Sawyer, e poi il Vangelo. E valeva come tutto il resto, anzi di più per la sua profondità».
È forse questo il punto più toccante di Vangeli: un tentativo di restituzione. «Abbiamo costruito questo spettacolo provando a dare corpo alle parole – spiega Vacis – a generare azioni e immagini dal testo. Volevamo far agire il Logos nei corpi dei giovani». E la risposta lo sorprende: «Queste parole li stupiscono. Loro sono nativi digitali e consumistici, eppure restano colpiti». Anche la scelta del Quarto Vangelo, come lo definisce Enzo Bianchi, non è casuale. «È il meno narrativo, il più spirituale. È quello che prova a narrare Dio». E allora la domanda diventa inevitabile: «Che cos’è Dio? Se devo dirlo: è essere presenti a se stessi, agli altri, al tempo, allo spazio». E già lo sguardo va al terzo capitolo del progetto. «Ho lavorato a Gerusalemme con i ragazzi del National Palestinian Theatre che ora stanno là, tra Hebron e Ramallah – racconta il regista –. Il prossimo spettacolo sarà il Corano e cercheremo di portarli qui». Il teatro, allora, come spazio di incontro possibile. «Tutte e tre le religioni monoteiste – riflette Vacis – hanno come aspirazione la grazia e la verità. Ma non c’è grazia senza verità, e la verità non c’è senza giustizia». Da qui l’obiettivo ultimo: «La convivenza».
Avvenire

Dietro le quinte del film su Carlo Acutis: sul set con un santo

Dietro le quinte del film su Carlo Acutis: sul set con un santo

Sul bordo della piscina di Villa Menta, immersa nei boschi di castagni della Brianza, un ragazzo dai capelli neri, maglietta rossa e felpa blu avanza controluce. Per un istante il tempo sembra sospeso: pare davvero Carlo Acutis che torna incontro ai suoi amici. Poi lo sguardo si mette a fuoco ed è Samuele Carrino, sedici anni, protagonista della fiction Il mio nome è Carlo, che proprio in questi giorni ha concluso le riprese. “Avvenire” è stato sul set a Oggiono, a pochi minuti da Lecco, dove si respirano insieme concentrazione e una certa emozione: qui prende forma il racconto di un ragazzo che continua a parlare al presente.
Diretta da Giacomo Campiotti e scritta insieme a Carlo Mazzotta, la fiction – coproduzione RTI e Skipless Italia – ripercorre in cento minuti la vita breve ma intensissima di Carlo, morto a soli quindici anni per una leucemia fulminante e proclamato santo il 7 settembre 2025 in Piazza San Pietro. Dopo il primo ciak a Milano, città della sua crescita, e le riprese ad Assisi, cuore della sua spiritualità, il set brianzolo ospita gli ultimi momenti di lavorazione, immersi in un silenzio naturale che sembra favorire il raccoglimento.
Curiosamente, si girano proprio le scene iniziali: Carlo è con gli amici nella casa di campagna e li filma mentre raccontano come immaginano il loro futuro e come saranno nel 2026. Attorno a lui un piccolo gruppo di adolescenti: la ragazza un po’ superficiale (l’attrice Nicky Passarella), il bullo (Niccolò Festini), il compagno emarginato (Stefano Massari). Volti e fragilità che lo spettatore riconosce subito. Sarà proprio l’incontro con Carlo a cambiare il loro sguardo. Infine, la macchina da presa si ferma su di lui, che guarda dritto in camera e si presenta: un gesto semplice, quasi disarmante, che diventa invito diretto a chi guarda.
«Carlo è un grandissimo simbolo, una superstar internazionale – ci racconta Campiotti – ma la sfida più grande è stata mantenere la verità della sua santità, la sua bontà, la sua generosità, senza entrare in una dimensione mitica». Il regista, che ha firmato negli anni opere come Giuseppe Moscati con Beppe Fiorello, Bakhita, Preferisco il Paradiso con Gigi Proietti, Maria di NazarethChiara Lubich, oltre a titoli amati dal grande pubblico come Braccialetti rossi Bianca come il latterossa come il sangue, insiste: «Io cerco sempre di non avere paura quando entro in queste storie, ma di andarci dentro fino in fondo. Oggi c’è un grande bisogno di racconti che portino luce».
Il film si sviluppa attraverso tre età: il bambino di sei anni, già attento e sensibile; il ragazzo di undici, curioso e intelligente; e l’adolescente al primo anno di liceo, più consapevole. «Carlo scopre Gesù molto presto – spiega Campiotti – ed è lui a portarlo nella sua famiglia. Questo amore lo spinge a testimoniare, già da piccolo, insegnando il catechismo a modo suo, con una forza magnetica». E aggiunge: «La sfida era non farlo mai diventare un maestrino, ma mostrare un ragazzo che apre i cuori senza giudicare. La vera fede si vede dalla serenità, dalla felicità, e Carlo era un ragazzo felice».
Una santità fatta di quotidiano, di piccoli gesti. Carlo aiuta i poveri, presta attenzione agli altri, vive l’amicizia con autenticità. E usa anche la tecnologia, aspetto che lo rende particolarmente vicino ai giovani di oggi. «Era un adolescente normale – sottolinea il regista – che capisce le potenzialità del web. Non la demonizza, ma la usa per il bene. Questo è un messaggio fortissimo: la tecnologia va guidata dalla mente e dal cuore».
Campiotti allarga poi lo sguardo anche al sistema televisivo: «Mi chiedo come mai la Rai non faccia più fiction sui santi, visto che sono storie così potenti e necessarie. C’è un pubblico che le aspetta, che ha bisogno di esempi concreti. Raccontare figure come Carlo significa parlare a tutti, non solo ai credenti».
Un messaggio che arriva forte anche a Samuele Carrino, che adesso frequenta il terzo anno del liceo. «Quando mi hanno proposto il ruolo ho pensato subito a una grande responsabilità – racconta –. È una sfida importante, ma ci sto mettendo tutto me stesso, tutto il cuore». L’attore, già protagonista del film Il ragazzo dai pantaloni rosa (che ora porta anche in scena a teatro in versione musical) e impegnato fin da piccolo in ruoli intensi, si è preparato a lungo: «Ho visto tanti video di Carlo, proprio quelli girati da lui. Mi hanno fatto venire la pelle d’oca. Era un ragazzo semplice, ma con qualcosa di speciale».
La somiglianza fisica colpisce immediatamente, ma è l’adesione interiore a convincere. «Mi ha impressionato guardarmi allo specchio vestito così – confessa –. Ci assomiglio più del previsto». Ma soprattutto Carrino sottolinea l’attualità del messaggio: «Carlo è un santo diverso, è uno di noi. Usava i social per fare del bene. Oggi basta poco per ferire qualcuno online, lui invece ci insegna che si possono usare per aiutare, per comunicare in modo positivo».
Tra le scene più intense girate sul set, l’attore ricorda quella dell’ospedale: «Quando Carlo dice alla mamma che non uscirà da lì. È stato un momento molto toccante». Ma anche i gesti più semplici restano impressi: «La scena con il senzatetto, quasi senza parole, mi ha fatto riflettere molto. Bastavano gli sguardi per capire tutto».
Per Campiotti, il cuore del film sta proprio qui: «Io spero che lo spettatore viva un incontro. Il film non può raccontare tutto, ma può accendere un desiderio, una curiosità». E insiste: «La santità è molto più vicina di quello che pensiamo, non servono gesti eclatanti. Basta non arrendersi al male e scegliere il bene ogni giorno». Raccontare Carlo Acutis oggi significa parlare ai giovani, ma in quale chiave? «Questo film è dedicato ai miei figli e ai giovani, penso che ci sia un bisogno enorme di un personaggio così e penso che questo film possa portare molta luce e la chiave per me è stata appunto cercare di mantenermi alla verità. San Filippo Neri ha detto che un santo è un peccatore che non si arrende mai, quindi io penso che Carlo possa essere ispirante proprio nella sua capacità di trovare senso anche nella quotidianità».
Il progetto si inserisce nella linea produttiva voluta da Pier Silvio Berlusconi, orientata a raccontare storie positive attraverso una nuova serie di film tv. E quella di Carlo Acutis lo è in modo radicale. «È il santo giusto per questo tempo – osserva ancora il regista –. Lo vediamo dall’affetto enorme che riceve in tutto il mondo».
Un adolescente capace di parlare a tutti. «Se Carlo, a quindici anni, riusciva a fare così tanto bene – conclude Carrino – allora possiamo farlo anche noi. Se ciascuno facesse la sua parte, il mondo sarebbe davvero migliore. Personalmente ho imparato da lui che bisogna sempre cercare di fare del bene a chiunque, anche a persone che non conosciamo, soprattutto che ci sono tante persone con tante fragilità e quindi bisogna essere attenti ai social, a come si usano».
Il mio nome è Carlo, prossimamente su Canale 5, non è solo il racconto di una vita breve e intensa. È il tentativo di restituire il volto di un ragazzo normale e straordinario insieme. Uno che, ancora oggi, continua a interrogare e ad attrarre, indicando con semplicità una strada possibile.
Avvenire

La Russia offline da giorni: cosa c’è dietro la decisione di Mosca di spegnere Internet

Una donna sulla Piazza Rossa di Mosca

«È una campagna impopolare e inutile come la crociata di Gorbaciov contro l’alcool negli anni Ottanta» sentenzia un commentatore con la barba bianca su un canale federale di economia. Da giorni non funziona più nulla. Gli smartphone e i computer si bloccano ed è impossibile consultare su Internet qualsiasi sito. Al massimo, se si è fortunati, si possono vedere quelli dell’«elenco bianco», ossia i siti russi approvati dalle Autorità, ma non tutti. Anche Telegram, su cui la popolazione generalmente si informa, è stato «bloccato», ma la piattaforma di Pavel Durov avrebbe reagito con contromisure finora efficaci. Secondo alcuni specialisti la verità è un’altra: la presa dell’Agenzia federale per le telecomunicazioni è stata allentata, poiché contemporaneamente era «saltato» pure il filo-governativo Max, un sistema di messaggeria nazionale alternativo, che – stando agli esperti – imporrebbe anche la geolocalizzazione. L’unica soluzione per evitare il «blocco» è, come in Cina, utilizzare un programma Vpn. Gli utenti in massa ne hanno scaricato di tutti i tipi e le Autorità hanno cominciato a metterli fuori uso. Il problema è che così facendo le banche russe – che li utilizzano per garantire la propria sicurezza – hanno osservato i loro sistemi fermarsi.
«Il dialogo tra il ministero competente e le compagnie IT – ha dichiarato Natalia Kasperskaja, presidente dei programmatori, – si è degradato». Un ulteriore grattacapo è che senza l’uso delle Vpn i programmi informatici non possono essere aggiornati, poiché le basi sono all’estero. «Queste misure restrittive – ci viene spiegato da un funzionario – vengono adottate per combattere la criminalità informatica (ossia le truffe online) e per limitare le capacità di sabotaggio del nemico». Sarà pure, ma la sensazione generale è che il potere voglia controllare Internet e la possibilità di informarsi liberamente o di visitare siti stranieri. Da Volzhkij a Kaluga, nelle province a macchia di leopardo sono nati movimenti di protesta, generalmente organizzati da giovani, che non si rendono conto di cosa rischiano. Non solo l’«Operazione speciale» in Ucraina ha da poco superato i 1500 giorni e non è ancora finita, ma anche, a settembre, sono programmate le Parlamentari federali. «I ragazzini nelle scuole – ci viene raccontato da un genitore – hanno Vpn di tutti i tipi e li cambiano in continuazione. Solo così si può accedere ai popolarissimi social media mondiali, ufficialmente vietati in Russia, e soprattutto fare del gaming». L’atmosfera, però, sta diventando pesante. L’ultima novità in ordine cronologico è che, come riferisce Rbk, le Autorità stanno obbligando le compagnie IT a distribuire degli allegati tossici che spiino gli smartphone degli utenti e denuncino l’uso dei Vpn, non appena si visitano i siti più popolari e necessari per la vita quotidiana.
L’ultimo giro di vite appena descritto avviene dopo che, in marzo per circa due settimane, il traffico dati dei cellulari era stato spento del tutto nel centro di Mosca e in parte a San Pietroburgo, come già avviene da mesi nel resto della Russia. Inimmaginabili sono stati i disservizi per i pagamenti elettronici, che hanno costretto tanti russi a tornare ai contanti, creando difficoltà alle banche. Più complicata è diventata pure la vita quotidiana con le solite App fuori uso. Ad esempio, prenotare un taxi o appuntarsi nella lista per le visite mediche o trovare un indirizzo è diventata un’impresa ardua. Ritorno al passato! Benvenuti alla vita degli anni Ottanta senza gadget elettronici! «Vi restituiamo quanto non consumato», hanno immediatamente iniziato a ripetere le compagnie telefoniche nelle tambureggianti pubblicità televisive, riferendosi al traffico dati non utilizzato. Come dire: «non è colpa nostra!». Ufficialmente le connessioni dati venivano spente per ragioni di sicurezza, poiché, è risaputo, i droni ucraini sfruttano i traffici dati della telefonia mobile per orientarsi e per identificare meglio i loro obiettivi.
Avvenire