Blog Parrocchie Online La vostra finestra su mondo, Chiesa e religioni

L’amore raccontato nel Cantico dei Cantici al centro delle Lectio Petri

I protagonisti della prima Lectio Petri nella sacrestia della Basilica di San Pietro

Al via ieri sera la quinta edizione delle “Lectio Petri”, il ciclo di incontri di approfondimento biblico e culturale promosso all’interno della Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Cortile dei Gentili e dalla Fondazione Fratelli tutti. Filo conduttore dei quattro appuntamenti, che si concluderanno a febbraio, è “Il Cantico dei Cantici”. Ospite della prima Lectio il cantante Gianni Morandi

Marina Tomarro – Città del Vaticano

“Il mio amato è mio e io sono sua”. Si è aperta con un un versetto biblico che introduce il tema dell’amore, la prima Lectio Petri nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Dopo le prime quattro edizioni, dedicate agli Apostoli Pietro e Paolo e, successivamente, al Qoèlet, il filo conduttore di questo quinto ciclo di quattro incontri è uno dei testi più celebri e affascinanti dell’Antico Testamento: il Cantico dei Cantici, che rappresenta un’immagine di straordinaria attualità, nel quale la dimensione umana e quella spirituale si intrecciano attraverso simboli e parole di grande intensità.

La Basilica di San Pietro una casa aperta a tutti

“Il Cantico dei Cantici – ha spiegato in apertura il cardinale Mauro Gambetti fondatore della fondazione Fratelli Tutti – è un testo in cui la Bibbia parla dell’amore con il linguaggio del desiderio, della bellezza e della reciprocità: l’amato e l’amata sono profondamente uniti, eppure ciascuno resta pienamente sé stesso. In un tempo in cui le relazioni rischiano di diventare fragili o funzionali, il Cantico restituisce la persona alla dimensione del dono e della libertà”. Una quinta edizione speciale nell’anno in cui vengono celebrati i quattrocento anni della dedicazione della Basilica di San Pietro “La Basilica – ha proseguito il porporato – vuole essere non solo custode di una memoria, ma casa aperta in cui la Parola incontra le inquietudini e le speranze di tutti, credenti e non credenti. Con questa edizione della Lectio Petri desideriamo riportare l’amore dentro il dibattito pubblico, sottraendolo sia al sentimentalismo sia alla sua riduzione individualistica”.

Vatican News

Per sikh e cristiani la devozione è inseparabile dalla cura dell’uomo

 Il cardinale Koovakad incontra la comunità Sikh a Birmingham

A Birmingham, in Inghilterra, il cardinale prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso ha pronunciato ieri, 22 ottobre, il discorso inaugurale dell’incontro di dialogo tra le due confessioni. Ha individuato la loro convergenza nell’attenzione al servizio disinteressato, vivendo la solidarietà come condivisione di risorse materiali e spirituali. Essa comporta “spesso sacrifici”, che tuttavia mettono a fuoco “il meglio della nostra umanità e religiosità”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano – Vatican News

“Namaste!”. Con il saluto tradizionale originario dell’India e del Nepal, il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, ha aperto l’incontro di dialogo tra sikh e cristiani dal titolo “Insieme per promuovere la solidarietà e il servizio a favore della pace nel mondo”, svoltosi ieri, 21 ottobre, al Nishkam Centre di Birmingham, in Inghilterra. Il porporato si trova nel Regno Unito dal 13 ottobre e vi rimarrà fino a oggi, 22 ottobre, per partecipare a una serie di eventi dedicati al dialogo interreligioso. Come ha spiegato Koovakad, l’incontro ha rappresentato un ulteriore impulso ai progressi compiuti nel corso degli anni attraverso i reciproci impegni di collaborazione, in particolare a partire dall’incontro del 15 giugno 2013, svoltosi proprio al Nishkam Centre, al quale prese parte il cardinale Jean-Louis Tauran, allora presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Pensare in termini di comunità
Il cardinale si è quindi soffermato sulla parola “solidarietà”, tema centrale dell’evento, analizzandone il significato etimologico come “un legame di reciproca responsabilità”. Come affermava san Giovanni Paolo II, di cui ricorre oggi la memoria liturgica, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, questa interdipendenza, quando viene riconosciuta “come atteggiamento morale e sociale, come virtù”, costituisce proprio la solidarietà. Papa Francesco, dal canto suo, all’udienza generale del 2 settembre 2020 auspicava una “nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni”. In questa prospettiva, secondo Koovakad, la solidarietà si traduce nella “condivisione con gli altri delle risorse materiali, spirituali e umane” e comporta spesso sacrifici che mettono tuttavia in luce “il meglio della nostra umanità, della nostra bontà e della nostra religiosità”.

La solidarietà in occasione di calamità ed emergenze
Sul piano del dialogo interreligioso, il prefetto ha sottolineato la “crescente consapevolezza” maturata negli ultimi tempi, specialmente “in occasione di calamità naturali o provocate dall’uomo, situazioni di emergenza e momenti critici per il benessere della società”. In questo contesto, ha espresso il proprio apprezzamento ai “nostri fratelli sikh” per il loro impegno concreto nel sostenere le persone che soffrono e quanti sono colpiti dalle diverse crisi che si verificano nel mondo. Una testimonianza che alimenta la speranza in una società nella quale si diffonde quella “cultura dell’indifferenza” da cui lo stesso Papa Francesco metteva in guardia, invitando a trasformarla in compassione, incontro e, nuovamente, solidarietà.

La comune vocazione al servizio disinteressato
Passando ai punti di contatto tra le due tradizioni religiose, Koovakad ha individuato una comune vocazione al “servizio disinteressato”, che nel sikhismo prende il nome di “seva” e costituisce uno dei suoi tre principi fondamentali. La manifestazione concreta di questo spirito è il langar, la mensa gratuita aperta a tutti nei gurdwara, i luoghi di culto sikh. “Qui ogni uomo e ogni donna, indipendentemente dal genere, dal colore della pelle, dalla religione professata o dalla condizione sociale, può trovare un pasto gratuito per sfamarsi”, ha spiegato il cardinale. Anche il cristianesimo riconosce nel servizio una “dimensione imprescindibile” del proprio cammino. Dal gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli alle molteplici forme di servizio svolte oggi, in particolare da sacerdoti, religiosi, religiose e operatori ecclesiali impegnati nell’assistenza e nell’azione sociale, tutto costituisce “una testimonianza eloquente della vocazione dei cristiani a servire, soprattutto i poveri, le persone vulnerabili e quanti si trovano nel bisogno”.

Le autorità presenti all’incontro
Presenti all’incontro, e salutati in apertura di discorso da Koovakad, Bhai Sahib Mohinder Singh Ahluwalia, mukhi-sewadar (“volontario principale”) dell’organizzazione sikh Guru Nanak Nishkam Sewak Jatha, con sede proprio a Birmingham; Bernard Longley, arcivescovo della città inglese e presidente del Dipartimento per il Dialogo e l’Unità della Conferenza Episcopale d’Inghilterra e Galles; Patrick McKinney, vescovo di Nottingham e copresidente del medesimo Dipartimento.

Tra Roma, Loreto e Assisi: il patriarca Bartolomeo pellegrino in Italia

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I

L’arcivescovo di Costantinopoli domani all’Angelicum che gli conferirà l’honoris causa in Teologia, prendendo parte alla conferenza “Creta dieci anni dopo” sui 10 anni del concilio della Chiesa ortodossa. Il 26 ottobre sarà pellegrino a Loreto dove venererà le pareti della Santa Casa e benedirà la nuova icona bizantina della Madre di Dio. Ad Assisi, il 27, al meeting “Pace disarmata e disarmante” organizzato da Sant’Egidio. Infine lectio all’Orientale di cui fu studente

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Dall’Angelicum di Roma che gli conferirà un Dottorato honoris causa, a Loreto, dove si recherà pellegrino al Santuario e pregherà nella Santa Casa; poi ad Assisi, a invocare la pace con i leader delle altre religioni e Chiese cristiane, e di nuovo a Roma per una lectio magistralis nel Pontificio Istituto Orientale di cui fu studente negli anni ‘60.

È un ampio e intenso tour in tre città di tre regioni quello che il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, si appresta a compiere da domani, venerdì 23, fino a mercoledì 28 ottobre. L’ultima visita del patriarca a Roma risale a maggio 2025, quando il 18 aveva partecipato alla celebrazione per l’inizio del pontificato del neo eletto Papa Leone XIV, occasione in cui aveva incontrato privatamente il Pontefice, in vista anche del viaggio in Türkiye per i 1700 del Concilio di Nicea. In quei giorni il patriarca aveva visitato pure la tomba di Francesco, Papa al quale era legato da uno speciale rapporto di affetto e fraternità.

Dottore in Teologia all’Angelicum
Domattina, alle 10.30, il primate ortodosso sarà ospite dell’Œcumenicum – Istituto di Studi Ecumenici della Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum) nella conferenza Creta dieci anni dopo, per i dieci anni del grande Concilio della Chiesa ortodossa, tenutosi appunto a Creta nel 2016. L’evento riunirà importanti rappresentanti ecclesiastici e studiosi per riflettere sull’eredità teologica e canonica dell’assise e sul suo significato duraturo per il dialogo ecumenico. Il discorso del patriarca sarà il momento chiave della giornata, insieme al conferimento di un Dottorato honoris causa in Teologia.

Pellegrino nella Santa Casa
Evento centrale della visita in Italia di Bartolomeo sarà, tuttavia, il pellegrinaggio al Santuario di Loreto, lunedì 26 ottobre, dove venererà le sacre pareti della Santa Casa e benedirà la nuova icona bizantina della Madre di Dio, destinata ad essere custodita all’interno della Santa Casa, quale “piccolo e forte segno” di comunione. “Un segno che richiama la nativa origine della Santa Casa e la sua vocazione ecumenica: Casa di tutti i cristiani e ponte spirituale tra Oriente e Occidente”, ha detto l’arcivescovo Fabio Dal Cin, delegato pontificio, presentando oggi in conferenza presso il Palazzo Apostolico di Loreto quello che ha definito “un momento di grande spiritualità e grande intensità umana”. “La presenza del patriarca Bartolomeo I ci onora. È una visita che vogliamo vivere con una intensità di grazia”, ha sottolineato Dal Cin. “Il patriarca viene a fare visita alla Santa Casa, quindi venererà le pietre, le sacre pareti che custodiscono la memoria del mistero dell’incarnazione, il ‘sì’ di Maria e la vita anche nascosta della Santa Famiglia. Poi ci sarà un momento di preghiera pubblica aperta a tutti: cattolici, ortodossi e anche cristiani di altre confessioni”. Un momento suggestivo durante il quale sarà intonato l’inno Akathistos (o Acátisto), uno dei più famosi e antichi inni liturgici della tradizione cristiano-bizantina dedicato alla Theotokos la Madre di Dio, conosciuto anche in Occidente.

Invocazione di pace da Loreto ad Assisi
Bartolomeo, come detto, benedirà poi la nuova icona della Vergine Maria. Si tratta di un’opera che trae ispirazione dall’antica effigie presente nella Santa Casa fin dalle origini, ma che poi si perse nei tempi, come ha spiegato l’esperto Giuseppe Santarelli in un lungo excursus storico a partire dal XV secolo e dalle testimonianze dei pellegrini – cattolici e ortodossi -, grazie alle quali si è risaliti alla presenza di un’icona bizantina su una tavoletta di legno nella Santa Casa. La visita di Bartolomeo I suggella, dunque, un cammino lungo secoli. “E ha un carattere anche particolare visti i tempi che stiamo attraversando: vuole essere anche una grande preghiera per la pace. Il fatto di trovarci insieme come cristiani, cattolici, ortodossi, anglicani, evangelici che pregano per la pace è un grande segno. Viviamo un’epoca di guerra, di conflitti che feriscono il mondo intero ma feriscono anche l’Europa e i Paesi europei e questo evento vuole proprio riscoprire la vocazione ecumenica della Santa Casa”. In “tempi vuoti di pace”, ha aggiunto il presule, “siamo convinti che se i cristiani sono sempre più uniti in Cristo diventa più efficace anche la nostra presenza nel mondo e la nostra invocazione da Dio per il dono della pace”.

E l’invocazione della pace sarà il centro anche di Pace disarmata e disarmante, il meeting organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi i prossimi 25-27 ottobre, per commemorare i quarant’anni del giorno da cui tutto iniziò. Ovvero la preghiera del 1986 – passata alla storia come “Spirito d’Assisi” – di Papa Giovanni Paolo II coi rappresentanti delle religioni di tutto il mondo. In tre giorni si terranno forum, assemblee, momenti di dialogo e musica. Bartolomeo I interverrà nella sessione conclusiva al panel Il Patriarcato Ecumenico: dall’Oriente al mondo globale. Parteciperà poi alla cerimonia finale, dove è prevista la presenza di Leone XIV, che sarà segnata da una Preghiera universale per la pace e un minuto di silenzio in memoria delle vittime di guerra.

Il ritorno di un ex studente dell’Orientale
Di nuovo a Roma il giorno successivo, 28 ottobre, l’arcivescovo di Costantinopoli terrà una lectio nell’Aula Magna del Pontificio Istituto Orientale, in occasione di un atto accademico in suo onore. In realtà, quasi una festa per il ritorno di un ex alunno: Dimitrios Arhondonis, all’epoca diacono, che dal 1963 al 1968 compì a Roma gli studi superiori presso l’Orientale, conseguendo il dottorato in diritto canonico, grazie a una borsa di studio del patriarca Atenagora. In occasione della visita l’Istituto ha preparato una mostra articolata in quindici pannelli, con documenti d’archivio e fotografie provenienti dall’album personale del patriarca che ricordano gli anni della formazione o rimarcano i grandi temi del suo magistero: il primato e la sinodalità, la cura del Creato, le questioni poste dall’IA. Nel corso dell’atto accademico sarà firmata e consegnata all’arcivescovo una carta commemorativa in latino e in greco, ornata dall’icona dell’abbraccio degli apostoli Pietro e Andrea.

Vatican News

“Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca” è il titolo del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede

 Pubblicato il documento del Dicastero per la Dottrina della Fede “Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”

“Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca” è il titolo del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, reso noto oggi, giovedì 22 ottobre. In una società secolarizzata e pervasa da una nuova cultura, “la trasmissione della fede richiede oggi in modo particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e degli adolescenti”

Debora Donnini – Città del Vaticano – vaticannews

In un cambiamento d’epoca segnato dalla crisi nella trasmissione della fede, “bisogna ripartire da una grande stagione” di evangelizzazione mettendo al centro il primo annuncio, il kerygma: Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti.

Questo è il cuore dell’esortazione contenuta nel documento Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca del Dicastero per la Dottrina della Fede reso noto oggi, giovedì 22 ottobre.

Sulla scia del Concilio e del magistero dei Pontefici
Le Considerazioni sono un testo intenso, composto da otto capitoli più un’introduzione e una conclusione, ricco di richiami al magistero dei Pontefici, in particolare di Leone XIV e di Papa Francesco, al Concilio Vaticano II e ad altri documenti. Si precisa anche che il genere del documento è quello delle Considerazioni e non una Nota dottrinale. Per questo il testo prende in esame “una pluralità di punti di vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane aperta a ulteriori analisi e sviluppi”. L’obiettivo specifico è, quindi, quello di suggerire “percorsi concreti per un annuncio del kerygma nel cambiamento d’epoca che stiamo attraversando”.

Il documento è stato approvato dal Papa il 21 agosto 2026 e porta la firma del cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e di monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione Dottrinale dello stesso Dicastero. Prezioso è stato il contributo di tante Conferenze episcopali a questo lavoro e le testimonianze – inviate dai vescovi – di chi ha scoperto o riscoperto il Signore Gesù, riportate nell’ultimo capitolo di queste Considerazioni.

Un incontro che attrae e affascina
Il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della fede su come annunciare il Vangeli nel cambiamento d’epoca
Testimoniare l’esperienza personale dell’incontro con Cristo
Il punto di partenza sono le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Si tratta, come viene indicato nelle conclusioni, di “un appello ai fedeli a tornare al cuore del patrimonio della fede cristiana: il kerygma”, che “illumina tutti i contenuti del depositum fidei, attraendo verso l’esperienza di un incontro personale e comunitario con Cristo vivo”, considerando anche che in alcune regioni del mondo, la trasmissione della fede “si è pressoché interrotta”.

Annunciare l’amore di Dio per tutti
Il primo capitolo inizia proprio sottolineando che “Gesù è realmente la luce vera che illumina ogni essere umano”. “Questa è la buona notizia del Vangelo del Figlio: Dio è per sempre e per tutti amore”. La fede, si aggiunge, “non si trasmette anzitutto come un insieme di contenuti dottrinali o di informazioni religiose”, ma come “una forma di vita ecclesiale nella quale il credente viene progressivamente introdotto”.

Pastorale anche per adulti non solo per bambini e adolescenti
Nell’analizzare le forme di trasmissione della fede, si evidenzia come la Chiesa si sviluppi “per attrazione”, come la famiglia costituisca “il primo e più essenziale luogo di trasmissione della fede” e l’importanza della sinergia in questo senso fra la Chiesa e la famiglia. Si constata però che la trasmissione della fede nei contesti familiari “si è interrotta in molte parti del mondo” e “il passaggio alle nuove generazioni dell’esperienza della fede cristiana non avviene più in modo, per così dire, automatico”.

“È solo a questo punto, e in un secondo momento, che la comunità ecclesiale entra nel processo della trasmissione della fede”, afferma il documento che constata come “nei Paesi di antica tradizione cristiana, un simile contesto di trasmissione della fede appare oggi compromesso, poiché è caratterizzato sempre più dalla presenza di persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo, non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede”. Di fronte a questa realtà, il documento rileva che “la trasmissione della fede richiede oggi in modo particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e degli adolescenti”.

Il cambiamento d’epoca
Il terzo capitolo si concentra sul contesto, ovvero il cambiamento d’epoca che viviamo. L’urgenza di rispondere alle domande su dove stiamo andando e su quale direzione scegliere, viene manifestata da Leone XIV in Magnifica humanitas riguardo proprio al cambiamento d’epoca. Un aspetto caratteristico, soprattutto in Occidente, è proprio “la crisi della trasmissione generazionale della fede cristiana”. Si rileva, infatti, che “sempre meno i genitori assolvono al compito di mettere i loro figli in contatto con la luce vivente del messaggio evangelico” e che è proprio da questi contesti familiari che proviene quella maggioranza di persone “che, pur avendo frequentato gli ambienti cattolici della parrocchia, giungono poi a vivere il passaggio verso l’età adulta in un atteggiamento di sostanziale indifferenza religiosa”.

Una nuova cultura che relega la fede a un fatto privato
“La crisi della modernità, cifra del cambiamento d’epoca, ha così contribuito alla nascita di una nuova cultura, entrata in competizione con le strutture tradizionali di trasmissione della fede”, si rileva nel documento. La linea di tendenza di questa cultura sembra consistere nell’esaltazione della “sovranità dell’io”, che è uno degli aspetti più evidenti del processo di secolarizzazione, che tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo.

La sfida non è tecnologica ma antropologica
Un altro dei segni del cambiamento d’epoca è il diffondersi delle tecnologie digitali. L’intelligenza artificiale non solo interferisce con gli ecosistemi informativi ma invade anche il rapporto fra persone. “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica”, scrive Leone XIV nel Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2026.

Dove crescono le conversioni cresce anche la difficoltà di perseverare
È vero che in alcune zone del mondo altamente secolarizzate crescono conversioni e ritorni alla Chiesa, ma “si riscontra una parallela difficoltà nella perseveranza dei neofiti, che spesso, dopo un breve periodo dalla ricezione del Battesimo, ritornano a uno stato di indifferenza pratica”. Quindi, la situazione descritta “invita a riscoprire l’importanza della comunità nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei nuovi fedeli”.

La centralità del kerygma
Si ribadisce, dunque, la necessità di “un profondo rinnovamento kerygmatico della catechesi”, con attenzione anche al linguaggio, che deve caratterizzarsi come “un appello al cuore”, e con una relazione interpersonale coinvolgente. L’annuncio del kerygma dovrà “essere capace di presentare la bella notizia dell’amore e della misericordia di Dio in modo tale che coloro che la ricevano possano efficacemente intendere che è proprio a loro che quell’amore e quella misericordia sono rivolte”.

Comunità, Parola di Dio, liturgia e testimonianza
Al centro del capitolo quinto l’importanza della comunità cristiana in relazione alla Parola di Dio, alla liturgia e alla testimonianza. “Appare assolutamente urgente, soprattutto nei Paesi di antica evangelizzazione – si rimarca -, insistere sull’importanza di promuovere, in ogni comunità ecclesiale, gruppi di ascolto, di meditazione, di condivisione e di preghiera della Parola, alla cui convocazione siano dedicati tempi specifici e stabiliti, che si affiancano alla celebrazione dell’Eucaristia domenicale”.

La seconda considerazione riguarda la liturgia. “Se il cuore dell’annuncio cristiano è l’incontro con l’amore salvifico di Dio in Cristo – spiega il documento -, la liturgia costituisce il luogo privilegiato nel quale questo mistero viene celebrato e comunicato sacramentalmente”. Il terzo aspetto essenziale riguarda la testimonianza dei credenti che ha tre dimensioni: “La testimonianza della santità, quella della prossimità e quella dell’opzione preferenziale per i poveri”. Una quarta osservazione riguarda l’arte e la bellezza e un’attenzione particolare viene data alla musica.

Fede e cultura
Nel testo si parla anche dell’inculturazione della fede che “costituisce un passaggio necessario nella sua trasmissione”. Un esempio particolarmente significativo a cui guardare nella costruzione di una tale presentazione ragionevole della fede è sicuramente la Dottrina sociale della Chiesa.

Alcune attenzioni specifiche
La prima di tali attenzioni è rivolta alla pietà popolare che “è ancora oggi un importante mezzo di trasmissione della fede”, così come importanti sono i pellegrinaggi di antica e recente formazione e il desiderio di appartenere a qualche confraternita. Viene poi sottolineato il ruolo dell’omelia. Si parla delle attività di volontariato come occasioni di avvicinamento alla realtà della Chiesa. Ancora si mette in luce “la necessità di allargare gli spazi di presenza delle donne nella guida dei processi ecclesiali”.

Conclusioni
Queste Considerazioni vogliono, in sintesi, ricordare con forza che Cristo è la luce vera. “Tocca ora a noi – si esorta – trasmettere lo stesso dono agli uomini e alle donne del nostro tempo”, che attendono anch’essi di “poter accendere la loro esistenza a quella stessa fonte di ogni grazia, luce che risplende nel mondo”.

Cultura / E Hemingway seguì la stella dei cronisti

E Hemingway seguì la stella dei cronisti

Avvenire

Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica

Per Ernest Hemingway il giornalismo fu una palestra di scrittura che gli fece esprimere la sua visione del mondo, immersa nella realtà, e lo condusse alla letteratura. A testimonianza di ciò stanno i 172 articoli che scrisse per il quotidiano “Toronto Daily Star”, e per la sua edizione settimanale, nell’arco di tempo che va dal febbraio 1920 al gennaio 1924. Questo corpus è alla base del saggio della storica Gabriella Airaldi Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica (Arcadia edizioni, pagine 326, euro 18,00). L’autrice traduce molti di quei pezzi, la maggior parte dei quali mai apparsi in italiano, e attraverso essi offre il profilo di un uomo che «fin da giovanissimo sceglie di mettere al centro della sua vita l’impegno politico». In questo gli è d’aiuto un lavoro che lo costringe a immergersi nei fatti alla ricerca di una verità possibile. Airaldi – che ha insegnato Storia medievale a Genova e ha svolto in vari continenti attività di ricerca per Cnr e ministero degli Esteri – all’inizio convoca due esponenti di spicco della parola storica e di quella poetica: Marc Bloch e Federico García Lorca, la cui riflessione sul duende , il folletto, il daimon che spinge l’uomo a partire dal suo intimo – elaborata in una celebre conferenza del 1933 – apre e chiude il libro. Entrambi vennero uccisi da regimi liberticidi, Bloch dalla Gestapo nel giugno 1944, Garcia Lorca dai nazionalisti spagnoli nel 1936. Hemingway, animato dallo stesso indomito spirito di libertà – un «guerriero vivace e potente», lo definisce l’autrice – soccomberà con il suicidio nel 1961 al male che lo seguì come un ombra: la depressione.
Era uno dei due corni del suo percorso esistenziale scandito dalla scrittura e dall’azione sempre in cerca della grace under pressure , la grazia sotto pressione, che però alla fine è divenuta la (de)pressione che lo ha schiacciato. Airaldi evidenzia bene come le mille esperienze dello scrittore – dalle ambulanze della Grande guerra, ai tori spagnoli, fino alla pesca in alto mare – non fossero solo cieco vitalismo, bensì rispondessero a una precisa visione della vita: vedere con i propri occhi, toccare con mano, insomma fare esperienza di qualcosa prima di raccontarla. Un’esperienza nella quale il giornalismo ha giocato evidentemente un ruolo di primo piano. A evidenziarlo è la scansione del volume, diviso in due parti: la prima copre gli anni dal 1899 – data di nascita che accomuna lo scrittore alla generazione di italiani che incontrerà nella conflagrazione mondiale – al 1924, anno in cui terminò la collaborazione con il “Toronto Star”. La seconda, lungi da essere una cesura, sottolinea la continuità tra i reportage per la testata canadese con il prosieguo della produzione dello scrittore e indaga le radici che connettono la sua attività giornalistica ai capolavori romanzeschi che gli valsero il Nobel nel 1954: Fiesta! , Addio alle armi , Per chi suona la campana , Il vecchio e il mare , per citare i titoli più noti. La storia del pescatore Santiago, ad esempio, uscita nel 1953, è prefigurata in un articolo per il giornale canadese scritto nel 1922 durante il trasferimento in Francia con la prima moglie Hadley Richardson. Una sosta del piroscafo a Vigo gli diede la possibilità di seguire, scrive Airaldi, la «lunga e sanguinosa pesca del tonno, una lotta che dura sei ore ed oggi appare un preludio interessante alla sfida di The old man and the sea », oltre che un assaggio di quella Spagna che negli anni Trenta lo vedrà in prima linea.
Hemingway si immerge nella scrittura e vive la scena parigina, caratterizzata dai fermenti artistici della lost generation , la generazione perduta di artisti americani. Lì trova l’aiuto di Gertrude Stein e conosce James Joyce, Francis Scott Fitzgerald, Ezra Pound. Per il “Toronto Star”, sia Daily che Weekly, Ernest incontra nel 1922 anche Benito Mussolini e dà un lucido ritratto dell’uomo e della situazione creata dalla camice nere, pronte a prendere il potere con la violenza. E mentre molti giornalisti Usa sono affascinati dal Duce, lui «nonostante quello che abitualmente si pensa, non esprime un vero giudizio positivo», scrive la storica. Inizialmente non si sbilancia, secondo il suo stile di non assumere una posizione per partito preso, ma in seguito avrà modo di condannare uomo e regime. Lo si vedrà in Spagna. Ma prima di impegnarsi in quella guerra civile, lo scrittore si è misurato con altri conflitti: quello mondiale, come noto, ma anche la guerra greco-turca del 1918.
La sua formazione politica ha un punto di svolta proprio nel primo dopoguerra, quando il giornale di Toronto lo invia a seguire la conferenza di Genova del 1922, quando in sella al governo c’è ancora Facta, ma Mussolini di lì a poco prenderà il potere. Si tratta del momento in cui a livello internazionale si deve decidere della ricostruzione post-bellica e dei rapporti con la Germania sconfitta e con la neonata Unione Sovietica. «A Genova il giovane giornalista americano prende confidenza per la prima volta con la geopolitica mondiale e oggi i suoi reportage, testimonianze precise e profonde di una prima e chiara esposizione delle sue idee politiche, devono essere considerate autentiche lezioni di storia». I numerosi articoli scritti in quell’occasione sono stati utilizzati in minima parte, sottolinea Airaldi, che ne pubblica integralmente alcuni. Hemingway alterna lucidi scenari della politica internazionale (e di quella del paese ospitante che scivola verso la dittatura) a puntuali resoconti dell’andamento della conferenza che vede la delegazione russa opporsi ai progetti degli alleati e poi stipulare un patto con i tedeschi, fino a notazioni sulla scarsa presenza di donne e a ritratti dei vari membri delle delegazioni, dalla Bulgaria a Russia e Germania, nei quali emerge la vena dello scrittore. Non manca un caustico ritratto dei giornalisti tedeschi, vestiti in modo stravagante e che si considerano intellettuali, disprezzando chi, come l’americano, si attiene al racconto dei fatti.
Merito del libro di Airaldi è quello di scavare nelle righe degli articoli in cerca di quello spirito umanistico (e anche religioso) che caratterizza lo scrittore. E che si vede già in uno degli articoli per il “Toronto Syar” del 1923: “ The Blind man’s Christmas Eve” , storia tragica dall’attacco fulminante: «Per tutti tranne uno dei cinquecentomila abitanti di Toronto era Vigilia di Natale. Per l’uomo cieco era solo il ventiquattro dicembre». Un segno della ricerca di grace under pressure che, esemplifica Airaldi, fu il «modello di comportamento» che lo scrittore dalla giovinezza applicò a se stesso, ma anche i protagonisti delle sue storie, «uomini e donne responsabili della proprie scelte, positive o negative che siano, qualsiasi colore della pelle abbiano , qualsiasi sia la loro posizione sociale : miliardari, intellettuali, toreri, pescatori, camerieri, portatori africani».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Avvenire

In Francia rilevato il virus Shamonda in un essere umano: è la prima volta. Cosa c’è da sapere

In Francia rilevato il virus Shamonda in un essere umano: è la prima volta. Cosa c'è da sapere

Avvenire

Da quando è stato identificato per la prima volta, 61 anni fa in Nigeria, il virus Shamonda non era mai stato riscontrato nell’uomo; è infatti trasmesso da insetti ad animali da allevamento. O almeno lo era. Visto che è stato rilevato per la prima volta in un essere umano. È accaduto in Francia e il soggetto contagiato, morto a inizio di ottobre, era un «paziente gravemente immunodepresso», e in attesa di un trapianto. Così riferiscono, in una nota congiunta, i ministeri della Salute e dell’Agricoltura di Parigi.

«Malgrado il virus Shamonda – recita il comunicato – circoli da diversi decenni in Africa e in Asia, finora non era mai stato documentato alcun caso nell’uomo. Si tratta dunque di un evento eccezionale», verificatosi in un paziente ricoverato a Lione per una patologia grave. Al momento l’ipotesi è di «una contaminazione tramite la puntura di un moscerino del genere Culicoides nella Francia orientale, un territorio in cui, durante la primavera e l’estate, è stata segnalata la circolazione del virus tra gli animali». Stando agli accertamenti, «le complicazioni cerebrali riscontrate nel paziente immunodepresso prima del decesso sarebbero, con ogni probabilità, riconducibili all’infezione da virus Shamonda». Tuttavia, assicurano a Parigi, al di là di questo caso specifico, «alla luce delle conoscenze attualmente disponibili su tale virus, al momento non è stato individuato alcun rischio sanitario per la popolazione generale».
È bene tuttavia non sottovalutare questo segnale che, evidenzia Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive all’Università di Roma Tor Vergata e membro del Consiglio superiore di sanità, riafferma la capacità, da parte dei cambiamenti climatici, di «influenzare la diffusione dei patogeni. Ma non dobbiamo aspettarci che il contagio si estenda alla popolazione umana: nonostante si sia verificato un decesso, non abbiamo prove che il virus sia mutato diventando pericoloso per le persone».
Dopo il primo riscontro in Nigeria del 1965, il virus era stato segnalato anche in Australia e Giappone. È dell’estate di quest’anno la presenza negli allevamenti europei. «La trasmissione all’uomo è un evento eccezionale e non dobbiamo preoccuparci che il virus possa diffondersi facilmente tra le persone», spiega Andreoni. «Siamo di fronte al caso di un paziente gravemente immunodepresso, nel quale l’infezione potrebbe aver trovato condizioni particolarmente favorevoli. Non possiamo quindi pensare che il virus si sia necessariamente adattato all’uomo: potrebbe semplicemente aver “approfittato” di una situazione. Abbiamo già osservato casi di batteri e parassiti capaci di provocare infezioni in persone con difese immunitarie compromesse, senza che questo significhi che si siano adattati a infettare l’essere umano». Un’ipotesi alternativa, «ma molto meno probabile», è che il virus abbia subito una mutazione che gli consenta di infettare l’uomo con maggiore facilità. Il vero aspetto preoccupante, precisa Andreoni, «è che questo agente infettivo sia arrivato in Europa. È un ulteriore segnale degli effetti della globalizzazione e, soprattutto, dei cambiamenti climatici, che possono favorire la diffusione di vettori e agenti infettivi in nuove aree geografiche. Un campanello d’allarme – conclude – che merita attenzione e monitoraggio».

In Italia, il ministero della Salute aveva lanciato un “alert” già il 17 settembre sulla circolazione del virus in alcuni allevamenti. «In attesa di ulteriori approfondimenti epidemiologici e scientifici, questo caso rappresenta un ulteriore richiamo all’importanza di non abbassare la guardia nei confronti delle malattie infettive emergenti – sottolinea il presidente della Società italiana d’Igiene, Enrico Di Rosa -. È fondamentale rafforzare i sistemi di sorveglianza epidemiologica, virologica ed entomologica, promuovendo una collaborazione sempre più stretta tra sanità pubblica, medicina veterinaria e tutela dell’ambiente». I cambiamenti climatici, aggiunge Di Rosa, «modificano la distribuzione geografica e la stagionalità degli insetti vettori creando condizioni favorevoli alla diffusione di agenti patogeni anche in territori precedentemente meno interessati, esponendo anche il nostro Paese a rischi infettivi nuovi o finora poco conosciuti. Riteniamo pertanto prioritario investire nel potenziamento dei dipartimenti di Prevenzione per intercettare precocemente questi fenomeni. La prevenzione deve essere in grado di anticipare i rischi, non limitarsi a gestire le emergenze».

Il progetto di Cei e Pisai destinato alla scuola e all’ora di religione. Zuppi: la conoscenza reciproca aiuta a contrastare sospetti, stereotipi e islamofobia. «Andare incontro agli altri non significa mettere in discussione l’identità italiana»

Un momento della presentazione delle “Schede per conoscere l’Islam” a Roma con Zuppi e gli esponenti delle comunità musulmane

Avvenire

«Sono musulmano di fede ma cattolico di cultura. I genitori mi hanno fatto frequentare l’ora di religione a scuola e l’oratorio». Yassine Baradai si racconta. Lo fa accanto al cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede a Roma. D’origine marocchina, è il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia. E tiene a far sapere: «Ho festeggiato sempre il Natale. E la mia compagna è cristiana». Una pausa. «C’è bisogno di scardinare una visione dell’islam che riduce tutto a un problema o a una questione di sicurezza. E l’iniziativa che la Conferenza episcopale italiana propone va in questa direzione». Yassine Baradai si riferisce alle “Schede per conoscere l’islam”, undici tappe realizzate con il Pisai, il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica, e destinate a entrare nelle scuole della Penisola durante l’ora di religione cattolica. Un «laboratorio di cultura e dialogo», non una materia «per fare catechismo», spiega Zuppi che per sette anni è stato insegnante di religione. E un’opportunità per tutti. «Anche per gli stessi ragazzi musulmani che mi auguro possano frequentare l’ora di religione», afferma il cardinale nella presentazione delle “Schede” a Palazzo Borromeo. Perché, aggiunge, «la conoscenza permette di sconfiggere i sospetti. Se il cristiano ha pregiudizi verso il musulmano, perché il musulmano non deve avere pregiudizi verso il cristiano?».
Anche l’Italia fa i conti con la polarizzazione. E con la paura del diverso. Timori che la politica cavalca e strumentalizza. E la religione diventa “arma”. «C’è molta ignoranza, c’è molto sensazionalismo, c’è molta semplificazione. Vale per l’islam. Vale per l’ebraismo», dice Zuppi. Due tradizioni al centro del progetto Cei che porta fino in aula il dialogo fra le fedi. E guarda ai «giovani che hanno bisogno di saperi corretti». Poi il monito: «Leggo titoli pericolosi sui giornali che alimentano l’idea di uno scontro di civiltà, compresa l’islamofobia». La sfida è quella di favorire la comprensione reciproca. Sui passi della dichiarazione conciliare “Nostra aetate” e a quarant’anni dall’incontro di preghiera per la pace voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 ad Assisi dove aveva radunato i leader delle religioni del mondo. Un anniversario di cui le schede «sono uno dei frutti», sottolinea Zuppi.
Dalle religioni presenti nel Paese arriva un messaggio chiaro: non solo è possibile convivere, ma anche collaborare insieme per il bene della nazione e per la coesione sociale. Persino di fronte alla violenza, come quella giovanile di questi giorni. «Serve una condanna univoca, ma anche una necessaria proposta educativa per rispondere alle domande che i ragazzi ci pongono», dichiara il cardinale facendosi interprete di un desiderio collettivo. È ciò che sta alla base anche del “Patto fra le religioni” coordinato dalla Cei che è stato firmato a giugno e consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Il dialogo è una sfida per l’Italia. Ed è soprattutto il futuro – rimarca il presidente della Cei durante l’incontro a Palazzo Borromeo –. Ma vale persino il contrario: se non parli resti indietro, perché il mondo va avanti». Andare incontro all’altro non significa mettere in discussione l’identità italiana. «Anzi, aiuta a capire ancora di più le radici cristiane del Paese e che cosa può tornare a essere il Mediterraneo», assicura Zuppi.
È il tempo di tessere relazioni di «stima e fiducia», fa sapere il vescovo Gaetano Castello, presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo. Dialogo fra le fedi che non è «un lusso» ma un «modo onesto di cooperare per una società migliore che unisce i nostri credo», chiarisce. Scommettendo sulla formazione. Ecco quindi le “Schede” per le classi. «Una buona pratica da sostenere», osserva in un videomessaggio Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Ed evidenzia: «Avere come intento la conoscenza dell’altro vuol dire avere come obiettivo ultimo quello di combattere il pregiudizio». Verso chiunque. «Siamo in tempi difficili caratterizzati da parole apertamente ostili», mette in guardia Massimo Cozzolino, della Confederazione islamica italiana. E Nadjia Kebour, docente al Pisai e alla Pontificia Università Urbaniana, avverte: «L’ignoranza è una radice del male. Il terrorismo esiste e io l’ho vissuto in Algeria, ma l’islam non è la religione dei terroristi. Come non è solo della sharia, ossia delle leggi, ma anche del misticismo». E il preside del Pisai, Wasim Salman, richiama papa Francesco per raccontare il percorso che con la Cei è stato fatto. «C’è bisogno di creare ponti – ribadiscono don Giuliano Savina e don Alberto Gastaldi, direttori degli Uffici nazionali Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e per l’educazione, la scuola e l’università –. Abbiamo già iniziato un confronto con esponenti del buddismo e dell’induismo per compiere un ulteriore passo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Libro sui primi seguaci di Gesù

di: Roberto Mela

I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.)

Dario Garibba, I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.) (Quality Paperbacks 783), Carocci editore, Roma 2026, pp. 170, €15,00, ISBN 9788829037292

Dario Garribba insegna Greco biblico e Storia delle origini cristiane nella Facoltà teologica dell’Italia meridionale e materie umanistiche al liceo classico. È, quindi, un autore attrezzato adeguatamente per trattare l’interessante materia dei primi passi della storia del movimento cristiano attraverso le figure dei primi discepoli di Gesù e delle comunità sparse fra Israele, Turchia, Grecia e Italia, fino alla distruzione del tempio di Gerusalemme (agosto del 70 d.C.) e la nascita dei Vangeli (in particolare quello di Marco).

Il volume di Garribba è molto sintetico, ma ricchissimo di informazioni e di valutazioni storiche circa i vari eventi, alternando totale adesione alle varie affermazioni degli autori antichi, ipotesi plausibili, incertezza e sconfessione di alcune tradizioni.

L’autore divide la sua trattazione in quattro parti.

I primi passi. Il movimento di Gesù all’indomani della sua morte
L’autore inizia il suo percorso tratteggiando la Giudea negli anni Trenta, con la suddivisione dei territori fra i discendenti di Erode il Grande e la presenza dei prefetti romani.

Sub Tiberio quies, scrive Tacito, ma non fu proprio così.

All’indomani della morte di Gesù, proseguì il movimento di sequela iniziato durante il suo ministero pubblico. Si descrivono i Dodici e la prima comunità di Gerusalemme.

Uno spazio particolare è dedicato alla predicazione di Pietro e alla composizione della comunità di Gerusalemme, costituita di giudeo-cristiani (Hebraioi) e di etnico-cristiani (Hellenistai, rappresentati emblematicamente dai Sette di At 6).

La morte di Stefano (At 6–7) fu un linciaggio e viene narrata sulla falsariga della passione e morte di Gesù.

A Gerusalemme presero sempre più autorità i famigliari di Gesù.

Espansioni. I seguaci di Gesù negli anni Quaranta
La Giudea degli anni Quaranta vede il breve regno di Agrippa I (41-44 d.C.) e la presenza dei procuratori romani. Questi non erano militari come i prefetti, ma civili incaricati di governare un territorio su proposta di persone potenti a livello politico a Roma, sull’appoggio dei quali potevano contare per amicizia e per «raccomandazione». Non furono sempre abili a livello politico e nel governo dell’ordine pubblico, e non sempre seppero tener conto della sensibilità ebraica rappresentata dai sommi sacerdoti, dai farisei e dagli scribi.

Tra il 41e il 44 si assistette all’uccisione di Giacomeo Zebedeo e a diverse incarcerazioni di Pietro, Giovanni e dei Dodici.

Con la morte di Giacomo Zebedeo si impone a Gerusalemme l’unica guida di Giacomo fratello di Gesù, scampato per sconosciuti motivi alla persecuzione attuata da Agrippa I.

Il gruppo di Giacomo

Il gruppo di Giacomo negli anni Quaranta comprende gli «apostoli» (così chiamati da Paolo), gli anziani (presbyteri) con cui formano un collegio, con la presenza anche di profeti (cf. Agabo di At 11,28, profeta itinerante). Attorno a Giacomo, agli apostoli e agli anziani ruota il resto della comunità (ekklesía), in cui sono presenti anche dei farisei diventati cristiani.

Essere seguace di Gesù non è avvertito, in questa fase, come una rinuncia o una limitazione alla propria identità giudaica, né cancella l’appartenenza ad altri gruppi: le due cose coesistono, in modo complementare. A Gerusalemme la riflessione cristologica non portò a un ridimensionamento della Legge e all’accoglimento pieno dei non-Giudei, come in altre comunità. Prevalse una linea diversa.

Paolo. Il «concilio» di Gerusalemme e Antiochia

A partire dalle parole di Giacomo nel concilio di Gerusalemme (49 d.C.) si evince che egli si serve di testi profetici che trattano la restaurazione escatologica di Israele.

«La salvezza delle nazioni (éthne) – annota Garribba – è contemplata nel piano divino, ma essa avverrà mantenendo distinte queste ultime da Israele, senza che le nazioni perdano o mutino la loro identità gentile. La conversione delle genti consiste nel riconoscimento del vero Dio e nell’abbandono delle pratiche idolatriche, non nell’assimilazione a Israele o nell’annullamento delle differenze tra Giudei e gentili. L’apertura ai gentili si compie, nelle parole di Giacomo, nel quadro della restaurazione messianica di Israele che Gesù ha avviato. A loro è concesso prender parte a tale restaurazione nella misura in cui riconoscono il primato di Israele» (pp. 55-56).

Luca presuppone che la comunità di Gerusalemme esercitasse un’autorità di comando e di controllo sulle altre «Chiese».

Secondo Garribba, anche Paolo deve riconoscere a malincuore che Giacomo esercitava una forte influenza anche fuori Gerusalemme (Gal 2,11-15; forse 2Cor 11,22-23). «È un aspetto che spesso si dà per scontato. Ma così non è – annota lo studioso –. È un merito che va riconosciuto a Giacomo, alla sua capacità di dotare la comunità di una struttura organizzativa e di governarla saldamente per circa vent’anni. Lontano da un’idea di missione impegnata nella fondazione di nuove comunità (sul modello, per intenderci, di quelle paoline), l’apostolato di Giacomo si realizza nella costruzione di una comunità solida e autorevole che trova un suo spazio nel panorama gerosolimitano.

Si discute su come sia avvenuta l’apertura ai gentili, se sia stato un fenomeno spontaneo originato da particolari esperienze carismatiche che convinsero altri gentili a entrare a far parte della comunità o se sia stata un’azione programmata, promossa da predicatori missionari alla luce della loro interpretazione degli eventi pasquali.

«Per chi propende per questa seconda opzione – scrive Garribba –, la messa in discussione del Tempio e della legge, avviata già da Gesù e confermata dalla risurrezione, avrebbe creato le condizioni teologiche per un superamento della legge e per l’apertura ai gentili. È sempre difficile però, in ambito storico, determinare con assoluta certezza il primum movens» (p. 57).

Negli anni Trenta, la predicazione itinerante si limitò alla terra di Israele. In seguito, Gesù risorto diventa l’oggetto della predicazione e vanno spiegate la sua persona e la sua funzione quale mediatore di salvezza, agente attivo tra il divino e quanti credono in lui.

L’annuncio punta al cambiamento del singolo ma anche a fornire al credente la possibilità di aggregazione, la costituzione di un gruppo di cui il credente possa sentirsi parte e dotare tale gruppo di una propria identità. Pur avendo qualche elemento di somiglianza con il proselitismo giudaico – sulla cui esistenza si discute fra gli storici –, si differenzia da quest’ultimo per la centralità e l’urgenza che la missione assume tra i seguaci di Gesù.

Filippo, gli ellenisti e l’origine della missione

Filippo, gli “apostoli” (in senso debole di “inviati”) e gli ellenisti (credenti in Gesù grecofoni) furono all’origine della missione. Le tradizioni su Filippo sono due: è uno dei Sette per servire alle mense e un evangelista, ricordato nei Vangeli.

At 11,19-26 racconta la nascita della comunità di Antiochia, dovuta alla predicazione ai gentili da parte di ellenisti «disseminati» (così traduco, diversamente dalla CEI; «dispersi» e «dissolti» sono i seguaci di Teuda e di Giuda!!) a partire da Gerusalemme, dalla Fenicia, da Cipro e da Cirene.

La missione normalmente procede con l’accostamento dei Giudei nelle sinagoghe e poi, al loro rifiuto del messaggio, il passaggio ai gentili. Gli ebrei conoscevano già la figura dei “proseliti” aderenti al giudaismo (ma senza la circoncisione) e dei simpatizzanti.

I rapporti dei Giudei con le autorità cittadine di Antiochia erano buoni.

Circa i gentili che credettero in Gesù, Garribba precisa: «È bene però, quando si parla dei primi etnocristiani, evitare l’uso di categorie come “conversione”, “fede”, “credo” – che potrebbero risultare anacronistiche e fuorvianti; né dobbiamo pensare che, nell’immediato, l’interesse verso Gesù abbia segnato una svolta radicale, in discontinuità con il proprio passato. Non si tratta, insomma, di gentili convertiti al cristianesimo.

Siamo di fronte, piuttosto, a persone che, dopo aver già scelto di muoversi nell’orizzonte della religiosità giudaica, dopo aver trovato nello stile di vita, nelle tradizioni e nelle pratiche giudaiche delle risposte alle proprie esigenze spirituali (e forse anche sociali), furono a un certo punto attratte dall’interpretazione delle Scritture proposta dai seguaci di Gesù (che ai loro occhi – non va mai dimenticato – apparivano come Giudei, espressione di uno dei molti orientamenti interno al giudaismo dell’epoca)» (pp. 66-67).

I primi seguaci di Gesù negli anni Quaranta formavano piccoli gruppi di individui (non più grandi di nuclei familiari) per i quali un ruolo decisivo hanno giocato i rapporti interpersonali che si venivano a creare e che spesso costituivano un collante fondamentale per chi viveva queste esperienze.

Le lettere paoline testimoniano quanto era importante rinsaldare e ravvivare i rapporti di amicizia e di reciproca fiducia.

Secondo Garribba, l’uso del termine “cristiano” come forma di designazione ha un’origine esterna al gruppo dei credenti in Gesù e si afferma solo a partire dagli anni Ottanta, divenendo d’uso diffuso nel II secolo.

Negli autori romani coevi (Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane), attivi tra il 110 e il 130 d.C., “cristiano” ha una ben definita accezione socioreligiosa: «esso indica chi appartiene a quel gruppo sociale che è riconoscibile e si distingue per la (ostinata) fede in Cristo» (p. 68).

È probabile che Luca, in At 11,26 «stia anticipando una denominazione che cominciò a circolare alcuni anni dopo, presumibilmente durante il principato di Nerone» (p. 69),

Paolo: “viaggi”, “concilio” di Gerusalemme. Claudio e l’espulsione dei Giudei nel 49 d.C.

Sta penetrando sempre più nella coscienza dei cristiani che l’evento di Damasco, che cambiò la vita di Paolo, non fu una «conversione» (come si esprime il titolo della festa del 25 gennaio…), perché non cera un’altra religione. In realtà, stando alla testimonianza di Paolo nella lettera autentica/autoriale di Gal 1,15-17, essa fu una rivelazione apocalittica missionaria, una «vocazione».

A proposito di sé, Paolo non parla mai di conversione nelle sue lettere autoriali/autentiche. Certo, ci fu un reset, un ricentramento, un ribaltamento delle proprie convinzioni. Cristo morto e risorto, salvezza dell’uomo, prende il posto della Legge nel cuore di Paolo quale mezzo di salvezza.

Paolo non rigetta nulla del suo giudaismo e della sua preparazione intellettuale (tranne i privilegi storico-teologici, che considerò «spazzatura» rispetto a Cristo…; cf. Gal 3,7-11) ma mette tutto a servizio di Gesù Cristo che salva tutti gratuitamente.

Lo studioso commenta il “concilio” di Gerusalemme del 49 d.C. con le posizioni di Pietro e di Giacomo. L’assemblea/“concilio” si chiude con la lettera inviata ad Antiochia e contenente le condizioni minime da osservare per consentire una serena commensalità tra giudeocristiani ed etnocristiani. Essa non sarà però sufficiente a evitare l’«incidente di Antiochia», che trovò Paolo a scontrarsi con Pietro, ritiratosi dalla mensa comune con i discepoli etnocristiani dopo che da Gerusalemme erano arrivati membri del gruppo “conservatore” di Giacomo (cf. Gal 2,11-15).

Nel 49 d.C. Claudio espelle da Roma i giudei che tumultuavano a causa di «Cresto» (Svetonio, Vita di Claudio 25,4; non «tutti» i Giudei, come afferma At 18,2!). Orosio daterà il fatto al 49 d.C., nono anno del principato di Claudio. Fra gli espulsi c’era la coppia di Aquila e Priscilla, che diventeranno grandi amici e collaboratori di Paolo (cf. ibidem).

Tensioni. La predicazione degli anni Cinquanta
Dal 46 al 48 d.C. Paolo intraprende il primo “viaggio” missionario, che da Antiochia lo porta a Cipro e nelle zone della Turchia meridionale.

Garribba analizza i tre “viaggi” missionari di Paolo, illustrandoli con cartine e valutando, a livello storico, le possibili motivazioni retrostanti vari eventi, ma attribuendo al racconto di Atti una sostanziale attendibilità.

In questo capitolo lo studioso analizza la Giudea alla metà del I secolo (con i vari procuratori romani e la stratigrafia religiosa del mondo giudaico).

Dopo l’«incidente di Antiochia», viene analizzato il secondo “viaggio” missionario di Paolo che si svolge dal 49/50 al 52 d.C. e il terzo, compiuto dal 53 al 58 d.C.

A differenza della comune posizione e della testimonianza di Atti, Garribba fa terminare il secondo viaggio a Efeso, la capitale della provincia romana di Asia, con il grande tempio di Artemide. Paolo vi si trattiene tre anni.

«La conclusione del viaggio così come Atti lo racconta – afferma Garribba – è però poco convincente: non si capisce, infatti, quali ragioni avrebbero spinto Paolo a intraprendere un così lungo viaggio (di cui Atti non conosce gli scopi, né i contenuti) in città, come Antiochia e Gerusalemme, in cui non aveva appoggi, né alleati. Probabilmente è prevalso in Luca l’interesse a dare una circolarità al viaggio facendolo finire laddove era cominciato. Più verosimile è che Paolo da Corinto sia giunto a Efeso e qui si sia trattenuto per circa tre anni dal 52/53 al 55 (cf. FIG. 4)» (p. 94).

Le lettere paoline e il terzo “viaggio”

Lo studioso descrive l’utilità delle lettere paoline come strumento di collegamento con le comunità e di prosecuzione di insegnamenti e manifestazioni di effetto e di comunione. Egli non manca di menzionare alcuni dello stuolo di collaboratori che l’Apostolo si seppe creare e a cui diede totale fiducia (Timoteo, Tito, Sila, Epafrodìto, Èpafra ecc.).

Il terzo “viaggio” missionario porta Paolo da Efeso in Grecia e poi con il ritorno (in parte a piedi) a Neapolis e di lì, con un lungo viaggio marittimo e vari scali, arriva fino a Tiro, Tolemaide, Cesarea Marittima e Gerusalemme, dove l’Apostolo viene arrestato.

Nell’insieme, pare di capire che Paolo non sia stato molto difeso dalla comunità di Gerusalemme…

Ricordo che egli portava con sé la colletta raccolta dalle comunità asiatiche e greche per i «santi» poveri di Gerusalemme, ma Atti non menziona neppure il fatto che sia stata accettata o meno (denaro dei pagani…!).

–Garribba valuta come assolutamente non fallimentare l’opera di Paolo. «Incontrò molte difficoltà ed ebbe anche molte delusioni – afferma –, ma, nel complesso, dobbiamo riconoscere che la sua missione ebbe successo. Se le comunità da lui fondate, nonostante i tanti scossoni, riuscirono a sopravvivere alla morte del loro fondatore e se lo fecero mantenendosi nel solco del loro maestro, significa che la struttura e l’organizzazione delle comunità paoline erano piuttosto solide e avevano in sé gli anticorpi necessari alla sopravvivenza. È poi denso di significato il fatto che, a differenza di quanto accadde altrove, i suoi scritti furono conservati e “tesaurizzati”, posti a fondamento autoritativo e identitario delle stesse comunità» (p. 104).

In alcune pagine (pp. 104-108), lo studioso presenta quindi un sommario sintetico delle sette lettere autentiche di Paolo. Non parla delle discusse deuteropaoline e delle non autentiche/autoriali tritopaoline, opera ormai della tradizione paolina di fine secolo.

Le comunità non paoline

Garribba conclude questo capitolo descrivendo le comunità non paoline degli anni Cinquanta: Gerusalemme, Efeso, Roma. Le origini di quest’ultima sono misteriose e fatte risalire probabilmente all’opera testimoniale di commercianti provenienti da Israele. Essa ha una composizione prevalentemente giudaizzante ed è formata da varie comunità di piccoli gruppi di credenti.

Antiochia vede la presenza di Pietro, Barnaba, Simeone chiamato Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, Paolo, «profeti e maestri». La struttura non è gerarchica ma Ignazio, all’inizio del II secolo, promuoverà una struttura gerarchica piramidale con a capo il vescovo, coadiuvato da un collegio di presbiteri e da diaconi e in accesa polemica con chi, ad Antiochia, non accetta questa riforma (cf. p. 114).

Cambiamenti. Il movimento nei difficili anni Sessanta
La società del mondo giudaico è in crisi. Prima della «guerra giudaica» (66-70 d.C., con coda a Masada nel 73), ci sono varie frazioni: le famiglie sommosacerdotali potentissime di orientamento sadduceo – di fatto conniventi con l’oppressore romano –, i farisei, gli scribi, gli erodiani, gli zeloti (zelanti per la Legge, che poi presero le armi solo in occasione della guerra, non ai tempi di Gesù!), i «sicari» che ammazzavano la gente per strada con una piccola spada (sica), opponendosi con le armi al potere romano.

La guerra giudaica fu, per Garribba, soprattutto una guerra civile. Ci furono vari protagonisti, tra fazioni giudaiche contrapposte, procuratori romani, legati di Siria, Vespasiano e il figlio Tito.

Flavio Giuseppe, incaricato della difesa di Iotapata, si arrese e divenne il traduttore a servizio del potere romano, al quale illustrò nelle sue opere – fondamentali per ricostruire la storia di quegli anni – le ricchezze della tradizione giudaica insieme alle tragedie commesse dalla follia dei suoi correligionari, a cui attribuì di fatto la tragedia della guerra, della distruzione di Gerusalemme e del tempio.

L’uccisione di Giacomo il Giusto e il movimento di Gesù a Gerusalemme

Nel 62 d.C., nel vuoto di potere creatosi tra i procuratori Festo e Albino, il potentissimo sommo sacerdote Anano il Giovane fece uccidere Giacomo il Giusto.

Fu tutto illegittimo. Convocare il Sinedrio non spettava ad Anano ma al re Agrippa II. Il governatore romano deteneva il potere giudiziario, soprattutto nei casi capitali. «Illegittima è quindi anche la sentenza di condanna a morte che il sinedrio non poteva comminare, non senza l’approvazione di Albino – annota Garribba –. Quello di Anano fu un colpo di mano che la fazione politica a lui avversa non può tollerare. Le contestazioni si rivelano fondate e Anano è addirittura rimosso immediatamente dalla carica. La morte di Giacomo non passa quindi inosservata: essa provoca uno scandalo politico con conseguenze evidenti» (p. 122).

Perché fu ucciso Giacomo il Giusto? Garribba formula delle ipotesi, a partire dai testi di Flavio Giuseppe. C’era un clima di generale tensione. Il sinedrio non condannò a morte il solo Giacomo, ma anche «alcuni altri». «Se questi “altri” sono, come plausibile, persone legate a Giacomo, cioè suoi confratelli, è possibile che Anano stia agendo contro il movimento dei seguaci di Gesù, che evidentemente era pericoloso – annota Garribba –.

Ma pericoloso per chi? Certamente non traspare una pericolosità sociale […] Dobbiamo dedurre che Giacomo era “pericoloso” per Anano e la sua fazione. D’altra parte, la fretta di condannarlo in assenza del procuratore dimostra che le ragioni personali di Anano erano più forti di quelle del diritto. […] Sembra, cioè, che l’avversione non sia legata a una specifica contingenza, ma sia frutto di un’opposizione di lunga durata» (pp. 122-123), iniziata ai tempi di Gesù nei confronti di Caifa.

At 4,1-13; 5,17-41 conservano la memoria di diverse occasioni in cui i primissimi seguaci di Gesù furono accusati da esponenti del clan di Anano e portati dinanzi alle autorità del tempio. La Legge e il tempio sono il «campo» e la «cornice di senso» in cui si consumano la contesa politica e la lotta per il potere. «Quello di Giacomo – scrive lo studioso – si configura quindi più come un delitto maturato in questo contesto che come provvedimento religioso contro una setta non ortodossa» (p. 123).

I credenti in Gesù di Gerusalemme ebbero una posizione totalmente marginale durante la guerra giudaica e fuggirono a rifugiarsi a Pella, in Transgiordania. La notizia è espressa in modo dubitativo dall’autore nella tavola cronologica finale.

L’incendio di Roma, le persecuzioni dei cristiani, la fine di Paolo

Nel suo quarto e ultimo “viaggio” (di cui non viene fornita la cartina) Paolo giunge a Roma da prigioniero verso il 60 d.C. At 28 narra i suoi contatti con i capi dei giudei locali, che nulla sanno di lui.

Anche Luca mantiene un assoluto silenzio sull’attività dell’Apostolo dopo il suo arrivo nella capitale. Sembra non conoscere la lunga e potente Lettera ai Romani (con la sua lunga lista di persone salutate, cf. c. 16!). Probabilmente nel 64 d.C., nella congerie dell’incendio di Roma – appiccato con ogni probabilità da Claudio stesso, che addossò la colpa ai cristiani – Paolo trovò la morte, nello stesso contesto in cui la trovò Pietro.

Giudei e cristiani? Separazione delle due strade?

In un importante passo della sua opera (cf. Annali 15,44, riportato a p. 130), Tacito definisce una «funesta superstizione» (exitiabilis superstitio) il movimento dei seguaci di Gesù.

«Sebbene, collocandone gli inizi in Giudea, Tacito consideri questo movimento in qualche misura giudaico, i cristiani non sono presentati come Giudei – annota Garribba –. È infatti innegabile che il lettore sia portato a individuare nei destinatari della persecuzione una precisa categoria di persone: “quelli che il popolo chiamava cristiani”. Questo significherebbe che, alla metà degli anni Sessanta, almeno a Roma, i cristiani costituivano un gruppo religioso ormai definito e chiaramente identificabile, al punto che le autorità potevano mettere in atto una persecuzione contro di loro. Non so se sia possibile – prosegue Garribba –servirsi di questa testimonianza (e della parallela attestazione di Svetonio in Vita di Nerone 16.2: “furono condannati al supplizio i cristiani, genere di persone legate ad una superstizione inaudita e malvagia”) per dimostrare che si è ormai compiuta una piena “separazione delle strade” tra cristianesimo e giudaismo. Non possiamo infatti escludere che “cristiani” stia a indicare una setta specifica, una sorta di sottoinsieme, del più ampio panorama giudaico di Roma. […] Tacito potrebbe, cioè, aver commesso un errore di prospettiva, retroproiettando ai tempi di Nerone ciò che valeva negli anni di Traiano» (p. 131).

L’incendio di Roma nel luglio 64 d.C., «che aveva molto scosso la città, offrì all’opposizione antimperiale un ottimo argomento per accusare il principe di non aver saputo fronteggiare l’emergenza. Spostare l’attenzione su un piccolo gruppo marginale e poco conosciuto, facilmente additabile come ostile, fu, per Nerone, una possibile strategia per uscire dall’angolo. È difficile quantizzare l’entità della persecuzione – prosegue lo studioso –: sembrerebbe essere stata circoscritta alla sola Roma e inizialmente gli arrestati devono essere stati pochi; solo in una fase successiva, su accusa di questi pochi (sottoposti con ogni probabilità a tortura), l’inchiesta si allargò e con essa il numero dei condannati. In passato si è molto discusso, sulla base di una testimonianza di Tertulliano (Ai gentili 1.7) se Nerone avesse promulgato o meno uno specifico editto contra christianos; oggi la maggioranza degli studiosi concorda sul fatto che questo provvedimento non sia mai esistito» (p. 132).

Garribba non ha alcuna parola su un ipotetico viaggio di Paolo in Spagna o su un suo ritorno apostolico in Oriente.

La nascita dei Vangeli

Dalle memorie orali e scritte, ricuperate dai credenti in Gesù riguardanti la sua attività e la sua predicazione, a partire probabilmente da un racconto della sua passione e morte, vennero elaborati degli scritti che ricuperavano la memoria che gli apostoli avevano di Gesù.

Raggruppati inizialmente attorno ai racconti dei miracoli o di parabole, trovarono in Marco una prima organizzazione in uno schema biografico-geografico che, partendo dalla Galilea, conduceva il lettore agli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme.

Dopo aver citato le testimonianze di Papia, Garribba conclude: «L’evangelista Marco era così riconosciuto nel discepolo di Pietro citato in 1Pt 5,13 (cf. Eusebio, Storia ecclesiastica 2.15.2), a sua volta identificato nel Giovanni Marco di cui parlano At 12.12-15 e 15.37. L’esegesi moderna ha messo in fortissimo dubbio queste notizie, considerando l’attribuzione a Marco pseudepigrafa, al pari di gran parte dei testi poi confluiti nel Nuovo Testamento» (p. 133).

Insieme a una fonte detta «Q» – (Quelle= «fonte», in tedesco), che ricuperava molto materiale discorsivo attribuito a Gesù, lo scritto di Marco fornì a Matteo e a Luca lo schema fondamentale col quale presentare la persona, l’opera e la predicazione di Gesù.

Verso l’80 d.C. le memorie apostoliche trovarono in tal modo una fissazione che divennero normative per le comunità dei discepoli di Gesù.

Conclusione
L’opera di Dario Garribba è davvero preziosa, perché fornisce a un ampio spettro di lettori le notizie fondamentali riportate dai testi del NT e dagli autori giudei e romani coevi ad essi. Le notizie ricevono una rielaborazione contenutistica e motivazionale, che cerca un’intelligenza delle ragioni retrostante i nudi fatti riportati.

A livello editoriale, va notato che il volume è di dimensioni ridotte, con caratteri tipografici molto piccoli, con le Note raccolte in fondo all’opera, indicante solo l’autore e la data della pubblicazione (pp. 139-149). Un sistema che personalmente non apprezziamo, perché rende la lettura un po’ faticosa in un continuo andirivieni fra le pagine.

A parte, viene riportata la Bibliografia per esteso (pp. 157-165), preceduta da un’utilissima Tavola cronologica (pp. 152-155) e seguita dall’Indice dei nomi (pp. 167-170).

L’autore è senz’altro riuscito nell’intento perseguito. Le pagine del Nuovo Testamento ricevono un loro inquadramento più ampio all’interno di una storia ragionata del movimento cristiano dal 30 al 70 d.C.

Il linguaggio chiaro, didattico, sostenuto da riferimenti sempre puntuali e abbondanti, fa di quest’opera un’ottima guida per tutti gli amanti dei testi biblici del Nuovo Testamento.

Dario Garibba, I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.) (Quality Paperbacks 783), Carocci editore, Roma 2026, pp. 170, €15,00, ISBN 9788829037292.

I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.)

Settimana News

La messa vista dai “messaroli”

Acquista online su Amazon 

di: Renato Borrelli in Settimana News

Messaroli, una risorsa è il titolo di un interessante e intrigante libro dell’amico Tonino Lasconi sulla liturgia, frutto dell’osservazione dall’altare di ciò che si svolge tra i banchi.

Assumendo la prospettiva dell’Assemblea liturgica che partecipa dalla navata, ho formulato questo interrogativo: «I liturgisti dicono che la Messa nel suo svolgersi come Rito formi alla fede i fedeli attraverso atteggiamenti, preghiere, canti, movimenti, gioco di luci, creando in loro ripercussioni spirituali suscitate proprio dal Rito. Ma queste loro aspettative corrispondono alla realtà?», e l’ho posto come introduzione ad una mia inchiesta per sentire il parere di chi siede nei banchi, i “messaroli” per l’appunto.

Nel frattempo, un lettore di SettimanaNews, nel suo commento al mio articolo La liturgia come rito intriso di teologia (14 aprile 2026), mi chiedeva con franchezza da quale prospettiva vedessi concretamente le nostre celebrazioni domenicali, precisando che «un conto è un trattato di teologia, un altro com’è la realtà».

Ciò che lui non poteva sapere è che da mesi avevo avviato l’inchiesta, condotta a titolo personale, proponendo un questionario a risposte sia chiuse che aperte, utilizzando la piattaforma Google Drive.

La rilevazione, diffusa con il metodo del “passaparola”, ha raggiunto un campione limitato di 166 persone, un numero numericamente contenuto, ma distribuito su ben 14 Regioni con risposte anche dall’estero (Francia e Argentina), e caratterizzato da un’ampia trasversalità per età (dai 16 agli 80 anni) e professioni (casalinghe, operai, insegnanti, studenti, musicisti, magistrati, medici, religiose…).

Pur essendo un’indagine non demoscopica ad ampio raggio, la varietà delle provenienze e dei vissuti offre uno spaccato alquanto significativo, capace di intercettare attese ed esigenze presumibilmente diffuse su larga scala. Pur con i limiti di spazio propri di un articolo, l’intento è offrire una sintesi esaustiva che possa diventare motivo di riflessione sia per i celebranti sia per i fedeli.

Formazione alla fede
Il primo quesito bipartito – Capita a te questa esperienza di formazione alla fede quando partecipi alla Messa? Se sì, in quali momenti particolari della Messa avverti questa sottile forza formativa alla fede e ti senti coinvolto interiormente? – riguarda un tema delicato in cui l’azione misteriosa dello Spirito s’intreccia con le limitate capacità umane, un dinamismo che, per quanto verbalizzabile, sfugge ad una quantificazione statistica.

Comunque, alla prima parte, l’85,5% ha risposto sì, il restante 14,5% no. Circa i momenti particolari, il 37,4% ha indicato la Liturgia della Parola, il 34% la Preghiera Eucaristica, il 25,2% i Riti di comunione, il restante i Riti di ingresso e altro.

Il secondo quesito chiedeva quali fossero «i momenti in cui sei facilitato nella preghiera e nell’avvertire, non in maniera sensibile ovviamente, la presenza del Mistero».

È interessante quest’affondo tranchant e chiarificatore: «Di quale mistero? È la presenza di Gesù che fa la differenza!» (F. 55, impiegata), in linea con quanto insegna papa Francesco: «Dicendo stupore per il mistero pasquale non intendo in nessun modo ciò che a volte mi pare si voglia esprimere con la fumosa espressione senso del mistero (DD,24)».

La stragrande maggioranza degli intervistati avverte il mistero della Presenza durante la Preghiera Eucaristica, in particolare al momento della consacrazione e dell’elevazione (37,4%) e nei riti di comunione (37,2%): «Il momento della consacrazione è indubbiamente il culmine: lì il tempo cronologico sembra fermarsi per lasciare spazio all’Eterno» (F. 54, casalinga); «Quando il celebrante, nel silenzio dell’assemblea, sollevando il calice e l’ostia, recita “Per Cristo, con Cristo e in Cristo […]”, conferma la comunità orante. E poi, durante la consacrazione e l’elevazione del pane e del vino: momento sublime del mistero profondo nel silenzio più solenne dove il nostro pensare umano si scioglie e si fonde nella fede» (M. 72, docente in pensione); «In fila, in attesa dell’incontro con Gesù nella comunione» (F. 43, barista); «Tutta la celebrazione aiuta a prepararsi per la consacrazione e quindi alla santa comunione. A volte dovrebbe…, perché il celebrante pare svolgere una mansione fredda e a tempo» (F. 61, casalinga); «Non ci sono momenti precisi: la messa nella sua interezza. Ma il solo pensiero della presenza di Gesù nell’eucaristia mi fa restare senza respiro» (F. 51, infermiera).

Da alcune risposte emerge che l’atteggiamento esteriore del sacerdote e la cura per le cose sacre favoriscono, insieme ad altri fattori, la partecipazione attiva, piena e consapevole dell’assemblea, al punto che la superficialità viene avvertita come un ostacolo reale.

«Non c’è un momento in particolare. Possono essere tutti o nessuno. Molto dipende dal portamento del sacerdote, se è un santo e crede in quello che sta facendo per tutta la santa messa, credo che siamo tutti facilitati. San Benedetto richiede negli uffici umiltà, gravità e riverenza. Oggi in generale gli officianti sono ben lontani da questi tre atteggiamenti» (M. 61, docente); non è sfuggita all’osservazione: «La cura che il sacerdote mette nel maneggiare il calice e le ostie, soprattutto quelle consacrate» (F. 23, operaia).

Altri hanno espresso l’esigenza di momenti di «silenzio condiviso» dopo l’omelia o dopo le letture (6,7%), cosa che non sempre si verifica: «I momenti di silenzio sacro dopo le letture e l’omelia» (M. 35, impiegato); «Nei momenti di silenzio (se concessi da chi presiede la liturgia), dopo la liturgia della Parola» (M. 64, pensionato).

I Riti che formano
Se il quesito precedente indagava sui momenti e sui moti interiori, il terzo quesito interroga espressamente i fedeli su quali siano i Riti che facilitano il raccoglimento, l’attenzione, la preghiera e la percezione della misteriosa presenza di Dio.

Il 57,9% dei fedeli indica la Preghiera Eucaristica e la comunione: «Il silenzio durante la consacrazione, i canti di comunione, le letture» (F. 50, impiegata); «L’inginocchiarsi durante la consacrazione» (F. 58, insegnante); «In ginocchio, contemplando il pane e il vino» (F. 74, pensionata); la «Pausa silenziosa dopo la comunione» (F. 64, casalinga); «Le preghiere dette insieme» (F. 16, studentessa); «L’eucaristia nel momento della consacrazione e della comunione, il senso del bello estetico che talvolta si trova quando si arriva e la comunione tra i fratelli» (F. 33, mamma e studentessa); «I riti della comunione con il pane e il vino in piccole comunità» (M. 28, educatore e formatore).

Il 7,9% specifica la necessità indispensabile di momenti di silenzio dopo le letture, dopo l’omelia e dopo la comunione e l’ascolto attento delle Scritture e dell’omelia (4,3%). In particolare: «Gli attimi di silenzio che seguono l’omelia, specialmente quando offre spunti, interrogativi e interpretazioni degni di essere meditati e metabolizzati. Il silenzio che segue la comunione e il successivo “Preghiamo”, per ringraziare del nutrimento spirituale che Dio ha voluto offrire» (M. 74, insegnante in pensione); «La lettura della Parola, ma soprattutto un’omelia fatta in modo che tutti possano comprendere e interiorizzare la Parola» (F. 21, studentessa); «Canti, i lettori che sappiano leggere, l’omelia fatta col cuore» (F. 53, impiegata).

Per alcuni è importante l’atto penitenziale, «l’uso dell’incenso» (M. 19, studente), il segno di croce e quello della pace. Altri sottolineano che, nella propria parrocchia, ormai «quasi nessun rito aiuta», e che tutto dipende da «come i riti vengono eseguiti dal celebrante».

I dati raccolti dimostrano, comunque, che «Il modo di celebrare non è innocuo, ma esprime e alimenta una certa immagine di cristiano e di Chiesa» (Sirboni). L’attenzione non si cattura moltiplicando le parole o le attività nell’animazione liturgica, ma curando i Riti e la verità dei gesti che, nel loro dispiegarsi sono come una pioggia benefica che penetra e forma la coscienza di chi li vive con le disposizioni adeguate.

È molto significativa e rivelatrice di un certo disagio questa esperienza di un giovane universitario (21 anni): «Io ho un’alta opinione del Concilio Vaticano II, di cui ho letto e accolto le costituzioni. Quando ho partecipato a messa nella nuova città di residenza, spesso non mi sono trovato a mio agio: canti poco liturgici che mi davano fastidio nella preghiera e altro. Nel capoluogo mi è capitato di partecipare alla messa celebrata col vecchio rito ambrosiano in latino, in cui il sacerdote incoraggia molto di più i fedeli a sentire l’unione con Dio, facendo risaltare l’importanza della liturgia, specialmente con canti appropriati tipo gregoriano. A me si associa un gruppetto di coetanei, tra i quali solo un paio mostrano una certa riluttanza ad accettare il Concilio. Mi sono tuttavia sentito spiritualmente a mio agio in una celebrazione col rito consueto nella mia città, con i giusti momenti di silenzio, canti sostenuti dal coro e dall’organo e con la partecipazione corale dell’assemblea. Questa esperienza mi spinge a parteciparvi costantemente d’ora in poi».

Cosa disturba
Nelle risposte al quarto quesito – Cosa, invece, rende difficile questa esperienza interiore e perché? –, ci troviamo di fronte a un materiale particolarmente denso e critico: l’analisi dei dati mostra una convergenza di pareri su ciò che disturba il raccoglimento ed evidenzia precise responsabilità sia sul piano liturgico e presidenziale, sia su quello comportamentale dell’assemblea. Le difficoltà si concentrano principalmente su tre fattori: l’omelia (25,0%), la scelta stilistica e musicale dei canti (18,9%), lo stile del celebrante (11,0).

Un primo fattore riguarda le omelie se caratterizzate dalla lunghezza e astrattezza: «Omelie troppo lunghe con sacerdoti poco carismatici» (F. 48, impiegata); «Non sempre le omelie o prediche sono interessanti, spesso sono retoriche e poco aderenti alla realtà» (F. 70, insegnante pensionata); «Il momento della Parola, perché a volte ci si distrae» (F. 57, viceprocuratore); «Omelie molto lunghe che non permettono una riflessione profonda» (M. 49, insegnante); «A volte mi capita durante l’omelia. Se il sacerdote la legge, faccio fatica ad accoglierla, e poi, se ci aggiungo il chiacchiericcio di sottofondo che spesso lo accompagna, diventa complicato; mi succede anche quando chi legge le letture o il salmo e lo fa senza espressione» (F. 42, dipendente Ministero della difesa); «A volte, le omelie superficiali e il tono monotono di chi legge le letture e le intenzioni» (F. 46, soprano lirico e imprenditrice); «Le letture e la predica, perché le trovo quasi noiose» (F. 16, studentessa); «Le preghiere comuni, perché mi distraggono dalla riflessione individuale» (F. 24, studentessa).

Un altro motivo di disturbo è l’invasività della musica e dei canti che si verifica «Quando si concentra l’attenzione sui canti» (F. 48, libera professionista) e quando «A volte i canti, durante e subito dopo la comunione, disturbano il raccoglimento e il dialogo interiore con Gesù» (F. 64, impiegata).

Ecco alcune osservazioni critiche sulla qualità dei canti che, invece di accompagnare e di facilitare il dialogo interiore con Dio, finiscono col sovrastarlo e si trasformano in una parentesi di intrattenimento che influisce negativamente sui Riti «durante i quali ci sono troppe canzoni movimentate con troppi strumenti musicali» (F. 65, insegnante); «Le chitarre e i canti pop» (M. 31, impiegato) o «Canti non adatti o male eseguiti, canti “urlati” o canti che dovrebbero essere gioiosi che, invece, vengono eseguiti con estenuante lentezza» (F. 68, pensionata); oppure «Quando le persone parlano e canti cantati come se fosse Sanremo» (F. 65, insegnante). Altri segnalano «Canti troppo allegri, balli, battito di mani» (M. 19, studente), «Canti inadatti ad un rito sacro» (M. 46, blogger), oppure «Canti non appropriati» (M. 80, pensionato) o «banali» (F. 50, impiegata).

Un altro elemento critico riguarda direttamente il ruolo di chi presiede e la cura che dovrebbe mettere nei Riti, «In genere poco curati e celebrati in modo frettoloso quasi per adempiere ad un dovere» (M. 49, insegnante). C’è chi ha notato il «Maneggiare l’ostia consacrata con eccessiva disinvoltura» (M. 63, impiegato) e «L’allestimento dell’altare con oggetti vari, oltre che con pane e vino, spostando l’attenzione da ciò che è importante» (M. 21, universitario).

È molto interessante questa testimonianza che riguarda il Prefazio e la Preghiera Eucaristica: «Trovo a volte complessa la parte da “In alto i nostri cuori” fino a “Per Cristo…”, specialmente in alcune forme “lunghe”, che talvolta risultano complesse da comprendere (F. 25, dottoranda).

Riporto questa risposta un po’ lunga ma molto articolata e interessante: «Non sono i riti in sé stessi che rendono difficile l’esperienza interiore del fedele e la percezione misteriosa della presenza di Dio. Credo che molto dipenda dal “come” sono rispettati e attuati. Ho girato l’Europa e assistito a messe di tutti i colori… I riti, in generale, con le dovute eccezioni, scivolano in una “performance” del celebrante, il quale, sentendosi al centro dell’attenzione, si sente autorizzato a escogitare qualcosa per non stancare i fedeli (preamboli esagerati, aggiunte o omissioni di azioni, parole, espressioni anche del Canone, toni della voce studiati, didascalie non previste dal messale, omissione di gesti per accorciare i tempi ecc.). Ma noi sappiamo che il centro dell’attenzione non è il sacerdote. Quando si parla con Dio, si adora e si prega, e la preghiera può essere corale, di tutti noi fedeli, o solo del sacerdote. Quella del singolo dovrebbe essere silenziosa. Per cui, quando il sacerdote si rivolge al Padre, dovrebbe farlo a voce sommessa. Ecco che l’esperienza interiore del fedele ne è avvantaggiata» (M. 61, docente).

Il 4,9% nota che i riti d’ingresso sono spesso vissuti in maniera frettolosa tale da rendere più difficile l’immersione iniziale nel Mistero: «ll rito di ingresso, spesso troppo frettoloso o eseguito con poca partecipazione» (F. 46, docente di musica). Il 3% cita i Riti finali e gli avvisi come momenti di rottura in cui «la gente inizia a fare confusione prima della benedizione».

Alcuni (6,7%) hanno riconosciuto onestamente che la difficoltà risiede nella propria distrazione: «Quando ci sono fonti di distrazione interne» (F. 45, impiegata); «Talvolta si partecipa in modo distratto; altre volte non si fa spazio al Mistero perché si è concentrati solo su di sé» (F. 55, insegnante).

Come motivo di disturbo sono segnalati lettori impreparati che leggono senza espressione, troppo velocemente o con un tono di voce che impedisce l’accoglienza della Parola (3%).

I lettori
A proposito dei lettori, il quesito chiede espressamente: Cosa pensi del modo di leggere dei lettori, in che cosa difettano? Dall’analisi delle risposte si può notare che il popolo di Dio possiede sensibilità liturgica per ciò che avviene all’ambone, ed esige che i lettori si sentano coinvolti in quel che leggono e in grado di rispettare le regole elementari per una lettura decorosa.

Ecco alcuni pareri: «A volte non preparano bene le letture» (M. 51, impiegato); «Non sanno quel che leggono» (F. 29, insegnante); «Non la sentono propria, ma compiono un dovere/servizio» (F. 62, psicoterapeuta); «Certi leggono senza dare senso; anche la voce fa tanto» (F. 74, religiosa); «Penso che non si preparano le letture in anticipo e fanno errori quando leggono, travisandone a volte il senso a causa del loro ritmo di lettura. Se non si conosce già il brano, si capisce male o non si capisce affatto» (F. 33, mamma e studentessa). La Parola «Va letta con calma, senza correre» (M. 63, impiegato);

Altri segnalano la poca espressività: «Lettura “asettica” e “veloce”» (M. 65, artista); «Non studiano come esporre in maniera sensata, con intonazione e ritmo corretti. A volte è un supplizio» (F. 46, soprano lirico); «Spesso non capisco nemmeno cosa stanno leggendo, leggono senza espressione» (F. 42, dipendente della Difesa); «A volte non danno giusta importanza a ciò che leggono. Leggono e basta» (F. 49, catechista) e con «Poca gioia» (F. 40, ostetrica).

È notevole questa puntualizzazione: «La parola di Dio non si legge, si proclama! I lettori in genere non sanno rendere ciò che leggono con le dovute sfumature; anche qui l’assemblea è, purtroppo, soggetta all’abilità della dizione di un suo membro» (M. 60, docente).

C’è chi segnala l’eccesso opposto: «Alcuni leggono come se fossero su un palco, altri sono molto timidi. Ciò che viene letto è sacro, e deve essere compreso da chi ascolta» (M. 19, studente).

Non mancano alcuni rilievi di ordine tecnico: «Ritengo importanti le pause durante la lettura, e lo scandire con attenzione le parole in modo da consentire all’assemblea una completa comprensione» (F. 52, docente); «Qualcuno non rispetta la punteggiatura e non si capisce niente» (F. 53, infermiera); «A volte non si capisce un tubo» (M. 73, pensionato); «Per leggere la parola di Dio, è necessario scandire bene tutte le parole e leggere lentamente. Si deve proclamare la parola, non leggere un semplice testo» (F. 26, casalinga).

C’è chi ha segnalato che: «Nella maggior parte dei casi, si piglia uno/a perché legga; spesso si legge per sé stessi e non si proclama» (M. 70, medico); «Ritengo che il momento della liturgia della Parola debba essere preparato con responsabilità e amore e il lettore deve sapere bene cosa sta leggendo. Spesso i lettori mancano di un’adeguata preparazione e leggono la parola di Dio come se stessero leggendo una favoletta per bambini» (M. 49, insegnante).

Alcuni pareri sono positivi: «Ho notato negli ultimi anni lettori sempre più preparati» (F. 55, insegnante); «Non trovo difetti» (F. 70, pensionata); «Sono mediamente bravi» (M. 30, medico).

Chi presiede aiuta a seguire la messa?
Al riguardo, il 90,2% ritiene che il celebrante aiuti a seguire la messa. Solo un 9,8% è di parere contrario. Il consenso superiore al 90% mostra che, nonostante le critiche emerse nelle risposte ai quesiti precedenti circa la lunghezza delle omelie, viene attribuito al sacerdote il ruolo fondamentale di guida e di “facilitatore dell’incontro con Dio”.

Tuttavia, quel quasi 10% di risposte negative ci ricorda che l’agire liturgico del sacerdote non è mai neutro. È importante, per chi presiede, la consapevolezza di celebrare per comunicare e condividere la fede in una reciprocità spirituale che sorregge e incoraggia i due soggetti. Tra il celebrante principale e l’assemblea c’è inevitabilmente un’influenza speculare: il vissuto di entrambi si riflette e, in qualche modo, condiziona.

Risulta sempre attuale e puntuale l’analisi di Giuliano Zanchi a proposito del ruolo di chi presiede l’Assemblea: il fatto di «essere perennemente rivolto all’assemblea fa sì che ogni celebrante sia immediatamente misurato nella verità corporea dei gesti che singolarmente incarna. Rivolto verso il popolo, il celebrante di oggi è costretto a metterci letteralmente la faccia rimanendo perciò costantemente esposto all’immediatezza di una decifrazione degli sguardi inevitabile e spietata, immediata e chirurgica, per le virtù di trasparenza di quella straordinaria macchina della verità che il corpo umano, luogo di trasparenza persino dei tentativi di dissimulazione delle intenzioni che lo abitano, anche quelle subliminali».

I fedeli percepiscono «immediatamente se, celebrando, un ministro consuma gesti e parole nell’enfasi, se tiene semplicemente una parte, se segue meccanicamente una sequenza di funzioni, se è inibito, se è sbrigativo, se veicola convinzione, se incarna autenticità, se trasmette imbarazzo, se comunica agitazione, se manifesta presenza, se tradisce distacco o se sta veramente in quello che fa. Un’immediatezza corporea che mette alla prova anche l’assemblea celebrante che la riforma ha cercato di sottrarre alla sua passività, ma che, proprio per questo, per essere state reintrodotta in uno spazio di interazione, non può non evitare di mostrarsi per quella che è, nella tonalità complessiva dell’intero e nell’atteggiamento proprio degli individui» (Rimessi in viaggio, pagg. 58-59).

Il tono di voce e l’inflessione del celebrante
La voce è un canale importante dell’azione liturgica: può trasmettere la vicinanza del Mistero o, al contrario, creare barriere. Il quesito entra nello specifico della comunicazione verbale del sacerdote all’altare e riserva delle soprese.

Il 65,9% ritiene il tono di voce partecipe ed è un dato confortante: per quasi due terzi dei fedeli, la voce del sacerdote trasmette vicinanza, calore umano e convinzione interiore. Non sentono un funzionario che recita un copione, ma un uomo di fede che partecipa a ciò che dice. Tuttavia, il 23,8% evidenzia il tono cantilenante o distaccato.

Un 9,1% ritiene positivo il tono ieratico nel senso di sacro, solenne, dignitoso. È un dato ambiguo: il fatto che abbia raccolto poco meno del 10% indica che i fedeli di oggi preferiscono un’autenticità cordiale a una solennità distante.

L’omelia
Il quesito – Come giudichi le omelie: lunghe, lontane dalla vita concreta, moraliste e in che senso, utili per entrare nel mistero celebrato? – prevede risposte multiple.

Il 53,7% esprime una risposta del tutto uniforme e ripetitiva («utili per entrare nel mistero celebrato»), dando l’impressione di essersi appiattiti su un’opzione predefinita. Il restante 46,3% esprime, invece, un giudizio dissimile e articolato, introducendo elementi di forte criticità (lunghezza, distanza dalla vita reale, moralismo), dando prova di un pensiero critico e diversificato sull’omelia,

Emerge il desiderio di omelie capaci di coniugare la profondità del mistero con la concretezza dell’esistenza, contenute entro tempi che favoriscano la concentrazione anziché la stanchezza: la brevità e l’efficacia comunicativa sono custodi dell’attenzione spirituale dei fedeli. Papa Francesco ricorda un principio fondamentale: «La parola del predicatore non occupi uno spazio eccessivo, in modo che il Signore brilli più del ministro» (EG 198).

L’opzione di omelie «moraliste» era stata selezionata numericamente da una minoranza (7,9%). Le motivazioni evidenziate dai fedeli mostrano che essi non rifiutano la morale in sé, ma rifiutano il modo giudicante e precettistico con cui viene proposta: avvertono una discrepanza tra la misericordia evangelica e l’atteggiamento di alcuni predicatori che «sembrano, in realtà, dei farisei».

Ecco le singole testimonianze: «Dicono cosa si deve fare o ci si lamenta, invece di fare vedere la bellezza del fare il bene e la gioia che dà il farlo» (F. 63, architetto); «Spesso sono troppo giudicanti e poco attinenti alla complessità della nostra realtà» (F. 70, insegnante); «Lungi dal comprendere la vita vera, impartiscono proibizioni e doveri precostituiti» (F. 62, psicoterapeuta); «Spesso i preti giudicano e non accolgono chi sbaglia» (F. 59, commercialista); «Troppo spesso dalle omelie traspare una visione della fede basata su obblighi, precetti, riti e sul giudizio morale» (M. 70, medico).

Due pareri diametralmente opposti: «Direi più che altro che sono lassiste il più delle volte» (M. 31, impiegato); «Spesso riguardano un messaggio di inclusività alla maniera contemporanea e non cristiana, oppure si soffermano sulle opere e non sull’amore di Dio» (F. 23, operaia).

Una risposta piuttosto lunga e articolata difende l’aspetto morale, quando si traduce in consigli pratici per un comportamento cristiano. «Le prediche moraliste in senso negativo sono rare. Le prediche o omelie moraliste in senso positivo sono quelle che danno dei consigli pratici per un comportamento moralmente cristiano, alla luce della Parola del giorno. Come s. Ignazio di Loyola vuole, bisognerebbe avere sempre un compito da fare, dopo ogni meditazione, nel senso che ogni messa dovrebbe lavorare in noi, arricchirci e farci uscire dal portale della chiesa diversi da come siamo entrati. Ma questo aspetto viene molto spesso tralasciato. Credo siano anche lontane dalla vita concreta in questo senso: la Parola del giorno serve anche a fare luce sui grandi eventi di attualità, le cause del male, i correttivi della fede, ma soprattutto a rinforzare la fede. Verticale e orizzontale, dovrebbero essere equilibrati. I migliori in questo sono i padri della Chiesa, i monaci dei primi secoli, da recuperare» (M. 61, docente).

Stupore e silenzio
Nei pareri dei fedeli non dobbiamo vedere una sorta di cahier de doléances accusatorio, bensì delle legittime aspettative che rivelano una notevole sensibilità liturgica che trova riscontro e conferma nelle indicazioni di papa Francesco in Evangelii gaudium e in Desiderio desideravi.

In EG, nella sezione dedicata all’omelia (139-159), egli precisa che «La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio» (139). Tale ambito materno-ecclesiale deve trasparire dalla «vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti» (140). Se proprio egli deve indicare qualcosa di negativo, cercherà «sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività» (159)

Il giusto stile di predicazione dipende molto dal fatto che chi fa l’omelia, «prima di preparare concretamente quello che dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella parola che ferirà gli altri» (150).

In DD papa Francesco indica a chi presiede l’assemblea l’esigenza di affinare l’arte e lo stile della celebrazione (54), e di essere permeato dalla consapevolezza che «presiedere l’eucaristia è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio». Occorre coltivare una «viva coscienza di essere, per misericordia, una particolare presenza del Risorto» (57) e lo stupore «per il mistero pasquale che si rende presente nella concretezza dei segni sacramentali».

Diversamente, «potremmo davvero rischiare di essere impermeabili all’oceano di grazia che inonda ogni celebrazione. Non sono sufficienti i pur lodevoli sforzi a favore di una migliore qualità della celebrazione e nemmeno un richiamo all’interiorità: anche quest’ultima corre il rischio di ridursi ad una vuota soggettività se non accoglie la rivelazione del mistero cristiano» (24).

Il papa precisa anche che, «tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea, occupa un posto di assoluta importanza il silenzio. Tutta la celebrazione eucaristica è immersa nel silenzio che precede il suo inizio e segna ogni istante del suo svolgersi rituale. Infatti, è presente nell’atto penitenziale; dopo l’invito alla preghiera; nella liturgia della Parola (prima delle letture, tra le letture e dopo l’omelia); nella preghiera eucaristica; dopo la comunione» (52).

Leone XIV, che ha dedicato otto udienze generali alla liturgia commentando SC, il 25 settembre, nella celebrazione dei Vespri a Notre-Dame ha esortato, fra l’altro, ad «aver cura che le celebrazioni liturgi

Liberiamo la domenica dalle “giornate”

di: Giorgio Bozza in Settimana News

botticelli

Il 15 ottobre il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha promulgato la legge recante «Istituzione della giornata nazionale del riciclo della Carta». Contestualmente ha inviato ai Presidenti del Senato e della Camera dei deputati una lettera in cui fa presente che «il numero delle leggi che istituiscono giornate per segnalare valori, eventi, propositi, emozioni o aspetti della vita sta vertiginosamente aumentando, senza che siano emersi in proposito criteri omogenei: nelle ultime tre Legislature ne sono state approvate – istituendo le relative giornate – trentasei, di cui venti nel corso di questa Legislatura. Oltre alle feste nazionali, il numero di queste giornate è ormai di cinquantuno».

E conclude: «Avverto quindi l’esigenza di esortare a contenere in termini ragionevoli la tendenza ad accrescere i giorni dedicati, il cui numero, del resto, rende ormai sostanzialmente impossibile nei fatti un’autentica efficacia delle loro previsioni, che potrebbero essere adeguatamente perseguite mediante strumenti diversi dalla legge».

Parole che chiedono misura nell’uso delle giornate e mettono in guardia dal loro abuso. Leggendole, però, ho subito pensato alle tante giornate che si celebrano anche nelle comunità cristiane, e quasi sempre di domenica.

Alle cinquantuno giornate nazionali ricardate dal Presidente si aggiungono quelle internazionali, il cui elenco ufficiale, pubblicato dalle Nazioni Unite, supera ormai le duecento voci.

A questo calendario civile, nazionale e internazionale, si sovrappone quello ecclesiale, proposto dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalle singole diocesi, eccone alcune: la giornata mondiale della pace, quella dell’infanzia missionaria, per l’unità dei cristiani, per la vita, di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri, la giornata della gioventù, per le opere della Terra Santa, della Divina Misericordia, per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, di preghiera per le vocazioni, delle comunicazioni sociali, per la carità del Papa, del creato, del ringraziamento, per le migrazioni, del povero, della Parola di Dio, degli anziani, del migrante e del rifugiato, per la sensibilizzazione e il sostentamento del clero, per il Seminario diocesano.

L’elenco potrebbe continuare, e non di rado due giornate rivendicano la medesima domenica, costringendo le comunità a una sintesi impossibile o a una scelta che finisce per penalizzare l’una o l’altra causa. È il paradosso che il Presidente ha segnalato per le giornate istituite per legge, e che nella vita ecclesiale vale forse a maggior ragione: oltre una certa soglia, è il numero stesso delle giornate a vanificarne l’efficacia.

Per la comunità cristiana, però, la questione non si esaurisce nell’efficacia. Questa breve riflessione intende porre una domanda che, pur nascendo da un’osservazione pastorale, tocca questioni di liturgia e di antropologia: che cosa accade alla domenica cristiana quando viene sistematicamente occupata da un susseguirsi di intenzioni particolari?

È ancora possibile, in queste condizioni, custodire il primato della domenica come «giorno del Signore», o essa rischia di ridursi a un contenitore neutro, riempito di volta in volta da urgenze comunicative esterne alla sua natura? La domanda, peraltro, è oggi tutt’altro che oziosa: la catechesi che Leone XIV ha dedicato all’anno liturgico nell’udienza generale del 12 agosto 2026 offre, come si vedrà, criteri puntuali per affrontarla.

La prima osservazione riguarda la natura stessa dello strumento giornata. Una giornata – un manifesto all’ingresso della chiesa, un accenno nell’omelia, la lettura di una preghiera dei fedeli, la raccolta di un’offerta – è per sua natura un dispositivo comunicativo. Essa informa: rende nota una causa, richiama l’attenzione su un problema, sensibilizza per poche ore una comunità che, la domenica successiva, sarà già chiamata a occuparsi d’altro.

Ma informare non equivale a formare. Formare una coscienza – acquisire cioè una sensibilità stabile su un tema, sia esso la pace, la custodia del creato, l’accoglienza del migrante o la cura degli anziani – richiede tempo disteso, studio, dialogo, esperienze condivise, testimonianze, silenzio, preghiera. Nessuna di queste condizioni è compatibile con la logica dell’evento isolato. Una comunità cristiana chiamata a rincorrere ogni settimana un’urgenza diversa rischia di sviluppare non una coscienza formata, ma una sequenza di reazioni emotive scollegate tra loro, prive della sedimentazione che sola rende stabile un cambiamento di mentalità.

Ogni educatore sa che l’apprendimento significativo non nasce dall’accumulo di informazioni, ma dalla loro integrazione in strutture di senso, costruite nel tempo attraverso la ripetizione e l’esperienza. Applicata alla vita ecclesiale, questa consapevolezza dovrebbe indurre a diffidare di un calendario pastorale organizzato per somma di giornate, ciascuna delle quali pretende, in poche ore (quando va bene), di ottenere ciò che normalmente richiede un intero percorso formativo o un anno pastorale.

La Chiesa non è priva di una pedagogia di lungo respiro: ne possiede una, antichissima e collaudata, che non ha avuto bisogno di essere inventata perché le è stata consegnata insieme alla fede. Leone XIV, nella catechesi dedicata al capitolo V della Sacrosanctum Concilium (12 agosto 2026), lo ha ricordato con parole che meritano di essere prese alla lettera: l’anno liturgico «ripropone in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura».

Una pedagogia, dunque, esiste già; ed è una pedagogia della ripetizione e della durata, che non pretende di ottenere in un mattino ciò che matura nell’arco di un anno, e di molti anni. Il problema non è che manchi un itinerario formativo: è che ne abbiamo sovrapposto un secondo, costruito per accumulo di temi, a uno che invece è costruito attorno a un unico mistero.

Il rischio più serio, tuttavia, non riguarda soltanto l’efficacia pedagogica delle giornate, ma la natura stessa della domenica cristiana, che tale proliferazione finisce per erodere.

Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Dies Domini del 1998, ha offerto una sintesi che resta punto di riferimento imprescindibile per ogni riflessione sul tempo liturgico cristiano. Egli definisce la domenica «il cuore del tempo cristiano», sottolineando come essa non sia semplicemente uno tra i giorni della settimana dedicato al riposo o alla pratica religiosa, ma il giorno che struttura teologicamente tutto il tempo dell’uomo, in quanto memoriale della risurrezione e anticipazione del compimento escatologico.

A questa dottrina è tornato Leone XIV, richiamando anzitutto il giudizio dei Padri conciliari, per i quali la domenica è «fondamento e nucleo dell’anno liturgico», «il giorno di festa primordiale» (Sacrosanctum Concilium, 106), e riproponendo poi, sulla scia della Dies Domini, la qualificazione della domenica come giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo e, infine, «giorno dei giorni».

Vale la pena osservare che nessuna di queste quattro determinazioni è tematica. La domenica non è il giorno di una causa, ma il giorno di Qualcuno; il genitivo che la qualifica non è quello dell’argomento da trattare, ma quello del Signore che convoca, della Chiesa che si raduna, dell’uomo che ne riceve respiro. È una differenza grammaticale minima e teologicamente decisiva: le giornate si declinano al genitivo della causa – della pace, del creato, del povero –, la domenica al genitivo del Signore.

Ora, una domenica progressivamente occupata da tanti altri messaggi, per quanto legittimi nel loro contenuto, rischia di smarrire proprio la dimensione escatologica. Se ogni domenica diventa l’occasione per affrontare un tema diverso – la pace, la vita, il creato, le migrazioni – la domenica cessa di essere percepita, nella sua identità più profonda, come il giorno dell’incontro con il Risorto, e si trasforma in una sorta di piattaforma neutra su cui far girare contenuti esterni alla sua natura.

Non si tratta di negare la legittimità e persino l’urgenza di questi temi, ma di interrogarsi sul luogo e sul tempo più adeguati per la loro elaborazione pastorale, che forse non coincidono sempre con l’eucaristia domenicale.

La catechesi di Leone XIV consente di allargare lo sguardo dalla singola domenica all’intero arco dell’anno. Ricordando che l’espressione stessa «anno liturgico» si è diffusa nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera dell’abate Prosper Guéranger, il Papa ne ha richiamato la definizione offerta da Pio XII nella Mediator Dei: l’anno liturgico non è «una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato», né la semplice rievocazione di realtà d’altri tempi, ma «Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa» e prosegue il suo cammino di misericordia mettendo le anime a contatto con i propri misteri, «perennemente presenti ed operanti». Il ciclo delle feste, in altre parole, non ricorda: attualizza.

Qui si tocca il punto teologicamente più delicato della questione. La giornata, per sua struttura, è un dispositivo commemorativo: ricorda un fatto, segnala una causa, tiene desta una memoria. La domenica, invece, non commemora la risurrezione: la rende presente. Quando la logica della giornata si trasferisce alla domenica – quando cioè il primo giorno della settimana diventa il giorno in cui si ricorda qualcosa, si sensibilizza su qualcosa, si raccoglie un’offerta – si compie, silenziosamente, uno slittamento dall’attualizzazione alla rievocazione, e si torna proprio a ciò che Pio XII escludeva: la rappresentazione di un contenuto al posto della presenza di una Persona.

La catechesi del papa si chiude, non a caso, con un’affermazione che ha il tono della norma pastorale più che dell’osservazione storica: «l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale».

Questa frase chiede di essere verificata sulla programmazione concreta delle nostre comunità. Quale calendario, di fatto, ispira e struttura l’anno pastorale di una parrocchia media: quello scandito dall’Avvento, dal Natale, dalla Quaresima, dal Triduo, dal «lietissimo spazio» dei cinquanta giorni pasquali e dalle domeniche del tempo ordinario, oppure quello, parallelo e assai più insistente, che arriva dagli uffici – nazionali, diocesani, associativi – sotto forma di sussidi, manifesti e collette?

Il fenomeno descritto non può essere compreso soltanto in chiave intraecclesiale – la lettera del Presidente lo conferma –, ma va collocato nel più ampio contesto della cultura contemporanea, caratterizzata da quella che gli studiosi definiscono economia dell’attenzione: un regime comunicativo in cui l’attenzione del pubblico costituisce una risorsa scarsa, contesa da una molteplicità crescente di soggetti e cause, ciascuno dei quali rivendica per sé un tempo dedicato, un simbolo, una giornata.

In questo senso, il moltiplicarsi delle giornate ecclesiali riproduce, forse inconsapevolmente, la logica competitiva propria della comunicazione contemporanea, applicando al calendario liturgico l’idea che ogni causa, per essere presa sul serio, debba conquistarsi il proprio spazio pubblico dedicato.

In questo modo, le diverse cause pastorali, pur non essendo tra loro realmente in conflitto sul piano dei contenuti, finiscono per collocarsi in una relazione di implicita concorrenza quando devono contendersi le medesime domeniche dell’anno liturgico, riproducendo così, all’interno della comunità ecclesiale, dinamiche competitive mutuate dalla logica pubblicitaria del sistema economico.

Il mutamento più insidioso, in questo regime, non riguarda però i contenuti, ma la posizione di chi è presente. Nell’economia dell’attenzione chi ascolta è per definizione un pubblico: un destinatario da raggiungere, da colpire, da sensibilizzare.

L’assemblea domenicale è invece qualcosa di strutturalmente diverso, e Leone XIV lo ha ribadito richiamando il convenire in unum di cui parla la Sacrosanctum Concilium: l’assemblea liturgica non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale né si riduce a «un raduno meramente passivo», perché si avvera nella partecipazione attiva di fratelli e sorelle convocati insieme a rendere grazie a Dio che li ha generati per una speranza viva.

La differenza è quella che passa tra un pubblico e un popolo. Ogni volta che la domenica viene programmata come occasione comunicativa, l’assemblea scivola impercettibilmente dalla condizione di soggetto celebrante a quella di uditorio da informare: ed è questo, più della singola giornata, ciò che andrebbe temuto.

Questa lettura invita a un discernimento ulteriore: la Chiesa non è chiamata semplicemente a moltiplicare gli strumenti comunicativi di cui il mondo contemporaneo si serve, ma a proporre, nella domenica, un’alternativa reale a quella logica di contesa dell’attenzione, restituendo al giorno del Signore la sua capacità di sottrarre l’uomo, almeno per un giorno, alla frammentazione competitiva del tempo ordinario.

Questa diagnosi, più o meno condivisibile, apre una possibile via pastorale, non priva di implicazioni organizzative concrete. Anziché affidare a una singola domenica – un mattino, in pratica – la responsabilità di sensibilizzare un’intera comunità su un tema complesso, sarebbe forse più fecondo distribuire la riflessione lungo l’intero anno pastorale, attraverso percorsi catechetici, incontri di approfondimento, iniziative caritative continuative, integrati organicamente nella vita ordinaria della comunità, senza pretendere di esaurirsi in un unico giorno.

Fatte le debite proporzioni, è la stessa indicazione che il Presidente rivolge alle Camere: come le finalità delle giornate civili «potrebbero essere adeguatamente perseguite mediante strumenti diversi dalla legge», così le cause care alla comunità cristiana possono essere servite meglio da strumenti diversi dalla liturgia domenicale.

Una simile riorganizzazione richiederebbe innanzitutto un discernimento circa la reale necessità di ciascuna giornata proposta, evitando la tentazione di accoglierle tutte per una sorta di riverenza automatica verso le indicazioni provenienti dalla CEI o dalle diocesi. Richiederebbe inoltre la capacità di scegliere, tra le molte giornate disponibili, un numero limitato di temi realmente prioritari per la vita di una determinata comunità, sviluppandoli con la necessaria ampiezza temporale. Infine, essa comporterebbe una rinnovata attenzione alla domenica come tale, prima ancora che come contenitore di contenuti: la cura della qualità della liturgia, dell’omelia, del canto, del silenzio, della fraternità che segue la celebrazione, come luoghi in cui la domenica torna a essere percepita nella sua identità propria, indipendentemente dal tema del giorno.

In questa prospettiva, la formula metti il poster, togli il poster – mutuata, non senza ironia, dal celebre esercizio dai la cera, togli la cera impartito dal maestro al giovane allievo in un noto film degli anni Ottanta sulle arti marziali – può descrivere efficacemente la pratica pastorale attuale: un gesto ripetuto con disciplina ma, a differenza di quello del film, privo di reale incidenza formativa, un automatismo amministrativo che rischia di sostituirsi al discernimento pastorale autentico.

Un testo evangelico ricorda che il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato (Mc 2,27). La domenica cristiana, erede e compimento del sabato ebraico, è fatta per l’uomo e per il suo incontro con il Risorto, non per essere suddivisa e ripartita tra cause, per quanto meritorie, in concorrenza tra loro per l’attenzione di un’assemblea sempre più stanca e dispersa.

Restituire alla domenica la sua identità di Dies Domini non significa disinteressarsi delle grandi cause che le giornate tematiche intendono promuovere, ma piuttosto sottrarle alla logica dell’evento isolato per collocarle in un tempo disteso, capace di formare autenticamente le coscienze. Il Capo dello Stato ha esortato le Camere a contenere il numero dei «giorni dedicati»; alla comunità cristiana è chiesto qualcosa di più esigente: riconoscere che la domenica è già, per sua natura, un giorno dedicato – al Signore – e non ha bisogno di altre dediche.

Leone XIV ha ricordato, citando ancora la Dies Domini, che la domenica «fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo» (n. 75). Una freccia, non una bacheca. L’immagine merita di essere ripresa da chi, ogni sabato pomeriggio, si trova a decidere che cosa affiggere sulla porta della chiesa: la domenica non è una superficie disponibile su cui appendere, di volta in volta, il messaggio più urgente, ma una direzione impressa al tempo di tutti.

Resta, sullo sfondo, una domanda che eccede l’ambito organizzativo e tocca la dimensione più propriamente escatologica della fede cristiana: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora una domenica libera in cui abitare, o la troverà già occupata dall’ennesima giornata?