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Liturgia 12 Aprile 2026 II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)

Liturgia 12 Aprile 2026 II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)

Colore Liturgico  Bianco

Gesu

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Antifona d’ingresso
Come bambini appena nati
desiderate il genuino latte spirituale:
vi farà crescere verso la salvezza. Alleluia. (Cf. 1Pt2,2)

Oppure:
Entrate nella gioia e nella gloria e rendete grazie a Dio,
che vi ha chiamato al regno dei cieli. Alleluia. (Cf. 4 Esd 2, 36-37 Volg.)

Si dice il Gloria.

Colletta
Dio di eterna misericordia,
che ogni anno nella festa di Pasqua
ravvivi la fede del tuo popolo santo,
accresci in noi la grazia che ci hai donato,
perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza
del Battesimo che ci ha purificati,
dello Spirito che ci ha rigenerati,
del Sangue che ci ha redenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
Signore Dio nostro,
che nella tua grande misericordia
ci hai rigenerati a una speranza viva,
accresci in noi la fede nel Cristo risorto,
perché credendo in lui
abbiamo la vita nel suo nome.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
At 2,42-47
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune.
Dagli Atti degli Apostoli

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 117
Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.

Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».

Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria
nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto prodezze.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo!

Seconda lettura
1Pt 1,3-9
Ci ha rigenerati per una speranza viva, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo.
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Parola di Dio

Sequenza
[Facoltativa]

Alla vittima pasquale,
s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
L’Agnello ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato
noi peccatori col Padre.

Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa.

«Raccontaci, Maria:
che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente,
la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni,
il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto:
precede i suoi in Galilea».

Sì, ne siamo certi:
Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso,
abbi pietà di noi.

Canto al Vangelo
Gv 20,29

Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;
beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

Alleluia.

Vangelo
Gv 20,19-31
Otto giorni dopo venne Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Fratelli e sorelle, sia benedetto Dio che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione del suo Figlio, per una speranza viva. Rivolgiamo a lui la nostra supplica perché tutta la terra possa accogliere il frutto della Pasqua.
Preghiamo insieme e diciamo: Dio della misericordia e della pace, ascoltaci.

1. Per il popolo cristiano, convocato nel giorno del Signore, Pasqua della settimana: celebrando nella gioia e nell’unità il memoriale eucaristico, manifesti a tutti la presenza di Gesù risorto. Preghiamo.
2. Per i nuovi battezzati: accolti dalla comunità, crescano nell’ascolto della Parola, nella preghiera assidua e nella carità operosa. Preghiamo.
3. Per i popoli della terra: il dono della pace, frutto della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, raggiunga il cuore di ogni uomo, e ciascuno sperimenti tempi di giustizia e di amore. Preghiamo.
4. Per il cristiano che dubita, l’incredulo che vorrebbe credere, e quanti cercano con amore la verità: illuminati dalla grazia pasquale, riconoscano che non vi è altro nome al di fuori di Cristo in cui essere salvi. Preghiamo.
5. Per noi che celebriamo con fede i giorni santi della Pasqua: rinnovati dalla grazia dei Sacramenti, possiamo custodire la veste candida del Battesimo fino al termine del nostro pellegrinaggio terreno. Preghiamo.

O Dio, nostro Padre, principio e fonte di ogni dono, lo Spirito del tuo Figlio risorto ci introduca nella pienezza del mistero pasquale perché, in gesti e parole, ne diventiamo gioiosi testimoni. Per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte
Accogli, o Signore, i doni del tuo popolo
[e di questi nuovi battezzati]:
tu che ci hai chiamati alla fede e rigenerati nel Battesimo,
guidaci alla beatitudine eterna.
Per Cristo nostro Signore.

Prefazio
PREFAZIO PASQUALE I
Il mistero pasquale

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
proclamare sempre la tua gloria, o Signore,
e soprattutto esaltarti in questo giorno
nella quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato.
È lui il vero Agnello
che ha tolto i peccati del mondo,
è lui che morendo ha distrutto la morte
e risorgendo ha ridato a noi la vita.
Per questo mistero,
nella pienezza della gioia pasquale,
l’umanità esulta su tutta la terra
e le schiere degli angeli e dei santi
cantano senza fine l’inno della tua gloria: Santo, …

Nel Canone Romano, si dice il Communicantes proprio e l’Hanc ígitur propri.
Nelle Preghiere eucaristiche II e III si fa il ricordo proprio della Pasqua e dei neo-battezzati.

Antifona alla comunione
Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani;
tendi la tua mano e mettila nel mio fianco,
e non essere incredulo, ma credente! Alleluia. (Gv 20,27)

Preghiera dopo la comunione
Dio onnipotente, la forza del sacramento pasquale
che abbiamo ricevuto sia sempre operante nei nostri cuori.
Per Cristo nostro Signore.

Benedizione solenne
In questo santo giorno di Pasqua,
Dio onnipotente vi benedica
e, nella sua misericordia,
vi difenda da ogni insidia del peccato. R. Amen.

Dio che vi rinnova per la vita eterna,
nella risurrezione del suo Figlio unigenito,
vi conceda il premio dell’immortalità futura. R. Amen.

Voi, che dopo i giorni della passione del Signore
celebrate nella gioia la festa di Pasqua,
possiate giungere con animo esultante alla festa senza fine. R. Amen.

E la benedizione di Dio onnipotente,
Padre e Figlio e Spirito Santo,
discenda su di voi e con voi rimanga sempre. R. Amen.

Nel congedare l’assemblea, si canta o si dice:

Andate in pace. Alleluia, alleluia.

Oppure:
La Messa è finita: andate in pace. Alleluia, alleluia.

Oppure:
Portate a tutti la gioia del Signore risorto.
Andate in pace. Alleluia, alleluia.

R. Rendiamo grazie a Dio. Alleluia, alleluia. 

Santa Messa Rai 1 oggi 12 aprile 2026 | Diretta video Abbazia San Martino al Cimino e Angelus Papa Leone XIV

Santa Messa Rai 1 dall'Abbazia di San Martino al Cimino

sussidiario.net

Santa Messa su Rai 1 per la II Domenica del Tempo di Pasqua: come seguirla in diretta tv e video streaming prima dell’Angelus di Papa Leone XIV

È l’Abbazia di San Martino a Cimino, in provincia di Viterbo, a fare da scenario alla Santa Messa Rai 1 oggi, domenica 12 aprile, peraltro in occasione dell’ottavo centenario dalla consacrazione di questo complesso religioso. Infatti, l’evento rientra nel programma delle celebrazioni che la Diocesi di Viterbo ha promosso per ricordare la storia e l’importanza spirituale di quello che è uno dei luoghi più importanti del territorio. Dunque, la Santa Messa Rai 1 diventa anche un’occasione per scoprire o riscoprire un patrimonio italiano a livello religioso e culturale.

Tradurre Dante oggi: tra ritmo, forma e lingua prima

Tradurre Dante oggi: tra ritmo, forma e lingua prima

Pubblichiamo un testo che che il poeta e traduttore francese Jean-Charles Vegliante ha scritto per il festival “Ritratti di Poesia”, che si terrà oggi all’Auditorium Conciliazione di Roma – per la 19ª edizione – con più di 50 ospiti dall’Italia e dal mondo tra cui Jorie Graham, Grant Snider, Vittorio Lingiardi, José Tolentino de Mendonça, Koike Masayo, Wanda Marasco e i 12 finalisti del Premio Strega Poesia.
Un Dante francese ha preso forma in me, tanti anni fa, quasi per generazione spontanea (il buon Pasteur mi perdoni): ma da subito guidata appunto dalla necessità formale. Ferrea necessità della forma, soprattutto riguardo al ritmo; fondamentale per tenere a bada il flusso trascinante della narrazione (e quale narrazione, nel caso!) – mai intralciata qui però, come avviene al solito, dalle cosiddette forme chiuse. La geniale invenzione della terza rima insomma… non a caso ignorata dalla tradizione francese, salvo rare formule più o meno vicine, alternative «da Rutebeuf a Rimbaud» come poté esemplificare Benoît de Cornulier, in quanto non propriamente “strofe”. La forma, quale parapetto garde-fou, e insieme tentativo forse illusorio di risalita a monte, in direzione delle mie stesse origini (di qui il mio primo titolo Vers l’amont Dante, una breve plaquette del 1986). Alla lettera, ho creduto di ritrovare così la mia lingua prima, e perduta, nella Commedia dantesca. Ma la risalita, me ne sono accorto dopo, servì anche a ritrovare una certa disponibilità al canto, al libero dettato poetico, indipendentemente dalla cronaca personale che interessa in fondo solo me.
Credo infatti che la nostra lingua primordiale, nativa, anteriore alla cosiddetta “materna” (sentita già dal feto umano, e quindi acquisita a poco a poco dopo la nascita), non è propriamente una lingua, ma piuttosto un’aspirazione al linguaggio, allo scambio intersoggettivo, all’incontro: epperò abbiamo, come umani, in fondo o in nuce tutti la stessa lingua (o non-lingua). Un identico impulso a comunicare. Essa sussiste in noi, a monte dei diversi idiomi presi in prestito, imparati con i propri genitori: essa potrebbe essere – se non “la” lingua in sé, o lingua adamica – almeno quasi un orizzonte di essa, ideale e reale, incarnato nella poesia universale. Detto tra parentesi, proprio essa fa sì che, fondamentalmente, TUTTO sia traducibile. Un orizzonte della lingua-poesia per meglio dire; o «pura lingua» nascosta dentro l’espressione di ogni (verace) poesia, come ebbe a scrivere già Walter Benjamin (‘die reine Sprache’), a proposito (guarda caso) della traduzione. Pur sempre un «orizzonte in fuga» però (il sintagma è di Montale), da inseguire nella distanza, come appunto quella non-lingua fuggevole, sempre presente dietro, o sotto, dentro l’idioma singolare, di per sé separato (un ’ìdios sarebbe appunto il “particolare”), culturalmente impresso e segnato, diventato primario, caratteristico in / di ognuno di noi.
La lingua appariscente, ufficiale (sia pure con tutte le sfumature diastratiche diafasiche e altre), “una” almeno in superficie, sarebbe in fondo sempre lingua di altri: della famiglia, della scuola, del ceto o giro sociale, della nazione e via dicendo. La “mia” sola lingua, infine, non mi appartiene, o solo come prestito d’altri. E il poeta, forse, per converso, è colui che cerca di sfondare tale schermo estraneo della propria lingua per attingere a quel linguaggio più personale, nuovo e insieme antico (anzi di una archè dimenticata), anteriore ai comuni «mots de la tribu» (Mallarmé). Alcuni spingono addirittura tale sforzo o ricerca fino all’arcano (inaccessibile ai non iniziati) oppure a un’utopia adamica prestorica (il principio di tutto: ’En àrchè èn ò lògos), col rischio di non essere letti affatto, fuori della cerchia amica. Altri pensano che appunto «la lingua ci precede» (Nanni Cagnone), quale oceano per il nuotatore scrittore. Ovviamente, il cammino praticabile – pur sempre sociale – rimane per lo più al di qua, così come è al di qua della musica (asemantica), quasi risultante dal compromesso tra non-lingua ideale e lingua di tutti, immersa nei rinnovati «mots de la tribu». Un uso della lingua mia e non mia, originale e condivisa, personale-politica: un compromesso, se si preferisce, e funzionale. In tale prospettiva, credo, si è parlato qualche anno fa di “classici del Novecento”, compresi quei poeti di chiaro spinto sperimentalismo: per intenderci, dalla rivista “Officina” ai Novissimi a Zanzotto o Majorino. Comprese, a contrario, le ricerche in direzione di una polifonia poetica, stili e lingue e rimandi alla tradizione: nelle quali – se mi è concesso – si riconosce anche l’autore di questa nota e di una raccolta come Rauco in noi un linguaggio (InternoPoesia 2022, trad. Mia Lecomte), io. Di poi, con l’avvento brutale dei social, forse ormai si apre un nuovo periodo buio di chiacchiericcio inutile, riciclato/deriso/lodato in continuazione, ad nauseam; e controllato da pochi potenti della tecnosfera universale.
Detto questo, se veniamo alfine alla traduzione vera e propria, soprattutto di un classico già abbondantemente tradotto, ci si trova davanti a una lingua radicalmente altra che bisogna in ogni caso rispettare e cercare di riflettere per quanto possibile nella diversa “accademia” della lingua di destinazione. Manco a dirlo, proprio entro i limiti del ritmo sovrano – costretti però dalla stringa metrica almeno nelle nostre lingue sillabiche europee –, la prima esigenza è comunque la conoscenza non superficiale, anzi filologica del sistema linguistico-culturale di partenza. Siamo al corrente di versioni poetiche notevoli, ottenute da chi – poeta – non aveva tali e tante competenze, ma esse sono davvero eccezioni che (ci si passi il bisticcio) non fanno testo; e, in fondo, procedono da un altro tipo di discorso. Per il resto, un lungo studio sia del materiale originario, sia della tradizione esistente in lingua di partenza e nella ricezione (comprese le traduzioni più rilevanti: in breve, per la Francia, si ricordino almeno Masseron, Pézard, Scialom e Risset), diciamo meglio una lunga frequentazione con la possibilità di “duplice appartenenza”, mi pare assolutamente necessaria. Nel caso presente, con la lunghissima tradizione che ben sappiamo, la traduzione diventa spesso, per lo meno in alcuni passi famosi (Paolo e Francesca, ultimo viaggio di Ulisse, la donna “in-forme”, incontro di Guido Guinizzelli, agnizione di Cacciaguida, preghiera alla Vergine e via dicendo), una ritraduzione: non respinta o pensata “contro”, ma riconosciuta e assunta come tale.
Per quanto mi riguarda, dopo lunghe esitazioni e prove diverse – mi si consenta di citare la combinazione alterna di versi di 11 e 9 posizioni nell’antico Vers l’amont Dante già menzionato –, la scelta del raro hendécasyllabe (così l’inizio assoluto: À la moitié du chemin de notre vie, 4 + 3 +4) si è imposta quasi naturalmente. Detto tra parentesi, la medesima scelta è stata adottata in seguito per i versi della Vita nova presso i Classiques Garnier (2011 e 2024), ove però si alternano 11 e 6 posizioni per i rispettivi endecasillabi e i settenari danteschi. Devo aggiungere che in altri contesti, uso pure il verso décasyllabe di 10 per rendere l’endecasillabo italiano di cui sarebbe l’equivalente (mettiamo, in G. G. Belli, “Le Pape, ce Sous-Dieu, notre Seigneur”…), in maniera, diciamo così, più prevedibile. A dare sia pure allusivamente la concatenazione della terza rima, siccome non cerco mai di forzare una rima – essa viene comunque spontanea in lingue affini come l’italiana e la francese, e non va allora rifiutata –, ho tentato un tipo nuovo di concatenamento: ogni due terzine, tramite la successione a contatto di due versi tradizionali, ben riconoscibili dunque, di 10 posizioni (décasyllabes). Ancora il blocco d’inizio: À la moitié du chemin de notre vie / je me retrouvai par une sylve obscure, / où la voie droite avait été perdue. / Ah, qu’il est dur de dire ce qu’était / cette sylve sauvage et âpre et violente / qui dans ma pensée renouvelle la peur ! / Elle est si amère... e via di seguito (11 11 10, 10 11 11, 11…), fino all’explicit del celeberrimo verso 14 233: l’amour qui meut le soleil et les étoiles. E credo davvero che ho abusato già, fin qui, della vostra pazienza.
Avvenire

Educare all’AI senza smarrire l’umano

di: Emanuele Pascuzzi

tastiera

Nel nostro tempo c’è una parola che allo stesso tempo affascina e inquieta: intelligenza artificiale.

Le sue promesse sono note: velocità, efficienza, capacità di elaborare quantità di dati che la mente umana non potrebbe contenere. E tuttavia, proprio mentre le macchine diventano sempre più sofisticate, emerge una domanda più profonda: che cosa significa essere umani?

A questa domanda ha offerto spunti di riflessione interessanti il convegno «Educarsi all’AI o educare l’AI?», svoltosi lo scorso mercoledì 1 aprile presso Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati (vedi qui la registrazione integrale del convegno). L’iniziativa ha riunito studiosi e rappresentanti delle istituzioni per interrogarsi sul ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi educativi e nella società contemporanea.

Aprendo i lavori, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha sottolineato come il vero rischio non sia l’uso della tecnologia in sé, ma il suo uso inconsapevole. Senza una solida educazione digitale, ha osservato, si corre il pericolo di affidarsi all’algoritmo rinunciando a quello spirito critico che rende possibile una decisione davvero libera e responsabile.

L’educazione alle nuove tecnologie appare dunque come una delle sfide decisive del nostro tempo. Promuovere competenze adeguate significa non solo preparare le giovani generazioni al mondo del lavoro, sempre più segnato dalla trasformazione digitale, ma anche evitare nuove forme di esclusione sociale. In questo senso, la formazione diventa uno strumento di giustizia e di partecipazione.

Allo stesso tempo, la tecnologia non può essere pensata come un sostituto dell’uomo. «L’intelligenza artificiale – ha ricordato Fontana – deve restare uno strumento al servizio della persona, capace di potenziarne le capacità senza prenderne il posto».

***

La riflessione si collega a un interrogativo più ampio, che riguarda la natura stessa dell’intelligenza umana.

Al convegno romano è intervenuto anche il linguista Andrea Moro, che ha tenuto una lectio magistralis organizzata con la collaborazione della Accademia Nazionale dei Lincei. Il linguaggio umano, ha ricordato lo studioso, non è soltanto uno strumento per trasmettere informazioni: è il luogo in cui nasce il significato, dove le parole diventano relazione e possibilità di comprensione reciproca.

Una macchina può generare una frase corretta. Ma comprendere davvero ciò che quella frase significa per la vita di una persona resta un’esperienza profondamente umana.

Qui emerge una distinzione essenziale. Gli algoritmi possono individuare la soluzione più efficiente a un problema, ma non possono assumersi il peso morale delle scelte. Possono analizzare dati e probabilità, ma non conoscono esperienze fondamentali come la responsabilità, il perdono o la libertà.

Il rischio, allora, non è che le macchine diventino troppo simili agli uomini. Il rischio più sottile è che gli uomini finiscano per diventare troppo simili alle macchine.

Quando lasciamo che siano gli algoritmi a suggerire cosa leggere, cosa acquistare o persino quali relazioni coltivare, rischiamo di rinunciare lentamente alla fatica della libertà. Eppure è proprio quella fatica a rendere autentica la vita umana. L’uomo non è soltanto una mente che elabora informazioni: è una coscienza che sceglie, una libertà che si assume responsabilità, una fragilità che impara attraverso l’esperienza.

***

In questa prospettiva, educare all’intelligenza artificiale significa anche educare al discernimento. Non si tratta di frenare il progresso tecnologico, ma di orientarlo verso il bene della persona e della comunità.

Proprio su questo punto si inserisce il richiamo più volte espresso da Papa Francesco, che ha invitato a non separare lo sviluppo tecnologico dalla crescita della responsabilità etica. Il progresso, ha ricordato più volte Francesco riferendosi all’intelligenza artificiale, deve rimanere sempre al servizio della dignità umana e del bene comune, evitando che la tecnica diventi un potere impersonale capace di condizionare la libertà delle persone.

In fondo, la questione riguarda il modo in cui l’uomo comprende se stesso. L’intelligenza artificiale funziona riducendo errori e incertezze; la vita umana, invece, cresce spesso proprio attraverso i suoi limiti. È nei limiti che nascono la creatività, la responsabilità e la libertà. Una macchina perfetta non ha bisogno di scegliere. Un uomo sì.

Per questo la vera sfida del nostro tempo non consiste soltanto nel costruire macchine sempre più intelligenti, ma nel custodire la profondità dell’intelligenza umana: quella che sa interrogarsi, cadere, rialzarsi e trasformare anche la fragilità in occasione di crescita. In un mondo sempre più automatizzato, la vera innovazione non sarà soltanto tecnologica. Sarà restare pienamente umani.

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