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È morto Vittorio Messori, il più noto scrittore cattolico con Ipotesi su Gesù: fatale un attacco cardiaco

È morto Vittorio Messori, il più noto scrittore cattolico con Ipotesi su Gesù: fatale un attacco cardiaco

È morto Vittorio Messori. Lo scrittore, considerato uno dei principali autori cattolici, si è spento ieri venerdì 3 aprile. Aveva 84 anni. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941, aveva cambiato drasticamente la sua vita nel 1964, quando si era convertito dall’ateismo al cattolicesimo. Nel 1976 pubblicò Ipotesi su Gesù, un libro che indagava sulle origini del cristianesimo e che diventò un best seller non solo in Italia.

Le cause della morte di Vittorio Messori

Rosalia Bontà, assistente personale dello scrittore, raggiunta da AdnKronos ha fatto sapere che Messori si è spento alle ore 21:45 “di Venerdì Santo“. L’ottantaquattrenne soffriva di problemi al cuore. Gli era stato impiantato un pacemaker: “Fatale un attacco cardiaco“. Quattro anni fa, il giorno prima di Pasqua, aveva perso la moglie Rosanna Brichetti.

Dopo la conversione diventò il principale autore cattolico

Vittorio Messori era nato in una famiglia anticlericalista e aveva perseguito una formazione razionalista e agnostica. Nel 1964 cambiò tutto. Lo scrittore decise di dedicarsi a un’attenta lettura dei Vangeli. Un’esperienza che cambiò completamente non solo la sua percezione del cattolicesimo, ma la sua vita stessa. Si convertì e indirizzò sempre più le sue opera alla ricerca di un punto di incontro tra ragione e fede. Il primo libro fu Ipotesi su Gesù, che fu tradotto in ventidue lingue. Inoltre, il giornalista fu il primo a intervistare Joseph Ratzinger che all’epoca era cardinale e prefetto del Sant’Uffizio. Da questa esperienza nacque il libro Rapporto sulla fede. Poi, arrivò anche il libro Varcare la soglia della speranza, l’unico a contenere una lunga intervista con Giovanni Paolo II. Tutti volumi che hanno avuto enorme risonanza. Il giornalista, che nel corso della sua carriera ha scritto anche su La stampa e il Corriere della sera, fondò la rivista mensile Jesus sempre con lo scopo di incentivare il dialogo tra chi crede e chi dubita. Tra i suoi libri più recenti Bernadette non ci ha ingannati – Un’indagine storica sulla verità di Lourdes; La Chiesa di Francesco – La sfida del cristianesimo tra crisi e speranza e Quando il cielo ci fa segno – Piccoli misteri quotidiani.

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Gianni Morandi: «In tour pensando alla pace»

Gianni Morandi:  «In tour pensando alla pace»

Nel grande salone luminoso, tra travi antiche e vetrate che si aprono su “un grande prato verde” come canta in una delle sue celebri canzoni, Gianni Morandi accoglie i giornalisti con un sorriso che è rimasto quello di sempre, lo stesso di quando era “il ragazzo” delle canzoni che hanno attraversato l’Italia. «Inizialmente questo tour era nato per celebrare i 60 anni di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Allora c’era la guerra del Vietnam e purtroppo siamo ancora lì, siamo sempre in guerra…», sospira, lasciando scivolare lo sguardo oltre il giardino.
Siamo a San Lazzaro di Savena, sui colli bolognesi, nella sua casa, un’antica casina di caccia ottocentesca, trasformata oggi in un luogo accogliente, dove la musica convive con la quotidianità. In cucina e sul patio, la moglie Anna si muove con discrezione, assicurandosi che a tutti arrivino tortelloni e crescentine. L’atmosfera è familiare, quasi domestica. Morandi ha voluto così la presentazione del suo nuovo tour: porte aperte, niente distanze. E la gente, quella che lo segue da generazioni, è pronta a ritrovarlo nei palasport con “C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story”, al via dal 15 aprile organizzato da Trident. Una tournée che attraverserà l’Italia da Conegliano a Milano, da Roma a Firenze, fino a Genova, riportando sul palco i suoi grandi classici insieme ai brani più recenti.
«Sono molto amico di Francesco Guccini», racconta. «Negli stessi anni lui scriveva Dio è morto e Auschwitz e io C’era un ragazzo. Tutti brani contro la guerra. Lui mi diceva: “La tua è una storiella”», aggiunge sorridendo. Poi il ricordo si allarga: «Quando siamo andati da Papa Francesco, accompagnati dal cardinale Matteo Zuppi, lui ci ha introdotto così: “Santità, questi sono due bolognesi”. E il Papa, che era troppo simpatico, ha esclamato: “Hasta la victoria siempre”».
La leggerezza del racconto non cancella la serietà dello sguardo sull’oggi. «Qualcosa sulla guerra lo dirò sul palco, stiamo scrivendo i testi con l’autore Federico Taddia», anticipa. «Io sono stato in tournée in Russia, nel 1986 mi diedero la Medaglia della pace come cantante pacifista… e oggi pensare che sono loro ad aggredire». E non rinuncia a una riflessione più ampia: «Non ho mai parlato molto di politica, ma un accenno lo farò. Di come Donald Trump e Vladimir Putin vogliono decidere della nostra vita, e di un’Europa che non riesce a essere unita e a intervenire come arbitro con la sua cultura e la sua storia. Però poi la gente ai concerti vuole sentire cantare…».
E allora la musica torna al centro. Lo spettacolo si aprirà con Monghidoro, inedito scritto da Jovanotti, che compare al cellulare con un saluto a sorpresa, un brano autobiografico che riporta Morandi ai suoi 13 anni, alla sua famiglia e ai sogni di un ragazzino di provincia. «Mi sono arrivate due canzoni nuove», racconta. «Una è questa, l’altra è di Giovanni Caccamo, Canzoni che racconta come le canzoni sono la nostra vita. Io, per esempio, quando sento Io che amo solo te mi emoziono ancora ripensando alla prima cotta».
Morandi parla delle sue canzoni come di compagne di viaggio. «Un’altra canzone importante per me è Uno su mille: è fatta di parole che sono mattoni. “Se sei a terra non strisciare mai…”. Quando la canto mi concentro sulle parole: la voglia e la forza di ricominciare la devi trovare dentro di te».
I momenti belli e quelli difficili si intrecciano nel racconto. «La prima volta che ho sentito la mia voce al jukebox da ragazzino con Andavo a cento all’ora è stata un’emozione incredibile. E la prima volta in tv, ad Alta pressione di Enzo Trapani… pensai subito a mia madre, che era fan di Claudio Villa più che di me». Poi il ricordo si fa più duro. «Il momento più brutto? Il Vigorelli di Milano, il 4 luglio del ’71. Noi cantanti italiani facevamo il Cantagiro, fiumi di persone ci accoglievano nelle città. Ma a Milano ospiti speciali erano i Led Zeppelin. Migliaia di ragazzi aspettavano solo loro. Io salgo sul palco e parte un boato, pomodori, lattine… “Vai via!”. Gli altri cantanti italiani, non uscirono. Pensai: qui non si riparte più». Una ferita che però non ha chiuso la strada.
Oggi, a 81 anni, Morandi riempie ancora i palasport. «Mi fa effetto, non ci credo», ammette. E per affrontare il tour si allena come un atleta: «Faccio palestra e corro tutti i giorni, ho un circuito qui fuori di 800 metri, è un ex maneggio, è grande come il Velodromo di Bologna. Il cantante è come un atleta».
Non è solo metafora. Perché Morandi il buio lo ha conosciuto davvero. «A 36 anni non mi chiamava più nessuno. Su suggerimento di un grande chitarrista amico mio, mi iscrissi al conservatorio, classe di contrabbasso. Sono stati anni bellissimi. Ho imparato a cantare davvero nella classe di corale, il maestro era fissato con Bach». Un periodo segnato anche da dolori personali: «Mio padre morì, mi separai… ma imparai a fare il padre. Prima avevo ritmi infernali, tournée dal Sudamerica al Giappone».
Il racconto si illumina quando parla del figlio Tredici Pietro con cui ha duettato nella serata delle cover al Festival sul brano Vita, successo in coppia con Lucio Dalla. «Quando mio figlio mi ha chiamato per cantare con lui a Sanremo è stato un regalo. Non me lo aspettavo. Ha superato il fatto di doversi emancipare dalla nomea di “figlio di”. Mi ha detto: “Vieni, questa è una cosa che mi terrò per me come un regalo e un ricordo nostro per sempre». E il legame con il passato riaffiora con Lucio Dalla. «Da lui ho imparato che tutto può diventare spettacolo, anche quando c’è un black out. Era davvero troppo bravo».
Poi la commozione. «Due giorni prima che morisse eravamo allo stadio a vedere Bologna-Udinese. Mi disse: “Devo fare dieci spettacoli in Europa, a uno devi venire”. Non ho fatto in tempo. Il primo marzo è arrivata la telefonata di Bibi Ballandi che diceva che era morto. Si è addormentato su una terrazza in una bella giornata di sole». Si ferma, gli occhi lucidi. «Ho perso tanti amici…». E aggiunge «Io sono qui che aspetto di andare…», dice indicando il cielo. Poi corregge: «In tournée!». Il presente è ancora pieno. E il futuro anche. «Guardo a Charles Aznavour: è morto a 94 anni, il giorno dopo aveva un concerto. Mi piacerebbe fare così». Tra i ricordi e le opinioni, c’è spazio anche per la televisione e i colleghi. Di Adriano Celentano dice: «Sta bene, sono il suo fan numero uno. Magari tornasse. È come dire, magari tornasse Mina».
Quanto a Sanremo, promuove Stefano De Martino: «È bravo, ha energia. Gli ho detto: l’uomo della Rai sei tu. Certo è giovane, sarà affiancato da qualcuno». Il pomeriggio scivola via tra racconti e risate, mentre la luce cambia sui colli. Morandi ci saluta con una domanda: «Che vita sarebbe senza canzoni?».
Avvenire

Gli U2 pubblicano un disco dedicato alla Pasqua

Gli U2 pubblicano un disco dedicato alla Pasqua

È Venerdì Santo e gli U2 pubblicano a sorpresa un nuovo EP dedicato alla Pasqua. Il disco si intitola Easter Lily e fa seguito all’ep Days of Ash del mese scorso, pubblicato il Mercoledì delle Ceneri. Mentre quest’ultimo era una risposta ai tempi caotici del mondo esterno, Easter Lily è una raccolta di canzoni più riflessive, esplorando temi come amicizia, perdita, speranza e, in definitiva, il rinnovamento.
«Siamo in studio, ancora impegnati a realizzare un album rumoroso, caotico e “irragionevolmente colorato” da suonare dal vivo… che è il vero habitat degli U2. – scrive Bono in una nota – È un periodo in cui la nostra band sta scavando più a fondo nelle nostre vite per trovare una serie di canzoni con cui cercare di affrontare il momento… Con Easter Lily ci siamo ritrovati a porci domande molto personali come: le nostre relazioni sono all’altezza di questi tempi difficili? Quanto duramente si lotta per l’amicizia? La nostra fede può sopravvivere alla distorsione di significato che gli algoritmi amano premiare? Tutta la religione è spazzatura e continua a dividerci…? O ci sono risposte da trovare nelle sue crepe? Ci sono cerimonie, rituali, danze che potrebbero mancare nelle nostre vite? Dal rito di Primavera alla Pasqua e alla sua promessa di rinascita e rinnovamento… L’album Easter di Patti Smith mi ha dato tanta speranza quando è uscito nel 1978. Non avevo ancora 18 anni. Il titolo è un omaggio a le»i.
Il primo dei sei bani è Song for Hal, è un pianto sul lockdown durante il Covid con The Edge come voce solista, scritto per l’amico della band, il produttore musicale Hal Willner. In a Life celebra l’amicizia. Scars è una canzone di incoraggiamento e accettazione, che parla di cicatrici e tutto il resto, con un colpo di scena. Resurrection Song parla di un pellegrinaggio, un viaggio verso l’ignoto con un’amante o un amico. Easter Parade è un brano devozionale, una celebrazione della resurrezione (“Adorerò sempre ciò che non posso conservare / E non ogni canzone sarà una preghiera / In un giorno come quello / Qualcosa in me è morto / Ma non avevo più paura / Easter Parade / Kyrie eleison”). COEXIST (I Will Bless The Lord At All Times?) è una ninna nanna per i genitori dei bambini coinvolti nella guerra, con un’ambientazione sonora di Brian Eno.
L’EP Easter Lily è accompagnato da unaa edizione speciale digitale della rivista online, intitolata “U2 – Propaganda – Easter Lily”. La rivista contiene contributi dei quattro membri della band, tra cui le note di copertina di The Edge in cui si legge: «Perché queste canzoni di trascendenza ora? La nostra sensazione è che il nostro pubblico sia desideroso quanto noi di trovare qualcosa a cui aggrapparsi in questi tempi difficili. Non scriviamo canzoni che evitino di raccontare un mondo nel pieno del suo trauma, della sua rabbia e del suo dolore; in questi brani più spirituali rendiamo testimonianza alla fonte della forza che abbiamo trovato per affrontare questo mondo». Seguono uno scritto di Adam Clayton sul dipinto Processsion with Lilies dell’artista irlandese Louis le Brocquy e sul senso di comunità, le foto di Larry Mullen jr, e infine una conversazione tra Bono e il frate francescano Richard Rohr sui temi della fede, dei limiti e delle risorse della Chiesa, dell’esperienza religiosa: «Non riesco a parlare d’altro che di questo Gesù, di questo messaggio radicale che ancora oggi è difficile persino da comprendere: che siamo tutti uguali. Nessuno è più uguale di un altro. Siamo tutti uguali agli occhi di Dio».
avvenire

La Croce: collocazione provvisoria

Omelie e scritti quaresimali

Tonino Bello, Il parcheggio del calvario, in Omelie e scritti quaresimali, vol. 2, p. 307, Luce e Vita

Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.

La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.

Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.

Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce.

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.

Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

qumram2.net