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Il papa e il sovrano. Sul saggio di Marcello Neri “Il destino di Pietro”

di: Andrea Grillo

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Di fronte all’ improvvisa accelerazione dello scontro tra le espressioni rozze della sovranità degli USA e le parole pacate di papa Leone, ho ripreso tra le mani il piccolo volume di Marcello Neri, Il destino di Pietro. Il papato dalla sovranità alla sinodalità, Youcanprint, Lecce, 2025.

Che cosa si trova in questo volumetto di sole 62 pagine, ma dal contenuto così prezioso? Si tratta di una meditazione, originata dal conclave del 2025, che riflette sul papato collocandolo nella storia degli ultimi 150 anni. Come una delle “tre cose bianche” (insieme alla Immacolata e alla Eucaristia) il papa è diventato, in questo ultimo secolo e mezzo, una sorta di “supersacramento” della Chiesa cattolica.

Lo studio di Marcello Neri identifica con limpida chiarezza come la storia degli ultimi due secoli, con le sue sorprendenti vicende, ha reso la Chiesa cattolica “l’unica istanza globale super partes” (3) nel panorama del mondo sempre più globalizzato e conflittuale. Questa funzione è il frutto paradossale di una grave perdita: con la fine della sovranità temporale (1870) inizia per il papato e per la Chiesa cattolica un “lento cammino di aggiustamento e di apprendimento” (3), che ha riflessi evidenti sia al suo esterno, sia al suo interno.

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Ma oggi, la situazione è nuova per il fatto che la Santa Sede si trova senza interlocutori istituzionali, in una solitudine nuova e per certi versi anche drammatica. Con la fine del Pontefice sovrano è iniziata una stagione, che evolve continuamente, in cui il papa cambia funzione e ruolo. Il papato diventa addirittura difensore (unico?) della democrazia, di fronte alle democrazie che si trasformano in autocrazie, negatrici delle identità personali, orientate a politiche di autodifesa, fino allo sterminio dell’altro.

Per esercitare questa funzione, tuttavia, il papato non è esposto soltanto “fuori di sé”, verso il mondo, ma anche “dentro di sé”, nella Chiesa per cui esiste. La domanda è: come si esercita la autorità verso il mondo e verso la Chiesa da parte del Vescovo di Roma?

Nella storia che va da Pio IX (che lascia il Quirinale) a Leone XIV (che viene insultato dal Presidente Trump) abbiamo visto il mutamento nel modo di esercitare la sovranità. Un capo di Stato ridotto ai minimi termini si trasforma in un Vescovo di Roma che nega di essere un politico. Tra Pio IX e Leone XIV, quasi a mezza strada, troviamo le parole, singolarmente sincere e forti, con cui Paolo VI, nel 1965, si confessa di fronte alla Assemblea dell’ONU e dice:

Voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore (34).

Nella traiettoria che congiunge Pio IX a Leone XIV ci sono tutti i toni possibili di autoriflessione del papato e del cattolicesimo. La descrizione che troviamo nel libro è davvero notevole. Si passa dalla “resistenza sovrana” che trova nella forma del dogma, del codice e della festa liturgica di Cristo Re un crescendo impressionante e arriva, con questa postura, fino alla fine degli anni 50.

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Anzitutto si reagisce, a caldo, col Vaticano I, attraverso la giurisdizione immediata e diretta e attraverso la dogmatizzazione della infallibilità papale. Una “nuova sovranità universale” (11), senza territorio, nasce dalla intersezione di queste due qualità del Pontefice. Ma poi la codificazione del diritto canonico (1917) e la istituzione della festa di Cristo Re (1925) segnano un cinquantennio in cui “la sovranità regale di Cristo funziona da reazione cattolica all’affrancamento del potere secolare dalla giurisdizione del potere temporale della Chiesa” (14).

Questo è il tempo in cui l’aggettivo “clericale” viene vissuto come un vanto contro il laicismo. Ma questo assetto, che arriva fino al progetto di Enciclica di Pio XII, che nel 1958 avrebbe dovuto vedere col titolo, perfettamente coerente, di “Cultum Regi Regum”, ha introdotto una nuova rigidità, in cui il Vangelo è totalmente assorbito dalla istituzione. “La totale istituzionalizzazione della comunità convocata diventa ‘perversione del Vangelo’” (21).

Dopo questo primo capitolo (Potere e sovranità) il libretto si sofferma, nel cap II su una esegesi del libro degli Atti (Il destino di Pietro: “a loro come a noi”) in cui appare il compito di uscire da una fissazione su giurisdizione e infallibilità che, ancora alla fine degli anni 90, tendeva ad estendesi alla “irreformabilità” di tutto il magistero ordinario.

Ma nella Scrittura si scopre che Pietro non è titolare solo di una “sovranità esclusiva”, ma di un ministero della “inclusione”. Per lui non vale soltanto un “solo a lui”, ma anche un “a loro come a noi”. In altre parole, livello istituito e livello istituente della tradizione debbono restare aperti. La chiusura del secolo breve dal 1870 al 1958 si deve aprire alla storia, anche grazie a nuove ermeneutiche della Scrittura, della Liturgia, della Chiesa e del Mondo.

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Il cammino Oltre la sovranità (capitolo terzo) passa attraverso una revisione della lettura “sovrana” del papato, “che sposta l’asse della configurazione ecclesiale dalle frasi istituite alle pratiche istituenti” (33). La resistenza del modello di “cristianità”, nonostante il Concilio Vaticano II, perdura almeno fino a Benedetto XVI, sul cui corpo, tuttavia, nel momento storico in cui si ritira dal ministero, viene iscritta a lettere di fuoco anche la fine del modello tardo-moderno, inaugurato dal Vaticano I e che ha resistito fino alla pratica (priva di teoria) di un papa che prende congedo non solo dal proprio ministero, ma da una forma storica del papato: “con esso si attesta anche la inadeguatezza del tema della sovranità giurisdizionale a fondamento della attuazione complessiva della istituzione ecclesiale cattolica” (37).

Il “cambiamento d’epoca” che sarà verbalizzato solo da Francesco dice, nella continuità dei papi, una discontinuità strutturale. Così, nel capitolo quarto (La forza delle pratiche) si scopre come la pratica del papato di Francesco sia proprio l’inizio di un nuovo rapporto della Chiesa con la storia, come luogo comune di apprendimento della propria missione. La chiesa non può restare “all’interno del perimetro politico-teologico della sovranità” (43). La Chiesa “in uscita” significa un altro modello di esercizio del potere.

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Con Sinodalità (quinto capitolo) inizia una riconfigurazione pratica dell’esercizio della autorità. Ma il travaglio di questa trasformazione, di cui il Vaticano II aveva dato il presentimento a tutta la Chiesa, diventa una occasione duplice: da un lato per la autocoscienza ecclesiale, ma dall’altro per la vita del mondo. “La forza della sinodalità sta nell’essere una prassi e non una struttura istituzionale” (53).

Essa però è anche una occasione per capire, diremmo laicamente, che cosa significa democrazia. La crisi della democrazia, che vediamo in modo lampante negli ultimi anni, può scoprire che una revisione del cattolicesimo, che sappia uscire dal paradigma sovrano, può diventare un contributo davvero comune, com-munis. Una Chiesa cattolica che, nella “carovana sinodale”, riscopra il valore costituente di una “scorporazione del potere” rielabora con fervida immaginazione la propria figura nel contesto di una crisi che potremmo dire “costituzionale”.

“L’invenzione democratica…consiste…nell’aver sciolto il legame che univa il potere a un corpo (del re, del tiranno, di un attore politico, di un gruppo sociale” (55). La Chiesa cattolica, come “Corpo di Cristo”, può liberare sinodalmente, allo stesso tempo se stessa e il mondo, dal paradigma della sovranità, riconsegnandosi al gioco istituente del Vangelo.

Configurare così un papa “che governa sinodalmente, stringe alleanze e intercede per il mondo senza distinzioni di appartenenza, significa dischiudere la storia umana al Regno che verrà e non ampliare lo spazio occupato dalla sovranità della Chiesa cattolica” (61).

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Quanto questa lettura possa gettare nuova luce sulle vicende che i cattolici vivono in questi giorni, mi pare non solo di grande conforto, ma quasi un segno dei tempi.

E intravvedere nel Presidente degli Stati Uniti, nel capo di una nazione molto giovane, un modello tanto vecchio di esercizio della sovranità assoluta e nella figura di papa Leone XIV, che pure proviene dal medesimo stato, l’aurora di una nuova forma della democrazia e di governo “comune”, può essere un non piccolo guadagno che il volume assicura al lettore.

Trump incarna oggi l’assolutismo del “solo a lui”, Leone la inclusione del “a loro come a noi”. Anche le immagini, oltre che le parole, ripetono questo conflitto tra modelli nella concezione delle istituzioni. Curioso paradosso della “poikilìa” (complessità) del reale, di cui erano espertissimi i giuristi e i teologi antichi, un po’ meno i canonisti e i dogmatici contemporanei.

settimananews.it

Suona l’organo per 78 anni e 10mila Messe nella stessa parrocchia. Ora il ritiro

di Andrea Galli in Avvenire
Lo straordinario servizio reso alla sua comunità nella diocesi di Lincoln, in Nebraska (Usa) da Regina Colbert. Il parroco: « Non ci sono molte parole per esprimere la nostra gratitudine per questo dono»
Suona l'organo per 78 anni e 10mila Messe nella stessa parrocchia. Ora il ritiro
«Mentre tutti gli altri si inginocchiavano e pregavano, io pregavo attraverso la mia musica», dice Regina Colbert, con i suoi 94 anni ottimamente portati. Per 78 anni, a partire dal 1948, è stata l’organista della parrocchia di St. Patrick a Manley, nella contea di Cass, nel Nebraska (Usa). Lo scorso 17 marzo, festa di san Patrizio e quindi della parrocchia, si è ufficialmente ritirata dal prezioso incarico che ha svolto, nella stessa comunità, per oltre tre quarti di secolo. Ha suonato l’organo in circa 10.000 Messe, con una media di due Messe e mezzo alla settimana.
«La musica è una parte vitale ed essenziale della liturgia», ha detto padre Jason Doher, il parroco, durante l’omaggio a Regina, con una torta e una targa a lei dedicata. «Il fatto che lei abbia dedicato il suo tempo per così tanti anni al servizio della Chiesa è assolutamente straordinario. Non ci sono molte parole per esprimere la nostra gratitudine per un dono così incredibile».
«Mio padre era un agricoltore – ha raccontato Regina al settimanale della diocesi di Lincoln – e, naturalmente, vivevamo in una fattoria. Un anno papà ebbe un buon raccolto e volle fare un regalo alla chiesa, così decise di donare un organo. Io avevo già preso qualche lezione di pianoforte. A quei tempi, quasi tutti i ragazzi prendevano lezioni di pianoforte, ma suonare l’organo era diverso e richiedeva lezioni aggiuntive». Solo che nel villaggio e nei dintorni non c’erano insegnanti, per cui Regina dovette rivolgersi al negozio di Omaha dove aveva acquistato l’organo. E, non potendo i suoi genitori accompagnarla regolarmente a Omaha, a una trentina di chilometri da casa, Regina andava a lezione facendosi dare un passaggio dal postino, che passava di lì ogni giorno con il suo pick-up.
Regina è madre di quattro figli, nonna di sette nipoti e bisnonna di quattro. Sua madre è morta all’età di 101 anni e anche lei sembra ben avviata a raggiungere il secolo di vita. Ha attraversato otto pontificati e una riforma liturgica della Chiesa universale, con i relativi cambiamenti musicali e di repertorio. Alcuni canti, però, dice, l’hanno accompagnata per tutti i 78 anni di attività, tra cui il bellissimo “Holy God We Praise Thy Name”, sulla celebre musica del sacerdote tedesco e compositore Ignaz Franz (1719-1790).

La pedagogia materna di san Francesco. Il santo di Assisi appare un modello per il presente anche sotto il profilo educativo, con il suo stile basato sull’esempio

di Elena Beccalli – Avvenire
La pedagogia materna di san Francesco
Anticipiamo in queste colonne il contributo di Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pubblicato all’interno del volume di Vita e Pensiero La semplicità del Vangelo. San Francesco: l’uomo totalmente riconciliato, a cura di Maddalena Colli, Barbara Pandolfi, Carmine Giovanni Ferrara (pagine 216, euro 20,00). Il volume, pubblicato nell’ottavo centenario della morte di san Francesco, si articola in due parti. La prima ripropone gli articoli apparsi su “Fiamma Viva” dell’ottobre 1926, con contributi di figure rilevanti del panorama ecclesiale, come Agostino Gemelli, Armida Barelli, Giulio Salvadori, Saverio Ritter, Maria Sticco, dedicati all’attualità del messaggio francescano. La seconda raccoglie riflessioni contemporanee che rileggono quei testi, approfondendo la spiritualità di Francesco e il ruolo di Armida Barelli. Il volume sarà presentato nella sede milanese dell’Università Cattolica l’11 maggio.
San Francesco è una figura educativa straordinaria, innovativa per i suoi tempi e tuttora moderna. Non è il classico abate medievale che governa dall’alto con autorità, ma il promotore di una modalità inedita di declinare la relazione tra maestro e allievo. Si potrebbe dire che la pedagogia di Francesco è orizzontale, materna, fondata sulla coerenza. Una pedagogia il cui nucleo originario risiede nella fraternità, intesa come spazio generativo di relazioni, all’interno del quale si delinea il ruolo del Santo come educatore, interpretato in maniera così originale da consentire di parlare di un vero e proprio stile educativo di Francesco. Uno stile che – inteso come sintesi di visione antropologica, metodo formativo e finalità etica – prende forma e si realizza nelle comunità dei frati. E che continua a manifestarsi tutt’oggi.
Infatti, pur nella distanza storica e istituzionale, emerge una profonda sintonia tra l’ispirazione francescana e il progetto educativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si intravede un percorso di trasmissione, reinterpretazione e attualizzazione dell’ethos francescano in un’istituzione accademica contemporanea com’è l’Ateneo dei cattolici italiani. Una sintonia di fondo che, in ultima istanza, rappresenta una fonte importante per procedere sulla strada dell’articolato – ma necessario – ripensamento dei paradigmi interpretativi della nostra epoca. Lo stile educativo di Francesco a mio avviso è connotato da alcuni tratti distintivi, che articolerei nel primato dell’esempio, nell’autorità come maternità, nella cura della persona, nell’educazione alla libertà e nella santa semplicità.
Innanzitutto, il primato dell’esempio: prima fare, poi insegnare. È questa la regola d’oro della pedagogia francescana, poiché il Santo di Assisi non chiede mai ai suoi frati qualcosa che lui non abbia già fatto o non stia facendo. I frati imparano non tanto ascoltando lezioni teoriche, ma osservando il suo agire nella pratica quotidiana. È la regola della coerenza: se predichi la povertà, indossa la tonaca più logora. In tale prospettiva, secondo san Francesco, un educatore che non vive ciò che dice è un impostore.
In secondo luogo, l’autorità come maternità. Francesco rifiuta i titoli di potere come priore (dal latino prior, “il primo, colui che sta davanti”). Al contrario vuole che i superiori si chiamino ministri (dal latino minister, ovvero servo) e guardiani. È lo stesso Francesco a indicarlo chiaramente nelle sue Lettere e nella Regola, in cui spiega che ogni frate deve amare e nutrire il suo fratello spirituale «come la madre ama e nutre il suo figlio carnale». L’autorità dell’educatore è pertanto da intendersi in una logica di maternità.
In terzo luogo, cura della persona. Francesco possiede un dono carismatico nel capire chi ha davanti. Non educa tutti allo stesso modo secondo uno schema indistinto e uniforme, ma cerca di modulare il suo approccio alla persona che ha di fronte. Sono tanti gli episodi che si possono ricordare. Con gli ipocriti è durissimo: con “frate mosca” – un appellativo simbolico per indicare colui che evitava il lavoro e cercava il beneficio altrui – usa parole taglienti per scuoterne la coscienza e smascherarne l’inganno. Con i fragili è dolcissimo: con chi pecca per debolezza o tentazione (e non per superbia), mostra una compassione infinita. Celebre è il caso dei frati che avevano cacciato malamente dei briganti: Francesco non solo li rimprovera, ma li manda a rincorrere coloro che avevano rifiutato per chiedere scusa e offrire loro accoglienza, insegnando che nessuno è irrecuperabile.
In quarto luogo, educare alla libertà contro l’individualismo. Sembra un paradosso, ma Francesco educa alla libertà contrastando ogni forma di esaltazione del proprio io. Il suo obiettivo è liberare il frate dall’egocentrismo, dalla pretesa di avere ragione, dalla singolarità. Una volta che il frate smette di difendere il proprio orgoglio o le proprie posizioni ostinate e inflessibili, diventa veramente libero e capace di gioia perfetta. La missione educativa per Francesco è dunque orientata a formare uomini liberi, non rigidi esecutori di norme.
In quinto luogo, la santa semplicità, ossia l’anti-intellettualismo pedagogico. Francesco teme che i frati diventino intellettuali chiusi in astratte elaborazioni teoriche. Lui vuole invece che i frati rimangano semplici (sine plica, senza pieghe). La sua pedagogia punta cioè all’essenziale. Questo tratto, come avverte padre Gemelli, non deve far cadere nell’equivoco di pensare che «san Francesco non amò lo studio e non mandò a scuola i suoi frati», piuttosto egli «amò e patrocinò gli studi» come ben evidenzia il cappuccino padre Ilarino Felder. Purtuttavia, lo studio non deve essere il fine, quanto invece il mezzo per il raggiungimento della verità.
In sintesi, nel delineare la figura di Francesco educatore, emerge l’immagine di una madre che non indulge nel viziare i figli. Accoglie, perdona le fragilità, si fa vicina nella debolezza e non permette l’autoinganno né il senso di superiorità. Educa pertanto a una fede matura. È un’impostazione che può apparire del tutto inattuale e, invece, richiama una visione a fondamento della missione educativa da riscoprire e coltivare.
Una visione che affonda in radici antiche. Il concetto francescano di educazione in chiave materna rimanda alla maieutica socratica, secondo cui la verità non viene trasmessa dal maestro al discepolo, ma è già latente in quest’ultimo e, come nel gesto della levatrice evocata da Socrate, deve essere “messa al mondo” con l’esempio e il dialogo. In tale orizzonte, papa Leone XIV, nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, facendo riferimento all’Apologia di Socrate di Platone, afferma che per far fiorire l’essere è indispensabile prendersi cura dell’anima. E aggiunge: «Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni». Un approccio basato sulla maieutica dell’esperienza, cioè sull’educazione come evento relazionale, in cui la persona è protagonista di un incontro che dischiude alla realtà. Un genuino atto educativo si sottrae, pertanto, a ogni riduzionismo istruttivo, specie se ha come obiettivo quello di aiutare il discepolo a «conquistare» la sua libertà.
Il significato dello stile educativo di Francesco si può cogliere appieno solo collocandolo nell’alveo della fraternità. Lo spiega bene un episodio della vita del Santo. Alla domanda «chi è il frate minore?», Francesco risponde che il frate minore, in quanto figura ideale, non esiste poiché la minorità non è una qualità individuale, bensì una realtà relazionale e comunitaria. Il frate minore non si definisce per opposizione o superiorità rispetto agli altri, non emerge come individuo esemplare o modello da imitare, ma si delinea nello spazio delle relazioni fraterne. È chiaramente evidente l’assonanza con l’idea moderna di comunità educante, in cui tutte le componenti – maestri e allievi – contribuiscono al processo educativo che è sempre l’esito di un’alleanza tra generazioni. Non si tratta di confondere i ruoli, ma di affiancare al sapere trasmesso dai maestri la consapevolezza che gli allievi operano come veri e propri anticipatori culturali.

Achille Lauro: «Difendo il Papa che si espone per la pace»

Achille Lauro: «Difendo il Papa che si espone per la pace»

«Da credente penso che sia ovvio che il Papa si esponga per la pace». Achille Lauro sorprende ancora mentre presenta Comuni Immortali, nuova edizione speciale del progetto uscito il 18 aprile, a un anno da Comuni Mortali. Un lavoro che segna un ulteriore passaggio di maturità per Lauro De Marinis, tra immaginario simbolico e una scrittura sempre più narrativa e collettiva. Festeggiato ieri notte con un live a sorpresa a Fontana di Trevi nella sua Roma.
Angeli e demoni attraversano l’intero progetto, dai brani In viaggio verso il Paradiso a La città degli angeli, uno dei tre inediti della nuova versione. Un lessico spirituale che non è ornamento, ma chiave di lettura. «Io sono fortemente credente, l’angelo per me è una figura che riemerge tanto, la contrapposizione del diavolo – ha spiegato Lauro ai giornalisti -. Credo che la vita che io ho fatto, mi abbia fatto vedere entrambi i lati della medaglia, dalla disperazione alla vita che si sogna, quindi rimanderei tutto a questo. Conoscendo bene quello che è la vita per tanti, oneri e onori, mi rifaccio ai peccati dell’uomo, a fino dove un uomo può scivolare o dove può sognare».
Ed è proprio da questa radice di pensiero, che si apre anche uno sguardo più ampio sul presente, soprattutto data la sua frequentazione con gli States dove si è recato per lavorare all’album. Interpellato sugli attacchi di Trump a papa Leone, Lauro non si sottrae: «Essendo figlio di una donna cristiana e volontaria penso che il compito della Chiesa sia di essere vicini alle persone. E’ ovvio che il Papa si espone per la pace. Dall’altra parte siamo in una situazione pericolosa, una situazione di tensione che non si presenta da oltre 70 anni, noi siamo cresciuti in una bolla in cui la guerra ci sembrava fantascienza: oggi siamo in una situazione geopolitica pericolosa. Mia nonna è del ’27, mi raccontava della guerra, noi siamo la prima generazione a non avere proprio idea, cresciuti in una bolla di benessere ».
L’immaginario visivo del progetto si muove dentro una dimensione dichiaratamente biblica. Nella parte visual di Comuni Immortali, l’attrice Celeste Dalla Porta, già protagonista del video di Incoscienti giovani, diventa una sorta di nuova Eva. «L’immaginario sarà il Paradiso dell’Eden dove appunto questa donna si sveglia e va verso quello che è la strada di tutti, la strada degli esseri umani, cioè la nascita, il peccato e poi la redenzione».
Il disco nasce tra New York e Los Angeles, città che hanno accompagnato la fase più recente del percorso artistico di Lauro, ormai sempre più internazionale anche nelle collaborazioni e nella scrittura. È un progetto che raccoglie l’eredità di un anno intenso, segnato da oltre 500.000 biglietti venduti tra tour nei palazzetti e nuovi appuntamenti live.
Sulla dimensione pubblica delle parole e sul ruolo degli artisti nel dibattito civile, Lauro mantiene una posizione netta ma non ideologica: «Si espongono a loro discrezione. La politica si fa in modi diversi: la mia battaglia è la mia fondazione (Fondazione Madre) , i ragazzi negli ospedali, e nelle carceri, i giovani italiani. Quello è un modo di fare politica sul territorio, andare ad aiutare le persone sul campo è quello che sono stato educato a fare ed è più il mio lavoro che fare politica. Una canzone è un atto politico, ma è molto soggettivo. Ognuno si espone per le proprie battaglie, vedi Ghali. Io prima della Fondazione facevo tantissime cose private ma non le andavo a sbandierare”.
Il discorso si fa più personale quando il tema tocca la famiglia e i contrasti col padre: «Quando si entra in una fase di maturità, dopo avere attraversato tante fasi della vita, la cosa più importante è la comprensione. Perché la vita è difficile, nel corso degli anni sono riuscito a comprendere e anche perdonare. Non voglio più parlare della mia famiglia – aggiunge -, cercando magari di recuperare delle cose o valorizzando le cose che abbiamo, di tenere la famigli unita, sopperire alle mancanze che ho avuto creando un ambiente sereno per i più piccoli, come le mie nipotine, proteggendoli».
Comuni Immortali si presenta così come un disco di dediche: alla città, alla madre, agli amici, agli amori impossibili e trasformativi. Un’estensione naturale del lavoro precedente, ma con uno sguardo più corale. «È un album di dediche alla mia città, a mia madre, a miei amici sbandati che comunque sono stati parte di questo percorso, all’amore, all’amore che si trasforma, all’amore impossibile».
Il capitolo live si apre con un passaggio simbolico: gli stadi. Nel 2026 tre date tra Rimini (7 giugno), Roma (10 giugno, sold out) e Milano (15 giugno, sold out). Poi il tour negli stadi del 2027, con tappe principali a Udine, Bologna, Bari, Milano, Torino, Padova, Roma e Messina. Un calendario che segna il definitivo ingresso dell’artista nella dimensione dei grandi live italiani.
Avvenire

Stop carta d’identità. Ecco quali saranno i soli documenti validi da questa estate

Addio alla carta d’identità cartacea, da quest’estate lo stop è definitivo. Scopri quali sono i soli documenti validi per viaggiare e identificarsi e come evitare problemi.

L’estate 2026 segna l’addio definitivo a un documento che è stato sempre presente nei portafogli degli italiani, la carta d’identità “cartacea che dal 3 agosto 2026 non sarà più valida.

Inizialmente si era parlato di poter continuare a usare il documento di riconoscimento e che lo stop avrebbe riguardato solo la validità ai fini dell’espatrio, invece il 3 agosto la carta di identità cartacea perderà del tutto la validità e non potrà più essere usata, nemmeno per ritirare una raccomandata o farsi identificare in banca, anche se formalmente ancora non risulta scaduta.

Anche se si tratta di un documento la cui dismissione era stata già annunciata, fa strano pensare di non vedere più il libretto color avorio che per anni ha popolato il nostro portafogli. Dal 3 agosto sarà valida soltanto la CIE, la carta di identità elettronica e gli eventuali altri documenti in possesso.

Per chi non ha ancora provveduto a dotarsi della nuova CIE il consiglio è di farlo quanto prima e di non aspettare l’arrivo del 3 agosto per non rischiare di rimanere senza documento di identità.

Addio alla carta d’identità cartacea

Il 3 agosto 2026 si completerà del tutto la transizione verso la CIE. Il processo è stato accelerato dismettendo definitivamente la carta d’identità cartacea senza neanche attendere che i documenti cartacei in circolazione arrivassero alla loro naturale scadenza.

Il vecchio documento è considerato troppo vulnerabile alla contraffazione e tra l’altro non permette di accedere ai servizi digitali della pubblica amministrazione.
Per chi non rinnoverà la carta entro il 3 agosto, potrebbe presentarsi un problema: la CIE non viene rilasciata immediatamente e si rischia di restare per qualche giorno senza documento di riconoscimento. In ogni caso quando si richiede la CIE, il Comune rilascia una ricevuta con foto e QR code. Tale ricevuta è valida come documento di riconoscimento solo in Italia in attesa che arrivi la card fisica.

Quali documenti di riconoscimento si possono utilizzare dal 3 agosto?

Il documento di riconoscimento principale resta la carta di identità elettronica che vale anche per l’espatrio. Si tratta di una tessera grande come una carta di credito che contiene un microchip con i dati biometrici e la foto del titolare.

Per chi dovesse richiedere la CIE all’ultimo minuto, dopo il 3 agosto e in attesa di ricevere il nuovo documento, potranno essere utilizzati per il riconoscimento:

  • il passaporto, sia cartaceo che elettronico. Rilasciato dalla Questura è il documento necessario per viaggiare fuori dell’Ue, ma è utilizzabile anche come documento di riconoscimento nei confini nazionali;
  • patente di guida: anche se la sua funzione primaria è quella di abilitare alla guida, la patente è a tutti gli effetti un documento di riconoscimento valido in Italia (non per l’espatrio);
  • qualsiasi i documenti rilasciati da un’amministrazione dello Stato muniti di fotografia e timbro, come:
    • patentino della conduzione di impianti termici (non valido per l’espatrio);
    • porto d’armi (non valido per l’espatrio);
    • patente nautica (non valida per l’espatrio);
    • tessere di riconoscimento rilasciate da ordini professionali (giornalisti, avvocati, per esempio) e ministeri (non validi per l’espatrio);
    • libretto della pensione, se provvisto di fotografia e timbro è un documento equipollente alla carta d’identità (non valido per l’espatrio).
    • in Stop carta d’identità. Ecco quali saranno i soli documenti validi da questa estate