Blog Parrocchie Online La vostra finestra su mondo, Chiesa e religioni

Tra la tempesta e il silenzio, la paura di non essere all’altezza lascia spazio all’abbandono: davanti alla potenza di Dio…

Temporale

Un lampo illumina la stanza, fragore di pioggia, vento violento, spalanco gli occhi. Piena notte. Sono in un convento francescano di rara bellezza, il mare che in questi giorni concede alle pupille luminosi squarci di infinito ha deciso di proporre altra terribile bellezza. Le onde si lasciano scagliare contro la sottile linea di vita guadagnata dagli uomini. Da dietro spinge il selvatico bosco, basta uscire di poco dal paese per sentirne l’agguato, davanti ecco il mare che, quando non si lascia solcare, è minaccioso, inospitale. Come stanotte. Improvviso, magnifico. I negozietti di souvenir per turisti, le enoteche, i ristoranti, tutto sembra l’ingenuo colorato gioco di un bambino destinato a essere spazzato via. Fa tutto dolcezza. A cospetto dell’Immenso tutto appare fragile e transitorio. Questo pensiero mi consola. Sono in convento per tre giorni di predicazione. Sempre meno mi è chiesto, sempre meno mi sembra il mio posto. Prediligo incontri personali. Di sicuro parlare in pubblico mi interroga. Mi preparo molto, produco materiale che so già che non userò: ansiolitici cartacei. Poi quasi sempre accade il contrario: mi piace esserci. Ma prima resta quella paura ostinata di non essere all’altezza. Così questo temporale che arriva dall’alto, invece di spaventarmi, mi tranquillizza.
Prego il Salmo 28. “Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza”.
Le mie parole sono come souvenir delle Cinque Terre: piccoli gingilli di ceramica, senza alcuna pretesa di essere opere d’arte uniche e irripetibili. Donami umiltà, senso della misura e senso del ridicolo, Signore della gloria e della potenza.
“Il Signore tuona sulle acque,
il Dio della gloria scatena il tuono,
il Signore, sull’immensità delle acque”.
Mentre fuori infuria la tempesta io da sotto le lenzuola sorrido di me. Tu sei parola, tu scateni il tuono, io solo balbetto qualcosa che verrà fortunatamente frainteso.
“Il Signore tuona con forza, *
tuona il Signore con potenza”.
Alto sei tu, Signore, non le città costruite da me con pazienza e passione. Se non fossi tu a concedermelo, come potrei trovare il coraggio di parlare di colui che scaglia il tuono? Dove ora tutto tace, fino a poco fa c’erano festa e caos. Una musica elettronica che mimava battiti di danze selvagge. Tu sai, o Signore, che in me non scema ancora il giudizio di condanna così, nel cuore di questa tormenta che zittisce ogni cosa, ammutolisce il predicatore insieme al DJ.
“Il Signore è assiso sulla tempesta,
il Signore siede re per sempre.”
Tu solo sei re. Ai miei piedi vedo dormire Dulcinea. Il mio cane da giorni, mi segue, si adagia, dorme. È tranquilla anche ora. Affidata. Forse è tutto qui.
Il mattino dopo ritorna il sole. Scendo presto a far colazione in un bar mattutino, la barista mi riconosce, sorride, scambiamo due parole. Tutto mi pare intriso di speranza. Sento il profumo buono di Dio, bisogna solo stare. Abbandonarsi.
Sono più tranquillo. Ritornerò a parlare. Forse nessuno si accorgerà del cambiamento ma io sento di dover ringraziare la tempesta.
“Il Signore darà forza al suo popolo
benedirà il suo popolo con la pace”.
Avvenire

Sicurezza o partita di potere? Cosa c’è (davvero) dietro alla frenata dei giganti della SiIicon Valley sull’IA

Sicurezza o partita di potere? Cosa c'è (davvero) dietro alla frenata dei giganti della SiIicon Valley sull'IA

Dario Amodei, ceo di Anthropic/ ANSA
Perché proprio adesso? Con quali conseguenze sul fronte economico, politico e industriale? E chi e come potrebbe stabilire le (necessarie) nuove regole sull’IA, in una fase di indebolimento del multilateralismo? Sono solo alcuni degli interrogativi che nelle ultime ore stanno accompagnando l’appello con cui Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto alle grandi società di intelligenza artificiale di rallentare la corsa verso i sistemi più potenti. L’allarme sui rischi dell’IA non è nuovo e neppure Amodei è alla prima denuncia. La novità è che, questa volta, a convergere sulla necessità di un rallentamento sono diversi protagonisti della stessa competizione: Sam Altman di OpenAI, Demis Hassabis, co-fondatore di Google DeepMind, e lo stesso Elon Musk con la sua società xAI.
Proprio questa convergenza sta già alimentando il dubbio nella Silicon Valley e non solo che dietro la questione della sicurezza ci sia una partita più ampia. Non necessariamente un disegno comune, né un accordo tra alcuni protagonisti di Big Tech, ma una sovrapposizione di interessi: chi oggi chiede regole più severe potrebbe domani essere tra i soggetti meglio attrezzati per rispettarle e con maggiori possibilità di influenzare il dibattito. E gli standard di sicurezza, se diventassero molto costosi da applicare, potrebbero finire per consolidare il vantaggio di chi dispone già dei modelli, dei chip, dei data center e dei capitali necessari.
David Sacks, consigliere di Donald Trump per l’IA, ha invitato a non fingere che la richiesta di rallentare sia «puramente altruistica». Aidan Gomez, ad della società di IA canadese Cohere, ha parlato di «un lupo travestito da pecora, un cartello con un altro nome», mentre Bill Gurley, tra gli investitori più ascoltati della Silicon Valley, è stato altrettanto netto: se si deve regolamentare, «non possono essere loro a scrivere le regole». Il rischio, denunciato dai critici, è che la sicurezza diventi anche una barriera all’ingresso per concorrenti più piccoli. Il tema non riguarda quindi soltanto la buona fede dei singoli protagonisti, ma la struttura di un mercato che tende alla concentrazione, oltre alla necessità secondo cui sia la politica a occuparsi di un fronte che riguarda tutti ma che è stato lasciato finora solo nelle mani delle aziende del settore.
Anche la dimensione industriale aiuta a capire la posta in gioco. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che i data center abbiano consumato circa 485 terawattora di elettricità nel 2025 e che il consumo possa quasi raddoppiare, arrivando a circa 950 terawattora nel 2030. I data center dedicati all’IA crescono a un ritmo ancora più rapido. Dietro i modelli generativi ci sono centrali elettriche, reti, semiconduttori, acqua per il raffreddamento, infrastrutture e investimenti giganteschi: la corsa all’IA è ormai anche una corsa industriale. E per gli Stati Uniti è diventata una componente della competizione strategica con la Cina, tanto che Donald Trump ha già respinto l’idea di un rallentamento: gli Stati Uniti, sostiene, devono mantenere la leadership perché «chi vince con l’IA vince tutto». Il presidente Usa ha parlato di una «cospirazione malata contro l’IA e i data center», aggiungendo: «L’unico controllo o “argine” di cui l’IA ha bisogno è un presidente forte e intelligente (con un quoziente intellettivo elevato), e gli Stati Uniti ne hanno uno, eccome».
Donald Trump (Ansa)
Donald Trump (Ansa)
Dentro questa tensione si colloca la proposta di Amodei. «Non vi mentirò: esistono pericoli reali. E credo che per troppo tempo l’industria abbia mentito alle persone sul fatto che questa tecnologia comportasse dei rischi», ha detto. Tra le minacce Amodei indica cyberattacchi, bioterrorismo e uso improprio delle tecnologie biologiche, perdita di controllo dei sistemi e conseguenze economiche profonde. La previsione più allarmante è che, senza adeguate misure di sicurezza, entro sei-dodici mesi sistemi autonomi coordinati possano arrivare a compromettere vaste parti di Internet. La proposta di Amodei è un rallentamento selettivo della frontiera più avanzata, accompagnato da tre livelli di controllo: valutatori indipendenti incorporati nei processi di sviluppo, coordinamento tra i Paesi democratici e infine un confronto internazionale più largo. Nel suo rapporto più recente Anthropic documenta casi di impiego dei propri modelli in operazioni cyber, campagne di influenza, sorveglianza, frodi e attività legate alla ricerca biologica. Non significa che l’IA abbia già assunto un’autonomia incontrollabile, ma che strumenti progettati per assistere le persone possono essere utilizzati anche per aumentare la capacità di chi vuole provocare un danno. E il dissenso non arriva più soltanto dall’esterno: oltre 1.100 dipendenti di aziende tecnologiche di primo piano hanno chiesto al governo americano di sostenere un’iniziativa internazionale per governare i rischi dell’IA.
Le guerre in Ucraina, Gaza e Iran stanno diventando laboratori per droni, riconoscimento dei bersagli e sistemi di supporto alle decisioni: alcuni episodi hanno già mostrato quanto sia delicato affidare a sistemi automatizzati, anche solo in parte, decisioni nelle quali un errore può essere irreversibile. È il punto su cui insiste anche papa Leone XIV:, che nella Magnifica Humanitas ha ricordato che intelligenza umana, coscienza e libertà devono guidare l’innovazione tecnologica e stabilirne limiti e impieghi. Un anno fa il tema era già arrivato all’Assemblea generale dell’Onu: dieci premi Nobel e oltre 200 personalità firmarono un appello, chiedendo entro il 2026 un accordo internazionale capace di fissare «linee rosse» sugli usi più pericolosi dell’IA. A livello globale l’Ue ha fatto da apripista con limiti più stringenti sull’intelligenza artificiale con l’IA Act, applicando un approccio basato sul livello di rischio che i sistemi di IA possono causare alla sicurezza e ai diritti fondamentali delle persone. Per il resto, però, la regolamentazione è ancora frammentata.
Resta poi la partita finanziaria. Gli investitori stanno iniziando a considerare un rischio finora rimasto sullo sfondo: che la crescita dell’IA possa incontrare limiti regolatori, energetici o di sicurezza proprio mentre le valutazioni delle aziende incorporano aspettative enormi. Mentre Altman annuncia che OpenAI non andrà in Borsa nel 2026, rinviando una decisione che avrebbe avuto un peso enorme sui mercati, l’ipotesi di una bolla è ormai parte della discussione sulla sostenibilità economica della corsa. Per questo l’appello di Amodei al rallentamento dell’IA non può essere letto soltanto come una disputa tra accelerazionisti e sostenitori della prudenza. La posta in gioco comprende la sicurezza dei sistemi, ma anche la distribuzione del potere economico, il controllo delle infrastrutture, la competizione tra Stati e la possibilità che le grandi società partecipino direttamente alla scrittura delle regole che dovranno arrivare a governarle.
Avvenire

Liturgia 20 Settembre 2026 XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Scarica il foglietto della MessaScarica le Letture del LezionarioScarica il Salmo Responsoriale Cantato

Gesù ci svela quanto la sua logica sia diversa dalla nostra e la superi.
Nella sua vigna c’è spazio per tutti e ogni ora può essere quella giusta. Così come ogni nostra situazione di vita deve essere la vigna che ci è affidata per curarla e metterla in grado di portare molto frutto e questo non per rinchiuderci egoisticamente in un ambito ristretto ma per riconoscerci, a partire dal concreto dell’esistenza, “lanciati sulle frontiere della storia”, per essere cioè veri evangelizzatori e missionari.
Siamo tutti pronti a riconoscerci tra gli operai che hanno accettato l’invito della prima ora, ma quale potrà essere la chiamata che il Signore ci riserva per l’ultima ora, per la sera della nostra vita?
Riconoscersi tra i chiamati alla salvezza deve significare renderci disponibili ad accogliere ogni chiamata, anche la meno gratificante, la più difficile e dolorosa.
Antifona d’ingresso
«Io sono la salvezza del popolo», dice il Signore.
«In qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò,
e sarò loro Signore per sempre».
Colletta
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, le tue vie sovrastano le nostre vie
quanto il cielo sovrasta la terra:
concedi a noi la gioia semplice
di essere operai della tua vigna
senza contare meriti e fatiche,
lieti solo di portare frutti buoni
per la speranza del mondo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Is 55,6-9
I miei pensieri non sono i vostri pensieri.
Dal libro del profeta Isaìa

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 144
Il Signore è vicino a chi lo invoca.

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.
Seconda lettura
Fil 1,20-24.27
Per me vivere è Cristo.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
At 16,14

Alleluia, alleluia.
Apri, Signore, il nostro cuore
e accoglieremo le parole del Figlio tuo.
Alleluia.
Vangelo
Mt 20,1-16
Sei invidioso perché io sono buono?

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Con un cuore solo e un’anima sola rivolgiamo la nostra preghiera al Padre che ci ha chiamati a essere santi e immacolati nell’amore.
Preghiamo insieme e diciamo: Guidaci, Signore, nelle tue vie.

1. Per la Chiesa: associata a Cristo, servo obbediente del Padre, annunci in tutto il mondo il suo regno di giustizia, di verità e di pace. Preghiamo.
2. Per quanti svolgono un ministero nella Chiesa: vivano il loro servizio con umiltà e con gioia, seguendo l’esempio di Gesù che si è fatto ultimo e servo di tutti. Preghiamo.
3. Per i popoli martoriati dalla violenza e dalla guerra: si affermino uomini di governo capaci di intraprendere risolutamente le vie della riconciliazione, nel rispetto del diritto alla vita e alla libertà. Preghiamo.
4. Per le famiglie, in particolare per quelle più tribolate: attingendo forza dalla grazia del sacramento del Matrimonio, crescano nell’unità e nella pace, aperte al servizio e al dono della vita. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: la parola del Vangelo converta i nostri cuori, ci renda capaci di accogliere Cristo e di seguirlo con prontezza e animo riconoscente. Preghiamo.

O Padre, che abiti nei cieli, eppure sei più intimo a noi di noi stessi, accogli le preghiere elevate a te con la voce e le suppliche inespresse che solo tu conosci. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accogli con bontà, o Signore,
l’offerta del tuo popolo
e donaci in questo sacramento di salvezza i doni eterni,
nei quali crediamo e speriamo con amore di figli.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Tu hai dato, Signore, i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie nel custodire i tuoi decreti.
(Cf. Sal 118,4-5)

Oppure:
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore
e le mie pecore conoscono me. (Gv 10,14)

Oppure (Anno A):
«Gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi»,
dice il Signore. (Mt 20,16)
Preghiera dopo la comunione
Guida e sostieni, o Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.

Trieste, l’incubo della 29enne pakistana: “Ho detto no a un matrimonio combinato, vogliono uccidermi” | “Non so neanche il nome di mio marito”

Trieste, l'incubo della 29enne pakistana: "Ho detto no a un matrimonio combinato, vogliono uccidermi" | "Non so neanche il nome di mio marito"

In Pakistan è tutto pronto. La location è stata individuata, i parenti degli sposi sono stati pre-allertati. Manca solo Ayesha (nome di fantasia), giovane 29enne a Trieste da due anni per un dottorato in un centro di ricerca. La giovane donna non ne vuole sapere di rientrare in patria: quell’uomo, il suo futuro marito, non lo conosce. Non l’ha mai visto, nemmeno in foto, e non sa neanche come si chiama: “Lo potrei conoscere per la prima volta il giorno del matrimonio, i miei zii vogliono che lo sposi”, ha raccontato al Piccolo. “Mi hanno detto che se mi rifiuto mi uccidono”. Le violenze in casa e la fuga in Italia: “Grazie a un docente” Fin da giovanissima, Ayesha racconta di aver subito “violenza fisica, abuso mentale e fisico” da parte dei suoi parenti più stretti: “[I miei zii] gestiscono la casa e comandano. I membri della mia famiglia materna hanno sempre cercato di controllare la mia vita e di impedirmi di studiare”. La 29enne pakistana è riuscita a divincolarsi da questa morsa e venire in Italia, a Trieste: “Sono riuscita grazie al sostegno di un professore e così sono venuta in Italia. Ma gli zii non considerano appropriato per una donna della nostra famiglia vivere in modo indipendente. Sono preoccupati che abbia relazioni con uomini e che porti disonore”. Addirittura, dopo aver scoperto che la madre di Ayesha aveva appoggiato la sua scelta “le hanno stretto le mani al collo. Il nonno l’ha difesa e loro lo hanno buttato per terra”.
Il sistema delle caste e i matrimoni combinati: “Se dici no, ti tagliano la gola” Sono proprio gli zii, i padroni di casa, ad averle imposto di tornare in Pakistan per sposarsi. Un futuro marito di cui Ayesha non sa nulla: “Non l’ho mai visto, neanche in foto. Non so il suo nome, né l’età. Lo potrei conoscere per la prima volta il giorno del matrimonio. In Pakistan c’è infatti il sistema delle caste: le unioni avvengono in ambito delle reti parentali e dei clan. Ciò non deriva dall’Islam ma da una forte tradizione sociale”. Dire no non è un’opzione: “Hanno detto che se mi rifiuto mi uccidono”. E lei l’ha quasi vissuto sulla sua pelle: “Ti tagliano la gola, ti possono strangolare o ti avvelenano. Un’amica di una ragazza che conosco si è opposta al matrimonio perché amava un altro uomo… Le hanno tagliato la gola”.

“In Italia mi sento libera, chiederò asilo politico” Tutto questo, ripete Ayesha al Piccolo, è fortemente radicato non nell’Islam, bensì nella tradizione pakistana. “Il rifiuto è considerato una vergogna per la famiglia, quindi vieni punita”, spiega la 29enne. “A Trieste però non mi sento in pericolo, mi fido delle leggi italiane. Credo che chiederò asilo politico per essere protetta”. Ayesha indica i jeans e la camicia che ha addosso: “In Pakistan potrei mostrare solo gli occhi. E non è consentito vestire così. Sarei vista come una poco di buono dai pakistani, comprese le donne. Ma io qui mi sento libera e con l’hijab sono a mio agio. L’Islam ritiene infatti che la donna abbia valore, ma è la reinterpretazione a essere sbagliata: perché ci sottomette”. Ora Ayesha si è ripromessa di guardare avanti, mai più indietro: “Mi è stata proposta la possibilità di un dottorato in Canada o negli Usa. Sto valutando. Nel mio futuro mi piacerebbe sposarmi e avere dei figli, magari dei gemelli, ma ora sono concentrata sullo studio. Per superare i traumi subiti sto seguendo un percorso psicologico”.

Tgcom24

«A 24 anni ho lasciato tutto per andare a vivere in un paesino disabitato per trovare il silenzio»

Natalia Rogantini

Il messaggero

A 24 anni Natalia Rogantini ha deciso di lasciare la casa dei genitori per trasferirsi in un piccolo borgo della Val Chiavenna, ormai praticamente disabitato e raggiungibile soltanto dopo circa un’ora di cammino dalla strada.

La sua storia è stata raccontata da Vanity Fair nell’ambito della mostra «Nella natura. Storie di chi ha scelto una vita diversa», dedicata a persone che hanno deciso di cambiare radicalmente il proprio modo di vivere, allontanandosi dai ritmi della città.Nel borgo dove non vive più nessuno
Natalia ha scelto di abitare nella casa costruita dal bisnonno, il paese era stato progressivamente abbandonato dagli abitanti a partire dagli anni Cinquanta e oggi la musicista è rimasta l’unica persona a viverci stabilmente. Il suo spazio è estremamente ridotto: una stanza di circa due metri per tre dove trovano posto il letto, un lavabo, una piccola cucina e una doccia.

Il bagno, invece, si trova al piano inferiore: una scelta che comporta inevitabilmente anche qualche sacrificio e una quotidianità molto diversa da quella della maggior parte delle persone.

Un’ora a piedi per raggiungere la strada
Per arrivare alla strada Natalia deve camminare per circa un’ora, lo stesso percorso deve essere affrontato al ritorno, anche quando deve recarsi al lavoro. La vita quotidiana richiede inoltre di occuparsi personalmente di diverse attività: dalla raccolta della legna nel bosco alla coltivazione, fino alle incombenze domestiche.Ma è proprio questa dimensione più lenta e isolata ad averla convinta a cambiare vita: «Avevo bisogno di silenzio» – dice la ragazza.

La musica parte della sua vita
La scelta di vivere lontano dai centri abitati non ha significato per Natalia rinunciare alla propria attività professionale. La giovane continua infatti a lavorare con la musica, scrivendo e registrando canzoni, cantando, partecipando a festival e dando lezioni. Ha inoltre frequentato la scuola internazionale di musica di Siena, continuando a coltivare la propria professione anche dopo il trasferimento nel borgo.

Una vita lontana dalla città
Il paese non è completamente dimenticato, alcune persone che possiedono ancora delle abitazioni nella zona tornano occasionalmente e Natalia mantiene rapporti con vicini e conoscenti.

La sua scelta resta però radicale: vivere in un luogo quasi completamente disabitato, immersa nella natura e lontana dai ritmi della città. A 24 anni, Natalia ha così scelto una quotidianità fatta di silenzio, camminate nel bosco e lavoro, trasformando quella che per molti potrebbe sembrare una condizione di isolamento in una precisa scelta di vita.

Domodossola, debutto per i nuovi istituti comprensivi dopo mesi di polemiche.

Lunedì alle 11 nell’edificio alla Cappuccina ci sarà la cerimonia inaugurale

La scuola elementare Kennedy

la stampa

Il 14 settembre, a Domodossola, non segna solo l’avvio del nuovo anno scolastico. Dopo mesi di discussioni e aspri confronti prende corpo il progetto degli istituti comprensivi. Sopite anche le polemiche relative allo smembramento della scuola media. Nella riorganizzazione la Floreanini ha ceduto la direzione delle classi delle vecchie Ungaretti. L’anno scorso è servito per trasferire dalla carta alla realtà il piano che ha congedato i «vecchi» circoli didattici a favore dei più moderni istituti comprensivi Domo 1 e 2.

Il primo conta 700 studenti suddivisi in 11 sezioni di scuola dell’infanzia, 21 classi di primaria e 9 di scuola media. Fanno capo alla dirigente scolastica Patrizia Taglianetti gli asili Rodari, Milani e Terezin insieme a Masera, le primarie Milani e le media di via Ceretti

Alle scuole medie sarà la stessa dirigente ad accogliere le classi e i genitori per dare loro il benvenuto.

«Alle Milani ospiteremo il sottosegretario alla presidenza della Regione Alberto Preioni, che ci ha scelto per inaugurare il nuovo anno scolastico» dice Taglianetti.

L’istituto comprensivo Domo 2 ha organizzato per domani alle 11 nel cortile dell’edificio situato nel cuore del quartiere Cappuccina un momento inaugurale. Assieme alla dirigente scolastica Chiara Varesi ci sarà il sindaco di Domodossola Lucio Pizzi. Domo 2 conta 4 classi dell’infanzia, 18 per le scuole medie e 21 per le elementari. Si compone delle scuole dell’infanzia Fernandez e di Trontano per un totale di 80 bambini assieme alle primarie Kennedy con le elementari di Trontano e le medie di via Terracini con 770 studenti.

Un momento storico per questo istituto che arriva a 67 anni dalla nascita della prima scuola del quartiere all’interno dell’ex Casa del fanciullo, 57 anni dopo il taglio del nastro dell’elementare Kennedy, i 50 delle medie Giovanni XXIII e i 38 dell’indirizzo musicale.

Al Sacro Monte Calvario una giornata in memoria di don Clemente Rebora

Al Sacro Monte Calvario una giornata in memoria di don Clemente Rebora

Domenica 20 settembre il Sacro Monte Calvario di Domodossola ospiterà una giornata dedicata alla figura di don Clemente Rebora, in occasione del 90° anniversario della celebrazione della sua prima messa tenutasi proprio al Sacro Monte Calvario, il 20 settembre 1936.

La giornata si aprirà alle 10.00 con la santa messa, con la partecipazione della Cappella Musicale del Sacro Monte Calvario e, a seguire, verrà scoperta e benedetta la stele con la foto di don Rebora scattata al termine della sua prima messa. L’immagine di don Rebora è stata restaurata grazie all’impegno della Società di Mutuo Soccorso di Domodossola.

Nel pomeriggio, a partire dalle 17.00, presso la Sala Bozzetti al Calvario si inizierà con un ricordo del percorso sacerdotale di Clemente Rebora da parte di Don Vito Nardin. A seguire un reading, a cura della Società di Mutuo Soccorso di Domodossola e dell’associazione LetterAltura, tratto dal libro “Da eterna poesia – un poeta sulle orme di Dante: Clemente Rebora” del professor Roberto Cicala. Le letture saranno a cura dello stesso autore, accompagnato da Roberto Bassa al pianoforte e dalle voci recitanti di Raffaella Gambuzzi e Mario Stelitano.

Al termine, un rinfresco curato dalla Trattoria Sacro Monte. L’ingresso è a offerta libera.

Ossola News

Sudare sui libri. Davvero!

Sudare sui libri. Davvero!

Avvenire

È settembre, l’autunno è alle porte ma gran parte d’Italia è ancora avvolta da un caldo torrido che non lascia tregua a nessuno. Compresi ai quasi otto milioni di ragazzi che si apprestano a tornare sui banchi di scuola. Nel nostro Paese gli istituti non sono attrezzati per le alte temperature, raramente hanno ventilatori e appena una manciata possono contare sull’aria condizionata. In queste condizioni le aule rischiano di trasformarsi in un forno. Pensate stare a 35 gradi per sei ore in una stanza in venti o trenta persone, vestiti con i pantaloni lunghi e magari persino coperti dal grembiule… Preoccupati dalla faccenda, nei giorni scorsi i sindacati hanno proposto di ritardare l’inizio delle lezioni: in alcune regioni, però, l’allarme è rientrato in tempo, grazie a un cambio di meteo; al Sud invece l’idea s’avvicina alla realizzazione. In Sicilia, per esempio, alcuni sindaci chiedono alla regione di posticipare la prima campanella al 21 settembre. Lo ha già fatto, firmando di suo pugno un’ordinanza, il primo cittadino di Rosolini. in provincia di Siracusa. Intanto per mettere un freno all’emergenza, il ministero dell’Istruzione ha investito venti milioni per installare – nei prossimi mesi – condizionatori nelle scuole. Ma la cifra non basta per attrezzare tutte le aule cui servirebbero. Subito.
Temperature eccezionali. Purtroppo no
Sui giornali, per strada e al bar, il caldo estremo che ha accompagnato l’Italia fino e ben oltre l’inizio di settembre viene ancora descritto come eccezionale. In realtà le temperature registrate in questo periodo sono sempre meno straordinarie: gli esperti concordano che il cambiamento climatico ha aumentato la probabilità di verificarsi di ondate di calore a partire da maggio – quando a scuola si va ancora – e fino a settembre inoltrato. Per questo motivo per mettere l’aria condizionata a scuola, a quelle di tutte le latitudini visto che le alte temperature colpiscono tutte le regioni, occorrerà affrettarsi. C’è da dire che negli ultimi quattro anni il numero degli edifici scolastici che hanno aggiunto un impianto di raffrescamento è raddoppiato; ciononostante oggi su quasi quarantamila istituti – è il calcolo ufficiale dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica, aggiornato all’anno scolastico 2024-2025 – hanno il condizionatore soltanto 2.835 scuole, ovvero il 7,20% del totale. E nemmeno qui il pericolo è scampato: la rete di condizionamento non sempre copre tutte le aule e si stima (non esistono, in proposito, calcoli ufficiali) che delle 365mila classi italiane siano attrezzate contro il caldo solo 26mila. Appena un’aula su 14.
I bambini i più accaldati
Il caldo nelle classi è una questione particolarmente seria: i bambini, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, si adattano alle alte temperature con più difficoltà rispetto agli adulti. Il loro organismo produce più calore in rapporto al peso ed è meno capace di disperderlo attraverso il sudore. E poi i più piccoli spesso non riconoscono subito la sete o i segnali di malessere e dipendono dagli adulti per bere, riposarsi o spostarsi in un luogo più freddo. Per tutti questi motivi, quando c’è un’ondata di calore, aumenta il numero di bambini che finiscono al pronto soccorso.
Contro l’inverno poca efficienza
Non attrezzate per l’estate, le scuole non sono messe meglio nemmeno per l’inverno. La maggioranza degli edifici – quasi sette su dieci – è scaldata a metano, un combustibile fossile che viene bruciato per scaldare l’acqua e distribuirla nei caloriferi e che, però, produce inquinanti e anidride carbonica. Quasi quattromila edifici, più di uno su dieci, risultano dotati delle caldaie a gasolio, ancora più inquinanti, mentre 41 usano addirittura l’olio. Solo 767 sono le scuole che dichiarano riscaldamenti elettrici, anche se non sappiamo quanti sono alimentati con fonti rinnovabili come pale eoliche o pannelli solari.

L’esploratore svizzero Betrand Piccard è pronto a una nuova impresa a emissioni zero. Per dimostrare che «si può proteggere l’ambiente in modo entusiasmante»

«Il mio aereo a idrogeno farà il giro del mondo»

Avvenire

«Questo aereo a idrogeno verde farà il giro del mondo senza scali e senza emissioni. Non è mai stato fatto. Climate Impulse è un modo per rendere desiderabile l’industria dell’idrogeno. Vuole mostrare che si può proteggere l’ambiente in modo entusiasmante. Con tutti i miei progetti, cerco di migliorare la qualità della vita». Dopo aver completato il giro del mondo nel 2016 con il velivolo fotovoltaico Solar Impulse, il celebre esploratore svizzero Bertrand Piccard, 68 anni, “campione della Terra” dell’Onu, prepara un’impresa ancor più ardita, accanto al navigatore e ingegnere francese Raphaël Dinelli. A Parigi, ci mostra in anteprima il modellino del velivolo biposto con il quale intende realizzare un vecchio sogno. Si tratta di una sorta di trimarano volante bianco: «Il battesimo dell’aria di Climate Impulse giungerà quest’anno, in vista della successiva fase di collaudo», ci rivela Piccard.
Perché si è lanciato in questa sfida?
Dopo il giro del mondo con Solar Impulse, mi sono impegnato a trovare delle soluzioni per proteggere l’ambiente. Le soluzioni esistenti, disponibili oggi per tutti, sono state selezionate dalla fondazione Solar Impulse. Ma vi sono pure soluzioni del futuro non ancora disponibili e che occorre inseguire. Ecco allora Climate Impulse. Voglio mostrare che in un mondo che ha paura dell’avvenire, in cui spesso i giovani si sentono a corto di soluzioni, le soluzioni invece esistono e si può fare molto meglio di quanto si creda, andando molto più in là, in uno spirito pionieristico e d’esplorazione.
L’aviazione civile è a un bivio?
Se ne parla molto e in effetti lo è. Ma occorre ricordare che l’aviazione civile provoca solo il 3% delle emissioni mondiali, mentre lo spreco alimentare rappresenta il 6% e l’industria tessile il 7%. Non bisogna dunque demonizzare l’aviazione. Nondimeno, come in tutti i campi, quest’ultima deve certamente fare meglio. In generale, occorrono più pompe di calore, più lampadine led, più mobilità elettrica e pure aerei con carburanti puliti. Con Climate Impulse, intendo mostrare che si può pure sviluppare l’industria dell’idrogeno in modo spettacolare, per dare a tutti voglia di utilizzarla.
Per lei, dunque, dovrà divenire un progetto faro?
Sì. Oggi, occorrono progetti faro come questo. Perché se si chiede semplicemente all’industria di fare qualcosa di nuovo, è probabile che vengano mosse obiezioni classiche: non è redditizio, non ci sono investimenti, non sappiamo come fare. Se invece si chiede a dei pionieri, allora, troveranno degli sponsor, non avranno paura di sbagliarsi e svilupperanno qualcosa di nuovo. Quando funzionerà, l’industria potrà integrare l’idea. Ecco il ruolo dei pionieri e degli esploratori.
Lei si è circondato di oltre 20 startup. L’unione di tanti piccoli può far meglio di un solo grande costruttore?
Il grande costruttore cerca un rapido ritorno d’investimento. Il progetto di un pioniere non ha lo scopo del profitto. Mira a riunire tutti quelli che hanno voglia di far meglio, partecipando a un progetto innovativo. Credo molto in questi progetti che saranno poi adottati dall’industria.
Tecnicamente, qual è la principale innovazione di Climate Impulse?
Innanzitutto, il fatto di volare con idrogeno liquido mantenuto a -253 gradi. Occorrono serbatoi estremamente leggeri. In generale, occorrerà un aereo abbastanza leggero per essere efficiente, per consumare molto poco. L’efficienza di quest’aereo dovrà permettere di fare davvero molti chilometri con poco idrogeno. In tal modo, potremo dare un segnale molto chiaro: l’idrogeno liquido può alimentare un aereo. Occorre pure che l’idrogeno liquido venga fabbricato in modo del tutto verde, con energie rinnovabili, per non avere emissioni inquinanti.
Un’aviazione pulita ispirerà altri ambiti?
Assolutamente. Perché se si potrà fare in cielo, è chiaro che sarà possibile pure al suolo.
I modelli dell’aereo di Piccard in esposizione a Parigi
I modelli dell'aereo di Piccard in esposizione a Parigi
Quali sono le molle più profonde della sua motivazione?
La mia molla principale è la frustrazione davanti a un mondo che funziona così male, proprio mentre potrebbe funzionare talmente meglio, nella governance, nel sociale, nella salute, nel multilateralismo. Penso che le tecnologie pulite e le energie rinnovabili siano un anello molto importante della catena. Ciò permette più sovranità e indipendenza. Non ci saranno più guerre per l’energia, se ciascuno la produce sul posto. Un’energia meno cara ha un valore sociale, specialmente per i diseredati. Sono in gioco pure nuovi sbocchi economici. Per un mondo migliore, dobbiamo intraprendere un’azione ambientale molto chiara, ma centrata sulle soluzioni.
È un obiettivo che insegue da lunga data?
Nel 1999, il pallone Breitling Orbiter 3 mi permise di fare il giro del mondo senza scali, ma con molte emissioni inquinanti, perché avevo 3,7 tonnellate di propano. Solar Impulse mi ha permesso di volare senza emissioni, ma con 16 scali. Non era molto pratico. Ho sempre voluto fare il giro del mondo senza scali e senza emissioni. È stato decisivo l’incontro con Raphaël Dinelli, che aveva voglia di fare lo stesso. Lui aveva le conoscenze per costruire l’aereo. Io ho l’esperienza per lanciare un progetto e trovare gli sponsor. Ci siamo detti di farlo assieme.
Occorrerà vincere pure un muro di scetticismo?
Sì, come sempre. L’umanità è terribilmente bloccata nelle proprie certezze del momento. Quando si dovette passare dal cavallo alla vettura, molti dicevano che era decisamente più semplice foraggiare i cavalli nelle stalle che costruire stazioni di servizio dappertutto. Il primo telefono portatile costava 15mila dollari e si trasportava nel bagagliaio, tanto era grosso e pesante. Oggi, abbiamo in tasca smartphone che costano un centinaio di euro. Lo stesso vale per il fotovoltaico. Una trentina d’anni fa, costava 40 volte di più di oggi. Era una nicchia. Oggi, è l’energia meno cara al mondo. Occorre mettere in movimento il cambiamento. Occorre divenire capaci di fare altro rispetto a ciò che si è sempre fatto e pensato.
Un’aviazione senza emissioni resta per molti un’utopia. Cosa vuol dire agli scettici?
Nel 1902, gli scettici “provarono” che un aereo più pesante dell’aria non avrebbe potuto mai volare. L’anno dopo, i fratelli Wright volarono con un aereo più pesante dell’aria. Agli scettici, dico: attenzione, perché quando le cose impossibili si realizzano, non fate mai una bella figura.

Genitori e figli / Con la fine di una storia non finisce la vita

Una coppa di fidanzati lungo il Tevere, a Roma

Avvenire

E se una storia d’amore non sboccia. E se un corteggiamento incalzante durato tre anni non dà l’esito sperato. E se alla fine i due protagonisti vedono le loro strade separarsi. Davvero possiamo parlare di un fallimento di vita? Non la pensa così Luciano Corradini, pedagogista, uomo di scuola, e grande appassionato dell’educazione civica. Lo fa affidando a un libro il carteggio che allora giovane adolescente degli anni Cinquanta, ebbe con la sua «Beatrice» (nome scelto per tutelare la vera identità dell’allora ragazza, ma che ha dato il proprio consenso alla pubblicazione delle lettere), compagna di scuola superiore. «Si è trattato di una esperienza di notevole intensità, che ha insegnato a entrambi, con tonalità diverse, a capre il valore e il dramma della libertà, dell’amore, dell’amicizia, dell’impegno a «fare sul serio», con onestà, nello studio, nella progettazione esistenziale, nella vita di fede», scrive Corradini in «Incipit vita nova» (pubblicato da Ars cooperativa naturae, pagine 158, euro 22). L’autore si dichiara consapevole che «le esperienze presentate da film come «La febbre del sabato sera» o «Notte prima degli esami» possono intercettare l’attenzione dei giovani d’oggi più facilmente che un epistolario castigato degli Anni Cinquanta. Credo, però, che valga la pena di provarci», chiarendo di non voler fare prediche (lui che è padre, nonno e bisnonno), ma di raccontare sentimenti, pensieri e progetti «con molti tratti comuni ai giovani d’oggi». Un racconto fatto in prima persona, nato anche dalle tante notizie di amori «malati» e «finiti nel sangue» che spesso la cronaca ripropone in ambito giovanile.
Un ardore di conquistare l’amata, che si coglie nella letture degli scritti pubblicato da Luciano e Beatrice. Anzi di parte con tre lettere proprio della ragazza, e a una di queste è stato messo il titolo «Il primo bacio» (che sarà anche l’unico in questi tre anni di appassionata vicenda): «Luciano ricordati sempre che sei stato il primo uomo che mi abbia baciata, perché non è una cosa da dimenticare». E poco dopo scrive «Ti ringrazio dell’aiuto che mi dai col tuo amore e la tua preghiera, vorrei potertelo ricambiare in qualche modo». Si coglie una certa titubanza in Beatrice, ma che non scoraggia affatto il nostro Luciano che anzi le risponde: «Sai che ti porto (alla fine dell‘estate che li sta separando, ndr)? Un amore grande, immenso, infinito, limpido come il mare calmo e, come quello, profondo». Il carteggio è davvero un esempio di grande impegno per accendere il fuoco dell’amore nella sua Beatrice, che in diverse pagine ammette di non sentire quelle certezze che esprime Luciano. Ma quest’ultimo non demorde e prosegue il suo corteggiamento con pazienza, amore e tanta tenacia, che agli occhi di chi legge, onestamente, appare in un certo senso sprecata. «Adesso sei un po’ incerta e titubante – scrive –, ma sarai felice appieno quando mi dirai: Luciano ti voglio bene. Affidati a me, abbia fiducia in me, abbi fiducia in noi, NOI (il maiuscolo è dell’autore), che saremo vicini a Dio».
Anche l’aspetto religioso è uno dei fili rossi che attraversa questo carteggio triennale. Luciano arriva addirittura a chiedere una benedizione speciale su questo amore in nascita, a padre Pio da Pietrelcina, durante una visita che il giovane reggiano compì dal 21 luglio 1952 a San Giovanni Rotondo. Interessante il colloquio che Corradini ebbe con il frate. «Oggi ho parlato con lui. È stato fantastico. Senti: ti dico tutto. Ho confessato quei due o tre peccatucci che ho fatto in questi giorni, poi gli ho parlato in breve della mia vita, delle mie aspirazioni e infine…di te, tesoro. Lui rideva, si lisciava la barba e, vedendomi tutto assorto, raccolto in preghiera dinanzi a lui, mi diceva: «Stai calmo, figliolo». Quando ha sentito che sono innamorato di te, ha fatto…»Eh Eh, mo mo, guagliò, penza a studià». Ho insistito: «Padre, ma io ho intenzione di sposarla, di prepararmi a dare una famiglia santa al Signore». E lui, ridendo, «Beh, studia, prega e fa a modo: fa annà dritta la barca e tutto va bene!» Grazie, Padre». Forse anche in questo caso il santo frate di Pietrelcina vide lontano su questo amore adolescenziale. Eppure Luciano scrive a Beatrice: «Sono uscito entusiasta. Il nostro amore è approvato da un mezzo santo, che ci ha accettati come figli spirituali, che pregherà per noi, ricordandoci ogni giorno nella Messa al Signore! Vedrai che la barca andrà dritta». Forse quel consiglio di pensare a studiare rivoltogli da padre Pio nasceva dal fatto che la barca non procederà come sperato e non raggiungerà il porto sperato. La relazione tenuta riservata (quasi segreta) alla fine viene scoperta dal padre di Beatrice. Alla notizia che il padre di Beatrice le ha intimato di non frequentare più quel giovane, Luciano scrive:» Ho pensato e ripensato alla nostra situazione; non tanto come giovane ingolfato fino al collo nell’amore, ma come uomo che sa ragionare anche quando avrebbe voglia di sragionare e sa vedere un po’ oggettivamente la propria vita. In un primo tempo, per chi, come me, veda in Dio la ragione di tutte le cose, il modo di fare di Gesù potrebbe sembrare un po’ uggioso e contrario all’amore: ma, a guardarci in fondo, la conclusione che noi aspettavamo da lui (e che Lui ci ha dato) è la migliore e la più ragionata. Anche senza l’intervento di tuo padre (che è stato il colpo di grazia!), mi ero accorto che non poteva durare a lungo la nostra situazione. Abbiamo ragione entrambi, perché di fatto siamo su binari diversi nel campo dell’amore: torniamo indietro, se non si può andare avanti». La fine di una storia d’amore (anche se un po’ a senso unico verrebbe da commentare). E neppure il tentativo di trasformarla in amicizia funziona.
Eppure da quello che si potrebbe definire un fallimento per i nostri Luciano e Beatrice si apre un futuro radioso, anche se separato. Beatrice troverà l’uomo della sua vita con il quale metterà su famiglia e oggi è mamma e nonna. Anche Luciano, che il prossimo 30 agosto compirà 91 anni, incrocia sulla sua strada una giovane ragazza, Maria Bona Bonomelli, con la quale si sposerà nel 1960 (il 30 giugno saranno 66 anni) e avrà due figlie e un figlio. Oggi la loro famiglia si compone anche di otto nipoti e una piccola pronipote di quasi quattro anni. E questo matrimonio ha permesso a Corradini anche di esprimere il suo secondo amore: la scuola e l’educazione, ricoprendo ruoli istituzionali (fu anche vicepresidente del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione e sottosegretario all’Istruzione con il ministro Giancarlo Lombardi negli anni 1994/95) e dirigenziali nell’associazionismo cattolico e professionale (Uciim e Aidu). Un pedagogista dal grande spirito europeo. «Anche Bona mi ha aiutato in questo lavoro editoriale – spiega Corradini – perché non vi ha letto una storia d’amore adolescenziale del marito, ma un messaggio ai giovani d’oggi perché sappiano che da un fallimento può sempre nascere un futuro inaspettato e migliore di quello che si era progettato». E ancora una volta vengono in aiuto due lettere, ma questa volta del 1987. Da una parte quella inviata da Corradini, nella quale scrive: «Ho ringraziato molte volte il Signore perché, attraverso il tuo no, maturato e probabilmente sofferto, Lui ha detto altri due sì: a me ha fatto trovare, come se mi fosse entrata dalla finestra con un colpo di vento, una ragazza meravigliosa, che mi ha ridato, con gli interessi, il frutto delle parole e delle lacrime che avevo rivolto a te. A te ha dato un marito, di cui non so nulla, se non che lo ami e che ti ha dato due figli». E molto bello anche un passaggio della risposta di Beatrice: «In seguito, negli anni che vennero, tu sei stato la pietra di paragone per alcuni ragazzi (non tanti), che ho incontrato e che ho scartato. E poi ho aspettato fino a 23 anni, quando una sera, inaspettatamente invitata ad una festa, ho incontrato mio marito. Per me è stato un colpo di fulmine, anzi una vera botta in testa e nel cuore. Di lui non sapevo niente, ma ho avuto fiducia e ho difeso questo amore coi denti, in principio contro tutti». Davvero quell’amore adolescenziale mai sbocciato ha dato vita a due vite meravigliose per i suoi protagonisti.