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La LutherRose 2026 al professor Alberto Melloni di Reggio Emilia, primo italiano a ricevere il riconoscimento

La LutherRose 2026 al professor Alberto Melloni, primo italiano a ricevere il riconoscimento

Adista

ROMA-ADISTA. Il professor Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo all’Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore) dal 2001 e segretario della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, è il primo italiano a ricevere la LutherRose, il riconoscimento conferito dalla Internationale Martin Luther Stiftung di Erfurt. Il premio gli sarà consegnato questo pomeriggio nella chiesa di Santa Maria della Pietà, presso il Campo Santo Teutonico a Roma, nel corso della cerimonia che prevede la laudatio della Rettrice di Unimore, professoressa Rita Cucchiara.

Il premio, che dal 2008 onora “personalità tedesche e internazionali che, attraverso la loro vita e la loro attività professionale, hanno incarnato la tradizione riformatrice di libertà e responsabilità per il bene comune”, è andato a figure di ambiti diversi, tra cui Joachim Gauck, già presidente della Repubblica Federale di Germania; Wolfgang Huber, vescovo evangelico emerito di Berlino e già presidente del Consiglio della EKD; Margrethe Vestager, allora vicepresidente della Commissione Europea; Hans-Peter Keitel, già presidente della Confindustria tedesca.

La LutherRose 2026 riconosce l’impegno creativo e creatore del professor Melloni, il cui percorso accademico e scientifico si è sviluppato attraverso numerose iniziative nel campo della ricerca storico-religiosa, del dialogo interreligioso e della cooperazione internazionale.

La storia di Marcello, l’ex boss all’ergastolo che dipinge Borsellino (e che oggi ha abbracciato suo fratello)

L’abbraccio tra Salvatore Borsellino (a sinistra) e l’ex boss Marcello D’Agata. In alto, il ritratto donato dal detenuto al fratello del magistrato ucciso

L’incontro commovente, a Milano, tra Salvatore Borsellino e Marcello D’Agata, esponente di punta della mafia catanese. Il detenuto ha chiesto perdono raccontando la sua odissea e la sua ripartenza. C’entrano la fede e l’arte

Avvenire

«Sono stato un mafioso. Ho attraversato Cosa Nostra in lungo e in largo, ho causato dolore e lutti, mi vergogno delle mie imprese. Oggi sono qui per chiedere perdono per il male che ho fatto. E per testimoniare che la mia vita è cambiata». Marcello D’Agata, personaggio di punta della mafia catanese negli anni Ottanta, tra poche ore tornerà nella sua cella al carcere di Opera dove sconta l’ergastolo. Ora è qui, al centro civico del Municipio 1 del Comune di Milano intitolato a Falcone e Borsellino, per raccontare pubblicamente la sua odissea in un incontro promosso da Dentrofuoriars e dall’associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli. Seduto di fianco a lui c’è Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in un attentato nel 1992. D’Agata non nasconde le sue responsabilità, non cerca alibi, anche quando parla di un’infanzia travagliata, condivisa con sette fratelli: gli studi interrotti per andare a lavorare e aiutare la famiglia, l’abisso della malavita che lo risucchia, le imprese che l’hanno reso un personaggio potente e rispettato. Una gioventù che lo accomuna a quella di tanti ragazzi divenuti facile preda dei clan. Un destino che conosce molto bene anche Salvatore Borsellino, testimone di vite bruciate nel popolare quartiere della Kalsa a Palermo, dove è cresciuto insieme al fratello Paolo e alle sorelle Adele e Rita. E proprio lì, al civico 57 di via della Vetriera, dove il padre gestiva una farmacia, è nata nel 2015 la Casa di Paolo, un centro di promozione educativa e sociale che offre ai giovani un’alternativa alla strada. «È l’eredità luminosa nata dalla morte di mio fratello, grazie alla quale tante vite hanno trovato una possibilità di ripartire, ed è l’unica cosa di cui sono orgoglioso», racconta Salvatore.
Il ritratto di Paolo Borsellino realizzato dall’ex boss Marcello D’Agata e donato al fratello, Salvatore
Il ritratto di Paolo Borsellino realizzato dall'ex boss Marcello D'Agata e donato al fratello, Salvatore
Anche l’esistenza di D’Agata è ripartita, e la cosa sorprendente è che è accaduto nella condizione più difficile: la detenzione. «Tre anni trascorsi in isolamento mi hanno dato la possibilità di prendere piena consapevolezza delle ferite inferte alle vittime e alla società e di cominciare a percorrere la strada del mio riscatto personale». Poi, a Opera, la nascita della passione per la pittura, l’esercizio quotidiano, sotto la guida della professoressa Chiara Mantovani, nel piccolo laboratorio messo a disposizione dalla direzione del carcere e la scoperta di un talento che si è già fatto apprezzare oltre le mura del carcere. Dipingere diventa nel tempo uno strumento di espressione della sua interiorità e un itinerario alla ricerca della bellezza, segnato da una profonda rivisitazione del passato e dalla riscoperta della fede cristiana che lo ha sostenuto. «È stato Gesù l’amico che mi ha fatto compagnia in questi 33 anni di detenzione, attraverso i volti delle persone che hanno accompagnato la mia rinascita». Vuole chiamarli per nome, quei volti così importanti, piccole luci nel buio della condizione carceraria: «Suor Maristella, i professori Bogoni e Zanzottera, i volontari che da anni vengono a trovarmi». D’Agata ricorda un momento decisivo del suo percorso: nel 2016 Papa Francesco indice il Giubileo della Misericordia e riconosce ai detenuti la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria varcando la porta della cappella del carcere. «Fu quella la provvidenziale occasione di pentimento che ha segnato la mia riconciliazione con Dio». In segno di gratitudine ha poi dipinto due quadri che le sue figlie hanno consegnato al Papa in Piazza San Pietro, e in seguito due suoi bozzetti sono stati scelti dalle Poste Vaticane come soggetti per realizzate due francobolli. L’impresa più recente in cui D’Agata si è cimentato è dentro l’orizzonte dell’evento ospitato ieri a Milano: un ritratto di Paolo Borsellino che nei prossimi giorni verrà consegnato al fratello Salvatore. Un segno che le ferite si possono curare, una piccola tappa in un percorso di giustizia riparativa, segnata dall’abbraccio finale tra i due e dalle parole con cui D’Agata ha concluso la sua testimonianza: «Si può essere liberi anche in carcere, se c’è Qualcuno che ti ha liberato».

Liturgia 8 Novembre XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Ai tempi di Gesù la sposa aspettava nella casa dei genitori l’arrivo dello sposo. Dopo il tramonto del sole, lo sposo arrivava con un corteo nuziale per portarla nella sua casa. Alcune damigelle seguivano la sposa. Diverse ragioni potevano causare il ritardo dello sposo come, per esempio, lunghi discorsi con i genitori della sposa sui doni e sulla dote. Il tirare in lungo le trattative era di buon auspicio. Ma non è lo stesso per le spose di cui si parla nel Vangelo di oggi. Qui si tratta infatti del ritorno di Cristo e tutto è riassunto nelle ultime parole: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”, cioè: “Siate pronte per l’arrivo di Cristo”. Così la parabola delle vergini poteva cominciare con questa frase: “Per il regno dei cieli accadrà come per le dieci vergini che uscirono, con le loro lampade, incontro allo sposo”. Agli occhi di Gesù, è saggio chi veglia, cioè chi pensa sempre, nel suo animo, al giorno del ritorno del Signore e all’ora della propria morte, chi vive ogni giorno nell’amicizia di Dio, nella grazia santificante, e chi si rialza subito se, per debolezza, cade. Allora “Vegliate”, perché nessuno, all’infuori di Dio, conosce il giorno e l’ora.

Antifona d’ingresso
Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio alla mia supplica, Signore. (Sal 87,3)
Colletta
Dio onnipotente e misericordioso,
allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te,
perché, nella serenità del corpo e dello spirito,
possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, voce che ridesta il cuore,
nella lunga attesa dell’incontro con Cristo tuo Figlio
fa’ che non venga a mancare l’olio delle nostre lampade,
perché, quando egli verrà,
siamo pronti a corrergli incontro
per entrare con lui alla festa nuziale.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Sap 6,12-16
La sapienza si lascia trovare da quelli che la cercano.
Dal libro della Sapienza

La sapienza è splendida e non sfiorisce,
facilmente si lascia vedere da coloro che la amano
e si lascia trovare da quelli che la cercano.
Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano.
Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà,
la troverà seduta alla sua porta.
Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta,
chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni;
poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei,
appare loro benevola per le strade
e in ogni progetto va loro incontro.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 62
Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

Quando nel mio letto di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
Seconda lettura
1Ts 4,13-18
Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.
Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.
Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

Parola di Dio.

Forma breve:

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (4, 13-14)

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Mt 24,42.44

Alleluia, alleluia.
Vegliate e tenetevi pronti,
perché, nell’ora che non immaginate,
viene il Figlio dell’uomo.
Alleluia.
Vangelo
Mt 25,1-13
Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Rivolgiamo al Padre la nostra preghiera chiedendogli tutto il bene che desideriamo per noi e per l’intera umanità.
Preghiamo insieme e diciamo: Ascolta, Padre, la nostra supplica.

1. Per la Chiesa: fortificata dallo Spirito Santo, affronti il giudizio del mondo e le persecuzioni mantenendosi sempre fedele al comandamento dell’amore. Preghiamo.
2. Per i pastori della Chiesa: docili all’azione della grazia, trasmettano fedelmente l’annuncio di salvezza e siano maestri di verità e modelli di comunione. Preghiamo.
3. Per i popoli del mondo: l’universale aspirazione alla pace si traduca in scelte coraggiose e concrete, nel rispetto della vera libertà e dignità di ogni vita umana. Preghiamo.
4. Per gli imprenditori che hanno investito nel creare lavoro e si sono pesantemente indebitati: non cedano allo sconforto e siano messi in condizione di proseguire. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: la Parola ascoltata e meditata ci aiuti a cogliere e a rendere fruttuose le occasioni di bene che incontreremo sul nostro cammino. Preghiamo.

Padre santo, aiutaci a riconoscerti presente nei doni della tua bontà: con la tua grazia il nostro cammino terreno proceda verso l’incontro festoso dell’ultimo giorno nel regno dei cieli. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
O Padre, volgi benevolo
il tuo sguardo su queste offerte,
perché celebrando nel mistero
la passione del tuo Figlio
vi aderiamo con amore fedele.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce. (Sal 22,1-2)

Oppure:
I discepoli riconobbero Gesù, il Signore,
nello spezzare il pane. Alleluia. (Cf. Lc 24,35)

Oppure (Anno A):
Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora
in cui verrà il Signore. (Cf. Mt 25,13)
Preghiera dopo la comunione
Nutriti dei tuoi santi doni ti rendiamo grazie, o Signore,
e imploriamo la tua misericordia:
per il tuo Spirito, comunicato a noi in questi sacramenti,
ci sia data la grazia di rimanere fedeli nel tuo servizio.
Per Cristo nostro Signore.

L’uomo in tuta mimetica, gli spari in piazza, la strage: cos’è successo a Cracovia

Il fuggi fuggi nella Piazza del Mercato di Cracovia dopo gli spari

Un colpo al cuore di Cracovia, la storica Piazza del Mercato nel centro dell’antica capitale polacca. Verso le tre del pomeriggio un uomo a bordo di una Subaru nera senza targa ha raggiunto Rynek Glowny, lo storico mercato dei tessuti affollato, come ogni sabato pomeriggio, di passanti e turisti.
L’attentatore, che secondo numerosi testimoni indossava abiti in stile militare, ha sparato all’impazzata dal finestrino usando un fucile semiautomatico. L’uomo ha poi tentato la fuga in auto ma si sarebbe scontrato a un incrocio con un’auto bianca. Balzato fuori dall’auto ha poi tentare la fuga a piedi Gli agenti, ha riferito una portavoce della polizia di Cracovia, a questo punto hanno aperto il fuoco contro l’attentatore che ha risposto sparando a sua volta. Rimasto ferito nello scontro a fuoco è stato subito fermato dagli agenti. Subito pesantissimo il bilancio: a sera erano sei i morti, di cui uno straniero, e almeno 15 i feriti, tra cui due agenti di polizia coinvolti nella sparatoria. Uno di loro è in gravi condizioni. Presenti pure in piazza, ma illesi, 34 studenti e tre professori di un liceo di Albano Laziale.. L’attentatore, identificato in seguito come cittadino polacco di 25 anni, è stato trasportato in ospedale. Smentita, invece, la voce che era circolata a metà pomeriggio della presenza di un complice. Il ministro della Difesa ha poi precisato che l’uomo, di cui non è ancora nota l’iden tità, non ha mai fatto parte dell’esercito. Il ministro degli Interni Kierwinski, ha poi precisato che l’uomo era «affascinato dall’estrema destra» e aveva «posizioni molto radicali».
Scene di panico a Cracovia e preoccupazione in tutta la Polonia. Sui social sono subito apparsi video della folla in fuga dalla Piazza del Mercato mentre risuonavano gli spari. «Ho visto sparare dal finestrino del conducente e uscire del fumo. Sono corso al commissariato nella piazza del Mercato principale: era pieno di persone sdraiate a terra» ha dichiarato al sito Interia un testimone, che si è identificato solo come Konrad. Un vero pugno nello stomaco per la Polonia, nel mezzo di uno scontro istituzionale tra il governoTusk e il presidente Nawrocki per il controllo della Corte costituzionale: è stato colpito uno dei luoghi storici più significativi per il Paese.
Nel pomeriggio immediato il cordoglio del presidente polacco Karol Nawrocki: «Il mio pensiero va alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie». Il premier Donald Tusk è subito partito per Cracovia chiedendo ai politici di ogni schieramento di non «strumentalizzare la tragedia». Decisive saranno, nei prossimi giorni, le indagini per chiarire il movente dell’attacco criminale. La polizia di Cracovia, degttaglio importante, ha trovato armi da fuoco e munizioni all’interno dell’automobile. «Non abbiamo mai avuto casi di terrorismo così efferati in Polonia prima d’ora, perché è così che dovremmo definire l’attacco di Cracovia». ha detto in serata il premier Tusk. «Spero che tutti i sostenitori dell’attentatore vengano arrestati al più presto», ha aggiunto, ringraziando gli agenti che hanno rischiato la vita e «salvato molte vite».
Nei giorni scorsi lo stessoTusk aveva lanciato l’allerta per possibili «provocazioni» russe in Polonia, senza però fornire ulteriori dettagli. L’episodio di ieri riaccende inevitabilmente il sospetto di possibili responsabilità internazionali. Il primo leader straniero a reagire alla notizia dell’attacco è stato Zelensky: «Un crimine sconvolgente a Cracovia», ha detto il presidente assicurando la sua solidarietà alla Polonia. Quella di Cracovia è «una tragedia che si farà sentire ben oltre i confini della Polonia» ha scritto sui social l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas che ha aggiunto: «La Polonia non è sola». Anche la presidente della Commissione Von der Leyen e la premier italiana Meloni hanno espresso il loro cordoglio. Fino a mercoledì il sindaco della seconda città della Polonia, Łukasz Gibała, ha proclamato il lutto cittadino. Ieri sera Piazza del Mercato era transennata e vuota di turisti, ma piena di dolore e sinistri sospetti.
In serata, nella casa dell’attentatore sono stati trovati tre corpi. Lo ha riferito il primo ministro Tusk. Si tratta di due donne e un uomo. Secondo quanto aggiunto dal capo del governo, le tre persone decedute sarebbero probabilmente familiari dell’autore della sparatoria.

Il Papa in Uruguay fra i poveri e i campesinos: «Costruiamo ponti. Nelle nostre città nessuno sia escluso»

Un momento della Messa di Leone XIV a Paysandù in Uruguay / VATICAN MEDIA

C’è un bivio che, secondo Leone XIV, ogni uomo ha di fronte. «Sta a noi decidere se costruire una nuova città, in cui nessuno sia escluso, o continuare comodamente a vivere, immersi ciascuno nei propri affari», dice riprendendo un’intuizione di papa Francesco alla vigilia del suo arrivo nella terra di Bergoglio, l’Argentina: «Tutti i giorni ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti che passano a distanza». È un grido contro l’indifferenza il secondo giorno del Pontefice in Uruguay, il Paese da cui venerdì ha iniziato il viaggio in America Latina. Ormai «scartare, rifiutare, disprezzare è diventato un odore nauseabondo, accettato dal nostro olfatto», denuncia nell’incontro con il mondo dell’educazione ospitato dall’Università Cattolica dell’Uruguay.
L’attesa per Leone XIV nel barrio di Casavalle, l’abitato più difficile di Montevideo in Uruguay / AFP
L'attesa per Leone XIV nel barrio di Casavalle, l'abitato più difficile di Montevideo in Uruguay / AFP
Una società assuefatta che non comprende «il dolore causato dall’indifferenza». Anzitutto, ai conflitti armati: «Al giorno d’oggi le dita umane stanno producendo la più terribile delle opere umane, la guerra», avverte davanti a docenti e studenti. Poi, ai «numerosi casi di insicurezza e violenza che purtroppo minacciano la pace dei nostri quartieri, e persino la vita dei nostri cari», spiega nel barrio di Casavalle, agglomerato «di sofferenze dove la povertà, la mancanza di opportunità e la brutalità manifestano la frammentazione della nostra società», racconta l’arcivescovo di Montevideo, il cardinale Daniel Sturla. Ancora: i «bambini che non vanno a scuola per paura di non tornare più», «una madre che non ha i mezzi per sfamare i propri figli», le «persone che soffrono, che sono sole e vulnerabili», i giovani che rinunciano «a ricevere un’istruzione e un futuro dignitosi», afferma il Papa fra le catapecchie e l’entusiasmo dei più indigenti della capitale. Drammi che sono la testimonianza del «processo di disumanizzazione che stiamo vivendo», sottolinea nell’appuntamento all’Università Cattolica.
Il Papa a Paysandú, “terra dei campesinos” in Uruguay / VATICAN MEDIA
 a Paysandú:
Ma un’alternativa è possibile, ripete Leone XIV dall’Uruguay. E la racchiude in un concetto: «È indispensabile che difendiamo il buon profumo della persona umana». Ciò significa «continuare a costruire insieme una nuova città, dove regnino l’amore e la pace». Il Papa lo testimonia con due gesti: la trasferta nella “terra dei campesinos”; e il dono di alcuni appartamenti da lui finanziati agli “ultimi” di Casavalle. Al mattino sale su un aereo militare che lo porta a Paysandú: quarantacinque minuti di volo da Montevideo per immergersi nella Pampa uruguaiana, la pianura sterminata, fertile e anonima che si allunga anche nella confinante Argentina. E Paysandú è città di frontiera.
La gioia per l’arrivo del Papa a Paysandú, “terra dei campesinos” in Uruguay / AFP
La gioia per l'arrivo del Papa a Paysandú, “terra dei campesinos” in Uruguay / AFP
«Perché il Papa ci va?», è l’interrogativo che in molti si pongono. La risposta è una: la prossimità. Mai un Pontefice era giunto qui. «Un campo di battaglia nell’Ottocento in cui la Chiesa ha giocato un ruolo importante per la riconciliazione», tiene a far sapere Gastone, uno dei 40mila che attendono Leone XIV, in parte arrivati anche dalle nazioni vicine. Lo testimonia il primo pastore dell’Uruguay, Jacinto Vera, adesso beato, che Leone XIV cita più volte durante la Messa presieduta nel parco París Londres: il “vescovo gaucho ” che «ha percorso tre volte il territorio uruguaiano portando fede e speranza ai suoi abitanti» e che, durante l’assedio di Paysandú, «aveva assistito rifugiati e feriti di entrambi i fronti», ricorda.
La Messa con il Papa a Paysandú, “terra dei campesinos” in Uruguay / VATICAN MEDIA
La Messa con il Papa a Paysandú, “terra dei campesinos” in Uruguay / VATICAN MEDIA
Poi incoraggia: «Quanto è importante essere costruttori di ponti. Questa è la vocazione a cui tutti siamo chiamati: rafforzare legami, unire, comunicare». Sorride la missionaria brasiliana Ernesta Aiolfi, in piedi fra la folla che riempie la spianata: «Siamo accanto al Papa che porta la speranza di un mondo migliore». Il mate, bevanda nazionale (e calda) dell’America Latina, accompagna il “popolo” di Leone XIV a Paysandú. Complici il vento e le temperature in picchiata che costringono anche il Pontefice a indossare il cappotto nel giro in papamobile. Lui richiama il mate nell’omelia: «Ci insegna a condividere e a stare insieme, a rafforzare i legami che ci uniscono e ci rendono fratelli. È segno di accoglienza, di integrazione e di valori comuni».
Leone XIV nel barrio di Casavalle, l’abitato più difficile di Montevideo in Uruguay / VATICAN MEDIA
Leone XIV nel barrio di Casavalle, l'abitato più difficile di Montevideo in Uruguay / VATICAN MEDIA
A metà pomeriggio la sosta nel quartiere degradato della capitale dove la parrocchia ha voluto un progetto di costruzione di oltre trenta appartamenti per chi è in condizioni di disagio. «Sono lieto di aver potuto contribuire a questa bellissima iniziativa grazie ai benefattori della “ Papal Foundation ” – osserva Leone XIV –. Possano queste abitazioni essere per le loro famiglie una vera casa dove crescere nella dignità, nella pace e nella speranza, sentendo sempre la vicinanza e l’amore di Dio».
Leone XIV mentre visita le nuove case da lui donate al barrio di Casavalle, l’abitato più difficile di Montevideo in Uruguay / VATICAN MEDIA
Leone XIV mentre visita le nuove case da lui donate al barrio di Casavalle, l'abitato più difficile di Montevideo in Uruguay / VATICAN MEDIA
Anche la tappa all’Università Cattolica va nella stessa direzione: scommettere sulla formazione delle nuove generazioni – tema caro al Pontefice – per arginare un «paradosso» contemporaneo, come lo definisce nel suo intervento: «Mentre si attribuisce “intelligenza” ai sistemi informatici, facciamo fatica a riconoscere la dignità inalienabile delle persone, le cui vite vengono giudicate secondo il criterio dell’efficienza. E, quando si ritiene che non siano più produttive, vengono scartate». Da qui la consegna: «Dobbiamo proclamare nuovamente che la vita umana va rispettata in tutte le sue fasi e in tutti i suoi stati. Nessuno merita di essere respinto».
Il Papa all’Università Cattolica dell’Uruguay a Montevideo / AFP

Salute mentale: oltre medicalizzazione e benessere

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di: Domenico Marrone in Settimana News

Mai come oggi si parla di salute mentale. Ansia, depressione, trauma, disagio, fragilità emotiva: sono parole entrate nel linguaggio quotidiano, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie e persino nelle comunità ecclesiali. È un cambiamento importante, perché per molto tempo la sofferenza psicologica è stata nascosta, vissuta con vergogna o liquidata con espressioni come «devi reagire», «ti manca la volontà», «pensa positivo».

Oggi, almeno in parte, siamo più capaci di riconoscere il dolore degli altri e di chiedere aiuto. Eppure, accanto a questa conquista, emerge una domanda: stiamo imparando a prenderci cura delle persone oppure stiamo cominciando a interpretare ogni difficoltà della vita come una malattia?

È una domanda delicata, perché non riguarda soltanto la medicina e la psicologia. Tocca il nostro modo di vivere, di educare, di affrontare i conflitti, di attraversare il dolore e di costruire relazioni.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha richiamato l’attenzione sulla diffusione dei disturbi mentali e sulla necessità di rendere più accessibili le cure. Allo stesso tempo, diversi studiosi si chiedono se l’aumento delle diagnosi dipenda sempre da un effettivo aumento delle malattie oppure, almeno in parte, dal cambiamento dei criteri con cui interpretiamo i nostri stati d’animo e i nostri comportamenti.

Non possiamo concludere che oggi ci siano necessariamente più malati perché ci sono più diagnosi. Potremmo finalmente riconoscere sofferenze che in passato rimanevano invisibili. Ma potremmo anche avere allargato così tanto il linguaggio della patologia da rischiare di considerare malato chi sta semplicemente attraversando una stagione difficile della propria esistenza.

Il problema, dunque, non è scegliere tra chi sostiene che tutti siano malati e chi afferma che nessuno abbia bisogno di cure. Il problema è imparare a distinguere.

Quando il dolore diventa una diagnosi
Per comprendere questo fenomeno, gli studiosi utilizzano il termine medicalizzazione. Con questa parola indicano il processo attraverso il quale esperienze che un tempo venivano interpretate soprattutto in termini sociali, educativi, morali o esistenziali vengono progressivamente descritte come problemi medici.

Negli studi più recenti di Giuseppe Vicarelli, questo fenomeno si arricchisce della dimensione della farmacologizzazione: la tendenza a ricercare una risposta chimica e immediata a qualsiasi forma di sofferenza, disagio prestazionale o alterazione dell’umore.

Il sociologo Peter Conrad[1] ha studiato come questa trasformazione coinvolga non soltanto i medici, ma anche le aziende farmaceutiche, le istituzioni, i mezzi di comunicazione e gli stessi cittadini. Il filosofo Ivan Illich[2], già negli anni Settanta, metteva in guardia dal rischio che un eccesso di dipendenza dalle cure professionali finisse per indebolire la capacità delle persone e delle comunità di affrontare autonomamente alcune prove della vita.

Pensiamo al lutto. La morte di una persona amata può provocare tristezza, insonnia, smarrimento, rabbia e perdita di interesse per le attività quotidiane. Sono reazioni dolorose, ma non necessariamente patologiche. Possono essere il modo umano, faticoso e imprevedibile con cui impariamo a vivere in assenza di qualcuno.

Naturalmente, il lutto può anche accompagnarsi a una depressione grave o trasformarsi in una sofferenza persistente che richiede un aiuto professionale. Non si tratta di negarlo. Si tratta di evitare che ogni manifestazione del dolore venga automaticamente interpretata come un disturbo.

Lo stesso vale per la timidezza, le difficoltà relazionali, le incertezze dei giovani, le crisi che accompagnano le scelte importanti. Non tutto ciò che fa soffrire è una malattia, così come non tutto ciò che appare normale è necessariamente innocuo.

La diagnosi è uno strumento prezioso quando permette di comprendere una condizione e di offrire un aiuto adeguato. Diventa problematica quando si trasforma in un’etichetta che pretende di spiegare tutta la persona.

Il rischio è passare dal riconoscimento della sofferenza alla convinzione che ogni sofferenza debba essere classificata, spiegata e trattata.

La cultura terapeutica: il benessere come misura di tutto
Accanto alla medicalizzazione si è diffusa quella che alcuni sociologi chiamano cultura terapeutica. È una mentalità che tende a valutare ogni esperienza soprattutto in base al benessere psicologico che produce.

Christopher Lasch[3] aveva già individuato questo cambiamento nella società contemporanea, mentre Frank Furedi[4] ha descritto una cultura che rischia di considerare le persone sempre più vulnerabili e meno capaci di affrontare le difficoltà. Alain Ehrenberg, da parte sua, ha collegato la diffusione della depressione alle pressioni di una società che chiede a ciascuno di essere autonomo, efficiente e responsabile del proprio successo.

Il risultato è paradossale. Da una parte siamo invitati a essere forti, produttivi, competitivi e capaci di realizzare noi stessi. Dall’altra, ogni fallimento, ogni conflitto e ogni delusione possono essere vissuti come una minaccia alla nostra stabilità interiore. Si finisce così per cercare continuamente un equilibrio che nessuna vita reale può garantire.

Una relazione diventa problematica perché ci mette in discussione. Un impegno viene abbandonato perché richiede sacrificio. Una critica viene percepita come un attacco alla propria identità. Una responsabilità viene vissuta soltanto in termini di stress. La soluzione sembra essere sempre quella di eliminare il disagio, anziché domandarsi che cosa ci stia dicendo e come possiamo affrontarlo.

Naturalmente, ci sono relazioni realmente distruttive, condizioni di lavoro insostenibili e sofferenze che non devono essere sopportate passivamente. Ma esiste anche una differenza tra il dolore che segnala un pericolo e quello che accompagna ogni processo di crescita.

Non tutto ciò che ci mette in crisi ci danneggia. A volte ci costringe a cambiare, a riconoscere i nostri limiti, a rivedere le nostre convinzioni e a imparare a vivere con gli altri.

La cultura terapeutica rischia invece di farci credere che la vita buona coincida con una vita priva di tensioni, contraddizioni e ferite.

Quando il benessere diventa il criterio assoluto, la fragilità non è più una dimensione dell’esistenza: diventa un problema da eliminare.

Il rischio di trasformare i problemi sociali in problemi individuali
C’è un’altra questione importante. Molte sofferenze che sperimentiamo individualmente hanno anche radici sociali.

Un giovane che vive nell’incertezza del futuro, una famiglia che non riesce ad arrivare alla fine del mese, un lavoratore sottoposto a ritmi insostenibili, una persona anziana che trascorre le giornate nella solitudine possono manifestare ansia, tristezza, insonnia o perdita di fiducia.

In questi casi, un aiuto psicologico può essere necessario e prezioso. Ma sarebbe riduttivo pensare che tutto si risolva intervenendo esclusivamente sulla persona.

Se un ambiente produce precarietà, isolamento e insicurezza, non basta insegnare agli individui a essere più resilienti. Occorre anche interrogarsi sulle condizioni che generano quella sofferenza.

Il sociologo Nikolas Rose[5] ha mostrato come il linguaggio psicologico possa diventare uno strumento attraverso il quale le persone imparano a interpretare e governare sé stesse. Mark Fisher, in una prospettiva critica della società capitalistica, ha richiamato l’attenzione sul rischio di trattare come problemi individuali sofferenze che hanno anche cause collettive.

Il pericolo è evidente: una società può continuare a produrre disagio e, contemporaneamente, chiedere ai singoli di imparare a gestirlo meglio.

Invece di domandarci perché tanti giovani siano scoraggiati, possiamo limitarci a insegnare loro a controllare l’ansia. Invece di affrontare la solitudine, possiamo proporre tecniche per migliorare il benessere personale. Invece di cambiare un’organizzazione ingiusta, possiamo chiedere ai lavoratori di diventare più resistenti allo stress. Ma la sofferenza non è sempre soltanto una questione privata.

Non possiamo curare adeguatamente le persone senza interrogarci anche sulle condizioni che le fanno soffrire.

Questo non significa negare le malattie mentali né rinunciare alle terapie. Significa tenere insieme la cura della persona e la responsabilità della società.

I giovani: tra maggiore consapevolezza e paura della fragilità
La questione assume un rilievo particolare quando riguarda le giovani generazioni. Oggi molti adolescenti dispongono di un vocabolario psicologico più ampio rispetto a quello delle generazioni precedenti. Sanno parlare di ansia, autostima, attaccamento, trauma e confini personali. Questa consapevolezza può aiutarli a riconoscere situazioni difficili e a chiedere sostegno.

Ma esiste anche un rischio: imparare a interpretare troppo presto ogni emozione attraverso una categoria diagnostica.

Un ragazzo che ha paura di affrontare un esame potrebbe convincersi di avere un disturbo d’ansia. Una ragazza che attraversa una delusione affettiva potrebbe sentirsi irrimediabilmente ferita. Un adolescente che fatica a inserirsi nel gruppo potrebbe arrivare a considerarsi incapace di costruire relazioni.

Non è detto che accada sempre, né sarebbe corretto liquidare come esagerazioni le sofferenze dei giovani. Le difficoltà emotive possono essere reali e talvolta molto gravi. È però importante domandarsi se, nel tentativo di proteggerli da ogni sofferenza, non finiamo qualche volta per trasmettere loro l’idea di essere più fragili di quanto siano.

I giovani hanno bisogno di adulti capaci di ascoltare senza minimizzare, ma anche di accompagnare senza alimentare la paura. Hanno bisogno di sapere che chiedere aiuto è legittimo e che una diagnosi, quando necessaria, non definisce tutta la loro identità.

Hanno anche bisogno di sperimentare la responsabilità, la pazienza, il conflitto affrontato senza violenza, la fatica di mantenere una promessa e la possibilità di ricominciare dopo un fallimento.

Non per abituarli a sopportare qualsiasi cosa, ma per aiutarli a distinguere ciò che li ferisce da ciò che li fa crescere.

La Chiesa davanti alla cultura terapeutica
Anche la Chiesa è coinvolta in questa trasformazione culturale. Non vive fuori dal tempo e non può considerarsi immune dalle sue contraddizioni.

Da secoli custodisce una tradizione di accompagnamento delle persone attraverso la confessione, la direzione spirituale, il discernimento e la cura pastorale. Oggi queste forme di accompagnamento incontrano sempre più spesso le conoscenze della psicologia e della psichiatria.

L’incontro è necessario. La psicologia può aiutare a comprendere dinamiche personali, ferite affettive, conflitti interiori e difficoltà relazionali che non possono essere affrontati adeguatamente con il solo linguaggio religioso.

Ma l’integrazione richiede discernimento. Non ogni difficoltà spirituale è una malattia psicologica, così come non ogni sofferenza psicologica può essere risolta attraverso la preghiera o un consiglio spirituale.

La Chiesa rischia di sbagliare in due direzioni opposte: quando interpreta ogni problema come una questione clinica e quando considera ogni sofferenza una mancanza di fede. In entrambi i casi, la persona viene ridotta a una spiegazione parziale.

Un primo ambito riguarda la formazione dei candidati al sacerdozio. Le competenze psicologiche possono contribuire a un discernimento più serio, aiutando a riconoscere risorse, fragilità e difficoltà che meritano attenzione. Sarebbe irresponsabile rinunciare a queste conoscenze per timore che mettano in discussione un percorso vocazionale.

Il problema nasce quando il discernimento rischia di trasformarsi in una selezione psicologica, nella quale ogni esitazione, ogni dubbio o ogni difficoltà relazionale viene considerata un possibile sintomo.

La vocazione non è la candidatura a una professione che richiede una personalità perfetta. È una storia personale che va accompagnata, verificata e maturata nella libertà.

Una persona può avere fragilità che non impediscono una scelta generosa e responsabile. Altre difficoltà possono invece richiedere un intervento specialistico o suggerire un serio ripensamento del cammino.

Il compito dei formatori non è certificare una presunta normalità, ma aiutare a discernere con competenza, prudenza e rispetto della coscienza.

Lo stesso vale per i sacerdoti già ordinati. Una crisi, un periodo di stanchezza o una difficoltà pastorale non sono automaticamente segni di inadeguatezza. Possono segnalare la necessità di fermarsi, di essere ascoltati, di rivedere il proprio stile di vita o di ricevere un aiuto professionale.

La cura dei presbiteri non può ridursi alla gestione delle emergenze: deve diventare una responsabilità ordinaria della comunità ecclesiale.

Un secondo ambito è quello dei processi di nullità matrimoniale. Il diritto canonico riconosce che alcune condizioni di natura psichica possono rendere una persona incapace di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. In questi casi, il contributo degli esperti può essere importante.

Occorre però distinguere l’incapacità autentica dalla semplice difficoltà a vivere una relazione.

Ogni matrimonio attraversa conflitti, incomprensioni, delusioni e momenti di crisi. Non tutte queste esperienze dimostrano che, fin dall’inizio, mancasse la capacità di assumere gli impegni matrimoniali.

La valutazione deve essere seria e rispettosa della verità dei fatti. La sofferenza di un matrimonio fallito non va minimizzata, ma neppure trasformata automaticamente in prova di una patologia o di un’incapacità originaria.

Anche qui, il rischio consiste nel confondere una relazione che non è riuscita con una persona che non era capace di viverla.

Un terzo ambito, particolarmente delicato, riguarda gli abusi. È necessario valutare gli eventuali fattori psicologici individuali, ma sarebbe gravemente riduttivo spiegare gli abusi soltanto attraverso la personalità di chi li ha commessi.

Le inchieste sugli abusi nella Chiesa hanno richiamato l’attenzione anche sui fattori istituzionali: abuso del potere, silenzio, mancata vigilanza, protezione dell’immagine dell’istituzione e insufficiente ascolto delle vittime.

Una lettura esclusivamente clinica può trasformarsi in un modo per sottrarre alle istituzioni le proprie responsabilità. Se il problema viene attribuito soltanto alla patologia di un individuo, si rischia di non vedere le condizioni che hanno permesso all’abuso di verificarsi o di proseguire.

Ma sarebbe sbagliato anche ignorare la necessità di valutazioni cliniche quando sono pertinenti. Servono entrambe le prospettive: quella personale e quella sistemica, quella psicologica e quella morale, quella clinica e quella istituzionale. La comprensione delle cause non cancella la responsabilità di chi ha agito né il dovere di proteggere le vittime.

Sofferenza spirituale e sofferenza psicologica: distinguere senza separare
Qui tocchiamo forse il punto più importante per la vita pastorale. La tradizione cristiana conosce da secoli la tristezza, l’aridità, lo scoraggiamento, la tentazione di abbandonare il bene e la perdita del gusto della vita spirituale. I monaci antichi parlavano di acedia; Giovanni della Croce ha descritto la notte oscura come una stagione complessa del cammino spirituale.

Queste esperienze non possono essere semplicemente sovrapposte alle categorie della psicologia contemporanea. Possono esserci analogie, ma anche differenze sostanziali.

Una persona può attraversare una prova spirituale senza essere malata. Un’altra può vivere una depressione clinica che non si risolve con un invito a pregare di più.

Dire a chi soffre di depressione che gli manca la fede può aumentare il suo senso di colpa e ritardare la richiesta di aiuto. Ma anche trattare ogni aridità spirituale come un disturbo da eliminare può impoverire la comprensione della vita interiore.

Il discernimento pastorale richiede quindi umiltà. Il sacerdote non deve improvvisarsi psicoterapeuta; il professionista della salute mentale, a sua volta, non è chiamato a sostituire la ricerca spirituale della persona.

Quando è necessario, i due percorsi possono procedere insieme, nel rispetto delle competenze e della libertà della persona. La fede non è un’alternativa alle cure e le cure non rendono superflua la fede.

La comunità cristiana, inoltre, non è soltanto il luogo in cui si indirizzano le persone verso uno specialista. È anche uno spazio di relazioni, ascolto, appartenenza e solidarietà. Può contrastare la solitudine, sostenere chi attraversa una crisi e impedire che una diagnosi diventi un marchio sociale.

Ma deve sapere riconoscere i propri limiti. L’accompagnamento spirituale non sostituisce la presa in carico clinica quando questa è necessaria.

Una Chiesa del benessere o una comunità capace di attraversare la sofferenza?
Esiste, infine, un rischio più sottile: che anche la pastorale venga assorbita dalla cultura terapeutica. Una comunità ecclesiale potrebbe cominciare a valutare ogni attività in base alla serenità che produce, alla soddisfazione dei partecipanti o alla capacità di evitare conflitti. La predicazione potrebbe diventare una forma di incoraggiamento permanente; la preghiera, una tecnica per sentirsi meglio; la comunità, un luogo nel quale ciascuno cerca soprattutto conferme e gratificazioni.

Ma il Vangelo non promette una vita senza inquietudini. Non elimina il conflitto con la realtà, non garantisce il successo e non trasforma ogni sofferenza in un’esperienza immediatamente comprensibile.

Gesù incontra le persone nella loro fragilità, ma non si limita a rassicurarle. Le ascolta, le rialza, le restituisce alla relazione e, talvolta, le chiama a cambiare strada. La sua vicinanza non coincide con l’approvazione di tutto né con la promessa di una felicità senza fatica.

La comunità cristiana non deve diventare un’agenzia di benessere psicologico, ma neppure un luogo che esalta il dolore o invita a sopportare passivamente situazioni ingiuste.

Deve essere una comunità nella quale si possa dire la verità sulla propria sofferenza, ricevere aiuto, assumere responsabilità e ritrovare speranza.

L’arte dell’accompagnamento deve rispettare il mistero della persona. Questo significa non ridurla a un problema da risolvere, a una diagnosi da gestire o a una pratica da archiviare.

Significa anche non utilizzare la fede per evitare le domande difficili. La vera cura pastorale non consiste nel rendere tutti più tranquilli, ma nell’aiutare ciascuno a vivere con maggiore libertà, verità e responsabilità.

Non tutto ciò che fa soffrire è una malattia, ma nessuna sofferenza va ignorata
Possiamo dunque parlare di una crescente patologizzazione della società? La risposta più ragionevole è sì, ma con una precisazione fondamentale.

Esistono segnali di un ampliamento del linguaggio diagnostico e della tendenza a interpretare difficoltà ordinarie attraverso categorie cliniche. Esistono anche rischi di sovradiagnosi e di trattamenti non necessari. Non è però dimostrato che l’aumento delle diagnosi corrisponda semplicemente a una produzione artificiale di malati. Molte persone che hanno bisogno di cure continuano a non riceverle, oppure vi accedono troppo tardi.

La questione non è quindi combattere la psicologia o ridimensionare la salute mentale. È evitare che il linguaggio della malattia diventi l’unico linguaggio con cui interpretiamo l’esistenza.

Per la Chiesa questo significa tenere insieme tre responsabilità. La prima è riconoscere la sofferenza senza trasformarla automaticamente in patologia. La seconda è ricorrere alle competenze cliniche senza rinunciare al discernimento spirituale, morale e comunitario. La terza è non ridurre la cura alla ricerca del benessere individuale, dimenticando la giustizia, le relazioni, la responsabilità e la speranza.

Forse abbiamo bisogno di recuperare una verità semplice: essere fragili non significa essere malati; essere malati non significa essere sbagliati; avere bisogno degli altri non significa essere incapaci.

Una società umana non è quella che diagnostica ogni ferita, né quella che pretende di guarirla con un richiamo alla volontà. È quella che sa riconoscere quando occorre una cura professionale, quando serve un cambiamento sociale e quando una persona ha soprattutto bisogno di qualcuno che le resti accanto.

E una Chiesa fedele al Vangelo non è quella che promette di eliminare ogni dolore, ma quella che non lascia nessuno solo dentro il proprio dolore.

Non dobbiamo scegliere tra la cura e il discernimento, tra la psicologia e la fede. Dobbiamo imparare a custodire la persona, senza trasformare tutta la sua vita in una diagnosi e senza abbandonarla alla sofferenza in nome di una presunta forza spirituale.

Bibliografia

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Vicarelli, G. (a cura di) (2021). Cura e salute. Prospettive sociologiche. Roma: Carocci.

[1] Cfr. Conrad, P. (2007). The Medicalization of Society. Baltimore: Johns Hopkins University Press.

[2] Cfr. Illich, I. (1976). Limits to Medicine. Medical Nemesis: The Expropriation of Health. London: Marion Boyars (tr. it. Nemesi medica, Mondadori, 1977).

[3] CFr. Lasch, C. (1979). The Culture of Narcissism. New York: Norton (tr. it. La cultura del narcisismo, Bompiani, 1981).

[4] Cfr. Furedi, F. (2004). Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age. London: Routledge; Haslam, N. (2016). Concept creep: psychology’s expanding concepts of harm and pathology. Psychological Inquiry, 27(1), 1-17.

[5]Cfr. Rose, N. (1999). Governing the Soul (2nd ed.). London: Free Association Books.

Quali giovani, in quale Chiesa

di: Antonio Cecconi
giovane

Foto di Guilherme Gomes dos Santos via Unsplash

in Settimana News

Il dilagare della violenza in particolare a Milano, mettendo in ombra il senso delle proteste e delle richieste dei manifestanti il 17 e 18 ottobre, ha diffuso in tanta parte dell’opinione pubblica il giudizio negativo. Al quale hanno dato ampio sfogo non pochi media, con l’avallo del Governo Meloni (cf. SettimanaNews).

Prontamente si sono riuniti allo stesso tavolo i ministri dell’Interno, della Difesa e della Giustizia. Già questo evidenziava la lettura incompleta e superficiale, da parte dell’Esecutivo e delle forze politiche che lo sostengono, di quel che era avvenuto e dei successivi sviluppi. La mancata convocazione, accanto ai colleghi, dei ministri dell’Economia, dell’Istruzione, degli Affari sociali e dello Sport ha mostrato inequivocabilmente l’interpretazione miope e parziale del disagio, dei bisogni e dei sogni dei giovani scesi in piazza.

Svelta e semplice la soluzione: osteggiare, colpire, punire e, se del caso, criminalizzare. Di qui il decreto sicurezza con misure lesive della libertà personale quali il fermo preventivo e i cinquecento parà spediti a Milano.

Ben altra la lettura del presidente Mattarella, che allargava l’orizzonte indicando la necessità di «uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore… di asservimento o di emarginazione». E ammoniva che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», invitando a «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza».

Lasciata alle spalle la sbrigativa e maldestra ricerca del capro espiatorio – con l’accusa di terrorismo nei confronti di Youssef Siher –, lo svilupparsi di molte manifestazioni giovanili, attraverso cortei e occupazione di scuole, ha manifestato sinceri bisogni e volontà costruttiva in termini sia di denuncia, sia di proposta.

I tentativi di frange violente e le infiltrazioni facinorose (vedi la devastazione di edifici scolastici) sono ben poca cosa rispetto a quello che dal mondo giovanile emerge: idee, aspettative e speranze. Anche collegandosi alle istanze del mondo del lavoro e facendo proprie sia la causa della pace, sia le crescenti difficoltà economiche delle famiglie. Senza sottovalutare il sostegno degli insegnanti, la presenza di genitori con funzione di interposizione tra manifestanti e polizia e, non ultima, la comparsa nelle manifestazioni del tricolore italiano.

Tra le numerose e pertinenti riflessioni con cui Avvenire ha accompagnato gli eventi, segnalo la conclusione dell’articolo di Tommaso Greco, in data 23 ottobre, per il quale la sicurezza

«è stata ormai ridotta soltanto alla necessità di salvaguardare l’incolumità fisica dei corpi e l’integrità delle cose a cui teniamo. Ed è frutto di un rovesciamento paradossale che i giovani della generazione Z, protagonisti delle proteste di questi giorni – proteste fatte in nome di una sicurezza esistenziale composta di cura, di casa, di lavoro, di scuola, di università, di certezze sul futuro, di ambiente, di possibilità di arrivare a fine mese, di aspirazioni alla giustizia e alla pace – vengano fatti passare genericamente e collettivamente come attentati alla sicurezza, come nemici del futuro. Proprio loro che sono i garanti del futuro di tutti, e la cui voce dovremmo ascoltare invece di soffocarla».

Rispetto a tutto quel che sta accadendo e sta emergendo dal mondo giovanile mi sorge urgente e preoccupata una domanda: come si pone la Chiesa italiana?

Come prima menzione le cronache hanno raccontato che i cittadini sorpresi dalle manifestazioni violente a Milano il 17 ottobre trovavano riparo nel Duomo. La Caritas della stessa diocesi si è dichiarata «disponibile… a partecipare a un’agorà dei e con i giovani che inauguri una nuova stagione di confronto coraggioso, di conoscenza reciproca, di condivisione di riflessioni ed esperienze. Che provi a ridurre le inquietudini, per svuotare le piazze della devastazione». Rilevando che «la conoscenza del mondo giovanile, e il dialogo con esso, non solo a Milano, ma anche a Milano, non dispongono di luoghi e prassi strutturati, costati, sufficienti».

Un chiaro segnale del bisogno di fare di più e meglio, come Chiesa, nei confronti del mondo giovanile. Un bisogno avvertito soltanto nella diocesi ambrosiana?

Spero di sbagliarmi, ma ho una sensazione di distanza tra il modo di occuparsi e preoccuparsi dei giovani nelle diocesi e nelle parrocchie e quello che avviene nei mondi vitali dei loro coetanei, incluso ciò che compare nel sito CEI sotto la voce «Servizio nazionale per la pastorale giovanile».

È in preparazione un incontro per animatori diocesani dei giovani da accompagnare con «una riflessione progressiva: dal riconoscimento della propria identità e del contesto in cui si è chiamati a operare, all’educazione del desiderio; dalle resistenze che abitano il presente, fino alla riscoperta delle relazioni e delle collaborazioni necessarie per camminare insieme».

È disponibile il sussidio Che cosa cercate? Giovani e senso nel contesto attuale secondo cui «le nuove generazioni continuano a cercare senso, futuro e speranza. Continuano a desiderare relazioni autentiche e percorsi di crescita. Continuano a interrogarsi sul significato del lavoro, degli affetti e della propria esistenza…». Intanto è partita la macchina di preparazione alla GMG 2027 di Seul con «quattro parole chiave: verità, amore, pace e coraggio».

Cose belle, bellissime. Ma non sono scritte ancora una volta un po’ troppo in «ecclesialese»? Non rischiano ancora di parlare dei giovani e ai giovani più che di far parlare i giovani?

Mi chiedo se e quanti giovani delle parrocchie e delle associazioni cattoliche sono scesi hanno manifestato pacificamente con i loro coetanei, quanti di essi stanno partecipando attivamente alle iniziative in corso nelle scuole occupate. E se nei loro educatori e animatori come pure nei preti ad essi dedicati c’è la voglia e la capacità di farli «giocare a tutto campo», negli gli spazi della missione difficilmente preventivabili e definibili a tavolino.

Perché non è possibile essere giovani cristiani e cattolici senza esserci, senza stare in frontiera, senza relazionarsi e diventare amici degli altri, dei cani sciolti, dei lontani… Soltanto i giovani «di Chiesa», con i loro limiti ma soprattutto con il loro entusiasmo e la loro voglia di futuro, potranno evangelizzare il resto dell’universo giovanile.

Aggiungo un’altra preoccupazione: oltre a lamentare che la politica è vecchia (di persone e/o di idee), distante dai vissuti quotidiani, sorda alle attese dei poveri e dei giovani, non possiamo non educare i giovani di oggi – come componente della vocazione del cristiano – all’impegno civile e politico. Cosa che, in altri tempi, la Chiesa ha con intelligenza predicato e praticato, basterebbe ricordare come e perché il ventinovenne Aldo Moro fu eletto all’Assemblea Costituente.

Sono andato a rileggere il decreto conciliare sull’apostolato dei laici. Apostolato è un termine oggi desueto; ma tanto distante da quel che chiamiamo evangelizzazione? Ancora buono per i giovani delle nostre Chiese, attivatore di atteggiamento missionario, di presenza nel mondo, di buona notizia di saper essere contagiosi. Così come i padri conciliari chiamavano in causa i giovani dal momento che «un accresciuto loro peso nella società esige da essi una corrispondente attività apostolica, alla quale del resto la loro indole naturale li dispone». Perfino dei ragazzi si dichiarava: «Secondo le proprie forze sono veri testimoni viventi di Cristo tra i compagni» (AA n. 12).

Affermazioni che – spero – non siano tacciate di eccessivo ottimismo conciliare, nella convinzione che un po’ di ripasso del Vaticano II possa arricchire tutto ciò che nelle nostre Chiese va sotto il nome di «pastorale giovanile».

In “Vita di Maria” il poeta Mussapi offre una rilettura intensa e contemplativa della sua figura tra sogno, speranza e ricerca spirituale

Mussapi coglie Maria negli occhi dell’angelo

Avvenire

All’improvviso, le proporzioni si invertono e il cielo non riesce più a contenere la terra. È solo un istante, ma è l’istante che cambia la storia. Anche luce e tenebra si confondono, al punto che perfino lo sguardo degli angeli perde di acutezza. Laggiù, nel chiaroscuro della grotta in cui si compie la nascita, «la conoscenza astrale e la carne divina / di cui siamo tessuti fibra per fibra / ha zone di buio, isole d’ombra», ammette la creatura celeste che in Vita di Maria di Roberto Mussapi (Ponte alle Grazie, pagine 106, euro 14, in libreria da oggi) assume il ruolo di narratore, testimone e interprete. Si tratta, con ogni evidenza, dell’angelo dell’Annunciazione, evento che però in questo «breve poema» viene solamente alluso. Non dato per scontato, perché nel dettato solenne e domestico di Mussapi nulla è sminuito o banalizzato. Piuttosto, l’Annunciazione è il basso continuo che segretamente accompagna una vicenda che verrebbe da definire “terrestre e celeste”, in consonanza con il viaggio pittorico di Simone Martini cantato da Mario Luzi nel 1994. Di nuovo, le due dimensioni si sovrappongono senza entrare in conflitto. Di nuovo, agisce l’omaggio alla lezione dei maestri, perché Mussapi si considera davvero – e a buon diritto – discepolo di Luzi, così come è innegabile e, anzi, rivendicata la sua frequentazione dell’opera di Rainer Maria Rilke e di T.S. Eliot, oltre che dei Vangeli apocrifi e degli scritti della mistica renana Anna Katharina Emmerick.
Sono le fonti principali di questa Vita di Maria, puntualmente censite da Alberto Fraccacreta in sede di postfazione. A fare da amalgama, come suggerisce l’italianista, provvede la fascinazione di Mussapi per un Oriente tutt’altro che di maniera, di cui rendeva conto in maniera esemplare una raccolta come La piuma del Simorgh. In un certo senso, avevamo lasciato Mussapi a quel libro del 2016, che seguiva di misura la provvisoria sistemazione di tutte le sue Poesie nel volume edito da Ponte alle Grazie nel 2014. Il successivo I nomi e le voci, datato 2020, provvedeva di fatto a riordinare la parte più interessante della produzione teatrale di Mussapi, vale a dire i monologhi poetici nei quali il mito si rispecchia nella quotidianità (si pensi, in particolare, a La grotta azzurra, dove la rievocazione di ninfe e sirene avviene nel bagno di un autogrill). Già allora, in ogni caso, si sapeva che Mussapi si era messo sulle tracce del Marien-Leben di Rilke. Ne davano notizia i “frammenti” usciti in plaquette nel 2012 e poi ripresi, appunto, nella Piuma del Simorgh. Prima ancora, lo aveva fatto intuire la sequenza mariana presente in Rexurrexi del 2009 e ora ripresa in Vita di Maria, quasi a introdurre uno scarto lievissimo e illuminante nel tessuto complessivo del poemetto.
Benché noti al lettore di Mussapi, questi stessi versi assumono adesso un’intonazione differente, che è l’intonazione di un angelo talmente ammirato dal mistero dell’Incarnazione da desiderare di piangere alla vista del neonato. Il pianto è uno dei temi ricorrenti di questa sacra conversazione che è nello stesso tempo sacra rappresentazione. Le lacrime non sono più appannaggio esclusivo delle donne. Piange Giuseppe mentre cerca disorientato un albergo disposto a ospitare il travaglio di Maria, ed è sull’orlo della commozione il ladrone che, spinto da una superstizione alla quale non è estranea la fede, reclama un miracolo per il figlio malato. Ha dimestichezza con il pianto anche Khabidzar, il sapiente orientale che gli altri magi hanno incaricato di ripetere, a trent’anni di distanza, il viaggio verso Gerusalemme. Nella spedizione precedente, intrapresa al seguito della cometa e rievocata con ampio ricorso allo stile di Eliot, era toccato a lui portare in dono la mirra, resina regale le cui gocce assumono la forma profetica delle lacrime sparse nel lutto.
Insieme con il pianto, l’altro elemento costitutivo della Vita di Maria è il sogno o, meglio, il sonno vigile durante il quale la Madonna è visitata da visioni e premonizioni. Almeno una volta, è Gesù stesso a parlarle mentre è addormentata: «Considera la morte come un sonno, / un sonno, madre mia, che durerà tre giorni. / Al mio dolore sarò io a resistere. / Ma sappi che la mia morte sarà un sonno». Anche nei momenti più drammatici della Passione, la Maria di Mussapi rimane più Annunciata che Addolorata. Non rinuncia a sorridere, come se già contemplasse la mattina gloriosa di Pasqua. «Il mio stesso bagliore abbagliava me stesso», confessa l’angelo rievocando quell’altro rovesciamento della realtà, quella seconda nascita che è primizia del tempo a venire, quando la morte sarà sconfitta per sempre. Nel riverbero di questa speranza, prendono la parola personaggi solo in apparenza marginali, come la moglie di Pilato, Claudia Procula, e un anonimo soldato romano distaccato sul Golgota. Il motivo della loro convocazione viene rivelato solo sulla soglia del congedo, nella toccante ballata sulla dormizione della Vergine, con una delicata torsione narrativa che conferma la natura felicemente composita del libro.
Risultato tra i più alti della poesia di Mussapi e, in genere, della letteratura spirituale contemporanea (ammesso e non concesso che la letteratura possa permettersi di non essere spirituale), questa Vita di Maria ha già la dignità di un classico e come classici vanno recepiti molti dei testi che lo compongono. Su tutti, resta memorabile il soliloquio nel quale l’angelo, abbacinato dall’enormità di Dio che sceglie di farsi uomo, immagina di chiedere per sé un prodigio analogo e minore. Non pronuncia veramente la sua preghiera ma, ora che ha imparato la «lingua bassa» dell’esistenza terrena, anche a lui piace sognare.

Solo libri, niente tecnologia: i ragazzi di Harvard vanno in direzione ostinata e contraria

Solo libri, niente tecnologia: i ragazzi di Harvard vanno in direzione ostinata e contraria

Avvenire

C’è qualcosa di curioso, e forse persino di commovente, nel fatto che alcuni dei ragazzi destinati a vivere nel mondo più tecnologico della storia vogliano, almeno per un anno, tenersi alla larga dalla tecnologia. Succede ad Harvard, dove il corso che sta facendo parlare di sé non insegna a programmare, non promette di spalancare le porte della Silicon Valley e non offre formule per diventare più competitivi sul mercato del lavoro. Chiede, più semplicemente, di leggere. Libri interi, uno alla settimana. E di farlo con la propria testa.
Si chiama Humanities 10, potremmo definirlo un corso di Lettere nel senso più ampio del termine: un itinerario attraverso la letteratura, la filosofia e i grandi testi della cultura occidentale, ed è tra i corsi più ambiti tra le matricole. Nell’autunno 2026 le candidature sono aumentate del 40 per cento: 180 studenti per 90 posti. Per essere, gli studenti hanno dovuto presentare un saggio. Poi, niente telefoni, computer o intelligenza artificiale. Frequenza obbligatoria, letture impegnative ed elaborati scritti senza scorciatoie.
La docente di filosofia Samantha Matherne conduce gli studenti dentro Emma di Jane Austen, intrecciando il romanzo alle idee di Adam Smith e Immanuel Kant. Poi li incalza: perché Austen ha creato un’eroina così poco simpatica? Perché leggere romanzi? E infine: che cosa ne sarà di Emma, e che cosa ne sarà di voi? Gli studenti applaudono. Il programma attraversa epoche e idee: dall’Odissea a Joyce, da Platone a Dante, da Montaigne a Spinoza, fino a James Baldwin e all’Iliade. I grandi testi della tradizione occidentale sono opere da attraversare e discutere: gli studenti imparano a stare dentro pagine difficili e a difendere un’interpretazione. «Molto di ciò che ricaviamo da questo corso è esperienza umana, e non puoi ottenerla dall’intelligenza artificiale – dice Peggy Urdan, studentessa di scienze politiche e neuroscienze, in una testimonianza raccolta dal Wall Street Journal –. L’unico modo per ottenere qualcosa da questo corso è non usare l’intelligenza artificiale».
L’IA può riassumere l’Iliade, spiegare Kant e confezionare un testo convincente. Ma leggere significa misurarsi con una voce diversa dalla propria, accorgersi di non aver capito e ricominciare: è così che si costruisce un giudizio autonomo. Gli studenti di Harvard sembrano aver individuato un bisogno: sottrarsi alla frammentazione dell’attenzione. Più che bandire la tecnologia da ogni aula, la questione sta nel riconoscere che alcune esperienze valgono proprio per il percorso che richiedono. Se un riassunto può certo restituire la trama di un romanzo, difficilmente può regalarci l’inquietudine di attraversarlo. E se un algoritmo può suggerire un’argomentazione, è impossibile che sostituisca quella sensazione di quando, dopo molte pagine, ci accorgiamo che la nostra idea iniziale era sbagliata.
La “rivolta analogica” si consuma proprio mentre le discipline umanistiche attraversano in linea generale una crisi. Negli Stati Uniti, secondo i dati dell’American Academy of Arts and Sciences, i diplomi universitari di primo livello in discipline umanistiche sono scesi nel 2024 a 165.489, il dato più basso dal 1991 e circa il 30 per cento sotto il picco del 2012. Il corso di Harvard, insomma, non sembra annunciare al momento una riscossa più ampia. Ma proprio la distanza tra la tendenza generale e l’entusiasmo per questo corso dice comunque qualcosa. Anche nel mondo delle imprese tecnologiche si fa strada l’idea che, nell’era dell’automazione, serviranno comunque persone capaci di interpretare problemi e formulare giudizi. Reed Hastings, cofondatore di Netflix, e Jack Clark, cofondatore di Anthropic, vedono nella formazione umanistica una risorsa destinata a rivalutarsi: alle competenze per programmare dovranno affiancarsi quelle per capire che cosa fare degli algoritmi, e con quali conseguenze.
Le discipline umanistiche non possono insomma essere considerate un lusso né un ornamento della formazione scientifica. Servono, eccome, quando il mondo cambia troppo in fretta per consentire di capire dove stiamo andando. Letteratura, filosofia e storia insegnano a riconoscere le contraddizioni umane, interrogare le idee e ricordare che nessuna trasformazione nasce nel vuoto. Se una macchina può contribuire a formulare una risposta, la responsabilità di cercarla resta umana.
Più che fuggire dal futuro, i ragazzi di Harvard stanno cercando di arrivarci preparati. E hanno intuito che, per riuscirci, qualche volta bisogna spegnere tutto, aprire un libro e restare lì. Senza fretta, senza notifiche, senza qualcuno che pensi al posto nostro. Per scoprire che la libertà intellettuale comincia proprio quando nessuno ci consegna la risposta.

«Questo è solo l’inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

«Questo è solo l'inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

Una rivendicazione, ancora da verificare, e la minaccia di un’escalation della strategia del terrore. L’Europa continua ad essere il bersaglio di falsi allarmi bomba che dagli aerei ieri si sono spostati nelle redazioni di alcuni media irlandesi, probabilmente come “avviso” ad una settimana dal doppio appuntamento del vertice della Comunità politica europea e quello informale del Consiglio europeo. Insieme costituiscono la più grande riunione di capi di Stato e di governo mai ospitato dall’Irlanda, che al momento detiene la presidenza a rotazione del Consiglio dell’Ue con la partecipazione di una cinquantina tra leader di Paesi europei, incluso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
«Questo è solo l’inizio. Quello che è successo questa settimana è soltanto una piccola parte di ciò che attende l’Europa nel prossimo futuro. Molto presto faremo esplodere i vostri aerei, le navi da crociera, le stazioni della metropolitana e i treni» è il contenuto dell’inquietante e-mail inviata a diversi organi di informazione, nella quale un sedicente leader del gruppo, che si firma “Mikhail Andropov” rivendica la serie di minacce di attentati. «In questo momento stiamo preparando una nuova ondata di attacchi» si legge nel messaggio intitolato “Messaggio all’Occidente”. Il cognome utilizzato è quello di Yuri Andropov, ex segretario generale del Partito comunista sovietico. Non è chiaro se si tratti di un indizio di un coinvolgimento russo o di un tentativo di indirizzare i sospetti verso Mosca. Alcune delle minacce giunte giovedì all’aeroporto di Roma recavano la firma “combattenti dello Stato maschile” (Male State), un riferimento a un movimento russo di estrema destra, ultranazionalista e misogino, fondato nel 2016, che ieri ha smentito il suo coinvolgimento. La pista russa potrebbe portare al Centro principale per le tecnologie speciali del Gru, l’unico servizio dell’intelligence di Mosca sopravvissuto alla fine dell’era sovietica, incaricato delle operazioni all’estero. Il team, meglio noto come Unità 74455, è celebre per devastanti attacchi ai danni di diverse aziende europee.
Le minacce anche ieri hanno riguardato una ventina di voli passeggeri e le sedi di diverse testate giornalistiche irlandesi, tra cui l’emittente pubblica Rte, che sono state evacuate per un paio d’ore. Per fortuna anche gli allarmi di ieri, si sono rivelati infondati. I velivoli coinvolti sono atterrati in sicurezza e le perquisizioni a bordo non hanno portato al ritrovamento di alcun ordigno esplosivo. Le allerte hanno riguardato in Italia due voli: un Ryanair proveniente da Fiumicino e atterrato a Lisbona e un Wizzair Praga-Roma deviato su Venezia. Almeno nove voli da o per Praga, quattro voli in transito sulla Francia, due diretti a Sofia. Il ministro della Difesa ungherese, Romulusz Ruszin-Szendi ha spiegato che l’Ungheria ha fatto decollare per tre volte dei caccia per scortare voli civili all’interno del proprio spazio aereo. La polizia danese ha indagato su una minaccia rivolta all’aeroporto di Copenaghen, che ha comunque continuato a operare regolarmente.
Massima allerta in Irlanda. La polizia ha aperto un’indagine sui falsi allarmi bomba inviati via e-mail a diversi media del Paese, fra cui l’emittente radiotelevisiva pubblica Rte, Virgin Media, Newstalk e Irish Independent che hanno causato l’evacuazione delle sedi che ospitano emittenti e quotidiani. Il testo dell’e-mail avvertiva che un ordigno sarebbe esploso entro 45 minuti: una minaccia rivelatasi del tutto falsa dopo i controlli compiuti dalle forze dell’ordine. Il ministro della Giustizia Jim O’Callaghan ha assicurato che sarà fatto ogni sforzo possibile per individuare i responsabili. Anche l’emittente britannica Sky ha riferito di aver ricevuto una minaccia alla sicurezza e di aver informato le autorità competenti.
Sui falsi attacchi bomba è intervenuta la premier Giorgia Meloni. «Non siamo in grado oggi di dire se l’attacco al plasma in Francia, i finti allarmi bomba sugli aerei, l’aggressione nei confronti dei generi alimentari siano tutti collegati, però ci dicono sicuramente tutti la stessa cosa: che oggi a essere sotto attacco sono infrastrutture civili». Questo ha aggiunto la premier «riporta a un ragionamento che cerco di fare da diverso tempo: quando noi parliamo di spese di difesa e sicurezza in un tempo come questo, non stiamo parlando semplicemente di armi. Stiamo parlando di mettere in sicurezza la quotidianità dei cittadini».
La Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha aperto un’indagine sugli allarmi bomba. Un fascicolo per procurato allarme, al momento a carico di ignoti, è stato aperto dalla Procura di Busto Arsizio e un analogo fascicolo è stato aperto dalla procura di Roma. Intanto la Commissione Ue ha annunciato che la prossima settimana ci sarà un summit degli esperti della sicurezza dei 27 a Bruxelles per discutere le misure necessarie .