Le nostre città diventano alte per chi ha ancora il coraggio di abbracciarsi

Fede radicale

Addosso un senso profondo di fallimento. Non sono a casa mia, purtroppo. Mi sono lasciato condurre in un’altra città per condividere pensieri sul Vangelo. Ma ho sbagliato, ancora. Non ho capito il contesto, non vedevo l’ora che tutto finisse: lingue troppo diverse. Non resta che lasciarmi alle spalle anche questa esperienza, questa città che ha deciso di guardarmi con occhi che ho percepito ostili, e cercare un bosco. Lo trovo. Alberi. Silenziosi. Imbocco un sentiero sperando che il cammino mi liberi almeno un po’ da questa sensazione di non essere all’altezza delle attese della gente. Antico problema. Salgo. Intorno a me non i castagni stanchi del mio Appennino, non i tronchi sdraiati come cadaveri, non le cortecce aperte come ferite, non i tronchi fratturati da violenti temporali, non l’abbandono. Qui tutto è più ordinato: faggi, abeti di montagna, sentieri ben visibili, spazi pensati per la sosta. E infatti c’è gente qui, in cerca di respiro.
Io cammino. Vorrei disincagliarmi dai pensieri, dai volti, da alcune frasi che mi hanno raggiunto con durezza; vorrei, ma più ci penso più i pensieri mi stritolano come un serpente attorno al cuore. Poi però li vedo. Sono due ragazzini. Sono giovanissimi e stanno abbracciati su una coperta in mezzo a un prato. Punto. Non posso sapere i loro pensieri, non intuisco i loro discorsi: solo stanno, così, e quello stare mi riempie il cuore di pace. Sento una distanza siderale tra le nostre proposte parrocchiali, ancora tanto indirizzate al fare, e quei due ragazzini, la loro liturgia che non chiede niente se non di essere lasciata in pace. Poco prima avevo parlato dell’importanza di uccidere il proprio ego. O rinnegare se stessi, per stare nel solco del Vangelo. Avevo ricevuto commenti duri e silenzi ancor più taglienti, come se il mio fosse stato un invito al disimpegno, a persone impegnate da una vita per la causa.
Eppure mi era sembrato d’essere stato così chiaro! Sì, ma per spiegare agli altri l’uccisione dell’ego io mi sono dovuto esporre, ho dato una mia interpretazione del Vangelo, ho portato a supporto poesie e testi che parlavano a me, mi sono impegnato. Insomma: troppo me. Avrei forse dovuto prenderli per mano, uno a uno; avrei dovuto accompagnare tutte le persone a camminare con me nei boschi. Senza dire niente. Sarebbe stata esperienza anche vagamente zen e quindi, immagino, più apprezzata. Poi avrei chiesto loro di guardare in silenzio quei due ragazzi. Chi avrebbe visto in loro solo una perdita di tempo, un egoistico separarsi dal mondo, un disimpegno verso i poveri, si sarebbe fatto una diagnosi da solo.
Mentre penso a questa ipotesi rido di me, sto ancora predicando. I due ragazzi forse si accorgono di essere guardati. Con velata timidezza mi guardano, sorrido, sorridono. Silenziosamente li ringrazio. Continuo a camminare. Non sono riuscito a depositare del tutto l’amarezza ma mi hanno aiutato. Mi incolpo ancora d’aver parlato di una via troppo radicale al Vangelo a persone che hanno la loro legittima strada. Io so la distanza tra la mia mediocrità e il sogno, però è l’unica via che mi pare percorribile per non ridurre il Vangelo a un’antropologia fatta di buoni sentimenti. Respiro profondamente, ancora. Provo a lasciar andare i pensieri, per l’ennesima volta. Tento una preghiera. Chiedo al Risorto di farmi capire come possa io stare nella trama delle città, soprattutto delle città religiose, delle piccole città fatte da persone che vivono un’etica cristiana e appartengono a gruppi ecclesiali, senza far loro male. Senza provocarli.
Chiedo al Risorto di aiutarmi a capire se devo scendere nelle trame della città oppure se è meglio che io stia altrove. Perso in questi pensieri, troppo acerbi per avere senso, perso in questo groviglio di domande che non hanno l’ambizione di arrivare a nessuna risposta, vedo, ancora dall’alto del mio sentiero, una seconda giovane coppia. Sono bellissimi. L’immagine è toccante. Sono abbracciati anche loro. Ma sono in piedi, al cospetto di un albero centenario protetto da una staccionata. L’albero è altissimo, maestoso ed elegante, e i due ragazzi sono ai suoi piedi. Abbracciati. Maestosi ed eleganti. Anche loro. I due ragazzi si stringono e stanno lì, come a cercare la benedizione dell’Eterno. Stanno. Solo stanno. In silenzio, e si abbracciano. Questa è fede radicale. Fede radicale è una fede che ha radici. Che lezione per me, per la mia logorroica mania di voler spiegare Dio. Che lezione anche per il gruppo da cui sono fuggito, che lezione silenziosa e maestosa: le nostre città diventano alte per chi ha ancora il coraggio di abbracciarsi ai piedi di un albero.
Avvenire

In carcere Mario Adinolfi

Provocatorio fino all’ultimo, anche mentre viene arrestato, Mario Adinolfi posta sui social: “Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano a subire questo tipo di arresto”. Poco dopo, la Guardia di finanza lo trasferirà a Regina Coeli.

L’accusa è quella di aver violato più volte il divieto di usare cellulari e computer durante gli arresti domiciliari. Con cadenza quotidiana pubblicava sulla sua newsletter 49 articoli a sua firma, si legge nelle carte, e poi 23 post sul suo account Facebook. Violazioni segnalate dall’avvocato di alcune delle vittime di Adinolfi, quelle che avevano denunciato le presunte truffe subite dal politico e giornalista, alla base dell’inchiesta che lo ha portato ai domiciliari il 7 luglio scorso.

È indagato anche per evasione fiscale. “Non sono né un truffatore né un lestofante”: lui si era difeso così. Adesso a parlare sono i suoi avvocati. “Il carcere è una decisione che spaventa”, dicono. Quelli di Adinolfi erano solo commenti a fatti di attualità.

Rai News

Dieci voci per il Martini più intimo. «Così seppe anticipare i tempi»

Dieci voci per il Martini più intimo. «Così seppe anticipare i tempi»

Il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) ci parla ancora. Attraverso la sua parola, il Primato della Bibbia nella sua vita, la signorilità dei suoi gesti e la timidezza eloquente («fatta per non travalicarti» così testimonia uno dei suoi segretari Erminio De Scalzi) con cui si interfacciava con chi lo incontrava.
A quasi 100 anni dalla sua nascita, che si celebreranno il 15 febbraio prossimo, un libro curato da Marco Vergottini ci riporta alle gesta e alla personalità carismatica ma allo stesso tempo complessa del porporato gesuita che guidò la diocesi di Milano per ben 22 anni, «gli stessi – amava ripetere Martini- di sant’Ambrogio». Il volume in questione reca un titolo eloquente: Martini da vicino. Interviste ai suoi segretari (Edb, pagine 160, euro 11,00). E raccoglie, oltre alla voce di Ferruccio De Bortoli, che firma la prefazione, le testimonianze di dieci collaboratori che conobbero da vicino, quasi come dei compagni di stanza, «il gesuita Martini». Il pregio principale di quest’opera è stata infatti quella di raccogliere da parte di Vergottini, che fu segretario del Consiglio pastorale ambrosiano (1984-2002), dieci voci (compresa la propria) per permettere al lettore di conoscere nell’intimo il “Martini che non ti aspetti” non solo come pastore, «uomo spirituale» (come il suo amato Paolo VI) ma anche il raffinato esegeta della Parola di Dio o l’uomo sempre capace di pronunciare battute ironiche di tipo britannico. In grado, spesso, di spiazzare il più avveduto interlocutore.
I nomi scelti da Vergottini vanno da Gianni Zappa, che fu uno dei portavoce di Martini, fino al suo esecutore testamentario l’attuale vescovo di Acqui Luigi Testore passando per i suoi segretari (tra loro quelli particolari cambiati, ogni sei anni, per evitare che questi «diventino degli onnipotenti»): Erminio De Scalzi, vescovo ausiliare emerito di Milano, Paolo Cortesi (“il prete della consegna delle armi delle Br”), Ettore Colombo, Virginio Pontiggia, Gianni Cesena, Gregorio Valerio (scomparso nel 2025), a cui consegna questa massima, priva di nostalgia ma carica di futuro, dopo il suo congedo da Milano: «Caro don Gregorio, il bello viene dopo».
A chiudere questa carrellata è il ricordo dell’ultimo segretario di Martini, quello del ritiro a Gerusalemme e poi a Gallarate negli anni della malattia: don Damiano Modena. Nella testimonianza vivida di quest’ultimo risuona molto di quanto l’ultimo collaboratore di Martini scrisse nel suo commovente saggio del 2013 Il silenzio della Parola. Ma queste pagine offrono soprattutto l’occasione di riscoprire l’attualità degli insegnamenti di una figura che tanto ha segnato la Chiesa italiana nell’ultimo scorcio del Novecento. Come stupisce certamente scoprire – grazie alla rivelazione di Vergottini – l’interesse di Martini per gli scritti («di cui aveva letto tutto») del romanziere australiano Morris West. Molte delle testimonianze degli intervistati non solo fanno emergere il Martini pastore, uomo pubblico e coscienza critica della “sua” Milano grazie ai suoi memorabili discorsi alla città. Ma regalano al lettore l’importanza che ebbe per lui scrivere di suo pugno un piccolo ma denso testo (tanto apprezzato da Benedetto XVI) e non frutto di altre elaborazioni (i famosi sbobinati attribuiti a Martini) nel 2011 un anno prima della morte: Il vescovo.
Vergottini mette in risalto un aspetto di Martini sconosciuto ai più l’ammirazione per un pastore a lui “ecclesialmente” molto lontano come il cardinale di Genova Giuseppe Siri. Che lui indica come modello per la sua capacità di ascolto e di pazienza per capire e interagire con i «suoi preti». Riecheggiano in queste pagine le sofferenze intime di Martini – lui che si sente prima di tutto graniticamente un «gesuita obbediente al Vicario di Cristo» – per essere stato interpretato e visto dai media come l’“anti Papa” del magistero di Giovanni Paolo II. O ancora affiora, da queste pagine, l’ammirazione del gesuita torinese per il collega professore Ratzinger che lo volle membro della Congregazione per la dottrina della fede, per ben dieci anni, con il quale «ho sempre dialogato in tutta libertà». Ma il testo ci restituisce di Martini il suo essere sempre un precursore del nuovo, con lo sguardo lungimirante puntato verso la Chiesa che verrà: basti pensare al suo libro profetico e quasi testamentario (e qui spesso citato) Conversazioni notturne a Gerusalemme del 2008, confezionato a quattro mani con il gesuita Georg Sporschill.
Nella sua intervista Gianni Cesena conferma che già, negli anni Novanta, grazie al pensiero di Bernard Lonergan il cardinale di Milano studiava le neuroscienze. «E nemmeno si parlava di intelligenza artificiale, ma Martini – racconta don Cesena – era già sulle piste di ciò che oggi è invece all’ordine del giorno». Il volume ha poi il pregio di confermare un aspetto caratteriale dello stile gesuitico e molto austero di Martini: il riserbo e la lotta al chiacchiericcio e alla maldicenza. Vizi non di rado in voga nel clero. Qui viene rievocata la famosa frase (il primo a rivelare questa confidenza fu il suo vicario generale e poi cardinale Renato Corti) rivolta ai suoi commensali in episcopio: «A tavola non si parlerà mai di persone, si eviterà ogni giudizio su di esse».
Ci sono dentro questo volume aspetti della vita di Martini – già conosciute grazie al suo più autorevole biografo Marco Garzonio – come le gite in montagna o la sua predilezione per la visita ai carcerati con cui «mi sentivo pienamente vescovo». Ma si scoprono delle autentiche perle inedite come l’attenzione per la vita nascosta al mondo delle claustrali della sua sconfinata diocesi o la passione per le musicassette con cui ascoltava «la teologia in tedesco» durante i suoi viaggi in auto accompagnato dal fido collaboratore Sandro Clerici. Vengono a galla tutti i pensieri sulla morte di Martini e il mistero della Croce e della Risurrezione, a cui aveva dedicato la sua tesi di dottorato in teologia alla Gregoriana. Un libro, insomma, che ci riconsegna l’uomo Martini che sognava una Chiesa, povera, libera, sciolta, immune da ogni tentazione di potere. Capace di farsi prossima a tutti.
Avvenire

Mi manda Mamdani: chi è Elif Eralp, la donna che ha trionfato a Berlino

Mi manda Mamdani: chi è Elif Eralp, la donna che ha trionfato a Berlino

Avvenire

Berlino sta alla Germania come New York sta agli Stati Uniti. Nella capitale tedesca spesso si sentiva questa frase, soprattutto nei primi anni 2000. Un paragone per descrivere la capitale tedesca, città diversa rispetto a tutte le altre grandi metropoli e centri abitati della Germania. Una diversità causata dalla sua storia e dalla sua posizione geografica. Una diversità confermata dalla sua popolazione: tanti stranieri, tanti artisti, tanti intellettuali e anche molti politici. Centro multiculturale ma anche istituzionale, è Berlino in Germania, come New York negli Usa. E ora Berlino potrà avere una sindaca di sinistra, ma di sinistra vera, radicale, “comunista“, direbbe il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha definito con questo termine il sindaco di New York, Zohran Mamdani. Il primo cittadino della Grande Mela sembra abbia dato numerosi consigli ad Elif Eralp, che a 45 anni potrebbe diventare la prima sindaca di Berlino proveniente dalla sinistra radicale, Die Linke. Nata in Germania, a Monaco di Baviera, figlia di immigrati turchi, fuggiti dalla Turchia in quanto socialisti e sindacalisti, Elif Eralp ha ereditato da loro la passione per la politica, per le lotte sindacali: fin da bambina partecipava spesso a manifestazioni. Poi ha studiato legge e invece di diventare avvocato si è dedicata completamente alla politica nella sinistra radicale tedesca, che a Berlino ha la sua roccaforte storica.
Pasti a tre euro e tetto agli affitti
Eralp, nel corso della sua campagna elettorale, ha dato da mangiare a centinaia di persone. Ogni giorno arrivava con i suoi compagni di partito in un cortile o nei pressi di case popolari a Kreuzberg, Friedrichshain o altri quartieri di studenti, artisti, stranieri e poveri di Berlino. Allestivano una bancarella di legno con tenda da sole e la trasformavano in una mensa di quartiere. La candidata di punta della Linke, Elif Eralp, stava dietro al bancone con mestolo e ciotole di plastica e distribuiva cibo a chiunque si avvicinava: purè di patate, verdure al forno, panini e una banana, tutto per tre euro. «È quello che vogliamo introdurre in tutta Berlino quando sarò sindaca, pasti per tutti a tre euro», esclamava quando si avvicinavano giornalisti e telecamere, con indosso un grembiule rosso con lo slogan “Eat the rich”. La quarantacinquenne ha anche puntato tutto sul tema della casa durante la campagna elettorale, riuscendo evidentemente a convincere molti cittadini berlinesi. Eralp ama portare al collo il suo principale cavallo di battaglia: una collana d’oro con la scritta “Mietendeckel” (tetto agli affitti). È una misura che è stata utilizzata in passato a Berlino, al livello federale esiste la Mietpreisbremse, una sorta di freno al caro-affitti che ogni amministrazione può introdurre, ma in alcune città la richiesta delle case è talmente alta rispetto all’offerta che calmierare gli affitti è praticamente impossibile.
Esproprio degli immobili dei colossi del “real estate”
Eralp ha avuto un’altra idea: “socializzare”, “mettere in comune”, trasformare in case popolari i grandi patrimoni immobiliari privati che a Berlino appartengono a grandi fondazioni, partiti, banche, ma anche gruppi che fanno riferimento alla Russia, Qatar, Turchia. La strategia immobiliare di Eralp ricorda molto quella del sindaco newyorkese Mamdani che vuole espropriare i grandi gruppi immobiliari. La quarantacinquenne turco-tedesca ha promesso, in caso di vittoria, che attuerà il referendum del 2021, quando il 57,6% dei votanti berlinesi si schierò per la “socializzazione“ dei colossi del real estate. Per esempio vorrebbe socializzare Vonovia, che possiede 130.000 abitazioni nella capitale ed è quotata alla Borsa di Francoforte, e vale oltre 1 miliardo di euro. Eralp anche ieri ha ribadito che a Berlino fermerà «le speculazioni immobiliari di Vonovia ma anche di altre grandi aziende». Ma per farlo, per diventare la prima sindaca della sinistra radicale nella capitale Berlino, dalla caduta del Muro, dovrà formare una coalizione di governo credibile e stabile. I Verdi hanno già dato la disponibilità a colloqui esplorativi, i socialdemocratici sono meno convinti, ma si siederanno al tavolo delle trattative, anche perché a Berlino la Spd ha già governato con la Linke.

Veglia di San Pio 2026: scarica il libretto completo con preghiere, Messa e Rievocazione del Transito

Veglia di San Pio 2026: scarica il libretto completo con preghiere, Messa e Rievocazione del Transito

In occasione della Veglia di San Pio da Pietrelcina del 22 settembre 2026, è disponibile il libretto liturgico completo per seguire tutti i momenti di preghiera che accompagneranno fedeli e pellegrini nella notte che conduce alla festa del 23 settembre.

Il volume, curato dall’Ufficio Liturgico del Convento dei Frati Minori Cappuccini di San Giovanni Rotondo, non contiene soltanto le preghiere della Veglia, ma costituisce una vera guida per vivere l’intera notte di San Pio.

Al suo interno si trovano i testi della Liturgia di Accoglienza, della catechesi, dell’Adorazione Eucaristica, del Santo Rosario, oltre ai testi della Celebrazione Eucaristica della festa di San Pio e alla suggestiva Rievocazione del Transito di San Pio da Pietrelcina.

Uno dei primi momenti particolarmente significativi della Veglia sarà la processione durante la Liturgia di Accoglienza: i frati avanzeranno verso l’altare mentre il Guardiano porterà la reliquia del cuore di San Pio, che sarà collocata nel luogo predisposto e incensata.

Il filo spirituale dell’intero libretto è anche quello che unisce Padre Pio a san Francesco d’Assisi. Tra i testi proposti compare infatti una lettera di Padre Pio ad Annita Rodote nella quale il Santo richiama esplicitamente l’essere cristiani e «figli ancora del serafico padre san Francesco».

Particolarmente intenso sarà anche il Santo Rosario con i Misteri del Dolore, durante il quale la statua della Madonna delle Grazie sarà portata in processione verso la Chiesa all’aperto.

Ma il libretto accompagna i fedeli anche oltre la Veglia, nel cuore della notte, con i testi della Santa Messa e con la Rievocazione del Transito di San Pio da Pietrelcina, memoria degli ultimi momenti della vita terrena del Santo e del suo passaggio alla vita eterna.

Il libretto può quindi essere scaricato anche da chi seguirà le celebrazioni attraverso Padre Pio TV, per partecipare da casa utilizzando gli stessi testi, le stesse letture e le stesse preghiere dei pellegrini presenti a San Giovanni Rotondo.

Scarica qui il libretto della Veglia e della Festa di San Pio 2026

libretto_veglia_san_Pio_2026

Un libretto da conservare e utilizzare per accompagnare, passo dopo passo, la Veglia, la Santa Messa e la Rievocazione del Transito di Padre Pio nella notte più attesa dell’anno a San Giovanni Rotondo.

teleradiopadrepio.it

In occasione della Veglia di San Pio da Pietrelcina del 22 settembre 2026, è disponibile il libretto liturgico completo per seguire tutti i momenti di preghiera che accompagneranno fedeli e pellegrini nella notte che conduce alla festa del 23 settembre

San Pio da Pietrelcina e i suoi consigli spirituali - La Nuova Bussola  Quotidiana

Veglia di San Pio 2026: scarica il libretto completo con preghiere, Messa e Rievocazione del Transito

In occasione della Veglia di San Pio da Pietrelcina del 22 settembre 2026, è disponibile il libretto liturgico completo per seguire tutti i momenti di preghiera che accompagneranno fedeli e pellegrini nella notte che conduce alla festa del 23 settembre.

Il volume, curato dall’Ufficio Liturgico del Convento dei Frati Minori Cappuccini di San Giovanni Rotondo, non contiene soltanto le preghiere della Veglia, ma costituisce una vera guida per vivere l’intera notte di San Pio.

Al suo interno si trovano i testi della Liturgia di Accoglienza, della catechesi, dell’Adorazione Eucaristica, del Santo Rosario, oltre ai testi della Celebrazione Eucaristica della festa di San Pio e alla suggestiva Rievocazione del Transito di San Pio da Pietrelcina.

Uno dei primi momenti particolarmente significativi della Veglia sarà la processione durante la Liturgia di Accoglienza: i frati avanzeranno verso l’altare mentre il Guardiano porterà la reliquia del cuore di San Pio, che sarà collocata nel luogo predisposto e incensata.

Il filo spirituale dell’intero libretto è anche quello che unisce Padre Pio a san Francesco d’Assisi. Tra i testi proposti compare infatti una lettera di Padre Pio ad Annita Rodote nella quale il Santo richiama esplicitamente l’essere cristiani e «figli ancora del serafico padre san Francesco».

Particolarmente intenso sarà anche il Santo Rosario con i Misteri del Dolore, durante il quale la statua della Madonna delle Grazie sarà portata in processione verso la Chiesa all’aperto.

Ma il libretto accompagna i fedeli anche oltre la Veglia, nel cuore della notte, con i testi della Santa Messa e con la Rievocazione del Transito di San Pio da Pietrelcina, memoria degli ultimi momenti della vita terrena del Santo e del suo passaggio alla vita eterna.

Il libretto può quindi essere scaricato anche da chi seguirà le celebrazioni attraverso Padre Pio TV, per partecipare da casa utilizzando gli stessi testi, le stesse letture e le stesse preghiere dei pellegrini presenti a San Giovanni Rotondo.

Scarica qui il libretto della Veglia e della Festa di San Pio 2026

libretto_veglia_san_Pio_2026

Un libretto da conservare e utilizzare per accompagnare, passo dopo passo, la Veglia, la Santa Messa e la Rievocazione del Transito di Padre Pio nella notte più attesa dell’anno a San Giovanni Rotondo.

teleradiopadrepio.it

21 Settembre San Matteo, Apostolo ed Evangelista

2e9fbef1-2edd-44c1-b191-ad7bd6d529ba
Festa

Dal Martirologio

Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, lasciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.

Sarajevo, trent’anni dopo: impressioni di viaggio

di: Ilaria Mengoli

sarajevo

Questa estate ho avuto l’opportunità di fare un viaggio a Sarajevo e di conoscere i fatti che hanno sconvolto la città, e la Bosnia intera, tra il 1992 e il 1995. Fatti, questi, che a scuola non vengono di solito raccontati, e che pure suonano così familiari se si pensa alle notizie che ci arrivano dalla Striscia di Gaza.

Gli incontri in preparazione al viaggio, coordinati da don Giovanni Salatino e dalla Caritas Ambrosiana, ci hanno offerto il quadro sociopolitico nel quale si è sviluppato il conflitto, ma sono bastati solamente a intuire la complessità della vicenda. Era necessario partire per capire, o almeno provare a capire, le ragioni e le conseguenze di quella guerra avvenuta nel cuore dell’Europa appena trent’anni fa.

Il viaggio è stato impegnativo, fatto di molte ore di pullman e momenti di tensione alle dogane, ai quali, da cittadini europei abituati alla libera circolazione fra gli Stati dell’Unione, non eravamo abituati. Una volta arrivati a Sarajevo, don Giovanni ci ha consegnato tre parole che avrebbero guidato il processo di elaborazione della nostra esperienza: complessità, graffio, ricollocarsi.

La «complessità» si è rivelata una preziosa chiave di lettura della realtà nella quale ci siamo immersi, un invito a non essere pigri e a non accettare una narrazione semplificata e superficiale dei fatti storici, né tantomeno di quelli dei giorni nostri.

La parola «graffio» si riferiva ai molti segni lasciati dalla guerra sul volto della città di Sarajevo: i fori di proiettile dei cecchini e i segni di granata sulle facciate dei palazzi, le rose di Sarajevo segnate di rosso sulle strade e sui marciapiedi. Suggeriva anche l’idea di «farsi graffiare», di lasciarsi ferire da ciò che avremmo visto e ascoltato durante la nostra visita.

Fra i luoghi più impattanti, sicuramente, i musei. C’è il museo del genocidio di Srebrenica, che racconta senza filtri di una mattanza spietata che ha portato all’eliminazione di oltre 8000 musulmani bosniaci soltanto nel luglio del 1995. Il Museo del Tunnel, unica via di fuga dalla Sarajevo assediata, costruito da moltissimi volontari i quali hanno rischiato la propria vita nella speranza di salvare quella di molti altri. Il Museo della Guerra e dei Bambini, che conta una collezione preziosa di oggetti donati da uomini e donne che sono stati bambini e bambine durante gli anni dell’assedio, ognuno associato a un ricordo di quelle giornate di terrore, ma anche di stupefacente quotidianità.

Abbiamo conosciuto sul posto persone e realtà incredibili, testimonianza per noi di come l’umanità possa superare la forza distruttiva di una guerra. L’associazione Youth for Peace, ad esempio, nasce con l’obiettivo di educare le nuove generazioni alla pace attraverso attività e progetti nelle scuole. «Donne Jadar» è un’associazione che ha a cuore l’educazione e l’occupazione femminile, che sogna per la città di Srebrenica un futuro di giovani e di lavoro. L’associazione Kuma International raccoglie numerosi artisti i quali, attraverso il cinema, la musica e l’arte, rielaborano ogni giorno il trauma della guerra e il dolore di aver dovuto lasciare la propria casa. L’associazione Stradajevo crea progetti educativi nel contesto dell’orfanotrofio di Dom Bjelave, dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze pagano le conseguenze di una guerra che, fortunatamente, non hanno vissuto.

L’impegno di queste persone e delle loro associazioni nel sociale e per il territorio deriva dall’urgenza di elaborare e superare il dolore della guerra, di riscrivere la propria storia, di cambiare il volto del proprio Paese, scrollandosi di dosso una narrazione che da trent’anni a questa parte li associa a un immaginario di conflitto e sofferenza.

Dopo averli incontrati, avverto la loro stessa urgenza di raccontare le loro storie, per contribuire a diffondere il loro messaggio di speranza e di collaborazione, al di là delle differenze etniche e religiose. È l’invito a «ricollocarci», l’ultima parola del nostro viaggio, che non segna la fine dell’esperienza, ma l’inizio per noi di una vita da testimoni di pace all’interno delle nostre comunità, con la speranza di costruire un futuro diverso, più umano, migliore.

Settimana News

Liturgia 27 Settembre 2026 XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

Scarica il foglietto della MessaScarica le Letture del LezionarioScarica il Salmo Responsoriale Cantato

C’è una frase conclusiva, comune alle due parabole della XXVI e XXVII domenica, che svela il segreto intendimento del discorso complessivo di Gesù: “Perciò vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (Mt 21,41).
La domanda posta da Gesù è la seguente: “Chi è allora il vero destinatario della promessa, il vero credente?”. Anche la parabola dei due figli deve essere letta in questa prospettiva.
Molte volte, infatti, può verificarsi una forma di sintonia solo apparente, perché ultimamente interessata, tra la nostra volontà e quella del Padre. Siamo capaci di dirgli dei “sì” speciosi e superficiali, non maturati al sole di quella vera obbedienza interiore, che può solamente essere il frutto di una profonda conversione a Dio. Una forma di obbedienza disobbediente perché non tocca le radici del nostro cuore e non cambia la nostra esistenza.
In questa ipotesi è vero che, pur immersi in una vita ancora disordinata, coloro che hanno deciso di seguire Cristo, senza reticenze e senza cercare in ultima analisi il loro interesse, si riscatteranno e avranno la precedenza nel regno dei cieli.
La parabola ci fa capire quanto sia anche per noi reale il pericolo di partecipare, con apparente docilità, durante tutta la nostra vita, alle celebrazioni liturgiche e alle attività della Chiesa, senza mai diventare veri cristiani.
Antifona d’ingresso
Signore, quanto hai fatto ricadere su di noi,
l’hai fatto con retto giudizio, poiché noi abbiamo peccato,
non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti.
Ma ora, salvaci con i tuoi prodigi; da’ gloria al tuo nome,
Signore, fa’ con noi secondo la tua clemenza,
secondo la tua grande misericordia. (Dn 3,31.29.43.42)
Colletta
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Padre, che prometti vita e salvezza
a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia,
donaci gli stessi sentimenti di Cristo,
perché possiamo donare la nostra vita
e camminare con i fratelli verso il tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
Ez 18,25-28
Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere se stesso.
Dal libro del profeta Ezechièle

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 24
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.
Seconda lettura
Fil 2,1-11
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Parola di Dio.

Forma Breve:

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (2, 1-5)

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Gv 10,27

Alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
e io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia.
Vangelo
Mt 21,28-32
Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Come figli rigenerati dall’amore del Padre, ci presentiamo a lui con fiducia elevando unanimi la nostra preghiera.
Preghiamo insieme e diciamo: Ricordati del tuo popolo, Signore.

1. Per la santa Chiesa: corrispondendo alla grazia divina, dia frutti di vera giustizia e santità e possa contribuire a ricomporre il genere umano nella fraternità e nella pace. Preghiamo.
2. Per i ragazzi che completano l’iniziazione cristiana: ricevano nella famiglia e nella comunità parrocchiale la formazione necessaria alla crescita della loro fede. Preghiamo.
3. Per i giovani: dinanzi al dilagare della violenza e della corruzione trovino nella fede la forza per resistere al male e lo slancio per perseguire con coraggio il bene. Preghiamo.
4. Per quanti operano nel campo della protezione dei minori e dei vulnerabili: educhino le persone e le comunità a prevenire ogni forma di violenza e di abuso fisico o psichico. Preghiamo.
5. Per noi, convocati dalla parola di Dio attorno all’altare: liberati da ogni egoismo e resi umili di cuore, ci sia dato di vivere ogni giorno con spirito di fede e carità. Preghiamo.

O Padre, tu operi sempre per il bene dei tuoi figli: ascolta la nostra supplica e donaci di riporre in te ogni nostra speranza. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accogli, Padre misericordioso, i nostri doni,
e da questa offerta
fa’ scaturire per noi la sorgente di ogni benedizione.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Ricordati, o Signore, della parola detta al tuo servo,
con la quale mi hai dato speranza.
Questa mi consola nella mia miseria. (Cf. Sal 118,49-50)

Oppure:
In questo abbiamo conosciuto l’amore:
egli ha dato la sua vita per noi;
anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. (1Gv 3,16)

Oppure (Anno A):
È venuto Giovanni il Battista:
i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto. (Cf. Mc 21,32)
Preghiera dopo la comunione
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, annunciando la morte del tuo Figlio,
partecipiamo alla sua passione
per diventare eredi con lui nella gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Alzheimer la giornata mondiale

L'albero delle emozione nella Rsa di Santena (Torino) Foto Kos
Un bacio, i canguri che corrono al tramonto in Australia, un profumo particolare. La malattia cancella i ricordi, soprattutto quelli più recenti, ma non le emozioni. E così quando l’Alzheimer sbriciola lentamente la mente, a restare vivida è la memoria affettiva fatta di gesti e sensazioni. Chi ha avuto accanto un malato di Alzheimer lo sa, sa quanto può fare la differenza – anche nel momento in cui lo sguardo sembra spento e fisso nel vuoto – far ascoltare una canzone che ricorda l’amore di gioventù. E magari anche il primo bacio, nonostante sia avvenuto 67 anni fa. Come è accaduto a Giorgio, oggi novantacinquenne, che si confessa con ingenuità a chi gli chiede quale sia il ricordo che non vuol dimenticare. Era l’estate del 1957, infatti, quando nelle campagne di Recco (Genova) passeggiava con Adele, la ragazza che poi è diventata sua moglie il 17 agosto del 1959. Oggi vivono insieme nella Rsa Anni Azzurri Minerva di Rapallo. Tenendo in mano la foglia su cui è scritto questo ricordo, Giorgio ammette che «non sempre la nostalgia è una cosa negativa, anzi serve a ricordare emozioni che il tempo tende a cancellare. Come se fosse oggi 67 anni fa il mio primo bacio è stata quasi una timida prova, ma fu un impegno per sempre».
Il suo ricordo, come quello di tanti altri malati di Alzheimer, è stato messo nero su bianco in tante foglie viola e hanno riempito gli alberi delle emozioni condivise degli ospiti nella rete delle Rsa Anni Azzurri di tutta Italia. Esperienze che da domani – nella Giornata mondiale dell’Alzheimer – verranno diffusi anche con audio e video sul sito Anni Azzurri. Durante l’estate appena trascorsa, infatti, i volontari e gli operatori di 60 Rsa Anni Azzurri si sono seduti accanto agli ospiti chiedendo loro quale fosse il ricordo che non volevano dimenticare. Così è nato il progetto “L’Albero dei Ricordi — la memoria condivisa non si perde”, che ha coinvolto anziani dagli 80 ai 95 anni ed ha permesso di raccogliere più di 500 testimonianze. Come quella di Maria Gabriella, insegnante di biologia per una vita a Milano. Il ricordo che nemmeno la malattia è riuscito a cancellare è un viaggio in Australia che è durato un mese e mezzo quando era molto giovane. Arrivata a Perth come prima destinazione ed ha fatto il giro dell’outback, ha visitato Adelaide ed ha assistito ai festeggiamenti del carnevale. «Non voglio dimenticare l’Australia, la luce che c’era lì – racconta – Hanno un ambiente molto diverso da noi, con animali molto docili come i canguri e i koala, avvicinati nei lunghi tratti di viaggio in macchina. Poi gli abitanti sono un popolo incredibile e amano tanto gli italiani. Mi è piaciuta la disponibilità delle persone, soprattutto a Sidney e l’Opera House vista dal vivo. Ricordo che non ci facevano entrare in acqua per via degli squali e così facevo il bagno in una piscina con acqua salata».
Non dimentica poi certo la prima volta da bambino all’opera Giacomo, classe 1932, che oggi vive in una Rsa Anni Azzurri di Milano (Sempione), anche se il lavoro di prefetto e magistrato lo ha portato nel corso della vita ad abitare in vari posti, prima a Napoli, poi a Belluno. Cosa non vuole dimenticare? «La prima opera vista dal vivo, la Tosca, a 7 anni, a Napoli», dice. Preparato di tutto punto dai genitori, è riuscito a goderne ogni attimo, è rimasto «appassionato di musica per tutta la vita» e ha sempre frequentato i teatri, La Scala a Milano e il San Carlo di Napoli, quando viveva in Campania.
Alcuni ricordi queste persone non li avevano mai condivisi con nessuno, nemmeno in famiglia. Ricordi che spesso hanno temi ricorrenti come l’amore e il matrimonio, il pianto di gioia dopo la nascita di un figlio (Angela, 84 anni), la soddisfazione per il lavoro fatto bene come nel caso di Antonia, 82 anni, una segretaria molto stimata dal presidente della banca dove lavorava, oppure la gioia per un’operazione difficile riuscita come è capitato a Isacco, 87 anni, metà dei quali passati a fare il chirurgo. Nelle foglie della memoria sono riportanti anche tanti momenti di pace: le camminate solitarie nei boschi in cerca di funghi (Giovanni, 84 anni), il gelato di una giovane coppia di sposi sul lago di Lecco nel 1957 (Beniamino, 91 anni), una gita a Rimini in Vespa bianca sotto una luna rossa, appena sposati (Luigina, 80 anni), i giri a Bergamo Alta con gli amici — permessi solo a chi era andato bene a scuola (Alessandrina, 89 anni) — e una sera lontana in cui un ragazzo invita a ballare una ragazza, e danza con lei tutta la sera (Clara, 86 anni).
A raccogliere i loro racconti, giorno per giorno, sono stati gli educatori delle strutture. «Ogni foglia dell’albero nasce da un ascolto vero, senza fretta: spesso è la prima volta che quel ricordo viene raccontato a qualcuno – spiega Salvatore Lo Medico, coordinatore degli educatori Anni Azzurri – Il nostro compito non è soltanto raccogliere aneddoti, ma soprattutto dare a chi li racconta il tempo e l’attenzione perché quel ricordo torni a contare per lui, prima ancora che per noi». Un esercizio, quello dell’ascolto dei ricordi che ha anche un grande valore clinico per chi li esterna. «La memoria non è soltanto un archivio del passato, ma uno strumento attraverso cui la persona anziana ricostruisce il senso della propria identità nel presente – dice lo psichiatra Adolfo Bandettini di Poggio, direttore medico dell’area psichiatria del Gruppo Kos – Raccontare la propria storia, ed essere ascoltati con attenzione, restituisce a chi narra la percezione di avere un ruolo attivo nella quotidianità: far sentire la propria voce». Così la condivisione del vissuto «diventa una leva concreta per il benessere cognitivo dell’anziano, che si sente riconosciuto non per la propria fragilità, ma per la ricchezza della propria esperienza».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Avvenire