AMMAN – Ci sono 3.800 chilometri di mare tra l’Iran e l’atollo delle isole Chagos, una meraviglia di spiagge bianchissime, noci di cocco e sottomarini nucleari americani dove ieri sono piovuti due missili iraniani. Sono i primi con questa gittata lanciati dal regime di Teheran dall’aggressione americana e israeliana. L’arcipelago — parte del territorio britannico dell’Oceano indiano — nella sua isoletta maggiore, Diego Garcia, ospita una base strategica americana con bombardieri e navi militari.
L’attacco era poco più che simbolico: uno dei missili si è perso per strada, l’altro è stato abbattuto; ma è un avvertimento forte e chiaro ai 22 Paesi — tra cui l’Italia — che hanno espresso disponibilità a sostenere la sicurezza della navigazione nella regione. Se i missili di Teheran hanno raggiunto Diego Garcia, possono teoricamente volare sulle basi di Sigonella o Aviano, e su tutte le città italiane e «le principali capitali europee», come ha confermato l’Idf. È un avvertimento a cui se ne aggiunge un secondo: in «risposta agli attacchi americani e israeliani» contro il sito nucleare di Natanz e la centrale di Bushehr, tre serie di lanci dall’Iran hanno colpito in almeno 12 punti — secondo i media israeliani — la città di Dimona, nel sud, in cui dal 1958 c’è il principale centro di ricerca nucleare israeliano. Sono state ricoverate due persone con ferite moderate, più decine di medicazioni lievi. «È un chiaro segnale che nessuna area è al sicuro dai missili iraniani», rivendica Teheran. Su Arad c’è stato l’impatto diretto di un missile con altre decine di feriti, grave una bambina. Gli israeliani fanno i conti con altri 5 feriti lievi a Ma’alot Tarshiha, dopo decine di razzi sparati dal Libano nel nord. La crisi è ogni giorno più profonda. Se ieri Trump ha detto di valutare la possibilità di «ridurre gradualmente» gli attacchi contro Teheran dato che si sta «avvicinando molto al raggiungimento» dei suoi obiettivi, il ministro della Difesa israeliano Katz ha affermato l’opposto: l’intensità degli attacchi contro l’Iran «aumenterà in modo significativo. La guerra continuerà». E se a Teheran il presidente Pezeshkian lancia segnali di disponibilità ad allentare la tensione, lo fa solo a patto di condizioni oggi impraticabili come la «cessazione immediata delle aggressioni» e «garanzie contro il loro ripetersi» con «un quadro di sicurezza regionale composto dai paesi dell’Asia occidentale senza interferenze straniere». Di fatto l’Iran non abbassa i toni, anzi rilancia: per l’agenzia iraniana Tasnim Teheran è pronta a bloccare anche il Mar Rosso, dopo aver chiuso di fatto Hormuz.
L’attacco «sconsiderato» — come lo ha definito Londra, confermandolo — alla base di Diego Garcia risponde alla conferma arrivata da Londra di avere autorizzato gli Stati Uniti a usare basi britanniche — tra cui Diego Garcia e RAF Fairford — per operazioni «specifiche e limitate» contro il potenziale missilistico di Teheran nello Stretto. E i pasdaran minacciano ritorsioni «senza precedenti» nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab al-Mandab, se gli Stati Uniti dovessero invadere l’isola di Kharg. E gli Houthi dallo Yemen minacciano di entrare in guerra contro americani e israeliani: «Siamo pronti».
Gli Usa dicono di avere «indebolito» la minaccia di Teheran a Hormuz bombardando una struttura di stoccaggio di missili e attrezzature. Ma è un bagno di sangue: duemila morti in Iran, più di mille in Libano; e ieri sono continuati gli attacchi nella regione di Teheran e in 7 quartieri di Beirut. E il conflitto interessa altri Paesi con basi americane come il Bahrain, che ieri ha abbattuto un drone sull’area residenziale.
La Repubblica
Anche Pax Christi fa parte del Comitato civico nazionale per il NO al referendum, ritenendo la pace sorella della democrazia e del diritto. Ne parlava spesso Luigi Bettazzi col nostro Centro studi dove avevamo contatti con Tina Anselmi. Avendo letto i cento e più volumi della Commissione, da lei presieduta, sulla loggia massonica P2, ho trovato spesso una proposta simile a quella della riforma Nordio, cioè il Piano di rinascita democratica, sequestrato nel 1982.
Al di là di questo richiamo storico e anche di un motivo pratico-politico che mi porta a dire NO (la riforma Nordio non solo non risolve i problemi della giustizia ma li complica aggiungendo moltiplicazione burocratica, conflittualità istituzionale, spese aggiuntive) c’è un motivo etico-giuridico di fondo. Siamo davanti a una evidente forzatura. Non si può cambiare la Costituzione in questo modo, a partire dal governo – da qualunque governo – con una proposta bloccata fin dall’inizio, che colpisce sette articoli della Costituzione e stravolge le garanzie democratiche. È un fatto pericolosissimo tanto più oggi nel contesto di una forte erosione della democrazia, a favore di tensioni autocratiche, di uno svuotamento dello stato di diritto, compresa la distruzione del diritto internazionale e delle strutture internazionali legate alle Nazioni Unite, accusate di ogni male, da cui gli Usa e altri non solo si stanno ritirando ma che vogliono bloccare e sostituire con schieramenti di puro potere. Oggi vediamo capi di Stato (come Trump o Putin, Orban, Netanyahu, esponenti islamici e altri) che affermano, ammantandosi di blasfema religiosità, che non hanno bisogno del diritto, perché il diritto è la loro volontà, il loro interesse nazionale o imperiale (o personale). La loro aspirazione a diventare dio onnipotente. Quanto sta dicendo in questi giorni a Roma Peter Thiel, creatore di Vance, sodale di Trump e dell’oligarchia tecnologica-plutocratica-suprematista-transumanista della Silicon Valley, è di una gravità eccezionale, eversiva di tutta la nostra civiltà (e umanità). Ecco, penso che sia necessario coltivare tenacemente la pace come difesa ed espansione della democrazia, come esercizio di una cittadinanza responsabile, come tutela della dignità della persona, come promozione della civiltà del diritto. Lo dicevamo nell’Arena di pace e giustizia del maggio 2024 con papa Francesco.
E’ in corso una maxi operazione di soccorso dopo il distacco di una valanga sul Tallone Grande, a Racines.
Sul posto sono intervenuti cinque elicotteri decollati in Alto Adige e nel Tirolo austriaco.
Rigenerazione del ginocchio fino al 97%, senza chirurgia
Knee active pro
Secondo prime informazioni, una decina di scialpinisti sarebbero rimasti coinvolti, ma per il momento non si sa nulla sulle loro condizioni.
di Nicoletta Martinelli
Il 23 marzo 1996 nasceva il giornale di attualità per bambini allegato ad Avvenire: la sfida di spiegare ai più piccoli cosa succede nel mondo, su carta e in bianco e nero, è ancora più attuale oggi. Abbiamo scelto di farlo da sempre con un linguaggio accessibile, aperto a tutti. Nell’epoca delle “fake news”, torniamo a spiegare cos’è una notizia.
Il diritto dei bambini all’informazione lo garantisce l’articolo 17 della Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ratificata da quasi tutti i Paesi del mondo. Eppure, Popotus, il giornale di attualità per bambini allegato settimanale di Avvenire, resta un unicum nel panorama editoriale italiano. In solitudine, da trent’anni, racconta ai bambini come va il mondo con il rischio, oggi, di sembrare un po’ giurassico, di carta e in bianco e nero, e tanto più che si rivolge a una generazione cresciuta tra smartphone e tablet. Ma la carta offre qualcosa che il flusso digitale spesso sottrae: tempo. Tempo per leggere, collegare, riflettere. In un mondo che urla, spiegare con calma resta un gesto necessario. E forse, oggi, anche profondamente controcorrente.
Il diritto dei bambini all’informazione non è un diritto minore. Piuttosto, è un diritto scomodo, spesso sottovalutato, talvolta rinviato con le migliori intenzioni, con l’idea di preservare i bambini dalle brutture del mondo. Aspettiamo che crescano… Ma i bambini vivono nello stesso mondo degli adulti, percepiscono tensioni, paure, cambiamenti. Escluderli dall’informazione non significa proteggerli, significa lasciarli soli davanti a ciò che non capiscono.
Nel 1996 Popotus è nato da una convinzione semplice: i più piccoli hanno diritto di capire il mondo che li circonda. O, meglio, hanno diritto che qualcuno spieghi loro quel che succede con un linguaggio accessibile: sono immersi in un flusso continuo di informazioni e molto sfugge alla loro comprensione. Ma dove mancano spiegazioni crescono le paure, dove manca il contesto si insinuano stereotipi. Non ci siamo risparmiati e abbiamo risparmiato poco anche ai lettori, come dimostrano le copertine pubblicate nelle prossime due pagine, ma sempre avendo chiaro chi avessimo di fronte. Spiegando la realtà senza indulgere nel cruento: parliamo di morti senza mettere in prima pagina i cadaveri, preferiamo le storie alle storiacce. Raccontiamo vicende che rendono manifesta la capacità degli uomini di impegnarsi per il futuro, per se stessi e per gli altri, anche quando tutto sembra contro ogni speranza. E non nascondiamo, anzi, offriamo, la nostra speranza che è quella cristiana.
Essere chiari non significa essere superficiali, ed essere semplici non comporta la banalità. Raccontare guerre, crisi o disastri naturali senza indulgere nel sensazionalismo non significa edulcorare la realtà ma renderla disponibile a una sensibilità bambina, ancora acerba e fragile. Da maneggiare con cura. Chiedere ai bambini di non avere paura è spesso inutile oltre che ingiusto: la paura non è un errore da correggere ma una reazione naturale davanti a ciò che minaccia, ferisce o destabilizza. Quando un fatto tragico, o addirittura atroce, viene spiegato, contestualizzato, quando se ne chiariscono cause e conseguenze smette di essere un mostro indistinto e diventa qualcosa che può essere nominato, affrontato, condiviso. La conoscenza non consola ma restituisce controllo.
Negli ultimi anni, però, la sfida è diventata più complessa. Non basta più spiegare le notizie: bisogna spiegare che cos’è una notizia. Nell’ecosistema digitale la distinzione tra informazione, opinione e invenzione si è fatta più fragile. Fake news e deep fake rendono la manipolazione sempre più sofisticata. Si mette in guardia dalle bufale, questo sì, ma il rischio non è solo credere al falso, è arrivare a dubitare di tutto. Educare all’informazione oggi significa educare al dubbio giusto: fare domande, verificare, confrontare le fonti. È un’attività che è necessario insegnare ai bambini, un compito irrinunciabile che chiama in causa anche gli adulti, spesso disorientati quanto i loro figli davanti alla velocità e alla potenza delle immagini.
Infine, nel 2022 Popotus ha voluto che non solo la sostanza delle parole fosse accessibile ai suoi lettori ma anche la loro forma: la grafica è stata trasformata seguendo i criteri dell’alta leggibilità per facilitare tutti coloro che hanno difficoltà ad affrontare un testo scritto; perché non conoscono ancora bene l’italiano, oppure hanno bisogni educativi speciali o disturbi specifici dell’apprendimento. Un buon carattere ha un bel ritmo, la giusta alternanza tra neri e bianchi, una buona relazione tra le lettere: abbiamo scelto leggimi@, messo a punto da Sinnos Editore. Perché leggere è un’attività bellissima, informarsi anche, perché il diritto 17 della Convenzione Onu fosse davvero compiuto.
Il direttore Marco Girardo: altro che “pubblico minore”, i ragazzi sono lettori esigenti
Questo articolo l’ho scritto tre volte. Come ho sempre fatto, per Popotus. I colleghi di Avvenire lo sanno: è difficile raccontare ogni giorno il mondo senza banalizzarlo e senza tradirlo. È ancora più difficile quando i lettori sono bambini. Altro che “pubblico minore”: i bambini sono lettori esigenti, vanno dritti al punto e sanno cogliere l’essenziale. Chiedono giustamente onestà, pulizia nel linguaggio, capacità di spiegare ciò che accade. Da trent’anni il nostro giornale di attualità per bambini compie proprio questo esercizio. Un esercizio raro, forse unico nel panorama dell’informazione quotidiana: scrivere per i più piccoli significa rinunciare alle scorciatoie, agli slogan, in fin dei conti a fare a meno della comoda mediocrità. Poputus è una piccola, grande scuola di giornalismo per tutto Avvenire. Quando ti ritrovi a leggere il pezzo che hai appena scritto, sai che se non si capisce, allora non funziona. Se non è rispettoso, non è accettabile. Popotus è un banco di prova severo ma prezioso perché restituisce al nostro mestiere la sua funzione originaria: rendere comprensibile la realtà. Ed è allo stesso tempo una palestra di chiarezza e responsabilità. Ci ricorda infatti che l’informazione non serve a impressionare ma a orientare; il suo scopo non è creare rumore ma costruire conoscenza. Trent’anni dopo Popotus resta anzitutto un segno di fiducia: nei bambini, nel giornalismo, nella possibilità che parole oneste contribuiscano a costruire una società più consapevole. E, in fondo, più giusta.
Per tutte queste ragioni, dirigere Popotus è davvero un grande onore. Ho avuto la fortuna di ricevere il testimone da Marco Tarquinio e Dino Boffo, il direttore di Avvenire che nel 1996 ha voluto nascesse un giornale di attualità per bambini. Desidero ringraziare, in questa circostanza speciale, Nicoletta Martinelli che oggi guida Popotus con passione e intelligenza, insieme a tutti i colleghi e ai collaboratori di Avvenire che ci aiutano a realizzare da trent’anni un giornale davvero unico nel panorama editoriale. E in cui ogni articolo si scrive almeno tre volte. Buon compleanno Popotus!
Bisogna immaginarsela, la scena: quattro giovani donne sedute intorno al tavolino di un caffè davanti al Palazzo di Giustizia di Parigi. Sono giuriste esperte, lavorano senza sosta da mesi, in segreto, chiuse in un piccolo ufficio, sono sottopagate, pallide, stanche. Un po’ impaurite e perfino incredule per l’impresa che loro stesse hanno compiuto e che sta prendendo consistenza nell’edificio di fronte: portare a giudizio il più grande cementificio francese – un colosso con centinaia di filiali nel mondo – grazie a una enorme mole di documenti sul trasferimento di milioni di euro al Daesh, lo Stato islamico, tra il 2013 e il 2014, in piena guerra civile, pur di tenere aperto un impianto in Siria. È il novembre 2019; la denuncia era stata depositata dalle giuriste nel 2016, l’anno successivo la magistratura aveva aperto un’inchiesta per finanziamento ad impresa terroristica e gli ex amministratori della Lafarge erano stati incriminati, così come nel 2018 la stessa azienda in qualità di “persona giuridica”. Ora, a tre anni dall’inizio di quell’avventura legale, Marie-Laure, Clara, Cannelle e Claire sono sedute al caffè e attendono la decisione della Corte, una delle tante su questa vicenda lunga, piena di ricorsi, di impugnazioni, di appelli. Ed eccola, la scena: il gruppo di donne smette di parlare quando arrivano in Tribunale gli avvocati dalla Lafarge, «con abiti ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini».
La vicenda ha provocato grande clamore in Francia: la Lafarge negli stessi anni in cui stava trattando la fusione con l’altro gigante del cemento, la Holcim, pervicacemente e consapevole dei rischi connessi alla guerra civile incipiente in Siria teneva aperto lo stabilimento a Jalabiya, nel nord-ovest del Paese. Mentre i dipendenti europei erano già al sicuro nei Paesi confinanti, i lavoratori siriani venivano uccisi, taglieggiati, rapiti e minacciati dai terroristi dello Stato islamico nel tragitto da casa verso l’impianto, e le loro famiglie, residenti nei villaggi vicini, sottoposte a bombardamenti. Dalla presentazione della denuncia delle due Ong per la giustizia internazionale – la francese Sherpa supportata dalla tedesca Ecchr, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – sono trascorsi 10 anni, la Lafarge e otto suoi dirigenti, tutti uomini, sono andati a giudizio nonostante la fiera opposizione di uno stuolo di avvocati degli studi legali più blasonati di Parigi, e quel gruppo di intrepide giuriste ha continuato ad accumulare faldoni e testimonianze, incrociare date, verificare circostanze che appartengono ormai alla storia della martoriata Siria. Il verdetto finale, dopo il processo che si è svolto tra novembre e dicembre 2025, è atteso per il prossimo 13 aprile. Nel frattempo la Lafarge si è dichiarata colpevole negli Stati Uniti, da cui erano transitate alcune transazioni, per avere versato 6 milioni di dollari allo Stato Islamico e al Fronte al Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, tra il 2013 e il 2014, e ha chiuso il processo versando 778 milioni di dollari.
Nello slancio per la verità di questo manipolo di donne non si può non pensare all’eterna sfida di Davide contro Golia, oppure al coraggio di Erin Brockovich, l’archetipo dell’eroina che si scontra con i poteri forti armata solo della verità. Ad accendere la miccia della vicenda della Lafarge è stata in effetti una donna, Dorothée Myriam Kellou, una giovane giornalista freelance franco-algerina che, colpita dal racconto di un dipendente siriano della Lafarge che l’aveva agganciata via mail per raccontarle cosa era successo a lui e alla sua famiglia, aveva raccolto altre voci, testimonianze, messo insieme date e circostanze fino a pubblicare un articolo sulla prima pagina de Le Monde, l’8 giugno 2016. Quell’inchiesta scatenò l’interesse di una associazione specializzata nel “contrasto ai crimini economici e nella difesa delle vittime della globalizzazione”, la francese Sherpa, che ha messo al lavoro sul caso una giurista e due stagiste.
Ed eccole, le donne-coraggio di questa storia, all’epoca giovanissime: la giurista Marie-Laure Guislain, le stagiste Babaka Tracy Mputu e Sara Brimbeuf. E poi Clara Gonzales, Maria Dossé e altre colleghe e stagiste, chiamate in rinforzo da un’associazione specializzata con sede a Berlino, l’Ecchr, come Cannelle Lavite e Claire Tixeire. Tutte donne. E insieme sono riuscite nell’impresa impossibile di alzare il tiro: l’accusa per la Lafarge e i suoi dirigenti non era “solo” il presunto finanziamento del terrorismo e mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori (accusa poi caduta), ma anche una possibile complicità in crimini contro l’umanità, quelli commessi dal Daesh in Siria: lo sterminio degli yazidi, le uccisioni indiscriminate, le crocifissioni dei prigionieri… La Francia restò attonita: nello stesso periodo storico in cui il colosso del cemento, mediante la sua sussidiaria siriana, avrebbe trasferito milioni ai terroristi del Daesh, alcuni “affiliati” compivano gli attentati che sconvolsero la capitale, da Charlie Hebdo al Bataclan. Potevano aver contribuito i soldi di Lafarge – si parla di 13 milioni di euro – a finanziare le stragi di innocenti del 2015 in terra francese? Se lo chiede un’altra donna protagonista di questa vicenda, Justine Augier, autrice di Personne morale, considerato da Le Monde uno dei libri più importanti del 2024, tradotto e pubblicato in Italia da poche settimane dalla piccola casa editrice genovese Magdalena con il titolo L’impresa (pagg. 254, euro 20).
Il libro di Justine Augier, “L’impresa”, illumina il lavoro nascosto, ostinato e malpagato di queste legali che hanno trasformato un’inchiesta giornalistica in un caso giudiziario senza precedenti
Augier, parlando con Avvenire, spiega perché non sia un caso la presenza in questa storia di decine di donne, a vario titolo (non solo giornaliste, avvocate e giuriste, ma anche la presidente del Tribunale, e le due procuratrici che a dicembre hanno chiesto pene severe) contro un capitalismo malato, interessato solo al profitto e indifferente alle vite umane. «Penso che in questa vicenda – ci dice in videocollegamento da Parigi – ci siano due visioni del mondo che si confrontano: da un lato le forze che vogliono perpetuare l’impunità e i privilegi, e dall’altra quelle che chiedono giustizia e vogliono rimodulare i rapporti di forza. No, non è un caso che ci siano molte donne nel secondo fronte: si è trattato di un lavoro svolto nell’ombra, estenuante, senza garanzia di successo, collettivo, malpagato, privo di riconoscimento sociale». Un “lavoro sporco”, insomma, che esula da prospettive di carriera o di riconoscimenti economici. Un “lavoro da donne”?
Justine Augier – foto di Jean-Luc Bertini
Augier spiega che con il suo libro ha voluto portare un po’ di luce nella vicenda «cinica e terribile» della Lafarge, e quella luce è la «richiesta di giustizia» avanzata da un gruppo di donne idealiste per conto dei dipendenti siriani – uno è stato ucciso, altri rapiti e taglieggiati – lasciati in balìa della guerra per inseguire il profitto. Il libro di Augier si legge come un romanzo, ma mette in fila la pura verità. Ci sono le storie avvincenti delle attiviste-giuriste, il racconto della loro volontà di ferro, e la ricostruzione precisa di ciò che accadde in Siria: come e perché fu costruito il grande impianto di Jalabya, chi volle che continuasse a produrre cemento nonostante i rischi crescenti per i dipendenti, messi sotto una aleatoria “protezione” degli stessi terroristi opportunamente foraggiati. Nel libro ci sono le tante mail dei responsabili della filiale siriana alla casa madre, che informavano sui bombardamenti del Daesh, i rapimenti, i checkpoint… E poi le toccanti testimonianze di chi, nonostante l’enorme squilibrio di potere, ha deciso di denunciare. «Questa storia dimostra che anche le ingiustizie più clamorose, pur provocando un senso di impotenza, non devono impedirci di agire – continua Augier –. Sembrava impossibile far vacillare una potenza come la Lafarge, ma lo svolgimento di questo processo, qualunque sia l’esito, è giù un enorme successo, una forma di giustizia in sé. È anche un precedente: d’ora in poi una multinazionale non potrà più pretendere di non aver responsabilità sulle azioni di una filiale all’estero». Davide – le tante piccole Davide di questa storia – hanno già vinto sul gigante Golia.
Umberto Bossi è morto oggi a 84 anni. La notizia è arrivata pochi minuti prima delle 21. Il Senatur si è spento mezz’ora prima all’ospedale di Circolo di Varese, dove era stato ricoverato da mercoledì in terapia intensiva e in condizioni apparse subito critiche. Era malato da tempo e da mesi fuggiva le occasioni pubbliche. Tanto che già ad agosto del 2024 era circolata una fake news sulla sua dipartita, prontamente smentita dalla famiglia, con l’assicurazione che l’attività del padre continuava come sempre, pur con gli impedimenti e le difficoltà del caso. Solo tre giorni fa, in occasione della festa di San Patrizio, aveva trovato il tempo di scrivere un pensiero di auguri dedicato «a tutti gli irlandesi», un popolo che ha sempre ammirato «per l’attaccamento alla sua terra, alla sua storia e alla sua identità».
Neanche l’ictus che lo colpì nel 2004 era riuscito a togliergli l’energia che lo ha sempre contraddistinto, nel bene e nel male, nella volgarità, ma anche nella coerenza. Avanguardista del politicamente scorretto. Anche nel 2022 fu ricoverato, allora fu per un’ulcera gastrica. Gli bastò un giorno di terapia intensiva per venirne fuori. Uomo di eccessi verbali, ma anche di passione, che il figlio Renzo testimonia nelle brevi dichiarazioni a caldo: «È stato fedele fino all’ultimo ai suoi ideali. Amore profondo per la libertà e per la nostra terra».
Nel 2024 era tornato a farsi sentire, parlando della sua Lega, che però, per come la intendeva lui, non c’era più. Quella di Matteo Salvini non lo rappresentava, lo disse al telefono Paolo Grimoldi, già parlamentare e segretario della Lega lombarda: «Fai sapere in giro che io voto Reguzzoni». Cioè un candidato indipendente di Forza Italia. Forse un ultimo omaggio a Silvio Berlusconi, artefice dell’approdo del Carroccio al Governo, altro protagonista indiscusso della politica italiana degli ultimi trent’anni e assieme al quale costruì il centrodestra portando il bipolarismo nel Paese. Un’ossatura che regge ancora oggi con l’esecutivo Meloni a Palazzo Chigi. Antonio Tajani lo ricorda bene e lo riconosce nel post scritto poco dopo la notizia della sua morte: «Con tutta FI piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico di Berlusconi, politico di grande intelligenza, è stato un protagonista di primo piano del cambiamento in Italia. Alla sua famiglia un grande abbraccio ed una preghiera perché riposi in pace».
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ricorda come «un leader politico appassionato e un sincero democratico». Anche Giorgia Meloni cita «la sua passione politica», che «ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra». Poi si stringe nel dolore «alla sua famiglia e alla sua comunità politica». Il messaggio di Salvini tarda, ma arriva una nota ufficiale del partito: «L’intera comunità della Lega è profondamente scossa e addolorata per la scomparsa del fondatore Umberto Bossi e si stringe con affetto e commozione ai suoi familiari. Tutti gli appuntamenti previsti per domani sono annullati». Lo stesso segretario cancella gli impegni a parte per Milano.
«È arrivata una notizia che non avremmo mai voluto sentire. Nel giorno della Festa del Papà è venuto a mancare il padre della Lega, per me un padre politico. La scomparsa di Umberto Bossi mi riempie di un dolore profondo e lacerante», dice il presidente della Camera Lorenzo Fontana. Il “collega” del Senato, Ignazio La Russa, gli fa eco poco dopo: «Con la scomparsa di Umberto Bossi perdo un amico, un pezzo della nostra storia politica. Non molto tempo fa lo avevo sentito e gli avevo promesso che sarei andato a trovarlo».
Addolorato anche il ministro leghista per gli Affari regionali, di Roberto Calderoli: «Per me è stato veramente un secondo padre, da un punto di vista umano e poi da un punto di vista politico. E da ministro, oggi, voglio portare fino in fondo il suo più importante lascito politico: l’autonomia per i territori».
Non manca il tributo degli avversari, a partire dalle «condoglianze» della segretaria del Pd Elly Schlein. «Uno dei protagonisti più rilevanti, nel bene e nel male, della politica italiana degli ultimi trent’anni. Sia per chi lo ha amato, sia per chi lo ha avversato Bossi è stato un pezzo di storia repubblicana», nota Matteo Renzi. «Ha segnato la storia politica dell’Italia – dichiara Angelo Bonelli, di Avs – . Pur nella distanza politica, ne riconosco il ruolo nella storia istituzionale italiana e l’impegno profuso per il suo partito. Un pensiero alla famiglia e ai suoi cari».