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Un cardinale per Chieti-Vasto: Mauro Gambetti è il nuovo arcivescovo

Un cardinale per Chieti-Vasto: Mauro Gambetti è il nuovo arcivescovo

Avvenire

Finora arciprete della Basilica di San Pietro e vicario del Papa per la Città del Vaticano, il frate minore conventuale con la porpora dal 2020 arriva in Abruzzo per volontà di Leone XIV. Originario del Bolognese, laurea in ingegneria, 60 anni, è stato anche custode del Sacro Convento di Assisi. Succede all’arcivescovo Forte che ha guidato l’arcidiocesi per 22 anni

Non siamo composti per tutta la vita dagli stessi atomi. Eppure continuiamo a dire “io”, come se esistesse qualcosa che rimane riconoscibile nel mezzo di questa trasformazione

Forse essere noi stessi non significa restare identici

Avvenire

La materia ci rassicura. È ciò che possiamo toccare, pesare, spostare. Il tavolo è materia. Il nostro corpo è materia. Una pietra è materia e, se ci cade su un piede, offre una dimostrazione sperimentale piuttosto convincente della propria esistenza.

Per secoli abbiamo cercato di capire da che cosa fosse composta. Già nell’antica Grecia, Democrito immaginò che, dividendo la materia in parti sempre più piccole, si sarebbe arrivati a elementi indivisibili: gli atomi. La parola “atomo” significa proprio questo, indivisibile.
Molti secoli dopo abbiamo scoperto che l’atomo poteva essere diviso. Al suo interno trovammo elettroni e un nucleo; nel nucleo, protoni e neutroni; dentro protoni e neutroni, i quark. Ogni volta che pensavamo di avere raggiunto l’ultimo mattone, la natura apriva un altro cassetto.
Ma la sorpresa più grande è che la materia non assomiglia affatto a ciò che vediamo.

Un atomo è costituito in gran parte da spazio vuoto. Se il suo nucleo avesse le dimensioni di un granello di sabbia, gli elettroni si troverebbero molto lontani rispetto a esso. La solidità che percepiamo non deriva da minuscole palline stipate senza intervalli, ma dalle interazioni elettromagnetiche e dalle regole quantistiche che impediscono alla materia di attraversare altra materia come se niente fosse.
Quando appoggiamo la mano su un tavolo, dunque, gli atomi della mano non si incastrano semplicemente con quelli del legno. Le loro strutture elettroniche interagiscono e resistono alla sovrapposizione. Quella sensazione di compattezza è il risultato di forze invisibili.
La fisica contemporanea compie un passo ulteriore. Le particelle elementari non sono necessariamente piccoli oggetti nel senso quotidiano del termine. Sono eccitazioni di campi quantistici che attraversano lo spazio. La materia non è fatta di mattoncini immobili: somiglia di più a un insieme di eventi, relazioni e manifestazioni.

Anche il nostro corpo, che ci sembra tanto stabile, è coinvolto in un ricambio continuo. Respiriamo, mangiamo, perdiamo cellule, incorporiamo nuova materia. Non siamo composti per tutta la vita dagli stessi atomi. Eppure continuiamo a dire “io”, come se esistesse qualcosa che rimane riconoscibile nel mezzo di questa trasformazione.
Questo non rende il corpo meno reale. Al contrario, lo rende ancora più straordinario. La nostra identità fisica non dipende dall’immobilità dei suoi componenti, ma dall’organizzazione che riesce a conservarsi mentre essi cambiano.
Forse essere noi stessi non significa restare identici. Significa riuscire a cambiare senza perdere completamente la forma che ci tiene insieme. Come un fiume, che conserva il proprio nome anche se l’acqua non è mai la stessa.

La domanda finale di questa settimana è facilissima: qual è l’oggetto al quale siete più affezionati?

Domani l’annuncio del cardinale Gambetti vescovo di Chieti-Vasto. Cambia anche Pescara: arriva monsignor Tarantelli Baccari

Grosse novità nella chiesa abruzzese, alcune annunciate e altre no. Sarà ufficializzato domani, sabato 3 ottobre, il nuovo vescovo della diocesi Chieti-Vasto. E, su questo non ci sono dubbi, il nome è quello del cardinale Mauro Gambetti. Che questa mattina ha anticipato la notizia ai canonici del Capitolo Vaticano. Il Cardinale è apparso con una vistosa fasciatura sulla testa motivata da un piccolo recente intervento per la rimozione di un neo. Gambetti è Arciprete della Basilica di San Pietro e prenderà il posto di Bruno Forte che tornerà nella sua Napoli. E che per domani mattina ha convocato i fedeli proprio per annunciare il nome del suo successore: appuntamento alle ore 11,30 nella cattedrale di San Giustino a Chieti.

All’orizzonte c’è un’altra possibilità, quella dell’accorpamento della diocesi di Lanciano-Ortona con Chieti Vasto.

Non solo, per i fedeli abruzzesi si prospetta un’altra novità: Papa Leone XIV avrebbe deciso di inviare a Pescara l’attuale vicegerente di Roma, monsignor Renato Tarantelli Baccari. Il vescovo Tommaso Valentinetti, pur avendo ancora 74 anni, ha problemi di salute e ha chiesto al Santo Padre di farsi da parte. Resta da capire se Tarantelli andrà come titolare della diocesi o come coadiutore.

abbruzzopopolare.com

Basta foto dei piatti: il cibo è più di ciò che appare

Basta foto dei piatti: il cibo è più di ciò che appare

Avvenire

I numeri raccontano che il cibo è sempre meno un semplice bisogno e sempre più una scelta che accompagna la nostra vita fuori casa. Nel 2025, secondo FIPE-Confcommercio, i consumi nella ristorazione hanno raggiunto i 100 miliardi di euro; già nel 2024 il fuori casa rappresentava il 33% di tutti i consumi alimentari. Ma c’è un dato ancora più interessante: nel 2025 le visite nei pubblici esercizi sono diminuite del 3,6%, mentre la spesa ha continuato, sia pure debolmente, a crescere. Si esce meno, dunque, e si sceglie di più. È da qui che la ristorazione deve cominciare a leggere il futuro.
Lo stesso messaggio arriva dal turismo. Il Rapporto sul turismo enogastronomico italiano evidenzia che il 70% dei turisti italiani ha compiuto, negli ultimi tre anni, almeno una vacanza nella quale il cibo è stato una motivazione primaria; tra le esperienze ricercate, quelle culinarie nei ristoranti raggiungono il 52,5%. Il viaggiatore non si sposta soltanto per vedere un luogo: vuole conoscerlo e assaggiarlo. Il piatto diventa così territorio, cultura, memoria e identità.
Se il consumatore attribuisce al cibo tutto questo valore, perché continuare a raccontarlo prevalentemente attraverso ciò che appare?
Sui social il cibo è diventato spettacolo: immagini perfette, porzioni esagerate, formaggi che filano, creme che colano e colori costruiti per catturare lo sguardo. È il cosiddetto food porn , un linguaggio che ha reso il cibo protagonista della comunicazione, ma rischia di ridurne il valore alla capacità di essere fotografato, condiviso e desiderato.
Non è soltanto un’impressione. Muna Sharma e Yilang Peng, dell’Università della Georgia, hanno analizzato, con tecniche di visione artificiale, 53.894 immagini pubblicate nell’arco di due anni da 90 popolari food influencer su Instagram. Le fotografie di alimenti a maggiore densità calorica tendevano a ottenere più “mi piace” e commenti. Favorivano l’interazione anche i colori caldi – rosso, arancione e giallo –, la ricchezza di dettagli e la ripetizione degli elementi. La rete, in altre parole, non premia necessariamente ciò che vale di più sul piano nutrizionale, ma ciò che stimola più rapidamente lo sguardo e il desiderio (Sharma e Peng, Health Communication, 2024).
Il problema non riguarda soltanto l’estetica. Una revisione sistematica di 38 studi, condotta da Yu Wu, Eva Kemps e Ivanka Prichard secondo le linee guida PRISMA, ha rilevato associazioni tra l’esposizione ad alcuni contenuti alimentari sui social – pubblicità di fast food, “clean eating” e video in cui si mangia – e preoccupazioni per l’immagine corporea, comportamenti alimentari disordinati e maggiore disponibilità a consumare i cibi mostrati. Per i contenuti genericamente dedicati al “cibo sano” non è emerso lo stesso legame. Gli autori invitano comunque alla cautela, perché gli studi sono eterogenei e non consentono ancora di stabilire con certezza il rapporto tra causa ed effetto (Wu, Kemps e Prichard, Body Image, 2024).
Proprio mentre cresce questa rappresentazione spettacolare, sembra però emergere una domanda diversa. Chi entra in un ristorante non cerca soltanto qualcosa di bello da pubblicare: cerca qualità, autenticità, provenienza delle materie prime, territorio, sostenibilità e attenzione al proprio benessere. Ciò non significa trasformare il ristorante in un ambulatorio né il menù in una prescrizione, ma riconoscere che mangiare è uno dei gesti quotidiani che più incidono sulla qualità della vita.
In un mercato sempre più competitivo, differenziarsi soltanto attraverso l’immagine rischia di non bastare. La vera innovazione consiste nel restituire valore al piatto: non rinunciare al gusto e alla convivialità, ma aggiungere consapevolezza; raccontare gli ingredienti, privilegiare stagionalità e territorio, proporre porzioni equilibrate e valorizzare verdure, legumi, cereali, olio extravergine di oliva e pesce. Significa fare della Dieta Mediterranea non uno slogan, ma un modello alimentare concreto e contemporaneo.
Intercettare un pubblico sensibile al rapporto tra alimentazione e benessere è anche una scelta imprenditoriale. Se il turista viaggia per il cibo e il consumatore destina al fuori casa una parte rilevante della propria spesa, il ristorante può trasformare questo interesse in esperienza e l’esperienza in fidelizzazione.
C’è poi un effetto che va oltre il mercato. Ogni giorno milioni di persone compiono scelte alimentari fuori casa. Una ristorazione capace di proporre naturalmente un modo migliore di mangiare può contribuire, senza lezioni e divieti, anche alla prevenzione primaria. È una forma concreta di sussidiarietà: non sostituisce le istituzioni, ma può moltiplicarne l’azione attraverso un gesto piacevole e quotidiano. In questa prospettiva, il “Ristorante Messaggero della Dieta Mediterranea” assume anche un’importante funzione sociale.
È questo il cambio di paradigma: passare dal cibo che deve soprattutto apparire al cibo che deve valere. Il food porn continuerà probabilmente a riempire gli schermi, ma la ristorazione può riempire il piatto di qualcosa di più: gusto, identità, territorio, convivialità e salute.
Forse è proprio questa la novità da mettere nel piatto: non un ingrediente in più, ma un valore in più.

Il “Gran Rifiuto”: la storia di Celestino V su Rai1

Il “Gran Rifiuto”: la storia di Celestino V su Rai1

C’è un uomo nella storia della Chiesa, un Papa, che, complice un celeberrimo verso della Divina Commedia, è rimasto nella nostra memoria come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Ma Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, è stato molto più della sua scelta di lasciare il pontificato. A raccontarlo arriverà prossimamente su Rai1 Celestino V – L’eremita che diventò Papa, prodotto da Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction, diretto da Edoardo Re e interpretato da Michele Placido.
Presentato lo scorso martedì in anteprima al Prix Italia, a L’Aquila, il film ripercorre la vicenda umana e spirituale di Pietro da Morrone dal momento in cui viene eletto (il 5 luglio 1294) e poi incoronato Papa (il 29 agosto dello stesso anno) fino alla morte, avvenuta nella rocca di Fumone il 19 maggio
1296. Sono tempi difficili, quelli, per la Chiesa, lacerata dalle lotte tra le potenti famiglie Orsini e Colonna e senza un Papa da due anni. Per mettere a tacere le proteste della gente, il collegio cardinalizio decide di eleggere come nuovo pontefice Pietro da Morrone, un eremita ultraottantenne che vive nella natura, sulle montagne dell’Abruzzo, con i suoi confratelli. Vista l’età avanzata e la totale estraneità alle logiche di potere, quel monaco sembra ai cardinali il candidato ideale per dare alla Chiesa un Papa debole e facilmente manipolabile. Scopriranno presto che non è così: appena salito sul soglio di Pietro, Celestino V, incoronato nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, istituisce la Perdonanza (che ancora oggi si celebra a L’Aquila), rendendo gratuita l’indulgenza plenaria che, all’epoca, era spesso legata al pagamento di ingenti somme di denaro. Fissa poi, tra lo sconcerto dei cardinali, la sede della Curia nel Castel Nuovo di Napoli (dove, però, diviene di fatto “ostaggio” del re Carlo d’Angiò) e, in un solo concistoro, nomina ben 13 cardinali. Nonostante il carattere dimostrato, Pietro si rende presto conto che il potere e la gestione della Chiesa non fanno per lui e dopo soli quattro mesi dall’incoronazione, durante un concistoro comunica la sua rinuncia, sostenuto anche dal cardinal Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII, che subito dopo, per timore che il suo predecessore venga rimesso sul trono dai cardinali a lui contrari, provocando uno scisma, lo fa arrestare e rinchiudere nella rocca di Fumone.
«Raccontare quest’uomo è un privilegio – afferma Michele Placido –, Pietro da Morrone non ha mai smarrito la fede, neanche quando il potere cercava di piegarlo. E il suo “gran rifiuto” non era viltà, era il coraggio di chi sa chi è e non tradisce sé stesso nemmeno sul trono. La scelta di Dante di metterlo tra gli ignavi non mi è mai piaciuta». L’attore racconta di essersi innamorato del personaggio al punto di non temere la difficoltà di girare in luoghi impervi: «Siamo andati nei rifugi, salendo ad altissime quote. Faceva freddo e ho anche avuto qualche linea di febbre ma ho resistito perché ho amato Celestino V. Mia madre, dalla quale ho ereditato la fede, sarebbe stata orgogliosa di vedermi nei suoi panni. Con lei – rivela – parlo ancora nonostante sia morta da tanti anni. Lo scorso Natale mi ha detto: “Michelì, famme contenta, vai alla Messa di mezzanotte. E io l’ho fatto. E sono andato nella stessa chiesa dove spesso vado a leggere i copioni, san Gioacchino in Prati, a Roma». Tra l’altro, ricorda Placido con affetto, «da piccolo volevo diventare missionario redentorista come mio zio e andare con lui in Paraguay. Ho anche studiato nell’ex collegio redentorista di Scifelli, sognavo nientemeno di diventare santo».
A raccontare la vicenda di Celestino V nel film o, meglio, a spiegare cosa stia accadendo tra una scena e l’altra è il “narratore” Giovanni Scifoni che, mettendo in fila i fatti, ci restituisce il ritratto di «un uomo che si sentiva uno strumento nelle mani di Dio ma a Lui chiedeva quale dovesse essere il senso della sua vita. Pietro da Morrone accetta di diventare Papa pur non avendo alcuna voglia di farlo, né l’indole né il carisma, perché crede che la chiamata venga da Dio. Una certezza che, però, dura poco, portandolo a una crisi profondissima dalla quale uscirà solo cercando nuovamente sé stesso». L’attore aggiunge: «Lui inorridiva al pensiero, in quanto Papa, di dover venire a contatto con il potere, la ricchezza, gli abiti sontuosi. Quella roba gli faceva schifo, gli procurava un fastidio epidermico. Era un amante dell’essenzialità, la sua idea era che nudi veniamo su questa terra e nudi ce ne andiamo. Ecco perché la spoliazione di tutto ciò che è una zavorra ed ecco perché la Perdonanza, in un periodo storico come il Medioevo in cui la mancanza del perdono divino era insopportabile. Diversamente, purtroppo, da oggi».
«Quella di Celestino V è una storia piena di poesia, immaginandola non sarebbe mai venuta così» osserva il produttore del film Agostino Saccà. Anche lui, come tanti, aveva di Pietro da Morrone l’idea consegnataci dal verso dantesco: «Me lo immaginavo come un poveretto messo lì che, a un certo punto, non ce la fa più. Un guaritore al quale era stato detto che la Chiesa era malata e aveva bisogno di lui, considerato un burattino da manovrare. Poi ho letto il libro Celestino V. Papa, eremita e santo di Maria Burani e ho scoperto che non era affatto così. Lui è stato un rivoluzionario, un uomo coraggioso, altro che vile. E la sua vera storia non poteva non essere raccontata». E, aggiunge, solo Michele Placido «poteva interpretarlo. Quando ne abbiamo parlato mi ha detto sorridendo: “Questo film mi monda dai peccati. E Pietro da Morrone mi accoglierà con amicizia”».
Avvenire

Rivendicazioni e violenza: la rabbia dei giovani francesi può portare a un “autunno caldo”

Rivendicazioni e violenza: la rabbia dei giovani francesi può portare a un "autunno caldo"

Avvenire

Licei incendiati, università in agitazione, scontri cruenti fra liceali e forze dell’ordine pure in piccoli capoluoghi francesi. Persino casi di presidi di liceo aggrediti e feriti. Oltralpe, mentre il welfare statale si restringe, la protesta si allarga, soprattutto fra gli studenti delle superiori, mentre sullo sfondo politico resta la corsa per l’Eliseo al via.
Nelle ultime ore, le manifestazioni studentesche hanno preso una virata burrascosa, degenerando in violenze attribuite in certi casi a facinorosi infiltrati ed estranei al movimento vero e proprio: a sera erano quasi 2mila i fermi. Ma in ogni caso, le sigle più rappresentative dei liceali hanno già diramato liste precise di rivendicazioni al mondo politico: classi meno affollate, giornate scolastiche meno lunghe, più risorse anche per installare l’aria condizionata. Da più parti si chiede pure una revisione di “Parcoursup”, il controverso cervellone elettronico centralizzato che gestisce la transizione dei giovani dalle superiori alle formazioni di livello universitario: un “super-algoritmo” che viene accusato, anche da sociologi e altri studiosi, per l’eccessiva opacità. Per le famiglie, invece, è causa di picchi d’ansia all’approssimarsi dei risultati tanto attesi e temuti. Un altro tema spinoso resta l’alta frequenza delle assenze degli insegnanti nel sistema pubblico.
Ieri mattina, le proteste hanno conosciuto acuti in varie regioni, nelle ore in cui il premier Sébastien Lecornu presentava in Consiglio dei ministri un progetto di manovra finanziaria che dovrà ridurre di 54 miliardi la spesa pubblica, in modo da evitare una spirale fatale del debito nazionale già alle stelle, a quota 119% del Pil e tuttora “al galoppo”. Record nero anche per il tasso d’interesse sulle obbligazioni, schizzato al 4,92%, con uno spread di 131 punti.
In modo trasversale, la cura dimagrante riguarderà i bilanci di gran parte dei ministeri, ridimensionando in generale il sistema di sussidi pubblici, un tempo vantato come uno dei più generosi al mondo. Proprio riguardo al welfare, un obiettivo prioritario è di dimezzare l’attuale voragine nella previdenza sociale, portando il deficit annuale a quota 12,7 miliardi. Ai giovani non è affatto sfuggito che la manovra li riguarderà, ad esempio attraverso un aumento delle spese d’iscrizione ad alcuni corsi di formazione di tipo universitario. Inoltre, come nel caso delle pensioni, molti sussidi, come quelli per gli alloggi studenteschi, non seguiranno più il passo dell’inflazione. Si tratta di aiuti mensili che riguardano circa un terzo degli studenti. Una linea che fa reagire pure i sindacalisti, come Sophie Binet, leader della Cgt, per la quale il primo ministro Lecornu sta agendo da «piromane».
Ma fuor di metafora, a proposito di roghi, ha colpito ieri vedere pure un camion dei pompieri finito carbonizzato a Marsiglia, in mezzo agli scontri. La polizia ha già registrato più di 900 manifestazioni e agitazioni associate agli studenti. Da parte delle sigle studentesche è invece giunta la stima di 646 licei coinvolti nelle proteste, ovvero circa un quinto del totale. I roghi più gravi hanno riguardato Nantes e Bordeaux, dove sono andati in fumo un paio di licei. Nella sola regione parigina, più di 200 i licei coinvolti, in un quarto dei casi divenendo teatro di atti violenti, con decine di fermi. Circa una trentina, in parallelo, i campus universitari in agitazione, ma finora senza disordini paragonabili a quelli nei licei.
Édouard Geffray, ministro dell’Istruzione, incontrerà oggi i rappresentanti dei liceali, dopo aver già denunciato atti di «un’estrema gravità», chiedendo di attivare lezioni a distanza per gli studenti “presi in ostaggio” da manifestazioni a cui non vogliono aderire. Da parte sua, l’ultrasinistra mélenchonista de “La France insoumise” ha espresso a più riprese sostegno ai liceali, ricevendo una pioggia di accuse dai partiti conservatori, ma anche dal governo che, citando fonti d’intelligence, addita «manovre» che coinvolgerebbero direttamente la gauche radicale. Per il senatore neogollista Bruno Retailleau, candidato all’Eliseo, il partito mélenchonista deve essere «vietato», in quanto «dirama appelli alla sedizione» fra i giovani, mettendoli in pericolo.
In termini d’ordine pubblico, adesso, c’è chi paventa il rischio di un “autunno caldo” di convergenza dei malcontenti, compreso quello nelle banlieue e aree rurali legato in primis al caro-carburante. Il fragore delle ultime agitazioni pare aver persino messo in sordina il cosiddetto “caso Bardella”, innescato dalle rivelazioni di stampa su presunte esternazioni giovanili antisemite del leader ultranazionalista braccio destro di Marine Le Pen.

Individuare in quali termini le acquisizioni teologiche ed ecclesiologiche del processo sinodale possano tradursi in norme canoniche, distinguendo tre orizzonti temporali

di: Fabrizio Mastrofini Settimana News

chiesa italiana

«Individuare in quali termini le acquisizioni teologiche ed ecclesiologiche del processo sinodale possano tradursi in norme canoniche, distinguendo tre orizzonti temporali». È questo l’obiettivo della Commissione canonistica, il cui Rapporto finale è stato diffuso il 30 settembre dalla Segreteria generale del Sinodo.

«Nel breve periodo», la Commissione «propone modifiche puntuali alla normativa vigente, capaci di sostenere fin da subito la vita ecclesiale nel suo concreto svolgersi». La Commissione individua, inoltre, «alcuni ambiti che, muovendo dalle esigenze sinodali, potranno essere affrontati nel medio periodo, in modo trasversale e insieme ai Dicasteri competenti, attraverso nuove Istruzioni o la revisione di quelle già in vigore».

Nel lungo periodo si prospetta «la necessità di una revisione complessiva dei due Codici di diritto canonico – latino e orientale –, affinché recepiscano le istanze teologiche ed ecclesiologiche emerse».

Nella prima parte del lavoro, la Commissione ha esaminato i nn. 60, 71, 76 e 77 del Documento finale (Df) dell’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2024, valutando la necessità, ovvero la possibilità o l’opportunità, di proporre qualche revisione dell’attuale normativa del Codice, con particolare riferimento ai canoni 145, 204, 208, 212, 228, 230, 275, 476, 483, 749, 1112, 1421 e 1425, in vista di un aggiornamento del diritto della Chiesa così che risulti adeguato al magistero del recente Sinodo dei vescovi. Questi numeri del Documento finale fanno riferimento alla pari dignità dei fedeli nel Popolo di Dio e le conseguenze che questa uguaglianza, d’indole giuridica, comporta per la capacità dei laici, uomini e donne, di esercitare nella Chiesa uffici, incarichi e ministeri per i quali risultano idonei e competenti, anche nell’ambito del governo ecclesiastico.

La Commissione ha constatato che, per la maggior parte dei casi, l’attuale sistema normativo della Chiesa possiede già strumenti adeguati a una maggiore valorizzazione e designazione dei laici a ricoprire, accanto ai Pastori, ruoli e funzioni di corresponsabilità ecclesiale. Strumenti, questi, spesso disattesi ma anche talvolta bisognosi di maggiore affermazione normativa per essere più fruibili ed efficaci.

Le proposte intendono adeguare qualche aspetto del diritto canonico alle decisioni del Sinodo riguardanti alcune forme e modalità attuali della cooperazione dei laici nella missione della Chiesa.

Di interesse particolare è la dimensione del discernimento e dell’impegno sinodali, tra pastori e altri fedeli, in ordine alla valutazione delle esigenze pastorali e alla provvisione degli uffici ecclesiali, in conformità con l’attenzione dell’attuale magistero universale sulla sinodalità intesa come connaturale alla natura della Chiesa.

Una seconda parte riguarda alcuni canoni sui Concili particolari e sulle Conferenze episcopali da rivedere in prospettiva sinodale. La possibilità di tutti gli esponenti del popolo di Dio a partecipare al concilio particolare con una percentuale pari a quella dei membri «ex officio» (can. 443 § 1-3) e l’eliminazione del «tantum» al voto consultivo loro riconosciuto (cann. 443 §§ 4- 5, 444 §2, 466, 500 §2, 514 §1, 536 §2), sono le innovazioni che configurano quel concilio nella sinodalità che si desidera per tutta la Chiesa.

Inoltre, la novità della cadenza decennale (can. 440 § 1) dovrebbe favorirne la rivitalizzazione.

Maggiore autorità alle Conferenze episcopali è riconosciuta eliminando l’intervento della Santa Sede nella delega al laico per assistere ai matrimoni (can. 1112) e introducendo una presunzione di validità degli atti del concilio se la Santa Sede non risponde entro un anno (can. 446). Alcune nuove esemplificazioni, infine, cercano di chiarire la natura e il ruolo dei vescovi ausiliari (can. 403 § 1), mentre, per valorizzare i vescovi emeriti, è prevista la loro cooptazione nelle commissioni delle Conferenze episcopali (can. 450 § 3).

La terza e ultima parte sottolinea l’urgenza di rinnovare gli organismi di partecipazione per avviare percorsi di «trasformazione missionaria» (Documento finale 103, cf. 11).

Questi organismi, secondo la loro natura e finalità, sostengono l’annuncio del Vangelo e la coerenza della vita del popolo di Dio con esso. La loro funzione è missionaria, non solo organizzativa.

La partecipazione «più ampia possibile» dei battezzati richiede mediazioni istituzionali, soprattutto della Chiesa locale, come previsto dal diritto canonico (Df 103). Tali organismi sono spazi primari di partecipazione, secondo la condizione canonica, i carismi, i ministeri e le competenze dei fedeli coinvolti. Essi contribuiscono al discernimento sull’annuncio inculturato del Vangelo, sulla missione e sulla testimonianza della comunità (Df 103).

Il processo sinodale non toglie la competenza decisionale del vescovo, del collegio episcopale o del papa, ma integra il contributo del popolo di Dio, dando all’atto sinodale un carattere realmente comunitario (Df 92).

«Mentre la Chiesa tutta è impegnata in una riflessione teologica ed ecclesiologica sulla propria natura sinodale, è parso importante avviare una riflessione anche sulle norme – i canoni – che ne reggono l’organizzazione e le relazioni tra i suoi membri. Il diritto canonico, infatti, è la trasposizione in termini giuridici di ciò che, in ogni epoca, la Chiesa percepisce di sé e di ciò che costituisce l’oggetto della sua fede, con le conseguenze che ne derivano per il modo in cui si realizzano le relazioni umane al suo interno.

La medesima riflessione si estenderà al diritto delle Chiese orientali cattoliche, per le quali è stata di recente istituita un’apposita commissione.

«Senza un corrispettivo del diritto canonico, la teologia rimarrebbe incompleta», sottolinea il card. Mario Grech, Segretario generale del Sinodo.

Chiesa ortodossa russa: contraffazione dei valori tradizionali

di: Sergei Chapnin Settimana News

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Intervento pronunciato in videoconferenza alla conferenza “La Russia come falsa paladina dei valori tradizionali”, organizzata dal Gruppo ECR al Parlamento europeo in collaborazione con la Fondazione Frontline (Parlamento europeo, Bruxelles, 9 settembre 2026). Il presente intervento si basa sul documento programmatico dell’autore Faith Under Pressure (Fondazione Free Russia, 2026).

Immaginate una chiesa a Mosca. A un sacerdote viene consegnata una preghiera, scritta dal Patriarca Cirillo. La preghiera chiede a Dio di concedere la vittoria alla Santa Rus’ (la Russia di Putin). Il sacerdote cambia una sola parola. Invece della vittoria, chiede la pace. Per quella sola parola, la Chiesa ufficiale lo priva del sacerdozio.

Tenete a mente questa immagine: un sacerdote severamente punito dalla propria Chiesa per aver pregato per la pace. Una volta compreso perché non si tratta di un caso, ma del sistema che funziona esattamente come è stato progettato per funzionare, capirete tutto ciò che voglio dire.

Ve lo racconto dall’interno. Per quindici anni ho lavorato nel Patriarcato di Mosca. Nel dicembre 2015 sono stato licenziato, su ordine personale del Patriarca Cirillo, dopo una conferenza al Carnegie Center di Mosca, dove avevo avvertito che la Russia – sia la Chiesa che lo Stato – si stava preparando a usare il linguaggio della fede per giustificare la guerra. La gente mi diceva che stavo esagerando. Non era così.

I miei colleghi relatori oggi descrivono la Russia dall’esterno: il quadro dei servizi segreti, la disinformazione e la propaganda, le reti. Io mi avvicino alla questione da una prospettiva diversa. Non sono un analista di sicurezza. Sono un giornalista, uno studioso e un cristiano, e l’unica parte da cui sto è quella dei credenti che questo sistema perseguita, di ogni confessione, non solo della mia.

Ora voglio portarvi all’interno. All’interno della Chiesa che ha costruito la dottrina che le reti conservatrici filo-moscovite stanno diffondendo in tutto il mondo.

Questa conferenza definisce la Russia una falsa paladina dei valori tradizionali. Vorrei essere preciso riguardo a questa accusa. Il problema non è che la Russia difenda questi valori male, o in modo insincero. È che lo Stato e la Chiesa insieme li hanno contraffatti, e questa contraffazione ora autorizza a uccidere.

Partiamo da qui. Voglio sostenere che i «valori tradizionali» (e persino la Chiesa ortodossa stessa, come altri hanno osservato) non sono una decorazione su uno Stato repressivo. Sono integrati nel sistema operativo dello Stato. E la Chiesa ortodossa russa non è un designer a contratto; è la coautrice. Cirillo ha scritto lui stesso questa concezione, tra pochi altri, già nell’anno 2000, dieci anni prima che il Cremlino lo trovasse utile. La Chiesa non si è unita al progetto in un secondo momento. Lo ha avviato lei stessa e lo ha venduto.

Non vi dirò che preoccuparsi della famiglia, dei bambini, della continuità tra le generazioni, sia una cosa vuota. Non lo è. Si tratta di valori reali; molti di voi li sentono, così come milioni di russi. È proprio per questo che la falsificazione funziona, perché non si può contraffare ciò che è privo di valore.

Ma in tempo di guerra, guardate in cosa si trasforma quella falsità. Una dottrina che si proponeva di santificare la nazione e la famiglia ha finito per santificare la violenza e, in ultima analisi, la morte stessa. Nel settembre 2022, il patriarca Cirillo ha detto ai fedeli che un soldato che muore in questa guerra compie un’azione che «laverà tutti i peccati». L’ha paragonata, direttamente, al sacrificio di Cristo sulla croce.

Pensate a cosa questo capovolge. Nella tradizione cristiana, il martire è un testimone, santo perché preferisce morire piuttosto che uccidere. La formula di Cirillo rende santo l’uomo opposto: colui che uccide. Il martire viene sostituito dall’assassino. Mikhail Epstein le dà il nome giusto: una teologia del terrore.

Così il culto della vita finisce per produrre una teologia della morte. La Russia, in quanto autoproclamata difensore del cristianesimo, finisce per produrre un anticristianesimo. Non si tratta di una fede più rigorosa. È una religione diversa, che indossa abiti cristiani.

Una volta che l’uccidere diventa un valore, il sacerdote che prega per la pace non è solo un inconveniente. È un eretico. Ecco perché perde il suo grado nel giro di pochi giorni e gli viene intimato di lasciare il paese nel giro di poche ore. In questo caso la Chiesa non sta seguendo lo Stato. Lo sta precedendo.

E non si tratta di un solo prete, né di una sola preghiera. Nel mio libro Religious Communities Under Pressure: Documenting Religious Persecution in Russia, 2022–2026, ho documentato più di un centinaio di casi, riguardanti più di una dozzina di confessioni. Nella maggior parte di essi, è lo Stato a perseguire direttamente. Il caso ortodosso è diverso: qui la Chiesa punisce i propri fedeli, e il suo tribunale spesso interviene prima ancora che lo Stato agisca.

Perché questo è importante? La domanda più facile è se la Russia di Putin sia sinceramente cristiana o semplicemente cinica. È la domanda sbagliata. La risposta è: né l’una né l’altra. Si tratta di un unico sistema: la Chiesa fornisce il linguaggio morale, e quel linguaggio alimenta una guerra di aggressione all’estero e di repressione in patria. E sì, è stato costruito anche per l’esportazione, per conquistare ammiratori in Occidente, in Africa, in Asia. Se lo scambiate per un alleato cristiano, non siete suoi convertiti. Siete sue reclute.

E questa non è solo una questione di coscienza. È una questione di sicurezza. I miei colleghi relatori analizzano il sistema di lancio; io descrivo la testata, il significato che essa veicola. Una dottrina in grado di benedire la morte di un soldato può dividere le vostre società, reclutare i vostri stessi credenti e conferire a una guerra di aggressione il linguaggio di una missione divina. È rivolta contro di voi non con missili, ma con il significato.

E lasciatemi chiarire la mia posizione. Non sto criticando la tradizione dall’esterno. George Weigel (il biografo di Giovanni Paolo II, e certo non considerato un liberale) e io abbiamo discusso direttamente di queste questioni, e dalle nostre due Chiese, una cattolica e una ortodossa, giungiamo alla stessa conclusione. Non si tratta di Oriente contro Occidente. È la falsità contro il Vangelo.

Vorrei concludere con una nota di speranza, perché è anche quella più concreta. Non sottovalutate la Chiesa russa e non confondetela con il patriarca Cirillo. L’alternativa alla sua dottrina non è il secolarismo occidentale. Esiste già, all’interno della stessa tradizione russa.

All’interno della Chiesa c’è dissenso e c’è resistenza, ma è stata privata della propria voce: spogliata dei voti, incarcerata, cacciata. Ciò che Mosca espelle, Costantinopoli accoglie. Padre Alexei Uminsky (un mio vecchio amico) ha celebrato il funerale di Mikhail Gorbachev ed è stato spretato per aver rifiutato la preghiera per la vittoria. Oggi è di nuovo all’altare, a Parigi; altri come lui si trovano ora in Turchia, in Lituania e in altri paesi europei.

Queste sono le voci a cui prestare ascolto: non il patriarca che benedice la guerra dall’ambone di una cattedrale dalla cupola dorata, ma il sacerdote che egli stesso ha spretato per aver pronunciato la parola «pace».

Un regime che avesse davvero preso a cuore il cristianesimo non avrebbe nulla da temere da un uomo che prega per la pace. Questo invece ha paura di lui, abbastanza da distruggergli la vita in un solo giorno. Quella paura è la testimonianza più sincera che abbiamo. Ci dice quale fede è vera e quale è falsa.

Quando la base ecclesiale e la guida della diocesi si incontrano, allora può prodursi il miracolo di una Chiesa nuova per il XXI secolo

di: Jesús Martínez Gordo (a cura)

palencia

Alle Conversazioni teologiche di Montesclaros (Cantabria), svoltesi dal 7 al 9 luglio 2026 e dedicate a «Scrittura e tradizione a partire dall’oggi», ho incontrato un gruppo di persone della diocesi di Palencia. Tra loro c’era Inmaculada Martín Rodrigo, detta «Macu», nominata lo scorso 23 giugno — per un periodo di tre anni — delegata episcopale per la Vicaria della Comunione ecclesiale e dei Carismi. L’incontro è stata una piacevole sorpresa e mi è sembrata una buona occasione per conoscere meglio la portata di questa nomina e per condividerne le ragioni.

Questo interesse mi ha portato a parlare con Macu — e con altre persone del gruppo palentino — in diversi momenti, sia della sua nomina a delegata episcopale della Vicaria della Comunione ecclesiale e dei Carismi, sia del percorso e della situazione pastorale della diocesi di Palencia.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la nomina di Macu alla guida di una delle quattro vicarie della diocesi. Lo farà all’interno di un’équipe guidata dal vescovo, mons. Mikel Garciandía, e composta da Miguel Ruiz, vicario generale e moderatore della curia; dai presbiteri Pedro Brouilhet, responsabile della Vicaria episcopale per l’Annuncio della Parola, e David Pérez, responsabile della Vicaria episcopale per la celebrazione e la spiritualità; e dal laico David Saura, responsabile della Vicaria episcopale per la Pastorale sociale e la promozione umana. È qui che risiedeva la ragione della mia sorpresa e del mio interesse a parlare con i palentini e, in particolare, con Macu.

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Questa decisione e questa riorganizzazione diocesana — mi spiegano i palentini presenti a Montesclaros — sono il risultato della recezione del Concilio Vaticano II, che ha avuto uno dei suoi momenti culminanti negli anni 1987-1988 con la celebrazione del Sinodo diocesano, quando era vescovo della Chiesa locale mons. Nicolás Castellanos (1978-1991). A ciò bisogna aggiungere — proseguono — la ricca vita delle comunità cristiane, la formazione dei sacerdoti — impossibile dimenticare don Donaciano Martínez — e quella dei laici, così come le scelte pastorali scaturite da quel Sinodo e che, con maggiore o minore fortuna, sono state portate avanti negli anni successivi. Tra queste occupa un posto d’onore la scelta di essere una Chiesa discepola, al servizio del mondo e, in particolare, dei poveri, attenta alla promozione di un laicato evangelizzatore.

È vero che, nei 35 anni trascorsi dalla celebrazione del Sinodo diocesano ci sono stati alti e bassi, in buona misura legati al profilo di ciascun vescovo. Ma è altrettanto vero che in questa storia occupa un posto importante l’arrivo in diocesi di mons. Manuel Herrero (2016-2023). È stato lui a recuperare lo spirito sinodale, avviando un processo di ascolto e dialogo, affidando incarichi di responsabilità a persone che hanno favorito il lavoro di équipe e reso possibile l’elaborazione, la programmazione condivisa e la verifica di diversi piani pastorali.

Due anni e mezzo fa è arrivato il nuovo vescovo, mons. Mikel Garciandía, che ha fatto proprio questo stile di lavoro. Per questo ha proposto, anzitutto, di riorganizzare — previa consultazione — la struttura diocesana, obiettivo che è stato infine raggiunto; in secondo luogo, di avviare un processo di revisione del piano pastorale per elaborarne uno nuovo; infine, di consultare quali persone potessero guidare le diverse delegazioni e/o assumere responsabilità diocesane (vicarie).

Il risultato è stato, tra le altre cose, la nomina di Macu all’interno dell’attuale struttura organizzativa: un vicario generale e della pastorale, affiancato da quattro vicarie che hanno come riferimento di fondo le quattro dimensioni della vita di ogni comunità.

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Su questo sfondo, Macu diventa il centro della conversazione. Il dialogo che segue raccoglie alcuni elementi chiave di questo percorso: momenti della sua esperienza pastorale, contenuto della sua nuova responsabilità e possibilità che si aprono per una Chiesa palentina più sinodale, corresponsabile e attenta ai carismi delle sue comunità.

  • Per cominciare, niente di meglio di una breve presentazione.

Volentieri. Sono Inmaculada Martín Rodrigo, detta «Macu», nata a Palencia nel dicembre del 1964. Sono sposata e madre di due figli. Una buona parte della mia vita si è svolta nell’ambito educativo e anche in quello pastorale, con una particolare attenzione ai giovani e alla carità. Attualmente insegno presso il collegio Santo Ángel e continuerò a vivere del mio lavoro professionale, cioè non lo lascerò. Spero di continuare a coltivare la mia appartenenza al gruppo dei Professionisti cristiani, così come al Consiglio pastorale e all’Équipe ecclesiale dell’Unità pastorale Santa María del Otero.

  • Qual è stata la tua formazione teologica e dove l’hai ricevuta?

Quando ero giovane, ricordo che si aprì ai laici e alle laiche la possibilità di formarsi teologicamente nel seminario della diocesi. E si poteva studiare senza dover necessariamente frequentare l’intero corso di studi ecclesiastici. Era possibile seguire singole materie, per esempio cristologia o teologia fondamentale. Ho colto questa opportunità che, oltre ad aiutarmi ad approfondire la fede, ha suscitato in me nuovi interessi teologici. Più tardi ho potuto conseguire il diploma in Scienze religiose.

  • Che cosa ti rimane, dopo tanti anni di impegno pastorale «sul campo»?

L’importanza dei processi e dell’accompagnamento. Abbiamo bisogno di ascoltare di più e meglio, di aprire spazi di partecipazione, di credere che «nell’altro e nell’altra», diversi da me, c’è e parla Dio.

Questo è stato possibile grazie al fatto che nella nostra diocesi si è lavorato con entusiasmo e impegno al processo di recezione del Sinodo mondiale sulla sinodalità. Palencia è una diocesi piccola, nella quale quasi cinquemila persone hanno partecipato a questo processo di recezione: non soltanto persone delle nostre comunità, ma anche del mondo universitario, del carcere, persone non credenti ecc.

Alcuni dei gruppi che si sono formati continuano ancora oggi a riunirsi. E gli orientamenti diocesani per il futuro che sono stati individuati hanno segnato e continuano a segnare i piani pastorali e le programmazioni di questi ultimi anni.

Per animare tutto questo lavoro è stata costituita un’équipe diocesana, formata da un religioso, tre laici, due sacerdoti e il vicario della pastorale. La scelta compiuta a suo tempo da mons. Manuel Herrero ha favorito e promosso il lavoro corresponsabile e in équipe. Una scelta che l’attuale vescovo sta portando avanti.

  • Nell’attuale riorganizzazione pastorale esistono o esisteranno équipe ministeriali?

Sì, certamente. Io stessa faccio parte dell’«équipe ecclesiale» dell’unità pastorale alla quale appartengo. Questa équipe ecclesiale è composta da due sacerdoti, tre laici e una religiosa.

Ma ci sono altre équipe ecclesiali che si stanno formando in alcune zone (vicariati foranei) e/o parrocchie. La realtà che abbiamo è molto semplice, con le sue difficoltà, ma allo stesso tempo necessaria e appassionante.

  • Chi sceglie e nomina i membri di questa «équipe ecclesiale»?

L’équipe è nata per iniziativa dei sacerdoti e di alcuni laici. Per il momento, la comunità alla quale appartengo non interviene in questo processo, ma ci sono altre comunità nelle quali si consulteranno le persone che potrebbero far parte di questa équipe, che alcuni chiamano «équipe di animazione». È una delle sfide per il futuro.

Ci sono zone, per esempio nel nord della diocesi, nelle quali le équipe ecclesiali nascono su proposta del Consiglio pastorale. E ce ne sono altre che, ancora ai blocchi di partenza, stanno pensando di mettersi in cammino verso la costituzione di équipe ecclesiali, valutando al tempo stesso quali persone potrebbero farne parte.

  • Avete assemblee parrocchiali come quelle che si celebrano, per esempio, nella parrocchia di San Pio X di Santander (Cantabria), finalizzate a scegliere, nominare e rinnovare le équipe ecclesiali?

Sì. Ci sono assemblee parrocchiali, ma non per eleggere e nominare le équipe ecclesiali. A settembre qualche parrocchia intende proporre questa possibilità. Siamo in una fase di impulso diocesano, cercando di promuovere nelle parrocchie équipe di animazione sinodale, lavorando al tempo stesso sulle linee sinodali che indicano il nostro futuro.

Siamo consapevoli dei nostri limiti e del fatto che abbiamo bisogno di imparare da ciò che si sta facendo in altri luoghi. Per questo, l’anno scorso, abbiamo contattato la parrocchia di San Pio X di Santander (Cantabria), perché ci raccontassero la loro esperienza. In questi ultimi anni, nella diocesi si è puntato molto su una formazione pratica, concreta e sinodale, cercando punti di riferimento in altre persone e in altre realtà.

Nell’esperienza di questa parrocchia cantabrica abbiamo visto come sia possibile creare uno spazio aperto e accogliente, oltre che coerente con le quattro aree pastorali costitutive di ogni comunità cristiana: la Parola e la catechesi; la pastorale sociale; la celebrazione e la spiritualità e, naturalmente, l’organizzazione sinodale e corresponsabile. Lì abbiamo incontrato una proposta pastorale e organizzativa concreta e ben pensata.

  • Alcuni tuoi compagni, presenti a queste Giornate di Montesclaros, mi hanno detto che la tua elezione è stata una vera e propria «plebiscitaria vittoria». Che cosa dici al riguardo?

C’è stata una consultazione diocesana e, successivamente, il vescovo mi ha chiamata e mi ha proposto la responsabilità di una delle vicarie pastorali. Mi sono sentita riconoscente per la fiducia accordatami, ma al tempo stesso sopraffatta dalla responsabilità. Vedevo la difficoltà legata al tempo. Da una parte sono — e voglio continuare a essere — insegnante, con un incarico a tempo pieno, lezioni, riunioni, ecc., oltre a coordinare altre attività educative. Dall’altra, riconoscevo che si trattava di una porta aperta alla corresponsabilità nelle decisioni e di un cammino che si apriva verso la costruzione di una Chiesa più sinodale. Alla fine, dopo le consultazioni e il necessario discernimento, ho accettato di essere delegata episcopale per la Vicaria della Comunione ecclesiale e dei Carismi.

  • Qual è l’ambito di competenza della tua area?

In questa vicaria rientra tutto ciò che riguarda l’apostolato dei laici (movimenti apostolici, famiglia e vita). Comprende anche tutto ciò che riguarda la vita consacrata (CONFER, vita contemplativa e ordo virginum). Allo stesso modo, riguarda il ministero ordinato (presbiteri e diaconi permanenti), oltre alle missioni, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso. È evidente che la prima cosa che devo fare è conoscere la situazione, ampliare — se necessario — l’équipe della vicaria e pensare, insieme a tutte le persone direttamente coinvolte, come procedere: proporre, dialogare e approvare un piano d’azione.

  • Vedo che non ti annoierai…

Sembra proprio di no… Ho — anzi, abbiamo — il compito di coordinare tutti questi ambiti. Speriamo di saper accompagnare processi capaci di aprire strade e suscitare interrogativi nel mondo di oggi. E di saper promuovere e incoraggiare le esperienze concrete che già si stanno realizzando nella diocesi. Sono storie di vita e di comunità che è molto importante continuare a mettere in relazione tra loro. Così come è importante saper valorizzare il lavoro semplice che crea reti di solidarietà e di umanità e che, naturalmente, favorisce l’annuncio e l’accoglienza della «Buona Notizia».

In sintesi: credo sia necessario dare continuità a ciò che già viene fatto bene; continuare a celebrare l’assemblea diocesana all’inizio dell’anno pastorale; le assemblee di ciascuna zona; i percorsi di formazione; dare impulso ai consigli pastorali e alle équipe ecclesiali; ai processi di pastorale sociale e di promozione umana; al lavoro con i giovani, ecc. E, nello stesso tempo, discernere i nuovi cammini che ci permettano di essere «ospedale da campo» e di prenderci cura di «linguaggi che siano significativi» per il mondo di oggi.

***

Mi colpisce molto — commento a Macu — l’impulso che questo processo di rinnovamento riceve dalla guida della diocesi. Nel vostro percorso di recezione sinodale — proseguo — è stata molto importante la scelta del vescovo. Lui ci crede. E questo è fondamentale perché l’«esperimento» non naufraghi. Per questo è importante che si consolidi anche «dal basso», sul modello, per esempio, di quanto da anni si promuove e si realizza a San Pio X (Santander, Cantabria): comunità che si riuniscono, che scelgono le proprie équipe ministeriali per un determinato periodo e che tutto questo riceva poi l’avallo della guida diocesana.

Quando la base ecclesiale e la guida della diocesi si incontrano, allora può prodursi il miracolo di una Chiesa nuova per il XXI secolo, formata da ciò che rimane ma con un futuro, stabile e missionario. Credo che il lavoro di Palencia — dall’alto — si completi con quello di Santander — dal basso e in attesa della ratifica episcopale —. I processi avviati dalla diocesi di Palencia e dalla parrocchia di San Pio X di Santander sono molto importanti per il futuro che anticipano; per questo si completano e hanno bisogno l’uno dell’altro. E, allo stesso tempo, è un processo che richiede non soltanto l’impulso del vescovo e dei suoi collaboratori più vicini, ma anche quello del laicato e, in modo particolare, del presbiterato.

  • Come vedi il coinvolgimento di questi due soggetti ecclesiali?

Credo che nel presbiterato ci sia una realtà che «limita» l’azione. Persone molto anziane, con la volontà di costruire insieme, ma con poca disponibilità o poca energia per dedicare tempo, impegno e passione. C’è anche una realtà del laicato che «accomoda» la responsabilità. Persone più ricettive che propositive, con percorsi esistenziali e di fede non ancora maturi. Ma è anche vero che esistono già esperienze di collaborazione e coinvolgimento (sacerdoti e laici) che rendono possibile una Chiesa più evangelica.

Una delle nostre linee sinodali diocesane consiste nell’imparare a vivere un nuovo stile di relazione tra sacerdoti, religiosi e laici. Relazioni caratterizzate dal rispetto e dal servizio, e non dal potere. L’autorità non deriva da ciò che diciamo o predichiamo, ma dalla coerenza della vita.

  • Pensi che tutto questo possa davvero attecchire?

Sì, certamente. Anzi, non c’è altra strada. Può darsi che alcuni non lo vedano, che interpretino il momento attuale in modo più catastrofico o che cerchino di riprodurre altri tempi e altri modelli di evangelizzazione. Ma esiste anche un sentimento diffuso di apertura verso un’altra Chiesa, più sinodale, partecipativa e corresponsabile, che trasmette entusiasmo e gioia. Forse non sappiamo ancora molto bene come fare, ma scegliamo di creare luoghi di incontro, relazioni positive, spazi di umanità… e questo è già una Buona Notizia.

Sono molte le persone che dicono: «Contate su di me!»; «Dai, andiamo avanti!». Credo che esista una «massa ecclesiale» convinta che questo possa andare avanti, senza per questo dover trascurare alcune necessarie cautele.

In definitiva, c’è motivazione. E c’è perché si è creata una convergenza tra il vescovo e la sua équipe di governo, il laicato e una parte importante del presbiterato diocesano.

  • Insomma, sei fiduciosa…

Sì. Credo che questo possa andare avanti. E andrà avanti se sapremo prenderci cura dell’accompagnamento, se creeremo spazi di incontro, di condivisione delle esperienze e di incoraggiamento, nei quali la vita possa scorrere. Se riusciremo a fare questo, funzionerà e crescerà una sorta di «contagio» capace di suscitare speranza e di mettere in movimento. A Palencia siamo consapevoli che il problema non è che la gente non venga, ma che non si produca quell’effetto di contagio, perché ciò che abbiamo offerto finora non lo genera in misura sufficiente. In definitiva, è possibile accompagnare la vita, accoglierla e leggerla alla luce di Dio.

Macu, è evidente che avete davanti un compito impegnativo e, al tempo stesso, molto interessante; per certi versi, evangelicamente invidiabile… Se l’anno prossimo tornerai alle Conversazioni teologiche di Montesclaros, sono sicuro che torneremo a parlare. E ho il presentimento che sarà per una buona ragione.

01 Ottobre, Santa Teresa di Gesù Bambino, vergine e dottore della Chiesa

Memoria

Dal Martirologio

Memoria di santa Teresa di Gesù Bambino, vergine e dottore della Chiesa: entrata ancora adolescente nel Carmelo di Lisieux in Francia, divenne per purezza e semplicità di vita maestra di santità in Cristo, insegnando la via dell’infanzia spirituale per giungere alla perfezione cristiana e ponendo ogni mistica sollecitudine al servizio della salvezza delle anime e della crescita della Chiesa. Concluse la sua vita il 30 settembre, all’età di venticinque anni.