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Tragedia in chiesa: sacerdote muore colpito dalla croce crollata durante la messa in diretta social in Ecuador

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Padre Patricio Alfredo Sánchez Molinari è morto schiacciato dalla pesante Croce che si è staccata improvvisamente dalla parete della chiesa dietro l’altre mentre il prete celebrava la funzione religiosa a Guayaquil.
Tragedia durante la messa in Ecuador dove un sacerdote, Padre Patricio Alfredo Sánchez Molinari, è morto schiacciato dalla pesante Croce che si è staccata improvvisamente dalla parete della chiesa mentre il prete celebrava la funzione religiosa a Guayaquil. Lo spaventoso incidente sabato davanti agli occhi atterriti di decine di fedeli presenti nell’edificio religioso ma anche davanti a tanti fedeli che assistevano online alla funzione che veniva trasmessa in diretta streaming sui social.

Il terrificante incidente si è consumato nel pomeriggio di sabato 17 ottobre mentre il sacerdote celebrava la consueta messa quotidiana presso la parrocchia di “Nostra Signora del Perpetuo Soccorso”, nel centro della città capoluogo di Guayaquil, sulla costa dell’Ecuador. Come si vede dalle terribili immagini che hanno ripreso il momento dell’incidente mortale, tutto è avvenuto in pochi attimi senza che il prete si accorgesse di quanto stava accadendo e senza che nessuno dei presenti potesse intervenire in tempo.

La pesante croce in legno con sopra la statua di Gesù crocifisso, che era alle spalle del sacerdote sull’altare, si è staccata improvvisamente dalla parete nella parte superiore colpendolo in pieno alla testa senza dargli scampo. Sotto shock i fedeli e i collaboratori che erano presenti sul posto e che sono intervenuti subito dopo mentre la telecamera che riprendeva la funzione religiosa veniva immediatamente spenta. Per il prete inutili i successivi soccorsi allertati dai fedeli: Il sacerdote è morto praticamente sul colpo ed è stato possibile solo accertarne il decesso. Al momento non sono ancora stati resi noti i dettagli e i motivi relativi alle cause del distacco della croce.

“Vi informiamo che il nostro amato Padre Patricio Alfredo Sánchez Molinari, che ha prestato servizio come sacerdote della parrocchia della Chiesa del Perpetuo Soccorso nella Vicaría Centro, è salito alla Casa del Padre per godere della sua presenza e della sua gloria”, coì oggi l’arcidiocesi di Guayaquil ha confermato il decesso del parroco invitando i fedeli a unirsi alle preghiere. “L’Arcidiocesi di Guayaquil si unisce in preghiera per l’eterno riposo della sua anima ed esprime la sua solidarietà, affetto e vicinanza alla famiglia redentorista, ai suoi familiari e amici. Riposa in pace”  ha scritto l’ arcivescovo, monsignor Luis Cabrera Herrera.

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‘La professoressa precaria per 10 anni va risarcita dal ministero’

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Supplente a contratto nella scuola per 10 anni, una professoressa di spagnolo, che poi entrò di ruolo, ha diritto a un indennizzo per il lungo tempo da precaria.

Lo ha deciso una sentenza civile della corte di appello di Firenze. Il Ministero dell’Istruzione non era d’accordo: poiché la docente aveva raggiunto il ‘posto fisso’ vincendo un concorso, non avrebbe avuto diritto ad alcunché, dato che ormai era stata stabilizzata. Invece ora il Mim dovrà risarcirla con quattro mensilità di stipendio a copertura di tutto il periodo di precariato. “L’immissione in ruolo avvenuta per concorso non cancella il risarcimento per gli anni di precariato”, ha deciso la corte di appello confermando una sentenza del tribunale di Arezzo. In buona sostanza l’assunzione a tempo indeterminato non costituisce sanatoria del dovuto pregresso, a partire dai mancati scatti di anzianità.

“La docente – spiega l’avvocato Amedeo Stoppa che l’ha assistita – ha conquistato il posto con le proprie capacità, non come effetto ‘diretto e immediato’ dell’abuso. Per questo l’immissione in ruolo non ripara il danno e il risarcimento resta dovuto. Quando il concorso è stato bandito, inoltre, l’abuso era già compiuto da anni”. Per quasi dieci anni, la prof aveva insegnato letteratura e lingua spagnola nello stesso istituto superiore della provincia di Arezzo, firmando 13 contratti annuali (con scadenza al 30 giugno) dal 2009-2010 al 2024-2025.

In tutto 114 mesi e 27 giorni di supplenze: oltre il triplo del limite europeo di 36 mesi. Nel 2020 vinse il concorso ordinario classificandosi al primo posto in graduatoria, poi l’immissione in ruolo avvenne solo il 1 settembre 2025, cinque anni dopo. La docente si è rivolta al tribunale perché fosse accertata la illegittima reiterazione dei contratti a termine per superamento dei 36 mesi e per ottenere indennizzo ‘per danno subito’. Il primo giudice ha accolto il ricorso. Ma poi il provvedimento è stato impugnato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con un argomento preciso: avendo vinto il concorso ed essendo ormai stabilizzata, la docente ha già ottenuto una riparazione, e nulla le è più dovuto. Ora la sezione lavoro della corte d’appello di Firenze lo ha rigettato, ha confermato l’indennizzo – che segue le determinazioni del tribunale di Arezzo in un range normativo da 4 a 24 mesi di stipendio -, e ha pure rilevato che il concorso del 2020 era una vera selezione di merito, con prova preselettiva, due prove scritte e una prova orale, aperta anche a chi era già di ruolo.

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Jenna Ortega, tra social e IA stiamo perdendo sempre più le relazioni umane. E’ alla Festa del cinema di Roma con Klara e il sole di Waititi da un libro di Ishiguro

Oggi tra social e IA “stiamo perdendo sempre di più le relazioni umane.

Oramai si usa l’intelligenza artificiale anche per scrivere le email, per fare cose molto semplici, ed è lo stesso con i social. E’ molto più facile interagire dietro uno schermo, farlo di persona è un po’ diverso. Oggi molti ragazzi hanno un’ansia sociale più intensa” e “ho la sensazione che l’intelligenza artificiale abbia aumentato queste difficoltà nel rapportarsi con gli altri”. Lo dice una delle dive più amate della nuova generazione, Jenna Ortega, alla Festa del cinema di Roma, dov’è arrivata con il regista Taika Waititi per presentare Klara e il sole, film tratto dall’omonimo romanzo del premio Nobel Kazuo Ishiguro, con Amy Adams, Mia Tharia, Aran Murphy, Steve Buscemi e Natasha Lyonne che arriverà in sala il 22 ottobre distribuito da Eagle Pictures.

Nella storia distopica, Ortega (che ha da poco finito le riprese della terza stagione della serie Netflix Mercoledì) si cala nei panni di un’androide/amica artificiale che da tempo aspetta di essere scelta per poter svolgere il suo compito.

Resta comunque ottimista: una positività che viene ripagata, quando viene scelta da Josie (Mia Tharia), adolescente diventata geniale, grazie a un potenziamento genetico. La teenager, gravemente malata, trova in Klara una grande sintonia nonostante le resistenze a quell’amicizia, da parte della madre (Amy Adams) che ha già perso una figlia. “Amo della storia il fatto che sebbene questo robot non comprenda appieno il mondo, sappia percepire cosa sia l’amore. Quando lo riconosce nelle persone che la circondano, le guida a connettersi a un livello mai sperimentato prima – osserva -. Si concentra sul rapporto umano, non su quello artificiale”.

Ortega, classe 2002, attrice da quando aveva 11 anni, sottolinea che sin dai primi ruoli ha iniziato “a riflettere sui messaggio, che attraverso di noi arrivano alle persone. All’inizio lavoravo nella televisione per bambini e lì c’era molta pressione: ti insegnano a comportarti o a parlare in un certo modo”. Crescendo, “il mio tipo di recitazione è cambiato, i ruoli sono cambiati, ma le pressioni ci sono sempre, soprattutto dai social, e sono ancora di più quelle che devono affrontare le donne”.

Un personaggio come Klara “è stato molto stimolante perché era diverso da tutto ciò che avevo fatto prima. Guarda il mondo con un livello di ottimismo, gioia ed entusiasmo diverso da quello dei miei altri personaggi recenti, piuttosto depressi, lunatici e angosciati. Questa è la bellezza dell’arte: può essere interpretata in tanti modi diversi da persone diverse.

Mercoledì va in giro a parlare di quanto vorrebbe uccidere le persone, eppure è uno dei personaggi più simpatici che abbia mai interpretato ed è quello con cui il pubblico si identifica di più”. Come attrice “mi metto al servizio della storia nel miglior modo possibile, e a volte questo significa interpretare un personaggio antipatico o ingiusto”. Tutto dipende “dalla propria funzione nella storia. Certo, voglio riflettere messaggi positivi, ma spesso questi arrivano in forme differenti”.

Diventata una diva da adolescente, Ortega ha imparato a proteggere il suo privato e la libertà delle sue scelte: “Penso di essere molto fortunata ad avere un meraviglioso sistema di supporto: la mia famiglia e i miei amici, che conosco da tutta la vita, sono sempre stati così gentili e protettivi con me, senza mai mettermi sotto pressione – spiega -. Ho sperimentato diversi livelli di successo. A volte è stato travolgente e terrificante, facendomi sentire piuttosto disconnessa dal mondo intorno. Ma soprattutto, sono consapevole del fatto che molte persone mi osservino, come personaggio pubblico. Ognuno poi è libero di formarsi le proprie opinioni ed esprimerle online. Non è ragionevole però cercare di accontentare tutti. Non tutti si sentiranno in sintonia con te, ma non posso nemmeno portare il peso del mondo sulle mie spalle. Tutto quello che posso fare è cercare di essere la versione migliore di me stessa, imparare il più possibile ed essere gentile con chi mi sta intorno. Ciò che conta di più sono le persone che amo”. Oggi “mi conosco più a fondo”. Infine a chi le chiede come si comporterebbe Mercoledì con un’amica artificiale come Klara, l’attrice risponde sorridendo: “Non credo durerebbe molto, Mercoledì non la farebbe mai parlare e la farebbe diventare depressa… poi la fine potrebbe essere solo una”, conclude, mimando un’esplosione.

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Migliaia di giovani albanesi hanno protestato a Tirana e hanno chiesto le dimissioni del primo ministro Edi Rama. I manifestanti si sono scontrati con la polizia

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Migliaia di giovani albanesi hanno protestato sabato nel centro della capitale Tirana, chiedendo le dimissioni del primo ministro Edi Rama, nel quinto giorno consecutivo di manifestazioni antigovernative. Le proteste, innescate dal malcontento per la corruzione e la mancanza di posti di lavoro, si sono estese in diverse regioni del Paese.

La manifestazione davanti al Ministero dell’Istruzione è degenerata in violenze dopo che diversi giovani mascherati hanno lanciato pietre contro le forze dell’ordine. La polizia ha usato granate assordanti, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, mentre i manifestanti hanno lanciato bombe molotov. Negli ultimi giorni sono state infrante finestre e incendiati edifici governativi.

Secondo la polizia, dall’inizio delle proteste sono state fermate circa 500 persone, di cui 330 sono state rilasciate. Negli scontri sono rimasti feriti 120 agenti di polizia e 45 manifestanti, ma il bilancio dei dimostranti feriti potrebbe essere più alto.

Il movimento studentesco rappresenta la sfida più seria finora per Edi Rama, primo ministro dal 2013 e rieletto lo scorso anno per un quarto mandato. Le proteste sono state precedute da manifestazioni contro un progetto turistico di lusso sostenuto da investitori, tra cui Jared Kushner. Rama respinge le accuse e afferma di non avere intenzione di dimettersi.

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Edi Rama è irremovibile: non ci sono dimissioni, sono in missione

Edi Rama è irremovibile: non ci sono dimissioni, sono in missione

Il Primo Ministro Edi Rama ha respinto la possibilità di dimettersi dalla carica di Primo Ministro.Secondo lui, la sua missione è quella di far entrare l’Albania nell’UE e, se dovesse lasciare questo incarico, non ci sarebbe nessuno più adatto a succedergli e il Paese resterebbe indietro.

“Questa giustizia ha portato alla ribalta persone potenti. Dicono che sono arrogante, che arroganza! Sono qui 24 ore su 24 e ho una missione: far sì che l’Albania possa stare a testa alta.
Molti dicono: ‘Aprite la strada ai giovani’, ma cosa succederà dopo? L’Albania entrerà nell’UE o, dopo tutto questo, tornerà il passato, al quale abbiamo reso omaggio?
Il caos della disinformazione. Quei bambini che sono entrati per ottenere un iPhone sono vittime di pagliacci che mostrano loro soldi su Instagram, si mettono in posa e li fanno sentire inutili perché non hanno un iPhone.
Sia chiaro, non è una questione di potere. Una volta desideravo incontrare i grandi di questo mondo. Ho visto i grandi di questo mondo e li ho guardati negli occhi. Non ho più alcun desiderio di viaggiare per questo potere. È inutile parlarne. Non è il mio potere in gioco, ma il tavolo delle trattative”, ha detto Rama. Nella sua reazione, Rama ha anche ricordato gli eventi del 21 gennaio 2011, facendo un paragone con la situazione attuale e sottolineando che, a differenza di allora, le istituzioni furono attaccate e contro la polizia furono utilizzate bombe molotov e mezzi violenti.

Il capo del governo ha definito criminali coloro che lanciano oggetti duri contro gli agenti di polizia, ma ha aggiunto che, a suo dire, restano “i bambini ciechi dell’Albania”, le cui vite hanno valore al di sopra di ogni altra cosa. “Ho cercato di non immischiarmi e di seguire con pazienza e coordinare gli sforzi per non cadere nella trappola della violenza che richiede sangue. Conosco la storia di questo viale, la conosco bene, ho ancora fresco in memoria ciò che accadde il 21 gennaio, quando ci furono diversi incendi sporadici qua e là in questo perimetro, non una sola caldaia, ma dove non fu toccato nulla, nessuna istituzione, dove non furono lanciate molotov, dove nessun membro delle forze di sicurezza fu ferito o ustionato, e quando 4 manifestanti furono uccisi a colpi d’arma da fuoco e decine di altri rimasero feriti, i quali, a differenza di oggi, non poterono nemmeno andare in ospedale perché furono di nuovo feriti da pezzi di legno e furono curati a casa. Al di là del fatto che coloro che lanciano pietre, sbarre di ferro e viti per cavare gli occhi alla polizia sono dei criminali, tengo a mente che sono bambini ciechi dell’Albania e che le loro vite valgono più di ogni altra cosa, alla fine dei conti. L’autocontrollo è la A e la Z di questa storia”, ha detto Rama.

in Edi Rama è irremovibile: non ci sono dimissioni, sono in missione – Politike

pamfleti.net

Edi Rama: “Neutralizzato drone esplosivo destinato a Palazzo del Governo”. Il malcontento diventa guerriglia urbana anche in Albania

Lacrimogeni contro i manifestanti durante una protesta antigovernativa nel centro di Tirana

Roma, 18 ottobre 2026 – Un drone esplosivo, destinato a colpire la presidenza del Consiglio a Tirana è stato neutralizzato due giorni fa: l’ha reso noto oggi il premier Edi Rama, commentando le violente proteste nella capitale che chiedono le sue dimissioni. Dietro l’attacco, per Rama, ci sarebbero “mani straniere“, tesi sostenuta sin dall’avvio delle proteste nel Paese. Il premier ha poi messo in evidenza un post su X di Aleksandr Dugin, “l’ideologo di Putin”, che elogiava le proteste in Albania. “Abbiamo molte informazioni sull’interferenza nei social media delle mani straniere, dove un’altra è anche quella dell’Iran”.

L’Albania ha rotto le relazioni diplomatiche nel 2022 con la Repubblica Islamica dopo un massiccio attacco cibernetico contro la sua infrastruttura digitale. Secondo Rama il drone avrebbe dovuto colpire un’installazione tridimensionale nel cortile interno del Palazzo, utilizzato come spazio per eventi e incontri ufficiali. “Dio sa, quali sarebbero state le conseguenze”, ha ribadito Rama.

La protesta dilaga nelle vie di Tirana, con i manifestanti che chiedono le dimissioni del premier Edi Rama e lanciano bombe molotov contro una delle sedi della Banca centrale e contro la Corte suprema. La scena si è ripetuta identica a pochi giorni fa, quando i manifestanti si erano praticamente impadroniti del centro della città, assaltando ministeri, parlamento e ancora una volta la Corte costituzionale, dando fuoco a negozi e filiali di banche ingaggiando violenti scontri con la polizia che era riuscita a respingere anche un tentativo di attacco al Palazzo del governo.
Ieri le forze dell’ordine hanno dovuto di nuovo respingere ripetuti tentativi di assalto al ministero dell’Educazione, con sassi e molotov, usando idranti e lacrimogeni mentre i manifestanti hanno denunciato l’uso di proiettili di gomma. A poche centinaia di metri di distanza è intanto andato in fiamme anche il gabbiotto alla porta d’ingresso della nunziatura, l’ambasciata in Albania della Santa Sede.

La tensione rimane alta, con oltre 200 persone arrestate e molti feriti. Il centro di Tirana sembra un campo di battaglia, con edifici pubblici distrutti e numerosi negozi devastati e saccheggiati. Il premier Edi Rama si è recato ieri mattina proprio in uno degli esercizi commerciali presi d’assalto e ha promesso il sostegno del governo per risarcire dei danni. Alle richieste dell’opposizione di centro destra guidata da Sali Berisha che chiede le sue immediate dimissioni, Rama ha ribadito non intende fare alcun passo indietro. “La mia responsabilità in queste ore difficili è difendere i cittadini, e andare avanti per portare l’Albania verso l’adesione all’Unione europea”, ha detto.

L’ondata di malcontento in Albania è partita dagli studenti – ispirati dalla crisi in Francia – ma si inserisce nel solco della cosiddetta ‘rivoluzione dei fenicotteri’, la mobilitazione contro il governo innescata dal movimento contro il progetto turistico di lusso nel sud del Paese legato a Jared Kushner, trasformatasi poi in una protesta generale sfociata in violenze e richieste di dimissioni del premier. Una protesta che ha travalicato i confini del Paese, con i ragazzini delle periferie milanesi che, durante le proteste odierne nel capoluogo lombardo, hanno sventolato la bandiera albanese per inneggiare alla rivolta in corso a Tirana.
Quotidiano Nazionale

La geografia della fame, 266 milioni le persone colpite in 47 Paesi del mondo

Malnutrizione in Nigeria

Vatican News

Alla vigilia del World Food Day, la presentazione a Milano della seconda edizione della “Mappa delle 10 principali emergenze alimentari globali”. In cima alla lista Nigeria e Repubblica Democratica del Congo. Due carestie documentate a Gaza e in Sudan, 30 milioni i bambini in stato di malnutrizione acuta e la guerra che rimane la prima causa di deprivazione. Il direttore di Azione Contro la Fame, Garroni: salvare vite è essenziale ma urge una decisiva risposta umanitaria

Scienza, medicina e umanità: l’alleanza che serve per “ritrovare” la vita

Scienza, medicina e umanità: l’alleanza che serve per “ritrovare” la vita

Saper «custodire, proteggere e curare la vita, a partire dalla fertilità», è un compito che riguarda tutti. Soprattutto, «in un frangente in cui l’umanità spaventa e la scienza può produrre disumanità terribili a cui, nella distruzione causata da guerre e tecnologie rovinose, non potremo mai abituarci». Il cardinale Matteo Zuppi, ieri mattina, durante l’omelia nella chiesa centrale dell’Università Cattolica di Roma, lo ribadisce con fermezza: «In un’attualità in cui, con tanta leggerezza, viene calpestato il diritto alla vita», il rischio è che non si faccia più caso all’orrore della violenza e della distruzione. Non a caso, prima della Messa in apertura del congresso internazionale, in occasione del 25° della Fondazione Isi-Paolo VI e del 50° del Centro per la Regolazione Naturale della Fertilità, l’arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana aveva fatto visita al centro Villetta della Misericordia nel Campus di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dove vengono ospitati fino a venti persone, uomini e donne, italiani o stranieri, senza dimora.

«State attenti a tutto ciò che spegne la bellezza della vita che non è l’apparenza – ha detto Zuppi nell’omelia – non curando l’animo e non trasmettendo nulla se non l’esibizione di sé, siamo la generazione più narcisistica di sempre». La strada per dare valore alla vita è alla portata di tutti. «La Parola di Dio – ha rimarcato – ci mette in guardia invece dall’apparenza e ci invita a combattere il male che rovina l’esistenza, affinché la vita sia piena di uno splendore che diventa intelligenza, difesa della vita stessa dal concepimento alla fine. Quello splendore che trasforma le difficoltà: quando lo splendore è il mistero della vita che cresce, quando si rivela anche nella fragilità e nella debolezza, allora lo splendore umano si rivela tutto. E nell’umano vediamo il divino». Come continuano a fare impegnandosi senza sosta e quasi andando controcorrente i ricercatori dell’Isi.
Il centro, infatti, ha spiegato Claudio Giuliodori, presidente dell’Isi-Paolo VI e assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, «ha il compito di accompagnare le coppie in un percorso assistenziale in grado di rimuovere le cause dell’infertilità e dare risposte alle coppie alla luce delle acquisizioni scientifiche più avanzate e coerenti con gli insegnamenti della morale cattolica». Coinvolgendo esperti di alto livello. «Il supporto necessario per la ricerca più avanzata e un approccio interdisciplinare che coinvolge numerosi specialisti», consente di «fare diagnosi molto accurate e approfondite con la reale possibilità, ormai ampiamente documentata, di dare risposte concrete per la rimozione delle cause dell’infertilità». E i dati confermano il valore del percorso terapeutico adottato. «I risultati ottenuti, anche in termini di gravidanze – ha sottolineato Giuliodori – superano in percentuale anche quelli dichiarati dai Centri per la Pma. Inoltre, questo approccio consente di individuare e curare diverse patologie che sono all’origine della sterilità. In tutto il percorso, viene prestata una particolare attenzione alle dinamiche della coppia, anche con eventuali supporti psicologici, al fine di garantire il massimo sostegno a ciascuna persona e alla coppia-famiglia nel suo insieme». Per riuscirci, però, occorre puntare sulla corretta informazione, oltre che sulla prevenzione. «I dati Istat sono impietosi e ci dicono che nel nostro Paese stiamo assistendo ad un calo vertiginoso dei matrimoni religiosi e civili a favore di convivenze più o meno stabili, che ormai da anni abbiamo il triste primato della denatalità con una crisi demografica che ha grosse ricadute su tutta la vita sociale: dalla vita familiare alla realtà scolastica, dal sistema economico all’organizzazione dell’assistenza fino alla sostenibilità previdenziale – ha ricordato il presidente dell’Isi –. Sono fenomeni che accomunano l’Occidente ma trovano in Italia manifestazioni più accentuate e pervasive. Hanno cause profonde radicate nelle tendenze culturali che scaturiscono da vere e proprie trasformazioni antropologiche di stampo marcatamente individualista, rafforzate da orientamenti e scelte politiche operate negli ultimi decenni che hanno indebolito il valore umano e sociale del matrimonio e dei legami familiari mentre è stato trascurato il sostegno alla famiglia e alla genitorialità».
Alle istituzioni e alle realtà accademiche il compito di fare chiarezza. «Da parte nostra – ha rimarcato Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica – non possiamo dimenticare l’importanza dell’educazione, della prevenzione e della corretta informazione, anche nell’ambito della custodia della fertilità e della cura dell’infertilità. In tal senso, il dialogo tra medicina, ricerca scientifica e istituzioni assume un’importanza rilevante».

L’Australia frena sull’IA a scuola, l’allarme sull’apprendimento

L’Australia frena sull’IA a scuola, l’allarme sull’apprendimento

Quasi un quindicenne italiano su due usa un chatbot per studiare almeno una volta alla settimana. È quanto emerge dal rapporto PISA (Programma per la valutazione internazionale degli studenti) pubblicato a settembre 2026: in Italia lo fa il 47% degli studenti, poco più della media dei Paesi Ocse, ferma al 46%. Ma per che cosa viene usata l’intelligenza artificiale? Il 39% dei ragazzi la consulta per fare ricerche, mentre il 36% le chiede di riassumere i testi; in entrambi i casi, si tratta di percentuali superiori alla media Ocse, pari al 31%. Il rapporto, che ha coinvolto 760 mila quindicenni di 91 Paesi, cerca per la prima volta di capire che rapporto ci sia tra l’uso dell’intelligenza artificiale e ciò che gli studenti imparano davvero. Leggendo bene il documento emerge un dato interessante: i ragazzi che chiedono al chatbot di riassumere un testo anziché leggerlo ottengono, in media, risultati peggiori nelle prove di scienze. Questo non significa necessariamente che sia l’intelligenza artificiale a far peggiorare i voti: i dati mostrano un legame, ma non permettono di stabilire un nesso causa effetto. La differenza si misura soprattutto nel modo in cui questi strumenti vengono utilizzati, perché chi si limita a copiare o ad accettare le risposte del chatbot rischia di imparare meno, mentre invece chi invece fa domande e mette in discussione ciò che legge tende a ottenere risultati migliori.

I rischi dell’intelligenza artificiale per gli studenti, l’allarme australiano

Una lettura simile è arrivata mercoledì scorso dall’Australia: l’Australian Education Research Organisation (Aero), l’ente nazionale che si occupa di ricerca sull’istruzione, ha invitato le scuole a non abusare dell’intelligenza artificiale. La direttrice Jenny Donovan parla di «cognitive outsourcing», espressione che indica la tendenza ad affidare alla tecnologia anche il lavoro mentale che dovremmo fare da soli; questa delega rappresenta un rischio soprattutto per chi sta ancora imparando le basi di una materia. Il problema emerge anche da alcuni studi condotti in altri Paesi. Alcuni studenti che durante l’anno avevano ottenuto buoni risultati grazie all’aiuto dell’intelligenza artificiale non sono riusciti a ripeterli durante gli esami, quando non potevano più utilizzarla. Per questo Aero consiglia di tenere questi strumenti fuori dalle aule nei primi tre anni della scuola primaria. Nel Nuovo Galles del Sud, inoltre, le scuole potranno assegnare agli studenti degli ultimi anni una sola prova valutativa da svolgere a casa, che potrà incidere per non più del 15% sulla valutazione.

Chatbot e apprendimento, come usare l’IA senza smettere di ragionare

Il punto, insomma, è evitare che l’intelligenza artificiale faccia tutto al posto degli studenti. Andreas Schleicher, direttore per l’istruzione dell’Ocse, lo ha spiegato bene con un paragone sportivo: per imparare bisogna allenare la mente, proprio come si allenano i muscoli: senza impegno e senza fatica non si migliora.
Schleicher ha anche richiamato l’attenzione su una differenza nel modo in cui l’intelligenza artificiale viene usata nelle scuole. Secondo quanto riportato dal Washington Times, in un intervento al New York Times ha osservato che in Occidente gli insegnanti tendono a impiegarla per rendere più semplici i compiti degli studenti. In Asia, invece, sarebbero soprattutto i docenti a utilizzarla, con l’obiettivo di far ragionare e lavorare di più i ragazzi.
I dati che emergono simultaneamente dal Rapporto PISA e dalla ricerca Aero, pur partendo da presupposti e da realtà ben diverse, conducono alla stessa domanda: se un chatbot risolve i problemi al posto nostro, che cosa impariamo davvero?
Intelligenza artificiale nella scuola italiana, nuove regole e formazione dei docenti
La questione riguarda da vicino anche la scuola italiana. Il decreto legislativo n. 179 del 2026, che entrerà in vigore venerdì prossimo, introduce l’intelligenza artificiale tra i temi dell’educazione civica e prevede che, entro novanta giorni, un decreto ministeriale stabilisca i criteri per la formazione degli insegnanti. Non c’è dubbio: sarà proprio la preparazione dei docenti a fare la differenza. L’obiettivo dovrebbe essere quello di insegnare agli studenti quando è possibile fidarsi di un chatbot e quando è meglio fare da soli. Perché l’intelligenza artificiale può essere un aiuto prezioso nello studio, però non deve eliminare proprio quella parte di fatica che permette di imparare.
avvenire

«Vi racconto quel giorno ad Assisi, 40 anni fa: l’intuizione della pace vale ancora oggi»

1986 - Il vento di Assisi vince ogni ostacolo

Avvenire

Quarant’anni dopo Assisi, Andrea Riccardi torna all’intuizione di san Giovanni Paolo II: riunire i leader religiosi perché pregassero gli uni accanto agli altri. Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha una domanda che non è rivolta al passato: che cosa può ancora lo spirito di Assisi nell’«età della forza»? La risposta, tra molte altre, è nel suo ultimo libro: “Quel giorno ad Assisi. La storia che ha cambiato le religioni e la pace” (Edizioni San Paolo).

Come nacque quel primo incontro?
Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II invitò ad Assisi i leader delle religioni per pregare non più uno contro l’altro, ma uno accanto all’altro. Aveva il sapore di una prima volta nella storia. Non era il dialogo interreligioso bilaterale che già andava avanti, pur a fatica: era un fatto creativo. L’intuizione del Papa fu insieme mistica e geopolitica. Mistica perché riconosceva un fondo comune di pace nelle religioni; geopolitica perché apriva una formula di dialogo che ha attraversato la “guerra fredda”, la globalizzazione e oggi entra nell’età della forza, profondamente contraddetta dallo spirito di Assisi.
Quali resistenze incontrò Wojtyla?

Furono tante. All’inizio il cardinale Ratzinger, per esempio, espresse perplessità per il rischio di sincretismo. E quando nel 1987 Sant’Egidio decise di continuare a Roma quell’esperienza, ci furono nuove perplessità: si diceva che Assisi fosse un evento unico, qualcosa che solo il Papa poteva convocare. Ma Giovanni Paolo II ci diceva di continuare lo spirito di Assisi. Non voleva che l’incontro del 1986 restasse isolato come un simbolo. Sognava che ne sgorgasse un movimento, un intreccio tra pace e dialogo interreligioso. Ogni anno ci ha accompagnato, esaminando il programma durante un incontro privato e inviando messaggi. Una volta definì la nostra iniziativa un segno dei tempi.
Quella di Assisi fu una svolta storica o resta una promessa incompiuta?
Una svolta storica. Lo intuì anche padre Ernesto Balducci, per nulla tenero con Wojtyla: riconobbe qualcosa che andava oltre l’ordinario e il banale, che doveva far pensare tutti, anche i laici. Nel discorso pubblico di allora sembrava che le religioni fossero condannate alla progressiva decadenza per la secolarizzazione. Invece il fatto religioso stava tornando protagonista, con la tentazione di essere trascinato a benedire o sacralizzare la guerra. Oggi, accanto al terrorismo sacralizzato, vediamo la benedizione delle nuove guerre nazionalistiche o imperiali. Wojtyla intuì il pericolo: la fraternità tra le religioni doveva far emergere la loro dimensione spirituale pacifica.

La “diplomazia delle religioni” come può incidere concretamente in quei conflitti, specie quando la fede viene manipolata e adoperata come arma?
Continuando quell’esperienza, ci siamo resi conto che i leader religiosi avevano bisogno di uno spazio nuovo di rapporto, per far emergere le potenzialità pacificatrici delle loro tradizioni e sfuggire al destino quasi segnato di sacralizzare le guerre. La pace in Mozambico, negoziata da Sant’Egidio e raggiunta nel 1992, dopo una guerra che ha fatto un milione di morti, è un frutto di questo intreccio tra dialogo e fraternità. Con gli altri mediatori c’era un leader religioso, il vescovo Gonçalves. Lo spirito di Assisi ha alimentato iniziative, sensibilità, processi di pace. Penso anche a imam musulmani che hanno protetto i cristiani in momenti di grande difficoltà.
Che cosa resta dell’immagine dei leader riuniti a pregare?

C’è un’estetica della pace: mostrare la bellezza attraente dell’essere insieme. Un’ispirazione a convivere. Dagli anni Novanta il mondo è diventato meno omogeneo sul piano religioso, con convivenze inedite create dall’immigrazione e coabitazioni difficili ereditate dalla storia. Lo spirito di Assisi è anche vivere insieme in pace nelle realtà locali. Ricordo Varsavia nel 1989, alla vigilia della caduta del Muro: vedere sfilare i leader religiosi in un Paese ancora appartenente al blocco comunista fu un momento forte. E ricordo Bucarest, l’anno prima del viaggio di Giovanni Paolo II: quell’incontro sbloccò il rapporto tra cattolici e ortodossi e permise la visita del Papa. È un filo di fedeltà che ha camminato nella storia.
Mantenere vivo lo spirito del 1986, come?
Un incontro come quello di Assisi avviene ogni anno. Quest’anno è il quarantesimo, celebrato proprio a Assisi, speriamo con la presenza del Papa, testimone decisivo della pace disarmata dei credenti. Questo cammino rappresenta una globalizzazione spirituale nel rispetto delle diversità: l’immagine di un mondo unito nella pace, nella diversità di religioni e culture. Non è Babele, ma un luogo che sarà casa di preghiera di popoli diversi. Ogni incontro è un’ispirazione, una profezia che parla in un momento storico particolare».

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