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Insegnare a discutere in classe. Quattro regole che funzionano

Insegnare a discutere in classe. Quattro regole che funzionano

avvenire

La polarizzazione estrema del dibattito pubblico ogni volta che si discute di un tema sensibile è ormai evidentissima a chiunque. Quando c’è in gioco qualcosa che accende le emozioni o che tira in ballo valori considerati da qualcuno assoluti, la tendenza è correre a schierarsi, urlare molti slogan e fermarsi poco ad approfondire. È naturale che sia così nei nostri tempi di comunicazione frenetica. Per comunicare in modo incisivo servono poche parole dirette, non lunghi discorsi noiosi. Per fare hype, funzionano molto di più le posizioni radicali. Per informarsi, un prompt sulla IA ci illude di poter sostituire la lettura profonda o uno studio che dura nel tempo. È sempre più diffusa l’abitudine a dare in pasto all’IA manuali di studio, perché fornisca sintesi di concetti chiave, bigini digitali omogeneizzati: si tratta di scorciatoie magari efficaci, magari in alcuni casi anche utili, ma che non possono sostituire la fatica della frequenza con un testo, con il pensiero dell’autore, con le parole che sceglie per condividerlo.

In questo contesto, insegnare a discutere in classe è più che mai urgente. A scuola uno studente può confrontarsi faccia a faccia con altre persone, osservando le reazioni che le sue idee suscitano. Le frasi fatte non bastano, serve argomentare in modo stringente. Gli slogan di pancia lasciano in tempo che trovano, perché vengono facilmente smontati. A scuola si è costretti al dialogo in presenza, non basta un monologo di fronte a una telecamera. In quali altri luoghi e tempi della vita gli studenti hanno la possibilità di affrontare un dibattito così? Non in molti, credo. Da anni amo discutere su temi anche caldi e divisivi con i miei studenti, dando alcune regole fondamentali. La prima: il rispetto della dignità altrui e della realtà dei fatti. Sembra una regola scontata, ma, in tempi in cui anche le idiozie o gli insulti vengono spacciati per libertà di opinione, non lo è. Il razzismo, l’omofobia, le forme di discriminazione, il becero pregiudizio e tutto ciò che calpesta l’altrui identità non sono opinioni, sono vomito e non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito democratico. Così come non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito le posizioni palesemente inventate: dire che la terra è piatta, che il mondo è governato da rettiliani e che gli elefanti volano non è libertà di espressione, è la sceneggiatura di un libro fantasy, o forse solo un’idiozia. Massima libertà di parola, dunque, e accettazione di ogni opinione, anche urticante o provocatoria, purché basata sulla realtà e rispettosa del prossimo.
La seconda regola: ogni opinione deve essere argomentata, motivata, dimostrata, o almeno bisogna provarci. Cartellino rosso dunque per “a me una volta è capitato che…”, “si è sempre fatto così”, “la mia personale percezione è che…”. Condividere un’esperienza individuale è certamente prezioso, farne un assoluto è del tutto fuorviante. Terza regola: il rispetto reciproco. Si parla uno per volta, si ascolta davvero ciò che l’altro dice, si entra nel merito di ciò che afferma. Nessuna opinione motivata e rispettosa è di serie B, ogni atteggiamento di superiorità morale è bandito. Quarta regola: cambiare opinione o averne una sfumata, o ritrovarsi alla fine con più domande che risposte, non è segno di debolezza, è segno di maturità. Questo non significa che su alcuni temi decisivi non ci si debba schierare o che non vi debbano essere certezze, ma significa riconoscere che la realtà è complessa: non è bianca o nera, ha mille sfumature di grigio. Per questo tenere aperte molte domande è una ricchezza: le domande schiudono il cammino, spingono ad approfondire, aumentano la curiosità.
Qualche mese fa, proprio nel pieno della polemica, assai strumentalizzata anche dalla politica, ho provato con queste poche regole a discutere in due classi del liceo delle scienze umane sul caso della famiglia del bosco. Una scelta didattica: dato che il dibattito ha coinvolto i servizi sociali e i giudici e sono emerse questioni decisive di tipo educativo, mi sembrava doveroso un confronto con persone che studiano per occuparsi di questi temi a livello professionale. Ho assistito a un dibattito ricco e rispettoso, lontanissimo dalle risse social e dalle semplificazioni gridate a squarciagola. Pur nella differenza delle posizioni, abbiamo tentato una sintesi finale, su cui tutti potessero concordare.

Ne sono emersi sette punti chiave. Primo: ogni genitore ha diritto di educare i figli secondo le proprie convinzioni e proponendo, non imponendo, i valori e lo stile di vita in cui crede. Non esiste infatti educazione neutra e valida per tutti: educare non è una formula matematica. Chi educa testimonia inevitabilmente dei valori e propone degli stili di vita. Secondo: dire che i figli appartengono ai genitori e non allo Stato è una forzatura. I figli appartengono a sé stessi e uno Stato civile ha il dovere di intervenire qualora i genitori non garantiscano ai figli la possibilità di crescere in condizioni sicure, in modo che sia tutelata la loro salute psicofisica. Terzo: i servizi sociali svolgono un servizio prezioso; sono alleati delle famiglie, non nemici. I servizi sociali esistono per affiancare i genitori, per supportarli, per permettere ai bambini di crescere in condizioni adeguate. Lo stesso vale per i giudici: non sono certo mostri che allontanano i bambini a cuor leggero; gli allontanamenti, di norma, avvengono dopo che si sono tentate tutte le strade possibili e sono l’extrema ratio.
Quarto: non si dovrebbe mediatizzare ed enfatizzare un caso così sensibile. Il rischio è creare tifoserie che da una parte non rispettano le difficoltà e il dolore di una famiglia e dei suoi bambini e dall’altra demonizzano giudici, educatori e servizi sociali, in una spirale di sospetto e sfiducia verso le istituzioni molto molto pericolosa. Quinto: per giudicare un caso del genere bisogna aver letto tutti gli atti dall’inizio alla fine; per questo, per fortuna, a decidere di questioni così delicate sono persone che ci lavorano per mesi, non leoni da tastiera che hanno sentito due minuti di notizia al telegiornale o hanno letto un post e pretendono perciò di avere la verità in tasca. “La quasi totalità delle persone che si stanno indignando in un senso o nell’altro, non hanno gli elementi per poter giudicare” ha detto una studentessa, con l’approvazione di tutti i compagni. Sesto: il benaltrismo rischia di inquinare ogni discussione ed è sempre dannoso. Il benaltrismo introduce un elemento non coerente con il tema di cui si sta discutendo. È ovvio che ci sono altre situazioni problematiche, ma metterle in campo non porta contributi alla discussione su questo tema e sposta il tiro, creando confusione.
Settimo: è necessario avere fiducia nelle istituzioni, che possono sbagliare, ma non possono essere screditate nel complesso. Le persone delle istituzioni non sono infallibili e chi sbaglia deve pagare, ma sindacare su ogni cosa senza avere gli elementi e diffondere sfiducia è socialmente devastante. L’atteggiamento di base nei confronti di chi serve lo Stato deve essere di apertura e di fiducia, o il nostro vivere insieme rischia di vedere minate le proprie fondamenta. Al termine del dibattito ho ringraziato i miei allievi di quattordici e quindici anni perché mi hanno confermato, col loro confronto civile e ragionevole, che c’è speranza per il futuro e che farsi domande, ragionando più col cervello e col cuore e meno con la pancia, è sempre un dono. Ovviamente non siamo giunti a una conclusione univoca su questo singolo caso, ma questo è un ulteriore elemento di ricchezza.

«Vogliamo capire chi ci ha tolto tutto»: adesso il Movimento 17 ottobre ha un manifesto (in 5 punti)

«Vogliamo capire chi ci ha tolto tutto»: adesso il Movimento 17 ottobre ha un manifesto (in 5 punti)

«Siamo il Movimento 17 Ottobre. Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». Poco dopo le 13 il sedicente gruppo che si è preso le responsabilità delle manifestazioni di piazza (senza rinnegare i disordini) ha pubblicato su Telegram il suo primo «comunicato». Un manifesto in 5 punti sintetici che annuncia programma e possibili sviluppi. Con una premessa: «Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo».
Il manifesto, scritto in modo accurato e chiaro, sottolinea «che questa scelta è politica e non un’assenza di politica. Le ragioni sono tre». In primis, «non ci fidiamo delle istituzioni e di questo governo». E poi «non ci fidiamo delle strutture politiche classiche». Perché «partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa». Un benservito a anarchici e antagonisti, sembrerebbe. Anche se l’area di riferimento traspare dal punto 3: «Ci tuteliamo dalla repressione e dei fascisti». In che modo? Con una strategia che si potrebbe definire liquida: «Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli».
Ma chi scrive – l’identità resta un mistero, in queste ore gli investigatori sono in corsa contro il tempo per scoprire gli autori – ammette che la fluidità non è un’idea nuova: l’ispirazione viene dai movimenti che in vari angoli del mondo hanno provato a cambiare le cose dal basso. «Abbiamo studiato chi prima di noi ha fatto tremare il potere senza lasciargli un volto da colpire: l’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo «be water», organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019, esploso dal basso; gli Indignados e Occupy, con le assemblee permanenti; gli studenti serbi, con i loro plenum orizzontali; la Gen Z in Marocco, coordinata senza capi attraverso canali digitali. Ognuna di queste esperienze ha avuto i suoi limiti e le sue sconfitte, e proprio per questo le abbiamo studiate: per imparare da ciò che ha funzionato e da ciò che è stato schiacciato».
Infine, la domanda chiave, che il gruppo si pone da solo: cosa vogliamo dalle piazze? Risposta: «Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda». Nessun accenno però a saccheggi e scontri con la polizia, nessuna presa di distanza. Il Movimento 17 ottobre sembra avere le idee chiare, si vedrà nei prossimi giorni se saranno anche pacifiche e costruttive. L’obiettivo? Uno solo. «Prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso».

Avvenire

Procede il recupero di Papa Leone XIV dopo l’operazione subita ma ancora non ci sono segnali in merito alle cure. Cosa filtra

Papa Leone XIV in Vaticano con il completo bianco

Papa Leone XIV sta tornando gradualmente ai suoi impegni in Vaticano, mentre prosegue l’attesa per gli esiti degli esami necessari a definire il successivo percorso terapeutico. Dopo l’intervento al polmone, il Pontefice ha ripreso a mostrarsi ai fedeli, ma la convalescenza richiede prudenza e le decisioni sulle attività future dipenderanno anche dalle valutazioni degli specialisti.

newsmondo.it

Il primo segnale di ritorno alla normalità è arrivato il 18 ottobre, quando il Santo Padre si è affacciato alla finestra del Palazzo Apostolico per la recita dell’Angelus. Nell’occasione ha ringraziato il personale sanitario e i fedeli, annunciando una ripresa graduale degli impegni. È inoltre confermata l’udienza generale di mercoledì 21 ottobre in piazza San Pietro. È stata invece annullata la visita a Castel Gandolfo prevista per il 19 e 20 ottobre, proprio per consentire al Papa di concentrarsi sul recupero delle forze.

L’intervento era stato eseguito il 13 ottobre al Policlinico Gemelli di Roma. L’équipe medica aveva proceduto all’asportazione del lobo inferiore del polmone destro attraverso una tecnica videoassistita. L’operazione, durata circa 90 minuti, si era conclusa senza complicanze. Quattro giorni dopo, considerate le buone condizioni generali, i parametri ematici nella norma e gli esiti del controllo radiologico toracico, Leone XIV era stato dimesso ed era rientrato in Vaticano.

Gli esami decisivi e le possibili cure

Come sottolineato da La Sicilia, nella sua versione online, la fase decisiva riguarda ora gli accertamenti sul tessuto asportato. L’esame istologico definitivo dovrà precisare le caratteristiche dell’adenocarcinoma polmonare, verificare i margini di resezione e chiarire l’eventuale coinvolgimento dei linfonodi. A questi risultati si affiancheranno le analisi molecolari e la valutazione della proteina PD-L1, utili per orientare le successive scelte terapeutiche.

Soltanto una volta completato il quadro clinico, i medici potranno stabilire se sia opportuno ricorrere a trattamenti aggiuntivi, come chemioterapia, immunoterapia o terapie mirate, con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva. Se non saranno necessarie ulteriori cure farmacologiche, si procederà con controlli periodici.

Per Leone XIV, dunque, la ripresa delle attività procede insieme alla convalescenza, mentre i referti definiranno i prossimi passi del percorso oncologico.

Kim Jong Un, giallo sulle condizioni di salute. Il Sun: «È in coma dopo un’emorragia cerebrale». Cosa sappiamo

Kim Jong Un, giallo sulle condizioni di salute. Il Sun: «È in coma dopo un’emorragia cerebrale». Cosa sappiamo

Il Messaggero

Peggiorano le condizioni di salute del leader nordcoreano Kim Jong Un, il quale nelle ultime ore sarebbe entrato in coma dopo aver riportato un’emorragia cerebrale. A riportare la notizia è il tabloid britannico The Sun, secondo cui il dittatore sarebbe stato ricoverato d’urgenza in Cina, presso il Peking Union Medical College di Pechino, a causa delle carenze delle strutture sanitarie di Pyongyang. Al momento, tuttavia, non esistono conferme ufficiali sul presunto malore o sul trasferimento all’estero.

L’assenza dalla scena pubblica e i dubbi degli esperti
I sospetti sul suo stato di salute sono stati alimentati dalla sua recente assenza dagli eventi di Stato. Secondo quanto riportato, l’ultima apparizione pubblica del leader risale all’11 ottobre 2026, durante una visita a un museo della difesa a Pyongyang. Secondo Benedict Rogers, analista esperto di Corea del Nord, sarà necessario attendere conferme ufficiali da parte del regime, che probabilmente diffonderà prove video o fotografiche per smentire le voci. “Ci sono già state voci sulla sua morte. Non sembra stare bene ed è estremamente in sovrappeso”, ha raccontato Rogers.

I precedenti nel 2020 e la possibile linea di successione
Non è la prima volta che le condizioni di salute di Kim Jong-un alimentano speculazioni online. Già nel 2020, dopo una lunga assenza pubblica, i social network diffusero la notizia della sua presunta morte, voce che fu poi categoricamente smentita dal suo ritorno in pubblico. In caso di morte, a prendere il potere in Corea del Nord sarebbe la sorella minore del leader Kim Yo-jong, di 38 anni, che negli ultimi anni ha gradualmente intensificato la sua influenza nel Paese. Gli analisti ritengono che la sorella di Kim assumerà la guida ad interim fino a quando la figlia del despota, la tredicenne Kim Ju-ae, non avrà l’età per guidare il regime. Kim ha cresciuto la figlia adolescente affinché diventasse una dittatrice e, negli ultimi anni, l’ha vista affiancare il padre in numerosi eventi di alto profilo.

“Assenti dalla mensa”: su chi crede e non va a messa

mensa

Settimana News

Nel settembre 2026 il National Centre for Pastoral Research della Conferenza episcopale australiana ha pubblicato Absent from the Table, un’indagine sui cattolici che non partecipano regolarmente alla messa domenicale[1]. La ricerca, firmata da Trudy Dantis, Stephen Reid e Leith Dudfield, nasce da una preoccupazione emersa durante il Concilio plenario australiano e il percorso sinodale e riprende uno studio del 2007 dedicato a chi aveva smesso di frequentare. Si basa su un questionario online compilato da 1.973 cattolici e su 67 interviste in profondità. Il campione è autoselezionato e gli autori avvertono che i risultati non valgono per tutti i cattolici australiani. La fotografia che ne esce è comunque nitida e riguarda anche noi.

Tre intervistati su quattro vanno a messa meno di una volta alla settimana: il 19% una volta al mese, il 36% occasionalmente, il 19% mai. Eppure, circa due terzi dichiarano che la fede è per loro molto importante, oltre tre quarti affermano di credere in Gesù Figlio di Dio, il 64% prega regolarmente e il 69% considera l’essere cattolico una parte essenziale della propria identità. La fede, in larga parte, resta. Si è interrotto il suo passaggio dalla mensa eucaristica.

Le ragioni dell’assenza
Il rapporto distingue sei ragioni che dipendono dai fedeli e otto che dipendono dalla Chiesa, ragioni che spesso si intrecciano. Tra le prime figurano la messa che non è più una priorità, le crisi di fede, le difficoltà familiari, la malattia, l’età e la distanza. Tra le seconde troviamo liturgie percepite come noiose o deprimenti, musica povera, difficoltà con il parroco e con il clero, comprese quelle con i sacerdoti venuti da altri paesi, il clericalismo e l’abuso di potere, l’ipocrisia, la perdita di fiducia nell’istituzione, la sensazione di essere esclusi dalle regole della Chiesa e la sua irrilevanza per la vita di oggi. Gli abusi sessuali del clero pesano in modo particolare su chi li ha subiti e sulle loro famiglie.

La pandemia ha fatto da acceleratore. Ha indebolito il senso dell’obbligo e ha trasformato la messa in uno dei tanti modi di restare in contatto con Dio; molti hanno seguito le celebrazioni online e poi non sono più tornati.

Tra i temi che lo studio registra, uno compariva, benché ai margini, già nel 2007 e oggi si presenta come autonomo: la convinzione che partecipare ogni settimana non sia necessario per mantenere la fede.

Due metà della stessa frattura
Letti insieme, i dati mostrano due movimenti che vanno in direzioni opposte e nascono dalla stessa frattura. Il primo porta verso una comunità senza Cristo. Gli intervistati cercano appartenenza e la trovano altrove: la comunità scolastica cattolica è apprezzata dal 74% di loro, la parrocchia dal 51%, e il 62% mantiene legami con la Chiesa attraverso scuole, ospedali, servizi di assistenza, gruppi di preghiera e di impegno sociale. È un’appartenenza reale, spesso generosa, che però si regge sull’opera comune più che sulla mensa comune.

Il secondo movimento porta verso un Cristo senza comunità: la preghiera personale, la natura, la messa in streaming, il servizio vissuto come forma di spiritualità. Molti, riferisce il rapporto, trovano queste forme più significative della liturgia domenicale. Anche qui c’è qualcosa di autentico e insieme al rischio di una fede su misura, che sceglie i luoghi, i tempi e le persone con cui credere.

Il dato sull’Eucaristia conferma la frattura. Il 55% degli intervistati afferma la presenza reale di Cristo, il 24% vede nel pane e nel vino dei simboli, il 21% non sa. Per molti, scrivono gli autori, l’Eucaristia conserva un significato legato alla tradizione e alla comunità più che alla dottrina. Se la mensa vale per chi vi si siede attorno, quando la compagnia delude non resta un motivo per tornare.

Il luogo in cui l’altro non si sceglie
Nella frattura si riconosce una logica che non riguarda soltanto la Chiesa.

Si va a messa se la gente è accogliente e il prete è bravo; altrimenti si cerca altrove o non si cerca più. È la stessa logica che governa gran parte della vita sociale contemporanea e, in modo specifico, quella digitale: si frequenta ciò che somiglia, si abbandona ciò che non gratifica e si scorre oltre. Applicata alla comunità cristiana, questa logica trasforma l’assemblea in un servizio da valutare.

La costituzione conciliare sulla liturgia elenca l’assemblea che prega e canta tra i modi della presenza di Cristo. Andare a messa per Cristo e andarci per gli altri sono quindi, a rigore, la stessa cosa. L’assemblea è anche il luogo in cui l’altro non si sceglie: il vicino di banco antipatico, il prete che annoia, il prete straniero di cui si fatica a capire l’accento.

Il rapporto cita proprio le difficoltà con i sacerdoti nati in altri Paesi tra le ragioni di disagio e il dettaglio dice molto. Anche dentro la Chiesa lo straniero è la figura su cui la scelta per affinità inciampa. In una società che si fida poco degli sconosciuti, una comunità in cui lo sconosciuto siede accanto a me per una ragione che non dipende dalla simpatia è una delle poche palestre rimaste per imparare a riconoscerlo come fratello.

La parte che riguarda la Chiesa
Il rapporto non assolve la Chiesa. Gli abusi, il clericalismo, la mancanza di trasparenza e di responsabilità compaiono tra le cause e le proposte raccolte dagli intervistati vanno in una direzione precisa: omelie e musica migliori, orari più accessibili, una partecipazione più ampia dei laici, il coinvolgimento di donne e persone sposate nei ministeri, l’accoglienza delle persone escluse dalle regole attuali, strutture più trasparenti. La richiesta di fondo è chiara: una comunità in cui si possa partecipare, oltre che assistere.

Qui la questione si sposta dalla qualità della liturgia alla forma della comunità. Una comunità in cui il riconoscimento discende dal titolo e dal grado riproduce al proprio interno le gerarchie che la società già impone e trasforma i battezzati in pubblico.

Una comunità che riconosce i carismi effettivi a partire dalla comune dignità battesimale fa dell’assemblea un corpo, in cui ciascuno ha un posto che non dipende dalla posizione sociale né dalla simpatia degli altri. La prima può migliorare le omelie e la musica senza toccare il problema; la seconda lo affronta alla radice.

Una lezione anche per noi
Il caso australiano è meno lontano di quanto sembri. In Italia la serie dell’indagine Istat «Aspetti della vita quotidiana», studiata da Luca Diotallevi, mostra che la quota di popolazione che dichiara di partecipare ogni settimana ai riti religiosi è passata da oltre un terzo nel 1993 a circa un quinto nel 2019. Si tratta di frequenze dichiarate, che tendono a sovrastimare la pratica reale, e di un declino che precede la pandemia e prosegue senza interruzioni.

Dove il rapporto australiano vede nel Covid un acceleratore, il caso italiano mostra una tendenza strutturale che l’emergenza sanitaria non ha interrotto. Le dinamiche descritte dalla ricerca australiana si riconoscono anche qui: la fuga verso gruppi scelti per affinità, la tentazione di misurare la messa sulla bravura del celebrante. Ciò che manca, o almeno non circola, è l’altra metà del lavoro australiano: una ricerca promossa dai vescovi che interroghi direttamente chi non viene più e ne prenda sul serio le ragioni, comprese quelle che chiamano in causa la Chiesa.

Davanti a questi segnali le risposte più facili sono due. La prima è rendere la messa più attraente, con celebrazioni curate, omelie brevi, buona musica. È necessaria, ma da sola rafforza la logica che si vorrebbe correggere, perché tratta la liturgia come un servizio da migliorare per un pubblico da riconquistare, l’assemblea. La seconda è rimproverare chi non viene, richiamando l’obbligo, ma ignora che molti degli assenti credono e pregano, e che le loro ragioni chiamano in causa anche chi resta.

C’è una terza strada, più faticosa: ricostruire l’assemblea come luogo in cui l’altro non si sceglie e in cui ognuno ha un ruolo. Gli intervistati australiani la indicano senza nominarla, quando chiedono di partecipare e di appartenere. È la stessa domanda che il percorso sinodale ha posto a tutta la Chiesa e la risposta passa per la valorizzazione dei carismi di tutti i battezzati più che per la qualità dello «spettacolo da rappresentare». La mensa resta apparecchiata. Il problema è che molti non riconoscono più chi vi siede accanto come parte di ciò che vi si celebra.

[1] Dantis, Reid e Dudfield (2026). La sintesi esecutiva e il rapporto completo sono disponibili sul sito del National Centre for Pastoral Research.

Caso Saman, Shabbar Abbas di nuovo a processo per induzione al matrimonio

NOVELLARA (Reggio Emilia) – È iniziato ieri al Tribunale di Reggio Emilia un nuovo processo nei confronti di Shabbar Abbas, padre di Saman, la 18enne uccisa nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 a Novellara e ritrovata sepolta in una fossa vicino casa dopo oltre un anno di ricerche. L’uomo, assente in aula, è imputato per l’induzione al matrimonio della figlia, che sarebbe stata costretta, contro la sua volontà, a sposare un cugino in Pakistan. La pm Maria Rita Pantani contesta anche le aggravanti della minore età di Saman e dell’abuso dell’autorità familiare.

Quello iniziato ieri è un nuovo procedimento penale a carico di Shabbar, dopo che a luglio, con la pronuncia della Cassazione, è diventata definitiva la condanna per l’omicidio della 18enne. L’uomo è stato condannato all’ergastolo insieme alla moglie e ai due cugini della giovane. Lo zio, Danish Hasnain, è stato invece condannato a 22 anni di carcere. Anche Nazia Shaheen, madre di Saman, è imputata per la costrizione al matrimonio, in un processo a parte.

Reggio Emilia / “A Messa non da spettatori ma da protagonisti”, inaugurato il ciclo di incontri sulla liturgia

Sala di Sant’Agostino gremita oggi 18 ottobre per il primo di sei incontri dedicati alla liturgia. A inaugurare il ciclo il vescovo di Crema, mons. Daniele Gianotti. L’intervento è stato introdotto dal parroco don Luca Grassi

Stampa Reggiana

REGGIO EMILIA – Come vivere la liturgia non da semplici spettatori, ma da protagonisti consapevoli? E quale ruolo sono chiamati a svolgere i fedeli nella celebrazione e nella vita della comunità cristiana? Sono le domande che fanno da filo conduttore al ciclo di sei incontri dedicati alla liturgia, alla partecipazione e alla vita della Chiesa, in programma da ottobre 2026 a maggio 2027, con la presenza di esperti e testimoni del panorama ecclesiale italiano.

A inaugurare il ciclo è stato il vescovo di Crema, mons. Daniele Gianotti, che ha guidato i presenti alla riscoperta della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, il documento che ha segnato una svolta nella comprensione e nella celebrazione della liturgia. Un’occasione per tornare alle radici della riforma e interrogarsi su come tradurne ancora oggi lo spirito nella vita delle parrocchie e nella partecipazione di ogni fedele.

“Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore”. Così prescrive il paragrafo 48 delle costituzione “Sacrosanctum Concilium” inerente la riforma liturgica e promulgata da Paolo VI. La genesi dell’importante documento approvato all’unanimità dal padri conciliari (solo 4 i contrari) e le sue peculiarità sono state diffusamente ripercorse e illustrate dal vescovo di Crema Daniele Gianotti, studioso di patristica e presidente della Commissione episcopale CEI per l’educazione cattolica, la scuola e l’università. La stessa costituzione ai paragrafi 41 e 42 illustra il ruolo del vescovo e delle comunità parrocchiali.

Il suo puntuale ed efficace intervento, introdotto dal parroco don Luca Grassi – che proprio domenica ha festeggiato l’onomastico e il settimo anniversario di parroccato in Sant’Agostino – ha aperto la serie dei sei incontri dedicati alla “rivoluzione” che il Concilio Vaticano II ha introdotto in ambito liturgico. E’ nella liturgia che si manifesta la Chiesa; la centralità è rivestita dall’Eucarestia che ricorda il dono salvifico di Cristo sulla Croce.

Non va dimenticato che oggi domenica 18 ottobre si celebrava la centesima giornata missionaria mondiale; durante la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Daniele è stata introdotta un’innovazione: alla processione offertoriale i fedeli stessi si cono recati a portare all’altare la loro offerta. Inoltre, si ricordava il cinquantesimo della morte del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, presidente del Consilium per la riforma liturgica varata dal Vaticano II. La sala parrocchiale era gremita; così come tanti sono stati i bambini e i ragazzi coinvolti sullo stesso tema in Santo Stefano e poi confluiti in Sant’Agostino per la Messa festiva.

Mons. Gianotti ha ricordato la felice intuizione di Giovanni XXIII manifestata il 25 gennaio 1959 di convocare un Concilio ecumenico, l’esordio della prolusione alla prima seduta conciliare in latino “Gaudet Mater Ecclesia”, il famoso discorso, in italiano, della luna la sera dell’11 ottobre 1962, apertura del Concilio, il suo motto  obbedienza e pace;  nonché il ruolo magisteriale di Paolo VI.

Il Concilio è stata contraddistinto da importanti cambiamenti negli atteggiamenti della Chiesa: dall’opposizione alla modernità al confronto e al dialogo; dalla dottrina al Vangelo, alla sua efficacia rendendolo comprensibile al mondo; dal centralismo romano ad una Chiesa consapevole della sua mondialità; ripensare il presente e ritorno alla fonti con la riscoperta, faticosa, della Sacra Scrittura, dei padri della Chiesa Scritture. Mons. Gianotti ha sottolineato che il lavoro di riforma della liturgia era già iniziato alla fine del sec. XIX e notevoli furono i cambiamenti imposti da Pio XII soprattutto al Truiduo pasquale. La liturgia è dunque l’azione comune di tutto il popolo di Dio; non è uno spettacolo a cui si assiste, ma un’azione di tutti: i fedeli sono e devono essere protagonisti.

Gli incontri proseguiranno con cadenza mensile:

29 novembre 2026, arcivescovo Vittorio Francesco Viola, segretario del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ladimensione sacerdotale della Comunità cristiana;

17 gennaio 2017, arcivescovo Giacomo Morandi, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ilvalore della SacraScrittura nella vita liturgica della Chiesa;

1 febbraio 2027, vescovo Aurelio García Macías, sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino, il senso dei sacramenti a partire da quello eucaristico;

18 aprile 2027, don Matteo Ferrari, priore generale dei Camaldolesi, il senso del tempo nella dimensionecelebrativa;

9 maggio 2027, suor Elena Massimi, presidente dell’Associazione dei Professori di Liturgia, l’importanza e modalità di partecipazione alla preghiera liturgica.

Stampa Reggiana

Vangelo e Parola del giorno 20 Ottobre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Ef 2,12-22

Fratelli, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che di due ha fatto una cosa sola,
abbattendo il muro di separazione che li divideva,
cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne.
Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo,
per mezzo della croce,
eliminando in se stesso l’inimicizia.
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.
Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.

 

Salmo Responsoriale

Dal Sal 84 (85)

R. Il Signore annuncia la pace al suo popolo.
Oppure:
R. Sei tu, Signore, la nostra pace.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. R.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo. R.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,35-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

Concerto Soli Deo Gloria Venerdì 23 ottobre 2026 ore 21 – Musica e identità romena – Conservatorio di Reggio Emilia e Castelnovo ne’ Monti “Achille Peri – Claudio Merulo” Auditorium “Gianfranco Masini” Reggio Emilia Via Dante Alighieri,

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Concerto di “Soli Deo Gloria. Organi, Suoni e Voci della Città 2026 – XXII edizione”, nell’ambito del più ampio progetto di co-progettazione culturale “Animali Intelligenti” voluto dal Comune di Reggio Emilia Assessorato Cultura e Giovani, promosso da ICS – Innovazione Cultura Società, Digital Freaks, Bruma, Amici del Quartetto “Guido A. Borciani”, Cappella Musicale San Francesco da Paola, Soli Deo Gloria Organi, Suoni e Voci della Città, che si terrà Venerdì 23 ottobre 2026 ore 21

Conservatorio di Reggio Emilia e Castelnovo ne’ Monti “Achille Peri – Claudio Merulo”
Auditorium “Gianfranco Masini”

Reggio Emilia
Via Dante Alighieri, 11

Musica e identità romena
Tournée culturale interdisciplinare nelle comunità romene di Ungheria, Austria e Italia in collaborazione con l’Associazione Culturale Timorgelfest di Timisoara (Romania)

Mara Dobrescu, pianoforte
Cristina Struta, organo

Il concerto sarà preceduto da una presentazione de *Il Transilvano di Girolamo Diruta*, a cura del Prof.Dr. Felician Roșca

In collaborazione con il Conservatorio di Reggio Emilia e Castelnovo ne’ Monti “Achille Peri – Claudio Merulo” Ingresso libero, senza prenotazione, limitato ai posti disponibili

Il Programma:

Dinu Lipatti (Bucarest, 19 marzo 1917 – Ginevra, 2 dicembre 1950)
Concerto per organo e pianoforte
Allegretto – Andante cantabile – Allegro grazioso – Resoluto –  Andante

Le interpreti:
Mara Dobrescu (Parigi) ha iniziato gli studi musicali presso il Liceo Artistico
George Enescu di Bucarest; nel 1996 è stata ammessa al Conservatoire National
Supérieur de Musique di Parigi — dove ha studiato con Gérard Frémy — grazie a
una borsa di studio del governo francese. In seguito, ha partecipato a masterclass
tenute da pianisti di fama internazionale quali Martha Argerich, Pierre-Laurent
Aimard, Dominique Merlet, Jean-Claude Pennetier e Alain Planès.
Vincitrice di numerosi concorsi internazionali, ha ricevuto borse di studio dalle
fondazioni Yamaha, Meyer e Nadia & Lili Boulanger. La collaborazione con il

pianista Pierre-Laurent Aimar l’ha avvicinata al repertorio moderno e contemporaneo, approfondito nel corso di un biennio di studi presso il
Conservatorio di Ginevra.
Mara Dobrescu ha tenuto recital e concerti in importanti sale di Europa, Sud
America, Asia, Australia e Stati Uniti, sia come solista che come membro del quartetto Face à Face. Il 19 marzo 2007 si è esibita alla Salle Cortot di Parigi in
un concerto dedicato a Dinu Lipatti, in occasione di quello che sarebbe stato il suo
novantesimo compleanno. Dal 2004 insegna pianoforte e musica da camera presso
i conservatori di Parigi e Lilla.
Mara Dobrescu ha inciso due CD: il primo, pubblicato nel 2003, è dedicato alla
coppia di musicisti Robert e Clara Schumann, mentre il secondo è un disco in duo
con il violoncellista Jérémie Maillard.

Cristina Struța (Timișoara) ha iniziato gli studi di pianoforte all’età di cinque anni
e, successivamente, a quattordici anni, ha intrapreso lo studio dell’organo. Si è
laureata presso la Facoltà di Musica e Teatro di Timișoara nel 2016, sotto la guida
del professor Felician Roșca, conseguendo poi la laurea magistrale presso lo
stesso istituto nel 2018.
Ha partecipato a masterclass con Daniel Roth, Jean-Paul Imbert, Esteban
Elizondo, Renato Negri, Gianpaolo di Rosa e László Csanádi. Ha ottenuto
numerosi riconoscimenti in Romania e all’estero, tra cui: il 3° premio al Concorso
Internazionale dell’Organo di Szeged (2014), il 2° premio al Concorso Internazionale
Timorgelfest di Timișoara (2015), il Premio Radio Timișoara per la migliore
esecuzione di un’opera rumena (2015) e il 3° premio al Concorso Ada Ulubeanu di
Bucarest (2019). Nel 2016 ha ricevuto il Premio "Eugen Todoran; per l’eccellenza
conferito dall’Università dell’Ovest di Timișoara.
Quest’;anno ha discusso la sua tesi di dottorato dal titolo *Punti di riferimento
creativi e analisi interpretativa nella musica organistica romantica francese:
Charles-Marie Widor e le influenze sull’opera di Dinu Lipatti – Il Concerto per
organo e pianoforte*. Il suo relatore di dottorato è stato il Prof. Felician Roșca
(PhD, Habil.), conseguendo il titolo con la menzione *Summa cum laude*.
Ha tenuto decine di concerti sia in Romania (Arad, Reșița, Timișoara, Oradea,
Satu Mare) che all’estero (Losanna, Parigi, Szeged, Roma, Reggio Emilia, Vienna).
Tra le esibizioni di maggior rilievo figurano quelle al Festival Internazionale
Timorgelfest, i concerti del 2022 a Szeged (Ungheria) e Monaco di Baviera
(Germania), e una tournée di tre concerti nell’ambito del Terra Sancta Festival in
Israele (Nazaret, Gerusalemme e Betlemme). Ha collaborato con l'Orchestra
Filarmonica;Banatul; di Timișoara sotto la direzione di maestri quali Gheorghe
Costin, Nicolae Moldoveanu, Iosif Todea e Tiberiu Popovici. Di recente ha tenuto
un concerto al Pantheon di Roma.
Attualmente ricopre il ruolo di docente (PhD) presso la Facoltà di Musica e Teatro
dell’Università dell’Ovest di Timișoara ed è direttore artistico del Festival
Internazionale Timorgelfest, del festival;Il Barocco in veste contemporanea e del
Festival Internazionale;Organi della Città.

La presentazione dedicata a *Il Transilvano* di Girolamo Diruta rende omaggio
alla collaborazione tra musicisti italiani e transilvani negli anni Settanta del
Cinquecento. Fu proprio in quel periodo che il principe di Transilvania Sigismund
Báthory — affascinato dalla cultura musicale italiana dell’epoca — commissionò

un metodo per l’apprendimento dell’organo. dell’opera rappresenta la prima guida didattica per organisti, offrendo consigli pratici e brani musicali per
padroneggiare lo strumento. Il professor Felician Roșca presenterà questo
programma unico — che include pagine inedite tratte dal documento originale —
sia in rumeno che in italiano (tramite PowerPoint), trasportando il pubblico nella
splendida atmosfera del Rinascimento italiano.

La rassegna Soli Deo Gloria. Organi, Suoni e Voci della Città è promossa in collaborazione e con il contributo di:

Comune di Reggio Emilia

Diocesi di Reggio Emilia – Guastalla: Ufficio Beni Culturali, Nuova Edilizia di culto; Museo Diocesano di Reggio Emilia – Guastalla

Conservatorio di Musica di Reggio Emilia e Castelnovo ne’ Monti “Achille Peri – Claudio Merulo”

Lions Club Ludovico Ariosto di Albinea

AERCO Associazione Emiliano-Romagnola Cori

BUS74 APS

Fondazione Solidarietà Reggiana

Reggio Iniziative Culturali

Capella Regiensis

FAI Fondo Ambiente Italiano

Sponsor tecnico

Hotel Posta

Direttore Artistico Renato Negri