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Reggio Emilia / Così le celebrazioni dell’1 e 2 novembre con l’Arcivescovo Giacomo Morandi: in Cattedrale per la solennità di Tutti i Santi e al Cimitero Monumentale per la commemorazione di tutti i defunti

Queste le celebrazioni con l’Arcivescovo Giacomo Morandi per la solennità di Tutti i Santi e la commemorazione di tutti i defunti:

Domenica 1° novembre
Alle 11.30 l’Arcivescovo in Cattedrale presiede la Messa per la solennità di Tutti i Santi.

Lunedì 2 novembre
Alle 15.30 l’Arcivescovo celebra la Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti presso il Cimitero Monumentale di Reggio Emilia.

Il vescovo Giacomo Morandi benedice le statue dei santi in Cattedralea Reggio Emilia per la solennità di Ognissanti (foto Codazzi)
Il vescovo Giacomo Morandi benedice le statue dei santi in Cattedralea Reggio Emilia per la solennità di Ognissanti (foto Codazzi)
laliberta.info

Diabete di tipo 2, diagnosi già a 13 anni. L’allarme sugli ultraprocessati: «Non si cucina più, si chiama e il pasto arriva»

Diabete di tipo 2, diagnosi già a 13-14 anni. L’allarme sugli ultraprocessati: «Non si cucina più: si chiama e il pasto arriva»

Il Messaggero

Il presidente dell’Osservatorio nazionale dieta mediterranea, Vito Amendolara, richiama l’attenzione sui rischi legati alle abitudini alimentari delle nuove generazioni: «Le diagnosi le stiamo ritrovando fra i 13 e i 14 anni». Al centro la necessità di educare a una sana alimentazione fin dalla scuola primaria. Il diabete di tipo 2, una malattia storicamente associata soprattutto all’età adulta, può essere diagnosticato anche durante l’adolescenza. A richiamare l’attenzione sul fenomeno è Vito Amendolara, presidente dell’Osservatorio nazionale dieta mediterranea, che individua tra i fattori da contrastare la diffusione dei prodotti ultraprocessati e il progressivo abbandono delle abitudini alimentari tradizionali.

«Da 15-20 anni, con il dilagare dei prodotti ultraprocessati, le diagnosi di diabete non sono più quelle di una volta, che si attestavano intorno ai 40-50 anni. Le stiamo ritrovando fra i 13 e i 14 anni», ha dichiarato Amendolara durante la conferenza stampa di presentazione della dodicesima edizione del convegno La Bellezza Continua. Benessere globale e antiaging, organizzato dalla dottoressa Maria Laura Vinciguerra, presidente e responsabile scientifica dell’evento. L’appuntamento è in programma il 6 e 7 novembre all’Hotel Cetus di Cetara.
Educazione alimentare fin dalla scuola primaria
Per Amendolara, la prevenzione deve cominciare prima che si consolidino abitudini poco salutari, coinvolgendo scuola e famiglia. È questa la finalità del progetto «Mediterraneamente», che punta a promuovere la cultura alimentare tra i più piccoli attraverso la collaborazione di biologi nutrizionisti, insegnanti e genitori.

«Il nostro target è quello fra la terza e la quarta elementare, perché è il periodo nel quale è necessario far acquisire i mattoni di conoscenza», ha spiegato il presidente dell’Osservatorio, sottolineando l’importanza di fornire ai bambini gli strumenti per compiere scelte alimentari consapevoli.

«La dieta mediterranea non si può solo raccontare: bisogna costruire gli strumenti e i sistemi affinché possa essere fruita», ha evidenziato Amendolara. L’obiettivo, quindi, non è soltanto sensibilizzare sui benefici di un’alimentazione equilibrata, ma renderla concretamente accessibile nella vita quotidiana.

«Non si cucina più»: il rischio di perdere le abitudini tradizionali
A preoccupare è anche il cambiamento nel modo di organizzare i pasti. «Non si cucina più: si chiama e il pasto arriva», ha osservato Amendolara, criticando un modello sempre più orientato alla comodità e al ricorso al servizio di consegna a domicilio. Una trasformazione che, secondo il presidente dell’Osservatorio, rischia di allontanare soprattutto i più giovani dalla preparazione dei cibi, dalla conoscenza degli ingredienti e da un rapporto più consapevole con l’alimentazione. Il messaggio è chiaro: la prevenzione non si esaurisce nelle raccomandazioni, ma richiede educazione, strumenti concreti e abitudini quotidiane più sane. E per costruirle, sostiene Amendolara, bisogna partire dai bambini, prima che le scelte alimentari diventino comportamenti difficili da modificare.

Una ragazza mozambicana alla Summer School di Economy of Francesco scopre che essere la più giovane al tavolo non significa avere meno da offrire e che la fraternità può diventare una chiave per ripensare economia, tecnologia e sviluppo

Quello che la fraternità mi ha insegnato in Germania

Avvenire

E ro la persona più giovane all’International Summer School di Economy of Francesco in Germania. Intorno a me c’erano economisti, ricercatori, imprenditori, accademici e professionisti con anni di esperienza, provenienti da 26 diverse nazionalità e da ogni parte del mondo. Io ero lì come adolescente del Mozambico, in Africa: ascoltavo, osservavo, imparavo e, a volte, semplicemente cercavo di assorbire tutto ciò che accadeva intorno a me. All’inizio, la differenza di età mi sembrava enorme. Ma ho capito molto presto che essere giovane non significava non avere nulla da offrire. Portavo con me il Mozambico: la sua gente, le sue sfide, le sue speranze e un modo di guardare il mondo plasmato da una realtà diversa.
Durante tutta la Summer School, una parola continuava a tornare: fraternità. Luigino Bruni ci ha aiutati ad aprire uno spazio in cui la fraternità non veniva considerata semplicemente una bella idea, ma qualcosa capace di cambiare il nostro modo di comprendere l’economia. Anche passando attraverso le storie scomode di Caino e Abele e di Giuseppe e i suoi fratelli: storie segnate dall’invidia, dalla predilezione, dal confronto. Il World Fraternity Report, presentato da Paolo Santori e Tracey Freiberg nell’ambito di un progetto più ampio, ci ha condotti a esplorare diversi modi di intendere la fraternità: non semplicemente come un sentimento, ma come qualcosa che può essere osservato attraverso la reciprocità, la cura e l’inclusione. Fraternità significa decidere di riconoscere che la vita dell’altro conta tanto quanto la nostra. Suor Helen Alford ci ha condotti ancora più in profondità nel rapporto tra fraternità, dignità umana e vita economica. Ho cominciato così a vedere la fraternità non semplicemente come essere gentili, ma come il riconoscimento del fatto che le nostre vite sono legate.
E le conversazioni su San Francesco ci hanno ricordato che a volte la forma più potente di innovazione è il coraggio di vivere diversamente. Durante il nostro soggiorno a Mettingen ho avuto anche l’opportunità di guidare un momento spirituale davanti allo Specchio della Pace. Ho invitato tutti a costruire una semplice barchetta di carta, come simbolo dei diversi viaggi che ci avevano condotti alla stessa Summer School. Guardando le nostre barchette, abbiamo riflettuto sulla loro fragilità e su quanto anche noi siamo più fragili di quanto, a volte, siamo disposti ad ammettere. «Abbiamo bisogno gli uni degli altri» è diventata parte della nostra riflessione, prima di trasformare le barchette in magliette. La barca rappresentava il nostro viaggio; la maglietta diventava il messaggio che sceglievamo di portare con noi da quel viaggio. Era un’attività semplice, ma mi ha lasciato una domanda che è rimasta con me: se la fraternità fosse qualcosa che potessimo indossare, che cosa vorremmo che dicesse?
Questo legame è diventato particolarmente concreto quando abbiamo parlato di tecnologia e intelligenza artificiale. La riflessione di Henning Müller sull’IA applicata all’agricoltura mi ha fatto pensare agli agricoltori che conosco in Africa. Possiamo parlare di macchine più intelligenti, di una produzione più efficiente e del futuro dell’alimentazione, ma all’inizio di quella catena c’è una persona. Che cosa succede quando quell’agricoltore non ha accesso a Internet, non dispone di tecnologia o non ha nemmeno le stesse opportunità per raggiungere il mercato? Per me, innovare non può significare soltanto andare avanti più velocemente. Deve significare anche assicurarsi che chi già fatica non venga lasciato ancora più indietro.
Abbiamo esplorato anche le città, l’imprenditorialità e il modo in cui si costruiscono le comunità. Durante la presentazione sul Lok-Viertel e nelle nostre conversazioni a Osnabrück, continuavo a pensare a qualcosa di molto semplice: chi può immaginare il futuro? I giovani erediteranno le città, le economie e le comunità che vengono progettate oggi. Ci vivremo, ci lavoreremo e vi faremo crescere le nostre famiglie. Essere giovani non dovrebbe significare essere invisibili. A volte, la persona più giovane nella stanza nota qualcosa che tutti gli altri hanno smesso di vedere.
La Fraternity Challenge ha portato tutto questo dalla teoria a qualcosa su cui potessimo lavorare concretamente. Il mio gruppo ha approfondito il tema “From Reciprocity to Sustainable Prosperity: Strengthening Fraternal Economic Relationships in Indigenous Communities” – «Dalla reciprocità alla prosperità sostenibile: rafforzare le relazioni economiche fraterne nelle comunità indigene». Siamo stati chiamati a riflettere concretamente su come relazioni fondate sulla fiducia e sulla reciprocità potessero trasformarsi in impegni capaci di sostenere realmente le comunità indigene. Abbiamo esplorato idee legate al credito, alle relazioni comunitarie e ai modi per aiutare le persone a costruire insieme una prosperità sostenibile. Ho capito allora che la fraternità non è soltanto qualcosa di cui parlare. È qualcosa che dobbiamo scegliere di mettere in pratica.
Ho inoltre cominciato a comprendere la fraternità attraverso le persone che troppo spesso vengono lasciate fuori dalla conversazione: il lavoratore con disabilità che non riesce ad accedere a un luogo di lavoro; il giovane la cui idea viene scartata a causa della sua età; l’agricoltore il cui lavoro è essenziale, ma la cui quota del valore finale è piccola. Non sono problemi separati. Ci ricordano che un’economia è fatta di vite umane. Se qualcuno viene sistematicamente lasciato ai margini, allora è il sistema stesso ad avere qualcosa da imparare.
Essere in Germania mi ha fatto capire anche che non devo scegliere tra essere africana ed essere parte di una conversazione globale. Posso trovarmi in una sala internazionale e continuare a porre domande che vengono dal Mozambico. Posso ascoltare più di quanto parlo ed essere comunque presente. Posso imparare da persone come Luigino, suor Helen, Tracey, Paolo, Henning e Felix e, allo stesso tempo, portare con me la mia esperienza. Non avevo bisogno di avere la voce più forte nella stanza. A volte, essere la più giovane significava avere il privilegio di osservare attentamente e scoprire che esiste più di un modo per dare il proprio contributo.
Ho lasciato la Summer School con qualcosa che spero di non perdere mai: la sensazione che a quel tavolo ci sia posto anche per la mia generazione. La fraternità non significa essere tutti uguali, avere la stessa età, provenire dallo stesso Paese o avere la stessa esperienza. Significa rifiutarsi di credere che possiamo costruire il futuro da soli. Ero la persona più giovane nella stanza, ma ero anche parte di quella stanza. E forse è questa l’immagine che ricorderò più di tutte: non una ragazza in piedi ai margini, in attesa del proprio turno, ma una ragazza seduta al tavolo, che ascolta, impara e lentamente comprende che un giorno il futuro di cui si discute intorno a lei diventerà il futuro che toccherà a lei costruire.

Generazione manga: come gli eroi dei fumetti hanno conquistato i nostri figli (ci sono anche Gesù e Carlo Acutis)

Giovani al Lucca Comics

Avvenire

«La nostra generazione è più abituata a vivere le proprie emozioni come emozioni e a non reprimerle» racconta Gaia, che ha 15 anni. Filippo, che ne ha 17, continua: «Una cosa che mi è rimasta molto, sia da alcuni anime sia da alcuni manga, è uno dei principali insegnamenti anche della filosofia. Ovvero non si devono avere né troppe speranze né troppe paure. Cioè essere realisti, spesso anche non avere ansie inutili. Oppure semplicemente non avere speranze inutili, perché poi è più facile rimanere deluso». Le interviste sono state raccolte l’anno scorso tra il Romics di Roma e il Lucca Comics, due appuntamenti imperdibili per le migliaia di ragazzi che nel nostro Paese, come nel resto del mondo, sono appassionati di manga, appunto. Cioè di fumetti giapponesi. Capire i figli significa anche imparare a decifrare le storie che amano, i personaggi in cui si riconoscono, le passioni attraverso cui provano a dare risposte a domande ancora difficili da condividere e per molti adolescenti, oggi, una di queste strade passa proprio dalle strisce e dai cartoni animati ad esse ispirati che spesso restano, agli occhi degli adulti, un mondo poco conosciuto o addirittura frainteso.
Quello dei fumetti giapponesi rappresenta un fenomeno globale che nell’ultimo decennio ha registrato un ulteriore boom, «alimentato anche dalle restrizioni sociali dovute alla pandemia. Nel 2021 i manga rappresentavano quasi il 60% dei fumetti venduti nel nostro Paese, senza contare che diversi autori occidentali ne sono stati influenzati». Con la conseguente ricaduta economica, visto che «un solo fumetto settimanale può arrivare a vendere milioni di copie»: nel 2023 «il mercato dei manga in Giappone, cartaceo e digitale, ha superato i 670 miliardi di yen (circa 4,5 miliardi di euro). One Piece di Eiichiro Oda ha venduto oltre 500 milioni di copie nel mondo, superando le vendite di colossi della letteratura occidentale come i libri di Harry Potter». Lo raccontano Roberta Gatta, Carolina Giangrandi e Benedetta Manfredi, psicologhe e psicoterapeute impegnate a fianco di ragazzi minorenni, che al tema hanno tra l’altro dedicato recentemente un bel libro dal titolo L’onda giapponese. Come anime e manga hanno conquistato gli adolescenti (L’asino d’oro edizioni). Un canale e mezzo comunicativo efficace, tuttavia «spesso frainteso, censurato, non compreso nella sua complessità e, di conseguenza, tenuto a distanza dal mondo adulto, almeno in Italia». Eppure si tratta di un linguaggio espressivo profondo, «che riesce a sintonizzarsi sulle frequenze infantili e adolescenziali, risuonando nel percorso di crescita e in tutte le avventure che i ragazzi si trovano ad affrontare giornalmente».

Incertezza e ansie degli eroi-antieroi

Nei manga gli adolescenti di oggi, immersi loro malgrado in un contesto segnato da «crisi economiche e climatiche, forte incertezza e cambiamenti tumultuosi, guerre e precarietà che rendono difficile vivere il presente, ma soprattutto avere un’idea di futuro possibile», cercano e trovano non solo «un intrattenimento o una passione ma una reale strategia per dare ordine a un mondo esterno percepito come frammentato e privo di punti di riferimento. Un modo per stare in rapporto con le proprie emozioni, vivendo il presente, senza sfuggire dalla realtà», commenta Marzia Fabi, psicologa e psicoterapeuta che firma la prefazione al volume. «I ragazzi riescono a rispecchiarsi nelle storie dei manga, i cui personaggi lottano per avere una vita migliore». Si tratta spesso di «antieroi che incarnano bene i drammi dell’adolescenza di oggi – l’incertezza, il dolore, le separazioni, gli amori, i lutti e le sconfitte –, proponendo quindi un linguaggio del tutto nuovo e diverso da quello delle storie occidentali dove invece, quasi sempre, c’è un lieto fine». Le emozioni sono «ben espresse e rappresentate, cosa fondamentale per gli adolescenti, perché li aiuta a dare un nome ai loro vissuti più profondi e a poterli esprimere in maniera autentica, senza doversi nascondere o dover per forza aderire a stereotipi nei quali non si riconoscono». E conclude: «I ragazzi, oggi più che mai, hanno bisogno di esprimere ciò che sentono e vivono, di proteggere e difendere la loro “verità” e noi adulti abbiamo il dovere di ascoltarli e di vederli veramente. Non si può continuare a considerare l’adolescente come problematico, scomodo, ribelle e quindi ingombrante». Le tecniche narrative «coinvolgono il lettore in prima persona, immergendolo nell’azione, mentre i fumetti occidentali mantengono una distanza maggiore tra chi legge e le vicende raccontate. Non si tratta più di aderire passivamente a un modello valoriale già confezionato, ma di entrare in un dialogo costante con i protagonisti», evidenzia la dottoressa Giangrandi.
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
«Così il dubbio, l’incertezza, la precarietà e le difficoltà non sono insetti da scacciare rapidamente, ma diventano preziosi compagni di viaggio con cui interagire, confrontarsi ed evolvere. Le gabbie vengono spezzate, i confini interrogati e il lettore scopre insieme al protagonista la propria personalissima vicenda, in un’ottica di crescita ed evoluzione». Si tratta di personaggi fallibili, imperfetti, a volte deboli ma capaci di riscatto e coraggio: «Non ci sono supereroi, ma solo uomini e donne, bambini e ragazzi che combattono per un ideale collettivo». Inoltre i manga nipponici «trasmettono un panorama narrativo e valoriale estremamente “laico”. Lontani dalla retorica del senso di colpa e della reticenza alla ribellione, spesso appannaggio femminile nel fumetto occidentale, propongono uno storytelling libero da questo tipo di inquinamenti». Ciò che non li allontana affatto dalla possibilità di parlare anche un linguaggio di fede: non a caso dal 2023 Paoline editoriale libri ha dato il via alla serie in 10 volumi Power Bible, sposando lo stile manga che caratterizza anche i recenti Jesus. Il Salvatore, adattamento dei Vangeli illustrato da Fabien Dalmasso con i testi di Nick Meylaender. Lo stesso autore firma anche la biografia manga di Carlo Acutis illustrata da Albert Carreres, uscita lo scorso anno in occasione della canonizzazione del santo quindicenne morto il 12 ottobre 2006 per una leucemia fulminante. I racconti manga, dunque, stabiliscono una forte sintonia emotiva con il vissuto degli adolescenti e possono rappresentare un aiuto concreto «a prendere le misure in un contesto sociale che per gli adolescenti risulta complicato da affrontare», commenta Giangrandi. Senza trascurare l’aspetto rassicurante e inclusivo contenuto in queste storie, che hanno il pregio di parlare a tutti.
E quella di Jesus. Il Salvatore
E quella di Jesus. Il Salvatore

La costruzione di se stessi e il nodo della sessualità

Un viaggio nel mondo degli adolescenti lo ha fatto anche lo psicoterapeuta e psicanalista Alberto Rossetti, autore nel 2023 di Le persone non nascono tutte uguali. Perché manga e serie tv contribuiscono a definire l’identità dell’adolescente, pubblicato da Città Nuova (e ora in libreria con Il libro dei sogni della Gen Z): «Sono partito con l’analisi dei manga chiedendomi cosa ci stessimo perdendo della loro vita, ma ero anche interessato a capire in che modo le loro identità si stessero formando anche a partire da questi prodotti, che tanti ragazzi in terapia mi hanno fatto scoprire. Risultato: in quelle narrazioni «i ragazzi trovano qualcosa di significativo: chiavi di lettura e strumenti per confrontarsi con se stessi, con gli altri e con la società in cui vivono. Durante la lettura dei manga, scoprono che la crisi della loro vita non solo è necessaria ma può anche essere affrontata e risolta» rileva Rossetti, che riconosce come la dimensione pedagogica del fumetto giapponese sia ancora troppo sottovalutata. Tuttavia non mancano attorno ai manga posizioni critiche, soprattutto per le rappresentazioni del corpo, dell’identità sessuale e dei rapporti tra maschile e femminile. Gli esperti, però, restituiscono un quadro più articolato: «Il manga gioca senza vergogna con la sessualità; c’è un richiamo diretto e senza freni alla fantasia sessuale che, in età adolescenziale, è più che presente nella mente dei lettori. Questo tipo di fumetti non cerca più di tanto di costruirle attorno una gabbia morale ma, al contrario, propone un modo di affrontare quelle fantasie senza doversene vergognare», avverte Rossetti. «L’aspetto che trovo più interessante è l’avvenuta emancipazione dei ragazzi e delle ragazze su temi che fino a qualche anno fa erano inavvicinabili a quest’età, come l’omosessualità: ne parlano e si accettano nelle loro reciproche diversità. Non bisogna spaventarsi di fronte alle domande che si pongono sulla propria sessualità e neanche cercare di censurarle». Proprio come avviene nelle pagine dei manga.

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In tv la famiglia Panini, figurina dell’Italia che va

In tv la famiglia Panini, figurina dell’Italia che va

Avvenire

«Ce l’ho, ce l’ho, mi manca»: non c’è famiglia italiana in cui, negli ultimi cinquant’anni, non siano risuonate almeno una volta queste parole. Parliamo, naturalmente, delle “mitiche” figurine che tutti, da bambini (e non solo) abbiamo collezionato sugli appositi album dedicati agli animali, ai personaggi dei cartoni animati e, soprattutto, ai calciatori. Ora la storia di quei rettangolini, che si attaccavano prima con la colla e ora con l’adesivo, è diventata una serie tv, presentata ieri in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e in onda su Rai1 e su RaiPlay dal 22 novembre e prossimamente su Disney+. Si intitola La famiglia Panini perché quello delle figurine è stato (ed è) realmente un affare di famiglia. I Panini, appunto: padre, madre e otto figli che, come racconta la serie, nell’Italia del 1932 lasciano la campagna per la città, Modena, con pochi soldi e tante speranze. La vita li mette alla prova più volte ma Olga, la madre, che con il suo «andiamo a vedere» non smette mai di sognare nemmeno quando la vita si fa tanto complicata come suo marito Antonio, morto troppo presto, ha insegnato a fare a lei e ai loro otto figli, non molla. Nella serie ha il volto di Serena Rossi: «Olga è una roccia, è il porto sicuro, una donna pragmatica e con un cuore enorme, concreta per necessità ma con una grande voglia di sognare – osserva l’attrice -. Quella della famiglia Panini è una storia di coraggio e di speranza nel futuro che non vuol dire evadere dalla realtà ma avere la capacità di prendersi dei rischi e farlo sognando. In questi tempi penso al mio Sud disperato, ai ragazzi che urlano e che sono disillusi: spero che le famiglie che si metteranno sul divano a guardare la serie trovino lo spunto per confrontarsi e riaccendere un barlume di speranza come quello che la famiglia Panini ci ha lasciato».
La storia dei Panini, dicevamo, prende il via con il trasferimento a Modena. Qui avviano una piccola produzione di sapone, che per loro rappresenta il sogno di un’indipendenza dai padroni. Tutti, dal padre al figlio più piccolo, collaborano. Ma l’ombra della guerra incombe tragicamente sui loro piani. La gente non compra quel sapone, le bocche da sfamare sono tante e i soldi non bastano nemmeno a pagare l’affitto. Per garantire la sopravvivenza della famiglia, Antonio trova un umile impiego nell’Accademia militare: il suo spirito sognatore sembra spegnersi ma la famiglia ha la precedenza. Il destino, però, si mette ancora una volta di traverso e colpisce duro, costringendo Olga a far fronte a nuove ristrettezze economiche. La donna, però, non molla e scommette sul futuro acquistando un’edicola. E, se i giornali in tempo di guerra non ci sono, in futuro ci saranno, pensa. Ed è lì che i Panini capiscono che i sogni diventano grandi quando sono alla portata di tutti e decidono di investire in qualcosa di umile ma democratico come le figurine. Dopo fallimenti e sacrifici, ma restando sempre uniti, trasformano un’idea semplice in un miracolo che varca i confini nazionali: il 1970 e i Mondiali di calcio in Messico segnano la consacrazione in tutto il mondo del mito delle figurine, dell’impresa straordinaria, costruita con coraggio, di una famiglia apparentemente ordinaria.
«Questa è più di una semplice storia di figurine. È la storia di una famiglia, di un territorio e, anche, del nostro Paese – afferma la sceneggiatrice Monica Zapelli -. Attraverso le vicende della famiglia Panini si attraversa la biografia dell’Italia uscita con le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale ma senza paura del futuro e con un ottimismo riassunto in quell’“Andiamo a vedere” di Olga». La regista Letizia Lamartire aggiunge: «In un tempo in cui il futuro appare spesso incerto, la storia dei Panini ci ricorda cosa significhi avere il coraggio di immaginare qualcosa di grande e rischiare per provare a realizzarlo. Ci insegna a conservare, anche da adulti e nelle difficoltà, qualcosa dello sguardo che avevamo da bambini: la capacità di stupirsi, di credere che ciò che ancora non esiste è possibile». Con la famiglia Panini, aggiunge la regista, «vince l’Italia genuina, che sa rimboccarsi le maniche, sa coinvolgere altre forze, sa espandersi, perché vede la Luna e alla Luna punta, con l’intelligenza acuta di chi sa cogliere ogni opportunità per progredire. Andare al di là dell’ostacolo. Oltre».
Serena Rossi conclude tornando sul tema delle proteste di questi giorni: «Un futuro c’è, ci deve essere e deve nascere da un ascolto. Se i ragazzi sono arrivati a far sentire il loro grido disperato in questo modo, vanno ascoltati. La violenza non è mai accettabile ma l’ascolto è necessario, è inaccettabile quello che sta succedendo».
La famiglia Panini è una produzione Indigo Film in collaborazione con Rai Fiction. Diretta da Letizia Lamartire, è interpretata, tra gli altri, da Simone Liberati, Federico Cesari, Benedetta Cimatti, Luca Di Sessa e Samuele Teneggi, con la partecipazione di Edoardo Pesce e Barbora Bobulova.

Le vere stelle della “Notte”: Van Gogh e l’occhio dell’astronomo

Le vere stelle della "Notte": Van Gogh e l'occhio dell'astronomo

Avvenire

Le pennellate materiche e vorticose della Notte stellata di Van Gogh non sono frutto della sua fantasia simbolica o di un ricordo sbiadito, né solo la proiezione dell’angoscia spirituale dell’artista, i cui turbini celesti sono stati a lungo interpretati come simboli di fede, mistero e tensione emotiva. La ricerca scientifica The actual sky of Van Gogh’s Starry Night: a multidisciplinary reconstruction (E. J. H. Kim et al., Scientific Reports, 2026) ha dimostrato che l’opera, precedentemente datata a metà giugno 1889, deriva in realtà dall’osservazione empirica del cielo all’alba del 22 luglio di quello stesso anno. Fino alla pubblicazione dello studio l’unico elemento astronomico reale riconosciuto dalla critica era Venere, che il pittore menzionò nella Lettera 777 con la perifrasi di «stella del mattino». Tutto il resto – stelle, Luna, arcata celeste – è sempre stato considerato finora una licenza artistica del pittore o la riproduzione di vago ricordo d’infanzia.
La nuova ricerca si basa su un approccio scientifico multidisciplinare, in cui sono stati utilizzati dei software astronomici per identificare con precisione la posizione di Venere, in basso vicino all’albero, della Luna calante a falce, corrispondente alla fase lunare del 22 luglio 1889, e dell’ammasso stellare delle Iadi al centro del quadro, con la sua tipica forma a V. Il team di ricerca ha condotto dei sopralluoghi in Provenza, tra Saint-Rémy e Arles dove, attraverso una tecnica di ottica topografica e foto-ricostruzione inversa, ha utilizzato le immagini del sito reale per determinare con precisione matematica l’angolo d’inquadratura visiva di Van Gogh. All’interno dell’inquadratura è stata poi effettuata una verifica per individuare quali corpi celesti potessero rientrarvi contemporaneamente. Anche le fonti epistolari a disposizione sono state di nuovo incrociate: dopo aver recuperato il carteggio con il fratello Theo, i ricercatori sono giunti alla conclusione che la crisi psichica di Van Gogh, da cui sarebbe derivata una presunta incapacità di eseguire osservazioni empiriche, è da collocarsi negli ultimissimi giorni di luglio: questo significa che il 22 di quel mese il pittore nederlandese non era ancora totalmente incapacitato e in balia delle sue emozioni, e che era quindi in grado di riprodurre il cielo con precisione. La datazione è stata ulteriormente confermata dalle analisi sulle condizioni climatiche dell’epoca. Nelle sue lettere, Van Gogh parla del dipinto La notte stellata e della serie sugli Ulivi descrivendo il caldo intenso di quei giorni e il canto delle cicale: i dati d’archivio Météo-France hanno dimostrato che il giugno 1889 fu abbastanza fresco, mentre fu proprio il mese seguente a registrare temperature sopra i 30 gradi, considerate soffocanti all’epoca. Prima di applicare questo metodo di analisi al dipinto di Van Gogh, gli studiosi ne hanno anche testato la validità su altre opere notturne come la Notte stellata sul Rodano e la Terrazza del caffè la sera, i cui riscontri epistolari e topografici erano già noti.

Il trionfo (a sorpresa) di Lula contro Bolsonaro e l’ombra di Trump: cosa è successo in Brasile

Lula acclamato in piazza a San Paolo dopo la vittoria su Bolsonaro

Avvenire

Il primo applauso è arrivato spontaneo e imprevisto quando, con il 47,62 per cento delle schede scrutinate, c’è stato il sorpasso. Il conteggio era già in forte ritardo sulla tabella di marcia dopo la decisione della Corte Suprema di prorogare di due ore l’apertura dei seggi su richiesta dei due candidati, eccezionalmente concordi nel denunciare problemi nei trasporti pubblici per gli elettori. Il battito delle mani è durato una manciata di secondi: troppo presto ancora per festeggiare. E, soprattutto, troppo incerto il dato. Nei circa 130 minuti di spoglio Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono inseguiti in un estenuante testa a testa, contendendosi ogni decimo di punto percentuale. Da quel primo accenno di festa, però, la tensione si è progressivamente allentata alll’hotel Intercontinental di San Paolo, trasformato per il ballottaggio in quartier generale del leader progressista. All’inizio, i militanti avevano quasi timore scaramantico di incrociare gli sguardi. Poi, pian piano, i sorrisi si sono fatti più aperti, fino al trenino improvvisato al centro della sala dai più intrepidi quando, con il 78,08% dei voti conteggiati, il presidente ha staccato di un punto l’avversario dell’ultradestra. Il risultato definitivo è arrivato dopo un’interminabile mezz’ora, certificando la vittoria di Lula con 51,79%. Circa tre punti e mezzo in più del senatore 45enne, che si è fermato al 48.21%.
L’esito, inatteso e sorprendente, ha fatto esplodere il secondo piano dell’albergo paulista in un fragore di canti, cori, grida di entusiasmo. Dal ritorno della democrazia, nel 1988, mai era diventato presidente lo sfidante in svantaggio al primo turno. Lula ha ribaltato l’esito di una corsa che, appena tre settimane fa, sembrava già scritta a suo sfavore, ottenendo – altro fatto inedito – il suo quarto mandato non consecutivo. «Missão reviravolta», così è stata definita la storica rimonta. Una missione difficile anche per un dirigente politico capace di reinventarsi dopo avere perso la popolarità con cui aveva lasciato Planalto dopo otto anni di governo, essere stato accusato di corruzione e perfino incarcerato per 580 giorni, prima di vedere le accuse nei suoi confronti cadere in quanto considerata viziate. Lula, la Fenice, come egli stesso ha ricordato più di una volta: merito dell’esempio di «Dona Lindu», la poverissima madre nordestina che lasciò il marito violento e allevò sola gli otto figli. Stavolta, però, la sua presidenza numero quattro è frutto di una incredibile mobilitazione popolare auto-organizzata che ha preso di contropiede lo stesso Partido dos trabalhadores (Pt). «Non è il trionfo di Lula: è il trionfo della società brasiliana», ha dichiarato, con un filo di voce, l’ex operaio metallurgico e sindacalista, che domani compirà 81 anni, quando si è presentato all’Intercontinental circondato da collaboratori e compagni di lista. «Il cambiamento di strategia è stato drastico. E non è stata una iniziativa del partito bensì una presa di coscienza collettiva. ««Ce ne occupiamo noi». Così ha detto la base, formata soprattutto da giovani, giovanissimi e donne, protagonisti di un capillare attivismo. In rete, come è il caso del gruppo social creato dal deputato André Janones che ha riunito undici milioni di persone. Come sul territorio.
A trascinarli nella contesa la minaccia per la democrazia di un nuovo Bolsonaro al vertice – sottolinea il politologo Nilton Tristão, esperto di opinione pubblica -. Un Bolsonaro – Flávio stavolta – ancora più pericoloso del padre Jair dato il contesto geopolitico. E la crescente aggressività di Donald Trump che ha fatto dell’egemonia continentale una delle direttrici dell’attuale amministrazione». È il popolo variegato che sabato ha inondato l’Avenida Paulista di San Paolo nella manifestazione più partecipata degli ultimi decenni. Adolescenti, anziani, universitari, famiglie con bambini. «Tante tribù differenti, non tutte di sinistra. Ma consapevoli della necessità di difendere i diritti civili e sociali», aggiunge l’analista. Lula li ha menzionati e ringraziati nel primo discorso dopo la rielezione. «Vi prometto che non dimenticherò le lezioni apprese in questa campagna – ha detto -. E che ci sarà un cambiamento nel governo, alla luce di questi insegnamenti». Non sarà facile. Il rivale non ha riconosciuto la sconfitta e ha minacciato di dare battaglia, agitando lo spettro dell’assalto alle istituzioni di Brasilia, per cui il padre è stato condannato a 27 anni. L’estrema destra, inoltre, ha una presenza molto più forte sia alla Camera sia al Senato. «Non dico che non sarà difficile – ha concluso il neo-eletto-. Lo affronteremo. Tutti insieme. Come già abbiamo affrontato e sconfitto le ingerenze straniere. Abbiamo sconfitto l’algoritmo. Non l’ha fatto Lula. L’ha fatto il popolo brasiliano».

Io, la mia scorta, i disordini in piazza e il rispetto che dobbiamo a chi indossa la divisa

Io, la mia scorta, i disordini in piazza e il rispetto che dobbiamo a chi indossa la divisa

Avvenire

Non lo avrei mai immaginato, ma da quasi cinque anni vivo sotto scorta. Un’esperienza strana, una convivenza singolare quella con i poliziotti con i quali passo la maggior parte delle mie giornate. Abbiamo imparato a conoscerci, a rispettarci, a volerci bene. Educati e discreti, fanno attenzione non solo alla mia persona ma anche alla mia missione. E non parlo solo dei “miei”, di quelli, cioè, che incontro ogni giorno tra la casa e la parrocchia, ma anche di quelli che mi vengono incontro, per la prima volta, nei vari aeroporti, quando, per motivi pastorali, viaggio per l’Italia. Alcuni sono giovani, altri con qualche anno in più. Hanno le stesse preoccupazioni, gli stessi problemi, lo stesso sentire dei giovani e di chi, da qualche tempo, ha messo su famiglia: la lontananza, il matrimonio, la casa, i figli, lo stipendio, la fedeltà al proprio lavoro, il futuro incerto, le guerre infami che si combattono nel mondo. Nei giorni passati li ho visti preoccupati e anche – me lo permetteranno – un poco amareggiati. Li ascoltavo parlare tra loro, mentre fingevo di sonnecchiare, poi ne abbiamo discusso insieme. Sono italiani, amano il nostro Paese, lavorano, pagano le tasse, ci difendono dai pericoli, obbediscono ai superiori. Rischiano la vita. Tante volte, muoiono. Quante bare avvolte nel Tricolore abbiamo benedetto. Tutti dovremmo avere per loro, per le forze dell’ordine, più rispetto, più riconoscenza. Sono nostri amici, non meritano di essere guardati in cagnesco. Il giorno in cui la divisa dovesse smettere di essere un monito, un richiamo alla legalità, una presenza confortante dello Stato, avremmo fatto un passo indietro nel cammino della democrazia. Non sono burattini, non vivono a sbafo. Hanno bisogno di essere difesi. E non solo dalle leggi dello Stato, ma da noi, dalla stessa gente comune che li chiama e li invoca nel momento del bisogno. Hanno bisogno della nostra simpatia.
Manifestare per i propri diritti è non solo un “diritto”, ma, molto di più, un dovere. Perché ai diritti si può anche rinunciare ai doveri, invece, mai. Scendere in strada per richiamare l’attenzione di uno Stato che, a nostro avviso, si è distratto su qualcosa che riteniamo fondamentale, è vera democrazia. E in Italia ci è permesso. La democrazia è una pianta che occorre curare, innaffiare, concimare, tenere d’occhio. Di rendita non si vive. Questo discorso vale per la Chiesa, la cultura, gli affetti, la società, la giustizia, la pace. Occorre vigilare perché le persone e le società prepotenti, mafiose, corrotte, colluse, vigliacche, non prendano il sopravvento. Le lotte sono cambiate non sono terminate. Guai, però, a ragionare seguendo schemi obsoleti. Ci sono nemici che hanno smesso da tempo di essere nemici e vecchi amici da cui guardarci oggi. È l’antica e sempre nuova storia del bene e del male. Il mondo non si taglia in due come una torta: i buoni di qua, i cattivi di là. Magari, fosse così! Occorre avere discernimento, pazienza, preparazione, onestà intellettuale e morale, per riconoscere, di volta in volta, chi applaudire, chi contestare, da chi prendere le distanze.
Vorrei, alla fine di una settimana che ha visto l’Italia impegnata a fronteggiare situazioni di disagio, di sofferenza, proteste giuste, disordini, saccheggi, violenze, che sgorgasse dai nostri cuori un “grazie” a chi ha permesso, a prezzo della propria incolumità, di non stare, stamattina, a piangere qualche morto ammazzato. Non ho apprezzato, invece, coloro che hanno reso la vita difficile ai cittadini normali, anziani, bambini, adolescenti, mamme, papà, disabili, malati attesi in ospedale, badanti e operai che si recavano al lavoro. Le nuove generazioni vanno ascoltate e sostenute, ma anche educate e rimproverate. E per farlo occorre esserne all’altezza. È un cammino lento, faticoso, ma possibile. I problemi si affrontano guardandoli negli occhi. Il “grazie” avrebbe più valore se a dirlo fossero tutti, senza distinzioni di colore politico o appartenenza di classe. Manifestiamo, allora, protestiamo, impegniamoci, facciamo valere i nostri diritti, facciamoci voce di chi voce non ha, puntiamo a ottenere il meglio per tutti. L’Italia, la nostra Italia, ce lo permette. Per amore d verità, ricordiamoci, però, che così non è dappertutto. Non ci venga difficile, oggi, abbracciare, anche solo virtualmente, tutti coloro che, indossando una divisa, permettono alle persone perbene, e anche a quelle che perbene non sono, di vivere più sereni e sicuri. Grazie, cari servitori dello Stato.

Il respiro di Dio accompagna ogni vita: tra fragilità e speranza, la promessa di un compimento oltre la morte

L’alito di Dio

“Perciò, secondo l’antropologia ebraica, la mia «anima» non è immortale per natura: quando io muoio, cesso di vivere nella mia interezza, poiché l’alito di Dio torna a Dio, lasciando inerte la polvere, portando tuttavia con sé la mia storia, quella che ho scritto con Dio”. Trovo questa frase in un vecchio libro di Xavier Léon-Dufour dal titolo “Agire secondo il Vangelo”. Parole che mi colpiscono non tanto come spiegazione dell’antropologia ebraica ma per l’immagine dell’alito di Dio che torna a Dio.
Stamattina, dall’alto di casa mia, vedevo salire una sorta di nebbia, di foschia, verso l’Alto, mi attraversava. Succede, a volte. Sarà forse per questo motivo che mi sono commosso pensando al Soffio, al Respiro divino, al fatto di essere parte dell’Alito del Creatore con tutti i respiri del mondo. La città è alta perché respira del Suo respiro. Ho chiuso gli occhi e lasciato entrare l’aria, ho pregato per le tante fatiche e i tanti drammi che ho ascoltato anche questa settimana, storie che rischiano di spezzarlo il respiro, incontri che svelano l’impotenza umana e che aprono in me tantissima paura, quella di non essere all’altezza del dolore e dell’amore.
Respirare l’alito che proviene da Dio e a Dio ritorna, entrare in quel respiro mi ha pacificato. Un Soffio che lascia inerte la polvere e porta con sé ciò che abbiamo scritto con Dio. Spero di non aver frainteso il pensiero di Dufour; quello che è certo è che quell’immagine mi è sembrata preziosissima: rimane la storia scritta con Dio. Non per Dio, ma con Dio, il Dio che scopro nel tentativo di scrivere la mia storia. Quello rimane.
Non posso non tornare con la mente agli affetti che continuano a costruire la mia storia, non posso che commuovermi e ringraziare per tutti quei volti che sono stati per me evidenti testimoni di una vita scritta con il Padre. Non è forse questo un desiderio all’altezza della nostra umanità? Non importa, Signore, cosa, non importa dove, non importa nulla se non che io possa scrivere con te, perché il resto è polvere alla polvere.
Poche righe dopo l’autore riprende: “Questa antropologia, tuttavia, diventa cristiana soltanto se include anche ciò che si chiama la fede nella «risurrezione» (…) la quale mantiene l’unità corpo/anima e riconosce al defunto la sola «esistenza» in Dio. La «risurrezione» del composto anima/corpo consiste nella vita definitiva accordata infine da Dio. L’uomo vivente è dunque relazione con Dio grazie al quale vive e con la terra grazie alla quale si esprime”. Lascio al lettore l’approfondimento, che mi pare sempre più urgente, sul tema della resurrezione nella vita cristiana. Io, questa mattina, mi sono limitato ad assaporare quella “vita definitiva accordata infine da Dio”. Parola per parola, gustando la vita, dolce, amara, misteriosa. Sostando sul suo dirsi definitiva, cioè con un approdo, un compimento, non più esposta alla possibilità di perdersi. Accordata, un dono che assume anche qualcosa di musicale, un percepire una melodia nel Respiro di Dio. Infine, consegnando alla Sua misericordia tutte le vite sfinite che chiedono un infine liberatorio.

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L’indifferenza è una malattia che va curata. Il nostro criterio è il Vangelo

La distribuzione di pasti ai migranti in piazza a Trieste

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Il messaggio del vescovo Enrico Trevisi sta scuotendo la città. «Rattrista molto», ha scritto, quanto sta accadendo sul fronte dell’accoglienza dei migranti e, in particolare, dei richiedenti asilo, costretti a tempi di attesa troppo lunghi: anche 85-90 giorni. Nel frattempo, denunciano le organizzazioni di volontariato, «rimangono invisibili». Sono almeno 130 e devono fare i conti con la precarietà della sopravvivenza. Di giorno si ritrovano intorno alla stazione di Trieste, in piazza Libertà, magari in attesa di un pasto caldo distribuito la sera dai volontari. Di notte cercano riparo in qualche angolo dei magazzini del Porto Vecchio ancora libero dal filo spinato, in un’area da decenni in attesa di recupero. Per motivi di sicurezza, la Questura ha stabilito che la distribuzione dei pasti sulle panchine di piazza Libertà, da parte di Linea d’Ombra e delle altre associazioni di volontariato provenienti anche da fuori regione, avvenga tra le 18 e le 20 e sia sospesa il sabato e la domenica. I volontari chiedevano invece di poter operare dalle 19 alle 22, tutte le sere. Da giorni, perciò, protestano: «La piazza è sotto sequestro. Ci è vietato di venire ad accogliere, a curare, a dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, a chiamare l’ambulanza o a portare in ospedale chi ne ha bisogno». Il sindaco Roberto Dipiazza, il presidente della Regione Massimiliano Fedriga e altri esponenti istituzionali hanno espresso apprezzamento per le restrizioni. Ai piani alti di piazza Unità, sede del Municipio, della Regione e della Prefettura, si fa osservare che poco distante da piazza Libertà sono disponibili mense e dormitori organizzati, a cominciare dai servizi della Caritas. Sono 24mila le persone che hanno firmato contro le restrizioni. Anche la Camera degli avvocati per i diritti umani e degli stranieri (Cadus) ha sollevato dubbi sulla legittimità e sulla proporzionalità dei provvedimenti.
La Diaconia valdese, inoltre, ha osservato che gli appuntamenti in Questura per i richiedenti asilo che intendono ottenere la protezione internazionale vengono fissati a distanza di troppo tempo: in febbraio, per esempio. Di fronte a una contrapposizione sempre più vivace, anche in vista delle elezioni cittadine della prossima primavera, il vescovo Enrico Trevisi ha deciso di intervenire con una nota per invitare al dialogo, premettendo che «c’è un tempo per parlare e c’è un tempo per tacere». «Di fronte a tutto quello che sta avvenendo nel mondo, di fronte a quello che sta avvenendo anche a Trieste, tante volte si è sollecitati a schierarsi. Come se non ci fosse alternativa alla polemica. Come Chiesa», ricorda Trevisi, «abbiamo cercato di inserirci dentro le problematiche delle migrazioni, dei rifugiati e dei richiedenti asilo, con un nostro stile e una nostra identità, non con le parole per alimentare scontri ideologici e polemici, ma, invece, con i fatti». Trevisi ricorda l’apertura del dormitorio di Sant’Anastasio, destinato a bambini, donne e persone in condizioni di particolare fragilità, e quella di Spazio 11, una sala d’attesa solidale. «Tutto questo», precisa, «è stato fatto nel dialogo, perché le parole servono per gettare ponti, non per creare ulteriori divisioni». Il vescovo ammette che quanto sta avvenendo oggi in città «ci rattrista molto: abbiamo sempre cercato il dialogo con le istituzioni e con le altre realtà di volontariato con le quali pure collaboriamo, ma mantenendo la nostra identità, il nostro stile. Le sofferenze dei migranti, le interminabili attese di giorni, settimane e mesi prima che la loro richiesta di asilo venga ascoltata, ci sollecitano a testimoniare che qualcosa si può fare». «Come comunità cristiana, noi ci sforziamo, ci impegniamo a trovare soluzioni capaci sia di garantire la sicurezza dei cittadini sia di alleviare le sofferenze dei migranti. Per questo auspichiamo dialogo e soluzioni concrete».
Il vescovo testimonia che da anni piazza Libertà «è segno di cura e attenzione per chi scappa da guerre e miseria». Si rivolge quindi alle istituzioni in particolare, ma anche all’intera comunità, evidenziando che «le sofferenze delle persone e le criticità presenti chiedono il coraggio di risposte concrete che non mortifichino la solidarietà con chi è in difficoltà». «L’indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata. Non ci sono farmaci che vanno bene per tutti. Noi abbiamo il Vangelo, che ci spinge non a fare discorsi, ma a chinarci su chi soffre. E a guardare tutto e tutti non da destra, non da sinistra e nemmeno dal centro. Guardare tutti e tutto un po’ dall’alto. Dall’alto della Croce. Con lo sguardo di Cristo. Non con polemica, ma con misericordia». Infine, un ultimo appello: «A chi trasforma il tema dei migranti in uno scontro ideologico noi indichiamo il magistero di papa Leone XIV: “Cari migranti, prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli. Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare”», disse il Pontefice l’11 giugno 2026.

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