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Dal Vco al Novarese, annunciati nuovi incarichi per coadiutori e amministratori parrocchiali

sdnovarese

Nuovi incarichi pastorali e avvicendamenti interessano diverse comunità della diocesi di Novara. Le nomine sono state comunicate nelle messe di sabato 3 e domenica 4 ottobre, con lettere del vicario generale mons. Fausto Cossalter ai sacerdoti e alle comunità coinvolte e con una nota su diocesinovara.it. Gli avvicendamenti riguardano Cannobio e la Valle Cannobina, Sozzago, Oleggio, Omegna e le comunità dell’Ossola. Un nuovo servizio è inoltre previsto per il diacono don Gregorio Clementi, ordinato lo scorso 26 settembre dal vescovo Franco Giulio Brambilla.

A Cannobio don Brusatore

A Cannobio e nelle comunità della Valle Cannobina arriva don Gianluca Brusatore, che affiancherà il parroco don Mauro Caglio e don Gianluigi Cerutti nel servizio pastorale e nell’oratorio.

Il nuovo vicario parrocchiale sarà dunque don Brusatore, sacerdote da quattro anni, che ha vissuto il suo ministero come coadiutore a Gozzano e, nell’ultimo anno, come vicario parrocchiale a Trecate e amministratore parrocchiale a Sozzago. «Ora viene molto volentieri a Cannobio per camminare con voi e mettersi al servizio delle molte necessità del vostro territorio», scrive mons. Cossalter. L’inizio del ministero sarà concordato con il parroco nei prossimi giorni di ottobre.

A Sozzago don Irudayaraj

Il trasferimento di don Gianluca Brusatore comporta anche un nuovo assetto per la comunità di Sozzago. La responsabilità amministrativa della parrocchia viene affidata a don Massimo Sozzi, che manterrà il proprio incarico di vicario parrocchiale a Trecate. Per la cura pastorale della comunità sarà invece presente don Conshtantain Irudayaraj, sacerdote guanelliano residente a Novara.

A Oleggio don Formisano

Anche Oleggio è interessata da un avvicendamento. Don Riccardo Crola è stato destinato alle parrocchie di Omegna, Germagno e Loreglia, dove affiancherà il parroco don Gianmario Lanfranchini. Al suo posto arriva don Vincenzo Formisano, che assumerà l’incarico di vicario parrocchiale accanto al parroco don Massimo Maggiora.

«Don Riccardo si è reso disponibile a esercitare il suo ministero nel territorio delle parrocchie di Omegna», comunica mons. Cossalter a don Maggiora e ai fedeli di Oleggio, esprimendo la certezza che la comunità saprà «manifestargli la vostra gratitudine per questi anni vissuti insieme».

Il nuovo vicario, don Vincenzo Formisano, è sacerdote da due anni. Ha vissuto il primo anno di ministero a Galliate e nell’ultimo anno si è reso disponibile al servizio nelle parrocchie della Bassa Valsesia, dove «ha offerto un prezioso servizio pastorale alle vostre comunità», scrive mons. Cossalter ai parroci don Manuel Spadaccini e don Alessandro Clementi e alle loro parrocchie.

 «Ora – prosegue – viene a Oleggio, mantenendo anche l’impegno che da alcuni anni offre come insegnante di religione nelle scuole superiori della zona». L’avvicendamento è previsto nelle prossime settimane di ottobre.

A Omegna don Crola

A Omegna, Germagno e Loreglia arriva, dunque, don Riccardo Crola. Il sacerdote, originario di Gozzano e ordinato sacerdote sette anni fa, affiancherà il parroco don Gianmario Lanfranchini. La nomina segue il trasferimento di don Luigi Trentani, recentemente salutato dalle comunità e destinato a un nuovo servizio pastorale a Novara.

«Nei giorni scorsi avete ringraziato e salutato don Luigi, chiamato a un nuovo servizio pastorale a Novara. Ora mons. Vescovo ha deciso di inviare come tuo collaboratore a Omegna, per affiancarti nel servizio delle parrocchie a te affidate, un altro sacerdote», scrive il vicario generale al parroco e alla comunità.

Dopo il primo ministero a Oleggio, don Crola «viene a Omegna, desideroso di iniziare questo nuovo cammino pastorale in mezzo a voi e di mettere a disposizione della comunità la sua esperienza e il suo ministero». L’inizio della sua presenza sarà concordato con il parroco nelle prossime settimane.

A Crevoladossola, Preglia, Varzo, Trasquera e Montecrestese don Bracca

Un nuovo vicario parrocchiale è destinato anche alle comunità ossolane affidate al parroco don Marco Piola. Si tratta di don Samuele Bracca, che dopo i primi tre anni di ministero come coadiutore nella parrocchia di Cameri assume un nuovo servizio pastorale a Crevoladossola, Preglia, Varzo, Trasquera e Montecrestese.

La nomina si inserisce nell’avvicendamento seguito al nuovo incarico assunto da don Andrea Lovato come parroco delle parrocchie di Masera e Trontano. «Mons. Vescovo ha deciso di inviare, come tuo nuovo collaboratore, un altro giovane sacerdote, don Samuele Bracca», comunica mons. Cossalter.

Il sacerdote «ora si rende disponibile per un nuovo servizio pastorale nelle diverse comunità a te affidate». Al parroco viene quindi affidato il compito di concordare con don Bracca l’inizio del ministero «nei prossimi giorni».

Il diacono Clementi a Intra San Vittore

È stata infine comunicata la destinazione del diacono Gregorio Clementi, ordinato dal vescovo Franco Giulio Brambilla sabato 26 settembre in cattedrale. Don Clementi vivrà l’ultimo anno di preparazione all’ordinazione presbiterale nella parrocchia di Intra San Vittore a Verbania.

Il diacono sarà inserito nella comunità affiancando il parroco mons. Fausto Cossalter e i vicari parrocchiali don Riccardo Cavallazzi e don Pier Luigi Grossi. Per il prossimo anno, dunque, il suo cammino verso il presbiterato si svolgerà nel servizio pastorale della comunità di Intra, in preparazione all’ordinazione sacerdotale.

 

Mauro Gambetti arcivescovo di Chieti-Vasto, il Papa sceglierà un nuovo arciprete per San Pietro

Mauro GAMBETTI OFMConv

Rai News

Dopo giorni di indiscrezioni, è arrivata l’ufficialità: Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, presentata da monsignor Bruno Forte, e ha nominato al suo posto il cardinale francescano Mauro Gambetti, trasferendolo dagli uffici di Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. Gambetti era stato nominato appena 55enne arciprete a San Pietro da Papa Francesco il 20 febbraio 2021.

Seguendo l’antico leitmotiv “promoveatur ut amoveatur” (promuoverlo per spostarlo), infatti, il Pontefice mette fine alla gestione della Basilica di San Pietro del frate cardinale, che negli anni sotto Papa Francesco – che gli aveva posto la berretta rossa in testa, nel 2020 – aveva accumulato diverse cariche e ruoli importanti, almeno fin dalla sua creazione a cardinale.

 

Una lunga carriera, tra Assisi e il Vaticano
Nato il 27 ottobre 1965 a Castel San Pietro Terme (Bologna), dopo la laurea in Ingegneria Meccanica presso l’Università di Bologna, nel 1992 ha iniziato il suo cammino nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. È stato ordinato presbitero l’8 gennaio 2000 a Longiano. Ha ricoperto diversi incarichi: ministro provinciale della Provincia Bolognese di Sant’Antonio di Padova (2009-2013); Custode generale della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi (2013-2017); contestualmente, il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino l’ha nominato Vicario episcopale per la pastorale della Basilica Papale di San Francesco e degli altri luoghi di culto retti dai Frati Minori Conventuali nella medesima Diocesi.

Nel 2017 è stato eletto presidente della Federazione Intermediterranea dei Ministri provinciali dei Frati Minori Conventuali. È stato poi riconfermato come Custode Generale della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi per il quadriennio 2017-2021, incarico svolto fino al 31 ottobre 2020, giorno in cui gli è stata assegnata la Sede titolare di Tisiduo con titolo personale di Arcivescovo ed ha ricevuto la consacrazione episcopale il 22 novembre 2020 presso la Basilica di San Francesco di Assisi.

È stato creato cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 28 novembre 2020 e il 20 febbraio 2021 Bergoglio lo ha nominato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. Inoltre, il 2 giugno 2023, con decorrenza dal 1° gennaio 2024, Papa Francesco lo ha nominato Giudice della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano. È Membro del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Gambetti, nel suo periodo in Vaticano, è stato promotore di molte iniziative soprattutto come presidente della Fondazione Fratelli tutti, l’ente che ha organizzato il World Meeting on Human Fraternity con decine di Premi Nobel e la Giornata Mondiale dei Bambini (GMB), che ha promosso invece gli eventi preparatori e il coordinamento della prima edizione voluta da Papa Francesco. Nel novembre dello stesso anno, Papa Francesco aveva istituito un apposito Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini, affidandone la presidenza a padre Enzo Fortunato, altro religioso francescano.

Papa Leone XIV, tuttavia, già nel febbraio 2026, ha soppresso il Comitato e il 27 marzo scorso il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha annullato la seconda edizione della Giornata Mondiale dei Bambini (inizialmente prevista a Roma dal 25 al 27 settembre 2026), delegando eventuali iniziative pastorali a livello diocesano o parrocchiale.

Reggio Emilia / Si è aperto l’anno della Pastorale giovanile diocesana

laliberta.info

Quest’anno abbiamo pensato di fare una convocazione iniziale più “casalinga”. In questo primo anno come équipe abbiamo cercato di girare per conoscere le varie realtà e farci conoscere. Portiamo a casa tante cose: stimoli, provocazioni, conoscenze. Soprattutto, tanta gratitudine per il bello che c’è. Abbiamo pensato fosse bene restituire tutto questo insieme ad alcuni criteri per impostare il nuovo anno.

Abbiamo scelto di partire con il racconto di tre unità pastorali chiedendo loro di mettere in luce soprattutto le riflessioni che hanno guidato le scelte fatte e, a partire da questi racconti, provare a dare alcuni stimoli. Le tre unità pastorali sono:
1. “Beata Vergine di Bismantova” con l’esperienza fatta con il polo scolastico di Castelnuovo Monti e il campeggio vicariale di questa estate;
2. “Sant’Alberto di Gerusalemme e Sant’Artemide Zatti” con l’esperienza della mostra su Livatino;
3. “Sacra Famiglia” che ci racconterà del coinvolgimento delle famiglie nella formazione degli animatori prima e durante l’oratorio estivo.
Alla luce dell’ascolto di queste esperienze, quattro criteri per il nuovo anno.

Fermarsi a pensare
Dovrebbe essere il più scontato, ma purtroppo non sempre lo è. Il rischio più grande all’inizio di un nuovo anno è quello di ripartire dando per scontato l’impianto dell’anno scorso e limitarci a chiederci: “Di cosa parliamo quest’anno?”. Ciò che rende tanta nostra pastorale stanca e inefficace è che abbiamo smesso di chiederci perché? Perché facciamo quella proposta? Chiedersi il perché non significa contestare una cosa, ma rinnovare il senso di quello che si fa.

Guardare ai bisogni
Il fermarsi a pensare si lega anche al guardare a cosa la realtà ci chiama. Di che cosa hanno bisogno i ragazzi che seguo? Cosa serve al loro cammino di fede? Uno dei rischi è che andando avanti senza pensare non si vedono più le persone, la realtà. Che cosa la nostra realtà ci rimanda? Quali bisogni presenta?

Immaginare strade nuove correndo il rischio di sbagliare
Darsi la libertà di provare, accettando il rischio di sbagliare. C’è una sorta di senso di colpa, un po’ nascosto, che rischia di bloccarci: “Già abbiamo pochi ragazzi, se cambiamo qualcosa, cosa succede? E se perdiamo anche quei pochi? Meglio fare quello che si è sempre fatto piuttosto che perdere”. Una volta, però, uno ci disse che chi vuole salvare la propria vita la perderà e questo vale anche a livello di Chiesa. Essere missionari significa accettare il rischio di sbagliare, ma si accetta questo rischio perché ci sta a cuore il bene delle persone e il loro incontro con Gesù.

Fare rete, fare insieme
A volte cerchiamo soluzioni in giro, quando chi è vicino a noi magari vive le stesse domande e questioni. Secondariamente una realtà potrebbe avere il desiderio di provare a fare qualcosa, ma sente di non avere le forze. Magari l’unità pastorale di fianco vive lo stesso problema. Perché non mettersi insieme? Se nel passato c’era una chiusura autoreferenziale che nasceva dalla sensazione di potercela fare da soli, oggi le sfide che ci troviamo davanti rischiano di produrre lo stesso effetto, di rinchiuderci in noi stessi. C’è tanto bene, c’è una ricchezza presente nelle nostre realtà e che è bene imparare a mettere in circolo, così come a fare anche insieme lì dove vediamo che è possibile. Senza dover forzare le cose, durante la programmazione di inizio anno, perché non provare a chiedersi se questa cosa potremmo farla mettendoci insieme ai nostri vicini?

Alessandro Zaniboni

 

L’unità pastorale Bibbiano-Barco ha accolto don Giordano

laliberta.info

La chiesa di Santa Maria Assunta era gremita, nella serata di venerdì 25 settembre, per la messa di accoglienza del nuovo parroco, don Giordano Goccini. Tanti i fedeli dell’unità pastorale di Bibbiano e Barco, oltre a un gruppo arrivato dalla sua ormai ex parrocchia, Novellara. La processione d’ingresso ha condotto attorno all’altare oltre una ventina di presbiteri della Val d’Enza, il Vicario generale don Giovanni Rossi e l’Arcivescovo Giacomo Morandi, che ha aperto la speciale celebrazione eucaristica.

La celebrazione è stata molto partecipata da tutta la comunità. Nei primi banchi erano presenti le autorità locali e il sindaco Stefano Marazzi ha consegnato personalmente la pergamena di benvenuto al nuovo parroco, che dal 24 del mese è anche diventato cittadino bibbianese.

Dopo il rito di investitura a parroco di Bibbiano e Barco da parte del Vescovo, don Giordano Goccini ha proseguito la funzione, celebrando la sua prima messa a Bibbiano. Una delle scene più significative: l’abbraccio tra il parroco uscente don Wojciech e il nuovo parroco durante lo scambio della pace.
Tra i fedeli a messa non è mancata una “rappresentanza” di Novellara, la parrocchia di provenienza di don Goccini.

Alla fine delle celebrazione, la lettera di benvenuto della direttrice della scuola d’infanzia parrocchiale di Barco, Tania Bartoli, di cui il parroco è presidente.
A fine serata, il rinfresco – abbondante e molto partecipato – all’istituto Maria Ausiliatrice organizzato dai volontari della comunità bibbianese.

Di seguito il testo di presentazione del nuovo parroco a introduzione della liturgia: “Carissimi, le comunità parrocchiali di Bibbiano e Barco, riunite in unità pastorale, vivono un momento di particolare gioia e solennità, perché condividono con il Vescovo l’inizio del ministero come parroco di don Giordano Goccini, finora parroco moderatore nell’unità pastorale «Beata Vergine della Fossetta». Nella continuità del ministero e nella sempre rinnovata azione dello Spirito si esprime la freschezza di una Chiesa sempre in cammino per essere segno di speranza per il nostro paese e per il mondo intero. Con questi sentimenti, iniziamo il cammino con don Giordano, grati del bene che don Wojciech ha seminato nelle nostre comunità. Si dia dunque lettura della lettera di nomina e di mandato”.

 

Nel giorno dedicato a san Francesco d’Assisi, il 4 ottobre, prende il via da Massa la tournée della nuova versione teatrale dell’opera di Franco Zeffirelli, firmata da Angela Demattè e diretta da Piero Maccarinelli

Ksenia Borzak, nel ruolo di Chiara e Giulio Pranno, nel ruolo di Francesco

Silvia Guidi e Eugenio Murrali – Città del Vaticano

È una data simbolica quella scelta per l’avvio della tournée nazionale di Fratello Sole, Sorella Luna. Il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, parte da Massa, in Toscana, il viaggio teatrale 2026-2027 dello spettacolo tratto dall’opera di Franco Zeffirelli, nella versione teatrale di Angela Demattè, per la regia di Piero Maccarinelli.
Dopo il significativo debutto al Teatro Lyrick di Assisi, lo spettacolo si apre a un attraversamento nazionale di città, teatri e spazi urbani, con una natura volutamente itinerante e dialogica.

L’allestimento vede in scena Giulio Pranno nel ruolo di Francesco e Ksenia Borzak in quello di Chiara, con la partecipazione speciale di Massimo Wertmüller e Fabrizia Sacchi e con Gabriele Cicirello (Deodato), Antonio Iorio (Paolo), Edoardo Raiola (Bernardo), Andrea Galasso (Giocondo), Eduardo Sacchi (Silvestro). Musiche originali di Riz Ortolani e Donovan, musiche e arrangiamenti di Alessandro Nidi, scenografie di Francesco Sereni, costumi di Daniele Gelsi, light designer Javier Delle Monache, con l’amichevole contributo di Tullio Solenghi.

“Con Angela Demattè siamo andati alla Fondazione Zeffirelli – spiega il regista, parlando con i media vaticani della genesi del suo ultimo spettacolo – dove abbiamo scoperto che esistevano ben dieci sceneggiature di Fratello Sole, Sorella Luna scritte dal regista fiorentino,  Lina Wertmüller e Suso Cecchi D’Amico, la crème de la crème del cinema di quegli anni”. Un ritrovamento decisivo. “Queste sceneggiature – continua Maccarinelli – differivano in vari passaggi e questo ci è molto piaciuto e abbiamo usato queste differenze, perché ci hanno permesso in qualche modo di studiare una struttura drammaturgica che pur omaggiando il film e restando sostanzialmente fedele diventava però una rappresentazione teatrale”. L’idea, chiarisce il regista, non è nata da lui, che all’inizio ha esitato: come portare dallo schermo alla scena le lunghe galoppate a cavallo, le campagne di Assisi, il Vaticano sulle note di Ortolani? La risposta è venuta proprio dall’approfondimento filologico sui copioni e dal lavoro drammaturgico con Angela Demattè, assistita da Lea Paiella.

Il secondo scoglio era scenografico: come passare velocemente dalla casa del mercante alla stanza dei tessuti, a San Damiano, alla campagna, a Roma. La risposta è arrivata dall’incontro con Francesco Sereni, “un artista dei fondali cinematografici”. “Abbiamo trovato una soluzione attraverso la retroproiezione: sono stati creati dieci fondali con una partenza fotografica e un intervento pittorico fatto da lui, i dieci fondi ideali su cui in qualche modo si immergono i personaggi, costruiti ovviamente in modo tale che siano in prospettiva con l’occhio dello spettatore”. Dieci fondali e dieci sceneggiature: un dispositivo che ha permesso allo spettacolo di assumere una propria profonda identità, pur mantenendo la grandezza visiva dell’immaginario zeffirelliano. “Superati questi due scogli, adattamento e scenografia, è stato un enorme piacere lavorare sul testo di Angela con questo gruppo di attori”, dice Maccarinelli.

La figura di Chiara
Rispetto al film, la versione teatrale compie una scelta: dare più spazio a Chiara. “Nella realtà storica era molto più giovane di Francesco; qui è resa quasi coetanea, perché – spiega Maccarinelli – ci interessava l’unione di queste due anime”, la radicalità condivisa, la penitenza non come punizione ma come “cammino liberamente assunto”, il rispetto, il perdono, la preghiera. Lo spettacolo ripercorre la parabola di Francesco fino al 1209, anno della prima visita a Innocenzo III. Figlio di ricchi mercanti, scopre che “la povertà è l’unica vera ricchezza”. Un pensiero che produce scandalo nella bottega del padre – “siamo in una prigione di stoffe”, dice, e va avanti della sua strada, tra la riprovazione di alcuni e l’iniziale smarrimento degli amici. Accanto a lui, nello spettacolo, Chiara, anch’essa di famiglia nobile, che porta il pane ai poveri e ai lebbrosi. Intorno, gli amici Bernardo, Paolo, Giocondo, Silvestro e Deodato, lo “storpio”. “Il conflitto è generazionale oltre che motivazionale”, annota Maccarinelli. Le feroci discussioni con il padre, lo stupore attonito della madre, fanno da contrappunto alla ricerca dell’essenzialità.

Maccarinelli rivendica con forza la scelta di una compagnia giovane: “Sono molto ammirato dalla capacità di questi giovani di fare gruppo, di cementare l’esperienza fra di loro, sostenendosi e difendendosi”. Tra i momenti che più lo emozionano, indica la spoliazione e la riconsegna degli abiti al padre – con Chiara in un angolo che raccoglie il mantello abbandonato da Francesco e lo porta alla madre – e l’inserimento del Cantico delle Creature, non detto da una sola voce ma coralmente dai frati: “Un tradimento temporale necessario, perché questo vertice di bellezza andava ridetto ad alta voce”. Un classico della memoria visiva italiana diventa così un dispositivo teatrale corale, musicale e fisico, che ci parla del denaro come “origine di tutte le guerre”, dell’accumulo che soffoca, del bisogno di essenzialità che riguarda tutti.

Poste Vaticane, le emissioni speciali per gli 800 anni dalla morte di San Francesco

Un particolare del foglietto con il francobollo

Vatican News

Per celebrare l’ottavo centenario del transito di san Francesco, il Servizio Poste e Filatelia della Direzione delle Telecomunicazioni e dei Sistemi Informatici del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ha dedicato al santo, nell’800 anniversario della morte, un foglietto, un annullo postale speciale die emissionis, una busta-ricordo e un folder. Un omaggio alla memoria del Santo e all’attualità del suo messaggio di pace, di perdono, di dialogo, di cura del creato, di povertà e di semplicità.

L’annullo speciale

L’elaborato dell’annullo si ispira a un famoso ritratto risalente alla seconda metà del XIII sec., tra quelli cronologicamente più vicini alla morte di San Francesco: un particolare dalla Madonna in trono con San Francesco di Cimabue, nota come Maestà, collocata nella basilica inferiore di Assisi. Completano l’annullo le scritte “S. Francesco d’Assisi – 800 anni dalla scomparsa”, “Die emissionis 04.10.2026” e “Poste Vaticane”.
Il 4 e 5 ottobre 2026 l’ufficio postale di Piazza San Pietro utilizzerà l’annullo speciale in questione, anche a beneficio dei collezionisti. In alternativa, l’obliterazione del materiale filatelico, debitamente affrancato a cura dei richiedenti con i francobolli cui l’annullo si riferisce, potrà essere richiesta al Settore Obliterazioni del Servizio Poste e Filatelia fino al 30 novembre 2026.

Il francobollo

Il foglietto del francobollo – un’emissione congiunta Città del Vaticano – Italia – San Marino- Sovrano Ordine di Malta – riproduce l’affresco di Giotto, Storie di san Francesco: Il commiato di santa Chiara dalle spoglie di san Francesco, della basilica superiore di San Francesco ad Assisi, e un brano del Cantico delle Creature.

Il folder “San Francesco d’Assisi 1226 – 2026”

Il folder, a tiratura limitata e numerata, per la prima volta raccoglie testi del Santo, una selezione di opere pittoriche conservate nei Musei Vaticani e alcune opere di particolare rilievo della Biblioteca Apostolica Vaticana, accessibili e consultabili attraverso un QR code. La copertina riproduce un particolare dell’Incoronazione della Vergine e Santi del Pinturicchio (XVI sec.) conservata presso la Pinacoteca Vaticana. All’interno è riprodotta l’opera Esequie di San Francesco, dello Pseudo Jacopino (XIV sec.).

La busta ricordo

Sulla busta ricordo – con il francobollo e l’annullo –, la vignetta riproduce san Francesco d’Assisi, in un particolare di un’opera della scuola di Giunta Pisano (XIII sec.), conservata alla Pinacoteca Vaticana.

L’annullo per ricordare Santa Beatriz de Silva

Oggi, 3 ottobre, viene messo in uso anche un annullo postale speciale, in occasione del 50° della canonizzazione di Santa Beatriz de Silva, Fondatrice dell’Ordine delle concezioniste francescane. L’annullo postale speciale presenta il logo ufficiale del 50° anniversario della canonizzazione composto da simboli concezionisti: il giglio, simbolo di purezza e verginità, insieme alla stella in posizione centrale e al bastone della fondatrice. Sopra il fiore appaiono le dodici stelle della Donna dell’Apocalisse, in riferimento all’Immacolata. Completano l’annullo le scritte “50° Canonizzazione S. Beatriz de Silva”, “03.10.2026” e “Poste Vaticane”.

4 Ottobre San Francesco: una voce universale per costruire la pace

Immagine San Francesco

In occasione della festa del 4 ottobre del Poverello di Assisi, fra Marco Moroni custode del Sacro Convento, riflette sul messaggio di umanità lasciato dal Santo, alla luce del tempo presente: “Abbiamo bisogno del vocabolario della convivenza, della pace e della fraternità”, quello “di un disarmo totale”

Maurizio Giannella –  Città del Vaticano

“San Francesco resta un riferimento per tutti  perché vive il Vangelo e, siccome il Vangelo è un messaggio valido per sempre, ecco allora che anche il Santo rimane attuale”. Lo ha detto ai media vaticani fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento di Assisi, dove, dopo la novena in preparazione alla festa di san Francesco, le celebrazioni entrano oggi nel vivo, per culminare domani con la messa solenne, presieduta dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, alla presenza del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella.  Il Poverello – spiega fra Moroni – nella sua vita si sofferma su alcuni temi umani e sociali universali,  come la povertà e la minorità, che non vuol dire  sentirsi superiore agli altri, ma “essere gli ultimi di tutti e sottomessi a tutti”. Un tema che ha “una validità anche per l’oggi in un mondo in cui in cui si sta andando in senso contrario”. Invece Francesco con il suo messaggio diventa egli stesso “una provocazione” che va a contrastare questa mentalità. Altra parte dell’eredità lasciata dal Poverello di Assisi ha a che fare con il suo rapporto con il creato. “Francesco — continua fra Marco — quando parla delle creature, le sente sorelle e fratelli, perché capisce che sono appunto originate  dallo stesso amore, dalla volontà del Padre che vuole bene a tutti. Quello che chiamiamo mondo o natura per Francesco è creazione e la creazione rimanda direttamente al Creatore”. Dunque, la creazione non può essere solo un prodotto da utilizzare da un “homo Faber” che costruisce e sfrutta, ma qualcosa “che ereditiamo e di cui noi siamo responsabili”. Cosa che già ha messo in luce lo stesso Papa Francesco nella Laudato si’ quando ha parlato dell’ecologia integrale. “San Francesco non è un ecologista — sottolinea fra Marco — ma è un uomo pervaso dalla consapevolezza dell’essere creatura e dall’aver ricevuto un dono immenso da coltivare e custodire”. Una custodia che, da una parte, vuol dire estrema cura e, dall’altra, significa anche “coltivazione”, affinché questo giardino, questo dono di Dio, possa fiorire. “Oggi il problema — spiega il frate — è che stiamo probabilmente abusando delle risorse del mondo e quindi della creazione. Occorre un patto nuovo, occorre una relazione nuova da costruire”.

Il rifiuto di una logica della forza
È di estrema attualità anche il messaggio di Francesco riguardo ai rapporti tra gli Stati e ai rapporti umani. Secondo il custode del Sacro Convento di Assisi, ne è un esempio l’incontro con il sultano al Malik al Kamil, che “traduce in gesti concreti il pensiero di Francesco sulla pace, il dialogo e l’accoglienza, incarnando una visione della fede che rifiuta la logica del potere e della forza”. Il Poverello infatti vive pienamente la fraternità, riconoscendo i fratelli come creature da amare e non sopprimere e la terra come un luogo comune in cui abitare e non  da sottrarre agli altri. Nei fratelli a lui affidati, afferma fra Marco, si realizza la costruzione della casa comune. “La politica — continua — oggi ha bisogno di recuperare questa attenzione al bene comune, tema di cui parla anche molto efficacemente Papa Leone nella sua enciclica Magnifica humanitas”. Realizzare la fraternità rimane difficile perché “il sentimento umano molto spesso porta alla prevaricazione”, ma “occorre invece dire che prima di tutto c’è ogni uomo, ogni donna, ogni fratello, ogni sorella, a cui permettere di vivere nel modo migliore”. Solo così non utilizzeremo “più il vocabolario della guerra, ma avremo bisogno invece del vocabolario della convivenza, della pace e della fraternità”, quello “di un disarmo totale”.

Riscoprire la radicalità evangelica di Francesco
Nel tempo del giubileo francescano, che si concluderà il 10 gennaio 2027, e in occasione delle celebrazioni per san Francesco, giornata che dopo oltre cinquant’anni ritorna ad essere festa nazionale in Italia, fra Marco Moroni prova a tracciare un bilancio dell’anno passato. “Un anno – conclude – in cui ritornare continuamente a Francesco, riscoprendone la radicalità evangelica” e il valore fondativo che è il rapporto con il Vangelo, di cui il Santo si è fatto esempio con la sua vita.

Vatican News

Lettura e Vangelo del giorno 4 Ottobre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaìa
Is 5,1-7

Voglio cantare per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato viti pregiate;
in mezzo vi aveva costruito una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva;
essa produsse, invece, acini acerbi.
E ora, abitanti di Gerusalemme
e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha prodotto acini acerbi?
Ora voglio farvi conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe
e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta
e verrà calpestata.
La renderò un deserto,
non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti
è la casa d’Israele;
gli abitanti di Giuda
sono la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 79 (80)

R. La vigna del Signore è la casa d’Israele.

Hai sradicato una vite dall’Egitto,
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
arrivavano al fiume i suoi germogli. R.

Perché hai aperto brecce nella sua cinta
e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco
e vi pascolano le bestie della campagna. R.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. R.

Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. R.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fil 4,6-9

Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.
Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a
quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a
un popolo che ne produca i frutti».

Meloni / Dopo mesi di attriti e di parole grosse sul mancato sostegno alle operazioni americane in Iran, il presidente Usa inverte la rotta. Tutte le volte in cui ha cambiato idea, provocando le reazioni della premier

«Meloni? Mi è sempre piaciuta». L'ultima giravolta di Trump: cronaca di sei mesi complicati

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Poche parole. «Giorgia Meloni? Mi è sempre piaciuta… Il nostro rapporto è molto buono». Washington, 22 e 20 di venerdì ora italiana. Donald Trump, in partenza per l’Alabama, incontra i giornalisti alla Casa Bianca. Una domanda è sui rapporti con la premier italiana. Il presidente americano in quattro secondi disegna il cambio di rotta. «Mi piace, mi è sempre piaciuta». Sei parole per cancellare mesi di tensioni, di attacchi. Per archiviare parole velenose che hanno “colorato” primavera ed estate quando Trump rimproverava all’anima europea della Nato il mancato sostegno alle operazioni americane contro l’Iran e metteva Meloni sul banco degli imputati.
Non è facile capire cosa ci sia dietro la giravolta del numero uno della Casa Bianca. Solo a inizio luglio sul social Truth postava un meme che aveva gelato Palazzo Chigi: nell’immagine la premier guarda Trump con una velatamente espressione. Poi una didascalia irriverente: “serve un ordine restrittivo”. La stoccata era finita anche al centro di un’analisi del “Financial Times”. Secondo il quotidiano britannico la provocazione del tycoon «metteva in luce il suo persistente risentimento nei confronti della premier e di altri alleati della Nato per la loro riluttanza a consentire che le basi militari statunitensi in Europa venissero utilizzate per la campagna di bombardamenti statunitense-israeliana contro l’Iran». Mesi complicati. Mesi dove si consuma una crisi che fino a qualche mese prima sembrava impossibile.
Tanti i fronti di una crisi. Tante i momenti di tensione. Foto uno. Trump interviene “L’Aria che tira” su La7 sostenendo che Meloni lo avesse «implorato» per una foto al G7 in Francia e aggiungendo di averle parlato «per pena». Meloni replica con un video in cui rivendica il rispetto degli accordi e la sovranità nazionale: «Una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia non imploriamo mai nessuno». Per protesta, il ministro degli Esteri Tajani annulla il suo viaggio istituzionale a Miami. Foto due: Trump attacca ancora accusando Meloni di aver «voltato le spalle» agli Stati Uniti sul dossier Iran e di aver negato l’uso delle basi strategiche italiane, a partire da Sigonella, per l’operazione contro Teheran. Ancora una replica: «Esserti amica non ha certo aiutato la mia popolarità, che non dipende dal mio rapporto con te».
Queste le ultime scintille. La vera rottura si consuma però a metà aprile con l’affondo di Trump contro il Papa “colpevole”, secondo il presidente Usa, di aver condannato apertamente il conflitto con l’Iran. Giorgia Meloni si schiera con il pontefice, definendo le parole di Trump «inaccettabili». Pochi giorni dopo, il presidente americano torna ad attaccare l’Italia dicendo di essere rimasto 1scioccato e deluso» dalla premier italiana: «La pensavo diversa, sull’Iran non mi ha aiutato». Ora l’inversione di rotta. Forse non l’ultima.

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Festival dell’Economia Civile di Firenze: «Misuriamo il benessere dei dipendenti, fondamentale per migliorare i risultati delle imprese e dei Paesi. Retribuzioni eque, conciliazione famiglia-lavoro e condivisione di uno scopo sono i fattori decisivi»

Operai impegnati nello smontaggio delle tribune del palazzetto allestito in piazza del Plebiscito a Napoli / ANSA

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La felicità dei lavoratori è un fattore chiave per il successo delle imprese e il benessere complessivo delle comunità. Un dato che occorre saper misurare e che ha un’importanza non meno decisiva di quella del livello del Prodotto interno lordo per il futuro di un territorio e di un Paese nel suo complesso. Ne parliamo con Jan-Emmanuel De Neve, professore di Economia e Scienze comportamentali all’Università di Oxford e direttore dell’Oxford Wellbeing Research Centre, uno dei principali poli di ricerca sul legame tra benessere delle persone, produttività e sviluppo economico. Ricerche condensate anche nel suo libro “Why workplace wellbeing matters” (Harvard business review press).
Professore, quali sono i principali fattori che determinano la soddisfazione sul lavoro? Che cosa conta di più: lo stipendio, l’autonomia, la flessibilità o il senso di ciò che si fa?
Una retribuzione adeguata è certamente essenziale per soddisfare i bisogni fondamentali e garantire una sicurezza economica. Ma le nostre ricerche su larga scala mostrano che lo stipendio, da solo, è ben lontano dall’essere il principale fattore che determina il benessere sul lavoro. Una volta garantita una retribuzione equa, a fare la differenza sono soprattutto i fattori sociali e relazionali: sentirsi parte di una comunità, avere il sostegno dei propri responsabili, poter contare sulla fiducia reciproca tra colleghi. Questi elementi incidono sulla felicità quotidiana e sulla soddisfazione professionale molto più del reddito. Subito dopo vengono l’autonomia, la flessibilità e la possibilità di svolgere un lavoro che abbia un significato. Uno stipendio più alto può convincere una persona ad accettare un lavoro, ma sono la qualità dell’ambiente, le relazioni umane, la possibilità di decidere e il senso di ciò che si fa a farla rimanere coinvolta, soddisfatta e motivata nel tempo.
Quanto conta l’equilibrio tra lavoro e vita familiare?
È un elemento fondamentale del benessere. Ciò che viviamo sul lavoro non resta confinato sul posto di lavoro: stress, emozioni positive o negative e senso di realizzazione inevitabilmente si riflettono sulla vita privata, le relazioni, la salute e le dinamiche familiari. Quando le organizzazioni rispettano i confini tra lavoro e vita personale, garantiscono orari prevedibili e offrono una flessibilità reale, i lavoratori sperimentano meno stress e ansia. E dichiarano una maggiore soddisfazione per la propria vita nel suo complesso.
Le ricerche sottolineano sempre più l’importanza di percepire il senso e lo scopo del proprio lavoro. Quanto sono importanti per il benessere delle persone?
Nel nostro modello, il benessere sul lavoro ha tre dimensioni. La prima è valutativa: riguarda il modo in cui giudichiamo complessivamente il nostro lavoro, quindi la soddisfazione professionale. La seconda è affettiva: riguarda ciò che proviamo ogni giorno mentre lavoriamo, dalla felicità allo stress. La terza è eudaimonica: riguarda il senso e lo scopo che attribuiamo al nostro lavoro. Quest’ultima dimensione è fondamentale. Sentire che ciò che facciamo ogni giorno contribuisce a qualcosa di significativo rappresenta una sorta di punto di riferimento interiore e può proteggerci dallo stress e dal burnout. Il senso del lavoro può nascere dall’impatto che abbiamo sulla società, dalla soddisfazione di diventare sempre più bravi nel proprio mestiere o dalla possibilità di affrontare e risolvere problemi complessi. In ogni caso, avere uno scopo dà maggiore valore all’esperienza lavorativa e contribuisce in modo significativo alla soddisfazione per la propria vita.
Ma come si misura il benessere sul lavoro? E oggi sta aumentando o diminuendo?
Il benessere può essere misurato attraverso domande dirette ai lavoratori, prendendo in considerazione quattro indicatori fondamentali: la soddisfazione per il proprio lavoro, la felicità quotidiana, il livello di stress e il senso dello scopo. Nella nostra collaborazione con Indeed abbiamo raccolto e analizzato questi dati su decine di milioni di lavoratori in tutto il mondo, arrivando a costruire il Work Wellbeing Score, un indice del benessere lavorativo. Quanto alle tendenze, i nostri dati mostrano un quadro preoccupante: negli ultimi anni il benessere sul lavoro è diminuito a livello globale. Nel nostro Indeed Global Work Wellbeing Report emerge che quasi l’80% dei lavoratori nel mondo non si trova oggi in una condizione che possiamo definire di pieno benessere sul lavoro. Circa il 60% dichiara inoltre di vivere livelli elevati di stress per la maggior parte del tempo. Il dato è particolarmente significativo perché, nello stesso momento, le aspettative dei lavoratori nei confronti di luoghi di lavoro capaci di offrire sostegno, soddisfazione e realizzazione sono ai massimi livelli. Si sta quindi ampliando la distanza tra ciò che le persone chiedono al lavoro e ciò che gli ambienti di lavoro tradizionali riescono effettivamente a offrire.
Il benessere dei dipendenti incide sulla produttività e sui risultati delle aziende?
Sì, e le evidenze empiriche sono molto chiare. Esiste un forte legame causale tra il benessere dei lavoratori e i risultati delle imprese. Lo abbiamo sintetizzato in tre parole, le nostre “3 R”. La prima è aumentare la produttività (Raising productivity): le persone più felici sul lavoro sono anche più concentrate, creative e produttive. La seconda è attrarre talenti (Recruiting talent): le organizzazioni nelle quali il livello di benessere è più elevato riescono più facilmente ad attirare candidati qualificati. La terza è trattenere i talenti (Retaining talent): maggiore soddisfazione e maggiore felicità sul lavoro riducono il turnover e, quindi, i costi legati alla sostituzione dei dipendenti. La nostra ricerca, che mette in relazione i dati sul benessere dei lavoratori con quelli economici delle imprese, mostra inoltre che le società quotate con livelli più elevati di benessere tra i dipendenti registrano una maggiore redditività, un valore d’impresa più alto e, nel tempo, risultati migliori sul mercato azionario. Prendersi cura del benessere dei lavoratori, dunque, non è semplicemente un costo per l’azienda. È uno dei fattori che possono sostenere la crescita economica nel lungo periodo.
Su che cosa allora dovrebbero investire le aziende per migliorare il rapporto con i propri dipendenti?
Prima di tutto, dovrebbero andare oltre i cosiddetti “programmi di benessere” superficiali: un’app per fare yoga o un abbonamento gratuito in palestra possono essere utili, ma rischiano di intervenire sui sintomi senza affrontare le cause del disagio. Gli investimenti dovrebbero concentrarsi soprattutto sulla qualità strutturale del lavoro. Bisogna formare i manager affinché sappiano costruire ambienti basati sulla fiducia, la sicurezza psicologica e la comunicazione aperta. Occorre creare ambienti inclusivi, nei quali le persone si sentano realmente riconosciute, valorizzate e sostenute dai colleghi e dai responsabili. E poi puntare su partecipazione e possibilità di esprimersi: i lavoratori dovrebbero essere coinvolti nelle decisioni che riguardano la loro vita quotidiana e nei processi di cambiamento dell’organizzazione. Infine, ovviamente, garantire una retribuzione equa e certa, così che le persone possano concentrarsi anche sulla propria crescita e realizzazione.
L’automazione crescente e l’Intelligenza artificiale generativa rischiano di aumentare l’alienazione dei lavoratori? Saremo subordinati alle macchine?
La tecnologia, di per sé, non determina conseguenze. Tutto dipende da come manager e dirigenti decidono di introdurla e utilizzarla. Se l’IA e l’automazione vengono utilizzate soltanto per tagliare i costi nel breve periodo, aumentare la sorveglianza o ridurre le competenze richieste ai lavoratori, esiste un rischio concreto di maggiore alienazione. Se invece la tecnologia viene utilizzata per valorizzare le capacità umane – automatizzando le attività ripetitive e più sgradevoli e lasciando alle persone quelle che richiedono creatività, empatia e capacità di pensiero critico – può migliorare significativamente la qualità del lavoro. Le organizzazioni che avranno successo nell’era dell’IA saranno quelle che coinvolgeranno i lavoratori nelle decisioni e sceglieranno di utilizzare la tecnologia per valorizzare le persone, anziché considerarla semplicemente uno strumento per ridurre il numero dei dipendenti.
Qual è il messaggio che vuole portare al Festival dell’Economia Civile?
Il messaggio è molto vicino ai principi stessi dell’Economia Civile: creare valore economico e favorire la realizzazione delle persone non sono obiettivi in contrasto tra loro. Al contrario, sono profondamente legati. Per troppo tempo i modelli tradizionali di gestione hanno considerato il lavoro umano semplicemente come un costo da ridurre. La ricerca sul benessere nei luoghi di lavoro dimostra invece che investire nella dignità delle persone, nel senso del lavoro e nelle relazioni sociali produce benefici per tutti. Migliorare il modo in cui le persone vivono il proprio lavoro e il modo in cui lo percepiscono è una delle leve più efficaci per aumentare il benessere dell’intera società e, allo stesso tempo, costruire imprese più solide, resilienti e capaci di prosperare nel tempo.

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