Alberto Ravagnani a “Ballando con le stelle”: la crisi vocazionale, la dimensione corporea e la sfida delle parrocchie online

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L’ufficializzazione di Alberto Ravagnani come concorrente della nuova edizione di Ballando con le stelle su Rai 1 torna ad accendere la riflessione sul tema dell’abbandono del sacerdozio e sulle dinamiche della comunicazione pastorale. Dopo l’addio al ministero annunciato all’inizio del 2026, l’ex sacerdote ed ex influencer parrocchiale si ritrova al centro del dibattito pubblico per una scelta che tocca nodi complessi: il rapporto con la corporetà e il senso della testimonianza cristiana nello spazio digitale e mediale.

Nel suo annuncio, Ravagnani ha parlato del desiderio di “riappropriarsi del proprio corpo e dargli voce”, evidenziando una frattura interiore tra la dimensione spirituale formale e l’esigenza personale di espressione. Per la comunità ecclesiale e per la rete delle parrocchie online, questa vicenda solleva interrogativi cruciali sulla tenuta delle vocazioni al tempo dei social media: come conciliare l’esposizione mediatica con l’essenza del servizio sacerdotale? Quale accompagnamento offrire ai sacerdoti impegnati nell’evangelizzazione digitale per evitare che il ruolo di comunicatore prenda il sopravvento sulla missione pastorale?

Il caso rappresenta un invito a riflettere sulla cura delle vocazioni, sulla sostenibilità emotiva del ministero e su come l’ambiente digitale influenzi la percezione e la vita dei pastori d’oggi.

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La Chiesa italiana torni a cantare il rito

di: Antonio Parisi in  Settimana News

canto

La catechesi di Leone XIV sulla musica sacra non riguarda soltanto gli specialisti: indica una strada concreta per restituire alle comunità la voce della preghiera e della comunione. Mons. Antonio Parisi, presbitero della diocesi di Bari, è una figura eminente nel panorama della musica sacra italiana, avendo unito in modo stretto il suo ministero sacerdotale a una qualificata attività didattica, compositiva e di consulenza in ambito liturgico-musicale.

«La musica è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione». Basterebbe questa affermazione di Leone XIV, pronunciata nell’Udienza generale del 19 agosto dedicata al capitolo VI della Sacrosanctum concilium, per riaprire nella Chiesa italiana una riflessione non più rinviabile. Il papa non si è rivolto soltanto ai musicisti. Ha parlato alla Chiesa intera, perché la qualità del canto liturgico riguarda il modo in cui una comunità prega, crede e manifesta la propria unità.

Il punto di partenza è precisamente questo: nella liturgia non si canta per abbellire un rito già compiuto, né per riempire un intervallo. Cantare e suonare sono essi stessi azione rituale. La musica dà voce alla preghiera, sostiene l’unanimità, apre il cuore all’azione della grazia e conferisce ai gesti celebrativi la loro giusta solennità. Perciò il papa riprende sant’Agostino — «cantare è proprio di chi ama» — e presenta il canto come esperienza affettiva della fede, non come semplice esercizio estetico.

L’immagine forse più bella della catechesi è quella del canto come «epifania della Chiesa». Quando voci differenti si accordano nella lode, la comunione ecclesiale diventa percepibile. Non è annullata la diversità; essa viene ricondotta all’unità. Il coro, l’assemblea, il salmista, il cantore, il sacerdote e gli strumentisti non sono protagonisti in competizione, ma ministeri differenti dentro un’unica azione. Anche il silenzio appartiene a questa armonia.

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Se guardiamo con sincerità alla situazione italiana, dobbiamo riconoscere luci e ombre. Esistono cori preparati, organisti competenti, scuole, compositori e comunità nelle quali il canto nasce veramente dal rito. Ma queste esperienze rimangono spesso isolate. In molte parrocchie la scelta dei canti continua a dipendere dalla consuetudine, dal gusto del gruppo, dall’autore del momento o da una generica somiglianza tra il tema del testo e le letture domenicali. Il criterio decisivo — che cosa chiede di compiere questo rito? — resta troppo spesso sullo sfondo.

Ne derivano repertori casuali, testi fragili, melodie poco adatte all’assemblea, accompagnamenti che coprono le voci, cori che cantano al posto del popolo e una successione continua di suoni che non lascia spazio al silenzio. Non è anzitutto un problema di stili musicali. È un problema di comprensione della liturgia. Un canto modernissimo può essere rituale e dignitoso; un canto antico può essere collocato male. Allo stesso modo, la semplicità non coincide con la banalità e la complessità non garantisce la bellezza.

Leone XIV offre criteri molto concreti. La musica deve essere appropriata al momento celebrativo, al di là delle mode e delle preferenze individuali. La forma deve essere nobile e semplice, musicalmente valida e realmente eseguibile, soprattutto quando è destinata a tutti. I testi devono essere profondi ma comprensibili, ispirati principalmente alla Scrittura, ai libri liturgici e alla tradizione spirituale. In gioco è il principio antico della lex orandi, lex credendi: ciò che la Chiesa canta forma la fede del popolo.

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Come tradurre queste indicazioni in un cammino per le Chiese italiane?

La prima scelta dovrebbe essere l’ascolto. Prima di produrre un nuovo documento o un nuovo repertorio, sarebbe utile conoscere ciò che realmente accade nelle celebrazioni ordinarie: quali canti vengono usati, quanto canta l’assemblea, come viene proclamato il salmo, quale formazione ricevono sacerdoti e operatori, come dialogano coro e popolo. Una ricognizione nazionale, affidata alle diocesi e accompagnata dall’ascolto di celebrazioni reali, permetterebbe di riconoscere risorse e urgenze senza generalizzazioni ingenerose.

La seconda scelta riguarda la formazione. In Italia esistono iniziative nazionali qualificate, ma raggiungono inevitabilmente una piccola parte delle migliaia di persone che ogni domenica guidano il canto. Occorre una formazione diffusa, articolata su più livelli: un percorso parrocchiale essenziale anche per chi non legge la musica; scuole diocesane per cantori, salmisti, direttori e organisti; una formazione nazionale dei formatori. Non si tratta di trasformare ogni volontario in uno specialista, ma di offrire a tutti gli strumenti minimi per comprendere il servizio che svolgono.

Un capitolo decisivo riguarda i sacerdoti. Nessun rinnovamento sarà possibile se chi presiede rimarrà estraneo alla dimensione sonora della celebrazione. Al presbitero non si chiede una voce da cantante, ma la capacità di intonare i dialoghi, proclamare con cura, cantillare almeno alcune orazioni, rispettare i ministeri e non parlare sopra il canto o la musica. Nei seminari l’educazione della voce, la conoscenza musicale del Messale e la pratica della Liturgia delle Ore dovrebbero accompagnare stabilmente il percorso formativo, non essere concentrate in poche lezioni occasionali.

La terza scelta riguarda il repertorio. Il Repertorio Nazionale della CEI conserva una funzione preziosa, soprattutto per i criteri che propone: qualità teologica, dignità linguistica e musicale, cantabilità e pertinenza rituale. Dopo molti anni sarebbe opportuno aggiornarlo, non per imporre un unico libro, ma per offrire alle comunità un nucleo autorevole di canti sperimentati. Una piattaforma digitale potrebbe mettere a disposizione partiture, accompagnamenti, registrazioni didattiche, indicazioni rituali e differenti livelli di realizzazione.

Ogni parrocchia avrebbe bisogno non di centinaia di canti, ma di un repertorio essenziale realmente conosciuto: l’Ordinario della Messa, le acclamazioni, alcuni ritornelli salmodici, canti per i tempi dell’anno liturgico, antifone, forme processionali e qualche pagina gregoriana semplice. Un patrimonio comune permetterebbe all’assemblea di non ricominciare ogni domenica da zero e restituirebbe al canto la forza della memoria ecclesiale.

Bisogna poi ricostruire il rapporto tra coro e assemblea. Il coro non è tanto più liturgico quanto più occupa spazio, ma quanto meglio serve l’azione rituale. Ha parti proprie, può offrire pagine musicalmente più ricche, ma deve anche sostenere, educare e liberare la voce del popolo. La sua qualità pastorale si misura pure dalla capacità di far cantare gli altri. Ugualmente urgente è la formazione dei salmisti: il salmo responsoriale non è un canto meditativo qualunque, ma Parola proclamata in forma cantata.

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La catechesi papale invita inoltre a custodire il gregoriano, a valorizzare l’organo, a discernere l’uso degli altri strumenti e a prendere sul serio le tradizioni musicali delle diverse culture. Non servono contrapposizioni ideologiche. Organo e chitarra, gregoriano e nuova composizione non sono schieramenti avversari. La vera domanda è se una musica sia adatta al rito, alla dignità del luogo, alle possibilità della comunità e all’edificazione dei fedeli.

Perché tutto questo non rimanga un elenco di buone intenzioni, la Chiesa italiana potrebbe avviare un percorso di cinque anni. Ogni diocesi dovrebbe costituire una piccola équipe liturgico-musicale, individuare alcune parrocchie-laboratorio, offrire un itinerario stabile e formare almeno alcuni cantori, salmisti e accompagnatori. Le parrocchie-laboratorio non sarebbero vetrine di eccellenza, ma comunità ordinarie nelle quali sperimentare un repertorio essenziale, il canto delle parti rituali, l’alternanza tra coro e popolo, il gregoriano semplice e il valore del silenzio.

La meta non è produrre più musica né organizzare celebrazioni spettacolari. È una Chiesa nella quale il sacerdote presiede anche con la voce, il salmista proclama cantando, il coro serve e sostiene, l’organista interpreta il rito, il cantore guida senza protagonismo e l’assemblea risponde, acclama, ascolta, tace e canta.

L’intervento di Leone XIV può segnare l’inizio di una nuova stagione. Ma occorre compiere un passaggio decisivo: dalla pastorale dei canti alla pastorale del cantare celebrativo. Solo allora la musica tornerà a essere ciò che il Concilio ha chiesto e il papa ha ricordato: non il rivestimento sonoro della liturgia, ma una delle forme attraverso le quali la Chiesa, radunata dallo Spirito, diventa una sola voce e un solo cuore.

Che cosa vuole dire davvero “pagano”?

Che cosa vuole dire davvero “pagano”?

Il “paganesimo” – e il “neopaganesimo”, suo inquieto e ambiguo fratellastro – sono entrambi (pur rimanendo, paradossalmente, dei quasi-estranei reciproci) antichi compagni della nostra Modernità: suoi alleati magari, in quanto ostili alle religioni storiche costituite, da essa avversate ed emarginate anche se non (o non ancora, o non del tutto) cancellate.

Oggi poi, dinanzi all’opposto ma convergente attacco di forme di religiosità storica tanto “progressiste”, che insistono sul loro rinnovamento dall’interno come condizione per la loro vittoria finale contro l’ateismo-agnosticismo che molti ritengono invece la logica ultima e intrinsecamente logica conseguenza, anzi addirittura il perfezionamento di questo, mentre altre ne postulano al contrario il “ritorno alle origini” o il “rinnovamento” rivoluzionario-apocalitico come il destino manifesto del genere umano, si vanno moltiplicando le voci che nel politeismo in quanto garanzia di diversità e dunque di ricerca di convivenza-tolleranza scorgono la possibilità di ripresa di un equilibrio ch’è stato proprio l’insorgere dell’esclusivistica esigenza di unicità sottesa al monoteismo a distruggere.
I primi, veri e, almeno nella società mediterraneo-eurasiafrasiatica antica, unici autentici monoteisti furono, se non “dalle origini” comunque dal I millennio, gli ebrei. Dopo il patto abramitico e la “rivoluzione mosaica”, essi furono i fermi fautori del rapporto tra la storica del Vero Dio Creatore e le altre forme del Divino presenti nei vari gruppi etnoculturali umani, le gentes, contrapposti al “Popolo di Dio” l’eredità del quale si manifesta nella Bibbia e negli altri Libri Sacri che in qualche modo ne completano e/o ne perpetuano il Messaggio.
Oggi però, dopo la Rivoluzione geostorica e antropocentrica dell’Occidente nonché le successive rivoluzioni politiche da esso partite e quindi globalmente affermatesi – l’inglese, l’americana, la francese, la russa, la cinese –, nonché la Rivoluzione industriale e quella nucleare e tecnologica (che sono state, tutte, anche rivoluzioni culturali e religiose), il genere umano appare sotto i profilo dei culti religiosi e delle loro dinamiche storiche grossolanamente ripartito in due: una metà circa di credenti nel Dio di Abramo secondo una religione di tipo storico-trascendente comunque declinato (ebrei, cristiani, musulmani) e un’altra metà circa di adepti di sistemi cultuali a carattere mitico-immanentistico (buddhisti, induisti, sciamanisti, animisti) a parte alcune circoscritte aree incerte (manichei e teisti di varia origine), mentre avanzano in modo preoccupante neoreligioni di dubbia natura e si fanno strada convincimenti a carattere ateistico oppure agnostico determinato da ideologie di tipo politico o scientifico materialistico-esistenziale in progressiva espansione. Costituiscono sul serio, queste ultime, l’inevitabile – e secondo alcuni “naturale” – futuro del genere umano, auspicabile o temibile che esso sia? E in che misura il teismo comunque atteggiato comporta la fiducia-speranza in un’almeno individuale sopravvivenza-eternità di una parte della sostanza umana, mentre l’ateismo ne rappresenta la negazione? Il problema non è ancora posto nel suo nucleo essenziale, anzi v’è diffusa reticenza al riguardo. Eppure…

Una risposta deve comunque prendere avvio, ed è necessario correttamente impostarla. Cominciamo quindi col porci una domanda in apparenza ingenua: da dove nasce la parola “pagano”? Come scriveva Maurizio Bettini in un breve libro del 2014 divenuto ormai un classico e quindi più volte riproposto (Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino), paganus nel senso di “non cristiano” è voce tarda, che si afferma solo fra IV e V secolo, e appartiene al registro popolare e parlato della lingua, non a quello dotto e letterario. Non è insomma un’autodefinizione, ma un’etichetta con cui la parte cristiana designa l’altro – e la cui motivazione resta ancora oggi contesa. Da un lato la pista “militare”: il pagano come “civile”, come non-guerriero, nel senso di chi non ha accettato l’idea che militia est vita hominis super terram (come dice il Libro di Giobbe) e non si è quindi arruolato nella milizia di Cristo. Dall’altro quella “rurale”, definizione risalente al gesuita Cesare Baronio: il pagano come abitante del pagus, la campagna in cui il culto degli antichi dei si era ritirato dopo che le leggi imperiali avevano chiuso i templi delle città.
Bettini non propone un ritorno agli antichi dei né un’apologia della spiritualità pagana: il suo elogio è, in fondo, un elogio della pluralità. Il politeismo greco e romano vi è trattato non come una religione “superata” – vinta dal cristianesimo o dal progresso della civiltà – ma come un’altra religione, un modo alternativo di organizzare l’esperienza e il rapporto con il divino, dotato di un proprio quadro mentale irriducibile a quello monoteista. Ciò che merita l’elogio è il suo “cash value”, per riprendere l’immagine pragmatista di William James cara a Bettini: il valore concreto, politico e sociale, che quel modo di pensare può ancora offrire oggi. Il cuore sta nel rapporto con le divinità altrui. Dove il monoteismo, legato all’unicità di un dio che si proclama l’unico vero, tende all’esclusione e alimenta il conflitto religioso, il politeismo praticava la traducibilità degli dèi – l’interpretatio, l’accoglienza e la rinominazione delle divinità straniere – in una logica di inclusione anziché di reductio. Elogiare il politeismo significa dunque, più che rimpiangere una fede perduta, riconoscere le potenzialità represse di un pensiero «polimitico», capace di tenere insieme molte risposte all’esperienza là dove quello «monomitico» ne ammette una sola. Il metodo che lo rende visibile è la comparazione: disporre le culture «una accanto all’altra», per coglierne differenze e singolarità senza appiattire il nuovo sul già noto.
Il cambio di paradigma operato da Bettini – che evidentemente rifiuta la distinzione in religioni “trascendenti” e religioni “immanenti”: cioè, in pratica, rifiuta i concetto di Rivelazione e pone tutte le religioni sullo stesso piano, quello di una sequela di mythoi (“racconti”) a proposito dei quali una gerarchizzazione è impossibile e improponibile – si coglie bene se lo mettiamo a confronto con la visione precedente, per esempio quella che affiora in un’opera pur coraggiosa per il suo tempo, e anch’essa oggi riproposta: Il paganesimo. Prolegomeni allo studio della religione nel mondo antico greco-romano di Carolina Lanzani (1962, riproposta da La Vita Felice, 2025). In un’Italia in cui simili ricerche erano una rarità, la studiosa a suo tempo rivendicava alla greco-romana la dignità di religione vera e propria, oggetto di studio a pieno titolo e non semplice mitologia da manuale. Eppure il suo sguardo restava interno al paradigma che Bettini decostruisce. Il “paganesimo” vi è ancora dato per acquisito – «tutti sanno che…» – come il culto dei pagi, dei villaggi remoti e montani, forma più popolare e rozza della tradizione, talora degenerante in idolatria; e il termine pagano vale in sostanza “non cristiano”, in opposizione al cristianesimo. Lanzani, insomma, adottava come naturale proprio quel lessico che l’analisi successiva – Bettini in testa – avrebbe giudicato come una censura cristiana inscritta nelle parole stesse.

Ma oggi il riproporre il modello Lanzani riveste il carattere di una replica perentoria: il rifiuto dei pur molto rispettabili argomenti di Bettini, che sostanzialmente configurano una scelta antropologico-religiosa irrinunziabile. Ciò dev’esser chiaro prima di procedere oltre nell’analisi fenomenologica.

L’IA ci spinge a ripensare intelligenza, coscienza, educazione e libertà

Giovanni Salmeri: «L’AI ci costringe a ripensare che cosa significa pensare»

Avvenire

Professore, prima ancora di chiederci che cosa l’intelligenza artificiale possa fare, dovremmo forse chiederci che cosa intendiamo per “intelligenza”?
Giustissima osservazione. La parola «intelligenza» ha un significato intuitivo che usiamo in molte occasioni, ma darne una definizione precisa è difficile. Potremmo per esempio dire che essa è la capacità di analizzare in maniera simbolica e astratta la realtà, e grazie a questa analisi trovare soluzioni a problemi vecchi o nuovi. Molti sarebbero grosso modo d’accordo con una descrizione di questo tipo, ma utilizzarla per distinguere che cosa sia intelligenza e che cosa non lo sia non è facile. Evidentemente proprio l’informatica contemporanea ha costretto a ripensare a tale questione. Forse dobbiamo ricordare che anche una cosa tanto semplice come calcolare un’addizione è stata tradizionalmente considerata espressione di intelligenza tipicamente umana, perché richiede la capacità di concepire quell’entità astratta che chiamiamo «numero»: ma allora anche una semplice macchina per fare addizioni è intelligente? Io non avrei nessun problema a tirare questa conclusione: se non troviamo terribile il fatto che un’automobile «cammini» come un essere umano, e anzi molto più velocemente, non dovremmo neppure giudicare terribile il fatto che una calcolatrice sia «aritmeticamente intelligente» quanto e più di noi. Rimane però sempre aperto il problema della coscienza, dell’interiorità, di quella capacità di dire «io» che noi spontaneamente attribuiamo a noi stessi e agli altri esseri umani, ma non ad una macchina artificiale. Io però preferirei distinguere questa capacità (la cui comprensione può richiedere una prospettiva spirituale se non addirittura religiosa) dall’intelligenza in senso stretto. Cambiare continuamente la definizione di intelligenza e renderla sempre più esigente in maniera da poter trionfalmente concludere «solo gli esseri umani sono intelligenti!» non mi pare molto utile, sembra anzi talvolta un modo per evitare problemi più urgenti.

Nel suo lavoro su Turing lei affronta anche il tema delle “emozioni artificiali”. Una macchina può simulare emozioni: ma può davvero provarle? E soprattutto, perché questa domanda è importante per capire l’essere umano?
Ecco, questa è esattamente una domanda che tocca il problema dell’interiorità. Il punto è che quando parliamo di intelligenza intendiamo un processo che ha un qualche risultato, che quindi posso delegare ad un’altra persona e anche ad una macchina (anziché calcolare io un’addizione, affido il noioso compito ad una calcolatrice e raccolgo la somma). Quando invece parliamo di emozioni non pensiamo ad un risultato, ma ad un’esperienza personale. Ad una persona posso chiedere: «Scusa, puoi fare questo calcolo al posto mio?», ma non: «Scusa, puoi essere felice al posto mio?». Tanto più questo vale per una macchina. Se qualcuno, quindi, vuole dire che il segnale di batteria carica in un computer è la sua «gioia», può anche farlo: ma è un po’ futile, perché non c’è nessun risultato di «gioia» che noi possiamo utilizzare (anche se, ovviamente, un computer carico ci è utile). È per questo che appena parliamo di emozioni giustamente pensiamo subito al fatto che esse siano «vere» quando c’è un soggetto cosciente che le prova, che insomma esse possono appartenere solo ad un essere umano o almeno ad un essere vivente.
La tradizione cristiana ha spesso legato l’intelligenza al logos, alla ragione, alla capacità di verità. Che cosa mette in crisi l’IA di questa visione, e che cosa invece potrebbe aiutarci a riscoprire?
Questa è una domanda difficile, anche perché le concezioni di intelligenza sono state molto varie lungo la storia del cristianesimo: è sempre esistita per esempio una tendenza a diffidare dell’intelligenza (anche oggi è presente). Certamente gli sviluppi dell’IA in una certa misura rafforzano questa tendenza: perché vantarsi tanto dell’intelligenza umana se anche delle macchine possono ottenere gli stessi risultati, o anche migliori? Questo può essere un bagno di umiltà, e l’invito a cercare l’essenziale dell’umanità in qualcosa di diverso. Dall’altra parte il discorso può essere capovolto, e spesso giustamente lo è: riuscire a costruire macchine «intelligenti» (qualsiasi cosa questa espressione significhi) è sicuramente un grande risultato, una delle cose più grandi che siano state fatte lungo la storia. Forse persino lo stupore del salmo 8 potrebbe essere letto con una convinzione nuova: «gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi».
Qual è il rischio più grande: credere che le macchine siano umane o iniziare a trattare gli uomini come macchine prevedibili e profilabili?
Mi sto convincendo sempre più che entrambe sono semplificazioni non utilissime. O per meglio dire, sono rischi reali sì, ma non c’è bisogno dell’IA per concretizzarli: Aristotele già teorizzava gli schiavi come macchine che accidentalmente avevano anche un’anima (un’idea che peraltro può essere applicata anche a qualsiasi lavoratore libero e stipendiato!), e anche l’umanizzazione delle macchine non è esattamente una novità, ne parlava già Sherry Turkle negli anni 80 del secolo scorso. Anche ciò che si dice sulla mentalità «tecnocratica» è sì giustissimo, ma rischia di cadere facilmente in una retorica un po’ vacua: perfino Kant riconosceva che è inevitabile trattare gli altri esseri umani anche come un mezzo, ciò che è decisivo è non trattarli solo come un mezzo. Io in questo momento vedo i rischi più gravi, già ampiamente concretizzati, in una rapida alterazione della struttura della società umana a causa di una crescente delega della propria intelligenza all’intelligenza meccanica. Il caso più clamoroso è la scuola: se una percentuale altissima di studenti ormai «fa i compiti con ChatGPT», come si usa dire, ciò significa che non usa più la propria testa. Che cosa accadrà quando in Occidente tra una ventina d’anni avremo un’intera gioventù non più in grado di ragionare? Continuare a dire «la tecnologia non può essere tenuta fuori dalla scuola, bisogna insegnare ad usarla!» mi pare in teoria giusto, ma in pratica disastroso.

L’IA rischia di accentuare diseguaglianze tra chi possiede dati e potenza di calcolo e chi invece subisce le decisioni algoritmiche. È anche una questione di giustizia sociale?
Certamente è una questione di giustizia sociale: il calcolo è una risorsa come tutte le altre. Tuttavia credo anche che bisogna essere cauti nel pensare che l’IA dia davvero sempre un vantaggio decisivo. Da molti punti di vista il panorama è ancora incerto, c’è chi tra i possibili scenari immagina il crollo di una speculazione che ora pare eccessiva (non sarebbe la prima volta nella storia della tecnologia, basta ricordare la clamorosa bolla «dot-com» all’inizio degli anni Duemila!). Per tornare al problema dell’istruzione: e se tra vent’anni gli unici giovani in grado di pensare fossero quelli dei paesi più poveri, che avranno imparato a scrivere a mano con la penna anziché fare taglia e incolla con ChatGPT? È difficile prevedere gli scenari. Ma soprattutto la cosa più importante non è fare previsioni, ma impegnarsi per far accadere gli esiti positivi.
Nell’università, l’IA è vista spesso come un problema. Come sta cambiando l’idea stessa di formazione?
Certamente spesso viene vista come un problema, come una novità difficile da gestire, soprattutto tenendo conto dei tempi di reazione delle grandi istituzioni. Dall’altra parte sono anche in corso sperimentazioni e studi per capire se l’IA può aiutare le pratiche formative. In generale non ho nulla in contrario: la tecnologia, dall’invenzione della stampa in poi, ha svolto un grande ruolo positivo nella diffusione della cultura. Alla metà del secolo scorso si immaginò anche che le macchine (non ancora i computer!) potessero svolgere un ruolo importante per adattare le modalità di insegnamento al singolo studente: era l’idea della cosiddetta «istruzione programmata». Detto questo, è anche importante sottolineare però che non qualsiasi innovazione è buona, e soprattutto bisogna stare attenti a non modificare surrettiziamente gli obiettivi. Per fare un esempio ovvio: certamente l’IA può aiutare moltissimo gli studenti a preparare migliori tesine e tesi di laurea, ma ciò il più delle volte significa semplicemente che il lavoro non viene fatto da loro, e che quindi i veri obiettivi educativi sono completamente mancati. Prima quindi di promuovere l’uso di una certa tecnologia perché essa permette «risultati» migliori devo aver chiaro quale risultato voglio: una persona intelligente, colta ed esercitata che mi consegna una discreta tesi, o un ebete che mi consegna una bellissima tesi? Da questo punto di vista la tradizione educativa cristiana penso che avrebbe molto da dire, se solo lo volesse fare.
Lei sostiene il software libero… perché?
Il software libero è in generale quello distribuito in maniera tale da permettere a qualsiasi persona competente di essere esaminato, studiato e modificato e ridistribuito. Ci possono essere diversi motivi per sostenere la superiorità del software libero (i sostenitori litigano tra loro su quale sia il motivo decisivo!), ma credo che tutti possano essere d’accordo almeno su una cosa: il software libero assomiglia a ciò che è avvenuto in molti altri campi nella cultura umana. Se compro un romanzo, ho il diritto di leggerlo, di studiarlo, di lasciarmi ispirare dalle sue idee, dal suo stile, ho anche il diritto di imitarlo: tutto questo non viene toccato dalle pur esistenti leggi sul diritto d’autore. Se io ascolto una musica, ho il diritto se ne sono capace di esaminarla fino all’ultima nota e l’ultima sfumatura. Mi pare che l’evoluzione dell’umanità abbia funzionato prevalentemente sempre in questo modo: gli oggetti intellettuali e spirituali sono stati un bene per tutti, che può e deve essere condiviso. La segretezza pure ha svolto un ruolo, ma molto minore e discutibile. Il problema del software è che esso permette molto facilmente la segretezza: basta distribuire solo l’incomprensibile codice «compilato», cioè quello eseguibile dal computer, anziché il codice «sorgente», quello cioè effettivamente scritto dal programmatore. Il programma sarà allora sì utilizzabile, ma come una scatola nera misteriosa. Questo è un problema enorme, destinato a diventare sempre maggiore. Spesso parlando di IA viene invocata la «trasparenza»: bisogna sapere che cosa un sistema faccia e in base a quali procedure! Giustissimo: ma chi sostiene questo per coerenza dovrebbe sostenere anche l’idea di software libero, perché non esiste nessun altro modo in cui un sistema possa essere trasparente se non dando a tutti la possibilità di essere esaminato.

Dopo l’allarme lanciato da papa Leone XIV nella “Magnifica humanitas”, viaggio nel mondo dell’istruzione. I primi esperimenti
di didattica con gli algoritmi restano iniziative isolate. Benassi (Indire): la maggior parte degli istituti esplora la punta dell’iceberg e non pensa a un modo per trasformare le lezioni, perché manca un disegno d’insieme

L’ombra dei chatbot sui docenti: così le nuove tecnologie avanzano senza un guardiano

Avvenire

Sono state sufficienti poche verifiche, copiate o redatte da un chatbot, per instillare una nuova paura nei docenti italiani: l’avvento dell’intelligenza artificiale potrebbe aver già mandato in pensione lezioni e compiti che hanno funzionato per decenni. Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas , sintetizza il problema: «Lo sviluppo dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca». Il Pontefice, però, va oltre: «L’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante – scrive nei paragrafi dedicati all’impatto dell’IA sull’istruzione – chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona». In altre parole: senza un ripensamento integrale dei suoi metodi e delle sue funzioni, anche il docente sarà mandato in pensione dall’IA. E gli studenti sembrano averlo già capito: tre su quattro, per preparare l’ultimo esame di Maturità, hanno preferito ascoltare i consigli dell’IA rispetto a quelli degli insegnanti (o ai gruppi di studio). Non significa che il lavoro dei docenti umani sia davvero sostituibile con i robot, ma che senza un aggiornamento della didattica saranno gli studenti a pensarla così. Un po’ come è già successo all’avvento di Internet.

I risultati dei primi
esperimenti in aula
Il ministero dell’Istruzione nel biennio appena terminato non è rimasto a guardare. Per due anni gli studenti di quindici classi tra Lazio, Lombardia, Toscana e Calabria hanno avuto a disposizione le piattaforme di Google e la formazione dei tecnici della big tech per introdurre l’intelligenza artificiale a lezione. Il risultato? Lo ha monitorato un test Invalsi in uscita a settembre, ma «molti dirigenti hanno già comunicato risultati ottimi in via informale negli scorsi mesi», ha rivelato ad Avvenire Paolo Branchini, il consulente del Ministero che ha progettato la sperimentazione in tutta Italia.
Il futuro del progetto, che dall’anno prossimo dovrebbe coinvolgere molte più classi, dipenderà anche dai risultati – e dalle valutazioni – degli studenti del primo esperimento. Ma, nel frattempo, i chatbot contagiano tutte le aule d’Italia. Nella maggior parte dei casi, senza produrre ripensamenti nel modo di concepire lezioni, compiti e verifiche. Non si tratta di una impressione, ma di una misurazione dei tecnici di Indire, il più antico ente di ricerca del ministero dell’Istruzione. Che lo scorso anno ha avviato un progetto di ricerca sull’introduzione dell’intelligenza artificiale a scuola, catalogando ventisei scuole con quattro etichette: “prudenti”, “esploratrici”, “sperimentatrici” e “sistemiche”, a seconda del grado di investimento nelle nuove tecnologie in aula. Alcuni istituti censiti non hanno mai superato un approccio “prudente”, mentre la maggior parte ha “esplorato” in classe solo la punta dell’iceberg-intelligenza artificiale.
Le tecnologie avanzano
senza un guardiano
Il presupposto è che l’IA «è un fenomeno che le scuole non possono più lasciare incustodito», spiega il tecnologo di Indire Andrea Benassi. Il motivo è semplice: «Gli studenti l’intelligenza artificiale la usano già, a casa, anche per fare i compiti e prepararsi alle lezioni». Eppure, al momento quasi tutti i docenti la impiegano solo per preparare lezioni, verifiche o presentazioni grafiche. L’IA – precisa Benassi – «viene vista come un assistente del docente per aumentare la produttività, ma non è ancora percepita come una leva per trasformare la didattica».

«C’è ancora molto attendismo», conclude Benassi. Ma non c’è molto tempo. Il primo studio nazionale sull’impatto dei chatbot in classe ha misurato che otto studenti su dieci già nel 2025 usavano regolarmente l’IA, ma al contempo oltre un terzo degli insegnanti credeva che le reti neurali non fossero mai entrate nelle loro aule. Tradotto: gli alunni si fanno fare i compiti dall’IA e molti docenti ancora non ne sono al corrente. Una reazione possibile è la ricerca di divieti efficienti all’uso degli algoritmi in classe. È la strada percorsa recentemente dalla Danimarca, che ha varato per il prossimo anno un pacchetto contro l’uso scorretto dell’intelligenza artificiale: prove orali, monitoraggio degli schermi durante le prove scritte e filtri imposti tramite firewall. Qualcosa di molto simile a quello che i nostri studenti hanno vissuto durante le verifiche – o gli esami universitari – in periodo di pandemia di Covid-19.
Come ripensare
la scuola degli algoritmi
Un altro modo di concepire la nuova “scuola degli algoritmi”, invece, prende le mosse da uno sforzo di accettazione: «Accettare che tutti gli studenti utilizzeranno l’IA», sintetizza il tecnologo di Indire. Per questo alcuni istituti, i cosiddetti “sistemici”, a partire da settembre offriranno direttamente a ogni alunno iscritto una licenza autorizzata dalla scuola alle piattaforme Microsoft, Google, o OpenAI. Un approccio che obbliga a rivedere le vecchie abitudini: «I compiti scritti a casa e le lezioni frontali, per molti, erano già poco utili – spiega Benassi –. Nelle scuole che la introdurranno sistematicamente, l’IA dovrà servire anche a sviluppare il senso critico della verifica delle informazioni e delle fonti». D’altra parte, consentire l’accesso ai chatbot impone ai docenti di formulare nuove regole per evitare gli abusi: «Ho letto alcuni regolamenti interni e molti la limitano alla ricerca o alla produzione di presentazioni – continua il tecnologo –. In questo modo, gli studenti possono sperimentare con l’IA in ambienti controllati».
Ma se in quasi tutti gli istituti l’intelligenza artificiale non ha trovato spazio nei programmi è prima di tutto una questione di tutele – i regolamenti europei e nazionali in materia di privacy e garanzie digitali sono molto severi – e di formazione. «In questa fase – conclude Benassi – la maggior parte dei docenti sperimenta con licenze personali, ma non ancora c’è un disegno di scuola».

Il disegno
del Ministero
In realtà, un tentativo il Ministero l’ha fatto. Dal prossimo anno l’IA entrerà nei programmi con le linee guida approvate lo scorso 9 agosto. In sintesi, nel documento il ministro Giuseppe Valditara caldeggia l’utilizzo dei chatbot soprattutto per la personalizzazione delle lezioni agli studenti con disabilità o bisogni specifici dell’apprendimento ma non impone, tutelando l’autonomia scolastica, una strada unica per tutti gli istituti. Ogni docente, cioè, continuerà a scegliere da solo quanto e quando consentire l’IA in classe. A una condizione: «Non delegare del tutto le decisioni alle macchine». La priorità resta la formazione dei ragazzi, come ribadisce papa Leone XIV: «La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale – scrive nella Magnifica humanitas -, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili».

L’unione non fa più la forza? Perché l’Europa è ostaggio degli Stati

L'unione non fa più la forza? Perché l'Europa è ostaggio degli Stati

Si ricorda poco nel dibattito pubblico che l’Unione europea ha ricevuto il Nobel per la pace nel 2012. «Per oltre sei decenni ha contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», diceva la motivazione. Un riconoscimento piuttosto recente; eppure gli eventi di questi anni ci hanno drammaticamente allontanato dal contesto nel quale maturò. Qualunque sia il valore che si voglia attribuire al premio, resta il fatto che la Ue ha alle spalle una lunga storia di risultati positivi, al di là degli aspetti economici.
Delle tre critiche ricorrenti al progetto europeo, la prima – quella relativa agli ideali – attraversa tutti gli schieramenti. Bene l’abbattimento delle barriere, il mercato unico, l’euro. Manca però uno slancio più alto, si pensa troppo al denaro, serve un’anima continentale. Si tratta di un rilievo superficiale, che può applicarsi a singoli provvedimenti, non all’intero percorso, dai Trattati di Roma del 1957 a oggi. La seconda critica discende paradossalmente dal successo della Ue. Siamo sulla strada giusta, manca però il coraggio nel perseguire maggiore integrazione, sono necessarie riforme per arrivare a condividere più materie e decisioni a livello comunitario. Vero, ma sono Stati e cittadini che hanno il compito di accettare e promuovere questa linea. La terza critica è quella che attualmente ha più forza di attrazione elettorale e viene cavalcata dai partiti sovranisti: Bruxelles vuole imporci cosa fare e addirittura come vivere, dobbiamo limitare la sua invadenza, perché ostacola molti dei nostri buoni piani.
L’invadenza di Bruxelles
Sta qui la minaccia principale al progetto europeo che le prossime elezioni parlamentari e presidenziali in alcuni Paesi chiave dell’Unione potrebbero rendere concreta. I partiti sovranisti stanno dentro l’Europa – lo stesso Roberto Vannacci si è fatto eleggere deputato a Strasburgo con 500mila preferenze – e difficilmente vorranno seguire le orme del nazionalismo indipendentista alla Nigel Farage, che ha portato alla Brexit. Ciò che accomuna il Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Vox, Diritto e Giustizia e in parte Fratelli d’Italia (con alcune altre formazioni in Polonia e in Italia) è la volontà di indebolire la dimensione sovranazionale della Ue piuttosto che di abbandonarla. La destra tedesca fa in parte eccezione, perché non esclude l’uscita dall’attuale Unione a favore di una nuova confederazione.
I nazionalismi più o meno moderati che in patria fanno leva sul sentimento identitario della propria comunità culturale, religiosa e linguistica hanno un atteggiamento doppio verso l’Unione. Sono coerentemente contrari a istituzioni federali verso cui spostare sovranità dai governi degli Stati membri, restano tuttavia interessati ai benefici dello spazio comune che vengono dal libero scambio, dai fondi strutturali e da iniziative come il Next Generation EU. Per paradosso, si accontentano proprio di un’Europa grettamente economicista, quella che criticano per alimentare le insoddisfazioni interne del proprio elettorato e guadagnare consensi.
L’onda sovranista
Perché allora si levano allarmi senza precedenti nella lunga vigilia delle consultazioni nei principali Paesi europei? Il motivo è che le forze sovraniste non condividono un progetto comune, funzionale e razionale, per ridimensionare o ristrutturare la costruzione comunitaria. Ciascuna agisce dalla propria prospettiva e ricerca vantaggi per sé. Lo si vede nel caso delle scelte in tema di migrazioni, ma anche di riarmo e di misure ambientali. Sono in tutta evidenza ambiti decisivi per il nostro futuro, dove nessuno Stato ha realistiche possibilità di ottenere risultati da solo, eppure si persegue una retorica di autosufficienza che dovrebbe poi, non si sa in che modo, trovare qualche forma di sintesi nell’Europa strettamente intergovernativa. Si tratta del modello privilegiato da Giorgia Meloni e tuttora uno dei processi decisionali che convivono nell’Unione: i leader con chiaro mandato della propria base negoziano tra loro per trovare soluzioni condivise. È anche la maniera per bloccarsi spesso nella paralisi prodotta dai veti incrociati o finire in compromessi di basso livello dopo estenuanti trattative.
Insomma, se le forze sovraniste prenderanno il potere in Francia nel 2027 e/o acquisiranno un peso determinate in Germania, sarà difficile vedere un’Europa coesa, forte e in grado di agire con efficacia sullo scenario internazionale. Gli argini istituzionali possono contenere singoli strappi, ma non sostituirsi alla scelta dei cittadini nelle urne.
Il consenso popolare
In Francia si è discusso recentemente di come impedire a un futuro presidente di aggirare il Parlamento ricorrendo direttamente a un referendum per modificare la Costituzione. La proposta, pensata anche in risposta ai progetti del Rassemblement National, è stata però respinta dal Senato. Marine Le Pen non propone oggi di seguire Londra sulla strada dell’uscita dall’Unione. Il progetto che potrebbe riproporre una volta arrivata all’Eliseo punta ad affermare la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, consentendo di disapplicare norme e sentenze della Ue. Il risultato sarebbe una mina devastante sotto l’edificio comunitario, privato della sua solidità giuridica.
Nel dicembre 2023, il Congresso americano ha approvato una norma bipartisan, inserita nella legge sulla Difesa 2024, che impedisce al presidente di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dalla Nato: l’uscita richiede l’approvazione di due terzi del Senato oppure una specifica legge del Congresso. Il provvedimento mirava a sterilizzare le possibili tentazioni isolazionistiche di un futuro capo della Casa Bianca (leggi: Donald Trump).
Il Parlamento di Strasburgo non ha poteri per fare qualcosa di simile. Prendendo spunto da quanto accaduto in Spagna nel maggio scorso, potrebbe però mandare almeno un segnale politico. A Madrid, il Congresso ha dichiarato “irrevocabile” l’adesione all’Unione europea con una proposición no de ley, in sostanza una dichiarazione solenne, non giuridicamente vincolante. La maggioranza europeista degli eurodeputati (popolari, socialisti, liberali e verdi) potrebbe votare un documento che evidenzi come i tentativi, pur in sé legittimi, di azzoppare l’Europa unita sono in contraddizione con una ragguardevole serie di successi e finiranno con il segare il ramo sul quale anche gli euroscettici sono comodamente seduti. Ma il fatto che al Congreso de los Diputados il Partito popolare spagnolo si sia astenuto sulla proposición dice molto sull’attuale polarizzazione ideologica, ormai capace di impedire persino una dichiarazione comune di appartenenza all’Unione.

Avvenire

Quando il cristianesimo finisce

di: Marcello Neri in Settimana News

cristianesimo

Che il cristianesimo finisca non è un fenomeno inedito, qualcosa che improvvisamente si annuncia come destino di una estinzione inesorabile mai accaduta. Storicamente, il cristianesimo è già finito più volte – alcune per sostituzione, altre per esaurimento interno. Teologicamente, proprio perché fenomeno della storia umana, il cristianesimo è evangelicamente chiamato a estinguersi per poter continuare a essere.

Alla chiara percezione diffusa della fine del cristianesimo occidentale non sembra accompagnarsi però quella di una sua nuova genesi, del lento parto di un cristianesimo inedito di cui non è ancora possibile concepire la forma – perché continuiamo a guardarlo con le lenti del cristianesimo che sta scomparendo.

E gli albori di questo cristianesimo a venire, che già si annuncia nel tramonto del suo passato, vengono troppo spesso costretti nel letto di Procuste di quello che sta prendendo il suo congedo da noi. Con effetti mortiferi per la possibilità di un cristianesimo a venire. Perché il paradosso davanti al quale ci troviamo è esattamente questo: il miglior cristianesimo di oggi, con il suo apparato pastorale e istituzionale, è la ragione principale che frena la genesi del cristianesimo a venire che sta muovendo i suoi primi passi nelle nostre società occidentali.

D’altro lato, l’inedito di questo cristianesimo, irriducibile a quello che si sta congedando, cerca, in un qualche modo, la sua casa proprio in questa evanescenza di sé stesso. Diventando, a sua volta, ragione della possibile trasformazione della genesi del cristianesimo che verrà nell’istante luttuoso di aver mancato l’occasione che si annuncia alle porte della nostra fede.

Ma anche questo dramma, che scuote oggi le nostre anime credenti, non è qualcosa di nuovo; piuttosto, annuncia quello che è il modo fondamentale di essere del cristianesimo all’interno delle vicende umane. Altri e altre credenti si dovettero confrontare con questa situazione paradossale di una evanescenza del cristianesimo che conteneva in sé la sua genesi a venire. Questi fratelli e sorelle nella fede trovarono la via per sostenere la genesi resistendo alla forza centripeta del cristianesimo che andava scomparendo, del terreno della fede che veniva letteralmente a mancare sotto i loro piedi.

Se noi oggi siamo credenti, lo dobbiamo a loro: alla loro intelligenza e sensibilità evangelica di accompagnare la genesi culturale di una nuova stagione del cristianesimo. La tentazione, per tutti, è quella di una ripetizione letterale del loro gesto – come se ancorare il passaggio di oggi alla storia di quello che siamo stati fosse l’unica possibilità di contrastare l’evanescenza di un cristianesimo in via di congedo.

In questo modo, finiremmo però per dare il colpo di grazia non solo al cristianesimo veniente, ma anche a quello che resta di esso. Perché uscire dalla storia umana vuol dire votarsi a mancare l’appuntamento con il Dio di Gesù, con le presenze del suo Spirito che è sensibilità di Dio per l’umano e le sue storie.

Non si tratta di accettare passivamente che l’essenza del cristianesimo viva della tensione fra «fine» e «genesi»; si tratta, piuttosto, di trovare il modo inedito per dare forma a questa tensione nell’oggi delle nostre società occidentali. In tutti i momenti di soglia che il cristianesimo ha conosciuto nei suoi duemila anni di vita, il dramma e paradosso di una genesi del cristianesimo a venire si sono decisi in virtù di pratiche del Vangelo che, mentre scompaginavano l’evanescente ordinamento cristiano, davano forma all’inedito cristiano dentro una nuova costellazione culturale e sociale dell’umano.

Noi, cittadini del cristianesimo che finisce, abbiamo il compito di essere come dei rabdomanti dello Spirito: che riconoscono e stanano, nella quotidianità del vivere, quelle pratiche del Vangelo che si danno senza ascrizione alcuna – senza titolo, ma non senza nomi e storie. Facendo attenzione però, in questo gesto di riconoscimento, a non ascriverle a noi, al nostro cristianesimo finito, ma al Vangelo stesso.

E, soprattutto, abbiamo il compito di proteggerle dalla forza pervasiva e coloniale del cristianesimo che sta scomparendo – che, pur di non prendere congedo da sé, è disponibile a trascinare con sé nella propria fine ogni pratica di Vangelo che va generando il cristianesimo che verrà.

Consigli pastorale e presbiterale: il ringraziamento del vescovo Brambilla a laici e preti

sdnews.it

Si è svolta nel Seminario di Gozzano una sessione congiunta del Consiglio pastorale diocesano e del Consiglio presbiterale, i due principali organismi di partecipazione e consultazione della diocesi. Un appuntamento significativo, voluto dal vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, per riunire sacerdoti e laici che negli ultimi cinque anni hanno condiviso il compito di accompagnare il cammino della Chiesa novarese.

All’incontro erano presenti anche i moderatori dei due organismi, don Brunello Floriani per il Consiglio pastorale diocesano e don Piero Cerutti per il Consiglio presbiterale. La riunione ha rappresentato soprattutto l’occasione per tracciare un bilancio del mandato ormai giunto alla conclusione e per esprimere riconoscenza a quanti hanno contribuito ai lavori dei due consigli. Nel corso del quinquennio, il Consiglio pastorale ha dedicato particolare attenzione al percorso del Sinodo delle Chiese in Italia, mentre il Consiglio presbiterale ha approfondito soprattutto il tema del ministero sacerdotale nel contesto attuale. Un confronto che si è sviluppato anche alla luce della nuova organizzazione ecclesiale della diocesi, fondata sulle Unità pastorali missionarie e sulla crescente corresponsabilità tra sacerdoti e laici nell’azione evangelizzatrice e pastorale.

Rivolgendosi ai presenti, il vescovo Brambilla ha spiegato il senso dell’iniziativa: «Ho suggerito di fare questo incontro unificato, in modo da poter fare un saluto a tutti. Devo ringraziare per il livello dei vostri contributi che è stato molto alto; contributi appassionati e concreti, intrisi di un reale vissuto pastorale. Per questo vi sono grato».

L’incontro si è concluso con l’intervento del cancelliere diocesano don Fabrizio Poloni, che ha illustrato gli aspetti amministrativi, giuridici e organizzativi legati alla fase di avvicendamento episcopale che interesserà la diocesi nei prossimi mesi. Un passaggio importante, accompagnato dalle indicazioni pratiche necessarie per garantire continuità alla vita e alle attività della Chiesa novarese durante il periodo di transizione.

L’estate sta finendo, il caldo non se ne va: nel cuore d’Europa scene mai viste

L'estate sta finendo, il caldo non se ne va: nel cuore d'Europa scene mai viste

Quasi sedicimila morti, per la precisione 15.800: è il drammatico bilancio dell’ondata di calore in Germania aggiornata a metà agosto. Un dato terribile diffuso dal Robert Koch Institut (l’istituzione federale preposta al monitoraggio sanitario nazionale), e un record che ha battuto il precedente del 2018 (9.500 decessi). Colpiti, naturalmente, soprattutto gli anziani, specialmente sopra i 75 anni. A giugno anche la vicina Austria (con Vienna che ha visto 41 gradi, mai visti prima dall’inizio delle registrazioni a metà Ottocento) lamenta analoghi record: 395 decessi legati al caldo, il precedente record, nel 2019, era stato di 335 morti.
Questa ecatombe è solo il segnale più drammatico di questa pazza estate con una siccità mai vista prima, che ha colpito soprattutto l’Europa centrale e orientale. Spettacolare è la secca delle due principali arterie fluviali del Vecchio Continente: il Reno e il Danubio. Il primo ha già visto una parziale interruzione della navigazione, dopo che i livelli si sono ridotti a pochi centimetri nello snodo cruciale di Knaub, vicino a Coblenza, troppo poco per le chiatte. E il Danubio, soprattutto a Est di Vienna, in particolare in Ungheria e Romania, ha portato alla chiusura di alcune centrali che utilizzano l’acqua fluviale per il raffreddamento. E poi c’è stato il dilagare degli incendi, inconsueti in questa parte d’Europa. Nella regione di Coblenza sono andati in fumo 50 ettari di boschi a metà agosto, incendi di vaste proporzioni anche in Austria e in Repubblica Ceca.
Il centro di monitoraggio del Jrc (il Centro di ricerca congiunto dell’Ue) parla di «situazione di allarme» in Germania, le Alpi, l’Europa centro-orientale, i Balcani (oltre a Italia, Belgio, Olanda, Regno Unito, Irlanda, Penisola Iberica) e di «situazione di allerta» in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Romania e Bulgaria. Per la Germania, secondo calcoli di Greenpeace, i danni complessivi all’economia sono pari a 36 miliardi di euro. E secondo la società di assicurazioni Allianz Trade, se continueranno a ripetersi ogni anno queste ondate di calore e siccità, la Germania potrebbe vedere danni per 112,5 miliardi di euro di qui al 2030. L’impatto è anche sull’agricoltura. Nella sola Austria, il comparto ha registrato danni per un miliardo di euro a seguito di quella che gli esperti chiamano «siccità di dimensioni storiche». Il governo guidato dal cancelliere Christian Stocker ha varato un pacchetto di aiuti da 240 milioni di euro. Secondo il Jrc, per Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia è previsto un calo del 20% dei raccolti rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Colpita anche la Germania meridionale.
L’unico aspetto positivo di questa drammatica crisi è che sta risvegliando la consapevolezza, tra politici e cittadini, dell’urgenza delle misure per difendere il clima, mentre persino a Bruxelles si stava diffondendo la tendenza ad annacquare le normative del Green Deal per compiacere i malumori soprattutto nel centro-destra. «La Germania – ha dichiarato il 22 agosto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, in visita ai boschi bruciati intorno a Coblenza – deve purtroppo mettere in conto che il numero di eventi con grandi danni aumenterà. È il cambiamento climatico». Parola, notano molti commentatori, che Merz finora aveva evitato.
A dire il vero in Germania la politica ha già varato da tempo varie misure, a cominciare dall’Energiewende («la svolta energetica») del 2011 dopo il disastro di Fukushima, con l’abbandono del nucleare e il rilancio delle rinnovabili. E di recente ha varato una normativa per raggiungere la neutralità climatica entro il 2045, cinque anni prima di quanto prevede la legge Ue. Molto, però, deve esser fatto: nel 2025, con il 23,9% di quota di rinnovabili, la Repubblica Federale era sotto la media Ue (26,2%, l’Italia è al 20,5%), anche se sul fronte specifico dell’elettricità va meglio (59% contro la media Ue del 49,95%, l’Italia è al 43,54%). La sensibilità si è rafforzata anche tra cittadini: secondo un sondaggio della banca di sviluppo KfW, il 66% dei tedeschi vuole partecipare all’Energiewende (contro il 59% di un anno fa) utilizzando pompe di calore, pannelli solari, auto elettriche, e l’84% ritiene importante o molto importante la difesa del clima. Con buona pace dell’estrema destra Afd, con il co-presidente Tino Chrupalla che parla di «normalissima estate».
Il tema è caldo anche in Austria. In cambio dell’aiuto agli agricoltori (clientela dei Popolari), Socialdemocratici e liberali hanno ottenuto una legge che impegna il Paese alla neutralità climatica già nel 2040. «Dobbiamo adattarci al cambiamento climatico – ha detto il cancelliere Stocker – dovremo riuscire a emettere meno Co2». L’Austria fa già molto meglio della Germania: la quota generale di rinnovabili nel 2025 era pari al 44,2%, l’elettricità addirittura al 90,77%. Molto peggio Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, tutte sotto il 20% di quota generale e sotto il 35% di elettricità.

Avvenire

La concordia tra i due santi Francesco e Domenico e i loro ordini, prefigurata in versi, parla alle comunità di oggi e invita ad accogliere l’altro

Francesco e Domenico: nel “Paradiso” di Dante luce che riconcilia

Nel canto XI del Paradiso, il domenicano san Tommaso d’Aquino loda la vita e la povertà di san Francesco d’Assisi. Nel canto XII, il francescano san Bonaventura da Bagnoregio loda la fede e il rigore di san Domenico. Ognuno canta l’altro.

Con questa costruzione narrativa, Dante non si limita a fare poesia, ma fa tre cose in una. Fa teologia perché li mostra come due volti della stessa Provvidenza; fa cultura, perché rivela che l’intelligenza e la carità si tengono insieme; fa politica, perché la povertà è uno stile di vita che apre alla fraternità. Non è un’armonizzazione forzata, una di quelle che confondono le cose sfumandone le differenze, ma una scommessa di pace, di convivenza, di sapienza.

Scopri Non è Francesco il nostro podcast che racconta la storia di san Francesco d’Assisi
Così, quando ci capita di fermare lo sguardo su qualche opera d’arte dedicata all’incontro tra Francesco e Domenico (come la predella del Beato Angelico oggi a Berlino o all’ingresso di questa basilica sollevando in alto la testa appena all’ingresso) non dovremmo pensare a una memoria che cancella la verità della storia, ma alla possibilità che le divergenze della storia non si trasformino in guerra o in posizionamenti dettati dall’aut-aut. Esiste una comunione che non coincide necessariamente con la somiglianza. Questa comunione può esistere dentro la grande poesia e la visione mistico-politica di Dante. Ciò vuol dire che anche oggi abbiamo bisogno di uno sguardo intelligente e di una parola profonda, se vogliamo generare una cultura di pace dentro le nostre differenze.
Il contesto

Il Duecento segna per la chiesa un momento di grande rivendicazione di autorità, di cui Innocenzo III (1161-1216) prima e Bonifacio VIII (1230-1303), più di un secolo dopo, rappresentano la vetta e il punto di caduta, anche se proprio per questo emerge un atteggiamento molto duro e aggressivo nei riguardi delle cosiddette “eresie”. Per le città, questo è il momento di una nuova libertà civile e di una nuova consapevolezza politica, soprattutto per quella parte di popolo che ha studiato e che vive in condizioni economiche buone, “borghesi”. In questo crocevia di tensioni, nascono i due ordini: francescano e domenicano. Hanno in comune una scelta di povertà, anche se la vivono in modi differenti, come documenta Raoul Manselli, e hanno in comune un desiderio profondo di riformare la Chiesa dall’interno.
Ingredienti necessari
Nel fermento culturale di quel momento, francescani e domenicani hanno capito che devono abitare una storia piena di tensioni, e che devono farlo incarnando un cristianesimo capace di stare dentro il mondo.

Secondo i domenicani, la missione si realizza con una parola intelligente dentro lo spazio pubblico, nei luoghi della cultura, dell’università e della vita condivisa. I domenicani registrano il rischio di un doppio immiserimento: che la cultura si chiuda a tutto ciò che è il sapere teologico, spirituale, mistico; e che la fede diventi (per dirlo con un termine attuale) e-sculturata, cioè priva di qualunque mediazione che la renda ricevibile per le persone che la cercano.
Secondo i francescani, questa stessa verità evangelica deve radicarsi nella storia non attraverso la riflessione, lo studio, lo scambio critico, ma attraverso la radicale povertà e generosità del proprio stile di vita. Il modo in cui viviamo è l’argomento più efficace per dire una verità. Nessun trattato potrebbe dirlo altrettanto chiaramente.
Tuttavia, in Dante questi due ordini così diversi e così segnati dalla polemica, risultano convergenti verso uno stesso fine, che nel loro caso è mantenere la rotta della barca di Pietro, cioè della Chiesa, anche in mare aperto. E Dante dice questo in un momento storico nel quale, per un secolo, i due ordini si erano combattuti in tutti i modi possibili.

La con-cordia
Il nome di questa convergenza è «concordia». Concordia non è l’unità a buon mercato né è fusione identitaria. Con-cordia: dice che i cuori si sincronizzano ma restano due.
L’immagine che ce ne dà Dante è quella di due corone di spiriti sapienti, che – come due arcobaleni paralleli – danzano l’una accanto all’altra. Quella di Tommaso gira come una ruota di mulino, fermandosi quando la seconda le si chiude intorno: fianco a fianco, canto a canto.

Ma la concordia, in Dante, non si ferma qui. Non basta che Tommaso riconosca Francesco, e che Bonaventura riconosca Domenico. C’è un passo ulteriore, il più sorprendente: dentro ciascuna corona, accanto al maestro, siede qualcuno che quell’ordine aveva avversato. Nella corona di Tommaso siede Sigieri di Brabante, il filosofo radicale condannato a Parigi; e nella corona di Bonaventura siede Gioacchino da Fiore, il profeta le cui idee avevano acceso l’ala più radicale dei francescani, proprio quella che Bonaventura, da ministro generale, aveva combattuto. Ogni ordine, dunque, non deve solo riconoscere l’altro, ma deve riconoscere anche il proprio dissenso interno, la voce esclusa in casa propria. È qui che la concordia tocca il suo vertice. Non è armonia tra chi è già simile. È la capacità di accogliere, dentro il proprio ordine, l’alterità ma anche e soprattutto ciò che si era condannato come minaccia (e a volte è più difficile fare spazio a un’alterità che si somiglia).
Luce comune
Si potrebbe obiettare che è solo armonia posticcia, effetto della forma poetica: nella storia reale francescani e domenicani si sono scontrati molto per dispute dottrinali ed etiche. Ma Dante non racconta come è andata. Racconta come potrebbe andare. È un mistico: vede, – profeta della narrazione – un mondo possibile. Osa immaginarlo e descriverlo prima che la storia lo verifichi. In questo senso, ci sta provocando ancora oggi.

C’è un verso dantesco che forse riassume tutto questo discorso: prima ancora di cominciare l’elogio di Domenico, Bonaventura dichiara che è giusto che il loro impegno per lo stesso fine li faccia splendere insieme: «così la gloria loro insieme luca». Un’unica luce, che ha bisogno di due sorgenti così diverse.
Le nostre comunità non solo geografiche, ma culturali ed esistenziali, portano oggi differenze reali – di sensibilità, di stile, di priorità – non meno reali di quelle tra domenicani e francescani. La domanda che Dante lascia vale anche per noi. Sappiamo ancora riconoscere non solo che l’altro è diverso da noi, ma che dentro la nostra stessa casa c’è una voce che abbiamo escluso, e che forse dovremmo accogliere?
Possiamo farlo solo se condividiamo davvero uno stesso fine. E quel fine, oggi, non riguarda più solo il destino della chiesa. Riguarda una visione del mondo: un mondo in cui nessuna vita venga sacrificata nel nome dell’interesse di chi è potente.

Avvenire