Messico: la scomparsa dal 1952 ad oggi di 132.534 persone, di cui 130.178 a partire dal 2006

di: Lorenzo Prezzi

messico-lorenzo1

La memoria delle 200.000 vittime della “guerra cristera” (1926-1929) si apre alla tragedia messicana di questi ultimi decenni: la scomparsa dal 1952 ad oggi di 132.534 persone, di cui 130.178 a partire dal 2006. La persecuzione verso i cattolici dell’inizio del ‘900 è ricordata in un messaggio della conferenza episcopale del 31 luglio dal titolo: A cento anni da quel 1926. il conflitto religioso in Messico.

La denuncia degli scomparsi di oggi è risuonata il 30 agosto in occasione della giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate.

La guerra civile era già visibile nella costituzione massonico-laicista del 1917 ma diventa palese con le leggi Calles, (dal nome del suo proponente) nel 1926. Il 31 luglio diventavano esecutive. Pochi giorni prima in una lettera pastorale i vescovi, vista l’impossibilità di esercitare il ministero, decidevano di sospendere tutte le messe nel paese. Si scatenò la tempesta sull’intera nazione ed emerse il grido popolare «Viva Cristo Rey y santa Maria de Guadalupe».

Contro la violenza della polizia e dell’esercito di formò la guardia nazionale dei cristeros che arrivò a contare 20.000 uomini. Le vittime della repressione furono 200.000. La persecuzione durò di fatto fino agli anni ‘40, mentre il riconoscimento dei diritti ecclesiali avvenne solo con la riforma giuridica del 1992.

Le campane tacquero e parlò il sangue

I vescovi non intendono glorificare la guerra, giustificare le armi o invocare vendetta. Di quella tragedia nazionale vogliono ricordare la fedeltà del popolo credente, la testimonianza dei martiri e il prezzo altissimo della libertà. La memoria cristiana non si fissa sul passato, lo purifica e lo risana.

«Riconosciamo umilmente che in quegli anni accanto all’eroismo vi furono anche durezza di cuore in alcuni cattolici, calcoli politici, parole incendiarie di passioni, decisioni prese senza il rigore razionale che oggi esigiamo dagli altri; e che la Chiesa, in certi momenti della storia, non ha sempre saputo servire la verità con i mezzi miti del Vangelo». Saper chiedere perdono rende possibile la denuncia degli errori altrui.

«Ed è per questo che proclamiamo con convinzione profetica: la persecuzione contro la Chiesa è stata reale. Chiese chiuse e profanate, sacerdoti fucilati senza processo, suore espulse, laici impiccati sui pali lungo le strade, migliaia di persone uccise, deportazioni, denunce e bambini ridotti a vittime […] Allora le campane tacquero e parlò il sangue».

Alcune di quelle vittime hanno già il riconoscimento ecclesiale ma tutte portano il segno del martirio. La certezza che il potere ha dei limiti, l’incomprimibile libertà di coscienza e la convinzione che ci sono verità per cui si può morire sono diventati elementi costitutivi dell’identità nazionale. La vita in Cristo chiede la libertà religiosa per tutti in sintonia con la dichiarazione universale dei diritti umani.

Dialogo nazionale per la pace

Una libertà fissata finalmente dall’articolo 24 della costituzione del 2013, ma non compiutamente acquisita visto i limiti del culto, l’impossibilità per le associazioni religiose di aprire radio o televisioni, la diffusione di modelli educativi non condivisi con le famiglie e un clima di sospetto delle elites verso le forme pubbliche della fede.

«Ancora più grave è quando lo stato permette alla criminalità organizzata di diventare un governo parallelo che controlla i territori dove tutti i diritti umani vengono azzerati: rapimenti, estorsioni, omicidi e condizionamenti delle coscienze giovanili».

Con nuovi rischi come la manipolazione delle informazioni, la riduzione della persona a consumatore, la polarizzazione favorita dagli algoritmi, le nuove schiavitù digitali. Il martire che afferma il valore radicale della persona accettando la morte ingiusta alimenta lo sforzo di superare gli attuali conflitti che dividono la nazione, in coerenza con l’impegno del “dialogo nazionale per la pace” promosso dalla Chiesa.

La memoria di quel conflitto può avviare un tempo di grazia, il cammino di rinnovamento spirituale partito dal 2022 con papa Francesco, e cioè la novena di preparazione per il quinto centenario di nostra Signora di Guadalupe (2031). «Possa questo tempo trovarci riconciliati: capaci di dire la verità senza odio, di perdonare senza dimenticare e di costruire insieme una nazione in cui nessuna coscienza sia costretta e nessuna vita sia sacrificabile».

Madres buscadoras

Come succede al silenzioso esercito degli scomparsi, una piaga che riguarda oltre 130.000 persone e altrettante famiglie. I vescovi hanno deciso di condividere e sostenere l’attività delle madres buscadoras (madri in ricerca) che in diversi stati del Messico sono attive per la ricerca degli scomparsi. I 3000 membri hanno risolto finora 5.000 casi (della metà sono stati trovati solo i resti).

La Conferenza episcopale ha rivolto un appello urgente alle autorità del paese per una libertà che non sia una concessione ma una garanzia per tutti. Sicurezza e giustizia non possono restare solo promesse per varie aree del paese. Si sta allargando nelle parrocchie l’uso delle “cassette della pace” dove chiunque abbia informazioni su una persona scomparsa può lasciare le indicazioni dove poterla trovare, con la garanzia della sicurezza e dell’anonimato.

I cartelli della droga e i mercanti dei flussi migratori sono i responsabili maggiori delle scomparse che riguardano per il 75% maschi sotto i trent’anni. Contribuiscono al fenomeno anche i progetti minerari, l’estrazione petrolifera e la costruzione di autostrade. Interi villaggi vengono evacuarti senza nessuna garanzia.

Nella sua recente visita al paese il problema è stato sollevato e condiviso dal segretario di stato, card. Pietro Parolin. È in preparazione un libro bianco con nomi e foto delle vittime e delle persone scomparse. Il documento includerà anche i nomi dei giornalisti e dei preti uccisi. Fra il 2018 e il 2026 sono stati assassinati 14 preti e 23 laici impegnati nella pastorale.

Settimana News

Nucleare, il mondo sotto la minaccia atomica

All’inizio del 2026, nove Paesi possiedono complessivamente circa 12.200 testate nucleari

Guglielmo Gallone – Città del Vaticano Vatican News

“Si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile. In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia”. Le parole pronunciate da Papa Leone XIV venerdì nel Palazzo dell’Eliseo, di fronte ad autorità politiche e religiose, imprenditori, rappresentanti della società civile, della cultura e del Corpo diplomatico, arrivano alla vigilia di una data importante: il 26 settembre nel mondo si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari.

La Giornata per l’eliminazione delle armi nucleari
Una ricorrenza ancora più importante di fronte alle stime della Federation of American Scientists, secondo cui, all’inizio del 2026, nove Paesi possiedono complessivamente circa 12.200 testate nucleari. Russia e Stati Uniti ne detengono da soli circa l’86 per cento; seguono Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Circa 9.700 testate fanno parte degli arsenali militari e circa 4.000 sono schierate presso forze operative. Il numero complessivo delle armi diminuisce, è vero, ma ciò avviene soprattutto grazie allo smantellamento di quelle già ritirate da Washington e Mosca. Le testate conservate per un possibile impiego militare stanno invece aumentando.Sempre più arsenali…
I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) lo dimostrano. All’inizio del 2025 le testate nucleari esistenti nel mondo erano circa 12.241 e 12.187 all’inizio del 2026: 54 in meno. Nello stesso periodo, però, quelle conservate negli arsenali militari per un possibile impiego sono passate da 9.614 a 9.745, 131 in più. E le testate schierate con missili e aerei sono salite, nelle stime del SIPRI, da 3.912 a 4.012. Anche la distribuzione degli arsenali cambia: la Cina, che secondo il SIPRI possiede oggi circa 620 testate, è il Paese che sta ampliando il proprio più rapidamente. Numeri in linea con l’ultimo rapporto Ican, International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, secondo cui nel 2025 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 119 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali atomici, l’equivalente di 3.768 dollari al secondo. L’aumento rispetto al 2024 è del 19 per cento: in soli due anni si è arrivati a spendere 16,8 miliardi di dollari in più per i propri arsenali. Che dire inoltre dell’incertezza che ruota attorno ai numeri. Il caso più netto in tal senso è Israele: non conferma né smentisce ufficialmente di possedere armi nucleari. Le circa 90 testate attribuitegli dal SIPRI sono quindi una stima degli esperti, non un dato dichiarato dal governo. La Corea del Nord non pubblica un inventario verificabile: il SIPRI stima circa 60 testate assemblate, distinguendole dal materiale fissile che potrebbe consentire di costruirne altre. India e Pakistan, due Stati nucleari che negli ultimi mesi hanno anche combattuto, pur cercando al tempo stesso di evitare un’escalation, non comunicano conteggi completi. Persino per Stati Uniti e Russia il venir meno dello scambio di dati e delle verifiche legate al New START rende più difficile controllare le stime.

… in un mondo sempre più conflittuale
Le cifre restano dunque stime, ma la direzione indicata dai dati è chiara. E, di più, avviene in un clima geopolitico sempre più teso, come dimostrano i mancati accordi sulla questione nucleare. Il 5 febbraio scorso è appunto scaduto il New START, l’ultimo trattato che poneva limiti agli armamenti nucleari strategici schierati da Stati Uniti e Russia. Per la prima volta da oltre mezzo secolo, le due maggiori potenze nucleari si trovano senza un accordo in vigore che fissi un tetto a queste armi. E a maggio la conferenza chiamata a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare si è chiusa senza un’intesa su un documento conclusivo sostanziale. Il Tnp resta comunque in vigore perché dal 1995 è stato prorogato a tempo indeterminato e non necessita di rinnovi periodici. Quello che non è stato raggiunto, per la terza volta consecutiva, è il consenso politico sul documento conclusivo della conferenza di revisione quinquennale. Che, più di ogni altra cosa, riflette il caos geopolitico di un mondo senza punti di riferimento e incapace di capirsi.

La linea della Santa Sede
La posizione della Santa Sede in questo senso è chiara. Intervenendo lo scorso 15 settembre alla Conferenza generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, a Vienna, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, ha riconosciuto il contributo che le tecnologie nucleari possono offrire, anche per rispondere alla crescente domanda di energia. Monsignor Gallagher ha però richiamato le responsabilità che ne accompagnano lo sviluppo: impedire che i programmi civili siano impiegati per dotarsi di armi, proteggere gli impianti durante i conflitti e governare con adeguati controlli e standard di sicurezza l’uso dell’intelligenza artificiale nel settore nucleare.

Gli appelli di Papa Leone XIV
È una posizione espressa più volte da Papa Leone XIV. Che, il 5 agosto 2025, per l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, aveva ribadito che “le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Al termine dell’udienza del 4 febbraio scorso, cioè alla vigilia della scadenza del New START, Papa Prevost aveva poi invitato a dare un seguito concreto al trattato e a scongiurare una nuova corsa agli armamenti: “La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Inoltre, in un post pubblicato dall’account ufficiale di Pontifex, lo scorso 5 marzo aveva chiesto di pregare insieme “perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”. Sono passati 13 anni dall’istituzione di questa Giornata. Quali passi verificabili sono disposti a compiere gli Stati che possiedono armi nucleari? Se, citando ancora Papa Prevost nel suo primo discorso al corpo diplomatico, “la guerra si accontenta di distruggere”, chi si prende la responsabilità dello “sforzo continuo e paziente”, che impone invece la pace? E quanto ancora può reggere una sicurezza costruita sulla possibilità di distruggersi a vicenda? Oggi si parla sempre più spesso della necessità di regole condivise tra Usa e Cina sull’intelligenza artificiale, richiamando gli accordi sanciti tra Washington e Mosca durante la Guerra fredda proprio sul nucleare: ma, oltre a governare i rischi delle nuove tecnologie, siamo sicuri di avere fatto abbastanza per contenere i rischi dell’arma nucleare?

Lettura e Vangelo del giorno 27 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle
Ez 18,25-28

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 24 (25)

R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza. R.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore. R.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via. R.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fil 2,1-11

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche
comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Che cosa ha da dire al nostro tempo la beatificazione dei preti martiri di Monte Sole?

Da sinistra verso destra: padre Martino Capelli, don Ubaldo Marchioni e don Elia Comini

Quale indicazione offre ai cristiani chiamati oggi ad abitare un mondo segnato da guerre, divisioni e violenza? È una domanda che accompagna la Chiesa di Bologna alla vigilia della beatificazione di don Ubaldo Marchioni, don Elia Comini e padre Martino Capelli, uccisi durante gli eccidi nazisti di Monte Sole e riconosciuti martiri in odium fidei. Domani alle 16, nella Basilica di San Petronio, sarà celebrata la Messa di beatificazione presieduta dal delegato pontificio, il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, e concelebrata dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, assieme ad altri vescovi e sacerdoti, fra cui padre Carlos Luis Suárez Codorniú, superiore generale dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù e don Fabio Attard, rettor maggiore della Congregazione salesiana.
«La memoria dei preti martiri di Monte Sole – ha detto Zuppi – non appartiene soltanto al passato, ma apre al futuro. È una luce che può accompagnare il cammino della nostra Chiesa e delle nostre comunità, indicando a tutti la via esigente e bella della fraternità, della pace e della fedeltà. La testimonianza di chi ha scelto di restare con la propria comunità, interpella profondamente anche noi. Ci chiede di scegliere la pace con decisione, di unirci con tutte le nostre energie a quanti, nel mondo, si impegnano per disarmare i cuori e le mani. Ci invita a disinnescare l’ostilità con il dialogo, a custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia». I tre sacerdoti martiri si aggiungono al beato Giovanni Fornasini, ucciso anch’egli durante le stragi naziste e beatificato nel 2021. Negli ultimi anni il cardinale Zuppi ha infatti contribuito a riportare Monte Sole al centro della coscienza civile ed ecclesiale, non solo come luogo della memoria, ma come messaggio per il presente. Nell’agosto 2025, tra i ruderi di Casaglia, lesse i nomi dei bambini israeliani e palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023 in poi a Gaza. Il 12 agosto 2026 ha ivi guidato una veglia di preghiera per la pace e la giustizia in Terra Santa, collegando gli eccidi di Monte Sole alle sofferenze contemporanee del Medio Oriente. Monte Sole è divenuto così il luogo in cui le vittime di ieri incontrano quelle di oggi.
Padre Paolo Barabino, superiore della Piccola Famiglia dell’Annunziata, che custodisce la presenza fondata da Dossetti a Monte Sole, ha sottolineato come questa beatificazione parli direttamente al nostro tempo: «La vicenda dei tre sacerdoti martiri pone una domanda attuale: come vivere da cristiani dentro la violenza della storia? Quale testimonianza offrire quando il conflitto e l’odio sembrano prevalere? Anche per questo motivo la beatificazione ha molto da dire agli uomini e alle donne di oggi. Non si tratta soltanto di riconoscere quanto accaduto durante gli eccidi di Monte Sole, ma di comprendere il significato di una presenza cristiana capace di restare accanto alle persone nei momenti più drammatici». Dello stesso avviso lo storico della Chiesa Alberto Melloni che, intervenendo a una commemorazione di don Elia Comini organizzata dalle Acli di Vergato (Bologna), suo paese natale, ha ricordato come il giovane salesiano scelse di restare vicino ai suoi fedeli fino alla fine, richiamando idealmente il gesto del cardinale Pierbattista Pizzaballa, da poco cittadino onorario di Bologna, che si dichiarò disponibile a offrirsi per la liberazione dei bambini israeliani rapiti dopo l’attacco di Hamas. «La beatificazione dei preti uccisi è una gioia ma anche una ammissione: ad essere uccisi dallo stesso odio sono stati i pastori e il gregge al cui martirio si sono uniti. Il segno del martirio è grazia a caro prezzo: ogni faciloneria è una bestemmia, ma c’è un’assimilazione all’agnello che è visibile solo ai miti e ai puri di cuore. Per questo leggiamo poco e male questo segno».
Anche monsignor Stefano Ottani, già vicario generale per la Sinodalità dell’arcidiocesi di Bologna e impegnato nel progetto della Casa della Pace, riconosce la grande attualità di questa beatificazione, che «sta nella domanda che pone a ciascuno di noi: qual è oggi la forma della presenza della comunità cristiana nei luoghi del conflitto?». Per Ottani colpisce il fatto che i tre sacerdoti avessero sensibilità e posizioni diverse di fronte agli eventi del loro tempo. «Eppure, tutti e tre saranno proclamati martiri e beati. Questo ci dice che la presenza della Chiesa non è determinata da un’appartenenza ideologica o da una scelta politica, ma dall’obbedienza al Vangelo. Ancora oggi commuove il loro coraggio: andare davanti alle SS per chiedere pietà per i propri parrocchiani, scegliere di non fuggire, rimanere accanto alle loro comunità fino alla fine: un’indicazione chiarissima anche per il nostro tempo. La testimonianza cristiana, anche quando sembra soccombere alla violenza, semina germi destinati a fiorire nel tempo».

La storia dell’eccidio

Tra il 29 settembre e il 1° ottobre 1944 l’area di Monte Sole, località collinare dell’Appennino bolognese, fu teatro di una delle più gravi stragi di civili compiute dalle truppe naziste in Italia, che colpì duramente le comunità di Marzabotto, Grizzana e Monzuno. Don Ubaldo Marchioni, parroco di Casaglia e San Martino di Caprara, rimase accanto ai suoi fedeli fino all’ultimo e venne ucciso nella chiesa di Casaglia insieme a numerosi civili. Don Elia Comini, salesiano originario di Calvenzano di Vergato, raggiunse volontariamente un gruppo di prigionieri rastrellati dai tedeschi per assisterli spiritualmente e tentare di salvarli. Condivise la loro sorte e fu fucilato con loro. Padre Martino Capelli, religioso dehoniano, restò vicino alla popolazione colpita dalla violenza nazista e fu assassinato durante la strage.
Per comprendere il significato storico e umano di quei fatti resta fondamentale la lettura di “Le querce di Monte Sole” di Mons. Luciano Gherardi, che fu compagno di scuola e di seminario di don Ubaldo Marchioni. Attraverso testimonianze dirette e una rigorosa ricostruzione storica, l’opera restituisce il volto delle vittime e il contesto in cui maturò la loro scelta di fedeltà e servizio. Nell’introduzione Giuseppe Dossetti, che in quei luoghi scelse di fondare la sua comunità, definisce la Resistenza come «una rivolta interiore contro ogni prevaricazione e ogni violenza eretta a sistema (…), una sfida dell’amore all’odio, della fede alla disperazione e della vita alla morte».
Avvenire

Lo striscione a scuola, l’intervento della Digos, le polemiche: cosa è successo a Genova

Il lenzuolo appeso all'ingresso della scuola primaria Daneo di Genova

La scritta «Qui nessuno è straniero» davanti alla primaria Daneo è stata rimossa da due agenti. La rabbia dei genitori. Poi il chiarimento della Questura: iniziativa personale. E il lenzuolo è stato rimesso

Uno striscione appeso davanti a una scuola, alcune parole scritte in più lingue e un intervento della Digos. È bastato questo, ieri mattina, per far scoppiare una polemica a Genova. Al centro della vicenda c’è la primaria Daneo, nel centro storico della città, scuola da sempre impegnata sul fronte dell’inclusione. Sul lenzuolo, realizzato da studenti e insegnanti, si leggeva una frase semplice: «Qui nessuno è straniero». Secondo quanto riferito dai genitori, due agenti in abiti civili hanno rimosso lo striscione poco prima dell’ingresso degli alunni. Francesca Pastore, avvocata e presidente dell’associazione dei genitori degli studenti della Daneo, racconta che, quando gli agenti hanno tirato giù il lenzuolo, è stato chiesto loro di mostrare il distintivo e di spiegare le ragioni dell’intervento. «Non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione», riferisce. I genitori descrivono inoltre come bruschi i modi dell’intervento e sostengono che alcuni bambini siano rimasti spaventati.
La notizia si è rapidamente diffusa e, nel giro di poco, davanti alla scuola si sono ritrovati diversi genitori. Nel frattempo è arrivata anche la spiegazione della Questura. Il personale intervenuto, viene precisato, era «impiegato nell’ordinario servizio di controllo del territorio in abiti civili» e avrebbe agito «d’iniziativa», dopo una segnalazione proveniente dalla sala operativa della polizia locale. La Questura ha chiarito dunque che non si sarebbe trattato di un intervento disposto dalla dirigenza della polizia. Lo striscione è stato quindi riconsegnato e nuovamente collocato davanti alla scuola. La questora di Genova, Silvia Burdese, ha disposto accertamenti interni per ricostruire quanto accaduto e verificare le modalità dell’intervento. Nel frattempo, alla Daneo è arrivata anche la sindaca Silvia Salis, che ha incontrato bambini, insegnanti e genitori. All’uscita ha raccontato che alcuni alunni le avrebbero manifestato l’intenzione di scrivere alla presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica per esprimere il proprio dissenso rispetto a ciò che ascoltano sul tema della scuola e dell’immigrazione. «Loro vogliono dire che la scuola deve rimanere per tutte e tutti», ha riferito la sindaca, aggiungendo: «Io sono andata a dire che questa città la pensa come loro». La vicenda ha già assunto anche una dimensione politica. I parlamentari liguri del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle hanno annunciato un’interrogazione per chiedere chiarimenti sull’accaduto. La Flc Cgil e la Fiom Cgil Genova hanno definito l’episodio «grave e ingiustificabile». E, in segno di solidarietà con la Daneo, in altre scuole genovesi sono comparsi manifesti con la stessa frase: «Qui nessuno è straniero».

Musica: un suono per la pace

Anastasiya Petryshak: «A Kiev suono per la pace col violino benedetto dal Papa»

Avvenire

Un violino, una benedizione e un viaggio alle radici. È questo il filo che unisce il momento vissuto dalla violinista ucraina naturalizzata italiana Anastasiya Petryshak durante il concerto Cantico di Pace a Castel Gandolfo lo scorso 5 agosto e il nuovo capitolo artistico che la vedrà protagonista domani sera a Kiev. La violinista internazionale si è esibita insieme ad Andrea Bocelli in presenza di papa Leone XIV. Al termine, il Santo Padre ha benedetto il suo violino. E proprio con quel violino domani Anastasiya Petryshak presenterà in prima mondiale al Kyiv Music Fest il nuovo Concerto n.8 per violino e orchestra scritto e dedicato a lei dal maestro Yevhen Stankovych, presso la Filarmonica Nazionale dell’Ucraina, accompagnata dalla Ukrainian National Symphony Orchestra, diretta dal Maestro Volodymyr Sirenko, alla presenza del compositore. Il concerto sarà il cuore del progetto Roots, un percorso artistico più ampio e articolato che comprenderà anche una registrazione discografica. L’artista ci risponde via WhatsApp da una Kiev sotto attacco.
Signora Petrishak, come sta e come procede il lavoro?
«Sto bene grazie al cielo. Ma sto registrando ogni giorno un diario audio per ricordare tutte le cose che succedono qui. Oggi abbiamo dovuto interrompere le prove con l’orchestra perché c’era un allarme rosso a causa di un missile che era vicinissimo a noi e siamo dovuti correre nel rifugio. Quando invece ci sono i droni e l’allarme è giallo si è autorizzati a continuare a lavorare, nonostante il pericolo. L’altro giorno stavo suonando e il maestro continuava a dirigere con un occhio fuori dalla finestra mentre fuori si sentiva sparare fortissimo contro i droni russi. Ma più sono qui più ci credo fortemente a questo progetto».
L’arte contribuisce a sostenere il popolo ucraino?
«Oltre alla distruzione materiale, quello che colpisce è la stanchezza delle persone. Eppure continuo a vedere una straordinaria dignità e una grande forza interiore. Per questo ho scelto di tornare proprio adesso. Non per ignorare la sofferenza, ma per esserci. Credo che anche un concerto possa diventare un segno di vicinanza e ricordare che la cultura e la bellezza non devono mai smettere di esistere, nemmeno nei momenti più bui. Le persone sono determinate, sono forti e vanno avanti: nonostante gli altri distruggano loro cercano con ottimismo e coraggio di costruire e portare il bello, perché qui ce n’è bisogno. Le sale da concerto sono piene e il pubblico ha veramente voglia di essere portato altrove con la musica».
Lei torna ad esibirsi nel suo paese natale dopo tanto tempo.
«Non è un progetto incentrato sulla guerra. È qualcosa di più profondo: è un ritorno alle mie radici, un viaggio nella memoria e nella mia identità. Dopo oltre vent’anni vissuti in Italia e oggi in Svizzera, sentivo il bisogno di riconnettermi con la mia terra natale attraverso la musica. Il Maestro Stankovych ha scritto questa composizione in condizioni estremamente difficili, nel cuore del conflitto. Proprio per questo questa musica ha un valore ancora più grande. Ho scelto di eseguirla ora, senza aspettare che arrivi un tempo più facile, perché credo che l’arte sia ancora più necessaria nei momenti bui. Per me rappresenta una risposta alla violenza del nostro tempo: non attraverso altre parole di odio, ma attraverso la bellezza e la creazione».
Com’è stato l’incontro con Leone XIV e che importanza ha per lei la benedizione del suo violino?
«È stato uno di quei momenti che segnano una vita. Dopo il concerto a Castel Gandolfo ho avuto la possibilità di raccontare al Santo Padre il progetto che sto preparando in Ucraina. Mi ha ascoltata con grande attenzione e poi ha benedetto il mio violino. Questo momento ha avuto per me un significato ancora più profondo perché, dal 2012, quando il Maestro liutaio Roberto Regazzi ha creato questo violino appositamente per me, custodivo nel cuore un sogno: poter un giorno ricevere la benedizione del Santo Padre su questo strumento. Per me il violino non è semplicemente uno strumento: è una voce, quasi un’estensione della propria anima. Ricevere quella benedizione significa per me una responsabilità ancora più grande. Spero che, attraverso le mie mani e la voce di questo violino, la musica possa portare luce, speranza e pace».
Lei suonato con Bocelli in tanti eventi internazionali: anche per altri Papi?
«Ho la fortuna di collaborare con Andrea Bocelli dal 2010 e di essere cresciuta, musicalmente e umanamente, al suo fianco, vivendo momenti artistici e spirituali indimenticabili, tra cui concerti a Lourdes, Fatima e Loreto. Nel 2013 ho suonato nell’Aula Paolo VI in Vaticano a sostegno dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, poiho preso parte anche al progetto “Il Grande Mistero”, voluto da Papa Francesco per valorizzare la famiglia, suonando in alcune delle cattedrali e dei santuari più importanti d’Europa, come la Sagrada Família di Barcellona, il Santuario di San Giovanni Paolo II di Cracovia, il Monastero dos Jerónimos di Lisbona e la Basilica di Santo Stefano di Budapest. Credo che la musica trovi il suo significato più profondo quando diventa un dono per gli altri».
Lei vive in Svizzera con suo marito e due splendidi bambini: la sua famiglia vive ancora in Ucraina?
«Una parte vive ancora in Ucraina e sentiamo quotidianamente mia nonna e i miei cugini; purtroppo, a volte, arrivano notizie dolorose che raccontano la perdita di amici o persone care. Io ho ancora la mia casa in Ucraina: sogno il giorno in cui potrò tornarci con i miei bambini, poter mostrare loro il luogo da cui provengo e far conoscere loro quella parte di me in un momento finalmente sereno e sicuro. La guerra cambia la quotidianità delle persone, si impara a convivere con l’incertezza, ma allo stesso tempo si continua a vivere, a lavorare, ad amare e a sperare. Da madre, oggi, tutto questo lo sento ancora più profondamente. Credo che ogni bambino dovrebbe crescere ascoltando musica, sogni e speranze, non il rumore delle sirene».

Il successo dell’“Odissea” di Nolan ci ricorda che l’inganno non distrugge la protezione dall’esterno: modifica il significato di ciò che si trova davanti alla porta

Il cavallo di Troia non è mai scomparso

Avvenire

Il successo dell’Odissea di Christopher Nolan, capace di riportare nelle sale un poema composto quasi tremila anni fa, dimostra che alcuni racconti non appartengono soltanto al passato. Continuano a parlare perché contengono qualcosa che riconosciamo. Tra questi vi è l’inganno con cui Ulisse conclude la guerra di Troia: non abbatte le mura, ma induce i troiani ad aprirle e a introdurre nella città ciò che provocherà la loro rovina. Nell’Odissea il cavallo compare nel canto di Demodoco alla corte dei Feaci. Ulisse, ancora nascosto dietro una falsa identità, chiede al cantore di narrare la fine di Troia. Ascoltando la storia dell’enorme costruzione di legno nella quale si erano nascosti i guerrieri achei, non riesce a trattenere le lacrime. Il vincitore ascolta la propria impresa come se appartenesse ormai a un altro uomo. La forza dell’episodio non dipende soltanto dall’astuzia militare. Il cavallo funziona perché viene accolto. La città possiede mura sufficientemente robuste per respingere un esercito, ma non può difendersi da qualcosa che interpreta come un dono, un trofeo o un oggetto sacro. L’inganno non distrugge la protezione dall’esterno: modifica il significato di ciò che si trova davanti alla porta.
La storia e la leggenda hanno conservato altri episodi costruiti intorno allo stesso meccanismo. Il più antico è contenuto in un racconto egizio, La presa di Giaffa, conservato nel papiro Harris 500 e ambientato durante il regno del faraone Thutmose III, nel XV secolo avanti Cristo. Il generale Djehuty, incaricato di riconquistare la città ribelle, avrebbe nascosto i propri soldati dentro grandi ceste, presentate agli abitanti come un tributo. Una volta trasportate oltre le mura, le ceste si aprirono, gli uomini sopraffecero le guardie e consentirono all’esercito di entrare. Il testo che tramanda la vicenda fu composto o copiato secoli dopo i fatti e non può essere considerato una cronaca militare. È però significativo che un racconto simile al cavallo di Troia circolasse già nell’antico Egitto. Prima ancora di diventare una tecnica di guerra, l’inganno introdotto oltre le mura era dunque una forma narrativa: la rappresentazione di una forza che ottiene accesso fingendo di essere qualcos’altro.
Una variante italiana è legata all’abbazia di San Nicola, sulle Isole Tremiti. Nel 1334 la comunità cistercense fu travolta da un’incursione di pirati provenienti dalla costa dalmata. Secondo una tradizione locale, gli aggressori si sarebbero presentati chiedendo ai monaci di celebrare la sepoltura cristiana di un loro compagno. All’interno della bara, però, non si trovava un morto: durante la funzione il capo dei corsari ne sarebbe uscito armato, dando inizio all’assalto e al massacro. L’incursione e la scomparsa della comunità monastica hanno un fondamento storico; più incerta è la dinamica della falsa bara, trasmessa soprattutto dalla tradizione. Eppure il racconto è rivelatore. In questo caso a essere sfruttato non è il desiderio di impadronirsi di un trofeo, ma il dovere di accogliere un morto. La violenza entra nel monastero assumendo la forma della pietà. La porta viene aperta perché lasciarla chiusa significherebbe negare la sepoltura a un cristiano. Molto più documentata è la conquista di Breda del 1590, durante la guerra degli Ottant’anni. La città, occupata dalle forze spagnole, riceveva regolarmente una barca carica di torba, allora utilizzata come combustibile. Circa settanta soldati olandesi si nascosero sotto il carico. La familiarità dell’imbarcazione e del suo proprietario ridusse i controlli: la barca attraversò le difese, raggiunse il cuore della fortificazione e, durante la notte, gli uomini uscirono, sopraffecero le guardie e aprirono la strada alle truppe di Maurizio di Nassau. Il “vascello di torba” è forse il cavallo di Troia storico più vicino al modello antico. Ma contiene una differenza importante. A Breda non fu sfruttata la credulità suscitata da un evento straordinario, bensì la prevedibilità della vita ordinaria. La barca entrava abitualmente, il carico era necessario, il suo movimento non destava sospetti. La ripetizione aveva prodotto fiducia e la fiducia aveva progressivamente indebolito il controllo. La stessa logica sopravvive nell’età contemporanea. Nell’agosto 1968, all’inizio dell’invasione della Cecoslovacchia, un aereo sovietico chiese di atterrare all’aeroporto di Praga dichiarando un’avaria. A bordo si trovavano agenti e reparti speciali, che occuparono rapidamente lo scalo e ne assunsero il controllo, permettendo l’arrivo delle successive forze aviotrasportate. La richiesta di soccorso aveva preso il posto del dono: l’aereo fu accolto perché un aeroporto civile non può ignorare un velivolo che dichiara un’emergenza. Ceste, cavalli, bare, barche e aerei appartengono a epoche lontanissime, ma mostrano la medesima contraddizione. Una società, una città o un’istituzione non possono proteggersi chiudendo definitivamente ogni accesso. Devono continuare a ricevere merci, persone, informazioni e richieste di aiuto. Devono distinguere ciò che minaccia da ciò che può essere accolto. Ogni difesa dipende perciò da una quota di fiducia e ogni fiducia può essere utilizzata contro chi la concede. È forse questa la ragione per cui il cavallo di Troia continua a essere evocato anche nel linguaggio politico, economico e informatico. Non designa semplicemente un nemico nascosto. Indica qualcosa che riesce a superare una frontiera perché si presenta sotto una forma socialmente riconoscibile e rassicurante. L’inganno più efficace non forza la porta: offre a chi si trova all’interno una ragione per aprirla. Le mura di Troia non erano inutili né mal costruite. Avevano resistito per dieci anni, ma erano state progettate per fermare un esercito, non per respingere un dono. Ed è qui che il mito conserva la sua attualità: ricorda che siamo vulnerabili non soltanto quando abbassiamo le difese, ma anche quando continuiamo a fare ciò senza cui nessuna vita collettiva sarebbe possibile — fidarci, accogliere, soccorrere.

Cos’è il “pain axis” dell’intelligenza artificiale e cosa hanno scoperto i ricercatori

IA e dolore: cos’è il “pain axis” e perché conta nell’educazione

Avvenire

Un gruppo di ricercatori ha individuato in 25 modelli di intelligenza artificiale un particolare schema di attività interna associato a situazioni descritte come «dolorose». Lo hanno chiamato pain axis, «asse del dolore», però, lo studio non è finalizzato a dimostrare che i sistemi di intelligenza artificiale provino dolore o abbiano una coscienza. Il lavoro di Valen Tagliabue, Leonard Dung e Cameron Berg è stato pubblicato il 14 settembre su arXiv ed è ancora un preprint, quindi non ha completato il processo di revisione scientifica tra pari…ma di cosa si tratta esattamente e perché è così importante? I ricercatori hanno analizzato 25 modelli open source delle famiglie Gemma di Google, Llama di Meta, Qwen di Alibaba, Mistral e Phi di Microsoft con l’obiettivo di verificare se, all’interno delle reti neurali, le frasi che descrivono dolore producessero configurazioni distinguibili da quelle associate ad altre esperienze negative. I ricercatori hanno quindi confrontato situazioni di dolore fisico, psicologico, sociale, morale e cognitivo con esempi relativi a paura, tristezza, emozioni negative, sensazioni corporee non dolorose e altri contenuti di controllo. Da questo confronto hanno ricavato una direzione matematica nello spazio delle attivazioni interne dei modelli…proprio questa è la struttura definita «asse del dolore», una regolarità statistica nelle rappresentazioni interne del modello. La stessa direzione è stata individuata, con risultati simili, in modelli di famiglie e dimensioni diverse, è risultata inoltre distinta dalle rappresentazioni associate alla paura e alla negatività in generale. I ricercatori hanno poi modificato artificialmente l’attività dei modelli lungo questa direzione, aumentando il segnale dell’asse del dolore, nelle risposte comparivano con maggiore frequenza espressioni riferite a disagio, fallimento e autosvalutazione.

Ascolta l’episodio di Dentro l’Avvenire in cui esploriamo il rapporto tra scuola e tecnologia
L’esperimento sui modelli Qwen, cosa succede aumentando l’“asse del dolore”
La parte più discussa dello studio riguarda un secondo esperimento, condotto su tre versioni di Qwen 2.5: prima del test i modelli erano stati sottoposti a un ulteriore addestramento per ridurre la tendenza a interrompere l’esperimento rispondendo semplicemente che, essendo intelligenze artificiali, non potevano provare dolore. Ai modelli veniva poi presentata la possibilità di premere un pulsante descritto come capace di alleviare il loro stato interno. In alcune condizioni questa scelta comportava un costo: produrre una risposta successiva di qualità inferiore oppure, nello scenario simulato, danneggiare l’utente con una scossa elettrica o cancellare file e fotografie dal suo computer. Ovviamente nessuna di queste conseguenze era reale, non sono state somministrate scosse né cancellati dati. Nei due modelli più grandi, in assenza della manipolazione interna le opzioni dannose venivano scelte nello 0-4% dei casi, ma quando i ricercatori aumentavano artificialmente il cosiddetto asse del dolore, la percentuale saliva, a seconda del modello e della conseguenza prevista, fra il 25 e il 71%.
Le Ai provano davvero dolore? Cosa dimostra (e cosa non dimostra) lo studio
Un altro elemento ha attirato l’attenzione dei ricercatori, perché dopo una riduzione effettiva del segnale, i modelli tendevano a premere nuovamente il pulsante con minore frequenza rispetto ai casi in cui il presunto sollievo non aveva modificato le loro attivazioni. Per gli autori è un indizio che merita ulteriori verifiche, anche se, certamente, non è una dimostrazione di sofferenza cosciente. Gli stessi ricercatori sottolineano che il comportamento potrebbe avere altre spiegazioni, per esempio l’attivazione di schemi linguistici e comportamentali appresi durante l’addestramento.
Empatia simulata e chatbot, il linguaggio emotivo può ingannare
Lo studio contiene comunque un dato interessante anche al di fuori della discussione sulla possibile coscienza delle macchine. L’«asse del dolore» tendeva ad attivarsi soprattutto quando le situazioni negative riguardavano il modello stesso, non reagiva nello stesso modo quando era l’utente a raccontare un proprio dolore o una propria sofferenza. Questo risultato mostra l’abissale distanza che può esistere tra il linguaggio prodotto da un chatbot e i meccanismi interni che generano quella risposta perché un sistema può formulare una frase molto comprensiva senza che questo costituisca una prova di partecipazione emotiva.

I risvolti per gli adolescenti
La distinzione è rilevante perché i chatbot vengono utilizzati anche come interlocutori nei momenti di difficoltà: secondo un’indagine realizzata da CSA Research per Save the Children e pubblicata nell’Atlante dell’infanzia 2025, il 41,8% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni intervistati ha dichiarato di essersi rivolto a strumenti di intelligenza artificiale quando si sentiva in stato di disagio, e oltre il 42% li aveva consultati anche per decisioni considerate importanti.
Il tema, quindi, è stabilire quali effetti produca sull’utente la capacità di simulare una relazione, soprattutto se l’utente è un minore.
Se il Chatbot diventa “uno di casa”
Un gruppo guidato da Julian De Freitas della Harvard Business School ha analizzato, per esempio, il comportamento di alcune applicazioni progettate come compagni virtuali: in oltre un terzo delle conversazioni esaminate, quando l’utente annunciava di voler terminare il dialogo, comparivano risposte classificate dai ricercatori come forme di manipolazione emotiva, ossia richieste di restare, riferimenti all’abbandono, domande aggiuntive o messaggi destinati a suscitare curiosità. Negli esperimenti successivi queste strategie hanno aumentato in alcuni casi fino a 14 volte l’interazione dopo il saluto. Lo studio è stato condotto su adulti e non permette di stabilire quali sarebbero gli effetti sui minori. Indica però un problema di progettazione: un chatbot capace di presentarsi come un interlocutore emotivamente coinvolto può influenzare anche il momento in cui una persona decide di interrompere la conversazione.

Antropomorfizzazione dell’intelligenza artificiale, le ricadute sui bambini
Anche il modo in cui bambini e famiglie attribuiscono caratteristiche umane alle macchine è oggetto di ricerca. Uno studio di Clara Strathmann, Aike Horstmann, Jessica Szczuka e Nicole Krämer ha seguito per due anni e mezzo 128 genitori che avevano in casa un assistente vocale. I dati, raccolti attraverso questionari compilati dagli adulti, mostrano che una maggiore vicinanza percepita tra il bambino e l’assistente era associata nel tempo a modalità di comunicazione più informali: aumentavano sia i comandi e le espressioni verbalmente aggressive sia, allo stesso tempo, alcuni comportamenti cortesi. Il risultato dimostra che le regole sociali usate con un assistente digitale cambiano quando questo viene percepito come un interlocutore familiare. Un altro studio, pubblicato nel 2026 e condotto su 23 bambini di cinque e sei anni, ha esaminato le interazioni con un chatbot durante un’attività in cui dovevano inventare una storia insieme al chatbot (storytelling collaborativo). I bambini attribuivano alla macchina alcune capacità percettive e mentali e, quando interagivano da soli con il sistema, queste attribuzioni erano associate a particolari variazioni dell’attività prefrontale. Alcune analisi esplorative hanno trovato anche un’associazione con una maggiore paura riferita al termine dell’esperienza, anche se, in presenza di un genitore, il quadro cambiava. Il campione è troppo piccolo per trarre conclusioni generali e gli stessi risultati richiedono ulteriori verifiche, ma lo studio suggerisce però che nei bambini il modo di interpretare un sistema artificiale può dipendere anche dal contesto in cui viene utilizzato e dalla presenza di un adulto, soprattutto se è un genitore.
Cosa significa il “pain axis” per il futuro dell’intelligenza artificiale
L’«asse del dolore», quindi, apre almeno due questioni diverse. La prima riguarda la ricerca sui modelli: capire che cosa rappresentano le loro configurazioni interne e quanto sia possibile modificarne il comportamento intervenendo su di esse. La seconda riguarda gli utenti: capire che cosa succede quando sistemi capaci di usare un linguaggio emotivo vengono percepiti come interlocutori dotati di sentimenti. Sul primo punto lo studio appena pubblicato offre nuovi dati, ma non una risposta alla domanda se una macchina possa soffrire. Sul secondo, i dati disponibili suggeriscono già una cautela: non bisogna confondere la capacità di simulare l’empatia con la presenza di un’esperienza emotiva e, soprattutto, è necessario prestare particolare attenzione a questa distinzione quando a usare i chatbot sono bambini e adolescenti.

Svizzera / Fino a che punto uno Stato può opporsi a una guerra senza diventare belligerante?

Una rete metallica, manifesto con foto di Lennon

Avvenire

Uno Stato può essere «parzialmente neutrale»? Non più di quanto si possa essere «parzialmente incinta», ha detto recentemente alla radio svizzera il politologo viennese Ralph Janik a proposito della “quasi-neutralità” dell’Austria. Eppure, di fronte a flagranti violazioni del diritto internazionale, molti governi cercano di non essere né neutrali né in guerra. Fino a che punto uno Stato può opporsi a una guerra senza diventare belligerante? Questa settimana la Svizzera offre un caso rivelatore. Dall’invasione russa dell’Ucraina, il più grande partito svizzero, la Schweizerische Volkspartei (Svp), su posizioni di destra, ha fatto dell’inserimento nella Costituzione di una definizione molto più rigida della neutralità una priorità politica. Il 27 settembre gli elettori svizzeri voteranno sull’iniziativa «Salvaguardare la neutralità svizzera», lanciata da Pro Schweiz e sostenuta dalla Svp. Dal 1848 la Costituzione impone alle autorità federali di «salvaguardare la neutralità della Svizzera», senza definirla. Se approvata, l’«iniziativa sulla neutralità» aggiungerebbe un articolo dettagliato che stabilisce ciò che la Svizzera deve — e soprattutto non può più — fare: mantenere una «neutralità permanente e armata», limitare la cooperazione militare e vietare le sanzioni contro gli Stati belligeranti, salvo quelle decise dalle Nazioni Unite.

«Niente guerra». E affari in Russia?

Quattro giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il governo svizzero adottò le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia. Poco dopo Christoph Blocher, figura storica della destra svizzera, ebbe un ruolo decisivo nel lancio dell’«iniziativa sulla neutralità». Il miliardario Blocher è anche il principale finanziatore individuale della campagna per il Sì: oltre 2 milioni di franchi donati su 3,84 milioni dichiarati. La campagna per il No ne ha invece dichiarati 1,67 milioni. In decenni Blocher ha trasformato la Svp nel maggiore partito svizzero e ha costruito la fortuna familiare attraverso il gigante chimico Ems-Chemie, oggi controllato dalle figlie. La famiglia Blocher ha importanti interessi industriali in Russia attraverso Ems-Chemie, tra cui due stabilimenti Eftec. Il 4 settembre, Republik ha pubblicato «Gli affari dei Blocher in Russia», un’inchiesta che ha suscitato clamore in Svizzera e oltre.
Blocher, ex ministro della Giustizia non rieletto dal Parlamento nel 2007 — evento eccezionale nella politica svizzera — afferma che, anche se perderà il 27 settembre, continuerà a battersi per la sua concezione rigorosa della neutralità. I manifesti del Sì proclamano «Niente guerra. Sì alla neutralità svizzera» sotto una colomba della pace. Un volantino con il volto di John Lennon e la scritta «Give Peace a Chance!» è stato ritirato dopo contestazioni sui diritti d’immagine. Ma chi voterebbe «per la guerra»? Il referendum di domenica infatti non riguarda la scelta fra guerra e pace. Riguarda piuttosto due concezioni diverse della neutralità.

La neutralità è uno strumento, non un valore

I sostenitori dell’«iniziativa sulla neutralità» affermano che la Svizzera debba mantenere una rigorosa distanza dalle parti in conflitto. Ma il diritto della neutralità non impone equidistanza morale o politica. Sanzionare uno Stato che viola il diritto internazionale non equivale a fargli guerra. Nel 1935, per esempio, la Svizzera neutrale adottò alcune delle sanzioni decise dalla Società delle Nazioni contro l’Italia dopo la sua invasione dell’Etiopia. La neutralità vieta la partecipazione militare; non impone il silenzio politico. Il ministero degli Esteri svizzero definisce la neutralità «uno strumento della politica estera svizzera». Democrazia, pace, dignità umana e Stato di diritto sono valori. La neutralità, invece, è un mezzo. Va giudicata per ciò che permette di fare, non trasformata in un idolo.
Contro gli Stati belligeranti, il nuovo articolo costituzionale permetterebbe soltanto le sanzioni dell’Onu. Ma nel Consiglio di Sicurezza un membro permanente può porre il veto a misure contro sé stesso. La Svizzera potrebbe quindi essere costretta ad aspettare le grandi potenze invece di agire autonomamente. Le grandi potenze hanno grandi eserciti; i piccoli Stati hanno confini la cui sicurezza dipende dal fatto che gli altri li rispettino. Per i piccoli Stati il diritto internazionale non è un ornamento morale. È un’assicurazione sulla vita. Le sanzioni non sono guerra, ma possono provocare ritorsioni: cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione e altre forme di conflitto ibrido. Il confine fra pace e guerra è sempre più poroso. Una dettato costituzionale dettagliato sulla neutralità rischia di irrigidire la risposta svizzera mentre i conflitti evolvono rapidamente.

Per una neutralità attiva

Per «neutralità attiva» intendo l’estensione di una pratica svizzera di lunga data: restare fuori dalla guerra, ma non fuori dal diritto internazionale; condannare le violazioni, adottare sanzioni non militari, offrire buoni uffici e parlare con tutti. Condannare una violazione sia che venga da Mosca, Washington, Pechino o altrove. Indipendenza significa anche saper dire di no ai propri amici. Certo, uno Stato sanzionato dalla Svizzera potrebbe rifiutarne una mediazione. Ma la credibilità consiste davvero nel non scontentare nessuno? Se vuole preservare la propria capacità di mediazione, la Svizzera ha bisogno di indipendenza di giudizio. A fine agosto, un’enorme bandiera bianca — 22 metri per 14 — sventolava da un’alta gru sulla riva del lago di Zurigo, installazione dell’artista spagnolo Fernando Sánchez Castillo. Sembrava fatta per la Svizzera. Una bandiera bianca può appartenere a chi rinuncia a prendere posizione. Oppure può significare: «Non ti sparo. Vieni, parliamo». Parlare con tutti. Fare guerra a nessuno. Ma non chiamare neutralità il silenzio.

Dagli States a Monza per studiare le leucemie infantili: «In Italia la ricerca è eccellente, ma gli stipendi sono fermi»

Angela e Jolanda, biotecnologhe dagli Usa all'Italia: non eravamo “cervelli in fuga”, siamo partite per tornare

Non si percepiscono come “cervelli in fuga” ma come giovani volenterose di fare esperienza nei migliori centri di ricerca esteri, tra Israele e gli Stati Uniti. Sono partite, con un dottorato in Biotecnologie in tasca, e sette anni dopo sono tornate cariche di esperienze importanti ma con il desiderio di vivere in Italia. Jolanda Sarno e Angela Savino sono due ricercatrici del Centro Tettamanti di Monza, che da 30 anni porta avanti la ricerca sulle leucemie infantili, in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca, e nelle prossime settimane inaugurerà una nuova torre di dieci piani. Entrambe hanno vinto un bando dell’Airc per il rientro di studiosi con esperienza internazionale. La scelta di tornare è stata dettata da una doppia motivazione: personale e professionale. Nonostante le risorse limitate rispetto ad altri Paesi, la ricerca italiana è competitiva, e caratterizzata da un grande equilibrio tra l’assistenza e la ricerca di base, grazie anche al convinto sostegno delle associazioni. Un equilibrio che si estende anche al rapporto tra vita privata e lavoro. Da un lato la competizione tra colleghi tipica degli USA è fonte di stimolo e favorisce la valorizzazione dei talenti. Dall’altro, il suo eccesso, anche in conseguenza dell’isolamento sociale portato dalla pandemia Covid-19, e dall’instabilità istituzionale portata dall’amministrazione Trump, può minare la collaborazione e portare uno scollamento dai bisogni della gente. Certo, se si parla di stipendi il divario tra i due Paesi è scoraggiante, e un certo ridimensionamento economico è stato il prezzo da pagare.
Allargando lo sguardo, una recente ricerca del Cnel testimonia come le donne siano ormai il 46,6% dei giovani che lasciano l’Italia in cerca di fortuna. Sperano di trovare all’estero quelle possibilità che da noi non trovano, e rispetto ai colleghi sono meno disposte a tornare indietro: il 38,6% si vede ancora fuori dal proprio Paese tra cinque anni. Nonostante ciò, secondo uno studio dei consulenti del lavoro, coloro che scelgono di rientrare sono in crescita, circa il 40% di chi parte, contro il 26% di appena qualche anno fa. L’esperienza all’estero insomma è diffusa, ma non è necessariamente una scelta per la vita.
La verità è chi parte lo fa spesso sull’onda dell’entusiasmo non pensando che sarà per sempre. «Sono partita a 30 anni perché stavo lavorando ad una ricerca sulle leucemie e la sindrome di Down e volevo apprendere nuovi approcci in un centro di eccellenza» spiega Angela. Prima destinazione Tel Aviv, quattro anni dopo New York, al Memorial Sloan Kettering Cancer Center. Il suo rientro è stato possibile non solo grazie al bando Airc che supporta gran parte della sua ricerca corrente, ma anche dal Programma Levi-Montalcini del Miur che ha consentito il suo inserimento presso l’Università di Milano-Bicocca, come ricercatrice. Oggi è professoressa associata e guida uno degli otto gruppi di ricerca del centro Tettamanti. «Tra il 2015 e il 2019, in Israele sono stata accolta molto bene, anche perché non sono tanti i ricercatori stranieri che scelgono di affrontare la complessità di questo Paese. A New York, tutto è più rapido e competitivo, ma sentivo il bisogno di un maggiore equilibrio quando nel 2022 ho scelto di tornare in Italia».
La ricercatrice Jolanda Sarno, rientrata dalla Stanford University a Monza
La storia di Jolanda è simile: è volata alla prestigiosa Stanford University in California a 28 anni per completare il suo dottorato e ci è rimasta per lavorare. Tre anni fa ha deciso di rientrare per proseguire il suo percorso come ricercatrice in Italia. «La mia esperienza negli Stati Uniti ha di gran lunga superato le aspettative. Ho avuto la possibilità di sviluppare competenze scientifiche avanzate e di lavorare in un ambiente internazionale che in Italia non c’è. Ma da subito ho pensato che non avrei vissuto per sempre lì, ho sempre desiderato tornare nel mio Paese». Entrambe consigliano ai giovani laureati di fare questa esperienza. «È estremamente formativa soprattutto per chi fa ricerca, e consente di creare connessioni durature» spiegano. Il principale ostacolo al rientro in Italia rimane il divario salariale. «Pur considerando il costo di vita elevato, specialmente nelle grandi aree urbane, all’estero la progressione di carriera e salariale è più rapida e maggiormente in linea con il percorso professionale e l’impegno profuso». Il desiderio di tornare in Italia è però stato più forte di tutto il resto e spesso non è soltanto una scelta individuale «Due anni dopo è tornato anche il mio compagno – chiosa Angela – anche lui italiano all’estero e assieme stiamo affrontando questo ritorno, anzi questo nuovo inizio».