La ricerca di Dio oltre l’IA e il modello dei bambini: cosa dice la Nota della Commissione teologica

La ricerca di Dio oltre l'IA e il modello dei bambini: cosa dice la Nota della Commissione teologica

Avvenire

Cosa vuol dire essere donne e uomini in un tempo in cui lo spazio di libertà dell’umanità sembra essere compresso a causa del diffondersi di nuove tecnologie come le intelligenze artificiali e teorie che predicano il superamento dell’umano? A rispondere a questa domanda, solo apparentemente materia per studiosi e specialisti, è l’ultimo documento della Commissione teologica internazionale «Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano».
Il presupposto da cui parte la nota è il riconoscimento del fatto che l’umanità sta vivendo un passaggio epocale che rimette in questione ciò che significa essere umani. La Cti osserva che oggi «ci si scopre di nuovo impegnati a esplorare il mistero dell’essere umano in quanto tale, nella sua identità», perché il progresso scientifico e tecnologico «sembra permettere interventi sulla natura umana fino a poco tempo fa impensabili» e alimenta «la pretesa di un’autodeterminazione assoluta». Questa diagnosi segna un cambio di paradigma: non basta più difendere la dignità, occorre comprenderla di nuovo, dentro le trasformazioni in atto.

Il nuovo ambiente digitale: quando la tecnologia modella la vita

Le pagine dedicate al digitale sono tra le più originali del documento. La Cti afferma che «la tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività umane e le relazioni». Il testo riconosce che l’IA, nelle sue forme presenti e future, può arrivare a «decidere ciò che è consentito di sapere», modificando percezione, memoria, conoscenza. E avverte che la delega sistematica a processi algoritmici rischia di «limitare l’orizzonte della conoscenza umana» e di impoverire la capacità di giudizio etico e spirituale. Nella vita quotidiana questo tocca la scuola, il lavoro, le decisioni economiche, l’informazione. L’antropologia cristiana offre un criterio semplice e forte: custodire la libertà interiore e la responsabilità morale, affinché nessuna macchina possa sostituirsi alla coscienza.

Il sogno transumano: desiderio di oltre, rischio di perdere sé stessi

La Cti descrive il transumanesimo in modo chiaro e approfondito: «Un movimento, che opera con la convinzione che l’essere umano possa e debba impiegare la scienza e la tecnologia per superare i limiti fisici e biologici», fino a immaginare «un’immortalità individuale supportata dalla tecnologia». Il documento ne riconosce l’attrattiva – il desiderio di vivere meglio, più a lungo, con meno dolore – ma avverte che questa prospettiva, se non orientata, rischia di sfociare nel perfezionismo elitario, nella selezione dei «migliorati» e nella perdita della fraternità. La Cti parla apertamente di «presunzione ingenua e supponente» quando l’uomo sogna di diventare come Dio attraverso procedure tecniche. La visione cristiana propone una via diversa: orientare il progresso alla cura, non alla selezione; alla relazione, non al dominio; alla pienezza, non all’illusione dell’onnipotenza.

Identità: ciò che si riceve e ciò che si diventa

Il testo, poi, va al cuore del tema dell’identità umana, che non è una categoria statica, ma una realtà vitale, «qualcosa che si deve sempre (ri)scoprire e attuare personalmente». La Cti chiarisce con forza che «essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito… ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede». In un’epoca in cui si pensa all’identità come auto-progettazione illimitata, il documento ricorda che la vera libertà nasce dal riconoscimento del dono ricevuto e dalla responsabilità di farlo fiorire. È una prospettiva che tocca le famiglie, i giovani, chi cerca la propria strada: l’autostima non nasce dalla prestazione, ma dalla percezione di essere voluti e amati.

Vocazione: il cuore dell’antropologia cristiana

La Cti, poi, afferma che «la vita dell’essere umano è vocazione» e che l’esistenza si comprende solo come «frutto dell’amore creativo del Padre», che chiama ciascuno alla felicità e alla pienezza di sé. La vocazione non è un percorso riservato a pochi, ma il modo in cui ogni uomo e ogni donna scoprono di essere destinatari di un invito: «Ogni essere umano viene alla vita perché è stato pensato e voluto da Dio» e per questo «nessuno si deve sentire superfluo». Questo orientamento illumina la vita quotidiana: studiare, lavorare, amare, curare, generare, accompagnare non sono tasselli sparsi ma parti di una chiamata alla relazione, alla responsabilità e alla bellezza. In un mondo che spinge a costruirsi da soli e a essere sempre all’altezza di modelli irraggiungibili, la vocazione cristiana libera: non tutto dipende da noi, ma tutto attende la nostra risposta.

Il bambino come paradigma: la filiazione come radice dell’umano

Il documento dedica un passaggio straordinario al bambino, una delle intuizioni più fresche e inattese: «Il bambino non è un vuoto da riempire ma una pienezza donata», che si riceve nella fiducia e nella gratitudine, in un intreccio di amore e cura che costituisce «lo specchio dell’origine» e la verità dell’identità filiale. Il bambino diventa così l’immagine più eloquente dell’umano: fragile ma affidato, dipendente ma pieno di promessa. Da qui discende un invito sociale e politico: sostenere la natalità, proteggere le famiglie, garantire ambienti educativi capaci di cura e di speranza.

Comunicazione e fragilità dell’identità nell’infosfera

La Cti descrive con precisione la vulnerabilità identitaria generata dall’ambiente digitale: «In tanti ambienti dell’infosfera si percepisce un’insistenza per farsi riconoscere sintomo di incertezza dell’identità» che spesso si traduce in conflittualità e isolamento. In un mondo di contatti senza legami, la soluzione cristiana è la cultura dell’incontro. Il documento invita a ricostruire spazi reali di dialogo, dove l’altro non sia ridotto a un avatar o a un’opinione, ma riconosciuto nella sua irriducibile dignità.

Le tensioni polari: abitare l’umano senza semplificarlo

Uno dei contributi più originali del documento è la lettura dell’esperienza umana attraverso le «tensioni polari»: materiale e spirituale, maschile e femminile, individuo e comunità, finito e infinito. La Cti chiarisce che «la condizione umana appare segnata da tensioni irriducibili», ma che la soluzione non è la cancellazione di uno dei poli: «Le polarità superano dualismi e monismi», e trovano unità nel mistero di Cristo, nel quale «l’umano è salvato e portato a compimento» senza essere annullato. Questa logica aiuta a costruire società meno ideologiche e più umane: la persona non contro la comunità, la libertà non contro la responsabilità, la differenza non contro l’uguaglianza.

Al centro, le vittime e i fragili: la misura del vero progresso

Il documento insiste: «Non ci può essere un compimento umano della storia senza giustizia per le vittime». Ogni innovazione deve essere valutata a partire da chi rischia di essere escluso o dimenticato. È un criterio pastorale e civile: l’anziano, il disabile, il malato, il povero digitale, il lavoratore marginalizzato diventano il baricentro morale per discernere cosa è veramente umano. Quo vadis, humanitas? propone una via non nostalgica, ma radicalmente cristiana: l’umanità non si compie superando sé stessa, ma accogliendo l’amore che la genera. È Cristo, dice la Cti, a mostrare come «le polarità costitutive» trovino un’armonia nuova, e a rendere possibile uno sviluppo che non è fuga dal limite, ma trasfigurazione dell’umano nel dono e nella comunione.

Il mondo in mano
ai bambini è un albo illustrato

Il mondo in mano
ai bambini è un albo illustrato

Avvenire

Succede nel 2012 quando Aleksandra Mizielinska e Daniel Mizielinska, due talentuosi grafici e illustratori polacchi, pubblicano Mappe, un volume che trasforma quello che avrebbe potuto essere un semplice atlante, un manuale standard di geografia, in un’avventura straordinaria attorno al mondo in cui le grandi tavole illustrate a doppia pagina piene di dettagli curiosi e originali sulla storia, l’economia, gli usi e i costumi, i personaggi e la cultura dei diversi Paesi e continenti del mondo diventano nelle mani dei giovanissimi lettori materia vivace e accattivante da osservare ed esplorare. Un inaspettato successo planetario con vendite, edizioni e traduzioni al top ma ancor prima un cambio di passo sostanziale, il segnale evidente che a cominciare dal primo decennio degli anni Duemila molte cose stavano cambiando nel mondo editoriale della divulgazione per l’infanzia. A cominciare dall’idea che bellezza e conoscenza potevano fare un tutt’uno. Situato tra un prima e un dopo nel mondo della nonfiction, il caso editoriale di Mappe apre la poderosa ricerca di Giorgia Grilli L’incanto del mondo. Bellezza e conoscenza negli albi illustrati nonfiction (Donzelli, pagine 288, euro 35,00), uno studio sulla rivoluzione degli albi illustrati di divulgazione per l’infanzia, punto di arrivo di un ampio lavoro iniziato nel 2018 da un gruppo di studiosi del Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna, con la partnership della stessa Fiera del libro per ragazzi di Bologna grazie alla quale i ricercatori hanno potuto ricevere dagli editori di tutto il mondo i volumi più innovativi in catalogo dall’inizio del nuovo millennio, mapparli, studiarli e confrontarli con quelli della divulgazione più tradizionale.
Docente di letteratura per l’infanzia e storia dell’illustrazione presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna e co-fondatrice del Centro di ricerche in letteratura per l’infanzia (Crli), Giorgia Grilli delinea un nuovo corso che va oltre la semplice innovazione formale, un trend dell’editoria per l’infanzia a livello internazionale di titoli “non convenzionali”: volumi di dimensioni inconsuete, forme eccentriche, testi sintetici e ridotti al minimo spesso per niente descrittivi, e illustrazioni d’autore, sorprendenti ed espressive che raccontano più di quanto potrebbero fare le parole. «Oggetti editoriali», suggerisce Giorgia Grilli, frutto di ingegnose ideazioni e progettazioni frutto del lavoro creativo di chi ha in mente in prima battuta non tanto certi contenuti da trasmettere quanto un oggetto «pensato per essere attraente, oltre che illuminante rispetto a certi fenomeni della realtà. Un oggetto prezioso in quanto tale: da vedere, sfogliare, tenere in mano, esplorare, con cui giocare, immaginare, sognare, oltre che utile a conoscere qualcosa del mondo reale».
I nuovi nonfiction picture book non vogliono insegnare qualcosa nel senso più tradizionale del termine, trasmettere nozioni e idee, verità da apprendere, piuttosto aprire strade alla conoscenza, fare domande, non dare risposte. Coinvolgere il lettore in un gioco di ricerca ed esplorazione reso accattivante dalla loro bellezza, presupponendo che la conoscenza e il sapere si acquisiscono meglio se insieme al cervello e alla ragione sono chiamati in causa piacere, meraviglia, immaginazione, suggestione, emozione. Niente a che vedere con i tradizionali manuali illustrati di divulgazione, in cui le figure apparivano come un’appendice a corredo del testo cui si affidava la vera funzione istruttiva. La novità della divulgazione contemporanea è che l’estetica non è più una qualità accessoria, che la forma è diventata sostanza e che attraverso l’arte si aprono altri sguardi e altre prospettive perché il mondo illustrato con arte è diverso e sorprendente ogni volta che qualcuno lo illustra. E c’è anche altro: il ribaltamento di testo e immagini, spiega Giorgia Grilli, «incide sul modo con cui i bambini conosceranno il mondo e sull’oggetto stesso della loro conoscenza». Ecco perché osservare e studiare la divulgazione per l’infanzia significa incrociare un tema educativo e filosofico che «riguarda noi, il mondo e il nostro rapporto con esso, conoscitivo, ma anche poi affettivo ed etico». Se la bellezza ci salverà possiamo solo sperarlo accettando la sfida di raccontare cose importanti del mondo, attraverso l’arte. L’arte capace di rendere più complesse le cose, di mettere in discussione le definizioni rigide. Anche quando prende la strada della divulgazione.

Dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, si allarga il conflitto

Conflitto

Abbattuto un missile di Teheran in Turchia. Gli Usa affondano una nave iraniana in Sri Lanka. I curdi smentiscono l’offensiva via terra. Nuovi raid su Teheran che continua gli attacchi su Israele e i Paesi del Golfo. Lo Stato Ebraico colpisce ancora Beirut dopo l’avanzata delle sue truppe nel sud del Libano. Meloni e Crosetto da Mattarella. “La situazione è grave”, sottolinea la premier. Oggi alle Camere per il voto sugli aiuti ai Paesi del Golfo

 

Allargare la dimensione del sacerdozio

«Formare i futuri preti? Serve l'aiuto di donne e laici»

Il prete? È prima di tutto un uomo di relazione, una persona che è a servizio della comunità e che si lascia accompagnare dalla comunità. Anche nella propria formazione. Su questa convinzione si fonda il Rapporto finale del quarto dei Gruppi di studio istituiti dopo il Sinodo sulla sinodalità, composto da nove membri e chiamato a lavorare su una revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, ovvero il documento che detta le linee per la formazione dei preti. Ne è uscita una proposta che non consiste in un una riforma strutturale della Ratio, ma in un documento orientativo che ne favorisca l’attuazione. Il gruppo, infatti, riconosce che la Ratio del 2016 è «un documento recente, tuttora in fase di recezione» e che ha portato «importanti acquisizioni» per una Chiesa missionaria e sinodale. Per questo si ritiene più opportuno «non mettere mano alla Ratio come tale», ma offrire criteri aggiornati che aiutino le Chiese a realizzarla in modo più coerente al cammino sinodale.
Il cuore del Rapporto è la convinzione che la formazione non possa avvenire in mondi separati dalla vita reale delle comunità. Il Seminario rimane un luogo essenziale, ma non può essere «un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio»: accanto alla residenza tradizionale sono previsti periodi formativi in parrocchie, comunità ecclesiali o altri contesti pastorali, per «abitare la condizione umana ordinaria» e maturare nella responsabilità, nel servizio e nella prossimità. Tra le proposte più forti c’è l’inserimento stabile di laici, famiglie e donne nei processi formativi e di discernimento. Il documento afferma che è indispensabile «una partecipazione ampia e reale di tutte le componenti del Popolo di Dio», riconoscendo il valore dell’apporto femminile anche nelle équipe educative. Questa presenza, sottolinea il testo, aiuta a cogliere aspetti della maturazione umana e relazionale dei candidati che spesso non emergono in contesti esclusivamente clericali. È un passo che contribuisce a formare preti più equilibrati e capaci di collaborazione.
Il Rapporto insiste poi su un curriculum che sviluppi competenze fondamentali per una Chiesa sinodale: ascolto, dialogo, discernimento comunitario, corresponsabilità. Chiede che l’ecclesiologia sia riletta «in chiave sinodale e missionaria» e che si rafforzi la comprensione del presbitero come uomo inserito nel tessuto vivo delle vocazioni e dei carismi. Ugualmente rilevanti sono la formazione alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili e l’attenzione alla cultura digitale, oggi imprescindibile per l’annuncio.
La dimensione missionaria attraversa tutto il percorso. Il Rapporto parla della necessità di una «passione per la missione», da coltivare attraverso esperienze concrete accanto ai poveri, nei contesti di fragilità, nelle periferie sociali e culturali. Sono momenti che aiutano i futuri presbiteri a comprendere che il ministero nasce e cresce nella prossimità, non nell’astrazione. Infine, il documento propone un discernimento più condiviso in vista degli ordini sacri: la valutazione dei candidati non riguarda solo i formatori, ma coinvolge quanti li hanno incontrati nella vita pastorale, comprese donne e famiglie. È un modo per ribadire che la vocazione non appartiene al singolo, ma alla comunità che la riconosce. Il Rapporto indica così un cammino esigente e concreto: formare presbiteri che crescano dentro la vita del Popolo di Dio, capaci di lavorare con tutti, ricchi di relazioni autentiche e radicati nella missione.
da Avvenire

Il metodo più efficace per contrastare il bullismo è lasciare la cattedra agli studenti

Il metodo più efficace per contrastare il bullismo è lasciare la cattedra agli studenti

Nelle aule di oltre dieci istituti toscani sono entrati lo scorso anno due “esperti di bullismo” per insegnare strategie per contenere aggressioni, molestie e attacchi verbali. Erano gli ultimi di una lunga serie di docenti che negli anni sono stati perlopiù ignorati dalle classi. Eppure, in pochi mesi, il loro approccio ha dato ovunque risultati positivi. «In quasi tutte le aule, a nemmeno un anno dall’intervento, sono calati gli episodi violenti. Il motivo è presto detto: gli esperti non provenivano da fuori, ma erano gli stessi compagni di classe formati ad hoc. Anche per questo, le loro parole hanno avuto molto più effetto di quelle dei docenti». A spiegarlo è Ersilia Menesini, professoressa ordinaria di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Firenze, che assieme ad altre docenti ha coordinato il progetto toscano NoTrap!, che negli ultimi dieci anni ha guidato con successo centinaia di studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado fuori da circoli viziosi di molestie e aggressioni. La novità? Che i risultati di NoTrap!, misurati a cadenza regolare dagli accademici, hanno permesso ai pedagogisti di trovare una formula vincente per il contrasto al bullismo. «Si tratta di un modello di prevenzione – commenta Menesini – che è rivolto a classi provenienti da contesti diversi. Ha il vantaggio di attivare meccanismi positivi dall’interno del gruppo».
Il primo effetto è che, nelle aule in cui NoTrap! ha raggiunto risultati soddisfacenti, a trarne benefici è la salute psico-fisica degli studenti. «Le vittime di bullismo – spiega Menesini – presentano problemi interiorizzati, come ansia e sintomi depressivi. In più, sono esposte a un rischio maggiore di suicidio». In Italia, il fenomeno riguarda quasi tutti gli alunni. Otto ragazzi su dieci ritengono che la violenza tra coetanei sia un problema serio e solo il 54% dichiara di sentirsi sicuro a scuola (dati Sos Villaggi dei bambini per il 2025). La forma più diffusa – ma non meno pericolosa – è la violenza psicologica, ma un adolescente su due sostiene di aver assistito almeno una volta anche a «toccamenti indesiderati» tra compagni. Non solo. Il 65% ha assistito anche a episodi di aggressioni con spintoni o schiaffi. È in questo contesto che NoTrap! chiede direttamente agli studenti di agire contro la violenza.
Il meccanismo è semplice: all’interno delle classi vengono selezionati dai tre ai cinque alunni, spesso candidati spontanei. A loro, psicologi e pedagogisti offrono una formazione specifica e gratuita, utile a entrare in azione: «Tornano in aula con un manualetto – spiega la professoressa –. Propongono interventi sulla comprensione delle emozioni, come la rabbia o la tristezza o la vergogna. Ma progettano anche strategie molto pratiche per risolvere i problemi assieme alla classe. Devono pensare a come dovrebbero comportarsi sia gli osservatori sia le vittime». Poco importa, in realtà, se gli alunni selezionati, prima di assumere il ruolo provvisorio di docenti, erano bulli, vittime o spettatori della violenza. Nel progetto NoTrap! sono tutti pari. Esistono, però, dei candidati più efficaci: «Sono quelli che hanno già avuto una esperienza vissuta sulla propria pelle. Studenti, cioè, che sono in grado di mettersi nei panni della vittima, di capirne la sofferenza e attivarsi per cambiare la situazione».
Gli interventi in aula vengono ripetuti più volte nel tempo, se necessario a raggiungere il risultato. Ma gli studenti non vengono mai lasciati soli. «Il segreto dell’efficacia – spiega Menesini – è sempre formare anche i docenti. Altri modelli di prevenzione simili non hanno funzionato perché gli studenti, senza docenti formati ad accompagnarli, non ottengono risultati». Per valutare l’impatto di NoTrap!, invece, le coordinatrici del progetto hanno sempre osservato, prima e dopo l’intervento, le ricorrenze degli episodi di violenza: «Vittimizzazione, bullismo e cyberbullismo sono ovunque in diminuzione», sostiene Menesini. «In generale, a cambiare sempre è l’atteggiamento verso il bullo». Nel bullismo, infatti, non sono coinvolte solo le vittime: «Tutti hanno un ruolo – conclude la professoressa –. Si chiamano bystander le persone che assistono indolenti alla violenza. NoTrap! cerca di attivare anche loro. I risultati arrivano quando tutti smettono di essere favorevoli o passivi di fronte alla violenza».
Avvenire

Dove sarà sepolto Khamenei

I tre scenari in Iran per il dopo-Khamenei: «La rivoluzione arriverà dai  giovani»

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali’ Khamenei, sarà sepolto nella città santa di Mashhad. E’ qui che era nato 86 anni fa ed è sepolto suo padre, nel santuario dell’Imam Reza. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Fars, senza precisare una data. (AGI)

Baghdad, 03 mar 21:33 – (Agenzia Nova) – L’ayatollah Ali Khamenei, ucciso sabato scorso negli attacchi di Israele e Stati Uniti, sarà sepolto nella città santa di Mashhad, dopo una cerimonia a Teheran. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa iraniana “Fars”, senza specificare la data della sepoltura.
(Irb) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata