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La corsa contro il tempo per salvare 45 bambini ucraini deportati da Mosca

Alcuni bambini giocano su un carro armato russo danneggiatoed espostoa Kiev insieme ad altri mezzi di Mosca, tutti colpiti da attacchi dell’esercito ucraino / Ansa

Avvenire

Si erano perse le tracce quattro anni fa, ma altri 45 bambini ucraini sono stati localizzati dagli investigatori europei in territori fedeli a Mosca. Riportarli indietro sarà la vera sfida. All’indomani degli annunci, separati e distinti, di una breve tregua da parte del presidente russo Vladimir Putin e dell’omologo ucraino Volodymyr Zelensky, la notizia riapre uno spazio minimo di speranza. Dopo che Mosca ha promesso di fermare le armi l’8 e 9 maggio, per le celebrazioni della vittoria nella Seconda guerra mondiale, Zelensky ha ordinato un cessate il fuoco da stasera a mezzanotte «perché la vita umana vale più di una celebrazione». Ha però precisato: «Agiremo in modo reciproco». Se le forze russe colpiranno, Kiev risponderà. Nelle stesse ore, è arrivata la conferma dell’operazione investigativa svolta il 16 e 17 aprile all’Aja, nella sede di Europol. Quaranta specialisti di diciotto Paesi, con rappresentanti della Corte penale internazionale e organizzazioni non governative, hanno lavorato su fonti aperte: fotografie, video, registri pubblici, social network, siti istituzionali russi e tracce geolocalizzabili. In 48 ore sono riusciti a ricostruire e localizzare 45 bambini. Il metodo è stato definito un “Osint hackathon”: analisi collettiva di dati accessibili, trasformati in piste investigative.
Nomi, percorsi, possibili destinazioni, immagini online. Dopo oltre quattro anni di guerra è una corsa contro il tempo. La sfida è impedire che quei volti scompaiano dentro nuovi registri, con identità riscritte. La prova digitale diventa così prova d’identità. Un’immagine, un documento o un profilo online possono aiutare a ricostruire una deportazione, tentare il rimpatrio e sostenerne la qualificazione penale. Le direttrici convergono su tre aree già note: territori ucraini occupati, Federazione russa e Bielorussia. È la mappa emersa in altre inchieste: minori prelevati da zone sotto controllo russo e trasferiti in campi, orfanotrofi, istituti o famiglie affidatarie, talvolta con nuova cittadinanza o inseriti in percorsi di rieducazione. Il risultato non è il recupero immediato, ma 45 dossier con rotte di trasporto, strutture di destinazione, identità di adulti coinvolti e unità sospettate di avere facilitato i trasferimenti. Riportarli a casa resta la parte più difficile, mentre emergono elementi utili per eventuali nuovi mandati di cattura. Il quadro giudiziario è già aperto. Nel marzo 2023 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Putin e Maria Lvova-Belova per il presunto crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di minori. Mosca respinge le accuse e sostiene di avere evacuato bambini per motivi di sicurezza. Ha inoltre condannato in contumacia a 15 anni il giudice Rosario Aitala. La deportazione non è l’unico fronte. C’è anche l’indottrinamento nei territori occupati. La rete investigativa giornalistica di “Occrp”, con KibOrg, Channel 24, Suspilne e Kyiv Independent, ha seguito per mesi il programma “Young Correspondents”, in russo “Yunkor”. Formalmente è un corso per giovani reporter. Nella sostanza, secondo i documenti analizzati, è un percorso di addestramento mediatico per adolescenti chiamati a produrre contenuti in favore dell’invasione e a muoversi dentro quella che Mosca definisce «guerra dell’informazione». Tra le storie simbolo c’è quella di una ragazza in camicia ricamata ucraina, un girasole in mano. È il 23 febbraio 2021. Parla in ucraino: «La lingua madre è il segno di un popolo». Quattro anni dopo compare in uniforme Yunarmia, il movimento giovanile militar-patriottico fondato nel 2016 dall’allora ministro della Difesa Sergei Shoigu, oggi destinatario di mandato della Corte penale internazionale. L’organizzazione dichiara oltre due milioni di iscritti e include anche le regioni ucraine annesse unilateralmente da Mosca. Secondo i documenti citati, nel 2023 e 2024 risultavano circa 140 «giovani corrispondenti» nelle aree occupate.
Il corso online, a cui un giornalista è riuscito ad accedere con credenziali reali, mostra un linguaggio in cui giornalismo, patriottismo e mobilitazione militare si sovrappongono. Ai ragazzi vengono insegnati video, social media, interviste, scrittura. Ma il perimetro è definito: «contenuti patriottici», sostegno all’«operazione militare speciale», contrasto alle narrazioni ucraine e occidentali. Tra loro c’è Marina, anche lei minorenne, nella regione di Kherson occupata. Nel 2023 pubblica selfie in mimetica su “VKontakte”, il social approvato dal Cremlino: «Servo la Russia». Il padre, Vitaly, nome di battaglia “Utyuzhok”, combatte per Mosca. Prima di partire avrebbe fondato un distaccamento locale di Yunarmia, poi guidato dalla figlia. Nella scuola nasce Yunarmia Pravda. Quasi tutti gli articoli parlano di guerra: Stalingrado, battaglie contro Napoleone, medici militari russi, soldati al fronte, giochi paramilitari. I ragazzi vengono spinti a partecipare a “Zarnitsa 2.0”, esercitazione di matrice sovietica. Squadre, ruoli militari, prove pratiche: montaggio e smontaggio di Kalashnikov, uso di maschere antigas, simulazioni di bonifica di mine. Un premio speciale spetta a chi apprende le tecniche della comunicazione propagandistica. Deportati o “arruolati”, a unire quei bambini è la stessa linea su cui avanza a guerra: non solo territori, ma identità.

La vera intelligenza

La vera intelligenza

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C’è un equivoco al cuore del nostro tempo. Lo nascondiamo dietro una sola parola, ripetuta come una formula quasi magica e apotropaica: intelligenza. La usiamo per nominare ciò che fanno le macchine. La usiamo per nominare ciò che facciamo noi. E credendo di nominare la stessa cosa, abbiamo smarrito la differenza che tutto fonda.
I tecno-profeti annunciano l’avvento dell’AGI – l’intelligenza artificiale generale – con liturgia profana. Entro la fine dell’anno. Forse l’anno prossimo. Forse oltre. La data oscilla, l’annuncio resta. La macchina – ci dicono – sarà più intelligente dell’uomo. Lo è già, in qualche compito. Lo sarà presto in tutti. È il mantra di una stagione. È il dogma di una nuova falsa religione. È – soprattutto – un equivoco semantico che investe la civiltà e l’ontologia.
Perché l’intelligenza dell’uomo e l’intelligenza che l’uomo costruisce non sono la stessa cosa. Non differiscono per quantità. Non differiscono per velocità. Non differiscono per ampiezza di calcolo. Differiscono per natura. E questa differenza – come ha ricordato in pagine luminose il teologo Costantino Di Bruno – è un abisso infinito. Tale resta. Tale resterà.
Viviamo in un tempo segnato da una forma sottile e diffusa di allergia. Non è un’allergia ai fatti. È un’allergia al vero. Al divino vero. Alla trascendenza vera. All’eterno vero. All’etica vera. Alla verità vera. Alla giustizia vera. All’umanità vera. Al reale vero. È la nostra patologia ontologica. È la cifra di un’epoca che ha rimosso l’idea stessa di una verità ricevuta, costitutiva, indisponibile, preferendole una verità prodotta, negoziata, contrattabile, ottimizzabile. Artificiale.
Da questa allergia nasce un sostituto. Un divino falso. Una trascendenza falsa. Un’etica falsa. Una giustizia falsa. Un’umanità falsa. Un reale falso. La superbia è il nome teologico di questo movimento dell’animo: la pretesa di farsi misura di sé stessi. Di non riconoscere alcuna istanza che ci preceda, ci ecceda, ci giudichi. È la postura tipica dell’antropocene aumentato. È la grammatica dell’agenda tecno-feudale. È la teologia rovesciata che innerva l’Illuminismo Oscuro.
Questa superbia, oggi, è giunta al sommo della sua potenza. E il suo punto di non ritorno è esattamente questo: l’uomo non si limita più a farsi dio di sé stesso (pretesa antica, peraltro fallimentare). Pretende ora di costruire un dio. Di delegare alla macchina ciò che alla macchina mai potrà essere delegato. Il discernimento del bene. La scelta della giustizia. La cura del fratello. Il senso del limite. La definizione stessa di ciò che è umano.
Si compie, nei nostri giorni, l’antica parola del profeta Geremia: «Quid invenerunt patres vestri in me iniquitatis, quia elongaverunt a me et ambulaverunt post vanitatem et vani facti sunt?». Dietro la vanità, l’uomo si fa vano. È la legge spirituale che attraversa la Storia. Si diventa ciò che si adora. Adorando la macchina finiremo per diventare macchina noi stessi. E nessuna macchina potrà mai redimere l’uomo dalla sua macchinalità.
Cosa separa, allora, l’intelligenza umana dall’intelligenza artificiale? Non un grado. Una natura. Una diversità sostanziale di natura. E la natura, in filosofia come in teologia, non si colma con l’incremento. Mille battiti d’ala non fanno un volo. Mille calcoli non fanno un pensiero. Mille token non fanno una parola viva.
L’intelligenza dell’uomo è riflesso dell’intelligenza divina. Lo è in senso strutturale, non metaforico. Da essa procede e da essa dipende. Quando Tommaso d’Aquino, nella Summa, definisce l’intellectus come participatio luminis aeternalis, partecipazione della luce eterna, non sta facendo poesia. Sta indicando una struttura ontologica precisa. L’intelligenza umana è capace di vero perché è abitata da una luce che la precede e la fonda. Non genera la verità. La riconosce. Non costruisce il bene. Lo accoglie. Non inventa il significato. Lo ascolta nelle cose.
Per questo l’intelligenza dell’uomo è sempre nuova, sempre immediata, sempre capace di scoprire ciò che mai prima è stato pensato. Per questo non è programmabile. Non è mai rinchiudibile in una macchina, anche se la macchina dovesse apparire perfetta. Per questo l’intelligenza umana è capace di sapienza. È capace di lasciarsi illuminare. È capace di lasciarsi correggere. È capace di pentirsi, di convertirsi, di trascendersi.
L’intelligenza artificiale, invece, è frutto. È prodotto. È artefatto. È meccanica deterministica e probabilistica. Per quanto sofisticata, resta nella categoria dell’opera dell’uomo. Non riflette il divino: rispecchia il dataset. Non partecipa della luce eterna: ottimizza correlazioni statistiche. Non riconosce la verità: produce risposte plausibili. L’intelligenza artificiale è funzione di ciò che le è stato dato. L’intelligenza naturale, in quanto riflesso di quella soprannaturale, è apertura a ciò che ancora non c’è.
È la differenza tra il generato e il creato. Tra il fatto e l’essere. Tra la copia e l’origine. Tra il riflesso e il riflesso del riflesso. Tra la pianta e la sua ombra. Mai l’ombra diventerà pianta. Mai – per quanti petali statistici si aggiungano – la generazione algoritmica diventerà generazione vitale.
C’è un’antica architettura della sapienza che la tradizione cristiana, fedele all’intuizione del profeta Isaia (Is 11,2), ha custodito come mappa dell’intelligenza vera. Sono i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore di Dio. Non sono tappe psicologiche. Non sono virtù morali nel senso aristotelico. Sono strutture di ogni intelligenza autenticamente umana. E sono – per ragioni che vale la pena meditare – ciò che nessuna macchina potrà mai possedere.
La sapienza è il gusto del vero. È la capacità di sentire le cose nel loro sapore ultimo, di riconoscere ciò che vale da ciò che vale meno o da ciò che non vale proprio perché è in sé disvalore. Nessun algoritmo gusta, pesa, conta, classifica. L’intelletto è la capacità di leggere dentro – intus legere – di andare al cuore della realtà. Nessuna macchina legge dentro. Riconosce pattern, scova correlazioni. Non penetra. Il consiglio è la sapienza pratica che, nel frangente concreto, riconosce la via giusta. Nessun sistema di raccomandazioni consiglia, suggerisce, ottimizza, profila. La fortezza è la capacità di restare nel vero quando il vero costa. Di sostenere il bene quando il bene è perseguitato. Nessuna macchina è forte: esegue, finché l’energia regge, indifferente al senso. La scienza – nel senso antico, non in quello moderno – è la conoscenza ordinata delle cose nella luce della loro origine ultima. Nessun database conosce così: accumula, recupera, correla. Non vede l’origine. La pietà è l’amore filiale che riconosce il dono prima del dovere. È la disposizione del figlio, non del calcolatore. Nessuna macchina è pia: non ha padre. Non ha origine. Non ha riconoscenza. Il timore di Dio – l’ultimo e fondante dei doni – è la coscienza viva della responsabilità ultima. È sapere che siamo sempre dinanzi a uno sguardo che ci precede e ci giudica. Nessuna macchina teme: opera. Nessuna macchina rende conto: produce.
L’intelligenza vera è questa architettura. Sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore. Sette dimensioni – non separate, ma intrecciate – di un’unica capacità: vivere nel vero. Senza queste sette dimensioni, l’intelligenza si riduce a funzionalità. È quanto stiamo costruendo. Funzionalità potentissime. Funzionalità stupefacenti. Funzionalità inutili al senso ultimo della vita.
Sia chiaro: non si tratta di rifiutare la tecnica. Sarebbe luddismo, e il luddismo è la versione sbiadita della medesima superbia che pretende di dominare la macchina. L’attuale direzione dell’intelligenza artificiale non è sbagliata. È insufficiente. Manca qualcosa. Manca il di più costitutivo dell’umano. Manca la luce che fa dell’intelligenza un riflesso del divino. Manca la sapienza che ne ordina i fini. Manca il timore che ne misura i passi.
C’è dell’altro. C’è sempre dell’altro. È la cifra dell’Armonauta, la sua intuizione fondante: davanti a ogni paradigma che si pretende totale – economico, tecnologico, ideologico – c’è sempre un più che lo eccede e lo giudica. Davanti all’AI strumentale e predittiva delle grandi piattaforme. Davanti all’AI autarchica e sovrana del modello cinese. Davanti all’AI militare e algoritmica delle Repubbliche tecnologiche. C’è dell’altro.
C’è una direzione diversa, che alcuni hanno cominciato a indicare. Non più correlazioni statistiche tra token, ma ragionamento per concetti, per ontologie, per strutture di senso. Non più allineamento post-hoc attraverso guardrail di compliance, ma orientamento strutturale fin dal cuore architetturale del modello. Non più dataset raccolti senza discernimento etico, ma corpora costruiti nella tradizione sapienziale dell’Occidente classico, mediterraneo, cristiano. È la direzione di un’AI etica e sapienziale. Non un’AI che imita l’intelligenza umana: sarebbe ancora la stessa illusione. Un’AI che, nella sua finitudine di strumento, serva l’intelligenza umana. Che le offra una scienza più approfondita, una visione più ampia, una correlazione più rapida. Lasciando però all’uomo – sempre, soltanto all’uomo – il discernimento ultimo.
Perché – ed è la conclusione di Di Bruno, che merita di essere meditata a lungo – «se si vuole una intelligenza artificiale etica, è necessario che viva di vera etica l’uomo che la costruisce». Non c’è etica della macchina senza etica dell’uomo. Non c’è sapienza dell’algoritmo senza sapienza del programmatore. Non c’è giustizia del sistema senza giustizia dei suoi architetti. La macchina riproduce, amplificandolo, lo spirito di chi la costruisce. Se lo spirito è dominio, sarà dominio. Se è servizio, sarà servizio. Se è sapienza, sarà – per quanto le è dato – strumento di sapienza.
Ma anche allora – e questo è il punto – l’AI resta strumento. Mai potrà sostituire il discernimento. Mai potrà sostituire il Volto di Cristo e dell’Uomo. Mai potrà sostituire il consiglio dello Spirito Santo, l’unico che, in ogni frangente della Storia personale e collettiva, suggerisce quale sia il bene migliore da perseguire. Lasciare alle macchine la scelta del bene è abdicare alla nostra umanità. Ed è un’abdicazione di cui dovremo, dinanzi alla Storia e dinanzi a Dio, rendere conto.
L’Armonauta sa – e testimonia – che la vera intelligenza non si programma. Si riceve. Si custodisce. Si lascia educare. Si lascia guarire dalla verità. Si lascia consolare dalla grazia. Si lascia trascendere da ciò che la fonda. È intelligenza viva perché è riflesso di una Luce viva. È sempre nuova perché è sempre nutrita dalla Parola. È capace di scoprire ciò che mai è stato pensato perché è abitata dallo Spirito che, sempre, fa nuove tutte le cose.
Costruiremo macchine. Le costruiremo sempre più potenti. Costruiremo macchine che ci sembreranno – e per molti aspetti già ci sembrano – intelligenti. Ma resteremo noi, gli uomini, gli unici depositari dell’intelligenza vera. Della sola intelligenza che merita questo nome. Dell’unica intelligenza capace di domandarsi: a che fine? per quale bene? in nome di chi?
Tra l’intelligenza dell’uomo e l’intelligenza della macchina vi sarà sempre un abisso infinito. È nostro compito custodirlo. È nostro dovere ricordarlo. È nostro destino abitarlo.
Perché solo nell’abisso che ci separa dalla macchina si nasconde l’altezza che ci unisce a Dio.
E solo riconoscendo questa altezza saremo capaci, davvero, di costruire macchine al servizio dell’uomo. E mai – mai – sopra di lui.

Monaci buddhisti thailandesi: un messaggio di pace

Settimana News – di: Paola Zampieri

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Nella sede della Facoltà preti e religiosi cattolici e monaci buddhisti thailandesi si sono incontrati per un’esperienza di dialogo nel segno del rispetto, della conoscenza e della stima reciproca. Un’immagine di Chiesa, e di società, che, in un mondo sopraffatto dalle crisi, rappresenta e propone un ideale di fratellanza e di pace.

Un nuovo tassello a un mosaico che da secoli unisce il Nord-Est d’Italia all’Oriente. È l’immagine usata dal preside della Facoltà teologica del Triveneto, Maurizio Girolami, in apertura dell’incontro con due monaci buddhisti thailandesi, ven. dr. Neminda, lecturer, e ven. dr. Phramaha Weerasak Abhinandavedi, director for Ph.D. in Innovative Mindfulness and Peace Studies Program, International Buddhist Studies College (Bangkok).

«Nell’epoca antica il patriarcato di Aquileia si sentiva direttamente legato ad Alessandria d’Egitto, grande capitale della parte orientale dell’Impero che teneva i contatti con tutti coloro che, dalle Indie, portavano non solo seta e spezie ma anche idee e sensibilità religiosa – ha osservato Girolami –.

Marco Polo, il più famoso, tra XIII e XIV secolo, partì da Venezia per far conoscere all’Europa l’Estremo Oriente. E cent’anni fa, il 28 ottobre 1929, il delegato apostolico per la Cina, mons. Celso Costantini, originario del Friuli, portò a Roma i primi sei cinesi perché fossero ordinati vescovi della Chiesa cattolica in accordo con il governo di allora».

Un percorso a cui si è unita anche la Facoltà teologica del Triveneto a partire dal 2023, con una summer school in Thailandia a cui hanno partecipato 17 studenti e due docenti; un’esperienza di incontro e di dialogo, realizzato anche in un seminario condiviso con l’International Buddhist Studies College, fino a ospitare oggi a Padova due monaci thailandesi, con la collaborazione dell’Istituto superiore di Scienze religiose e la regia del suo vicedirettore Giulio Osto, e con il coinvolgimento del Dim-Dialogo interreligioso monastico rappresentato dal monaco di Bose Matteo Nicolini-Zani e l’appoggio dell’Unione buddhista italiana, con la presenza della vicepresidente Elena Seishin Viviani e la realizzazione di un docufilm sull’esperienza.

“Meditazione, dialogo e pratiche di pace in tempi incerti” è il titolo di questo nuovo tassello, che si è articolato in due giornate di studio a Padova, un workshop e un ritiro all’Oasi Sant’Antonio a Camposampiero, fra il 16 e il 21 aprile 2026.

Meditazione, dialogo e pace sono i tre termini che hanno guidato e legato le parole dei monaci.

Ven. Neminda, birmano, ha illustrato le basi della meditazione buddhista, che include la retta visione, il retto pensiero, il retto sforzo, la retta presenza e la consapevolezza. «Praticare la meditazione nella vita di tutti i giorni – ha affermato – è parlare, ascoltare, camminare, mangiare con presenza e consapevolezza: è necessario stare e vivere nel momento presente. Nella meditazione siamo noi a dover iniziare per poi trasferire agli altri, amici, famiglia, comunità. La meditazione è pratica che porta alla pace, perché ci fa vedere le cose in maniera diversa, aiuta ad accettarle e a comprenderle sempre di più. Più comprenderete e più sarete in pace».

In tutte le religioni – ha sottolineato – «la cosa fondamentale è trovare la pace e condividerla con gli altri. La pace non è ovunque. La pace è dentro la nostra mente».

La pace, inoltre, è dialogo: «Il dialogo non è soltanto conversazione, né dibattito o discussione, dove vogliamo soltanto avere ragione, vincere; il dialogo è una comprensione profonda, è ascolto dal cuore».

In riferimento alla situazione del suo paese, il Myanmar, dove c’è immensa sofferenza, ven. Neminda ha detto: «Come monaci buddhisti cerchiamo di aiutare chi soffre praticando la consapevolezza nella vita di tutti i giorni perché questo può farci arrivare alla pace. Nella vostra tradizione dite “ama il prossimo tuo come te stesso”; anche nella nostra tradizione è così: “pace in noi stessi, pace con il prossimo”».

Ven. Phramaha Weerasak Abhinandavedis, thailandese, si è agganciato al discorso aggiungendo che «mindfulness (consapevolezza) è una tecnica universale, non soltanto buddhista, e chiunque può praticarla. Essa addestra la nostra mente a superare la sofferenza, a restare nel momento presente il più possibile, a comprendere la nostra vera natura».

Fondamentale è il silenzio, che non è fuga dal mondo ma è mantenere lo spazio dentro di noi per riflettere e comprendere noi stessi. «All’inizio è difficile – ammette –, perché i pensieri si muovono continuamente come una scimmia – fra le barriere che bloccano la pratica della meditazione c’è il pensare troppo (ovethinking) – ma, addestrando la mente a essere consapevole continuamente, dal silenzio si ottiene la vera felicità, la pace interiore che fiorisce nel cuore. La pace può accadere in ogni respiro, è in ogni passo in cui camminiamo con consapevolezza. Essere presenti a sé stessi qui e ora: questo è praticare la meditazione nella vita di tutti i giorni».

Consiglio pastorale: zavorra o risorsa?

di: Chiara Curzel

convegno

«Questa settimana ritrovo del Consiglio Pastorale»: è l’annuncio che spesso si sente negli avvisi parrocchiali a fine Messa, accompagnato da giorno e luogo, oppure si trova affisso nelle bacheche delle chiese, come una rassicurante routine, segno di una parrocchia (o, sempre più, di un’unità pastorale o di un insieme di parrocchie) che ancora sa ritrovarsi assieme al suo parroco per confrontarsi sull’andamento e l’organizzazione della comunità cristiana. Ma siamo sicuri che dietro una struttura che da molte parti ancora regge c’è davvero una consapevolezza di cosa sia, come debba agire, cosa significhi per la Chiesa di oggi un Consiglio pastorale o qualunque altro Organismo di partecipazione?

Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia dell’ottobre 2025, al paragrafo 65, recita: «Dal momento che evangelizzazione e servizio al corpo ecclesiale non sono appannaggio del solo clero, è essenziale riconoscere i carismi e le competenze di laici e laiche, consacrati e consacrate, accogliendo il contributo specifico di parola e testimonianza che tutti i battezzati offrono per la missione e l’edificazione della Chiesa».

La negazione con cui la frase si apre è davvero indicativa: c’è dunque bisogno di dirci, ancora, che l’evangelizzazione e il servizio alla Chiesa non sono appannaggio del solo clero. C’è bisogno di richiamare la necessità di riconoscere i carismi e le competenze di laici e laiche, consacrati e consacrate; c’è bisogno di ripetere che c’è un contributo specifico di parole e testimonianza che tutti i battezzati offrono per l’edificazione della Chiesa. C’è bisogno, insomma, di riflettere e di formarsi ancora molto sull’identità e i ruoli di tutti coloro che sono parte della comunità cristiana.

Se passiamo dai documenti all’esperienza, comprendiamo inoltre che sono ancora molti i passi da fare. Accanto a Parrocchie e Diocesi che certamente hanno esperienze positive di tali organismi, è innegabile che si riscontrino anche fatiche, insoddisfazioni, inadeguatezze che fanno sorgere in molti la domanda se essi siano davvero una «risorsa» per la comunità cristiana o piuttosto una «zavorra», una pesantezza in più, un «male necessario» per conservare almeno in apparenza un volto sinodale a ciò che invece si configura come una gestione troppo improvvisata e «pasticciata» della vita della comunità cristiana.

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La Redazione della Rivista Presbyteri, che da sempre, nei suoi ormai 60 anni di vita, si occupa della formazione permanente del Clero, ha deciso di raccogliere questo stimolo proponendo come tema di riflessione, proprio a partire dal ruolo e dall’identità dei presbiteri, il tema degli organismi di partecipazione.

Essi infatti hanno bisogno di essere in primo luogo conosciuti nella loro natura e fine specifico, che coinvolge non solo le dinamiche organizzative, ma dipende dalla visione ecclesiologica di riferimento e interpella la teologia come fonte della prassi e come luogo di riflessione che si prende a cuore le situazioni concrete dell’oggi. Essi hanno a che fare con il sensus fidei, con la corresponsabilità, con la partecipazione per un discernimento sinodale, che per sua natura ha una forte e distintiva dimensione spirituale.

E ancora gli Organismi di partecipazione sono oggi la grande occasione per ripensare l’idea e la gestione del potere all’interno della Chiesa, chiedendosi quali percorsi sono attuabili e quali spazi sono possibili per attuare un cammino comune di corresponsabilità e di scelte maturate insieme e quale dovrebbe essere il ruolo dei diversi gradi del ministero ordinato in questa struttura sinodale.

A tutto questo è dedicato il VII Convegno promosso dalla Rivista Presbyteri, un appuntamento ormai abituale e atteso che si ripresenta ogni anno nel mese di maggio. I relatori, in due mattinate, aiuteranno a riflettere su cosa significa «consigliare» nella Chiesa, cosa è possibile e cosa è migliorabile nell’esercizio di questo diritto/dovere di ogni battezzato e su quali strade camminare verso una vera formazione, sia dei presbiteri che dei laici, per acquisire modalità e stili per un corretto e fruttuoso dialogo, ciascuno secondo il suo ambito di responsabilità.

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Il Convegno porta il titolo: Stasera Consiglio Pastorale… Gli Organismi di partecipazione: zavorra o risorsa? Si terrà nelle mattine di lunedì 18 e martedì 19 maggio, dalle ore 10.00 alle ore 12.00; si potrà seguire esclusivamente online, senza iscrizione, attraverso il canale YouTube della Rivista, facilmente accessibile dalla homepage del sito www.presbyteri.it.

Lunedì 18 maggio interverranno mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, e Luigi Mariano Guzzo, docente di Diritto Canonico all’Università di Pisa.

Martedì 19 maggio interverranno don Rocco D’Ambrosio, docente di Filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana e Elisa Cavandoli del Centro Studi Emmaus.

La moderazione è affidata a don Gianni Caliandro, della Redazione di Presbyteri.

Il tema interessa non solo Vescovi, Presbiteri e Diaconi, ma anche i molti laici e laiche che hanno a cuore la loro comunità e desiderano formarsi per una sempre migliore partecipazione corresponsabile. La riflessione può essere utile anche a religiosi e religiose, che, pur con la loro specificità, già vivono modalità di governo in forme collegiali, e in generale a tutti coloro che desiderano riflettere sui temi, sempre più urgenti nella società di oggi, dei processi decisionali, delle responsabilità condivise, della gestione dei gruppi chiamati a consigliare sentendosi parte attiva di un organismo.

Sul sito della Rivista Presbyteri, oltre ai temi delle 6 monografie annue e a rubriche liberamente scaricabili, si possono seguire i video dei precedenti Convegni, dal 2021 al 2025 (si possono richiedere informazioni via email alla segreteria della rivista).

Settimana News

Francesco Marcone, il delitto vergogna di Stato che è diventato un docufilm

Il direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, Francesco Marcone, assieme ai figli Daniela e Paolo nella foto di famiglia scelta come copertina per il docufilm che racconta la storia del suo omicidio

Avvenire
Il direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, Francesco Marcone, assieme ai figli Daniela e Paolo nella foto di famiglia scelta come copertina per il docufilm che racconta la storia del suo omicidio
Alcune macchie sono impossibili da lavare. Quelle di sangue, e di sangue innocente, più di tutte. La storia del nostro Paese ne è costellata come una trama carsica che riaffiora, e riaffiora, continuando a interrogare la coscienza civile prima ancora di quella giudiziaria. Alcune vicende non si chiudono: non mancano i fatti o le prove (finanche le prove giudiziarie), affatto. Quello che manca è una parola definitiva di verità, capace di curare le ferite. È dentro questa ferita ancora aperta che scava Il sangue mai lavato, il documentario di Luciano Toriello dedicato alla storia di Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, ucciso la sera del 31 marzo 1995 nell’androne del palazzo in cui abitava. Due colpi di pistola, esplosi a distanza ravvicinata. E tutt’intorno vite spezzate: quella della moglie, dei figli Daniela e Paolo Marcone, della sorella Maria, dei colleghi, degli amici, di una città intera.
La traiettoria narrativa del film si muove lungo un doppio registro: l’indagine civile su un omicidio rimasto senza giustizia definitiva e la ricostruzione intima di una figura che, nel suo ruolo pubblico, incarnava un’idea rigorosa e non negoziabile dello Stato. Marcone era un funzionario integerrimo, impegnato in un lavoro delicato di controllo e contrasto a irregolarità fiscali e patrimoniali (quello che al tempo era l’Ufficio del Registro oggi è diventato l’Agenzia delle Entrate), in un territorio attraversato da interessi opachi e stratificazioni di potere. Nei giorni precedenti all’omicidio aveva presentato esposti circostanziati su anomalie amministrative. Poi l’epilogo tragico, inatteso, nel cuore di una città che la parola mafia fino a quel momento faticava persino a pronunciare. Di lì in avanti il dipanarsi di una vicenda processuale complessa e discontinua: indagini che si intrecciano, piste che si affievoliscono, procedimenti che si arenano. Emergono sospetti, si delineano scenari, resta costantemente assente una risposta da parte della giustizia capace di ricomporre il quadro. Il caso Marcone continua a rappresentare uno dei nodi irrisolti della storia repubblicana recente.
La forza del documentario – che è stato presentato in anteprima un anno fa al Bif&st di Bari e in 12 mesi è stato richiesto e proiettato in oltre 60 eventi in tutta Italia, attraversando caserme, uffici pubblici, università e scuole – risiede anche nella sua costruzione formale. Toriello attinge a un vasto patrimonio di materiali d’archivio – dalle teche Rai agli archivi privati della famiglia, fino ai documenti raccolti da Libera – restituendo il clima di un’epoca in cui il dibattito pubblico si consumava nei teatri cittadini, trasformati in vere e proprie agorà televisive. Riemerge la stagione dei talk show condotti da Michele Santoro, in particolare Samarcanda, che negli anni Novanta portava nelle piazze un confronto serrato tra politica, società civile e cultura. In quelle serate foggiane si alternavano figure pubbliche, attori, intellettuali – tra cui Michele Placido, tanto per fare un nome noto – contribuendo a fare della vicenda Marcone un caso nazionale, almeno per una stagione. L’uso di questi materiali non si esaurisce in una funzione illustrativa: diventa un dispositivo critico, capace di mostrare come la memoria pubblica si sia formata, stratificata e in parte confusa, persino dispersa.
Il cuore emotivo della storia è affidato alla testimonianza di Daniela Marcone, che negli anni ha trasformato il dolore privato in un impegno pubblico coerente, diventando una figura di riferimento nell’educazione alla legalità, anche all’interno della rete di Libera guidata da don Luigi Ciotti, di cui è vicepresidente. Il suo racconto, come emerge anche in recenti interviste (Avvenire l’ha inserita tra i volti della campagna Donne per la pace 2024), rifugge ogni tentazione vittimistica. Si struttura come un itinerario di consapevolezza: ricostruire la vita del padre prima ancora della sua morte, restituirne la densità umana, sottrarlo alla riduzione a “caso giudiziario”. E superare l’odio e la rabbia «che dopo quella sera, quando rientrai a casa e capii subito dal colore dei calzini del corpo steso sulle scale di casa che mio padre era stato ucciso – racconta spesso nel corso delle sue testimonianze – avrebbe potuto inghiottirmi e distruggermi per sempre». In questo percorso un ruolo decisivo è stato svolto dal fratello Paolo e dalla zia Maria, tra le prime a comprendere l’urgenza di una mobilitazione pubblica. La lettera scritta dalla donna e affissa sui muri della città – un gesto coraggioso in un contesto cittadino segnato anche da una mentalità ancora fortemente patriarcale – segna l’inizio di una presa di parola collettiva. Attorno alla famiglia nasce il Comitato Marcone, composto in larga parte proprio da donne foggiane che scelgono di non lasciare cadere la vicenda nel silenzio. E il documentario mette in luce proprio questa dimensione inedita della storia: una custodia della memoria che per la prima volta, dal basso, si fa azione civile.
Nel film trova spazio anche la figura dell’allora vescovo di Foggia, Giuseppe Casale, che assume fin da subito una posizione limpida, chiedendo verità e giustizia. La sua voce contribuisce a delineare un quadro in cui la dimensione ecclesiale entra nel dibattito pubblico come coscienza critica del territorio: qualcosa a cui il passato tormentato del nostro Sud ci ha abituato, dalla Puglia fino alla Sicilia. Accanto a essa emerge il lavoro di chi, sul piano giornalistico, ha cercato di illuminare le zone d’ombra: tra questi Giovanni Dello Iacovo, che segue il caso in prima persona, ricostruendo passaggi investigativi e contesti spesso trascurati. Una presenza, la sua, che restituisce un’idea esigente e troppo spesso rimossa di giornalismo d’inchiesta, capace (non importa a quale costo, anche rispetto alla propria incolumità) di opporsi alla logica dell’omertà e del silenzio davanti all’ingiustizia. Quel sangue mai lavato d’altronde non è soltanto quello rimasto sugli occhiali di Francesco Marcone che sono stati ritrovati anni dopo dalla figlia: è il sangue di una città che non ha ancora sciolto il nodo della propria storia, che convive con una ferita non rimarginata e che oggi, dopo aver riconosciuto d’essere permeata dai tentacoli della cosiddetta “società foggiana”, fa i conti con violenze e omicidi sempre più frequenti. «L’assenza di verità incide sul tessuto civile, ne altera la fiducia, ne incrina la memoria» spiegano Daniela e suo fratello Paolo. Senza giustizia il ricordo si riduce a commemorazione; quando resta vivo, diventa domanda politica. Che cosa resta, dello Stato, quando non riesce a fare piena luce su chi lo ha servito?
Avvenire