A Rosario Livatino, giudice

di: Vincenzo Bertolone

martirio civile

Caro Rosario,

ti scrivo alla vigilia del 21 settembre, e tu sai perché. Ai miei lettori devo spiegarlo: il calendario ha fatto una cosa strana. Il giorno in cui la Chiesa ricorda san Matteo, l’esattore delle tasse che Gesù chiamò dal suo banco, è lo stesso giorno in cui, nel 1990, ti hanno ucciso su una strada tra Canicattì e Agrigento. Avevi trentasette anni; ne avresti compiuti trentotto dodici giorni dopo.

Andavi al lavoro da solo, come tante altre mattine. Una Ford Fiesta color amaranto, senza autista e senza scorta, sulla statale 640 poco dopo le otto e mezza. L’auto che ti affianca, i primi colpi, la portiera aperta, la corsa giù per la scarpata tra le stoppie di settembre. Ti hanno raggiunto ferito, in ginocchio, e uno di loro ha raccontato poi ai giudici le tue ultime parole: «Picciotti, che male vi ho fatto?». Non aggiungo nulla. Ci sono parole che, se spiegate, diventano più piccole.

Con te ho una confidenza che con gli altri illustri non ho: ho passato anni sulle tue carte. Da postulatore, ho dovuto conoscerti quasi come si conosce un imputato, cercando anche la prova contraria, domandandomi se la fede che ti attribuivano fosse davvero una ragione dell’odio che ti tolse la vita o un ornamento aggiunto dopo. Cercare la prova contraria significa leggere le agende non come reliquie ma come documenti; chiedersi se quelle tre lettere sul margine fossero una devozione privata o la forma stessa della tua coscienza di giudice; ascoltare anche chi ti ha ucciso; raccogliere le testimonianze di colleghi che non ti erano amici e di avvocati che avevano perso cause davanti a te. Alla fine il quadro diventava sempre più difficile da separare: la rettitudine del magistrato e la fede dell’uomo appartenevano alla stessa persona.

La prova contraria non l’ho trovata e il 9 maggio 2021 la Chiesa ti ha proclamato beato ad Agrigento. Quello che forse non sai è che, in quegli anni, ho finito per volerti bene come a un figlio più giovane che ti ha superato.

Di te dirò pochissimo, perché tu stesso non amavi che si parlasse di te. Eri magistrato ad Agrigento; andavi al lavoro senza scorta e sulle agende scrivevi tre lettere: S.T.D., sub tutela Dei. Al mattino, prima del tribunale, ti fermavi in chiesa. Basta così.

E ora Matteo. I miei lettori lo conoscono forse soprattutto per Caravaggio, a San Luigi dei Francesi, a Roma: una stanza in penombra, un tavolo, le monete; poi, da destra, un dito che chiama e una lama di luce. Matteo sta al banco delle imposte. Un pubblicano: per i suoi contemporanei un uomo che riscuoteva per Roma e che nessuna persona perbene avrebbe scelto come modello. Gesù passa e gli dice una sola parola: «Seguimi». Matteo si alza e lo segue. Un versetto e mezzo.

C’è una cosa che vi accomuna. Tu ricevesti la Confermazione il 29 ottobre 1988: da adulto, da magistrato, meno di due anni prima di morire. Matteo fu chiamato da adulto, con il banco già avviato. C’è un sì che si dice da ragazzi e un sì che si dice quando si conosce già il peso della vita. Il tuo fu anche questo secondo sì.

Perché vi metto insieme? Perché siete tutti e due uomini di banco: Matteo al banco delle imposte, tu al banco della giustizia. Tutti e due con la legge tra le mani. Ma il punto vero è un altro: Matteo, per seguire Cristo, ha dovuto lasciare il banco. Tu, per seguirlo, ci sei rimasto.

Il Signore a volte chiede di alzarsi e a volte chiede di restare seduti dove si è. E la seconda cosa può essere più difficile, perché non ha il fascino della partenza. Ha soltanto la fatica del lunedì.

Il tuo martirio ha qualcosa di particolarmente feriale. Non nasce dalla ricerca di un gesto eccezionale, ma dalla fedeltà ripetuta a un lavoro quotidiano: misure di prevenzione, patrimoni, sequestri, appalti, fascicoli, firme. La mafia non vive soltanto di sangue; vive di denaro, proprietà, complicità e paura. Tu la incontrasti anche lì. E forse è questo che rende la tua vicenda così vicina a chi non sarà mai chiamato a un gesto eroico: la santità del lunedì mattina, quando nessuno applaude e bisogna semplicemente fare bene il proprio dovere.

Nel quadro di Caravaggio c’è un particolare che molti turisti perdono. Una mano di Matteo sembra portarsi al petto: Io? Proprio io? L’altra è ancora lì, vicina alle monete. Mi piace pensare che tu conoscessi quella domanda. Perché non si decide una volta per tutte di essere fedeli al proprio posto: bisogna ricominciare la mattina dopo. E poi quella dopo ancora.

Tu lo avevi capito. In una conferenza a Canicattì spiegasti che il compito del giudice è decidere; decidere significa scegliere e proprio nell’atto del decidere il magistrato credente può trovare un rapporto diretto con Dio. È un pensiero formidabile: non soltanto pregare prima di lavorare, ma fare del lavoro una forma della propria risposta a Dio.

Dicevi anche che il magistrato credente trova la propria indipendenza nella dipendenza da Dio. Sembra un paradosso. Forse Matteo l’avrebbe capito bene. Lui dipendeva da Roma e dal denaro; diventò libero quando accettò di dipendere da uno che non gli prometteva né carriera né sicurezza.

E tu sapevi che l’indipendenza del magistrato non finisce sulla porta dell’ufficio. Un giudice è giudice anche quando nessuno gli mette davanti un fascicolo. La sua credibilità passa dalla sentenza, certamente, ma anche dalla vita.

C’è poi una frase di Matteo che un giudice potrebbe trovare perfino imbarazzante: «Non giudicate, per non essere giudicati». Tu giudicavi per mestiere. Ma Gesù, nella stessa pagina, parla della pagliuzza e della trave. Non proibisce di distinguere il bene dal male né di accertare responsabilità; proibisce all’uomo di mettersi al posto di Dio nel giudicare il cuore dell’altro.

Tu hai esercitato la giustizia per anni senza, che io sappia, disprezzare un uomo. Il colpevole rimaneva una persona. È una distinzione piccola soltanto sulla carta.

Lo si vede perfino dal tuo linguaggio. Nelle tue carte la mafia non diventa un mostro, una piovra, un’entità mitologica da evocare nei convegni: ci sono nomi, date, conti correnti, terreni, uomini e fatti precisi. Chi riduce il male a una nebbia finisce per non colpire nessuno e per sospettare di tutti. Tu facevi il contrario: colpivi con esattezza e non disprezzavi. Il giudizio riguardava il fatto e la responsabilità; non autorizzava a cancellare la persona.

Ancora Matteo ci ha conservato le parole: «Misericordia io voglio e non sacrifici». Gesù le pronunciò proprio mentre veniva rimproverato perché sedeva a tavola con pubblicani e peccatori. Tu hai lasciato un’altra frase che ormai cammina da sola: alla fine non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili. La misericordia non cancella la giustizia. Le impedisce di dimenticare l’uomo.

E poi c’è una pagina di Matteo che ogni giudice potrebbe leggere prima di sentenziare, perché lì accade una cosa curiosa: il giudice diventa imputato. È il capitolo venticinquesimo. Il Re separa gli uni dagli altri e il codice è sorprendentemente breve: avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, ero in carcere. Chi ha giudicato gli altri scopre che un giorno sarà giudicato. E il codice, alla fine, è la carità. Tu questo lo sapevi.

Matteo ha messo all’inizio del suo Vangelo anche due beatitudini che sembrano scritte per entrare in tribunale: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» e «Beati i perseguitati per la giustizia». Le ha tramandate un uomo che aveva conosciuto la legge dal banco delle imposte. Le ha vissute, molti secoli dopo, un magistrato siciliano che alla legge ha consegnato la propria coscienza.

C’è, infine, la solitudine. Tu ne conoscevi il peso. Chi deve decidere ascolta molti, legge molto, valuta molto; poi arriva un momento nel quale la firma è una sola. Matteo, il giorno della chiamata, fece una cosa semplice: aprì casa e invitò Gesù a tavola con gli altri pubblicani. La sua vocazione cominciò in mezzo a una cena rumorosa. Tu, invece, tante mattine ricominciavi nel silenzio di una chiesa. Due modi diversi di non essere soli. E forse hai lasciato proprio questo ai magistrati che oggi guardano a te: si può essere soli davanti agli uomini senza esserlo davanti a Dio.

L’ultima riga del Vangelo di Matteo è una promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Tu l’avevi quasi abbreviata in tre lettere sul margine delle tue carte: S.T.D. – Sub tutela Dei. Sotto la tutela di Dio. Il Signore, quando fa i calendari, qualche volta mette vicine le date perché siamo noi ad accorgercene.

Ti scrivo proprio quest’anno anche per un’altra ragione. Nel maggio scorso i vescovi italiani hanno espresso all’unanimità parere favorevole alla richiesta di proclamarti patrono dei magistrati italiani; ora si attende la conferma del competente Dicastero. Io, che ho lavorato perché la Chiesa riconoscesse il tuo martirio, ho una preoccupazione da vecchio: che ti facciano diventare una statua.

Un patrono non è un premio dato a una categoria. È una forma interiore proposta a chi vuole guardarla. Se sarai patrono dei magistrati, siilo come eri giudice: senza clamore, al tuo posto, con quelle tre lettere sul margine. Che ti ricordino soprattutto quando devono decidere e sanno che la decisione costerà. Non soltanto quando devono inaugurare qualcosa.

E un’ultima cosa, Rosario. Questa è per me. Anche noi vescovi stiamo a un banco. Si chiama cattedra e qualche volta rischiamo di sederci troppo comodi.

Tu firmavi sapendo che la firma poteva costarti la vita. Noi firmiamo lettere pastorali sapendo che nessuno le leggerà; e quando una firma costerebbe davvero qualcosa, troppo spesso preferiamo non firmare.

Matteo si alzò. Tu restasti. E lo faceste per la stessa voce. Insegnami a distinguere quando il Signore chiede di alzarsi e quando chiede di restare. A settantanove anni non l’ho ancora imparato del tutto.

Sub tutela Dei. C’eri tu. E ci sei.

Il tuo postulatore, che ormai ti deve più di quanto tu debba a lui.

Palermo, 13 settembre 2026

Vincenzo Bertolone SdP

Settimana News

La Chiesa al tempo del fallimento della globalizzazione

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Settimana News

Ormai è assodato; siamo in pericolo. I motivi sono ovviamente tanti, ma come non pensare che siamo proprio in pericolo dopo il fatto avvenuto in una classe italiana.

Un tredicenne ha assalito la professoressa: fatto grave in sé. Chi l’ha salvata? Uno studente congolese.

L’umanità che salva
Non emerge che questo ragazzino ha espresso la cultura prodotta in lui, così giovane, dal viaggio che è al centro della sua formazione, della sua identità. Infatti, leggo che l’eroe gentile – così è stato soprannominato – vive in una casa famiglia ed è arrivato in Italia senza i suoi genitori, a bordo di un barcone. Ma l’umanità del profugo giunto addirittura su un barcone la consideriamo poco o nulla.

Sui social anche la sua storia ha diviso: qualcuno ha scritto che meriterebbe encomi, molti però hanno reagito male. E nelle ore in cui è accaduto questo, con una curiosa coincidenza temporale, il governo ha annunciato di voler imporre un limite agli “studenti stranieri” in una classe. È già previsto da disposizione ministeriale del 2010 e risultato inattuabile, per carenza di professori e di aule.

Ma ciò che conta è che un caso di amore per la vita altrui, nello specifico di un’italiana da parte di un ragazzo giunto dall’estero, finisce col coincidere non con un momento di maggiore comprensione, ma di nuova separazione, contrapposizione: ed è toccato al presidente Mattarella ricordare che la scuola è aperta a tutti, da Costituzione.

Ma bisogna anche considerare in che contesto questo accade. Una parte sempre più rumorosa non vuole armare l’Ucraina (senza dire quasi mai cosa voglia fare): poco cala che dall’altra parte ci sia una Russia armata di suo? La narrativa però viene spostata sempre più spesso sul parallelo tra resistenza ucraina e la nostra resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Il metro, sia da una parte che dall’altra, è quello, la Seconda Guerra Mondiale.

Che ci sia una differenza è evidente: da noi l’invasore nazista era giunto con il consenso del governo fascista, in Ucraina è stato l’esercito nazionale a opporsi da subito all’invasore russo. Ma il problema è nella necessità di questo paragone o della sua negazione, perché la Seconda Guerra Mondiale ci rimanda a giusto o sbagliato, bene o male.

È interessante che Pierluigi Bersani abbia detto in televisione che monsignor Ricchiuti, presidente di Pax Christi, avrebbe detto di ritenere “moralmente accettabile” intervenire per salvare vite umane in uno Stato aggredito ed elencato strumenti necessari, come i sistemi di allarme e intercettazione dei missili e dei droni, ma il coro “basta armi all’Ucraina” sembra prendere molti se tradotto così: spendiamo i nostri soldi per noi stessi. Che i problemi siano enormi e i soldi pochi è oggettivo, come è oggettivo che l’Europa non abbia un suo esercito.

La Chiesa al tempo del fallimento della globalizzazione
Ormai è indiscutibile ciò che ha sottolineato più volte Leone XIV: siamo nell’epoca della polarizzazione. Il discorso dunque va allargato. Infatti non c’è un campo unito, fermo, solidale nel difendere ciò che è stato il cuore della nostra identità politica: riassumiamola con “libertà, uguaglianza, fraternità”, dove è il terzo vocabolo che spiega e tiene tutto.

Ma tutto ciò che è universale sembra divenuto fastidioso: diritto internazionale, pace universale, diritti dell’uomo; tutto questo è finito nella lista dei nostri nemici? C’è una sola Maginot: la Chiesa cattolica, unica istituzione globale rimasta in piedi dopo l’uragano MAGA di Donald Trump. È una responsabilità enorme quella di rappresentare tutto ciò che di globale, universale, è rimasto in piedi.

Il punto di partenza che la Chiesa universale potrebbe aiutarci a riporre al centro della discussione che ha luogo in ogni Paese, almeno del nostro Occidente, è molto semplice: questa economia uccide. È questa la frase che taglierebbe la polarizzazione, perché tra le persone ordinare che aderiscono all’uno o all’altro campo ne percepiscono la fondatezza. Dunque sono stati fatti degli errori madornali. Quali?

L’elenco sarebbe troppo lungo e vario. Senza addentrarmi troppo direi che è fallita la globalizzazione. Perché è fallita? Per due motivi fondamentali. Il primo è appunto economico: la finanziarizzazione dell’economia. Questa economia uccide anche i figli di chi l’ha creata, voluta. E causa maremoti, a partire dalle migrazioni forzate.

Ma il colletto blu americano che apprezza la grande deportazione, vorrà studiare la cartolarizzazione del debito dei paesi poveri, della deregulation avviata da Bush e completata da Clinton, in piena sintonia con tante legislazioni europee? E si può chiedere a un tedesco in condizioni economiche quasi disperate di dedicarsi allo stesso studio? Più facile dirgli che gli immigrati creano problemi, gli rubano il lavoro, portano disvalori, per qualcuno malattie, anche qui da noi. È lo scontro di civiltà dentro casa.

Gli errori dunque riguardano tutti, destra e sinistra. I vecchi conservatori e i vecchi progressisti avrebbero un bel po’ da lavorare se gli si chiedesse conto di come hanno squassato il mondo. Ma il nazionalismo estremo, tipo AfD, gli chiede conto di quegli errori economici? Non mi sembra, io credo che i loro leader non li considerino tali. E siamo così al secondo errore.

Globalizzazione e omologazione
Se economicamente la globalizzazione è stata gestita in questo modo, culturalmente ha creato la percezione che si volesse creare un uomo tutto nuovo, senza cultura, senza identità. Il nazionalismo estremo ha percepito questo e ci propone la sovversione usando la religione come veicolo di odio. Odiare l’altro nel nome di Dio; è questo il nuovo credo? La religione è un casellario giudiziale che sporca la fedina penale di tutti coloro che non appartengono alla mia?

Ecco che Marx viene capovolto: l’oppio dei popoli, cioè l’anestetico che sapeva conservare la fedeltà al regnante, diviene la cocaina dei popoli, cioè l’eccitante capace di capovolgere i regni e consegnarli a chi propone di sovvertire l’ordine costituito. Queste religioni trasformate in ideologie e che sostengono un’altra ideologia, il nazionalismo, ci dicono che non è vero che sono morte le ideologie.

Dunque è la globalizzazione che con i suoi fallimenti ci ha portato a odiare tutto ciò che è globale, universale? Penso di sì, e penso che la Chiesa cattolica, unica istituzione universale rimasta in piedi, ha tutto il necessario per dirci che la globalizzazione è stata il grande inganno, non per l’idea, ma per come è stata perseguita.

Oltre al liberismo selvaggio cui si è fatto appena un brevissimo cenno, la globalizzazione ha creato la accennata paura, l’omologazione. È quello che disse papa Francesco a Caserta, quando incontrò il pastore Giovanni Traettino: “Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità”.

Per una società di conviveza delle diversità
Siamo in pericolo ma non ne usciremo in altro modo che tornando nelle diverse periferie del nostro mondo, non barricati nel suo centro, andando a parlare, a vivere, ad ascoltare le periferie urbane, nazionali, continentali. È li che batte il cuore dell’uomo contemporaneo. E per riuscirci bisogna superare il vecchio paradigma occidentale dell’universo come puzzle a incastro unico.

Il paradigma occidentale, sintetizzando più del possibile, Isaiah Berlin lo spiega così: 1) Ogni domanda autentica deve poter avere una risposta: se non si può rispondere non è una domanda autentica. Magari io non saprò la risposta, ma un altro sì. 2) Tutte le risposte devono essere conoscibili, possono essere scoperte mediante mezzi suscettibili di essere appresi e insegnati ad altri. 3) Tutte le risposte debbono essere compatibili tra di loro, diversamente saremmo nel caos.

A questo paradigma, dal campo illuminista venne un’aggiunta: le risposte devono essere basate sul corretto uso della ragione, niente rivelazioni o tradizioni. Non risulterà sorprendente che Berlin citi una frase di Fontenelle, illuminista rappresentativo, dalla vita molto ragionevole: “Un’opera di politica, di morale, di critica, forse persino di letteratura, sarà più bella, tutto considerato, se fatta dalle mani di un geometra”.

Spererei che ci allontanasse da tutto il paradigma, con o senza l’integrazione illuminista, perché già allora un razionalismo arido, gelido, geometrico, alimentò una reazione irrazionale, bollente, per buttare all’aria l’unica geometria possibile, quella imposta a tutti. Come allora accade oggi. Uscire dal meccanismo dell’universo come puzzle a incastro unico è il grimaldello per spiegare che siamo uguali perché siamo diversi, con ideali diversi e dunque il compromesso è indispensabile.

Recuperato il gusto di un mondo pluralista, che rifiuta l’uniformità e che ammette che l’economia che ha imposto uccide, potremmo trovare le risorse spirituali per sfidare l’emergenza d’oggi, la criminalizzazione dell’altro. Cosa potremmo dire a quest’umanità polarizzata nell’odio? Quello che disse papa Francesco a Singapore: «Se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio».

Giovani, contratti, salari e formazione: le 120 proposte della Cisl per far ripartire l’Italia

Giovani, contratti, salari e formazione: le 120 proposte della Cisl per far ripartire l'Italia

L’obiettivo: un’Italia del domani migliore; la proposta: costruirla con un Patto sociale a partire dal confronto su proposte concrete. È l’ambizione del Libro Verde approvato questa mattina dall’esecutivo della Cisl, che la confederazione offre ora al dibattito con gli altri sindacati, il mondo associativo e soprattutto i partiti, senza pregiudiziali. «Con il Libro Verde la Cisl mette a disposizione del Paese un insieme di proposte per aprire un confronto largo, perché le grandi transizioni che abbiamo davanti – tecnologica, digitale, ambientale e demografica – non possono essere governate lasciando indietro lavoratori, famiglie, giovani e territori», ha spiegato la segretaria generale Daniela Fumarola. «Serve un nuovo Patto sociale, costruito attraverso il dialogo e la responsabilità condivisa, per redistribuire in modo equo i vantaggi e i costi del cambiamento».
La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, al comitato esecutivo della confederazione / foto ufficio stampa Cisl
La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, al comitato esecutivo della confederazione / foto ufficio stampa Cisl
Il Libro Verde – 120 proposte divise in 11 capitoli – parte da una premessa analitica: «Produttività e crescita deboli tengono ferme le retribuzioni, il declino demografico mette a rischio la capacità produttiva e la tenuta del welfare, i giovani e le donne restano una risorsa largamente inutilizzata. Nel frattempo, rivoluzione digitale, intelligenza artificiale, transizione ecologica e nuova globalizzazione stanno ridisegnando in profondità la società e il mercato del lavoro». Da qui l’offerta di questa sorta di “programmone” – alla cui elaborazione hanno collaborato anche Maurizio Del Conte, Francesco Giorgino, Sonia Malaspina, Marco Marcatili, Tommaso Nannicini, Elena Prodi, Emmanuele Massagli, Aldo Carera, Massimiliano Valerii e Marco Lai – con, al centro dell’attenzione, in particolare le nuove generazioni. Per evitare che debbano arrendersi all’idea della fuga dall’Italia e trovino qui invece l’ambiente giusto per sviluppare i propri talenti ed essere protagonisti della vita economica e sociale del Paese.
La Cisl resta però fedele alla sua natura di sindacato e così il primo punto riguarda la «Contrattazione collettiva e le retribuzioni». L’obiettivo è «far evolvere l’assetto del 1993 con due livelli contrattuali di pari dignità, un contratto nazionale ampiamente integrabile e adattabile in azienda e sul territorio, il pieno recupero annuale del potere d’acquisto senza automatismi dannosi e un’aggiornata regolazione della rappresentanza definita dalle parti sociali. Ancora, l’ulteriore spostamento della tassazione dal lavoro alle rendite improduttive». C’è poi l’idea di creare un fondo per sostenere l’economia reale. «Serve mobilitare il risparmio delle famiglie e degli investitori istituzionali non speculativi, a partire dai fondi pensione, verso impieghi produttivi di lungo periodo, con la Cassa Depositi e Prestiti nel ruolo di garante e àncora pubblica». Centrale è in particolare il tema del «Capitale umano e dell’Intelligenza artificiale». «L’introduzione dell’IA deve seguire un approccio di amplificazione del lavoro umano, non di sostituzione e ciò richiede diritti di informazione, consultazione e partecipazione sindacale». Grande spazio, ancora, è dedicato alla formazione. «Va stabilito un diritto soggettivo alla formazione lungo l’arco della vita, esigibile, portatile e universale, attraverso un conto personale alimentato da risorse pubbliche, contrattazione, bilateralità, imprese e fondi interprofessionali, defiscalizzato e accompagnato da orientamento e bilancio delle competenze». Seguono poi le proposte sulle «Politiche attive per il lavoro», la «valorizzazione e l’incremento dell’occupazione femminile» e una «Strategia nazionale ed europea per l’industria», senza la quale «non c’è futuro».
Ancora, come detto, un intero capitolo è dedicato ai «Giovani, la sfida demografica e le politiche dell’abitare» con la proposta di una «fiscalità agevolata per i giovani lavoratori e un paradigma di attrattività che tenga insieme salari, welfare, casa e conciliazione, una valutazione di impatto generazionale sulle principali riforme». Decisamente meno enfasi rispetto al passato caratterizza invece i capitoli sulle «Età della vita, lavoro e reti di welfare» e soprattutto il cosiddetto «Pensionamento sostenibile». «La previdenza va riformata con le parti sociali – vi si legge – affermando tre principi: stabilità delle regole, perché gli interventi ripetuti scaricano i costi sui più giovani; separazione contabile tra previdenza e assistenza; correzione delle iniquità», a partire da requisiti per le pensioni anticipate che tengano conto delle mansioni svolte e dei diversi redditi. A chiudere il Libro Verde il tema della «Qualità della vita lavorativa e della partecipazione» con la richiesta di «finanziamento stabile e strutturale della legge 76/2025».
«Questi undici capitoli compongono una proposta organica che mette al centro la persona, il lavoro e la responsabilità collettiva. L’obiettivo è riportare nel dibattito pubblico lavoro, welfare e disuguaglianze, e fare di questo Libro la nostra carta di navigazione da qui al voto e poi oltre, per la legislatura che verrà, chiunque la governi», ha concluso la leader Cisl Fumarola. La Cisl ci crede e presenterà le sue proposte in almeno tre incontri pubblici in Italia. Interessante sarà vedere quali partiti saranno interessati al confronto e in quale misura.

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Avvenire

Dobbiamo intraprendere una direzione diversa, che riporti la scuola al centro del dibattito pubblico con serietà ed equilibrio. E che abbia il coraggio di indicare l’elefante nella stanza

Insegnanti aggrediti, chiediamoci
che cosa dovremmo fare oggi

Caro Avvenire, le recenti aggressioni a docenti, nelle scuole italiane, vengono sempre più attribuite all’uso degli smartphone e all’influenza di gruppi web che fomentano la violenza. Non sono d’accordo. Nelle scuole americane le stragi sono storia, cominciate in un’epoca in cui il telefono aveva filo e cornetta. Quindi, la causa principale deve essere un’altra. Ricordo che quando andavo a scuola c’era grande solidarietà tra gli studenti. Ma la società italiana è profondamente cambiata e questo si riflette sulla scuola.
Enrico Folli
Solarolo (Ra)
Caro Avvenire, Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, le due professoresse vittime di accoltellamento da parte di alunni andrebbero premiate per il messaggio che trasmettono con le loro parole. Leggere pensieri di solidarietà rivolti alle coscienze dei giovani in formazione è qualcosa che ci tocca e fa comprendere che nella pietà che non cede al rancore si impara l’amore.
Daniele Mosconi
Fondi (Lt)
Cari lettori, l’aggressione, agghiacciante per le sue modalità, nella scuola media di Centocelle spinge a riflettere su numerose tematiche che intersecano la nostra società. In primo luogo, penso però vada espressa piena solidarietà all’insegnante presa di mira, al di là delle sue parole immediatamente dopo il fatto. I docenti hanno un ruolo chiave e sono un presidio indispensabile di cultura e cittadinanza: se diventano bersaglio di loro giovanissimi allievi, deve scattare un allarme che coinvolge tutti. Non stiamo parlando di uno spintone motivato da rabbia e frustrazione momentanee (atto, comunque, da condannare senza esitazione), ma di un macabro rito premeditato, che prevedeva un pubblico online, cui si offre d’essere spettatore di violenza gratuita in diretta streaming. Solo questo dovrebbe dirci la gravità e la pericolosità dei comportamenti che vengono veicolati sulla Rete, caro Folli, e che trovano fertile terreno in ragazzi che sembrano avere perso il senso della realtà insieme alle minime coordinate morali.
Non è successo solo a Roma, recentemente casi simili si sono registrati a Trescore Balneario e a San Vito Lo Capo, esattamente, Centro, Nord e Sud Italia. Nessuna zona franca: piccoli paesi e grandi città, basta uno smartphone per essere parte di un ambiente digitale dematerializzato che però crea effetti concreti e drammatici. Installare metal detector alle porte di tutti gli istituti del Paese per evitare l’ingresso dei coltelli sarebbe un ben triste rimedio, una certificazione dell’inefficacia delle pratiche educative, anche se la sicurezza va certamente garantita. Non dimentichiamo l’uccisione di Abanoub Youssef, diciottenne, accoltellato da un compagno all’Istituto professionale Chiodo, a La Spezia il 16 gennaio scorso.
Come reagire a queste esplosioni di violenza? Nella narrazione pubblica, oscilliamo tra due poli opposti. La comprensione e il perdono lodevolmente espressi dalle professoresse Chiara Mocchi e Isabella Marsilio, da una parte; dall’altra, l’invocazione di pene più severe, dell’abbassamento della soglia di imputabilità (l’accoltellatore tredicenne di Roma non è punibile) e modifiche al Codice penale già in cantiere per i minorenni. Sono entrambe posizioni di ampio richiamo mediatico, che suscitano discussione, ma rischiano di non lasciare traccia passata qualche settimana (se non si afferma prima qualche altro tema di richiamo).
Espressioni di misericordia di fronte a un ragazzino forse anche manipolato, che ha il diritto di non venire segnato a vita da un errore pur grave, aiutano a non alimentare sentimenti di odio e vendetta. Tuttavia, caro Mosconi, rischiano, pur nell’encomiabile buona intenzione di chi le esprime, di far apparire reati che vanno stigmatizzati senza indulgenza quali “marachelle” da superare in fretta. In realtà, sono gli esiti fortunatamente non tragici che hanno permesso questa lettura; ben diverso sarebbe stato se le ferite inflitte fossero risultate irreversibili o, addirittura, letali.
Ma neppure il solo inasprimento delle sanzioni pare offrire una risposta adeguata. Il tempismo dell’annuncio di misure governative volte a fissare un tetto agli alunni stranieri per classe e a vietare nelle scuole burqa e niqab dà inoltre la sgradevole impressione che il principale problema della scuola italiana sia la presenza di giovani che parlano altre lingue o hanno legami con culture diverse dalla nostra. Nessuno degli episodi richiamati risulta però spiegabile attraverso l’origine geografica degli alunni; a Centocelle, anzi, a fermare l’aggressore è stato uno studente originario della Repubblica del Congo. Anche qui, ovviamente, va evitata una retorica consolatoria che ignori le difficoltà reali e finisca con l’alimentare nuove tensioni.
Dobbiamo intraprendere una direzione diversa, che riporti la scuola al centro del dibattito pubblico con serietà ed equilibrio. E che abbia il coraggio di indicare l’elefante nella stanza: genitori e famiglie troppo spesso “ciechi” e accomodanti, che faticano ad assumersi il carico impegnativo di un’educazione all’attenzione e al rispetto dell’altro. Insomma, caro Folli e caro Mosconi, non necessariamente i tempi andati erano migliori. Certo, però, quelli attuali, che corrono rapidi e tumultuosi, ci chiedono un sovrappiù di cura e discernimento, parole e concetti che non godono, all’apparenza, di grande popolarità.

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Lettura e Vangelo del giorno 22 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro dei Proverbi
Prv 21,1-6.10-13

Il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.
Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta,
ma chi scruta i cuori è il Signore.
Praticare la giustizia e l’equità
per il Signore vale più di un sacrificio.
Occhi alteri e cuore superbo,
lucerna dei malvagi è il peccato.
I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto,
ma chi ha troppa fretta va verso l’indigenza.
Accumulare tesori a forza di menzogne
è futilità effimera di chi cerca la morte.
L’anima del malvagio desidera fare il male,
ai suoi occhi il prossimo non trova pietà.
Quando lo spavaldo viene punito, l’inesperto diventa saggio;
egli acquista scienza quando il saggio viene istruito.
Il giusto osserva la casa del malvagio
e precipita i malvagi nella sventura.
Chi chiude l’orecchio al grido del povero
invocherà a sua volta e non otterrà risposta.
Salmo Responsoriale

Dal Sal 118 (119)

R. Guidami, Signore, sul sentiero dei tuoi comandi.

Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Fammi conoscere la via dei tuoi precetti
e mediterò le tue meraviglie. R.

Ho scelto la via della fedeltà,
mi sono proposto i tuoi giudizi.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore. R.

Guidami sul sentiero dei tuoi comandi,
perché in essi è la mia felicità.
Osserverò continuamente la tua legge,
in eterno, per sempre. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,19-21

In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

In Germania l’ideologia etno-nazionalista si infiltra nelle campagne dell’Est. Ispirando anche diversi esponenti di punta dell’estrema destra tedesca

Vista dall'alto su un lago circondato da alberi e da abitazioni

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Krakow am See, paese del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, una delle aree di insediamento del movimento völkisch ©Niteshift / Wikimedia Commons
Indossano camicie di lino, pantaloni in pelle o gonne al polpaccio. Ai figli raccontano le fiabe dei fratelli Grimm e i miti della letteratura norrena. Lontani dai riflettori della grande città, si trasferiscono nelle brughiere dell’ex Germania Est e lì costruiscono le loro case. Danno nuova vita agli attrezzi, lavorano i terreni incolti, risanano fattorie in disuso. Amano la natura, ma odiano le persone. Nel suo saggio Naturliebe und Menschenhass (“Amore per la natura e odio per le persone”) la giornalista Andrea Röpke descrive il fenomeno völkisch, l’anima più nera – o meglio, più bruna – dell’estrema destra tedesca: una corrente neonazista camuffata da sensibilità ecologica, che dal 2013 ha trovato uno sbocco politico nell’AfD. Negli ultimi anni, decine di villaggi rurali sono stati colonizzati dagli adepti del movimento, che si ispira a un’ideologia etno-nazionalista nata in Germania tra il XIX e il XX secolo e poi assorbita dall’hitlerismo. Tra questi rientrano alcune località del Meclemburgo-Pomerania e della Sassonia-Anhalt, dove il partito di Alice Weidel ha ottenuto risultati elettorali storici che preoccupano il governo di Berlino. Una volta insediati nelle campagne tedesche, il primo approccio dei völkisch è il mimetismo. Si presentano come semplici ecologisti, dediti a uno stile di vita legato ai valori della terra. Sono alternativi, ma si integrano nel tessuto sociale e per questo vengono visti di buon occhio dalle amministrazioni locali. Recuperano gli antichi mestieri che nessuno vuole più fare e si inseriscono nelle associazioni, nelle società sportive, nei vigili del fuoco. Seguendo una strategia culturale per lungo tempo prerogativa della sinistra, creano una rete di iniziative dal basso e finiscono così per egemonizzare la vita dei villaggi. Fino a quando, a un certo punto, qualcuno non tradisce la vera natura che si cela dietro al proprio impegno sociale.
L’ideologia völkisch si basa sul mito sciovinista del Blut und Boden, “sangue e suolo”, ovvero su una definizione etnica e biologica del popolo tedesco. I genitori indottrinano i bambini all’odio razziale e antisemita, imponendo loro una rigida disciplina per evitare che la democrazia li “rammollisca”. L’addestramento inizia con le gelide notti invernali trascorse in stanze non riscaldate e prosegue con la frequentazione di campi paramilitari in cui i ragazzi imparano a usare le armi e si abituano a strisciare nel fango come se fossero in trincea. Oggi il fenomeno degli “econazisti” riguarda poche migliaia di persone che vivono in territori periferici, ma non per questo è da sottovalutare. Se è vero che solo una parte degli elettori dell’AfD aderisce alla corrente più radicale, è vero anche che molti degli esponenti di punta del partito non nascondono il proprio legame con l’ideologia völkisch: primo tra tutti Ulrich Siegmund, il governatore in pectore della Sassonia-Anhalt, che rifiuta ogni tentativo di “melonizzazione” e resta fedele al cuore più “bruno” del suo partito.

Assemblea Onu / Giovedì tocca a Netanyahu: in cima all’agenda c’è anche un’intesa sull’IA. Spiccano le assenze di Merz e Meloni, oltre a quelle dei capi di Stato e di governo di Cina, India e Sudafrica

La sfilata dei leader all'Assemblea Onu: chi ci sarà e chi no, di cosa si parlerà

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L’apertura della 80esima Assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 settembre 2025 / REUTERS/Jeenah Moon/File Photo
Si apre oggi in «un’era di profonda incertezza», come ha detto il segretario generale António Guterres, il dibattito generale dell’81esima Assemblea delle Nazioni Unite. Mentre i leader mondiali – con molte defezioni – si alterneranno sul palco del Palazzo di Vetro, però, la vera diplomazia si terrà lontano dai riflettori, nel corso degli incontri bilaterali a margine dei discorsi di New York e a Washington. È nella capitale americana infatti che Donald Trump incontrerà giovedì Xi Jinping, per un nuovo, attesissimo summit. È proprio il timore di tenere discorsi poco seguiti di fronte a una sala semivuota ad aver tenuto lontani molti protagonisti della scena internazionale: oltre a Xi, mancheranno il premier indiano Narendra Modi, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Al centro delle discussioni ci saranno anzitutto i conflitti aperti, dalla guerra in Ucraina, entrata nel quinto anno, a quella a Gaza, fino alle ostilità tra Stati Uniti e Iran, al settimo mese, che hanno fatto impennare i prezzi del petrolio e sconvolto i traffici negli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandeb, e senza dimenticare il conflitto in Sudan. Ma pochi si aspettano vere svolte. Nonostante le dichiarazioni di unità che sicuramente accomuneranno molti interventi in Assemblea, infatti, il Consiglio di Sicurezza, il vero organo decisionale dell’Onu, è paralizzato dalle divisioni tra i suoi cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito.
E le riforme sono improbabili in un contesto in cui l’Onu stessa fatica a restare in piedi dopo essere sopravvissuta a un collasso finanziario e ai tagli di Washington (che deve all’organismo ancora 1,3 miliardi di dollari). Non a caso il tema scelto quest’anno è “Ripristinare la fiducia”, a partire dal quella in un’organizzazione che affronta interrogativi sulla propria stessa utilità e i continui attacchi del presidente statunitense.
Eppure Trump non ha rinunciato al suo turno di padrone di casa: questa mattina aprirà la sfilata dei leader davanti a un mondo scosso dai suoi dazi e dalla sua offensiva contro l’Iran e dopo aver gelato l’assemblea un anno fa con la certezza che «i suoi Paesi stanno andando all’inferno». Sempre in mattinata interverranno il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente francese Emmanuel Macron. Sullo sfondo c’è anche la successione dello stesso Guterres. Il Consiglio di Sicurezza non ha ancora trovato un’intesa fra i sette candidati rimasti, dopo il ritiro dell’ex presidente cilena Michelle Bachelet. In pole position la costaricana Rebeca Grynspan, anche perché per tradizione toccherebbe all’America Latina avere il prossimo segretario generale e molte delegazioni spingono per la prima donna al vertice. Fra gli interventi più attesi quello dell’iraniano Massud Pezeshkian, che si è presentato con una delegazione ridotta a causa dei visti negati a molti dei suoi, e di Volodomyr Zelensky, che implorerà il mondo di non dimenticare l’Ucraina. Proprio al presidente ucraino Trump, con il quale avrà un faccia a faccia, ha chiesto ieri di sospendere gli attacchi alle raffinerie russe, che a suo dire fanno salire i prezzi del diesel e alimentano la carenza globale.
Giovedì parleranno il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in piena campagna elettorale, a difesa del suo operato su Iran e Gaza, e (in video, per il secondo anno, dopo il rifiuto del visto americano) il palestinese Abu Mazen. Anche quest’anno l’Onu rilancerà la proposta dei due Stati (oggetto giovedì di una sessione promossa da Francia, Regno Unito, Canada e Arabia Saudita) ma più in sordina. Attesa anche la venezuelana Delcy Rodríguez, al debutto dopo la cattura di Nicolás Maduro. Per la prima volta nella sua storia, inoltre, l’Assemblea ha messo in cima all’agenda l’intelligenza artificiale, cercando un’intesa globale per porvi dei limiti. Guterres l’ha annoverata tra le «tre minacce esistenziali» del nostro tempo, insieme alla crisi climatica e all’aumento delle disuguaglianze.

Scuola / Il tetto del 30% di stranieri in classe e la “fuga dei bianchi” dalle periferie: i casi di Milano, Torino e Prato

Il tetto del 30% di stranieri in classe e la "fuga dei bianchi" dalle periferie: i casi di Milano, Torino e Prato

Alcuni bambini figli di persone straniere, nel loro primo giorno di scuola presso la scuola Carlo Pisacane a Roma / ANSA
La stretta di Meloni sulle “classi ghetto” si è già scontrata con le difficoltà di un lunedì di rientro a scuola. In una prima elementare del “Pezzani” di Corvetto, nella periferia milanese, gli studenti italiani in classe ieri erano solo quattro su quindici. In alcune aule del “Mascagni” di Prato, il numero scende a due su venti. Dal palco di Gioventù nazionale, i giovani di Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio aveva annunciato domenica che uno squilibrio del genere non sarà più tollerato: una legge, in discussione al Consiglio dei ministri forse già tra giovedì e venerdì, imporrà a ogni scuola di non superare il tetto del 30% di alunni stranieri. In realtà, è un obbligo che vale dal 2010, quando una circolare dell’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini aveva imposto lo stesso limite. Eppure, per 16 anni, la direttiva è rimasta di fatto carta straccia. «Negli istituti comprensivi è impossibile rispettare una legge del genere – ammette Mario Battiato, dirigente scolastico del “Gandhi” di Prato –. Come posso rifiutare l’iscrizione di un bambino e spedirlo all’altro capo della città?».
La proposta di Meloni, a cui il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara lavora da oltre un mese, non dovrebbe riguardare tutti gli studenti stranieri in Italia, che rappresentano oltre l’11% del totale. Al momento pare che dal decreto legge saranno esclusi tutti gli alunni con passaporto europeo e quelli che mostrano buone conoscenze di italiano. Di fatto, la misura coinvolgerà solo un alunno straniero su tre. La maggior parte di loro vive al Nord: un quarto in Lombardia, un altro 12% in Emilia-Romagna e l’11% in Veneto.
«A Milano il rischio delle “classi ghetto” esiste. Ma è un problema che nasce più dalla “fuga dei bianchi” più ricchi, che lasciano le scuole di periferia sole e povere», spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6. Nel capoluogo lombardo, le scuole che già non rispettano la “circolare Gelmini” sono almeno 35: in 24 elementari e in 11 medie, il numero di iscritti di origine straniera supera il 50%. Quasi tutte si trovano in quartieri periferici: «Se un dirigente di una scuola del centro chiede un contributo volontario da 50 euro, lo ottiene da tutti. Nei luoghi marginalizzati da nessuno».
Ma lo stigma verso le scuole a maggioranza straniera non trova conferma nelle prove Invalsi. Se, per ovvi motivi, le competenze in Italiano sono molto più basse tra gli alunni con background migratorio, non vale lo stesso per Matematica e Inglese. Nella prima, il divario si assottiglia man mano che si accumulano anni di studio. Per quanto riguarda la lingua straniera, invece, sono gli italiani a dover colmare un divario con gli alunni stranieri. «I voti degli stranieri che fin da piccoli hanno studiato in Italia, alle fine della terza media, sono più alti di quelli degli italiani», spiega Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi. Nella sua circoscrizione 5 di Torino, la terza città per studenti stranieri in Italia dopo Milano e Roma, «la metà delle aule supera il tetto del 30%». Ma gli studenti che non parlano italiano sono comunque pochi. In generale, la percentuale delle classi che mostra livelli critici di apprendimento dell’italiano si attesta ad appena lo 0,6% su scala nazionale.
Alle scuole superiori, secondo i dirigenti scolastici, applicare il limite al numero di stranieri per aula sarà ancora più difficile. Nelle città che non offrono più di una scuola per indirizzo, il tetto rischia di scontrarsi con l’obbligo costituzionale di una scuola «aperta a tutti». «A Prato è così – spiega il dirigente Battiato –. Per molti indirizzi c’è un solo istituto: cosa succede se supera il tetto del 30%? Chi arriva tardi non ha diritto a studiare quelle materie?». Ostacoli simili, secondo il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli, valgono per elementari e medie: «La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere. Se in quella zona sono maggioritari gli stranieri, li mandiamo via?». La soluzione, per il preside del “Gandhi” di Prato, dove la popolazione studentesca è un terzo del totale e in alcuni istituti sfiora il 65%, è il potenziamento dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri: «Da anni organizziamo corsi con le risorse del Comune. Ma sono scarse. Servirebbero classi “polmone” per fare solo Italiano con i nuovi arrivati». Alla richiesta dei dirigenti fanno eco i sindacati: «Se aumentano le iscrizioni di stranieri, devono aumentare i docenti specializzati – reclama Marcello Pacifico, presidente di Anief –. Ci aspettiamo risorse per l’istruzione».
Sul divieto di burqa e niqab in classe proposto da Meloni, infine, le perplessità di chi opera nelle scuole al momento sono poche. Il velo integrale, secondo una rilevazione di Tecnica della scuola, è indossato da una studentessa su 660 in Italia.
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Le nostre città diventano alte per chi ha ancora il coraggio di abbracciarsi

Fede radicale

Addosso un senso profondo di fallimento. Non sono a casa mia, purtroppo. Mi sono lasciato condurre in un’altra città per condividere pensieri sul Vangelo. Ma ho sbagliato, ancora. Non ho capito il contesto, non vedevo l’ora che tutto finisse: lingue troppo diverse. Non resta che lasciarmi alle spalle anche questa esperienza, questa città che ha deciso di guardarmi con occhi che ho percepito ostili, e cercare un bosco. Lo trovo. Alberi. Silenziosi. Imbocco un sentiero sperando che il cammino mi liberi almeno un po’ da questa sensazione di non essere all’altezza delle attese della gente. Antico problema. Salgo. Intorno a me non i castagni stanchi del mio Appennino, non i tronchi sdraiati come cadaveri, non le cortecce aperte come ferite, non i tronchi fratturati da violenti temporali, non l’abbandono. Qui tutto è più ordinato: faggi, abeti di montagna, sentieri ben visibili, spazi pensati per la sosta. E infatti c’è gente qui, in cerca di respiro.
Io cammino. Vorrei disincagliarmi dai pensieri, dai volti, da alcune frasi che mi hanno raggiunto con durezza; vorrei, ma più ci penso più i pensieri mi stritolano come un serpente attorno al cuore. Poi però li vedo. Sono due ragazzini. Sono giovanissimi e stanno abbracciati su una coperta in mezzo a un prato. Punto. Non posso sapere i loro pensieri, non intuisco i loro discorsi: solo stanno, così, e quello stare mi riempie il cuore di pace. Sento una distanza siderale tra le nostre proposte parrocchiali, ancora tanto indirizzate al fare, e quei due ragazzini, la loro liturgia che non chiede niente se non di essere lasciata in pace. Poco prima avevo parlato dell’importanza di uccidere il proprio ego. O rinnegare se stessi, per stare nel solco del Vangelo. Avevo ricevuto commenti duri e silenzi ancor più taglienti, come se il mio fosse stato un invito al disimpegno, a persone impegnate da una vita per la causa.
Eppure mi era sembrato d’essere stato così chiaro! Sì, ma per spiegare agli altri l’uccisione dell’ego io mi sono dovuto esporre, ho dato una mia interpretazione del Vangelo, ho portato a supporto poesie e testi che parlavano a me, mi sono impegnato. Insomma: troppo me. Avrei forse dovuto prenderli per mano, uno a uno; avrei dovuto accompagnare tutte le persone a camminare con me nei boschi. Senza dire niente. Sarebbe stata esperienza anche vagamente zen e quindi, immagino, più apprezzata. Poi avrei chiesto loro di guardare in silenzio quei due ragazzi. Chi avrebbe visto in loro solo una perdita di tempo, un egoistico separarsi dal mondo, un disimpegno verso i poveri, si sarebbe fatto una diagnosi da solo.
Mentre penso a questa ipotesi rido di me, sto ancora predicando. I due ragazzi forse si accorgono di essere guardati. Con velata timidezza mi guardano, sorrido, sorridono. Silenziosamente li ringrazio. Continuo a camminare. Non sono riuscito a depositare del tutto l’amarezza ma mi hanno aiutato. Mi incolpo ancora d’aver parlato di una via troppo radicale al Vangelo a persone che hanno la loro legittima strada. Io so la distanza tra la mia mediocrità e il sogno, però è l’unica via che mi pare percorribile per non ridurre il Vangelo a un’antropologia fatta di buoni sentimenti. Respiro profondamente, ancora. Provo a lasciar andare i pensieri, per l’ennesima volta. Tento una preghiera. Chiedo al Risorto di farmi capire come possa io stare nella trama delle città, soprattutto delle città religiose, delle piccole città fatte da persone che vivono un’etica cristiana e appartengono a gruppi ecclesiali, senza far loro male. Senza provocarli.
Chiedo al Risorto di aiutarmi a capire se devo scendere nelle trame della città oppure se è meglio che io stia altrove. Perso in questi pensieri, troppo acerbi per avere senso, perso in questo groviglio di domande che non hanno l’ambizione di arrivare a nessuna risposta, vedo, ancora dall’alto del mio sentiero, una seconda giovane coppia. Sono bellissimi. L’immagine è toccante. Sono abbracciati anche loro. Ma sono in piedi, al cospetto di un albero centenario protetto da una staccionata. L’albero è altissimo, maestoso ed elegante, e i due ragazzi sono ai suoi piedi. Abbracciati. Maestosi ed eleganti. Anche loro. I due ragazzi si stringono e stanno lì, come a cercare la benedizione dell’Eterno. Stanno. Solo stanno. In silenzio, e si abbracciano. Questa è fede radicale. Fede radicale è una fede che ha radici. Che lezione per me, per la mia logorroica mania di voler spiegare Dio. Che lezione anche per il gruppo da cui sono fuggito, che lezione silenziosa e maestosa: le nostre città diventano alte per chi ha ancora il coraggio di abbracciarsi ai piedi di un albero.
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In carcere Mario Adinolfi

Provocatorio fino all’ultimo, anche mentre viene arrestato, Mario Adinolfi posta sui social: “Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano a subire questo tipo di arresto”. Poco dopo, la Guardia di finanza lo trasferirà a Regina Coeli.

L’accusa è quella di aver violato più volte il divieto di usare cellulari e computer durante gli arresti domiciliari. Con cadenza quotidiana pubblicava sulla sua newsletter 49 articoli a sua firma, si legge nelle carte, e poi 23 post sul suo account Facebook. Violazioni segnalate dall’avvocato di alcune delle vittime di Adinolfi, quelle che avevano denunciato le presunte truffe subite dal politico e giornalista, alla base dell’inchiesta che lo ha portato ai domiciliari il 7 luglio scorso.

È indagato anche per evasione fiscale. “Non sono né un truffatore né un lestofante”: lui si era difeso così. Adesso a parlare sono i suoi avvocati. “Il carcere è una decisione che spaventa”, dicono. Quelli di Adinolfi erano solo commenti a fatti di attualità.

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