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Tradurre Dante oggi: tra ritmo, forma e lingua prima

Tradurre Dante oggi: tra ritmo, forma e lingua prima

Pubblichiamo un testo che che il poeta e traduttore francese Jean-Charles Vegliante ha scritto per il festival “Ritratti di Poesia”, che si terrà oggi all’Auditorium Conciliazione di Roma – per la 19ª edizione – con più di 50 ospiti dall’Italia e dal mondo tra cui Jorie Graham, Grant Snider, Vittorio Lingiardi, José Tolentino de Mendonça, Koike Masayo, Wanda Marasco e i 12 finalisti del Premio Strega Poesia.
Un Dante francese ha preso forma in me, tanti anni fa, quasi per generazione spontanea (il buon Pasteur mi perdoni): ma da subito guidata appunto dalla necessità formale. Ferrea necessità della forma, soprattutto riguardo al ritmo; fondamentale per tenere a bada il flusso trascinante della narrazione (e quale narrazione, nel caso!) – mai intralciata qui però, come avviene al solito, dalle cosiddette forme chiuse. La geniale invenzione della terza rima insomma… non a caso ignorata dalla tradizione francese, salvo rare formule più o meno vicine, alternative «da Rutebeuf a Rimbaud» come poté esemplificare Benoît de Cornulier, in quanto non propriamente “strofe”. La forma, quale parapetto garde-fou, e insieme tentativo forse illusorio di risalita a monte, in direzione delle mie stesse origini (di qui il mio primo titolo Vers l’amont Dante, una breve plaquette del 1986). Alla lettera, ho creduto di ritrovare così la mia lingua prima, e perduta, nella Commedia dantesca. Ma la risalita, me ne sono accorto dopo, servì anche a ritrovare una certa disponibilità al canto, al libero dettato poetico, indipendentemente dalla cronaca personale che interessa in fondo solo me.
Credo infatti che la nostra lingua primordiale, nativa, anteriore alla cosiddetta “materna” (sentita già dal feto umano, e quindi acquisita a poco a poco dopo la nascita), non è propriamente una lingua, ma piuttosto un’aspirazione al linguaggio, allo scambio intersoggettivo, all’incontro: epperò abbiamo, come umani, in fondo o in nuce tutti la stessa lingua (o non-lingua). Un identico impulso a comunicare. Essa sussiste in noi, a monte dei diversi idiomi presi in prestito, imparati con i propri genitori: essa potrebbe essere – se non “la” lingua in sé, o lingua adamica – almeno quasi un orizzonte di essa, ideale e reale, incarnato nella poesia universale. Detto tra parentesi, proprio essa fa sì che, fondamentalmente, TUTTO sia traducibile. Un orizzonte della lingua-poesia per meglio dire; o «pura lingua» nascosta dentro l’espressione di ogni (verace) poesia, come ebbe a scrivere già Walter Benjamin (‘die reine Sprache’), a proposito (guarda caso) della traduzione. Pur sempre un «orizzonte in fuga» però (il sintagma è di Montale), da inseguire nella distanza, come appunto quella non-lingua fuggevole, sempre presente dietro, o sotto, dentro l’idioma singolare, di per sé separato (un ’ìdios sarebbe appunto il “particolare”), culturalmente impresso e segnato, diventato primario, caratteristico in / di ognuno di noi.
La lingua appariscente, ufficiale (sia pure con tutte le sfumature diastratiche diafasiche e altre), “una” almeno in superficie, sarebbe in fondo sempre lingua di altri: della famiglia, della scuola, del ceto o giro sociale, della nazione e via dicendo. La “mia” sola lingua, infine, non mi appartiene, o solo come prestito d’altri. E il poeta, forse, per converso, è colui che cerca di sfondare tale schermo estraneo della propria lingua per attingere a quel linguaggio più personale, nuovo e insieme antico (anzi di una archè dimenticata), anteriore ai comuni «mots de la tribu» (Mallarmé). Alcuni spingono addirittura tale sforzo o ricerca fino all’arcano (inaccessibile ai non iniziati) oppure a un’utopia adamica prestorica (il principio di tutto: ’En àrchè èn ò lògos), col rischio di non essere letti affatto, fuori della cerchia amica. Altri pensano che appunto «la lingua ci precede» (Nanni Cagnone), quale oceano per il nuotatore scrittore. Ovviamente, il cammino praticabile – pur sempre sociale – rimane per lo più al di qua, così come è al di qua della musica (asemantica), quasi risultante dal compromesso tra non-lingua ideale e lingua di tutti, immersa nei rinnovati «mots de la tribu». Un uso della lingua mia e non mia, originale e condivisa, personale-politica: un compromesso, se si preferisce, e funzionale. In tale prospettiva, credo, si è parlato qualche anno fa di “classici del Novecento”, compresi quei poeti di chiaro spinto sperimentalismo: per intenderci, dalla rivista “Officina” ai Novissimi a Zanzotto o Majorino. Comprese, a contrario, le ricerche in direzione di una polifonia poetica, stili e lingue e rimandi alla tradizione: nelle quali – se mi è concesso – si riconosce anche l’autore di questa nota e di una raccolta come Rauco in noi un linguaggio (InternoPoesia 2022, trad. Mia Lecomte), io. Di poi, con l’avvento brutale dei social, forse ormai si apre un nuovo periodo buio di chiacchiericcio inutile, riciclato/deriso/lodato in continuazione, ad nauseam; e controllato da pochi potenti della tecnosfera universale.
Detto questo, se veniamo alfine alla traduzione vera e propria, soprattutto di un classico già abbondantemente tradotto, ci si trova davanti a una lingua radicalmente altra che bisogna in ogni caso rispettare e cercare di riflettere per quanto possibile nella diversa “accademia” della lingua di destinazione. Manco a dirlo, proprio entro i limiti del ritmo sovrano – costretti però dalla stringa metrica almeno nelle nostre lingue sillabiche europee –, la prima esigenza è comunque la conoscenza non superficiale, anzi filologica del sistema linguistico-culturale di partenza. Siamo al corrente di versioni poetiche notevoli, ottenute da chi – poeta – non aveva tali e tante competenze, ma esse sono davvero eccezioni che (ci si passi il bisticcio) non fanno testo; e, in fondo, procedono da un altro tipo di discorso. Per il resto, un lungo studio sia del materiale originario, sia della tradizione esistente in lingua di partenza e nella ricezione (comprese le traduzioni più rilevanti: in breve, per la Francia, si ricordino almeno Masseron, Pézard, Scialom e Risset), diciamo meglio una lunga frequentazione con la possibilità di “duplice appartenenza”, mi pare assolutamente necessaria. Nel caso presente, con la lunghissima tradizione che ben sappiamo, la traduzione diventa spesso, per lo meno in alcuni passi famosi (Paolo e Francesca, ultimo viaggio di Ulisse, la donna “in-forme”, incontro di Guido Guinizzelli, agnizione di Cacciaguida, preghiera alla Vergine e via dicendo), una ritraduzione: non respinta o pensata “contro”, ma riconosciuta e assunta come tale.
Per quanto mi riguarda, dopo lunghe esitazioni e prove diverse – mi si consenta di citare la combinazione alterna di versi di 11 e 9 posizioni nell’antico Vers l’amont Dante già menzionato –, la scelta del raro hendécasyllabe (così l’inizio assoluto: À la moitié du chemin de notre vie, 4 + 3 +4) si è imposta quasi naturalmente. Detto tra parentesi, la medesima scelta è stata adottata in seguito per i versi della Vita nova presso i Classiques Garnier (2011 e 2024), ove però si alternano 11 e 6 posizioni per i rispettivi endecasillabi e i settenari danteschi. Devo aggiungere che in altri contesti, uso pure il verso décasyllabe di 10 per rendere l’endecasillabo italiano di cui sarebbe l’equivalente (mettiamo, in G. G. Belli, “Le Pape, ce Sous-Dieu, notre Seigneur”…), in maniera, diciamo così, più prevedibile. A dare sia pure allusivamente la concatenazione della terza rima, siccome non cerco mai di forzare una rima – essa viene comunque spontanea in lingue affini come l’italiana e la francese, e non va allora rifiutata –, ho tentato un tipo nuovo di concatenamento: ogni due terzine, tramite la successione a contatto di due versi tradizionali, ben riconoscibili dunque, di 10 posizioni (décasyllabes). Ancora il blocco d’inizio: À la moitié du chemin de notre vie / je me retrouvai par une sylve obscure, / où la voie droite avait été perdue. / Ah, qu’il est dur de dire ce qu’était / cette sylve sauvage et âpre et violente / qui dans ma pensée renouvelle la peur ! / Elle est si amère... e via di seguito (11 11 10, 10 11 11, 11…), fino all’explicit del celeberrimo verso 14 233: l’amour qui meut le soleil et les étoiles. E credo davvero che ho abusato già, fin qui, della vostra pazienza.
Avvenire

Educare all’AI senza smarrire l’umano

di: Emanuele Pascuzzi

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Nel nostro tempo c’è una parola che allo stesso tempo affascina e inquieta: intelligenza artificiale.

Le sue promesse sono note: velocità, efficienza, capacità di elaborare quantità di dati che la mente umana non potrebbe contenere. E tuttavia, proprio mentre le macchine diventano sempre più sofisticate, emerge una domanda più profonda: che cosa significa essere umani?

A questa domanda ha offerto spunti di riflessione interessanti il convegno «Educarsi all’AI o educare l’AI?», svoltosi lo scorso mercoledì 1 aprile presso Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati (vedi qui la registrazione integrale del convegno). L’iniziativa ha riunito studiosi e rappresentanti delle istituzioni per interrogarsi sul ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi educativi e nella società contemporanea.

Aprendo i lavori, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha sottolineato come il vero rischio non sia l’uso della tecnologia in sé, ma il suo uso inconsapevole. Senza una solida educazione digitale, ha osservato, si corre il pericolo di affidarsi all’algoritmo rinunciando a quello spirito critico che rende possibile una decisione davvero libera e responsabile.

L’educazione alle nuove tecnologie appare dunque come una delle sfide decisive del nostro tempo. Promuovere competenze adeguate significa non solo preparare le giovani generazioni al mondo del lavoro, sempre più segnato dalla trasformazione digitale, ma anche evitare nuove forme di esclusione sociale. In questo senso, la formazione diventa uno strumento di giustizia e di partecipazione.

Allo stesso tempo, la tecnologia non può essere pensata come un sostituto dell’uomo. «L’intelligenza artificiale – ha ricordato Fontana – deve restare uno strumento al servizio della persona, capace di potenziarne le capacità senza prenderne il posto».

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La riflessione si collega a un interrogativo più ampio, che riguarda la natura stessa dell’intelligenza umana.

Al convegno romano è intervenuto anche il linguista Andrea Moro, che ha tenuto una lectio magistralis organizzata con la collaborazione della Accademia Nazionale dei Lincei. Il linguaggio umano, ha ricordato lo studioso, non è soltanto uno strumento per trasmettere informazioni: è il luogo in cui nasce il significato, dove le parole diventano relazione e possibilità di comprensione reciproca.

Una macchina può generare una frase corretta. Ma comprendere davvero ciò che quella frase significa per la vita di una persona resta un’esperienza profondamente umana.

Qui emerge una distinzione essenziale. Gli algoritmi possono individuare la soluzione più efficiente a un problema, ma non possono assumersi il peso morale delle scelte. Possono analizzare dati e probabilità, ma non conoscono esperienze fondamentali come la responsabilità, il perdono o la libertà.

Il rischio, allora, non è che le macchine diventino troppo simili agli uomini. Il rischio più sottile è che gli uomini finiscano per diventare troppo simili alle macchine.

Quando lasciamo che siano gli algoritmi a suggerire cosa leggere, cosa acquistare o persino quali relazioni coltivare, rischiamo di rinunciare lentamente alla fatica della libertà. Eppure è proprio quella fatica a rendere autentica la vita umana. L’uomo non è soltanto una mente che elabora informazioni: è una coscienza che sceglie, una libertà che si assume responsabilità, una fragilità che impara attraverso l’esperienza.

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In questa prospettiva, educare all’intelligenza artificiale significa anche educare al discernimento. Non si tratta di frenare il progresso tecnologico, ma di orientarlo verso il bene della persona e della comunità.

Proprio su questo punto si inserisce il richiamo più volte espresso da Papa Francesco, che ha invitato a non separare lo sviluppo tecnologico dalla crescita della responsabilità etica. Il progresso, ha ricordato più volte Francesco riferendosi all’intelligenza artificiale, deve rimanere sempre al servizio della dignità umana e del bene comune, evitando che la tecnica diventi un potere impersonale capace di condizionare la libertà delle persone.

In fondo, la questione riguarda il modo in cui l’uomo comprende se stesso. L’intelligenza artificiale funziona riducendo errori e incertezze; la vita umana, invece, cresce spesso proprio attraverso i suoi limiti. È nei limiti che nascono la creatività, la responsabilità e la libertà. Una macchina perfetta non ha bisogno di scegliere. Un uomo sì.

Per questo la vera sfida del nostro tempo non consiste soltanto nel costruire macchine sempre più intelligenti, ma nel custodire la profondità dell’intelligenza umana: quella che sa interrogarsi, cadere, rialzarsi e trasformare anche la fragilità in occasione di crescita. In un mondo sempre più automatizzato, la vera innovazione non sarà soltanto tecnologica. Sarà restare pienamente umani.

Settimana News

La veglia di preghiera per la pace presieduta dal Papa si terrà l’11 aprile alle 18

Papa Leone XIV alla veglia di preghiera per la pace dello scorso ottobre

Lo riporta un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, che specifica come il momento di orazione si terrà nella Basilica di San Pietro e sarà aperto alla partecipazione di tutti i fedeli

Vatican News

“Nel corso dell’udienza generale di questa mattina”, 8 aprile, Papa Leone XIV “ha rinnovato a tutti i fedeli l’invito a unirsi a lui in un momento di preghiera per la pace, che si terrà nella Basilica di San Pietro sabato 11 aprile 2026, alle ore 18.00”. Lo riporta un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, che fa seguito all’annuncio fatto dal Pontefice la mattina di Pasqua, nel corso del tradizionale messaggio per l’Urbi et Orbi. +

Il momento di orazione, recita ancora il testo, sarà presieduto dal Papa e sarà aperto “alla partecipazione di tutti i fedeli”. Il rinnovato appello di questa mattina ad unirsi alla veglia di preghiera è avvenuto a seguito della “soddisfazione” e “viva speranza” espressa dal Pontefice per l’annuncio della tregua di due settimane in Medio Oriente.

Premio “Pontremoli – Città del Libro e della Famiglia”, i 18 testi selezionati

Premio "Pontremoli - Città del Libro e della Famiglia", i 18 testi selezionati

Il Forum delle Associazioni Familiari, in collaborazione con il Comune di Pontremoli e la Fondazione Città del Libro, ha annunciato la selezione dei diciotto testi che hanno superato la prima fase della V edizione del Premio Letterario «Pontremoli – Città del Libro e della Famiglia», la cui cerimonia finale si terrà il 4 luglio 2026 a Pontremoli (Massa-Carrara). Le segnalazioni pervenute sono state 107 e provengono in larga parte da lettori, famiglie e realtà associative, oltre che da autori e case editrici: un dato particolarmente significativo, che evidenzia come l’iniziativa sia radicata non solo nel contesto editoriale, ma soprattutto nel tessuto associativo italiano.
«Il fatto che siano i lettori stessi a promuovere i testi rappresenta un elemento distintivo – osserva Adriano Bordignon, Presidente del Forum delle Associazioni Familiari – il Premio nasce infatti dall’esperienza concreta delle persone e delle famiglie, che riconoscono nei libri proposti opere capaci di raccontare con autenticità le relazioni familiari, tra sfide e risorse». Tra le opere segnalate, il Comitato organizzatore ha individuato i diciotto testi selezionati, costituiti da opere di narrativa edite per la prima volta nel 2025, che accedono ora alla fase successiva di valutazione. I volumi saranno sottoposti all’esame della Commissione, composta da diciotto esperti e presieduta da Francesco Giorgino. Le opere offrono uno sguardo ampio e articolato sull’esperienza familiare contemporanea, affrontando temi quali le relazioni affettive, la genitorialità, le fragilità, il dolore, la crescita e la rinascita. Ne emerge una narrazione viva, profonda e non stereotipata, capace di restituire la complessità della famiglia e il suo valore umano e sociale. «Il Premio – aggiunge Bordignon – si conferma così come un’importante iniziativa culturale e sociale volta a promuovere una riflessione autentica sulla famiglia, intesa non solo come realtà privata, ma come soggetto sociale fondamentale, capace di generare legami, coesione e bene comune». Entro il 31 maggio 2026, la Commissione individuerà i sei libri che formeranno la sestina finalista, che accederà alla fase conclusiva.
  • Abbraccio di famiglia – Stefania Squarcini – Kimerik
  • Ballare sotto la pioggia – Famiglie, separazioni e rinascite – Grazia Ofelia Cesaro – Feltrinelli
  • Dalla pancia e dal cuore – Luca Russo – Città Nuova
  • Due anime – Legami che curano e cambiano la vita – Alice Canale – Erga
  • E se… – Elena Chimetto – Albatros
  • Fai un bel respiro e ascolta – Donata Maria Biase – Baldini+Castoldi
  • Fino all’ultimo respiro – Storia di Niko e di suo padre Toto – Niko Cutugno – Baldini+Castoldi
  • Il sorriso di Elena – L’amore è più forte – Andreea Porcilescu – Sperling & Kupfer
  • Io che ti ho voluto così bene – Roberta Recchia – Rizzoli
  • Le cinque pietre – Rosario Esposito – Edizioni 2SAVE
  • Nel cuore del figlio – Pierluigi Vito – Città Nuova
  • Scialacca – Kristine Maria Rapino – Sperling & Kupfer
  • Sette giorni per un matrimonio – Marina P. Floris – Albatros
  • Sorprendimi ancora – Roberta Azzola – Bolis Edizioni
  • Supereroi in affido – Storie di bambini accolti in famiglia – Daniele Racca – San Paolo
  • Tecla – Valeria Petrullo – GAEditori
  • Via Tabacchi – Mario Abrate – Impremix Edizioni
  • Vite sul filo del tempo – Il cuore grande delle donne – Caterina Arnoldi – Pathos Edizioni (Fonte: avvenire.it – segnalazione web a cura di Giuseppe Serrone e Albana Ruci)