Ricariche ultra-rapide e batterie di nuova generazione contro la concretezza delle architetture ibride europee. Ecco come la sfida tecnologica tra Cina ed Europa sta ridisegnando la mobilità globale

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Avvenire

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Avvenire


© RIPRODUZIONE RISERVATA




© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il Manifesto
Zelensky avverte l’Europa che l’abbandono dell’Ucraina porterà a una catastrofe umanitaria con 20 milioni di profughi, mentre il Vaticano cerca una tregua per Oleshky, nonostante la Russia continui i bombardamenti.

Cariche, lanci di sampietrini, gas lacrimogeni, fiamme, arredo urbano divelto e manganelli usati su giovani corpi. Da giorni Tirana è teatro di una protesta ad altissima intensità. La rivoluzione dei flamingo, dopo oltre 130 giorni ininterrotti di manifestazioni contro il governo e i suoi progetti di turistificare una riserva naturale, ha improvvisamente cambiato passo e ora è una rivolta sociale in piena regola guidata dalla Gen Z. Dalla piazza non arrivano più richieste di modificare leggi o rivedere piani urbanistici: il messaggio è che la misura è colma e il governo di Edi Rama, al potere da 13 anni e al suo quarto mandato, deve dimettersi perché è diventato simbolo di una trasformazione del paese che ha lasciato indietro molta, troppa gente.
NEL QUARTO GIORNO di mobilitazione la protesta studentesca si è allargata oltre la capitale. Universitari e studenti delle superiori hanno interrotto le lezioni e sono scesi in piazza anche a Lezhë, Laç, Shkodër, Burrel, Elbasan e Korçë. Nella capitale, intanto, la giornata è stata segnata da nuovi scontri, denunce di violenze della polizia e decine di persone portate via dagli agenti. La tensione era salita già nelle prime ore del mattino, quando poliziotti e persone in abiti civili con il volto coperto hanno picchiato e condotto in commissariato decine di giovani rimasti in piazza Skënderbej, alcuni dei quali inseguiti e bloccati mentre camminavano a volto scoperto nella piazza.
NONOSTANTE I DURI INTERVENTI della mattinata, i manifestanti si sono riorganizzati in gruppi numerosi e hanno raggiunto il ministero dell’Istruzione, dove la protesta è proseguita tra cariche, lacrimogeni e getti d’acqua. Qui, prima che iniziasse lo scontro, c’è stato anche un momento in cui i manifestanti hanno fronteggiato la polizia e provato a instaurare un dialogo: «Siamo qui per il futuro dei vostri figli, stiamo facendo questo perché è l’unico strumento che abbiamo per farlo andare via, se ne deve andare (Edi Rama), ci ha rovinato la vita», si sente dire da alcuni ragazzi che tentano di convincere gli agenti a cambiare fronte. Il passaggio però non avviene e continuano i fronteggiamenti.
L’ORMAI CONSUETO doppio appuntamento, tra mattina e primo pomeriggio al ministero dell’Istruzione e la sera davanti al Palazzo del Governo, è andato in scena anche ieri. Una massa di persone con fazzoletti sul volto e maschere antigas si è raggruppata sotto gli uffici del premier intorno alle sette di sera e da lì i disordini sono proseguiti fino a tardi.
EDI RAMA, a differenza di quanto accadeva al tempo dei fenicotteri, quando inondava i suoi social di meme, post derisori e dichiarazioni alla stampa, in questi giorni è insolitamente silenzioso. È intervenuto con un video pubblicato all’alba, sostenendo che i manifestanti si stiano piegando alle agende altrui, il riferimento è ai parlamentari dell’opposizione di Sali Berisha, che però nella realtà non stanno riuscendo davvero a capitalizzare le proteste. Rama ha anche ricondiviso il video della ministra dell’Istruzione Mirela Kumbaro, che faceva appello alle famiglie affinché richiamassero in casa i propri figli, vittime del plagio dei violenti.
Marjana Koçeku, unica deputata del Partito socialista ad aver abbandonato il gruppo di maggioranza dichiarandosi indipendente dopo la rivoluzione dei fenicotteri, continua in questi giorni a sostenere le proteste. «I parlamentari della maggioranza pubblicamente sono allineati alla linea ufficiale, cioè che i manifestanti sarebbero diretti dal nemico esterno. Questo perché c’è una frattura profonda tra la classe politica e il popolo albanese. Lavorano all’integrazione europea solo su un fronte burocratico ma non sanno più leggere le esigenze della società albanese, né tantomeno queste proteste», spiega Koçeku. «Nessun partito politico riesce ad approfittare delle proteste che rifiutano di avere leader, hanno un obiettivo preciso e finché non lo raggiungeranno andranno avanti».
Il Manifesto

balcanicaucaso.org
La manifestazione che si è tenuta il 13 ottobre a Tirana davanti al ministero dell’Istruzione si è trasformata in scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Gli studenti chiedono un’istruzione pubblica di qualità, migliori condizioni e le dimissioni del premier Rama. Il Comitato Helsinki albanese e l’Associazione dei giornalisti albanesi condannano la violenza ed esprimono preoccupazione per la sicurezza dei giornalisti
Pietre, ringhiere metalliche divelte dal marciapiede, finestre rotte, violenza, gas lacrimogeni e scontri tra manifestanti e polizia hanno caratterizzato la protesta studentesca di martedì 13 ottobre davanti al ministero dell’Istruzione a Tirana.
Decine di giovani si sono riuniti per protestare contro le condizioni delle università e dei dormitori studenteschi, il costo degli studi e la mancanza di prospettive per i giovani in Albania.
Alla protesta hanno partecipato anche attivisti e cittadini da mesi coinvolti nel movimento noto come “Rivoluzione dei fenicotteri“, iniziato a fine maggio in opposizione ai progetti di sviluppo nella zona di Zvërnec e poi estesosi a rivendicazioni politiche e sociali più ampie.
Inizialmente, i manifestanti hanno esposto striscioni e scandito slogan contro il governo. “Siamo qui per il sapere, non per le sciocchezze del governo”. Dopo circa un’ora, tuttavia, la situazione è degenerata: alcuni manifestanti hanno divelto ringhiere metalliche e lastre di pavimentazione e le hanno usate per colpire l’edificio del ministero. Sono state lanciate anche pietre e altri oggetti contro l’edificio, danneggiando finestre e la recinzione perimetrale. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nel cortile del ministero.
La polizia è intervenuta per disperdere la folla, usando gas lacrimogeni e getti d’acqua ad alta pressione. Gli scontri sono continuati anche dopo che i manifestanti hanno lasciato l’area intorno al ministero, mentre in serata la tensione si è estesa alle strade di Tirana.
Sono stati segnalati feriti tra i manifestanti, gli agenti di polizia e i giornalisti che seguivano gli eventi. Il primario del pronto soccorso dell’”Ospedale Traumatologico” ha dichiarato che un giovane di 19 anni è stato ricoverato in ospedale con una gamba rotta a causa delle violenze della polizia, e un diplomatico austriaco ha ricevuto cure mediche per ferite alla testa.
Secondo i dati ufficiali della Polizia di Stato, finora sono stati portati in commissariato 49 cittadini. Cinque agenti di polizia sono stati sospesi e l’Agenzia di vigilanza sulla polizia, in collaborazione con la Procura, ha avviato delle indagini.
L’escalation segna una svolta rispetto alle precedenti manifestazioni del movimento, che per mesi si erano svolte in gran parte pacificamente. Ciononostante, i manifestanti hanno sostenuto che la violenza non può essere separata dalla rabbia accumulata per la mancanza di risposte istituzionali e per la situazione generale del Paese.
“Ero una manifestante nel 2018 e oggi, nel 2026, sono qui per sostenere gli studenti e portare avanti ciò che hanno lasciato in eredità”, ha dichiarato Megi Marku, riferendosi alle proteste studentesche del dicembre 2018, caratterizzate da una mobilitazione di massa contro le tasse universitarie e le condizioni di studio.
Secondo lei, l’istruzione non è stata una priorità per i governi albanesi negli ultimi decenni. “Insieme agli studenti, crediamo che i giovani siano il futuro e che sia necessario investire di più su di loro”, ha affermato.
Marku ha aggiunto che i giovani dovrebbero avere l’opportunità di scegliere l’Albania come Paese in cui vivere e costruire il proprio futuro.
Per gli studenti, i problemi non si limitano alle infrastrutture universitarie, ma comprendono la disuguaglianza economica, le difficoltà nel finanziare gli studi e la mancanza di opportunità di lavoro dopo la laurea.
“I dormitori sono in condizioni pessime, non ci sono condizioni adeguate, non esiste un servizio educativo che possa garantirci un futuro, né domani né dopodomani. Le lauree che otteniamo dalle università non sono altro che passaporti per emigrare”, ha dichiarato lo studente Redjan Shkëmbi, che ha collegato la protesta studentesca al più ampio movimento degli ultimi mesi, sostenendo che i giovani dovrebbero essere in prima linea nelle richieste di cambiamento.
“Siamo qui per dimostrare che i giovani non si arrendono, siamo qui per dimostrare che i giovani non restano in silenzio e, soprattutto, siamo qui per dimostrare che siamo noi il futuro e che siamo noi a decidere, e nessun altro”, ha affermato Shkëmbi.
Laura Kërtalli, studentessa di architettura, ha dichiarato che i manifestanti chiedevano migliori condizioni nelle aule e nei dormitori, nonché un sistema più meritocratico in cui i risultati accademici si traducano in concrete opportunità di studio e di lavoro.
Ha sottolineato che questa protesta si differenzia da quella del 2018 perché gli studenti non vogliono negoziare con il governo. Secondo lei, le richieste devono essere accompagnate da cambiamenti reali, non solo da promesse.
L’insoddisfazione nei confronti del governo è stata espressa anche attraverso richieste di dimissioni del primo ministro Edi Rama. I manifestanti hanno collegato l’esodo dei giovani dal Paese alla mancanza di prospettive economiche e sociali.
“Il motivo principale per cui oggi siamo qui con gli studenti davanti al ministero dell’Istruzione è che chiediamo le dimissioni di Edi Rama, responsabile della fuga di massa dei giovani dal Paese, che svuota le aule universitarie e non offre alle persone, e ai giovani in particolare, l’opportunità di guadagnarsi da vivere nella propria terra”, ha dichiarato la manifestante Albina Ruko.
Un’altra questione sollevata durante la protesta riguarda i costi dell’istruzione superiore. Megi Mustafaraj, che ha conseguito un secondo master in Albania, ha contestato le rette più elevate che, a suo dire, gli studenti devono pagare per proseguire gli studi dopo aver ottenuto il primo master.
“La legge sull’istruzione superiore adottata nel 2015 mi considera una cliente, non una studentessa”, ha affermato, chiedendo “un’istruzione pubblica gratuita e di qualità”.
Mustafaraj ha descritto la protesta del 13 ottobre come un’ulteriore tappa della mobilitazione in corso a Tirana da mesi. Secondo lei, il movimento ha adottato diverse forme di protesta, tra cui petizioni e iniziative di opposizione a progetti di investimento strategici.
Anche Martina Selami, laureata in discipline multimediali e attualmente insegnante di pittura, ha dichiarato di essersi unita alla protesta non solo in qualità di ex studentessa, ma anche come cittadina che auspica un cambiamento nel funzionamento del sistema educativo.
Ha espresso preoccupazione per i comportamenti inappropriati di alcuni docenti nei confronti degli studenti e per le condizioni economiche che costringono i giovani a lunghe ore di lavoro per arrivare a fine mese.
“Mi sono resa conto che le nostre voci non vengono davvero ascoltate”, ha detto Selami, aggiungendo: “Non potete metterci a tacere, davvero non potete metterci a tacere”.
In serata, la situazione è ulteriormente degenerata, trasformando alcune zone di Tirana in teatro di incendi e scontri. I manifestanti hanno appiccato roghi per strada, in particolare nell’area di via Durrës, mentre le tensioni e gli scontri con la polizia sono proseguiti per diverse ore dopo l’inizio del raduno davanti al ministero dell’Istruzione. Anche diverse attività commerciali situate lungo le strade interessate dagli scontri hanno subito danni a causa dei disordini. È stato inoltre appiccato un incendio nell’atrio dell’edificio del Comune di Tirana.
Gli scontri avvenuti durante la protesta hanno suscitato reazioni da parte di organizzazioni che si occupano di diritti umani e libertà dei media.
Il Comitato albanese di Helsinki (AHC) ha espresso profonda preoccupazione per le violenze e gli scontri che, secondo le informazioni riportate e le osservazioni effettuate dai suoi osservatori sul campo, hanno causato il ferimento di agenti di polizia, manifestanti e giornalisti.
Il Comitato ha condannato ogni atto di violenza, indipendentemente da chi lo abbia commesso, e ha invitato tutte le parti alla moderazione per evitare un’ulteriore escalation della situazione.
Nella sua dichiarazione, l’AHC ha sottolineato che il diritto di riunione pacifica e la libertà di espressione sono diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione albanese e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Il Comitato ha inoltre evidenziato che gli atti di violenza commessi da singoli individui non possono giustificare il fatto di considerare violenti tutti i manifestanti. Allo stesso tempo, il diritto di protesta non legittima la violenza contro agenti di polizia, giornalisti o altre persone.
Riguardo all’intervento della polizia, l’organizzazione ha ricordato che qualsiasi uso della forza deve rispettare i principi di legalità, necessità e proporzionalità. Ha inoltre chiesto che gli incidenti vengano documentati e oggetto di indagini imparziali, incluse le eventuali accuse di uso eccessivo della forza e gli atti di violenza contro agenti di polizia o cittadini.
Particolare preoccupazione hanno destato le notizie relative a giornalisti feriti e ostacolati nello svolgimento del proprio lavoro.
L’Associazione dei giornalisti albanesi (AGSH) ha condannato le violenze e gli ostacoli frapposti agli operatori dell’informazione da parte degli agenti della Polizia di Stato. Secondo l’Associazione, Fatime Halmusa, giornalista di Fax News, è stata aggredita fisicamente da agenti di polizia, mentre alla troupe di A2 CNN è stato impedito con la forza di effettuare riprese durante la protesta. L’Associazione ha inoltre denunciato le violenze subite da Izmir Akulli, caporedattore di Dosja.al: secondo una dichiarazione pubblica del direttore della testata, il giornalista è stato aggredito da diversi agenti della Polizia di Stato nei pressi della Banca d’Albania mentre riprendeva con il cellulare le violenze contro uno studente. È rimasta ferita anche la giornalista di Citizens.al Vjolanda Peca.

Un vecchio gioco da tavola con il disegno di Topolino e le Principesse Disney è appoggiato a una parete. Questa casa è abitata da bambini che giocano. Un dettaglio affatto scontato in questo luogo: una stanza di circa 5 metri quadri, fatta di lamiera, plastica e bamboo, a Kodhiya Basti, uno degli almeno 4.500 slum di Calcutta. Fuori, un passante ferroviario scorre sulle teste degli abitanti. E la discarica a cielo aperto lambisce le baracche dove vivono intere famiglie. Non siamo distanti dal quartiere storico, ma tra una parte e l’altra corrono migliaia di euro di differenza. Nello slum – ci spiega la prima famiglia che visitiamo, quella di Ritika Bhuiya, studentessa di quarta –, la paga giornaliera dei padri, che hanno a carico moglie e figli, è tra i 3 e i 5 euro e il lavoro è occasionale. «Da grande farò l’insegnante», confessa Ritika, che vive qui con i genitori, un fratello e una sorella. Ritika è una dei quasi 150 bambini degli slum che oggi possono sognare un futuro grazie al progetto “Sostegno a Distanza” (Sad) di Albero della Vita, che qui collabora con la scuola Don Bosco per fornire sostegno e materiale scolastico, migliorando istruzione e salute dei bambini. A chiarire la complessità in cui opera il progetto è Shatabdi Roy Shaw, coordinatrice dei programmi di Don Bosco, che ci accompagna tra i vicoli. «Vedi che i piedi dei letti sono poggiati su dei mattoni? Bastano due gocce di pioggia perché gli scarichi si intasino e allaghino tutto. In casa arrivano topi, serpenti e ogni sorta di animale. C’è un unico bagno per 300 famiglie e mancano persino i prodotti per l’igiene mestruale», spiega. In questo contesto, «le famiglie non possono permettersi l’istruzione, le 13enni spesso vengono spinte a sposarsi e i ragazzi a lavorare».
Le attività di Don Bosco e il programma Sad rappresentano un’oasi protetta. «L’intervento è attivo da più di 20 anni e abbiamo 127 insegnanti in tutta l’India», specifica Valeria Termolino, Communication Officer di Fondazione Albero della Vita. Una presenza fondamentale, specie mentre «i fondi internazionali diminuiscono, forse perché l’India viene percepita come un’economia in forte crescita. Tuttavia, la realtà quotidiana negli slum e nelle aree rurali non è ancora migliorata». Tra le vite che cercano un riscatto c’è Aiza Khanam, studentessa di quinta. Orfana di madre e non accudita dal padre, vive con i nonni e la zia Sunita in una stanza piccola ma curata: dalla tenda che cela il vano sotto il letto alla Tv 14 pollici a tubo catodico e gli orologi alle pareti. «Il mio unico sogno è che lei possa diventare ciò che desidera», confida la zia, confermando che l’aiuto di Albero della Vita «sta incoraggiando Aiza a studiare». Proprio a ridosso dei binari troviamo Tamzid Mohammad, 12 anni. «Da grande farò il poliziotto – il fragore assordante di un treno lo interrompe –. Voglio arrestare i ladri, come quelli che a scuola mi rubano matite e gomme». Tra le mensole stracolme alle pareti, sua mamma tira fuori orgogliosa alcuni trofei vinti dal figlio nelle competizioni sportive di Don Bosco. La famiglia vive nell’incertezza dello sfratto imminente: «Dicono che demoliranno le case. Non sappiamo dove andremo». Tra i beneficiari anche Faizan Mohammad, che vive nel Chatkal slum, dove non si teme lo sfratto, ma le difficoltà non mancano. «Faizan riceve il kit scolastico. Per sua sorella dobbiamo comprare tutto noi e con l’aumento dei prezzi e un altro figlio affetto da disturbi psicologici, far quadrare i conti con la paga da operaio di mio marito è una sfida quotidiana». Anche il dodicenne e la sorella appena più grande hanno le idee chiare. «Voglio entrare nel servizio amministrativo e diventare un funzionario», dice lui. «Sarò avvocata», afferma la sorella. Poco distante vive Mallika Parveen, studentessa di quinta con tre sorelle. L’auspicio della loro mamma è lo stesso delle altre: «Non chiedo altro se non che le mie figlie studino, diventino finanziariamente indipendenti e riescano a realizzare i loro sogni». Come un gioco Disney, la frase può sembrare scontata nella bocca di una madre. Ma a ribadirci che qui nulla è certo, arrivano la puzza della discarica e l’acqua che ci bagna i piedi mentre un ragazzo si lava per strada. Poco più in là dei bambini si sono arrampicati sul passante ferroviario. Anche qui, nello slum, fanno volare gli aquiloni.
Avvenire

Avvenire
Dimenticate il Sessantotto. Dimenticate la contestazione, le piazze piene e la voglia di rivoluzione. L’Europa fa i conti con la questione sociale, ma quanto sta accadendo nei cortei e dentro minoranze rumorose e preoccupate non ha nulla a che vedere con il passato. Recente e remoto. In Francia la protesta autunnale dei liceali ha messo da parte gli ideali di una volta e si è concentrata su cose concrete: le aule delle scuole che cadono a pezzi, gli insegnanti che mancano, i percorsi di accesso alle università predefiniti e discriminanti. Analogamente, nel centro di Bruxelles settimana scorsa migliaia di giovani e giovanissimi hanno portato in piazza la protesta contro il cattivo stato di manutenzione degli istituti scolastici e la situazione del personale docente. In Spagna la lotta per la casa vede i giovani rivendicare il “diritto al tetto” senza se e senza ma, insieme ai comitati degli inquilini. L’alleanza più inattesa finora ha visto ragazzi italiani della Rete degli studenti medi unirsi ai coetanei tedeschi che protestano contro il ritorno della leva obbligatoria. Il terreno comune qui è il pacifismo in chiave anti-riarmo ed è forse questo l’aspetto valoriale comune che più avvicina i figli ribelli di questo tempo ai loro genitori. «È corretto parlare di mobilitazione intermittente, su singole istanze: ormai ci si muove all’insegna del “si salvi chi può”, scegliendo di puntare su contenuti base» spiega Caterina Manicardi, ricercatrice dell’Università di Parma che con Fabrizio Barca nei mesi scorsi ha scritto un saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile” per il Forum Disuguaglianze Diversità. «Si cerca di tradurre in iniziative di buon senso, quello che è il senso comune prevalente e imperante».
Il disagio di chi si mobilita
Paese che vai, protesta che trovi. Se si guarda all’Europa, pare difficile ricondurre tutto a un filo comune. Prendete uno dei simboli dell’ultimo decennio: Greta Thunberg. Va meno di moda rispetto a qualche anno fa, eppure negli ultimi giorni si è vista prima a Napoli, per un incontro organizzato nell’ex base Nato insieme agli attivisti dell’associazione “The Marea” e poi a Parigi, quartiere di Saint-Denis, al liceo “Paul-Eluard”. «Questi ragazzi sono grande motivo di ispirazione per me» ha detto l’attivista. La lotta per i diritti, vista dai giovani, si sta spostando, dalla cornice ideale all’azione pragmatica. Dal generale al particolare. Perché tutto questo non si trasforma in un moto collettivo di rivolta? Perché è ignorato dalla politica? Per una serie di ragioni. «Oggi si sta peggio rispetto ad altre stagioni, anche recenti: l’onda lunga del boom è finita, ci sono meno margini per negoziare con chi sta al potere» spiega Manicardi. Nel saggio firmato con Barca, si fotografa attraverso una serie di interviste fatte a 17-19enni la situazione di stress di una generazione che credeva di avere tutto e invece rischia di finire soffocata da attese e richieste di performance. Oggi paradossalmente, scrivono gli autori del rapporto, «la sofferenza riguarda la sovraesposizione, l’allerta permanente, l’infinità di occasioni». In concreto la precarietà economica è un ostacolo che paralizza, mentre si va affermando la teoria del brokenism, la convinzione che il sistema pubblico sia irrimediabilmente in frantumi. «È cambiata l’idea di cos’è lo Stato e di cosa deve fare l’ente pubblico. La pubblica amministrazione è considerata come vecchia, inadempiente e alcuni preferiscono il neocolonialismo digitale di Big tech all’inefficienza delle istituzioni» spiega Manicardi. Il passo verso la sfiducia totale nella politica è breve, ma non per tutti: le frange radicali dei movimenti mantengono, soprattutto a sinistra, rapporti con alcuni soggetti rappresentati nei Parlamenti nazionali. Basta guardare a Parigi: la filiera che unisce giovani politicizzati a parlamentari e sindaci de “La France Insoumise”, grazie anche al sindacato della Cgt è piuttosto consolidata.
Due Germanie contro
Simone Zoppellaro insegna all’Università di Stoccarda e Mannheim e tutti i giorni si confronta con allievi che hanno il problema della casa. «Lo hanno dimostrato le elezioni a Berlino, dove dai ragazzi è arrivato un forte supporto alla Linke, che aveva lanciato una proposta radicale sul tema. È vero, l’inquietudine c’è perché qui si esce prima dalla famiglia d’origine, si frequentano gratuitamente i corsi universitari, ma gli affitti restano troppo alti. Ovunque. A Monaco come ad Amburgo». L’aspetto che colpisce di più ascoltando il docente italiano è la polarizzazione che si coglie dentro le nuove generazioni. «In piazza vanno anche i giovani di AfD, per ragioni esattamente opposte a quelle dei giovani di sinistra. Si soffia sul fuoco della precarietà economica e di un malinteso sentimento pacifista, in chiave anti-ucraina». Complessivamente, dai Lander emerge l’immagine di una Germania contro l’altra: mondi che non si parlano, piazze ideologicamente all’opposto, non imponenti ma significative, che rifiutano sempre più i partiti tradizionali, dalla Cdu-Csu alla Spd. «Eppure questo non significa disimpegno. Il voto dei giovani non va sottovalutato, il rischio degli estremismi tiene banco anche nei loro ragionamenti. Non sono ragazzi ideologizzati, ma politicizzati sì» dice il professore italiano. È l’affiorare della questione sociale la vera novità della Germania, che si appresta ad affrontare uno scenario inedito dimostrando di essere «scarsamente preposta ad assorbire gli estremismi, a differenza ad esempio dell’Italia».
Cosa chiedono gli altri
Se i giovani più mobilitati si polarizzano e finiscono per aderire alle formazioni più radicali, nella misura in cui però ricevono le risposte giuste, un discorso diverso va invece fatto per tutti gli altri. Il concetto di partecipazione è cambiato in profondità e buona parte della “generazione Z” sceglie di muoversi per singole battaglie attraverso il passaparola digitale. In Italia, sono stati la questione palestinese e il recente referendum sulla giustizia prima e i temi dell’istruzione e dell’insicurezza globale poi, a tenere banco. Ma si tratta di fenomeni carsici, che appaiono e scompaiono magari a ridosso di scadenze elettorali. Se possibile, infatti, nel nostro Paese si assiste ancora ad una minor militanza da parte dei giovanissimi. «Siamo arrivati ormai alla partecipazione individuale, un vero e proprio ossimoro» argomenta il sociologo dell’Università di Padova, Daniele Marini, che nei mesi scorsi ha dato alle stampe per Guerini e associati “Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono”. «Complessivamente, si intuisce una percezione, un mood che tende al negativo: ci avete rovinato il mondo, noi non possiamo fare più nulla». Qui si innesca l’eterna querelle sul possibile scontro generazionale, sulla visione di un futuro che per tanti 20-30enni sembra non esserci. Il contesto è così volatile, è il ragionamento condiviso, che è meglio concentrarsi sul presente, evitando di fare previsioni. Per questo, anche la battaglia per un nuovo welfare, che resta il cuore della questione sociale posta in questi mesi da liceali e universitari, rimane sullo sfondo. «L’obiettivo non è cercare il lavoro della vita, ma garantirsi benessere e qualità. Anche le pensioni sono un discorso di là da venire – continua Marini -. Per i ragazzi il denaro è il tempo, non viceversa». La domanda di protezione e il bisogno di sentirsi capiti agitano da diversi mesi le rappresentanze del mondo giovanile nel Vecchio continente. Tutto questo ha ancora poco o nulla a che fare con i percorsi della politica. La guerra dei mondi, in fondo, è in corso da decenni: perso l’idealismo del movimento pacifista globale degli anni Sessanta, messo da parte il filone dell’impegno umanitario che dai Balcani al Medioriente aveva caratterizzato gli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, non rimane che il ritorno alle battaglie primordiali. Il punto di rottura con il mondo degli adulti che ancora comanda sembra avvicinarsi ma ancora non si vede: in questo senso, le piazze dell’autunno caldo europeo sono fotografie da tenere a mente per le stagioni che verranno.

ansa
Aiuta a proteggere la memoria durante l’invecchiamento, la molecola individuata nel cervello dei topi dal gruppo di ricercatori guidato da un’italiana che lavora negli Stati Uniti.
Indicata con la sigla Pla2g2f, apre così a possibili terapie per ritardare o addirittura prevenire il declino cognitivo che si verifica con l’età e con l’insorgere di malattie come l’Alzheimer.
Il risultato è stato pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience e la prima autrice dello studio è Cinzia Vicidomini, della Harvard Medical School. Tuttavia, saranno necessarie ulteriori ricerche per stabilire se i livelli di questa molecola possano essere aumentati in modo sicuro anche nell’uomo.
Osservando l’ippocampo dei topi, l’area del cervello considerata il centro chiave della memoria, i ricercatori hanno individuato un gene che diventa più attivo proprio in risposta all’invecchiamento e all’infiammazione nel cervello: questo gene porta le informazioni necessarie a produrre Pla2g2f, il cui ruolo era finora poco chiaro. Conducendo esperimenti sugli animali, gli autori dello studio hanno scoperto che, quando i livelli della molecola vengono ridotti, peggiorano diversi aspetti dell’invecchiamento cerebrale, mentre livelli più elevati di Pla2g2f offrono protezione contro molti di questi cambiamenti, inclusa la perdita di memoria.
Inoltre, quando sono stati aumentati i livelli della molecola ancora prima che si manifestassero i primi segni di declino cognitivo, il percorso dell’invecchiamento dei topi è cambiato e il loro cervello è rimasto in salute più a lungo. “I nostri risultati – confermano i ricercatori – suggeriscono che incrementare l’attività di Pla2g2f durante l’invecchiamento potrebbe potenzialmente contribuire a mantenere la resilienza cognitiva”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA