Nella devozione popolare la vita della famiglia cristiana è associata quasi sempre ai racconti della Natività, alla tenerezza del bambino nella mangiatoia e alla quotidianità della santa famiglia di Nazareth. È nel mistero della Pasqua però che noi possiamo rintracciare una sorta di percorso spirituale della famiglia. Convivialità, sofferenza, morte, redenzione, salvezza sono momenti che ci parlano della vita di coppia e di famiglia. Lo comprendiamo però solo se ci stacchiamo dai riferimenti clericali e devozionali che da sempre ci hanno costretto a guardare alla spiritualità coniugale e familiare come una prassi di serie B. Non stiamo esagerando, purtroppo è così. Quando mai si è pensato di trasformare in cammino di ascesi la quotidianità familiare con tutto il suo carico di speranze e di sofferenze, di normalità e di bellezza? Così, lungo i secoli, modalità molto distanti dalla vita di coppia e di famiglia, modellate sulla vita dei maestri di preghiera, dei grandi asceti, dei mistici, sono state indicate come soluzioni senza alternative, o quasi. Tanto che, se si scorre l’elenco dei santi e dei beati, quelli sposati sono esigua minoranza: in epoca moderna, ci sono solo Louis e Zelie Martin, i genitori di santa Teresa di Lisieux. Tra i beati troviamo Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi. Tra i venerabili Sergio Bernardini e Domenica Bedoni, modenesi, genitori di 10 figli. Lo scorso 23 marzo, papa Leone ha proclamato venerabile Giuseppe Castagnetti, a lungo sindaco di Prignano nel Modenese, padre di 12 figli. Figure esemplari, anche se forse un po’ distanti per stile di vita e per contesto sociale da una coppia dei nostri giorni. Lui, lei, un figlio quando va bene, parentele sfilacciate, scarsi collegamenti con la comunità, lavori complicati in un quadro urbano non sempre agevole. La spiritualità di una famiglia così non può che faticare a ritrovarsi nei parametri più tradizionali. In occasione della Pasqua, abbiamo pensato di provare noi a tracciarne i possibili confini, proponendo un’analogia tra gli eventi pasquali e l’esperienza coniugale e familiare con l’aiuto di due coppie esperte proprio di spiritualità: Enza e Mauro Barlettani, responsabili nazionali dell’Equipe Notre Dame, e Maria e Gianni Salerno, responsabili internazionali di Famiglie Nuove dei Focolari.
Nella vita di coppia e di famiglia si sperimenta spesso simbolicamente il passaggio dalla morte alla vita e si verifica concretamente che la risurrezione può diventare un nuovo inizio. Lo si vede nei piccoli dissidi quotidiani, quando dopo un litigio, si trova la strada per ricucire il rapporto. Ma anche negli eventi più drammatici, dopo aver superato una malattia importante, dopo che un figlio che si credeva perduto ha ritrovato la sua strada, dopo aver recuperato il rapporto con un familiare da cui ci avevano diviso gravi incomprensioni. Qual è la vostra esperienza a questo proposito?
Maria e Gianni Salerno
Maria e Gianni: È vero, pur essendo una bella avventura, la vita di famiglia in generale presenta anche tanti momenti difficili, sfidanti, nei quali si sperimenta il buio, la fatica, il fallimento. Può avvenire nella quotidianità delle relazioni, che a volte diventano difficili e lasciano l’amaro in bocca. Ci succede anche nel rapporto di coppia, di non capirci, di non accettare il difetto dell’altro, di non essere davvero pronti ad amarci fino in fondo, come abbiamo promesso durante il rito del matrimonio. E in quei casi ci sentiamo tristi “fino alla morte” come si dice che sia stato Gesù nell’orto degli Ulivi. La grande chance che abbiamo però, sempre a nostra disposizione, della quale abbiamo sperimentato la bellezza, è “rimetterci nell’amore, “scegliere” di amare, ricominciare. A volte basta fare solo un piccolo passo concreto verso l’altro, ma con il cuore “cambiato”: per esempio mi succede che dopo una discussione animata o un litigio, superando la frustrazione della frattura dell’armonia tra noi e decidendo di voler ricominciare, trovo il modo di fare un passo concreto per andare incontro a mio marito: può essere scrivergli un messaggio per chiedere scusa o andarlo a svegliare con un caffè.
Enza e Mauro Barlettani
Enza e Mauro: Tante volte l’insidia delle piccole infedeltà tra di noi, le delusioni per le aspettative su chi amiamo, alcune malattie importanti, hanno caratterizzato momenti in cui le nostre certezze hanno vacillato. Ci siamo sentiti come i discepoli il Venerdì Santo: quel Gesù che era la loro “speranza” e al quale avevano visto fare cose grandi, sembrava sconfitto. L’episodio del Vangelo che sentiamo più vicino alla nostra esperienza è quello dei discepoli di Emmaus. Gesù risorto è vicino a noi due, sempre, ci guida nella comprensione della realtà, ma le vicissitudini della vita qualche volta sono stati impedimenti a vedere che la morte è stata vinta per sempre. Ma Lui ci ha sempre aspettato, ci ha sempre parlato con pazienza nella preghiera, ha sempre atteso che il profumo della Pasqua tornasse a farci riaprire gli occhi e a far risorgere la luce del sacramento che ci unisce.
Come state cercando di realizzare insieme, nella vita di coppia, il vostro progetto di bene, di giustizia, di fraternità?
Maria e Gianni: Entrambi abbiamo conosciuto già da ragazzi la spiritualità dell’unità dei Focolari, nella quale abbiamo trovato le risposte alle domande di senso della nostra adolescenza; per questo ci siamo impegnati a vivere il Vangelo nella nostra vita, sperimentando la gioia di essere cristiani. Perciò fin da quando ci siamo fidanzati abbiamo sentito che il nostro rapporto d’amore, pur basato su un fortissimo sentimento, desideravamo avesse il timbro della presenza di Gesù tra noi: quella che Lui promette a “due o più” riuniti nel Suo nome, cioè nel Suo Amore. Così abbiamo cercato di essere una famiglia aperta a chi ci sta intorno per vivere la dimensione della fraternità che Gesù ci insegna, partendo dall’ aiutare nelle piccole cose chi aveva bisogno; per esempio, all’inizio del nostro matrimonio abbiamo più volte ospitato da noi conoscenti che venivano al Nord (all’epoca abitavamo a Milano) per cercare lavoro, favorendo poi il loro inserimento nella città. Abbiamo fatto, insieme ai nostri 5 figli, scelte di aiuto e vicinanza a chi era in necessità.
Enza e Mauro: Abbiamo incontrato le Equipes Notre Dame dopo qualche anno di matrimonio ed è stato un grande dono che Dio ha voluto fare alla nostra coppia, fondamentale nel sostenere e guidare la costruzione del nostro cammino insieme, attraverso gli impegni personali e di coppia che aprono al confronto e al sostegno in equipe (un’equipe è formata da 5/7 coppie e un consigliere spirituale). Così abbiamo imparato a vivere la quotidianità confermando il nostro “sì”, riscoprendoci ogni giorno. Il nostro “dovere di sedersi“ (dialogo di coppia alla presenza del Signore che avviene mensilmente) ci permette di togliere ogni maschera e mostrare quello che siamo. E tutto questo ha sviluppato in noi una grande consapevolezza del valore del nostro sacramento. Non facciamo cose straordinarie e siamo tutt’altro che perfetti, ma crediamo che Dio ci ha voluti insieme ed insieme ci sentiamo responsabili di testimoniare il Suo amore in famiglia, nel lavoro e nel servizio alla comunità.
La Pasqua ci dice soprattutto che non è la morte ad aver l’ultima parola. Nella vita familiare si fa esperienza spesso di “nuovi inizi”. C’è nella vostra vita familiare un evento tra i tanti che vi ha convinto della necessità di dover ripartire, di voltare pagina per ricominciare?
Maria e Gianni: Nuovi inizi nella vita familiare? Un evento di grande cambiamento per noi è stata la richiesta, 12 anni fa, di poterci trasferire da Milano al Centro Internazionale Famiglie Nuove dei Focolari, vicino a Roma, per essere al servizio delle famiglie di tutto il mondo. Naturalmente è stato un percorso sfidante: si è trattato di fare un discernimento tra noi due, con i figli, con i parenti, organizzandoci anche dal punto di vista economico…. Abbiamo sentito però che si trattava di una chiamata di Dio e per questo ci siamo incamminati per realizzare questo progetto. D’accordo con i figli, si sono trasferiti con noi solo i 2 più piccoli, mentre gli altri 3 hanno proseguito i loro studi restando a Milano. Si è trattato, all’alba dei nostri 52 anni di “fare l’esperienza di un “nuovo inizio”. Maria, ottenuto il trasferimento a Frascati, ha continuato il suo lavoro di insegnante part time, dovendo ripartire nel nuovo ambiente e conciliando il lavoro con l’impegno nella Segreteria di Famiglie Nuove. Gianni ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi esclusivamente alle Famiglie Nuove.
Enza e Mauro: La nostra vita insieme ha avuto un momento di svolta importante quando ci siamo ritrovati, piuttosto giovani, entrambi ammalati di tumore, con operazioni chirurgiche ripetute, cure invasive e disturbi permanenti. Facevamo veramente fatica a capire il significato di quello che ci stava accadendo, lo affidavamo al Signore ma eravamo confusi e scoraggiati, nonostante lo sforzo di aiutarci a vicenda e la volontà di tenere tranquille le figlie. Ma il Signore, in realtà, da quell’apparente “fine”, stava preparando un nuovo “inizio”. Mentre eravamo ancora in un momento critico della malattia, ci venne chiesto se ce la saremmo sentita qualche mese dopo di prendere un servizio nel movimento End come responsabili di Settore (organizzazione territoriale formata da 10/15 equipe). Noi? In quelle condizioni? Abbiamo pianto e pregato che il Signore ci facesse capire cosa volesse da noi e intanto Lui ci parlava attraverso amici che ci incoraggiavano a leggere tutto questo come un segno. Alla fine, abbiamo deciso di fidarci e di affidarci, abbiamo creduto che l’esperienza della malattia potesse servirci a vivere con un cuore rinnovato il servizio. Abbiamo fatto i responsabili di Settore, poi i responsabili di Regione, e adesso i responsabili per l’Italia delle End. Un dono che mai avremmo potuto immaginare.
Con la Pasqua, come scrive papa Francesco in Amoris laetitia (318), si realizza «l’alleanza che Dio ha sigillato con l’umanità sulla Croce», e si comprende meglio anche il senso della preghiera comunitaria. Nella vostra famiglia avete messo a punti piccoli gesti quotidiani di preghiera e di riflessione per dare concretezza all’obiettivo di essere piccola Chiesa domestica?
Maria e Gianni: Riguardo l’aspetto della preghiera abbiamo sentito sempre l’esigenza di rivolgerci a Dio per affidargli la nostra vita, sia personalmente che come famiglia. Per questo abbiamo proposto ai figli, fin da quando erano piccoli, di pregare brevemente insieme al mattino, alla sera e anche prima dei pasti…. È stata sempre l’opportunità per ringraziare dei Suoi doni della giornata, per chiedere perdono delle mancanze d’amore ma anche per condividere semplicemente le esperienze vissute cercando di essere fedeli al messaggio del Vangelo. La “parola d’ordine” che viviamo tutti insieme e che ci ha aiutato sempre è stata quella di “ricominciare” dopo ogni caduta, consapevoli che non smetteremo di sbagliare, ma possiamo sempre più accelerare il tempo per rimetterci nell’amore.
Enza e Mauro: Il nostro sforzo di essere piccola chiesa domestica viene alimentato soprattutto dalla preghiera di coppia, in particolare al mattino con un momento davanti alla Parola del giorno, non particolarmente lungo ma con il cuore disposto ad ascoltare ciò che Dio vuole dirci, per aiutarci ad avere uno sguardo diverso su ciò che accadrà. La fine della giornata invece, come è abitudine per i membri delle END, è caratterizzata dalla recita del Magnificat.
Esiste quindi secondo voi quindi una via specifica alla spiritualità e alla preghiera che parte proprio dall’amore di coppia?
Maria e Gianni: Vorremmo evidenziare che il primo giorno del Triduo Pasquale è il Giovedì santo, nel quale celebriamo la festa dell’amore reciproco, chiesto da Gesù ai discepoli, ma anche a tutti noi! L’Eucarestia è il dono che Gesù fa di sé e che ci sostiene in questa chiamata all’amore vicendevole. La famiglia è certamente il luogo ideale per vivere questa dimensione: è la naturale palestra dove si imparano valori come il servizio, il dono di sé, la gratuità dell’amore, il perdono, l’accoglienza delle differenze e il superamento dei conflitti. Siamo convinti che la famiglia che vive i valori del Vangelo possa essere una grande risorsa per la società e, a maggior ragione in questi tempi di guerra e di violenza, pensiamo che sia molto importante portare avanti innanzitutto in famiglia questa vita del Vangelo. Per questo la Pasqua è l’evento più forte di speranza che Dio ci ha regalato e che oggi è attualissimo e può darci gli occhiali giusti per leggere la nostra contemporaneità: sentiamo che occorre una conversione dei cuori a cominciare dal nostro; attraverso il nostro piccolo e perseverante contributo di amore evangelico vissuto nel quotidiano come famiglie, possiamo far “deflagrare il bene”, intravedendo intorno a noi quel qualcosa di nuovo e di buono che nasce, cresce e ci regala speranza per il futuro.
Enza e Mauro: Le Equipes Notre Dame sono nate nel 1939 e il loro primo obiettivo è stato proprio quello di approfondire il significato del sacramento come cammino di santità per la coppia, sostenendolo con una specifica spiritualità. Per noi che oggi godiamo ancora dei frutti di quell’ispirazione, è innegabile che ogni aspetto dell’amore di coppia è gradito a Dio e che attraverso una spiritualità fatta di cura, dialogo, ascolto e preghiera, l’amore umano santificato dal sacramento diventa una testimonianza, concreta e gioiosa, della Risurrezione.
È morto Vittorio Messori. Lo scrittore, considerato uno dei principali autori cattolici, si è spento ieri venerdì 3 aprile. Aveva 84 anni. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941, aveva cambiato drasticamente la sua vita nel 1964, quando si era convertito dall’ateismo al cattolicesimo. Nel 1976 pubblicò Ipotesi su Gesù, un libro che indagava sulle origini del cristianesimo e che diventò un best seller non solo in Italia.
Le cause della morte di Vittorio Messori
Rosalia Bontà, assistente personale dello scrittore, raggiunta da AdnKronos ha fatto sapere che Messori si è spento alle ore 21:45 “di Venerdì Santo“. L’ottantaquattrenne soffriva di problemi al cuore. Gli era stato impiantato un pacemaker: “Fatale un attacco cardiaco“. Quattro anni fa, il giorno prima di Pasqua, aveva perso la moglie Rosanna Brichetti.
Dopo la conversione diventò il principale autore cattolico
Vittorio Messori era nato in una famiglia anticlericalista e aveva perseguito una formazione razionalista e agnostica. Nel 1964 cambiò tutto. Lo scrittore decise di dedicarsi a un’attenta lettura dei Vangeli. Un’esperienza che cambiò completamente non solo la sua percezione del cattolicesimo, ma la sua vita stessa. Si convertì e indirizzò sempre più le sue opera alla ricerca di un punto di incontro tra ragione e fede. Il primo libro fu Ipotesi su Gesù, che fu tradotto in ventidue lingue. Inoltre, il giornalista fu il primo a intervistare Joseph Ratzinger che all’epoca era cardinale e prefetto del Sant’Uffizio. Da questa esperienza nacque il libro Rapporto sulla fede. Poi, arrivò anche il libro Varcare la soglia della speranza, l’unico a contenere una lunga intervista con Giovanni Paolo II. Tutti volumi che hanno avuto enorme risonanza. Il giornalista, che nel corso della sua carriera ha scritto anche su La stampa e il Corriere della sera, fondò la rivista mensile Jesus sempre con lo scopo di incentivare il dialogo tra chi crede e chi dubita. Tra i suoi libri più recenti Bernadette non ci ha ingannati – Un’indagine storica sulla verità di Lourdes; La Chiesa di Francesco – La sfida del cristianesimo tra crisi e speranza e Quando il cielo ci fa segno – Piccoli misteri quotidiani.
Nel grande salone luminoso, tra travi antiche e vetrate che si aprono su “un grande prato verde” come canta in una delle sue celebri canzoni, Gianni Morandi accoglie i giornalisti con un sorriso che è rimasto quello di sempre, lo stesso di quando era “il ragazzo” delle canzoni che hanno attraversato l’Italia. «Inizialmente questo tour era nato per celebrare i 60 anni di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Allora c’era la guerra del Vietnam e purtroppo siamo ancora lì, siamo sempre in guerra…», sospira, lasciando scivolare lo sguardo oltre il giardino.
Siamo a San Lazzaro di Savena, sui colli bolognesi, nella sua casa, un’antica casina di caccia ottocentesca, trasformata oggi in un luogo accogliente, dove la musica convive con la quotidianità. In cucina e sul patio, la moglie Anna si muove con discrezione, assicurandosi che a tutti arrivino tortelloni e crescentine. L’atmosfera è familiare, quasi domestica. Morandi ha voluto così la presentazione del suo nuovo tour: porte aperte, niente distanze. E la gente, quella che lo segue da generazioni, è pronta a ritrovarlo nei palasport con “C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story”, al via dal 15 aprile organizzato da Trident. Una tournée che attraverserà l’Italia da Conegliano a Milano, da Roma a Firenze, fino a Genova, riportando sul palco i suoi grandi classici insieme ai brani più recenti.
«Sono molto amico di Francesco Guccini», racconta. «Negli stessi anni lui scriveva Dio è morto e Auschwitz e io C’era un ragazzo. Tutti brani contro la guerra. Lui mi diceva: “La tua è una storiella”», aggiunge sorridendo. Poi il ricordo si allarga: «Quando siamo andati da Papa Francesco, accompagnati dal cardinale Matteo Zuppi, lui ci ha introdotto così: “Santità, questi sono due bolognesi”. E il Papa, che era troppo simpatico, ha esclamato: “Hasta la victoria siempre”».
La leggerezza del racconto non cancella la serietà dello sguardo sull’oggi. «Qualcosa sulla guerra lo dirò sul palco, stiamo scrivendo i testi con l’autore Federico Taddia», anticipa. «Io sono stato in tournée in Russia, nel 1986 mi diedero la Medaglia della pace come cantante pacifista… e oggi pensare che sono loro ad aggredire». E non rinuncia a una riflessione più ampia: «Non ho mai parlato molto di politica, ma un accenno lo farò. Di come Donald Trump e Vladimir Putin vogliono decidere della nostra vita, e di un’Europa che non riesce a essere unita e a intervenire come arbitro con la sua cultura e la sua storia. Però poi la gente ai concerti vuole sentire cantare…».
E allora la musica torna al centro. Lo spettacolo si aprirà con Monghidoro, inedito scritto da Jovanotti, che compare al cellulare con un saluto a sorpresa, un brano autobiografico che riporta Morandi ai suoi 13 anni, alla sua famiglia e ai sogni di un ragazzino di provincia. «Mi sono arrivate due canzoni nuove», racconta. «Una è questa, l’altra è di Giovanni Caccamo, Canzoni che racconta come le canzoni sono la nostra vita. Io, per esempio, quando sento Io che amo solo te mi emoziono ancora ripensando alla prima cotta».
Morandi parla delle sue canzoni come di compagne di viaggio. «Un’altra canzone importante per me è Uno su mille: è fatta di parole che sono mattoni. “Se sei a terra non strisciare mai…”. Quando la canto mi concentro sulle parole: la voglia e la forza di ricominciare la devi trovare dentro di te».
I momenti belli e quelli difficili si intrecciano nel racconto. «La prima volta che ho sentito la mia voce al jukebox da ragazzino con Andavo a cento all’ora è stata un’emozione incredibile. E la prima volta in tv, ad Alta pressione di Enzo Trapani… pensai subito a mia madre, che era fan di Claudio Villa più che di me». Poi il ricordo si fa più duro. «Il momento più brutto? Il Vigorelli di Milano, il 4 luglio del ’71. Noi cantanti italiani facevamo il Cantagiro, fiumi di persone ci accoglievano nelle città. Ma a Milano ospiti speciali erano i Led Zeppelin. Migliaia di ragazzi aspettavano solo loro. Io salgo sul palco e parte un boato, pomodori, lattine… “Vai via!”. Gli altri cantanti italiani, non uscirono. Pensai: qui non si riparte più». Una ferita che però non ha chiuso la strada.
Oggi, a 81 anni, Morandi riempie ancora i palasport. «Mi fa effetto, non ci credo», ammette. E per affrontare il tour si allena come un atleta: «Faccio palestra e corro tutti i giorni, ho un circuito qui fuori di 800 metri, è un ex maneggio, è grande come il Velodromo di Bologna. Il cantante è come un atleta».
Non è solo metafora. Perché Morandi il buio lo ha conosciuto davvero. «A 36 anni non mi chiamava più nessuno. Su suggerimento di un grande chitarrista amico mio, mi iscrissi al conservatorio, classe di contrabbasso. Sono stati anni bellissimi. Ho imparato a cantare davvero nella classe di corale, il maestro era fissato con Bach». Un periodo segnato anche da dolori personali: «Mio padre morì, mi separai… ma imparai a fare il padre. Prima avevo ritmi infernali, tournée dal Sudamerica al Giappone».
Il racconto si illumina quando parla del figlio Tredici Pietro con cui ha duettato nella serata delle cover al Festival sul brano Vita, successo in coppia con Lucio Dalla. «Quando mio figlio mi ha chiamato per cantare con lui a Sanremo è stato un regalo. Non me lo aspettavo. Ha superato il fatto di doversi emancipare dalla nomea di “figlio di”. Mi ha detto: “Vieni, questa è una cosa che mi terrò per me come un regalo e un ricordo nostro per sempre». E il legame con il passato riaffiora con Lucio Dalla. «Da lui ho imparato che tutto può diventare spettacolo, anche quando c’è un black out. Era davvero troppo bravo».
Poi la commozione. «Due giorni prima che morisse eravamo allo stadio a vedere Bologna-Udinese. Mi disse: “Devo fare dieci spettacoli in Europa, a uno devi venire”. Non ho fatto in tempo. Il primo marzo è arrivata la telefonata di Bibi Ballandi che diceva che era morto. Si è addormentato su una terrazza in una bella giornata di sole». Si ferma, gli occhi lucidi. «Ho perso tanti amici…». E aggiunge «Io sono qui che aspetto di andare…», dice indicando il cielo. Poi corregge: «In tournée!». Il presente è ancora pieno. E il futuro anche. «Guardo a Charles Aznavour: è morto a 94 anni, il giorno dopo aveva un concerto. Mi piacerebbe fare così». Tra i ricordi e le opinioni, c’è spazio anche per la televisione e i colleghi. Di Adriano Celentano dice: «Sta bene, sono il suo fan numero uno. Magari tornasse. È come dire, magari tornasse Mina».
Quanto a Sanremo, promuove Stefano De Martino: «È bravo, ha energia. Gli ho detto: l’uomo della Rai sei tu. Certo è giovane, sarà affiancato da qualcuno». Il pomeriggio scivola via tra racconti e risate, mentre la luce cambia sui colli. Morandi ci saluta con una domanda: «Che vita sarebbe senza canzoni?».
È Venerdì Santo e gli U2 pubblicano a sorpresa un nuovo EP dedicato alla Pasqua. Il disco si intitola Easter Lily e fa seguito all’ep Days of Ash del mese scorso, pubblicato il Mercoledì delle Ceneri. Mentre quest’ultimo era una risposta ai tempi caotici del mondo esterno, Easter Lily è una raccolta di canzoni più riflessive, esplorando temi come amicizia, perdita, speranza e, in definitiva, il rinnovamento.
«Siamo in studio, ancora impegnati a realizzare un album rumoroso, caotico e “irragionevolmente colorato” da suonare dal vivo… che è il vero habitat degli U2. – scrive Bono in una nota – È un periodo in cui la nostra band sta scavando più a fondo nelle nostre vite per trovare una serie di canzoni con cui cercare di affrontare il momento… Con Easter Lily ci siamo ritrovati a porci domande molto personali come: le nostre relazioni sono all’altezza di questi tempi difficili? Quanto duramente si lotta per l’amicizia? La nostra fede può sopravvivere alla distorsione di significato che gli algoritmi amano premiare? Tutta la religione è spazzatura e continua a dividerci…? O ci sono risposte da trovare nelle sue crepe? Ci sono cerimonie, rituali, danze che potrebbero mancare nelle nostre vite? Dal rito di Primavera alla Pasqua e alla sua promessa di rinascita e rinnovamento… L’album Easter di Patti Smith mi ha dato tanta speranza quando è uscito nel 1978. Non avevo ancora 18 anni. Il titolo è un omaggio a le»i.
Il primo dei sei bani è Song for Hal, è un pianto sul lockdown durante il Covid con The Edge come voce solista, scritto per l’amico della band, il produttore musicale Hal Willner. In a Life celebra l’amicizia. Scars è una canzone di incoraggiamento e accettazione, che parla di cicatrici e tutto il resto, con un colpo di scena. Resurrection Song parla di un pellegrinaggio, un viaggio verso l’ignoto con un’amante o un amico. Easter Parade è un brano devozionale, una celebrazione della resurrezione (“Adorerò sempre ciò che non posso conservare / E non ogni canzone sarà una preghiera / In un giorno come quello / Qualcosa in me è morto / Ma non avevo più paura / Easter Parade / Kyrie eleison”). COEXIST (I Will Bless The Lord At All Times?) è una ninna nanna per i genitori dei bambini coinvolti nella guerra, con un’ambientazione sonora di Brian Eno.
L’EP Easter Lily è accompagnato da unaa edizione speciale digitale della rivista online, intitolata “U2 – Propaganda – Easter Lily”. La rivista contiene contributi dei quattro membri della band, tra cui le note di copertina di The Edge in cui si legge: «Perché queste canzoni di trascendenza ora? La nostra sensazione è che il nostro pubblico sia desideroso quanto noi di trovare qualcosa a cui aggrapparsi in questi tempi difficili. Non scriviamo canzoni che evitino di raccontare un mondo nel pieno del suo trauma, della sua rabbia e del suo dolore; in questi brani più spirituali rendiamo testimonianza alla fonte della forza che abbiamo trovato per affrontare questo mondo». Seguono uno scritto di Adam Clayton sul dipinto Processsion with Lilies dell’artista irlandese Louis le Brocquy e sul senso di comunità, le foto di Larry Mullen jr, e infine una conversazione tra Bono e il frate francescano Richard Rohr sui temi della fede, dei limiti e delle risorse della Chiesa, dell’esperienza religiosa: «Non riesco a parlare d’altro che di questo Gesù, di questo messaggio radicale che ancora oggi è difficile persino da comprendere: che siamo tutti uguali. Nessuno è più uguale di un altro. Siamo tutti uguali agli occhi di Dio».