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Salute mentale: oltre medicalizzazione e benessere

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di: Domenico Marrone in Settimana News

Mai come oggi si parla di salute mentale. Ansia, depressione, trauma, disagio, fragilità emotiva: sono parole entrate nel linguaggio quotidiano, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie e persino nelle comunità ecclesiali. È un cambiamento importante, perché per molto tempo la sofferenza psicologica è stata nascosta, vissuta con vergogna o liquidata con espressioni come «devi reagire», «ti manca la volontà», «pensa positivo».

Oggi, almeno in parte, siamo più capaci di riconoscere il dolore degli altri e di chiedere aiuto. Eppure, accanto a questa conquista, emerge una domanda: stiamo imparando a prenderci cura delle persone oppure stiamo cominciando a interpretare ogni difficoltà della vita come una malattia?

È una domanda delicata, perché non riguarda soltanto la medicina e la psicologia. Tocca il nostro modo di vivere, di educare, di affrontare i conflitti, di attraversare il dolore e di costruire relazioni.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha richiamato l’attenzione sulla diffusione dei disturbi mentali e sulla necessità di rendere più accessibili le cure. Allo stesso tempo, diversi studiosi si chiedono se l’aumento delle diagnosi dipenda sempre da un effettivo aumento delle malattie oppure, almeno in parte, dal cambiamento dei criteri con cui interpretiamo i nostri stati d’animo e i nostri comportamenti.

Non possiamo concludere che oggi ci siano necessariamente più malati perché ci sono più diagnosi. Potremmo finalmente riconoscere sofferenze che in passato rimanevano invisibili. Ma potremmo anche avere allargato così tanto il linguaggio della patologia da rischiare di considerare malato chi sta semplicemente attraversando una stagione difficile della propria esistenza.

Il problema, dunque, non è scegliere tra chi sostiene che tutti siano malati e chi afferma che nessuno abbia bisogno di cure. Il problema è imparare a distinguere.

Quando il dolore diventa una diagnosi
Per comprendere questo fenomeno, gli studiosi utilizzano il termine medicalizzazione. Con questa parola indicano il processo attraverso il quale esperienze che un tempo venivano interpretate soprattutto in termini sociali, educativi, morali o esistenziali vengono progressivamente descritte come problemi medici.

Negli studi più recenti di Giuseppe Vicarelli, questo fenomeno si arricchisce della dimensione della farmacologizzazione: la tendenza a ricercare una risposta chimica e immediata a qualsiasi forma di sofferenza, disagio prestazionale o alterazione dell’umore.

Il sociologo Peter Conrad[1] ha studiato come questa trasformazione coinvolga non soltanto i medici, ma anche le aziende farmaceutiche, le istituzioni, i mezzi di comunicazione e gli stessi cittadini. Il filosofo Ivan Illich[2], già negli anni Settanta, metteva in guardia dal rischio che un eccesso di dipendenza dalle cure professionali finisse per indebolire la capacità delle persone e delle comunità di affrontare autonomamente alcune prove della vita.

Pensiamo al lutto. La morte di una persona amata può provocare tristezza, insonnia, smarrimento, rabbia e perdita di interesse per le attività quotidiane. Sono reazioni dolorose, ma non necessariamente patologiche. Possono essere il modo umano, faticoso e imprevedibile con cui impariamo a vivere in assenza di qualcuno.

Naturalmente, il lutto può anche accompagnarsi a una depressione grave o trasformarsi in una sofferenza persistente che richiede un aiuto professionale. Non si tratta di negarlo. Si tratta di evitare che ogni manifestazione del dolore venga automaticamente interpretata come un disturbo.

Lo stesso vale per la timidezza, le difficoltà relazionali, le incertezze dei giovani, le crisi che accompagnano le scelte importanti. Non tutto ciò che fa soffrire è una malattia, così come non tutto ciò che appare normale è necessariamente innocuo.

La diagnosi è uno strumento prezioso quando permette di comprendere una condizione e di offrire un aiuto adeguato. Diventa problematica quando si trasforma in un’etichetta che pretende di spiegare tutta la persona.

Il rischio è passare dal riconoscimento della sofferenza alla convinzione che ogni sofferenza debba essere classificata, spiegata e trattata.

La cultura terapeutica: il benessere come misura di tutto
Accanto alla medicalizzazione si è diffusa quella che alcuni sociologi chiamano cultura terapeutica. È una mentalità che tende a valutare ogni esperienza soprattutto in base al benessere psicologico che produce.

Christopher Lasch[3] aveva già individuato questo cambiamento nella società contemporanea, mentre Frank Furedi[4] ha descritto una cultura che rischia di considerare le persone sempre più vulnerabili e meno capaci di affrontare le difficoltà. Alain Ehrenberg, da parte sua, ha collegato la diffusione della depressione alle pressioni di una società che chiede a ciascuno di essere autonomo, efficiente e responsabile del proprio successo.

Il risultato è paradossale. Da una parte siamo invitati a essere forti, produttivi, competitivi e capaci di realizzare noi stessi. Dall’altra, ogni fallimento, ogni conflitto e ogni delusione possono essere vissuti come una minaccia alla nostra stabilità interiore. Si finisce così per cercare continuamente un equilibrio che nessuna vita reale può garantire.

Una relazione diventa problematica perché ci mette in discussione. Un impegno viene abbandonato perché richiede sacrificio. Una critica viene percepita come un attacco alla propria identità. Una responsabilità viene vissuta soltanto in termini di stress. La soluzione sembra essere sempre quella di eliminare il disagio, anziché domandarsi che cosa ci stia dicendo e come possiamo affrontarlo.

Naturalmente, ci sono relazioni realmente distruttive, condizioni di lavoro insostenibili e sofferenze che non devono essere sopportate passivamente. Ma esiste anche una differenza tra il dolore che segnala un pericolo e quello che accompagna ogni processo di crescita.

Non tutto ciò che ci mette in crisi ci danneggia. A volte ci costringe a cambiare, a riconoscere i nostri limiti, a rivedere le nostre convinzioni e a imparare a vivere con gli altri.

La cultura terapeutica rischia invece di farci credere che la vita buona coincida con una vita priva di tensioni, contraddizioni e ferite.

Quando il benessere diventa il criterio assoluto, la fragilità non è più una dimensione dell’esistenza: diventa un problema da eliminare.

Il rischio di trasformare i problemi sociali in problemi individuali
C’è un’altra questione importante. Molte sofferenze che sperimentiamo individualmente hanno anche radici sociali.

Un giovane che vive nell’incertezza del futuro, una famiglia che non riesce ad arrivare alla fine del mese, un lavoratore sottoposto a ritmi insostenibili, una persona anziana che trascorre le giornate nella solitudine possono manifestare ansia, tristezza, insonnia o perdita di fiducia.

In questi casi, un aiuto psicologico può essere necessario e prezioso. Ma sarebbe riduttivo pensare che tutto si risolva intervenendo esclusivamente sulla persona.

Se un ambiente produce precarietà, isolamento e insicurezza, non basta insegnare agli individui a essere più resilienti. Occorre anche interrogarsi sulle condizioni che generano quella sofferenza.

Il sociologo Nikolas Rose[5] ha mostrato come il linguaggio psicologico possa diventare uno strumento attraverso il quale le persone imparano a interpretare e governare sé stesse. Mark Fisher, in una prospettiva critica della società capitalistica, ha richiamato l’attenzione sul rischio di trattare come problemi individuali sofferenze che hanno anche cause collettive.

Il pericolo è evidente: una società può continuare a produrre disagio e, contemporaneamente, chiedere ai singoli di imparare a gestirlo meglio.

Invece di domandarci perché tanti giovani siano scoraggiati, possiamo limitarci a insegnare loro a controllare l’ansia. Invece di affrontare la solitudine, possiamo proporre tecniche per migliorare il benessere personale. Invece di cambiare un’organizzazione ingiusta, possiamo chiedere ai lavoratori di diventare più resistenti allo stress. Ma la sofferenza non è sempre soltanto una questione privata.

Non possiamo curare adeguatamente le persone senza interrogarci anche sulle condizioni che le fanno soffrire.

Questo non significa negare le malattie mentali né rinunciare alle terapie. Significa tenere insieme la cura della persona e la responsabilità della società.

I giovani: tra maggiore consapevolezza e paura della fragilità
La questione assume un rilievo particolare quando riguarda le giovani generazioni. Oggi molti adolescenti dispongono di un vocabolario psicologico più ampio rispetto a quello delle generazioni precedenti. Sanno parlare di ansia, autostima, attaccamento, trauma e confini personali. Questa consapevolezza può aiutarli a riconoscere situazioni difficili e a chiedere sostegno.

Ma esiste anche un rischio: imparare a interpretare troppo presto ogni emozione attraverso una categoria diagnostica.

Un ragazzo che ha paura di affrontare un esame potrebbe convincersi di avere un disturbo d’ansia. Una ragazza che attraversa una delusione affettiva potrebbe sentirsi irrimediabilmente ferita. Un adolescente che fatica a inserirsi nel gruppo potrebbe arrivare a considerarsi incapace di costruire relazioni.

Non è detto che accada sempre, né sarebbe corretto liquidare come esagerazioni le sofferenze dei giovani. Le difficoltà emotive possono essere reali e talvolta molto gravi. È però importante domandarsi se, nel tentativo di proteggerli da ogni sofferenza, non finiamo qualche volta per trasmettere loro l’idea di essere più fragili di quanto siano.

I giovani hanno bisogno di adulti capaci di ascoltare senza minimizzare, ma anche di accompagnare senza alimentare la paura. Hanno bisogno di sapere che chiedere aiuto è legittimo e che una diagnosi, quando necessaria, non definisce tutta la loro identità.

Hanno anche bisogno di sperimentare la responsabilità, la pazienza, il conflitto affrontato senza violenza, la fatica di mantenere una promessa e la possibilità di ricominciare dopo un fallimento.

Non per abituarli a sopportare qualsiasi cosa, ma per aiutarli a distinguere ciò che li ferisce da ciò che li fa crescere.

La Chiesa davanti alla cultura terapeutica
Anche la Chiesa è coinvolta in questa trasformazione culturale. Non vive fuori dal tempo e non può considerarsi immune dalle sue contraddizioni.

Da secoli custodisce una tradizione di accompagnamento delle persone attraverso la confessione, la direzione spirituale, il discernimento e la cura pastorale. Oggi queste forme di accompagnamento incontrano sempre più spesso le conoscenze della psicologia e della psichiatria.

L’incontro è necessario. La psicologia può aiutare a comprendere dinamiche personali, ferite affettive, conflitti interiori e difficoltà relazionali che non possono essere affrontati adeguatamente con il solo linguaggio religioso.

Ma l’integrazione richiede discernimento. Non ogni difficoltà spirituale è una malattia psicologica, così come non ogni sofferenza psicologica può essere risolta attraverso la preghiera o un consiglio spirituale.

La Chiesa rischia di sbagliare in due direzioni opposte: quando interpreta ogni problema come una questione clinica e quando considera ogni sofferenza una mancanza di fede. In entrambi i casi, la persona viene ridotta a una spiegazione parziale.

Un primo ambito riguarda la formazione dei candidati al sacerdozio. Le competenze psicologiche possono contribuire a un discernimento più serio, aiutando a riconoscere risorse, fragilità e difficoltà che meritano attenzione. Sarebbe irresponsabile rinunciare a queste conoscenze per timore che mettano in discussione un percorso vocazionale.

Il problema nasce quando il discernimento rischia di trasformarsi in una selezione psicologica, nella quale ogni esitazione, ogni dubbio o ogni difficoltà relazionale viene considerata un possibile sintomo.

La vocazione non è la candidatura a una professione che richiede una personalità perfetta. È una storia personale che va accompagnata, verificata e maturata nella libertà.

Una persona può avere fragilità che non impediscono una scelta generosa e responsabile. Altre difficoltà possono invece richiedere un intervento specialistico o suggerire un serio ripensamento del cammino.

Il compito dei formatori non è certificare una presunta normalità, ma aiutare a discernere con competenza, prudenza e rispetto della coscienza.

Lo stesso vale per i sacerdoti già ordinati. Una crisi, un periodo di stanchezza o una difficoltà pastorale non sono automaticamente segni di inadeguatezza. Possono segnalare la necessità di fermarsi, di essere ascoltati, di rivedere il proprio stile di vita o di ricevere un aiuto professionale.

La cura dei presbiteri non può ridursi alla gestione delle emergenze: deve diventare una responsabilità ordinaria della comunità ecclesiale.

Un secondo ambito è quello dei processi di nullità matrimoniale. Il diritto canonico riconosce che alcune condizioni di natura psichica possono rendere una persona incapace di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. In questi casi, il contributo degli esperti può essere importante.

Occorre però distinguere l’incapacità autentica dalla semplice difficoltà a vivere una relazione.

Ogni matrimonio attraversa conflitti, incomprensioni, delusioni e momenti di crisi. Non tutte queste esperienze dimostrano che, fin dall’inizio, mancasse la capacità di assumere gli impegni matrimoniali.

La valutazione deve essere seria e rispettosa della verità dei fatti. La sofferenza di un matrimonio fallito non va minimizzata, ma neppure trasformata automaticamente in prova di una patologia o di un’incapacità originaria.

Anche qui, il rischio consiste nel confondere una relazione che non è riuscita con una persona che non era capace di viverla.

Un terzo ambito, particolarmente delicato, riguarda gli abusi. È necessario valutare gli eventuali fattori psicologici individuali, ma sarebbe gravemente riduttivo spiegare gli abusi soltanto attraverso la personalità di chi li ha commessi.

Le inchieste sugli abusi nella Chiesa hanno richiamato l’attenzione anche sui fattori istituzionali: abuso del potere, silenzio, mancata vigilanza, protezione dell’immagine dell’istituzione e insufficiente ascolto delle vittime.

Una lettura esclusivamente clinica può trasformarsi in un modo per sottrarre alle istituzioni le proprie responsabilità. Se il problema viene attribuito soltanto alla patologia di un individuo, si rischia di non vedere le condizioni che hanno permesso all’abuso di verificarsi o di proseguire.

Ma sarebbe sbagliato anche ignorare la necessità di valutazioni cliniche quando sono pertinenti. Servono entrambe le prospettive: quella personale e quella sistemica, quella psicologica e quella morale, quella clinica e quella istituzionale. La comprensione delle cause non cancella la responsabilità di chi ha agito né il dovere di proteggere le vittime.

Sofferenza spirituale e sofferenza psicologica: distinguere senza separare
Qui tocchiamo forse il punto più importante per la vita pastorale. La tradizione cristiana conosce da secoli la tristezza, l’aridità, lo scoraggiamento, la tentazione di abbandonare il bene e la perdita del gusto della vita spirituale. I monaci antichi parlavano di acedia; Giovanni della Croce ha descritto la notte oscura come una stagione complessa del cammino spirituale.

Queste esperienze non possono essere semplicemente sovrapposte alle categorie della psicologia contemporanea. Possono esserci analogie, ma anche differenze sostanziali.

Una persona può attraversare una prova spirituale senza essere malata. Un’altra può vivere una depressione clinica che non si risolve con un invito a pregare di più.

Dire a chi soffre di depressione che gli manca la fede può aumentare il suo senso di colpa e ritardare la richiesta di aiuto. Ma anche trattare ogni aridità spirituale come un disturbo da eliminare può impoverire la comprensione della vita interiore.

Il discernimento pastorale richiede quindi umiltà. Il sacerdote non deve improvvisarsi psicoterapeuta; il professionista della salute mentale, a sua volta, non è chiamato a sostituire la ricerca spirituale della persona.

Quando è necessario, i due percorsi possono procedere insieme, nel rispetto delle competenze e della libertà della persona. La fede non è un’alternativa alle cure e le cure non rendono superflua la fede.

La comunità cristiana, inoltre, non è soltanto il luogo in cui si indirizzano le persone verso uno specialista. È anche uno spazio di relazioni, ascolto, appartenenza e solidarietà. Può contrastare la solitudine, sostenere chi attraversa una crisi e impedire che una diagnosi diventi un marchio sociale.

Ma deve sapere riconoscere i propri limiti. L’accompagnamento spirituale non sostituisce la presa in carico clinica quando questa è necessaria.

Una Chiesa del benessere o una comunità capace di attraversare la sofferenza?
Esiste, infine, un rischio più sottile: che anche la pastorale venga assorbita dalla cultura terapeutica. Una comunità ecclesiale potrebbe cominciare a valutare ogni attività in base alla serenità che produce, alla soddisfazione dei partecipanti o alla capacità di evitare conflitti. La predicazione potrebbe diventare una forma di incoraggiamento permanente; la preghiera, una tecnica per sentirsi meglio; la comunità, un luogo nel quale ciascuno cerca soprattutto conferme e gratificazioni.

Ma il Vangelo non promette una vita senza inquietudini. Non elimina il conflitto con la realtà, non garantisce il successo e non trasforma ogni sofferenza in un’esperienza immediatamente comprensibile.

Gesù incontra le persone nella loro fragilità, ma non si limita a rassicurarle. Le ascolta, le rialza, le restituisce alla relazione e, talvolta, le chiama a cambiare strada. La sua vicinanza non coincide con l’approvazione di tutto né con la promessa di una felicità senza fatica.

La comunità cristiana non deve diventare un’agenzia di benessere psicologico, ma neppure un luogo che esalta il dolore o invita a sopportare passivamente situazioni ingiuste.

Deve essere una comunità nella quale si possa dire la verità sulla propria sofferenza, ricevere aiuto, assumere responsabilità e ritrovare speranza.

L’arte dell’accompagnamento deve rispettare il mistero della persona. Questo significa non ridurla a un problema da risolvere, a una diagnosi da gestire o a una pratica da archiviare.

Significa anche non utilizzare la fede per evitare le domande difficili. La vera cura pastorale non consiste nel rendere tutti più tranquilli, ma nell’aiutare ciascuno a vivere con maggiore libertà, verità e responsabilità.

Non tutto ciò che fa soffrire è una malattia, ma nessuna sofferenza va ignorata
Possiamo dunque parlare di una crescente patologizzazione della società? La risposta più ragionevole è sì, ma con una precisazione fondamentale.

Esistono segnali di un ampliamento del linguaggio diagnostico e della tendenza a interpretare difficoltà ordinarie attraverso categorie cliniche. Esistono anche rischi di sovradiagnosi e di trattamenti non necessari. Non è però dimostrato che l’aumento delle diagnosi corrisponda semplicemente a una produzione artificiale di malati. Molte persone che hanno bisogno di cure continuano a non riceverle, oppure vi accedono troppo tardi.

La questione non è quindi combattere la psicologia o ridimensionare la salute mentale. È evitare che il linguaggio della malattia diventi l’unico linguaggio con cui interpretiamo l’esistenza.

Per la Chiesa questo significa tenere insieme tre responsabilità. La prima è riconoscere la sofferenza senza trasformarla automaticamente in patologia. La seconda è ricorrere alle competenze cliniche senza rinunciare al discernimento spirituale, morale e comunitario. La terza è non ridurre la cura alla ricerca del benessere individuale, dimenticando la giustizia, le relazioni, la responsabilità e la speranza.

Forse abbiamo bisogno di recuperare una verità semplice: essere fragili non significa essere malati; essere malati non significa essere sbagliati; avere bisogno degli altri non significa essere incapaci.

Una società umana non è quella che diagnostica ogni ferita, né quella che pretende di guarirla con un richiamo alla volontà. È quella che sa riconoscere quando occorre una cura professionale, quando serve un cambiamento sociale e quando una persona ha soprattutto bisogno di qualcuno che le resti accanto.

E una Chiesa fedele al Vangelo non è quella che promette di eliminare ogni dolore, ma quella che non lascia nessuno solo dentro il proprio dolore.

Non dobbiamo scegliere tra la cura e il discernimento, tra la psicologia e la fede. Dobbiamo imparare a custodire la persona, senza trasformare tutta la sua vita in una diagnosi e senza abbandonarla alla sofferenza in nome di una presunta forza spirituale.

Bibliografia

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Crepet, P. (2020). Vulnerabili. Milano: Mondadori.
Ehrenberg, A. (1998). La fatigue d’être soi. Dépression et société. Paris: Odile Jacob (trad. it. La fatica di essere sé stessi. Depressione e società, Torino: Einaudi, 2010).
Fisher, M. (2009). Capitalist Realism: Is There No Alternative? Winchester: Zero Books (trad. it. Realismo capitalista, Roma: Nero Editions, 2018).
Furedi, F. (2004). Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age. London-New York: Routledge.
Illich, I. (1976). Limits to Medicine. Medical Nemesis: The Expropriation of Health. London: Marion Boyars (trad. it. Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Milano: Mondadori, 1977).
Lasch, C. (1979). The Culture of Narcissism: American Life in an Age of Diminishing Expectations. New York: W. W. Norton & Company (trad. it. La cultura del narcisismo, Milano: Bompiani, 1981).
Rosa, H. (2010). Alienation and Acceleration: Towards a Critical Theory of Late-Modern Temporality. Malmö: NSU Press (trad. it. Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica nella tarda modernità, Torino: Einaudi, 2015).
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Vicarelli, G. (a cura di) (2021). Cura e salute. Prospettive sociologiche. Roma: Carocci.

[1] Cfr. Conrad, P. (2007). The Medicalization of Society. Baltimore: Johns Hopkins University Press.

[2] Cfr. Illich, I. (1976). Limits to Medicine. Medical Nemesis: The Expropriation of Health. London: Marion Boyars (tr. it. Nemesi medica, Mondadori, 1977).

[3] CFr. Lasch, C. (1979). The Culture of Narcissism. New York: Norton (tr. it. La cultura del narcisismo, Bompiani, 1981).

[4] Cfr. Furedi, F. (2004). Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age. London: Routledge; Haslam, N. (2016). Concept creep: psychology’s expanding concepts of harm and pathology. Psychological Inquiry, 27(1), 1-17.

[5]Cfr. Rose, N. (1999). Governing the Soul (2nd ed.). London: Free Association Books.

Quali giovani, in quale Chiesa

di: Antonio Cecconi
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Foto di Guilherme Gomes dos Santos via Unsplash

in Settimana News

Il dilagare della violenza in particolare a Milano, mettendo in ombra il senso delle proteste e delle richieste dei manifestanti il 17 e 18 ottobre, ha diffuso in tanta parte dell’opinione pubblica il giudizio negativo. Al quale hanno dato ampio sfogo non pochi media, con l’avallo del Governo Meloni (cf. SettimanaNews).

Prontamente si sono riuniti allo stesso tavolo i ministri dell’Interno, della Difesa e della Giustizia. Già questo evidenziava la lettura incompleta e superficiale, da parte dell’Esecutivo e delle forze politiche che lo sostengono, di quel che era avvenuto e dei successivi sviluppi. La mancata convocazione, accanto ai colleghi, dei ministri dell’Economia, dell’Istruzione, degli Affari sociali e dello Sport ha mostrato inequivocabilmente l’interpretazione miope e parziale del disagio, dei bisogni e dei sogni dei giovani scesi in piazza.

Svelta e semplice la soluzione: osteggiare, colpire, punire e, se del caso, criminalizzare. Di qui il decreto sicurezza con misure lesive della libertà personale quali il fermo preventivo e i cinquecento parà spediti a Milano.

Ben altra la lettura del presidente Mattarella, che allargava l’orizzonte indicando la necessità di «uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore… di asservimento o di emarginazione». E ammoniva che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», invitando a «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza».

Lasciata alle spalle la sbrigativa e maldestra ricerca del capro espiatorio – con l’accusa di terrorismo nei confronti di Youssef Siher –, lo svilupparsi di molte manifestazioni giovanili, attraverso cortei e occupazione di scuole, ha manifestato sinceri bisogni e volontà costruttiva in termini sia di denuncia, sia di proposta.

I tentativi di frange violente e le infiltrazioni facinorose (vedi la devastazione di edifici scolastici) sono ben poca cosa rispetto a quello che dal mondo giovanile emerge: idee, aspettative e speranze. Anche collegandosi alle istanze del mondo del lavoro e facendo proprie sia la causa della pace, sia le crescenti difficoltà economiche delle famiglie. Senza sottovalutare il sostegno degli insegnanti, la presenza di genitori con funzione di interposizione tra manifestanti e polizia e, non ultima, la comparsa nelle manifestazioni del tricolore italiano.

Tra le numerose e pertinenti riflessioni con cui Avvenire ha accompagnato gli eventi, segnalo la conclusione dell’articolo di Tommaso Greco, in data 23 ottobre, per il quale la sicurezza

«è stata ormai ridotta soltanto alla necessità di salvaguardare l’incolumità fisica dei corpi e l’integrità delle cose a cui teniamo. Ed è frutto di un rovesciamento paradossale che i giovani della generazione Z, protagonisti delle proteste di questi giorni – proteste fatte in nome di una sicurezza esistenziale composta di cura, di casa, di lavoro, di scuola, di università, di certezze sul futuro, di ambiente, di possibilità di arrivare a fine mese, di aspirazioni alla giustizia e alla pace – vengano fatti passare genericamente e collettivamente come attentati alla sicurezza, come nemici del futuro. Proprio loro che sono i garanti del futuro di tutti, e la cui voce dovremmo ascoltare invece di soffocarla».

Rispetto a tutto quel che sta accadendo e sta emergendo dal mondo giovanile mi sorge urgente e preoccupata una domanda: come si pone la Chiesa italiana?

Come prima menzione le cronache hanno raccontato che i cittadini sorpresi dalle manifestazioni violente a Milano il 17 ottobre trovavano riparo nel Duomo. La Caritas della stessa diocesi si è dichiarata «disponibile… a partecipare a un’agorà dei e con i giovani che inauguri una nuova stagione di confronto coraggioso, di conoscenza reciproca, di condivisione di riflessioni ed esperienze. Che provi a ridurre le inquietudini, per svuotare le piazze della devastazione». Rilevando che «la conoscenza del mondo giovanile, e il dialogo con esso, non solo a Milano, ma anche a Milano, non dispongono di luoghi e prassi strutturati, costati, sufficienti».

Un chiaro segnale del bisogno di fare di più e meglio, come Chiesa, nei confronti del mondo giovanile. Un bisogno avvertito soltanto nella diocesi ambrosiana?

Spero di sbagliarmi, ma ho una sensazione di distanza tra il modo di occuparsi e preoccuparsi dei giovani nelle diocesi e nelle parrocchie e quello che avviene nei mondi vitali dei loro coetanei, incluso ciò che compare nel sito CEI sotto la voce «Servizio nazionale per la pastorale giovanile».

È in preparazione un incontro per animatori diocesani dei giovani da accompagnare con «una riflessione progressiva: dal riconoscimento della propria identità e del contesto in cui si è chiamati a operare, all’educazione del desiderio; dalle resistenze che abitano il presente, fino alla riscoperta delle relazioni e delle collaborazioni necessarie per camminare insieme».

È disponibile il sussidio Che cosa cercate? Giovani e senso nel contesto attuale secondo cui «le nuove generazioni continuano a cercare senso, futuro e speranza. Continuano a desiderare relazioni autentiche e percorsi di crescita. Continuano a interrogarsi sul significato del lavoro, degli affetti e della propria esistenza…». Intanto è partita la macchina di preparazione alla GMG 2027 di Seul con «quattro parole chiave: verità, amore, pace e coraggio».

Cose belle, bellissime. Ma non sono scritte ancora una volta un po’ troppo in «ecclesialese»? Non rischiano ancora di parlare dei giovani e ai giovani più che di far parlare i giovani?

Mi chiedo se e quanti giovani delle parrocchie e delle associazioni cattoliche sono scesi hanno manifestato pacificamente con i loro coetanei, quanti di essi stanno partecipando attivamente alle iniziative in corso nelle scuole occupate. E se nei loro educatori e animatori come pure nei preti ad essi dedicati c’è la voglia e la capacità di farli «giocare a tutto campo», negli gli spazi della missione difficilmente preventivabili e definibili a tavolino.

Perché non è possibile essere giovani cristiani e cattolici senza esserci, senza stare in frontiera, senza relazionarsi e diventare amici degli altri, dei cani sciolti, dei lontani… Soltanto i giovani «di Chiesa», con i loro limiti ma soprattutto con il loro entusiasmo e la loro voglia di futuro, potranno evangelizzare il resto dell’universo giovanile.

Aggiungo un’altra preoccupazione: oltre a lamentare che la politica è vecchia (di persone e/o di idee), distante dai vissuti quotidiani, sorda alle attese dei poveri e dei giovani, non possiamo non educare i giovani di oggi – come componente della vocazione del cristiano – all’impegno civile e politico. Cosa che, in altri tempi, la Chiesa ha con intelligenza predicato e praticato, basterebbe ricordare come e perché il ventinovenne Aldo Moro fu eletto all’Assemblea Costituente.

Sono andato a rileggere il decreto conciliare sull’apostolato dei laici. Apostolato è un termine oggi desueto; ma tanto distante da quel che chiamiamo evangelizzazione? Ancora buono per i giovani delle nostre Chiese, attivatore di atteggiamento missionario, di presenza nel mondo, di buona notizia di saper essere contagiosi. Così come i padri conciliari chiamavano in causa i giovani dal momento che «un accresciuto loro peso nella società esige da essi una corrispondente attività apostolica, alla quale del resto la loro indole naturale li dispone». Perfino dei ragazzi si dichiarava: «Secondo le proprie forze sono veri testimoni viventi di Cristo tra i compagni» (AA n. 12).

Affermazioni che – spero – non siano tacciate di eccessivo ottimismo conciliare, nella convinzione che un po’ di ripasso del Vaticano II possa arricchire tutto ciò che nelle nostre Chiese va sotto il nome di «pastorale giovanile».

In “Vita di Maria” il poeta Mussapi offre una rilettura intensa e contemplativa della sua figura tra sogno, speranza e ricerca spirituale

Mussapi coglie Maria negli occhi dell’angelo

Avvenire

All’improvviso, le proporzioni si invertono e il cielo non riesce più a contenere la terra. È solo un istante, ma è l’istante che cambia la storia. Anche luce e tenebra si confondono, al punto che perfino lo sguardo degli angeli perde di acutezza. Laggiù, nel chiaroscuro della grotta in cui si compie la nascita, «la conoscenza astrale e la carne divina / di cui siamo tessuti fibra per fibra / ha zone di buio, isole d’ombra», ammette la creatura celeste che in Vita di Maria di Roberto Mussapi (Ponte alle Grazie, pagine 106, euro 14, in libreria da oggi) assume il ruolo di narratore, testimone e interprete. Si tratta, con ogni evidenza, dell’angelo dell’Annunciazione, evento che però in questo «breve poema» viene solamente alluso. Non dato per scontato, perché nel dettato solenne e domestico di Mussapi nulla è sminuito o banalizzato. Piuttosto, l’Annunciazione è il basso continuo che segretamente accompagna una vicenda che verrebbe da definire “terrestre e celeste”, in consonanza con il viaggio pittorico di Simone Martini cantato da Mario Luzi nel 1994. Di nuovo, le due dimensioni si sovrappongono senza entrare in conflitto. Di nuovo, agisce l’omaggio alla lezione dei maestri, perché Mussapi si considera davvero – e a buon diritto – discepolo di Luzi, così come è innegabile e, anzi, rivendicata la sua frequentazione dell’opera di Rainer Maria Rilke e di T.S. Eliot, oltre che dei Vangeli apocrifi e degli scritti della mistica renana Anna Katharina Emmerick.
Sono le fonti principali di questa Vita di Maria, puntualmente censite da Alberto Fraccacreta in sede di postfazione. A fare da amalgama, come suggerisce l’italianista, provvede la fascinazione di Mussapi per un Oriente tutt’altro che di maniera, di cui rendeva conto in maniera esemplare una raccolta come La piuma del Simorgh. In un certo senso, avevamo lasciato Mussapi a quel libro del 2016, che seguiva di misura la provvisoria sistemazione di tutte le sue Poesie nel volume edito da Ponte alle Grazie nel 2014. Il successivo I nomi e le voci, datato 2020, provvedeva di fatto a riordinare la parte più interessante della produzione teatrale di Mussapi, vale a dire i monologhi poetici nei quali il mito si rispecchia nella quotidianità (si pensi, in particolare, a La grotta azzurra, dove la rievocazione di ninfe e sirene avviene nel bagno di un autogrill). Già allora, in ogni caso, si sapeva che Mussapi si era messo sulle tracce del Marien-Leben di Rilke. Ne davano notizia i “frammenti” usciti in plaquette nel 2012 e poi ripresi, appunto, nella Piuma del Simorgh. Prima ancora, lo aveva fatto intuire la sequenza mariana presente in Rexurrexi del 2009 e ora ripresa in Vita di Maria, quasi a introdurre uno scarto lievissimo e illuminante nel tessuto complessivo del poemetto.
Benché noti al lettore di Mussapi, questi stessi versi assumono adesso un’intonazione differente, che è l’intonazione di un angelo talmente ammirato dal mistero dell’Incarnazione da desiderare di piangere alla vista del neonato. Il pianto è uno dei temi ricorrenti di questa sacra conversazione che è nello stesso tempo sacra rappresentazione. Le lacrime non sono più appannaggio esclusivo delle donne. Piange Giuseppe mentre cerca disorientato un albergo disposto a ospitare il travaglio di Maria, ed è sull’orlo della commozione il ladrone che, spinto da una superstizione alla quale non è estranea la fede, reclama un miracolo per il figlio malato. Ha dimestichezza con il pianto anche Khabidzar, il sapiente orientale che gli altri magi hanno incaricato di ripetere, a trent’anni di distanza, il viaggio verso Gerusalemme. Nella spedizione precedente, intrapresa al seguito della cometa e rievocata con ampio ricorso allo stile di Eliot, era toccato a lui portare in dono la mirra, resina regale le cui gocce assumono la forma profetica delle lacrime sparse nel lutto.
Insieme con il pianto, l’altro elemento costitutivo della Vita di Maria è il sogno o, meglio, il sonno vigile durante il quale la Madonna è visitata da visioni e premonizioni. Almeno una volta, è Gesù stesso a parlarle mentre è addormentata: «Considera la morte come un sonno, / un sonno, madre mia, che durerà tre giorni. / Al mio dolore sarò io a resistere. / Ma sappi che la mia morte sarà un sonno». Anche nei momenti più drammatici della Passione, la Maria di Mussapi rimane più Annunciata che Addolorata. Non rinuncia a sorridere, come se già contemplasse la mattina gloriosa di Pasqua. «Il mio stesso bagliore abbagliava me stesso», confessa l’angelo rievocando quell’altro rovesciamento della realtà, quella seconda nascita che è primizia del tempo a venire, quando la morte sarà sconfitta per sempre. Nel riverbero di questa speranza, prendono la parola personaggi solo in apparenza marginali, come la moglie di Pilato, Claudia Procula, e un anonimo soldato romano distaccato sul Golgota. Il motivo della loro convocazione viene rivelato solo sulla soglia del congedo, nella toccante ballata sulla dormizione della Vergine, con una delicata torsione narrativa che conferma la natura felicemente composita del libro.
Risultato tra i più alti della poesia di Mussapi e, in genere, della letteratura spirituale contemporanea (ammesso e non concesso che la letteratura possa permettersi di non essere spirituale), questa Vita di Maria ha già la dignità di un classico e come classici vanno recepiti molti dei testi che lo compongono. Su tutti, resta memorabile il soliloquio nel quale l’angelo, abbacinato dall’enormità di Dio che sceglie di farsi uomo, immagina di chiedere per sé un prodigio analogo e minore. Non pronuncia veramente la sua preghiera ma, ora che ha imparato la «lingua bassa» dell’esistenza terrena, anche a lui piace sognare.

Solo libri, niente tecnologia: i ragazzi di Harvard vanno in direzione ostinata e contraria

Solo libri, niente tecnologia: i ragazzi di Harvard vanno in direzione ostinata e contraria

Avvenire

C’è qualcosa di curioso, e forse persino di commovente, nel fatto che alcuni dei ragazzi destinati a vivere nel mondo più tecnologico della storia vogliano, almeno per un anno, tenersi alla larga dalla tecnologia. Succede ad Harvard, dove il corso che sta facendo parlare di sé non insegna a programmare, non promette di spalancare le porte della Silicon Valley e non offre formule per diventare più competitivi sul mercato del lavoro. Chiede, più semplicemente, di leggere. Libri interi, uno alla settimana. E di farlo con la propria testa.
Si chiama Humanities 10, potremmo definirlo un corso di Lettere nel senso più ampio del termine: un itinerario attraverso la letteratura, la filosofia e i grandi testi della cultura occidentale, ed è tra i corsi più ambiti tra le matricole. Nell’autunno 2026 le candidature sono aumentate del 40 per cento: 180 studenti per 90 posti. Per essere, gli studenti hanno dovuto presentare un saggio. Poi, niente telefoni, computer o intelligenza artificiale. Frequenza obbligatoria, letture impegnative ed elaborati scritti senza scorciatoie.
La docente di filosofia Samantha Matherne conduce gli studenti dentro Emma di Jane Austen, intrecciando il romanzo alle idee di Adam Smith e Immanuel Kant. Poi li incalza: perché Austen ha creato un’eroina così poco simpatica? Perché leggere romanzi? E infine: che cosa ne sarà di Emma, e che cosa ne sarà di voi? Gli studenti applaudono. Il programma attraversa epoche e idee: dall’Odissea a Joyce, da Platone a Dante, da Montaigne a Spinoza, fino a James Baldwin e all’Iliade. I grandi testi della tradizione occidentale sono opere da attraversare e discutere: gli studenti imparano a stare dentro pagine difficili e a difendere un’interpretazione. «Molto di ciò che ricaviamo da questo corso è esperienza umana, e non puoi ottenerla dall’intelligenza artificiale – dice Peggy Urdan, studentessa di scienze politiche e neuroscienze, in una testimonianza raccolta dal Wall Street Journal –. L’unico modo per ottenere qualcosa da questo corso è non usare l’intelligenza artificiale».
L’IA può riassumere l’Iliade, spiegare Kant e confezionare un testo convincente. Ma leggere significa misurarsi con una voce diversa dalla propria, accorgersi di non aver capito e ricominciare: è così che si costruisce un giudizio autonomo. Gli studenti di Harvard sembrano aver individuato un bisogno: sottrarsi alla frammentazione dell’attenzione. Più che bandire la tecnologia da ogni aula, la questione sta nel riconoscere che alcune esperienze valgono proprio per il percorso che richiedono. Se un riassunto può certo restituire la trama di un romanzo, difficilmente può regalarci l’inquietudine di attraversarlo. E se un algoritmo può suggerire un’argomentazione, è impossibile che sostituisca quella sensazione di quando, dopo molte pagine, ci accorgiamo che la nostra idea iniziale era sbagliata.
La “rivolta analogica” si consuma proprio mentre le discipline umanistiche attraversano in linea generale una crisi. Negli Stati Uniti, secondo i dati dell’American Academy of Arts and Sciences, i diplomi universitari di primo livello in discipline umanistiche sono scesi nel 2024 a 165.489, il dato più basso dal 1991 e circa il 30 per cento sotto il picco del 2012. Il corso di Harvard, insomma, non sembra annunciare al momento una riscossa più ampia. Ma proprio la distanza tra la tendenza generale e l’entusiasmo per questo corso dice comunque qualcosa. Anche nel mondo delle imprese tecnologiche si fa strada l’idea che, nell’era dell’automazione, serviranno comunque persone capaci di interpretare problemi e formulare giudizi. Reed Hastings, cofondatore di Netflix, e Jack Clark, cofondatore di Anthropic, vedono nella formazione umanistica una risorsa destinata a rivalutarsi: alle competenze per programmare dovranno affiancarsi quelle per capire che cosa fare degli algoritmi, e con quali conseguenze.
Le discipline umanistiche non possono insomma essere considerate un lusso né un ornamento della formazione scientifica. Servono, eccome, quando il mondo cambia troppo in fretta per consentire di capire dove stiamo andando. Letteratura, filosofia e storia insegnano a riconoscere le contraddizioni umane, interrogare le idee e ricordare che nessuna trasformazione nasce nel vuoto. Se una macchina può contribuire a formulare una risposta, la responsabilità di cercarla resta umana.
Più che fuggire dal futuro, i ragazzi di Harvard stanno cercando di arrivarci preparati. E hanno intuito che, per riuscirci, qualche volta bisogna spegnere tutto, aprire un libro e restare lì. Senza fretta, senza notifiche, senza qualcuno che pensi al posto nostro. Per scoprire che la libertà intellettuale comincia proprio quando nessuno ci consegna la risposta.

«Questo è solo l’inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

«Questo è solo l'inizio». Gli allarmi bomba minacciano i voli e le redazioni. Perché?

Una rivendicazione, ancora da verificare, e la minaccia di un’escalation della strategia del terrore. L’Europa continua ad essere il bersaglio di falsi allarmi bomba che dagli aerei ieri si sono spostati nelle redazioni di alcuni media irlandesi, probabilmente come “avviso” ad una settimana dal doppio appuntamento del vertice della Comunità politica europea e quello informale del Consiglio europeo. Insieme costituiscono la più grande riunione di capi di Stato e di governo mai ospitato dall’Irlanda, che al momento detiene la presidenza a rotazione del Consiglio dell’Ue con la partecipazione di una cinquantina tra leader di Paesi europei, incluso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
«Questo è solo l’inizio. Quello che è successo questa settimana è soltanto una piccola parte di ciò che attende l’Europa nel prossimo futuro. Molto presto faremo esplodere i vostri aerei, le navi da crociera, le stazioni della metropolitana e i treni» è il contenuto dell’inquietante e-mail inviata a diversi organi di informazione, nella quale un sedicente leader del gruppo, che si firma “Mikhail Andropov” rivendica la serie di minacce di attentati. «In questo momento stiamo preparando una nuova ondata di attacchi» si legge nel messaggio intitolato “Messaggio all’Occidente”. Il cognome utilizzato è quello di Yuri Andropov, ex segretario generale del Partito comunista sovietico. Non è chiaro se si tratti di un indizio di un coinvolgimento russo o di un tentativo di indirizzare i sospetti verso Mosca. Alcune delle minacce giunte giovedì all’aeroporto di Roma recavano la firma “combattenti dello Stato maschile” (Male State), un riferimento a un movimento russo di estrema destra, ultranazionalista e misogino, fondato nel 2016, che ieri ha smentito il suo coinvolgimento. La pista russa potrebbe portare al Centro principale per le tecnologie speciali del Gru, l’unico servizio dell’intelligence di Mosca sopravvissuto alla fine dell’era sovietica, incaricato delle operazioni all’estero. Il team, meglio noto come Unità 74455, è celebre per devastanti attacchi ai danni di diverse aziende europee.
Le minacce anche ieri hanno riguardato una ventina di voli passeggeri e le sedi di diverse testate giornalistiche irlandesi, tra cui l’emittente pubblica Rte, che sono state evacuate per un paio d’ore. Per fortuna anche gli allarmi di ieri, si sono rivelati infondati. I velivoli coinvolti sono atterrati in sicurezza e le perquisizioni a bordo non hanno portato al ritrovamento di alcun ordigno esplosivo. Le allerte hanno riguardato in Italia due voli: un Ryanair proveniente da Fiumicino e atterrato a Lisbona e un Wizzair Praga-Roma deviato su Venezia. Almeno nove voli da o per Praga, quattro voli in transito sulla Francia, due diretti a Sofia. Il ministro della Difesa ungherese, Romulusz Ruszin-Szendi ha spiegato che l’Ungheria ha fatto decollare per tre volte dei caccia per scortare voli civili all’interno del proprio spazio aereo. La polizia danese ha indagato su una minaccia rivolta all’aeroporto di Copenaghen, che ha comunque continuato a operare regolarmente.
Massima allerta in Irlanda. La polizia ha aperto un’indagine sui falsi allarmi bomba inviati via e-mail a diversi media del Paese, fra cui l’emittente radiotelevisiva pubblica Rte, Virgin Media, Newstalk e Irish Independent che hanno causato l’evacuazione delle sedi che ospitano emittenti e quotidiani. Il testo dell’e-mail avvertiva che un ordigno sarebbe esploso entro 45 minuti: una minaccia rivelatasi del tutto falsa dopo i controlli compiuti dalle forze dell’ordine. Il ministro della Giustizia Jim O’Callaghan ha assicurato che sarà fatto ogni sforzo possibile per individuare i responsabili. Anche l’emittente britannica Sky ha riferito di aver ricevuto una minaccia alla sicurezza e di aver informato le autorità competenti.
Sui falsi attacchi bomba è intervenuta la premier Giorgia Meloni. «Non siamo in grado oggi di dire se l’attacco al plasma in Francia, i finti allarmi bomba sugli aerei, l’aggressione nei confronti dei generi alimentari siano tutti collegati, però ci dicono sicuramente tutti la stessa cosa: che oggi a essere sotto attacco sono infrastrutture civili». Questo ha aggiunto la premier «riporta a un ragionamento che cerco di fare da diverso tempo: quando noi parliamo di spese di difesa e sicurezza in un tempo come questo, non stiamo parlando semplicemente di armi. Stiamo parlando di mettere in sicurezza la quotidianità dei cittadini».
La Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha aperto un’indagine sugli allarmi bomba. Un fascicolo per procurato allarme, al momento a carico di ignoti, è stato aperto dalla Procura di Busto Arsizio e un analogo fascicolo è stato aperto dalla procura di Roma. Intanto la Commissione Ue ha annunciato che la prossima settimana ci sarà un summit degli esperti della sicurezza dei 27 a Bruxelles per discutere le misure necessarie .

C’è un segreto antico custodito tra le pieghe della vita feriale: quello di saper guardare la realtà non con la fretta consumata dell’abitudine, ma con lo sguardo incantato di chi vede le cose per la prima volta

Una lezione di vita tra i fornelli del monastero

Avvenire

C’è un segreto antico custodito tra le pieghe della vita feriale: quello di saper guardare la realtà non con la fretta consumata dell’abitudine, ma con lo sguardo incantato di chi vede le cose per la prima volta. Nella vita monastica, la quotidianità non è mai una gabbia o una ripetizione sterile; è piuttosto il luogo teologico in cui Dio si lascia incontrare attraverso i gesti più ordinari, come spezzare il pane, dosare un pugno di farina o mescolare una salsa sul fuoco.
Questa verità si è fatta carne e sorriso nei giorni scorsi, quando la nostra foresteria ha spalancato le porte a una famiglia speciale: mamma, papà e due fratellini, D. e S., uno dei quali con una «fragilità», come ci è stata raccontata.
Sono venuti al monastero spinti dal semplice desiderio di conoscerci, di «stare un po’ con noi» e di condividere un tempo senza orologi e senza ansia da prestazione. Tra le mani e nelle parole portavano un dono prezioso: la loro personale versione delle nostre ricette. Polenta pasticciata, gnocchi al latte e fritti sono stati al centro delle conversazioni durante il tempo trascorso insieme.
Ascoltarli raccontare il modo in cui vivono la cucina a casa è stato come assistere a una piccola liturgia della gioia. D. e S. non seguono semplicemente dosi o passaggi tecnici: per loro cucinare è un viaggio sensoriale fatto di profumi che sorprendono, di consistenze toccate con meraviglia, di colori che accendono gli occhi. In quella narrazione, ogni piccolo ingrediente diventava un mondo intero da esplorare.
La presenza di quella «fragilità», vissuta con tanta serenità, semplicità e persino gioia, lungi dall’essere una nota stonata, è stata la chiave armonica che ha rivelato la profondità dell’incontro. Il suo modo di percepire la realtà, così attento ai dettagli, limpido e privo di sovrastrutture, ci ha richiamato direttamente alla prima parola della Regola di san Benedetto: «Ascolta».
Un ascolto che non si fa solo con le orecchie, ma con tutto il corpo e con il cuore, capaci di sintonizzarsi su un ritmo diverso. Come accade in cucina, dove ogni spezia e ogni ingrediente hanno bisogno del proprio tempo per sprigionare il loro sapore, così la relazione con lui ci ha insegnato l’arte di rallentare, accogliendo la diversità non come una mancanza, ma come una straordinaria ricchezza che educa l’intera famiglia alla cura e alla pazienza reciproca.
Tra i due fratellini si respira una complicità naturale, un’alleanza tenera in cui il gioco e la cucina diventano ponti di comunicazione immediata. Guardarli insieme, circondati dall’amore discreto e tenace dei loro genitori, ci ha ricordato che la felicità non risiede in grandi eventi eccezionali, ma nella capacità di abitare con gratitudine le piccole cose del quotidiano.
È attorno alla tavola di casa che si impara che «nessuno si salva da solo», scoprendo che l’amore vero si nutre di sguardi condivisi, di briciole raccolte insieme e di risate che riempiono la stanza.
D. e S. ci hanno lasciato una lezione luminosa: ci hanno ricordato che il sapore autentico della vita non si misura nella perfezione del risultato, ma nello stupore con cui ci si accosta alla realtà e nella gratuità con cui ci si dona agli altri.
Grazie a questi due piccoli maestri per aver portato nei nostri chiostri il profumo fresco della semplicità e per averci insegnato, ancora una volta, che la santità feriale ha il gusto dolce e meraviglioso delle cose fatte insieme.

Vivere al Sud dovrebbe essere un destino possibile

Il Mezzogiorno prova a fermare l'esodo: ci sono progetti e reti per la “restanza”

Avvenire

Ma tra denatalità e spopolamento il rischio è che il Mezzogiorno si trasformi in una landa desolata, priva della sua risorsa più preziosa: le nuove generazioni. I dati descrivono una situazione drammatica dal 2001 ad oggi sono “spariti” 730mila abitanti, negli ultimi sei anni 150mila laureati si sono trasferiti altrove. Senza un cambio di rotta da qui al 2080, secondo i dati Istat, ci sarà una flessione di ben 8 milioni di residenti. Una vera e propria “estinzione naturale” che la Fondazione con il Sud, che a Napoli ha festeggiato i suoi primi 20 anni di attività, prova a contrastare con interventi di rigenerazione del territorio e di recupero del patrimonio artistico.
All’evento “Sud Vivo. 20 anni con il Sud” che si è svolto presso il complesso monumentale Donnaregina hanno partecipato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le istituzioni locali e il cardinale Domenico Battaglia. Il capo dello Stato ha auspicato che chi «nasce nel Meridione possa scegliere liberamente di restarvi, possa tornarvi se ha fatto esperienza altrove e possa aggiungersi chi viene da fuori per arrivare qui» facendo riferimento ai quattro pilastri della campagna contro lo spopolamento. «Questa è una chiave di sviluppo per l’intero Paese, è interesse nazionale dell’Italia», ha aggiunto. L’arcivescovo Battaglia ha messo l’accento sul processo di inclusione sociale e di solidarietà che la Fondazione ha avviato a Napoli, grazie all’impegno di «persone che non si rassegnano alle diseguaglianze». Nella splendida cornice della chiesa barocca anche i giovani protagonisti di questo cambiamento, 130 ragazzi che hanno fatto della “restanza” il loro modello di vita, accompagnati dai loro bambini.
«Davanti a questo scenario segnato da denatalità, emigrazione e invecchiamento, abbiamo due strade: rassegnarci a un declino che sembra scritto o unire le forze per cambiare rotta» ha sottolineato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione con il Sud. Indispensabile l’impegno trasversale di istituzioni e società civile, mondo economico e della cultura, giovani e adulti. Ma soprattutto un nuovo modo di pensare che guardi alla realtà senza illusioni, focalizzando l’attenzione più su ciò che si ha e non su ciò che manca. Presentata l’indagine sullo spopolamento realizzata da Demopolis che evidenzia come il tema preoccupi il 73% degli italiani, mentre la denatalità addirittura l’80%.
Il 20esimo compleanno è stata l’occasione per presentare anche la campagna “Sud Vivo”, sorretta da una rete di 200 co-promotori, che include piccole e grandi organizzazioni tra cui il Forum nazionale del Terzo Settore, le fondazioni e le associazioni Acri e Assifero. Nei suoi 20 anni di attività la Fondazione con il Sud ha sostenuto oltre 2.000 iniziative. Uno degli interventi simbolo è proprio quello fatto a Napoli, nel rione Sanità. Un quartiere che sorge a pochi passi dal centro storico eppure per due secoli è rimasto come tagliato fuori, una sorta di corpo estraneo. Un ghetto che all’inizio del nuovo millennio sembrava senza speranza. La criminalità organizzata era padrona del quartiere, la dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile a livelli altissimi. Eppure, coperto da un mantello di disagio e incuria, quel quartiere custodiva un patrimonio straordinario: chiese barocche, palazzi nobiliari, botteghe artigiane e sotto la superficie un mondo sotterraneo fatto di catacombe paleocristiane. A gettare il seme di un rinnovamento il parroco don Antonio Loffredo: arriva al Rione nel 2001 e coinvolge i ragazzi del quartiere, facendo scattare in loro il desiderio di riscatto ma soprattutto il senso di appartenenza. Nel 2006 nasce la cooperativa sociale La Paranza e due anni dopo vengono riaperte al pubblico le catacombe e la basilica di San Gennaro. Una rinascita crea lavoro per i giovani, soprattutto per quelli considerati “pietre scartate”, senza titolo di studio o con storie di devianza, che sono diventati i punti di riferimento del quartiere. Anno dopo anno il “metodo Sanità” com’è stato ribattezzato ha conquistato premi e riconoscimenti, tra gli altri quello della Commissione Europea, ed ha riaperto altri luoghi simbolici come il cimitero delle Fontanelle, nato come cava di tufo e diventato un luogo di sepoltura soprattutto durante la peste e il colera, e il Chiostro di San Giovanni a Carbonara, che è nato su un luogo dove si raccoglievano i rifiuti.
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
I ragazzi della coop La Paranza nella chiesa di Santa Maria della Sanità, a Napoli
Nel 2024 per “gemmazione” è nata un’altra cooperativa di Comunità, la Sorte, parallelamente è partito il progetto del Museo Diocesano Diffuso (Mudd) che ha sottratto all’abbandono molte chiese del centro, a partire dal Duomo. L’entusiasmo e la voglia di fare comunità sono il segreto del successo di questa rigenerazione del quartiere.
«La cosa più bella è stata scoprire che si può cambiare modo di guardare un luogo senza doverlo abbandonare». Sara ha 23 anni, voleva fuggire da Napoli, si domandava cosa venissero a fare i turisti tra quei vicoli degradati. La cooperativa ha cambiato la sua prospettiva: la fa sentire parte di un qualcosa di più grande, le consente di condividere passioni e speranze. Patrizia cercava l’evasione nei quartieri altolocati, per sfuggire alle sue umili origini. Poi sono arrivati i bambini di un asilo nido, dove ha iniziato ad insegnare durante il Servizio civile. «Ho capito quanto l’educazione possa fare la differenza in contesti così fragili».
Samuele con una laurea in lingue straniere era pronto a trasferirsi al Nord o all’estero. Cercare fortuna altrove sembrava un destino già scritto. Poi la riapertura del cimitero delle Fontanelle, proprio nella via dove lui è nato e cresciuto, gli ha permesso di restare. Adesso si impegna per far sì che altri possano fare questa scelta.

Scuola e IA / Gli studenti non vogliono compiti corretti dall’intelligenza artificiale

Gli studenti non vogliono compiti corretti dall'intelligenza artificiale

Avvenire

Claudia Muellauer è una docente di Lingua e Teoria della conoscenza all’International Highschool Herzogberg, in Austria. Durante una mattina qualunque, dopo aver consegnato i compiti corretti ai propri alunni, si è sentita rispondere «Questa correzione sembra fatta da ChatGPT». Effettivamente i commenti che aveva scritto a margine degli elaborati degli studenti erano accurati e molto più dettagliati di quelli che avrebbe avuto il tempo di scrivere da sola. È lei stessa a raccontare questo episodio in uno dei 26 saggi di The algorithm in the room, il volume pubblicato dall’Unesco in occasione della Digital Learning Week di Parigi.
La docente aveva cominciato a usare l’intelligenza artificiale per curiosità, prima ancora che per risparmiare tempo, ma correggere i compiti era diventato più lungo perché caricava gli elaborati con istruzioni molto dettagliate, poi rivedeva i commenti del chatbot, eliminava quelli fuori tema, aggiungeva incoraggiamenti per non scoraggiare i ragazzi e poi riscriveva alcuni passaggi con parole sue. Così, racconta Muellauer, una correzione da cinque minuti arrivava a richiederne quindici o venti. Ma l’aspetto più sorprendente è che gli stessi studenti non apprezzavano questa tipologia di correzione: «Mi hanno detto che volevano che leggessi il loro lavoro – racconta la prof –. Per loro, l’utilizzo dell’IA segnalava ‘la mia assenza». I commenti, troppo minuziosi o impersonali generati con il supporto dell’IA venivano ignorati dagli studenti, soprattutto perché mancava un segno riconoscibile dell’attenzione dell’insegnante, come una nota scritta a mano sul margine del foglio o una sottolineatura. Muellauer lo definisce un paradosso: «Più il feedback diventava “perfetto”, meno sembrava reale ai miei studenti».
Spiegare alla classe come usava l’IA è servito solo in parte, alcuni ragazzi hanno ammesso di usarla a loro volta per trovare idee o scrivere le prime bozze, ma il giudizio sulle correzioni non è cambiato: «A volte mi sembra di imbrogliare, anche quando so di aver lavorato più che mai», ha scritto la docente che comunque resta convinta che quei commenti generati dall’IA aiutassero a capire meglio gli errori, ma quanto possono servire, si chiede, se gli studenti non ne riconoscono il valore? Forse la loro diffidenza segnala un bisogno: sapere che l’insegnante ha dedicato tempo e attenzione a ciò che hanno scritto, per questo propone di custodire «le belle inefficienze che segnalano una cura autentica».
Il racconto, poi, affronta una domanda trasversale all’intero volume: che cosa rischiamo di perdere quando affidiamo una parte dell’insegnamento all’IA? Bianca Farthing, docente nel Regno Unito, si interroga sulla promessa di una didattica su misura per ogni studente: «Il paradosso dell’apprendimento personalizzato è che spesso mette ai margini la voce di chi apprende», il rischio, cioè, è che proprio lo studente abbia poca rilevanza nelle scelte sul proprio percorso. Victoria Livingstone e Jeppe Klitgaard Stricker raccontano invece di una studentessa che, prima dell’arrivo dei chatbot, aveva letto libri per un mese prima di definire l’argomento di una ricerca sull’effetto Mozart: con l’IA sarebbero bastati pochi minuti, ma avrebbe perso il confronto tra fonti in disaccordo tra loro, che l’aveva aiutata a raggiungere una conclusione più ragionata. Per i due autori, questa fatica è una parte essenziale dell’apprendimento.
Nelle conclusioni, il rapporto invita le scuole (e chi decide le politiche educative) a spiegare a che cosa serve ogni strumento di IA introdotto in classe. E sottolinea che devono essere gli insegnanti a scegliere se e come usarlo. Il documento, infine, segnala anche un complessivo ripensamento nell’uso delle tecnologie: alcuni sistemi scolastici, tra cui quello svedese, stanno riducendo gli schermi per tornare a libri e carta. Muellauer riconosce che l’IA l’ha resa un’insegnante migliore, ma allo stesso tempo ricorda che «l’insegnamento è sempre stato un lavoro fondamentalmente relazionale» e quindi nelle correzioni, gli studenti cercano anche la prova che qualcuno li abbia letti e capiti davvero.
Una nota a margine, persino imprecisa, può darla, mentre un giudizio impeccabile ma artificiale rischia di cancellarla.

Il Governo in Israele?

Il Governo in Israele? Il presidente Herzog darà l'incarico domenica. Ecco le coalizioni possibili

Avvenire

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha concluso questa sera le consultazioni per la formazione del nuovo governo dopo il voto del 27 ottobre. Ha annunciato che deciderà domenica a chi affiderà l’incarico. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari – ha spiegato -, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi». Il presidente ha spiegato che 67 parlamentari hanno raccomandato il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, mentre sono 46 i parlamentari che hanno sostenuto il primo ministro Benjamin Netanyahu. Quindi Eisenkot dovrebbe ottenere il mandato. Mettere insieme una maggioranza di 61 seggi alla Knesset  si annuncia comunque come un’impresa complicata: preclusioni incrociate, rivalità personali e interessi difficilmente conciliabili rischiano di riportare più volte le trattative al punto di partenza. Il professor Sergio Della Pergola, demografo e tra i più accreditati analisti israeliani, ha individuato cinque percorsi possibili e, conti (dei seggi) alla mano, ne valuta con Avvenire le chance di successo.

1 – Coalizione di Netanyahu con Ra’am

Sarebbe la soluzione più facile  (Bibi ha 53 seggi e con gli 8 del partito arabo Ra’am raggiungerebbe quota 61), ma è anche la prima da scartare. E del resto Ra’am proprio ieri ha dichiarato che indicherà Eisenkot come primo ministro. «Tengo però a citarla come possibilità – spiega Della Pergola – per ricordare che in passato Netanyahu aveva già provato a tirare in coalizione con sé Mansour Abbas (leader di Ra’am). Smotrich (Sionismo religioso) gli aveva messo il veto, e quindi Abbas entrò nel governo Bennett-Lapid del 2021-2022. Un esempio di come, quando si tratta di formare un governo, anche i “sacri principi” e tutta questa “purezza” nel rifiutare la collaborazione con gli arabi possano evaporare in un attimo».

2 – Governo di minoranza di Eisenkot con gli arabi

Bisogna fare una premessa: con il sostegno di entrambi i partiti arabi (Ra’am e Lista comune), Eisenkot arriverebbe a 67 seggi, ben oltre la maggioranza assoluta. Ma una soluzione aritmeticamente possibile si scontra con i veti politici all’interno del suo stesso schieramento. Resta allora la strada di un governo di minoranza. «Eisenkot parte da 48 seggi: deve cercarne 13 – spiega Della Pergola -. Con i soli seggi di Abbas (8), arriverebbe a 56, e quindi niente di fatto. Ma con l’astensione dell’altro partito arabo, Lista comune (11 seggi), la sua coalizione risulterebbe comunque vincente rispetto a quella di Bibi, che ha 53 seggi. Avremmo un governo, perché non occorre avere la maggioranza assoluta della Knesset, ma la maggioranza semplice».
In questo scenario, bisogna però considerare tre variabili. La prima è Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (7 seggi). «Ha dichiarato solennemente “Né Bibi, né Tibi” – ricorda Della Pergola, con riferimento ad Ahmad Tibi, numero due della Lista comune, che si è detto disponibile ad appoggiare un governo alternativo a Netanyahu –. Ma un conto è entrare in coalizione con i partiti arabi, un altro è formare un governo grazie alla loro astensione. E voglio proprio vedere se Lieberman resterà fermo sulle sue posizioni, rinunciando alla possibilità di mandare Bibi all’opposizione».
Anche perché c’è una seconda variabile che potrebbe rendere meno decisiva la posizione di Lieberman: i haredim di Ebraismo unito della Torah (7 seggi). «Hanno fatto sapere questa mattina che non indicheranno nessuno come premier, il che rappresenta una grossa crepa nello schieramento di Netanyahu. Non solo: il capolista, Yaakov Asher, ha dichiarato di “essere sullo scaffale”, insomma a disposizione, in attesa della migliore offerta politica. Esiste quindi, almeno in teoria, la possibilità che Ebraismo unito della Torah si astenga o addirittura voti a favore di Eisenkot. E qui i conti diventano interessanti: se Lieberman negasse i suoi 7 voti a Eisenkot, quest’ultimo scenderebbe a 49. Ma con l’astensione dei 7 deputati ultraortodossi, anche Netanyahu perderebbe altrettanti voti, scendendo a 46. Eisenkot potrebbe quindi ottenere la fiducia anche senza Lieberman».
Infine, la terza variabile, la più seria. «Riguarda Balad, partito nazionalista palestinese, fortemente anti-israeliano e vicino alle istanze di Hamas, che fa parte della Lista comune. Se si oppone, se si sfila, cade tutto il progetto».
Un primo banco di prova di questi equilibri arriverà già il 10 novembre, quando la nuova Knesset si riunirà per il giuramento dei deputati e l’elezione del presidente del Parlamento. «L’attuale presidente è Amir Ohana, del Likud – spiega Della Pergola -. È gay, e i due partiti haredim (ultraortodossi), Ebraismo unito della Torah e Shas, contrari al riconoscimento delle unioni omosessuali e ai diritti LGBTQ, nella precedente legislatura avevano votato a favore della sua nomina tenendo il capo basso in segno di disapprovazione, ma accettando per convenienza politica. Questa volta, invece, Ebraismo unito della Torah ha annunciato che uscirà dall’Aula durante la votazione. Il Likud perderebbe così sette voti per la conferma di Ohana. Eisenkot potrebbe riuscire a eleggere un presidente della Knesset diverso da quello uscente. E sarebbe un passaggio politicamente molto importante, perché il presidente organizza i lavori parlamentari e può incidere sull’agenda legislativa anche prima della formazione del governo».
Si aprirebbe una situazione straordinariamente interessante: «Alcuni giorni di democrazia parlamentare pura, nei quali la Knesset potrebbe assumere iniziative di grande rilievo. Per esempio, avviare il percorso per istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, intervenire sulle leggi della contestata riforma giudiziaria o introdurre un limite alla durata del mandato del primo ministro. C’è poi la questione del controllore di Stato, l’ombudsman: la carica è vacante da luglio, dopo che la Corte Suprema ha annullato l’elezione di Michael Rabello, italiano e storico avvocato di Netanyahu, per irregolarità nella segretezza del voto. Spetterà alla nuova Knesset eleggerne il successore. Tanto più che Rabello ha rinunciato alla candidatura. Potremmo quindi vedere Netanyahu in minoranza ancora prima della nascita del nuovo governo».

3 – Governo di unità nazionale con
mandato a Eisenkot

Eisenkot potrebbe tentare di arruolare il Likud di Netanyahu senza Netanyahu. Ma il Likud  potrebbe porre come condizione proprio il premierato di Netanyahu.  «Bibi – spiega Della Pergola -, anche a causa dei processi che lo riguardano, ha tutto l’interesse a mantenere la carica di primo ministro (in base alla legislazione israeliana chi è sotto processo può fare il premier ma non il ministro). Difficilmente, quindi, accetterebbe un governo di unità nazionale presieduto da Eisenkot. Si potrebbe immaginare un governo a rotazione: due anni Netanyahu, poi due anni Eisenkot, con la prospettiva di un provvedimento di clemenza per Bibi e magari, in seguito, di una sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Ma Eisenkot ha escluso categoricamente l’ipotesi della rotazione. Peraltro, conosce bene il precedente di Benny Gantz», che nel 2020 accettò un accordo di alternanza alla guida del governo con Netanyahu, senza però arrivare mai ad assumere l’incarico di premier: il governo cadde prima che scattasse la rotazione.

4 – Governo di unità nazionale con
mandato a Netanyahu

Eisenkot potrebbe fallire nel tentativo di formare un governo e il mandato passare a Netanyahu, che resta il leader del primo partito israeliano. «Bibi ha già dichiarato di voler aprire le porte a chiunque sia disposto a unirsi alla sua coalizione, compresi Ben-Gvir e Smotrich – osserva Della Pergola –. Credo però sia molto difficile che qualcuno accetti la proposta».

5 – Elezioni entro la primavera

Quella di nuove elezioni entro la primavera è l’ipotesi più probabile. «E anche la peggiore», sottolinea Della Pergola, richiamando l’appello del presidente Herzog alle forze politiche perché facciano ogni sforzo per evitare questo scenario. «Nuove elezioni sarebbero un disastro per la gestione del Paese, acuirebbero le tensioni e potrebbero favorire Netanyahu. Nell’ultima tornata molti voti della destra sono andati dispersi a causa della soglia elettorale del 3,25%: in una nuova consultazione potrebbero confluire verso il Likud, rafforzandolo. Inoltre, la settimana scorsa 67mila cittadini israeliani sono rientrati in aereo per votare. Non abbiamo dati certi sulle loro preferenze politiche, ma è plausibile che una parte significativa volesse sostenere l’opposizione. Difficilmente, però, ripeterebbero il viaggio per una seconda elezione a breve distanza. Anche l’affluenza degli elettori arabi potrebbe diminuire, soprattutto se non vedessero tradursi in risultati politici la loro partecipazione al voto. Sono tutti fattori che potrebbero avvantaggiare Netanyahu, portandolo più vicino alla maggioranza. Ed è proprio su questo che Bibi sembra puntare».
Lo stesso Bibi sta svolgendo una campagna mediatica sulla illegittimità del voto. «Si sostiene che ingenti fondi diano arrivati da Paesi nemici per sovvenzionare l’affluenza alle urne degli arabi, fino al limite di chiedere nuove elezioni. Vedo quindi in atto – teme Della Pergola – un tentativo pericoloso. Qualcosa che somiglia in modo preoccupante a quello che accadde negli Stati Uniti nel gennaio del 2021, a Capitol Hill».
Resta infine l’incognita Iran. «Il risultato delle elezioni americane potrebbe avere un peso importante: Trump ne è uscito indebolito e, nelle sue attuali condizioni politiche, mi sembra difficile che decida di impegnarsi in una guerra. Netanyahu potrebbe però scegliere di agire anche senza gli Stati Uniti. Sarebbe una decisione dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, ma non mi sento di escluderla del tutto».

«Migranti», a Villadossola volti e storie di chi dal Vco ha cercato fortuna in giro per il mondo

La mostra alla Fabbrica di Villadossola

La Stampa

Alla Fabbrica ventisette racconti su tela narrano le storie di chi è partito dal Vco in cerca di un futuro diverso

«Migranti» è la mostra dedicata a chi, ieri e oggi, è partito per creare qualcosa di grande o un futuro diverso. È una raccolta di viaggi, volti, storie di persone più e meno conosciuti che hanno lasciato la loro terra per altri mondi. Sono storie di speranze, sogni, successi, coraggio. Comune denominatore il Vco: da qui sono partiti i protagonisti dei 27 «racconti su tela» esposti fino all’8 novembre al centro culturale La Fabbrica di Villadossola (venerdì 16- 19, sabato e domenica 10-19).

La mostra è curata da Bottega dell’arte di Gravellona guidata dall’artista Michela Mirici Cappa e Associazione culturale Giovan Pietro Vanni di Borgomezzavalle, il progetto partito su impulso di Giuseppe Possa e Pier Franco Midali nell’idea di sviluppare un ciclo di dipinti che trattassero il fenomeno della migrazione verso l’Europa e il resto del mondo di persone originarie del Vco.

Dalla val Vigezzo alla valle Strona

Si è perciò partiti da una ricerca storica e bibliografica impreziosita da testimonianze dirette. Si va dagli inventori dell’Acqua di Colonia a Francesco Saverio Adorna, vigezzino, al quale è attribuito il primo prototipo di mongolfiera fino agli spazzacamini vigezzini. Valore aggiunto sono le storie personali degli autori emerse nel corso dell’elaborazione del progetto. Un’allieva ad esempio è lontana parente di Cesare Cardini, partito da Baveno per il Messico e ideatore della celebre «Caesar salad».

Un’altra è nata e vissuta a Losanna da padre emigrato da Massiola e ha ricordato che c’è la «Società massiolesi Losanna». Il nonno di un allievo invece è stato uno degli scalpellini che da Feriolo è volato a Barre, nel Vermont, e il nipote conserva ancora il baule che utilizzò per il viaggio con affissa l’etichetta di spedizione originale (esposta alla mostra). «All’inizio c’era un certo distacco ad affrontare il tema – rileva Mirici Cappa -, sembrava un argomento che riguardasse altri. Mano a mano che ci lavoravamo e ragionavamo ci siamo resi conto che quasi ognuno ha avuto o ha a che fare con la migrazione».

Ecco chi espone

Espongono Adriana Bertelle, Elena Cacciatori, Giovanna Candito, Tatiana Caraiman, Ines Cardini, Manuela Cerutti, Luciano Cristina, Enrica D’Andolfo, Margherita De Palma, Renata Ferraris, Odette Firenze, Graziella Guglielmelli, Martina Imperiale, Margherita Librale, Michela Mirici Cappa, Chiara Ottone, Alessandra Palermi, Carlo Ragazzi, Antonella Ramoni, Claudia Rossetti, Cecilia Savaglio, Maria Pia Vanini, Oscar Visin, Fiorenzo Vitali.