
Ennesimo salvataggio questa notte al largo dell’isola di una imbarcazione su cui viaggiavano 55 migranti provenienti da vari Paesi africani. Nulla da fare per una bimba di appena un mese arrivata in condizioni critiche. La Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta. Save The Children: “non è una fatalità, è il fallimento di politiche che continuano a mettere i confini davanti alla vita”
Cecilia Seppia – Città del Vaticano – Vatican News
La motovedetta V1307 della Guardia di Finanza ha battuto sul tempo l’imminente naufragio di una imbarcazione a largo di Lampedusa su cui viaggiavano 55 migranti provenienti da Camerun, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Mali, Nigeria e Sierra Leone. Ha scortato la barca in salvo fino al Molo Favarolo alle 4.30 del mattino e una volta a terra, sotto il coordinamento della Croce Rossa italiana, sono iniziate le procedure di prima accoglienza e trasferimento all’hotspot dell’Isola. Ma per la piccola M. di nazionalità ivoriana e appena un mese di vita, non c’è stato niente da fare. Il respiro le si è fermato nel tragitto dal molo al Poliambulatorio dove però il medico rianimatore ha comunque tentato tutte le manovre necessarie nel tentativo disperato di salvarla, prima di dichiarare il decesso. Causa della morte: ipotermia. La Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta ed è stata disposta l’autopsia. “La madre e la sorella della neonata sono invece vive, almeno fisicamente e al momento come conferma ai nostri microfoni Imad Dalil – direttore dell’hotpost CRI Lampedusa – sono accolte nella struttura e per loro come per gli altri è stato attivato il supporto psicologico”. Ma presto la mamma dovrà essere ascoltata in questura per ricostruire i dettagli della traversata e tentare di capire come e quando la bimba ha iniziato a stare male. La salma in giornata verrà trasferita alla camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana.
Non una fatalità ma un fallimento di tutti
“E’ l’ultima giovane vita spezzata nel tentativo di trovare un futuro migliore, fuggendo da guerre, crisi umanitarie, povertà estrema. Ancora una volta, uomini, donne e bambini hanno affrontato un viaggio disperato verso l’Europa, e ancora una volta il Mediterraneo si è trasformato in un confine di morte, aggravato da politiche restrittive volte alla difesa dei confini e non alla tutela delle persone”, afferma Giorgia D’Errico direttrice delle relazioni internazionali di Save the Children il cui team presente sull’isola è operativo per garantire una risposta immediata ai bisogni dei sopravvissuti, tra cui 20 minori non accompagnati. ”Non è inevitabile, è una scelta – aggiunge. – Quando muore una neonata, non è una fatalità, è il fallimento di politiche che continuano a mettere i confini davanti alla vita. Il diritto a vivere e a cercare protezione non può essere negoziabile. Il rispetto del diritto internazionale deve essere pieno e sostanziale, mettendo il superiore interesse del minore al primo posto”.
Segni di violenza sui migranti in salvo
Oltre alla tragedia che ha colpito la piccola, un’altra di cui si parla troppo poco, lascia sgomenti. Almeno 4 dei 55 migranti sbarcati durante la notte riportavano infatti segni evidenti di violenza sulle braccia e sul dorso compatibili con torture. Lo hanno accertato i medici,durante l’ordinario triage sanitario a cui vengono sottoposte direttamente sul molo Favarolo tutte le persone che raggiungono l’Isola. A confermarlo è Francesco D’Arca, medico responsabile del Poliambulatorio della maggiore delle Pelagie, che gestisce i soccorsi d’emergenza. Sono sopravvissuti al viaggio sì, ma sul corpo hanno cicatrici indelebili, subite presumibilmente nei Paesi d’origine, o inflitte loro dagli stessi trafficanti di essere umani che organizzano le traversate della morte. Per non parlare delle altre cicatrici, quelle che non si vedono ma tagliano l’anima.
Nel 2026 già 1200 migranti morti
Dal 2014 sono più di 34.800 le persone morte o disperse nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere un futuro possibile. Solo quest’anno le vittime sono già più di 1.200, di cui oltre 800 nel Mediterraneo Centrale, e tra loro ci sono anche molti bambini: più di 100 ogni anno negli ultimi tre anni. “L’assenza di vie regolari di accesso all’Europa non consente altra alternativa che intraprendere rotte sempre più pericolose e la mancanza di un sistema strutturato di soccorso rende più frequenti tragedie che potrebbero essere evitate – prosegue D’Errico che a nome di Save the Children ribadisce la necessità di aprire canali regolari e sicuri verso l’Europa, nel pieno rispetto dei diritti umani, e di attivare un sistema coordinato e strutturato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”. Conclude poi con un appello “che venga garantito a tutte le imbarcazioni impegnate nel salvare vite, comprese quelle delle Ong o i mercantili, di agire senza essere ostacolate”.