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La Croce: collocazione provvisoria

Omelie e scritti quaresimali

Tonino Bello, Il parcheggio del calvario, in Omelie e scritti quaresimali, vol. 2, p. 307, Luce e Vita

Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.

La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.

Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.

Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce.

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.

Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

qumram2.net

La bigenitorialità diritto incompiuto. Educare in due si può, anche da separati

La bigenitorialità diritto incompiuto. Educare in due si può, anche da separati

Un “Libro bianco sulla bigenitorialità” è stato presentato nei giorni scorsi a Milano nell’ambito di un confronto a Palazzo Lombardia che ha messo al centro l’urgenza di riprendere il percorso incompiuto della legge 54 del 2006. Avvocati, psicologi, rappresentanti delle associazioni hanno offerto riflessioni e testimonianze sulla tutela dei minori nelle relazioni conflittuali e sulla necessità di garantire ai figli la presenza di entrambi i genitori. È la buona occasione per tornare a parlare del tema.
Educare in due, anche quando la coppia si disgrega, non è solo uno slogan che tacita l’ansia genitoriale dei padri separati, ma un’evidenza scientifica e un punto fermo della giurisprudenza. La bigenitorialità – cioè il diritto-dovere di entrambi i genitori a educare insieme su un piano di parità dopo la separazione – è al centro di un quadro normativo formato da oltre cinquanta interventi, tra Codice civile, Cassazione, Convenzione Onu sui diritti dei fanciulli, Cedu e altri strumenti internazionali. Ma anche gli studi scientifici parlano chiaro. Tra gli studiosi il consenso è ampio. L’impatto sistemico della bigenitorialità sul benessere psico-fisico e sociale dei minori è significativo. Mettere insieme gli studi internazionali che solo nell’ultimo decennio si sono occupati della questione – e ci sono centinaia di relazioni autorevoli – permette di accertare i vantaggi della presenza costante di entrambi i genitori nell’impegno educativo. Se i genitori sono messi nelle condizioni di stare accanto ai figli in maniera stabile e continuativa si riduce l’incidenza di disturbi d’ansia e dei sintomi depressivi, si diminuisce il rischio di dispersione scolastica, si rafforzano l’autostima e le competenze sociali, si favorisce una maggiore resilienza nei contesti di conflittualità familiare. Al contrario, quando uno dei due genitori viene marginalizzato e ridotto a una presenza episodica, magari costretto a incontrare i figli in contesti altamente regolati come gli “incontri protetti”, i fattori di rischio psicologico-sociali aumentano sensibilmente e si apre la strada a difficoltà di equilibrio e a comportamenti disfunzionali.
Ma quante persone potenzialmente sono coinvolte in queste situazioni? I genitori separati sfiorano i due milioni, i figli coinvolti nella separazione dei genitori sarebbero circa 2,8 milioni. Non tutti, certamente, vivono le sofferenze di vedere un genitore marginalizzato o “alienato”, ma si calcola che almeno un terzo dei figli di genitori separati abbia sperimentato, in modo più o meno grave, l’effetto strutturalmente discriminatorio nei confronti del genitore “non collocatario”. Abbiamo messo tra virgolette due espressioni – alienato e non collocatario – proprio per segnalare la persistenza di due derive psicologico-sociali tutt’altro che scomparse dalla prassi giuridica, che continuano a far discutere e su cui sarà il caso di fare chiarezza, mettendo da parte ideologismi e difese corporative. Tutto questo e molto altro è sintetizzato in un documento in divenire, il “Libro bianco della genitorialità”, presentato qualche giorno fa a Milano da una rete di associazioni di genitori separati di cui sono capofila l’associazione Vita e Papà separati Aps. Al momento sono disponibili i capitoli della parte giuridica, con sentenze e pronunciamenti sull’argomento, e i titoli degli studi internazionali nella parte psicologico-sociale, accompagnati da una prima serie di grafici. Il lavoro dovrà essere approfondito nella stesura definitiva con la raccolta anche di testimonianze e casi concreti, compresi nomi e cognomi dei protagonisti. Centinaia di situazioni drammatiche che dimostrano come la bigenitorialità, al di là delle evidenze giuridiche e scientifiche, rappresenti una questione che incide sulla struttura profonda delle relazioni e determina la qualità della vita di migliaia di bambini e ragazzi.
Perché allora non intervenire con una legge specifica a difesa della bigenitorialità? Il dato paradossale è che in Italia una legge sull’educazione dei figli nella separazione esiste già da vent’anni, ineccepibile nei principi ma spesso carente nella sua applicazione. Lo riconoscono molte delle parti in causa: magistrati, avvocati, esperti del settore e, soprattutto, i genitori separati. Così da anni si moltiplicano le proposte per modificare la legge 54 del 2006 che afferma la parità di doveri e diritti nell’accudimento, cura ed educazione della prole, ma non ne indica le modalità. Si parla così di affido spesso “formalmente” condiviso, mentre si dovrebbe arrivare a una prassi in cui l’affido sia concretamente condiviso, con indicazioni precise su tempi e modalità. Negli anni le proposte di modifica della legge sono state numerose – almeno una quindicina – ma nessuna ha realizzato l’obiettivo. I motivi? Da una parte un interesse politico intermittente. L’ormai abusato “superiore interesse del minore” rischia di diventare uno strumento retorico, richiamato più facilmente nei contesti di maggiore visibilità pubblica che nelle situazioni quotidiane, molto più numerose e meno esposte mediaticamente. Dall’altra, la presenza di orientamenti culturali differenti e talvolta contrapposti sul ruolo dei genitori dopo la separazione, che rendono difficile una sintesi condivisa. Si spiega così anche il mancato avanzamento delle ultime due proposte di legge, il ddl 832 a prima firma Alberto Balboni – «Modifiche al codice civile, di procedura civile e al codice penale in materia di affido condiviso» – giunto all’esame della Commissione Giustizia del Senato e poi fermatosi, e la proposta di legge popolare sull’affido condiviso depositata ad aprile presso la Cassazione dal Comitato genitori per i figli, di cui si sono progressivamente perse le tracce nel dibattito pubblico.
Così tutto scorre come se, in questi vent’anni dall’entrata in vigore della legge 54, nulla fosse avvenuto. I genitori separati, almeno quel terzo abbondante che la psicologia definisce conflittuali, continuano a usare i figli come strumenti all’interno della loro dinamica relazionale, influenzandone i rapporti e rendendo più difficile una frequentazione equilibrata con entrambi i genitori. L’appello lanciato con l’annuncio del “Libro bianco della bigenitorialità” nasce dall’esperienza diretta di molti genitori separati, spesso estenuati da confronti giudiziari che si protraggono per anni, ma anche dai dati. Secondo le statistiche Istat la conflittualità coniugale è destinata a crescere e il rapporto tra madri e padri separati non subirà variazioni rilevanti. Oggi, di fronte al 79% di madri sole con i figli, i padri soli con prole sono il 21%. Nel 2050 si ipotizza che arriveranno al 25%, con uno spostamento percentuale contenuto. Questo significa che, anche nei prossimi decenni, i tribunali continueranno in larga misura a collocare i figli minorenni presso le madri, riservando ai padri tempi e spazi più limitati nella quotidianità educativa. Una dinamica che non può essere letta in modo univoco, ma che richiama una riflessione su modelli culturali ancora radicati, nei quali la distribuzione dei ruoli genitoriali tende a riprodurre schemi tradizionali: alle madri una presenza prevalente nella cura, ai padri un ruolo più frequentemente associato al sostegno economico. Ma è possibile continuare così?
Nel frattempo la famiglia è cambiata, la maggior parte dei padri separati vorrebbe continuare a rappresentare una presenza significativa nella vita dei propri figli, ma i tribunali, al di là delle affermazioni di principio, faticano a tradurre questo orientamento in prassi diffuse. Il divario tra la prassi giuridica ordinaria e le sentenze raccolte nel “Libro bianco” resta significativo. Soltanto un anno fa, per citare uno degli ultimi interventi, la Cassazione (ordinanza n.1486 del 21 gennaio 2025) ha affermato che «non è legittimo fondare il collocamento prevalente presso la madre sulla sola tenera età dei bambini; non è conforme al diritto vigente l’automatismo che richiama la maggiore idoneità materna in età prescolare; la compressione dei tempi di permanenza del padre dev’essere giustificata da specifiche e motivate ragioni, non potendo tradursi in una drastica riduzione della relazione genitoriale». Inutile pretendere di più. Forse bisognerebbe interrogarsi sulle radici culturali e professionali che ancora oggi, in alcuni contesti, rendono difficile riconoscere fino in fondo il valore di una presenza equilibrata e significativa di entrambe le figure genitoriali nell’educazione dei figli. Sarebbe uno studio interessante. Attendiamo di leggerlo nei prossimi capitoli del “Libro bianco della bigenitorialità”, con l’auspicio che il confronto resti aperto e capace di produrre soluzioni concrete, nell’interesse primario dei figli.

Dopo i saluti del Garante per l’infanzia della Regione Lombardia, Riccardo Bettiga e del presidente di Papa separati Aps, Ernesto Emanuele, il pediatra Vittorio Vezzetti, autore di numerosi saggi sul tema, ha messo in luce come nei figli di separati a cui non viene offerta la possibilità di contare sulla presenza paritetica di entrambi i genitori, l’incidenza di disturbi organici, soprattutto polmonari, cardiaci, neoplastici e comportamentale sia quattro volte superiore alla media. Studi internazionali recenti hanno permesso di individuare anche un danno cromosomico ai bambini a cui viene vietato di incontrare il padre. Giovanni Camerini, neuropsichiatra infantile, ha messo in guardia dal rischio di trasformare la giusta battaglia per la bigenitorialità in una competizione tra mamme e papà e ha spiegato il motivo per cui nell’educazione dei figli occorra superare il divario tra il “genitore ludico” che con il figlio – quando va bene – trascorre solo il week-end, e il “genitore normativo” che stabilisce tempi, luoghi e regole dell’educazione. Il primo, quasi sempre il padre, sarà inevitabilmente un genitore di serie B. Anche Alessandra Cova, psicologa clinica e giuridica, ha evidenziato i danni prodotti nei bambini dalle guerre tra genitori e ha spiegato i meccanismi che inducono i bambini, sottoposti a una narrazione negativa continua, a sviluppare quei falsi ricordi, determinanti per alimentare il rifiuto di vedere il genitore “allontanato” dalla prassi giuridica e dalle relazioni dei servizi sociali. Il quadro giuridico della questione – nel dibattito moderato da Nicola Saluzzi – è stato tracciato da Arturo Maniaci, docente di diritto privato alla Statale di Milano.

Avvenire

Giovedì Santo: Don Tonino Bello e la Chiesa col grembiule – marzo 31, 2021

Nel giovedì santo, insieme alla Cena del Signore, celebriamo l’atto di Gesù, che si alza da tavola, si toglie il mantello (sarebbe la giacca, per noi), si lega alla vita un grembiule, o un asciugamano per i piedi, versa acqua in un catino, lava i piedi dei suoi discepoli e li asciuga. È il lavoro abituale del servo, quando il suo padrone arriva da un viaggio.

Il Vangelo di Giovanni  non racconta l’ultima Cena, già raccontata negli altri Vangeli, ma racconta la lavatura dei piedi. Segno che, per Giovanni, questo gesto ha lo stesso valore del donarsi di Gesù nel pane e nel vino, come cibo di vita. Gesù si dona come umile servitore nostro. Pietro si scandalizza, non vorrebbe farsi servire dal Maestro, ma Gesù lo avverte: «Se non ti lasci lavare i piedi non sei con me. Quello che ora non capisci, lo capirai un giorno».  Ora noi cerchiamo di capirlo.

Giovanni comincia questo cap. 13 del suo Vangelo così: «Sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, fino in fondo». Gesù dimostra la pienezza del suo amore in due modi: accettando di morire per fedeltà alla verità del Vangelo, e esprimendo, col lavare i piedi dei suoi amici,  l’umiltà e la concretezza del suo amore per noi.

Don Tonino Bello volle sottolineare molto questo atto di Gesù. Era il Vescovo di Molfetta. Vescovo degli ultimi, e della pace, cioè per la vita dei flagellati dalle guerre.

Negli ultimi mesi della sua vita, (già malato di cancro, morì cinque mesi dopo, il 20 aprile 1993, nei giorni pasquali), nel dicembre 1992 andò pellegrino di pace a Sarajevo assediata e bombardata dalla guerra, insieme a cinquecento altri, giovani e vecchi, per tentare di essere portatori di pace dentro la guerra, vicini alla popolazione sotto le bombe. Il suo posto di Vescovo era tra gli ultimi dell’umanità, in quel momento.

Qualche anno prima, nella quaresima del 1988, dedicò tutti gli otto Scritti quaresimali … ai piedi! I piedi di Pietro, di Giuda, di Giovanni, di Bartolomeo, degli altri, i piedi del Risorto. Nulla di più basso e di più fondamentale dei piedi.

Riguardo a Pietro, don Tonino scriveva: «A furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’”ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale». Primato e “ultimato”. «I piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale» .

Come Gesù, don Tonino onora i piedi. I piedi degli ultimi, che Gesù chiede anche a noi di lavare, con gesto sacramentale, sono la mèta dell’elevazione spirituale: «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».  Sono le stesse parole dell’eucarestia: «Fate questo in memoria di me».

        L’immagine alto-basso, il basso che è il vero alto, è stata usata tante volte come metafora di una rivoluzione, del raddrizzamento di qualcosa che è capovolto, sbagliato. L’allusione è a tutte le gerarchie mondane, le potenze, gerarchie sconvolte da Gesù, l’Uomo mandato dall’Altissimo, abbassatosi come un servo ai piedi dei suoi poveri deboli amici, calpestato dalla coalizione dei poteri religioso e politico, risorto ad inaugurare da primogenito la posizione definitiva a cui ci chiama e conduce, eretti in piedi, col cuore in alto.

         Perciò, don Tonino Bello parlava della «chiesa del grembiule», vestita come Gesù dell’asciugamano dei piedi, non di piviali e casule e paramenti preziosi, e templi costosi. Gesù, nell’ultima cena e nell’ultima sera di quel giovedì, dà il suo modello di comunità ai discepoli, a noi: aiutarci l’un l’altro, servirci come possiamo, come sappiamo. Non ci sono chieste grandi opere. Cominciamo semplicemente, chinandoci fino ai piedi degli altri.

Enrico Peyretti

incamminodialogando.blogspot.com

La Pasqua è un invito che non chiede meriti. E ha ricette invisibili

La Pasqua è una tavola allargata, un invito che non chiede meriti. Forse è questa la sua verità più profonda: non siamo fatti per consumarci da soli, ma per diventare nutrimento gli uni per gli altri.

La Pasqua è un invito che non chiede meriti. E ha ricette invisibili

Avvenire

Ci sono ricette che non si trovano nei libri, né scritte a margine di quaderni ingialliti, né tramandate con precisione millimetrica tra le generazioni. Sono quelle che si imparano vivendo, sbagliando, aspettandoLa Pasqua, forse più di ogni altra festa, è una di queste ricette invisibili: non si prepara in un giorno, ma richiede un tempo lungo, paziente, quasi ostinato. Un tempo “A fuoco lento”. Siamo abituati a pensare alla Pasqua come a un trionfo: la tavola apparecchiata, il profumo dei dolci, la luce che entra dalle finestre, ma ogni ricetta pasquale porta con sé una preparazione nascosta, lenta, premurosa, fatta di passaggi che non si vedono. Nessuno serve a tavola l’impasto crudo, nessuno celebra il lievito mentre ancora lavora in silenzio. Eppure è lì che accade il miracolo. Forse la nostra vita assomiglia più a quella fase che al momento finale. Siamo spesso impasti in attesa, mescolati con ingredienti che non abbiamo scelto: una perdita, una delusione, un cambiamento improvviso. Ci sentiamo incompiuti, a volte persino sbagliati. Ma ognuno di noi sa che l’impasto ha bisogno di tempo, di calore, di fiducia. Se lo si apre troppo presto, se lo si espone all’aria fredda del dubbio, non crescerà.
Le ricette pasquali parlano di trasformazione. L’uovo, simbolo fragile e chiuso, custodisce una vita che deve rompere il guscio per nascere. Il pane lievitato attraversa una fase di apparente immobilità, eppure dentro accade una rivoluzione silenziosa. Anche noi, nelle nostre attese, siamo attraversati da qualcosa che lavora oltre la superficie. C’è poi un altro segreto delle ricette: la misura. Non tutto si può accelerare. Viviamo in un tempo che ama il “subito”, il risultato immediato, la soluzione rapida. Ma la Pasqua ci disarma: ci costringe a rallentare, a sostare nella settimana santa, tempo sospeso in cui tutto significa qualcosa che va al di là della percezione umana, ma sembra accadere, in un’altra dimensione. E infine c’è la condivisione. Nessuna ricetta pasquale è pensata per uno solo. Si cucina sempre “in più”, si apparecchia per qualcuno, si lascia spazio a chi può arrivare all’ultimo momento. La Pasqua è una tavola allargata, un invito che non chiede meriti. Forse è questa la sua verità più profonda: non siamo fatti per consumarci da soli, ma per diventare nutrimento gli uni per gli altri, per essere tempo e pasto sempre condiviso, che tiene insieme tutti, nessuno escluso. Allora, mentre prepariamo le nostre tavole e scegliamo con cura gli ingredienti, possiamo chiederci: quale parte della mia vita è ancora in attesa di lievitare? Dove ho fretta di vedere il risultato, senza rispettare i tempi? E per chi sto cucinando, davvero?
La Pasqua non è una ricetta perfetta. È una ricetta viva. E come tutte le cose vive, chiede pazienza, cura e il coraggio di fidarsi della Pasqua. Buona Pasqua a tutti, da “A fuoco lento”.

Artemis 2, verso la Luna il vettore che riporta l’umanità nello spazio

Artemis 2, verso la Luna il vettore che riporta l'umanità nello spazio

Partita la missione Artemis 2, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion verso l’orbita lunare. A bordo ci sono il comandante Reid Wiseman insieme a Victor Glover, primo uomo di colore a superare l’orbita terrestre, a Christina Koch, prima donna a orbitare intorno alla Luna, e Jeremy Hansen dell’Agenzia spaziale canadese Csa, primo non americano a spingersi così lontano nello spazio. Per dieci giorni lavoreranno sulla navetta, alimentata da un modulo costruito dall’Agenzia Spaziale Europea
A circa otto minuti dal lancio, i motori del primo stadio del razzo Sls si sono spenti e in seguito è avvenuta la separazione dallo stadio superiore. In quel momento la navetta Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari per caricare le batterie e, con il suo equipaggio, ha iniziato a navigare nello spazio. Quindi la navetta continuerà a percorrere la sua orbita intorno alla Terra finché, circa 49 minuti dopo il lancio, il motore si accenderà per portare la navetta al perigeo, ovvero nel punto più vicino alla Terra, alla quota di160 chilometri. Circa un’ora più tardi il motore si accenderà di nuovo per continuare a portare la navetta su un’orbita ellittica più alta, dove resterà per circa 23 ore. Questo sarà il tempo che gli astronauti avranno a disposizione per sperimentare i sistemi di bordo. Quindi, una volta raggiunto il punto dell’orbita più vicino alla Terra, piloteranno Orion manualmente per circa due ore, in quella che viene chiamata “dimostrazione di operazioni di prossimità”.
La missione Artemis 2 non è quindi un allunaggio, ma qualcosa di più radicale: il primo volo umano nello spazio profondo dell’era contemporanea. I quattro astronauti percorreranno una traiettoria circumlunare, spingendosi fino a circa 370 mila chilometri dalla Terra, oltre il lato nascosto della Luna. Il cuore tecnologico della missione è la capsula Orion, alimentata dal Service Module europeo realizzato dall’Agenzia Spaziale Europea con un contributo industriale decisivo dell’Italia, attraverso Thales Alenia Space. Un elemento che rende Artemis II non solo una missione americana, ma un progetto realmente internazionale.
Dal punto di vista scientifico, Artemis 2 è un test. Tutti i sistemi verranno messi alla prova con esseri umani a bordo: navigazione nello spazio cislunare, comunicazioni ritardate, gestione autonoma dell’equipaggio, rientro atmosferico ad altissima velocità. Ma il dato più rilevante riguarda l’ambiente: uscendo dalla magnetosfera terrestre, gli astronauti torneranno a esporsi alle radiazioni cosmiche, una condizione che non si verificava dalle missioni Apollo. È proprio questo uno degli obiettivi principali: comprendere se e come l’uomo possa vivere e lavorare oltre la protezione naturale della Terra. Artemis II non costruisce ancora basi né promette colonie, ma riapre una soglia. È il passaggio necessario per Artemis 3, che prevede il ritorno sulla superficie lunare, e per le future missioni verso Marte. In questo senso, più che una missione di conquista, Artemis 2 è una missione di misura. Misura la distanza tra l’uomo e il suo ambiente naturale, tra la tecnologia e il corpo, tra la possibilità e il limite. Dopo decenni in cui lo spazio è stato abitato in prossimità della Terra, si torna a esplorare ciò che sta oltre. Non per nostalgia dell’Apollo, ma per ridefinire cosa significhi, oggi, andare lontano.
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