GMG Seoul / Alzare la croce contro i mali dei giovani

I partecipanti all'Incontro internazionale di preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù.

Verso la Gmg, Farrell a Seul: mostriamo Gesù a tanti giovani oggi nel deserto
Con una Messa nel giorno della festa dell’Esaltazione della Croce, il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha aperto oggi, 14 settembre, nella città di Incheon (Corea del Sud), l’incontro internazionale di quattro giorni che prepara la Giornata Mondiale della Gioventù del 2027. Il porporato: “Iniziamo un pellegrinaggio che ci conduce fino all’agosto del prossimo anno”

Vatican News

“Tanti giovani vengono morsi dai ‘serpenti brucianti’ del peccato, della tristezza, della depressione e dell’incredulità. Anche per loro la salvezza non sta in strategie umane, non sta nei beni materiali, non sta nelle nuove tecnologie, ma nell’alzare lo sguardo e accoglier da Dio il perdono, l’amore e la vita”. Lo ha detto il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, nell’omelia della Messa che ha presieduto oggi, 14 settembre, a Incheon-Seul, in occasione dell’apertura dell’Incontro internazionale di preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Seul nell’agosto del 2027. L’evento, che è in corso nella città di Incheon, da oggi fino al 17 settembre, è organizzato dal Comitato organizzatore locale della GMG di Seul in collaborazione con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, responsabile per l’organizzazione delle GMG.

Il cardinale si è soffermato sulla prima Lettura della liturgia della festa dell’Esaltazione della Croce che racconta l’episodio dei “serpenti brucianti” che mordevano il popolo durante un difficile momento di prova nel deserto. Una situazione non dissimile rispetto a quella che sperimentano “anche oggi, tanti giovani che si trovano nel deserto della vita, attraversano momenti di prova difficili, di smarrimento, di ribellione, di vuoto”. In questo passaggio del Vecchio Testamento, il Signore salva il suo popolo suggerendo a Mosé di issare un serpente su un’asta: chiunque fosse stato morso dai serpenti e avesse fissato quello sul bastone di Mosé, sarebbe soppravvissuto. Un episodio che – come ribadisce la seconda Lettura tratta dal angelo di Giovanni – prefigura l’innalzamento di Cristo sulla croce a salvezza di tutti gli uomini.

Dopo aver ricordato che proprio la croce è il simbolo che caratterizza tutte le Giornate Mondiale della Gioventù, il porporato ha sottolineato che l’appuntamento di Seul 2027 sarà proprio l’occasione per alzarla contro i malesseri che affliggono i giovani. “Dunque, anche noi innalzeremo Gesù crocifisso, perché tanti giovani credano in Lui e abbiano la vita eterna. Tutto quello che faremo durante la Gmg servirà a questo. E lo faremo senza paura, senza vergogna e senza compromessi. Non possiamo vergognarci di Gesù; non possiamo vergognarci della croce!”.

Anche quest’anno, come sempre prima di una Giornata Mondiale della Gioventù a livello internazionale, circa 300 delegati provenienti da più di 100 Paesi e appartenenti a Conferenze episcopali, Movimenti e Associazioni internazionali, si sono riuniti per l’incontro Internazionale in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù. La quattro giorni di Incheon-Seul si è aperta con il saluto iniziale dell’arcivescovo di Seul, monsignor Peter Chung Soon-taek, e alla presenza del nunzio apostolico in Corea, monsignor Giovanni Gaspari.

Il cardinale Farrell ha espresso gratitudine all’Arcidiocesi di Seul per l’accoglienza, ricordando che a partire dal 18.mo secolo la fede cattolica in Corea è fiorita grazie a una genuina ricerca della verità di studiosi coreani. Ha inoltre invitato i delegati presenti a prepararsi a un pellegrinaggio che culminerà nell’agosto 2027: la preparazione nelle diocesi, nelle parrocchie, in tutto il mondo, comincia ora. Non si tratta semplicemente di un viaggio o di un’esperienza di una settimana. La Gmg è un momento per stare insieme e per vivere la fede come un’unica Chiesa. È un momento per preparare le anime e per incoraggiare tutti i cristiani nelle comunità, nelle case, nelle famiglie, a vivere la fede. E questo pellegrinaggio raggiungerà infine il suo culmine a Seul.

Monte Athos, un pellegrinaggio congiunto di cattolici e ortodossi

La delegazione in pellegrinaggio al Monte Athos

Concluso il 9 settembre un pellegrinaggio sul Monte Athos guidato congiuntamente dal vicario apostolico di Arabia del Nord, Berardi, e dal metropolita greco-ortodosso del Kuwait e di Baghdad, Hazim. La delegazione, che ha ricevuto anche la benedizione del patriarca ecumenico Bartolomeo, ha potuto visitare dodici dei venti monasteri. Il vescovo Berardi: “Un viaggio storico”

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Un viaggio in qualche modo “storico”, che riflette “il buon rapporto esistente tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa in Kuwait”. Queste le parole del vescovo Aldo Berardi, vicario apostolico di Arabia del Nord (che ha giurisdizione sui territori di Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e Bahrein), riportate da un comunicato del Vicariato, al termine di un pellegrinaggio sul Monte Athos, svolto dal 6 al 9 settembre insieme al metropolita greco-ortodosso del Kuwait e di Baghdad, monsignor Ghattas Hazim (del Patriarcato di Antiochia).

La delegazione di cattolici e ortodossi
Il presule – accompagnato da una delegazione che comprendeva don Sliman Hifawi (della concattedrale della Sacra Famiglia del Kuwait), padre Boutrus Gharib (della Chiesa greco-cattolica del Kuwait), il seminarista Pedro Mendoza (del Patriarcato latino di Gerusalemme), e il signor Pierre Maalouf, e per la Chiesa ortodossa il sacerdote Ephrem Al Toumi – ha avuto l’opportunità di conoscere da vicino la spiritualità monastica del Monte Athos, spiega la nota. Accolta in primo luogo a Simonopetra e successivamente a Vatopedi, la delegazione ha visitato 12 dei 20 monasteri che compongono il “terzo dito” della penisola Calcidica, in Grecia. Questi, pur dipendendo dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, godono di un’ampia autonomia, grazie all’autorità amministrativa, disciplinare e spirituale che ogni abate esercita all’interno della propria comunità monastica.

La benedizione del patriarca ecumenico Bartoloneo
Il patriarca Bartolomeo, si legge ancora nel comunicato, ha accolto con favore la richiesta del metropolita Hazim di portare avanti questa iniziativa, “volta a continuare ad aprire strade verso l’unità dei cristiani”, accettando di conferire ai suoi partecipanti la propria benedizione.

Monte Athos, luogo fecondo di santità
Il Monte Athos è da sempre un luogo fecondo di santità: tra gli altri, si ricordano san Gregorio Palamas (XIV secolo) e sant’Areta (VI secolo), quest’ultimo tra i patroni della Chiesa nella penisola arabica sia per i cattolici che per gli ortodossi.

Lettura e Vangelo del giorno 16 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 12,31-13,13

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Salmo Responsoriale

Dal Sal 32 (33)

R. Beato il popolo scelto dal Signore.

Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Cantate al Signore un canto nuovo,
con arte suonate la cetra e acclamate. R.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. R.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,31-35

In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

Le destre estremiste sfidano politica, società e Chiese

di: Rocco D’Ambrosio

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La Chiesa cattolica tedesca prende di petto Alternative für Deutschland, dopo la clamorosa vittoria in Sassiona-Anhalt, e promette che si opporrà al suo nazionalismo etnico.

«Come molti presenti in questa sala – ha detto a Berlino il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Heiner Wilmer – anche io in un primo momento sono rimasto senza parole di fronte a questo risultato elettorale. Ma sono determinato a proseguire il mio operato. Non c’è posto – ha proseguito – per questa ideologia basata sul nazionalismo etnico né dentro né fuori dalla casa di Dio, né nel cristianesimo, né nell’ebraismo, né nell’islam» (la Repubblica del 10 settembre 2026).

Fa molto piacere leggere parole chiare e forti, di un autorevole vescovo cattolico, sul fenomeno delle destre estremiste, eticamente e politicamente pericolosissime, in Germania come in Italia e altrove; sperando che il vescovo Wilmer non resti solo.

Le forze sane – presenti ovunque: specie nella società, in politica e nelle comunità ebraiche, cristiane e musulmane – oggi più che mai devono prendere coscienza, approfondire e studiare questo fenomeno dilagante e dannoso, specie per i piccoli e i giovani. Solo uno studio serio – senza fini elettorali, personali o di bottega – può portare a individuare strategie culturali e politiche efficaci. Il momento è così grave che solo gli stupidi e i corrotti non vedono o vogliono vedere le guerre, le discriminazioni verso gli ultimi, la distruzione dell’ambiente e così via.

Dobbiamo essere molto onesti con noi stessi – penso, per esempio, all’ambiente ecclesiale o a quello della sinistra: abbiamo sottovalutato questi fenomeni e spesso, volenti o nolenti, siamo stati anche in parte complici. La Scrittura ci ricorda: «Poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta» (Osea 8,7).

Forse anche negli ambienti più sani non ci si è accorti di «seminare vento». Penso a genitori, educatori e docenti che hanno trascurato gli educandi abbandonandoli alla spazzatura dei social o delle curve degli stadi o di ambienti malsani delle nostre città; penso al livello educativo e culturale che scende sempre più verso il basso nelle scuole, università parrocchie, associazioni. Penso al cambiamento climatico e agli annessi disastri che sono oggetto della più stucchevole retorica, che non muove un dito sulle cause e sulle scelte impellenti da compiere. Ci mancava la cosiddetta Intelligenza artificiale che invece di aiutare le menti, purtroppo le sta spegnendo e imbarbarendo.

E sovrana – perché tale è – si erge l’irresponsabilità della classe politica. Credo nella politica. Non quella degli show, siano di Trump, Netanyahu, Putin, Meloni, Salvini, Siegmund, Musk, Le Pen, Vannacci o chi per loro. La politica è una cosa seria e questa gente, tranne nobili e rare eccezioni, di serio ha ben poco: è immatura umanamente e spesso eticamente, ha solo interesse a tutelare il proprio ego fuori misura, a favorire parenti e compagni di merenda e di affari, a rivincere le elezioni per accrescere questi interessi, a spargere propaganda politica e falsità che non hanno niente da invidiare ai peggiori sistemi totalitari o dittature del Novecento, di destra o sinistra che siano.

Qui non si tratta di discettare su quanto siamo ottimisti o pessimisti. Certo che il buon Dio continua a seminare e realizzare bene ovunque e comunque. Ma questo è – lode a Lui – il suo «mestiere»; a noi sta il mestiere di prendere sul serio la gravità del momento e assumerci le nostre responsabilità.

Dietrich Bonhoeffer scriveva dal lager nazista:

«Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione, o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future, può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore».

Settimana News

Bologna: la pace, tra pensiero e azione

di: Gennaro Cicchese

pace

Bologna, 18-20 settembre 2026, Per una filosofia della pace. Etica, diritti, leadership, convivenza solidale, 29° Convegno nazionale dell’Associazione Docenti Italiani di Filosofia (ADIF); Ospitalità San Tommaso, via San Domenico 1, Bologna. Gennaro Cicchese, OMI, è presidente dell’ADIF.

In un tempo attraversato da fratture, dove i conflitti sembrano moltiplicarsi come ombre, la parola «pace» torna a chiedere ascolto. Non come un’idea fragile da proteggere, ma come un compito da assumere. Prima di operare per la pace, occorre pensarla: darle forma, voce, radici. È qui che la filosofia diventa cammino, gesto, responsabilità.

Il convegno Per una filosofia della pace nasce come un invito: tre giorni in cui la comunità degli studiosi si ritrova per interrogare una parola antica e sempre nuova. Non un semplice incontro, ma un laboratorio di pensiero: uno spazio in cui la pace viene guardata da vicino, attraversata, ricostruita. Un luogo dove l’ascolto diventa metodo e la progettazione diventa gesto condiviso.

Per comprendere la pace bisogna risalire alle sue sorgenti: l’interiorità che la custodisce, l’etica che la orienta, il diritto che la difende, la politica che la rende possibile, la spiritualità che la riconsegna alla sua profondità. Le quattro sessioni del convegno accompagneranno i partecipanti in un percorso che va dal cuore dell’umano alla trama della convivenza, dalla responsabilità della leadership alla ricerca della riconciliazione, movimento che riguarda insieme la persona e la società.

A tessere questo dialogo saranno voci provenienti da diverse università italiane: Gennaro Cicchese, Claudia Caneva, Giovanni Salmeri, Federico Badiali, Dario Sacchi, Michele Indellicato, Tommaso Valentini, Angela Ales Bello, Annamaria Pezzella, Angelo Tumminelli, Vera e Stefano Zamagni, Francesco Compagnoni e Pierpaolo Donati. Le loro prospettive comporranno un mosaico che intreccia filosofia, teologia, diritto, economia e scienze sociali: un coro di pensiero che prova a dire la pace con parole nuove.

Il convegno è aperto a tutti: a chi cerca, a chi studia, a chi spera. Vuole essere un luogo reale, abitato, dove la comunità pensante non si limita a discutere, ma prova a immaginare e costruire. Perché parlare di pace significa anche generare strumenti, categorie, visioni capaci di incidere nella vita concreta.

Gli Atti del convegno saranno pubblicati nel numero doppio 2027 (1-2) della rivista Per la filosofia. Filosofia e insegnamento: segno che il cammino non si chiude nei tre giorni dell’incontro, ma continua, si apre, si consegna a un futuro condiviso.

Settimana News

IRC: la cultura del dialogo come cura del creato

di: Luisa Locorotondo

assisi

Il 1° settembre si è celebrata la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato: non un semplice evento che si conclude al tramonto, ma una vera e propria soglia che apre il Tempo del Creato, un cammino di preghiera e di impegno che va dal 1° settembre al 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, l’uomo che ha fatto della fraternità con ogni creatura una forma concreta di fede.

Quello del Creato è un tempo pensato per fermarsi, contemplare e pregare, ma anche per interrogarsi sul nostro modo di abitare la terra e sul peso delle nostre responsabilità verso la vita che ci circonda. In queste cinque settimane siamo noi, le nostre comunità, le nostre famiglie e le nostre scelte quotidiane ad essere interpellate.

Proprio in questi giorni le scuole riaprono le porte e migliaia di insegnanti tornano a incontrare bambini e ragazzi. Mentre la Chiesa invita a rinnovare l’impegno per la custodia della casa comune, noi docenti ci prepariamo a rientrare in aula per accompagnare le nuove generazioni nel loro percorso di crescita.

Non è un caso, allora, che questo tempo si apra mentre le aule tornano a riempirsi di voci, attese, libri nuovi e volti da scoprire. Per chi insegna, settembre ha sempre un sapore unico: è il mese della ripartenza. Ritroviamo studenti cambiati, accogliamo volti nuovi, incastriamo orari e programmi, eppure, al di là delle scadenze, il cuore del nostro lavoro resta quel miracolo educativo di un adulto e dei giovani che si trovano a camminare insieme per un tratto di strada. È una coincidenza che merita di essere ascoltata: due inizi apparentemente distinti si intrecciano attorno a un’unica parola chiave, cura.

Prendersi cura del Creato, prendersi cura delle creature

La cura non riguarda soltanto il modo in cui trattiamo l’ambiente, ma esprime l’atteggiamento profondo con cui ci poniamo di fronte alla realtà, agli altri e a ciò che ci è stato affidato. In questo senso, l’enciclica Laudato si’ ci offre una chiave di lettura illuminante.

Papa Francesco ci ricorda che non esistono due crisi separate — una ambientale e una sociale — ma un’unica e complessa crisi socio-ambientale. C’è un’unica realtà, nella quale tutto è connesso[1]. La ferita della terra e la fragilità dell’essere umano non sono estranee: per questo la custodia della casa comune passa inevitabilmente attraverso la cura dell’umano.

La domanda che la Giornata del 1° settembre ci consegna, aprendo questo Tempo del Creato, può accompagnarci anche varcando la soglia delle nostre aule: cosa significa, per noi che educhiamo, prenderci cura del Creato?

La prima risposta è forse la più immediata: prendersi cura del Creato significa prendersi cura delle creature, e chi, più di un insegnante, è chiamato ogni giorno a custodire e far fiorire ciò che cresce? Chi insegna sa bene che educare non si riduce a trasmettere nozioni. Significa incontrare persone nel delicato momento in cui cercano di diventare sé stesse. Significa capire che dietro un voto insufficiente può nascondersi una fatica, dietro un comportamento problematico una ferita e dietro un silenzio una domanda che non trova ancora le parole per emergere.

Molte volte una lezione non parte dalle pagine di un manuale: comincia da uno sguardo, da un ascolto autentico, da un ragazzo che finalmente si sente visto. È uno dei paradossi più belli della nostra professione: ci viene affidata la crescita di una persona, sapendo che non ci appartiene, ma che siamo lì per accompagnarla per un tratto di strada.

Imparare a guardare il mondo

È proprio nella vita quotidiana della scuola che il Tempo del Creato trova una sua declinazione naturale: insegnare che rispettare il mondo significa, prima di tutto, imparare ad avere cura degli altri. A scuola non impariamo soltanto delle cose; impariamo anche a guardare. Guardare un territorio e comprenderne la storia. Guardare il mare e riconoscerne la bellezza e la fragilità.

Guardare una città e chiederci chi la abita e chi, invece, ne rimane ai margini. Guardare un compagno e intuire che dietro quel volto c’è una storia che non conosciamo. La cultura della sostenibilità nasce anche da qui e non soltanto da ciò che sappiamo sul cambiamento climatico, sulla biodiversità, sulle risorse o sull’energia. La cultura della sostenibilità nasce dal modo in cui impariamo a stare nel mondo.

La Laudato si’ parla di una vera e propria «conversione ecologica»: un cambiamento che riguarda certamente i nostri comportamenti, ma prima ancora il nostro modo di percepire la realtà e di riconoscersi parte di una trama di relazioni più grande di noi[2].

Se tutto è soltanto una risorsa, prima o poi tutto rischia di diventare qualcosa da usare e da consumare; se, invece, impariamo a riconoscere il mondo come dono, allora nasce un’altra domanda: che cosa posso fare per custodire ciò che ho ricevuto? È una domanda profondamente educativa e, per chi crede, è anche una domanda profondamente spirituale.

Educare allo stupore e alla responsabilità

Nell’omelia pronunciata il 1° settembre per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, Papa Leone XIV ci ha invitato proprio alla contemplazione: a fermarci davanti alla bellezza delle opere di Dio e a non rimanere alla superficie, ma a lasciare che lo sguardo risalga al Creatore.

«Tutta la creazione ci parla della grandezza del Creatore, purché lo sguardo e il cuore siano aperti a tanto mistero»[3]. Forse è proprio questa una delle prime forme dell’educare: aiutare a non passare distrattamente davanti alle cose, insegnare a vedere, a stupirsi, a domandarsi. Insegnare a riconoscere che non tutto ciò che abbiamo davanti è semplicemente disponibile per noi.

Per questo educare alla sostenibilità non significa soltanto insegnare comportamenti corretti, ma significa anche educare alla responsabilità, aiutare i giovani a comprendere che le loro scelte hanno conseguenze sugli altri e sul mondo; insegnare a comprendere che esiste un legame tra ciò che facciamo oggi e la vita di chi verrà dopo di noi.  La scuola può diventare così un luogo nel quale si impara che la libertà non è soltanto poter scegliere, ma anche e soprattutto rispondere delle proprie scelte.

In questo senso la scuola è chiamata a trasformare: a trasformare l’ignoranza in conoscenza, la paura in comprensione, la solitudine in relazione, il conflitto in dialogo. Ogni volta che un ragazzo impara a non avere paura di chi è diverso, qualcosa cambia. Ogni volta che una classe impara ad accogliere chi è più fragile, qualcosa cambia. Ogni volta che un insegnante riesce a restituire fiducia a uno studente che l’aveva perduta, qualcosa cambia. Forse è proprio così che comincia una cultura della cura.

L’IRC, laboratorio dialogico della cura

Il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata del 1° settembre allarga ancora questo sguardo. Il Papa ci invita a custodire non soltanto gli ecosistemi della creazione, ma anche quelli delle relazioni umane e del cuore. Ci ricorda che gli strumenti autentici per costruire la pace sono la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore[4]. Sono parole che potrebbero accompagnare il cammino di ogni comunità scolastica.

Se la cura nasce dalla capacità di riconoscere il legame che unisce le persone, le comunità e il mondo che abitiamo, allora la scuola può diventare un luogo privilegiato nel quale questo legame viene riconosciuto, interrogato e sperimentato. Ed è proprio qui che l’insegnamento della religione cattolica può assumere una particolare valenza come laboratorio dialogico della cura: uno spazio nel quale imparare che prendersi cura dell’altro significa anche imparare ad ascoltarlo, comprenderlo e riconoscerne la dignità.

L’IRC vive infatti nel punto di incontro tra fede, cultura, domande dell’uomo e pluralità delle esperienze. Nella scuola di oggi, dove si incontrano storie familiari, sensibilità, culture e tradizioni diverse, l’ora di religione può diventare uno spazio nel quale le differenze non vengono semplicemente registrate, ma diventano occasione di conoscenza.

È un luogo nel quale si può imparare che il dialogo non nasce dal cancellare le differenze, ma dal creare le condizioni perché possano essere conosciute e accolte. In questo percorso, l’insegnante di religione cattolica può avere una responsabilità particolare: l’ora di religione può diventare uno spazio nel quale imparare che le domande importanti non devono essere messe a tacere per poter stare insieme. Domande su Dio, sul senso della vita, sul dolore, sulla giustizia, sulla morte, sulla speranza, sul futuro, e anche sul modo nel quale possiamo abitare questo mondo senza distruggerlo[5].

Se, dunque, la cura della casa comune, non può essere ridotta alla trasmissione di conoscenze ambientali o alla proposta di comportamenti sostenibili, allora l’IRC può offrire agli studenti uno spazio nel quale la questione ecologica diventa anche una questione antropologica, etica e spirituale.

L’IRC può diventare così un paradigma della missione dialogica della scuola. Come ha sottolineato papa Leone, dialogare non significa rinunciare alla propria identità[6], ma significa piuttosto avere un’identità abbastanza consapevole da poter incontrare quella dell’altro senza paura. Dialogare significa imparare ad ascoltare, a comprendere prima di giudicare, a riconoscere la differenza senza trasformarla in distanza. In questo senso, il dialogo è già una forma di cura.

Il Tempo del Creato rende ancora più evidente questa dimensione. È un cammino condiviso da cristiani di diverse Chiese e tradizioni: dal 1° settembre al 4 ottobre, la preghiera e l’impegno per la casa comune diventano anche un luogo di incontro, nel quale riscoprire ciò che unisce e riconoscere che la custodia del Creato è una responsabilità che nessuno può affrontare da solo[7].

L’ecologia diventa così anche un terreno concreto di dialogo ecumenico, perché la cura della casa comune permette di incontrarsi a partire da una responsabilità condivisa, senza cancellare la ricchezza delle diverse tradizioni cristiane.

In questo orizzonte acquista particolare forza il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata del Creato. Riprendendo la profezia di Isaia, «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci», il Papa parla della possibilità di trasformare ciò che distrugge in qualcosa che dà vita. E invita a un rinnovamento del cuore capace di condurci «lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace»[8].

È una trasformazione che riguarda anche il compito educativo. L’educazione è chiamata a trasformare le relazioni prima ancora che i comportamenti: la diffidenza in conoscenza, la paura in ascolto, l’aggressività in parola, l’indifferenza in responsabilità. In questo senso, il dialogo non è soltanto una metodologia didattica, ma diventa una forma concreta di cura.

Forse è proprio questo uno dei contributi più preziosi che l’IRC può offrire alla scuola: fare del dialogo un’esperienza educativa, aiutando i giovani a comprendere che la cura del mondo passa attraverso la qualità delle relazioni che sappiamo costruire. Prendersi cura del Creato significa allora imparare a prendersi cura delle creature, e il dialogo diventa uno dei luoghi nei quali questa cura può essere esercitata, imparata e trasmessa.

Non è un lavoro che produce risultati immediati. Molto di ciò che seminiamo come insegnanti non sappiamo quando germoglierà; a volte non lo sapremo mai, ma chi educa conosce il valore dei semi e, forse, questo Tempo del Creato, che ci accompagnerà fino al 4 ottobre, può ricordarci proprio questo: la cura ha i tempi della crescita. Non tutto cambia in un giorno; non tutto ciò che seminiamo vedrà subito la luce; ma nulla di ciò che viene custodito con amore è davvero inutile.

Come insegnanti sentiamo profondamente che ogni ragazzo e ogni ragazza che entra in una scuola porta con sé un pezzo di futuro. Non sappiamo ancora quale strada percorrerà, non sappiamo quali sogni realizzerà, quali difficoltà incontrerà, quali ferite dovrà attraversare. Sappiamo però che, per un tratto della sua vita, è affidato anche a noi e questo cambia il modo di insegnare. Un ragazzo non è un voto, non è una prestazione, non è un risultato e non è nemmeno soltanto ciò che riesce a fare oggi. È una persona in cammino. È una possibilità ancora aperta. È qualcuno che chiede, forse senza saperlo, di essere accompagnato verso il futuro.

La scuola ha qui una responsabilità enorme. Può insegnare ai giovani a conoscere il mondo, ma può fare qualcosa di ancora più importante: può insegnare loro ad amarlo abbastanza da sentirsi responsabili della sua custodia. Può insegnare a trasformare senza distruggere, a crescere senza lasciare indietro nessuno, a cercare il proprio posto nel mondo senza dimenticare che il mondo è abitato anche dagli altri.

La Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato è da poco trascorsa, ma il suo cammino continua nella preghiera e nell’impegno dei cristiani di tutto il mondo e, per noi, può continuare anche nelle scuole. Continua quando un insegnante entra in classe e sceglie di credere ancora nell’educazione. Quando una parola restituisce coraggio. Quando una fragilità viene accolta. Quando una differenza diventa occasione di incontro. Quando un giovane scopre di avere un valore che nessun voto può misurare.

Continua quando impariamo a guardare il mondo non come qualcosa che ci appartiene, ma come qualcosa che ci è affidato. Forse è questa la responsabilità più grande che abbiamo come adulti: custodire ciò che cresce. Custodire la terra, custodire le relazioni, custodire la dignità delle persone: custodire la speranza.

Allora il 1° settembre non rimane alle nostre spalle, ma ci apre una strada che ci accompagnerà, insieme ai cristiani di tutto il mondo, fino alla festa di san Francesco, il santo che ha saputo chiamare fratello e sorella ogni creatura e che continua a insegnarci che la lode a Dio e l’amore per il Creato non possono essere separati, perché prendersi cura del Creato significa prendersi cura delle creature.

In fondo insegnare significa proprio questo: avere cura di chi ci è affidato, perché possa un giorno diventare, a sua volta, capace di avere cura del mondo.

Luisa Locorotondo, docente di IRC all’Istituto Tecnico Nautico «Artiglio» di Viareggio, incaricata regionale della Conferenza Episcopale Toscana per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso.


[1] Cf. FRANCESCO, Lettera enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune, 24 maggio 2015, nn. 137-139.

[2] Cf. FRANCESCO, Laudato si’, nn. 216-221, sulla «conversione ecologica».

[3] Cf. LEONE XIV, Omelia nella Santa Messa per la Custodia della Creazione, Borgo Laudato si’, Castel Gandolfo, 1° settembre 2026.

[4] Cf. LEONE XIV, Messaggio per l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 15 agosto 2026, per la celebrazione del 1° settembre 2026.

[5] Cf. LUISA LOCOROTONDO, «La formazione alla cura della casa comune nell’insegnamento della religione», in Credere Oggi, XLV (2025), n. 270, pp. 152-159. Il contributo è inserito nel fascicolo monografico Il gemito e la custodia. Prendersi cura della terra.

[6] Cf. LEONE XIV, Discorso ai Membri Della Conferenza Episcopale Latina Nelle Regioni Arabe (Celra), 3 settembre 2026.

[7] Sul carattere ecumenico del Tempo del Creato, cfr. World Council of Churches, Season of Creation.

[8] LEONE XIV, Messaggio per l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 15 agosto 2026, per la celebrazione del 1° settembre 2026.

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Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo: «Questa notte finirà, è l’ora di provare empatia per vittime e civili»

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«È stata la notte più lunga. Ora che, forse, il mattino è in arrivo, i nostri occhi devono ancora abituarsi alla luce per poterlo vedere». Prima di cominciare l’intervista, Eshkol Nevo riceve una chiamata dalla figlia maggiore: vuole chiedergli in prestito l’auto per la sera. «È la bellezza di essere padre: devi esserci h24. Le mie tre ragazze stanno crescendo. Mi godo, dunque, ogni istante». Lo scrittore 55enne emana una vitalità contagiosa. «Sono affamato di desideri. Mi piace esserlo. Desiderare è stupendo». Eshkol Nevo sembra fuori ormai dal tunnel di oscurità che ha avvolto il suo Paese, Israele, dopo il massacro del 7 ottobre 2023. La notte più lunga , appunto, titolo del suo romanzo più recente, non ancora tradotto dall’ebraico. Una metafora degli ultimi tre anni. «Una lenta agonia per l’intero Medio Oriente», dice l’autore, in Italia per Pordenonelegge dove, il 19 settembre, riceverà il Premio Crédit Agricole “La storia in un romanzo” e dialogherà dei temi delle sue opere: Nostalgia, uscito per Feltrinelli Gramma quest’anno, La simmetria dei desideri rieditato nel 2025 e Legami (sempre Feltrinelli Gramma 2024), da cui è tratto il nuovo film di Nanni Moretti Succederà questa notte , al cinema dal 3 dicembre.

A proposito di desideri, quali sono i suoi ora?
Desidero scrivere altri romanzi e partecipare a nuovi progetti musicali. E desidero ardentemente un cambiamento politico in Israele. Non possiamo andare avanti con l’attuale governo. La società ha necessità di guarigione. Leader privi di empatia e senso di responsabilità non ci consentono di farlo. A volte i desideri si avverano. Sognavo che Nanni Moretti facesse un film da un mio libro e ne ha fatti due.
Forse “la notte più lunga” è giunta al termine. Che impatto ha avuto, però, sulle vite degli israeliani?

Non solo degli israeliani: dei gazawi, dei libanesi, degli iraniani…
Spesso, però, gli israeliani sembrano incapaci di provare empatia nei confronti del dolore dei vicini…
È un processo e credo che, piano piano, sempre più persone lo stiano compiendo. Dopo un forte trauma, ci vuole tempo uscire dalla propria sofferenza e guardare quella altrui. Non parlo di Hamas o del regime di Teheran per cui non provo empatia. Bensì delle vittime della Striscia, degli sfollati del sud del Libano, dei civili iraniani. In La notte più lunga , uno dei personaggi è palestinese. All’inizio, la casa editrice mi ha detto: “Non è troppo presto per provare empatia nei loro confronti? È un grosso rischio”. Ho risposto che valeva la pena correrlo. La letteratura non è intrattenimento. Ha un ruolo fondamentale nel ricordare alle persone la propria umanità. Nell’aiutarle ad ampliare i confini dell’empatia. È una sfida, non lo nego. Il pubblico, però, ha capito.

I suoi romanzi raccontano la Storia attraverso l’impatto che ha sulla vita degli esseri umani. Qual è stato quello del 7 ottobre?
È presto per fare un bilancio. Siamo nel pieno del percorso. Ancora dobbiamo fermarci per analizzare il trauma, la perdita, la sofferenza. Per riflettere. Per elaborare. Per domandarci: come siamo sopravvissuti.
Come siete sopravvissuti?
Come resistono gli esseri umani durante i tempi oscuri? L’interrogativo che mi assilla da sempre. Alcuni si aggrappano a Dio, altri alla famiglia o agli amici, altri ancora alla musica. Personalmente sono andato avanti mettendomi ad aiutare gli altri, in vari modi: rendermi utile era l’unica spinta per alzarmi al mattino. Per la prima volta, dopo il 7 ottobre, la mia immaginazione era paralizzata, non riuscivo a inventare storie. Ho scritto, dunque, due saggi. Poi, durante un laboratorio a Tiberiade, ho domandato a un gruppo di sfollati del nord, di cosa avessero maggiormente nostalgia. Una donna ha risposto: “La mia cucina”. Le mancava così tanto che, a volte, tornava di nascosto a casa per preparare qualcosa. Mi è sembrato meraviglioso. E mi è venuta voglia di raccontarlo. Così sono tornato alla fiction.
Crede che anche Israele e il Medio Oriente possano sopravvivere alla guerra? Ci sarà mai pace?
Ci sarà, ne sono convinto. E sono convinto anche che la vedrò realizzarsi.

Russia / I missili sull’elicottero danese, il drone abbattuto dai jet italiani: la strategia della tensione di Mosca

I missili sull'elicottero danese, il drone abbattuto dai jet italiani: la strategia della tensione di Mosca

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Un elicottero danese solo per un soffio non abbattuto da una fregata russa. Un drone probabilmente di Mosca centrato da un caccia italiano in Lituania. Appena due giorni dopo l’attacco a un treno a due chilometri dal confine polacco, le tensioni tra Mosca e la Nato continuano a esasperarsi, in un’escalation sempre più pericolosa. Il primo incidente è forse il più spettacolare: solo per miracolo un elicottero di Copenaghen in acque internazionali a largo della Danimarca non è stato abbattuto da due razzi bengala sparati da una fregata russa che il velivolo stava osservando. E questo, ha sottolineato il ministro della Difesa danese Jeppe Bruus, senza alcun tipo di avvertimento da parte russa prima di sparare. «Un’azione irresponsabile» inveisce la premier danese Mette Fredriksen. «Le azioni russe – tuona – mirano a seminare paura e discordia. La nostra risposta sarà di essere ancora più compatti tra noi e di rafforzare la difesa della Danimarca e dell’Europa». «Un comportamento inaccettabile» ha tuonato il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte. Mosca, avverte anche il ministro Bruus, «ha aumentato la sua volontà ad assumersi rischi su quanto noi siamo disposti a spingerci» per reagire. In altre parole: la Russia sempre più “testa” le reazioni dell’Alleanza. L’ambasciatore russo a Copenaghen, Vladimir Barbin, convocato dal governo danese, ha invece accusato il Paese scandinavo di «manovre pericolose».

E poi c’è il drone che ha violato lo spazio aereo lituano, in arrivo dalla Bielorussia. Lunedì sera, questa è la ricostruzione del ministero della Difesa italiano, «due caccia Eurofighter F-2000 della Task Force aerea “Baltic Thunder III” dell’Aeronautica Militare sono decollati in modalità “scramble” (decollo immediato ndr) nell’ambito della missione Nato di difesa aerea sul fianco orientale dell’Alleanza, in seguito alla violazione dello spazio aereo lituano da parte di un drone. Gli equipaggi italiani hanno intercettato il velivolo senza pilota, neutralizzandolo nel rispetto delle procedure operative previste dall’Alleanza». Più tardi lo stesso ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato «probabile» che si tratti di un velivolo russo. Intanto il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha inviato una nota di protesta a Minsk. Altri incidenti in cui per ora non ci sono piste ufficiali che portino a Mosca hanno interessato Germania e Paesi Bassi. La società olandese di gestione della linea ferroviaria Pro Rail ha dichiarato che sono stati rinvenuti tubi e altri oggetti di vario genere in 30 località in tutto il Paese. I treni nelle vicinanze dei blocchi ferroviari sono stati fermati e si sono registrati gravi disagi anche nei servizi internazionali verso Berlino. Allo stesso tempo, proprio in Germania, è scattata la ricerca dei detriti di un drone che si ritiene sia precipitato vicino al lago Steinhude, nella regione di Hannover, a solo un chilometro dalla base aerea della Bundeswehr di Wunstorf, come riportato da Bild. La testata tedesca sostiene che alcune parti del drone sono già state ritrovate, ma gli investigatori sperano di recuperarne altre «per escludere una potenziale minaccia» e risalire a chi si cela dietro l’operazione.
La tensione è alle stelle. A gettare benzina del fuoco lo stesso ministero della Difesa russo, che oggi ha pubblicato il video di un nuovo attacco con un drone di nuova generazione “Geran-5” nei pressi della frontiera polacca. Nella notte tra lunedì e martedì, afferma il ministero, sono stati colpiti obiettivi «dell’infrastruttura ferroviaria utilizzati per il trasporto di merci di natura militare provenienti dai Paesi europei». Varsavia ha rafforzato intanto la protezione dei posti di confine, mentre da Mosca le arrivano minacce dirette: se la Polonia «entrasse in ostilità con la Russia – ha detto Nikolai Patrushev, consigliere di Putin, «lo Stato polacco cesserebbe di esistere in 2 o 3 giorni».
Certo è che per ora della tregua energetica tra Russia e Ucraina annunciata da Trump non c’è traccia. Secondo le autorità ucraine, la Russia ha lanciato 200 droni contro Kiev e altre città, colpendo due stazioni di servizio nella capitale. L’Ucraina, dal canto suo, ha colpito una raffineria nella regione russa di Samara, sul Volga, e impianti di produzione nelle regioni di Taganrog e Oryol. «La Russia – ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – continua ad attaccare il nostro settore energetico, obiettivi logistici e infrastrutture critiche. La nostra risposta è tangibile». Almeno, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha annunciato che vedrà la controparte Usa Marco Rubio durante l’Assemblea generale dell’Onu. La ripresa di colloqui trilaterali (non a livello di leader), ha detto, «è possibile».

Palermo ricorda oggi il martire e beato don Pino Puglisi nell’anniversario della sua uccisione. Le voci dal quartiere Brancaccio, tra voglia di riscatto e difficoltà croniche

Padre Pino Puglisi e quel sorriso che 33 anni fa Cosa nostra non riuscì a spegnere

Nella casa di un sacerdote che non varca la soglia da trentatré anni, il tempo si è cristallizzato, come se lui potesse tornare, da un momento all’altro. La targhetta sulla porta con la semplice scritta “G. Puglisi”, i libri accanto al piccolo letto, la cara foto della madre sul comodino, il pennello da barba in bagno, il telefono con la rotella: tutto racconta il quotidiano del beato Pino Puglisi, nella sua abitazione, a Brancaccio. In più, c’è una reliquia, nella sala da pranzo, dal 15 dicembre del 2023. Qui, in questa piazzetta che adesso porta il nome di un martire, interessata da importanti opere di ristrutturazione, dove padre Puglisi visse e fu assassinato, l’emozione dei visitatori batte forte. Era il 15 settembre del ‘93, quando un uomo di Dio morì per mano dei killer di Cosa nostra a cui offrì l’ultimo sorriso. «Certo che Brancaccio è cambiata, da allora, come è cambiata Palermo, grazie anche al sacrificio di don Pino», dice Maurizio Artale, presidente del Centro “Padre Nostro”, che ha vivificato, con i suoi sforzi, i luoghi della memoria. Gli interventi, cominciati il primo di settembre, riqualificheranno lo spazio, sottraendolo al degrado. Sono previsti il rifacimento della pavimentazione, la piantumazione del prato, la creazione di una “agorà” per accogliere pellegrini, scolaresche e visitatori.

Artale aggiunge una postilla: «Ogni lunedì, l’impresa si trova impossibilitata a effettuare il proprio servizio a causa del mercatino rionale abusivo. Abbiamo avvisto chi di dovere, speriamo che ci sia un intervento, nel nome di una rinascita che non deve fermarsi». Nel febbraio scorso, la consegna dei lavori per l’asilo “I piccoli di Padre Puglisi”. La scuola nasce da un progetto del Centro, con la collaborazione di Reggio Children e con il contributo economico della Fondazione Giovanni Paolo II di Firenze e l’impegno del quotidiano Avvenire e dei suoi lettori. «C’è un chiaro percorso di crescita – dice ancora Maurizio Artale – che ha visto l’attenzione delle istituzioni. Brancaccio è piena di infrastrutture, grazie a quel seme che ha dato tantissimi frutti. Don Pino ci ha accompagnato, lo sentiamo vicino, soprattutto nei normali momenti di difficoltà».
Don Sergio Ciresi, responsabile della Caritas diocesana, da circa è un anno è parroco di Brancaccio, a “San Gaetano”. «Mi trovo benissimo – dice –. La comunità mi ha accolto a braccia aperte. L’essenziale è portare avanti la collaborazione con le associazioni, con le scuole e con le parrocchie limitrofe. Ho celebrato la Messa per strada, un modo per ricordare al quartiere che la Chiesa è vicina. La gente si affacciava dai balconi, commossa. Brancaccio, sì, è cambiata. Ma sconta ancora i tanti problemi delle periferie». Oggi Palermo vive il trentatreesimo anniversario dalla morte di questo martire. Sarà il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, a presiedere in Cattedrale la celebrazione eucaristica alle sei del pomeriggio. Al termine, sempre in Cattedrale, si terrà la presentazione del libro “Il Vangelo per le strade. Discorsi alla città di Palermo” (Ed. Il pozzo di Giacobbe) dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice.
Brancaccio è cambiata, con fatica e con speranza. Nella palazzina che accoglie la casa museo del beato Pino Puglisi, salendo per le scale, si accede prima all’appartamento del sacerdote, poi, allo spazio dedicato alle visite, ai video, agli incontri. Arriva un gruppo dell’Associazione nazionale “Case della memoria”, per lanciare “Spazi di Legalità – Luoghi di Libertà”, «la nuova rete nazionale – si legge sulla pagina Facebook – che prende avvio dalla Sicilia per tracciare una nuova geografia civile». «Così onoriamo la memoria di Puglisi e di tutti coloro che hanno lottato contro la mafia», spiega il presidente dell’associazione, Adriano Rigoli. Matilde Foti-Gurrieri, operatrice museale, esprime una commozione condivisa: «Avvertiamo un senso profondo, qualcosa che ci fa sentire siciliani e ci spinge a impegnarci con amore per la nostra terra». Oltrepassando l’ingresso della casa del beato, si coglie la dolcezza incrollabile della fede, sperimentata senza compromessi, mentre una risacca di memorie sfiora le piccole e immense cose di ogni giorno. Tutto racconta la permanenza di quel sorriso che non è mai andato via.

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Alla ricerca della verità perduta. La verità che è Amore

Cos'è la verità?

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Aula di tribunale. Un colonnello dei Marines siede al banco dei testimoni. Un giovane avvocato militare – la mano che trema mentre afferra il bicchiere d’acqua – lo incalza.
«I want the truth!»
«You can’t handle the truth!»
È il 1992. Codice d’onore. Aaron Sorkin scrive, Rob Reiner dirige, Jack Nicholson e Tom Cruise interpretano. L’American Film Institute collocherà quella battuta al ventinovesimo posto tra le cento più memorabili del cinema americano. Tradurla è impresa ardua: «Non sei in grado di sostenere la verità».
Sostenere. La verità ha un peso. E la sequenza che stiamo per ripercorrere è la cronaca di un’Umanità che, passo dopo passo, ha disimparato a reggerlo questo peso. La risposta urlata dal colonnello è metafora esatta del nostro tempo.
Duemila anni prima, in un’altra aula, il funzionario di un diverso e più antico impero interroga un differente imputato. Questa volta non urla. Si limita a porre una domanda. E, dopo averla posta, esce di scena. Senza attendere la risposta.
«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E subito: «Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”. E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei».

Rileggiamo. La domanda – forse la più alta che labbra umane possano formulare – viene pronunciata. Ma chi la pronuncia non attende la risposta.
Pilato non è un bugiardo. Il bugiardo – in qualche modo perverso – rende onore alla verità: la teme, la contraddice, la combatte. E per combatterla deve necessariamente prima conoscerla, profondamente. Pilato, invece, non fa nulla di tutto questo. Pilato è l’indifferente alla verità. Non la nega. Almeno non esplicitamente. La ignora, la tratta come questione non degna di attenzione. La considera irrilevante, inesistente in sé.
La storia lo ha ricambiato con un contrappasso sublime. Infatti, quel burocrate di provincia che voleva soltanto tornare a cena senza incidenti diplomatici è entrato nel Credo. Ogni domenica, in ogni lingua del mondo, un miliardo di persone pronuncia il suo nome: crucifixus sub Pontio Pilato. L’uomo che non attese la risposta è diventato la coordinata cronologica della salvezza. Lo scettico è il calendario del Mistero che si incarna nella storia.

Ma ritorniamo alla domanda iniziale: cos’è la verità?
È lungo, molto lungo e accidentato, il cammino di questa domanda nella storia dell’Umanità. Lungo almeno quanto il cammino della stessa storia dell’Umanità.
Percorriamone un tratto a grandi, grandissime linee.

Gli antichi greci le diedero un nome folgorante: Alétheia, da léthe, l’oblio, e da quell’alfa privativa che nega. Non-dimenticanza. Non-nascondimento. Dis-velamento. Per i greci la verità non è una costruzione. È, invece, ciò che sta sotto il velo e chiede di essere svelato. È ciò che sta all’origine e chiede di non essere dimenticato. Non si fabbrica. Si riceve. È dono da bramare, da cercare, da scoprire, da riconoscere, da accogliere, da vivere. Un dono che obbliga. Chi lo riceve deve portarne il peso.
Parmenide ne scrisse in versi, affidando a una dea il compito di indicare al mortale le due opzioni riservate agli uomini: quella della verità e quella dell’opinione. Aristotele ne darà poi la definizione minima e inarrivabile: dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è. Nulla di più. Nulla di meno.
Ma già prima di Aristotele, nella stessa Atene, era arrivato Protagora. Con lui si sovverte la prospettiva. «L’uomo è misura di tutte le cose». Otto parole che spostano il baricentro dell’universo dall’oggetto al soggetto, dalla realtà misurata con l’unità degli assoluti al metro che la misura con l’incertezza dei relativi. I sofisti non inseguivano la verità. Insegnavano a rendere forte il discorso debole. Erano – diciamolo – i primi consulenti di comunicazione della Storia. Si tratta di uno dei primi slittamenti sostanziali. Se la misura è l’uomo, il peso della verità da reggere diminuisce. Perché ciascun uomo si costruirà una verità a propria misura. La verità diventa fatto soggettivo (individuale o collettivo). Il resto fu cronaca. Atene impose la cicuta a Socrate. La folla, davanti a Pilato, scelse Barabba. In entrambi i casi decise una conta. La conta delle verità soggettive. La verità di rado vince nelle assemblee.
Poi vennero i Padri. E vennero con una durezza che oggi, a tratti, potrebbe imbarazzare. Tertulliano, nel De virginibus velandis, incide una frase che dovrebbe stare sul frontone di ogni aula: «Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem cognominavit». Il Signore nostro Cristo si è chiamato verità, non consuetudine. Una consuetudine, per quanto antica, se contraddice il vero, resta comunque errore, soltanto più autorevolmente vestito. Ogni epoca – la nostra più di tutte – è lastricata di false verità affermatesi per inerzia. È la legge del gregge. Consuetudine è ciò che fanno tutti. Verità è ciò che è. Le due cose quasi mai coincidono e la tensione che ne deriva resta costante, lacerante.
A questo proposito, Agostino, nel decimo libro delle Confessioni, si pone una domanda cruciale: perché la verità genera odio? La risposta è puntuale, precisa, chirurgica: gli uomini amano la verità quando risplende e la odiano quando li rimprovera. Amiamo la luce che ci illumina esteriormente. Detestiamo la luce che ci di-svela intimamente. Odiare la verità è il modo più antico per non doverla portare. Secoli dopo, la Scolastica tornerà sul punto. Anselmo definirà la verità come la «rettitudine percepibile alla sola mente». E Tommaso consegnerà al Medioevo la notissima formula dell’adaequatio rei et intellectus. Adeguamento della cosa e dell’intelletto. L’intelletto non genera il vero, lo sposa. E dietro l’adaequatio i medievali collocavano un assioma più radicale: ens et verum convertuntur. Essere e vero si scambiano. Ogni cosa è vera nella misura in cui è ciò che è stata fatta essere. Anche l’uomo. Soprattutto l’uomo.
Sul crinale della modernità si leva, infine, un ultimo testimone dell’ordine antico. Bacone, nel Novum Organum, compila il primo inventario delle nostre distorsioni cognitive: gli idoli della tribù, della caverna, del foro, del teatro. Quattro secoli prima delle neuroscienze e degli algoritmi di raccomandazione, il Cancelliere d’Inghilterra aveva già capito che la piazza – l’idolum fori – deforma la verità attraverso il linguaggio che vi circola. Previsione perfetta. Sbagliò soltanto il nome della piattaforma.
Ma si badi a ciò che Bacone non dice. Non dice mai che la verità è una costruzione. Gli idoli stanno nell’occhio di chi guarda, non nella cosa guardata: basta rimuoverli e il vero torna visibile, intatto, là dove è sempre stato. È ancora, per intero, la posizione dei Greci. E non sarà l’ultimo a sostenerla. La sosterrà Thomas Reid contro lo scetticismo di Hume. La sosterrà Moore alzando le due mani davanti agli idealisti a dimostrare che il mondo esterno esiste. La sosterranno Russell e, per tutto il Novecento, il realismo tomista di Gilson e Maritain. Ma la sosterranno tutti da imputati. È questa la vera notizia: dopo Bacone la verità diventa una tesi da difendere in tribunale. Il vero non viene negato. Viene messo sotto processo.
Da qui in poi la modernità inclina definitivamente il piano. Lentamente. Deliberatamente. Catastroficamente, a mio avviso. E ad avviso di molti.
Vico compie il passo decisivo, e lo compie in buona fede: verum ipsum factum. Il vero è il fatto. Conosciamo davvero soltanto ciò che facciamo. Intenzione nobilissima – sottrarre la storia all’astrattezza – ed esito devastante: se il vero coincide con il fatto, allora chi fa, fa il vero. Kierkegaard aggiunse che la verità è soggettività, pensando all’appropriazione esistenziale, non all’arbitrio. Nietzsche taglia il nodo in un frammento postumo: non esistono fatti, soltanto interpretazioni. Il pragmatismo di William James rende operativo tutto il conseguente dispositivo: è vero ciò che funziona. Foucault chiude il cerchio: ogni società ha il suo regime di verità, e ogni regime i suoi produttori autorizzati.
Nessuno di questi passaggi, preso da solo, è insensato. E nessuno, preso da solo, era obbligato. Sommati, però, consegnano una civiltà che ha smarrito la differenza tra il vero e il verosimile.
Alla fine di questo percorso, eccoci al suo esito strenuamente perseguito: l’epoca della post-verità. Il termine non nacque nel 2016, quando gli Oxford Dictionaries la elessero parola dell’anno. Era già comparso il 6 gennaio 1992, sulle pagine di The Nation, per mano del drammaturgo serbo-americano premiato con l’Oscar, Steve Tesich, in un saggio intitolato A Government of Lies. E la sua tesi era ben più terribile di quella che oggi ripetiamo. Tesich non scrisse che siamo ingannati. Scrisse che abbiamo scelto di ingannarci. Che scegliamo ogni giorno di ingannarci. Che siamo diventati il prototipo di popolo che i mostri totalitari potevano solo sognare: i dittatori hanno faticato per sopprimere la verità, noi – da popolo libero e liberamente – abbiamo deciso di volere un mondo post-veritativo. La verità è diventata solo un fardello insopportabile. E abbiamo deciso di disfarcene. Volevamo essere più leggeri e ci siamo ritrovati schiacciati dal falso. «Non puoi reggere la verità!»
Prima l’abbiamo trovata pesante. Poi ingombrante. Infine, nemica. Non ci hanno rubato la verità, dunque. L’abbiamo consegnata. L’abbiamo sacrificata. La sacrifichiamo. Ogni giorno. E sacrificando la verità, senza accorgercene, sacrifichiamo noi, sacrifichiamo l’Umanità. Carnefici del vero. Carnefici di vera Umanità. Perché chi rinuncia alla verità non perde soltanto un’informazione. Perde la misura di sé. Anzi: perde sé stesso.
A conclusione di questo lungo ma insufficiente riepilogo, proviamo, allora, a rispondere noi alla domanda che uscì dalla stanza prima di avere una risposta. «Cos’è la verità?»
Iniziamo col dire che la verità è una Persona. La verità è Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. La Verità è il Figlio Unigenito del Padre che si è fatto carne nel seno della Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. La Verità è lo Spirito Santo che procede con processione eterna dal Padre e dal Figlio. A immagine della divina Verità era stato creato l’uomo. Ma questi si è fatto falsità. La verità è la Luce eterna. La verità è la Vita eterna. L’uomo, invece, si è fatto tenebra e morte.
Questa verità, che è Persona, è al tempo stesso due verità. Che, a loro volta, sono, insieme, una sola verità. Queste due verità che sono una sola verità possiamo chiamarle: verità di creazione e verità di redenzione. La verità di creazione dice ciò che l’uomo è: non un’opinione su di sé, non un prodotto del relativismo, ma la sua costituzione, il disegno secondo cui fu pensato e plasmato a immagine della divina verità. L’uomo non ha una verità: l’uomo è una verità. E poiché quel disegno è immagine di un Dio che è Amore, la verità di creazione dell’uomo è, alla radice, una verità d’amore. L’uomo è vero quando ama. La verità di redenzione dice, poi, come l’uomo torna a essere ciò che è. Se l’uomo vuole ritornare nella sua verità di creazione, deve necessariamente passare per la verità di redenzione. E la verità di redenzione è solo Cristo Gesù. Che non indica la porta: è la porta. «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato».
Oggi la menzogna minaccia entrambe queste verità. Dal loro venir meno dipende il venir meno di tutte le altre verità. Esse sono cadute per conseguenza, come cadono i rami quando si taglia la radice. Senza il recupero di queste verità non potrà esserci recupero di alcun’altra verità. Né scientifica, né giuridica, né economica, né politica, né antropologica. Ogni verità resterà inconsistente. Effimera. Illusoria. Fluida. Falsa. Artificiale.
È stato, ed è, largo, dunque, il sentiero che porta alla dissoluzione della verità. Stretta, invece, è la porta che riporta a essa. Ora la sequenza che abbiamo pazientemente ripercorso si lascia leggere per intero. Protagora che fa dell’uomo la misura, Vico che fa del vero il fatto, Nietzsche che dissolve i fatti in interpretazioni, il pragmatismo che li riduce a funzione, gli algoritmi che li generano per probabilità. Non si tratta di cinque errori diversi, bensì di cinque versioni del medesimo errore. Rientrare nella verità della creazione senza passare per la verità della redenzione. Rifarsi veri da soli. Ogni volta che la creatura ha preteso di essere il proprio redentore, ne è uscita più falsa e più sola. L’ultimo tentativo lo compiamo adesso, con una potenza di calcolo che nessun sofista avrebbe osato immaginare.
Non c’è scorciatoia. Non c’è via alternativa.
«Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero che erano discendenti di Abramo e non erano mai stati schiavi di nessuno. Risposta magnifica nella sua cecità. È la risposta di ogni uomo di ogni tempo, la nostra risposta, la risposta di una modernità convinta che la libertà sia il presupposto della verità. Gesù capovolge la prospettiva: chiunque commette il male è schiavo. Prima la verità, poi la libertà. Mai l’inverso. Chi pretende di essere libero per scegliere la propria verità ha già scelto la propria catena di schiavitù.
Resta, allora, una domanda che non possiamo non porci: se ogni uomo può ritornare nella sua verità di creazione solo passando per la verità della redenzione, come è possibile che oggi, contro la Parola di Cristo Gesù, molti suoi discepoli insegnino che quel ritorno si compia senza alcuna necessità di passare per la redenzione? Chi dice queste cose non condanna soltanto sé stesso: condanna il mondo intero a rimanere nella schiavitù della falsità, delle tenebre e della morte. Di una morte che potrebbe trasformarsi in morte eterna.
Perché senza Cristo l’uomo resta un uomo senza verità. Senza verità di creazione e senza verità di redenzione. E un uomo senza verità è, necessariamente, un uomo senza soluzioni. Non esiste rimedio alla mancanza di verità che non sia la Verità stessa. Perché la Verità che abbiamo perduto – e che possiamo riconquistare soltanto passando per la verità di redenzione fino a quella di creazione – non è un’idea. Non è un pensiero filosofico più o meno sofisticato. Non è un teorema, un principio, un sistema.
È Logos. È Persona. È Amore.
Amore: il cuore della verità.
«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui». Ecco l’intera risposta alla domanda di Pilato e la ragione per cui nessuna filosofia poteva formularla. Cristo Gesù è stato inviato dal Padre a rivelare e a incarnare il suo amore: questa è la verità, l’unica verità nella sua essenza. Siamo troppo figli di Aristotele, di Platone e di qualche altro filosofo, quando concepiamo la verità come qualcosa a sé stante, indipendente dall’uomo. Dio non è un’idea da scoprire, da afferrare, da interpretare, da presentare in un linguaggio più o meno involuto o impossibile da comprendere. Dio è amore. E chiunque voglia parlare di Dio lo deve fare nel linguaggio dell’Amore, il linguaggio della vita, non quello delle idee.
È qui che si misura la differenza infinita tra Cristo e ogni altro maestro che l’Umanità abbia ascoltato. In Lui la verità si è fatta amore. Egli ha fatto la verità perché ha amato. Se non avesse amato, la sua sarebbe stata una verità filosofica e non divina: avrebbe comunicato agli uomini ancora una volta qualcosa di enigmatico, ma non avrebbe salvato l’uomo. Sarebbe stato un pensatore tra i tanti, e la sua parola riposerebbe oggi accanto a quella dei grandi filosofi di ogni tempo, discussa nelle aule e impotente nella vita. Invece ha dato la vita non per affermare un’idea, ma per amore. Un amore concreto, crocifisso: l’amore di chi lava i piedi e annienta sé stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce.
Al di fuori dell’amore non c’è verità. Solo l’amore salva. Solo l’amore si rende credibile. Solo amando si è nella verità. Chiunque annunzi una verità che non è amore è falso. Il cristiano che non ama, che non si offre, diviene il più grande falsario che la storia abbia conosciuto.
L’Armonauta, dunque, si propone di non uscire dalla stanza prima di aver ascoltato la risposta che illumina. Per conoscere l’ordine preciso delle cose e per assumerne interamente il peso. Non pretende di rifarsi vero da sé: si sa creatura ferita e sa che l’unica via del ritorno è Colui che è la Verità. E sa che quel peso si regge in un modo solo. Amando. Perché il giogo della verità è dolce e il carico leggero soltanto per chi ama. Alla Madre di Dio, che concepì nella carne la Verità e la portò in grembo, chiediamo di partorirci alla verità. Non a una nostra verità. Alla Verità. Alla Verità che è Amore.

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