Il vescovo Olivero: «Con Guccini si parlava di Dio e della Bibbia. L’ultima volta ad aprile era molto affaticato»

«Con lui si parlava di Dio e della Bibbia L’ultima volta ad aprile era molto affaticato»

Il ricordo di Derio Olivero, vescovo di Pinerolo. «Mi disse: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine»

CITTÀ DEL VATICANO «Si è mangiato, si è bevuto un bicchiere, gli ho chiesto di alcune sue canzoni e lui ha parlato di come sono nate, a cominciare da Dio è morto che ascoltavo già al liceo… Poi abbiamo detto: adesso però si canta. E Francesco: ma non le mie, non ne vale la pena. Invece abbiamo cantato, Il vecchio e il bambino , Incontro , lui ci ascoltava…».

Monsignor Derio Olivero, teologo e vescovo di Pinerolo, lo racconta con un sorriso e in effetti la scena è memorabile: lui, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi e don Luigi Verdi, fondatore della Comunità di Romena, che cantano Guccini in casa sua, a Pavana, la sera del 24 aprile.

Gliel’avessero detto…
«Sì, pure Guccini sorrideva: mai avrei immaginato, due vescovi e un prete. A un certo punto ha cantato anche lui, una canzone in bolognese sulla Resistenza».

Si è molto parlato di quando nel ’67 la Rai censurò «Dio è morto» e l’unica a trasmettere la canzone fu Radio Vaticana…
«Magari l’avevano ascoltata fino alla fine, quando dice che risorge. È bellissima, quella sera Francesco mi ha raccontato che è nata quando lesse la frase in un manifesto pubblicitario americano. Da quello spunto scrisse un testo che richiama l’autenticità. Aveva saputo interpretare quella crisi che anche il Concilio stava affrontando».

In che senso?
«Il Vaticano II, in quegli anni, ha osato pensare una Chiesa amica di questo mondo, attenta alle parole di chi magari non è cristiano né credente ma dice cose importanti. Venivamo da secoli nei quali eravamo noi a creare la cultura, almeno in Europa. Ma poi la cultura ha iniziato ad avere fonti diverse. E per i cristiani la capacità di ascoltare è diventata una questione assai seria».

Anche Guccini?
«Altroché. Ha saputo interpretare le domande e i sogni del suo tempo. E lo faceva con una onestà assoluta, senza inseguire le mode per due soldi, lo dice pure ne L’ Avvelenata. Di fronte a un uomo e a un poeta così, noi cristiani ci troviamo a casa».

A casa?
«Il cristianesimo è la religione dell’incarnazione, Dio che sta nella storia. E capire il proprio tempo, cogliere l’umano, non è scontato solo perché uno ha il Vangelo. Per questo le canzoni scritte bene, la poesia, l’arte, sono fondamentali anche per dire il cristianesimo».

Si definiva agnostico, non ateo. Come lo spiega?
«Era un uomo aperto, mai ideologico. Interessato, curioso, conosceva la Bibbia come la grande letteratura, ha scritto Shomèr ma mi-llailah?, da Isaia, come Cirano o Odysseus».

Come vi siete ritrovati?
«Grazie a Zuppi: la prossima volta vieni anche tu. Io sono gucciniano da quand’ero ragazzo, l’avevo visto ai concerti. Ci ha accolto la persona che immaginavo: asciutta, un po’ burbera, dal cuore grande. Gli ho portato due bottiglie di Barolo: una serata meravigliosa».

Nelle immagini lo si vede affaticato…
«Ne ha parlato lui stesso: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine. Ma anche quello lo diceva in modo consapevole, asciutto, autentico come è sempre stato».

Corriere della Sera

Addio a Francesco Guccini: a Pavana i funerali in forma privata

Buon viaggio, babbo»: a Pavana il funerale laico e privato di Guccini |  Giornale di Brescia

Si sono svolti in forma privata, come comunicato nei giorni scorsi, i funerali di Francesco Guccini, morto giovedì all’età di 86 anni. La funzione si è tenuta nel giardino della sua casa di famiglia a Pavana, in provincia di Pistoia. Fuori dai cancelli della sua abitazione si è presentata qualche decina di appassionati, che ha applaudito al momento del passaggio della salma del cantautore. Alla cerimonia nel cortile della casa di Guccini ha partecipato circa una quarantina di persone, tra parenti e amici stretti. Tra loro era presente anche il cardinale Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, presidente della CEI e tra le persone più vicine al cantautore emiliano. Dopo la cremazione al tempio crematorio di Borgo Panigale, le ceneri di Guccini saranno tumulate a Pavana. Nel mese di settembre, a Bologna, è in programma una funzione commemorativa pubblica per consentire a tutti gli amanti di Guccini di rendergli omaggio un’ultima volta.

ilsole24ore.com

Francesco Guccini, la cena con due vescovi e un prete: “Cantammo le sue canzoni”

Derio Olivero Zuppi Francesco Guccini

Monsignor Derio Olivero racconta la serata di aprile a Pavana nella casa del cantautore

C’è una foto che racconta di un ponte tra mondi apparentemente distanti: due vescovi e un prete seduti in una cucina di Pavana, intenti a intonare i versi di Francesco Guccini sotto lo sguardo divertito del padrone di casa.

È la sera del 24 aprile scorso, quando monsignor Derio Olivero (vescovo di Pinerolo), il cardinale Matteo Maria Zuppi (presidente della Cei) e don Luigi Verdi, varcano la soglia della dimora del “Maestrone” per una cena che mescola musica e riflessione. “Ci siamo conosciuti grazie a Zuppi, che mi disse ‘la prossima volta vieni anche tu'”.

L’episodio è emerso in un’intervista rilasciata da monsignor Derio Olivero al quotidiano Il Corriere della Sera.

Barolo. Così è iniziata la serata: con le due bottiglie di vino che monsignor Olivero ha portato in dono al cantautore. E poi? “Gli ho chiesto di diverse sue canzoni e Francesco mi ha raccontato di come sono nate, iniziando da Dio è morto, che ascoltavo da liceale – dice Derio Olivero -. Volevamo cantare, ma lui disse ‘non le mie, non ne vale la pena’. E invece intonammo le sue canzoni, mentre ci ascoltava”.

E quindi, come è nata Dio è morto? “Dalla suggestione di un manifesto pubblicitario americano: Francesco aveva saputo interpretare quella crisi che anche il Concilio stava cerando di affrontare in quegli anni”.

Com’era veramente il Maestrone? “Ascoltavo le sue canzoni già da ragazzo e ad accoglierci trovai la persona che mi ero sempre immaginato: asciutto ma dal grande cuore”.

La presenza dei tre uomini di Chiesa nella casa di Guccini può sembrare un paradosso: il cantautore si definiva agnostico, ma “era un uomo aperto, mai ideologico. Interessato, curioso, conosceva la Bibbia come la grande letteratura, ha scritto Shomèr ma mi-llailah?, da Isaia, come Cirano o Odysseus”.

Eppure: “Ci disse che gli restava poco tempo e che stava aspettando la fine. Ma anche quello lo diceva in modo consapevole, autentico come è sempre stato”.

lafedelta.it

Serenata a Maria

Anche quest’anno IDML Don Luigi Guglielmi, Hospice Casa Madonna dell’Uliveto ed Ente Cattedrale di Reggio Emilia celebrano la solennità di S MARIA ASSUNTA (Sagra della Cattedrale) proponendo nella sera della vigilia, 14 agosto alle ore 21 nel cortile del Palazzo Vescovile, SERENATA A MARIA.

L’appuntamento intende onorare la figura di MARIA attraverso testi e musiche che la omaggiano proprio dinnanzi alla statua situata nel cortile del Palazzo Vescovile.

MARINA COLI, attrice narratrice ed educatrice, leggerà testi che partendo da San Francesco e Jacopone da Todi arriveranno fino a Clemente Rebora, Cervantes e Papa Leone.

Le più belle pagine musicali del repertorio lirico e cameristico dedicate a Maria (Verdi, Saint-Saens, Schubert, ecc…) saranno eseguite da Paola Cigna, soprano toscana protagonista nei più importanti teatri europei, accompagnata e sostenuta dalle note di GIOVANNI MAREGGINI al flauto e DAVIDE BURANI all’arpa.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Al termine del concerto, piccolo rinfresco e brindisi in occasione della Sagra.

In caso di maltempo il concerto si terrà nella Cripta della Cattedrale.

laliberta.info

È morto padre Luciano Panicali dei Servi di Maria

padre Luciano Panicali OSM

La Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla si unisce all’Ordine dei Servi di Maria nella lode al Signore per il padre servita Luciano Maria Panicali deceduto il 4 agosto 2026. Apparteneva alla comunità cittadina della Basilica della Ghiara dallo scorso febbraio.
Era nato il 20 novembre 1938 a Tavullia (PU). Aveva emesso i voti solenni nell’Ordine dei Servi di Maria il 27 dicembre 1961, ed era stato ordinato presbitero nel Santuario di Monte Berico (Vicenza) il 3 aprile 1965.

Padre Luciano aveva già prestato servizio nella diocesi di Reggio Emilia – Guastalla dopo l’ordinazione presbiterale, quando venne mandato alla comunità di Dinazzano. Ha poi vissuto nelle comunità di Misano Adriatico (Istituto San Pellegrino), Ancona, Genova, Roma-S. Maria in Via e infine al Santuario della Madonna delle Grazie di Pesaro, da dove nel febbraio 2026 venne alla Ghiara.

Dal 4 agosto la camera ardente è allestita nel coro della Basilica della Ghiara dove il 5 agosto alle 20.45 si svolgerà una veglia di preghiera.
I funerali saranno giovedì 6 agosto (Festa della Trasfigurazione) nella Basilica della Ghiara a Reggio Emilia, alle ore 11.00, e saranno presieduti dal Priore provinciale dei Servi di Maria, p. Ricardo M. Perez Marquez.

Dopo la celebrazione i resti mortali di padre Luciano saranno portati al cimitero centrale di Pesaro dove avverrà l’inumazione.

La Liberta.info

“Scintilla io”, l’album per celebrare i 50 anni di carriera di Giosy Cento

ISCHIA DI CASTRO – Dopo 50 anni di carriera come prete cantautore, Giuseppe Cento, in arte Giosy Cento, presenta il suo nuovo album “Scintilla io”, un disco che parla di diversi temi, ognuno raccontato con una profonda sensibilità.

“Quest’anno compio 80 anni e 50 anni di discografia, per cui ho pensato che non potevo lasciar passar questa data senza un qualche tipo di celebrazione”, è così che il cantante ha iniziato a parlare del suo disco. “Quest’anno ho inciso un disco un po’ diverso. È un album con 15 pezzi che riassume un po’ la mia vita e allo stesso tempo è una provocazione verso alcune problematiche del mondo, soprattutto da parte della chiesa, cercando non più soltanto un linguaggio interno alla Chiesa, ma anche una relazione con quello dei giovani di oggi”

Successivamente il prete cantante ha spiegato come ha realizzato l’album: “Il tempo non mi ha risparmiato, ad oggi il mio udito è peggiorato e cantare è diventato più faticoso, per questo ho collaborato con Claudio Marini, un professore universitario di matematica dell’Università di Siena. Grazie a lui sono riuscito a produrre le canzoni del disco: io ho scritto i testi e lui, anche con l’ausilio dei mezzi tecnologici di oggi, è riuscito a rivestire di musica e di voce i brani che ho composto”, ha poi aggiunto: “Abbiamo voluto dirlo per correttezza e trasparenza, perché dietro questo progetto c’è un grande lavoro tecnologico, forse anche d’avanguardia sotto certi aspetti. Naturalmente può essere criticato, come accade spesso quando si parla dei limiti dell’intelligenza artificiale, ma come sacerdote mi sembrava giusto proporre qualcosa che guardasse anche al futuro. Ci siamo impegnati molto e siamo soddisfatti del risultato”.

“Per quanto riguardo la scrittura dei testi ho avuto qualche problema, – ha ammesso il parroco – perché ho parlato anche di tematiche che fanno discutere, per esempio, c’è la canzone ‘Nascere è Contraddire’ che tratta delle paure che un papà o una giovane coppia può avere al giorno d’oggi. Infatti, la canzone dice: Vai, adesso prova tu e migliora ciò che io non ho avuto la forza sincera di provare a cambiare e apri mille finestre dove gli altri hanno messo una barriera. Se nascerai sarà per questo, non per ripetere il mondo ma per contraddirlo.”

“Tra questo tipo di canzoni, con temi forti e attuali, c’è anche “Amore a Baghdad”, che parla della storia d’amore tra un soldato americano e una ragazza irachena e “Puoi diventare santo anche tu” una canzone che afferma che siamo tutti uguali davanti a Dio, anche se si fa parte della comunità lgbt. Questo è stato il motivo per cui un paio di editori si sono rifiutati di pubblicare il disco, per non prendersi rischi’.

‘In ogni caso io e il professor Marini abbiamo pubblicato il disco su tutte le piattaforme e lo presenterò a Ischia di Castro il 13 di giugno. In seguito, al disco verrà accompagnato un libro che tratterà la mia vita da prete e la bellezza di cantare e che probabilmente uscirà durante il periodo di Natale’.

Alla fine, Giosy Cento ha spiegato il significato del titolo dell’album, ricordando anche alcuni momenti della sua lunga carriera: “Ho scelto il nome ‘Scintilla io’ perché non mi considero il vero autore di ciò che ho fatto: io sono soltanto una piccola scintilla che ha contribuito ad accendere un fuoco”.

Nel corso della sua vita artistica il sacerdote cantautore ha attraversato i cinque continenti, realizzando oltre 3.500 concerti e incontrando migliaia di persone. Un percorso lungo cinquant’anni che oggi trova una nuova sintesi in un disco capace di guardare al passato, ma anche al futuro.

viterbonews24.it

Decine di cantate spontanee da Venezia a Genova passando per Milano. La figlia Teresa: “Grazie”. A Bologna continua l’omaggio dei fan in via Paolo Fabbri. E il 5 settembre appuntamento in piazza Maggiore

Decine di cantate spontanee da Venezia a Genova passando per Milano. La figlia Teresa: "Grazie". A Bologna continua l’omaggio dei fan in via Paolo Fabbri. E il 5 settembre appuntamento in piazza Maggiore.

Il Resto del Carlino

“Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore”. ’La locomotiva’ di Francesco Guccini, dopo la morte, è stracolma di persone. Nelle vie, nelle piazze, nelle strade. ’Il Maestro’ è nelle note, nelle parole, nelle poesie cantate tra un abbraccio e una lacrima, un sorriso e un pianto. Bologna giovedì sera, giorno della scomparsa di uno dei cantautori più importanti della storia italiana, è riuscita a creare un vero e proprio rito collettivo. Nel rione in cui Guccini ha vissuto una fetta importante della sua vita, dagli anni ’70 al 2012. Via Paolo Fabbri 43, da cui nasce anche l’omonimo album, è diventata una camera ardente a cielo aperto. Persone in fila davanti al portone di casa, mazzi di fiori, ceri, messaggi di cordoglio. Uomini, donne, giovani, nonni, bambini. Pensionati, lavoratori, studenti. E poi il canto popolare, “quello che unisce, che fa superare il dolore della perdita per trasformarlo in qualcosa che riempie il cuore”.

Il collettivo CantateBologna, composto da una ventina di persone che vanno dai 20 ai 50 anni, ha deciso che Guccini meritasse un momento del genere. “Ed eravamo sicuri che Bologna rispondesse così – raccontano Daniele e David a nome di tutti i componenti scesi in strada con gli strumenti musicali –. Francesco era uno di noi. Sentivamo un senso di dovere, per tutto quello che ci ha dato, sia in termini di musica sia in termini di emozioni. E ritrovarci davanti casa sua era il luogo più adatto. Nessuno in quell’abitazione ci è mai entrato, ma è come se tutti l’avessimo vissuta”.

La figlia del Maestro, Teresa Guccini, sui social ha condiviso i video delle piazze e delle vie piene zeppe di gente: “Grazie”. Segno di come questi gesti spontanei in giro per l’Italia, come anche a Milano in piazza Mercanti, a due passi dal Duomo, o a Venezia, a Campo Santa Margherita, abbiano riempito il cuore e strappato un sorriso anche alla famiglia di Guccini, nonostante il dolore. Una fiamma che non si spegnerà. Infatti stasera anche Genova ricorderà ’il Maestro’, con una cantata collettiva ai Truogoli di Santa Brigida. Poi, la mostra aperta di sera, dedicata al cantautore, a Reggio Emilia. Anche il cantante Lorenzo Jovanotti ha voluto omaggiare Francesco: con tutta la sua band e il suo staff ha ascoltato e cantato, dal palco delle prove generali del live di ieri a Olbia, le note di ’Il vecchio e il bambino’. Intanto anche ieri sera, in via Paolo Fabbri, una folla di oltre 50 cittadini si è radunata e ha cantato le canzoni in coro, con i messaggi di cordoglio e i fiori che iniziano a moltiplicarsi sempre di più.

Una processione, quindi. In tutti i sensi. Ieri mattina infatti, a due passi dalla taverna da Vito, quell’osteria amata e vissuta in lungo e in largo da Guccini, c’erano ancora tantissime persone che passavano in via Paolo Fabbri 43 per omaggiare ’il Maestro’. Proprio a Bologna, per quest’oggi, è stato proclamato il lutto cittadino. Per l’intera giornata le bandiere degli edifici pubblici saranno a mezz’asta. Poi, a settembre, ci sarà una cerimonia commemorativa aperta a tutti. Ma la data non è ancora stata confermata. Per il 5 settembre intanto CantateBologna chiama tutti in piazza Maggiore. Per replicare quanto successo in via Paolo Fabbri 43, con persone che sono arrivate anche da fuori città. L’idea del collettivo è omaggiare Guccini a un mese dalla morte. Con migliaia e migliaia di appassionati attesi. “Sarebbe bello anche coordinarsi con il Comune per far sì che l’evento sia comodo per tutti”, concludono Daniele e David che sono riusciti a portare oltre 500 persone, in una notte d’agosto, su una strada. A cantare, rompendo il silenzio che la morte di Guccini aveva lasciato. “Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto. Rimorso per quel che m’hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato”.

Saranno dei funerali in forma strettamente privata quelli che sabato 8 agosto daranno l’addio a Francesco Guccini nella sua Pavana, la frazione dell’Appennino tosco-emiliano in cui ha vissuto ed è morto all’età di 86 anni

Francesco Guccini

Le ultime volontà di Guccini

Il ricordo del cantautore

Agi

Guccini, l’artigiano della parola. Con brani come «Dio è morto», «L’avvelenata», «La locomotiva» o «Auschwitz» ha segnato un’intera generazione

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Il piacevole urto avvolgente della voce poderosa che scaturiva da chissà quali caverne nel gran corpo da gigante, quella voce pronta ad arrotolarsi come una biscia sul sentiero, nella selva di «erre» arrotate dal dialetto che l’italiano forbito gli metteva in testa e in gola. Francesco Guccini se n’è andato lo scorso 6 agosto, a 86 anni.

Il rito del fiasco di vino accanto sul palco, che fosse uno spazio all’aperto in una Festa dell’Unità, un palasport o un teatro preso a caso nella Penisola: «Ma solo per dissetarmi», la battuta consueta. Le sigarette bruciate con una passione che era indizio ed emblema di altre passioni divoranti, quasi un voler sorbire il mondo in una nuvola di tabacco, e risputarlo fuori un po’ migliore e un po’ più denso: con le letture forsennate, gli studi, la conoscenza pressoché enciclopedica dei repertori popolari e della storia della canzone italiana. Le notti brave degli anni Sessanta e Settanta, che significavano veglie in osteria fino allo spolvero della mattina, le carte in mano, il bicchiere da rabboccare, le disfide omeriche con gli amici e i colleghi a botte di rime inventate e citazioni coltissime. Magari qualche appunto preso al volo sulla tovaglia di carta macchiata di rosso, su un tovagliolo, che poi, nel gioco labirintico di malinconia ed esaltazione vitale che lo possedeva, diventavano canzoni pesanti.

RITORNO ALLE RADICI

E poi, come succede anche ai giganti, quando i passi ben più notevoli di quelli delle persone normali cominciano a fiaccare il respiro, il progressivo ritiro nella sua tana sull’Appennino, la Pàvana delle sue radici, di cui aveva anche ricostruito compiutamente il dizionario della lingua, con scrupolo filologico, perché i Guccini apparivano già, lì, in documenti del Cinquecento, e le difficoltà d’un corpo possente che mancava la presa, gli imponeva altre rallentate stagioni della vita che declinava.

Ad esempio perdere progressivamente la capacità di leggere, il dover ricorrere a schermi e ingranditori, ma, assieme, nella casa avita, la possibilità di ripescare da un serbatoio gigantesco di ricordi ed emozioni il materiale crudo e vivo per inventare storie che sapevano di acqua sorgiva di ruscello e castagne, di fuoco a legna e urto con una modernità isterica e superficiale che non gli apparteneva. Storie che diventavano libri, e libri che resteranno. Questo era il Guccini scrittore, superbo artigiano delle parole, che scrivesse i suoi Dizionari delle cose perdute, che sceneggiasse fumetti, o che stringesse rinnovati sodalizi per i suoi gialli d’Appenino con l’amico Loriano Machiavelli.

L’ultimo libro non ha fatto in tempo a vederlo: si intitola Calde le pere, uscirà a settembre, e ancora una volta il cantautore scrittore ha voluto solcare il mare magnum della sua memoria appenninica, col consueto affondo su Pàvana, frazione di Sambuca Pistoiese, crocevia di gente e di traffici per secoli, dove, per dirla con Silvio D’Arzo, ci sono «montagne fin che ne vuoi». Questo era Francesco Guccini, detto dagli amici, e a buon motivo, «Il Maestrone».

Così s’era intitolato uno spettacolo di ricordi affettuosi che gli aveva dedicato Gian Piero Alloisio, che al Maestrone aveva fornito in dote la struggente Venezia, ricevendone in cambio altri brani. Il Maestrone: per le dimensioni del gran corpo sonante, per la curiosa, funambolica capacità di essere al contempo creatura nutrita di letteratura e profondo uomo del popolo e della sua terra, «tra la via Emilia e il West».

Guccini non c’è più, se n’è andato e pensarlo fa venire in mente quando sui sentieri montuosi spina dorsale d’Italia ci si imbatte in quelle case di pietra svuotate e irte di rovi, che rammentano, per contrasto, quanta vita, quante parole, quante emozioni devono aver sfiorato milioni di volte quei muri, incistandosi tra pietra e pietra. Era nato a Modena nel 1940, il 14 giugno, lì s’era trasferita la sua famiglia: «Entro nel mondo che l’Italia era in guerra da quattro giorni, quando si dice nascere sotto una buona stella», diceva lui con la consueta ironia. «Cosa vuol fare da grande questo bambino?», chiede il maestro delle elementari di Francesco al padre, e il genitore risponde: «Vuol fare lo scrittore», «Se lo dimentichi, non è assolutamente capace di scrivere», il lapidario commento dell’insegnante.

Già la svolta delle Magistrali, poi, indicherà un’altra, ben diversa via. Gli amici modenesi di Guccini al Bar Grand’Italia sono i ragazzi che poi formeranno l’Equipe 84, i Nomadi, Franco Bonvicini che diventerà il Bonvi fumettista delle Sturmtruppen, il professore e traduttore Franco Tedeschi, che gli instilla una passione bruciante, divorante per i libri: la Biblioteca Estense dove rifugiarsi è una sorta di approdo fisso. Sono già delineati i tratti degli interessi che Guccini coltiverà per una vita: la letteratura, la poesia, la musica che cresce attorno, e che all’epoca è il primo ruspante, ruvido beat dei capelloni, il rock and roll a stelle e strisce, il jazz ascoltato sui dischi, le canzoni popolari che riemergono e nascondono vertigini di vero nell’apparente formulaicità. Guccini impara a suonare la chitarra, fa l’orchestrale.

Dopo Modena, nuovo trasferimento: Bologna, la città delle osterie, e in particolare quel centro di convergenza di interessi culturali scapigliati, confusi, febbrili e stimolanti per tiratardi professionisti che è l’Osteria dei Poeti. Intanto sono arrivati i dischi di Bob Dylan, palestra impervia per apprendimento di songwriting, non per Guccini, che l’inglese lo mastica assai bene.

ALTALENA ESISTENZIALE

Così inizia il Guccini cantautore, affiancato al Guccini cronista e insegnante, sfolgorante avvio con Folk Beat n°1, 1967, con la memorabile Auschwitz, nel ’70 Due anni dopo, affondo esistenziale nella malmostosa ipocrisia borghese, e a seguire L’isola non trovata, con Canzone di notte e Un altro giorno è andato, l’inquietudine del tempo che ci divora come nessuno ha mai descritto prima. Nel 1972 il primo capo d’opera, Radici, che inanella brani che diventeranno patrimonio di (quasi) tutti: Piccola cittàIncontroIl vecchio e il bambino, e l’epica ri-costruzione di una canzone popolare con la storia del ferroviere anarchico suicida, La locomotiva.

L’altalena esistenziale riprende il sopravvento con il complesso Stanze di vita quotidiana, ma il successo con i numeri grossi arriva nel 1976 con Via Paolo Fabbri 43: una canzone devastante sull’aborto, la micidiale (e spesso incompresa) L’avvelenata. È un periodo esaltante di creatività autoriale per Guccini: arriva Amerigo, con la magnifica canzone sull’America dello zio emigrante, e Metropolis, un album sulle storie delle «città visibili», e il quasi gemello Guccini, del ’93. Un altro piccolo capolavoro con Quello che non… con Cencio e la Canzone per Anna, e un gran colpo piazzato con Parnassius Guccini, 1993, Targa Tenco, con la Canzone per Silvia (Baraldini) e Nostra Signora dell’Ipocrisia.

Stagioni del 2000 riprende la ultra decennale riflessione sul tempo che incalza, c’è anche un duetto con Ligabue, Ho ancora la forzaRitratti, del 2004, ci racconta di Ulisse, di Che Guevara, di Cristoforo Colombo, di Carlo Giuliani con una poesia perentoria che non ha un solo momento retorico. Guccini comincia ad accusare la stanchezza e a prediligere la scrittura, sul comporre canzoni che impongono un rituale di presentazioni e concerti che lo affatica. Però c’è tempo per un capolavoro finale di inediti, L’ultima Thule: con la Canzone di notte n. 4Il testamento di un pagliaccio. Inciso a Pàvana, nel suo mulino atavico riattato da cui partirono i Guccini. Il tempo, a volte, sa richiudersi su se stesso.

il Manifesto