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Un grande cammino europeo sulle orme di Giovanni Paolo II. Accordo fra Italia e Polonia

Un grande cammino europeo sulle orme di Giovanni Paolo II. Accordo fra Italia e Polonia

Un nuovo grande cammino europeo attraverserà e unirà Polonia, Slovacchia, Austria e Italia. Da Cracovia a Roma un itinerario nel segno di san Giovanni Paolo II. È l’obiettivo di una collaborazione fra istituzioni e università di Italia e Polonia che punta alla costruzione di un percorso che unisca i luoghi legati a papa Wojtyla e la creazione di un modello internazionale di cooperazione. Un progetto che intreccia turismo, cultura e patrimonio europeo, trasformando il cammino in un’occasione di conoscenza, relazione e dialogo tra Paesi.
Stamattina fra i padiglioni del TTG Travel Experience di Rimini, la firma del memorandum tra Italia e Polonia per l’istituzione del “Cammino di Giovanni Paolo II”, fra il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi e il segretario di Stato allo Sport e Turismo della Repubblica di Polonia Ireneusz Raś. Un’iniziativa congiunta che valorizza l’eredità spirituale e culturale di Karol Wojtyla, simbolo di dialogo e pace, per promuovere il patrimonio europeo e rafforzare il turismo culturale e spirituale.
Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi e il segretario di Stato allo Sport e Turismo della Repubblica di Polonia Ireneusz Raś ieri al Ttg di Rimini per la firma del memorandum per la creazione del Cammino San Giovanni Paolo II / Ufficio stampa ministero del Turismo
Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi e il segretario di Stato allo Sport e Turismo della Repubblica di Polonia Ireneusz Raś ieri al Ttg di Rimini per la firma del memorandum per la creazione del Cammino San Giovanni Paolo II / Ufficio stampa ministero del Turismo
Il progetto iniziale del percorso, che unirà Cracovia a Roma e idealmente abbraccerà altri luoghi legati alla vita di Papa Wojtyla, sarà sviluppato da quattro Università: Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia, Università Cattolica di Lublino, Angelicum di Roma e Cattolica di Milano. Il ministero del Turismo e l’Ente nazionale Polacco per il Turismo (Pot) attueranno il progetto con il coinvolgimento di enti locali, organizzazioni turistiche regionali, organizzazioni religiose, università e imprese del settore. Polonia e Italia costituiranno il nucleo di una collaborazione più ampia che sarà aperta ad altri Paesi legati alla memoria e all’insegnamento di san Giovanni Paolo II. «È giusto onorare la figura di Giovanni Paolo II – ha detto il ministro Mazzi – perché è stato un gigante spirituale ma anche un gigante della storia perché ha contribuito ad abbattere uno dei totalitarismi più terribili del Novecento che è il comunismo. Se non ci fosse stato il Papa venuto da Cracovia, probabilmente la caduta del comunismo sarebbe stata più lunga».
La basilica di San Pietro in Vaticano / Icp
La basilica di San Pietro in Vaticano / Icp
Domani i due ministri renderanno omaggio alla memoria di papa Wojtyla visitando insieme la sua tomba in Vaticano nell’anniversario della sua elezione al soglio pontificio, il 16 ottobre del 1978, quando, affacciandosi alla loggia centrale della Basilica di San Pietro per presentarsi ai fedeli accorsi dopo la fumata bianca, disse: “Se mi sbaglio mi corrigerete”. L’inizio di un grande pontificato che ha segnato la storia. Ora un Cammino seguirà i suoi passi.
San Pietro, 16 ottobre del 1978, Giovanni Paolo II si presenta ai fedeli dopo l’elezione / Archivio Ansa
San Pietro, 16 ottobre del 1978, Giovanni Paolo II si presenta ai fedeli dopo l'elezione / Archivio Ansa

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L’amore, forse: perché i giovani non sognano più la coppia come orizzonte di vita

Sempre più giovani scelgono di restar single: cosa sta succedendo

Che cosa succede all’amore quando il desiderio di intimità convive con la paura di essere feriti, invasi, abbandonati? In A volte ti amo (Einaudi, 141 pp.), Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, docente e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, esplora la fragilità delle relazioni nel mondo degli adolescenti e dei giovani adulti: l’amore, il sesso, l’amicizia, la coppia, il difficile equilibrio tra il bisogno dell’altro e l’angoscia di finire col dipenderne. Una paura che, secondo Lancini, ha radici anche nel modo in cui ragazze e ragazzi sono stati amati e accompagnati dagli adulti. «Mettersi in una condizione di intimità con l’altro può rappresentare una minaccia per la tenuta dei propri confini identitari» scrive. E così, proprio mentre cresce il desiderio di essere visti e riconosciuti, diventa più difficile esporsi davvero.
Sembra piuttosto evidente che non è mai esistita una generazione di adulti così propensa a dare spazio alla propria realizzazione individuale e sociale. Adulti che ascoltano molto di più che in passato ma a patto che i propri figli e studenti parlino secondo le tempistiche risicate messe loro a disposizione, cioè nei pochi minuti e spazi quotidiani di disponibilità adulta. Ma, soprattutto, adulti talmente fragili da non poter tollerare l’espressione delle emozioni primarie da parte dei bambini e degli adolescenti, con una particolare allergia per quelle che più infastidiscono e preoccupano, cioè la tristezza, la paura e la rabbia. Una trama affettiva profonda che chiede di non disturbare il conducente. Una richiesta implicita che tacita i bisogni emotivi e le esigenze espressive più autentiche delle nuove generazioni sin dalla più tenera età, ma che sostiene con forza che la sofferenza giovanile dipenderebbe dal fatto che li abbiamo protetti troppo dal dolore, dagli inciampi e dalle frustrazioni. La verità è che i bambini e gli adolescenti oggi sono costretti a stare in superficie perché la profondità e l’intensità delle emozioni della vita che vivono disturbano enormemente i propri adulti di riferimento – i quali poi accusano le nuove generazioni di anestesia emotiva. A me sembra che il dolore abbia abitato la vita delle nuove generazioni esattamente come accadeva a quelle del passato, ma che abbiano dovuto farci sentire che non lo provavano, che andava tutto bene, che non avevano bisogno di accudimenti particolari. Siamo stati noi a chiedere loro di proteggerci dal loro dolore e dalle nostre frustrazioni, di non farci provare sensi di inadeguatezza o di costringerci a sperimentare emozioni fastidiose. Alcune delle quali, capaci di riaprire nostre antiche ferite dell’infanzia e dell’adolescenza. I nostri figli e le nostre figlie non ci parlano non perché ci temono, come capitava a noi, con i nostri padri autoritari e autorevoli: non ci parlano perché hanno paura che la cosa che sentono (tristezza, paura e rabbia, sempre quelle) ci preoccuperà, e chissà come ci dispiacerà e chissà in che modo gli faremo capire che non è vero ciò che provano, perché non siamo in grado di accettare che sperimentino sentimenti che ci disturbano. «A differenza degli adolescenti che incontravamo pochi anni fa, – scrive Loredana Cirillo in Soffrire di adolescenza, riferendosi al lavoro condotto dal Minotauro, – quelli attuali non sono stati necessariamente impreziositi e teneramente rispecchiati, ma abituati a non riporre troppa fiducia nella dipendenza dai legami affettivi, oltre a non poter esprimere i sentimenti negativi».
Eccoci: diffidare dalla dipendenza affettiva. L’incontro con il funzionamento e la sofferenza delle nuove generazioni di adolescenti e giovani adulti ci costringe a porre fine alla narrazione di un’infanzia caratterizzata dal plusmaterno, dall’eccedenza del codice materno a discapito di quello paterno. La voce che ha orientato in modo significativo la psicologia e la psicoterapia evolutiva psicoanalitica degli ultimi decenni si è trasformata in un canto delle sirene. In realtà, mentre cercavamo il padre è mancata la madre. Intendo il codice materno, come funzione. Non sto evocando in alcun modo il ritorno della donna-madre al focolare domestico né richiamando sulla scena la dedizione sacrificale nei riguardi del piccolo cucciolo d’uomo. Mi riferisco alla funzione materna come capacità di accudimento e riconoscimento dei bisogni dell’altro in senso ampio, anche di accogliere le emozioni più negative, di tollerare la fragilità, di contenere l’angoscia, di trasformare il sentire nel pensabile, di garantire il legame. E soprattutto di dare valore alla dipendenza umana. In questo vuoto di funzione materna, in questa svalutazione della dipendenza, avviare, costruire e affrontare un rapporto di coppia ha a che fare con trame affettive e relazionali molto diverse dal passato. Siamo in presenza di galatei del tutto differenti rispetto a quelli propri dell’epoca romantica tradizionale ma anche dissimili rispetto a quelli che hanno caratterizzato l’epoca degli ideali narcisistici.

Relazione di coppia vs progetto individuale

Cominciamo a riflettere intanto sulle rilevanti novità prodotte dal paradigma narcisistico. Non solo il legame di coppia è diventato sempre più facile da disdire, ma il senso stesso di una prospettiva di coppia si è decisamente modificato. A testimonianza ci sono i dati sull’aumento dei divorzi e il calo progressivo, e sempre più significativo, del numero dei matrimoni a favore delle convivenze. Ma anche la crescita dei single, che ha portato all’affermazione di una nuova forma di esistenza nucleare, caratterizzata da solitudine abitativa, che viene ormai definita «famiglia unipersonale». Siamo in presenza di un progressivo processo di individualizzazione della famiglia, cioè del venir meno dell’idea di una famiglia intesa come coabitazione e condivisione del quotidiano da parte di più individui. Al punto che, se fino agli anni Settanta la famiglia composta da una persona era sempre sotto il 15 per cento, gradualmente si è arrivati a una media di 33 famiglie su 100 nel corso degli anni Venti del nostro secolo, e in prospettiva il numero delle famiglie unipersonali è destinato a crescere. Un altro cambiamento significativo riguarda i compiti evolutivi della fase postadolescenziale, ormai chiamata giovane età adulta. Negli ultimi decenni, l’assunzione di un ruolo sociale, sostenuto da un proprio progetto individuale all’interno della società in cui si vive, è diventato il principale organizzatore psichico del soggetto che attraversa questa fase dello sviluppo. Fino a pochi decenni fa, nella prospettiva evolutiva di stampo psicoanalitico, il passaggio dalla fase adolescenziale a quella del giovane adulto veniva valutato prevalentemente in relazione alla capacità di amare l’altro, di promuovere e mantenere una relazione di coppia stabile e matura, orientata verso un progetto di famiglia. Questo era il compito evolutivo cruciale: quello che marcava più di ogni altro la fase di passaggio. L’incapacità di evolvere in tale direzione e la difficoltà nell’acquisire le competenze individuali e relazionali necessarie all’assunzione di questa posizione rappresentavano la manifestazione sintomatica di un disagio. Segnalavano la sussistenza di un debito ancora aperto nei riguardi della propria infanzia e adolescenza.
Per intenderci: assimilare e sviluppare la capacità di amare in modo più maturo, intesa come tensione a trasformare il legame da narcisistico, cioè gratificante per sé, a reciproco, rappresentava la tappa maturativa fondante la fase di sviluppo del giovane adulto. Diventare adulti tout court voleva dire non essere più alla ricerca esclusiva di un rispecchiamento ma piuttosto aspirare alla costituzione di una relazione di scambio, e potenzialmente generativa. Oppure decisamente generativa se risaliamo indietro nel tempo, peraltro in un’epoca non troppo lontana, quando erano ancora netti i riferimenti alla rinuncia alla bisessualità onnipotente infantile come passaggio di maturazione psichica necessario per orientarsi verso il debutto sessuale e poi la costituzione di una coppia eterosessuale.
Negli ultimi anni, il riconoscimento delle distinzioni tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale insieme alle importanti trasformazioni che hanno stravolto i modelli culturali e sociali hanno consentito l’affermarsi di definizioni e declinazioni identitarie sempre più varie. Già da diverso tempo, gli orientamenti omosessuali e bisessuali non rappresentano né una devianza né una perversione. Mentre la fluidità generazionale costituisce una nuova normalità, se non una forma di adattamento a un contesto sociale caratterizzato dall’incertezza e da rapidi e continui mutamenti, piuttosto che una vera e propria mancata rinuncia alla bisessualità onnipotente infantile. Oggi, dunque, nei percorsi identitari sempre più numerosi e metamorfici, il principale organizzatore psichico del giovane adulto è il progetto individuale, la realizzazione di sé attraverso l’assunzione di un proprio ruolo sociale. Conta soprattutto il Sé, non più la costruzione di una coppia stabile e generativa, la quale ormai è percepita e vissuta in larga misura come una possibilità, un’opzione percorribile, e non come una tappa maturativa obbligatoria. Del resto sono sfumate anche le altre tappe, i cosiddetti «riti di passaggio», che in passato sancivano gli snodi della crescita e della maturazione individuale tra l’infanzia e l’adultità.
Il debutto nella sessualità, innanzitutto, ha perso le valenze straordinarie del passato, quando era considerato lo spartiacque tra un prima e un dopo. Ormai l’iniziazione sessuale adolescenziale è molto più sfumata e progressiva. Il primo rapporto sessuale è un obiettivo desiderato e ambito non più in maniera così spasmodica: oggi – registra una recente ricerca del Censis sui costumi sessuali degli italiani – avviene prima dei 18 anni solo per circa il 30 per cento dei ragazzi, mentre trent’anni fa era quasi il 50, cioè i giovani maschi italiani sono diventati, nell’arco di una generazione, meno precoci. In molti casi, raccontano diversi adolescenti di entrambi i sessi, si tratta di una sperimentazione spesso piacevole, motivata anche dalla volontà di sentirsi evolutivamente alla pari con coloro che, tra le proprie amiche o i propri amici più intimi, hanno già affrontato l’esperienza dell’esordio. Un’avventura gradevole ma anche una pratica facile da archiviare. In maniera abbastanza generalizzata quindi i ragazzi non hanno più l’ossessione del sesso. E a seguire è svanita anche l’ossessione per il motorino: ambita soglia di autonomia e simbolo di indipendenza e libertà per gli adolescenti degli ultimi decenni del Novecento.

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Albania, l’Ue preoccupata per le proteste degli studenti

Proteste antigovernative degli studenti a Tirana

La delegazione dell’Unione europea in Albania esprime inquietudine per l’escalation di violenza negli scontri tra studenti e polizia, con 23 arresti e 6 feriti tra gli agenti. Bruxelles chiede di indagare con priorità sulle accuse di uso eccessivo della forza contro manifestanti e giornalisti e invita alla moderazione e al dialogo
Vatican News

Davide Dionisi – Città del Vaticano

“Esprimiamo preoccupazione per la violenta escalation delle proteste a Tirana. Le libertà di manifestazione e di espressione sono diritti fondamentali e valori basilari dell’Unione europea. Essi devono essere rispettati ed esercitati pacificamente”. Così in una nota la delegazione dell’Unione europea in Albania a seguito dell’escalation di violenza durante le proteste degli studenti a Tirana degenerata già da ieri 13 ottobre in scontri con la polizia.

Flamingo Revolution

Il corteo era stato indetto nell’ambito delle proteste antigovernative, cominciate il 31 maggio scorso, della cosiddetta “Flamingo Revolution”, ovvero le manifestazioni contro i progetti edilizi previsti in aree ambientali protette. Tra questi, il piano turistico di lusso legato alla famiglia del presidente americano Donald Trump. Dalla fine di maggio i manifestanti si oppongono alla costruzione di un hotel in una riserva naturale lungo la costa, un progetto collegato alla figlia del presidente Usa, Ivanka, e al marito Jared Kushner. L’iniziativa ha alimentato accuse di presunta corruzione e di mancanza di trasparenza.

La solidarietà degli studenti

Solidali con il movimento, gli studenti hanno spiegato di essere scesi in piazza anche per denunciare le condizioni dell’insegnamento universitario, l’aumento delle tasse di iscrizione e la scarsa attenzione verso i giovani. Secondo la polizia, gli scontri hanno causato sei feriti tra agenti e una giornalista, nessuno in modo grave. Sul numero degli arresti i dati divergono: i media locali parlavano di una dozzina di fermati, mentre le forze dell’ordine hanno poi indicato 23 persone arrestate. Un gruppo di manifestanti “si è reso protagonista di atti di violenza” rivelano le fonti della polizia. “Hanno inoltre danneggiato la facciata del ministero con sampietrini e altri oggetti”. Secondo il comunicato, i manifestanti hanno continuato a prendere di mira gli agenti con bottiglie molotov, petardi, pietre e altri proiettili.

La risposta del Governo

Il ministro dell’Interno, Ervin Demo, ha “invitato tutti i partecipanti alla calma, la violenza è ingiustificabile”, in un messaggio apparso su Facebook. Sullo stesso canale social il vice primo ministro, Albana Kociu, ha pubblicato un video che mostra un manifestante scontrarsi con un gruppo di agenti, accompagnato dal messaggio: “La violenza non è stata, non è e non sarà mai la soluzione”.

La denuncia dei giornalisti

L’Associazione dei giornalisti albanesi ha denunciato che un cronista ha riportato lesioni fisiche per mano della polizia e che a una troupe è stato impedito di documentare la protesta. “Invitiamo la Polizia di Stato a cessare immediatamente gli attacchi a media e giornalisti. È inaccettabile e richiede un intervento urgente dell’Agenzia di vigilanza sulla polizia e della magistratura”, si legge nella nota.

La nota della Ue

“Siamo a conoscenza delle accuse di uso eccessivo della forza da parte della polizia contro manifestanti e giornalisti. Ci aspettiamo che le azioni della polizia siano proporzionate e rispettino i diritti fondamentali, e ci aspettiamo che questi casi vengano indagati con la massima priorità” riprende la nota della delegazione dell’Unione europea in Albania che rivolge un appello alla moderazione e al confronto. “Incoraggiamo tutte le parti a ridurre le tensioni. Un dialogo costruttivo tra tutti gli attori coinvolti è l’unica via da seguire”.

 

Vangelo e Parola del giorno 16 Ottobre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìn
Ef 1,11-14

Fratelli,
in Cristo siamo stati fatti anche eredi,
predestinati – secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà –
a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
In lui anche voi,
dopo avere ascoltato la parola della verità,
il Vangelo della vostra salvezza,
e avere in esso creduto,
avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo
che era stato promesso,
il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione
di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 32 (33)

R. Beato il popolo scelto dal Signore.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate. R.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. R.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Il Signore guarda dal cielo:
egli vede tutti gli uomini. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,1-7

In quel tempo, si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.
Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!».

Il nuovo Codice della strada tocca anche i pedoni: ecco le nuove norme per chi attraversa

Il nuovo Codice della strada tocca anche i pedoni: ecco le nuove norme per chi attraversa

Avvenire

La strada non è soltanto degli automobilisti. Sembra un’ovvietà, ma forse la novità più interessante dello schema di decreto del nuovo Codice della strada, approvato in via preliminare dal governo, sta proprio qui: per la prima volta con tanta evidenza il legislatore prova a guardare alla circolazione come a un sistema nel quale convivono automobilisti, motociclisti, ciclisti, utenti dei monopattini e pedoni. E nel quale sicurezza significa proteggere i più deboli, ma anche chiedere a tutti una quota di responsabilità. Il testo uscito dal Consiglio dei ministri non è ancora legge: dovrà passare attraverso i pareri del Consiglio di Stato, della Conferenza Unificata e delle commissioni parlamentari prima di tornare al Governo per il via libera definitivo. In teoria, entro metà marzo 2027 il Nuovo Codice della strada potrebbe essere approvato definitivamente. L’entrata in vigore, invece, probabilmente, sarà fissata al 1° gennaio 2028.

Dunque alcune norme potranno ancora cambiare. Ma l’impianto è definito e, per chi si muove a piedi, contiene una piccola rivoluzione culturale. La prima riguarda gli attraversamenti. Al pedone viene esplicitamente richiesto un comportamento prudente prima di impegnare la carreggiata: non basta insomma trovarsi dalla parte giusta della legge per essere automaticamente dalla parte giusta della sicurezza. Il principio è semplice e persino banale: prima di attraversare occorre verificare che farlo sia possibile senza pericolo. Una precisazione che sembra scritta più per il buon senso che per il Codice, ma che racconta quanto sia cambiata la strada, soprattutto nelle città, dove automobili, bici, moto, monopattini e persone si contendono spazi sempre più congestionati.
È sopravvissuta anche un’altra norma presente nelle prime bozze: fuori dai centri abitati, di notte e sulle strade prive di illuminazione, chi procede a piedi dovrà rendersi visibile. Una prescrizione che sposta una parte della prevenzione sul pedone stesso. Non significa equiparare chi cammina a chi conduce un mezzo da una o due tonnellate, naturalmente, ma riconoscere che essere visti è una componente essenziale dell’essere sicuri.
È invece scomparsa dal testo approvato dal Governo la disposizione che aveva fatto più discutere durante l’estate: la multa da 75 euro per il pedone sorpreso ad attraversare utilizzando smartphone, tablet o altri dispositivi elettronici. Nella bozza iniziale il divieto era piuttosto dettagliato e prevedeva alcune eccezioni, ad esempio per l’uso in vivavoce o con auricolari che consentissero comunque di percepire i rumori circostanti. Nel passaggio al Consiglio dei ministri la sanzione è stata cancellata. Resta però il problema che aveva suggerito la norma: quello del “pedone distratto”, figura ormai familiare nelle nostre città, con gli occhi sullo schermo e spesso le cuffie nelle orecchie mentre entra sulla carreggiata. Non sarà una multa specifica a impedirlo, almeno per ora: toccherà ancora affidarsi al buon senso.

Contemporaneamente, però, il nuovo Codice rafforza la tutela di chi attraversa correttamente. Il mancato rispetto della precedenza a pedoni e ciclisti potrà infatti essere accertato anche a distanza. È una novità tutt’altro che marginale: significa estendere la tecnologia dei controlli automatici a una delle violazioni più frequenti e pericolose della circolazione urbana. Finora telecamere e dispositivi elettronici sono stati associati soprattutto a velocità, semafori e accessi alle Ztl; domani potranno servire anche a difendere concretamente chi mette piede sulle strisce. Ed è forse qui il punto più significativo della riforma: provare a uscire dall’eterna contrapposizione tra automobilista “colpevole per definizione” e pedone sempre e comunque innocente. La gerarchia delle responsabilità resta inevitabilmente legata alla capacità di fare danno: chi guida un’automobile ha nelle mani un mezzo potenzialmente letale e deve comportarsi di conseguenza. Ma vulnerabilità non può significare irresponsabilità. La sicurezza stradale funziona soltanto se ciascuno fa la propria parte.
Il principio ritorna nelle norme dedicate ai monopattini: arrivano il divieto di manovre improvvise e a zig-zag e, per quelli a noleggio, l’obbligo di fotografare il mezzo correttamente parcheggiato alla fine dell’utilizzo. Potranno essere individuate aree di sosta anche sui marciapiedi, ma soltanto garantendo il passaggio dei pedoni e delle persone con disabilità. Per queste ultime c’è poi una novità importante: tutti i Comuni dovranno aderire alla piattaforma nazionale CUDE, affinché il contrassegno disabili venga riconosciuto sull’intero territorio nazionale.
Il resto del nuovo Codice contiene molte novità destinate a far discutere. Le multe vengono generalmente arrotondate al ribasso e viene sospeso l’adeguamento automatico biennale all’inflazione: le sanzioni oggi fissate a 26 e 42 euro, ad esempio, scenderanno a 25 e 40. Per l’eccesso di velocità si abbandona la logica dei soli scaglioni introducendo un criterio progressivo legato ai km orari oltre il limite.

Cambiano anche le abitudini quotidiane dell’automobilista: patente e documenti di circolazione non dovranno più necessariamente essere portati con sé perché potranno essere verificati telematicamente. Sale da 50 a 65 anni l’età fino alla quale il rinnovo della patente per automobili e moto resta decennale. Inoltre entrerà in vigore la possibilità, per i motociclisti, di utilizzare la corsia di emergenza in autostrada in caso di incidenti o rallentamenti. Salta, rispetto al testo base, l’abbassamento a 17 anni dell’età minima per conseguire la patente B. Occorrerà ancora la maggiore età.

La protesta studentesca arriva in Italia. A Torino gli scontri sono già un caso

La protesta studentesca arriva in Italia. A Torino gli scontri sono già un caso

Avvenire

Sulla scia delle proteste scoppiate prima in Francia, e poi a ruota in Spagna e Albania, anche gli studenti italiani iniziano ad agitarsi. Le prime turbolenze si sono registrate nell’area torinese, che negli ultimi anni si è già distinta per rivendicazioni di piazza, non sempre pacifiche. Una ventina gli istituti superiori in stato di agitazione, tra occupazioni e autogestioni, a Torino e dintorni. In alcuni casi, come all’istituto Bosso Monti e al Sella, si sono verificati danneggiamenti, come già accaduto nei giorni scorsi in altre scuole. Sul posto sono intervenuti polizia e carabinieri. Un ragazzo di 17 anni è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e denunciato per danneggiamento aggravato. Un carabiniere è rimasto ferito dal lancio di una pietra ed è stato dimesso dall’ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ad agire è stato un gruppo di circa quaranta giovani, col volto coperto da maschere di Carnevale e da passamontagna.
Il movimento per ora appare piuttosto frammentato. Ci sono stati momenti di tensione davanti ai cancelli dell’istituto alberghiero Colombatto, dove favorevoli e contrari all’occupazione della scuola si sono fronteggiati. Tra i contrari all’occupazione erano presenti anche militanti di Azione Studentesca, organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia (poi premiati dal vicepresidente della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, per il gesto di “resistenza”). Gli episodi si sono verificati davanti alla sede centrale dell’istituto, dove già mercoledì era stato impedito un tentativo di occupazione. Sono volati spintoni, insulti e anche botte. Qualcuno avrebbe anche lanciato petardi e usato un estintore per spegnere i bollenti spiriti dell’opposta fazione.
Anche a Genova l’atmosfera si sta surriscaldando. Tre le scuole superiori occupate: il liceo Gobetti di Sampierdarena, l’istituto Calvino di Sestri Ponente e il liceo Lanfranconi di Voltri, alla vigilia dello sciopero nazionale di venerdì organizzato dal movimento di Opposizione studentesca di alternativa (Osa). La manifestazione è stata battezzata “No Meloni Day”, e i bersagli sono variegati: il decreto Valditara, il carovita, il carobenzina, la riforma degli istituti tecnici e professionali, la richiesta di “finanziare la scuola pubblica e non la guerra”.
Ma a scendere in campo sono anche i docenti: quelli dell’Alto Adige in primis, affiancati dai colleghi trentini che garantiscono di battersi per una istruzione di qualità. Tra le azioni adottate c’è il boicottaggio delle gite scolastiche, considerate troppo gravose e rischiose. Una mossa che sta raccogliendo il consenso degli stessi studenti, in teoria i primi danneggiati dalla presa di posizione. «I professori stanno usando le nostre gite come mezzo per protestare e per farsi ascoltare dalla Provincia – fanno notare gli studenti del liceo Da Vinci di Trento -, e a causa di questo meccanismo siamo proprio noi ad essere le prime vittime, privati di esperienze uniche che non torneranno più. Dobbiamo stare dalla loro parte e protestare insieme per il bene comune, proprio per sbloccare questa situazione».
La protesta ha raggiunto anche Roma. Un corteo studentesco, con tanto di tende al seguito, con partenza da piazzale della Minerva alla Sapienza, si è svolto nel primo pomeriggio di giovedì. La mobilitazione è stata organizzata dai collettivi studenteschi, tra cui Cambiare Rotta, per denunciare tra le altre cose l’emergenza abitativa e gli sfratti che colpiscono gli studenti universitari provenienti da zone di guerra. Lo slogan della mobilitazione è “Per la casa, per la dignità e per tutto! Noi la guerra non la paghiamo”. Un concetto condito da un più bellicoso “Ogni piazza sarà rivoluzione”.
Intanto, le tende piantate da giorni davanti a Montecitorio traslocheranno in piazza del Popolo. «Il costo della vita è diventato insostenibile, non ce la facciamo più. Lo hanno dimostrato tutte le mobilitazioni nate a Roma e nel resto del Paese» afferma Sabrina Brizzola, coordinatrice dell’Unione degli Universitari, nel rilanciare l’appello ad unirsi alla mobilitazione rivolto anche a lavoratori, pensionati e singoli cittadini. L’autunno è appena iniziato, ma si preannuncia già piuttosto caldo.

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Svezia / La libertà di coscienza divide il clero luterano, mentre si discute dei requisiti per le future ordinazioni. Sullo sfondo, la vitalità dei movimenti legati al dettato biblico, che attirano giovani

Chiesa luterana di Svezia, 126 sacerdoti contro l'obbligo di celebrare i matrimoni gay

Centoventisei sacerdoti contro l’obbligo di celebrare matrimoni omosessuali. È il numero che in questi giorni ha portato alla luce una divisione che nella Chiesa luterana di Svezia (Svenska kyrkan) viene da lontano, ma che potrebbe essere arrivata a un passaggio decisivo. A raccontare la protesta sono i principali media nazionali, dal quotidiano Dagens Nyheter alla radio pubblica Sveriges Radio. Alla lettera dei 126, che chiedono di conservare la libertà di non celebrare nozze tra persone dello stesso sesso, ha risposto un controappello di oltre cento sacerdoti, favorevoli invece a superare l’attuale disciplina.
All’origine della controversia c’è una mozione presentata da cinque gruppi al Kyrkomötet, il sinodo nazionale della Chiesa svedese, massimo organo deliberativo composto da 251 membri eletti. L’obiettivo è superare il compromesso del 2009, quando furono introdotti i matrimoni omosessuali lasciando ai singoli sacerdoti la libertà di non celebrarli. Una libertà che i 126 firmatari chiedono di preservare. Non tutti, peraltro, sono contrari a quelle nozze: alcuni le celebrano, ma ritengono che anche la posizione di chi le rifiuta debba continuare ad avere diritto di cittadinanza nella Chiesa. La commissione competente del sinodo ha proposto di respingere la mozione, chiedendo però di approfondire le possibilità di realizzarne gli obiettivi. L’assemblea sarà chiamata a pronunciarsi nella sessione del 16-18 novembre.
La Chiesa luterana di Svezia conta poco meno di 5,4 milioni di membri, circa la metà della popolazione. È articolata in 13 diocesi, 1.256 parrocchie e 27 comunità all’estero. Ha conservato una struttura episcopale con 14 vescovi, compreso l’arcivescovo di Uppsala, Martin Modéus, che ne è il primate.
Separata dallo Stato soltanto nel 2000, la Svenska kyrkan è tra le realtà più liberal del protestantesimo europeo. Già nel 1958 aprì il ministero sacerdotale alle donne, ordinate per la prima volta nel 1960, decenni prima della Chiesa anglicana. Nel 1997 ebbe la sua prima donna vescovo e nel 2014, con Antje Jackelén, la prima donna primate. Sul terreno della morale familiare e sessuale ha progressivamente assunto posizioni secolarizzate, fino all’introduzione, nel 2009, del matrimonio religioso per le coppie omosessuali.
Eppure, al suo interno è sopravvissuto un piccolo mondo fedele alla tradizione dottrinale luterana e all’autorità della Scrittura, che continua a considerare il matrimonio come unione tra un uomo e una donna. Punto. Sono realtà come l’Evangeliska Fosterlands-Stiftelsen (Efs), movimento di risveglio evangelico-pietista fondato nel 1856 che, anziché separarsi dalla Chiesa nazionale, scelse di rinnovarla dall’interno. Conversione personale, evangelizzazione, missione e centralità della Bibbia ne costituiscono ancora oggi i tratti caratteristici. Nel 2025 il direttivo dell’Efs ha ribadito che la Bibbia resta il riferimento fondamentale per la fede e morale, riaffermando la concezione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna. Accanto all’Efs operano anche realtà influenzate dal movimento carismatico internazionale, come Oasrörelsen, nata negli anni Ottanta, che promuove incontri di preghiera e iniziative per i giovani, insistendo sulla centralità della Bibbia e dell’Eucaristia. Anche Oasrörelsen sostiene il matrimonio sia per definizione solo quello tra uomo e donna.
Questa fedeltà al dettato biblico ha già provocato forti tensioni con i vertici della Chiesa svedese. Nel 2019 una sacerdotessa legata all’Efs fu sospesa dal ministero nella diocesi di Luleå per alcune affermazioni sull’omosessualità durante una catechesi con i cresimandi. Nel maggio 2020 la Commissione d’appello della Chiesa svedese annullò il provvedimento, stabilendo che non esisteva una posizione vincolante per tutti sulle relazioni omosessuali e che, pertanto, le affermazioni della sacerdotessa non violavano la dottrina ecclesiale né le promesse dell’ordinazione. Le tensioni sono poi riemerse più volte, fino alla decisione del 2025 di consentire alle parrocchie di chiedere, in sede di assunzione, se un sacerdote sia disponibile a celebrare matrimoni omosessuali oppure no.
Un aspetto particolarmente significativo è la presenza di giovani in questi ambienti tradizionali, che non sembrano dunque destinati a esaurirsi con le generazioni più anziane. La stessa Sunniva Rettinger, la sacerdotessa di Oskarshamn che ha promosso la lettera dei 126, ha 38 anni e si è formata alla Johannelunds teologiska högskola di Uppsala, l’istituto storicamente legato all’Efs che prepara anche candidati al ministero presbiterale. Una realtà che registra un interesse crescente: tra il 2024 e il 2025 le candidature ai suoi diversi percorsi formativi sono salite da 383 a 442, e il percorso di preparazione al sacerdozio è quello che registra la maggiore richiesta.
Il dato generazionale acquista un peso particolare alla luce del confronto in corso sulle future ordinazioni. Nell’aprile scorso tutti i vescovi della Svenska kyrkan hanno indicato come obiettivo che i candidati al ministero siano disponibili a celebrare matrimoni sia eterosessuali sia omosessuali. In un documento ad hoc, Vägar framåt, vengono prospettati percorsi di formazione e discernimento che possono arrivare, in ultima istanza, alla mancata ammissione di un candidato. Non si tratta ancora di un requisito obbligatorio generalizzato, ma la prospettiva rischia di chiudere le porte del ministero proprio a una parte di quei giovani che, attraverso i movimenti di risveglio, continuano ad avvicinarsi alla vita ecclesiale. In una Chiesa alle prese con una secolarizzazione terminale e una partecipazione religiosa ai minimi termini, è un interrogativo che riguarda il suo stesso futuro.
Tensioni analoghe si registrano tra l’altro anche nella vicina Finlandia, dove alcuni storici movimenti luterani di risveglio, tra cui correnti lestadiane, che prendono il nome dal pastore svedese Lars Levi Laestadius (1800-1861), promotore nell’Ottocento di un movimento di rinnovamento religioso in Lapponia, stanno organizzando una federazione per salvaguardare la propria identità teologica e assicurare la presenza di sacerdoti nelle loro comunità.

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Avvenire

“Se questo è politica…”: papa Leone e quei valori del Vangelo incompatibili con l’estrema destra

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di Markus Krienke*

Leone XIV ha voluto chiarire senza ambiguità che l’ideologia dell’estrema destra è incompatibile con il cristianesimo. Questa realtà sta guadagnando campo in Occidente attraverso una politica discriminatoria che fa della «remigrazione» la propria parola d’ordine. Con una breve ma netta affermazione pronunciata durante il volo di rientro dalla Francia il 28 settembre, Leone ha ribadito la sua ferma posizione, espressa già un anno fa: per essere pro-life non basta posizionarsi contro l’aborto se allo stesso tempo si è a favore della pena di morte e si negano i diritti fondamentali ai migranti. Inoltre, il Papa ha confermato la presa di posizione dei vescovi tedeschi del 17 settembre scorso in seguito alle elezioni in Sassonia-Anhalt. In essa si afferma l’incompatibilità tra l’AfD e i valori costituzionali: i vescovi ribadiscono la fermezza nella loro difesa e la loro  coerenza con il Papa.

Per mons. Heiner Wilmer, presidente dell’episcopato tedesco, «l’AfD è palesemente di orientamento nazionalista ed etnonazionalista. Per questa ideologia non c’è posto né dentro, né fuori dai luoghi di culto, né nel cristianesimo, né nell’ebraismo, né nell’islam».

Come anche il Papa, Wilmer rivendica che non si tratta affatto di ledere la separazione tra Stato e Chiesa attraverso un’ingerenza illegittima nella sfera politica, ma di sottolineare l’appropriazione indebita del cristianesimo da parte della destra estrema e di difendere quei riferimenti fondamentali della coesione sociale per i quali la Chiesa si impegna. Se la Chiesa non ha il diritto di intervenire nella sfera politica, certamente ha il dovere di alzare la voce quando la dignità umana viene lesa in modo grave ed evidente. In altre parole, nella difesa della vita e della persona, la Chiesa non può mai valicare la linea della politica. Con un’affermazione tipica del suo stile, riferibile anche a questa posizione, il Papa ironizza: «Se questo è considerato fare politica, allora l’ho fatta».

Leone  ha dato avvio, qualche giorno fa, alla sua catechesi sulla Gaudium et spes, ricordando che «il distacco tra fede professata e vita quotidiana va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo».

In altre parole, ogni cristiano laico è chiamato, proprio per la sua fede, a difendere e sostenere i valori della dignità umana, dei diritti e della democrazia, perché «non può accettare strutture inique». Così egli «investe nella libertà», come il Papa ha ricordato al Partito Popolare Europeo, lo scorso aprile. Proprio per questo i cristiani devono stare all’erta quando i partiti di estrema destra come l’AfD cercano l’alleanza e usano simboli cristiani, trovando nella Chiesa persone disposte a sostenerli. In questo momento storico,

il Papa non teme di far valere pienamente la sua autorità istituzionale per riaffermare l’autentico messaggio biblico: l’universalismo, la misericordia e l’amore dei nemici sono valori del Vangelo inconciliabili con le ideologie di estrema destra, poiché queste ultime limitano la solidarietà a chi appartiene al proprio popolo, operano forme di selezione e discriminazione tra gli esseri umani e parlano di «peccato dell’empatia».

*docente di etica alla Facoltà di teologia di Lugano

catt.ch

Ha 117 anni e non è mai stata dal medico: “Il mio segreto? Zero farmaci e basilico in tasca”

Ha 117 anni e non è mai stata dal medico: "Il mio segreto? Zero farmaci e basilico in tasca"

AGI –

A 117 anni, Qamile Marra non si preoccupa più di tanto di dimostrare di essere forse la donna più anziana del mondo, né tantomeno di convincere gli uffici previdenziali albanesi che non è deceduta.

Per una donna nata sotto l’Impero Ottomano, che ha compiuto 36 anni due settimane prima della fine della Seconda guerra mondiale e che è sopravvissuta alla dittatura comunista in Albania, l’obiettivo principale resta quello di godersi la vita.

Ha 117 anni e non è mai stata dal medico: “Il mio segreto? Zero farmaci e basilico in tasca”
“La vita è bella, come il monte Tomorr in fiore”, dice all’AFP con un sorriso, riferendosi a una delle vette più alte dell’Albania, mentre siede davanti alla sua casa a Ferras, a circa 100 chilometri a sud della capitale Tirana. Circondata da alberi da frutto, Marra trascorre quasi tutta la sua esistenza in questo villaggio, coltivando i propri prodotti e accudendo il bestiame. “Si vive finché Dio ha stabilito”, racconta con il volto profondamente segnato dalle rughe e incorniciato dal tradizionale fazzoletto bianco sul capo.

Ha 117 anni e non è mai stata dal medico: “Il mio segreto? Zero farmaci e basilico in tasca”
Secondo la data di nascita riportata su diversi documenti ufficiali — il 19 agosto 1909 — Marra sarebbe più anziana di due giorni rispetto alla britannica Ethel Caterham, attualmente riconosciuta dal Guinness dei primati come la donna vivente più longeva al mondo. Determinare con certezza l’età dei “supercentenari” può rivelarsi complesso: uno studio che ha vinto il premio Ig Nobel 2024 evidenzia come molte persone note per l’estrema longevità provengano da aree con registri lacunosi o diffuse frodi pensionistiche.

Tuttavia, Marra dispone di una documentazione solida che sembra confermare la sua età. I suoi familiari contattan o il Guinness dei primati esibendo un certificato di nascita del 1945, un passaporto del 1978 e una carta d’identità recente: tutti riportano la medesima data di nascita. Ha 117 anni e non è mai stata dal medico: “Il mio segreto? Zero farmaci e basilico in tasca”
La sua longevità coglie di sorpresa persino le autorità locali, che interrompono l’erogazione della pensione al compimento del suo centesimo anno di età. Il figlio ottantenne Hysen spiega: “Non credevano che mia madre fosse ancora viva”, ricordando di aver dovuto fornire prove e testimonianze per far riprendere i sussidi. Solo di recente il governo le concede una pensione statale speciale in riconoscimento della sua età straordinaria.
Ha 117 anni e non è mai stata dal medico: “Il mio segreto? Zero farmaci e basilico in tasca”
Il segreto di tanta longevità risiede nelle sue abitudini quotidiane. Marra si alza presto per spazzare il cortile, annaffiare i fiori e dare da mangiare alle galline, prima di gustare il suo caffè preferito. Ama fare passeggiate nel frutteto con il figlio, raccogliendo melograni maturi e infilandosi foglie di basilico in tasca per “godersi il profumo”. Suo figlio conferma che non è mai andata da un medico e non ha mai preso alcun farmaco.
Il marito di Marra è scomparso 36 anni fa, ma lei sorride ancora ricordando il loro matrimonio combinato e pieno d’amore: “Altrimenti, come avrei potuto avere sette figli da lui?”. Oggi vede crescere attorno a sé ben cinque generazioni della sua famiglia.

Della sua giovinezza conserva un’unica fotografia vecchia di quasi un secolo, che ritrae una diciottenne con lo stesso foulard bianco che indossa ancora oggi. “Quando vedo gente che va e viene per casa, sono felicissima”, conclude commossa.

Agi

Sono tre gli esami che hanno portato all’intervento del Papa

Il Policlinico Gemelli - RIPRODUZIONE RISERVATA

I tre esami che hanno portato i medici ad indicare al Papa la necessità di intervenire al polmone sono stati: una broncoscopia robotica con biopsia, una tac toracica con contrasto e una pet. Lo ha detto il direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni, rispondendo ai giornalisti.

La presidente del Perù, Keiko Fujimori, ha espresso pubblicamente la vicinanza della nazione a Papa Leone XIV a seguito delle notizie sul suo stato di salute. Attraverso un messaggio ufficiale, ha sottolineato la reazione del popolo peruviano e ha invitato tutti i cittadini a unirsi spiritualmente. “I peruviani accolgono con profonda tristezza la notizia sulla salute del nostro caro Papa”, ha scritto Fujimori. Esortando la popolazione a formare una “grande catena di preghiera”, la presidente ha invocato il Signore dei Miracoli affinché accompagni il pontefice in questo momento complicato per permettergli di rimettersi presto. Nel testo, Fujimori ha ricordato il legame del Papa con il Paese sudamericano. “Santo Padre, questa terra, che è anche la sua casa, la abbraccia con immenso affetto”, ha concluso la presidente, sottolineando l’importanza di ricambiare con la preghiera il sostegno ricevuto tante volte dal pontefice in passato.

ansa