Allargare la dimensione del sacerdozio

«Formare i futuri preti? Serve l'aiuto di donne e laici»

Il prete? È prima di tutto un uomo di relazione, una persona che è a servizio della comunità e che si lascia accompagnare dalla comunità. Anche nella propria formazione. Su questa convinzione si fonda il Rapporto finale del quarto dei Gruppi di studio istituiti dopo il Sinodo sulla sinodalità, composto da nove membri e chiamato a lavorare su una revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, ovvero il documento che detta le linee per la formazione dei preti. Ne è uscita una proposta che non consiste in un una riforma strutturale della Ratio, ma in un documento orientativo che ne favorisca l’attuazione. Il gruppo, infatti, riconosce che la Ratio del 2016 è «un documento recente, tuttora in fase di recezione» e che ha portato «importanti acquisizioni» per una Chiesa missionaria e sinodale. Per questo si ritiene più opportuno «non mettere mano alla Ratio come tale», ma offrire criteri aggiornati che aiutino le Chiese a realizzarla in modo più coerente al cammino sinodale.
Il cuore del Rapporto è la convinzione che la formazione non possa avvenire in mondi separati dalla vita reale delle comunità. Il Seminario rimane un luogo essenziale, ma non può essere «un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio»: accanto alla residenza tradizionale sono previsti periodi formativi in parrocchie, comunità ecclesiali o altri contesti pastorali, per «abitare la condizione umana ordinaria» e maturare nella responsabilità, nel servizio e nella prossimità. Tra le proposte più forti c’è l’inserimento stabile di laici, famiglie e donne nei processi formativi e di discernimento. Il documento afferma che è indispensabile «una partecipazione ampia e reale di tutte le componenti del Popolo di Dio», riconoscendo il valore dell’apporto femminile anche nelle équipe educative. Questa presenza, sottolinea il testo, aiuta a cogliere aspetti della maturazione umana e relazionale dei candidati che spesso non emergono in contesti esclusivamente clericali. È un passo che contribuisce a formare preti più equilibrati e capaci di collaborazione.
Il Rapporto insiste poi su un curriculum che sviluppi competenze fondamentali per una Chiesa sinodale: ascolto, dialogo, discernimento comunitario, corresponsabilità. Chiede che l’ecclesiologia sia riletta «in chiave sinodale e missionaria» e che si rafforzi la comprensione del presbitero come uomo inserito nel tessuto vivo delle vocazioni e dei carismi. Ugualmente rilevanti sono la formazione alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili e l’attenzione alla cultura digitale, oggi imprescindibile per l’annuncio.
La dimensione missionaria attraversa tutto il percorso. Il Rapporto parla della necessità di una «passione per la missione», da coltivare attraverso esperienze concrete accanto ai poveri, nei contesti di fragilità, nelle periferie sociali e culturali. Sono momenti che aiutano i futuri presbiteri a comprendere che il ministero nasce e cresce nella prossimità, non nell’astrazione. Infine, il documento propone un discernimento più condiviso in vista degli ordini sacri: la valutazione dei candidati non riguarda solo i formatori, ma coinvolge quanti li hanno incontrati nella vita pastorale, comprese donne e famiglie. È un modo per ribadire che la vocazione non appartiene al singolo, ma alla comunità che la riconosce. Il Rapporto indica così un cammino esigente e concreto: formare presbiteri che crescano dentro la vita del Popolo di Dio, capaci di lavorare con tutti, ricchi di relazioni autentiche e radicati nella missione.
da Avvenire

Il metodo più efficace per contrastare il bullismo è lasciare la cattedra agli studenti

Il metodo più efficace per contrastare il bullismo è lasciare la cattedra agli studenti

Nelle aule di oltre dieci istituti toscani sono entrati lo scorso anno due “esperti di bullismo” per insegnare strategie per contenere aggressioni, molestie e attacchi verbali. Erano gli ultimi di una lunga serie di docenti che negli anni sono stati perlopiù ignorati dalle classi. Eppure, in pochi mesi, il loro approccio ha dato ovunque risultati positivi. «In quasi tutte le aule, a nemmeno un anno dall’intervento, sono calati gli episodi violenti. Il motivo è presto detto: gli esperti non provenivano da fuori, ma erano gli stessi compagni di classe formati ad hoc. Anche per questo, le loro parole hanno avuto molto più effetto di quelle dei docenti». A spiegarlo è Ersilia Menesini, professoressa ordinaria di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Firenze, che assieme ad altre docenti ha coordinato il progetto toscano NoTrap!, che negli ultimi dieci anni ha guidato con successo centinaia di studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado fuori da circoli viziosi di molestie e aggressioni. La novità? Che i risultati di NoTrap!, misurati a cadenza regolare dagli accademici, hanno permesso ai pedagogisti di trovare una formula vincente per il contrasto al bullismo. «Si tratta di un modello di prevenzione – commenta Menesini – che è rivolto a classi provenienti da contesti diversi. Ha il vantaggio di attivare meccanismi positivi dall’interno del gruppo».
Il primo effetto è che, nelle aule in cui NoTrap! ha raggiunto risultati soddisfacenti, a trarne benefici è la salute psico-fisica degli studenti. «Le vittime di bullismo – spiega Menesini – presentano problemi interiorizzati, come ansia e sintomi depressivi. In più, sono esposte a un rischio maggiore di suicidio». In Italia, il fenomeno riguarda quasi tutti gli alunni. Otto ragazzi su dieci ritengono che la violenza tra coetanei sia un problema serio e solo il 54% dichiara di sentirsi sicuro a scuola (dati Sos Villaggi dei bambini per il 2025). La forma più diffusa – ma non meno pericolosa – è la violenza psicologica, ma un adolescente su due sostiene di aver assistito almeno una volta anche a «toccamenti indesiderati» tra compagni. Non solo. Il 65% ha assistito anche a episodi di aggressioni con spintoni o schiaffi. È in questo contesto che NoTrap! chiede direttamente agli studenti di agire contro la violenza.
Il meccanismo è semplice: all’interno delle classi vengono selezionati dai tre ai cinque alunni, spesso candidati spontanei. A loro, psicologi e pedagogisti offrono una formazione specifica e gratuita, utile a entrare in azione: «Tornano in aula con un manualetto – spiega la professoressa –. Propongono interventi sulla comprensione delle emozioni, come la rabbia o la tristezza o la vergogna. Ma progettano anche strategie molto pratiche per risolvere i problemi assieme alla classe. Devono pensare a come dovrebbero comportarsi sia gli osservatori sia le vittime». Poco importa, in realtà, se gli alunni selezionati, prima di assumere il ruolo provvisorio di docenti, erano bulli, vittime o spettatori della violenza. Nel progetto NoTrap! sono tutti pari. Esistono, però, dei candidati più efficaci: «Sono quelli che hanno già avuto una esperienza vissuta sulla propria pelle. Studenti, cioè, che sono in grado di mettersi nei panni della vittima, di capirne la sofferenza e attivarsi per cambiare la situazione».
Gli interventi in aula vengono ripetuti più volte nel tempo, se necessario a raggiungere il risultato. Ma gli studenti non vengono mai lasciati soli. «Il segreto dell’efficacia – spiega Menesini – è sempre formare anche i docenti. Altri modelli di prevenzione simili non hanno funzionato perché gli studenti, senza docenti formati ad accompagnarli, non ottengono risultati». Per valutare l’impatto di NoTrap!, invece, le coordinatrici del progetto hanno sempre osservato, prima e dopo l’intervento, le ricorrenze degli episodi di violenza: «Vittimizzazione, bullismo e cyberbullismo sono ovunque in diminuzione», sostiene Menesini. «In generale, a cambiare sempre è l’atteggiamento verso il bullo». Nel bullismo, infatti, non sono coinvolte solo le vittime: «Tutti hanno un ruolo – conclude la professoressa –. Si chiamano bystander le persone che assistono indolenti alla violenza. NoTrap! cerca di attivare anche loro. I risultati arrivano quando tutti smettono di essere favorevoli o passivi di fronte alla violenza».
Avvenire

Dove sarà sepolto Khamenei

I tre scenari in Iran per il dopo-Khamenei: «La rivoluzione arriverà dai  giovani»

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali’ Khamenei, sarà sepolto nella città santa di Mashhad. E’ qui che era nato 86 anni fa ed è sepolto suo padre, nel santuario dell’Imam Reza. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Fars, senza precisare una data. (AGI)

Baghdad, 03 mar 21:33 – (Agenzia Nova) – L’ayatollah Ali Khamenei, ucciso sabato scorso negli attacchi di Israele e Stati Uniti, sarà sepolto nella città santa di Mashhad, dopo una cerimonia a Teheran. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa iraniana “Fars”, senza specificare la data della sepoltura.
(Irb) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Mojtaba, figlio di Khamenei, nuova Guida Suprema. In fiamme il consolato Usa a Dubai, colpito da un drone

Mojtaba, figlio di Khamenei, eletto nuova Guida Suprema

(Rouzbeh Fouladi / Middle East Images / Middle East Images via AFP – Mojtaba Khamenei eletto nuova Guida Suprema)

Dai Pasdaran alla nuova Guida, le tante incognite nell’Iran post Khamenei

Dai Pasdaran alla nuova Guida, che cosa può succedere nell'Iran post Khamenei?
AGI – La tempistica dell’elezione della nuova Guida Suprema, la resilienza del regime, il consolidamento dei Pasdaran come centro di potere e la fisionomia stessa della Repubblica islamica post-Khamenei sono alcune delle incognite che accompagnano il delicato processo di transizione in atto in Iran, mentre la guerra con Usa e Israele si allarga alla regione. A individuarle e analizzarle, in un’intervista all’AGI, è Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies.
Il bombardamento della sede a Qom dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo incaricato di votare la nuova Guida Suprema, lascia immaginare che la scelta del nuovo leader della Repubblica islamica “subirà ritardi”, spiega il direttore del think tank specializzato sui temi della politica, della sicurezza e dell’economia nelle regioni del Medio Oriente e dell’Africa.
“Nominare una nuova Guida durante un conflitto significa farla diventare subito un bersaglio molto preciso e chiaro per Stati Uniti e Israele”, fa notare l’analista. D’altronde, “la morte di Khamenei non ha comportato, come alcuni pensavano, un crollo immediato del sistema. L’idea dell’Iran come una struttura monolitica al cui comando c’è solo la Guida Suprema è frutto di un’interpretazione errata della Repubblica islamica che ha, invece, un sistema molto reticolare e stratificato di comando”, prosegue Pedde. Dunque “anche con la morte del leader e delle prime linee di comando delle Forze armate, il sistema è potenzialmente in grado di rigenerare in tempi rapidi queste componenti e di sviluppare una capacità di resilienza maggiore di quanto valutato da parte di Stati Uniti e Israele”.

Il ruolo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale
Un’altra variabile di questa inedita transizione è rappresentata dalla convivenza tra il sistema istituzionale, incarnato dal Consiglio direttivo ad interim – il triumvirato che guida il Paese in attesa dell’elezione della Guida Suprema – e l’organismo che gestisce l’emergenza, vale a dire il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, con il suo potente segretario Ali Larijani. “Il Consiglio supremo”, spiega Pedde, “è fortemente controllato dai Pasdaran e non è incaricato solo della gestione degli affari militari ma di fatto anche di quelli politici, rappresentando una sorta di camera di compensazione politico-militare”.

La consacrazione al potere dei Pasdaran
Tra le incognite di questa fase emerge, invece, una chiara certezza, secondo Pedde: la consacrazione al potere dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc), i Pasdaran appunto. “Quello cui stiamo assistendo è la definitiva assunzione di potere di questo gruppo che ha posizioni molto diverse rispetto alla componente clericale, è molto meno pragmatico, molto meno orientato al negoziato”.

Il passaggio di potere alla seconda generazione
Con la morte di Khamenei e di alcune altre figure dell’apparato politico-militare “è venuto meno l’ultimo baluardo della prima generazione del potere, i rivoluzionari. Ora il potere passa nelle mani della seconda generazione, sostanzialmente dell’Irgc, in una transizione importantissima sotto il profilo interno e con effetti ancora da capire sulla fisionomia del regime”.

Riforma costituzionale e ruolo della nuova Guida
In questo senso, è possibile che la nomina della nuova Guida possa transitare attraverso una riforma costituzionale o un mutamento del suo ruolo sotto il profilo istituzionale, ipotizza Pedde: “La seconda generazione non ha interesse a ripristinare un leader politico espressione del clero e non del proprio contesto militare e potrebbe puntare a rafforzare la natura presidenziale delle istituzioni iraniane in modo da poter esercitare un controllo più diretto e soprattutto esprimere figure di vertice”.

La forza dell’Irgc e la crisi
Bisognerà capire, però, quale tipo di organizzazione l’Irgc riuscirà a darsi in questo contesto di crisi. Quello che è certo, conclude l’analista, “è che questa operazione militare ha rimosso i vertici politici, soprattutto dello Stato, ma ha lasciato inalterata la catena di comando e di controllo dei Pasdaran”. Se Usa e Israele puntano a una sollevazione popolare in Iran per rovesciare il regime, “è necessario decapitare la capacità di gestione della repressione e quindi degradare fortemente la forza dell’Irgc, cosa che in questo momento non sta avvenendo e che rappresenta la grande variabile di questa crisi”.

Coppa d’Asia, le calciatrici della nazionale iraniana si rifiutano di cantare l’inno (e di indossare l’hijab nel modo corretto)

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta | Colpita l'ambasciata Usa a Riad, furia di Washington. Trump: «Vogliono parlare ma è troppo tardi». Teheran: «Azioni difensive da Paesi europei un atto di guerra»
(di Simona Marchetti) È stato un silenzio che ha fatto più rumore di tante parole quello adottato dalle calciatrici della nazionale iraniana nella gara d’esordio della Coppa d’Asia, che ha appena preso il via in Australia. Prima della sfida contro la Corea del Sud, al momento degli inni nazionali, le ragazze allenate da Marziyeh Jafari sono infatti rimaste mute, rifiutandosi di aprire bocca per cantare l’inno di quella Repubblica Islamica che ha massacrato migliaia di persone e che ogni giorno viola i diritti delle donne nel loro paese. (…)

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