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Audi A3, la compatta dei record punta sui giovani (e sul digitale on-demand)

Audi A3, la compatta dei record punta sui giovani (e sul digitale on-demand)

La A3, per Audi, è un’icona. Questione di design e di tecnologia, certo. Ma soprattutto di volumi perché la vettura che inaugurò nel 1996 il segmento delle compatte premium è una delle più amate dagli italiani e vale il 17% delle vendite del marcchio dei quattro anelli. Da noi le immatricolazioni delle quattro generazioni hanno superato le 450mila unità (quasi una su dieci dei 5,5 milioni prodotti) e oggi che i tempi si sono fatti più difficili per tutti, Audi Italia introduce anche il concetto di accessibilità con la versione Design che va ad affiancarsi ai tre allestimenti classici Business, Business Advanced e S Line.
Già, perché oggi – chiuse le epopee di A1 e Q2 – le chiavi della porta d’ingresso al mondo Audi le tiene proprio A3 che con la versione Design, liberata di qualche fronzolo, fissa la prima asticella del listino a 32.600 euro per la Sportback. Se poi di quei fronzoli si sente la mancanza, oggi la tecnologia consente di acquistare successivamente per un mese (o due o tre, a seconda delle esigenze) una serie infinita di contenuti, dal navigatore al clima bizona, come fanno le piattaforme digitali in gran voga tra i giovani.
Proprio i più giovani sembrano il target ideale di A3, che mantiene le sue linee nei soliti 4 metri e 35 di lunghezza per concentrare le novità soprattutto nell’abitacolo e sotto il cofano. Tanto per cominciare c’è un’A3 per qualsiasi esigenza: Sportback e allstreet (rialzata di 30 mm) sono le due scelte più ovvie, ma per gli ultimi amanti dei tre volumi c’è anche la Sedan, mentre chi ha il piede pesante può selezionare la S. Se poi ci si sente piloti dentro, allora Audi sfodera perfino la RS.
Stesso discorso vale per i motori: a parte l’elettrico puro non manca nulla. Benzina, diesel, mild hybrid e plug-in hybrid coprono uno spettro enorme e sono tutti accomunati dalla ricerca della massima efficienza con consumi contenuti (il miglioramento in dieci anni tocca punte del 22%) e prestazioni brillanti. Una menzione la merita il Tfsi 1.5 benzina (116 oppure 160 Cv) che rispetta già la normativa Euro 7 in anticipo di un anno.
La Sportback conferma tutta la bontà del telaio e quando si affonda sul pedale sterzo e sospensioni assecondano la guida sportiva. Anche quando sotto il cofano lavora il tanto bistrattato diesel che conserva però una fetta importante di mercato per A3. Al volante della allstreet si apprezza invece la posizione più elevata e la diversa taratura – meno rigida – di molle e ammortizzatori. Cambia anche il look “all terrain” con protezioni sottoscocca e single frame ottagonale. In entrambi i casi l’esperienza nel “multisala” Audi è garantita dal palcoscenico digitale che ha rivoluzionato A3: due schermi curvi senza soluzione di continuità avvolgono chi guida fornendo infinite soluzioni e applicazioni con una nuova interfaccia per non parlare dell’esercito di Adas che veglia sui passeggeri. Giusto un paio di esempi pratici per capire dove ci si può spingere: inserendo la retromarcia si apre un’icona che consente di memorizzare e denominare fino a cinque manovre. Dopo di che A3 farà tutto da sola, con voi a bordo oppure fuori dall’abitacolo purché dotati di App. Se poi per sventura o per le bizze del navigatore finiste in un vicolo cieco o in una strada interrotta, niente paura: A3 può ripercorrere in autonomia 50 metri in retromarcia… Siamo all’ingresso del mondo Audi, ma molti contenuti sofisticati arrivano su A3 direttamente dai segmenti superiori (come il caricatore per smartphone nel tunnel con magnete e raffreddamento).
E i segmenti superiori ci tornano alla mente scorrendo il listino, perché, Design sportback a parte, il grosso della partita si gioca tra 40 e 45mila euro, non pochi in questi tempi, con puntate sopra i 50mila per la plug-in S Tronic, che però può vantare sulla carta d’identità un paio di segni particolari inediti in questa categoria: 272 Cv e 142 km di autonomia in elettrico.
Avvenire

Un’idea per avvicinare università e territori: percorsi di ricerca dedicati a inclusione, welfare e innovazione sociale, per trasformare cura e speranza in motori di sviluppo e coesione

La proposta: 100 dottorati civici per costruire fiducia e sviluppo

Avvenire

Il prendersi cura, la speranza e la fiducia sono i fondamentali nascosti dell’economia che dovremmo imparare a riconoscere. Nessuno può diventare manager se qualcuno non si è preso cura di lui all’inizio della sua esistenza. La cura precede, accompagna e ricostruisce le capacità (anche quelle produttive) delle persone. Senza speranza nessun rendimento atteso futuro (e quindi nessun investimento o attività finanziaria) hanno valore. La fiducia è ingrediente chiave di quell’intelligenza relazionale che rende possibile la cooperazione tra umani che moltiplica il valore sociale ed economico. Quando queste risorse si impoveriscono, ne risentono dunque non solo la salute ma anche formazione, lavoro e investimenti e dunque il benessere sociale ed economico di un paese. Una politica economica lungimirante deve chiedersi anche come rigenerarle.
L’università può contribuire ad accrescere questi fondamentali della società e dell’economia attraverso ricerca e terza missione, ovvero mettendo ricerca e competenze in relazione con i bisogni della società. È una missione che comprende non solo il trasferimento tecnologico ma si estende anche all’innovazione sociale, alla collaborazione con i territori e alla costruzione di capacità collettive. Perché questa missione produca risultati occorrono strumenti e persone che colleghino stabilmente i laboratori della ricerca con quelli della vita quotidiana.
Da qui la proposta dei dottorati civici. Abbiamo imparato (con il Decreto ministeriale 226 del 14 dicembre 2021) ad avvicinare università e imprese attraverso i dottorati industriali, una tipologia istituita per legge che prevede la partnership e il cofinanziamento di pubblico e imprese. Possiamo costruire un’alleanza analoga tra il pubblico e cooperative sociali, associazioni, fondazioni, amministrazioni e reti territoriali per fondare l’istituto dei dottorati civici come abbiamo recentemente proposto nella commissione sulla terza missione della Società Italiana di Economia. L’innovazione che migliora l’inserimento lavorativo di una persona con disabilità o l’accesso alle (e l’efficienza delle) cure ha bisogno di ricerca avanzata quanto quella che migliora un processo produttivo. E può generare benefici economici molto oltre l’organizzazione che la realizza.
Il meccanismo sarebbe quello di un percorso triennale inserito in un dottorato accreditato, un progetto costruito insieme all’organizzazione civica e una doppia supervisione, accademica e territoriale. Un programma pilota potrebbe attivare cento percorsi in diverse università del paese. Il costo di riferimento (che possiamo stimare a 90mila euro per posizione nel triennio), potrebbe esser coperto (per ipotesi) per due terzi dal pubblico e per un terzo dai partner, nel qual caso servirebbero sei milioni pubblici e tre dei partner per le 100 posizioni. Rispetto alle cifre che discutiamo in questi giorni per le diverse poste della legge finanziaria si tratta di piccole somme con un potenziale molto grande.
Perché i contribuenti dovrebbero finanziare un dottorato civico? Perché la conoscenza prodotta può andare a vantaggio di gran parte della collettività, ma in condizioni normali non è generata dato che la singola organizzazione spesso non riesce a finanziarla né ad appropriarsi di tutti i benefici. Per fare solo un esempio un’associazione che scopre come prevenire meglio l’abbandono scolastico genera vantaggi per gli studenti, le famiglie, le imprese e le finanze pubbliche. Il finanziamento condiviso consente di realizzare ricerca socialmente utile che altrimenti rischia di restare senza risorse.
Cento dottorati potrebbero diventare cento cantieri: valutare l’intermediazione abitativa, sperimentare l’accompagnamento di operatori di prossimità nella lotta alla povertà, migliorare l’assistenza agli anziani, ridurre la dispersione scolastica, rendere economicamente più accessibili le comunità energetiche. Il valore nasce quando i risultati cambiano le pratiche. Sapere quali interventi funzionano, per chi e in quali condizioni permette di estenderli; scoprire che altri sono inefficaci aiuta a correggere la spesa.
I fondamentali della cura, della speranza e della fiducia diventerebbero così oggetti concreti di investimento e ricerca: servizi capaci di accompagnare, opportunità che rendono credibile il futuro, istituzioni con cui è possibile cooperare. Cento giovani potrebbero aiutare le comunità a produrre queste risorse e a capire come farle durare. Finanziare i dottorati civici significherebbe scommettere sulla capacità del sapere di diventare sviluppo umano e valore economico e sociale condiviso.

Quale modo migliore di un cartone animato per raccontare ai più piccoli (e non solo) la storia di Gesù?

Nuovo Film Dominus: LA LUCE DEL MONDO cartone animato sulla storia di Gesù! - News Express

Avvenire

A farlo è la Dominus Production che, per l’occasione, ha arruolato Tom e Tony Bancroft, già autori di successi come La Bella e la Bestia, Il Re Leone e Mulan. Il risultato è La Luce del Mondo, film d’animazione che, in 95 minuti, ripercorre la vita pubblica di Gesù attraverso il più giovane degli apostoli, Giovanni.
Il giovane pescatore, figlio di Zebedeo e Salomè, aspetta come tanti altri il Messia, il liberatore annunciato dalle Scritture. Gesù però, che incontra insieme a suo fratello Giacomo, a Simone e ad Andrea, non gli sembra affatto il condottiero che potrà liberare la sua terra: non ha armi, non cerca il potere ma parla di amore, perdono, misericordia. Giovanni decide comunque di seguirlo e intraprende un percorso nel quale scopre progressivamente che il cambiamento che quell’uomo propone non nasce dalla forza o dal potere, ma dal cuore delle persone. Attraverso le esperienze vissute, le domande e le prove affrontate, Giovanni imparerà che anche nei momenti più difficili possono nascere speranza, coraggio e fiducia.
“La Luce del Mondo” sarà nelle sale il 17, 18 e 19 gennaio 2027 ma la Dominus Production ha previsto tre anteprime speciali a Roma (il 21 novembre), Milano (il 22 novembre) e Firenze (il 28 novembre). Tutte le informazioni sono sul sito www.lucedelmondofilm.it
Di seguito, in anteprima esclusiva per Avvenire, un trailer del film con la guarigione del servo del centurione.

Niente più “minorati” solo “persone con disabilità”

Attività sportive a favore di persone con disabilità al palazzo della Regione Lombardia a Milano / ANSA
Nessuno è «minorato», ci sono sempre e solo persone. Alcune con una disabilità. È arrivato al primo via libera, infatti, il disegno di legge costituzionale sui diritti delle persone con disabilità: l’aula del Senato l’ha approvato all’unanimità – ed è un altro segnale positivo – con 135 voti. Ora passerà alla Camera e saranno necessari altri tre passaggi parlamentari per approvare definitivamente la modifica costituzionale.
Il provvedimento, infatti, modifica l’articolo 38 della Costituzione, sul diritto all’assistenza sociale, e lo aggiorna a livello semantico e di diritti. Sparisce dunque la parola «minorati» sostituita dall’espressione «persone con disabilità» (per cui il terzo comma reciterà così: «Gli inabili e le persone con disabilità hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale») e si aggiunge un passaggio specifico sulla tutela: «La Repubblica garantisce il diritto delle persone con disabilità all’autonomia e all’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale, rimuovendo gli ostacoli che ne impediscono l’esercizio».

Il dibattito se modificare anche l’articolo 3 della Costituzione

«La parola minorati non ha più lo stesso significato che poteva avere quando i Padri costituenti l’hanno inserita all’articolo 38 – ha spiegato in aula al Senato il relatore e presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, Andrea De Priamo -. Oggi ha un’accezione decisamente negativa, superata, e che nessuno immagina di mantenere nella nostra Costituzione». Sulla riforma si era aperto un ampio dibattito prima sull’opportunità o meno di ritoccare anche l’articolo 3 della Carta. Già nei mesi scorsi, infatti, per una parte delle associazioni di persone con disabilità l’esplicito inserimento della «disabilità» nell’articolo 3 avrebbe permesso al legislatore di attuare una «discriminazione positiva»; per altre, invece, visto che l’articolo 3 già vieta discriminazioni basate su «condizioni personali e sociali» inserire la disabilità avrebbe ulteriormente ghettizzato le persone con disabilità facendone una sorta di categoria umana a parte. Accantonato questo tema, settimana scorsa, però, il provvedimento licenziato dalla commissione prima dell’estate era tornato in discussione per un’ulteriore correzione del testo, richiesta soprattutto dalle opposizioni. In particolare, si è modificata ulteriormente la formulazione dell’articolo 38 aggiungendo la parte sulla tutela specifica.

La soddisfazione della ministra Locatelli

La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli / foto Ministero
La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli / foto Ministero
«Il voto di oggi all’unanimità sul Ddl costituzionale che apporta modifiche all’art.38 della Costituzione in materia di diritti delle persone con disabilità, eliminando la parola minorati, è un segnale importante di cambiamento», ha commentato soddisfatta la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli. Dopo aver abrogato da tutte le leggi ordinarie la parola «handicappato» e «portatore di handicap», ha spiegato ancora, «finalmente completiamo il percorso iniziato anche con la riforma della disabilità aggiornando la nostra Carta costituzionale. Voglio quindi ringraziare tutti i gruppi parlamentari, il relatore e presidente De Priamo, in particolare il senatore Guidi, primo firmatario, e tutti coloro che hanno contribuito a questo risultato: il mondo delle associazioni a partire da Fand e Fish e tutte le altre realtà che negli anni si sono sempre battute per un forte cambio culturale». Unanimi, infine, gli apprezzamenti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
Avvenire

Papa: «La politica che cura le ferite dei popoli dà speranza all’umanità»

Papa Leone XIV tra i fedeli al suo arrivo in piazza San Pietro per la consueta udienza generale del mercoledì / REUTERS

«La politica che si prende cura delle ferite dei popoli e di quanti subiscono ingiustizia offre motivi di speranza per l’avvenire dell’umanità». Nel giorno in cui la comunità internazionale guarda ai risultati delle elezioni di midterm negli Stati Uniti, all’udienza generale in piazza San Pietro papa Leone XIV indica quale sia il senso autentico dell’impegno politico, ricordando poi anche (nei saluti in polacco) che «la pace si costruisce sulla giustizia, sul rispetto della legge, sul dialogo, e non sulla violenza». Senza alcun riferimento alle vicende elettorali, il Pontefice nella sua catechesi di oggi ha richiamato la dottrina sociale della Chiesa e il Concilio Vaticano II, ricordando che l’autorità pubblica trova la propria ragion d’essere nel servizio alla persona e al bene comune. «La dimensione sociale è parte integrante, oltre che della natura umana, anche della nostra fede in Cristo Gesù», ha affermato il Papa introducendo una riflessione sul rapporto tra economia, politica e costruzione della pace. Il riferimento è alla costituzione conciliare Gaudium et spes, della quale Leone XIV prosegue il percorso di rilettura nelle catechesi settimanali dedicate quest’anno ai documenti del Concilio Vaticano II.
Il Pontefice ha richiamato anzitutto l’attualità dell’analisi proposta dal Concilio sui rischi di uno sviluppo economico incapace di rispettare la persona e il creato. Una valutazione che, osserva, appare ancora più evidente ai nostri giorni. Per affrontare queste sfide, però, non bastano interventi tecnici o correttivi limitati. «Si richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale; è necessario anche da parte di tutti un mutamento di mentalità e di abitudini di vita», ha citato il Papa dal documento conciliare. Al centro della riflessione vi è il lavoro, definito come uno degli elementi fondamentali della dignità umana. «Attraverso di esso l’uomo si sviluppa come persona, provvede alle necessità familiari, esprime il proprio talento, partecipa alla vita sociale e costruisce un mondo migliore collaborando all’opera creatrice di Dio». Di conseguenza, ha ribadito Leone XIV, «non sono accettabili la disoccupazione, lo sfruttamento e condizioni di lavoro che mettono in pericolo la salute e la vita stessa».
La catechesi si è concentrata quindi sul significato della politica. Citando ancora la Gaudium et spes, il Papa ha osservato che «da una coscienza più viva della dignità umana sorge, in diverse regioni del mondo, lo sforzo di instaurare un ordine politico-giuridico nel quale siano meglio tutelati nella vita pubblica i diritti della persona». Un cammino che trova il proprio criterio nel bene comune. «La comunità politica esiste in funzione del bene comune», ha ricordato infatti Leone XIV, spiegando che esso consiste nell’«insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione». Per questo, ha aggiunto, «sempre al bene comune deve mirare l’esercizio dell’autorità politica».
Il Papa ha ribadito inoltre uno dei principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa: «La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo». Tuttavia entrambe, ha proseguito citando il Concilio, «sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini» e potranno svolgere più efficacemente la loro missione «quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro». Da qui il legame diretto tra buona politica e pace. «Impegnarsi nell’economia e nella politica secondo questi criteri è un modo di costruire la pace», ha affermato Leone XIV. Quindi ha rilanciato una delle espressioni più note di papa Francesco: «La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male». Al contrario, ha insistito, «la politica che si prende cura delle ferite dei popoli e di quanti subiscono ingiustizia offre motivi di speranza per l’avvenire dell’umanità». Il Pontefice conclude incoraggiando soprattutto i giovani a impegnarsi nella vita sociale e politica e invita le comunità cristiane a promuovere con maggiore decisione la conoscenza della dottrina sociale della Chiesa.
Nei saluti finali, poi, rivolgendosi ai pellegrini polacchi, il Pontefice ha ricordato che «settant’anni fa furono scarcerati gli eroici Primati di Polonia e di Ungheria, i cardinali Stefan Wyszyński e József Mindszenty». Facendo riferimento a «quanto scrisse in quella occasione il papa Pio XII nell’enciclica Laetamur admodum», Prevost ha esortato «a considerare che la pace si costruisce sulla giustizia, sul rispetto della legge, sul dialogo, e non sulla violenza».
Al termine dell’udienza Leone XIV ha ricordato le beatificazioni in programma sabato 7 novembre ad Antigua Guatemala e a Santander, in Spagna. Ha poi chiesto ai fedeli di accompagnarlo con la preghiera in vista del viaggio apostolico che inizierà dopodomani in Uruguay, Argentina e Perù. Nei saluti ai pellegrini di lingua italiana ha rivolto un pensiero particolare alla Confederazione Italiana del Terziario, agli incaricati della Piattaforma d’Azione Laudato Si’, alle parrocchie di San Giovanni Battista di Canosa di Puglia e di San Lorenzo in Salerno, al Centro sociale di Tolve e alla Banda musicale di Fondo. Infine ha salutato giovani, malati e sposi novelli, ricordando la memoria liturgica di san Carlo Borromeo e invitando tutti a trovare in Cristo la guida per il cammino quotidiano.
Avvenire

Il bilancio, le guerre, i dazi: tutti i motivi per cui l’America ha voltato le spalle a Trump

Il bilancio, le guerre, i dazi: tutti i motivi per cui l'America ha voltato le spalle a Trump

Avvenire

«Sono un po’ sorpreso, pensavo che sarebbe andata meglio. Penso che i democratici abbiano fatto un buon lavoro. Spero di riuscire a collaborare con loro sull’immigrazione». “The Donald” in versione conciliante accoglie con garbo inusuale la sconfitta. Ma c’è davvero da fidarsi? Più che di un’anatra zoppa, sarebbe opportuno parlare di un presidente dimezzato. Difficile pensare a Donald Trump come a qualcosa di diverso di un Commander in Chief che ha teatralmente perduto gradi, medaglie e onorificenze, costretto da gennaio del prossimo anno a sottostare alla tagliola di un Congresso che lo ha sonoramente ridimensionato. Lo tsunami blu è andato al di là delle più rosee previsioni dei democratici e per Trump si profila il rischio di assistere fra pochi mesi allo scontro permanente  tra il suo esecutivo e Capitol Hill, ovvero fra la poderosa macchina di potere della Casa Bianca e il voto di sbarramento dei congressmen che lo costringerebbero a governare solo grazie agli executive orders. Niente di nuovo sotto il sole:  è già accaduto a Joe Biden, a Barack Obama, a Bill Clinton (l’unico peraltro che con il Congresso avverso ha fatto cose mirabolanti), accade di norma al secondo mandato di un presidente, e a suo modo è la salutare profilassi per una democrazia liberale.
Ma per The Donald, che già ha pencolato fra una misurata accettazione del voto e la minaccia già sventolata nelle scorse ore di trasformarsi in Mr Veto, colui che mette sistematicamente i bastoni fra le ruote al Congresso, l’onda blu è qualcosa di peggio di una battuta d’arresto sulla strada della seconda metà del mandato. Occorrerà tempo ed energia per analizzare nel dettaglio la consistenza e le singole ragioni del voto popolare che ha stracciato l’universo Maga, ma appare chiaro fin d’ora che il bagaglio che Trump si portava appresso era di una pesantezza e una vastità impossibile da celare e soprattutto da far digerire a un elettorato scontento, deluso e in buona parte smarrito: dal bilancio federale all’inopportuna guerra senza sbocchi con l’Iran, dalle liti permanenti con la Fed all’ondivaga politica dei dazi, dalle mire neocoloniali sul Canada, il Venezuela, la Groenlandia, Cuba, il Messico all’indecifrabile appeasement con la Russia di Putin, Donald Trump si è mosso come un elefante nella cristalleria, spazzando via secoli di sottigliezze diplomatiche (non occorre ripensare a Henry Kissinger, basta la felpata moral suasion che la Casa Bianca sapeva adottare quando occorreva) all’insegna di un gigantismo muscolare ad uso e consumo del suo elettorato.
Un elettorato che tuttavia aveva ben chiare due cose: che della politica estera gli importava assai poco, quanto invece gli è caro il proprio portafoglio. E l’impennata del gallone di benzina che le forche caudine dello stretto di Hormuz hanno strangolato anche per l’americano medio, i sussulti dell’inflazione, i costi lievitati dei mutui, l’incertezza diffusa sul futuro di quella vasta palude che sta sopra la soglia di povertà ma abbondantemente sotto quella della ricchezza stratosferica che The Donald ha sciaguratamente premiato, hanno dato l’esito che si poteva immaginare. Acciaccato e frastornato, Donald Trump non può che specchiarsi nel proprio fallimento, avendo messo sul tavolo il suo volto e il suo nome, trasformando le elezioni di medio termine in un referendum sulla sua persona. Un referendum perduto in Florida, in Ohio, in Georgia, in Texas, in Kansas, in cento diverse contrade. «Se il mio nome fosse stato sulla scheda avrei vinto io», mormora. Ma intimamente sa che non è vero. L’America gli ha in larga misura voltato le spalle. A cominciare dai suoi. La cui guerra civile in vista delle presidenziali del 2028 è ufficialmente cominciata.

Vivere più a lungo non basta: la vera sfida è garantire a tutti una vita sana e dignitosa. Ecco come la finanza etica può contribuire

Longevità, un privilegio o una conquista per tutti? Le sfide della finanza

Nell’ultimo secolo e mezzo l’umanità ha compiuto un’impresa straordinaria: ha regalato decine di anni di vita a milioni di persone. Se nel 1872, come ricorda l’Istat, l’Italia era tra i Paesi europei con la speranza di vita più bassa (appena 29,8 anni alla nascita), nel 2025 sono state raggiunte vette impensabili, sfiorando gli 82 anni per gli uomini (81,7 per l’esattezza) e gli 86 per le donne (85,7), come certificano gli ultimi indicatori demografici. Numeri che collocano l’Italia tra i Paesi più longevi al mondo. Eppure, dietro queste cifre, che raccontano l’indiscusso trionfo della medicina e della scienza, si nasconde una realtà più complessa che pone nuove sfide sociali, economiche ed etiche. Oggi in Italia vivono 14,8 milioni di over 65 (un quarto dei residenti) e oltre 2,5 milioni di ultra-ottantacinquenni: una forza demografica che sta trasformando profondamente il volto della nostra società e mettendo a rischio la tenuta del nostro sistema economico e previdenziale.
Ma il punto è anche un altro, e investe questioni di tipo etico: guadagnare anni di vita non significa automaticamente guadagnare anni di benessere. Così la domanda fondamentale cessa di essere “quanto vivremo?” per diventare “riusciremo a vivere più a lungo e soprattutto in salute?
Avvenire

Tagli alla scuola in Manovra: il Governo (in tilt) ora ci ripensa

Tagli alla scuola in Manovra: il Governo (in tilt) ora ci ripensa

Sembra impossibile che appena sette giorni fa Meloni, Salvini, Tajani e Giorgetti sedevano insieme in conferenza stampa, felici e sorridenti per la Manovra 2027 (il titolare del Mef un po’ meno, a dire il vero). Oggi il capo della Lega è una retta divergente, il leader di Forza Italia mette sacchi per difendere la sua trincea e a rivendicare l’impostazione della legge di Bilancio sono rimasti solo Palazzo Chigi e il Tesoro. Prevedibile, anche se i toni lasciano l’amaro in bocca alla presidente del Consiglio. A dominare il campo della polemica con gli alleati è Matteo Salvini. Il capo della Lega, partito che esprime il ministro dell’Istruzione Valditara, dice che «tecnici e parlamentari» del Carroccio interverranno per rivedere i tagli di 7mila unità agli organici della scuola, fronte caldissimo. Non solo, sull’utilizzo del “fondo pensioni” non ammette alcun piano che non sia l’uscita a 64 anni nel 2027. «Gli alleati rispettino le priorità della Lega», tuona il vicepremier e ministro delle Infrastrutture. E se queste priorità dovranno tradursi in nuove coperture, beh allora si potrà valutare, dice, l’estensione del contributo delle banche.
Fischiano le orecchie agli istituti, ma anche a Forza Italia che già deve giustificare questi interventi al mondo del credito. Ma soprattutto fischiano le orecchie a Giorgia Meloni, per motivi politici. A rispondere a Salvini, in televisione, ci va il presidente della commissione Finanza del Senato e responsabile economico di FdI, Marco Osnato: «Ha ragione Salvini… Il rispetto dei patti è sacro e in questo caso i patti sono sanciti nella legge di Bilancio». Si prova a mordere il freno delle polemiche, ma il mix di imbarazzo e ira si respira nei palazzi romani. Ai vertici di FdI, la strategia di Salvini viene giudicata non solo sbagliata, ma anche inefficace, perché negli anni questa andatura altalentante verso il Governo non ha giovato alla Lega stessa, si osserva. E nella prospettiva di urne a maggio, può solo restituire l’immagine di una coalizione più lacerata.
Intanto nel concreto il tema della scuola va risolto. FdI aveva trovato una sua narrazione, tra calo demografico e precedenti tagli con la firma del centrosinistra. Ma le uscite di Salvini hanno creato una sorta di obbligo a correggere le norme. La Cisl, tra le più combattive a chiedere una correzione – su questo punto e su quello delle rivalutazioni delle pensioni cinque volte oltre la minima – ha già incontrato Forza Italia, e oggi vedrà i responsabili parlamentari ed economici di Fratelli d’Italia. Il malumore della confederazione sarà certamente arrivato all’orecchio del sottosegretario ed ex leader cislino Luigi Sbarra. Insomma ora sulla scuola una pezza va messa.
Idem sulle rivalutazioni. Qui combatte anche Tajani, chiedendo di rimodulare il taglio degli adeguamenti degli assegni che superano di cinque volte il trattamento minimo. Ma con quali soldi compensare? Salvini, che pure è d’accordo, dice «le banche». Gli istituti sono davvero sul punto di affrontare muso a muso il Governo, ricordando l’accordo dell’anno scorso cui si è cumulato il nuovo intervento per il 2027. E allora, tra le ipotesi tradizionali di incasso, non poteva che spuntare qualche condono. L’ipotesi è una riapertura della sanatoria-Berlusconi del 2003 sulla casa, ma in serata FdI, sentendo già salire il polverone, precisa che l’intervento sarebbe circoscritto alla Campania, che 23 anni fa non utilizzò quella finestra. Ma questo fa capire quanto sia già aperta una seconda caccia alle risorse, che potrebbe essere alleviata solo da una extra-flessibilità concessa dall’Ue (importante in questo senso l’Ecofin della prossima settimana). Intanto tra governatori che oggi si riuniscono in seduta straordinaria per affrontare il nodo delle risorse alla sanità, e malumori che fioccano dai corpi intermedi, la vita reale colpisce duro: a ottobre le bollette del gas sono aumentate del 9,1% per i soggetto vulnerabili, informa l’Arera. Forse anche per questo motivo la manovra si è trovata di colpo ad essere “senza genitori”.
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L’America al voto, si alza l’onda blu dei dem. Crolla la fortezza trumpiana del North Carolina, trema quella in Texas

L'America al voto, si alza l'onda blu dei dem. Crolla la fortezza trumpiana del North Carolina, trema quella in Texas

Lo spoglio delle schede è ancora in corso ma i risultati che arrivano a Washington dai 50 Stati chiamati alle urne per la verifica di midterm cominciano a delineare l’onda blu dei democratici che potrebbe abbattersi sul Congresso. Il primo strappo al Grand Old Party si concretizza in North Carolina: Roy Copper diventa senatore battendo il repubblicano Michael Whatley. Nello Stato “chiave” della Georgia si conferma senatore il giovane Jon Ossoff, “l’Obama del Sud”. Verso la vittoria va anche James Talarico in Texas: qui, i dem non vincevano dal 1994.
La Cnn diffonde i risultati di un sondaggio di contesto: circa tre elettori su quattro dichiarano di essere insoddisfatti di come stanno andando le cose negli Stati Uniti. Quasi quattro su dieci si definiscono addirittura arrabbiati. Tra i principali fattori alla base del malcontento figura l’insoddisfazione per le attuali condizioni economiche.
Un portavoce della Casa Bianca, dove è in corso un party per seguire lo spoglio in diretta, ha confermato il “cauto ottimismo” con il presidente segue gli sviluppi. Da Atlanta, capitale di uno Stato “chiave” come la Georgia, arrivano i primi dati sull’affluenza:  2,8 milioni di persone hanno espresso le proprie preferenze con il voto anticipato, altri 1,2 milioni si sono recati ieri ai seggi.
Sapremo solo domani, se non nei prossimi giorni, l’esito complessivo delle elezioni di midterm. Da questo dipende il futuro della seconda “era Trump”. La chiamata alle urne di milioni di americani ha rappresentato, di fatto, un referendum sulla sua presidenza. Il tycoon ha ostentato sicurezza fino all’ultimo. Intervistato da Fox News, a urne già aperte, ha dichiarato: «Penso che i risultati saranno meglio del previsto, abbiamo tutto sotto controllo». Non è proprio così. Secondo l’ultima analisi del Cook Political Report, i democratici potrebbero ottenere il controllo della Camera con un margine piuttosto alto: i seggi necessari a strapparla ai repubblicani sono 4; le previsioni statistiche parlano invece di un vantaggio tra 9 e 19 deputati. Più incerta è la partita al Senato, segnata dal “testa a testa” tra i candidati di sette Stati: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio e Texas.
La posta in gioco è enorme. Il dipartimento della Giustizia americano ha dispiegato circa mille osservatori elettorali in 126 contee e città di tutti i 50 Stati, comprese alcune delle principali aree urbane di quelli in bilico, soprattutto nella comunità considerate roccheforti democratiche. La motivazione ufficiale è garantire “l’integrità elettorale” – il controllo delle barriere architettoniche per i disabili, l’efficienza dell’assistenza linguistica, il rispetto del Voting Rights Act – e prevenire ogni sorta di irregolarità. Approccio che i democratici hanno percepito come una forma di intimidazione “mascherata” in contestazioni arbitrarie delle procedure di voto. Aggravata dal fatto che l’amministrazione Trump ha rifiutato di invitare gli osservatori internazionali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, interrompendo una tradizione che durava dal 2002. Il rischio di tensioni alle cabine elettorali ha ispirato alcune iniziative de-escalation. Il Franciscan Action Network di Washington, questo è solo un esempio, ha organizzato una rete di “cappellani elettorali”: circa 375 volontari, dislocati nei diversi Stati chiamati al voto, addestrati per portare una presenza di pace ai seggi e dirimere le eventuali controversie nel rispetto della legge statale e federale. «Purtroppo, un nuovo rischio che questa volta compare nell’elenco, e che non c’era mai stato prima, è la possibilità che il nostro stesso governo federale cerchi di interferire in qualche modo, direttamente o indirettamente, nelle elezioni», ha dichiarato il segretario di Stato del Minnesota, il democratico Steve Simon.
In campagna elettorale, Trump ha più volte evocato il rischio di brogli legati all’esercizio del voto di persone prive della cittadinanza americana. Lo spettro di agenti dell’Ice alle urne ha gettato un’ombra cupa sull’Election Day. Gli addetti all’accoglienza schierati all’ingresso del seggio allestito alla Cook Elementary School di Adams Morgan, quartiere periferico della capitale abitato da molti latinos, riescono a scherzarci su: «Qui siamo abbastanza tranquilli perché li hanno portati già tutti via», spiega Margareth offrendo biscotti agli elettori che entrano nell’atrio. Tina, 55 anni, presidia l’ingresso del Columbia Heights Educational Campus, sulla sedicesima strada, insieme a due ragazzi dell’associazione Election Protection: «Siamo fortunati perché qui, a Washington, non votiamo per Camera e Senato ma solo per sindaco, consiglieri, procuratore generale e delegato locale al Congresso – precisa -. Eppure, c’è un clima pessimo. Temiamo possano presentarsi i militari della Guardia Nazionale che, qualche giorno fa, abbiamo visto aggirarsi nel quartiere». Cosa significa? La donna si lascia andare in un amaro sospiro: «Che si stanno preparando… Se per Trump le elezioni andranno male potrebbe esserci un’altra Capitol Hill, la città verrebbe messa in lockdown». Amplificate dall’incertezza delle ultime ore, le paure del passato diventano fantasmi che si aggirano tra le strade tappezzate di volantini che segnalano i posti di blocco dell’Antidroga: «Attenzione, vi fermano e arrestano senza motivo».
Lunghe code sono state registrate ai seggi di diversi Stati: in Georgia, Michigan e Pennsylvania, per esempio, e a New York. A urne aperte, Trump ha mosso due pedine strategiche sullo scacchiere della politica estera: annunciato il taglio dei fondi a Israele («Entro la fine dell’anno») e un incontro alla Casa Bianca, presieduto dalla “First Lady” Melania, tra un rappresentate della Russia e dell’Ucraina (in programma già per giovedì). Proclami elettorali tesi a correggere, se possibile, il tiro dell’ultimo comizio tenuto dal tycoon al Lincoln Memorial: un discorso di 45 minuti dedicato principalmente a un progetto di ristrutturazione da 1,6 miliardi di dollari del monumento e della “vasca riflettente” a cui il presidente vorrebbe dare il suo nome. Uscita che ha irritato molti all’interno dello stesso Grand Old Party attraversato da un brivido di terrore e speranza: «Non può essere vero, è uno scherzo».

«Uomini e donne responsabili, cittadini credibili» è il titolo della prima edizione di un corso di formazione per docenti di ogni ordine e grado

Il beato Livatino e don Puglisi "docenti" di Vangelo, Costituzione e cittadinanza

«Uomini e donne responsabili, cittadini credibili» è il titolo della prima edizione di un corso di formazione per docenti di ogni ordine e grado, promosso dall’Ufficio regionale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della Conferenza episcopale siciliana, proposto per l’anno scolastico 2026-2027. Il corso, gratuito e con attestato finale riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, si ispira ai beati Rosario Livatino e a padre Pino Puglisi, testimoni che hanno pagato con la vita la fedeltà al Vangelo e al proprio dovere e che ricordano alla scuola il suo compito più alto, quello di formare coscienze prima ancora di trasmettere nozioni. Sono loro a ricordare che legalità, responsabilità e cittadinanza non sono argomenti da trattare in astratto, ma dimensioni da attraversare, prima nella propria formazione personale e poi nell’azione educativa. Per questo il corso non è un semplice aggiornamento professionale, ma un invito a mettersi in gioco come persone e come educatori.
Il percorso, aperto agli insegnanti di tutta Italia e di ogni disciplina, prevede otto appuntamenti online sulla piattaforma formativa dell’Uciim (Unione cattolica italiana insegnanti, dirigenti, educatori, formatori) per 25 ore comprensive tra lavoro personale, di gruppo o per la creazione di un micro-progetto da attuare nelle proprie classi. Partirà il 6 novembre e si concluderà il 5 marzo 2027. Esperti dei diversi ambiti – coinvolti grazie a una rete di associazioni ed enti come Uciim, Ciofs scuola (Centro Italiano Opere Femminili Salesiane), Diesse (Centro per la formazione e l’aggiornamento per la didattica e l’innovazione scolastica), Disal (associazione Dirigenti scuole autonome e libere), Aimc (Associazione italiana maestri cattolici) e Cnos scuola (Centro nazionale opere salesiane) – accompagneranno i partecipanti in un cammino tra riflessione, testimonianza e operatività.
Si comincerà con la Costituzione e il Vangelo come bussole al fine di educare al rispetto delle regole e all’amore vero che dona libertà, per poi interrogarsi sulla credibilità del docente come testimone di coerenza. Spazio, poi, alla mafia come antistato e anti-cultura con gli strumenti storici e d’attualità, e alla cura come condizione di una relazione che valorizza il senso del dovere scolastico. Si affronteranno, quindi, il rispetto dell’altro e le periferie esistenziali, per educare all’inclusione, sottolineando la didattica della memoria attiva con itinerari socio-culturali e progetti di service learning . Non mancherà una riflessione su come comunicare l’impegno per la giustizia nell’era digitale tra alfabetizzazione e contrasto ai linguaggi violenti. Il percorso si chiuderà con un laboratorio sulla progettazione scolastica.
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