Dargen D’Amico: «Canto la compassione ispirata al Vangelo»

Dargen D'Amico: «Canto la compassione ispirata al Vangelo»

Rapper, cantautore e produttore, Dargen D’Amico è tra le voci più eclettiche e poetiche della scena contemporanea. A Festival di Sanremo ha più volte intrecciato leggerezza e temi profondi: già in Dove si balla (2022) affiorava, tra ritmo e ironia, il dramma dei migranti; nel 2024 con Onda alta il tema è diventato esplicito. Fino alla recente cover di Su di noi, trasformata in un inno alla pace, chiusa dalle parole di Papa Francesco.
La leggerezza, nel suo caso, è una soglia: invita ad attraversare questioni urgenti senza proclami, ma con immagini che restano. Quest’anno è tornato all’Ariston con AI AI, titolo che è insieme lamento e rimando all’intelligenza artificiale. Ora arriva Doppia mozzarella, il nuovo album (Universal) uscito ieri, frutto di due anni di lavoro: un progetto che usa un’immagine ironica e quotidiana come metafora di vite sovraccariche, sempre tese al “di più”, oltre il necessario. Musicalmente il disco mescola rap, funky e atmosfere disco; nei testi, ironia e spiazzamento si aprono a riflessioni quasi filosofiche sul presente. Tra centri commerciali chiusi come relazioni finite, la freddezza del web, e storie come quella raccontata in L’ascensore, emerge uno sguardo caleidoscopico sulle derive della società dei consumi.
Ricorrente è anche l’elemento cristiano: in Pianti grassi parla di battesimo (“siamo tutti peccatori”), cita lo Spirito Santo in Techno Tango, mentre in Prima nudi chiamavamo amore riflette sulla figura del Papa. Non a caso il cardinale Gianfranco Ravasi, durante il Festival 2026, ha citato versi di AI AI, che richiamano il Vangelo: “Ama ciò che non ti piace, è la chiave per la pace”. «Ho apprezzato che il cardinale Ravasi abbia citato i versi della mia canzone sottolineando un elemento della canzone che è fondamentale: la base del Vangelo, della nuova visione portata da Gesù Cristo sul materiale precedente, che è la compassione» racconta Dargen D’Amico ad Avvenire.
Dargen, lei canta in AI AI: “A me mi ha rovinato la rete / altrimenti avrei fatto il prete”. A Sanremo ha detto che non era una battuta.
«Ho sempre sentito, fin da giovane, un’attrazione verso la spiritualità. Era un’attrazione verso cose che non ero in grado di capire: risposte che non avessero bisogno di domande. Una naturale inclinazione verso ciò che non deve essere spiegato, perché quando lo spieghi diventa qualcos’altro. La spiritualità è qualcosa di naturale: per questo tutte le religioni condividono elementi comuni. La religione è il modo in cui la domanda prende forma. Io sono cresciuto dentro il substrato cristiano europeo, cattolico, in Italia, ma non ho mai avuto un rapporto canonico: ho cercato altrove, nella lettura e nel dialogo, anche casuale, con persone che vivono di risposte religiose».
Da ragazzino  ha frequentato il mondo cattolico?
«Reputo il cristianesimo parte del mio DNA culturale. Ho frequentato l’oratorio sì, finché a un certo punto mi hanno allontanato perché non frequentavo il catechismo e quindi non si poteva. Era un’altra epoca. Però quell’allontanamento non mi ha fatto cambiare idea, anzi, ringrazio il don che lo ha fatto: mi ha incuriosito di più. Le cose che sembrano esclusive sono spesso le più interessanti. Comunque ho frequentato gli scout e,  nei giorni di pioggia, ci accoglievano negli oratori di piccoli paesi dell’Insubria. Dormivamo lì con i materassini: ne ho un ricordo bellissimo. È stato sempre un continuo avvicinarsi e allontanarsi».
Nel brano Prima nudi chiamavamo amore canta: “Io non riesco mai a capire se il Papa mi vuol bene o vuole solo benedirmi”.
«È una metafora del dubbio umano. Anche il Papa, che è il più alto rappresentante del rapporto spirituale, viene letto attraverso meccanismi umani. Il suo dubbio diventa il nostro: quanto vale l’individuo rispetto alla religione, e quanto la religione rispetto all’individuo? È un alternarsi continuo: nella religione vale di più la parola o l’azione che nasce da quella parola?»
All’Ariston ha portato Su di noi intrecciata con Il disertore e chiusa dalla voce di Papa Francesco che dice: “Non rassegniamoci alla guerra”.
«Viviamo tempi molto pericolosi. Siamo scivolati in un clima di conflitto costante, in cui passa l’idea che la guerra non sia poi così male. Noi siamo cresciuti con un impianto culturale diverso: la guerra non era considerata una soluzione. Anche a scuola la filosofia era pacifista. Oggi si invitano rappresentati dell’Esercito nelle scuole, inviti ai ragazzi a partecipare a parate. È cambiato il clima culturale. Quando si cerca di raccontare ai ragazzi i benefici della guerra, questo mi allarma. E quell’allarme va amplificato. Il mio intento era dire che abbiamo molti più punti in comune di quanto pensiamo. Tutti vogliamo una vita dignitosa, nel rispetto di chi ci è vicino, sia che ci somigli sia che sia diverso da noi».
Le piacerebbe incontrare Papa Leone?
«Ho la curiosità, molto italiana, di passeggiare nei viali della Santa Sede e parlare con chi rappresenta la spina dorsale della religione. Il Papa, in particolare, incarna il dilemma dell’uomo: cosa possiamo fare per gli altri e cosa gli altri rappresentano per noi. Se capitasse, coglierei l’occasione. Anche solo per piantare una tenda nei giardini vaticani, che sono meravigliosi, e osservare. Da scout. Da osservatore romano (ride)».
Nel disco emerge una visione critica del presente. In Piove metallo canta: “La speranza di farcela è spenta”.
«Le parole dicono che la speranza è accesa, ma le azioni lo negano. È uno di quei casi in cui il presente rende anacronistica una canzone che immaginavo fantascientifica. Purtroppo le immagini delle piogge di petrolio sui cittadini di Teheran rendono la canzone già antica. Il metallo rappresenta l’azione dell’uomo che ritorna su di noi nel ciclo naturale. E intanto si racconta che la soluzione sia andarsene altrove, consumare un altro pianeta. È un consumismo senza fine: delle cose, ma anche delle persone, usate e poi abbandonate».
In Moto ondulatorio riflette invece su bene e male.
“È nato prima il bene e poi il male a bilanciare”. Il moto ondulatorio è il superamento della superficie: un’onda musicale ma anche relazionale. Ci muoviamo continuamente: riconosciamo qualcosa e poi lo neghiamo. Riconosciamo negli altri ciò che non vorremmo vedere in noi. Ma quando accettiamo che quei difetti ci appartengono, allora facciamo pace. Con noi stessi e con gli altri».
Nel disco torna il tema del consumo e dell’eccesso.
Tutto ciò che aggiungiamo per colmare i nostri limiti aumenta l’insoddisfazione. Solo nell’essenziale si può trovare una vera soddisfazione. Oggi tutto diventa servizio, tutto ha un prezzo. Anche i bambini vengono trasformati presto in consumatori, con l’intelligenza artificiale che entra nei giochi, mentre la coscienza si sta formando. È pericoloso ridurre l’umanità a target commerciale. Ci sono cose che hanno valore proprio perché non hanno prezzo».
Perché il titolo Doppia Mozzarella?
È l’idea di non accontentarsi mai: raddoppiare, triplicare, voler sempre di più, fino a non essere mai sazi. Avere fame anche quando la fame biologica è già soddisfatta. Quell’immagine mi sembrava una metafora efficace di questo disco e delle sensazioni che contiene».
Avvenire

Siamo storie in agrodolce, metafore dell’unicità

Siamo storie in agrodolce, metafore dell’unicità

C’è un tempo che non fa rumore. Non si impone, non reclama attenzione, non corre per arrivare prima degli altri. È il tempo delle cose che maturano senza fretta, come il pane lasciato lievitare nella penombra della cucina o la parola custodita nel cuore prima di essere detta. È il tempo che spesso dimentichiamo, eppure è quello che ci salva.
Viviamo immersi in una fretta che promette efficienza e ci consegna, invece, una sottile inquietudine. Corriamo per non restare indietro, accumuliamo gesti e impegni, riempiamo le giornate fino a non lasciarvi più spazio. E così perdiamo il sapore. Non perché le cose siano diventate insipide, ma perché non diamo loro il tempo di sprigionare il gusto.
La vita interiore somiglia molto all’agrodolce, metafora di storie che sanno tenere insieme gli opposti, a volte anche le contraddizioni. Qualche tempo fa è venuto a trovarci M. La sua vita, a prima vista, era piena: lavoro stabile, relazioni, impegni continui. Eppure, sotto quella superficie ordinata, si muoveva una domanda inquieta, mai del tutto ascoltata. Non era un vuoto clamoroso, ma una mancanza sottile, come un sapore che non convince.
Non c’è stato un momento spettacolare nella sua storia, nessuna svolta improvvisa. Piuttosto, piccoli scarti. Un invito accettato quasi per caso. Una sera trascorsa in silenzio, senza il bisogno di riempirlo. L’incontro con qualcuno capace di ascoltare senza giudicare. E poi, lentamente, la scoperta di una parola che non veniva da lui, ma lo riguardava profondamente.
All’inizio, più che una fede, era una resistenza che si allentava. M. ha iniziato a fermarsi, a concedersi spazi di solitudine, a sostare su ciò che sentiva. Non sempre era facile: emergevano fragilità, domande, anche ferite che chiedevano di essere guardate. Ma proprio lì, dove avrebbe voluto fuggire, ha iniziato a intravedere una presenza diversa.
Un giorno ci ha detto, con semplicità: “Non è cambiato tutto, ma è cambiato il modo in cui guardo le cose”. La sua vita non è diventata perfetta, né priva di difficoltà. Ma qualcosa si è riordinato. Le priorità si sono fatte più chiare, le relazioni più vere, il tempo meno affollato e più abitato: né solo tutto agro, né solo tutto dolce.
C’è una sapienza nascosta nel rallentare. Non è pigrizia, ma attenzione. Non è rinuncia, ma scelta. Significa riconoscere che non tutto dipende da noi, che c’è una misura più profonda delle cose che non possiamo controllare. Significa fidarsi che ciò che conta davvero ha bisogno di tempo per rivelarsi.
Nella vita monastica, questa verità si impara quasi senza accorgersene. I gesti si ripetono, i ritmi sono essenziali, le ore si susseguono con una fedeltà che non stanca. E proprio lì, dove apparentemente nulla cambia, ci si accorge che tutto si trasforma. Lentamente, ma realmente.
Forse anche per noi, nel cuore delle nostre città e delle nostre case, è possibile ritrovare questo tempo diverso. Non si tratta di fare meno, ma di abitare meglio. Di restituire peso a ciò che viviamo. Di concederci il diritto di non essere sempre altrove. Perché ci sono verità che si comprendono solo sostando. E parole che si ascoltano soltanto quando smettiamo di correre.
Avvenire

Un mese di guerra con l’Iran e i fronti sono ancora tutti aperti

Un mese di guerra con l'Iran e i fronti sono ancora tutti aperti

Un mese esatto è trascorso da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha iniziato i bombardamenti dell’Iran. Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla.
Libano e Golfo: 2 fronti paralleli e indipendenti
Il Medio Oriente brucia, da Israele agli Emirati. Eppure nella guerra cominciata il 28 febbraio si possono individuare due fronti, principali e, solo in parte, collegati. All’attacco di Usa e Israele, l’Iran ha risposto, da una parte, colpendo i vicini del Golfo. I sette Paesi arabi, cioè, che ospitano basi statunitensi: Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati. Teheran, dall’altra, ha “attivato” i proxy, le milizie alleate sparse nella regione. Nella tra il 2 e il 3 marzo, Hezbollah ha, così, lanciato una raffica di razzi sul nord di Israele, a cui il governo di Benjamin Netanyahu ha reagito con raid massicci nel sud del Libano e di Beirut. Il “Paese dei cedri” s’è così ritrovato angora una volta strangolato dal conflitto tra Tel Aviv e il gruppo armato. Uno scontro che procede in modo parallelo e indipendente rispetto a quello nel Golfo e rischia di protrarsi ben oltre quest’ultimo. Israele sembra determinato a creare una “fascia di sicurezza” nel territorio a sud del Litani. Lo spettro di una nuova occupazione aleggia sul Libano.
Le petromonarchie in equilibrio precario
Fiducia nelle garanzie di sicurezza Usa, un cauto avvicinamento all’Iran e espansione dei rapporti economici con Israele. Su questi tre pilastri, gli Stati del Golfo hanno basato, negli ultimi decenni, la propria strategia per proteggersi dai ripetuti cicli di violenza in Medio Oriente. L’attuale guerra rischia ora di farli crollare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei corridoi energetici e marittimi più importanti al mondo. E ridotto al minimo l’attività dei principali porti della regione mentre le principali compagnie aree hanno sospeso i voli, “scollegando” dal resto del mondo hub di transito globali come Dubai e Doha. La crisi è arrivata proprio nel mezzo del processo di diversificazione economica portato avanti dalle petro-monarchie, puntando su turismo, finanza e high tech. Settori in cui la stabilità è un fattore cruciale. Proprio quello che la guerra ora sta minando. Insieme all’illusione di avere raggiunto un punto di equilibrio tra Usa, Iran e Israele.
Civili uccisi e sfollati: la catastrofe umanitaria
Fin dal primo giorno, la guerra ha mostrato il suo volto più brutale. Il 28 febbraio, mentre il mondo si interrogava sugli effetti geopolitici dell’attacco a Teheran, una bomba – molto probabilmente scagliata dagli Stati Uniti – ha colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo almeno 110 bambine. In un mese, sono migliaia i morti nei combattimenti che dilaniano il Medio Oriente. Gli attivisti per i diritti umani contano già quasi 1.500 vittime civili in Iran – tra cui oltre duecento minori –, oltre a 1.100 militari e 700 morti “non classificate”. In Libano, i caduti sono oltre un migliaio, quasi un quarto sono bimbi e gli sfollati registrati superano il milione. Gli attacchi di Iran e Hezbollah hanno ucciso 16 civili in Israele e un’altra ventina nel Golfo. Nel conflitto sono morti, inoltre, tredici militari statunitensi, un soldato francese colpito da un drone in Iraq e 27 miliziani delle forze popolari curde. Una macabra contabilità che dà solo una pallida idea della catastrofe umanitaria in atto.
L’effetto domino globale del rincaro del greggio
Il conflitto ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio del 40 per cento. Ormai il costo di un barile non scende sotto i cento dollari. Determinante la decisione iraniana – prevedibile – di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del greggio mondiale. Finora, né le minacce e i raid ordinati da Donald Trump né gli intenti di trattativa dell’Agenzia internazionale dell’Energia sono riusciti a farlo riaprire. Appena quattro navi al giorno lo attraversano: prima della guerra la media era 120. Il rincaro repentino del combustibile hanno causato, da una parte, necessità di razionamento in vari Paesi. Dall’altra, gli aumenti si sono “trasferiti” sul resto della catena produttiva, generando una spirale di inflazione. Gli esperti parlano di una “austerity” più grave di quella determinata dallo choc petrolifero negli anni Settanta. La minaccia, ormai concreta, della recessione ha fatto crollare i consensi del presidente Usa al 36 per cento, a otto mesi dalle elezioni di midterm.
Avvenire

Viaggio a Gjader, l’incubo albanese dei migranti. «Urlano nel silenzio, nessuno risponde»

Viaggio a Gjader, l'incubo albanese dei migranti. «Urlano nel silenzio, nessuno risponde»

Scende dalla bici e si ferma a poche centinaia di metri dal Cpr italiano, tra i campi e alcune case sparse. Il signor Jozef, che vive a Gjader, dice di non sapere granché di chi è trattenuto lì dentro. «Man mano che arrivano, li fanno andare via. In un periodo il centro è stato quasi vuoto, gli operai dei dintorni erano senza lavoro. Ora si è riattivato». Poi, aggiunge: «Le persone all’interno urlano a volte, di notte e di giorno. È così che sappiamo se c’è qualcuno. Sembrano arrabbiati». Dall’apertura nell’ottobre del 2024, quando si prevedeva soprattutto il trattenimento dei richiedenti asilo intercettati in mare, e poi, dopo il decreto-legge del marzo 2025 con cui invece si è puntato a portare qui in Albania persone già trattenute in Italia nei Centri di Permanenza e Rimpatrio, la controversa struttura ha registrato sempre presenze ridottissime. A febbraio, però, si è contato un picco di presenze, oltre novanta.
Nel bar accanto alla scuola del villaggio, seduto con altri residenti, il signor Agroni conferma: «Urla? Sì, da casa di mia figlia, là vicino le sento. E colpi sulle inferriate». Un altro abitante del posto, che faceva il guardiano quando c’era il cantiere, aggiunge che si è saputo che qualcuno ha inghiottito un cucchiaio per andare in ospedale. «Si fanno del male di proposito», dice. Venti auto parcheggiate all’esterno del Cpr, almeno sette all’interno. «Quante persone ci siano dentro, non lo sappiamo», ci dicono poliziotti albanesi all’ingresso. Si apre il cancello e due agenti italiani ci chiedono di allontanarci. Da sopra la collina si scorge un blocco di container, ma attorno non si vede nessuno. Questo segmento era nato per i richiedenti asilo intercettati in mare, da sottoporre a procedure accelerate se di Paesi di origine sicuri. Quel tipo di trattenimento è stato sospeso dopo un rinvio alla Corte di Giustizia dell’Ue. Più in là sorge il Cpr, un quadrato con stanze-celle. Nel cortile interno, grate sopra la testa, tra le persone e il cielo.
Suor Alma, che a Gjader gestisce la casa-famiglia “Rozalba”, ci racconta che all’apertura del centro, il direttore si era rivolto a lei, lì da ventiquattro anni, per offrire ai residenti possibilità di lavoro. «La maggior parte degli assunti sono locali, mediatori, personale sanitario, di mensa e pulizie, tra le venti e le trenta persone. Per un villaggio piccolo, è molto». Delle urla non sa nulla. «Non le abbiamo mai sentite. Io non sono d’accordo con il sistema dei Cpr in sé, però qui abbiamo fatto una scelta di comunità», aggiunge. All’interno, infatti, una delle sue suore è mediatrice culturale. «È una figura di consolazione. Per quanto ne so, i servizi sono ottimi». Che sia un centro ben equipaggiato dà conferma Francesco Ferri di ActionAid e del Tavolo Asilo e Immigrazione. È entrato diverse volte con parlamentari in visita ispettiva. «Sotto alcuni profili, rispetto ai Cpr italiani, quello di Gjader è eccellente», spiega al telefono. «L’ente gestore ci ha mostrato spesso l’ala sanitaria, le tecnologie moderne. Però anche la struttura migliore, a cosa vale se poi è al di fuori del perimetro del diritto e se le procedure producono sofferenza? Presso la Corte di Giustizia dell’Ue pendono ancora due rinvii pregiudiziali». L’ultima volta che è entrato è stata tra il 23 e il 24 febbraio, nei giorni del picco di presenze.
«Sappiamo di un nucleo di trattenuti lì da molti mesi, perché non possono accedere alla domanda di asilo e le autorità non riescono a rimpatriarli», spiega l’attivista. Si trova tuttora nel centro un assistito dell’avvocato Salvatore Fachile di Asgi. È un cittadino togolese mandato in Albania per due volte. «Dopo la liberazione per il suo stato di salute, tornato in Sicilia lo hanno fermato di nuovo e per la seconda volta è a Gjader», spiega il legale. «Verso il Togo un rimpatrio è difficilissimo, abbiamo chiesto più volte al Consolato di organizzarlo, ma non rispondono». Che senso ha, allora, un trasferimento in un Cpr, chiediamo. «Nessun senso, probabilmente per fare numero. Il mio cliente ha subito un’operazione alla mandibola, ora non segue le terapie, non riesce a incontrare specialisti. L’unico medico è privato, dell’ente gestore che è pagato per giorni di permanenza dei trattenuti, c’è conflitto di interesse. Una sanità pubblica che garantisca il diritto alla salute non c’è nei Cpr in generale, ma ancora meno a Gjader. Nessuna rete esterna di ospedali, Asl o servizi psichiatrici su cui contare. Il diritto alla vita privata e quello alla salute mancano non per carenze, ma perché strutturalmente all’estero non sono possibili», conclude. Casi di «sofferenza acutissima, disagio psicofisico, intontimento forse per farmaci»: li ha riscontrati, nelle visite, Francesco Ferri che a febbraio ha avuto «la sensazione forte di uno stato di agitazione più alto che in passato. Ci hanno mostrato ferite autoinferte. Ho ascoltato storie di chi, da vent’anni in Italia con un lavoro stabile, l’ha poi perduto e con quello il permesso di soggiorno. In molti ci hanno chiesto, angosciati: “Perché sono qui, perché proprio io?” A queste domande noi non abbiamo risposte».
Avvenire

Guerre dimenticate, ci sono 59 buoni motivi per raccontarle

Guerre dimenticate, ci sono 59 buoni motivi per raccontarle
«Guerre dimenticate». Periferia del pianeta e “incidente” della storia da mettere in luce per debellarle grazie all’intervento politico mondiale. Insomma, un’opera di “scavo” negli angoli bui del presente, ma in uno scenario di equilibrio globale. Ecco, tutto questo condensato di “vecchio buon senso”, pare ora spazzato via dalla tempesta perfetta che in un decennio, con un’impennata con la presidenza Trump, ha creato un nuovo disordine mondiale. Così ora, tragicamente, la guerra non è più dimenticata alla periferia ma al centro del presente.
Dagli anni dieci di questo secolo, in realtà, viviamo come su un piano inclinato che, nella crisi delle istituzioni internazionali e nello svuotamento della diplomazia, vede un progressivo disconoscimento dei diritti umani e una corsa generalizzata al riarmo. Una conferma viene dal Global Peace Index del 2025: secondo l’istituto di ricerca australiano vi sono 59 conflitti fra Stati in questo momento nel mondo. È il dato peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Nel 2024 sono stati 17 i Paesi che hanno registrato più di mille morti in conflitto. Il ritorno della guerra è pure dimostrato da un drastico abbassamento nella capacità di risolverla: se negli anni Settanta quasi un quarto dei conflitti terminava grazie a un accordo di pace, mezzo secolo dopo sono appena il 4 per cento a farlo.
La “guerra mondiale globale”, dunque, non si combatte solo in Ucraina, a Gaza ed ora, da ultimo, in Iran. I teatri si moltiplicano e producono un bilancio di morte di anno in anno insostenibile. Nel 2024, le vittime, secondo il Sipri, sono state 239mila, quasi cinquantamila in più dell’anno precedente. La gran parte, conseguenza di cinque scontri ad altissima intensità: Israele e Hamas e Russia e Ucraina, la guerra civile in Myanmar e quella in Sudan, il conflitto in Etiopia. L’Europa è il continente che ha visto in pochi anni, a causa del conflitto tra Russia e Ucraina, raddoppiare il numero di vittime, mentre la guerra a Gaza ha propagato violenza in tutta la regione mediorientale. L’Africa sub-sahariana resta la regione con il maggior numero di conflitti, ventuno, anche se molti risultano a bassa intensità con la guerra civile in Sudan che registra quasi un quarto delle vittime di tutta l’area. L’America non registra al suo interno un conflitto maggiore, ma l’America Latina sperimenta un’evoluzione della categoria di guerra: la sua privatizzazione. Protagonisti sono gruppi che non cercano né di conquistare i vertici del sistema né di mutarlo: puntano a trarne il massimo vantaggio, esercitando un potere parallelo che finisce per inglobare quello ufficiale. Haiti è il caso estremo: la soglia bellica è superata da una miriade di gruppi criminali in lotta per accaparrarsi brandelli di territorio. «La polverizzazione della guerra» la definisce Francesco Strazzari, politologo della Scuola universitaria Sant’Anna di Pisa.
Quello delle vittime non può, dunque, essere l’unico criterio per analizzare le guerre, specie quelle dimenticate. «Le logiche sono tante e si intersecano tra loro: corsa per l’accaparramento delle risorse, soprattutto energetiche, persistenza di “zone di faglia” tra potenze geopolitiche, confini storicamente contesi. Logiche che si intersecano. Non sempre, poi, lo scontro affiora in superficie – sottolinea Strazzari –. Molto spesso è carsico: si inabissa, pronto a riesplodere alla prima scintilla».
Il tempo della “policrisi” che stiamo vivendo determina l’intrecciarsi di vari fenomeni che proiettano differenti coni d’ombra sul mappamondo. Illuminarli è la meta del viaggio che iniziamo e che durerà tutto l’anno: vogliamo raccontare un fenomeno diventato tragicamente globale a partire dalle singole specificità. Raccontare i conflitti dimenticati, senza la presunzione né di farne un elenco completo né di spiegarne in modo esaustivo le motivazioni, significa fare giustizia a un vuoto di informazione. E a un vuoto di narrazioni alternative allo slogan della guerra inevitabile.
Avvenire

«Cari bambini, donateci il vostro sguardo e restituite ai più grandi la bellezza del mondo»

«Cari bambini, donateci il vostro sguardo e restituite ai più grandi la bellezza del mondo»

in Avvenire
Caro direttore,
con gioia, in questi giorni di grande preoccupazione per le guerre che minacciano il futuro dell’umanità, colgo l’occasione dello speciale anniversario di Popotus – l’inserto settimanale che Avvenire dedica ai bambini – per rivolgermi attraverso di lei direttamente a loro, ai più piccoli, e attraverso di loro ai genitori e agli insegnanti che con loro leggono in un linguaggio diverso le notizie del mondo: quelle buone che ci incoraggiano e quelle cattive che possono insegnarci a non ripetere più gli stessi errori.
A voi, care lettrici e cari lettori bambini di Popotus, voglio dire che restituire al mondo la sua bellezza è possibile, e che voi potete aiutare i più grandi a vederlo – proprio attraverso questo giornale pensato per voi – con rinnovato stupore nella sua grazia, a pensarlo con fiducia, e costruirlo senza pregiudizi. Crescendo scoprirete, come chi vi ha preceduto (i lettori bambini dei primi numeri di Popotus hanno ormai più di 30 anni), cose sempre nuove, costruirete voi stessi cose nuove; ma ci sono cose che dovrete sempre custodire di questi vostri primi anni di vita: la fiducia in chi vi vuol bene, il linguaggio universale dell’amore, la forza disarmante del sorriso, il coraggio di chiedere scusa, la bellezza di fare pace.
Gesù lo ha detto ai suoi discepoli: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». E lo dice oggi anche a noi. Essere come bambini non è tornare indietro, ma custodire una chiave per vedere l’essenziale di ogni cosa, per trovare risposte sorprendenti anche alle domande più difficili. Forse solo guardando gli occhi smarriti dei bambini di fronte alla barbarie della guerra possiamo convertirci. Reimparare a guardarci negli occhi e a guardare il mondo con occhi puri.
Cari genitori e cari insegnanti, a voi tramite i vostri piccoli compagni di strada voglio dire grazie della cura e dell’amore che avete nell’educarli. Nell’aiutarli a tirare fuori la bellezza che hanno dentro, e a esprimerla in modi sempre nuovi, relazionandosi con la storia, con la memoria, con la vita. Ognuno secondo la propria unicità, che è un dono di Dio.
Voi siete testimoni di come i bambini ci educano mentre li educhiamo e di come dobbiamo proteggerli da un’idea disumana dell’informazione dell’educazione. Tutti, specialmente oggi, nell’era digitale e dell’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di un’educazione permanente. E per rimanere umani abbiamo bisogno di preservare uno sguardo bambino sulla realtà.
Anche per questo non dobbiamo lasciare che i bambini finiscano con il credere di poter trovare nei chatbot della IA i loro migliori amici o l’oracolo di ogni sapere, impigrendo il loro intelletto e la loro capacità relazionale, intorpidendo la loro creatività e i loro pensieri. Dobbiamo custodire la loro infanzia e guidare la loro crescita perché siano protagonisti di un mondo rinnovato.
Caro direttore, cara comunità di Popotus, grazie del vostro servizio. Buon anniversario.
Leo PP. XIV