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Assisi 2026, le religioni unite per la pace: “Basta con le guerre, scegliamo il dialogo”

Assisi 1986-2026: la pace ha bisogno di dialogo. Quarant'anni dopo lo  storico incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi, il  messaggio di pace e di dialogo conserva tutta la sua
Si conclude nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco l’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, a quarant’anni dalla storica giornata voluta da Giovanni Paolo II. Le parole di Zuppi e Bartolomeo I, le testimonianze dei rappresentanti religiosi e l’appello finale affidato ai bambini: “È ora di riabilitare la pace”

Guglielmo Gallone – Inviato ad Assisi

Eccolo, lo spirito di dialogo e di pace che ha attraversato Assisi in questi giorni. Si è manifestato tutto nell’arco di poche ore, sotto un cielo azzurro e un sole pieno, ormai calante, di fronte a 5mila persone, nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco. Qui, quarant’anni dopo lo storico incontro voluto da San Giovanni Paolo II, il 27 ottobre 1986, uomini e donne di religioni, culture e Paesi differenti si sono ritrovati ancora una volta gli uni accanto agli altri, per pregare, incontrarsi e chiedere la fine delle guerre. Cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, shintoisti, taoisti, zoroastriani e tanti altri hanno composto un’immagine che ha racchiuso il senso dell’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, giunto oggi, martedì 27 ottobre, alla sua conclusione. Tre giorni di dialogo, testimonianze e confronti, tre giorni dedicati a tutti i conflitti, anche quelli più dimenticati, e agli innumerevoli sforzi per porvi fine, culminati in un appello rivolto al mondo: “Basta con le guerre! Basta con la cultura della guerra, scegliamo la creatività del dialogo e l’audacia della pace”.

Vatican News

Anatomia di una rabbia- La rabbia dei giovani racconta una crisi di senso e speranza che interroga la responsabilità degli adulti Questa conversazione ti è stata utile finora?

L'arco storto

Avvenire

«Iuvenes eorum comedit ignis» (Sal 78,63). Il fuoco divorò i loro giovani. È il grido antico del salmista.
Da allora sono trascorsi millenni. Eppure quelle parole sembrano scritte apposta per la cronaca di questi giorni. Milano, 17 ottobre 2026. Fumogeni, sanpietrini, vetrine in frantumi, tavolini strappati ai dehors e scagliati contro gli scudi. Centinaia di giovanissimi, molti minorenni, convocati su TikTok da una sigla che nessuno conosceva. Senza bandiere di partito, senza leader, con il tricolore accanto ai vessilli dei Paesi da cui erano partiti i loro genitori. Lo stesso sabato, in Francia, oltre mezzo milione di persone in piazza: una protesta nata nei licei di Créteil e dilagata ovunque, scontri e incendi, più di duemila fermi in un solo fine settimana. Finché Parigi, la città che si volle dei Lumi, ha dovuto spegnere per decreto le proprie strade e riesumare una parola di guerra: coprifuoco. Dalle otto di sera alle sei del mattino, in interi quartieri di Parigi, di Lione, di Lille, di Nizza. Pochi giorni prima, a Lisbona e Porto, si sfilava dietro uno striscione che ha il sapore antico di un epitaffio: «Non si può più vivere così». E ancora le piazze spagnole per la casa, gli studenti serbi dopo il crollo della pensilina di Novi Sad, i ragazzi di Kathmandu capaci di far cadere un governo. Più di cinquanta Paesi. Un’unica febbre. Un’unica rabbia che divampa. E brucia, brucia tutto.
Il fuoco, appunto. Ancora una volta. Fuoco che divora i giovani. E non solo i giovani. E che anche gli stessi giovani, troppo spesso, alimentano.
Un altro Salmo, il centoventisettesimo, ci ricorda, però, che «come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza» (Sal 127,4). Molti secoli dopo, Khalil Gibran avrebbe scritto ai genitori: «voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce vive, sono lanciati in avanti». Le generazioni sono archi e frecce: sono archi i padri, sono frecce i figli. La freccia, però, non sceglie la propria traiettoria. La riceve. Dalla tensione della corda, dalla forma del legno, dall’occhio dell’arciere che vede il bersaglio. Per questo, se la freccia devia, prima di interrogare la freccia occorre interrogare la mano che l’ha scoccata. Se il fuoco divora i figli, sono i padri a doversi interrogare per primi sui loro errori. Per primi. Ma non da soli. Gibran definisce i giovani «frecce vive». E chi è vivo sceglie. Chi scaglia una pietra resta responsabile di quella pietra. Nessuna ferita subita giustifica la ferita inflitta. Non si costruisce un mondo migliore devastando quello che c’è. Si costruisce un mondo migliore nella verità. Nella verità della propria natura, senza la quale non può esserci verità della storia. E nel sacrificio di sé (non di chi o di ciò che è altro da noi), necessario a custodire ed edificare la verità. Perché – ed è questo, a mio avviso, il cuore della questione – fuori dalla verità di natura non si possono conseguire fini di bene. Non lo possono i padri che hanno spento la luce. Non lo possono i figli che devastano per riaccenderla.
Lo ha ricordato, pochi giorni dopo le violenze di Milano, anche Papa Leone XIV. Rivolgendosi a chi educa nelle scuole e nelle università, ha descritto giovani «come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi», stretti in «una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato». E ha indicato la via: «Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso». Perché «sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati». Non di un amore qualunque, ma di un amore che è verità.
Il Presidente Mattarella, a sua volta, ha chiesto, all’indomani degli scontri, «un’analisi intelligente e approfondita» di violenze che sembrano esplodere «in modo inatteso da soggetti inediti». Una condizione che «pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili». Senza mai dimenticare, ha ricordato, che «ogni violenza è inaccettabile».
Qual è, allora, il punto di vista delle diverse scienze sulla traiettoria di queste «frecce vive» scagliate, a volte disordinatamente, verso il futuro?
L’economia ne calcola la spinta. Federico Fubini sul Corriere ed Enrico Giovannini su Avvenire hanno, molto opportunamente, ricostruito il quadro di crescenti diseguaglianze nel quale questo movimento si sviluppa. Tutto vero. Forse potremmo aggiungere anche che la povertà, da sola, non basta a generare e a “giustificare” la rabbia. Generazioni più povere di questa, in passato, sono partite con la valigia di cartone, finanche cantando, mosse dal desiderio positivo di affrancarsi dalla loro condizione di disagio e di costruire un mondo migliore e un futuro più bello. La diseguaglianza diventa rabbia, invece, solo quando la promessa si rompe. Anzi, quando non c’è più nemmeno una promessa. Vale la pena tenerlo a mente.
La sociologia, a sua volta, ne disegna il profilo. Ragazzi dell’hinterland, figli di chi è già emigrato una volta, che non hanno un altrove verso cui fuggire perché sono già l’altrove dei loro padri. Mentre i coetanei della borghesia partono a migliaia con la laurea in valigia, a loro l’uscita è murata.
La politica, infine, ne registra il vuoto in cui si muovono. Hirschman distingueva tre risposte al declino di una comunità: andarsene, protestare, restare fedeli. A chi non può partire e non è mai stato davvero accolto resta soltanto la voce. Ma una voce senza istituzioni che la ascoltino, senza corpi intermedi che la traducano, o si spegne o diventa grido. E il grido che non trova orecchio diventa urlo che pietrifica e trafigge. E la politica, a destra come a sinistra, sembra non avere risposte. Sloterdijk direbbe che sono fallite le «banche dell’ira»: i partiti e i movimenti che un tempo raccoglievano la collera dei singoli e la investivano in un progetto. Oggi, invece, la rabbia non ha argini. E non manca chi teme che, dietro sigle senza volto e convocazioni anonime, si stenda l’ombra lunga di guerre ibride e di regie interessate a soffiare sul fuoco. C’è chi vi legge soltanto un problema di ordine pubblico, e invoca più divise. C’è chi vi legge soltanto l’esercizio del diritto alla protesta, e chiede più ascolto. Entrambi i punti di vista hanno un loro fondamento. Nessuno dei due, tuttavia, è sufficiente a comprendere il fenomeno nella sua complessità. Non è solo questione di sicurezza. Non è solo questione di libertà. È questione di senso.
Da ultimo, viene in soccorso la filosofia, che interroga questa rabbia risalendo all’assenza di senso da cui scaturisce la disperazione, una delle condizioni più ricorrenti tra le nuove generazioni. Kierkegaard la chiamava «malattia mortale», non perché uccida, ma perché impedisce tanto di vivere quanto di morire: è il sé che non riesce più a fondarsi.
Le analisi, dunque, si moltiplicano. Ciascuna di esse offre una prospettiva diversa, meritevole di considerazione. C’è chi parla di noia, la malattia sottile di chi possiede tutto ma ha perso il senso del vivere. C’è chi parla di immaturità: l’età dell’innocenza che smarrisce la sua purezza, la potenza dell’adolescenza che non è ancora diventata competenza. C’è chi indica la disconnessione dal reale, un’esistenza consumata dietro uno schermo, da cui discendono un’immaturità persistente e l’assenza di ogni senso del limite. C’è chi torna alle diseguaglianze crescenti, alle ingiustizie sociali e intergenerazionali. Tutte letture da approfondire e da tenere nella giusta considerazione.
Eppure, mentre le diagnosi proliferano, la cura tarda a emergere. Il nostro tempo sembra aver affinato come nessun altro l’arte di descrivere gli effetti, mentre ha smarrito quella di risalire alle cause profonde. Parole, parole, parole. La politica, assediata dall’urgenza, fatica a raggiungere le radici del disagio, persino quelle civili. L’accademia ne misura i sintomi con precisione crescente, ma stenta a tradurre la conoscenza in sapere vivificante e poi in educazione. E anche le comunità di fede, custodi della parola che forma le coscienze, faticano a raggiungere chi non ne varca più le soglie. Alla prova della storia, emerge così una diffusa impotenza.
Dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà, allora, di riconoscere che c’è dell’altro. Le cause e le soluzioni stanno più in basso (o più in alto, molto più in alto) del punto in cui ciascuna scienza è abituata a guardare. C’è dell’altro. E c’è di più da indagare. Bisogna andare oltre. Oltre gli effetti visibili. Scendere più in basso, fino alle fondamenta. Fino all’arco.
Proviamoci.
La disperazione sopravviene quando si perde la speranza. La speranza si perde quando si spegne la luce. Perché sperare è vedere. Vedere oltre. Vedere l’alba oltre la notte. Chi non vede nulla non può attendere nulla. E la luce si spegne quando si smarrisce la verità. Non una verità qualunque, opinabile, negoziabile. La verità di ciò che siamo. La verità di natura di cui si diceva sopra. Un sé senza fondamento è un sé senza direzione. E un sé senza direzione è un arco storto.
Il Salmo che ci ha consegnato il fuoco ci consegna anche quest’altra immagine. Conversi sunt retro ut arcus pravus (Sal 78,57). Si sono rivoltati all’indietro, come un arco storto. Pravus: deforme, contorto, distorto. E insieme malvagio, sbagliato, infondato. Una sola parola tiene insieme la fisica e la morale, come se gli antichi sapessero che il male è anzitutto una deformazione della forma. Un arco che perde la sua finalità è un arco che ha perso la sua stessa natura di arco. Non scocca più. Oppure scocca all’indietro, contro l’arciere. Lo stesso Salmo lo aveva annunciato poco prima: Filii Ephraim, intendentes et mittentes arcum, conversi sunt in die belli (Sal 78,9). I figli di Efraim, arcieri provetti, nel giorno della battaglia voltarono le spalle. Avevano l’arco. Avevano la mano. Avevano perduto la memoria: et obliti sunt factorum eius (Sal 78,11). Dimenticarono le opere e le meraviglie che il Signore aveva mostrato loro. Sempre l’oblio precede la deformazione. Prima si dimentica. Poi ci si torce.
Ecco perché le frecce non colpiscono più il bersaglio giusto o addirittura tornano indietro. Non perché siano nate storte, ma perché storto è l’arco che le ha lanciate. Conversi sunt retro: è l’arco dei padri a essersi rivoltato, ed è la freccia dei figli a pagarne la traiettoria. E il Salmo spiega bene dove conduce questa torsione. Dalla schiavitù dell’Egitto, dalla quale il Signore li aveva liberati, si sono inabissati in una schiavitù ancora peggiore. Dalla libertà sono tornati nella schiavitù, dalla vita nella morte. Persero la loro essenza e la loro finalità. E senza la sua essenza e senza il suo fine, il popolo di Dio non era più il popolo di Dio. Senza la sua essenza e senza il suo fine, l’Umanità non è più l’Umanità. Senza la sua essenza e senza il suo fine, ciascuna persona non è più vera persona.
Anche il rischio che queste frecce siano scoccate da mani occulte verso bersagli altrui non smentisce l’analisi. La conferma, invece. Rabbia dei giovani e manipolazione dei poteri non sono letture da contrapporre, come se l’una escludesse l’altra. Coesistono. E hanno la stessa radice. Un mondo che ha smarrito la verità di natura genera insieme la disperazione di chi brucia e il cinismo di chi accende. È l’arco deforme che oggi regge la storia: storto nei padri che non trasmettono, storto nei figli che devastano, storto nei poteri che manovrano e non sono capaci di offrire soluzioni. Così, la sequenza degli errori si perpetua all’infinito.
I Greci chiamavano hamartía l’errore dell’arciere: mancare il bersaglio. Il Nuovo Testamento userà questa parola per dire il peccato. Non anzitutto una trasgressione: uno smarrimento della mira. E l’apostolo Paolo, per dire la vita salvata, corre katà skopó (Fil 3,14), verso il bersaglio. La speranza ha una mèta. La disperazione no.
Abbiamo consegnato ai nostri figli un mondo senza bersaglio. Abbiamo insegnato loro che la verità non esiste, che il bene è una preferenza, il fine un’opinione. Abbiamo chiamato libertà l’assenza di direzione. E ora ci stupiamo che le frecce ricadano su di noi. Abbiamo dichiarato umana ogni parola che veniva dall’alto. E se è parola umana, perché ascoltarla? La mia parola sarà sempre più vera e luminosa della parola altrui. Poi abbiamo relativizzato ogni maestro: se sono tutti uguali, nessuno è autorevole. È l’antica pretesa di Core, Datan e Abiràm: «tutti sono santi» (Nm 16,3), e dunque nessuno ha più nulla da insegnare. Sappiamo come finì. La terra spalancò la bocca e li inghiottì.
E infine abbiamo smarrito la verità di natura, e con essa la possibilità di perseguire fini di bene. Ecco il cuore della questione, come già anticipato, dal punto di vista della teologia fondamentale. Ogni volta che si perde la natura, si perde anche il fine. Quanto più si degrada la natura, tanto più si degrada il fine. Abbiamo preteso di custodire la giustizia, la pace, la dignità dopo aver dissolto la natura che le fonda. Il frutto senza la radice non può maturare né essere raccolto. Un fine senza natura si dilegua come acqua gettata a terra. Dalla natura di bene siamo divenuti natura di male. Inevitabilmente il male è divenuto il fine della nostra vita.
Ecco l’impossibilità. La vera, insuperabile impossibilità. Non morale, quindi, ma di natura. Fuori dalla verità di ciò che siamo non ci manca la volontà di costruire, di dare, di custodire la speranza. Ci manca la possibilità. All’arco storto non manca il desiderio di colpire nel segno: manca la forma, manca la struttura, manca la meccanica. Nessuna riforma, nessun piano casa, nessun sussidio, pur necessari, potranno da soli raddrizzarlo. L’arco non si raddrizza dall’esterno, con un supplemento di mezzi. Si raddrizza dall’interno, con una restituzione di forma. Il bene si può invocare, rincorrere, decretare. Senza verità, non si raggiunge. Il Salmo lo aveva già narrato. Nel deserto il popolo chiede carne e la riceve in abbondanza: manducaverunt et saturati sunt nimis (Sal 78,29), mangiarono e si saziarono oltre misura. Eppure nondum recesserant a desiderio suo (Sal 78,30): il cibo era ancora nella loro bocca, e non si erano staccati dalla loro brama. Sazi, ma non saziati. È il ritratto di una civiltà che moltiplica i mezzi e smarrisce il fine.
Il Salmo, però, conosce anche la cura. Si apre con un patto tra generazioni: ciò che i padri ci hanno narrato non lo terremo nascosto ai loro figli, ut ponant in Deo spem suam (Sal 78,7), perché ripongano in Dio la loro speranza. E spiega: ne fiant sicut patres eorum (Sal 78,8), perché non diventino come i loro padri, generatio quae non firmavit cor suum (Sal 78,8), generazione dal cuore incostante. Il Salmo non assolve i padri. Mette in guardia i figli.
È questo il debito più grave contratto con i giovani. Più del debito pubblico. Più dei patrimoni che non riusciranno ad accumulare. Il debito di una narrazione interrotta. Abbiamo trattenuto la luce e la verità. Peggio: le abbiamo spente, le abbiamo soffocate, credendo di emanciparci. Le nuove generazioni sono rimaste al buio. Senza verità. Senza speranza.
E se le nuove generazioni sono al buio e senza speranza, anche il domani sarà al buio e senza speranza. Perché la freccia di oggi è l’arco di domani. Anche questi ragazzi, un giorno, saranno chiamati a tendere la corda per figli che ancora non sono nati. Anche i giovani di oggi sono responsabili delle loro azioni e del loro impatto sulle generazioni e sulla storia di domani. Il patto del Salmo non li esonera. Li ri-chiama. Anche loro hanno il dovere di diventare archi buoni, di non lasciarsi torcere dalla rabbia, che deforma chi la porta prima ancora di ferire chi la subisce. Anche loro hanno il dovere di restare nella loro verità di natura. La legge non fa sconti a nessuna generazione: fuori dalla verità di natura non si raggiunge il proprio fine di bene. E si impedisce a chi verrà dopo di raggiungerlo. Un arco storto non tradisce soltanto la sua freccia. Tradisce tutte quelle che verranno. Gli errori dei padri non si riparano con gli errori dei figli. Si riparano con figli che scelgono di diventare padri migliori. Ne fiant sicut patres eorum ( Sal 78,8): è a loro, oggi, che il Salmo parla.
L’innovazione armonica nasce per questo. Ogni buon Armonauta lo sa. Raddrizzare l’arco. Essere frecce buone. A questo siamo chiamati.
Il Salmo, infatti, non finisce nel fuoco. Finisce con un pastore preso dietro le pecore, che guida il suo popolo in innocentia cordis sui (Sal 78,72), con cuore integro. Integro: intero, non spezzato, non torto. Non la forza, ma la forma ritrovata, l’arco diritto.
Forse è questo che i ragazzi in piazza, senza saperlo, stanno chiedendo: che l’Umanità smetta di essere un arco storto e ritorni a essere un arco buono. Tutta l’Umanità. Non una sola parte. Padri e figli. Nessuno escluso.

È testa a testa tra Netanyahu ed Eisenkot, ma la sorpresa in Israele è il boom dei partiti arabi

È testa a testa tra Netanyahu ed Eisenkot, ma la sorpresa in Israele è il boom dei partiti arabi

Avvenire

Gli israeliani sembrano aver indicato una direzione, ma non ancora un governo. Gli exit poll danno al “Likud” di Netanyahu 24-25 seggi contro i 21-23 di “Yashar” del generale Eisenkot. Il blocco anti-Bibi prevale però con 52 seggi contro 50, lontano dai 61 necessari. Per governare Eisenkot dovrà superare i veti degli alleati sul sostegno dei partiti arabi, accreditati di 18 seggi: 11 alla Lista Unita e 7 a Ra’am.
Un vincitore certo c’è: la partecipazione. Alle 22 aveva votato il 77,7% degli aventi diritto, il dato più alto a quell’ora dal 1999, secondo la Commissione elettorale. Le rilevazioni non consegnano al premier uscente la maggioranza e non ne decretano la fine politica. L’eternamente redivivo Bibi, dopo quasi vent’anni complessivi al potere, può ancora formare un governo se riuscirà a sottrarre alleati al campo avversario, oppure restare alla guida di un esecutivo provvisorio in caso di stallo e di nuove elezioni in pochi mesi.
In attesa del pronunciamento notturno del premier e dell’esito definitivo che potrebbe riservare altre sorprese, l’opposizione rivendica la vittoria. «Non lasciatevi confondere: il blocco di Netanyahu ha subito una dura sconfitta. È un crollo totale e gli elettori gli hanno detto di andare a casa», scrive Yair Lapid. Eisenkot parla invece di «totale sfiducia in Netanyahu e nel governo del 7 ottobre, espressa dalla maggioranza sionista e dalla maggioranza dei cittadini israeliani». Ma precisa: «Se questi saranno i risultati definitivi, sarà una vittoria della maggioranza sionista che ha a cuore lo Stato». Promette: «Agirò immediatamente per attuare la volontà dei cittadini, sostituire il governo Netanyahu e costituire al più presto un governo sionista della leva militare».
Si apre intanto la partita delle alleanze. «È un’occasione storica per formare un governo del cambiamento, non intendiamo rinunciarvi», dichiara Yair Golan, leader dei Democratici. «Siamo pronti a lavorare con tutti i nostri partner, superare le divisioni e assumerci le responsabilità». Golan è favorevole a un’intesa con Ra’am. Il suo leader Mansour Abbas, già nel pomeriggio, aveva annunciato: «Ra’am sarà il partito che consentirà di formare una coalizione e un governo, mandando la destra all’opposizione per quattro anni». Yousef Jabareen, presidente della Lista Unita, dalla sede del partito promette: «Speriamo di mandare a casa Bibi, Smotrich e il governo macchiato di sangue». Aveva prospettato un sostegno parlamentare esterno, condizionato a interventi per le comunità arabe e a una prospettiva politica palestinese. Ma Lieberman resta contrario a un governo dipendente dai voti arabi. Dal Likud Gideon Sa’ar replica: «La sinistra festeggia troppo presto».
La soglia del 3,25% potrebbe escludere dalla Knesset il “Popolo d’Israele” di Ofer Winter, la lista dei Riservisti e del Partito Economico di Yoaz Hendel e il “Pubblico Charedi” di Moti Leitner. L’esclusione non è ancora definitiva: molti voti rischiano di restare senza rappresentanza. Nel 2022 Netanyahu conquistò 64 seggi con appena 30mila voti di scarto rispetto all’opposizione. Meretz e Balad, sotto al minimo, lasciarono quasi 289mila voti – più di sette seggi – senza rappresentanza.
Destino e simbolo di ogni voto è Gerusalemme, sede della Knesset, il parlamento da 120 posti. La città dei Templi ebraici, del Santo Sepolcro e di al-Aqsa, divisa nel 1948 e sotto controllo israeliano dal 1967, resta occupata nella sua parte orientale. In nessun altro luogo la distanza fra il significato universale della Storia e la contabilità di un’elezione è così difficile da misurare. La distribuzione territoriale delle sezioni elettorali corre su molte cicatrici geografiche. L’esercito ne ha predisposte 850, circa un quarto mobili, per chiamare alle urne i soldati anche nella Striscia, nel Libano meridionale e in Siria. Si è votato nelle terre conquistate dalle forze armate come nella Palestina occupata, disegnando i confini del «Grande Israele» evocato dagli estremisti. Quando nel 1949 Israele elesse la prima Knesset, la guerra appena conclusa era indipendenza per gli israeliani, Nakba, esodo e sradicamento, per i palestinesi. Due memorie senza narrazione comune. Ogni elezione riapre la domanda irrisolta nel 1948: chi decide il futuro di questi luoghi.
Neanche la contabilità degli incidenti è stata facile. Le urne si riempiono, fuori si aspetta anche tre quarti d’ora per votare, e intanto si moltiplicano aggressioni e intimidazioni. Soprattutto nelle roccaforti ultraortodosse. A Beit Shemesh manifestanti danneggiano un seggio e invitano a non votare. A Bnei Brak sono denunciati assalti agli stand di «Charedi Public», partito ultraortodosso dissidente. A Modi’in Illit, nella Cisgiordania occupata, giovani estremisti ebrei devastano tavolini e bruciano volantini. Gli attivisti anti-Netanyahu denunciano schede scomparse e pressioni sugli elettori. A Tiberiade volano spintoni e insulti. A Holon due rappresentanti dei Democratici vengono colpiti a pugni, uno perde conoscenza. A Tel Aviv torna l’ombra del 1995, quando Yitzhak Rabin fu ucciso da un estremista ebreo di destra, in un clima di radicalizzazione politica nel quale era attivo anche Ben Gvir. Il servizio segreto interno aveva assunto due giorni fa la protezione del generale Eisenkot. Ma ieri un uomo è stato arrestato mentre si avvicinava al leader dei Democratici, Golan, con un coltello nascosto.
Il trauma del 7 ottobre non ha prodotto una lettura condivisa. Anche il lutto è diventato terreno di scontro: chiedere conto delle vite perdute può trasformare un padre o una madre in un nemico. «Questo non è niente», dicono i ragazzi del Sira Caffè, nel centro di Gerusalemme, bollato dagli oltranzisti come un covo di traditori perché antifascista. Lo frequentava Hersh Goldberg-Polin, rapito da Hamas il 7 ottobre e ucciso a Gaza durante la prigionia. Sua madre Rachel non ha seguito la retorica della sicurezza. Al decimo posto nella lista di Eisenkot c’è Shira Shapira, madre di Aner, che respinse le granate lanciate da Hamas nel rifugio dove si trovava anche Hersh. Anche Aner frequentava il Sira insieme ad Hersh. Da qui si censiscono gli insulti degli estremisti ai familiari dei caduti del 7 ottobre. Come se l’unica risposta all’attacco di Hamas fosse la fiducia cieca in Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. A Netanya, Ruby Chen, padre del soldato Itay ucciso da Hamas, stringe la fotografia del figlio davanti a un seggio: lo chiamano «traditore». A Rafi Ben Shitrit, ex sindaco di Beit She’an ed ex Likud, padre di Elroi caduto a Nahal Oz, non va meglio. «All’improvviso mi si avventa addosso un’attivista di Netanyahu, urlando come una furia», dice. Quasi non credeva che un’aggressione così potesse arrivare da una donna, da una madre. «Traditore», gli ha urlato. E ancora più forte: «Vergognati, vai con i traditori». Lui non ha reagito. «Ve lo racconto – dice l’uomo – solo perché capiate l’entità dell’odio che Netanyahu ha coltivato qui».
Il partito arabo Ra’am di Mansour Abbas denuncia ostacoli al voto, altre formazioni segnalano schede mancanti. Nel Negev tre residenti di due località beduine sono arrestati per sospetta compravendita di voti a favore di Ra’am. Proprio i partiti arabi, bersaglio delle polemiche elettorali, potrebbero ora risultare determinanti per la formazione del governo. Ma la disponibilità a trattare non equivale ancora a una maggioranza.
Qui la terra non è mai soltanto territorio. Per gli ebrei è memoria biblica, diaspora, ritorno, sicurezza collettiva dopo la Shoah. Per i palestinesi sono famiglie, villaggi, ulivi, luoghi perduti o ancora abitati. E quando i riflettori erano puntati sui seggi, in Palestina è spuntato un altro avamposto illegale, che potrebbe diventare una colonia. Qualunque governo nascerà, le trattative per formarlo potrebbero richiedere settimane. Nel frattempo Netanyahu resterà alla guida dell’esecutivo uscente. Ad al-Bireh, su una collina davanti al quartiere di al-Balou, sono apparse due case mobili sorvegliate da uomini armati. Intorno alle catapecchie con le ruote nascerà un altro pezzo di Israele laddove dovrebbero esserci solo palestinesi.

La Santa Sede ha pubblicato oggi, 22 ottobre 2026, «Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca», un nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della Fede

 Pubblicato il documento del Dicastero per la Dottrina della Fede “Venite ad Me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”
Il testo affronta una delle questioni più urgenti per la Chiesa cattolica: come trasmettere la fede cristiana in una società profondamente cambiata, nella quale il passaggio della fede da una generazione all’altra si è progressivamente interrotto in molte parti del mondo.
Il documento esamina il ruolo della famiglia, delle comunità ecclesiali, della liturgia e della testimonianza cristiana, soffermandosi anche sulla secolarizzazione, sulle tecnologie digitali, sui nuovi linguaggi e sulle sfide dell’evangelizzazione.
Al centro della riflessione vi è la necessità di riscoprire l’annuncio di Gesù Cristo e di individuare nuove modalità per raggiungere soprattutto i giovani e gli adulti che si sono allontanati dalla vita della Chiesa.

Tredicesime detassate in arrivo, come cambiano gli importi: ecco le simulazioni per fasce di reddito

In arrivo la detassazione delle tredicesime per i redditi bassi: secondo quanto riferiscono fonti di maggioranza, all’esito dell’ultimo vertice la misura sarebbe tra quelle che troveranno posto in manovra. Si starebbe ancora valutando, oltre al tetto al reddito, anche l’aliquota che potrebbe attestarsi al 15% o al 10%.

Tredicesime detassate in arrivo, come cambiano gli importi: ecco le simulazioni per fasce di reddito
Il Messaggero

Come cambierebbe la tredicesima

La detassazione delle tredicesime, se venisse approvata con un’aliquota agevolata al 15% o al 10%, permetterebbe ai lavoratori dipendenti con redditi bassi di ricevere qualche centinaio di euro netti in più, senza aumentare lo stipendio lordo.

Come cambierebbe la tredicesima

Oggi la tredicesima è tassata con l’Irpef ordinaria e non beneficia delle normali detrazioni per lavoro dipendente. Con la nuova misura, se l’aliquota agevolata sostituisse quella ordinaria sull’intera mensilità, il netto aumenterebbe.

Quanto si potrebbe guadagnare

Ecco alcune simulazioni basate su una tredicesima pari a una mensilità lorda, ipotizzando un’imposta sostitutiva applicata all’imponibile fiscale dopo i contributi previdenziali.

Fonte dei calcoli: PMI.it

Essendo una detassazione che riguarderà solo i redditi bassi, molto probabilmente le fasce di reddito oltre i 20.000 euro non saranno incluse dalla nuova misura.

Chi ne beneficerebbe?

Il punto decisivo è il limite di reddito:

  • Soglia a 15.000 euro: la misura riguarderebbe una platea più ristretta di lavoratori.
  • Soglia a 30.000 euro: potrebbe coinvolgere un numero maggiore di dipendenti.
  • Aliquota al 10% anziché al 15%: aumenterebbe ulteriormente il risparmio per chi rientra nella misura.

Per capire quanto potrebbe cambiare la tua tredicesima servono soprattutto la retribuzione annua lorda e la soglia di reddito che verrà eventualmente approvata.

Reggio Emilia / Così le celebrazioni dell’1 e 2 novembre con l’Arcivescovo Giacomo Morandi: in Cattedrale per la solennità di Tutti i Santi e al Cimitero Monumentale per la commemorazione di tutti i defunti

Queste le celebrazioni con l’Arcivescovo Giacomo Morandi per la solennità di Tutti i Santi e la commemorazione di tutti i defunti:

Domenica 1° novembre
Alle 11.30 l’Arcivescovo in Cattedrale presiede la Messa per la solennità di Tutti i Santi.

Lunedì 2 novembre
Alle 15.30 l’Arcivescovo celebra la Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti presso il Cimitero Monumentale di Reggio Emilia.

Il vescovo Giacomo Morandi benedice le statue dei santi in Cattedralea Reggio Emilia per la solennità di Ognissanti (foto Codazzi)
Il vescovo Giacomo Morandi benedice le statue dei santi in Cattedralea Reggio Emilia per la solennità di Ognissanti (foto Codazzi)
laliberta.info

Diabete di tipo 2, diagnosi già a 13 anni. L’allarme sugli ultraprocessati: «Non si cucina più, si chiama e il pasto arriva»

Diabete di tipo 2, diagnosi già a 13-14 anni. L’allarme sugli ultraprocessati: «Non si cucina più: si chiama e il pasto arriva»

Il Messaggero

Il presidente dell’Osservatorio nazionale dieta mediterranea, Vito Amendolara, richiama l’attenzione sui rischi legati alle abitudini alimentari delle nuove generazioni: «Le diagnosi le stiamo ritrovando fra i 13 e i 14 anni». Al centro la necessità di educare a una sana alimentazione fin dalla scuola primaria. Il diabete di tipo 2, una malattia storicamente associata soprattutto all’età adulta, può essere diagnosticato anche durante l’adolescenza. A richiamare l’attenzione sul fenomeno è Vito Amendolara, presidente dell’Osservatorio nazionale dieta mediterranea, che individua tra i fattori da contrastare la diffusione dei prodotti ultraprocessati e il progressivo abbandono delle abitudini alimentari tradizionali.

«Da 15-20 anni, con il dilagare dei prodotti ultraprocessati, le diagnosi di diabete non sono più quelle di una volta, che si attestavano intorno ai 40-50 anni. Le stiamo ritrovando fra i 13 e i 14 anni», ha dichiarato Amendolara durante la conferenza stampa di presentazione della dodicesima edizione del convegno La Bellezza Continua. Benessere globale e antiaging, organizzato dalla dottoressa Maria Laura Vinciguerra, presidente e responsabile scientifica dell’evento. L’appuntamento è in programma il 6 e 7 novembre all’Hotel Cetus di Cetara.
Educazione alimentare fin dalla scuola primaria
Per Amendolara, la prevenzione deve cominciare prima che si consolidino abitudini poco salutari, coinvolgendo scuola e famiglia. È questa la finalità del progetto «Mediterraneamente», che punta a promuovere la cultura alimentare tra i più piccoli attraverso la collaborazione di biologi nutrizionisti, insegnanti e genitori.

«Il nostro target è quello fra la terza e la quarta elementare, perché è il periodo nel quale è necessario far acquisire i mattoni di conoscenza», ha spiegato il presidente dell’Osservatorio, sottolineando l’importanza di fornire ai bambini gli strumenti per compiere scelte alimentari consapevoli.

«La dieta mediterranea non si può solo raccontare: bisogna costruire gli strumenti e i sistemi affinché possa essere fruita», ha evidenziato Amendolara. L’obiettivo, quindi, non è soltanto sensibilizzare sui benefici di un’alimentazione equilibrata, ma renderla concretamente accessibile nella vita quotidiana.

«Non si cucina più»: il rischio di perdere le abitudini tradizionali
A preoccupare è anche il cambiamento nel modo di organizzare i pasti. «Non si cucina più: si chiama e il pasto arriva», ha osservato Amendolara, criticando un modello sempre più orientato alla comodità e al ricorso al servizio di consegna a domicilio. Una trasformazione che, secondo il presidente dell’Osservatorio, rischia di allontanare soprattutto i più giovani dalla preparazione dei cibi, dalla conoscenza degli ingredienti e da un rapporto più consapevole con l’alimentazione. Il messaggio è chiaro: la prevenzione non si esaurisce nelle raccomandazioni, ma richiede educazione, strumenti concreti e abitudini quotidiane più sane. E per costruirle, sostiene Amendolara, bisogna partire dai bambini, prima che le scelte alimentari diventino comportamenti difficili da modificare.

Una ragazza mozambicana alla Summer School di Economy of Francesco scopre che essere la più giovane al tavolo non significa avere meno da offrire e che la fraternità può diventare una chiave per ripensare economia, tecnologia e sviluppo

Quello che la fraternità mi ha insegnato in Germania

Avvenire

E ro la persona più giovane all’International Summer School di Economy of Francesco in Germania. Intorno a me c’erano economisti, ricercatori, imprenditori, accademici e professionisti con anni di esperienza, provenienti da 26 diverse nazionalità e da ogni parte del mondo. Io ero lì come adolescente del Mozambico, in Africa: ascoltavo, osservavo, imparavo e, a volte, semplicemente cercavo di assorbire tutto ciò che accadeva intorno a me. All’inizio, la differenza di età mi sembrava enorme. Ma ho capito molto presto che essere giovane non significava non avere nulla da offrire. Portavo con me il Mozambico: la sua gente, le sue sfide, le sue speranze e un modo di guardare il mondo plasmato da una realtà diversa.
Durante tutta la Summer School, una parola continuava a tornare: fraternità. Luigino Bruni ci ha aiutati ad aprire uno spazio in cui la fraternità non veniva considerata semplicemente una bella idea, ma qualcosa capace di cambiare il nostro modo di comprendere l’economia. Anche passando attraverso le storie scomode di Caino e Abele e di Giuseppe e i suoi fratelli: storie segnate dall’invidia, dalla predilezione, dal confronto. Il World Fraternity Report, presentato da Paolo Santori e Tracey Freiberg nell’ambito di un progetto più ampio, ci ha condotti a esplorare diversi modi di intendere la fraternità: non semplicemente come un sentimento, ma come qualcosa che può essere osservato attraverso la reciprocità, la cura e l’inclusione. Fraternità significa decidere di riconoscere che la vita dell’altro conta tanto quanto la nostra. Suor Helen Alford ci ha condotti ancora più in profondità nel rapporto tra fraternità, dignità umana e vita economica. Ho cominciato così a vedere la fraternità non semplicemente come essere gentili, ma come il riconoscimento del fatto che le nostre vite sono legate.
E le conversazioni su San Francesco ci hanno ricordato che a volte la forma più potente di innovazione è il coraggio di vivere diversamente. Durante il nostro soggiorno a Mettingen ho avuto anche l’opportunità di guidare un momento spirituale davanti allo Specchio della Pace. Ho invitato tutti a costruire una semplice barchetta di carta, come simbolo dei diversi viaggi che ci avevano condotti alla stessa Summer School. Guardando le nostre barchette, abbiamo riflettuto sulla loro fragilità e su quanto anche noi siamo più fragili di quanto, a volte, siamo disposti ad ammettere. «Abbiamo bisogno gli uni degli altri» è diventata parte della nostra riflessione, prima di trasformare le barchette in magliette. La barca rappresentava il nostro viaggio; la maglietta diventava il messaggio che sceglievamo di portare con noi da quel viaggio. Era un’attività semplice, ma mi ha lasciato una domanda che è rimasta con me: se la fraternità fosse qualcosa che potessimo indossare, che cosa vorremmo che dicesse?
Questo legame è diventato particolarmente concreto quando abbiamo parlato di tecnologia e intelligenza artificiale. La riflessione di Henning Müller sull’IA applicata all’agricoltura mi ha fatto pensare agli agricoltori che conosco in Africa. Possiamo parlare di macchine più intelligenti, di una produzione più efficiente e del futuro dell’alimentazione, ma all’inizio di quella catena c’è una persona. Che cosa succede quando quell’agricoltore non ha accesso a Internet, non dispone di tecnologia o non ha nemmeno le stesse opportunità per raggiungere il mercato? Per me, innovare non può significare soltanto andare avanti più velocemente. Deve significare anche assicurarsi che chi già fatica non venga lasciato ancora più indietro.
Abbiamo esplorato anche le città, l’imprenditorialità e il modo in cui si costruiscono le comunità. Durante la presentazione sul Lok-Viertel e nelle nostre conversazioni a Osnabrück, continuavo a pensare a qualcosa di molto semplice: chi può immaginare il futuro? I giovani erediteranno le città, le economie e le comunità che vengono progettate oggi. Ci vivremo, ci lavoreremo e vi faremo crescere le nostre famiglie. Essere giovani non dovrebbe significare essere invisibili. A volte, la persona più giovane nella stanza nota qualcosa che tutti gli altri hanno smesso di vedere.
La Fraternity Challenge ha portato tutto questo dalla teoria a qualcosa su cui potessimo lavorare concretamente. Il mio gruppo ha approfondito il tema “From Reciprocity to Sustainable Prosperity: Strengthening Fraternal Economic Relationships in Indigenous Communities” – «Dalla reciprocità alla prosperità sostenibile: rafforzare le relazioni economiche fraterne nelle comunità indigene». Siamo stati chiamati a riflettere concretamente su come relazioni fondate sulla fiducia e sulla reciprocità potessero trasformarsi in impegni capaci di sostenere realmente le comunità indigene. Abbiamo esplorato idee legate al credito, alle relazioni comunitarie e ai modi per aiutare le persone a costruire insieme una prosperità sostenibile. Ho capito allora che la fraternità non è soltanto qualcosa di cui parlare. È qualcosa che dobbiamo scegliere di mettere in pratica.
Ho inoltre cominciato a comprendere la fraternità attraverso le persone che troppo spesso vengono lasciate fuori dalla conversazione: il lavoratore con disabilità che non riesce ad accedere a un luogo di lavoro; il giovane la cui idea viene scartata a causa della sua età; l’agricoltore il cui lavoro è essenziale, ma la cui quota del valore finale è piccola. Non sono problemi separati. Ci ricordano che un’economia è fatta di vite umane. Se qualcuno viene sistematicamente lasciato ai margini, allora è il sistema stesso ad avere qualcosa da imparare.
Essere in Germania mi ha fatto capire anche che non devo scegliere tra essere africana ed essere parte di una conversazione globale. Posso trovarmi in una sala internazionale e continuare a porre domande che vengono dal Mozambico. Posso ascoltare più di quanto parlo ed essere comunque presente. Posso imparare da persone come Luigino, suor Helen, Tracey, Paolo, Henning e Felix e, allo stesso tempo, portare con me la mia esperienza. Non avevo bisogno di avere la voce più forte nella stanza. A volte, essere la più giovane significava avere il privilegio di osservare attentamente e scoprire che esiste più di un modo per dare il proprio contributo.
Ho lasciato la Summer School con qualcosa che spero di non perdere mai: la sensazione che a quel tavolo ci sia posto anche per la mia generazione. La fraternità non significa essere tutti uguali, avere la stessa età, provenire dallo stesso Paese o avere la stessa esperienza. Significa rifiutarsi di credere che possiamo costruire il futuro da soli. Ero la persona più giovane nella stanza, ma ero anche parte di quella stanza. E forse è questa l’immagine che ricorderò più di tutte: non una ragazza in piedi ai margini, in attesa del proprio turno, ma una ragazza seduta al tavolo, che ascolta, impara e lentamente comprende che un giorno il futuro di cui si discute intorno a lei diventerà il futuro che toccherà a lei costruire.

Generazione manga: come gli eroi dei fumetti hanno conquistato i nostri figli (ci sono anche Gesù e Carlo Acutis)

Giovani al Lucca Comics

Avvenire

«La nostra generazione è più abituata a vivere le proprie emozioni come emozioni e a non reprimerle» racconta Gaia, che ha 15 anni. Filippo, che ne ha 17, continua: «Una cosa che mi è rimasta molto, sia da alcuni anime sia da alcuni manga, è uno dei principali insegnamenti anche della filosofia. Ovvero non si devono avere né troppe speranze né troppe paure. Cioè essere realisti, spesso anche non avere ansie inutili. Oppure semplicemente non avere speranze inutili, perché poi è più facile rimanere deluso». Le interviste sono state raccolte l’anno scorso tra il Romics di Roma e il Lucca Comics, due appuntamenti imperdibili per le migliaia di ragazzi che nel nostro Paese, come nel resto del mondo, sono appassionati di manga, appunto. Cioè di fumetti giapponesi. Capire i figli significa anche imparare a decifrare le storie che amano, i personaggi in cui si riconoscono, le passioni attraverso cui provano a dare risposte a domande ancora difficili da condividere e per molti adolescenti, oggi, una di queste strade passa proprio dalle strisce e dai cartoni animati ad esse ispirati che spesso restano, agli occhi degli adulti, un mondo poco conosciuto o addirittura frainteso.
Quello dei fumetti giapponesi rappresenta un fenomeno globale che nell’ultimo decennio ha registrato un ulteriore boom, «alimentato anche dalle restrizioni sociali dovute alla pandemia. Nel 2021 i manga rappresentavano quasi il 60% dei fumetti venduti nel nostro Paese, senza contare che diversi autori occidentali ne sono stati influenzati». Con la conseguente ricaduta economica, visto che «un solo fumetto settimanale può arrivare a vendere milioni di copie»: nel 2023 «il mercato dei manga in Giappone, cartaceo e digitale, ha superato i 670 miliardi di yen (circa 4,5 miliardi di euro). One Piece di Eiichiro Oda ha venduto oltre 500 milioni di copie nel mondo, superando le vendite di colossi della letteratura occidentale come i libri di Harry Potter». Lo raccontano Roberta Gatta, Carolina Giangrandi e Benedetta Manfredi, psicologhe e psicoterapeute impegnate a fianco di ragazzi minorenni, che al tema hanno tra l’altro dedicato recentemente un bel libro dal titolo L’onda giapponese. Come anime e manga hanno conquistato gli adolescenti (L’asino d’oro edizioni). Un canale e mezzo comunicativo efficace, tuttavia «spesso frainteso, censurato, non compreso nella sua complessità e, di conseguenza, tenuto a distanza dal mondo adulto, almeno in Italia». Eppure si tratta di un linguaggio espressivo profondo, «che riesce a sintonizzarsi sulle frequenze infantili e adolescenziali, risuonando nel percorso di crescita e in tutte le avventure che i ragazzi si trovano ad affrontare giornalmente».

Incertezza e ansie degli eroi-antieroi

Nei manga gli adolescenti di oggi, immersi loro malgrado in un contesto segnato da «crisi economiche e climatiche, forte incertezza e cambiamenti tumultuosi, guerre e precarietà che rendono difficile vivere il presente, ma soprattutto avere un’idea di futuro possibile», cercano e trovano non solo «un intrattenimento o una passione ma una reale strategia per dare ordine a un mondo esterno percepito come frammentato e privo di punti di riferimento. Un modo per stare in rapporto con le proprie emozioni, vivendo il presente, senza sfuggire dalla realtà», commenta Marzia Fabi, psicologa e psicoterapeuta che firma la prefazione al volume. «I ragazzi riescono a rispecchiarsi nelle storie dei manga, i cui personaggi lottano per avere una vita migliore». Si tratta spesso di «antieroi che incarnano bene i drammi dell’adolescenza di oggi – l’incertezza, il dolore, le separazioni, gli amori, i lutti e le sconfitte –, proponendo quindi un linguaggio del tutto nuovo e diverso da quello delle storie occidentali dove invece, quasi sempre, c’è un lieto fine». Le emozioni sono «ben espresse e rappresentate, cosa fondamentale per gli adolescenti, perché li aiuta a dare un nome ai loro vissuti più profondi e a poterli esprimere in maniera autentica, senza doversi nascondere o dover per forza aderire a stereotipi nei quali non si riconoscono». E conclude: «I ragazzi, oggi più che mai, hanno bisogno di esprimere ciò che sentono e vivono, di proteggere e difendere la loro “verità” e noi adulti abbiamo il dovere di ascoltarli e di vederli veramente. Non si può continuare a considerare l’adolescente come problematico, scomodo, ribelle e quindi ingombrante». Le tecniche narrative «coinvolgono il lettore in prima persona, immergendolo nell’azione, mentre i fumetti occidentali mantengono una distanza maggiore tra chi legge e le vicende raccontate. Non si tratta più di aderire passivamente a un modello valoriale già confezionato, ma di entrare in un dialogo costante con i protagonisti», evidenzia la dottoressa Giangrandi.
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
La copertina di Carlo Acutis in versione manga 
«Così il dubbio, l’incertezza, la precarietà e le difficoltà non sono insetti da scacciare rapidamente, ma diventano preziosi compagni di viaggio con cui interagire, confrontarsi ed evolvere. Le gabbie vengono spezzate, i confini interrogati e il lettore scopre insieme al protagonista la propria personalissima vicenda, in un’ottica di crescita ed evoluzione». Si tratta di personaggi fallibili, imperfetti, a volte deboli ma capaci di riscatto e coraggio: «Non ci sono supereroi, ma solo uomini e donne, bambini e ragazzi che combattono per un ideale collettivo». Inoltre i manga nipponici «trasmettono un panorama narrativo e valoriale estremamente “laico”. Lontani dalla retorica del senso di colpa e della reticenza alla ribellione, spesso appannaggio femminile nel fumetto occidentale, propongono uno storytelling libero da questo tipo di inquinamenti». Ciò che non li allontana affatto dalla possibilità di parlare anche un linguaggio di fede: non a caso dal 2023 Paoline editoriale libri ha dato il via alla serie in 10 volumi Power Bible, sposando lo stile manga che caratterizza anche i recenti Jesus. Il Salvatore, adattamento dei Vangeli illustrato da Fabien Dalmasso con i testi di Nick Meylaender. Lo stesso autore firma anche la biografia manga di Carlo Acutis illustrata da Albert Carreres, uscita lo scorso anno in occasione della canonizzazione del santo quindicenne morto il 12 ottobre 2006 per una leucemia fulminante. I racconti manga, dunque, stabiliscono una forte sintonia emotiva con il vissuto degli adolescenti e possono rappresentare un aiuto concreto «a prendere le misure in un contesto sociale che per gli adolescenti risulta complicato da affrontare», commenta Giangrandi. Senza trascurare l’aspetto rassicurante e inclusivo contenuto in queste storie, che hanno il pregio di parlare a tutti.
E quella di Jesus. Il Salvatore
E quella di Jesus. Il Salvatore

La costruzione di se stessi e il nodo della sessualità

Un viaggio nel mondo degli adolescenti lo ha fatto anche lo psicoterapeuta e psicanalista Alberto Rossetti, autore nel 2023 di Le persone non nascono tutte uguali. Perché manga e serie tv contribuiscono a definire l’identità dell’adolescente, pubblicato da Città Nuova (e ora in libreria con Il libro dei sogni della Gen Z): «Sono partito con l’analisi dei manga chiedendomi cosa ci stessimo perdendo della loro vita, ma ero anche interessato a capire in che modo le loro identità si stessero formando anche a partire da questi prodotti, che tanti ragazzi in terapia mi hanno fatto scoprire. Risultato: in quelle narrazioni «i ragazzi trovano qualcosa di significativo: chiavi di lettura e strumenti per confrontarsi con se stessi, con gli altri e con la società in cui vivono. Durante la lettura dei manga, scoprono che la crisi della loro vita non solo è necessaria ma può anche essere affrontata e risolta» rileva Rossetti, che riconosce come la dimensione pedagogica del fumetto giapponese sia ancora troppo sottovalutata. Tuttavia non mancano attorno ai manga posizioni critiche, soprattutto per le rappresentazioni del corpo, dell’identità sessuale e dei rapporti tra maschile e femminile. Gli esperti, però, restituiscono un quadro più articolato: «Il manga gioca senza vergogna con la sessualità; c’è un richiamo diretto e senza freni alla fantasia sessuale che, in età adolescenziale, è più che presente nella mente dei lettori. Questo tipo di fumetti non cerca più di tanto di costruirle attorno una gabbia morale ma, al contrario, propone un modo di affrontare quelle fantasie senza doversene vergognare», avverte Rossetti. «L’aspetto che trovo più interessante è l’avvenuta emancipazione dei ragazzi e delle ragazze su temi che fino a qualche anno fa erano inavvicinabili a quest’età, come l’omosessualità: ne parlano e si accettano nelle loro reciproche diversità. Non bisogna spaventarsi di fronte alle domande che si pongono sulla propria sessualità e neanche cercare di censurarle». Proprio come avviene nelle pagine dei manga.

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In tv la famiglia Panini, figurina dell’Italia che va

In tv la famiglia Panini, figurina dell’Italia che va

Avvenire

«Ce l’ho, ce l’ho, mi manca»: non c’è famiglia italiana in cui, negli ultimi cinquant’anni, non siano risuonate almeno una volta queste parole. Parliamo, naturalmente, delle “mitiche” figurine che tutti, da bambini (e non solo) abbiamo collezionato sugli appositi album dedicati agli animali, ai personaggi dei cartoni animati e, soprattutto, ai calciatori. Ora la storia di quei rettangolini, che si attaccavano prima con la colla e ora con l’adesivo, è diventata una serie tv, presentata ieri in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e in onda su Rai1 e su RaiPlay dal 22 novembre e prossimamente su Disney+. Si intitola La famiglia Panini perché quello delle figurine è stato (ed è) realmente un affare di famiglia. I Panini, appunto: padre, madre e otto figli che, come racconta la serie, nell’Italia del 1932 lasciano la campagna per la città, Modena, con pochi soldi e tante speranze. La vita li mette alla prova più volte ma Olga, la madre, che con il suo «andiamo a vedere» non smette mai di sognare nemmeno quando la vita si fa tanto complicata come suo marito Antonio, morto troppo presto, ha insegnato a fare a lei e ai loro otto figli, non molla. Nella serie ha il volto di Serena Rossi: «Olga è una roccia, è il porto sicuro, una donna pragmatica e con un cuore enorme, concreta per necessità ma con una grande voglia di sognare – osserva l’attrice -. Quella della famiglia Panini è una storia di coraggio e di speranza nel futuro che non vuol dire evadere dalla realtà ma avere la capacità di prendersi dei rischi e farlo sognando. In questi tempi penso al mio Sud disperato, ai ragazzi che urlano e che sono disillusi: spero che le famiglie che si metteranno sul divano a guardare la serie trovino lo spunto per confrontarsi e riaccendere un barlume di speranza come quello che la famiglia Panini ci ha lasciato».
La storia dei Panini, dicevamo, prende il via con il trasferimento a Modena. Qui avviano una piccola produzione di sapone, che per loro rappresenta il sogno di un’indipendenza dai padroni. Tutti, dal padre al figlio più piccolo, collaborano. Ma l’ombra della guerra incombe tragicamente sui loro piani. La gente non compra quel sapone, le bocche da sfamare sono tante e i soldi non bastano nemmeno a pagare l’affitto. Per garantire la sopravvivenza della famiglia, Antonio trova un umile impiego nell’Accademia militare: il suo spirito sognatore sembra spegnersi ma la famiglia ha la precedenza. Il destino, però, si mette ancora una volta di traverso e colpisce duro, costringendo Olga a far fronte a nuove ristrettezze economiche. La donna, però, non molla e scommette sul futuro acquistando un’edicola. E, se i giornali in tempo di guerra non ci sono, in futuro ci saranno, pensa. Ed è lì che i Panini capiscono che i sogni diventano grandi quando sono alla portata di tutti e decidono di investire in qualcosa di umile ma democratico come le figurine. Dopo fallimenti e sacrifici, ma restando sempre uniti, trasformano un’idea semplice in un miracolo che varca i confini nazionali: il 1970 e i Mondiali di calcio in Messico segnano la consacrazione in tutto il mondo del mito delle figurine, dell’impresa straordinaria, costruita con coraggio, di una famiglia apparentemente ordinaria.
«Questa è più di una semplice storia di figurine. È la storia di una famiglia, di un territorio e, anche, del nostro Paese – afferma la sceneggiatrice Monica Zapelli -. Attraverso le vicende della famiglia Panini si attraversa la biografia dell’Italia uscita con le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale ma senza paura del futuro e con un ottimismo riassunto in quell’“Andiamo a vedere” di Olga». La regista Letizia Lamartire aggiunge: «In un tempo in cui il futuro appare spesso incerto, la storia dei Panini ci ricorda cosa significhi avere il coraggio di immaginare qualcosa di grande e rischiare per provare a realizzarlo. Ci insegna a conservare, anche da adulti e nelle difficoltà, qualcosa dello sguardo che avevamo da bambini: la capacità di stupirsi, di credere che ciò che ancora non esiste è possibile». Con la famiglia Panini, aggiunge la regista, «vince l’Italia genuina, che sa rimboccarsi le maniche, sa coinvolgere altre forze, sa espandersi, perché vede la Luna e alla Luna punta, con l’intelligenza acuta di chi sa cogliere ogni opportunità per progredire. Andare al di là dell’ostacolo. Oltre».
Serena Rossi conclude tornando sul tema delle proteste di questi giorni: «Un futuro c’è, ci deve essere e deve nascere da un ascolto. Se i ragazzi sono arrivati a far sentire il loro grido disperato in questo modo, vanno ascoltati. La violenza non è mai accettabile ma l’ascolto è necessario, è inaccettabile quello che sta succedendo».
La famiglia Panini è una produzione Indigo Film in collaborazione con Rai Fiction. Diretta da Letizia Lamartire, è interpretata, tra gli altri, da Simone Liberati, Federico Cesari, Benedetta Cimatti, Luca Di Sessa e Samuele Teneggi, con la partecipazione di Edoardo Pesce e Barbora Bobulova.