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Abusi su centinaia di bambini negli asili: tutto sul #MeTooEcole che sta travolgendo Parigi

Il sindaco di Parigi Emmanuel Grégoire: ha promesso che nessuna delle persone sospese potrà essere di nuovo assunta

Avvenire

Per decine di genitori francesi, una rabbia bruciante e la sensazione d’essere stati del tutto traditi dalle autorità e dal sistema scolastico. Per tutto il Paese, una scia profonda d’incomprensione e sgomento. Oltralpe, si cercano spiegazioni sulla catena di responsabilità, omissioni e silenzi che ha trasformato decine di asili e scuole elementari pubbliche, soprattutto a Parigi, in teatri agghiaccianti di abusi sui più piccoli. Sotto accusa tutto il sistema dei cosiddetti “educatori”, assunti dai Comuni per seguire gli alunni durante la pausa pranzo, la ricreazione, i tempi di riposo e tutte le altre attività diverse dall’insegnamento. Solo nella capitale, sono più di un centinaio le denunce di famiglie esaminate dagli inquirenti, ha rivelato la procuratrice Laure Beccuau. Indagini in corso che riguardano ben «84 scuole materne, circa 20 scuole elementari e circa 10 centri diurni». Dunque, più di un centinaio di strutture sulle circa 500 della capitale. I casi riguardano bambini anche solo di 3 anni. Fra i maltrattamenti, dei capelli tirati, percosse, sgridate umilianti, ma pure numerose violenze sessuali, come hanno precisato diversi legali coinvolti. Per Florian Lastelle, che difende tre famiglie parigine, il Paese è di fronte a «uno scandalo enorme», sullo sfondo di un servizio pubblico incapace di garantire «la sicurezza dei bambini».
Ieri, presso il tribunale correzionale di Parigi, un animatore 36enne di una struttura nell’XI arrondissement della capitale ha risposto all’accusa di aggressioni sessuali su 5 piccoli ancora dell’età della scuola materna, su un periodo prolungato: dal settembre 2024 all’aprile 2025. L’ex animatore, accusato pure di molestie nei confronti di due colleghe animatrici, rischia 10 anni di prigione. A Parigi, su 78 persone sospese, ben 31 sono sospettate di violenze sessuali. Si è trattato della prima udienza giudiziaria pubblica da quando lo scandalo è scoppiato, divenendo pure un caso politico. Di fronte al foro, per attirare l’attenzione sul baratro d’orrore, delle famiglie hanno manifestato, dopo aver creato un collettivo del tipo “MeToo”. All’inizio del mese, un’altra udienza, su una struttura dello stesso rione di Parigi, si era invece svolta a porte chiuse. L’accusa ha chiesto una condanna a 18 mesi e il verdetto è atteso a metà giugno. Il carattere generalizzato degli abusi è confermato pure da un aspetto che pesa come un macigno sulla credibilità di tutto il sistema degli assistenti. Ancor prima degli sviluppi giudiziari, le segnalazioni o i dubbi di molte famiglie erano rimasti per mesi senza risposta. Da più parti, si denuncia la carenza di professionalità degli “assistenti”, reclutati spesso frettolosamente dai Comuni, senza possedere speciali qualifiche, con contratti e ingaggi precari, per nulla strutturati rispetto alle assunzioni del sistema scolastico vero e proprio.
Lo scandalo ha riguardato anche Rouen e altri capoluoghi di provincia, ma è a Parigi che il caso, per la sua ampiezza, ha preso anche una forte piega politica, come si è visto in particolare nel corso della recente campagna elettorale. La sindaca socialista uscente Anne Hidalgo è stata accusata di gravi responsabilità, per aver guidato un’amministrazione che ha chiuso gli occhi sullo scandalo. Il nuovo sindaco dello stesso colore politico, Emmanuel Grégoire, ha finito per riconoscere il carattere «sistemico» delle violenze, promettendo che nessuno dei sospesi potrà essere di nuovo assunto. Sotto pressione, Grégoire ha pure ordinato un’indagine interna. Nell’insieme, lo scenario corrobora pure le prese di posizione di associazioni, come il cosiddetto “Movimento infantista”, pronte a ribadire la necessità vitale di riconoscere il calo di considerazione sociale verso i bambini, in modo da voltare pagina.

La pioniera dell’IA Aiello: «Macchine che ti parlano come umani, la vera sfida è quella educativa»

Luigia Carlucci Aiello

Avvenire

Quando parlava della diffusione di massa dei personal computer in Italia, a inizio anni Ottanta, qualcuno la guardava ancora «come se fosse scesa dalla luna». Allora era appena rientrata in Italia dopo anni di ricerca sull’Intelligenza artificiale all’Università di Stanford in California, nel team d’eccellenza di John McCarthy, considerato il fondatore dell’IA. «Era davvero arrivato il momento di un’enciclica che affrontasse i problemi sociali legati a quella che a tutti gli effetti, come ha sottolineato più volte Leone XIV, è un’altra rivoluzione industriale, ma molto più diffusa della prima», commenta Luigia Carlucci Aiello, 80 anni, pioniera dell’IA in Italia. «La rivoluzione digitale, infatti, oggi non coinvolge soltanto il lavoro nelle aziende, ma anche la vita quotidiana, le relazioni, la formazione della personalità – sottolinea Carlucci Aiello, che nel 1988 ha fondato l’Associazione italiana per l’Intelligenza artificiale –. Per cui è molto più capillare e potenzialmente molto più distruttiva della precedente».
Ha iniziato a lavorare sull’IA oltre cinquant’anni fa, quando ancora i pc non erano entrati a far parte della quotidianità. Aveva capito di stare inventando il futuro?
«Ho cominciato a occuparmi di IA dopo aver studiato matematica. Avevo conosciuto McCarthy a una scuola estiva nel 1970 e poi sono andata a lavorare nel suo laboratorio alla Stanford University. Lì avevamo un computer “mainframe” che occupava un’intera stanza, su ogni scrivania un terminale grafico, e addirittura stampavamo già con un prototipo di stampante laser. Spesso si ignora, però, che in realtà l’IA e l’informatica sono nate insieme già negli anni Trenta, dagli studi di Alan Turing, che poi nel 1950 ha pubblicato un articolo sull’intelligenza delle macchine. Quello che ha determinato la rivoluzione digitale a cui stiamo assistendo è il progredire della tecnologia per la costruzione di hardware sempre più piccoli e veloci. Questa rivoluzione iniziata in sordina è diventata molto evidente negli ultimi anni, quando tutti hanno iniziato ad avere a che fare con App molto sofisticate direttamente sul proprio cellulare».
Percepivate già i rischi?
«Che l’IA suscitasse un forte interesse in ambito militare si sapeva benissimo, ad esempio. Il laboratorio di McCarthy aveva grossi finanziamenti anche dal Dipartimento della difesa Usa. La possibilità di utilizzare dei robot sul campo di battaglia era vista come una liberazione per risparmiare vite umane. Allo stesso modo, molti anni dopo, quando andai in Israele osservai che studiavano come fare atterrare aerei senza pilota. Erano i primi segnali della costruzione di droni. Noi ricercatori, però, non volevamo usare l’innovazione per sopraffare, ma per distribuire la conoscenza».
Da donna la strada è stata più complessa?
«Quando alla Scuola normale superiore di Pisa ho detto che volevo occuparmi di questo tema, fui sconsigliata. Posso dire che ho trovato tante difficoltà, ma non so se fossero più legate al mio essere donna o al voler tenere alta la bandiera dell’IA. In Italia è stato difficile perfino introdurre la parola “Intelligenza artificiale”, c’era molto pregiudizio. Solo a metà degli anni Ottanta abbiamo cominciato a chiamarla in questo modo. Quando chiesi all’Università La Sapienza di iniziare un corso denominato “Intelligenza artificiale” ci furono forti opposizioni, poi nel 1990 ottenni la cattedra. Il primo anno avevamo 19 studenti, il secondo cento, poi sempre una media di 150 giovani».
Dall’inizio del pontificato fino ad ora con l’enciclica Magnifica humanitas, Leone XIV non ha smesso di sottolineare la portata epocale della rivoluzione digitale e i molti rischi per l’umano…
«La prima volta che ho visto commentare la nuova rivoluzione industriale che si profilava all’orizzonte, di cui già si riconosceva l’impatto addirittura superiore a quella dell’Ottocento, è stato in un saggio inglese del 1953. Nel volume, tra l’altro, si mette in evidenza che la prima rivoluzione ha riguardato il lavoro manuale, come si legge nell’enciclica di Leone XIII, la Rerum novarum, mentre con la rivoluzione digitale quello che avremo è un forte impatto sul lavoro intellettuale, con la differenza che non possiamo “misurare” quale sarà l’aiuto che queste macchine forniranno, non conoscendo l’unità di misura dell’intelligenza. In qualche maniera, quindi, i ricercatori se ne erano accorti già da settant’anni, molto prima dei nuovi chatbot».
Il Papa pone l’attenzione sull’urgenza di preservare la dignità umana davanti agli sviluppi dell’IA. Cosa ne pensa?
«Nella visita alla Sapienza il Pontefice ha parlato costantemente di pace e di problemi sociali, e quando tratta di questo nomina l’IA come componente importante per ricostruire l’equilibrio, per l’uguaglianza e la giustizia. Ecco, la questione etica è centrale. Il problema però non è l’etica delle macchine, ma l’etica che guida chi costruisce la macchina. È chi progetta il sistema che deve permetterne un utilizzo etico. Anche il rifiuto della regolamentazione della tecnologia digitale può diventare molto pericoloso, può essere lesivo della privacy e creare disparità economiche superiori a quelli che c’erano tra il proprietario della fabbrica e l’operaio nell’800».
Prima ha parlato di rischi educativi, anche il Papa ne parla nel suo testo…
«Ci sarà sicuramente un’influenza molto grossa sulla educazione, e va assolutamente studiato questo cambio di paradigma educativo. Abbiamo avuto rivoluzioni altrettanto significative, come l’introduzione della scrittura. Ma adesso siamo davanti a macchine che si rivolgono a noi come fossero un altro essere umano. Ecco, cosa significa per un giovane passare da una formazione che ti viene impartita da un insegnante, a quella che arriva dal colloquio con una macchina progettata per compiacerti e creare dipendenza?».
Questo sviluppo dell’IA potenzialmente infinito deve preoccuparci?
«Non credo si possa parlare di sviluppo infinito: ci sono dei limiti, anche teorici. Ma la questione è già preoccupante ora, figuriamoci come sarà nei suoi sviluppi se non agiamo. Io ho molta fiducia nell’intervento del Papa e dei governi illuminati. Secondo me, un grande errore che abbiamo fatto è stato chiamarla Intelligenza artificiale e non “Intelligenza delle macchine” come aveva proposto Turing. Se l’avessimo chiamata machine intelligence ci sarebbe rimasto sempre scolpito nella mente che di macchine stavamo parlando».

“LA COSTITUZIONE E’ DONNA”. AL TECNOPOLO DI REGGIO EMILIA UNA GIORNATA PER CELEBRARE L’80° ANNIVERSARIO DEL VOTO ALLE DONNE

Mercoledì 27 maggio arriveranno da tutta Italia delegazioni del sindacato Spi Cgil.
Un viaggio che parte dalle Madri Costituenti, attraversa le conquiste del passato e si proietta con forza verso le sfide di domani.
È questo lo spirito dell’importante iniziativa dal titolo “LA COSTITUZIONE È DONNA”, organizzata nella città emiliana da Spi Cgil nazionale che si terrà mercoledì 27 maggio 2026, a partire dalle ore 9.30, al Tecnopolo di Reggio Emilia (piazzale Europa, 1). Da tutta italia arriveranno delegazioni del sindacato pensionati per celebrare questo anniversario.

La giornata avrà al centro un momento di grande valore culturale e sociale: l’inaugurazione della mostra “PASSI DI LIBERTÀ”, che rappresenta il cammino delle donne italiane dal voto ad oggi ed è promossa dai Coordinamenti Donne SPI CGIL di Reggio Emilia, Modena e dell’Emilia Romagna, insieme al Centro documentazione donna di Modena.

Questo evento non è una semplice ricorrenza, ma un appuntamento cruciale per la nostra società.
Si celebra infatti l’80esimo anniversario del voto delle donne, una conquista che ha ridisegnato i confini della democrazia in Italia. Ricordare quel momento significa riflettere su quanto la libertà sia un percorso continuo, fatto di partecipazione attiva e di diritti da difendere e conquistare ogni giorno.
In un’epoca in cui il dibattito sulla parità di genere, sul lavoro e sui diritti femminili è più vivo che mai, rimettere al centro la Costituzione e il ruolo delle donne è un atto di responsabilità e di visione verso il futuro.
Non si tratta di guardare solo alla storia, ma di respirare l’energia di un cammino collettivo che unisce generazioni diverse. Sentire le voci di ieri e di oggi confrontarsi su temi come il lavoro, la partecipazione e i nuovi femminismi è un’occasione di crescita e di riflessione per tutti.

La giornata vanta un ricco programma di interventi specchiati sulla contemporaneità con la presenza di ospiti d’eccezione e un fitto calendario di riflessioni.
L’introduzione dei lavori sarà affidata a Claudia Carlino (segretaria nazionale Spi Cgil) , seguita dalla presentazione della mostra affidata a Marzia Dall’Aglio (Spi Cgil Emilia Romagna) e dagli interventi delle curatrici Elena Falciano (Spi Cgil Reggio Emilia) e Caterina Liotti (Centro documentazione donna di Modena).
Porterà i suoi saluti anche Barbara Lori, vice presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna.
La memoria storica: Il focus sull’80eesimo del voto delle donne vedrà l’intervento di Francesco
Palaia, responsabile politiche della memoria Spi Cgil.
Il dibattito e l’attualità: Si parlerà di partecipazione e diritti nel panel “Libertà è artecipazione” con
la giornalista Marianna Aprile e la deputata Maria Cecilia Guerra (responsabile Lavoro PD).
A seguire, il confronto su “Femminismi di ieri, oggi e domani” con Stefania
Guglielmi (segretaria nazionale UDI) e Sabrina Loparco (esecutivo nazionale UDU).
Concluderà i lavori Tania Scacchetti, segretaria generale nazionale Spi Cgil

Messa di fine anno scolastico

A chiusura dell’anno scolastico 2025/2026, l’incontro di spiritualità per docenti e dirigenti scolastici promosso da AIMC, UCIIM, FIDAE, FISM, Ufficio Scuola – Servizio IRC e guidato dal prof. don Claudio Gonzaga, consulente ecclesiastico UCIIM, si è svolto lunedì 25 maggio 2026 a Cavriago alle ore 16.30 presso l’Oratorio di San Giovanni Battista dove è stata celebrata la Santa Messa.

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