Diciannove anni fa Delpini e Brambilla diventavano vescovi

Delpini e Brambilla, diciannove anni da vescovi

Domenica 23 settembre 2007 il cardinale Dionigi Tettamanzi consacrava nel Duomo di Milano due vescovi ausiliari per la Chiesa ambrosiana: Mario Delpini, titolare di Stefaniaco, e Franco Giulio Brambilla, titolare di Tullia. Benedetto XVI li aveva nominati il 13 luglio. Accanto all’arcivescovo imposero le mani Francesco Coccopalmerio, Marco Ferrari, Renato Corti e Giuseppe Betori.

Per il cardinale la data era significativa. Il 23 settembre 1989, sotto le stesse volte, era stato Carlo Maria Martini a ordinarlo vescovo, pochi giorni prima che partisse per Ancona. Delpini e Brambilla salivano all’altare insieme per la seconda volta: nel 1975 avevano ricevuto il presbiterato nello stesso giorno. Delpini, nato a Gallarate nel 1951, aveva speso quasi trent’anni nei seminari diocesani, dapprima come insegnante di lettere al Seminario minore, poi come rettore del minore, del quadriennio teologico e infine rettore maggiore. Nel 2006 Tettamanzi lo aveva mandato a Melegnano come vicario episcopale di zona. Per lo stemma scelse il motto: «Plena est terra gloria eius».

Brambilla, teologo, volle tra i consacranti Renato Corti, che era stato suo padre spirituale nei primi anni di teologia a Saronno. Quattro anni più tardi ne avrebbe raccolto l’eredità sulla cattedra di San Gaudenzio: nominato vescovo di Novara il 24 novembre 2011, vi fece l’ingresso il 5 febbraio 2012. Quel giorno Corti gli infilò al dito l’anello ricevuto da Martini alla propria consacrazione, il 6 giugno 1981.

A Novara Brambilla ha convocato nel 2014 il XXI Sinodo diocesano, chiuso con la promulgazione del Libro sinodale il 29 settembre 2017. Dal 2015 al 2021 è stato vicepresidente della Cei per il Nord, ha partecipato al Sinodo sulla famiglia del 2015 e alle due sessioni di quello sulla sinodalità, nel 2023 e nel 2024. Al compimento dei 75 anni, il 30 giugno 2024, ha presentato la rinuncia; Francesco gli chiese di restare per altri due anni.

Delpini, rimasto a Milano, ha retto dal 2007 al 2016 la segreteria della Conferenza episcopale lombarda. Angelo Scola lo ha voluto vicario generale nel 2012 e, due anni dopo, gli ha affidato anche la formazione permanente del clero. Il 7 luglio 2017 Francesco lo ha chiamato a succedere a Scola. Domani, 24 settembre, saranno nove anni dal suo ingresso solenne in diocesi. Ricordiamo questi due fedeli pastori nella nostra preghiera.

Silere non possum

 

Foro ciudades para la vida”: invita a cambiare gli spazi per salvare le vite

«Il riscaldamento globale si contrasta
trasformando
le nostre città»

Avvenire

Gli scienziati sono netti. Le città sono la fucina del riscaldamento globale: consumano il 78 per cento dell’energia e producono almeno il 60 per cento delle emissioni globali. Gli spazi urbani, dove risiede più della metà della popolazione mondiale, tuttavia sono, al contempo – anche su questo punto gli studiosi concordano – l’attore chiave nella soluzione dell’emergenza climatica. L’avanguardia nel contrasto al riscaldamento globale. Una serie di esempi lo dimostrano. L’ultimo, in ordine di tempo, Chiclayo, divenuto noto nel pianeta perché a guidarne la diocesi, tra il 2015 e il 2023, è stato Robert Prevost, attuale papa Leone XIV. Il quinto centro del Perù, con quasi un milione di abitanti, è ora il laboratorio del progetto di riqualificazione e giustizia climatica del “Foro ciudades para la vida” diretto Liliana Miranda Sara. Iniziativa che l’architetta e urbanista di fama internazionale, tra gli autori degli ultimi rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), ha appena presentato all’incontro organizzato in Italia, all’Università di Siena, da Wiser, che sta per Well-being in a Sustainable Economy Revisited , progetto europeo che indaga come conciliare economia, felicità ed ecologia.
«Stiamo realizzando un sistema di drenaggio urbano sostenibile – racconta Sara –. Chiclayo si allagava ad ogni pioggerella: era sufficiente una precipitazione di 25 millimetri per innescare il caos». Le foto dell’allora vescovo Prevost con gli stivaloni di gomma e l’acqua alle ginocchia, nel pieno dell’uragano Yaku del 2023, hanno fatto il giro del mondo. La morfologia, perfettamente piana, rende Chiclayo particolarmente vulnerabile. I suoi canali di scolo, inoltre, risalgono all’epoca preincaica ed erano stati pensati per l’irrigazione dei campi circostanti, non per proteggere la città dalle inondazioni. «Abbiamo, dunque, dovuto ripensare il sistema, con la creazione di cisterne per l’acqua. Strutture piccole, situate in differenti punti della città e ricavate nel sottosuolo dei parchi e terreni aperti. Là viene fatta colare l’acqua. Quando sono pieni, un impianto di pompe la aspirano e scaricano nei canali. Ci lavoriamo da quasi dieci anni: abbiamo cominciato nel 2017. Poi ci sono stati gli studi e le analisi di fattibilità. Ora stiamo terminando la costruzione e ci prepariamo alla prova del fuoco di febbraio, la stagione delle piogge raggiungerà il climax. Solo allora toccheremo con mano l’efficacia del piano. Abbiamo, tuttavia, alcuni indicatori incoraggianti. Il modello è stato sperimentato con successo a Trujillo e Piura, altri municipi del Perù settentrionale con frequenti allagamenti. Oltre a risolvere la questione, il drenaggio urbano consente un enorme risparmio idrico: mentre cola dalla terra, la pioggia la irriga. E favorisce la crescita di vegetazione piantata lungo questi corridoi dell’acqua. Alberi che, a loro volta, assorbono smog. Le cisterne sotterranee, infine, riducono la proliferazione di zanzare e delle malattie da loro trasmesse come la dengue».
La “rivoluzione verde” in atto a Chiclayo non è un caso isolato in America Latina. I principali riferimenti sono la colombiana Medellín e Santiago del Cile. La prima è riuscita, nel giro di un decennio, a contenere il rischio di ondate di calore – si parla di una riduzione di tre gradi della temperatura urbana –, piantando milioni di alberi lungo i pendii che caratterizzano il suo paesaggio. In questo modo, inoltre, le radici trattengono il terreno, evitando smottamenti. Più di recente, Santiago ha operato una massiccia elettrificazione dei trasporti di superficie. I bus elettrici si sommano a una metropolitana molto estesa: otto linee. «Il che consente di tagliare le emissioni nonché di non dover aumentare il costo del biglietto ad ogni impennata dei prezzi del petrolio. A conferma che le soluzioni ecologiche possono essere molto convenienti se ben gestite».
Il dinamismo urbano contrasta con lo stallo generale della politica nazionale. Gli Stati arrancano nell’implementazione degli impegni climatici presi in sede multilaterale, a partire dagli Accordi di Parigi del 2015 alla “transizione verso l’uscita dalle fonti fossili” decisa a Dubai tre anni fa. «Su scala locale le procedure sono più snelle e rapide. Sostenere le città è, dunque, il modo più efficace per contrastare la crisi climatica. Lo hanno compreso le banche multilaterali e varie organizzazioni internazionali. I finanziamenti diretti ai Comuni, senza il “filtro” dei rispettivi governi, sono ancora, purtroppo, una percentuale minima del totale.
E, a sua volta, all’interno dei municipi, ai progetti per le zone più povere e vulnerabili all’impatto del cambiamento climatico, arrivano a malapena le briciole di quest’ultima. Circa il 3,5 per cento della finanza climatica, secondo un recente studio della Banca mondiale», sostiene l’esperta. La carenza di risorse è il principale ostacolo alla transizione ecologica in ambito urbano.
«Quella più rapida ed efficace», ribadisce l’architetta. Il paradosso si inserisce nel grande nodo irrisolto della politica climatica internazionale che destina la gran parte delle risorse – oltre il 60 per cento – alle misure per ridurre le emissioni ovvero la “mitigazione”, in linguaggio tecnico. L’ultima Conferenza Onu per il clima (Cop30), un anno fa a Belém, ha esortato gli Stati a triplicare i soldi per il cosiddetto “adattamento”, le azioni rivolte a contenere gli impatti del riscaldamento globale. Il gap, tuttavia, resta. «In ambito locale si fa voragine. Il fatto è che i protagonisti delle trattative, durante le Cop, sono i rappresentanti dei differenti differenti governi nazionali. Le amministrazioni locali sono a malapena una comparsa – spiega Liliana Miranda Sara –. A farne le spese sono i cittadini, a partire dai più colpiti e fragili. Il clima in cui abbiamo vissuto finora non esisterà più. Il nuovo rapporto del Programma Onu per l’Ambiente (Unep) non lascia adito a illusioni: l’obiettivo di contenere il surriscaldamento entro l’1,5 gradi entro la fine del secolo è sfumato. Un’azione rapida potrebbe consentirci di rimanere almeno all’interno della soglia dei 2 gradi. In ogni caso, entriamo in uno scenario inedito, con effetti imprevedibili e immediati sulla terra e i suoi abitanti. Per affrontarli con la rapidità necessaria e salvare vite umane, dobbiamo realizzare una riforma dello spazio in cui queste vite si svolgono. Le città, dunque. Va ripensato il modo di costruire il sistema viario, riducendo al minimo l’asfalto. I condomini devono ricevere il grosso dell’energia dai pannelli solari. Dobbiamo elettrificare la mobilità – conclude la direttrice del “Foro ciudadades para la vida” -. Prima di tutto, di fronte a un’emergenza già in corso, è urgente creare sistemi di allerta rapida delle calamità. Nonché modelli di evacuazione e rifugi in cui le persone possano proteggersi dalle conseguenze dei fenomeni estremi. Non necessariamente si tratta di opere mastodontiche. A volte sono sufficienti interventi semplici che hanno, tuttavia, un’efficacia grandissima. Non si tratta solo di spendere di più. Ma di destinare con maggior lungimiranza le risorse».

La tragedia di Andrea, morto a 22 anni sul lavoro precipitando dal Colosseo

La tragedia di Andrea, morto a 22 anni sul lavoro precipitando dal Colosseo

Sarà una perizia tecnica a stabilire l’esatta dinamica di quanto accaduto e a dire se siano o meno state rispettate tutte le prescrizioni di sicurezza o se si sia trattato di una «tragica fatalità», come si dice – spesso a sproposito – in questi casi. Per il momento, l’unica certezza è che Andrea Moretti è morto, a 22 anni, mentre lavorava al nuovo impianto di illuminazione del Colosseo. L’ingrato compito di riconoscere il suo corpo è toccato al padre, Fabrizio, operaio anche lui e costretto a lasciare il lavoro, circa trent’anni fa, per un infortunio che lo rese invalido.
L’altra notte, il giovanissimo operaio rocciatore, una qualifica molto ricercata perché difficile da reperire nei cantieri, stava lavorando appeso alle funi, quando è precipitato al suolo compiendo un volo di dieci metri, che non gli ha lasciato scampo. Il giovane è stato trovato con l’imbracatura indossata ma non agganciata alla fune di sicurezza. Da capire, a questo punto, perché la sua attrezzatura non fosse agganciata alla fune o se si sia sganciata accidentalmente o se, al contrario, non fosse stata collegata in modo corretto. Domande cui dovrà dare risposta, appunto, la perizia disposta dall’autorità giudiziaria che indaga su questa ennesima tragedia sul lavoro.
«Morire a 22 anni è inaccettabile, e lo è ancora di più se questo accade sul posto di lavoro – scrive in una nota la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni –. Anche nel nome di Andrea continueremo a fare la nostra parte, a impegnarci e a compiere ogni sforzo affinché tragedie simili non si ripetano più».
Subito dopo la morte di Moretti, nella notte il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha ordinato l’interruzione di ogni lavoro al Colosseo fino a nuova disposizione. In mattinata ha poi deposto una corona di fiori nel luogo della tragedia. «Ci aspettiamo che quanto prima si faccia luce su ciò che é accaduto – ha detto il Ministro –. Faremo di tutto perché venga fuori la verità», ha aggiunto Giuli.
La morte del giovane lavoratore ha scosso il sindacato. L’Ubs ha proclamato lo sciopero, fino alle 16 di oggi, dei lavoratori pubblici, dipendenti del ministero della Cultura, in servizio presso il Parco archeologico del Colosseo, e dei dipendenti dell’impresa Ales Spa, società in house del Mic. La Cisl ha promosso una fiaccolata con i lavoratori, che si è svolta nel tardo pomeriggio di ieri, mentre la Uil ha chiesto «più controlli e prevenzione». La Cgil, con il segretario generale dei lavoratori dell’edilizia, Diego Piccoli, ha effettuato un sopralluogo all’interno dell’Anfiteatro Flavio. La ditta di cui era dipendente Andrea Moretti, «stava lavorando in subappalto – spiega Piccoli –. Si tratta di un’impresa medio-grande nel settore dell’edilizia, con quasi 30 operai, specializzata in edilizia acrobatica», aggiunge. «Dai nostri approfondimenti non sembrano esserci irregolarità su versamenti cassa edile e l’impresa ha una lunga esperienza nel settore. Il subappalto è quindi legato a una lavorazione specialistica. C’è però un problema generale sulla formazione dei lavoratori, su come venga svolta, ma nel caso specifico non abbiamo elementi per dire come sia stata fatta. Di certo – aggiunge Piccoli – la rabbia è tanta, perché a quasi un anno dall’incidente alla Torre dei Conti abbiamo letto solo parole di cordoglio, ma nessun passo in avanti concreto».
«Profondo dolore» per la morte di Andrea Moretti è stata espressa dalla Diocesi di Roma, che partecipa «allo sgomento per una vita così giovane spezzata mentre svolgeva la propria professione» si legge in una nota del Vicariato. «La morte di Andrea ci ferisce profondamente e interpella ancora una volta la coscienza di tutti – aggiunge monsignor Francesco Pesce, direttore dell’Ufficio per la Pastorale sociale, del lavoro e della cura del creato della Diocesi di Roma –. Non possiamo rassegnarci all’idea che si possa uscire di casa per andare al lavoro e non farvi più ritorno. La sicurezza non è un costo né un adempimento burocratico: è rispetto della persona, della sua dignità e del diritto alla vita. Ogni morte sul lavoro ci chiede di fare di più, con responsabilità e determinazione, perché il lavoro sia davvero luogo di vita e mai di morte».
La morte di Andrea Moretti arriva a poco più di un mese dal primo anno della tragedia della Torre dei Conti, a pochi passi dal Colosseo, costata la vita a Octay Stroici, operaio sessantaseienne. «Nel registro degli indagati sono iscritte nove persone, le ipotesi di reato sono omicidio e disastro colposo – ricorda il presidente nazionale Anmil, Amedeo Bozzer –. Noi di Anmil siamo convinti che non sia sufficiente. Siamo convinti che la strage dei lavoratori del nostro Paese meriti l’istituzione di un reato autonomo che è quello dell’omicidio sul lavoro».
Una proposta lanciata, anni fa, dall’ex-direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Bruno Giordano, che però, finora, non ha trovato risposte da parte della politica.
Intanto, di lavoro si continua a morire. Sempre ieri, nel parcheggio di un’azienda di Cortenuova nella Bergamasca, un uomo di 66 anni ha perso la vita dopo essere stato colpito una trave in acciaio, rimanendo poi schiacciato contro una ringhiera. Incidente sul lavoro anche a Brembate, dove un ragazzo di 22 anni è stato portato con l’elisoccorso all’ospedale Niguarda di Milano dopo essere rimasto incastrato in un compattatore di cartone in un’azienda.

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La seconda vita di Aldo Moro: l’intellettuale oltre il politico

La seconda vita di Aldo Moro: l’intellettuale oltre il politico

Avvenire

Missione compiuta. Lo storico Renato Moro – figlio del giurista Alfredo Carlo, fratello dello statista – in un memorabile intervento al Quirinale, in occasione del centenario della nascita, avanzò l’appello a «liberare Moro dal carcere brigatista», superando finalmente la tendenza a leggere la sua vicenda «dalla sua fine, come se quest’ultima fosse la chiave rivelatrice di tutto». Ne scaturì il progetto di mettere online tutto il suo pensiero di politico, cattolico e giurista. Ci sono voluti dieci anni per completare un lavoro enorme, ora tutto a portata di “clic”, a beneficio soprattutto di coloro che non hanno avuto modo di conoscerlo in vita e non sono stati aiutati a conoscerlo dopo, per come avrebbe meritato, basti pensare all’introduzione dell’educazione civica nelle scuole. «Moro è stato, e forse prima di tutto, un intellettuale, un osservatore lucido e attento come pochi delle trasformazioni globali della politica e dei problemi della nostra società».
Sono cambiate le cose in questi dieci anni?
«Tantissimo. Certo, se si parla degli anni Settanta l’immagine simbolo resta quella di Aldo Moro nella sua prigione; il caso Moro ha continuato a ispirare libri, film, documentari, opere teatrali. Ma al tempo stesso sono stati condotti tanti studi nuovi, con esiti sorprendenti, sulla sua vita e la sua azione politica e sulle motivazioni che l’anno ispirata».
A quali sorprese vi siete trovati di fronte?
«La prima, in ordine cronologico, riguarda gli inizi del suo insegnamento a Bari: le dispense di filosofia del diritto, risalenti al 1941-1942, finora sconosciute, poi pubblicate per Cedam di Padova, nel 1943. Concepite quando c’era ancora il Regime e pubblicate per un editore che in quel momento era nella Repubblica di Salò. Eppure contengono già quelle idee sullo Stato e sulla persona che poi porterà nella Costituzione».
D’altronde Moro aveva partecipato ai Littoriali degli studenti universitari, portandovi le riflessioni dell’Azione cattolica sulla centralità della persona…
«Per capire questa apparente anomalia va tenuto presente che cos’era l’Azione cattolica in quel periodo. Non solo Moro, anche La Pira consigliava di partecipare a quei raduni, ma nonostante ciò l’Azione cattolica era attenzionata dal Regime, e il suo contributo era caratterizzato da grande autonomia».
Sui contenuti che cosa va sottolineato, di quelle lezioni?
«Si delinea già una visione istituzionale, che si distingue dagli assolutismi comunisti, fascisti e nazisti, ma anche dalla visione liberale, anch’essa assolutista – in qualche modo – in chiave di libertà della persona. Per lui invece l’individuo si realizza dentro una comunità e lo stato etico di cui parla non è quello statalista di Gentile, ma mette al centro la persona e i valori di cui è portatrice. Riflessioni poi confluite nei primi articoli della Costituzione».
Protagonista assoluto nella Costituente, poi ebbe un decennio di impegno politico piuttosto in ombra.
«Ma, ed è questa la seconda grande scoperta, i primi anni Cinquanta furono per lui una fase di grande elaborazione. Anni di preparazione del centro-sinistra e di grande attenzione alla dimensione locale, alla sua Puglia. Sono aree che avevano votato per la monarchia e lui che aveva votato per la Repubblica, già durante la guerra di Liberazione, negli interventi a Radio Bari, si era espresso contro l’epurazione di massa, per risparmiare coloro che non si erano macchiati di crimini specifici, per recuperare l’unità della comunità nazionale, obiettivo che lo accompagnerà sempre».
Poi il Sessantotto, i dubbi sul prosieguo dell’impegno politico, e la scelta di dedicarsi alla politica estera.
«In realtà la politica estera era già stata, negli anni Sessanta, una prospettiva centrale del suo impegno di segretario della Dc, prima, e presidente del Consiglio poi. Ma la terza sorpresa di questi nostri studi sono le riflessioni che fece, nei primi anni Settanta, sul mondo che stava cambiando. E su quell’Italia che era contraria al cambiamento. Non era tanto Milano, Roma o Torino, era l’Italia profonda che lui, uomo di provincia del Sud, ben conosceva. La cosiddetta “maggioranza silenziosa” che votava in larga misura la Dc ma coltivava ancora quella pulsione autoritaria che aveva supportato il fascismo. Sul piano internazionale, in quegli stessi anni, ci fu la crisi del Vietnam, e poi la crisi energetica. Le grandi potenze su cui si reggevano gli equilibri di Yalta stavano entrando in crisi e lui con grande anticipo intravide un processo di globalizzazione in atto che solo nei decenni successivi abbiamo imparato a conoscere».
Nell’estate 1975 il suo capolavoro diplomatico, gli accordi di Helsinki, che videro seduti allo stesso tavolo negoziale l’Europa, gli Usa, l’Unione Sovietica e la Santa Sede. Moro era presidente del Consiglio e al tempo stesso presidente di turno della Comunità europea, e potette firmare nella doppia veste.
«Si disse che quegli accordi avrebbero avuto solo un valore formale, e nessuna conseguenza pratica. Invece poi abbiamo visto quanto Giovanni Paolo II potette giovarsi, nei rapporti diplomatici con l’Urss, di quell’impegno comune, sollecitato dalla Santa Sede, per il rispetto delle minoranze religiose. Con un ruolo di mediazione dell’Europa in quanto tale, non come singoli Stati alleati degli Usa. E qui la visione di Moro fu fondamentale per conseguire l’obiettivo».
In quel suo ricordo al Quirinale, dieci anni fa, evocò Moro nella sua casa di Terracina, sul balcone, alle prese con «enormi mucchi di giornali che gli arrivavano alle ginocchia». Ora il suo pensiero è tutto online. Che rapporto avrebbe avuto, oggi, con i nuovi media?
«Quella pila di giornali era il suo modo di “auscultare” il Paese, come diceva lui stesso, e questa sua immensa curiosità e, insieme, dedizione assoluta al bene comune, oggi lo avrebbe certamente avvicinato anche ai social. Mettendo ordine fra i suoi scritti, rileggendoli tutti, emerge come l’accusa che gli viene mossa di “bizantinismo” sia ingiusta. Pasolini disse che era “incomprensibile come il latino”. Invece, a rileggerlo oggi, appare chiaro e di grande attualità. Era un intellettuale, e certo la sua era una riflessione complessa che va inquadrata nel dibattito politico di quegli anni, che era complesso di suo. Ma ogni volta emerge con chiarezza il suo intento pedagogico, tutt’altro che fumoso, e l’amore per la comunità nazionale che lo muoveva».

Oggi alla Camera la presentazione dell’Edizione nazionale delle Opere

Oggi alle 17, nella Sala della Regina della Camera, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sarà presentata l’Edizione nazionale delle Opere di Aldo Moro, progetto nato nel centenario della nascita, su iniziativa del ministero dei Beni culturali, realizzato all’interno di AlmaDL, biblioteca digitale dell’Università di Bologna. Una raccolta in cui ogni sezione è accompagnata da riflessioni dei curatori e discorsi, interviste, testi giuridici di Moro, da dirigente della Fuci e dei Laureati cattolici, costituente, uomo di governo, dirigente della Dc e docente, fino al Memoriale dalla prigionia. Dopo il saluto del presidente della Camera Lorenzo Fontana interverranno Renato Moro, presidente dell’Edizione, e Francesca Tomasi dell’Università di Bologna. Seguirà una tavola rotonda con Marta Cartabia, presidente emerita della Consulta; Giovanni Mario Ceci e Leopoldo Nuti, di Roma Tre; Antonella Meniconi,Sapienza; Paolo Pombeni, Università di Bologna.

Un libro di Marie Grand mostra come l’amore si manifesta tanto nell’incontro personale quanto nel servizio rivolto a tutti, fino a intrecciarsi con il tema della giustizia

Van Gogh e il bene comune del Samaritano

Avvenire

Esistono varie raffigurazioni artistiche del buon Samaritano: la più nota è quella di Van Gogh, tutta incentrata sul protagonista che issa sul cavallo il malcapitato depredato dai briganti; immagine coloratissima ed emblema efficace della parabola raccontata da Gesù per rispondere alla domanda di un dottore della legge: chi è il mio prossimo? Una simile rappresentazione si trova in Delacroix, mentre del tutto diversa è quella di Rembrandt, che pone al centro della scena vari personaggi. Il buon Samaritano è di spalle, intento a parlare sulla soglia della locanda con l’albergatore, mentre sotto di loro un altro uomo solleva colui che è stato picchiato, poi c’è un altro che tiene fermo il cavallo e una donna che attinge l’acqua dal pozzo. Per Marie Grand, autrice del saggio Geografia dell’amore. Un’altra storia del buon Samaritano (Queriniana, pagine 108, euro 14,00) è proprio quella del pittore olandese, conservata alla Wallace Collection di Londra, l’illustrazione più consona della parabola, perché il dispiegarsi della pietà e della compassione non è un movimento che riguarda la singola persona ma la collettività.
Il messaggio dell’autrice è evidente: «Non si può dare all’amore tutta la sua ampiezza e la sua geografia massima senza tenere sempre insieme queste due vie – quella del buon Samaritano e quella dell’albergatore -, quella dell’incontro interpersonale, attraverso cui cerchiamo di farci prossimi a ciascuno, e quella del servizio impersonale, attraverso cui ci rivolgiamo a tutti».
Michel Serres, il grande intellettuale francese scomparso pochi anni fa, nel suo pamphlet Morale per disobbedienti, affronta la questione in un capitoletto dedicato all’umiltà, “figura cristica” che permette al generoso di non vantarsi della sua prodigalità né ad esigere una reciprocità nel suo donare. «C’è stato bisogno – aveva scritto in precedenza – nientedimeno che di un Dio sceso in terra per avviare una catena transitiva, come per il dono. Da cui l’espressione geniale: perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo a chi ci ha offeso». Il dono è un processo che non tocca due persone ma tre: chi dona, chi riceve e a sua volta si fa donatore, in una catena del bene che non s’interrompe. Come nella parabola del buon Samaritano, appunto, che spesso ci fa dimenticare l’attore principale del dramma, il ferito che giace nel fosso: il brano evangelico per Serres ci vuole suggerire la ripetitività dell’atto del donare e del donarsi affinché tutti noi ci prendiamo cura di chi è in pericolo o è stato maltrattato e ci chiniamo sulla vittima, la quale è poi chiamata a fare altrettanto, in un processo di benevolenza reciproca che possiamo chiamare empatia. A tutto ciò Marie Grand aggiunge la figura del locandiere, che accoglie lo sventurato, accetta il compenso offertogli dal buon Samaritano che gli promette di tornare per pagargli le spese sostenute per l’alloggio dell’uomo ferito. Tutto ciò per dirci che l’amore è un circuito, in cui ciascuno di noi è chiamato in prima persona a farsi prossimo dell’altro, che siano i nostri familiari o i nostri amici ma anche tutti coloro che la vita ci fa incontrare, e in più a farci carico il più possibile delle necessità degli altri, anche dei più lontani.
Un altro filosofo francese, Paul Ricoeur, citato più volte nel volume, aveva cercato di rispondere alla questione “chi è il mio prossimo?” in un articolo intitolato Le socius et le prochain. Durante l’esistenza ci capitano due tipi di relazioni, quelle corte e quelle lunghe. Le prime sono più immediate, le seconde impersonali: «Il primo amore è intimo, soggettivo, ma esclusivo; il secondo è astratto, ma più vasto». Aggiunge Ricoeur: «Il prossimo è la duplice esistenza del vicino e del lontano. La carità non è necessariamente là dove si esibisce; essa si trova anche nel servizio umile e astratto delle funzioni ed è molto spesso il senso nascosto del sociale». Si può amare tutti? È questa al fondo la domanda centrale della parabola. Commenta Grand: «Non potremo mai abbracciare tutti i nostri simili nel calore del sentimento. Amare tutti significa anzitutto chiederci che cosa dobbiamo a tutti, anche a coloro che non avranno per noi altro volto se non quello statistico o immaginario. Non si può dunque ridurre la parabola del buon Samaritano a una semplice esigenza di carità individuale facoltativa. Essa è anche un appello a vivere e pensare il prossimo sul piano sociale e politico».
L’amore ha a che fare con la giustizia, come ha rimarcato Martin Luther King commentando a sua volta la parabola: «Non basta aiutare un uomo ferito sulla strada di Gerico; è anche importante modificare le condizioni che hanno reso possibile la rapina; la filantropia è lodevole, ma non deve far trascurare al filantropo le circostanze di ingiustizia economica che hanno reso necessaria la filantropia». La carità non è solo un’azione personale, ma un obiettivo di tutta la società: di qui l’elogio delle istituzioni da parte dell’autrice, che siano la scuola o gli ospedali, purché recuperino la loro missione originaria che pone al centro l’essere umano.
Qualcuno ricorderà la polemica sull’ordo amoris innescata nel gennaio 2025 dal vicepresidente americano Vance, che rileggendo san Tommaso giustificava la politica di respingimento degli immigrati della sua amministrazione. Il libro di Marie Grand è stato scritto prima, ma nella postfazione Damiano Bondi vi fa riferimento, ricordando le repliche di papa Francesco e dell’allora cardinale Prevost che negavano chiaramente che Gesù ci chieda di fare una classifica del nostro amore per gli altri.

La santità di Carlo Acutis ora arriva al cinema e in televisione

La santità di Carlo Acutis ora arriva al cinema e in televisione

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Un bambino speciale, dalla fede istintiva, un ragazzino divertente e gioioso capace di ispirare i suoi coetanei, un adolescente impegnato nel sociale e nella divulgazione della fede in Gesù, tra gli amici come online: una “calamita” che attirava verso l’alto tutti quelli che lo hanno incontrato nella sua breve vita. È Carlo Acutis, proclamato santo il 7 settembre 2025 insieme a Pier Giorgio Frassati. E che oggi, a vent’anni dalla sua morte, continua ad attirare migliaia di persone in tutto il mondo. «La santità della porta accanto», come l’ha definita papa Leone XIV il giorno della canonizzazione, è il filo rosso di due lavori che raccontano la vita del giovane santo, tornato alla casa del Padre a soli 15 anni, il 12 ottobre 2006.
A vent’anni dalla scomparsa di Carlo Acutis prende così il via il “mese di Carlo” in cui vinema e tv raccontano la sua storia con due opere diverse ma complementari: Il mio nome è Carlo, film per la tv in onda in prima serata su Canale 5 domenica 27 settembre, e Carlo Acutis. Il giovane santo, docufilm nelle sale dal 15 al 21 ottobre. I due lavori sono stati presentati insieme stamattina a Milano, al cinema Ariosto, attiguo a Santa Maria Segreta, frequentata da Carlo e dove è custodita una reliquia del suo cuore, alla presenza della madre Antonia Salzano, che ha contribuito ai due progetti.
Il primo ad arrivare è Il mio nome è Carlo, diretto da Giacomo Campiotti, con il sedicenne Samuele Carrino, incredibilmente somigliante a Carlo, una straordinaria Lucia Mascino nel ruolo della madre Antonia Salzano e Flavio Parenti in quello del padre Andrea. Il film è una coproduzione RTI-Movie Magic International, prodotta da Movie Magic International, ed è tratto dal libro della madre, Il segreto di mio figlio, che il 6 ottobre uscirà in una nuova edizione integrata per Piemme.
È un film per la tv poetico e delicato, che ha il pregio di far conoscere Carlo attraverso tre età della sua vita. Come spiega il regista Giacomo Campiotti, vediamo il Carlo bambino, a cinque e dodici anni, immerso in una dimensione spirituale naturale, attratto da Gesù e capace di avvicinare alla fede sia la madre Antonia sia il collaboratore domestico Rajesh. Poi c’è l’adolescente, luminoso, simpatico, lontano da ogni moralismo, circondato dagli amici e capace, come sottolinea Campiotti, di «mantenere il suo essere originale e non fotocopia». Girato a Milano nei luoghi frequentati da Carlo: l’istituto delle Marcelline, il Leone XIII, la chiesa di Santa Maria Segreta, dove Maurizio Donadoni interpreta con intensità il parroco, e l’ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio. Qui avviene uno dei momenti più struggenti: il dialogo fra Carlo morente e la madre. Di fronte alla leucemia fulminante, Carlo non perde il sorriso e parla della felicità che lo attende dopo una vita breve ma piena, dedicata al bene e alla divulgazione del messaggio di Gesù. «Io sono credente – spiega Samuele Carrino -. E con Carlo, specie dopo questa scena, mi sono sentito ancora più in connessione. Ora che mio nonno non sta molto bene mi capita di pregarlo».
Le immagini della canonizzazione in piazza San Pietro, celebrata da papa Leone XIV davanti a circa 80mila persone, aprono il film di Canale 5 e chiudono invece il docufilm Carlo Acutis. Il giovane santo, che il 15 ottobre inaugurerà la nuova rassegna cinematografica I Misteri della Fede, progetto firmato da Nexo Studios e dedicato all’esplorazione della spiritualità, della relazione tra l’uomo e il divino e del senso profondo dell’esistenza. Prodotto da Officina della Comunicazione, Nexo Studios e Our Films, A Mediawan Company, con il patrocinio dell’Associazione Amici di Carlo Acutis e in collaborazione con Fondazione Cariplo, il film è diretto da Luca Salmaso e racconta la vita e l’eredità spirituale di Carlo attraverso materiali inediti, fotografie, video privati, contenuti esclusivi e le immagini della canonizzazione realizzate grazie alle camere di Vatican Media.
Fondamentali e toccanti le testimonianze dirette dei genitori, Antonia Salzano Acutis e Andrea Acutis, del domestico Rajesh Mohur, degli amici d’infanzia Mattia e Jacopo Pastorelli, della maestra Elisa Tattanelli e di Momcilo Jankovic, il medico che ha seguito Carlo negli ultimi giorni di vita. Tra gli intervistati anche Dario Edoardo Viganò, studioso di cinema e comunicazione, il postulatore e giornalista Nicola Gori; mons. Poma, parroco e confidente di Carlo, don Maurizio Corbetta, parroco di Santa Maria Segreta a Milano, padre Fábio Vieira, direttore spirituale dell’associazione devoti di San Carlo Acutis in Brasile e per la prima volta la studentessa costaricana Valeria Vargas Valverde, protagonista del miracolo legato alla canonizzazione, e sua madre Liliana.
Ne nasce un viaggio che attraversa l’intera esistenza di Carlo, mostrando insieme la simpatia e l’energia della giovinezza, il carisma e la dimensione spirituale. Dall’infanzia agli ultimi giorni, il docufilm non insiste soltanto sulla figura del santo, ma prova a restituire il ragazzo: quello che giocava, scherzava, aveva amici, utilizzava internet e contemporaneamente coltivava una fede profondissima. «Il docufilm sarà distribuito in 200 sale in Italia e stiamo studiando progetti dedicati anche con le sale parrocchiali e con l’Acec – ha spiegato il ceo di Nexo Digital Franco Di Sarro -. La sua uscita è prevista in 30 Paesi del mondo per un totale di 3000 sale. Il primo sarà la Francia, con l’obiettivo di raggiungere le 450 sale, poi il resto d’Europa e, a febbraio, le Americhe con 1700 sale».
È proprio questa capacità di parlare a mondi diversi che, come spiega ad Avvenire la madre Antonia Salzano, rende ancora attuale la figura di Carlo. «Certamente Carlo è un esempio del Signore suscitato per i tempi di oggi, è un esempio di un ragazzo che ha saputo coniugare la fede con una vita comune a tutti». La sua fede, racconta, non gli impediva di vivere una vita normale: andava a Messa e all’adorazione ogni giorno, recitava il Rosario e considerava la Parola di Dio «la mia bussola per il cielo».
La madre vede nei due lavori due strumenti complementari: «Il film e il documentario sono qualcosa che uno compensa l’altro», spiega. E ciò che conta è che possano «fare tanto bene, portare tante persone alla fede, far capire che esiste la vita eterna». Carlo, ricorda, aiutava i senzatetto e le persone in difficoltà, si interessava delle vittime del bullismo e insegnava catechismo. «Come diceva madre Teresa, non c’è bisogno di andare a Calcutta a fare bene, basta scendere sotto casa». Nella sua parrocchia, nella scuola, nel piccolo mondo che viveva, Carlo «ha lasciato un segno luminoso». Perché la santità di questo ragazzo ha conquistato il cuore di tante persone, in particolare dei giovani? «Perché Carlo è un ragazzo giovane e puro, anche una santità semplice che è possibile imitare. Il Signore vuole la santità per tutti e Carlo ci ricorda che è possibile nell’ordinarietà la straordinarietà, quando si mette Cristo al centro della nostra vita». E c’è naturalmente il tema della tecnologia. Quando aveva otto anni gli fu regalata una PlayStation. Carlo decise autonomamente di non lasciarsene dominare: «Non voleva diventarne schiavo e decise da solo di giocarci un’ora a settimana, poi non ci giocò più: credo che questo possa essere un grandissimo esempio».

La paura di Piccolo Blu e Piccolo Giallo

La paura di Piccolo Blu e Piccolo Giallo

Durante un dibattito che apriva la Settimana della Pace organizzata a Vicenza, si ragionava insieme di come anche l’identità perda le sue caratteristiche profonde di apertura e porosità se rivendicata come una roccaforte da difendere. Si parlava dei percorsi di pace, citando Chiara Lubich e Alexander Langer, nel tentativo di comprendere come ridare respiro oggi alle loro visioni. Attingendo dalla prospettiva antropologica, parlavo un po’ confusamente di come si possano percepire i propri confini esistenziali e culturali solo nella relazione con l’altro, di qualunque tipo sia. Per rendere tutto questo più chiaro, ho citato un libro per l’infanzia molto famoso, sicura di far breccia nella mente delle tante maestre presenti nel pubblico.
Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, un grande classico della letteratura per la prima infanzia, da molti considerato un capolavoro. Le due palline, blu e gialla, sono molto amiche, vivono una davanti all’altra, giocano sempre insieme, si rincorrono, si nascondono e la loro amicizia è resa graficamente dalla fusione dei due colori, dalla trasformazione che l’incontro con l’altro provoca in tutti noi, che diventiamo, fortunatamente, un po’ verdi. L’identità è un colore in continua evoluzione, era quello che volevo dire. È più simile a una ricetta in cui gli ingredienti danno vita a qualcosa di nuovo, ai colori che si mischiano, a piante che si innestano, più che a sassi messi uno sopra l’altro.
Ho visto cenni convinti di assenso, salvo poi scoprire (con un ritardo di 10 anni) che quel libro era stato messo all’indice nel 2015 dall’allora sindaco di Venezia, Brugnaro, appena insediatosi alla guida del Comune. Piccolo blu e piccolo giallo rientrava in quella cinquantina di libri per l’infanzia ritenuti sconvenienti per un riferimento che solo una mente prevenuta e maliziosa poteva trovarvi alla fantomatica “ideologia gender” o a “genitore 1 e genitore 2”, per citare la breve nota della circolare inviata allora alle scuole.
Leo Lionni è stato un immenso scrittore e illustratore per bambini e bambine, vi consiglio di recuperare i suoi albi se non li conoscete. Di famiglia ebrea di origine olandese, si trasferisce in Italia, da dove dovrà nuovamente partire nel 1938, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Si trasferirà negli Stati Uniti e tornerà in Italia all’inizio degli anni Sessanta.
Il sindaco Brugnaro è stato confermato per un secondo mandato e recentemente la stessa area politica ha vinto le elezioni amministrative. La reazione dell’opinione pubblica si fece sentire e Piccolo blu e piccolo giallo, per fortuna, tornò nelle biblioteche scolastiche qualche settimana dopo insieme ad altri capolavori della letteratura per l’infanzia finiti nelle scatole. Sorte simile toccò alle storie di Gianni Rodari, che non venne tradotto a lungo negli Stati Uniti ai tempi del maccartismo, perché iscritto al Partito Comunista.
Fortunatamente le maestre (e, ahimè, gli ancora troppo pochi maestri) sono più furbe di qualunque diktat, stretto, piccolino e senza senso. E così le scatole si aprono e i libri continuano a fare quello per cui sono nati: venire sporcati di marmellata, circolare e aprire finestre. Piccolo blu incontra piccolo giallo e diventa verde, nessuno dei due scompare. Forse è proprio questa la cosa che dovremmo ricordare, quando parliamo di identità e di pace: che non siamo sassi da impilare per costruire un muro, ma colori capaci di incontrarne altri. E che, qualche volta, è proprio dall’incontro che nasce qualcosa che prima non c’era.
Un’altra maestra ha poi raccontato che quest’anno la dirigenza della sua scuola non ha voluto proseguire il percorso di educazione alla pace perché “il tema è diventato divisivo”… e se provassimo per una settimana a far dirigere la scuola e i comuni dalle bambine e dai bambini.
Avvenire

A Rosario Livatino, giudice

di: Vincenzo Bertolone

martirio civile

Caro Rosario,

ti scrivo alla vigilia del 21 settembre, e tu sai perché. Ai miei lettori devo spiegarlo: il calendario ha fatto una cosa strana. Il giorno in cui la Chiesa ricorda san Matteo, l’esattore delle tasse che Gesù chiamò dal suo banco, è lo stesso giorno in cui, nel 1990, ti hanno ucciso su una strada tra Canicattì e Agrigento. Avevi trentasette anni; ne avresti compiuti trentotto dodici giorni dopo.

Andavi al lavoro da solo, come tante altre mattine. Una Ford Fiesta color amaranto, senza autista e senza scorta, sulla statale 640 poco dopo le otto e mezza. L’auto che ti affianca, i primi colpi, la portiera aperta, la corsa giù per la scarpata tra le stoppie di settembre. Ti hanno raggiunto ferito, in ginocchio, e uno di loro ha raccontato poi ai giudici le tue ultime parole: «Picciotti, che male vi ho fatto?». Non aggiungo nulla. Ci sono parole che, se spiegate, diventano più piccole.

Con te ho una confidenza che con gli altri illustri non ho: ho passato anni sulle tue carte. Da postulatore, ho dovuto conoscerti quasi come si conosce un imputato, cercando anche la prova contraria, domandandomi se la fede che ti attribuivano fosse davvero una ragione dell’odio che ti tolse la vita o un ornamento aggiunto dopo. Cercare la prova contraria significa leggere le agende non come reliquie ma come documenti; chiedersi se quelle tre lettere sul margine fossero una devozione privata o la forma stessa della tua coscienza di giudice; ascoltare anche chi ti ha ucciso; raccogliere le testimonianze di colleghi che non ti erano amici e di avvocati che avevano perso cause davanti a te. Alla fine il quadro diventava sempre più difficile da separare: la rettitudine del magistrato e la fede dell’uomo appartenevano alla stessa persona.

La prova contraria non l’ho trovata e il 9 maggio 2021 la Chiesa ti ha proclamato beato ad Agrigento. Quello che forse non sai è che, in quegli anni, ho finito per volerti bene come a un figlio più giovane che ti ha superato.

Di te dirò pochissimo, perché tu stesso non amavi che si parlasse di te. Eri magistrato ad Agrigento; andavi al lavoro senza scorta e sulle agende scrivevi tre lettere: S.T.D., sub tutela Dei. Al mattino, prima del tribunale, ti fermavi in chiesa. Basta così.

E ora Matteo. I miei lettori lo conoscono forse soprattutto per Caravaggio, a San Luigi dei Francesi, a Roma: una stanza in penombra, un tavolo, le monete; poi, da destra, un dito che chiama e una lama di luce. Matteo sta al banco delle imposte. Un pubblicano: per i suoi contemporanei un uomo che riscuoteva per Roma e che nessuna persona perbene avrebbe scelto come modello. Gesù passa e gli dice una sola parola: «Seguimi». Matteo si alza e lo segue. Un versetto e mezzo.

C’è una cosa che vi accomuna. Tu ricevesti la Confermazione il 29 ottobre 1988: da adulto, da magistrato, meno di due anni prima di morire. Matteo fu chiamato da adulto, con il banco già avviato. C’è un sì che si dice da ragazzi e un sì che si dice quando si conosce già il peso della vita. Il tuo fu anche questo secondo sì.

Perché vi metto insieme? Perché siete tutti e due uomini di banco: Matteo al banco delle imposte, tu al banco della giustizia. Tutti e due con la legge tra le mani. Ma il punto vero è un altro: Matteo, per seguire Cristo, ha dovuto lasciare il banco. Tu, per seguirlo, ci sei rimasto.

Il Signore a volte chiede di alzarsi e a volte chiede di restare seduti dove si è. E la seconda cosa può essere più difficile, perché non ha il fascino della partenza. Ha soltanto la fatica del lunedì.

Il tuo martirio ha qualcosa di particolarmente feriale. Non nasce dalla ricerca di un gesto eccezionale, ma dalla fedeltà ripetuta a un lavoro quotidiano: misure di prevenzione, patrimoni, sequestri, appalti, fascicoli, firme. La mafia non vive soltanto di sangue; vive di denaro, proprietà, complicità e paura. Tu la incontrasti anche lì. E forse è questo che rende la tua vicenda così vicina a chi non sarà mai chiamato a un gesto eroico: la santità del lunedì mattina, quando nessuno applaude e bisogna semplicemente fare bene il proprio dovere.

Nel quadro di Caravaggio c’è un particolare che molti turisti perdono. Una mano di Matteo sembra portarsi al petto: Io? Proprio io? L’altra è ancora lì, vicina alle monete. Mi piace pensare che tu conoscessi quella domanda. Perché non si decide una volta per tutte di essere fedeli al proprio posto: bisogna ricominciare la mattina dopo. E poi quella dopo ancora.

Tu lo avevi capito. In una conferenza a Canicattì spiegasti che il compito del giudice è decidere; decidere significa scegliere e proprio nell’atto del decidere il magistrato credente può trovare un rapporto diretto con Dio. È un pensiero formidabile: non soltanto pregare prima di lavorare, ma fare del lavoro una forma della propria risposta a Dio.

Dicevi anche che il magistrato credente trova la propria indipendenza nella dipendenza da Dio. Sembra un paradosso. Forse Matteo l’avrebbe capito bene. Lui dipendeva da Roma e dal denaro; diventò libero quando accettò di dipendere da uno che non gli prometteva né carriera né sicurezza.

E tu sapevi che l’indipendenza del magistrato non finisce sulla porta dell’ufficio. Un giudice è giudice anche quando nessuno gli mette davanti un fascicolo. La sua credibilità passa dalla sentenza, certamente, ma anche dalla vita.

C’è poi una frase di Matteo che un giudice potrebbe trovare perfino imbarazzante: «Non giudicate, per non essere giudicati». Tu giudicavi per mestiere. Ma Gesù, nella stessa pagina, parla della pagliuzza e della trave. Non proibisce di distinguere il bene dal male né di accertare responsabilità; proibisce all’uomo di mettersi al posto di Dio nel giudicare il cuore dell’altro.

Tu hai esercitato la giustizia per anni senza, che io sappia, disprezzare un uomo. Il colpevole rimaneva una persona. È una distinzione piccola soltanto sulla carta.

Lo si vede perfino dal tuo linguaggio. Nelle tue carte la mafia non diventa un mostro, una piovra, un’entità mitologica da evocare nei convegni: ci sono nomi, date, conti correnti, terreni, uomini e fatti precisi. Chi riduce il male a una nebbia finisce per non colpire nessuno e per sospettare di tutti. Tu facevi il contrario: colpivi con esattezza e non disprezzavi. Il giudizio riguardava il fatto e la responsabilità; non autorizzava a cancellare la persona.

Ancora Matteo ci ha conservato le parole: «Misericordia io voglio e non sacrifici». Gesù le pronunciò proprio mentre veniva rimproverato perché sedeva a tavola con pubblicani e peccatori. Tu hai lasciato un’altra frase che ormai cammina da sola: alla fine non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili. La misericordia non cancella la giustizia. Le impedisce di dimenticare l’uomo.

E poi c’è una pagina di Matteo che ogni giudice potrebbe leggere prima di sentenziare, perché lì accade una cosa curiosa: il giudice diventa imputato. È il capitolo venticinquesimo. Il Re separa gli uni dagli altri e il codice è sorprendentemente breve: avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, ero in carcere. Chi ha giudicato gli altri scopre che un giorno sarà giudicato. E il codice, alla fine, è la carità. Tu questo lo sapevi.

Matteo ha messo all’inizio del suo Vangelo anche due beatitudini che sembrano scritte per entrare in tribunale: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» e «Beati i perseguitati per la giustizia». Le ha tramandate un uomo che aveva conosciuto la legge dal banco delle imposte. Le ha vissute, molti secoli dopo, un magistrato siciliano che alla legge ha consegnato la propria coscienza.

C’è, infine, la solitudine. Tu ne conoscevi il peso. Chi deve decidere ascolta molti, legge molto, valuta molto; poi arriva un momento nel quale la firma è una sola. Matteo, il giorno della chiamata, fece una cosa semplice: aprì casa e invitò Gesù a tavola con gli altri pubblicani. La sua vocazione cominciò in mezzo a una cena rumorosa. Tu, invece, tante mattine ricominciavi nel silenzio di una chiesa. Due modi diversi di non essere soli. E forse hai lasciato proprio questo ai magistrati che oggi guardano a te: si può essere soli davanti agli uomini senza esserlo davanti a Dio.

L’ultima riga del Vangelo di Matteo è una promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Tu l’avevi quasi abbreviata in tre lettere sul margine delle tue carte: S.T.D. – Sub tutela Dei. Sotto la tutela di Dio. Il Signore, quando fa i calendari, qualche volta mette vicine le date perché siamo noi ad accorgercene.

Ti scrivo proprio quest’anno anche per un’altra ragione. Nel maggio scorso i vescovi italiani hanno espresso all’unanimità parere favorevole alla richiesta di proclamarti patrono dei magistrati italiani; ora si attende la conferma del competente Dicastero. Io, che ho lavorato perché la Chiesa riconoscesse il tuo martirio, ho una preoccupazione da vecchio: che ti facciano diventare una statua.

Un patrono non è un premio dato a una categoria. È una forma interiore proposta a chi vuole guardarla. Se sarai patrono dei magistrati, siilo come eri giudice: senza clamore, al tuo posto, con quelle tre lettere sul margine. Che ti ricordino soprattutto quando devono decidere e sanno che la decisione costerà. Non soltanto quando devono inaugurare qualcosa.

E un’ultima cosa, Rosario. Questa è per me. Anche noi vescovi stiamo a un banco. Si chiama cattedra e qualche volta rischiamo di sederci troppo comodi.

Tu firmavi sapendo che la firma poteva costarti la vita. Noi firmiamo lettere pastorali sapendo che nessuno le leggerà; e quando una firma costerebbe davvero qualcosa, troppo spesso preferiamo non firmare.

Matteo si alzò. Tu restasti. E lo faceste per la stessa voce. Insegnami a distinguere quando il Signore chiede di alzarsi e quando chiede di restare. A settantanove anni non l’ho ancora imparato del tutto.

Sub tutela Dei. C’eri tu. E ci sei.

Il tuo postulatore, che ormai ti deve più di quanto tu debba a lui.

Palermo, 13 settembre 2026

✠ Vincenzo Bertolone SdP

Settimana News

La Chiesa al tempo del fallimento della globalizzazione

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Settimana News

Ormai è assodato; siamo in pericolo. I motivi sono ovviamente tanti, ma come non pensare che siamo proprio in pericolo dopo il fatto avvenuto in una classe italiana.

Un tredicenne ha assalito la professoressa: fatto grave in sé. Chi l’ha salvata? Uno studente congolese.

L’umanità che salva
Non emerge che questo ragazzino ha espresso la cultura prodotta in lui, così giovane, dal viaggio che è al centro della sua formazione, della sua identità. Infatti, leggo che l’eroe gentile – così è stato soprannominato – vive in una casa famiglia ed è arrivato in Italia senza i suoi genitori, a bordo di un barcone. Ma l’umanità del profugo giunto addirittura su un barcone la consideriamo poco o nulla.

Sui social anche la sua storia ha diviso: qualcuno ha scritto che meriterebbe encomi, molti però hanno reagito male. E nelle ore in cui è accaduto questo, con una curiosa coincidenza temporale, il governo ha annunciato di voler imporre un limite agli “studenti stranieri” in una classe. È già previsto da disposizione ministeriale del 2010 e risultato inattuabile, per carenza di professori e di aule.

Ma ciò che conta è che un caso di amore per la vita altrui, nello specifico di un’italiana da parte di un ragazzo giunto dall’estero, finisce col coincidere non con un momento di maggiore comprensione, ma di nuova separazione, contrapposizione: ed è toccato al presidente Mattarella ricordare che la scuola è aperta a tutti, da Costituzione.

Ma bisogna anche considerare in che contesto questo accade. Una parte sempre più rumorosa non vuole armare l’Ucraina (senza dire quasi mai cosa voglia fare): poco cala che dall’altra parte ci sia una Russia armata di suo? La narrativa però viene spostata sempre più spesso sul parallelo tra resistenza ucraina e la nostra resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Il metro, sia da una parte che dall’altra, è quello, la Seconda Guerra Mondiale.

Che ci sia una differenza è evidente: da noi l’invasore nazista era giunto con il consenso del governo fascista, in Ucraina è stato l’esercito nazionale a opporsi da subito all’invasore russo. Ma il problema è nella necessità di questo paragone o della sua negazione, perché la Seconda Guerra Mondiale ci rimanda a giusto o sbagliato, bene o male.

È interessante che Pierluigi Bersani abbia detto in televisione che monsignor Ricchiuti, presidente di Pax Christi, avrebbe detto di ritenere “moralmente accettabile” intervenire per salvare vite umane in uno Stato aggredito ed elencato strumenti necessari, come i sistemi di allarme e intercettazione dei missili e dei droni, ma il coro “basta armi all’Ucraina” sembra prendere molti se tradotto così: spendiamo i nostri soldi per noi stessi. Che i problemi siano enormi e i soldi pochi è oggettivo, come è oggettivo che l’Europa non abbia un suo esercito.

La Chiesa al tempo del fallimento della globalizzazione
Ormai è indiscutibile ciò che ha sottolineato più volte Leone XIV: siamo nell’epoca della polarizzazione. Il discorso dunque va allargato. Infatti non c’è un campo unito, fermo, solidale nel difendere ciò che è stato il cuore della nostra identità politica: riassumiamola con “libertà, uguaglianza, fraternità”, dove è il terzo vocabolo che spiega e tiene tutto.

Ma tutto ciò che è universale sembra divenuto fastidioso: diritto internazionale, pace universale, diritti dell’uomo; tutto questo è finito nella lista dei nostri nemici? C’è una sola Maginot: la Chiesa cattolica, unica istituzione globale rimasta in piedi dopo l’uragano MAGA di Donald Trump. È una responsabilità enorme quella di rappresentare tutto ciò che di globale, universale, è rimasto in piedi.

Il punto di partenza che la Chiesa universale potrebbe aiutarci a riporre al centro della discussione che ha luogo in ogni Paese, almeno del nostro Occidente, è molto semplice: questa economia uccide. È questa la frase che taglierebbe la polarizzazione, perché tra le persone ordinare che aderiscono all’uno o all’altro campo ne percepiscono la fondatezza. Dunque sono stati fatti degli errori madornali. Quali?

L’elenco sarebbe troppo lungo e vario. Senza addentrarmi troppo direi che è fallita la globalizzazione. Perché è fallita? Per due motivi fondamentali. Il primo è appunto economico: la finanziarizzazione dell’economia. Questa economia uccide anche i figli di chi l’ha creata, voluta. E causa maremoti, a partire dalle migrazioni forzate.

Ma il colletto blu americano che apprezza la grande deportazione, vorrà studiare la cartolarizzazione del debito dei paesi poveri, della deregulation avviata da Bush e completata da Clinton, in piena sintonia con tante legislazioni europee? E si può chiedere a un tedesco in condizioni economiche quasi disperate di dedicarsi allo stesso studio? Più facile dirgli che gli immigrati creano problemi, gli rubano il lavoro, portano disvalori, per qualcuno malattie, anche qui da noi. È lo scontro di civiltà dentro casa.

Gli errori dunque riguardano tutti, destra e sinistra. I vecchi conservatori e i vecchi progressisti avrebbero un bel po’ da lavorare se gli si chiedesse conto di come hanno squassato il mondo. Ma il nazionalismo estremo, tipo AfD, gli chiede conto di quegli errori economici? Non mi sembra, io credo che i loro leader non li considerino tali. E siamo così al secondo errore.

Globalizzazione e omologazione
Se economicamente la globalizzazione è stata gestita in questo modo, culturalmente ha creato la percezione che si volesse creare un uomo tutto nuovo, senza cultura, senza identità. Il nazionalismo estremo ha percepito questo e ci propone la sovversione usando la religione come veicolo di odio. Odiare l’altro nel nome di Dio; è questo il nuovo credo? La religione è un casellario giudiziale che sporca la fedina penale di tutti coloro che non appartengono alla mia?

Ecco che Marx viene capovolto: l’oppio dei popoli, cioè l’anestetico che sapeva conservare la fedeltà al regnante, diviene la cocaina dei popoli, cioè l’eccitante capace di capovolgere i regni e consegnarli a chi propone di sovvertire l’ordine costituito. Queste religioni trasformate in ideologie e che sostengono un’altra ideologia, il nazionalismo, ci dicono che non è vero che sono morte le ideologie.

Dunque è la globalizzazione che con i suoi fallimenti ci ha portato a odiare tutto ciò che è globale, universale? Penso di sì, e penso che la Chiesa cattolica, unica istituzione universale rimasta in piedi, ha tutto il necessario per dirci che la globalizzazione è stata il grande inganno, non per l’idea, ma per come è stata perseguita.

Oltre al liberismo selvaggio cui si è fatto appena un brevissimo cenno, la globalizzazione ha creato la accennata paura, l’omologazione. È quello che disse papa Francesco a Caserta, quando incontrò il pastore Giovanni Traettino: “Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità”.

Per una società di conviveza delle diversità
Siamo in pericolo ma non ne usciremo in altro modo che tornando nelle diverse periferie del nostro mondo, non barricati nel suo centro, andando a parlare, a vivere, ad ascoltare le periferie urbane, nazionali, continentali. È li che batte il cuore dell’uomo contemporaneo. E per riuscirci bisogna superare il vecchio paradigma occidentale dell’universo come puzzle a incastro unico.

Il paradigma occidentale, sintetizzando più del possibile, Isaiah Berlin lo spiega così: 1) Ogni domanda autentica deve poter avere una risposta: se non si può rispondere non è una domanda autentica. Magari io non saprò la risposta, ma un altro sì. 2) Tutte le risposte devono essere conoscibili, possono essere scoperte mediante mezzi suscettibili di essere appresi e insegnati ad altri. 3) Tutte le risposte debbono essere compatibili tra di loro, diversamente saremmo nel caos.

A questo paradigma, dal campo illuminista venne un’aggiunta: le risposte devono essere basate sul corretto uso della ragione, niente rivelazioni o tradizioni. Non risulterà sorprendente che Berlin citi una frase di Fontenelle, illuminista rappresentativo, dalla vita molto ragionevole: “Un’opera di politica, di morale, di critica, forse persino di letteratura, sarà più bella, tutto considerato, se fatta dalle mani di un geometra”.

Spererei che ci allontanasse da tutto il paradigma, con o senza l’integrazione illuminista, perché già allora un razionalismo arido, gelido, geometrico, alimentò una reazione irrazionale, bollente, per buttare all’aria l’unica geometria possibile, quella imposta a tutti. Come allora accade oggi. Uscire dal meccanismo dell’universo come puzzle a incastro unico è il grimaldello per spiegare che siamo uguali perché siamo diversi, con ideali diversi e dunque il compromesso è indispensabile.

Recuperato il gusto di un mondo pluralista, che rifiuta l’uniformità e che ammette che l’economia che ha imposto uccide, potremmo trovare le risorse spirituali per sfidare l’emergenza d’oggi, la criminalizzazione dell’altro. Cosa potremmo dire a quest’umanità polarizzata nell’odio? Quello che disse papa Francesco a Singapore: «Se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio».

Giovani, contratti, salari e formazione: le 120 proposte della Cisl per far ripartire l’Italia

Giovani, contratti, salari e formazione: le 120 proposte della Cisl per far ripartire l'Italia

L’obiettivo: un’Italia del domani migliore; la proposta: costruirla con un Patto sociale a partire dal confronto su proposte concrete. È l’ambizione del Libro Verde approvato questa mattina dall’esecutivo della Cisl, che la confederazione offre ora al dibattito con gli altri sindacati, il mondo associativo e soprattutto i partiti, senza pregiudiziali. «Con il Libro Verde la Cisl mette a disposizione del Paese un insieme di proposte per aprire un confronto largo, perché le grandi transizioni che abbiamo davanti – tecnologica, digitale, ambientale e demografica – non possono essere governate lasciando indietro lavoratori, famiglie, giovani e territori», ha spiegato la segretaria generale Daniela Fumarola. «Serve un nuovo Patto sociale, costruito attraverso il dialogo e la responsabilità condivisa, per redistribuire in modo equo i vantaggi e i costi del cambiamento».
La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, al comitato esecutivo della confederazione / foto ufficio stampa Cisl
La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, al comitato esecutivo della confederazione / foto ufficio stampa Cisl
Il Libro Verde – 120 proposte divise in 11 capitoli – parte da una premessa analitica: «Produttività e crescita deboli tengono ferme le retribuzioni, il declino demografico mette a rischio la capacità produttiva e la tenuta del welfare, i giovani e le donne restano una risorsa largamente inutilizzata. Nel frattempo, rivoluzione digitale, intelligenza artificiale, transizione ecologica e nuova globalizzazione stanno ridisegnando in profondità la società e il mercato del lavoro». Da qui l’offerta di questa sorta di “programmone” – alla cui elaborazione hanno collaborato anche Maurizio Del Conte, Francesco Giorgino, Sonia Malaspina, Marco Marcatili, Tommaso Nannicini, Elena Prodi, Emmanuele Massagli, Aldo Carera, Massimiliano Valerii e Marco Lai – con, al centro dell’attenzione, in particolare le nuove generazioni. Per evitare che debbano arrendersi all’idea della fuga dall’Italia e trovino qui invece l’ambiente giusto per sviluppare i propri talenti ed essere protagonisti della vita economica e sociale del Paese.
La Cisl resta però fedele alla sua natura di sindacato e così il primo punto riguarda la «Contrattazione collettiva e le retribuzioni». L’obiettivo è «far evolvere l’assetto del 1993 con due livelli contrattuali di pari dignità, un contratto nazionale ampiamente integrabile e adattabile in azienda e sul territorio, il pieno recupero annuale del potere d’acquisto senza automatismi dannosi e un’aggiornata regolazione della rappresentanza definita dalle parti sociali. Ancora, l’ulteriore spostamento della tassazione dal lavoro alle rendite improduttive». C’è poi l’idea di creare un fondo per sostenere l’economia reale. «Serve mobilitare il risparmio delle famiglie e degli investitori istituzionali non speculativi, a partire dai fondi pensione, verso impieghi produttivi di lungo periodo, con la Cassa Depositi e Prestiti nel ruolo di garante e àncora pubblica». Centrale è in particolare il tema del «Capitale umano e dell’Intelligenza artificiale». «L’introduzione dell’IA deve seguire un approccio di amplificazione del lavoro umano, non di sostituzione e ciò richiede diritti di informazione, consultazione e partecipazione sindacale». Grande spazio, ancora, è dedicato alla formazione. «Va stabilito un diritto soggettivo alla formazione lungo l’arco della vita, esigibile, portatile e universale, attraverso un conto personale alimentato da risorse pubbliche, contrattazione, bilateralità, imprese e fondi interprofessionali, defiscalizzato e accompagnato da orientamento e bilancio delle competenze». Seguono poi le proposte sulle «Politiche attive per il lavoro», la «valorizzazione e l’incremento dell’occupazione femminile» e una «Strategia nazionale ed europea per l’industria», senza la quale «non c’è futuro».
Ancora, come detto, un intero capitolo è dedicato ai «Giovani, la sfida demografica e le politiche dell’abitare» con la proposta di una «fiscalità agevolata per i giovani lavoratori e un paradigma di attrattività che tenga insieme salari, welfare, casa e conciliazione, una valutazione di impatto generazionale sulle principali riforme». Decisamente meno enfasi rispetto al passato caratterizza invece i capitoli sulle «Età della vita, lavoro e reti di welfare» e soprattutto il cosiddetto «Pensionamento sostenibile». «La previdenza va riformata con le parti sociali – vi si legge – affermando tre principi: stabilità delle regole, perché gli interventi ripetuti scaricano i costi sui più giovani; separazione contabile tra previdenza e assistenza; correzione delle iniquità», a partire da requisiti per le pensioni anticipate che tengano conto delle mansioni svolte e dei diversi redditi. A chiudere il Libro Verde il tema della «Qualità della vita lavorativa e della partecipazione» con la richiesta di «finanziamento stabile e strutturale della legge 76/2025».
«Questi undici capitoli compongono una proposta organica che mette al centro la persona, il lavoro e la responsabilità collettiva. L’obiettivo è riportare nel dibattito pubblico lavoro, welfare e disuguaglianze, e fare di questo Libro la nostra carta di navigazione da qui al voto e poi oltre, per la legislatura che verrà, chiunque la governi», ha concluso la leader Cisl Fumarola. La Cisl ci crede e presenterà le sue proposte in almeno tre incontri pubblici in Italia. Interessante sarà vedere quali partiti saranno interessati al confronto e in quale misura.

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