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Lettura e Vangelo del giorno 24 Maggio 2026

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Letture del Giorno

Prima Lettura

Dagli Atti degli Apostoli
At 2,1-11

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

 

Salmo Responsoriale

Dal Sal 103 (104)

R. Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Oppure:
R. Alleluia, alleluia, alleluia.

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature. R.

Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra. R.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore. R.

 

Seconda Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 12,3b-7.12-13

Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.
Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

Vangelo del Giorno

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La Chiesa e i battezzati adulti

di: Severino Dianich

battesimo

Sta suscitando interesse, negli ambienti più diversi, il fenomeno di uomini e donne, in maggioranza giovani, che si fanno battezzare da adulti, in paesi nei quali, tradizionalmente tutti, o quasi tutti, sono cristiani battezzati da bambini. Che il fatto faccia notizia non stupisce.

media e l’opinione pubblica affrontano il fenomeno, quasi sempre, domandandosi cosa questo significhi in ordine al ruolo che la Chiesa esercita nella società, quale guadagno il mondo ne tragga, secondo alcuni, o da quali pericoli, secondo altri, sia necessario mettersi in guardia.

Si cerca di comprendere che cosa accada alla società in questo frangente piuttosto che di che cosa accada alla Chiesa. Ci si interroga cosa produca di nuovo nell’assetto sociale questa crescita del peso che essa esercita sul suo ambiente.

Senza dire che, tante volte, lo si fa in maniera strabica, ignorando la sproporzione tra il fenomeno, numericamente limitatissimo, dei nuovi accessi alla Chiesa, rispetto a quello, numericamente imponente, degli abbandoni della fede da parte di molti battezzati e della progressiva diminuzione del battesimo dei bambini.

Di cosa sia sintomo e quali effetti possa produrre nell’assetto sociale l’aumento numerico del battesimo degli adulti è una prospettiva legittima della riflessione e, per chi osserva i fenomeni dell’esterno della Chiesa, per certi aspetti, anche ovvia. Sarebbe, però, un grave errore, se anche all’interno della Chiesa, fra pastori e fedeli che vivono dall’interno l’esperienza ecclesiale, l’interesse dominante restasse su questo piano.

La missione della Chiesa non è, o se si vuole essere più realisti, non deve essere, impostata come un’opera di proselitismo. Non le deve interessare di diventare più numerosa e più potente. Non deve coltivare la sua gloria. Quando lo fa, tradisce il Battista, per il quale «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30) e tradisce l’Apostolo che ci tiene con forza a dichiarare: «Non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5).

Per un partito politico è ovvio e legittimo fare opera di proselitismo, perché è sua vocazione cercare di ottenere nella società il massimo dei consensi da parte dei cittadini, in modo da poter conquistare ed esercitare legittimamente il potere, nel quadro previsto dalla Costituzione, e costruire una società conforme ai suoi ideali.

Anche la Chiesa intende operare perché nella società si possano affermare i suoi ideali, ma, paradossalmente, il suo ideale non è quello di affermare sé stessa, acquistare il potere e così poter determinante lo sviluppo della società, bensì l’affermarsi di Cristo nel mondo.

Gesù stesso, inoltre, sfidato da Pilato sulla sua presunta pretesa di essere un potente di questo mondo, precisava le sue aspirazioni: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18,36). Si impone, comunque, alla Chiesa, proprio in quanto la sua missione è di fare di Cristo l’ideale dell’uomo, di spostarsi ai margini della scena, lasciando a lui il centro.

La sua natura è quella di una società estroversa, chiamata a realizzare sé stessa fuori di sé stessa. Non è suo successo, cui dover aspirare, rendersi più grande e importante nel mondo, ma rendere la persona e il messaggio di Gesù sempre più influenti nel mondo.

In questa prospettiva, quindi, dovrebbe muoversi la riflessione della comunità cristiana su cosa la Chiesa dovrebbe fare, su quali cambiamenti dovrebbe attuare nel suo costume e su quali riforme andrebbero apportate alle sue istituzioni, per rispondere in maniera adeguata a questo fenomeno, relativamente nuovo, delle conversioni di adulti alla fede.

Gli uomini e le donne, che oggi si fanno cristiani e desiderano entrare nella Chiesa, non sono uguali a coloro che ne fanno parte fin dall’infanzia, in quanto battezzati da bambini. Questi ultimi hanno una personalità plasmata, in maniera più o meno decisiva, dal loro essere stati cresciuti nel quadro di una vita cristiana.

Può anche accadere che ai nuovi arrivati la proposta della fede sia giunta deformata, quasi fosse l’offerta di un rifugio nello smarrimento di questo mondo. Ma se, come è normale accada, l’offerta della fede è stata loro proposta come un’investitura a una missione, coinvolgimento nell’impresa di trasformare questo mondo, essi non si nutrono di nostalgie, ma si accendono di desideri, non sono attaccati al passato ma proiettati verso il futuro. Persone in tal modo determinate apportano prospettive ed energie nuove e innovatrici alla Chiesa, che deve mettersi in condizione di accoglierle.

Per riattivarsi, infine, nell’opera di evangelizzazione dei non credenti e dei non cristiani ma, non di meno, degli ex cristiani, sarebbe utile cercare di mettere a fuoco, considerando la loro esperienza, i motivi che, nella situazione odierna, in questo o quel paese del mondo, possono accendere in una persona il bisogno di fare un salto di qualità nella propria esistenza, di uscire dalla condizione di superficialità e di occasionalità delle proprie scelte, in cui non di rado si vive, dando alla propria vita un senso e una direzione ben determinata.

Bisognerebbe individuare quali siano gli aspetti della vita cristiana che oggi rivelano la capacità di attirare l’attenzione delle persone non religiose, o di altra religione, in modo tale da far germogliare in loro il desiderio della fede in Gesù Cristo.

Nulla di più dell’esperienza vissuta da uomini e donne che, in età adulta, cercano nella Chiesa, nella condivisione della sua fede e nella celebrazione del battesimo, la risposta alla loro ricerca di senso, potrebbe meglio determinare gli orientamenti di vita di una Chiesa che voglia, oggi, nei paesi di antica tradizione cristiana, essere, all’altezza della sua missione.

Per un intero millennio vescovi e preti hanno esercitato il loro ministero nella cura pastorale di comunità antiche, con alle spalle secoli di vita, mentre non a loro, ma ai missionari che vanno nei paesi dove non ci sono, o sono pochi i cristiani, si affidava l’opera dell’evangelizzazione.

Oggi, che anche nei paesi di tradizione cristiana molti sono gli uomini di altra religione, donne e uomini non religiosi, cristiani che hanno abbandonato la fede, alla Chiesa si impone di reimparare a proporre a chi non conosce Gesù, o non crede alla sua risurrezione, la fede in lui. Non è più pensabile, inoltre, che questo sia compito dei ministri ordinati invece che di ogni cristiano.

Godere della grazia della fede rende ogni credente debitore della ricchezza di cui gode a chi non gode nella vita della consolazione e della gioia che viene dalla speranza di un futuro sul quale solo la fede apre l’anima.

Settimana News

Il corteo, le polemiche politiche e le intimidazioni allo Zen: così Palermo ha ricordato Falcone

Il corteo, le polemiche politiche e le intimidazioni allo Zen: così Palermo ha ricordato Falcone
Circa 8mila persone hanno partecipato, come ogni anno, al corteo organizzato a Palermo in occasione del 34esimo anniversario della strage di Capaci. Il corteo si è diretto all’albero Falcone. I partecipanti hanno attraversato via Libertà, nel centro della città. Decine le bandiere e gli striscioni, molti dei quali polemici nei confronti della commissione antimafia e del governo. Un gruppo di giovani manifestanti ha realizzato un’installazione contro la presidente della Commissione nazionale antimafia, Chiara Colosimo in via Ruggero Settimo, nel centro di Palermo dove sta passando il corteo di movimenti e associazioni. La stessa presidente Colosimo è intervenuta in giornata a Palermo dicendo che «nulla di ciò che è stato fatto contro la mafia, e nulla di ciò che ancora oggi continuiamo a fare anche in Commissione parlamentare antimafia, sarebbe stato possibile senza l’esempio di Falcone e di Borsellino». Con  lei ha polemizzato anche il leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte, secondo cui «l’esempio di Falcone è indelebile, è l’esempio di chi ha combattuto tutta la vita la mafia, senza nessun compromesso. Non dobbiamo solo ricordare, ma rinnovare questo impegno. E questo significa rimuovere tutte quelle norme fatte per creare spazi di impunità, indebolire la lotta contro la corruzione, mirate a spuntare le armi investigative. La lotta alla mafia è una cosa seria. Torneremo al governo e spazzeremo via quella legislazione che sta favorendo la classe politica collusa» ha detto il leader del M5s, presente al corteo delle associazioni.
Ci sono due mondi che si scrutano, anche il 23 maggio del 2026, 34 anni dopo la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. C’è il mondo di chi c’era, consapevolmente, e il mondo di chi non era ancora nato. I ricordi si sovrappongono all’apprendimento postumo. Quando i linguaggi si incontrano, quando, nella stessa stanza, si riuniscono esperienze e narrazioni, la forza della memoria irrompe sulla scena.
È accaduto allo Zen, periferia piena di speranza e di problemi, a Palermo. Tra le manifestazioni previste, “Le stragi del 1992 tra storia, politica e memoria”, un appuntamento organizzato dal dipartimento di Scienze politiche e delle Relazioni internazionali dell’Università di Palermo nell’ambito del progetto “Ricuciamo Palermo”. L’evento si è svolto nell’aula magna dell’istituto comprensivo dedicato proprio al giudice Giovanni Falcone, guidato da un preside, Massimo Valentino, che ha ridato coraggio a una scuola di trincea.
Il contesto resta difficile. Venerdì, alcuni colpi di pistola sono stati sparati, allo Zen 2, la zona più problematica, contro le sedi delle associazioni “Handala” e “Albero della vita”, focalizzate nel sostegno a donne e bambini. Gli immobili sono stati danneggiati. «Escludiamo categoricamente che si tratti di un atto intimidatorio nei confronti delle realtà associative del quartiere, poiché non abbiamo alcun elemento che ci porti a ritenerlo tale. Da anni lavoriamo in questo territorio, accanto a bambini e bambine, donne, famiglie e persone fragili. Le nostre sono associazioni storiche e ben radicate, che hanno sempre operato nell’interesse esclusivo della comunità dello Zen. Quella stessa comunità che negli anni ha mostrato grande partecipazione e impegno quotidiano». Così scrivono in una nota “Fondazione L’Albero della Vita”, ‘Handala”, “Laboratorio Zen Insieme”, “Lievito”. «Allo stesso tempo – prosegue la nota –, riteniamo si tratti di un episodio che richiama l’attenzione sulla crescente presenza di armi fra le strade della città». Nella scuola i ricordi hanno dato vita a un’intensa trama delle emozioni. I ragazzi, distogliendo lo sguardo dagli smartphone, hanno seguito un docufilm con le immagini di repertorio. Molti hanno trattenuto il respiro, all’apparire dei volti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Diverse le testimonianze. Giorgio Mulè, oggi vicepresidente della Camera, ieri giornalista a Palermo, ha raccontato la cronaca vivida di 34 anni fa, con un accenno commosso ai primi istanti in via D’Amelio, davanti ai resti irriconoscibili delle vittime.
«È per noi motivo di orgoglio tornare allo Zen ospiti della scuola intitolata a Falcone in un giorno così importante per la memoria di tutti – chiosa Costantino Visconti, direttore del dipartimento –. Offriamo quel che siamo, un gruppo di studiosi che mette a disposizione del dibattito pubblico analisi e riflessioni su quel periodo tragico che hanno preso la forma tradizionale del libro scritto da storici e anche quella più inusuale del docufilm, con l’intento di sollecitare approcci critici e discorsivi nell’ottica di costruire un’arena memoriale a sfondo il più possibile pluralistico».

Avvenire

Lang Lang: «In un mondo di smartphone, studiare musica educa i giovani alla concentrazione alla creatività e all’armonia»

Lang Lang: «Le note insegnano a pensare»

Il suo nome è Lang Lang, che nella lingua del suo Paese d’origine significa “brillante”: un aggettivo che sembra descrivere perfettamente il temperamento di questa superstar del pianoforte. Si è presentato al mondo come il funambolico interprete che all’età di tre anni ha iniziato a suonare dopo aver visto Tom & Jerry rincorrersi sulla tastiera in un celebre cartone animato. Ma dietro la favola dell’enfant prodige si nasconde una storia molto meno fiabesca, scandita da rinunce, sacrifici, lezioni estenuanti, insegnanti violenti e scelte dolorose.
Tutto nasce dal talento straordinario di un bambino cresciuto nella Cina post-rivoluzionaria, figlio unico di una famiglia di modeste condizioni, ma anche dalla figura di un padre, ex musicista, disposto a tutto pur di trasformarlo nel “Numero Uno”: fino a imporgli dodici ore quotidiane di studio, privazioni e continue vessazioni. A sorreggere Lang Lang, però, c’è sempre stata una forza più grande di tutto: l’amore assoluto per la musica e la convinzione che attraverso di essa possa passare un’idea di bellezza capace di resistere a tutto.
Classe 1982, oggi è una delle personalità più celebri del panorama musicale internazionale, ma anche Ambasciatore di Buona Volontà dell’Unicef e Messaggero di Pace delle Nazioni Unite. L’ultima volta che si è esibito nel nostro Paese è stato durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, ma tornerà in Italia il 25 maggio per un recital solistico all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Musica e sport sembrano obbedire alle stesse leggi non scritte: sacrificio, rigore, ricerca della perfezione. Come artista, vede dei paralleli tra la mentalità dell’atleta e il suo percorso nel trasformare la pressione del palcoscenico in energia creativa?
«Ci sono moltissimi punti di contatto tra musica e sport: entrambi richiedono disciplina, costanza, dedizione assoluta e fiducia in ciò che si sta facendo. Non si può interrompere un ciclo di allenamenti, così come non si può rinunciare allo studio quotidiano dello strumento. Ma c’è anche un altro aspetto fondamentale: la convinzione che ciò che si fa possa raggiungere gli altri, creare una connessione, trasmettere energia. Quando si è completamente immersi nell’ “esecuzione” – sul palco come in una competizione – tutto il resto scompare e l’attenzione si concentra interamente su un unico obiettivo. È una forma di concentrazione profonda che sviluppa creatività, immaginazione e consapevolezza. Per questo è essenziale che i più giovani imparino a suonare uno strumento: in un’epoca dominata da smartphone, contenuti immediati e ritmi sempre più accelerati, il tempo lento della musica rappresenta ancora un esercizio prezioso per la mente e per la crescita personale».
Quando scende dal palco, cosa la aiuta a ricaricare le energie?
«Fuori dalle sale da concerto, il tempo più prezioso è quello che trascorro con mio figlio: raccontargli storie, portarlo a spasso, viverlo. Il matrimonio ha cambiato tutto: prima la mia vita era un viaggio senza sosta, adesso, alla fine di ogni tour, l’unico posto dove voglio essere è a casa, con la mia famiglia. Non è una vita “regolare” – sono sempre in movimento – ma ogni momento libero appartiene a loro. Ed è proprio da quella normalità conquistata giorno per giorno che viene la mia ispirazione più grande».
La musica è da sempre il suo linguaggio per eccellenza, un modo di dialogare con il mondo. Con il disco Piano Book 2 sembra voler portare questo dialogo direttamente nelle case delle persone…
«L’idea è di dare continuità al primo Piano Book di sei anni fa, che ha ispirato molti pianisti, dai giovanissimi ai più maturi. Volevo offrire nuovi punti di riferimento, brani che trasmettessero loro la fiducia necessaria per esibirsi e, soprattutto, il piacere di suonare. In questa nuova raccolta ho inserito pezzi contemporanei che si connettono meglio agli studi regolari di oggi. In sei anni il mondo del pianoforte è cambiato molto: sono emersi nuovi compositori, come il canadese Tony Ann; sei anni fa probabilmente non aveva nemmeno iniziato a scrivere, e ora crea opere bellissime. Ci sono nuovi lavori di Ludovico Einaudi e alcuni dei miei classici preferiti del passato, come la Toccata di Paradisi. Ma ho lasciato posto anche a trascrizioni di colonne sonore di film, serie TV e videogiochi…».
Attraverso la sua Fondazione e programmi come “Keys of Inspiration” ha fatto dell’educazione musicale una missione. Cosa rende il pianoforte uno strumento così potente per lo sviluppo dei giovani?
«Purtroppo nelle scuole la prima materia che viene tagliata è spesso la musica. Accade anche nel mondo occidentale, nelle scuole pubbliche: molti bambini non hanno mai ricevuto una vera educazione musicale, non sanno leggere uno spartito. L’educazione musicale ha cambiato la mia vita e dovrebbe avere il potere di cambiare quella di tutti i bambini; è un loro diritto studiare musica. Come dicevo, la creatività, il potere curativo e la sinergia che impari con la musica danno una spinta a non arrenderti mai».
Nella musica, l’armonia è il giusto equilibrio di voci diverse che si sostengono a vicenda. È un concetto che va oltre le note?
«Assolutamente! Spiegare il concetto di armonia significa trasmettere qualcosa che va al di là della semplice melodia e la supporta. Aiuta i giovani a capire cosa significhi l’intesa, l’accordo, l’equilibrio tra le persone; altrimenti ci si ricorderebbe solo il motivetto di una canzoncina pop e nient’altro. Il mondo non può avere una voce sola; deve avere più voci che si supportano a vicenda, insieme. Questo crea l’armonia».
La sua carriera è una storia di successo, ma anche di grande resilienza. Cosa direbbe a un giovane musicista che oggi dubita del proprio futuro?
«È una sfida enorme, un vero “essere o non essere”. La musica classica ha tantissimi appassionati, ma non sono mai abbastanza: basta confrontarsi con il pubblico del calcio per capire quanto strada ci sia ancora da fare. Costruirsi una carriera oggi è più difficile di un tempo, e i social media non bastano: essere un influencer non è la stessa cosa che essere un musicista professionista. Un tempo, vincere un grande concorso apriva tutte le porte; oggi i concorsi si moltiplicano e i “numeri uno” anche, ma le carriere vere restano poche. Per farcela, bisogna amare profondamente quello che si fa ed essere disposti ad aspettare. Chi insegue solo il risultato immediato non arriverà lontano: il momento giusto arriva, ma chiede pazienza e la capacità di non mollare mai».
Avvenire

Indigna l’Irlanda la storia di Sakila, morto come George Floyd

Indigna l'Irlanda la storia di Sakila, morto come George Floyd

È una vera e propria processione quella che da giorni attraversa Henry Street, nel cuore commerciale del centro di Dublino. Davanti alle vetrine di Arnotts, il grande magazzino dove Yves Sakila è stato immobilizzato dagli agenti della security privata del negozio prima di morire, i passanti si fermano in silenzio, pregano, lasciano fiori e candele sul selciato. Qualcuno abbassa lo sguardo verso quel punto dell’asfalto diventato ormai un memoriale improvvisato. Altri restano immobili per qualche istante, mentre intorno la città continua a correre tra autobus, tram e buste dello shopping.
A una settimana dalla morte del 35enne di origine congolese, avvenuta il 15 maggio, le immagini del fermo – riprese dagli smartphone dei passanti – continuano a scuotere l’Irlanda e a evocare, per molti, il ricordo di George Floyd, l’afroamericano ucciso da un agente di polizia durante un arresto a Minneapolis nel 2020. Secondo la ricostruzione fornita dalla Garda, la polizia irlandese, l’episodio è avvenuto dopo il presunto furto di un profumo all’interno del negozio. Durante la fuga Sakila avrebbe urtato un anziano passante prima di essere raggiunto e immobilizzato dagli addetti alla sicurezza privata. I video mostrano chiaramente l’uomo trattenuto sull’asfalto per diversi minuti mentre alcuni presenti gridano agli addetti di fermarsi. In una delle sequenze più discusse, uno degli uomini della sicurezza appare inginocchiato sulla parte superiore del corpo di Sakila. Poco dopo, l’uomo ha perso conoscenza ed è stato trasportato d’urgenza in ospedale, dov’è morto nelle ore successive.
Secondo diverse fonti giornalistiche irlandesi che hanno raccolto testimonianze di amici e familiari, Sakila risiedeva in Irlanda da oltre vent’anni e in passato aveva lavorato nel settore informatico e tecnologico. Negli ultimi anni, però, avrebbe attraversato periodi difficili segnati da precarietà abitativa e gravi problemi personali. La diffusione dei filmati della sua morte ha provocato un’ondata di indignazione nel Paese. Centinaia di persone hanno partecipato a manifestazioni e veglie a Dublino dietro lo slogan “Justice for Yves”. Giovedì scorso la protesta si è spostata di fronte a Leinster House, la sede del parlamento irlandese, chiedendo che le autorità puniscano i colpevoli. Le associazioni antirazziste e i rappresentanti della comunità africana parlano di uso sproporzionato della forza e chiedono di chiarire le responsabilità della security e degli agenti intervenuti in seguito. Il caso ha assunto rapidamente anche una dimensione diplomatica. Il governo della Repubblica democratica del Congo ha espresso «profonda preoccupazione» per la morte del proprio cittadino e ha chiesto alle autorità irlandesi di fare piena luce sull’accaduto, invitando però alla calma per evitare tensioni e scontri.
Sotto pressione politica e mediatica, il primo ministro irlandese Micheál Martin ha definito i video «molto inquietanti» e ha promesso un accertamento completo dei fatti. Le indagini sono state affidate sia alla Garda che al Fiosrú, l’organismo indipendente che supervisiona il comportamento delle forze dell’ordine irlandesi. Anche Arnotts, uno dei grandi magazzini più noti della capitale, ha espresso «profondo rammarico» per quanto accaduto e ha annunciato la sospensione del personale coinvolto, oltre a una revisione interna delle procedure di sicurezza.
Il nodo centrale dell’inchiesta dovrà chiarire se la morte di Yves Sakila è stata provocata direttamente dalle modalità dell’immobilizzazione. L’autopsia preliminare non avrebbe ancora stabilito in modo definitivo le cause del decesso, mentre ulteriori esami sono ancora in corso. Intanto, la Relatrice speciale dell’Irlanda sul razzismo e l’uguaglianza razziale, Ebun Joseph, ha scritto al Ministro della Giustizia sollecitando un’indagine «completa, trasparente, indipendente e tempestiva» sulle circostanze della morte. Joseph sostiene anche che sia arrivato il momento per l’Irlanda di fare i conti con quella che considera una crescente retorica anti-immigrazione che sta erodendo i progressi ottenuti con fatica dal Paese nella lotta al razzismo. Negli ultimi anni le proteste contro gli immigrati sono diventate infatti sempre più frequenti in Irlanda, e sono culminate in una serie di gravi disordini nel centro di Dublino nell’ottobre 2023.
Avvenire