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Libro sui primi seguaci di Gesù

di: Roberto Mela

I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.)

Dario Garibba, I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.) (Quality Paperbacks 783), Carocci editore, Roma 2026, pp. 170, €15,00, ISBN 9788829037292

Dario Garribba insegna Greco biblico e Storia delle origini cristiane nella Facoltà teologica dell’Italia meridionale e materie umanistiche al liceo classico. È, quindi, un autore attrezzato adeguatamente per trattare l’interessante materia dei primi passi della storia del movimento cristiano attraverso le figure dei primi discepoli di Gesù e delle comunità sparse fra Israele, Turchia, Grecia e Italia, fino alla distruzione del tempio di Gerusalemme (agosto del 70 d.C.) e la nascita dei Vangeli (in particolare quello di Marco).

Il volume di Garribba è molto sintetico, ma ricchissimo di informazioni e di valutazioni storiche circa i vari eventi, alternando totale adesione alle varie affermazioni degli autori antichi, ipotesi plausibili, incertezza e sconfessione di alcune tradizioni.

L’autore divide la sua trattazione in quattro parti.

I primi passi. Il movimento di Gesù all’indomani della sua morte
L’autore inizia il suo percorso tratteggiando la Giudea negli anni Trenta, con la suddivisione dei territori fra i discendenti di Erode il Grande e la presenza dei prefetti romani.

Sub Tiberio quies, scrive Tacito, ma non fu proprio così.

All’indomani della morte di Gesù, proseguì il movimento di sequela iniziato durante il suo ministero pubblico. Si descrivono i Dodici e la prima comunità di Gerusalemme.

Uno spazio particolare è dedicato alla predicazione di Pietro e alla composizione della comunità di Gerusalemme, costituita di giudeo-cristiani (Hebraioi) e di etnico-cristiani (Hellenistai, rappresentati emblematicamente dai Sette di At 6).

La morte di Stefano (At 6–7) fu un linciaggio e viene narrata sulla falsariga della passione e morte di Gesù.

A Gerusalemme presero sempre più autorità i famigliari di Gesù.

Espansioni. I seguaci di Gesù negli anni Quaranta
La Giudea degli anni Quaranta vede il breve regno di Agrippa I (41-44 d.C.) e la presenza dei procuratori romani. Questi non erano militari come i prefetti, ma civili incaricati di governare un territorio su proposta di persone potenti a livello politico a Roma, sull’appoggio dei quali potevano contare per amicizia e per «raccomandazione». Non furono sempre abili a livello politico e nel governo dell’ordine pubblico, e non sempre seppero tener conto della sensibilità ebraica rappresentata dai sommi sacerdoti, dai farisei e dagli scribi.

Tra il 41e il 44 si assistette all’uccisione di Giacomeo Zebedeo e a diverse incarcerazioni di Pietro, Giovanni e dei Dodici.

Con la morte di Giacomo Zebedeo si impone a Gerusalemme l’unica guida di Giacomo fratello di Gesù, scampato per sconosciuti motivi alla persecuzione attuata da Agrippa I.

Il gruppo di Giacomo

Il gruppo di Giacomo negli anni Quaranta comprende gli «apostoli» (così chiamati da Paolo), gli anziani (presbyteri) con cui formano un collegio, con la presenza anche di profeti (cf. Agabo di At 11,28, profeta itinerante). Attorno a Giacomo, agli apostoli e agli anziani ruota il resto della comunità (ekklesía), in cui sono presenti anche dei farisei diventati cristiani.

Essere seguace di Gesù non è avvertito, in questa fase, come una rinuncia o una limitazione alla propria identità giudaica, né cancella l’appartenenza ad altri gruppi: le due cose coesistono, in modo complementare. A Gerusalemme la riflessione cristologica non portò a un ridimensionamento della Legge e all’accoglimento pieno dei non-Giudei, come in altre comunità. Prevalse una linea diversa.

Paolo. Il «concilio» di Gerusalemme e Antiochia

A partire dalle parole di Giacomo nel concilio di Gerusalemme (49 d.C.) si evince che egli si serve di testi profetici che trattano la restaurazione escatologica di Israele.

«La salvezza delle nazioni (éthne) – annota Garribba – è contemplata nel piano divino, ma essa avverrà mantenendo distinte queste ultime da Israele, senza che le nazioni perdano o mutino la loro identità gentile. La conversione delle genti consiste nel riconoscimento del vero Dio e nell’abbandono delle pratiche idolatriche, non nell’assimilazione a Israele o nell’annullamento delle differenze tra Giudei e gentili. L’apertura ai gentili si compie, nelle parole di Giacomo, nel quadro della restaurazione messianica di Israele che Gesù ha avviato. A loro è concesso prender parte a tale restaurazione nella misura in cui riconoscono il primato di Israele» (pp. 55-56).

Luca presuppone che la comunità di Gerusalemme esercitasse un’autorità di comando e di controllo sulle altre «Chiese».

Secondo Garribba, anche Paolo deve riconoscere a malincuore che Giacomo esercitava una forte influenza anche fuori Gerusalemme (Gal 2,11-15; forse 2Cor 11,22-23). «È un aspetto che spesso si dà per scontato. Ma così non è – annota lo studioso –. È un merito che va riconosciuto a Giacomo, alla sua capacità di dotare la comunità di una struttura organizzativa e di governarla saldamente per circa vent’anni. Lontano da un’idea di missione impegnata nella fondazione di nuove comunità (sul modello, per intenderci, di quelle paoline), l’apostolato di Giacomo si realizza nella costruzione di una comunità solida e autorevole che trova un suo spazio nel panorama gerosolimitano.

Si discute su come sia avvenuta l’apertura ai gentili, se sia stato un fenomeno spontaneo originato da particolari esperienze carismatiche che convinsero altri gentili a entrare a far parte della comunità o se sia stata un’azione programmata, promossa da predicatori missionari alla luce della loro interpretazione degli eventi pasquali.

«Per chi propende per questa seconda opzione – scrive Garribba –, la messa in discussione del Tempio e della legge, avviata già da Gesù e confermata dalla risurrezione, avrebbe creato le condizioni teologiche per un superamento della legge e per l’apertura ai gentili. È sempre difficile però, in ambito storico, determinare con assoluta certezza il primum movens» (p. 57).

Negli anni Trenta, la predicazione itinerante si limitò alla terra di Israele. In seguito, Gesù risorto diventa l’oggetto della predicazione e vanno spiegate la sua persona e la sua funzione quale mediatore di salvezza, agente attivo tra il divino e quanti credono in lui.

L’annuncio punta al cambiamento del singolo ma anche a fornire al credente la possibilità di aggregazione, la costituzione di un gruppo di cui il credente possa sentirsi parte e dotare tale gruppo di una propria identità. Pur avendo qualche elemento di somiglianza con il proselitismo giudaico – sulla cui esistenza si discute fra gli storici –, si differenzia da quest’ultimo per la centralità e l’urgenza che la missione assume tra i seguaci di Gesù.

Filippo, gli ellenisti e l’origine della missione

Filippo, gli “apostoli” (in senso debole di “inviati”) e gli ellenisti (credenti in Gesù grecofoni) furono all’origine della missione. Le tradizioni su Filippo sono due: è uno dei Sette per servire alle mense e un evangelista, ricordato nei Vangeli.

At 11,19-26 racconta la nascita della comunità di Antiochia, dovuta alla predicazione ai gentili da parte di ellenisti «disseminati» (così traduco, diversamente dalla CEI; «dispersi» e «dissolti» sono i seguaci di Teuda e di Giuda!!) a partire da Gerusalemme, dalla Fenicia, da Cipro e da Cirene.

La missione normalmente procede con l’accostamento dei Giudei nelle sinagoghe e poi, al loro rifiuto del messaggio, il passaggio ai gentili. Gli ebrei conoscevano già la figura dei “proseliti” aderenti al giudaismo (ma senza la circoncisione) e dei simpatizzanti.

I rapporti dei Giudei con le autorità cittadine di Antiochia erano buoni.

Circa i gentili che credettero in Gesù, Garribba precisa: «È bene però, quando si parla dei primi etnocristiani, evitare l’uso di categorie come “conversione”, “fede”, “credo” – che potrebbero risultare anacronistiche e fuorvianti; né dobbiamo pensare che, nell’immediato, l’interesse verso Gesù abbia segnato una svolta radicale, in discontinuità con il proprio passato. Non si tratta, insomma, di gentili convertiti al cristianesimo.

Siamo di fronte, piuttosto, a persone che, dopo aver già scelto di muoversi nell’orizzonte della religiosità giudaica, dopo aver trovato nello stile di vita, nelle tradizioni e nelle pratiche giudaiche delle risposte alle proprie esigenze spirituali (e forse anche sociali), furono a un certo punto attratte dall’interpretazione delle Scritture proposta dai seguaci di Gesù (che ai loro occhi – non va mai dimenticato – apparivano come Giudei, espressione di uno dei molti orientamenti interno al giudaismo dell’epoca)» (pp. 66-67).

I primi seguaci di Gesù negli anni Quaranta formavano piccoli gruppi di individui (non più grandi di nuclei familiari) per i quali un ruolo decisivo hanno giocato i rapporti interpersonali che si venivano a creare e che spesso costituivano un collante fondamentale per chi viveva queste esperienze.

Le lettere paoline testimoniano quanto era importante rinsaldare e ravvivare i rapporti di amicizia e di reciproca fiducia.

Secondo Garribba, l’uso del termine “cristiano” come forma di designazione ha un’origine esterna al gruppo dei credenti in Gesù e si afferma solo a partire dagli anni Ottanta, divenendo d’uso diffuso nel II secolo.

Negli autori romani coevi (Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane), attivi tra il 110 e il 130 d.C., “cristiano” ha una ben definita accezione socioreligiosa: «esso indica chi appartiene a quel gruppo sociale che è riconoscibile e si distingue per la (ostinata) fede in Cristo» (p. 68).

È probabile che Luca, in At 11,26 «stia anticipando una denominazione che cominciò a circolare alcuni anni dopo, presumibilmente durante il principato di Nerone» (p. 69),

Paolo: “viaggi”, “concilio” di Gerusalemme. Claudio e l’espulsione dei Giudei nel 49 d.C.

Sta penetrando sempre più nella coscienza dei cristiani che l’evento di Damasco, che cambiò la vita di Paolo, non fu una «conversione» (come si esprime il titolo della festa del 25 gennaio…), perché non cera un’altra religione. In realtà, stando alla testimonianza di Paolo nella lettera autentica/autoriale di Gal 1,15-17, essa fu una rivelazione apocalittica missionaria, una «vocazione».

A proposito di sé, Paolo non parla mai di conversione nelle sue lettere autoriali/autentiche. Certo, ci fu un reset, un ricentramento, un ribaltamento delle proprie convinzioni. Cristo morto e risorto, salvezza dell’uomo, prende il posto della Legge nel cuore di Paolo quale mezzo di salvezza.

Paolo non rigetta nulla del suo giudaismo e della sua preparazione intellettuale (tranne i privilegi storico-teologici, che considerò «spazzatura» rispetto a Cristo…; cf. Gal 3,7-11) ma mette tutto a servizio di Gesù Cristo che salva tutti gratuitamente.

Lo studioso commenta il “concilio” di Gerusalemme del 49 d.C. con le posizioni di Pietro e di Giacomo. L’assemblea/“concilio” si chiude con la lettera inviata ad Antiochia e contenente le condizioni minime da osservare per consentire una serena commensalità tra giudeocristiani ed etnocristiani. Essa non sarà però sufficiente a evitare l’«incidente di Antiochia», che trovò Paolo a scontrarsi con Pietro, ritiratosi dalla mensa comune con i discepoli etnocristiani dopo che da Gerusalemme erano arrivati membri del gruppo “conservatore” di Giacomo (cf. Gal 2,11-15).

Nel 49 d.C. Claudio espelle da Roma i giudei che tumultuavano a causa di «Cresto» (Svetonio, Vita di Claudio 25,4; non «tutti» i Giudei, come afferma At 18,2!). Orosio daterà il fatto al 49 d.C., nono anno del principato di Claudio. Fra gli espulsi c’era la coppia di Aquila e Priscilla, che diventeranno grandi amici e collaboratori di Paolo (cf. ibidem).

Tensioni. La predicazione degli anni Cinquanta
Dal 46 al 48 d.C. Paolo intraprende il primo “viaggio” missionario, che da Antiochia lo porta a Cipro e nelle zone della Turchia meridionale.

Garribba analizza i tre “viaggi” missionari di Paolo, illustrandoli con cartine e valutando, a livello storico, le possibili motivazioni retrostanti vari eventi, ma attribuendo al racconto di Atti una sostanziale attendibilità.

In questo capitolo lo studioso analizza la Giudea alla metà del I secolo (con i vari procuratori romani e la stratigrafia religiosa del mondo giudaico).

Dopo l’«incidente di Antiochia», viene analizzato il secondo “viaggio” missionario di Paolo che si svolge dal 49/50 al 52 d.C. e il terzo, compiuto dal 53 al 58 d.C.

A differenza della comune posizione e della testimonianza di Atti, Garribba fa terminare il secondo viaggio a Efeso, la capitale della provincia romana di Asia, con il grande tempio di Artemide. Paolo vi si trattiene tre anni.

«La conclusione del viaggio così come Atti lo racconta – afferma Garribba – è però poco convincente: non si capisce, infatti, quali ragioni avrebbero spinto Paolo a intraprendere un così lungo viaggio (di cui Atti non conosce gli scopi, né i contenuti) in città, come Antiochia e Gerusalemme, in cui non aveva appoggi, né alleati. Probabilmente è prevalso in Luca l’interesse a dare una circolarità al viaggio facendolo finire laddove era cominciato. Più verosimile è che Paolo da Corinto sia giunto a Efeso e qui si sia trattenuto per circa tre anni dal 52/53 al 55 (cf. FIG. 4)» (p. 94).

Le lettere paoline e il terzo “viaggio”

Lo studioso descrive l’utilità delle lettere paoline come strumento di collegamento con le comunità e di prosecuzione di insegnamenti e manifestazioni di effetto e di comunione. Egli non manca di menzionare alcuni dello stuolo di collaboratori che l’Apostolo si seppe creare e a cui diede totale fiducia (Timoteo, Tito, Sila, Epafrodìto, Èpafra ecc.).

Il terzo “viaggio” missionario porta Paolo da Efeso in Grecia e poi con il ritorno (in parte a piedi) a Neapolis e di lì, con un lungo viaggio marittimo e vari scali, arriva fino a Tiro, Tolemaide, Cesarea Marittima e Gerusalemme, dove l’Apostolo viene arrestato.

Nell’insieme, pare di capire che Paolo non sia stato molto difeso dalla comunità di Gerusalemme…

Ricordo che egli portava con sé la colletta raccolta dalle comunità asiatiche e greche per i «santi» poveri di Gerusalemme, ma Atti non menziona neppure il fatto che sia stata accettata o meno (denaro dei pagani…!).

–Garribba valuta come assolutamente non fallimentare l’opera di Paolo. «Incontrò molte difficoltà ed ebbe anche molte delusioni – afferma –, ma, nel complesso, dobbiamo riconoscere che la sua missione ebbe successo. Se le comunità da lui fondate, nonostante i tanti scossoni, riuscirono a sopravvivere alla morte del loro fondatore e se lo fecero mantenendosi nel solco del loro maestro, significa che la struttura e l’organizzazione delle comunità paoline erano piuttosto solide e avevano in sé gli anticorpi necessari alla sopravvivenza. È poi denso di significato il fatto che, a differenza di quanto accadde altrove, i suoi scritti furono conservati e “tesaurizzati”, posti a fondamento autoritativo e identitario delle stesse comunità» (p. 104).

In alcune pagine (pp. 104-108), lo studioso presenta quindi un sommario sintetico delle sette lettere autentiche di Paolo. Non parla delle discusse deuteropaoline e delle non autentiche/autoriali tritopaoline, opera ormai della tradizione paolina di fine secolo.

Le comunità non paoline

Garribba conclude questo capitolo descrivendo le comunità non paoline degli anni Cinquanta: Gerusalemme, Efeso, Roma. Le origini di quest’ultima sono misteriose e fatte risalire probabilmente all’opera testimoniale di commercianti provenienti da Israele. Essa ha una composizione prevalentemente giudaizzante ed è formata da varie comunità di piccoli gruppi di credenti.

Antiochia vede la presenza di Pietro, Barnaba, Simeone chiamato Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, Paolo, «profeti e maestri». La struttura non è gerarchica ma Ignazio, all’inizio del II secolo, promuoverà una struttura gerarchica piramidale con a capo il vescovo, coadiuvato da un collegio di presbiteri e da diaconi e in accesa polemica con chi, ad Antiochia, non accetta questa riforma (cf. p. 114).

Cambiamenti. Il movimento nei difficili anni Sessanta
La società del mondo giudaico è in crisi. Prima della «guerra giudaica» (66-70 d.C., con coda a Masada nel 73), ci sono varie frazioni: le famiglie sommosacerdotali potentissime di orientamento sadduceo – di fatto conniventi con l’oppressore romano –, i farisei, gli scribi, gli erodiani, gli zeloti (zelanti per la Legge, che poi presero le armi solo in occasione della guerra, non ai tempi di Gesù!), i «sicari» che ammazzavano la gente per strada con una piccola spada (sica), opponendosi con le armi al potere romano.

La guerra giudaica fu, per Garribba, soprattutto una guerra civile. Ci furono vari protagonisti, tra fazioni giudaiche contrapposte, procuratori romani, legati di Siria, Vespasiano e il figlio Tito.

Flavio Giuseppe, incaricato della difesa di Iotapata, si arrese e divenne il traduttore a servizio del potere romano, al quale illustrò nelle sue opere – fondamentali per ricostruire la storia di quegli anni – le ricchezze della tradizione giudaica insieme alle tragedie commesse dalla follia dei suoi correligionari, a cui attribuì di fatto la tragedia della guerra, della distruzione di Gerusalemme e del tempio.

L’uccisione di Giacomo il Giusto e il movimento di Gesù a Gerusalemme

Nel 62 d.C., nel vuoto di potere creatosi tra i procuratori Festo e Albino, il potentissimo sommo sacerdote Anano il Giovane fece uccidere Giacomo il Giusto.

Fu tutto illegittimo. Convocare il Sinedrio non spettava ad Anano ma al re Agrippa II. Il governatore romano deteneva il potere giudiziario, soprattutto nei casi capitali. «Illegittima è quindi anche la sentenza di condanna a morte che il sinedrio non poteva comminare, non senza l’approvazione di Albino – annota Garribba –. Quello di Anano fu un colpo di mano che la fazione politica a lui avversa non può tollerare. Le contestazioni si rivelano fondate e Anano è addirittura rimosso immediatamente dalla carica. La morte di Giacomo non passa quindi inosservata: essa provoca uno scandalo politico con conseguenze evidenti» (p. 122).

Perché fu ucciso Giacomo il Giusto? Garribba formula delle ipotesi, a partire dai testi di Flavio Giuseppe. C’era un clima di generale tensione. Il sinedrio non condannò a morte il solo Giacomo, ma anche «alcuni altri». «Se questi “altri” sono, come plausibile, persone legate a Giacomo, cioè suoi confratelli, è possibile che Anano stia agendo contro il movimento dei seguaci di Gesù, che evidentemente era pericoloso – annota Garribba –.

Ma pericoloso per chi? Certamente non traspare una pericolosità sociale […] Dobbiamo dedurre che Giacomo era “pericoloso” per Anano e la sua fazione. D’altra parte, la fretta di condannarlo in assenza del procuratore dimostra che le ragioni personali di Anano erano più forti di quelle del diritto. […] Sembra, cioè, che l’avversione non sia legata a una specifica contingenza, ma sia frutto di un’opposizione di lunga durata» (pp. 122-123), iniziata ai tempi di Gesù nei confronti di Caifa.

At 4,1-13; 5,17-41 conservano la memoria di diverse occasioni in cui i primissimi seguaci di Gesù furono accusati da esponenti del clan di Anano e portati dinanzi alle autorità del tempio. La Legge e il tempio sono il «campo» e la «cornice di senso» in cui si consumano la contesa politica e la lotta per il potere. «Quello di Giacomo – scrive lo studioso – si configura quindi più come un delitto maturato in questo contesto che come provvedimento religioso contro una setta non ortodossa» (p. 123).

I credenti in Gesù di Gerusalemme ebbero una posizione totalmente marginale durante la guerra giudaica e fuggirono a rifugiarsi a Pella, in Transgiordania. La notizia è espressa in modo dubitativo dall’autore nella tavola cronologica finale.

L’incendio di Roma, le persecuzioni dei cristiani, la fine di Paolo

Nel suo quarto e ultimo “viaggio” (di cui non viene fornita la cartina) Paolo giunge a Roma da prigioniero verso il 60 d.C. At 28 narra i suoi contatti con i capi dei giudei locali, che nulla sanno di lui.

Anche Luca mantiene un assoluto silenzio sull’attività dell’Apostolo dopo il suo arrivo nella capitale. Sembra non conoscere la lunga e potente Lettera ai Romani (con la sua lunga lista di persone salutate, cf. c. 16!). Probabilmente nel 64 d.C., nella congerie dell’incendio di Roma – appiccato con ogni probabilità da Claudio stesso, che addossò la colpa ai cristiani – Paolo trovò la morte, nello stesso contesto in cui la trovò Pietro.

Giudei e cristiani? Separazione delle due strade?

In un importante passo della sua opera (cf. Annali 15,44, riportato a p. 130), Tacito definisce una «funesta superstizione» (exitiabilis superstitio) il movimento dei seguaci di Gesù.

«Sebbene, collocandone gli inizi in Giudea, Tacito consideri questo movimento in qualche misura giudaico, i cristiani non sono presentati come Giudei – annota Garribba –. È infatti innegabile che il lettore sia portato a individuare nei destinatari della persecuzione una precisa categoria di persone: “quelli che il popolo chiamava cristiani”. Questo significherebbe che, alla metà degli anni Sessanta, almeno a Roma, i cristiani costituivano un gruppo religioso ormai definito e chiaramente identificabile, al punto che le autorità potevano mettere in atto una persecuzione contro di loro. Non so se sia possibile – prosegue Garribba –servirsi di questa testimonianza (e della parallela attestazione di Svetonio in Vita di Nerone 16.2: “furono condannati al supplizio i cristiani, genere di persone legate ad una superstizione inaudita e malvagia”) per dimostrare che si è ormai compiuta una piena “separazione delle strade” tra cristianesimo e giudaismo. Non possiamo infatti escludere che “cristiani” stia a indicare una setta specifica, una sorta di sottoinsieme, del più ampio panorama giudaico di Roma. […] Tacito potrebbe, cioè, aver commesso un errore di prospettiva, retroproiettando ai tempi di Nerone ciò che valeva negli anni di Traiano» (p. 131).

L’incendio di Roma nel luglio 64 d.C., «che aveva molto scosso la città, offrì all’opposizione antimperiale un ottimo argomento per accusare il principe di non aver saputo fronteggiare l’emergenza. Spostare l’attenzione su un piccolo gruppo marginale e poco conosciuto, facilmente additabile come ostile, fu, per Nerone, una possibile strategia per uscire dall’angolo. È difficile quantizzare l’entità della persecuzione – prosegue lo studioso –: sembrerebbe essere stata circoscritta alla sola Roma e inizialmente gli arrestati devono essere stati pochi; solo in una fase successiva, su accusa di questi pochi (sottoposti con ogni probabilità a tortura), l’inchiesta si allargò e con essa il numero dei condannati. In passato si è molto discusso, sulla base di una testimonianza di Tertulliano (Ai gentili 1.7) se Nerone avesse promulgato o meno uno specifico editto contra christianos; oggi la maggioranza degli studiosi concorda sul fatto che questo provvedimento non sia mai esistito» (p. 132).

Garribba non ha alcuna parola su un ipotetico viaggio di Paolo in Spagna o su un suo ritorno apostolico in Oriente.

La nascita dei Vangeli

Dalle memorie orali e scritte, ricuperate dai credenti in Gesù riguardanti la sua attività e la sua predicazione, a partire probabilmente da un racconto della sua passione e morte, vennero elaborati degli scritti che ricuperavano la memoria che gli apostoli avevano di Gesù.

Raggruppati inizialmente attorno ai racconti dei miracoli o di parabole, trovarono in Marco una prima organizzazione in uno schema biografico-geografico che, partendo dalla Galilea, conduceva il lettore agli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme.

Dopo aver citato le testimonianze di Papia, Garribba conclude: «L’evangelista Marco era così riconosciuto nel discepolo di Pietro citato in 1Pt 5,13 (cf. Eusebio, Storia ecclesiastica 2.15.2), a sua volta identificato nel Giovanni Marco di cui parlano At 12.12-15 e 15.37. L’esegesi moderna ha messo in fortissimo dubbio queste notizie, considerando l’attribuzione a Marco pseudepigrafa, al pari di gran parte dei testi poi confluiti nel Nuovo Testamento» (p. 133).

Insieme a una fonte detta «Q» – (Quelle= «fonte», in tedesco), che ricuperava molto materiale discorsivo attribuito a Gesù, lo scritto di Marco fornì a Matteo e a Luca lo schema fondamentale col quale presentare la persona, l’opera e la predicazione di Gesù.

Verso l’80 d.C. le memorie apostoliche trovarono in tal modo una fissazione che divennero normative per le comunità dei discepoli di Gesù.

Conclusione
L’opera di Dario Garribba è davvero preziosa, perché fornisce a un ampio spettro di lettori le notizie fondamentali riportate dai testi del NT e dagli autori giudei e romani coevi ad essi. Le notizie ricevono una rielaborazione contenutistica e motivazionale, che cerca un’intelligenza delle ragioni retrostante i nudi fatti riportati.

A livello editoriale, va notato che il volume è di dimensioni ridotte, con caratteri tipografici molto piccoli, con le Note raccolte in fondo all’opera, indicante solo l’autore e la data della pubblicazione (pp. 139-149). Un sistema che personalmente non apprezziamo, perché rende la lettura un po’ faticosa in un continuo andirivieni fra le pagine.

A parte, viene riportata la Bibliografia per esteso (pp. 157-165), preceduta da un’utilissima Tavola cronologica (pp. 152-155) e seguita dall’Indice dei nomi (pp. 167-170).

L’autore è senz’altro riuscito nell’intento perseguito. Le pagine del Nuovo Testamento ricevono un loro inquadramento più ampio all’interno di una storia ragionata del movimento cristiano dal 30 al 70 d.C.

Il linguaggio chiaro, didattico, sostenuto da riferimenti sempre puntuali e abbondanti, fa di quest’opera un’ottima guida per tutti gli amanti dei testi biblici del Nuovo Testamento.

Dario Garibba, I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.) (Quality Paperbacks 783), Carocci editore, Roma 2026, pp. 170, €15,00, ISBN 9788829037292.

I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.)

Settimana News

La messa vista dai “messaroli”

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di: Renato Borrelli in Settimana News

Messaroli, una risorsa è il titolo di un interessante e intrigante libro dell’amico Tonino Lasconi sulla liturgia, frutto dell’osservazione dall’altare di ciò che si svolge tra i banchi.

Assumendo la prospettiva dell’Assemblea liturgica che partecipa dalla navata, ho formulato questo interrogativo: «I liturgisti dicono che la Messa nel suo svolgersi come Rito formi alla fede i fedeli attraverso atteggiamenti, preghiere, canti, movimenti, gioco di luci, creando in loro ripercussioni spirituali suscitate proprio dal Rito. Ma queste loro aspettative corrispondono alla realtà?», e l’ho posto come introduzione ad una mia inchiesta per sentire il parere di chi siede nei banchi, i “messaroli” per l’appunto.

Nel frattempo, un lettore di SettimanaNews, nel suo commento al mio articolo La liturgia come rito intriso di teologia (14 aprile 2026), mi chiedeva con franchezza da quale prospettiva vedessi concretamente le nostre celebrazioni domenicali, precisando che «un conto è un trattato di teologia, un altro com’è la realtà».

Ciò che lui non poteva sapere è che da mesi avevo avviato l’inchiesta, condotta a titolo personale, proponendo un questionario a risposte sia chiuse che aperte, utilizzando la piattaforma Google Drive.

La rilevazione, diffusa con il metodo del “passaparola”, ha raggiunto un campione limitato di 166 persone, un numero numericamente contenuto, ma distribuito su ben 14 Regioni con risposte anche dall’estero (Francia e Argentina), e caratterizzato da un’ampia trasversalità per età (dai 16 agli 80 anni) e professioni (casalinghe, operai, insegnanti, studenti, musicisti, magistrati, medici, religiose…).

Pur essendo un’indagine non demoscopica ad ampio raggio, la varietà delle provenienze e dei vissuti offre uno spaccato alquanto significativo, capace di intercettare attese ed esigenze presumibilmente diffuse su larga scala. Pur con i limiti di spazio propri di un articolo, l’intento è offrire una sintesi esaustiva che possa diventare motivo di riflessione sia per i celebranti sia per i fedeli.

Formazione alla fede
Il primo quesito bipartito – Capita a te questa esperienza di formazione alla fede quando partecipi alla Messa? Se sì, in quali momenti particolari della Messa avverti questa sottile forza formativa alla fede e ti senti coinvolto interiormente? – riguarda un tema delicato in cui l’azione misteriosa dello Spirito s’intreccia con le limitate capacità umane, un dinamismo che, per quanto verbalizzabile, sfugge ad una quantificazione statistica.

Comunque, alla prima parte, l’85,5% ha risposto sì, il restante 14,5% no. Circa i momenti particolari, il 37,4% ha indicato la Liturgia della Parola, il 34% la Preghiera Eucaristica, il 25,2% i Riti di comunione, il restante i Riti di ingresso e altro.

Il secondo quesito chiedeva quali fossero «i momenti in cui sei facilitato nella preghiera e nell’avvertire, non in maniera sensibile ovviamente, la presenza del Mistero».

È interessante quest’affondo tranchant e chiarificatore: «Di quale mistero? È la presenza di Gesù che fa la differenza!» (F. 55, impiegata), in linea con quanto insegna papa Francesco: «Dicendo stupore per il mistero pasquale non intendo in nessun modo ciò che a volte mi pare si voglia esprimere con la fumosa espressione senso del mistero (DD,24)».

La stragrande maggioranza degli intervistati avverte il mistero della Presenza durante la Preghiera Eucaristica, in particolare al momento della consacrazione e dell’elevazione (37,4%) e nei riti di comunione (37,2%): «Il momento della consacrazione è indubbiamente il culmine: lì il tempo cronologico sembra fermarsi per lasciare spazio all’Eterno» (F. 54, casalinga); «Quando il celebrante, nel silenzio dell’assemblea, sollevando il calice e l’ostia, recita “Per Cristo, con Cristo e in Cristo […]”, conferma la comunità orante. E poi, durante la consacrazione e l’elevazione del pane e del vino: momento sublime del mistero profondo nel silenzio più solenne dove il nostro pensare umano si scioglie e si fonde nella fede» (M. 72, docente in pensione); «In fila, in attesa dell’incontro con Gesù nella comunione» (F. 43, barista); «Tutta la celebrazione aiuta a prepararsi per la consacrazione e quindi alla santa comunione. A volte dovrebbe…, perché il celebrante pare svolgere una mansione fredda e a tempo» (F. 61, casalinga); «Non ci sono momenti precisi: la messa nella sua interezza. Ma il solo pensiero della presenza di Gesù nell’eucaristia mi fa restare senza respiro» (F. 51, infermiera).

Da alcune risposte emerge che l’atteggiamento esteriore del sacerdote e la cura per le cose sacre favoriscono, insieme ad altri fattori, la partecipazione attiva, piena e consapevole dell’assemblea, al punto che la superficialità viene avvertita come un ostacolo reale.

«Non c’è un momento in particolare. Possono essere tutti o nessuno. Molto dipende dal portamento del sacerdote, se è un santo e crede in quello che sta facendo per tutta la santa messa, credo che siamo tutti facilitati. San Benedetto richiede negli uffici umiltà, gravità e riverenza. Oggi in generale gli officianti sono ben lontani da questi tre atteggiamenti» (M. 61, docente); non è sfuggita all’osservazione: «La cura che il sacerdote mette nel maneggiare il calice e le ostie, soprattutto quelle consacrate» (F. 23, operaia).

Altri hanno espresso l’esigenza di momenti di «silenzio condiviso» dopo l’omelia o dopo le letture (6,7%), cosa che non sempre si verifica: «I momenti di silenzio sacro dopo le letture e l’omelia» (M. 35, impiegato); «Nei momenti di silenzio (se concessi da chi presiede la liturgia), dopo la liturgia della Parola» (M. 64, pensionato).

I Riti che formano
Se il quesito precedente indagava sui momenti e sui moti interiori, il terzo quesito interroga espressamente i fedeli su quali siano i Riti che facilitano il raccoglimento, l’attenzione, la preghiera e la percezione della misteriosa presenza di Dio.

Il 57,9% dei fedeli indica la Preghiera Eucaristica e la comunione: «Il silenzio durante la consacrazione, i canti di comunione, le letture» (F. 50, impiegata); «L’inginocchiarsi durante la consacrazione» (F. 58, insegnante); «In ginocchio, contemplando il pane e il vino» (F. 74, pensionata); la «Pausa silenziosa dopo la comunione» (F. 64, casalinga); «Le preghiere dette insieme» (F. 16, studentessa); «L’eucaristia nel momento della consacrazione e della comunione, il senso del bello estetico che talvolta si trova quando si arriva e la comunione tra i fratelli» (F. 33, mamma e studentessa); «I riti della comunione con il pane e il vino in piccole comunità» (M. 28, educatore e formatore).

Il 7,9% specifica la necessità indispensabile di momenti di silenzio dopo le letture, dopo l’omelia e dopo la comunione e l’ascolto attento delle Scritture e dell’omelia (4,3%). In particolare: «Gli attimi di silenzio che seguono l’omelia, specialmente quando offre spunti, interrogativi e interpretazioni degni di essere meditati e metabolizzati. Il silenzio che segue la comunione e il successivo “Preghiamo”, per ringraziare del nutrimento spirituale che Dio ha voluto offrire» (M. 74, insegnante in pensione); «La lettura della Parola, ma soprattutto un’omelia fatta in modo che tutti possano comprendere e interiorizzare la Parola» (F. 21, studentessa); «Canti, i lettori che sappiano leggere, l’omelia fatta col cuore» (F. 53, impiegata).

Per alcuni è importante l’atto penitenziale, «l’uso dell’incenso» (M. 19, studente), il segno di croce e quello della pace. Altri sottolineano che, nella propria parrocchia, ormai «quasi nessun rito aiuta», e che tutto dipende da «come i riti vengono eseguiti dal celebrante».

I dati raccolti dimostrano, comunque, che «Il modo di celebrare non è innocuo, ma esprime e alimenta una certa immagine di cristiano e di Chiesa» (Sirboni). L’attenzione non si cattura moltiplicando le parole o le attività nell’animazione liturgica, ma curando i Riti e la verità dei gesti che, nel loro dispiegarsi sono come una pioggia benefica che penetra e forma la coscienza di chi li vive con le disposizioni adeguate.

È molto significativa e rivelatrice di un certo disagio questa esperienza di un giovane universitario (21 anni): «Io ho un’alta opinione del Concilio Vaticano II, di cui ho letto e accolto le costituzioni. Quando ho partecipato a messa nella nuova città di residenza, spesso non mi sono trovato a mio agio: canti poco liturgici che mi davano fastidio nella preghiera e altro. Nel capoluogo mi è capitato di partecipare alla messa celebrata col vecchio rito ambrosiano in latino, in cui il sacerdote incoraggia molto di più i fedeli a sentire l’unione con Dio, facendo risaltare l’importanza della liturgia, specialmente con canti appropriati tipo gregoriano. A me si associa un gruppetto di coetanei, tra i quali solo un paio mostrano una certa riluttanza ad accettare il Concilio. Mi sono tuttavia sentito spiritualmente a mio agio in una celebrazione col rito consueto nella mia città, con i giusti momenti di silenzio, canti sostenuti dal coro e dall’organo e con la partecipazione corale dell’assemblea. Questa esperienza mi spinge a parteciparvi costantemente d’ora in poi».

Cosa disturba
Nelle risposte al quarto quesito – Cosa, invece, rende difficile questa esperienza interiore e perché? –, ci troviamo di fronte a un materiale particolarmente denso e critico: l’analisi dei dati mostra una convergenza di pareri su ciò che disturba il raccoglimento ed evidenzia precise responsabilità sia sul piano liturgico e presidenziale, sia su quello comportamentale dell’assemblea. Le difficoltà si concentrano principalmente su tre fattori: l’omelia (25,0%), la scelta stilistica e musicale dei canti (18,9%), lo stile del celebrante (11,0).

Un primo fattore riguarda le omelie se caratterizzate dalla lunghezza e astrattezza: «Omelie troppo lunghe con sacerdoti poco carismatici» (F. 48, impiegata); «Non sempre le omelie o prediche sono interessanti, spesso sono retoriche e poco aderenti alla realtà» (F. 70, insegnante pensionata); «Il momento della Parola, perché a volte ci si distrae» (F. 57, viceprocuratore); «Omelie molto lunghe che non permettono una riflessione profonda» (M. 49, insegnante); «A volte mi capita durante l’omelia. Se il sacerdote la legge, faccio fatica ad accoglierla, e poi, se ci aggiungo il chiacchiericcio di sottofondo che spesso lo accompagna, diventa complicato; mi succede anche quando chi legge le letture o il salmo e lo fa senza espressione» (F. 42, dipendente Ministero della difesa); «A volte, le omelie superficiali e il tono monotono di chi legge le letture e le intenzioni» (F. 46, soprano lirico e imprenditrice); «Le letture e la predica, perché le trovo quasi noiose» (F. 16, studentessa); «Le preghiere comuni, perché mi distraggono dalla riflessione individuale» (F. 24, studentessa).

Un altro motivo di disturbo è l’invasività della musica e dei canti che si verifica «Quando si concentra l’attenzione sui canti» (F. 48, libera professionista) e quando «A volte i canti, durante e subito dopo la comunione, disturbano il raccoglimento e il dialogo interiore con Gesù» (F. 64, impiegata).

Ecco alcune osservazioni critiche sulla qualità dei canti che, invece di accompagnare e di facilitare il dialogo interiore con Dio, finiscono col sovrastarlo e si trasformano in una parentesi di intrattenimento che influisce negativamente sui Riti «durante i quali ci sono troppe canzoni movimentate con troppi strumenti musicali» (F. 65, insegnante); «Le chitarre e i canti pop» (M. 31, impiegato) o «Canti non adatti o male eseguiti, canti “urlati” o canti che dovrebbero essere gioiosi che, invece, vengono eseguiti con estenuante lentezza» (F. 68, pensionata); oppure «Quando le persone parlano e canti cantati come se fosse Sanremo» (F. 65, insegnante). Altri segnalano «Canti troppo allegri, balli, battito di mani» (M. 19, studente), «Canti inadatti ad un rito sacro» (M. 46, blogger), oppure «Canti non appropriati» (M. 80, pensionato) o «banali» (F. 50, impiegata).

Un altro elemento critico riguarda direttamente il ruolo di chi presiede e la cura che dovrebbe mettere nei Riti, «In genere poco curati e celebrati in modo frettoloso quasi per adempiere ad un dovere» (M. 49, insegnante). C’è chi ha notato il «Maneggiare l’ostia consacrata con eccessiva disinvoltura» (M. 63, impiegato) e «L’allestimento dell’altare con oggetti vari, oltre che con pane e vino, spostando l’attenzione da ciò che è importante» (M. 21, universitario).

È molto interessante questa testimonianza che riguarda il Prefazio e la Preghiera Eucaristica: «Trovo a volte complessa la parte da “In alto i nostri cuori” fino a “Per Cristo…”, specialmente in alcune forme “lunghe”, che talvolta risultano complesse da comprendere (F. 25, dottoranda).

Riporto questa risposta un po’ lunga ma molto articolata e interessante: «Non sono i riti in sé stessi che rendono difficile l’esperienza interiore del fedele e la percezione misteriosa della presenza di Dio. Credo che molto dipenda dal “come” sono rispettati e attuati. Ho girato l’Europa e assistito a messe di tutti i colori… I riti, in generale, con le dovute eccezioni, scivolano in una “performance” del celebrante, il quale, sentendosi al centro dell’attenzione, si sente autorizzato a escogitare qualcosa per non stancare i fedeli (preamboli esagerati, aggiunte o omissioni di azioni, parole, espressioni anche del Canone, toni della voce studiati, didascalie non previste dal messale, omissione di gesti per accorciare i tempi ecc.). Ma noi sappiamo che il centro dell’attenzione non è il sacerdote. Quando si parla con Dio, si adora e si prega, e la preghiera può essere corale, di tutti noi fedeli, o solo del sacerdote. Quella del singolo dovrebbe essere silenziosa. Per cui, quando il sacerdote si rivolge al Padre, dovrebbe farlo a voce sommessa. Ecco che l’esperienza interiore del fedele ne è avvantaggiata» (M. 61, docente).

Il 4,9% nota che i riti d’ingresso sono spesso vissuti in maniera frettolosa tale da rendere più difficile l’immersione iniziale nel Mistero: «ll rito di ingresso, spesso troppo frettoloso o eseguito con poca partecipazione» (F. 46, docente di musica). Il 3% cita i Riti finali e gli avvisi come momenti di rottura in cui «la gente inizia a fare confusione prima della benedizione».

Alcuni (6,7%) hanno riconosciuto onestamente che la difficoltà risiede nella propria distrazione: «Quando ci sono fonti di distrazione interne» (F. 45, impiegata); «Talvolta si partecipa in modo distratto; altre volte non si fa spazio al Mistero perché si è concentrati solo su di sé» (F. 55, insegnante).

Come motivo di disturbo sono segnalati lettori impreparati che leggono senza espressione, troppo velocemente o con un tono di voce che impedisce l’accoglienza della Parola (3%).

I lettori
A proposito dei lettori, il quesito chiede espressamente: Cosa pensi del modo di leggere dei lettori, in che cosa difettano? Dall’analisi delle risposte si può notare che il popolo di Dio possiede sensibilità liturgica per ciò che avviene all’ambone, ed esige che i lettori si sentano coinvolti in quel che leggono e in grado di rispettare le regole elementari per una lettura decorosa.

Ecco alcuni pareri: «A volte non preparano bene le letture» (M. 51, impiegato); «Non sanno quel che leggono» (F. 29, insegnante); «Non la sentono propria, ma compiono un dovere/servizio» (F. 62, psicoterapeuta); «Certi leggono senza dare senso; anche la voce fa tanto» (F. 74, religiosa); «Penso che non si preparano le letture in anticipo e fanno errori quando leggono, travisandone a volte il senso a causa del loro ritmo di lettura. Se non si conosce già il brano, si capisce male o non si capisce affatto» (F. 33, mamma e studentessa). La Parola «Va letta con calma, senza correre» (M. 63, impiegato);

Altri segnalano la poca espressività: «Lettura “asettica” e “veloce”» (M. 65, artista); «Non studiano come esporre in maniera sensata, con intonazione e ritmo corretti. A volte è un supplizio» (F. 46, soprano lirico); «Spesso non capisco nemmeno cosa stanno leggendo, leggono senza espressione» (F. 42, dipendente della Difesa); «A volte non danno giusta importanza a ciò che leggono. Leggono e basta» (F. 49, catechista) e con «Poca gioia» (F. 40, ostetrica).

È notevole questa puntualizzazione: «La parola di Dio non si legge, si proclama! I lettori in genere non sanno rendere ciò che leggono con le dovute sfumature; anche qui l’assemblea è, purtroppo, soggetta all’abilità della dizione di un suo membro» (M. 60, docente).

C’è chi segnala l’eccesso opposto: «Alcuni leggono come se fossero su un palco, altri sono molto timidi. Ciò che viene letto è sacro, e deve essere compreso da chi ascolta» (M. 19, studente).

Non mancano alcuni rilievi di ordine tecnico: «Ritengo importanti le pause durante la lettura, e lo scandire con attenzione le parole in modo da consentire all’assemblea una completa comprensione» (F. 52, docente); «Qualcuno non rispetta la punteggiatura e non si capisce niente» (F. 53, infermiera); «A volte non si capisce un tubo» (M. 73, pensionato); «Per leggere la parola di Dio, è necessario scandire bene tutte le parole e leggere lentamente. Si deve proclamare la parola, non leggere un semplice testo» (F. 26, casalinga).

C’è chi ha segnalato che: «Nella maggior parte dei casi, si piglia uno/a perché legga; spesso si legge per sé stessi e non si proclama» (M. 70, medico); «Ritengo che il momento della liturgia della Parola debba essere preparato con responsabilità e amore e il lettore deve sapere bene cosa sta leggendo. Spesso i lettori mancano di un’adeguata preparazione e leggono la parola di Dio come se stessero leggendo una favoletta per bambini» (M. 49, insegnante).

Alcuni pareri sono positivi: «Ho notato negli ultimi anni lettori sempre più preparati» (F. 55, insegnante); «Non trovo difetti» (F. 70, pensionata); «Sono mediamente bravi» (M. 30, medico).

Chi presiede aiuta a seguire la messa?
Al riguardo, il 90,2% ritiene che il celebrante aiuti a seguire la messa. Solo un 9,8% è di parere contrario. Il consenso superiore al 90% mostra che, nonostante le critiche emerse nelle risposte ai quesiti precedenti circa la lunghezza delle omelie, viene attribuito al sacerdote il ruolo fondamentale di guida e di “facilitatore dell’incontro con Dio”.

Tuttavia, quel quasi 10% di risposte negative ci ricorda che l’agire liturgico del sacerdote non è mai neutro. È importante, per chi presiede, la consapevolezza di celebrare per comunicare e condividere la fede in una reciprocità spirituale che sorregge e incoraggia i due soggetti. Tra il celebrante principale e l’assemblea c’è inevitabilmente un’influenza speculare: il vissuto di entrambi si riflette e, in qualche modo, condiziona.

Risulta sempre attuale e puntuale l’analisi di Giuliano Zanchi a proposito del ruolo di chi presiede l’Assemblea: il fatto di «essere perennemente rivolto all’assemblea fa sì che ogni celebrante sia immediatamente misurato nella verità corporea dei gesti che singolarmente incarna. Rivolto verso il popolo, il celebrante di oggi è costretto a metterci letteralmente la faccia rimanendo perciò costantemente esposto all’immediatezza di una decifrazione degli sguardi inevitabile e spietata, immediata e chirurgica, per le virtù di trasparenza di quella straordinaria macchina della verità che il corpo umano, luogo di trasparenza persino dei tentativi di dissimulazione delle intenzioni che lo abitano, anche quelle subliminali».

I fedeli percepiscono «immediatamente se, celebrando, un ministro consuma gesti e parole nell’enfasi, se tiene semplicemente una parte, se segue meccanicamente una sequenza di funzioni, se è inibito, se è sbrigativo, se veicola convinzione, se incarna autenticità, se trasmette imbarazzo, se comunica agitazione, se manifesta presenza, se tradisce distacco o se sta veramente in quello che fa. Un’immediatezza corporea che mette alla prova anche l’assemblea celebrante che la riforma ha cercato di sottrarre alla sua passività, ma che, proprio per questo, per essere state reintrodotta in uno spazio di interazione, non può non evitare di mostrarsi per quella che è, nella tonalità complessiva dell’intero e nell’atteggiamento proprio degli individui» (Rimessi in viaggio, pagg. 58-59).

Il tono di voce e l’inflessione del celebrante
La voce è un canale importante dell’azione liturgica: può trasmettere la vicinanza del Mistero o, al contrario, creare barriere. Il quesito entra nello specifico della comunicazione verbale del sacerdote all’altare e riserva delle soprese.

Il 65,9% ritiene il tono di voce partecipe ed è un dato confortante: per quasi due terzi dei fedeli, la voce del sacerdote trasmette vicinanza, calore umano e convinzione interiore. Non sentono un funzionario che recita un copione, ma un uomo di fede che partecipa a ciò che dice. Tuttavia, il 23,8% evidenzia il tono cantilenante o distaccato.

Un 9,1% ritiene positivo il tono ieratico nel senso di sacro, solenne, dignitoso. È un dato ambiguo: il fatto che abbia raccolto poco meno del 10% indica che i fedeli di oggi preferiscono un’autenticità cordiale a una solennità distante.

L’omelia
Il quesito – Come giudichi le omelie: lunghe, lontane dalla vita concreta, moraliste e in che senso, utili per entrare nel mistero celebrato? – prevede risposte multiple.

Il 53,7% esprime una risposta del tutto uniforme e ripetitiva («utili per entrare nel mistero celebrato»), dando l’impressione di essersi appiattiti su un’opzione predefinita. Il restante 46,3% esprime, invece, un giudizio dissimile e articolato, introducendo elementi di forte criticità (lunghezza, distanza dalla vita reale, moralismo), dando prova di un pensiero critico e diversificato sull’omelia,

Emerge il desiderio di omelie capaci di coniugare la profondità del mistero con la concretezza dell’esistenza, contenute entro tempi che favoriscano la concentrazione anziché la stanchezza: la brevità e l’efficacia comunicativa sono custodi dell’attenzione spirituale dei fedeli. Papa Francesco ricorda un principio fondamentale: «La parola del predicatore non occupi uno spazio eccessivo, in modo che il Signore brilli più del ministro» (EG 198).

L’opzione di omelie «moraliste» era stata selezionata numericamente da una minoranza (7,9%). Le motivazioni evidenziate dai fedeli mostrano che essi non rifiutano la morale in sé, ma rifiutano il modo giudicante e precettistico con cui viene proposta: avvertono una discrepanza tra la misericordia evangelica e l’atteggiamento di alcuni predicatori che «sembrano, in realtà, dei farisei».

Ecco le singole testimonianze: «Dicono cosa si deve fare o ci si lamenta, invece di fare vedere la bellezza del fare il bene e la gioia che dà il farlo» (F. 63, architetto); «Spesso sono troppo giudicanti e poco attinenti alla complessità della nostra realtà» (F. 70, insegnante); «Lungi dal comprendere la vita vera, impartiscono proibizioni e doveri precostituiti» (F. 62, psicoterapeuta); «Spesso i preti giudicano e non accolgono chi sbaglia» (F. 59, commercialista); «Troppo spesso dalle omelie traspare una visione della fede basata su obblighi, precetti, riti e sul giudizio morale» (M. 70, medico).

Due pareri diametralmente opposti: «Direi più che altro che sono lassiste il più delle volte» (M. 31, impiegato); «Spesso riguardano un messaggio di inclusività alla maniera contemporanea e non cristiana, oppure si soffermano sulle opere e non sull’amore di Dio» (F. 23, operaia).

Una risposta piuttosto lunga e articolata difende l’aspetto morale, quando si traduce in consigli pratici per un comportamento cristiano. «Le prediche moraliste in senso negativo sono rare. Le prediche o omelie moraliste in senso positivo sono quelle che danno dei consigli pratici per un comportamento moralmente cristiano, alla luce della Parola del giorno. Come s. Ignazio di Loyola vuole, bisognerebbe avere sempre un compito da fare, dopo ogni meditazione, nel senso che ogni messa dovrebbe lavorare in noi, arricchirci e farci uscire dal portale della chiesa diversi da come siamo entrati. Ma questo aspetto viene molto spesso tralasciato. Credo siano anche lontane dalla vita concreta in questo senso: la Parola del giorno serve anche a fare luce sui grandi eventi di attualità, le cause del male, i correttivi della fede, ma soprattutto a rinforzare la fede. Verticale e orizzontale, dovrebbero essere equilibrati. I migliori in questo sono i padri della Chiesa, i monaci dei primi secoli, da recuperare» (M. 61, docente).

Stupore e silenzio
Nei pareri dei fedeli non dobbiamo vedere una sorta di cahier de doléances accusatorio, bensì delle legittime aspettative che rivelano una notevole sensibilità liturgica che trova riscontro e conferma nelle indicazioni di papa Francesco in Evangelii gaudium e in Desiderio desideravi.

In EG, nella sezione dedicata all’omelia (139-159), egli precisa che «La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio» (139). Tale ambito materno-ecclesiale deve trasparire dalla «vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti» (140). Se proprio egli deve indicare qualcosa di negativo, cercherà «sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività» (159)

Il giusto stile di predicazione dipende molto dal fatto che chi fa l’omelia, «prima di preparare concretamente quello che dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella parola che ferirà gli altri» (150).

In DD papa Francesco indica a chi presiede l’assemblea l’esigenza di affinare l’arte e lo stile della celebrazione (54), e di essere permeato dalla consapevolezza che «presiedere l’eucaristia è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio». Occorre coltivare una «viva coscienza di essere, per misericordia, una particolare presenza del Risorto» (57) e lo stupore «per il mistero pasquale che si rende presente nella concretezza dei segni sacramentali».

Diversamente, «potremmo davvero rischiare di essere impermeabili all’oceano di grazia che inonda ogni celebrazione. Non sono sufficienti i pur lodevoli sforzi a favore di una migliore qualità della celebrazione e nemmeno un richiamo all’interiorità: anche quest’ultima corre il rischio di ridursi ad una vuota soggettività se non accoglie la rivelazione del mistero cristiano» (24).

Il papa precisa anche che, «tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea, occupa un posto di assoluta importanza il silenzio. Tutta la celebrazione eucaristica è immersa nel silenzio che precede il suo inizio e segna ogni istante del suo svolgersi rituale. Infatti, è presente nell’atto penitenziale; dopo l’invito alla preghiera; nella liturgia della Parola (prima delle letture, tra le letture e dopo l’omelia); nella preghiera eucaristica; dopo la comunione» (52).

Leone XIV, che ha dedicato otto udienze generali alla liturgia commentando SC, il 25 settembre, nella celebrazione dei Vespri a Notre-Dame ha esortato, fra l’altro, ad «aver cura che le celebrazioni liturgi

Liberiamo la domenica dalle “giornate”

di: Giorgio Bozza in Settimana News

botticelli

Il 15 ottobre il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha promulgato la legge recante «Istituzione della giornata nazionale del riciclo della Carta». Contestualmente ha inviato ai Presidenti del Senato e della Camera dei deputati una lettera in cui fa presente che «il numero delle leggi che istituiscono giornate per segnalare valori, eventi, propositi, emozioni o aspetti della vita sta vertiginosamente aumentando, senza che siano emersi in proposito criteri omogenei: nelle ultime tre Legislature ne sono state approvate – istituendo le relative giornate – trentasei, di cui venti nel corso di questa Legislatura. Oltre alle feste nazionali, il numero di queste giornate è ormai di cinquantuno».

E conclude: «Avverto quindi l’esigenza di esortare a contenere in termini ragionevoli la tendenza ad accrescere i giorni dedicati, il cui numero, del resto, rende ormai sostanzialmente impossibile nei fatti un’autentica efficacia delle loro previsioni, che potrebbero essere adeguatamente perseguite mediante strumenti diversi dalla legge».

Parole che chiedono misura nell’uso delle giornate e mettono in guardia dal loro abuso. Leggendole, però, ho subito pensato alle tante giornate che si celebrano anche nelle comunità cristiane, e quasi sempre di domenica.

Alle cinquantuno giornate nazionali ricardate dal Presidente si aggiungono quelle internazionali, il cui elenco ufficiale, pubblicato dalle Nazioni Unite, supera ormai le duecento voci.

A questo calendario civile, nazionale e internazionale, si sovrappone quello ecclesiale, proposto dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalle singole diocesi, eccone alcune: la giornata mondiale della pace, quella dell’infanzia missionaria, per l’unità dei cristiani, per la vita, di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri, la giornata della gioventù, per le opere della Terra Santa, della Divina Misericordia, per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, di preghiera per le vocazioni, delle comunicazioni sociali, per la carità del Papa, del creato, del ringraziamento, per le migrazioni, del povero, della Parola di Dio, degli anziani, del migrante e del rifugiato, per la sensibilizzazione e il sostentamento del clero, per il Seminario diocesano.

L’elenco potrebbe continuare, e non di rado due giornate rivendicano la medesima domenica, costringendo le comunità a una sintesi impossibile o a una scelta che finisce per penalizzare l’una o l’altra causa. È il paradosso che il Presidente ha segnalato per le giornate istituite per legge, e che nella vita ecclesiale vale forse a maggior ragione: oltre una certa soglia, è il numero stesso delle giornate a vanificarne l’efficacia.

Per la comunità cristiana, però, la questione non si esaurisce nell’efficacia. Questa breve riflessione intende porre una domanda che, pur nascendo da un’osservazione pastorale, tocca questioni di liturgia e di antropologia: che cosa accade alla domenica cristiana quando viene sistematicamente occupata da un susseguirsi di intenzioni particolari?

È ancora possibile, in queste condizioni, custodire il primato della domenica come «giorno del Signore», o essa rischia di ridursi a un contenitore neutro, riempito di volta in volta da urgenze comunicative esterne alla sua natura? La domanda, peraltro, è oggi tutt’altro che oziosa: la catechesi che Leone XIV ha dedicato all’anno liturgico nell’udienza generale del 12 agosto 2026 offre, come si vedrà, criteri puntuali per affrontarla.

La prima osservazione riguarda la natura stessa dello strumento giornata. Una giornata – un manifesto all’ingresso della chiesa, un accenno nell’omelia, la lettura di una preghiera dei fedeli, la raccolta di un’offerta – è per sua natura un dispositivo comunicativo. Essa informa: rende nota una causa, richiama l’attenzione su un problema, sensibilizza per poche ore una comunità che, la domenica successiva, sarà già chiamata a occuparsi d’altro.

Ma informare non equivale a formare. Formare una coscienza – acquisire cioè una sensibilità stabile su un tema, sia esso la pace, la custodia del creato, l’accoglienza del migrante o la cura degli anziani – richiede tempo disteso, studio, dialogo, esperienze condivise, testimonianze, silenzio, preghiera. Nessuna di queste condizioni è compatibile con la logica dell’evento isolato. Una comunità cristiana chiamata a rincorrere ogni settimana un’urgenza diversa rischia di sviluppare non una coscienza formata, ma una sequenza di reazioni emotive scollegate tra loro, prive della sedimentazione che sola rende stabile un cambiamento di mentalità.

Ogni educatore sa che l’apprendimento significativo non nasce dall’accumulo di informazioni, ma dalla loro integrazione in strutture di senso, costruite nel tempo attraverso la ripetizione e l’esperienza. Applicata alla vita ecclesiale, questa consapevolezza dovrebbe indurre a diffidare di un calendario pastorale organizzato per somma di giornate, ciascuna delle quali pretende, in poche ore (quando va bene), di ottenere ciò che normalmente richiede un intero percorso formativo o un anno pastorale.

La Chiesa non è priva di una pedagogia di lungo respiro: ne possiede una, antichissima e collaudata, che non ha avuto bisogno di essere inventata perché le è stata consegnata insieme alla fede. Leone XIV, nella catechesi dedicata al capitolo V della Sacrosanctum Concilium (12 agosto 2026), lo ha ricordato con parole che meritano di essere prese alla lettera: l’anno liturgico «ripropone in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura».

Una pedagogia, dunque, esiste già; ed è una pedagogia della ripetizione e della durata, che non pretende di ottenere in un mattino ciò che matura nell’arco di un anno, e di molti anni. Il problema non è che manchi un itinerario formativo: è che ne abbiamo sovrapposto un secondo, costruito per accumulo di temi, a uno che invece è costruito attorno a un unico mistero.

Il rischio più serio, tuttavia, non riguarda soltanto l’efficacia pedagogica delle giornate, ma la natura stessa della domenica cristiana, che tale proliferazione finisce per erodere.

Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Dies Domini del 1998, ha offerto una sintesi che resta punto di riferimento imprescindibile per ogni riflessione sul tempo liturgico cristiano. Egli definisce la domenica «il cuore del tempo cristiano», sottolineando come essa non sia semplicemente uno tra i giorni della settimana dedicato al riposo o alla pratica religiosa, ma il giorno che struttura teologicamente tutto il tempo dell’uomo, in quanto memoriale della risurrezione e anticipazione del compimento escatologico.

A questa dottrina è tornato Leone XIV, richiamando anzitutto il giudizio dei Padri conciliari, per i quali la domenica è «fondamento e nucleo dell’anno liturgico», «il giorno di festa primordiale» (Sacrosanctum Concilium, 106), e riproponendo poi, sulla scia della Dies Domini, la qualificazione della domenica come giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo e, infine, «giorno dei giorni».

Vale la pena osservare che nessuna di queste quattro determinazioni è tematica. La domenica non è il giorno di una causa, ma il giorno di Qualcuno; il genitivo che la qualifica non è quello dell’argomento da trattare, ma quello del Signore che convoca, della Chiesa che si raduna, dell’uomo che ne riceve respiro. È una differenza grammaticale minima e teologicamente decisiva: le giornate si declinano al genitivo della causa – della pace, del creato, del povero –, la domenica al genitivo del Signore.

Ora, una domenica progressivamente occupata da tanti altri messaggi, per quanto legittimi nel loro contenuto, rischia di smarrire proprio la dimensione escatologica. Se ogni domenica diventa l’occasione per affrontare un tema diverso – la pace, la vita, il creato, le migrazioni – la domenica cessa di essere percepita, nella sua identità più profonda, come il giorno dell’incontro con il Risorto, e si trasforma in una sorta di piattaforma neutra su cui far girare contenuti esterni alla sua natura.

Non si tratta di negare la legittimità e persino l’urgenza di questi temi, ma di interrogarsi sul luogo e sul tempo più adeguati per la loro elaborazione pastorale, che forse non coincidono sempre con l’eucaristia domenicale.

La catechesi di Leone XIV consente di allargare lo sguardo dalla singola domenica all’intero arco dell’anno. Ricordando che l’espressione stessa «anno liturgico» si è diffusa nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera dell’abate Prosper Guéranger, il Papa ne ha richiamato la definizione offerta da Pio XII nella Mediator Dei: l’anno liturgico non è «una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato», né la semplice rievocazione di realtà d’altri tempi, ma «Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa» e prosegue il suo cammino di misericordia mettendo le anime a contatto con i propri misteri, «perennemente presenti ed operanti». Il ciclo delle feste, in altre parole, non ricorda: attualizza.

Qui si tocca il punto teologicamente più delicato della questione. La giornata, per sua struttura, è un dispositivo commemorativo: ricorda un fatto, segnala una causa, tiene desta una memoria. La domenica, invece, non commemora la risurrezione: la rende presente. Quando la logica della giornata si trasferisce alla domenica – quando cioè il primo giorno della settimana diventa il giorno in cui si ricorda qualcosa, si sensibilizza su qualcosa, si raccoglie un’offerta – si compie, silenziosamente, uno slittamento dall’attualizzazione alla rievocazione, e si torna proprio a ciò che Pio XII escludeva: la rappresentazione di un contenuto al posto della presenza di una Persona.

La catechesi del papa si chiude, non a caso, con un’affermazione che ha il tono della norma pastorale più che dell’osservazione storica: «l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale».

Questa frase chiede di essere verificata sulla programmazione concreta delle nostre comunità. Quale calendario, di fatto, ispira e struttura l’anno pastorale di una parrocchia media: quello scandito dall’Avvento, dal Natale, dalla Quaresima, dal Triduo, dal «lietissimo spazio» dei cinquanta giorni pasquali e dalle domeniche del tempo ordinario, oppure quello, parallelo e assai più insistente, che arriva dagli uffici – nazionali, diocesani, associativi – sotto forma di sussidi, manifesti e collette?

Il fenomeno descritto non può essere compreso soltanto in chiave intraecclesiale – la lettera del Presidente lo conferma –, ma va collocato nel più ampio contesto della cultura contemporanea, caratterizzata da quella che gli studiosi definiscono economia dell’attenzione: un regime comunicativo in cui l’attenzione del pubblico costituisce una risorsa scarsa, contesa da una molteplicità crescente di soggetti e cause, ciascuno dei quali rivendica per sé un tempo dedicato, un simbolo, una giornata.

In questo senso, il moltiplicarsi delle giornate ecclesiali riproduce, forse inconsapevolmente, la logica competitiva propria della comunicazione contemporanea, applicando al calendario liturgico l’idea che ogni causa, per essere presa sul serio, debba conquistarsi il proprio spazio pubblico dedicato.

In questo modo, le diverse cause pastorali, pur non essendo tra loro realmente in conflitto sul piano dei contenuti, finiscono per collocarsi in una relazione di implicita concorrenza quando devono contendersi le medesime domeniche dell’anno liturgico, riproducendo così, all’interno della comunità ecclesiale, dinamiche competitive mutuate dalla logica pubblicitaria del sistema economico.

Il mutamento più insidioso, in questo regime, non riguarda però i contenuti, ma la posizione di chi è presente. Nell’economia dell’attenzione chi ascolta è per definizione un pubblico: un destinatario da raggiungere, da colpire, da sensibilizzare.

L’assemblea domenicale è invece qualcosa di strutturalmente diverso, e Leone XIV lo ha ribadito richiamando il convenire in unum di cui parla la Sacrosanctum Concilium: l’assemblea liturgica non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale né si riduce a «un raduno meramente passivo», perché si avvera nella partecipazione attiva di fratelli e sorelle convocati insieme a rendere grazie a Dio che li ha generati per una speranza viva.

La differenza è quella che passa tra un pubblico e un popolo. Ogni volta che la domenica viene programmata come occasione comunicativa, l’assemblea scivola impercettibilmente dalla condizione di soggetto celebrante a quella di uditorio da informare: ed è questo, più della singola giornata, ciò che andrebbe temuto.

Questa lettura invita a un discernimento ulteriore: la Chiesa non è chiamata semplicemente a moltiplicare gli strumenti comunicativi di cui il mondo contemporaneo si serve, ma a proporre, nella domenica, un’alternativa reale a quella logica di contesa dell’attenzione, restituendo al giorno del Signore la sua capacità di sottrarre l’uomo, almeno per un giorno, alla frammentazione competitiva del tempo ordinario.

Questa diagnosi, più o meno condivisibile, apre una possibile via pastorale, non priva di implicazioni organizzative concrete. Anziché affidare a una singola domenica – un mattino, in pratica – la responsabilità di sensibilizzare un’intera comunità su un tema complesso, sarebbe forse più fecondo distribuire la riflessione lungo l’intero anno pastorale, attraverso percorsi catechetici, incontri di approfondimento, iniziative caritative continuative, integrati organicamente nella vita ordinaria della comunità, senza pretendere di esaurirsi in un unico giorno.

Fatte le debite proporzioni, è la stessa indicazione che il Presidente rivolge alle Camere: come le finalità delle giornate civili «potrebbero essere adeguatamente perseguite mediante strumenti diversi dalla legge», così le cause care alla comunità cristiana possono essere servite meglio da strumenti diversi dalla liturgia domenicale.

Una simile riorganizzazione richiederebbe innanzitutto un discernimento circa la reale necessità di ciascuna giornata proposta, evitando la tentazione di accoglierle tutte per una sorta di riverenza automatica verso le indicazioni provenienti dalla CEI o dalle diocesi. Richiederebbe inoltre la capacità di scegliere, tra le molte giornate disponibili, un numero limitato di temi realmente prioritari per la vita di una determinata comunità, sviluppandoli con la necessaria ampiezza temporale. Infine, essa comporterebbe una rinnovata attenzione alla domenica come tale, prima ancora che come contenitore di contenuti: la cura della qualità della liturgia, dell’omelia, del canto, del silenzio, della fraternità che segue la celebrazione, come luoghi in cui la domenica torna a essere percepita nella sua identità propria, indipendentemente dal tema del giorno.

In questa prospettiva, la formula metti il poster, togli il poster – mutuata, non senza ironia, dal celebre esercizio dai la cera, togli la cera impartito dal maestro al giovane allievo in un noto film degli anni Ottanta sulle arti marziali – può descrivere efficacemente la pratica pastorale attuale: un gesto ripetuto con disciplina ma, a differenza di quello del film, privo di reale incidenza formativa, un automatismo amministrativo che rischia di sostituirsi al discernimento pastorale autentico.

Un testo evangelico ricorda che il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato (Mc 2,27). La domenica cristiana, erede e compimento del sabato ebraico, è fatta per l’uomo e per il suo incontro con il Risorto, non per essere suddivisa e ripartita tra cause, per quanto meritorie, in concorrenza tra loro per l’attenzione di un’assemblea sempre più stanca e dispersa.

Restituire alla domenica la sua identità di Dies Domini non significa disinteressarsi delle grandi cause che le giornate tematiche intendono promuovere, ma piuttosto sottrarle alla logica dell’evento isolato per collocarle in un tempo disteso, capace di formare autenticamente le coscienze. Il Capo dello Stato ha esortato le Camere a contenere il numero dei «giorni dedicati»; alla comunità cristiana è chiesto qualcosa di più esigente: riconoscere che la domenica è già, per sua natura, un giorno dedicato – al Signore – e non ha bisogno di altre dediche.

Leone XIV ha ricordato, citando ancora la Dies Domini, che la domenica «fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo» (n. 75). Una freccia, non una bacheca. L’immagine merita di essere ripresa da chi, ogni sabato pomeriggio, si trova a decidere che cosa affiggere sulla porta della chiesa: la domenica non è una superficie disponibile su cui appendere, di volta in volta, il messaggio più urgente, ma una direzione impressa al tempo di tutti.

Resta, sullo sfondo, una domanda che eccede l’ambito organizzativo e tocca la dimensione più propriamente escatologica della fede cristiana: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora una domenica libera in cui abitare, o la troverà già occupata dall’ennesima giornata?

Il calcio in carrozzina sta aiutando i ragazzi con patologie neuromuscolari a sentirsi protagonisti: «In campo le nostre disabilità scompaiono»

Powerchair football, quando lo sport abbatte le barriere

Avvenire

C’è una Nazionale italiana di calcio che al Mondiale ci è arrivata senza patemi. A Buenos Aires si disputa in questi giorni la Coppa del mondo di calcio in carrozzina. E per la prima volta ci sono anche gli azzurri del powerchair football, disciplina gestita nel nostro Paese dalla Fipps (Federazione italiana paralimpica powerchair sport). Insieme con l’Italia sono presenti altre nove nazionali: Argentina, Australia, Belgio, Danimarca, Francia, Giappone, Inghilterra, Uruguay e Stati Uniti. Un traguardo storico per gli azzurri arrivato grazie alla medaglia di bronzo conquistata agli Europei di Lignano Sabbiadoro lo scorso anno.

Parliamo di uno sport ancora poco conosciuto ma in cui si percepisce tutto il fascino che può suscitare un pallone. Il powerchair football si gioca quattro contro quattro, portiere compreso, su un campo di 30 per 18 metri. Gli atleti utilizzano carrozzine elettriche appositamente adattate che possono raggiungere i dieci chilometri orari: dotate di protezioni anteriori, permettono di controllare e colpire un pallone più grande del normale. In Italia la storia di questa disciplina è iniziata nel 2017 quando è stata anche riconosciuta dal Comitato italiano paralimpico. Oggi il movimento può contare su 120 tesserati, circa 200 praticanti e ben 11 squadre iscritte al campionato nazionale.
È la magia del calcio. Non ha dubbi Marco Ferrazza, prima giocatore e oggi ct della Nazionale: «Quando ho scoperto questo sport i miei occhi si sono illuminati», racconta in un coinvolgente documentario The Power We Play – How Powerchair Football Changes Lives , realizzato dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs insieme alla World Duchenne Organization. «Un’ iniziativa – spiega l’ideatrice Nicoletta Madia – nata incontrando ragazzi che fanno parte della comunità di persone con patologie neuromuscolari a livello internazionale e vedendo quanto il powerchair football avesse cambiato concretamente le loro vite. Abbiamo deciso allora di entrare nel loro mondo e seguirli nel viaggio verso i Mondiali».
Il professor Eugenio Mercuri, direttore del Dipartimento della salute della donna e del bambino della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, spiega: «Oltre a seguire i nostri bambini e ragazzi con patologie neuromuscolari attraverso una presa in carico multidisciplinare, ci occupiamo di sostenerli nel loro percorso di crescita e creare le condizioni perché possano sviluppare le proprie capacità, costruire relazioni, coltivare passioni e progettare il proprio percorso di vita. Il powerchair football rappresenta in modo straordinario questa possibilità: mette al centro la persona, le sue capacità e il suo desiderio di partecipare. Vedere questi ragazzi diventare atleti, compagni di squadra e rappresentanti del proprio Paese ci ricorda quanto l’accesso allo sport possa avere un impatto concreto sulla qualità della vita».

Il documentario dà voce agli atleti ma anche alle loro famiglie. Claudia Quikuen, madre di Nico, ricorda quanto fosse difficile il periodo in cui il figlio, allora quindicenne, frequentava la scuola superiore e faceva i conti con la progressione della malattia. «La sua autostima era fortemente condizionata», racconta. Poi è arrivato il powerchair: «Scoprire questo sport ha segnato un prima e un dopo nella sua vita e nella nostra». Non è soltanto una nuova attività da praticare. È la possibilità di tornare a sentirsi protagonisti, di scegliere e di assumersi responsabilità. Lo spiega Juan Bautista D’Angelo, giocatore della Nazionale argentina: in campo c’è «un senso di libertà nel dire “prendo tutte le decisioni e le porto avanti da solo”». Chris Gordon, nazionale inglese, è entusiasta: «Giocare al gioco più bello del mondo mi ha dato una nuova vita. La bellezza del powerchair è il fatto che non appena entriamo in campo le nostre disabilità scompaiono. Le persone in carrozzina sono semplicemente atleti». La forza del gruppo è parte della preparazione. «Ci stiamo preparando anche fuori dal campo, perché se siamo uniti fuori lo siamo anche dentro», dice il capitano Simone Ranzato.
A Buenos Aires l’Italia vive una prima volta storica, confrontandosi con le migliori nazionali del mondo. Per gli azzurri è una prova importante. Per una disciplina che cerca spazio e riconoscimento, è anche l’occasione di farsi conoscere per quello che è: calcio vero, giocato da atleti pronti a mettercela tutta. Lo sa bene chi ha seguito da vicino il loro percorso. L’emozione affiora nelle parole di Leandro Giannaboli, padre di Dante: «Fin da piccolo mio figlio ha sempre sognato di diventare calciatore. Poi ha compreso che non avrebbe più potuto camminare… Quando però abbiamo scoperto questo sport Dante ha incontrato la felicità».

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L’ultima frontiera dell’inclusione è il lavoro senza stereotipi generazionali

L'ultima frontiera dell'inclusione è il lavoro senza stereotipi generazionali

Avvenire

Generazioni a confronto. Se le famiglie si accorciano perché si diventa genitori sempre più tardi e nonni e nipoti hanno spesso una distanza anagrafica importante, è nei luoghi di lavoro che il dialogo tra chi ha i capelli bianchi e chi ha appena finito gli studi è diventato la normalità.

L’età della pensione si allunga e trattiene gli over60 mentre i giovani iniziano il loro percorso lavorativo sempre prima grazie a stage e tirocini curriculari. In un Paese dove l’invecchiamento della popolazione ha ormai raggiunto la soglia di non ritorno le aziende si stanno ponendo il problema di come trasformare le differenze anagrafiche, che si portano dietro un diverso approccio al lavoro ma anche diverse necessità organizzative, in opportunità. E se una volta erano i “nuovi arrivati” a soffrire di ansia da prestazione oggi sono i “senior” che temono di venire discriminati.
I lavoratori appartenenti a una stessa classe anagrafica sono accomunati da valori, motivazioni, ambizioni, bisogni e aspettative molto simili rispetto all’impegno professionale. Certo si tratta di stereotipi ma possiamo dire che le quattro generazioni che oggi si trovano contemporaneamente al lavoro hanno alcune caratteristiche che li differenziano. I Baby Boomers (nati tra il 1946 e il 1964) sono dediti al lavoro e preferiscono una struttura organizzativa gerarchica, la Generazione X (classe 1965-1980) è nota per la sua capacità di flessibilità e adattamento, i Millennial (nati tra il 1981 e il 1996) hanno come priorità l’equilibrio tra vita privata e professionale, mentre i giovani della Gen Z (classe 1997-2010) sono nativi digitali e molto attenti alle questioni ambientali e sociali.
Già oggi i senior rappresentano la maggioranza e lo saranno ancora di più in futuro. Nel 2030 un lavoratore su tre avrà più di 55 anni e non si potrà considerare in uscita, visto che avrà di fronte ancora parecchi anni di vita attiva. L’ultima frontiera dell’inclusività in azienda è quella legata alla questione anagrafica: in quest’ottica è nata nel 2019 la CAFE (acronimo di Certificazione Age Friendly Employer) rilasciata da un ente americano (l’Age-Friendly Institute) che assegna un bollino di qualità, privo di conseguenze pratiche, alle aziende che facilitano i rapporti tra generazioni diverse. Al momento sono oltre 200 i datori di lavoro certificati in 31 stati americani e in altri 10 Paesi. In Italia, dove il processo è gestito da Learning Edge, società di formazione manageriale con sede a Milano, le aziende “amiche del lavoro senza disparità generazionali” si possono letteralmente sulle dita di una mano. Sono appena quattro e hanno elaborato strategie che si muovono lungo diversi binari, dalla formazione e dal travaso di competenze in maniera bidirezionale alla presenza di “sentinelle” che monitorano i rapporti e prevengono i problemi.

Il gruppo Hera, multiutility con 11mila dipendenti, è l’ultima delle quattro ha appena ricevuto la certificazione ma è stata pioniera su questo fronte visto che già nel 2011 aveva realizzato una ricerca, dal titolo simbolico “GenerAzioni” in collaborazione con l’università di Bologna. L’anno scorso è nato il programma Longevità che ha come scopo principale quello di far vivere bene le persone in azienda, a tutte le età offrendo supporto psicologico gratuito, piani alimentari personalizzati, sedute di fisioterapia, screening gratuiti, supporto alla genitorialità e all’istruzione dei figli. Tutti i dipendenti di Hera hanno diritto a 150 ore di permesso per studio, qualsiasi sia la loro posizione ed età. Un’attenzione particolare è stata posta nella gestione della seniority dei propri dipendenti. Viene promosso l’inserimento (pari a circa il 10% delle nuove assunzioni) degli over50, soprattutto donne, che fanno fatica a rientrare nel mondo del lavoro. Previsto anche un programma specifico di accompagnamento alla pensione, Rewire, per vivere questa delicata fase in modo graduale.
«Il nostro obiettivo, a fronte di un allungamento della vita media e di conseguenza anche di quella lavorativa, è il benessere dei lavoratori a tutte le età. I giovani possono attingere all’esperienza degli adulti che in un mondo estremamente digitalizzato rischia di perdersi» sottolinea Alessandro Camilleri, direttore delle Risorse Umane.
Generazioni a confronto senza pregiudizi: il gruppo Hera con il suo progetto “Longevity” punta a far stare bene in azienda giovani e senior 

Poste Italiane, primo datore di lavoro nel nostro Paese con ben 120mila dipendenti, ha ricevuto da poco la certificazione. Un terzo dei dipendenti sono over50. Le iniziative introdotte sono diverse a partire dagli Age Friends un gruppo di 200 dipendenti che ogni giorno si impegnano per diffondere una cultura dell’inclusione. «Poste Italiane ha scelto di fare della diversità generazionale uno degli elementi qualificanti della propria strategia – sottolinea l’azienda –. Dall’anno scorso sono stati promossi programmi di mentoring e coaching per favorire lo scambio di competenze tra giovani ed è stata avviata una ricerca sul rapporto tra le generazioni in azienda». Tra i progetti al via spicca “Keep Fit & Forward” che accompagna chi ha una lunga esperienza ad affrontare le nuove sfide della transizione digitale con il sostegno di un tutor basato sull’intelligenza artificiale.

Punta sui giovanissimi Allianz con il programma avviato dieci anni fa che ha introdotto in Italia il modello tedesco della dualità scuola-lavoro. Entrare in una grande azienda a 16 anni, lavorando come un dipendente per tre giorni al mese durante l’anno scolastico e due mesi estivi. Da dieci anni il colosso assicurativo apre le porte del suo grattacielo milanese di CityLife agli studenti delle superiori: sono già trecento i ragazzi che hanno partecipato. Un’ottima palestra per scoprire cosa vuole fare da grandi tanto che alcuni, conseguita una laurea, sono tornati in Allianz in pianta stabile. Il progetto della dualità prevede contratti di apprendistato part-time e una retribuzione lorda di 8mila euro e tutti i benefit aziendali dalle visite mediche ai buoni pasto. Con i ragazzi della generazione Alpha di fatto salgono a cinque le generazioni presenti in azienda. «Una combinazione unica di competenze esperienze e prospettive – sottolinea Letizia Barbi responsabile delle Risorse Umane – Allianz ha scelto di trasformare la longevità in un’opportunità strategica, favorendo la collaborazione e le sinergie tra diverse generazioni attraverso persone di reverse mentoring». Il punto essenziale è proprio lo scambio: non ci sono persone in cattedra che insegnano “come si fa” ma ognuno mette a disposizione conoscenze e punti di vista per conseguire obiettivi comuni. A beneficiarne non è solo il clima ma anche la produttività, visto il basso turn-over dei dipendenti. Sulla stessa linea si muove Sanofi Italia che ha scelto di utilizzare il linguaggio inclusivo a partire dalla selezione del personale: nessun riferimento all’età (e al genere ovviamente) negli annunci dell’azienda di biofarmaceutica. Anche Sanofi come Poste si affida a dipendenti volontari che promuovono l’inclusività generazionale facendo proposte concrete. Grande attenzione alla formazione continua per i lavoratori senior e benefit mirati come i servizi di prevenzione sanitaria e i piani di previdenza complementare.
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Tumore al polmone: un vaccino raddoppia la sopravvivenza nella malattia già avanzata

Tumore al polmone: un vaccino raddoppia la sopravvivenza nella malattia già avanzata
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Un vaccino di nuova generazione contro il tumore del polmone, nato da uno studio italiano e sviluppato dall’azienda biotecnologica francese Ose Immunotherapeutics, ha dimostrato, nella fase 2 di sperimentazione, di poter quasi raddoppiare la sopravvivenza. È una ulteriore conferma di quell’autentica rivoluzione in atto in campo oncologico, dovuta all’immunoterapia (che comprende anche i vaccini antitumorali).
Quando, nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule (il più frequente) in stadio metastatico, già trattati dalle terapie di prima linea, la malattia progredisce o si ripresenta, decretando il fallimento delle precedenti cure, solo il 29% sopravvive a un anno dalla ricomparsa. La somministrazione del vaccino peptidico di precisione chiamato “Tedopi”, invece, porta la sopravvivenza a un anno al 47% in combinazione con la chemioterapia (docetaxel), e al 46% con l’immunoterapia (nivolumab). È quanto sta emergendo dalla ricerca di fase 2 “Combi-Ted”, promosso dalla Fondazione Ricerca Traslazionale (FoRT), il cui primo autore è Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, e presidente di FoRT, che lo presenterà, domenica prossima, al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), in programma a Madrid.

La ricerca internazionale

Lo studio di rilievo internazionale ha coinvolto 17 centri oncologici di eccellenza, distribuiti tra Italia, Francia e Spagna, confermando così il ruolo di primo piano della rete di ricerca italiana nella sperimentazione dei vaccini terapeutici. I risultati, spiega una nota, segnano una «svolta fondamentale» per una patologia che, solo in Italia, nel 2025 ha fatto registrare 43.000 nuove diagnosi (dati Airtum), confermandosi tra le principali cause di malattia tumorale e la prima in assoluto per mortalità nel nostro Paese. In particolare, la forma “non a piccole cellule” (Nsclc), in questi giorni sotto i riflettori perché ha colpito anche il Papa, rappresenta circa l’85% di tutti i casi di tumore al polmone. In un simile scenario, le opzioni terapeutiche alla progressione della malattia sono ancora oggi «estremamente limitate, con la chemioterapia tradizionale che rimane lo standard di cura nonostante la sua modesta efficacia e la spiccata tossicità».

Come funziona il vaccino

Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
Il professor Federico Cappuzzo, direttore dell'Oncologia medica 2 dell'Istituto Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale
«A differenza dei classici vaccini proteici o di quelli preventivi, il vaccino peptidico è costituito da una combinazione sintetica di 10 brevi frammenti di amminoacidi (peptidi) selezionati da antigeni tumorali – dice Cappuzzo –. Il farmaco agisce come un vero e proprio addestratore molecolare del sistema immunitario: nei pazienti con la caratteristica genetica “Hla-A2 positivi” presenta questi 10 “identikit” ai linfociti T, le cellule difensive dell’organismo, insegnando loro a riconoscere e distruggere le cellule tumorali con chirurgica precisione e senza alcun incremento della tossicità rispetto ai trattamenti standard».

Il trial clinico

Nello studio Combi-Ted, 106 pazienti con malattia in progressione dopo una prima linea di chemo-immunoterapia sono stati divisi in tre gruppi per valutare la somministrazione del vaccino peptidico in associazione alla chemioterapia, il vaccino in associazione all’immunoterapico nivolumab, oppure la sola chemioterapia standard a base di docetaxel. «I risultati – evidenzia Cappuzzo –  sono estremamente positivi: nei pazienti che ricevono il vaccino, la sopravvivenza a un anno è praticamente doppia rispetto al gruppo trattato con la sola terapia tradizionale, senza alcun eccesso in termini di effetti collaterali». Queste persone sono ora monitorate. Anche «i pazienti che proseguivano l’immunoterapia aggiungendo il vaccino peptidico – conclude Cappuzzo – ottenevano un beneficio sostanziale in termini di sopravvivenza». E mentre gli studi su questa possibilità terapeutica vanno avanti – in caso di ulteriori conferme in fase 3 si procederà a chiedere alle autorità regolatorie l’autorizzazione all’immissione in commercio -, i dati presentati a Esmo aprono di fatto una nuova era nell’impiego dei vaccini peptidici in immuno-oncologia, dimostrando che l’addestramento mirato del sistema immunitario può trasformare in modo concreto il futuro terapeutico dei pazienti affetti da tumore al polmone avanzato.

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I medici: dopo l’operazione, il Papa non ha bisogno di altre terapie. «Era un tumore ma localizzato»

I medici: dopo l'operazione, il Papa non ha bisogno di altre terapie. «Era un tumore ma localizzato»

Avvenire

L’ipotesi dei medici di Leone XIV era corretta: l’intervento chirurgico sul Papa è stato risolutivo per rimuovergli il tumore al polmone. «Non è necessaria alcuna ulteriore terapia», annunciano il medico personale Luigi Carbone e il professor Stefano Margaritora, il chirurgo del policlinico “Gemelli” di Roma che ha guidato l’équipe dell’operazione eseguita martedì 13 ottobre. Lo scrivono nel bollettino medico diffuso dalla Sala Stampa vaticana nella tarda serata di oggi in cui rendono noti gli esiti degli «esami istologici definitivi» e delle «indagini di biologia molecolare sul materiale asportato durante l’intervento chirurgico». Il responso dei laboratori conferma che «si trattava di un adenocarcinoma polmonare e che la malattia era localizzata». Un tumore allo stadio iniziale e circoscritto, come aveva detto lo stesso Prevost all’Angelus in cui aveva rivelato il suo imminente ricovero. Di fatto l’eliminazione del lobo inferiore del polmone destro è stata sufficiente su un Papa di 71 anni, al suo diciassettesimo mese di pontificato. E «una successiva valutazione oncologica» ha decretato che non servono altre cure, prosegue la nota sanitaria. Non la chemioterapia che poteva essere prevedibile. Non terapie farmacologiche “a bersaglio”. Tumore vinto, è la sentenza clinica.

Per Leone XIV l’immediato futuro è quello della convalescenza. Incentrata soprattutto sulla fisioterapia, compresa quella respiratoria. «La riespansione del polmone dopo l’intervento sta seguendo i tempi normalmente previsti», aveva spiegato Margaritora ai media vaticani sabato scorso, nel giorno dell’uscita del Pontefice dall’ospedale. E aveva aggiunto: «Dopo questi tipi di intervento penso che un paio di settimane per una ripresa fisica veramente completa ci vogliano. Quindi, essendo già quasi passata una settimana, tutto sommato credo che il Papa in un’altra decina di giorni possa essere pienamente recuperato». Significa che la prossima settimana Leone XIV potrebbe essere in una forma più che buona. Tanto che lo stesso Margaritora aveva specificato che il Pontefice sarebbe in grado di affrontare l’atteso viaggio di dodici giorni in America Latina, dal 6 al 17 novembre: «Direi che non ci sono motivi clinici per cui questo viaggio non venga fatto».
La notizia sugli esami istologici entra anche nell’agenda papale: sarà ridefinita nei dettagli tenendo conto sia dell’assenza di nuove terapie, sia delle condizioni di ripresa di Leone XIV. In particolare, dovrà essere sciolta la riserva sulla presenza del Pontefice ad Assisi il 27 ottobre per l’evento organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio per i 40 anni dell’incontro di preghiera per la pace voluto da Giovanni Paolo II con i leader religiosi del mondo; e poi sulla visita che lo dovrebbe portare in Uruguay, Argentina e Perù dove la macchina organizzativa non si è mai fermata, nonostante il ricovero del Papa.
Pontefice che stamani ha tenuto la prima udienza generale dopo le dimissioni dal “Gemelli”, ad appena otto giorni dall’intervento. Intorno a lui un “popolo” di 30mila pellegrini che lo ha abbracciato in piazza San Pietro, nonostante la pioggia. Già in ospedale il Pontefice aveva ricominciato a lavorare. Domenica scorsa all’Angelus aveva annunciato il ritorno graduale alle sue attività. Oggi due udienze pubbliche nella stessa mattina. Perché quella in piazza San Pietro non è stata la prima in assoluto dopo il suo rientro in Vaticano sabato scorso. Un’ora prima dell’appuntamento all’aperto, Leone XIV ha incontrato i partecipanti al convegno “La santità nella storia” organizzato dal Dicastero delle cause dei santi. Stavolta nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico.

Il nuovo richiamo di Mattarella sui giovani e le mosse del governo su Milano: ecco il punto

Il nuovo richiamo di Mattarella sui giovani e le mosse del governo su Milano: ecco il punto

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Matteo Piantedosi vola a Milano per dare consistenza operativa all’ennesimo decreto sicurezza del Governo, ma è il capo dello Stato Sergio Mattarella a tracciarne implicitamente i limiti, invocando una «visione ampia» e mettendo in guardia su tutto ciò che quel provvedimento non può cogliere: il «malessere dei giovani», soprattutto, e il loro «senso di insicurezza per il futuro».

Il discorso del presidente della Repubblica durante la cerimonia di consegna delle onorificenze ai Cavalieri del Lavoro riprende da dove si era chiuso il suo intervento di lunedì all’assemblea delle Province italiane, quando aveva chiesto di procedere a «un’analisi approfondita» di quanto avvenuto a Milano. Dunque, «accanto alle necessarie scelte congiunturali», avverte Mattarella, ora occorre sviluppare «strategie adeguate» nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro «timore di asservimento o di emarginazione». Il punto è che la società «non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione». Perché si tratta di «una grande questione sociale», di «una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze» del Paese. In modo tale che «le preoccupazioni del presente» si specchino «nell’impegno a progettare il futuro».
Naturalmente al capo dello Stato non sfuggono le cause di questo sentimento, tra le quali c’è il «grave peso» che un «bilancio negativo delle migrazioni giovanili» ha sul Paese. Così come un quadro internazionale preoccupante, fatto di «insensate guerre di aggressione, delegittimazione del diritto internazionale, barriere protezionistiche». Parole non molto diverse da quelle dell’ex presidente della Bce ed ex premier, Mario Draghi, convinto che parte delle cause delle rivolte risieda «nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti», dice in un’intervista a Bloomberg.
Intanto Milano attende l’arrivo di cinquecento parà del 186esimo reggimento della Folgore, un intero battaglione di élite dell’Esercito italiano, che nella sua storia ha missioni come quella a Mogadiscio, e che è addestrato, tra le altre cose, nel combattimento urbano, viene schierato contro la violenza minorile. «Sono 500 preparati, addestrati esperti, armati, strutturati», ha confermato il vicepremier Matteo Salvini, ieri in Prefettura a Milano insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il loro utilizzo rientrerà nella cornice giuridica del progetto «Strade Sicure». Quindi con funzioni di pubblica sicurezza, ma non di polizia giudiziaria. Concretamente, possono intervenire per bloccare chi sta spaccando una vetrina, trattenere chi sta aggredendo qualcuno, perquisire o chiedere i documenti per l’identificazione. Ma poi si devono chiamare la Polizia o i Carabinieri per l’eventuale accompagnamento in Questura, così come il fermo resta compito del pm e degli agenti di pg. Militari che inoltre risponderanno al prefetto di Milano Claudio Sgaraglia e al questore Bruno Megale, e che potranno essere impiegati nella guida di droni, fatti volare per controllare il centro di Milano. Oggi «ci sarà la prima realizzazione di questa pianificazione che prevederà la copertura di tutto il territorio cittadino, con la possibilità quindi sia con presenze collocate nei vari quadranti della città, soprattutto nel centro storico, ma anche con la capacità pianificata di poter avere delle squadre mobili di pronto intervento laddove i fenomeni si dovessero manifestare fuori dalle zone individuate preventivamente», ha spiegato Piantedosi, che ha escluso le zone rosse (piazza Duomo resta aperta).

Queste in sintesi le misure di ordine pubblico in vista dell’annunciata mobilitazione del Movimento 17 ottobre, che ha rivendicato le devastazioni di domenica, oltre ad aver disseminato sui social una serie di fake news su università assaltate, incendi e violenze. Nome su cui gli investigatori della Polizia postale stanno indagando per capire chi ci sia dietro, come ha confermato ieri anche Salvini. L’altro movimento su cui si concentrano le attenzioni degli investigatori è “Italia in piazza”, che aveva organizzato la prima manifestazione, sabato 17 ottobre, che degenerò subito in guerriglia urbana, anche più pericolosa. Domenica invece sin dall’inizio l’obiettivo è stato il saccheggio, come risulterebbe anche dai messaggi nelle chat con cui si sono dati appuntamento.
Italia in Piazza che – a differenza del Movimento 17 ottobre, completamente protetto dall’anonimato – ha degli organizzatori con nome e cognome, probabilmente sabato darà forfait. Per Piantedosi si tratta in ogni caso di «un fenomeno assolutamente nuovo, inedito insidiosissimo, molto fluido che non ha un riferimento percepibile a quelle che sono organizzazioni tradizionali alle quali le forze di polizia si contrappongono di tipo antagonistico o quant’altro. Un fenomeno nuovo che va affrontato in modo nuovo».
Per quanto riguarda infine il sospetto, che si tratti di movimenti eterodiretti, sollevato da più parti, a cominciare dal ministro della difesa Guido Crosetto, «è prematuro dirlo, non ci sono evidenze materiali chiare e certe che questo sia avvenuto». Tuttavia, nota sempre Piantedosi, «c’è un’evidente differenza tra lo spontaneismo dei ragazzi nelle risposte date ai magistrati e un’organizzazione nella sollecitazione e partecipazione a questi eventi che è stata fatta in maniera abbastanza solida e importante». In ogni caso sabato, oltre allo spauracchio della discesa dei neo-barbari sensibili ai richiami su Telegram, TikTok&C ci sono anche due classici del sabato milanese in corteo – ProPal e antagonisti – che metteranno ulteriormente alla prova il dispositivo di sicurezza. Ieri in Prefettura il sindaco di Milano Beppe Sala ha fatto appello «per evitare psicosi» come quella «di chiudere preventivamente i negozi».

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«Tra i ragazzi violenti c’erano italiani di buona famiglia. Ora servono adulti-adulti»

«Tra i ragazzi violenti c'erano italiani di buona famiglia. Ora servono adulti-adulti»

Avvenire

Sono ragazzini tra i 14 e i 15 anni, in qualche caso anche meno. Diversi di loro sono italiani di seconda generazione con i genitori nativi del Nordafrica e provenienti dall’hinterland, certo. Ma attenti a infilarli nella generica categoria dei «maranza», a meno di far rientrare nella definizione (coniata negli anni 80 per bollare spregiativamente il popolo delle periferie allora abitate da emarginati italiani e rispolverata ai giorni nostri per i figli di nordafricani, ndr) anche i rampolli di connazionali e di famiglie della Milano bene, con un reddito tale da potersi permettere prestigiosi istituti privati cittadini.

L’osservatorio di don Claudio Burgio, cappellano del «Beccaria», educatore e presidente di Kayros, è il carcere minorile dove sono finiti quei ragazzi che nel weekend sono stati protagonisti dei disordini e dei saccheggi dei negozi in centro a Milano. «Ma – spiega – preferisco distinguere i disordini e gli assalti ai negozi dalle manifestazioni studentesche, che sono forse state l’innesco, ma la matrice e le ragioni soprattutto sono diverse».
Partiamo dai fatti violenti, sui quali anche don Burgio non vede chiaro, per capire le ragioni dei disordini. «Credo che ci sia una regia – prosegue – che andrà necessariamente compresa, perché secondo me non è possibile che il tam tam sui social abbia radunato così tanti ragazzini in un colpo solo. Bisognerà capire, senza complottismi, chi lo ha fatto partire. Può essere che vi sia anche qualche fonte internazionale. Sono stati coinvolti tanti giovanissimi, quindi 14 e 15 anni, qualcuno anche infraquattordicenne che si trovano in queste ore al “Beccaria”, il carcere minorile».
La totalità dei fermati pare completamente incosciente rispetto ai motivi soprattutto, quindi sono da escludere cause ideologiche e politiche. «Piuttosto – aggiunge il sacerdote, che ha grande esperienza di disagio minorile – hanno agito con uno stile predatorio che ha come scopo l’apparire, l’essere performanti e capaci di arricchirsi. Li ha mossi una rabbia esplosiva che serpeggiava già da molto tempo e che quindi andava già compresa e capita. Il problema è che questa rabbia li porta poi a compiere atti impulsivi e violenti senza una vera ragione e questa la cosa più sconcertante».

Un problema delle seconde generazioni che non si sono integrate? «C’erano anche ragazzi di seconda generazione, certo, a saccheggiare i negozi. Ma quello che mi ha colpito è che c’erano con loro diversi ragazzi italiani e anche di buona famiglia. Alcuni sono liceali, uno addirittura frequentava un istituto cattolico. Questo ragazzino, per esempio, aveva anche un coltello in tasca. Quindi vuol dire che questo disagio è molto trasversale, non riguarda più il ceto sociale, la famiglia di appartenenza, ma è una situazione che sta sfuggendo di mano anche a tante famiglie “normali” e anche buone famiglie. Quindi vuol dire che il problema è anche la solitudine interiore di questi ragazzi. C’è uno spaesamento identitario perché questi ragazzi non sanno a chi appartenere. Evidentemente non sono abituati a parlare, a ragionare con i loro genitori. Un conto è vestirli bene, un altro è accudirli e poi aiutarli a costruire un pensiero critico e questo manca del tutto nei ragazzi incontrati in questi giorni».
Per don Claudio servono in piazza le forze dell’ordine, ma soprattutto c’è bisogno di educatori per andare a fondo al problema e capire le ragioni. «Come mi dicono i ragazzi servono “adulti adulti”, veramente capaci di trasmettere il senso della vita, il perché delle cose che accadono. In queste manifestazioni di odio e di violenza c’è il non senso. Se domandi loro perché l’hanno fatto, i ragazzi che ho incontrato non te lo sanno dire. Quindi a Milano c’è stato un richiamo alle armi, ma senza un fondato motivo. Qualcuno genericamente parla di odio verso le forze dell’ordine perché li trattano male. Però sono ragioni deboli. Vuol dire che non hanno il senso dello Stato, né quello del limite della legge e hanno un senso di impunità che va affrontato». Ma come? «Da una parte è chiaro che ci vuole fermezza per scongiurare altri episodi del genere, anche se temo che ce ne saranno ancora. Dall’altra è chiaro che non bastano i decreti pur legittimi, non bastano gli interventi del governo. Non ce la caviamo così».
Un particolare ha colpito don Burgio e non va trascurato se si vuole capire cosa è successo nella folle due giorni milanese: «Penso a quell’immagine dei vestiti rubati e regalati ai senzatetto. Perché anche questa comunque racconta che c’è anche una cultura della giustizia fai-da-te. Questi ragazzi sono lontanissimi dalle istituzioni, da famiglie, Stato, Chiesa e quindi hanno comunque valori molto poco chiari. Per esempio c’è una solidarietà di alcuni ragazzi italiani nei confronti dei coetanei di seconda generazione. Perciò è una giustizia fai-da-te incontrollata e che dice il bisogno di interlocutori che aiutino a capire cos’è la vera giustizia e come si ottiene. Ma il mondo adulto in questo momento non è di grande aiuto».

E da dove possiamo ripartire? Il cappellano del Beccaria chiede unità. «In questo momento – conclude – serve allearsi e non dividersi, perché è chiaro che in queste ore ognuno incolpa l’altro. È un momento dove allearci, dove essere presenti, dove provare a trovare le ragioni comuni per educare questi ragazzi. È un processo lungo, però, e va cominciato dalla scuola».
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Prime notizie dalla Manovra: pensioni più lontane e più basse nel 2027

Prime notizie dalla Manovra: pensioni più lontane e più basse nel 2027

Avvenire

Tra anticipazioni, priorità e rispetto dei tempi, il governo sta lavorando alla legge di Bilancio 2027, con diverse ipotesi di intervento in materia fiscale ed economica. Pensioni, regime forfettario per le partite Iva, detassazione degli aumenti salariali, incentivi per i giovani e nuovi sostegni agli investimenti delle imprese, in particolare nell’ambito tecnologico e dell’intelligenza artificiale, sembrano essere i pilastri della prossima manovra, per ora da 23,5 miliardi. Intanto il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha confermato lo slittamento dei tempi: la seduta del Consiglio dei ministri per il varo della legge di Bilancio si terrà «la settimana prossima». Sarà preceduta da una nuova riunione di maggioranza? «Se vogliamo rivederci per i contenuti, non ci sono problemi», ha risposto ai cronisti in Transatlantico.

Il capitolo pensioni
Una novità non certo piacevole arriva intanto per chi andrà in pensione dal 1° gennaio 2027. A parità di contributi accumulati e di età d’uscita, riceverà un assegno più basso. La misura riguarda le pensioni contributive o la parte contributiva delle pensioni calcolate con il metodo misto. È la conseguenza dell’applicazione dei nuovi coefficienti contenuti nel decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia del 16 ottobre scorso (pubblicato poi il 19). Inoltre l’età per il pensionamento di vecchiaia sale, come previsto: dagli attuali 67 anni passa a 67 anni e un mese, per arrivare poi a 67 anni e tre mesi nel 2028. Sugli importi la Cgil ha calcolato che, a 64 anni, una quota di pensione contributiva che con i coefficienti del 2024, prima quindi anche della revisione del 2025, valeva 1.500 euro lordi mensili ora scende a 1.449,36 euro con quelli del 2027. Con la revisione dei coefficienti di trasformazione le pensioni si riducono a parità di condizioni, con una perdita per chi esce a 67 anni dell’1,68% dell’assegno rispetto al 2026 e una riduzione tra il 2024 e il 2027 del 3,65%. «La perdita – spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali – è di circa 658 euro lordi annui e nell’intero periodo di pensione attesa raggiunge in totale 14.207 euro per le donne e 11.574 euro per gli uomini».
Mini-pacchi: nuovo rinvio al 2027

Si profila intanto un nuovo piccolo rinvio, con un emendamento, per la tassa nazionale sui mini-pacchi in arrivo da Paesi extra-Ue: da dicembre il balzello da 2 euro slitta al 2027. Mentre è confermato invece il tributo, questo di fonte Ue, che scatta invece dal 1° novembre.
Cisl e sciopero generale
Il “parlamentino” della Cisl ha confermato la scelta della confederazione di puntare sul confronto e sulla negoziazione, non allineandosi alla linea dura già decisa dalla Cgil. «Pur rispettando le decisioni delle altre sigle, il consiglio non condivide il ricorso allo sciopero generale contro una manovra di cui non si conosce ancora il testo». La Cisl considera inoltre «sbagliato chiedere ai lavoratori il sacrificio di una giornata di salario senza conoscere ancora i contenuti della manovra». La linea resta quella di «negoziare per decidere», mantenendo aperta «la possibilità di un’azione comune con le altre organizzazioni sindacali su contenuti, piattaforme e vertenze». In questo senso, il sindacato guidato da Daniela Fumarola ha lanciato la campagna Il Patto che unisce. Lavoro, salari, welfare per lo sviluppo con assemblee e iniziative pubbliche con imprese, amministratori, parlamentari e Terzo settore. Tre gli appuntamenti nazionali: il 7 novembre a Genova, il 28 novembre a Gioia Tauro, a metà dicembre a Roma. L’obiettivo è portare nei luoghi di lavoro e nei territori le proposte del sindacato sul Bilancio e le linee programmatiche del “Libro Verde” per la prossima legislatura.

Allargare la platea
Tornando alla manovra il leader di FI, Tajani, ha sostenuto «più si allarga e meglio è, cioè bisogna allargare a tutto il settore finanziario», a proposito dell’ampliamento del contributo da 5 miliardi, per ora previsto per banche e assicurazioni. Lo ha detto in risposta alla domanda se a suo avviso debba interessare anche il settore petrolifero, precisando che «loro hanno già fatto la loro parte». «Adesso vediamo – ha aggiunto -, il ministro Giorgetti sta vedendo il da farsi». Mentre sulla possibilità di un ruolo anche delle casse di previdenza privatizzate nella manovra economica, pur premettendo di essere «favorevole a investimenti dei privati nell’economia italiana», ha concluso che «non si può fare adesso».

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