L’Olimpiade delle app che non piace al New York Times

L'Olimpiade delle app che non piace al New York Times

Rieccoci allora. Nona Olimpiade da inviato per me, una sola Invernale però, questa. Trent’anni di Giochi scritti e senza giocare mai. O forse 30 anni passati giocando sempre. Perché scrivere è una passione che si fa per mestiere, e non un mestiere che si fa per passione. Mi sento un privilegiato per essere ancora qui. Ma anche discretamente vecchio.
A questo penso mentre cerco un mezzo per raggiungere San Siro. Trent’anni di Cerimonie Inaugurali, di badge al collo con la mia foto, sempre quella, sempre più giallo ocra, il colore del tempo. Che il mio stia iniziando a passare galoppando, lo conferma la drammatica consapevolezza che questi sono i Giochi delle app. Sei obbligato a scaricarne almeno cinque se vuoi accreditarti, avere il programma dei trasporti, ricevere le notizie dal Coni, chiedere i biglietti per le gare, o anche solo per esistere. Se non sei tecnologico, sei rovinato. I dinosauri alle Olimpiadi non sono ammessi, purtroppo. Io, per ora, mi faccio aiutare. E resisto. Oggi ho scaricato una app che mi spiega come si fa a scaricare le app. C’ho capito poco, ma mi sono sentito importante perchè quella non ce l’ha nessuno sul cellulare. E la esibisco a tutti come una medaglia d’oro.
In metrò leggo che le atlete americane al Villaggio sono entusiaste per il menù in mensa, e molto sorprese di aver trovato il bidet nei bagni. Qualcuna non sa cosa sia, altre ignorano come lo si usi. Viviamo in un mondo strano. Ma non è male nemmeno l’ironico reportage del corrispondente da Roma del New York Times, Jason Horowitz. Titolo: “Trekking tra le sedi olimpiche invernali d’Italia? Meglio non avere fretta”. Lui, da bravo giornalista investigativo, si è preso la briga di andare a verificare sul campo l’organizzazione di queste Olimpiadi. Il responso è disarmante: “Lunghe distanze, strade strette, collegamenti complessi e nevicate renderanno la logistica un incubo”, avvisa. E mi sembra di immaginare la sua faccia felice di raccogliere letame e accendere il ventilatore contro di noi. “Un’edizione con otto sedi diverse distribuite su circa 8.500 miglia quadrate nel nord Italia significano un incubo che ha portato i funzionari ad accogliere ogni nuovo tunnel, ogni aumento del servizio ferroviario o ogni tratta di autobus estesa come una vittoria entusiasmante contro il rischio del fallimento”, scrive Horowitz. Che ad un certo punto sarebbe rimasto bloccato dal ghiaccio su una strada secondaria, e sarebbe stato soccorso da una campionessa olimpica di curling. Così almeno dice lui, evidentemente romanzando.

Ma non basta. “Questa visione idilliaca di Olimpiadi “in viaggio” è stata il cavallo di battaglia del Comitato Organizzatore fin dall’inizio”, spiega il Nyt, sottolineando che “per necessità, l’Italia ha fatto saltare il vecchio modello delle Olimpiadi Invernali concentrate tra città e dintorni, dove gli sport su ghiaccio si tenevano spesso in un’unica città ospitante e le gare di sci nelle montagne circostanti. Nella corsa a completare gli interventi prima dell’inizio dei Giochi – continua – le strade sembravano uno slalom di coni arancioni, mentre gli operai dipingevano strisce pedonali, colavano cemento e scoprivano nuovi cartelli”. Impietoso, il sarcastico corrispondente segnala che l’app ufficiale dei trasporti che spiega come muoversi tra le varie competizioni, indica che il “percorso migliore” dagli eventi da Cortina a Livigno, “prevede un viaggio di 18 ore e 6 minuti”.
Ora, esagerazioni a parte, negare l’evidenza sarebbe stupido. Ma quello che il New York Times non sa, è che siamo già bravissimi a prenderci in giro da soli, e a vedere nero ovunque. Non serviva mandare un americano. Piuttosto non ricordo dove fosse il Nyt ai Giochi di Atlanta nel 1996, dove – oltre all’inesistenza del bidet – non funzionava quasi nulla. E cosa scrisse quando gli autisti delle navette si perdevano per strada non sapendo minimamente dove si trovassero. Ricordo invece la loro rivoltante mensa olimpica, dove era impossibile ordinare un’ipotesi di cotoletta senza l’obbligo di sciacquatura di piselli sopra. L’addetto non capiva che chiedevi una tregua olimpica dal pisello infame e scofanava comunque palettate di mappazzone verde guardandoti con l’espresione di una mucca che vede passare un treno. Quella sì molto americana. Oh yes.

Lettura e Vangelo del giorno 6 Febbraio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del Siràcide
Sir 47,2-13 (NV) [gr. 47,2-11]

Come dal sacrificio di comunione si preleva il grasso,
così Davide fu scelto tra i figli d’Israele.
Egli scherzò con leoni come con capretti,
con gli orsi come con agnelli.
Nella sua giovinezza non ha forse ucciso il gigante
e cancellato l’ignominia dal popolo,
alzando la mano con la pietra nella fionda
e abbattendo la tracotanza di Golìa?
Egli aveva invocato il Signore, l’Altissimo,
che concesse alla sua destra la forza
di eliminare un potente guerriero
e innalzare la potenza del suo popolo.
Così lo esaltarono per i suoi diecimila,
lo lodarono nelle benedizioni del Signore
offrendogli un diadema di gloria.
Egli infatti sterminò i nemici all’intorno
e annientò i Filistei, suoi avversari;
distrusse la loro potenza fino ad oggi.
In ogni sua opera celebrò il Santo,
l’Altissimo, con parole di lode;
cantò inni a lui con tutto il suo cuore
e amò colui che lo aveva creato.
Introdusse musici davanti all’altare
e con i loro suoni rese dolci le melodie.
Conferì splendore alle feste,
abbellì i giorni festivi fino alla perfezione,
facendo lodare il nome santo del Signore
ed echeggiare fin dal mattino il santuario.
Il Signore perdonò i suoi peccati,
innalzò la sua potenza per sempre,
gli concesse un’alleanza regale
e un trono di gloria in Israele.

Salmo Responsoriale

Sal 17 (18)

R. Sia esaltato il Dio della mia salvezza

La via di Dio è perfetta,
la parola del Signore è purificata nel fuoco;
egli è scudo per chi in lui si rifugia. R.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,
sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Per questo, Signore, ti loderò tra le genti
e canterò inni al tuo nome. R.

Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato,
a Davide e alla sua discendenza per sempre. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,14-29

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Sbloccata la Carta docente 2026, importi in arrivo entro febbraio: quanto vale e cosa comprare

Sbloccata la Carta docente 2026, importi in arrivo entro febbraio: quanto vale e cosa comprare

Alla fine l’annuncio è arrivato: la Carta del docente 2026, dopo vari rinvii e ritardi, arriverà entro fine febbraio con un importo di circa 400 euro. Si aspetta solamente il via libera del ministero dell’Economia, che dovrà approvare la misura sul piano tecnico. Una volta confermata ed erogati i fondi, i soldi si potranno usare per comprare software e hardware (ma solo ogni quattro anni), oppure anche libri, mostre, spettacoli.

È quanto hanno confermato a Fanpage.it fonti del ministero dell’Istruzione. A breve è atteso il decreto ministeriale che chiarirà ufficialmente tutti le informazioni anticipate.

Quando arriva la Carta docente 2026
Dunque, gli ultimi ostacoli saranno superati nelle prossime settimane. Entro il 28 febbraio, i docenti si ritroveranno con l’accredito della somma a cui hanno diritto. Per la prima volta, il bonus andrà anche ai precari con contratti al 30 giugno e a quelli con il contratto al 31 agosto, oltre ovviamente a tutti i docenti di ruolo che rispettano i requisiti.

Quanto vale il bonus
Confermato anche che l’importo sarà più basso degli scorsi anni. È una conseguenza dell’allargamento della platea: con l’inclusione di circa 200mila precari, la coperta dei fondi stanziati per il ministero è diventata troppo corta per garantire i 500 euro previsti a tutti quanti. L’importo della Carta del docente 2026 quindi sarà di circa 400 euro.

Cosa si può comprare
Quest’anno scatta anche un’altra novità. Con i soldi della Carta docente si potranno comprare hardware (come computer o tablet) o software (programmi informatici), oltre a spettacoli, libri, proiezioni al cinema, mostre e così via. Ma l’acquisto di prodotti tecnologici non si potrà ripetere l’anno successivo.

Infatti, una volta comprato un programma o un pc, l’acquisto si potrà effettuare nuovamente solo dopo quattro anni. Non è ancora chiaro se sarà permesso aggiornare i programmi già acquistati, o rinnovare le eventuali licenze annuali dei software, con i soldi del bonus.

Pc e tablet comprati dalle scuole in comodato d’uso agli insengnati
Il ministero ha anche annunciato un altro cambiamento. Che, in parte, mira a ‘compensare’ il più basso importo della Carta del docente 2026. Le scuole avranno in dotazione un fondo da oltre 250 milioni di euro dedicato proprio ad acquistare materiale didattico – libri, ma anche tablet e computer – da fornire in comodato d’uso ai docenti. Oppure anche per finanziare corsi di formazione.

Concretamente, una volta che il sistema sarà a regime, saranno gli insegnanti a poter fare richiesta al proprio istituto. Con procedure ancora tutte da chiarire, si potrà chiedere alla scuola di pagare le spese per sostenere un corso di aggiornamento. O, ancora di acquistare un certo libro, o un apparecchio informatico.

A differenza di quanto avviene con i soldi della Carta docente, naturalmente quel tablet o quel pc non sarà di proprietà dell’insegnante che ha fatto domanda, ma resterà alla scuola. L’istituto lo potrà fornire in comodato d’uso, in modo da aiutare l’attività didattica. Come detto, molto dipenderà da come saranno effettivamente strutturate le procedure e quanto saranno semplici da mettere in atto.

“Come immaginavamo, essendo aumentata la platea dei beneficiari, l’importo del bonus è diminuito ma molti fondi strutturali europei andranno alle scuole per la formazione e per l’acquisto di Pc e Tablet che potranno essere, come noi da tempo richiediamo, affidati in comodato d’uso. I nostri numerosi appelli al governo finalmente sono stati ascoltati”, ha commentato il coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti Vito Carlo Castellana.
Fanpage.it

Benvenuti: «La letteratura
si nutre di tutti i media»

Benvenuti: «La letteratura
si nutre di tutti i media»

La relazione, la sinergia, la fusione tra diversi linguaggi artistici è sempre esistita e i rapporti fra la letteratura, le altre arti e i media sono da tempo studiati. È nuova, però, l’idea di rendere tali relazioni centrali nel racconto della storia della letteratura. Un simile sguardo può essere frequente negli studi su singoli autori, gruppi o correnti, ma non viene praticato con sistematicità nelle storie della letteratura.
È dunque inconsueta, e per questo assai stimolante, la prospettiva adottata da Giuliana Benvenuti nel volume da lei curato per Einaudi: La letteratura italiana dal 1895 a oggi. Una storia intermediale. Ordinaria di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, dove è attualmente presidente del sistema museale di Ateneo e delegata per il patrimonio culturale, Benvenuti ha coordinato un’équipe di studiosi che si sono proposti di intendere la letteratura come nodo di una rete più ampia.
Quali obiettivi vi siete posti con il volume da lei curato?
«Abbiamo inteso offrire una prospettiva che non guarda soltanto ai rapporti tra testi letterari – influenze, epigonismi, rifiuti, canonizzazioni – bensì, insieme ad essi, considera come il dialogo con la fotografia, il cinema, il teatro, le arti visive e performative, il fumetto, la radio, la televisione, i media digitali, il podcast incida sulla scrittura e viceversa».
Perché avete deciso di concentrarvi sul Novecento e sul nuovo millennio?
«Il Novecento e il primo quarto del XXI secolo sono un laboratorio continuo di sperimentazione, contaminazione, intersezione, collaborazione tra le arti».
Quali risultati ha prodotto la ricerca collettiva alla base del libro?
«Guardando alla letteratura come a un’arte tra le arti, siamo arrivati a questo primo esperimento di storia letteraria intermediale, di certo imperfetto, ma credo efficace nel proporre una prospettiva insolita: non la relazione tra letteratura e cinema, letteratura e fotografia ecc., ma la dimostrazione che gli scrittori e le scrittrici, quando non sono essi stessi pittori, sceneggiatori, musicisti ecc., sono comunque sempre parte di un contesto artistico e mediale che incide anche sulle scelte di chi decide di coltivare la sola scrittura, di concentrarsi sulla parola e sulla sua potenza espressiva».
Il punto di partenza è il 1895, anno dell’invenzione del cinematografo e dal punto di vista letterario l’età delle avanguardie e del modernismo. In quali modi la settima arte ha influenzato la letteratura da allora a oggi?
«La relazione tra letteratura e cinema è ricchissima lungo tutto il Novecento e investe sia gli elementi formali sia i contenuti. La tecnica del montaggio, con la scomposizione e ricomposizione di frammenti, ha cambiato il modo di concepire la narrazione e la sua struttura temporale, penso in particolare alle avanguardie di inizio Novecento e alla neoavanguardia degli anni Sessanta. C’è poi la stagione del Neorealismo, con numerosissime collaborazioni tra scrittori e registi, e Pasolini, che ha trovato nel cinema un mezzo espressivo di elezione».
Il cinema, dal canto suo, ha attinto dal serbatoio di storie della letteratura…
«Sì, prima di tutto adattandole, come hanno fatto anche la radio e poi la televisione. Ma ha anche creato un immaginario al quale la letteratura a sua volta ha attinto: si sono diffuse le descrizioni verbali di scene cinematografiche, le novellizzazioni, dove è la letteratura ad adattare storie nate per lo schermo, e sono aumentati i riferimenti ai film in romanzi e poesie».
E oggi?
«Oggi queste relazioni si moltiplicano in un panorama inter e transmediale fino a trent’anni fa inedito, perché anche il cinema è profondamente cambiato con l’avvento del digitale. La collaborazione tra industrie è in crescita: romanzi di successo nazionale e internazionale, come Romanzo criminaleGomorraL’amica geniale, diventano sempre più sistematicamente film o serie tv o fumetti o performance o podcast, o tutto questo e altro, in un susseguirsi di spin off, prequel, sequel. Di nuovo, questi cambiamenti implicano nuove modalità di pensare e scrivere storie».
Un altro medium extraletterario che nel Novecento ha interagito molto con la letteratura è il fumetto, che durante il fascismo è stato strumento di propaganda per poi diventare, nella seconda metà del secolo, fonte dello stesso immaginario letterario: pensiamo ai cosiddetti “giovani scrittori” degli anni ‘80 e ‘90. Come si è sviluppata questa influenza?
«In Italia il fumetto è stato a lungo considerato una forma di intrattenimento per un pubblico infantile; eppure, anche così ha influenzato alcuni dei maggiori scrittori italiani del Novecento, come Italo Calvino, che ricollegava molta della sua immaginazione narrativa e della sua capacità di stilizzazione all’esperienza di lettore di strisce a fumetti quando era bambino durante il fascismo. In seguito, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, al fumetto è stata riconosciuta una sempre maggiore dignità artistica da intellettuali come Elio Vittorini, Umberto Eco, Vittorio Spinazzola, e a opere come Una ballata del mare salato di Hugo Pratt è stato attribuito un valore pienamente letterario. A quel punto alcuni scrittori hanno cominciato a cimentarsi anche in questa forma espressiva, come Dino Buzzati con il suo Poema a fumetti. Dopo una piena assimilazione dell’immaginario fumettistico in letteratura negli anni Ottanta e Novanta, oggi la potenzialità artistica e narrativa del graphic novel è assodata, e opere di autori come Gipi o Zerocalcare sono candidate al premio Strega».
Naturalmente non possiamo escludere dal discorso il rapporto tra letteratura e arti figurative, che è, in fondo, quello più “classico”. Come si è sviluppata tale relazione dal Futurismo al Postmoderno?
«Il ventaglio delle relazioni è molto variegato dal Novecento a oggi. Focalizzandoci sugli autori, innanzitutto, notiamo che molti scrittori sono stati anche pittori (da Ardengo Soffici e Alberto Savinio a Carlo Levi, fino a Pasolini) o hanno avuto uno sguardo molto attento alle evoluzioni dell’arte figurativa, scrivendo critica d’arte, come Alberto Moravia o Vincenzo Consolo. Volgendo la nostra attenzione ai testi, invece, in campo poetico esiste un filone di poesia visiva che nasce con le tavole parolibere dei futuristi e conosce un nuovo slancio negli anni Sessanta grazie a poete come Giulia Niccolai e Patrizia Vicinelli. Tecniche artistiche come il collage sono state adottate anche per la composizione letteraria (da Nanni Balestrini, ad esempio) e all’ecfrasi (la descrizione verbale di un’opera visiva) la critica ha riconosciuto sempre più un ruolo decisivo nella strutturazione del racconto. Infine, da un punto di vista tematico, pittori e dipinti sono spesso al centro di romanzi, pensiamo, ad esempio, ad Artemisia di Anna Banti, a Todo modo di Leonardo Sciascia o ai romanzi più recenti di Melania Mazzucco».
In termini più generali, quali sono oggi i media che influenzano maggiormente la scrittura?
«Oggi la collaborazione tra i media è molto richiesta e sviluppata anche industrialmente: pensiamo ai franchise transmediali, dove la letteratura è parte di un racconto che si sviluppa su più media: cinema, fumetto, serie tv, videogiochi, parchi a tema, giochi da tavolo… In tal modo la stessa distinzione tra i media che compartecipano alla costruzione di mondi narrativi finisce per diventare porosa. Difficile dunque dire quale di essi influenzi maggiormente la letteratura. Quello che è sicuro è che la svolta digitale sta imprimendo modificazioni significative al modo di produrre, fruire, intendere e interpretare la letteratura».
Qualcuno paventa il rischio che l’intelligenza artificiale possa determinare la fine della creatività letteraria tradizionalmente intesa. Lei che cosa ne pensa?
«Contrariamente a quanto spesso si è ritenuto nel Novecento, decretando a più riprese la crisi, o anche la morte, della letteratura, quello che osserviamo è invece la capacità della letteratura di adattarsi ai mutamenti; penso ad autori come Walter Siti, che fanno della riflessione critica sulla presenza pervasiva dei media un fulcro narrativo. Per questo, oltre a ricordare che ci sono stati fin dagli anni Sessanta esperimenti di letteratura elettronica, la mia opinione è che l’intelligenza artificiale stia modificando la creatività umana, ma che si tratti, nuovamente, di una interazione, che porta cambiamenti, anche antropologici, profondi: non semplici cancellazioni o sostituzioni, bensì relazioni complesse».
avvenire.it

La fiaccola a Milano, Mattarella con gli atleti: i primi fotogrammi delle Olimpiadi

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella indossa la giacca delle Olimpiadi al Villaggio Olimpico

Eccoci. Alla vigilia della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, domani sera allo Stadio San Siro, i Giochi sono già entrati nel vivo. Le prime gare hanno preso il via ieri al Curling Olympic Stadium di Cortina con il torneo del doppio misto, disciplina che a Pechino 2022 regalò all’Italia l’oro di Amos Mosaner e Stefania Constantini: i campioni uscenti tornano oggi sul ghiaccio per il turno preliminare contro la Corea del Sud. Segnali incoraggianti arrivano anche dallo sci alpino, con le prove cronometrate della discesa libera maschile che hanno visto Giovanni Franzoni ottenere il secondo tempo e Dominik Paris il quinto, alimentando aspettative e fiducia. Ma in queste ore l’attenzione resta concentrata soprattutto su ciò che accadrà domani alle 20, quando si aprirà ufficialmente la XXV edizione dei Giochi. Una cerimonia destinata a un pubblico potenziale di circa due miliardi di spettatori e costruita come un grande racconto collettivo, tra spettacolo e simboli, nel segno dell’armonia. Sul palco – e idealmente in dialogo con la città – si alterneranno artisti e protagonisti della cultura italiana e internazionale: da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Cecilia Bartoli, fino a Lang Lang, Pierfrancesco Favino, Sabrina Impacciatore, Matilda De Angelis e Ghali. Le prove coinvolgono da settimane centinaia di figuranti e, negli ultimi giorni, si sono concentrate anche all’interno dello stadio.La cerimonia avrà un carattere volutamente diffuso, in coerenza con la geografia dei Giochi: la sfilata degli atleti si svolgerà non solo a Milano, ma anche a Cortina, Livigno e Predazzo, per consentire a tutti i partecipanti di vivere questo passaggio simbolico. Duplice anche l’accensione del braciere olimpico, che avverrà in simultanea all’Arco della Pace, a Milano, e in piazza Dibona, a Cortina. A dichiarare ufficialmente aperti i Giochi sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, atteso domani sera a San Siro insieme a oltre cinquanta tra capi di Stato, di governo e membri di case regnanti.
Proprio Mattarella, questa mattina, ha visitato il Villaggio olimpico di Milano, in via Lorenzini, dove sono già ospitati oltre 1.500 tra atleti e tecnici nelle sei palazzine realizzate da Coima – un complesso destinato, dall’autunno, a diventare un grande studentato per universitari fuori sede. Accolto anche da Arianna Fontana, una dei quattro portabandiera azzurri, il Capo dello Stato ha incontrato parte della delegazione italiana, rivolgendo agli atleti parole che hanno richiamato il senso profondo dello sport olimpico. «Essere stati selezionati, essere in squadra, prendere parte alle Olimpiadi è già un traguardo di estrema importanza, un successo autentico», ha sottolineato, ricordando come la prima competizione sia «con se stessi e con i propri limiti», prima ancora che con gli altri. Un messaggio ribadito più volte: l’auspicio di molte medaglie si accompagna alla convinzione che ciò che conta davvero sia il modo di partecipare, «con impegno, lealtà, rispetto», offrendo al mondo «uno spettacolo di convivenza, amicizia, umanità e serietà». Dopo aver firmato il “Murale della Tregua”, Mattarella ha visitato uffici e residenze del Villaggio e ha pranzato nella mensa con gli atleti, che gli hanno donato una giacca con il suo nome.
Intanto Milano si prepara a reggere l’impatto di un evento di portata globale. La presenza di così numerosi ospiti internazionali ha attivato da giorni un imponente piano di sicurezza: zone rosse sono state istituite attorno allo Stadio San Siro per la giornata di domani, alla Fabbrica del Vapore – dove si terrà la cena offerta dal Cio –, alla Triennale (sede di Casa Italia) e in alcune aree centrali, tra cui Palazzo Reale, dove il Presidente riceverà le delegazioni straniere. Ne derivano limitazioni al traffico, scuole chiuse all’interno della circonvallazione e il ricorso diffuso allo smart working, oltre a deviazioni per alcune linee di superficie e fermate della metropolitana temporaneamente soppresse nelle zone sensibili. Un primo assaggio del clima olimpico lo ha già offerto oggi l’arrivo in città della fiamma, che da sessanta giorni percorre tutte le Regioni e centinaia di località. Entrata a Milano da sud, non lontano dal Villaggio olimpico, la torcia ha attraversato parte della circonvallazione e alcune aree semicentrali – da Sant’Ambrogio al Portello, fino alla zona del Policlinico – per giungere in piazza Duomo alle 19.30. Il percorso si è svolto senza particolari criticità, sebbene non siano mancate alcune contestazioni simboliche: a San Donato Milanese e lungo l’hinterland sono apparsi cartelli contro il governo iraniano; a Sesto San Giovanni manifesti con la scritta «La fiamma olimpica è sporca di sangue, fuori Israele dalle Olimpiadi»; in centro, due attivisti di Greenpeace hanno esposto un modellino dei cerchi olimpici con un messaggio contro l’Eni; in varie strade, infine, scritte “Ice Out” in riferimento alla contestata presenza di agenti dell’Ice statunitense al seguito della delegazione Usa.
Su questo punto è tornato a intervenire il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ribadendo che gli agenti americani saranno impegnati esclusivamente in attività di analisi e scambio informativo con le autorità italiane, come avviene da anni in decine di Paesi, Italia compresa. Le opposizioni e il sindaco di Milano, Beppe Sala, continuano però a parlare di una presenza non gradita, segno di un clima che resta vigile e sensibile. Ancora poche ore, dunque, dense di appuntamenti e di attese. Poi – si spera – il rumore di fondo si attenuerà e la scena sarà tutta per lo sport, per le storie di fatica e di talento che solo i Giochi sanno raccontare. Con l’auspicio, condiviso e dichiarato, che accanto allo spettacolo e ai valori olimpici possano brillare anche i colori azzurri.
avvenire