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Niente figli né cani: perché i giovani cinesi allevano mattoni

Niente figli né cani: perché i giovani cinesi allevano mattoni

Prendono un mattone, lo bagnano regolarmente e aspettano che sulla superficie cresca il muschio. Il mattone diventa così una specie di animale domestico vegetale che non richiede grandi attenzioni e costa pochissimo. È questa la nuova mania dei giovani cinesi tra i quali spopolano i «brick babies», letteralmente i bambini mattone.
Coltivare le piante di muschio sui mattoni – spiega chi lo fa – è più facile che prendersi cura delle piante d’appartamento: basta spruzzarle con acqua un paio di volte al giorno e aspettare che le spore di muschio si attacchino e crescano. Il resto il mattone lo fa da sé: anche se ci si dimentica di annaffiare, il muschio entra in letargo e poi, per recuperarlo, basta qualche goccia.
Al fenomeno, a dir poco strambo, è stato dedicato anche un hashtag che ha superato cinque milioni di visualizzazioni su Weibo, il popolare social network cinese. E alcuni medici sono dovuti intervenute per mettere in guardia sui rischi per la salute di questa pratica che potrebbe favorire la diffusione di muffe e causare pruriti e allergie.
Dietro a quella che a molti sembra l’ennesima follia, però, si nasconde un cambiamento sociale. Oggi quasi un quinto dei giovani cinesi tra i 16 e i 24 anni che non studia più è disoccupato. Il mercato del lavoro è stagnante e, anche chi ha affrontato anni di studi molto competitivi, fatica a trovare un posto e di conseguenza versa in cattive condizioni economiche. Per questo molti giovani cinesi stanno rinunciando ad alcune aspettative tradizionali, tipo all’avere figli (il tasso di natalità l’anno scorso ha toccato il minimo storico) e alla corsa al successo per costruirsi una vita più tranquilla. Ma per ottenerla desistono anche dall’avere un cane, che comporta costi e va portato a spasso, e persino dall’annaffiare e concimare normali piante da appartamento.
«Niente gatti, niente appuntamenti: ho iniziato ad allevare un mattone» scrive un “papà” di brick baby. «Un mattone – prosegue nella teorizzazione un altro utente – mi dà un senso di sicurezza che mi sembra molto più solido di tante relazioni. Gli psicologi lo chiamano “compagnia emotiva a energia zero”. Soddisfa il tuo bisogno di compagnia senza richiedere alcun obbligo di dare amore in cambio».
Per questa generazione che ha perso la speranza, insomma, il mattone rappresenta una compagnia che non pretende quasi nulla. Ma che – aggiungiamo noi – dà anche veramente poco.

Quei ragazzi soli e attratti dentro il vortice digitale

Quei ragazzi soli e attratti dentro il vortice digitale

Avvenire

Le ultime settimane hanno offerto diversi esempi allarmanti di violenza giovanile. I cortei di protesta che in Francia sfilavano il 17 ottobre per protestare contro il costo della vita e il grave stato dell’educazione nazionale sono stati infiltrati da gruppi violenti che hanno seminato danni e terrore, a Parigi e altrove. Lo stesso è accaduto simultaneamente a Milano, sia pure con minori danni. Se quella di Parigi e di Milano era violenza collettiva, Roma aveva offerto pochi giorni prima un inedito esempio di violenza individuale. «Ci annoiavamo… Quella notte ci siamo divertiti così. Era il mio compleanno…» Queste sono alcune delle raggelanti frasi pronunciate dai due minorenni romani (sedici e diciassette anni), che all’inizio di ottobre, scorrazzando con la loro microcar, hanno colpito intenzionalmente diversi passanti e fatto cadere dal monopattino l’attore Davide Iacopini, ancora ricoverato in condizioni critiche. Episodi come questi, ormai tutt’altro che rari, ci spingono a interrogarci non solo sul perché di queste esplosioni di violenza da parte dei giovani (soprattutto – va detto – da parte di maschi), ma anche sul ruolo delle famiglie, della scuola e di tutta intera la società che hanno attorno.
Fiaccata da due anni di COVID, la generazione che ora ha diciott’anni è forse la più fragile tra quelle recenti. La scuola, lo studio, lo sport non bastano ad assorbire le sue energie, e quello che un tempo si chiamava “lo svago” ha cambiato natura e strumenti. L’esistenza di provocatori modelli fastosi e la percezione delle insopportabili disuguaglianze inaspriscono i comportamenti, spingono ai consumi eccessivi, all’alcol, allo sballo, sempre attraverso lo smartphone, vero diabolus sotto mentite spoglie, usato spesso some potente strumento di chiamata a raccolta.
Questi nuovi costumi portano danni non solo alla collettività ma anche ai singoli. Secondo i dati diffusi nel settembre 2023 dal Bambino Gesù, il grande ospedale pediatrico romano, in un solo anno erano arrivati al suo pronto soccorso quasi quattrocento giovanissimi per tentato suicidio o intenzioni suicidarie: età media quindici anni, per il novanta per cento ragazze. Nel 2025 le consulenze neuropsichiatriche di quel pronto soccorso sono state 1.675, quasi cinque al giorno, contro le 155 del 2011. Non sorprende quindi che lo stesso ospedale abbia aperto, all’inizio di questo mese, un ambulatorio neuropsichiatrico dedicato alle dipendenze digitali, che danneggiano il sonno, la scuola, le relazioni, la vita familiare e i rapporti tra i sessi, e possono indurre alla violenza, su sé e sugli altri: lo smartphone usato fino a notte fonda, i videogiochi e i social network che occupano ogni spazio della giornata, la difficoltà a interrompere la connessione, l’accesso libero alla pornografia e alla violenza, il progressivo ritrarsi dalle attività e dalle relazioni abituali, fino alle nuove forme di rapporto perverso con l’intelligenza artificiale.
Il fenomeno era chiaro già agli albori dei social. Nel 2011 la psicologa sociale statunitense Sherry Turkle lo aveva colto e descritto in un libro dal titolo eloquente, Insieme ma soli (in italiano da Codice Edizioni, 2012): la connessione in rete, pur sembrando una forma di condivisione, è in realtà una radicale e perfino disperata forma di solitudine. A molti giovani, in altre parole, il mondo reale appare solo attraverso il display di uno smartphone. Ma così la realtà si trasforma in pixel, si converte in videogioco, e nei videogiochi si possono correre tutti i rischi senza timore di farsi male. Si possono inventare challenge, come oggi si chiamano le “sfide” per via digitale, anche fatali, concepite per il solo gusto di correre il rischio e di metterle online. Non per caso i due giovani romani, che pure colpivano di proposito, hanno dichiarato di non essersi resi conto di far male a qualcuno: nel videogioco il colpo non lascia ferite. La loro microcar aveva una telecamera installata proprio per filmare le loro imprese. Il video non serve più a registrare un evento che sta accadendo: al contrario, si produce un evento apposta per trasformarlo in video e metterlo online.
Qual è la forza che spinge questi giovani ad azioni violente? Trovo cenni di risposta in alcuni testi, più e meno recenti, che può essere utile richiamare. Il primo è La parte maledetta (1949; in italiano da Bollati Boringhieri, 1992), un penetrante saggio di Georges Bataille, compagno di strada e poi avversario dei surrealisti. Secondo Bataille ogni sistema vivente, dall’organismo alla società, produce più energia di quanta gliene serva per sopravvivere e crescere, e quell’eccedenza, “la parte maledetta”, deve in ogni caso essere spesa: nel lusso dissipativo, nella festa, nel sacrificio o, quando non trova altra via, nella violenza, nel conflitto e nella guerra. Trasferito all’individuo, il ragionamento è illuminante. Il bambino è pura energia, che disperde senza scopo apparente fino a sfiancarsi; la crescita e l’educazione insegnano a impiegarne fruttuosamente la parte migliore. Ma una quota in eccesso rimane, e non tutti riescono a dominarla.
A questo ragionamento si collega bene quello di Roger Caillois, che in I giochi e gli uomini (1958; in italiano da Bompiani, 1981) distingue le attività ludiche in quattro grandi famiglie: i giochi di competizione (agon), di caso (alea), di travestimento (mimicry) e di vertigine, che chiama ílinx (parola greca per “vortice”). I giochi di ílinx mirano a sconvolgere per un attimo la stabilità della percezione e a provocare nella coscienza una specie di panico voluttuoso: la velocità, il capogiro, l’ebbrezza di perdere il controllo. È, scrive Caillois, «ogni attrazione il cui primo effetto sorprenda e stordisca l’istinto di conservazione». Quando alla vertigine si unisce la sfida, ne nasce il desiderio cieco di correre rischi fino al limite estremo, di mettersi in situazioni difficili senza immaginare come se ne uscirà.
Come non riconoscere nei fatti da cui ho preso le mosse una forma degenerata di questi giochi, in cui però la vertigine si paga con il corpo degli altri e con il danno collettivo? C’è poi un altro aspetto interessante. Rifiutata la società come luogo di convivenza, spinti da una globale indignazione verso le tremende disuguaglianze di quest’epoca, queste generazioni si aggregano in gruppi chiusi, che hanno vistosi tratti tribali. Ciò è evidente nel caso dei fatti di Francia e di Milano, dove i gruppi si sono espressi nella violenza di branco. Sia a Parigi che a Milano, il tribalismo si è presentato sotto la forma più adatta ai tempi, quella digitale, che aggrega rapidamente giovani che non si sono mai visti ma si influenzano a vicenda in sfide folli. I violenti di Milano erano stati convocati da un messaggio su un sito TikTok moto frequentato che diceva più o meno (cito dal “Corriere della sera”): “noi spacchiamo le vetrine e voi avrete felpe e scarpe”. Un altro tipo di comunità digitale aveva spinto, il 12 ottobre scorso, un quattordicenne di Aubagne, vicino Marsiglia, ad aprire il fuoco con un fucile da caccia nella sua scuola, ferendo il preside e un’insegnante. Arrestato subito, ha ammesso di aver subito l’influenza di una comunità online dal nome raggelante, TCC (True Crime Community), unificata dall’esaltazione delle vere stragi di massa. Il branco reale e quello digitale, insomma, si alimentano a vicenda. Mentre le famiglie sono diventate assenti, la scuola non riesce più a contenere le energie di questi giovani, e talvolta si converte nel luogo della sfida mortale.
Spetterà agli studiosi, agli educatori e ai politici capire che cosa sta accadendo alle ultime generazioni, travolte dal mondo digitale nelle sue forme più oscure, attratte da modelli estremi e risentite dalle disuguaglianze e dalla mancanza di prospettive future. Non pare possibile riportare in vita le collettività giovanili di un tempo, le associazioni politiche, religiose, sportive in cui si esprimeva una volta l’eccedenza di energia. Occorrerà inventarne di nuove, o sperare che siano i giovani stessi, scorgendo il baratro sul cui bordo camminano, a inventarle da soli.

Bosnia, precipita elicottero della missione Eufor: morti 4 militari italiani

Bosnia, precipita elicottero della missione Eufor: morti 4 militari italiani

Avvenire

L’avvitamento, l’inversione di marcia, ripetuta più volte. Poi lo schianto. Volava a bassa quota l’elicottero dell’esercito italiano che si è schiantato nel pomeriggio durante un’operazione di routine nell’area di Brcko, nel nord della Bosnia-Erzegovina. Il bilancio dell’incidente è tragico. Morti quattro componenti dell’equipaggio italiano: due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana. A bordo del velivolo si trovavano complessivamente 15 persone. Undici i feriti. Il ministero della Difesa italiano ha mantenuto il massimo riserbo sulle identità dell’equipaggio in attesa dell’informazione ufficiale alle famiglie. Poi, a tarda serata, sono stati comunicati, i nomi delle vittime: “Ci uniamo al dolore dei familiari del sergente dell’Esercito Simone Ruggia, del sergente dell’Esercito Claudio Marchesi, del tenente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Franco Adriano Zecchillo e del sergente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Laura Procacci che hanno perso la vita servendo l’Italia, la Difesa e l’Esercito”. ha informato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Le prime ricostruzioni dell’accaduto sono incerte, frammentarie. Secondo il portale di notizie bosniaco Klix, il CH-47 Chinook della forza di intervento dell’Unione Europea, Eufor, sarebbe precipitato attorno alle 16. Ancora ignote la cause del disastro. Le immagini hanno restituito immediatamente la gravità dell’accaduto: il relitto dell’elicottero spezzato in più punti, i frammenti del velivolo sparsi sul terreno. A fornire le prime informazioni è stato il sindaco del distretto di Brèko, Siniša Milic che inizialmente ha parlato di tre vittime e di diversi feriti: «Purtroppo, alcuni di loro versano in condizioni critiche. Tutti sono stati curati presso il nostro ospedale locale e i feriti vengono trasferiti in strutture mediche della nostra zona, dove potranno ricevere le cure mediche adeguate», ha precisato. Poi si è appreso della morte di una quarta persona. «L’elicottero è precipitato in una zona disabitata, il che è una fortuna, ma non lontano dalle prime case dell’insediamento di Gorica. Per ora, ovviamente, non abbiamo informazioni sulle cause dell’incidente», ha aggiunto ancora il sindaco.
Sul luogo della tragedia sono intervenuti vigili del fuoco, protezione civile e squadre mediche, che hanno partecipato al recupero dei corpi delle vittime e dei feriti. Come ha spiegato ancora Milic, «una grande quantità di cherosene si è riversata nelle immediate vicinanze dell’elicottero, il che richiede particolare cautela». «L’Eufor può confermare che nell’incidente avvenuto a Brcko è precipitato un CH-47 Chinook italiano. A seguito di questo incidente, diversi membri del personale Eufor hanno tragicamente perso la vita e altri sono rimasti gravemente feriti», è quanto ha fatto sapere la missione in un comunicato. Unanime il cordoglio dei rappresentanti delle istituzioni. «Cordoglio e commossa solidarietà al dolore provocato da questo tragico evento», è stato espresso dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivolto il suo «pensiero alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che, impegnati nella missione per la pace e la stabilità della regione, stanno vivendo ore di angoscia». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che è volato in Bosnia, si è detto «profondamente addolorato» e ha espresso «un pensiero ai familiari delle vittime. Una terribile disgrazia che scuote il cuore di tutti gli italiani».
La missione Eufor, composta da 1.200 soldati, ha assunto il ruolo di comando della Nato nel 2004, con il compito di contribuire al mantenimento della sicurezza e di sovrintendere alle disposizioni militari dell’accordo di pace che ha posto fine alla guerra del 1992-95. Opera sotto mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Come precisato dal ministero della Difesa, il distaccamento dell’aviazione dell’Esercito italiano del 4° Reggimento “Altair” è presente nell’Eufor dal gennaio 2026. Il distaccamento utilizza elicotteri multiruolo AB-205 ed elicotteri da trasporto medio CH-47F per il trasporto, il soccorso e l’evacuazione medica.

Il giorno dei cento cortei e la strategia del Viminale: «Isolare i violenti»

Il giorno dei cento cortei e la strategia del Viminale: «Isolare i violenti»

«Gli allarmi ci sono, perché avete visto questo modo molto insidioso di attivazione delle piazze. Ma non è nulla di diverso rispetto a quello che abbiamo trattato finora…». È il ministro dell’Interno in persona, al mattino, mentre arriva all’Auditorium di Roma per la cerimonia del 35esimo anniversario della fondazione delle Direzione investigativa antimafia, a confermare la linea della cautela e della massima attenzione del Governo rispetto allo sciopero generale proclamato dai sindacati di base e a un altro centinaio di eventi e manifestazioni in programma per oggi. In ogni provincia, il Viminale ha allertato le autorità di pubblica sicurezza: «Confido nella capacità di prefetti, questori e rappresentanti di vertice delle forze di polizia a livello territoriale di saper gestire anche i margini di imprevedibilità di questi fenomeni», argomenta ancora Matteo Piantedosi, «ci lavoriamo». La tensione sociale resta alta. Il sito web mappadellarivolta.org ha raccolto finora da organizzatori e partecipanti «128» segnalazioni di «mobilitazioni», segnate per la giornata odierna sulla cartina della Penisola, indicate come pacifiche ma in parte accompagnate dalla dicitura «possibili disagi». Un venerdì movimentato: dallo sciopero dei sindacati in diverse città ai presidi e ai cortei contro la guerra e contro il carovita (da Genova a Modena, da Brescia a Treviso, da Milano a Torino, Roma, Bari e altri capoluoghi) fino alle proteste e alle occupazioni studentesche in corso.
Il vertice al Viminale per concordare la linea
Al termine dell’evento per la Dia, il ministro rientra subito al Viminale: «Adesso torno in ufficio e incontrerò in una videocall tutti i prefetti, questori e rappresentanti delle forze di polizia di tutte le città potenzialmente impegnate in questo ennesimo fine settimana che si rivela problematico», spiega ai cronisti, ribadendo la propria fiducia nella «professionalità» dimostrata finora da «forze di polizia e autorità provinciali pubbliche». Più tardi la riunione ha luogo, con l’obiettivo – viene fatto filtrare – di «assicurare il massimo supporto a chi è impegnato sul campo e garantire che la libertà di manifestare non venga strumentalizzata da frange estremiste, attraverso violenze gratuite e preordinate».
La sfida della prevenzione: «Tutelare chi manifesta, isolando i violenti»
Al vertice, presieduto dal ministro, sono presenti le autorità di Ps di tutti i capoluoghi di Regione. Al termine, viene annunciata la messa a punto di un «articolato dispositivo per tutelare il diritto di manifestare pacificamente e garantire la sicurezza di tutta la comunità, isolando chi scende in piazza solo per creare disordini e commettere violenze». Con quali misure potrebbero essere individuati eventuali infiltrati? In alcune città, si pensa al divieto prefettizio di sfilare indossando caschi o sciarpe per camuffarsi. Le forze dell’ordine si avvarranno presumibilmente di schieramenti di agenti e blindati, di agenti in borghese, elicotteri o droni per la vigilanza e di tutti gli strumenti normativi (identificazioni, arresti, Daspo e altro) presenti nel Codice e introdotti nella legislazione coi vari pacchetti sicurezza. E, come per gli ultimi eventi, potrebbero scattare all’alba anche fermi preventivi: «Il nuovo decreto ha mostrato di funzionare», considera il Guardasigilli Carlo Nordio, convinto inoltre che quando manifestazioni simili avvengono in più nazioni contemporaneamente, «il sospetto è che dietro vi siano forme di organizzazione nonspontaneistiche». Al Viminale, è stata effettuata un’analisi degli scenari ipotetici «nelle aree più sensibili delle città, interessate da proteste e mobilitazioni». Il numero complessivo delle migliaia di agenti che oggi saranno schierati non è noto, ma il Viminale assicura l’invio di «rinforzi» che «garantiranno un capillare presidio del territorio per la gestione dei numerosi eventi in programma».
L’interrogazione parlamentare del Pd: «Il ministro Piantedosi sapeva in anticipo dei disordini del 17-18 ottobre?»
Intanto, in Parlamento le opposizioni chiedono conto delle ricostruzioni giornalistiche secondo cui gli apparati di sicurezza avrebbero avvisato il Governo 48 prima in merito alle violenze giovanili avvenute a Milano: «Abbiamo depositato un’interrogazione al ministro dell’Interno per sapere se fosse stato informato e quali misure siano stato adottate», incalzano i dem Matteo Mauri e Debora Serracchiani. Ma una prima risposta arriva dal direttore centrale della Polizia di Prevenzione, Lucio Pifferi: «Nessun allarme è stato sottovalutato», afferma, aggiungendo che le azioni «diffuse e frastagliate di devastazione e saccheggio del 17 e 18 ottobre» non erano «completamente prevenibili per le dimensioni e per le modalità con cui, per la prima volta, sono state poste in essere».
Avvenire

Archeologia Nell’antica Grecia i maestri di musica guadagnavano più di tutti. E a scuola andavano anche le ragazze

Nell'antica Grecia i maestri di musica guadagnavano più di tutti. E a scuola andavano anche le ragazze

Avvenire

Duemiladuecento anni fa, in una città greca affacciata sull’Egeo, insegnare musica era il mestiere più redditizio della scuola. Lo raccontano le iscrizioni di Teos, antico centro ionico vicino all’odierna Seferihisar, nella provincia di Smirne, in Turchia. Ne emerge un sistema educativo sorprendentemente moderno, con stipendi fissati per legge, esami formali e lezioni aperte a bambini e bambine.
Il benefattore
Tutto nasce dalla generosità di un cittadino ricco, Polythrous, figlio di Onesimo. Intorno al 200 a.C. donò alla città 34.000 dracme per istituire una fondazione destinata a pagare l’istruzione dei figli dei cittadini liberi. Il decreto che ne regola l’amministrazione è arrivato fino a noi e stabilisce con precisione compiti e compensi. Ogni anno andavano eletti tre maestri elementari, incaricati di istruire sia i maschi sia le femmine e un sovrintendente di almeno quarant’anni vigilava sul funzionamento della scuola. Il capitale non doveva restare fermo: era previsto che venisse dato in prestito e i tesorieri che non lo facevano rischiavano una multa. Gli interessi finanziavano gli stipendi.
La classifica degli stipendi
La parte più curiosa riguarda i compensi. Secondo il resoconto del progetto archeologico sul Ginnasio di Polythrous, il maestro di musica riceveva 700 dracme l’anno, mentre i tre insegnanti di lettura, scrittura e letteratura ne prendevano tra 500 e 600. Ciascuno dei due istruttori di atletica ne guadagnava 500. Il direttore degli scavi, Musa Kadıoğlu dell’Università di Ankara, spiega che i più pagati erano gli insegnanti di strumenti a corda, segno del valore che la città attribuiva alla formazione musicale. Le iscrizioni però non dicono perché la musica fosse la materia meglio retribuita. Una pista l’offre lo studioso Sylvain Perrot: secondo lui questi insegnanti potevano appartenere ai tekhnitai, gli artisti dionisiaci stabiliti a Teos, professionisti di alto livello e di condizione economica elevata. È una lettura che si lega bene a un’altra caratteristica della città, ancora oggi ricordata per aver ospitato un’importante associazione di questi artisti. Gli insegnanti non erano semplici esecutori. Secondo Kadıoğlu partecipavano alle decisioni sulle materie da insegnare e in caso di disaccordo interveniva l’amministratore.
Il bouleuterion dell’antica Teo, dove gli studenti sostenevano esami di musica e materie accademiche circa 2200 anni fa / WikiCommons
Il bouleuterion dell'antica Teo, dove gli studenti sostenevano esami di musica e materie accademiche circa 2200 anni fa / WikiCommons
Ragazze a scuola
Sul fronte dell’inclusione, Teos non era un caso isolato. Le testimonianze epigrafiche mostrano che alcune città dell’Asia Minore, soprattutto in Ionia ed Eolide, avevano raccolto l’eredità educativa di Saffo. A Teos, in particolare, i maestri insegnavano a ragazzi e ragazze. Il programma comprendeva lettura, scrittura, grammatica, letteratura e musica, oltre a educazione fisica ed esercizi militari. Le iscrizioni non dicono però che ogni studente seguisse lo stesso percorso.
Gli esami nel palazzo del consiglio
Alla fine dell’anno gli studenti venivano valutati. Le prove di musica e delle materie accademiche si tenevano nel bouleuterion, l’edificio del consiglio cittadino, mentre gli esami di educazione fisica e addestramento militare si svolgevano probabilmente nel ginnasio, a nord. Il bouleuterion, che poteva ospitare circa 800 persone su 17 file di posti, non era dunque soltanto un luogo di politica: vi si tenevano assemblee e anche esami scolastici. Quando nel 2010 ripresero gli scavi sistematici, della struttura affioravano appena poche file di sedili. Oggi gran parte dell’edificio è tornata alla luce e i lavori di restauro, avanzati molto nel 2026, permettono di nuovo di ospitarvi attività culturali. Il progetto è condotto dal Ministero della Cultura e del Turismo turco e dall’Università di Ankara, con il sostegno del Comune metropolitano di Smirne.
Tredici nuove iscrizioni
La campagna di ricerche del 2026 ha riservato un’altra sorpresa. Attorno al Tempio di Roma e Augusto sono emerse nuove basi monumentali e blocchi architettonici riutilizzati nelle fondamenta di una piazza lastricata. Su questi blocchi gli archeologi hanno individuato tredici iscrizioni che gettano luce sui rapporti politici e sociali della città, tra cui anche note circa i compensi ai maestri. Una nomina Parmenione, uno dei più importanti generali di Alessandro Magno. Altre riguardano giudici chiamati da Mileto, Smirne e Mitilene per aiutare a risolvere le controversie pubbliche di Teos, una pratica diffusa tra le città greche. I teii onoravano sia i giudici ospiti sia le comunità che li avevano inviati, in segno di cooperazione diplomatica e giuridica tra città vicine. Restano invece senza nome i personaggi un tempo celebrati dalle statue che stavano sulle nuove basi.
Antiche iscrizioni greche conservate a Teos. I documenti scritti della città forniscono informazioni su istruzione, amministrazione civica e relazioni politiche / Comune metropolitano di Smirne
Antiche iscrizioni greche conservate a Teos. I documenti scritti della città forniscono informazioni su istruzione, amministrazione civica e relazioni politiche / Comune metropolitano di Smirne
Una città di artisti
Teos era una delle dodici città ioniche e prosperò grazie al commercio e alla vita artistica, favorita da due porti. Fu la patria del poeta lirico Anacreonte e in seguito la sede di una potente associazione di artisti dionisiaci. In questa luce, il primato dei maestri di musica appare quasi naturale.

Quanto c’è di specifico nelle rivolte di Milano (con relative paure a monte e a valle) e quanto, invece, assomigliano a qualcosa che sta accadendo anche in giro per il mondo?

Milano, Gotham City e le vetrine infrante

Avvenire

Molto è stato scritto sulle rivolte giovanili a Milano, molto si dirà ancora, spero, sulla risposta spesso maliziosa e interessata della politica che, alla vigilia delle elezioni politiche e amministrative, ha tutto l’interesse a mettere in scena un commissariamento militare della città per spingere un cambio di rotta. Di nuovo Milano come Gotham City, senza neanche Batman e Robin, ma con 500 militari. La Costituzione, fortunatamente, non affida loro compiti ordinari di polizia. Una deterrenza visiva che costa risorse che, come alcuni fanno notare, si potrebbero investire in presidi sociali più che militari. C’è però una domanda che mi interessa particolarmente: quanto c’è di specifico nelle rivolte di Milano (con relative paure a monte e a valle) e quanto, invece, assomigliano a qualcosa che sta accadendo anche in giro per il mondo? Per provare a capirlo sono tornata a disturbare un antropologo, Adriano Favole (Università di Torino), che qualche mese fa convocammo in radio ai tempi delle rivolte a Nouméa (Nuova Caledonia), nel Pacifico.
Allora cercavamo di comprendere cosa stesse succedendo in quel pezzo remoto di Unione europea (eh sì, laggiù è Francia). Ci mettemmo in contatto con una ricercatrice segnalataci dal professor Favole, che raggiungemmo mentre era al sicuro in casa durante un coprifuoco. Mentre continuiamo a citare rivolte simili in altre città europee — Parigi, Marsiglia, Madrid, Bruxelles — il remoto Pacifico ha anticipato la vecchia Europa.
Che idea si fa un antropologo davanti a quello che sembra un «format» globale di rivolte giovanili? Quanto si possono intravedere caratteristiche comuni?
Sono rimasto molto colpito dalla somiglianza tra quanto accaduto a Milano e quanto vidi un paio di anni fa in Nuova Caledonia, un lontano Territorio francese d’Oltremare nel Pacifico dove, era maggio del 2024, una estesa rivolta giovanile mise a ferro e fuoco la città di Nouméa. Anche se il fattore scatenante è diverso (la presenza in un caso di un corteo anti-coloniale, le proteste per la scuola e contro il caro-vita a Milano), il format è lo stesso: giovani, anzi giovanissimi per lo più minorenni, spesso “protetti” nei loro cappucci, autoconvocati sui social che prendono di mira in primo luogo le vetrine. Non è un caso: i marchi internazionali, popolari più che d’élite, sono il simbolo di una società che propone loro un modello unico di persona. Un modello che potremmo sintetizzare in produzione, guadagno, iper-consumo. Un solo modello da cui i giovanissimi delle classi marginali o del cosiddetto ceto medio impoverito si sentono tagliati fuori. Le vetrine sono oggetti d’odio e di attrazione. Si rompono e si saccheggiano. Quelle e quei ragazzi in un certo senso sono molto “integrati” perché la pubblicità, la rete, gli influencer hanno inculcato loro un’idea di essere umano consona al capitalismo globale: salvo che, come capiscono ben presto, a loro rimarranno le briciole del consumismo. Ecco perché è inutile puntare il dito sulle seconde generazioni o sugli stranieri o sugli italiani “viziati”. Non c’è una categoria omogenea di rivoltosi. E’ la rabbia contro il non-senso, è una richiesta disperata di orizzonti di futuro.
L’indignazione collettiva ha sottolineato l’effetto distruttivo delle rivolte sulle «cose», come se queste avvenissero in un campo sociale neutro e privo di responsabilità. L’antropologia ha analizzato a lungo i diversi tipi di violenza sociale e le condizioni in cui emerge. Perché ci indigniamo davanti alla violenza sulle cose e meno davanti alla violenza strutturale del contesto sociale?
Questa espressione, “violenza strutturale” è molto adeguata a quanto avviene. Siamo una società violenta in modo sistematico e quotidiano contro l’ambiente, violenta contro intere categorie di persone che emargina, violenta perché impedisce la manifestazione pubblica del dissenso (ricordiamoci che molta parte degli organi di informazione sono ormai impermeabili alla critica politica). La violenza è “strutturale” quando non c’è modo di sfuggirvi: ed è questa la sensazione dei giovani rivoltosi, l’impossibilità di uscire dalla condizione marginale. Sono e si sentono dei “fuori luogo”. Cosa possiamo fare? Abbiamo bisogno di politiche di inclusione, di giustizia economica e sociale, di finanziare di più la pubblica istruzione, di incoraggiare il dibattito democratico, di portare saperi e pensiero nei territori, soprattutto quelli più marginali.
E i cambiamenti che queste manifestazioni hanno ispirato?
Qui c’è una nota ancora più negativa: le rivolte giovanili in gran parte del mondo hanno aperto la strada a governi ancora più repressivi e di destra. A meno che un ampio fronte politico non decida di andare alla radice del disagio. Resta una contraddizione difficile da sciogliere. Le vetrine infrante sono visibili, fotografabili, contabili. La violenza che precede quelle vetrine, invece, è più difficile da raccontare: non ha un momento preciso in cui esplode, non produce immagini altrettanto immediate, non ha sempre un responsabile a cui attribuire la colpa.
Anche i giovani sembrano essere protagonisti di una nuova stagione di proteste transnazionali: dall’India al Kenya, dalla Serbia all’Unione Europea, rivendicano rappresentanza politica, investimenti nell’istruzione e, soprattutto, la possibilità di immaginare e costruire il proprio futuro. Eppure, i dati sembrano raccontarci una dinamica trasversale: una classe dirigente sempre più attenta al peso elettorale delle fasce demografiche più anziane, a fronte di investimenti insufficienti e di un accesso limitato al potere da parte delle generazioni più giovani. Fino a che punto, oggi, la categoria di “giovani” identifica una fascia d’età e quanto, invece, definisce una condizione di marginalità sociale e politica?
I giovani e giovanissimi sono marginali e marginalizzati perché non hanno un peso politico ed elettorale e soprattutto perché sono per lo più lontani anni luce dall’idea di vivere in mondi chiusi e autoreferenziali, identitari e securitari. Quando, attraverso la scuola, l’università e i percorsi di cittadinanza attiva maturano un pensiero critico e consapevole, sono loro stessi a estendere la protesta e il loro essere “giovani” alle altre categorie marginali della società. Sono gli unici a protestare contro le guerre e i massacri, contro il saccheggio delle risorse dell’ambiente, per i diritti dei migranti e di tutti noi. Se confrontiamo quanto avviene oggi con altre società e altre epoche siamo davanti a una situazione piuttosto paradossale: le vecchie generazioni al potere vivono nel qui e ora dei loro privilegi, mentre le manifestazioni giovanili riportano i temi del dibattito alla responsabilità e al futuro. La saggezza oggi ha il viso di un giovane arrabbiato perché vecchi dissoluti che si credono giovani negano loro il pensiero del domani.

Medio Oriente Ritorno alle urne, governo di minoranza o di unità nazionale: i tre scenari per il dopo voto in Israele

Ritorno alle urne, governo di minoranza o di unità nazionale: i tre scenari per il dopo voto in Israele

Avvenire

Dopo le elezioni di martedì in Israele, ecco quali sono i tre possibili scenari per il dopo voto.
1) GOVERNO DI MINORANZA DI EISENKOT (Servirebbe però il sostegno dei partiti arabi)
Visto che nessuna delle due coalizioni ha la maggioranza, sarebbe possibile un governo di minoranza. Per farlo servirebbe la collaborazione dei partiti arabi, con un sostegno esterno o comunque un’astensione e almeno un deputato arabo dovrebbe votare a favore. Vista l’animosità del premier uscente Benjamin Natanyahu contro di loro, questo scenario sarebbe possibile solo con Gadi Eisenkot, il leader di Yashar, arrivato secondo dietro il Likud. È considerato uno scenario poco probabile, anche perché contrari a un governo di minoranza si sono già detti gli altri leader dell’opposizione. Inoltre un appoggio esterno dei partiti arabi sarebbe un passo molto drastico che Eisenkot e i suoi alleati non paiono disposti a compiere.
2) GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE (È lo scenario preferito del presidente Herzog)
Un’altra possibilità è la formazione di un governo di unità nazionale, guidato da Benjamin Netanyahu, il cui Likud è comunque rimasto primo partito, con l’adesione di Yashar di Eisenkot. I partiti dell’ultradestra ora alleati con Netanyahu sarebbero esclusi. A premere secondo vari media israeliani è lo stesso presidente Isaac Herzog, che vuole evitare un ritorno alle urne. Secondo fonti politiche citate da vari media anche la Casa Bianca preferirebbe questo scenario, che manterrebbe Netanyahu, alleato di Donald Trump, come premier. Le pressioni sono insomma forti, per tutta la campagna elettorale, però, l’opposizione ha escluso categoricamente di far parte di un governo guidato da Netanyahu, o anche di cui ne faccia solo parte. Le cose potrebbero cambiare se il Likud proponesse un altro nome, ma è molto improbabile.
3) RITORNO ALLE URNE (Scenario preferito da Netanyahu)
Sono molti i commentatori che ritengono nuove elezioni una chiara possibilità. Secondo molti sarebbe lo scenario preferito del premier uscente. Il quale starebbe scommettendo su una più bassa affluenza. E cioè che non si ripeterebbero né l’altissima affluenza degli elettori arabi, né il grande flusso di israeliani arrivati dall’estero per votare. Oltretutto Netanyahu fino al voto resterebbe premier facente funzioni con la sua attuale coalizione. In teoria l’opposizione potrebbe obbligarlo a dimettersi, per farlo però avrebbe bisogno del sostegno dei partiti arabi, fatto che il Likud sicuramente si giocherebbe in campagna elettorale.

Porti chiusi alle navi che trasportano armi: la protesta sbarca in Italia e altri 21 Paesi

Porti chiusi alle navi che trasportano armi: la protesta sbarca in Italia e altri 21 Paesi

Avvenire

Porta in faccia alle navi che trasportano armi. Oltre 25 sindacati di lavoratori portuali, che rappresentano 113 porti in 22 Paesi e regioni distribuiti su cinque continenti, parteciperanno venerdì alla Giornata internazionale di mobilitazione contro la guerra e l’industria che la alimenta.
La protesta, mai così estesa, prende le mosse dalla Dichiarazione di Istanbul del maggio 2026, che definisce il quadro politico e sindacale della mobilitazione. Ogni organizzazione sindacale, in ciascun Paese, parteciperà con tempi e modi stabiliti nelle assemblee dei lavoratori. Sono stati proclamati scioperi di 24 ore in Paesi come Francia, Italia, India, Grecia e Turchia, mentre in Marocco, a Cipro e in altri porti sono state annunciate astensioni dal lavoro fino a due ore. Allo stesso tempo, i sindacati dei portuali stanno organizzando manifestazioni e presìdi nelle città e nei porti.
I portuali non saranno soli. Lavoratori e sindacati di altri settori, insieme ai giovani, si uniranno a loro nella giornata di mobilitazione, come in Grecia; in Italia, invece, l’Usb ha proclamato uno sciopero generale. «Gli scioperi e le mobilitazioni nei porti di tutto il mondo dimostrano la forza della lotta organizzata dei lavoratori, capace di ostacolare la macchina bellica bloccando il trasporto di armi e attrezzature militari» spiega l’Usb. Ma la protesta corre di pari passo con le ragioni alla base dello sciopero generale proclamato dalla Cgil per venerdì. «La lotta contro la guerra e la militarizzazione dei porti e delle infrastrutture è inseparabile da quella per i diritti dei portuali – continua l’Usb -. I lavoratori si battono contro la perdita di posti di lavoro causata dall’automazione e chiedono contratti collettivi, aumenti salariali, una riduzione dell’orario di lavoro e misure a tutela della salute e della sicurezza».
In Italia aderiranno i portuali di Ancona, Civitavecchia, Genova, Gioia Tauro, Carrara, Livorno, Bari, Ravenna e Trieste. L’obiettivo è dire basta al carico e scarico di armamenti che ha interessato negli ultimi anni anche i nostri scali, in particolare Livorno, Genova e Ravenna. «Di fronte all’intensificarsi dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente e al rischio di una guerra generalizzata – rimarca l’Usb -,  il 30 ottobre lancia un messaggio forte e chiaro alle imprese, ai governi e alle alleanze imperialiste. I popoli del mondo non hanno nulla da guadagnare dalle rivalità imperialiste e non si macchieranno le mani del sangue di altri popoli per i profitti del capitalismo».

Salvatore, Nicu, Pasquale… la crescita del lavoro nero dietro tante morti di operai

Salvatore, Nicu, Pasquale... la crescita del lavoro nero dietro tante morti di operai

Avvenire

Salvatore Calignano sicuramente non sapeva di contribuire al Pil italiano salendo sul tetto del capannone abusivo di Caivano, per lavorare in nero a 61 anni e poi cadendo morire. Non lo sapeva neanche Nicu Terletchi, 35 anni, operaio moldavo, morto in un cantiere di Padova dove stava lavorando in nero. E neppure il giovanissimo Riccardo Valentin Moraru, appena 20 anni, operaio romeno morto dopo essere precipitato dal tetto di un capannone in costruzione a Barbarano Mossano, anche lui senza un regolare contratto. E neanche Pasquale Petraccia che di anni ne aveva invece 83 ed è morto a Scerne di Pineto colto da un malore mentre lavorava in nero in un cantiere, assieme a un altro operaio di 77 anni, anche lui senza contratto. E così anche Giuseppe Fossato, 63 anni, morto dopo essere stato colpito da un mezzo meccanico mentre lavorava in nero in un’azienda agricola nel territorio di Bovolone, ma il suo corpo era stato spostato nel tentativo di nascondere le irregolarità.
O come Daniluc Tiberi Mai, romeno di 50 anni, e Najahi Jaleleddine, tunisino di 41, morti a Palermo sbalzati a terra da 25 metri mentre stavano lavorando in nero per un’impresa edile che ufficialmente non operava da dieci anni. Tutto fuorilegge come per la morte di Rahali Abdellah, 38 anni, algerino, precipitato da 15 metri in un cantiere irregolare a San Marcellino nel Casertano, assieme a una decina di altri operai, tutti “in nero”. Fantasmi apparsi solo dopo la morte, tutti nel 2026 (in 9 mesi più di 700), ma che producono Pil. No, loro non lo sapevano ma a dirlo è l’Istat nell’annuale rapporto sull’economia non osservata, sommerso e illegale, un enorme tesoro che resta nell’ombra, un mercato parallelo solo in parte è mafioso ma sicuramente criminale. Nel 2024, proprio l’anno della morte di Giuseppe Petrarola, oltre 218 miliardi di euro con un’incidenza sul Pil del 9,9%. La fetta più consistente è l’economia sommersa che sale a 198,4 miliardi, in particolare per la crescita del lavoro irregolare, che arriva a 187,8 miliardi, aumentando del 3,9%, circa 3,1 miliardi.
Frutto di un’occupazione in nero che continua a crescere a un ritmo superiore rispetto a quella in regola. Ben 3 milioni e 277mila occupati con un aumento di 145mila rispetto al 2023 (+4,6%): quasi tre volte la crescita del lavoro regolare (+1,6%). “Nero” in ottima salute, dunque, ma a spese dei lavoratori. Dietro i freddi dati ci sono persone e famiglie. Una contabilità di morte, non “morti bianche” ma “operaicidi”. Morti inaccettabili ancor più in un Paese che al primo articolo della nostra Costituzione scrive “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Invece sono milioni le vittime del Pil “fantasma”, drammaticamente concrete come ben sanno le loro famiglie. Non dovremmo mai dimenticare le parole di papa Francesco: «La sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!». Tocca alla politica e all’economia scegliere, perché non c’è aumento del Pil che le possa giustificare. Ce lo confermano le tante inchieste della magistratura che, grazie all’ottima legge 199 “anticaporalato” che sta per compiere dieci anni, riescono non solo a colpire l’illegalità, ma soprattutto a far rientrare le imprese nelle regole. E nessuna chiude o fallisce. Pil e Vita possono convivere e dare buoni frutti. Basterebbe scegliere strumenti giusti, aumentare i controlli, penalizzare i “furbi” ma anche spingerli a un vero ravvedimento.

Fabbri, carpentieri, operai: chi sono i morti sul lavoro. «La sicurezza non può essere affidata al caso»

Fabbri, carpentieri, operai: chi sono i morti sul lavoro. «La sicurezza non può essere affidata al caso»

Avvenire

Chi sono i morti sul lavoro in Italia? Quali sono le loro storie, che quotidianamente si affacciano nelle brevi in cronaca? Le ultime ventiquattr’ore dicono molto, da questo punto di vista. Ieri a Pisa, al Centro grandi ustionati è deceduto Kabir Mohidul, operaio bengalese di 29 anni rimasto gravemente ferito nell’incendio avvenuto il 29 settembre nello stabilimento Fincantieri di Ancona. Il giovane era stato soccorso dopo l’esplosione di fiamme durante un intervento di carpenteria. Nello stesso incidente aveva perso la vita il collega Sofiane Boutraa, 55 anni, tunisino e padre di tre figli. Entrambi lavoravano per una ditta appaltatrice. Sempre ieri un operaio di 65 anni è morto folgorato in un’azienda del polo avicolo di Modica, nel Ragusano. A Villafrati, nel Palermitano, è deceduto il fabbro 39enne Giovanni Patricola, precipitato dopo il crollo di un balcone durante lavori di ristrutturazione.
Fabbri, carpentieri, operai. Persone che lavorano nei cantieri edili o nelle grandi fabbriche, addetti alla manutenzione o giovani precari. Spesso, anche persone anziane che perdono la vita in contesti difficilmente spiegabili. «Serve una procura speciale che indaghi, come esiste in altri casi, e che ci sia l’omicidio sul lavoro» ha detto Claudia Mazzucchelli, segretaria generale della Uil Marche, dopo la morte di Kabir. «Nessuna produzione, nessuna scadenza e nessun modello organizzativo possono giustificare condizioni in cui la sicurezza dei lavoratori non sia pienamente garantita – aggiunge la sindacalista – vanno invece rafforzate concretamente prevenzione, formazione, coordinamento delle attività e gestione dei rischi interferenziali, soprattutto nei grandi cantieri e nelle filiere dell’appalto»
In certe zone, poi, la situazione della sicurezza sul lavoro è drammatica. Questa mattina lo ha ricordato Giorgia Lauretta, reggente dell’Anmil Sicilia. «In una Sicilia già profondamente colpita da un’altra tragedia sul lavoro, con la morte dei quattro braccianti di Canicattì di lunedì scorso, la morte di Giovanni Patricola richiama ancora una volta l’attenzione sulla gravità dell’emergenza infortuni e la necessità di interventi concreti e immediati». Nella regione, le denunce di infortunio sul lavoro sono state 18.909, contro le 17.272 dello stesso periodo del 2025, con un aumento del 9,5%. Le denunce di infortunio mortale sono passate da 57 a 61, mentre quelle relative alle malattie professionali sono salite da 1.061 a 1.481, con un incremento del 39,6%. «Dietro questi numeri – sottolinea Anmil – ci sono lavoratori esposti a rischi, famiglie coinvolte e conseguenze È indispensabile rafforzare la prevenzione e fare in modo che la tutela della salute e della sicurezza diventi una priorità effettiva in ogni ambiente di lavoro».
Particolarmente preoccupante è il quadro della provincia di Palermo, dove gli indicatori evidenziano un ulteriore peggioramento. «Non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’ennesima tragedia sul lavoro, di fronte all’ennesimo operaio che precipita nel vuoto mentre svolge la propria attività. Dietro ogni incidente ci sono una persona, una famiglia e un futuro spezzato. Non è accettabile che si continui a morire o a rimanere gravemente feriti mentre si lavora. La sicurezza non può essere affidata al caso» ha sottolineato Lauretta dell’Anmil.