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Il rimbalzo dei battesimi, tra speranza e prudenza

di: Edoardo Mattei

battesimo

Edoardo Mattei, docente di Teoria dei media digitali presso ISSR Mater Ecclesiae della Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Angelicum), reagisce agli interventi di Severino Dianich e di Lorenzo Prezzi a proposito della crescita dei battesimi di persone adulte in Occidente.

La sorpresa è reale. Dopo decenni di declino quasi ininterrotto, la Francia conta nel 2025 oltre 10.000 battesimi di adulti con una quota di giovani tra i 18 e i 25 anni che supera ormai il 40% del totale. Un flusso analogo, di minore entità ma strutturalmente coerente, si registra in Belgio, Olanda, Germania, Austria, Regno Unito e negli Stati Uniti. Il fenomeno è stato documentato sulle pagine di SettimanaNews da Lorenzo Prezzi e, sul versante italiano, riletto da Severino Dianich. Come leggere questo rimbalzo senza cedere né all’entusiasmo né al disincanto?

La risposta alla domanda che cosa ha arrestato la risacca, cioè il ritiro progressivo dalla pratica religiosa, viene in parte dagli stessi articoli. Prezzi identifica tre elementi che agiscono congiuntamente.

Il primo è il ruolo degli influencer cattolici. Questi non vanno intesi come creator individuali da milioni di follower perché le esperienze che effettivamente funzionano sono quelle digitali strutturate, come Retraite dans la ville, che non si limitano a veicolare contenuti ma costruiscono ambienti esperienziali con una grammatica spirituale propria, capaci di accompagnare il percorso dall’interesse iniziale fino alla soglia della comunità.

Il secondo elemento è il ministero di fatto dei «Barnaba»: accompagnatori che, in Francia, si sono moltiplicati spontaneamente con l’effetto che i cristiani stabili si trovano a ricomprendere la propria fede per accompagnare i catecumeni.

Il terzo è la capacità di intercettazione: in occasione di celebrazioni con particolare presenza, come le Ceneri o le Palme, c’è chi invita i presenti non credenti interessati a iniziare il cammino di fede. In questo processo il ruolo dei laici non è accessorio ma strutturalmente centrale e si realizza senza mandato istituzionale, per pura necessità pastorale.

È in questo contesto che acquista tutto il suo peso la sfida lanciata da Dianich su queste stesse pagine: «O i cristiani si riassumeranno, comunicando agli altri la loro fede, la responsabilità di perpetuare nella storia la memoria storica di Gesù, prima ancora che la memoria fidei del Cristo risorto, o il cristianesimo è finito».

Il rimbalzo dei battesimi sembra rispondere esattamente a questa sfida. Ma Dianich aggiunge un’osservazione che vale anche per il fenomeno attuale: molti fedeli cattolici, vescovi, preti, suore e frati compresi, in tutta la loro vita non hanno mai fatto l’esperienza di aver proposto a qualcuno di farsi cristiano. I Barnaba sono, in fondo, la risposta concreta e spontanea a questa lacuna.

Guillaume Cuchet, storico dell’Università Paris 1, ha analizzato il fenomeno su Études nel gennaio 2026 con la sobrietà del metodo storico e i suoi dati invitano a non sopravvalutare la portata del rimbalzo. Il calcolo di fondo è eloquente: tra il 2000 e il 2023 la Francia ha «perso» circa 200.000 battesimi infantili l’anno e ne ha «recuperati» con i battesimi adulti circa 4.000, un tasso di recupero inferiore al 2%.

Cuchet commenta: non c’è da stupirsi che, sulla massa dei non battezzati, la distribuzione aleatoria delle preoccupazioni metafisiche e i drammi della vita ne riportino il 2%. Il fenomeno è un ressac, un’onda di ritorno di una marea che si è ritirata enormemente, non un’inversione di tendenza.

Il rimbalzo, annota ancora Cuchet, non è ancora visibile negli altri indicatori classici della vita ecclesiale: la pratica domenicale continua a declinare, le ordinazioni non si invertono, le iscrizioni al catechismo dei figli non mostrano variazioni. La ragione, osserva lo storico, è strutturale: il fenomeno coinvolge quasi esclusivamente giovani tra i 18 e i 25 anni, che non sono ancora genitori. I suoi effetti sulla vita ecclesiale ordinaria sono necessariamente prematuri: non possiamo aspettarci riscontri statistici prima di un decennio.

Va aggiunto che la società francese in cui il fenomeno si produce è complicata da variabili non facilmente esportabili: l’apporto dell’immigrazione cristiana extra-europea, la vicinanza competitiva con l’islam e il protestantesimo evangelicale, le dinamiche religiose proprie dei territori d’oltremare. Un quadro che richiede mediazioni prima di essere applicato ad altri contesti nazionali.

Queste osservazioni suggeriscono una riflessione che i dati da soli non risolvono: a quali condizioni il rimbalzo potrà produrre effetti duraturi sulla vita ecclesiale? La verifica autentica si misurerà non sulle statistiche del 2025, ma sui battesimi dei figli di questi neo-battezzati tra il 2035 e il 2045, ammesso che vi siano. Perché questa catena si realizzi sono necessarie almeno tre condizioni che, al momento, nessun documento pastorale affronta con la necessaria serietà.

La prima è la perseveranza. Cuchet parla esplicitamente di tassi di «evaporazione» che raggiungono il 50% nel periodo post-battesimale. La causa strutturale è l’assenza di un milieu portante: i neo-battezzati non sono sostenuti da un contesto familiare, sociale o territoriale che dia continuità alla scelta. Sono individui che portano le fragilità dei moderni e il loro bisogno di inquadramento, ma arrivano in comunità che spesso non sanno come riceverli nel lungo periodo.

La seconda condizione è che la scelta di fede diventi un’identità stabile e trasmissibile, non un’acquisizione personale che rimane nel dominio del privato. Il profilo motivazionale dei catecumeni, prova subita, ricerca inquieta, esperienza spirituale forte, è prevalentemente individualistico: il battesimo viene cercato come risorsa personale più che come ingresso in un corpo ecclesiale. La domanda che Prezzi pone, se qualcuno insegni loro il senso comunitario, rimane senza risposta sistematica. La mistagogia post-battesimale è storicamente il punto più fragile del Rito di Iniziazione cristiana degli adulti.

La terza condizione è che le comunità riceventi siano disposte a cambiare. Il vescovo di Carcassonne ha riconosciuto apertamente una certa difficoltà delle comunità a percepire la rilevanza del fenomeno e i cambiamenti che esso richiede, chiedendosi se siano pronte a lasciarsi trasformare dai nuovi battezzati. La risposta onesta, nella maggior parte dei casi, è ancora no.

Tutto questo vale, con amplificazioni specifiche, per la Chiesa in Italia. Il problema non è la mancanza di strumenti digitali né l’assenza di presenze sui social, ma qualcosa di più profondo: la Chiesa italiana non ha ancora sviluppato una pastorale digitale integrale, capace di progettare esperienze con una grammatica spirituale propria che accompagni il percorso dall’interesse iniziale fino all’appartenenza ecclesiale stabile.

Il digitale è ancora concepito prevalentemente come canale di trasmissione, non come ambiente di mediazione in cui le condizioni stesse della ricezione del messaggio evangelico vengono già configurate prima ancora che la persona metta piede in una chiesa.

Ma il nodo più strutturale è ecclesiologico. Il fenomeno dei Barnaba, dei laici che intercettano le richieste, che accompagnano i catecumeni e, nel farlo, rifanno da capo la propria fede, che assumono un servizio di fatto senza titolo né mandato formale, mostra con chiarezza che una Chiesa organizzata per funzioni, dove l’organizzazione è subordinata al titolo e al grado in una struttura verticista, non è più la struttura adeguata ad assolvere alla missione evangelica nell’epoca attuale. Non perché la gerarchia sia irrilevante, ma perché i carismi che il fenomeno mette in moto non transitano per i canali istituzionali ordinari e non aspettano l’autorizzazione per manifestarsi.

Occorre pensare seriamente a una Chiesa organizzata per servizi, dove l’organizzazione e il riconoscimento ecclesiale siano subordinati alla competenza effettiva e al carisma reale, indipendentemente dall’ordine sacro. Una tale Chiesa saprebbe riconoscere il Barnaba come ministero, valorizzare il laico esperto di digitale come guida dei pastori nell’ambiente algoritmico, costruire percorsi di accompagnamento post-battesimale affidati a chi ha la competenza e la vocazione per farlo, non necessariamente a chi ha il titolo.

La collaborazione dei laici, in Italia, è ancora più sollecitata che realmente gradita, se non in forma ancillare rispetto alle funzioni clericali. Eppure, è esattamente da quella collaborazione che dipende, come il fenomeno francese dimostra, la tenuta nel tempo di ogni rimbalzo della fede.

settimananews.it

Le crisi dei presbiteri

di: Erio Castellucci

prete

Da qualche anno, prima della Messa Crismale, il vescovo di Modena-Nonantola e Carpi, mons. Erio Castellucci, propone ai preti e ai diaconi delle due diocesi una meditazione su un tema specifico. Quest’anno la meditazione era dedicata alle crisi dei presbiteri: la riprendiamo di seguito (Chiesa di Sant’Agostino, Modena, mercoledì, 1° aprile 2026).

 Questa meditazione si muove su un terreno delicato: le crisi dei presbiteri; si potrebbe intitolare anche “le crisi dei ministri ordinati”; ma i presbiteri, più dei diaconi e vescovi, sono esposti a situazioni che causano stanchezza e demotivazione. Ne sono segnali gli abbandoni del ministero presbiterale con la richiesta di dispensa; abbandoni che continuano a segnare la vita della Chiesa e hanno toccato anche negli ultimi anni le nostre Diocesi. Più rari sono gli abbandoni dei diaconi e dei vescovi: semmai alcuni diaconi smettono di esercitare il ministero, senza chiedere la dispensa; e alcuni vescovi si dimettono o vengono dimessi.

Tornando ai presbiteri: al di là di chi chiede di uscire dal ministero, o vi è costretto, ci sono indicatori di crisi che si manifestano in diversi modi: dai malumori al ritiro a vita privata o quasi; dalle difficoltà di relazione alle situazioni di disobbedienza pubblica; dalla cattiva gestione dei beni a comportamenti impropri di varia natura. E se possiamo, anzi dobbiamo subito dire che la grande maggioranza dei presbiteri è dedita e fedele e, quando attraversa momenti di crisi, li sa affrontare, non possiamo far finta che le crisi non ci siano.

I. VIVERE E CONDIVIDERE LE CRISI

Le crisi presbiterali attuali, almeno in Italia e in Occidente, appaiono diverse da quelle esplose negli anni Settanta. Allora gli abbandoni erano quasi tutti rumorosi e dettati dalla contestazione verso la gerarchia o le regole della Chiesa. Le crisi emergevano normalmente per motivi affettivi e come protesta contro il celibato; ma quasi mai l’innamoramento era la prima causa; piuttosto era l’esito di crisi più profonde, che mettevano in questione il sacerdozio ministeriale, manifestavano incomprensioni e rotture con i vescovi o gli altri presbiteri, o dichiaravano sorpassata la Chiesa.

Oggi, dopo alcuni decenni, il disagio si esprime in modo normalmente meno clamoroso – se si esclude chi si fa pubblicità sui social – ma non meno insidioso. Le crisi, che sfocino o meno nella rinuncia al ministero, sono ancora intrise di insoddisfazioni, problemi relazionali, attenuazione della passione pastorale; ed è in questo tessuto fragile che si coltivano anche interessi affettivi forti ed esclusivi. Non è tanto frequente che un presbitero vada in crisi perché si è innamorato, quanto che si innamori perché è andato in crisi. Spesso va in crisi il ministero, per diversi motivi e, di conseguenza, la scelta del celibato. Non è che questo semplifichi le cose, anzi in un certo senso le complica, perché chiede di scandagliare meglio le cause, cercandole soprattutto nelle qualità delle relazioni ecclesiali e negli stili del ministero.

In Occidente, semplificando, si individuano almeno tre grandi cause alla base del disagio dei presbiteri.

La prima è la sproporzione tra le energie spese e i risultati ottenuti nel ministero. La scristianizzazione è evidente, sebbene in Italia ci siamo illusi per molto tempo – rispetto ad es. alla Francia, che ne ha preso atto già a metà del secolo scorso – che la fede popolare “tenesse”. La cristianità è tramontata anche nel nostro Paese e il pluralismo è una cifra della nostra cultura. I presbiteri sperimentano ogni giorno questa situazione, nelle attività pastorali e negli incontri, segnalando l’indifferenza di tante persone e famiglie, il calo numerico di praticanti e collaboratori, il crollo delle richieste di alcuni sacramenti come la riconciliazione, il matrimonio e l’unzione degli infermi, lo scarso riconoscimento del loro ruolo di guide, anche dentro le comunità cristiane.

Una seconda cappa, che spesso grava su presbiteri (e al quadrato sui vescovi), è il sovraccarico delle strutture, il peso delle “cose da fare” non tutte legate all’annuncio del Vangelo: questioni burocratiche da affrontare, beni da gestire e incombenze da sbrigare. Se misuriamo in una settimana-tipo le energie dedicate alle questioni economiche e amministrative, alle richieste riguardanti beni e strutture (alcune delle quali sono ormai inutili e costose), e le confrontiamo con quanto viene richiesto al nostro ministero, che è ciò per cui lo abbiamo abbracciato e ci siamo preparati – predicazione della parola di Dio, celebrazione curata dei sacramenti, incontro con le persone – viene da ridere o forse da piangere.

Pur essendo infondato il legame con il celibato – basterebbero le statistiche a smentirlo – il fenomeno degli abusi anche da parte dei presbiteri è una grave ferita nel corpo ecclesiale. Ci siamo sentiti e ci sentiamo oggi tutti potenzialmente investigati e sospettati, candidati a volte come “pedofili” solo perché presbiteri. Questa crisi, che parte da situazioni drammatiche effettive (molestie, abusi e coperture) ed è aggravata da generalizzazioni, ostilità e pregiudizi, pesa anche sulle nuove vocazioni al presbiterato. Oggi un giovane normale che scelga di entrare in Seminario deve essere ammirato anche solo per questo, perché ormai tutto soffia contro questa scelta. E un presbitero deve porre attenzioni meticolose per non dare nemmeno l’idea di provare sentimenti di affetto o simpatia verso una persona, specialmente se minore o vulnerabile.

Queste grandi cappe pesano sui presbiteri, favoriscono a volte irritazione e rabbia, lamentele, incomprensioni con i laici, gli altri presbiteri e i vescovi (e i vicari) – più raramente verso il papa – e spingono a volte alla ricerca di compensazioni: alcune lecite, altre meno. Questa è già crisi, anche se non sfocia nell’ipotesi o nella decisione di lasciare il ministero.

Dopo questo primo passaggio depressivo, e prima di arrivare alla pars construens, credo sia necessario ri-dimensionare il fenomeno. Ri-dimensionare non significa sminuire, ma ricollocarlo entro una dimensione che aiuti a inquadrarlo e quindi a comprenderlo meglio.

Le crisi presbiterali sono sintomo della crisi generale della Chiesa, che, a sua volta, respira le crisi del mondo. Che la Chiesa sia in crisi, in tutto l’Occidente e anche nel nostro Paese, è opinione condivisa e supportata dalle statistiche, oltre che dall’osservazione diretta. I libri dei sociologi italiani degli ultimi anni lo suggeriscono già solo dal titolo. Franco Garelli: Piccoli atei crescono (2016); Giuseppe De Rita: Il gregge smarrito (2021); Andrea Riccardi: La Chiesa brucia (2021); Luca Diotallevi: La Messa è sbiadita (2024)… Tutti gli indicatori segnalano un calo: nel dichiararsi credenti, e specialmente cattolici; nell’accesso ai sacramenti, nel numero dei seminaristi, nella partecipazione alla Messa, nella tenuta dei matrimoni, e così via. La pandemia sembra aver accelerato un processo già in atto, che ha trovato semplicemente occasione di procedere con maggiore rapidità.

La crisi della Chiesa non è però isolata. Il mondo sta vivendo crisi epocali: in campo economico, sanitario, sociale, ambientale, geopolitico. Non è necessario farne l’elenco, perché le conosciamo bene e ne siamo continuamente bombardati. Queste crisi planetarie, accavallatesi negli ultimi decenni con un’intensità spaventosa, continuano ad accumularsi ed entrano nelle case, anche a motivo della globalizzazione mediatica. E non solo ne sentiamo parlare, ma le viviamo nelle nostre comunità: le disparità economiche pesano sulle famiglie che faticano a far quadrare i conti; le malattie prima o poi colpiscono tutti; le tensioni sociali e politiche riguardano anche le nostre parrocchie; gli squilibri dell’ecosistema e le guerre aumentano il senso dell’insicurezza.

In Italia, poi, c’è una fortissima crisi demografica, che si accompagna all’emigrazione estera di tanti giovani e determina un progressivo invecchiamento della popolazione; e una crisi di civiltà, che sta lasciando avanzare una cultura narcisista, facendo crollare la partecipazione e l’impegno per il bene comune. Non mancano ovviamente le crisi individuali e familiari, che fisiologicamente attraversano da sempre ogni comunità.

Allora ci possiamo chiedere: se in questo contesto critico la Chiesa non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù, Verbo fatto carne, o non sarebbe – permettete – la Casa di Heidi? Non sarebbe una specie di camera iperbarica, dove si respira solo ossigeno, mentre il mondo vive anche di anidride carbonica? La Chiesa deve essere in crisi, deve vivere le crisi del mondo, altrimenti c’è qualcosa che non va. Gesù non ha radunato la comunità dei discepoli dentro a luoghi protetti, ma nelle strade, nelle rive del lago, nei villaggi e nelle case; e l’ha inviata non per creare delle élites privilegiate, ma per offrire a tutti, in qualsiasi condizione, un messaggio di salvezza.

Dalla crisi donatista del IV sec., contro cui lottò sant’Agostino, alla crisi pauperista del XII sec., a cui rispose in modo nuovo san Francesco, fino ai tentativi contemporanei di dare vita alle comunità dei “puri”, escludendo i fragili, i poveri e i peccatori, la tradizione della Chiesa ha sempre lottato contro la tentazione del “gregge selezionato”, rivolgendosi a tutti e chiedendo a ciascuno di percorrere il sentiero che gli è possibile. Il “todos, todos, todos”, che ripeté papa Francesco ai giovani riuniti a Lisbona nel 2023 ha questo significato: non è una specie di livellamento al basso, come se ogni comportamento fosse giustificato, ma è un appello ad essere Chiesa che in partenza accoglie tutti, accompagnando il cammino possibile a ciascuno.

Tra i passaggi in cui il Vaticano II parla della Chiesa in rapporto al mondo ne ricordo due. Il primo è nella Lumen gentium, là dove tratta della Chiesa come “popolo di Dio”: “Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace” (n. 9). La Chiesa non è un genere “a parte”, ma è fatta da quelle donne e quegli uomini che guardano nella fede a Gesù come al Salvatore: quella fetta di mondo che confida nel Signore Gesù. La Chiesa non è una mongolfiera che sorvola la storia, ma un popolo che la percorre rasoterra, insieme a tutti gli altri.

Il secondo passo è l’incipit della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dell’umanità di oggi, dei poveri specialmente e di tutti coloro che soffrono, sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (n. 1). Non si poteva dire meglio l’intreccio tra umano e cristiano, e quindi anche tra crisi del mondo e crisi della Chiesa: il Concilio infatti parla di condivisione non solo delle gioie e delle speranze, ma anche delle tristezze e delle angosce.

Le crisi presbiterali, quindi, vanno collocate prima di tutto in questo quadro. Se un ministro della Chiesa di Gesù non risentisse delle sofferenze di chi soffre, sarebbe un funzionario e non un servo di Cristo; se non fosse percorso dalle domande di fede di tanti dubbiosi, sarebbe un ripetitore e non un annunciatore del Vangelo; se non si lasciasse provocare dalle paure e dai timori delle persone a cui è inviato, sarebbe un esecutore e non un pastore e un fratello. Il ministero non è una prestazione d’opera, ma una passione del cuore. La condivisione delle crisi del mondo, dunque, fa parte della natura della Chiesa, cioè di tutti i battezzati, che vivono il discepolato, e anche di quelli che abbracciano l’apostolato come vocazione. Il punto è di impastarsi con le crisi del mondo senza mondanizzarsi, condividere gli effetti delle crisi contrastando le cause delle crisi.

II. AFFRONTARE E SUPERARE LE CRISI

Una cosa è condividere le crisi, con i loro effetti – farsi “debole con i deboli per guadagnare i deboli”, dice san Paolo (cf. 1Cor 9,22), un’altra cosa è farsi trascinare nelle crisi fino a diventarne complici. La Chiesa deve condividere le situazioni di crisi, come Gesù sulla croce, per innestarvi il seme della risurrezione, che contesta radicalmente i semi della morte. Se questo vale per tutti i discepoli del Signore, vale ancor più per quelli che hanno fatto dell’annuncio del Vangelo il perno della loro vita. I momenti faticosi per i presbiteri possono diventare motivo di crescita e non di sconforto. Ci possono illuminare almeno quattro passi, per poter affrontare la crisi e farne occasione di maturazione, come lo stesso Gesù, che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Ebr 5,8).

Il primo passo è preventivo: vivere amicizie significative. L’ideale un tempo trasmesso anche nei Seminari era quello, forse più stoico che cristiano, del camminare con le proprie gambe ed evitare amicizie particolari. Intesi in modo equilibrato, sono consigli saggi: il rischio è di intenderli come assoluti, favorendo una vita solitaria e asettica del presbitero. L’amore vissuto da celibi non ha a che vedere, come disse papa Francesco alcuni anni fa, con l’acidità che fa diventare “zitelloni” (Discorso ai sacerdoti del Convitto San Luigi dei Francesi di Roma, 7 giugno 2021). L’amore nel celibato è dono aperto a tutti coloro che incontriamo, a partire dall’esperienza di essere amati dal Signore e dalla Chiesa. Se il celibato, anziché farci crescere umanamente, ci mutila nel cuore e ci rende insensibili, siamo già in crisi. È la tentazione dell’amore generico: amo tutti, indistintamente, ma non mi coinvolgo con nessuno.

Ricordo di avere letto tempo fa una striscia di Mafalda, in quattro scene. Nella prima esclama con entusiasmo: il mio cuore brucia d’amore per tutti. Nella seconda abbraccia un mappamondo dicendo: amo l’intera l’umanità. Nella terza è stesa su un planetario: l’universo non è capace di comprendere tutto il mio amore. Nella quarta, in piedi, con i pugni chiusi e il fumo che esce dalle orecchie: è la gente che non posso sopportare! Il rischio, per noi che non abbiamo una famiglia nostra, c’è: una dedizione liofilizzata, che non passa attraverso la carne, rischia di svaporare in una filantropia generica, incapace di appassionare e, quindi, di amare; in definitiva rischia di chiudersi nell’orgoglio. Raniero Cantalamessa, in uno studio patristico, ricordava alcuni autori spirituali che segnalavano l’orgoglio come “tentazione tipica” del celibe, il quale “non è disceso da se stesso per consegnarsi, la mano tesa, a un’altra creatura; non ha detto mai a un’altra creatura come lui: dammi un po’ del tuo essere, ché il mio non mi basta” (in: Cristianesimo e valori terreni, Vita e Pensiero 1978, p. 27).

La funzione correttiva della moglie e dei figli verso i mariti e padri, noi dobbiamo cercarla nelle amicizie autentiche: intendo la correzione “alla pari”. Un tempo c’era magari la perpetua, che si permetteva di fare osservazioni al parroco; ma oggi è una scena da romanzo. Se abbiamo qualcuno o qualcuna con cui è possibile una reciproca correzione – cosa tra l’altro suggerita da Gesù – è più difficile che lasciamo crescere in noi i difetti tipici delle persone che non accettano il confronto: fissazioni, piccole manie, atteggiamenti scontrosi, infantilismi, ripicche, scetticismi, irritabilità… tutti segnali di crisi, anche quando non conclamate, perché compromettono non solo il ministero, ma prima ancora la solidità umana. E se, all’inizio, possono apparire simpatici originalità giovanili, poi a poco a poco diventano antipatici sclerotismi senili, che allontanano la gente.

Il secondo passo è: chiedere aiuto. Quando prende forma una crisi vocazionale – nel ministero, nel matrimonio, nella consacrazione – l’insidia è di volerla affrontare da soli, sperando che passi, magari con qualche preghiera in più. La preghiera certo non fa male, ma noi cristiani non viviamo una religiosità individuale: io e Dio; viviamo una fede comunitaria: Dio, noi e io. Per la nostra salute fisica sappiamo chi interpellare quando stiamo male. E per la nostra salute spirituale lo sappiamo? Quando attraversiamo una fase di buio, a chi ci rivolgiamo? Se la risposta è “non so”, è bene fermarci, prendere fiato e individuare qualcuno: una persona veramente amica che viva la stessa vocazione e quindi possa capirci bene: qui si pone ad es. la domanda della qualità delle relazioni all’interno del presbiterio, come, per gli sposi nei gruppi di famiglie, o per i religiosi e le religiose nelle comunità.

I presbiteri, che escono dal Seminario dopo lunghi anni di accompagnamento spirituale e vita comune, rischiano di non trovare o non cercare un padre spirituale e di vivere frammentariamente la relazione con gli altri presbiteri. Non basta il confessore (indispensabile anche per i più santi) o la guida spirituale; è necessaria anche una vera fraternità con altri presbiteri. Per non restare astratto, il “presbiterio” va declinato affettivamente nelle relazioni di amicizia e stima che nascono sia dall’affinità umana e spirituale (che è sana, quando non chiude ma apre agli altri presbiteri), sia dalla collaborazione per vicinanza di territorio o ambito pastorale.

La vita fraterna dei presbiteri, nelle diverse forme che può assumere – PO § 8 suggerisce «una certa vita comune o qualche comunità di vita» – è il contesto più adeguato per coltivare affetti e amicizia. Vivendo rapporti significativi dentro al presbiterio, è più facile curare la relazione cordiale e sincera con il vescovo, l’amicizia nelle comunità, con i laici e le laiche, le famiglie, le persone consacrate: questa rete di rapporti sostanzia la “famiglia” a cui un ministro dona le sue energie, comprese quelle affettive.

Il terzo passo, con l’aiuto delle persone amiche, è: individuare le vere cause della crisi, senza la fretta di prendere decisioni. Se si presenta una crisi tale da mettere in discussione una scelta definitiva (ministero, matrimonio o consacrazione), prima di tutto occorre sostare. Conosciamo la V regola di sant’Ignazio di Loyola: nel momento della desolazione non scegliere: piuttosto entra nel tuo intimo, e, tenuto per mano, rifletti. E allora sarà possibile lasciar decantare il sintomo e cercare di individuarne le ragioni.

Se uno procede di corsa, è tentato di addossare tutte le colpe sul ministero o sul celibato. Può essere vero: ma prima è bene capire se, per caso, la ragione non stia ad un livello diverso: umano, psicologico, spirituale. Quando si addossa tutto al ministero, normalmente si cerca il colpevole fuori di sé: che sia il vescovo troppo lontano, il presbiterio poco unito o la comunità cristiana ingrata; e quando si addossa tutto al celibato, normalmente ne fa le spese il Seminario, che non ha aiutato a maturare bene la vita affettiva e sessuale.

Ripeto, può essere vero, almeno in parte. Però è importante cercare anche in altre direzioni: ad esempio, nello spessore umano della personalità. Scriveva Paolo a Timoteo: “Se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (1Tim 3,5). Con il ministero celibatario, il criterio paolino non è venuto meno: chi sceglie di diventare presbitero deve avere anche le doti per portare avanti una famiglia, altrimenti non è adatto neppure a guidare una comunità cristiana.

È importante tener presente che le crisi spesso sono legate all’appartenenza alla stirpe umana, fanno parte della vita sulla terra. Un secolo fa Salvatore Quasimodo scrisse una delle poesie più amate dagli studenti, perché brevissima, che iniziava: “ognuno sta solo sul cuor della terra”. Non dice: ogni presbitero sta solo, ogni vescovo sta solo, ma “ognuno”, ogni essere umano, vive una solitudine. Buona parte dei disagi che viviamo come presbiteri e vescovi, e che a volte sbrigativamente attribuiamo al ministero, magari con una punta di vittimismo, è comune a tutti gli esseri umani.

Un mio amico forlivese magazziniere, da poco in pensione (beato lui!), si lamentava sempre per il fatto che il suo lavoro non gli dava soddisfazioni, spesso se la prendeva con i responsabili della ditta, chiusi nei loro interessi; tornato a casa, poi doveva sopportare la moglie che brontolava e i figli che lo contestavano; e non provava nemmeno la gioia della vittoria della Juve. Non è poi molto diverso dai nostri lamenti pastorali, motivati dagli insuccessi, dall’incomprensione dei cosiddetti superiori, dalle difficoltà di comunione con gli altri presbiteri e – questo rimane invariato – dalle sconfitte della Juve.

Quando siamo insoddisfatti, anche senza arrivare a crisi radicali, pensiamo bene quali siano le ragioni, evitando i corti circuiti e la colpevolizzazione degli altri. Se un presbitero sbaglia a individuare le cause di una crisi, cercando subito le colpe fuori di sé, senza interrogare la propria consistenza umana e spirituale, si porterà dietro anche dopo, nelle scelte che farà, il lievito della crisi.

Il quarto passo è: frequentare gli ultimi. Normalmente un presbitero, nella sua attività pastorale, incontra molte persone marginali, di quelle che preferiva Gesù: malati, peccatori, sofferenti, poveri, smarriti. Chi di voi, specialmente in queste ultime settimane, è entrato nelle case o ha incontrato gente in parrocchia, ha incrociato tante crisi quanti volti, tante croci quanti uomini e donne. La vita pastorale ci mette continuamente a contatto con le più svariate fragilità: questo è un aspetto del ministero presbiterale che le indagini sociologiche non intercettano.

I calcoli, come accennavo all’inizio, riguardano altro, specialmente la richiesta dei sacramenti. Ma un parroco – o un altro ministro della comunità – che incontra un ammalato, o ascolta un fragile, non fa numero, compie un gesto irrilevante dal punto di vista statistico, ma rilevantissimo dal punto di vista evangelico. Incontrare gli ultimi, quelli che non attirano l’attenzione perché non possono esibire ricchezza, potere, salute e bellezza, rileva solo nel registro del Signore. Questo incontro fa bene a tutti, perché attiva la logica del dono, che fa crescere sia chi dà sia chi riceve.

A noi giova per mantenere i piedi per terra, conservare il contatto con i problemi, alimentare la “compassione” che Gesù prova incontrando i marginali, che lui considera centrali nel regno di Dio. Gesù si commuove davanti ai lebbrosi (cf. Mc 1,14; cf. anche Mt 20,34: due lebbrosi), davanti alla folla smarrita che gli appare come un gregge di pecore senza pastore e necessita dell’annuncio della buona notizia (cf. Mc 6,34; Mt 9,36; cf. anche Mc 8,2 e 9,22) e davanti alla morte del figlio della vedova di Nain (cf. Lc 7,13). Nella parabola del buon samaritano, che è lui stesso, si commuove davanti all’uomo ferito (cf. Lc 10,33).

In questi casi gli evangelisti usano il verbo affettivamente più carico, splakgnìzomai (σπλαγχνίζομαι), che indica il movimento delle viscere e del grembo; è un verbo che ha qualche risonanza materna. E il bello è che Gesù attribuisce anche al Padre questa affettività materna: il padre che attende il ritorno del figlio e gli corre incontro “commosso” (cf. Lc 15,20), prova affetti materni. Gesù non si commuove davanti ai farisei, al sinedrio, a Pilato o Erode; si commuove davanti a quelli che all’epoca non commuovevano, anzi erano emarginati dalla società civile e religiosa.

Ciò che la sociologia non rileva, e che costituisce il cuore stesso del nostro ministero, è la più efficace medicina per curare le crisi. A contatto con gli ultimi, ci rendiamo conto di quanti doni il Signore ci abbia dotato, e di come solo il Vangelo vissuto, parola di vita eterna, possa dare speranza tra tante parole di vita terrena. Allora capiamo che anche la forma celibataria del nostro ministero diventa un’opportunità per andare più a fondo. Scrive il domenicano card. Timothy Radcliffe, in un libro in cui racconta di come ha superato una sua crisi giovanile, quando da frate si era innamorato di una donna: «il celibato mi offre una possibilità incredibile di intimità con gli altri. Il fatto di non avere intenzioni recondite e poter offrire un amore non divoratore e possessivo, fa sì che io possa arrivare molto vicino al cuore della vita delle persone» (Amare nella libertà, Qiqajon, Magnano 2007, p. 31).

La passione per l’annuncio Vangelo, per quanto insidiata da tanti ostacoli, crea in noi le premesse per un’unità di vita raramente possibile a chi non assume questa missione. Noi infatti studiamo, annunciamo e ci spendiamo quello che è il senso stesso della nostra esistenza: cosa più difficile, non solo per il mio amico magazziniere, ma per chiunque svolga qualsiasi mestiere o professione. Questa possibilità è un dono grande, di cui essere riconoscenti a Dio e alla Chiesa.

Se nella vita presbiterale cerchiamo realizzazioni e logiche diverse dal Vangelo, sia che restiamo sia che lasciamo il ministero, avranno vinto le crisi. Se invece scegliamo di diventare presbiteri con la volontà di dedicarci interamente al Vangelo nella Chiesa, e rinnoviamo costantemente questa volontà, come faremo tra poco nella liturgia, possiamo affrontare le crisi e uscirne più maturi.

settimananews.it

Ascolto, formazione, comunità.
Così la Chiesa in Italia contro gli abusi

Ascolto, formazione, comunità.
Così la Chiesa in Italia contro gli abusi

Avvenire

Ascolto, comunità e formazione contro gli abusi. Sono i tre impegni, le tre piste di lavoro per creare «le condizioni affinché le situazioni di vulnerabilità tornino in condizioni di sicurezza». A sottolinearlo ieri, durante i lavori del secondo Incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo “Rispetto. Generare relazioni autentiche”, quattro direttori di uffici nazionali della Cei, che hanno dialogato sul tema “Pastorale della vulnerabilità: rispetto e cura”. La tre giorni di convegno nazionale, che si conclude oggi al TH Carpegna Palace Hotel di Roma, è iniziata il 16 aprile. «La vulnerabilità è la condizione in cui la tua fragilità è messa a rischio – ha spiegato don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute – e la malattia è sicuramente il momento della vita in cui si è più vulnerabili». Oggi, ha aggiunto, c’è bisogno più che mai di «un sistema di cura» che accompagni chi soffre. Occorre «implementare sui territori percorsi di formazione anche per il personale sanitario e per i cappellani negli ospedali». Sempre più spesso, poi, la vulnerabilità dei giovani, ha proseguito Angelelli, deriva dalla «mancata accettazione della propria fragilità», che impedisce di raggiungere il modello di perfezione imposto dalla società. Ancora più complessa diventa la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità. «Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili – ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?». Suor Donatello ha ripetuto spesso la parola «rispetto», che a sua volta è legata all’«ascolto» profondo, e alla «formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali». Sempre più importante è anche formare ad una «affettività e sessualità sana» che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità, ha aggiunto la religiosa. Senza dimenticare il bisogno di relazioni «autentiche» che allontanano il rischio di cadere nello sfruttamento sessuale in rete.Anche quanti escono dagli istituti di detenzione cercano comunità accoglienti. «È compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere – ha ribadito don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane –. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità». Spesso i detenuti, ha spiegato, vengono da «famiglie distrutte, da grande povertà» e «queste fragilità li portano a diventare manovalanza per la criminalità». In sé stesso anche il carcere è una struttura «molto vulnerabile», ha aggiunto Grimaldi, sottolineando le fatiche degli operatori, della polizia, dei volontari, dei cappellani. Ovviamente, come ha detto anche don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, la povertà resta uno dei maggiori fattori di vulnerabilità. Se parliamo di adulti, «oggi si sta verificando un aumento della povertà, con la presenza di tipi di povertà sempre più complessi», ha proseguito. Proprio per questo occorre promuovere cammini formativi che portino «il volontario dei centri d’ascolto a saper maneggiare con cura questa fragilità che diventa sicuramente rischiosa». Tra i referenti territoriali, e membri delle équipe impegnate nelle diocesi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, ci sono anche Maria Letizia Cignatta della diocesi di Piacenza-Bobbio e don Andrea Zappulla dell’arcidiocesi di Siracusa. «Ci siamo resi conto che la salvaguardia della vulnerabilità è una responsabilità condivisa – ha spiegato Cignatta, raccontando alcune buone prassi della propria diocesi –. La vera prevenzione infatti passa dalla qualità delle relazioni». Il servizio per la tutela dei minori, infatti, «non può lavorare da solo, ed è indispensabile una coordinazione con chi ha a che fare con i minori vulnerabili, dai catechisti ai professori di religione». Da Siracusa, invece, don Zappulla, referente diocesano e cappellano del carcere di Augusta, ha sottolineato l’importanza della cura degli abusatori. «In carcere ho un prete dimesso dallo stato clericale, e con lui stiamo cercando di fare un cammino reale, che parte dal fatto che non basta “fare giustizia”, ma occorre “portare” alla giustizia», ha raccontato. Con l’accompagnamento, ha aggiunto, «cerchiamo di aiutare i carnefici a uscire dalla comodità del male attraverso la fatica della carità». Domani, dopo la Messa, l’incontro terminerà con un momento di riflessione nei tavoli sinodali, dal titolo “Costruire reti circolari per comunità tutelanti”.

Economia Borsa: Milano e l’Europa chiudono di slancio con la riapertura di Hormuz, crolla il petrolio

Borsa: l 'Europa su di giri con la stretta Usa-Iran, Milano +1,9% © ANSA/AFP

La Borsa di Milano chiude di slancio con la stretta tra Usa e Iran per la pace e la riapertura di Hormuz. Il Ftse Mib sale dell’1,75% a 48.869 punti al top dai massimi a 50mila punti del 2000. In cima al listino Stellantis (+6,79%), St (+6,5%), Ferrari (+5,24%) e Mediobanca (+5,19%). Frenano i titoli legati all’energia con il crollo di petrolio e gas. Eni perde il 7%, Saipem il 5,35%.

Europa chiude di slancio, Francoforte +2,27%

La stretta tra Washington e Teheran mettono le ali ai listini europei che chiudono in forte rialzo l’ultima seduta della settimana. Francoforte è la migliore con il Dax che registra un +2,27% a 24.702 punti. Parigi sale dell’1,97% con il Cac 40 a 8.425 punti. Londra è la più cauta. Il Ftse 100, a fine giornata, segna un +0,73% a 10.667 punti.

Scivola il petrolio

Con l’allentamento delle tensioni in Medio Oriente scivola anche il petrolio con il Wti che nel pomeriggio cede l’11% a 84 dollari mentre il Brent perde oltre il 10% a 89 dollari al barile. Anche il prezzo del gas segue la scia con i contratti Ttf che ad Amsterdam, mercato di riferimento, lasciano sul terreno il 7,4% a 39 euro al megawattora. Perde poi quota il dollaro sull’euro. La moneta unica passa di mano a 1,1831 sul biglietto verde.

ansa

Capaci capofila italiano dell’obiezione di coscienza al servizio militare?

50 anni di obiezione per la Pace - Rete Italiana Pace e Disarmo

Ci sono date destinate a diventare storiche anche se, sul momento, nessuno se ne accorge. Il 16 aprile 2026 potrebbe diventare una di queste. E la città di Capaci, sinora nota internazionalmente per una tristissima strage, potrebbe diventarlo anche come capofila della rivoluzione nonviolenta. Ma procediamo con ordine.

A differenza di ciò che si suppone generalmente, la leva obbligatoria al servizio militare in Italia non è stata abolita, ma solo sospesa. Ciò significa che, in caso di emergenze, basterebbe un decreto ministeriale per riattivarla (senza nessun passaggio parlamentare).

A riprova di questa situazione, ogni anno i Comuni sono obbligati a trasmettere al Ministero della Difesa i nominativi dei giovani che, compiendo i 17 anni di età, sono d’ufficio iscritti nella lista dei richiamabili all’obbligo di leva. Secondo la normativa vigente (sinora ignorata e disattesa) le amministrazioni locali possono recepire e segnalare la volontà dei giovani che, in caso di chiamata, sono intenzionati a dichiararsi sin d’ora obiettori di coscienza al servizio militare e disponibili a forme di difesa nonviolenta.

Nel corso di un’assemblea cittadina su “Venti di guerra. Conflitti e prospettive di pace”, il Sindaco di Capaci, Pietro Puccio, ha pubblicamente annunziato che, in ottemperanza alla legislazione, il suo Comune, primo in Italia, da oggi s’impegna a protocollare e trasmettere le eventuali dichiarazioni in tale senso da parte dei cittadini interessati. Anzi, dal prossimo anno, informerà di questa possibilità a tappeto i giovani che andranno maturando l’età anagrafica prevista. Evidentemente queste dichiarazioni, in assenza di una vera e propria cartolina di precetto, hanno valore morale e politico, non giuridico: si accede allo status di “obiettore di coscienza” solo se, entro quindici giorni dalla effettiva chiamata alle armi, si formalizzi in forma legale la propria esplicita volontà di renitenza. Questa proposta – che, se accolta da tanti altri Comuni italiani, potrebbe costituire un fortissimo messaggio di concreta avversione al paradigma bellicistico – trova il contrappeso in un disegno di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un Dipartimento governativo per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Infatti già nella giurisprudenza in vigore la Repubblica italiana prevede che il dovere costituzionale di “difendere la Patria” (articolo 52) può essere adempiuto sia militarmente che mediante strategie e tecniche di lotta nonviolenta. Ma mentre esiste un esercito che addestra chi sceglie le armi, lo Stato democratico non ha ancora predisposto una struttura che formi cittadini e cittadine per la seconda opzione (nonostante sia più compatibile con l’articolo 11 della Costituzione, secondo cui “l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti”). Per raggiungere entro settembre 2026 le 50.000 firme necessarie si può firmare il relativo modulo in presenza di un’autorità municipale o, in alternativa, accedendo al link del Ministero della Giustizia.

Adista