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Comunicare con “sguardo nuovo” e attenzione nell’era del “clickbait”

Il "clickbait", sul web o i social media, è un contenuto che cerca di attirare l'attenzione del maggior numero possibile di utenti con titoli accattivanti o sensazionalistici

Nel tema scelto per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2027, che in Italia si celebra il 9 maggio, solennità dell’Ascensione, Leone XIV sottolinea che “comunicare non è catturare l’attenzione” con un titolo a sensazione, un “acchiappaclic”, ma guardare e protendersi verso l’altro e il vero, senza superficialità o pregiudizio

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano – Vatican News

Comunicare non è catturare l’attenzione, e neanche venderla, come accade nel web e nei social con i “clickbait”, gli “acchiappaclic”, contenuti dal titolo accattivante per attirare gli utenti, ma “prestare attenzione” all’altro e al vero, con uno “sguardo nuovo”, che sceglie di incontrare anziché giudicare. Così un comunicato del Dicastero per la Comunicazione diffuso oggi, 29 settembre, festa dell’arcangelo Gabriele, spiega il tema scelto dal Papa per la 61.ma Giornata Mondiale della Comunicazioni sociali, che in molti Paesi, tra cui l’Italia, si celebra il 9 maggio 2027, solennità dell’Ascensione. “Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait” è un tema con il quale Leone XIV invita “a riscoprire un’igiene dell’attenzione”, si legge nel comunicato, come fa al numero 146 dell’Enciclica Magnifica Humanitas.

Se il flusso incessante delle news sostituisce la riflessione
Nel suo documento, il Pontefice chiede agli educatori di promuovere “ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato” perché “senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa”. Questo accade quando “il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento”. Si moltiplicano “conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme”.

La lotta per pochi istanti di interesse, nel flusso di contenuti
E’ l’effetto distorto dell’”economia dell’attenzione”, spiega il comunicato, che “con la sua lotta per pochi istanti di interesse nel flusso rapido e interminabile di contenuti, sta trasformando non solo le nostre capacità cognitive ma anche la profondità della nostra comunicazione interpersonale”. Per questo Papa Leone ci chiama “a una conversione dello sguardo, a guardare di nuovo, con attenzione e con amore”, per riuscire a vedere “il mondo, gli altri e anche noi stessi come ci vede Cristo: chiamati per nome e amati”. Infatti “la nostra comunicazione cambia quando il nostro sguardo sceglie di incontrare l’altro anziché giudicarlo”.

Cultura digitale, falsa attenzione e relazioni superficiali
La cultura digitale, denuncia ancora il Dicastero per la Comunicazione, alimenta “la mancanza di una vera attenzione” che “ci ha abituati a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell’etichettare e rifiutare gli altri”. L’attenzione è invece “una preziosa forma di generosità”: viene da ad-tendere, “protendersi verso l’altro e verso il vero”. Quindi comunicare è custodire l’attenzione “come una risorsa preziosa di relazione”. La comunicazione, conclude il testo, “non è fatta soltanto di parole: coinvolge la persona intera e ci chiede di tornare a guardare, ascoltare e sentire, per poter rispondere alla chiamata che Cristo ci rivolge”.

Lettura e Vangelo del giorno 30 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro di Giobbe
Gb 9,1-12.14-16

Giobbe rispose ai suoi amici e prese a dire:
«In verità io so che è così:
e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio?
Se uno volesse disputare con lui,
non sarebbe in grado di rispondere una volta su mille.
Egli è saggio di mente, potente di forza:
chi si è opposto a lui ed è rimasto salvo?
Egli sposta le montagne ed esse non lo sanno,
nella sua ira egli le sconvolge.
Scuote la terra dal suo posto
e le sue colonne tremano.
Comanda al sole ed esso non sorge
e mette sotto sigillo le stelle.
Lui solo dispiega i cieli
e cammina sulle onde del mare.
Crea l’Orsa e l’Orione,
le Plèiadi e le costellazioni del cielo australe.
Fa cose tanto grandi che non si possono indagare,
meraviglie che non si possono contare.
Se mi passa vicino e non lo vedo,
se ne va e di lui non mi accorgo.
Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire?
Chi gli può dire: “Cosa fai?”.
Tanto meno potrei rispondergli io,
scegliendo le parole da dirgli;
io, anche se avessi ragione, non potrei rispondergli,
al mio giudice dovrei domandare pietà.
Se lo chiamassi e mi rispondesse,
non credo che darebbe ascolto alla mia voce».

Salmo Responsoriale

Dal Sal 87 (88)

R. Giunga fino a te la mia preghiera, Signore.

Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di te protendo le mie mani.
Compi forse prodigi per i morti?
O si alzano le ombre a darti lode? R.

Si narra forse la tua bontà nel sepolcro,
la tua fedeltà nel regno della morte?
Si conoscono forse nelle tenebre i tuoi prodigi,
la tua giustizia nella terra dell’oblio? R.

Ma io, Signore, a te grido aiuto
e al mattino viene incontro a te la mia preghiera.
Perché, Signore, mi respingi?
Perché mi nascondi il tuo volto? R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,57-62

In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

L’Italia “interna” non può perdere i suoi studenti

L'Italia "interna" non può perdere i suoi studenti

Avvenire

Nel dibattito sulle aree interne si dà per scontato che ragazze e ragazzi non ci vengano. Non è vero. Nelle Marche, che conosco meglio, le tre città universitarie “interne” – Urbino, Macerata e Camerino – contano insieme quasi trentamila studenti e studentesse, con cinquemila nuovi arrivi ogni settembre. E il quadro è nazionale: quasi ventimila iscrizioni all’Aquila, quindicimila a Udine, settemila fra Potenza e Matera. Senza che nessuno l’abbia progettata, le università realizzano nell’Italia interna la più grande politica giovanile: la riempiono, ogni anno, di ventenni.
Ragazze e ragazzi, dunque, vengono. Ma non restano. Perché?
La risposta sta nel meccanismo di finanziamento delle università, autentico paradigma del trattamento riservato alle aree interne. In Italia gli atenei si finanziano prevalentemente basandosi sui numeri, e i “premi” a chi ne ha di più vengono prelevati dallo stesso fondo che finanzia tutti: non è un incentivo ma un vero e proprio travaso da chi ha meno studenti a chi ne ha di più. Meno numeri, meno risorse.
Esattamente come accade nelle aree interne per le scuole, i presidi sanitari, il trasporto pubblico locale: dove i numeri calano, i servizi chiudono. Così il territorio s’impoverisce – meno servizi, meno lavoro – e un territorio più povero trattiene meno giovani. La spirale si avvita, sempre per la stessa regola: dare risorse ai numeri. Una regola che non fotografa lo spopolamento: lo produce.
Eppure, la spirale si può invertire. Dalle tre università marchigiane, ad esempio, escono cinquemila laureate e laureati l’anno: trattenerne anche solo uno su dieci significherebbe cinquecento giovani in più ogni anno. Più di tutti i bambini e le bambine che nascono, in un anno, nelle tre città messe insieme.
Né si può dire che chi parte lo faccia perché lo desidera. Una ricerca del Gran Sasso Science Institute (Sonzogno, Urso e Faggian, 2022) ha domandato a quasi mille giovani delle aree interne se intendano andarsene: ha risposto sì appena il 12 per cento; più della metà vuole restare, il resto parte, o resta, per necessità. Come mostra il Forum Disuguaglianze e Diversità nel saggio di Fabrizio Barca e Caterina Manicardi, fra lavoro precario, case introvabili e organizzazioni (partiti compresi) sorde alla voce delle nuove generazioni, andarsene è l’unico gesto di potere che resta a chi ha capito di non contare. La voglia di restare c’è: è restare che è diventato un lusso.
E i lussi sono questione di risorse, quelle che, nelle litanie della politica, mancano sempre. Ma negli anni del Pnrr, il più grande afflusso di risorse europee della storia repubblicana (194 miliardi di euro), l’espatrio netto dei 18-34enni è cresciuto del 55 per cento: i soldi c’erano, ma si è scelto di farne “altro”. L’articolo 3 della Costituzione impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli «di ordine economico e sociale» che impediscono «il pieno sviluppo della persona umana»: rispondere che mancano i soldi significa usare l’ostacolo come alibi per non rimuoverlo.
Le strade per invertire la spirale ci sono. Portare l’investimento in università e ricerca dallo 0,5 all’1 per cento del Pil in cinque anni: un decimo di punto di Pil è appena un cinquantesimo di quanto il governo, in sede Nato, si è impegnato a spendere per la difesa. Attivare, nei territori, misure alla portata di ogni Comune, dalla garanzia pubblica per giovani inquiline e inquilini agli appalti che premiano chi assume giovani. Misure, però, che vanno scritte con loro, non per loro. A settembre ne arriveranno cinquemila in più, solo nelle Marche. Non serve farli nascere, né attirarli. Ci sono già. Ascoltiamoli.
Forum Disuguaglianze e Diversità

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Carol, 15 anni, a scuola è senza assistenza: la mamma entra in classe per nutrirla e cambiarla

Uno studente disabile aiutato a stare in classe

Avvenire

A Zungri, in provincia di Vibo Valentia, l’assistenza di cui Carol ha bisogno a scuola non risulta ancora pienamente garantita. La ragazza, 15 anni, ha iniziato quest’anno la prima classe della secondaria di primo grado, ma sua madre è costretta a recarsi personalmente in classe per nutrirla e cambiarla. Risultato: da un lato una famiglia che denuncia il disagio quotidiano, dall’altro il dirigente scolastico, Angelo Stumpo, e il sindaco di Zungri, Serafino Fiamingo, che sottolineano entrambi di non avere a disposizione risorse sufficienti da destinare all’assistenza richiesta.

Carol è affetta da tetraparesi discinetica, atrofia cerebellare progressiva ed epilessia: si alimenta anche attraverso una Peg, la sonda inserita nella parete addominale che consente di somministrarle latte, liquidi e farmaci, e ha bisogno di assistenza continua per la postura, la movimentazione, l’igiene personale e il cambio. A oggi, denunciano i genitori Maurizio Crudo e Rosetta Raffa, non risultano pienamente operative le figure necessarie ad assisterla durante l’intera permanenza nel plesso di Zungri dell’Istituto comprensivo Rombiolo-San Calogero-Cessaniti. «Questa situazione è grave, umiliante e inaccettabile», scrivono in un lungo appello.
I genitori ricostruiscono una vicenda che, sostengono, non nasce da un ritardo improvviso. Le necessità di Carol erano note ed erano state oggetto di richieste formali e diffide trasmesse anche tramite i legali: già da luglio, sottolineano, era stata sollecitata «l’attivazione tempestiva di tutte le figure indispensabili per garantire il diritto allo studio e all’inclusione di Carol». Nonostante questo, l’anno è iniziato senza un’assistenza «assicurata in maniera completa e continuativa». Servono, elencano, l’insegnante di sostegno per il monte ore riconosciuto, l’assistente all’autonomia e alla comunicazione, collaboratori scolastici formati per l’igiene e il cambio, e personale in grado di seguirla durante il pasto e nella gestione della Peg secondo le prescrizioni sanitarie. «Queste figure non sono facoltative», scrivono. Un appello che i genitori rivolgono alla dirigenza scolastica, al Comune di Zungri e all’Ufficio scolastico competente.
Una versione più articolata dei fatti arriva da Angelo Stumpo, dirigente dell’istituto da tre anni, che riconduce il nodo a un problema di competenze e risorse. La sua scuola conta 1.682 alunni in sei Comuni e 28 plessi: i disabili sono 81. Con l’ingresso alla secondaria, ricorda, la cattedra di sostegno di Carol è passata da 22 a 18 ore, ma il punto, spiega, riguarda l’assistenza specialistica, che «è una prerogativa dell’ente locale», in questo caso dei Comuni, non della scuola. Il finanziamento arriva ogni anno sulla base della legge regionale 27 del 1985 sul diritto allo studio e si divide tra trasporti, refezione scolastica e supporto agli alunni con disabilità. Ma nei sei Comuni serviti dall’istituto, spiega Stumpo, nessuno bandisce direttamente il reclutamento delle figure specialistiche, il tutto viene demandato alle scuole. È lui, di fatto, a fare il giro delle amministrazioni e poi emettere il bando per reclutare, tra gli altri, un Oss e due assistenti all’autonomia e alla comunicazione, destinati non solo a Carol ma a tutti gli alunni disabili. Il Comune di Zungri eroga 3.200 euro l’anno: con queste risorse, dice, «riesco a coprire al massimo un’ora al giorno per tutto l’anno» nel caso di Carol. Inoltre, all’Oss vengono di fatto richieste competenze infermieristiche, come quelle legate alla Peg, che non rientrano nel suo profilo. «Sono legittime le rivendicazioni della famiglia ma servirebbe un finanziamento dedicato alle scuole per reclutare figure adeguate o un piano di servizi».

Lo stesso senso di impotenza attraversa le parole del sindaco Fiamingo, che pure rivendica quanto fatto dall’amministrazione comunale. «Cosa possiamo garantire con appena tremila euro l’anno?», si chiede, spiegando di immedesimarsi nella condizione della madre ma di non poter, con risorse così ridotte, assicurare un’assistenza specializzata per l’intera giornata. Da quando è sindaco, ricorda, ha fatto installare la rampa di accesso alla scuola che ancora mancava, spendendo settemila euro. Spiega inoltre di aver già sottoposto il caso all’assessore regionale competente e insiste sulla necessità di una normativa dedicata a situazioni come questa: «Ce ne vorrebbe una ad hoc». Se avesse le forze finanziarie, aggiunge, pagherebbe lui stesso l’assistenza per conto del Comune, anche se non rientra tra le sue competenze dirette. «Non siamo contro la famiglia di Carol», conclude, «siamo con lei». Resta, sullo sfondo, una responsabilità che la scuola da sola non può colmare: la partita del sostegno a Carol si decide soprattutto nei bilanci dei Comuni e della Regione, chiamati a stanziare risorse che, per ora, non tengono il passo con i suoi bisogni.

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Chi crede non ha fretta

Chi crede non ha fretta

Avvenire

Un film senza parole. Nessun dialogo, nessuna voce fuori campo, nessuna trama. Solo immagini e musica. Deserti che respirano, nuvole che scorrono come maree. Poi le città. La pellicola accelera: le automobili diventano fiumi di luce, i pendolari si trasformano in un nastro che sale e scende dalle scale mobili, montati con lo stesso ritmo della catena di un’industria alimentare. L’uomo e la merce si confondono. Scorrono. Si somigliano. Sotto, implacabili, gli arpeggi di Philip Glass: si ripetono, si inseguono, non approdano mai. È Koyaanisqatsi, il film che Godfrey Reggio portò sugli schermi nel 1982. Soltanto alla fine compaiono alcune parole. Sono la traduzione del titolo, un termine della lingua hopi: «vita folle; vita in tumulto; vita in disintegrazione; vita fuori equilibrio; uno stato di esistenza che richiede un altro modo di vivere».

Fuori equilibrio. Senza misura. Dunque, senza verità. Ecco il punto.
Viviamo nella società del tutto e subito. Tutto: perché nulla deve restare fuori dalla portata e dalle pretese del desiderio. Subito: perché nessun desiderio deve attendere. La sociologia l’ha descritta con precisione clinica. Hartmut Rosa vi ha riconosciuto una triplice accelerazione – tecnica, del mutamento sociale, dei ritmi di vita – che si alimenta da sé in un circolo senza uscita. Le macchine ci fanno risparmiare tempo; noi, invece di abitarlo, lo riempiamo di altre cose (effimere) da fare, finché il tempo risparmiato diventa tempo mancante. Più andiamo veloci, meno tempo abbiamo. Il paradosso è perfetto. Papa Francesco, nella Laudato si’, ha dato un nome a questa febbre prendendo in prestito un neologismo spagnolo: rapidación. Un’accelerazione continua dei cambiamenti che – scriveva – «contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica». La natura matura. Noi pretendiamo. Tutto e subito, appunto.
C’è però una radice più profonda, che affonda nel modo stesso in cui pensiamo. Daniel Kahneman, psicologo insignito del Nobel per l’economia nel 2002, l’ha messa a nudo in Pensieri lenti e veloci. Nella nostra mente convivono due sistemi. Il primo «opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario»: intuisce, associa, reagisce. Il secondo è lento e faticoso: calcola, verifica, dubita. Il primo è riflesso. Il secondo è giudizio. Il guaio – mostra Kahneman con decenni di esperimenti – è che il secondo è pigro: preferisce avallare le risposte del primo piuttosto che mettersi al lavoro. Così gran parte delle nostre scelte, anche quelle che crediamo ponderate, nasce dalla fretta travestita da ragione. Ora, si osservi il punto decisivo. Un’intera civiltà si è organizzata per nutrire il pensiero veloce e addormentare quello lento. Il marketing parla al primo sistema. La comunicazione politica pure. Lo schermo che teniamo in mano è progettato per catturarlo, stimolarlo, premiarlo. Abbiamo costruito un mondo a misura dell’impulso e dell’istinto. E poi ci stupiamo che impulso e istinto lo governino.

L’economia ne è il laboratorio più evidente. La tirannia della trimestrale e la bulimia del profitto hanno preso il posto della pazienza del seminatore. Si cresce per accumulo, non per maturazione. Si estrae invece di coltivare. Si acquisisce invece di generare. Ne è nato un modello di sviluppo estrattivo, incrementale, acquisitivo: misura il valore in base al ritorno immediato e scarica sul futuro il costo del presente. Mark Carney, allora governatore della Banca d’Inghilterra, lo chiamò nel 2015 la «tragedia dell’orizzonte»: gli effetti più gravi delle nostre scelte cadono oltre l’orizzonte temporale di chi le compie. Chi decide non paga. Chi paga non ha deciso. È un tradimento. Della terra, certo. Ma prima ancora della dignità dell’uomo, ridotto a ingranaggio di un ciclo che non gli chiede di essere, ma solo di produrre e consumare. Possibilmente in fretta. L’uomo diventa mezzo. Il tempo diventa merce. Il futuro diventa discarica. Il patto intergenerazionale si rompe. L’alleanza tra vita e verità si frantuma.
I progressi esponenziali della tecnica digitale hanno peggiorato la situazione. La febbre si è fatta sistema e prassi. Oggi l’attenzione è la merce più contesa del pianeta, e con essa si contraggono i due spazi che la fretta non tollera: la riflessione e la relazione. La riflessione, perché pensare richiede sosta e la sosta è diventata un costo. La relazione, perché l’altro richiede tempo e il tempo è diventato un lusso. Siamo connessi con tutti e presenti a nessuno. Informati di tutto, sapienti di nulla. Hartmut Rosa giunge a una conclusione che dovrebbe inquietarci: nelle società secolarizzate l’accelerazione funziona come un equivalente della promessa di vita eterna. Chi non crede più nell’eternità tenta di stipare più vita nel tempo che gli resta. Più cose. Più esperienze. Più in fretta. Come se la velocità potesse riscattare la finitezza. E ora l’intelligenza artificiale promette di accelerare perfino il pensiero, di consegnarci risposte prima ancora che abbiamo imparato a formulare le domande. Il rischio è evidente: diventare più rapidi e meno sapienti. Più efficienti e meno umani. Più larghi, ma meno profondi.
Gli antichi lo sapevano. Augusto – racconta Svetonio – amava ripetere in greco: «Affrettati lentamente». Festina lente. Ma sono i Padri a scendere fino alla radice. Tertulliano scrisse un trattato sulla pazienza confessando, con disarmante franchezza, di non possederla: miserrimus ego, semper aeger caloribus impatientiae, sempre malato delle febbri dell’impazienza. Eppure, proprio lui pronuncia una sentenza vertiginosa: omne peccatum impatientiae adscribendum. Agostino completa il quadro: patientia comes est sapientiae, non famula concupiscentiae. La pazienza è compagna della sapienza, non serva della brama. Ogni peccato va ricondotto all’impazienza. Se ne può scorgere l’ombra fin nella caduta delle origini: il frutto colto prima del tempo, afferrato invece che ricevuto. Se ne rintraccia il segno nella storia di Israele, che si fabbricò il vitello d’oro perché non seppe sopportare l’indugio di Mosè sul monte. L’idolo nasce dalla fretta. Sempre. Eppure, il popolo di Israele aveva visto i prodigi del suo Dio. La fretta cancella la memoria.

Eccoci allora al cuore. Dal mio punto di vista. La velocità che si fa fretta non nasce dalla tecnica. Non nasce dal mercato. Non nasce nemmeno dalla psicologia. Nasce da una cosa sola: dall’assenza di fede. La fretta, l’ansia di avere e di possedere, è propria dei disperati, di chi ha perso la speranza che è certezza nella fede. Chi non crede che Dio operi nella storia deve fare tutto da sé. E deve farlo subito, perché il tempo è poco e nessuno gli garantisce il domani. La fretta è l’ateismo pratico del nostro tempo. E la mancanza di fede ci rende disobbedienti, agitati, confusi. Disobbedienti, perché chi non attende Dio si costruisce strade proprie. Agitati, perché chi porta da solo il peso del futuro non trova pace. Confusi, perché chi corre non vede.
Succede nelle imprese. Tutti vogliono subito i profitti, e dimenticano la vocazione. Perché ogni impresa ne ha una: generale, servire l’uomo e il bene comune generando valore vero; e talvolta particolare, perché alcune imprese nascono per una missione precisa, affidata a loro e a nessun altro. Quando il rendimento del prossimo trimestre o la massimizzazione dei dividendi e dei guadagni dei soci diventano l’unico orizzonte, la vocazione soffoca. L’impresa può anche macinare utili per qualche stagione. Ma smarrisce l’anima. E un’impresa senza anima è soltanto un meccanismo che attende di guastarsi. Il Vangelo lo aveva detto: le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola, «e questa rimane senza frutto» (Mc 4,19).
Succede nella politica. Si cerca di capitalizzare il consenso nel breve termine e i frutti non arrivano mai. È la massima che molti attribuiscono a De Gasperi, ma che il predicatore americano James Freeman Clarke aveva già formulato nell’Ottocento: il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alla prossima generazione. Il consenso rapido è un prestito a usura: si incassa oggi, si restituisce domani con gli interessi, e a pagare sono sempre gli altri. Lo statista accetta di essere impopolare oggi per essere giusto domani. Semina alberi alla cui ombra non siederà.

Succede nella formazione. Si studia non per sapere, ma per superare l’esame. Seneca lo lamentava già con Lucilio: non vitae, sed scholae discimus. Non impariamo per la vita, ma per la scuola. I secoli hanno poi rovesciato la frase in un motto edificante. La realtà, invece, è rimasta quella di Seneca. Si ottiene il voto, si accumulano titoli, ma si perde il sapere. Chi ha imparato soltanto a superare gli esami resta disarmato davanti alle prove vere della vita.
Succede nelle relazioni. Tutto è subito. Subito l’intimità, subito la rottura. Si consumano persone come si consumano notizie: basta un gesto del pollice e l’altro scompare. Aristotele osservava che i giovani diventano amici rapidamente e rapidamente cessano di esserlo, perché inseguono il piacere e il piacere muta in fretta. E ricordava un antico proverbio: non ci si conosce davvero prima di aver consumato insieme la quantità di sale che esso prescrive. Il sale. Cioè il tempo. Cioè la fedeltà.
Succede sempre. In ogni ambito in cui l’uomo pretende di sostituire la propria impazienza alla pazienza di Dio.

La Sacra Scrittura, invece, dice altro. Nella Vulgata, Isaia consegna una parola che è già una sentenza: qui crediderit, non festinet (Is 28,16). Chi crede non ha fretta. E poco prima aveva pronunciato un «guai» contro coloro che, sfidando il Signore, dicono: festinet et cito veniat opus eius, ut videamus (Is 5,19). Si affretti, venga presto la sua opera, perché possiamo vederla. Il tutto e subito ha radici antiche. È la pretesa di piegare Dio al nostro orologio. Abramo, per avere un figlio, un solo figlio, dovette vivere ben venticinque anni di attesa nella fede, nella speranza contro ogni speranza. Venticinque anni. Non venticinque giorni. «Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso» (Eb 6,15). E tra la promessa della benedizione e la venuta di Cristo Gesù passarono circa mille e ottocento anni. Dio non ha fretta, perché abita l’eternità. Il chiamato conosce il fine legato alla sua persona man mano che la sua obbedienza diviene storia. Non conosce però il fine che si compie oltre la sua storia personale. L’obbedienza la mette il chiamato. I frutti li dona il Signore. Tra l’obbedienza e il dono la distanza è infinita. Io non so, noi non sappiamo, Dio sa. Io obbedisco, noi obbediamo, Dio produce. Senza obbedienza, Dio non può produrre. E dalla disobbedienza mai potrà nascere la vita. La fede è la virtù del tempo abitato. Non è attesa passiva. È fiducia operosa nell’obbedienza alla chiamata e alla vocazione particolare: fare tutto ciò che ci è chiesto e lasciare a Dio ciò che non ci appartiene. Tutto è dalla fede, e la fede è obbedienza.
C’è un capitolo del Vangelo di Marco che è un intero trattato sulla fretta. Il quarto. Si apre con il seminatore. Una parte del seme cade sul terreno sassoso e «subito germogliò perché il terreno non era profondo» (Mc 4,5), ma al primo sole, non avendo radici, secca. È il sì dell’entusiasmo immediato: accoglie la Parola con gioia e alla prima tribolazione, dice il testo, subito viene meno. Prosegue con il seme che cresce da solo: dorma o vegli il contadino, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. «Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,27). In mezzo, il granello di senape: il più piccolo di tutti i semi, che diventa più grande di tutte le piante dell’orto. Ma non in una notte. Si chiude con la tempesta. Nel Vangelo del seminatore c’è un solo «subito» legittimo: quello della falce, quando il frutto è maturo. Ma è il subito di Dio. Non il nostro.
Ecco lo scarto incommensurabile. Da una parte il piccolo frutto a breve termine che ciascuno di noi può desiderare e perfino afferrare, ma con esiti effimeri. Dall’altra l’infinito frutto che Dio fa maturare nel lungo termine, con i suoi tempi, se noi ci manteniamo obbedienti nella fede. Il trenta, il sessanta, il cento per uno. E oltre. Perché quando un uomo dona sé stesso al Padre, il Padre risponde a questo dono di amore donando tutto sé stesso all’uomo. E ogni sì, unito a un altro sì, riceve in dono infiniti altri sì. Nella fede che si fa obbedienza, i frutti arriveranno con certezza. E saranno moltiplicati all’infinito dall’infinita onnipotenza di Dio.

Lo dico per esperienza diretta. L’opera di Dio è sempre minacciata da chi si lascia tentare dall’ansia del tutto e subito, dell’avere e non dell’essere. C’è chi dice no a una prospettiva di fede, fin dal principio. C’è chi dice un sì superficiale, detto con la bocca ma non con il cuore, che crolla alla prima prova. E c’è chi dice sì e poi, rosicchiato dal tarlo dell’impazienza, trasforma quel sì di luce in un no di tenebra: sceglie strade proprie, convince altri a percorrerle, trascina con sé chi si fidava, fino a far morire l’opera stessa. Costoro pretendono i frutti a qualsiasi costo. E li pretendono con ogni falsa scienza, con ogni superbia, con ogni agitazione, confondendo e confondendosi, illudendo e illudendosi. Nel farlo, distruggono l’albero. E nel distruggere l’albero finiscono per distruggere sé stessi. Vogliono tutto e finiscono col perdere tutto. Perché senza fede ogni sì dato a Dio muore. L’ho visto in passato, in una storia particolare e di grande grazia nata da una chiamata d’amore che esigeva una risposta d’amore. Lo vedo ancora oggi in un’altra storia particolare e di grande grazia nata da una risposta d’amore all’iniziale chiamata d’amore, che esige, però, altre risposte d’amore. Sono certo che lo vedrò anche domani.
Si può fare qualcosa per custodire la storia nella verità? Sì: restare fermi e saldi nella fede. Contro tutto e contro tutti. Stat crux dum volvitur orbis: la croce sta, mentre il mondo gira. È il motto dei Certosini, uomini del silenzio e dell’attesa, che da quasi mille anni custodiscono la loro regola senza inseguire le mode del mondo. Il mondo ruota vorticosamente, rincorre sé stesso, cambia volto a ogni stagione. La croce no. La verità no. La fede no. Sta. Non corre. Non insegue. Non si adegua. Non vacilla. Attende e salva. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vede l’opera di Dio compiersi per vie sempre nuove e inimmaginabili. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vedrà il suo sì produrre frutti.
Non sappiamo quando.
Non sappiamo come.
Questo appartiene al mistero di Dio.
Ma siamo certi che li produrrà.
Li sta già producendo.
A noi è chiesto soltanto di non agitarci se il mare sembra in tempesta. Torniamo al quarto capitolo di Marco. Le onde si rovesciano nella barca. Gesù dorme a poppa, sul cuscino. I discepoli lo svegliano gridando: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Egli si desta, minaccia il vento, dice al mare: «Taci, calmati!» (Mc 4,39). E poi la domanda che attraversa i secoli: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). La paura è figlia della fretta. La fretta è figlia della sfiducia. Alla fine, i discepoli si chiedono chi sia costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono. Il mare obbedisce. Il vento e le onde riconoscono la voce del Creatore; l’uomo, che ne porta l’immagine, è l’unico capace di dubitarne. Tocca a noi. La tempesta non è il segno dell’assenza di Dio. La tempesta serve soltanto a manifestarne una gloria ancora più grande. Come di fronte a Lazzaro: non per la morte, ma per la gloria di Dio.
Ecco allora il proposito dell’Armonauta. Non correre, ma radicarsi. Non estrarre, ma seminare. Non pretendere il frutto, ma custodire il seme. Restare sulla barca quando il vento urla, sapendo chi dorme a poppa. Restare sotto la croce quando il mondo gira. Restare sempre saldo nella fede e fedele alla chiamata originaria. Obbedire nella fede e lasciare a Dio il tempo, il modo, la misura. Perché il frutto che nasce dalla fretta muore con la fretta. Il frutto che nasce dalla fede attraversa i secoli. E si moltiplica. All’infinito.

Lettura e Vangelo del giorno 29 settembre 2026


Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Daniele
Dn 7,9-10.13-14

Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
Un fiume di fuoco scorreva
e usciva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 137 (138)

R. Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo. R.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. R.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore! R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,47-51

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Nelle cliniche indiane la millenaria pratica dell’Ayurveda unisce la cura di corpo e mente a terapie naturali con particolare riguardo per il benessere psicologico

Ayurveda, l’antica medicina dell’India scesa dall'Himalaya

Avvenire

Aduecento chilometri da New Delhi si aprono già le montagne dell’Himalaya. È una regione semitropicale, con la sua brava jungla (che è una parola indiana), tigri, scimmie, elefanti. Se si comincia a salire su per i tornanti si attraversano gole montane, acque impetuose e santuari di guru antichi e moderni. L’Uttarakhand, il nome dello stato indiano, vi attende con le sue numerose cliniche e centri di benessere, di well-being. Il benessere qui vale sia per i turisti occidentali che per gli indiani che cercano refrigerio e il ripulirsi dai fumi perniciosi delle megalopoli. Se vi inerpicate ancora, arrivate a vedere l’Everest e i suoi grandi fratelli e sorelle, le cime tempestose che dividono dalla Cina e dal Nepal. E raccogliete storie di asceti che hanno vissuto da queste parti in grotte e nevi cogliendo i frutti della moksha, della liberazione. Uno di questi, molto giovane, dal nome Bhole Baba Samaj (che è in realtà anche uno dei nomi di Shiva, la divinità qui più amata per avere sofferto e vissuto come noi) è apparso tra queste aspre valli negli anni ‘70 e vi ha fondato una clinica per venire in soccorso dei rustici abitanti. Dopo avere assolto al suo compito, infondendo serenità tutto intorno, è svanito, passando attraverso uno stato di mahasamadhi, dalla vita attingendo direttamente il Nirvana. Questo è il mondo degli yogi e dell’ascetismo himalayano che ha il suo luogo d’elezione nel monte Kailash (il testo classico è Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda, ma anche il bellissimo Nove Vite di William Darlymple).
Il lascito di Bhole Baba è stato raccolto da una équipe di medici ayurvedici da tutta l’india e oggi è un ospedale all’avanguardia che offre i suoi servizi alle popolazioni locale e agli “occidentali” che salgono fin qua. Cos’ è la medicina Ayurvedica? Come dice la stessa parola, è una costellazione della cura che ha origini ai tempi delle prime scritture hindù, i Veda. Si tratta di una pratica bimillenaria basata sull’esperienza, quindi nulla di esoterico: solamente lo studio degli equilibri e delle malattie e la regolazione con erbe e principi naturali – che per altro sono alla base di moltissima industria farmaceutica occidentale, l’India essendo una delle prime fornitrici in questo campo. A differenza della nostra medicina, che ha una storia piuttosto recente, l’empirismo dell’Ayurveda non ha mai avuto un prima e un dopo, ma affonda in una continuità di acquisizioni. Così racconta un grande psicoanalista e medico indiano, Sudir Kakar, in Sciamani, mistici e dottori che tratta della tradizione indiana nel campo della cura. Si dovrebbe parlare di olismo se non fosse un termine abusato. L’ Ayurveda, a cui Kakar dedica due lunghi capitoli nel suo libro, si occupa di corpo senza staccarlo dalla mente e lo fa con una complicatissima classificazione dei tipi umani, delle affezioni e dei principi vitali. Medicina ippocratea? Sì, se non fosse che tra i Greci e noi abbiamo messo una frattura di secoli. Qui la frattura non c’è mai stata ed è il motivo per cui l’Ayurveda offre le cure per tutte le malattie conosciute dalla nostra allopatia con in più dei rimedi che evitano la farmacopea chimica. Ed è il motivo del suo successo crescente tra “occidentali”. In cima ai monti, sulle nuvole, si viene accuditi, esaminati con analisi e tecniche simili a quelle di cui usufruiamo nei nostri ospedali ma con terapie che affondano in una concezione diversa dell’unità psico-fisica.
La chiave della cura è una disintossicazione generale del corpo e della mente, il panchakarma, che ripulisce, drena, libera attraverso massaggi, bagni di vapore, liquidi di varia natura e medicine e diete che agevolano l’espulsione di ristagni. A questo tipo di cura si affianca quella mirata che agisce con preparati naturali specifici. Questo complesso terapeutico, che va dalle gastriti alla oftalmica, al diabete alle malattie mentali, costituisce oggi nel mondo una rete di migliaia di cliniche. Con grande mia meraviglia il tutto è estremamente laico, l’idea di salute e benessere viene coniugata attraverso un attento ascolto del paziente e nessun misticismo a cui aderire. Le cure partono da una anamnesi dettagliata e vengono trattate con terapie prive di un “codice di adesione” spirituale. Ovviamente il tutto avviene dentro una cornice culturale indiana, ma non diversamente da quanto avviene dentro a un nostro ospedale del “Bambin Gesù”. La salute è un effetto di accordo tra visione del mondo, concezione del corpo e della mente. Qualcosa che a noi, abituati all’idea di scienza post-rinascimentale, di rottura tra il mondo alchemico e quello dell’empiria non è familiare. Eppure, il principio su cui si basa la medicina ayurvedica non è dissimile dal paradigma indiziario che Carlo Ginzburg ci ha spiegato essere alla base delle scienze sperimentali. La differenza è che l’ayurvedico si giova di due millenni di sperimentazione e di elaborazione – in testi, archivi e continua ricerca. Se mi ritrovo qui, tra le nuvole himalayane insieme a una nutrita folta di pazienti europei è perché, sperimentalmente, c’è un tipo di efficacia che, fosse anche solo per gli effetti detox generali, è abbastanza evidente. Si aggiunga a questo e alla serietà delle equipe mediche cha hanno una formazione che va dalla allopatia all’ayurvedico, il clima generale offerto da queste cliniche. Non si respira l’aria dei nostri ospedali, c’è una grande attenzione agli aspetti psicologici oltre che a quelli fisiologici, e questo si riflette nell’architettura generale del processo terapeutico. A cui si aggiunge il saluto offerto ogni mattina da centinaia di uccelli, folle di pini e rododendri, decine di allegre scimmie che ci circondano.

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Una domanda mi ha attraversato il cuore: ma io sono a posto? Sento il bisogno non tanto di avere tutto sotto controllo, ma di qualcuno che mi aiuti a fare esperienza del Vivente Risorto

Perfetta letizia il mio fallimento

Avvenire

Con voce calma, dolce e spaesata, il prete mi confida: “Io non me la sento di assolvere una persona che mi dice di essere convivente”. Non lo vedevo da moltissimo tempo; è un prete davvero buono e in lui non è possibile trovare nessun segno di durezza, ma mi sorprende che il discorso cada immediatamente lì: si sente che è qualcosa che gli pesa sul cuore. Non vuole passare per cattivo, non lo è, ma non vuole neanche che tutto il mondo su cui ha costruito la sua lunga vita da prete crolli. Anni fa avrei cominciato a difendere una posizione di accoglienza intransigente e radicale. Oggi rimango sospeso: mi concentro soprattutto sul suo disagio, non voglio iniziare nessuna guerra di posizione ideologica. Mi lascio interrogare dal suo smarrimento. E solo alla fine parlo.
Pochi giorni fa intercetto un’amica. Anche qui, lo sento, è un problema che le sta a cuore, che la fa soffrire: inizia a elencare l’incapacità della Chiesa di essere al passo con i tempi, dice che Gesù ha accolto tutti e che nessuno deve giudicare la sua vita affettiva, e che è vergognoso che preti (e pronuncia la parola facendomi capire che non è categoria da potersi permettere prediche moralistiche) non accettino la sua scelta affettiva. Anche qui, memore di antiche battaglie catechistiche, scelgo di concentrarmi solo sul suo disagio. Ascolto. E solo alla fine parlo.
Pensandoci adesso, mi accorgo che in questi miei vent’anni di prete non ho mai preso, su temi morali, una posizione netta. Alla fine cercavo sempre di mostrare agli uni le ragioni dell’altro. Senza chiaramente arrivare a conclusioni. Senza contrapposizioni insanabili. Senza mai perdere la faccia. Ma non era solo pavidità la mia, era davvero qualcos’altro. Che non sapevo immediatamente definire.
Vi scongiuro, adesso, di non scrivermi mail prendendo le parti dell’uno o dell’altro: non è su questo che vorrei parlare qui. Davvero, non sto difendendo nessuno. Solo, con voi, vorrei provare a raccogliere dal gemito delle nostre città la richiesta che ci portiamo dentro di essere “a posto”. A posto e accolti come preti. A posto e accolti come fedeli. A posto e accettati per quel che siamo. Questo mi ha colpito molto. E una domanda mi ha attraversato il cuore: ma io sono a posto? 
A posto, per me, nel mio sogno di gioventù, era essere un prete di parrocchia amato e riconosciuto. Ho fatto di tutto per essere apprezzato dai superiori, dai parrocchiani, dai vicini e dai lontani. Sognavo serate di convivialità con i miei adolescenti che, cresciuti, mi avrebbero portato i loro bambini da conoscere. Sognavo programmi pastorali avveniristici e comunità parrocchiali così rivoluzionarie da diventare un faro per la nuova evangelizzazione. Io sognavo di essere a posto. E riconosciuto. Di tutto questo non si è avverato niente, per fortuna.
Vi scongiuro, non scrivetemi che non è la stessa cosa, che la mia vita non è nemmeno paragonabile a quella di chi è escluso dal ricevere la comunione. Lo so, e non è questo il centro di questa riflessione. Solo, mi ha fatto interrogare la distanza tra il sogno di essere a posto e la vita che viviamo che, alla fine, spesso ci sposta, ci rende fuori posto, ci impone di accettare il fallimento del non-controllo. E, vi assicuro, è doloroso anche pensare di aver fallito anni interi della propria vita.
Così decido di scendere in cappella e, davanti al Crocifisso, porto il mio amico prete, i miei amici arrabbiati e me stesso, con loro. I fuori posto. Sto davanti al Cristo inchiodato al legno di una croce e sorrido pensando che nemmeno lui è stato al suo posto. È morto fuori da Gerusalemme, e nemmeno il sepolcro è stato il suo luogo definitivo. Sorrido e penso che, alla fine, ed è quello che ho detto anche ai miei amici, io sento il bisogno non tanto di avere tutto sotto controllo, non tanto di essere a posto, ma di qualcuno che mi aiuti a fare esperienza del Vivente Risorto qui dove sono. Città alta è questo: quando nulla è controllato, io sono nelle sue mani. E, se per sentire questa sua prossimità serve attraversare il fallimento e l’essere rifiutati, allora io dico, lo dico davvero: perfetta letizia il mio fallimento. 

Dal Gargano alle Americhe,
la nuova “linea sacra” di san Michele

Dal Gargano alle Americhe,
la nuova “linea sacra” di san Michele

Avvenire

«La linea micaelica comincia in Paradiso: è lì che san Michele adora la Santissima Trinità». Padre Ladislao Suchy, sacerdote polacco della Congregazione di San Michele Arcangelo e rettore del santuario di Monte Sant’Angelo, risponde così quando gli si domanda dove inizi davvero quella direttrice ideale che congiunge sette celebri luoghi legati all’arcangelo: Skellig Michael in Irlanda, St Michael’s Mount in Cornovaglia, Mont-Saint-Michel in Normandia, la Sacra di San Michele all’imbocco della Val di Susa, Monte Sant’Angelo sul Gargano, il monastero dell’Arcangelo Michele di Panormitis, nell’isola greca di Simi, e il monastero Stella Maris sul Monte Carmelo, in Terra Santa. Secondo una tradizione popolare, la sacra linea rappresenterebbe il colpo di spada con cui l’arcangelo ricacciò Satana negli inferi. Un piccolo grande mistero, dal momento che la mappa parla da sé, eppure non si tratta di un itinerario attestato dalle fonti antiche e non vi sono prove che quei santuari siano stati edificati ricercando un simile allineamento.
La cosiddetta “linea sacra di san Michele”, che unisce sette luoghi di culto, dalla Terra Santa all’Irlanda
La cosiddetta “linea sacra di san Michele”, che unisce sette luoghi di culto, dalla Terra Santa all'Irlanda



La missione di san Michele, che la Chiesa festeggia oggi con gli arcangeli Gabriele e Raffaele, è descritta nella Scrittura. Il suo nome ebraico, Mi-ka-El , significa «Chi è come Dio?»: nessuna creatura può prendere il posto del Creatore. In Daniele è il «gran principe» che vigila sul popolo di Dio; la Lettera di Giuda lo mostra mentre contende con il diavolo per il corpo di Mosè; nell’Apocalisse guida gli angeli contro il drago, «il serpente antico», e lo precipita dal cielo. La tradizione cristiana lo ha perciò riconosciuto come protettore della Chiesa e condottiero delle schiere celesti.
Le prime grandi attestazioni del culto micaelico si svilupparono in Oriente. In Occidente il principale centro propulsore divenne la grotta del Gargano. Il Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano colloca alla fine del V secolo le apparizioni dell’Arcangelo a un vescovo di Siponto, in seguito identificato con Lorenzo Maiorano. Il santuario fu particolarmente caro ai Longobardi, che riconobbero in san Michele il proprio protettore e ne propagarono la venerazione. L’influenza del Gargano seguì le vie di pellegrinaggio dell’Europa medievale, lungo le quali sorsero nei secoli successivi altri grandi centri micaelici, fra cui la Sacra di San Michele. «In Italia la devozione è antichissima – osserva padre Suchy –. Nel passato, soprattutto nel Sud, era legata ai pellegrinaggi a piedi che partivano dai paesi e dalle città della Puglia, della Basilicata, della Campania e anche dell’Abruzzo». Le compagnie avanzavano lungo tratturi e sentieri con canti, croci e stendardi. Oggi quel mondo ha cambiato forma. «È mutato il tipo di culto». Sono diminuite le compagnie che percorrono integralmente la strada a piedi; automobili e pullman hanno abbreviato il viaggio. «Cambia la modalità del pellegrinaggio: magari i visitatori non aumentano come numero, ma aumenta la qualità. Oggi ancora di più la gente avverte quanto abbia bisogno del suo aiuto». La trasformazione non riguarda soltanto il Gargano. «Ci sono tanti altri Paesi dove la devozione si sta allargando e risvegliando – racconta padre Suchy –. Si riscopre e si ritorna a invocare colui che è stato sempre considerato il protettore della Chiesa. A partire dal Brasile».
Nel Paese verde-oro è infatti in corso una vera rinascita micaelica. La Quaresma de São Miguel Arcanjo , periodo penitenziale dal 15 agosto al 28 settembre, coinvolge moltitudini di fedeli. La pratica si richiama anche a san Francesco d’Assisi, che la osservava in preparazione alla festa dell’arcangelo: durante quella del 1224, ritiratosi alla Verna, ricevette le stimmate. Un ruolo centrale è svolto da Hesed, istituto di vita religiosa fondato a Fortaleza nel 1997 da suor Kelly Patrícia e suor Jane Madeleine, articolato in un ramo femminile e uno maschile. Nel marzo 2020, con le chiese chiuse per la pandemia, Hesed intensificò la propria presenza sul web, portando nelle case l’adorazione eucaristica e rendendo pubblica la devozione a san Michele, fino ad allora vissuta al proprio interno. Da quelle dirette nacque l’“Esercito di san Michele”, una vasta rete di fedeli uniti quotidianamente dal Rosario e altre pratiche di preghiera. Padre Suchy parla di circa 800mila aderenti; Hesed dichiara di avere superato il milione. Le religiose dell’istituto hanno inoltre trasmesso da Monte Sant’Angelo catechesi rivolte al Brasile, creando un ponte con il Gargano. Il legame non è soltanto virtuale. Una copia della statua venerata a Monte Sant’Angelo, benedetta sul Gargano, il 26 luglio 2025 ha iniziato da Santa Bárbara d’Oeste una peregrinatio attraverso il Brasile. La missione, promossa sempre da Hesed con il nome A Grande Reconquista , porta l’immagine nelle diocesi e accompagna la consacrazione delle comunità locali a san Michele. Nell’agosto scorso aveva già raggiunto 33 città di 16 Stati. A Montes Claros, nel Minas Gerais, l’arcivescovo José Carlos de Souza Campos ha affidato l’intera arcidiocesi a san Michele.
Hesed non esaurisce la rinascita brasiliana. Decisivo è anche Frei Gilson, sacerdote dei Carmelitani Messaggeri dello Spirito Santo e, per seguito digitale e capacità di mobilitazione, fra i predicatori più popolari del Paese. Durante la Quaresima di san Michele, ogni anno, guida dal lunedì al sabato, alle quattro del mattino, il Rosario davanti all’Eucaristia trasmesso online, superando spesso il milione di collegamenti simultanei. Alle dirette mattutine di Frei Gilson ha dato ulteriore risonanza Canção Nova, comunità carismatica fondata il 2 febbraio 1978 dal salesiano Jonas Abib e divenuta una delle maggiori realtà della nuova evangelizzazione in Brasile, con televisione, radio, internet ed editoria. Nel 2026 ha trasmesso sui propri canali i 40 dias com São Miguel Arcanjo guidati dal religioso, dal lunedì al sabato a partire dalle 3.50, affiancandovi un proprio itinerario quotidiano. Il cammino si è concluso dal 25 al 27 settembre, nella sede di Cachoeira Paulista, con l’ Acampamento São Miguel Arcanjo : tre giornate di predicazioni, preghiera, adorazione, musica e Messe. Alla diffusione della Quaresima di san Michele contribuisce anche padre Reginaldo Manzotti, sacerdote dell’arcidiocesi di Curitiba, predicatore, cantante e scrittore. Fondatore nel 2005 dell’Associação Evangelizar É Preciso, guida ogni giorno online un momento di preghiera dedicato a san Michele dall’enorme seguito.
Un polo micaelico sta sorgendo nel comune di São Miguel Arcanjo, circa 180 chilometri a ovest della città di San Paolo. Qui si tramanda il racconto di un’apparizione avvenuta durante la Rivoluzione costituzionalista del 1932. Il 29 settembre, mentre le truppe si preparavano allo scontro, un bagliore avrebbe rischiarato il cielo e un uomo avrebbe annunciato la cessazione dei combattimenti. Tornato in chiesa, un capitano avrebbe riconosciuto nell’immagine di san Michele colui che aveva portato l’annuncio. Nella stessa località è in costruzione la Gruta do Arcanjo , complesso di 30mila metri quadrati con un padiglione, una chiesa ispirata al santuario del Gargano e una statua di san Michele alta 69 metri, annunciata come la più alta al mondo. Nelle fondamenta sarà posta una pietra della grotta di Monte Sant’Angelo donata nel 2022. Il Brasile è l’epicentro di un fenomeno che si allarga al resto del continente. Dall’8 al 19 ottobre il Paraguay accoglierà la spada di san Michele venerata nella grotta del Gargano, che per la prima volta lascerà l’Italia. Il 9 ottobre, nella Cattedrale di Asunción, il cardinale Adalberto Martínez Flores presiederà la Messa e il solenne affidamento all’arcangelo dell’arcidiocesi e dell’intero popolo paraguaiano. La spada sarà poi portata a Caacupé, Villarrica e San Lorenzo, prima del congedo ad Asunción il 18 ottobre. La peregrinatio, accompagnata da padre Suchy e dal vicerettore del santuario, padre Marco Arciszewski, coinciderà con i cinquant’anni di presenza dei padri micaeliti nel Paese. Anche in Messico e in altri Paesi latinoamericani si moltiplicano le iniziative dedicate all’arcangelo.
Negli Stati Uniti e in Canada, invece, la Quaresima di san Michele ha trovato una propria via di diffusione grazie a Exodus 90, apostolato cattolico maschile nato nel 2013 da un programma ideato da padre Brian Doerr per i seminaristi del Mount St. Mary’s Seminary di Emmitsburg, nel Maryland. Esteso in seguito ai laici, propone un metodo fondato su preghiera, ascesi e fraternità, per aiutare gli uomini a liberarsi da dipendenze e distrazioni. All’interno di questo percorso Exodus 90 ha rilanciato la St. Michael’s Lent : per quaranta giorni piccole fraternità di uomini si impegnano nella preghiera quotidiana, nel digiuno, nella sobrietà digitale e in incontri settimanali di verifica. Il programma prevede anche una veglia di un’ora alle due del venerdì mattina. La Quaresima micaelica diventa così una scuola di libertà dagli “idoli” contemporanei. Una cassa di risonanza ancora più vasta è Hallow, applicazione statunitense di preghiera cattolica lanciata nel 2018 e scaricata oltre 30 milioni di volte. Ha trasformato la Quaresima di san Michele in un itinerario digitale proposto in inglese, portoghese, spagnolo, polacco, francese, italiano e tedesco, adattandolo ai diversi Paesi attraverso il contributo di sacerdoti, artisti e testimonial. La presenza di san Michele si sta manifestando insomma in forme nuove e inattese. Dal Gargano alle Americhe e ritorno, una nuova “linea” sembra unire quanti invocano l’arcangelo guerriero come speciale aiuto nella lotta quotidiana contro Satana e il male, facendo risuonare la domanda racchiusa nel suo nome: «Chi è come Dio?».

Lettura e Vangelo del giorno 28 settembre 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro di Giobbe
Gb 1,6-22

Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui». Satana si ritirò dalla presenza del Signore.
Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi. I Sabèi hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldèi hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 16 (17)

R. Tendi a me l’orecchio, Signore, ascolta le mie parole.
Oppure:
R. Ascolta, Signore, sii attento al mio grido.

Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno. R.

Dal tuo volto venga per me il giudizio,
i tuoi occhi vedano la giustizia.
Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte,
provami al fuoco: non troverai malizia. R.

Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole,
mostrami i prodigi della tua misericordia,
tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,46-50

In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».