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«Sto bene»: 8 donne su 10 rispondono così anche quando non è vero

«Sto bene»: 8 donne su 10 rispondono così anche quando non è vero

Avvenire

Sei al lavoro e hai deciso di prenderti una pausa con dei colleghi. Davanti alle macchinette o al bancone di un bar arriva quella domanda alla quale di solito rispondi in automatico: «Come stai?», «Bene». Questa volta, però, l’automatismo si spezza per qualche millesimo di secondo. Vorresti dire altro, ma il timore di pesare sugli altri, di non trovare comprensione, l’idea di dover affrontare tutto da soli e di non doversi mai mostrare vulnerabili o apparire negativi prevale, e dalla tua bocca esce il solito «Sto bene». Un sorriso veloce e la conversazione prosegue come se niente fosse. Tutti sperimentiamo queste lotte interiori, ma le donne sono più esposte: una su tre ha provato ansia o depressione nel corso della vita, il doppio rispetto agli uomini. È a partire da questa consapevolezza che Lancôme – l’azienda di cosmetici francese – ha deciso di lanciare “I’m Fine”, un programma sviluppato in collaborazione con l’organizzazione non-profit per la salute mentale Anxiety and Depression Association of America (Adaa), con l’obiettivo di incoraggiare tutte le donne a prendersi cura del proprio benessere mentale e riconoscere i primi segnali di ansia e depressione.
«Noi, come brand, sappiamo che la bellezza non è tanto come appariamo, ma molto spesso è come ci sentiamo. Ovviamente non ci mettiamo in una posizione né di diagnosi né di cura, ma possiamo creare un movimento per spingere le donne a riconoscere i primi segnali del malessere», ha spiegato a Milano Letizia Galeotti, general manager di Lancôme Italia, al lancio del progetto che si articola principalmente in una campagna di sensibilizzazione attraverso le sue ambassador più iconiche (Demi Moore, Christy Turlington, Zoe Saldaña e Vanessa Kirby) per superare lo stigma della salute mentale, e nell’offerta di strumenti di prevenzione. «Oltre a interpellare esperti, prima di intraprendere questo percorso abbiamo condotto un sondaggio in collaborazione con Ipsos, che ha intervistato quattromila donne tra Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Cina per capire come stanno davvero e cosa le frena quando si tratta di questi argomenti – continua la manager –. L’80% delle donne ammette di dire “Sto bene” quando in realtà non è così e il 72% afferma di rimpiangere di aver nascosto come si sentiva davvero. È un tabù molto più radicato di altri, tanto che più di sei donne su 10 confessano di avere difficoltà nel parlare del proprio benessere mentale più di quanto accada per altri temi legati alla salute femminile, come la fertilità o la menopausa». Le iniziative lanciate dal marchio di bellezza per abbattere il tabù prevedono innanzitutto la diffusione di una piattaforma dedicata – imfine.com – pensata per accompagnare le donne lungo un percorso di autoconsapevolezza attraverso l’accesso gratuito a strumenti di autovalutazione validati, come il GAD-7 (per l’ansia) e il PHQ-8 (per la depressione), che aiutano a identificare precocemente i segnali di rischio e a favorire un intervento tempestivo. In base ai risultati, le donne vengono guidate verso contenuti personalizzati sviluppati con esperti e alle reti di supporto locali.
Tra queste organizzazioni non-profit – che contribuiranno ad amplificare il messaggio della campagna e a incoraggiare le donne a effettuare l’autovalutazione – nel nostro Paese è coinvolta Telefono Amico Italia, che offre supporto emotivo gratuito 24 ore su 24. «Al nostro numero, solo nel 2025, abbiamo ricevuto 20 richieste di aiuto ogni ora – racconta Cristina Rigon, presidente di Telefono Amico Italia –, siamo stati contattati più di 100mila volte. Il dato che dà una misura del bisogno è che ci sono altrettante chiamate che non riusciamo a intercettare, pur avendo 800 volontari che rispondono al telefono. Il 57% delle persone che ci contattano è donna e dopo il Covid la presenza femminile è aumentata».
Un volontario di Telefono Amico Italia in servizio
Un volontario di Telefono Amico Italia in servizio
La partnership con Lancôme, ci spiega la presidente, nasce dunque proprio dalla necessità di continuare a promuovere una cultura fondata sull’ascolto e sulla vicinanza: «Se ci si rompe una gamba possono saperlo tutti, se invece si sta passando un momento di difficoltà si fa fatica a esprimerlo. Ma il malessere mentale non è di serie B. Il disagio psicologico è in grande crescita e se sottovalutato può degenerare in patologie come la depressione. Il fatto di avere dei volti noti che parlano di quando qualcosa non va bene anche nelle loro vite, le ambassador del brand, aiuterà a fare un passo ulteriore verso la normalizzazione del tema». Un intento che, attraverso questa collaborazione, l’organizzazione svilupperà anche in altre attività ed eventi mirati in tutta Italia fino al 2027 compreso, sempre nel segno della prevenzione e della consapevolezza diffusa.

Floriana e gli altri, più forti della dislessia. «Bocciata in seconda elementare, ora ho 21 brevetti»

Floriana e gli altri, più forti della dislessia. «Bocciata in seconda elementare, ora ho 21 brevetti»

Avvenire

Maria ha imparato a «leggere con le orecchie» perché è una bambina dislessica. A 9 anni ha saputo di essere anche disortografica e discalculica, ma non ne ha fatto un dramma. «La dislessia è la mia caratteristica più bella», racconta con tutta la dolcezza del mondo. E si sente che è convinta, perché subito dopo aggiunge: «Se non avessi tutte queste caratteristiche, non sarei la bimba che sono ora». Maria è una delle tantissime voci raccolte dall’Associazione italiana dislessia (Aid), che per la Giornata Mondiale di sensibilizzazione sul tema, che cade oggi, ha organizzato una maratona audio di 24 ore sui propri canali social. Una sequenza ininterrotta di racconti provenienti da tutta Italia, registrati da persone con Dsa (Disturbi specifici dell’apprendimento) e dalle loro famiglie.
«All’inizio non sapevo di avere tutte queste caratteristiche. Pensavo di avere dei problemi, ma non me li spiegavo», continua a raccontare Maria. A cui piace «leggere tanti libri, ballare e studiare la matematica».
«Nel frattempo ho dovuto cambiare classe perché le maestre non avevano capito la bambina preziosa che sono», aggiunge. Soltanto in seconda elementare, Maria ha avuto la diagnosi e ha trovato «le maestre del mio cuore che mi hanno aiutato a superare queste difficoltà».
A scuola utilizza «uno strumento potentissimo, il tablet. Lo uso per studiare le materie che mi piacciono e per leggere con le orecchie grazie agli audiolibri e non spreco tanta benzina e non ci metto tante ore come succedeva l’anno scorso. Questo mi permette di dedicarmi anche un po’ alle cose che mi fanno stare bene come la danza e stare anche un po’ con mia sorella per giocare insieme», aggiunge Maria. Che è «fiera di portare i miei occhialetti blu come portachiavi del mio astuccio» e vorrebbe dire «a tutti i bambini che si trovano nella mia situazione che la dislessia non è un problema, ma è una caratteristica che ti fa volare alto».
Non sempre, però, seguendo un percorso lineare e non senza cadute. È successo a Floriana Filomena Ferrara, bocciata in seconda elementare e oggi Master Inventor Ibm con 21 brevetti nel digitale. «Oltre a bocciarmi, quel maestro mi disse che ero una bambina poco intelligente e che non sarei andata oltre la quinta elementare», racconta Ferrara. La svolta avviene dopo, quando Floriana incontra un altro insegnante, che le dice: «I tuoi occhi brillano. Vedo una bella testolina dietro a quegli occhi. Ti farò tornare il sorriso». Per questa ragazzina è la svolta, sia a scuola che, anni dopo, sul lavoro. «Quando ero piccola ero dispiaciuta di essere dislessica – aggiunge Ferrara –. Ora sono sicura che, se non fossi stata dislessica, non sarei la donna e la professionista che sono».
Davide Perino è ricorso alla “magia” per superare l’ostacolo della dislessia. Da quando aveva 5 anni fa il doppiatore, mestiere che la sua famiglia porta avanti da quattro generazioni. «Come quando ero piccolo – racconta – ancora oggi seguo il copione col dito, faccio dei piccoli segni che mi aiutano a seguire il testo, delle freccette, delle parentesi rovesciate. È la mia magia, il mio segreto fino ad oggi», aggiunge Perino. Che si è diplomato a 24 anni, quando i suoi amici si laureavano. «Ma ce l’ho fatta», esulta. Lanciando un avviso ai tanti bambini e ragazzi che si trovano nella sua condizione di allora: «Chiedi anche tu il copione, non ti devi massacrare».
Giacomo Cutrera, invece, ha potuto dare un nome alle proprie fatiche soltanto alle superiori. A 14 anni ha saputo di essere dislessico e ha potuto finalmente ottenere di essere giudicato «con la bilancia tarata al punto giusto». Fino ad allora, il suo percorso scolastico era stato caratterizzato da giudizi falsati dal mancato riconoscimento della sua condizione di studente con Dsa.
«Era come se ci fosse tra quello che io sapevo e la valutazione che ottenevo una sorta di filtro e di conseguenza i miei voti venivano pesantemente abbattuti da questa cosa», ricorda Giacomo.
Anche alle superiori, pur in presenza di una diagnosi d dislessia «il problema di fondo è che avevo davanti delle persone che comunque consideravano il darmi del tempo in più o darmi degli strumenti compensativi come una sorta di favore – prosegue Cutrera –. Mi guardavano con un certo sospetto e ho dovuto parlare con ogni singolo professore cercando di spiegare loro come funzionava davvero la dislessia». Alla fine hanno capito che «tener conto degli strumenti compensativi non è un favore, non è un regalo, è semplicemente il modo corretto di valutare».
Essere dislessici non rende necessariamente migliori o peggiori degli altri. «La dislessia è solo un altro modo di vedere il mondo, non necessariamente migliore, non peggiore, semplicemente diverso e merita di essere conosciuto tutto intero», sintetizza Luca Grandi, direttore di Aid e a sua volta dislessico. «Essere dislessici non rende più creativi, più intelligenti o più brillanti per definizione, ma credo che ci autorizzi a porci una domanda diversa: non soltanto che cosa non riesce a fare questa persona come gli altri, ma anche come funziona questa persona, dove investe le sue risorse, quali strategie ha sviluppato, quali abilità sono cresciute proprio perché altre strade erano meno immediate», sintetizza Grandi.
«La dislessia – conclude il direttore di Aid – può comportare fatica, a volte molta fatica, può lasciare segni, soprattutto quando viene riconosciuta tardi o quando intorno a noi troviamo persone che scambiano una difficoltà per una mancanza di capacità, ma può anche costringerci a conoscerci meglio, a capire come impariamo, a inventare strategie, a smettere, prima o poi, di inseguire il modo degli altri e a trovare il nostro».
Anche Silvia Lanzafame, ex-presidente dell’Aid, ha scoperto tardi di essere dislessica. «Ho avuto la diagnosi a 19 anni», racconta. «E lì ho preso coscienza di me. Ho compreso che per tanti anni mi ero sentita veramente incapace, fuori luogo, pensando che non sarei mai riuscita a fare le cose come gli altri».
Da quel momento, invece, Silvia capisce che «era la mia mente il mio nemico e dovevo trovare una strategia per fare in modo che questa non mi facesse troppo spesso lo sgambetto. Lì è stato il momento in cui mi sono conosciuta ho capito chi ero».
Soprattutto, ha capito di non essere lei il problema. «Ognuno può essere una grande risorsa – aggiunge l’ex-presidente di Aid –. Ma è necessario riuscire a capirsi a vedere le proprie sfaccettature e cercare di non vedere sempre il negativo che tante volte purtroppo gli altri ci portano a vedere. La speranza è quella di trovare persone nel mondo della scuola, in famiglia, ma anche nel mondo del lavoro, nelle varie sfaccettature di crescita, che ci aiutano a comprendere quali possono essere le nostre potenzialità. È davvero importante sapere chi siamo – conclude Lanzafame – per non camminare nel buio, generando ulteriore malessere».

«Più conoscenza per la piena inclusione»

«Per troppo tempo i Dsa sono stati raccontati soprattutto da chi li osservava dall’esterno: specialisti, insegnanti, istituzioni. Voci fondamentali che, però, non possono sostituirsi a quelle delle persone che questa esperienza la vivono ogni giorno». Questa la ragione che ha spinto l’Associazione italiana dislessia a promuovere “Dsa ad alta voce”, racconto collettivo delle fatiche, ma anche delle soddisfazioni, che le persone con Dsa incontrano ogni giorno. Una maratona di 24 ore che oggi, in occasione della Giornata mondiale, andrà in onda sul canale Youtube di Aid. «È importante ascoltare le storie e capire come ogni storia è una ricchezza di esperienza e soluzioni o, ancora, come questa storia poi si realizza nella vita di ognuno», spiega la presidente dell’Aid, Lucia Iacopini.
Lucia Iacopini, presidente dell’Aid
Lucia Iacopini, presidente dell'Aid
Quando si parla di Dsa e, in particolare, della dislessia, si fa quasi sempre riferimento esclusivamente all’ambito scolastico ai bambini, ai ragazzi, adolescenti e giovani. Però c’è anche il Dsa adulto. Che cosa vuol dire per una persona adulta con Dsa inserirsi nel mondo del lavoro dovendo far fronte a una difficoltà di questo tipo?
In generale l’adulto con Dsa che ha fatto tutto il percorso scolastico e ha raggiunto una buona consapevolezza, sceglie comunque un ambito lavorativo che impatta meno su quello che è il tipo di difficoltà che presenta. Un discalculico non andrà a fare il ragioniere, per esempio. Sempre che questa persona possa scegliere. In generale, c’è tutto un lavoro che noi come Associazione stiamo facendo da diversi anni con il mondo delle aziende. Abbiamo un comitato “Dsa e lavoro” che si occupa proprio di questo, sia dal punto di vista della ricerca che dal punto di vista della collaborazione con le imprese. Stiamo incontrando e collaborando con aziende anche molto grandi che vogliono capire come valorizzare le potenzialità dei loro dipendenti con questa caratteristica. Ci sono anche storie di successo, come quella di Andrea Delogu, che è una nostra testimonial. Persone che nel mondo del lavoro hanno avuto modo di esprimere al meglio le loro potenzialità.
In generale, il mondo del lavoro è pronto ad aprirsi alle persone con Dsa o ci sono ancora ostacoli da superare?
Tra le nostre help line ce n’è una dedicata al lavoro, che serve ad accogliere le richieste, ad accompagnare, a superare ostacoli, perché magari l’azienda non conosce questa caratteristica e, insieme alla non conoscenza, ci possono essere dei pregiudizi. Ma ci sono anche tante aziende che conoscono le potenzialità delle persone con Dsa e in alcuni ambienti vengono proprio cercate, perché hanno una visione di insieme, una grande creatività, una visione prospettica. Tutte potenzialità richieste dalle aziende.
Ci sono esempi positivi da raccontare e diffondere nei territori?
La settimana scorsa ho consegnato una targa a Tim, che ha rinnovato per il secondo anno il percorso dislessia friendly. È un’azienda attenta che vuole fare il meglio, però poi ci sono altre che fanno più fatica ed qui che dobbiamo lavorare di più.
Che cosa manca, allora?
Innanzitutto ci deve essere una maggiore conoscenza, perché quando le cose non si conoscono si fa fatica anche a circoscriverle e a identificarne potenzialità e limiti. Per cui, se io non conosco i Dsa e ho un’azienda, vedo che una persona si presenta con una certificazione, posso anche pensare che costituisca un limite. In questo caso c’è bisogno di maggiore conoscenza, di formazione e di affiancamento.
E di riconoscere che ciascuno possa portare il proprio contributo alla costruzione della società…
Certamente. Le persone con Dsa possono portare anche contributi notevoli, proprio per le loro caratteristiche positive, cioè per la loro grande creatività, una visione globale e l’empatia. Se ci pensiamo, queste sono anche le skill che vengono richieste nel mondo del lavoro, ma sono anche competenze di cittadinanza, competenze relazionali. In definitiva, la dislessia è un altro modo di vedere il mondo.

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Francia, un altro colpo milionario: rubato “L’Apocalypse”, il libro più prezioso del mondo (che pesa 210 kg)

Francia, un altro colpo milionario: rubato “L’Apocalypse”, il libro più prezioso del mondo (che pesa 210 kg)

Il Messaggero

Un altro furto clamoroso in Francia: ad essere stato rubato, questa volta, è “L’Apocalypse”, il libro d’arte da 210 chili, decorato con oro e pietre preziose, e con una spettacolare copertina disegnata da Salvador Dalí. Ovviamente, vale milioni di euro. L’opera, preziosissima, è sparita nella notte tra domenica 4 e lunedì 5 ottobre dal Centro d’arte contemporanea di Issoire, nel Puy-de-Dôme.
Il progetto titanico, firmato da maestri del Novecento, era nato alla fine degli anni Cinquanta per volontà dell’editore d’arte Joseph Forêt, che decise di trarre ispirazione dall’Apocalisse di San Giovanni. Si distingue per numeri e proporzioni fuori scala: completamente aperta raggiunge i 150 metri di lunghezza ed è composta da 150 grandi pergamene e circa 95mila lettere calligrafate a mano. Alla sua realizzazione hanno collaborato 25 laboratori artigiani, oltre a grandi maestri dell’arte e della pittura. Sono sette i pittori che hanno illustrato il testo con tre opere ciascuno: Salvador Dalí, Georges Mathieu, Bernard Buffet, Leonor Fini, Léonard Foujita, Pierre-Yves Trémois e Ossip Zadkine. Mentre sette scrittori, tra i quali Jean Cocteau, Emil Cioran ed Ernst Jünger, hanno arricchito il volume con commenti e riflessioni. La parte più preziosa e spettacolare del volume è la copertina realizzata da Dalí. È fatta di bronzo, oro, pietre preziose e conchiglie. Da sola pesa circa 150 chili.
Dopo essere stata esposta in tutto il mondo a partire dal 1961, l’opera è passata dalla Svizzera al Giappone. Nel 2002 è arrivata nelle mani del collezionista Christian Karoutzos che, per evitare che il capolavoro venisse smembrato e venduto all’asta, aveva deciso di acquistarlo: «L’ho comprata d’istinto. Ho impiegato dieci anni a pagarla, lavorando sette giorni su sette», ha raccontato lo scorso agosto a Le Parisien. Quest’estate, Karoutzos ha deciso di esporre l’opera nel suo centro d’arte ad Issoire, dopo 24 anni. Un’occasione che i ladri non si sono lasciati sfuggire.

Sul caso la procura di Clermont-Ferrand ha aperto un’inchiesta, definendo l’opera una «eccezionale e unica». Lo sfogo del proprietario, intervistato dalla radio locale Ici Pays d’Auvergne, è durissimo: «È un’opera unica al mondo. Hanno assassinato il patrimonio francese, hanno assassinato la Francia».

Il colpo al Centro d’arte di Issoire si inserisce in una scia preoccupante di furti che negli ultimi mesi ha travolto i musei e le istituzioni culturali in Francia. Tra la fine del 2025 e il 2026, infatti, si conta una serie di colpi eclatanti: dal furto dei gioielli della Corona al Louvre fino alle incursioni al Musée Renoir di Cagnes-sur-Mer.

“Vi scanniamo come cinghiali”. Minaccia shock alla sindaca e all’assessora di Termini Imerese

Maria Terranova

La Repubblica

«Scannatele tutte come i cinghiali, tanto non vi possono fare niente». «Mandale in ospedale, comincia con Maria Terranova e Maria Concetta Buttà». Sono i messaggi comparsi sui social e rivolti alla sindaca di Termini Imerese, Maria Terranova, e alla assessora Maria Concetta Buttà, responsabile di un ampio settore che va dai servizi alla persona alle politiche sociali, dall’infanzia alle mense scolastiche, fino a pari opportunità, istruzione e sanità.

La prima cittadina del comune delle Terme ha scelto di rispondere pubblicamente, con un post asciutto e diretto: «Ho pensato a lungo se scrivere o meno. Ma non si può. Dire che due donne vanno scannate come cinghiali e mandate in ospedale non è politica. Non è dissenso. Non è libertà di espressione. È violenza». La sindaca denuncia un clima che, negli ultimi anni, ha trasformato gli amministratori locali in bersagli: «Sembra che, nel momento in cui scegli di assumere una responsabilità pubblica, tu debba accettare tutto: aggressioni, minacce, diffamazioni, odio riversato sui social. Come se il ruolo cancellasse la persona».

Terranova rivendica il diritto alla critica, ma traccia una linea netta: «Si può contestare una decisione, si può essere duri. Ma non ci si può sentire liberi di trasformare il dissenso in odio e l’odio in minaccia». E avverte: «Quando la minaccia viene normalizzata, il problema non riguarda più soltanto chi la riceve. Riguarda tutti».

La sindaca annuncia di aver denunciato l’autore dei messaggi: «A chi pensa di intimidirci voglio dire due cose: hai sbagliato persona. E sei stato denunciato». Poi la promessa: «Continueremo a lavorare per questa città con la stessa determinazione di sempre. Non ci fermeremo». L’episodio non è il primo all’indirizzo della sindaca Terranova in passato oggetto di altre aggressioni sui social.

Anci Sicilia, ‘solidarietà a sindaco e assessore di Termini Imerese dopo minacce’

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Ansa

L’Anci Sicilia esprime la piena solidarietà al sindaco di Termini Imerese, Maria Terranova e all’assessore Maria Concetta Buttà, per le gravissime minacce e gli insulti violenti ricevuti sui social network. “Sono parole ignobili che lasciano profondamente sgomenti. Purtroppo, ci troviamo a commentare l’ennesimo attacco mirato a chi, con dedizione, si spende ogni giorno per la propria comunità. Chi sceglie di amministrare un territorio non può e non deve diventare il bersaglio fisso di minacce e violenza verbale”, affermano il presidente Paolo Amenta e il segretario generale Mario Emanuele Alvano.
“A Maria Terranova e a Maria Concetta Buttà va il nostro totale sostegno: sappiamo che non si lasceranno intimidire da questi vili attacchi e che proseguiranno il loro mandato a testa alta, con la determinazione che le contraddistingue”.

Mistero peste in Siberia, viaggio nel lockdown di Putin: ospedali isolati e avvisi cancellati. «I colleghi della scienziata morta dormono a terra»

Peste Siberia, viaggio nel lockdown di Putin: ospedali isolati e avvisi di allarme cancellati. «I colleghi della scienziata morta dormono sui pavimenti»

Il Messaggero

Dormono sulle sedie e sul pavimento, perché i letti non ci sono. Sono più di sessanta i colleghi di Darya Shipilova rimasti chiusi nell’istituto di ricerca di Irkutsk, in Siberia, nonostante nessuno di loro sia risultato positivo alla peste. Un parente di una collega ha raccontato: «Hanno messo tutti in isolamento da venerdì. Più di 60 persone: entro sabato, nessun test era risultato positivo. E dormono lì, per terra, sulle sedie. Ovviamente non ci sono letti». Ai familiari è stato concesso soltanto di far passare pacchi di cibo attraverso il posto di blocco. A poche ore dalle prime notizie, il mistero del laboratorio della peste ha fatto il giro del mondo. Ospedali e centri medici sono stati isolati in un’area di circa 78 chilometri quadrati. La causa è la morte della tecnica di laboratorio, da cui sono scaturiti i timori di un’epidemia di peste polmonare.

Le ultime ore di Darya Shipilova
Shipilova aveva 28 anni e lavorava all’Istituto anti-peste di Irkutsk, che si occupa di Siberia e Estremo Oriente. Si sarebbe sentita male durante una spedizione sul campo con alcuni colleghi in Buriazia, vicino al confine orientale con la Mongolia. È stata ricoverata il 29 settembre e intubata, ed è morta due giorni dopo a Shelekhov, cittadina satellite di Irkutsk. Sulle cause circolano versioni diverse, come spesso accade in Russia. L’agenzia locale Lyudi Baikala riferisce che la donna avrebbe detto al personale medico di aver rotto per sbaglio una provetta contenente batteri vivi. Media russi e canali Telegram sostengono che l’incidente sia avvenuto il 25 settembre, nel laboratorio dell’istituto, e che lei abbia poi cercato di nasconderlo. Gli amici respingono con forza questa ipotesi: dicono che sapesse benissimo di dover cercare subito un trattamento antibiotico in caso di esposizione. Aveva lavorato di persona con la Yersinia pestis, il batterio responsabile della malattia. A marzo il suo nome compariva tra gli autori di uno studio sulla sensibilità agli antibiotici di ceppi prelevati nelle aree della Siberia dove la peste è presente in natura. La sua attività riguardava i batteri di regioni come l’Altai e di zone della Mongolia, oltre a esperimenti sulle risposte immunitarie all’infezione. Un’ex collega ha riferito che i familiari della giovane sono convinti che i medici l’abbiano trattata all’inizio come un caso grave di Covid, con la ventilazione artificiale, e che gli antibiotici siano arrivati troppo tardi.

Cinque ospedali in «modalità epidemia»
Il contagio avrebbe coinvolto circa 200 persone entrate in contatto con la ricercatrice, tutte sotto osservazione. Maxim Modin, sindaco del distretto di Shelekhov, ha parlato di un «insieme completo di misure antiepidemiche». Il reparto dove era stata curata la donna è stato messo in quarantena e diversi reparti hanno sospeso ricoveri e dimissioni.

Secondo Lyudi Baikala, fino a cinque strutture tra Irkutsk e dintorni sarebbero in modalità «epidemia», con centinaia tra medici, personale e pazienti a cui non è permesso uscire. Si parla degli ospedali clinici cittadini n. 1, n. 3 e n. 10. L’ospedale pediatrico Ivano-Matreninskaya sarebbe chiuso per una quarantena di tre settimane. I parenti di una donna che ha partorito in una maternità di Irkutsk hanno riferito alla testata che anche lì era stata imposta la quarantena. Una fonte del settore sanitario ha detto che i medici di Irkutsk «parlano apertamente della peste». Il condizionale, mai come in questo caso, è d’obbligo. I media indipendenti e quelli ufficiali danno versioni opposte, spesso difficilmente verificabili. I funzionari negano un blocco degli ospedali, ma un paziente del City Clinical Hospital n. 1 ha dichiarato: «Siamo in quarantena completa». Secondo il suo racconto, ai parenti non è stato permesso di entrare e ai ricoverati di uscire. Secondo alcune fonti, nella regione stanno scarseggiando i farmaci usati per curare la malattia, e i residenti, spaventati, si affollano nelle farmacie in cerca di scorte.

La versione di Mosca e i messaggi cancellati
L’agenzia sanitaria russa Rospotrebnadzor sostiene da domenica che non esista alcuna epidemia e definisce «stabile» la situazione a Irkutsk e a Shelekhov. Una commissione di esperti di biosicurezza non avrebbe trovato alcun incidente con microrganismi patogeni nell’istituto. Le analisi sui campioni della donna, aggiunge l’agenzia, non avrebbero rilevato microrganismi legati alla sua attività professionale. La morte viene attribuita a una «polmonite di eziologia sconosciuta». Il Cremlino ha commentato il caso attraverso il portavoce Dmitry Peskov, che oggi ha detto: «È meglio basarsi sulle dichiarazioni ufficiali di Rospotrebnadzor piuttosto che dare ascolto a varie voci e speculazioni». Ma i segnali di nervosismo non mancano, e alimentano i sospetti: il 3 ottobre l’amministrazione di Baikalsk, città della regione di Irkutsk, ha invitato su Telegram i residenti a non recarsi a Shelekhov, citando «informazioni non ufficiali riguardanti un caso confermato di peste». Secondo Lyudi Baikala, il messaggio, pubblicato alle 8:28 ora locale, è stato rimosso due ore dopo. Il canale televisivo nazionale REN TV ha cancellato cinque post sui social dedicati alla diffusione della peste a Shelekhov.

All’impianto di alluminio di Irkutsk (IrkAZ), a Shelekhov, il direttore Artem Fominykh ha imposto la mascherina ai dipendenti dal 2 ottobre «a causa della situazione attuale nella nostra regione». Sul suo canale Telegram aveva scritto: «Meglio prevenire che curare: prendete le dovute precauzioni». Il 4 ottobre ha poi corretto il tiro, spiegando che si trattava di una misura di routine contro le malattie respiratorie stagionali. Tra gli abitanti prevale la diffidenza. «Più ci rassicurano, più la situazione si fa spaventosa. Mentono solo per il gusto di mentire, automaticamente. È così da molto tempo».

Le contraddizioni
Dubbi anche sulle comunicazioni ufficiali, decisamente contraddittorie. Subito dopo la morte, la responsabile sanitaria statale russa Anna Popova è arrivata a Irkutsk ufficialmente per coordinare la risposta a una «infezione particolarmente pericolosa», senza rilasciare dichiarazioni pubbliche. Alexey Tsydenov, governatore della vicina Buriazia, aveva prima parlato di «la donna morta di peste», per poi correggersi e aggiungere il condizionale: «Potrebbe essere morta di peste».

Il governatore di Irkutsk, Igor Kobzev, il 2 ottobre, in una nota sulla riunione straordinaria della commissione regionale per l’igiene e la prevenzione delle epidemie, ha usato l’espressione «infezione particolarmente pericolosa». Il 4 ottobre ha parlato per la prima volta della morte, senza nominare la ricercatrice e indicandola solo come «dipendente dell’Istituto anti-peste di Irkutsk». E ha detto: «Nella regione sono in corso misure preventive sotto la stretta supervisione di Rospotrebnadzor. Nei campioni prelevati dal paziente non è stato rilevato alcun microrganismo collegato alle mansioni professionali del dipendente». Secondo il governatore, nell’istituto non si sono registrati casi di malattie infettive negli ultimi dieci giorni. Tutte le persone entrate in contatto con la donna, ha spiegato, sono state identificate, esaminate e poste sotto osservazione medica con esami di laboratorio quotidiani.

Al Moscow Times ha parlato Mikhail Favorov, epidemiologo russo, che esclude la storia della provetta rotta: «È ridicolo. Una persona che lavora presso l’Istituto per la lotta alla peste di Irkutsk indossa una tuta protettiva contro la peste». E ancora: «Se rompi una provetta, la probabilità di infezione è in realtà molto bassa. In breve, non ha importanza per il grande pubblico: crederanno alla storia della “provetta rotta”. È assolutamente agghiacciante. Non ci diranno cosa è successo veramente».

Morta di peste a 28 anni, rottura di una provetta in laboratorio in Siberia: 200 persone in quarantena

I controlli nei Paesi vicini
Le rassicurazioni di Mosca, però, non hanno convinto tutti. Il Kirghizistan ha ordinato controlli sanitari più severi a tutti i valichi: persone, veicoli e merci in ingresso sono sottoposte a una sorveglianza epidemiologica rafforzata. Il ministero della Salute di Bishkek ha spiegato che le misure sono state adottate «a seguito della segnalazione di un caso confermato di peste nella Federazione Russa», formula che contraddice la linea russa. Anche l’Uzbekistan ha annunciato misure per prevenire l’ingresso e la diffusione di infezioni altamente pericolose. Il ministero della Salute del Kazakistan, che condivide con la Russia un confine di circa 7.600 chilometri, ha dichiarato di seguire la situazione a Irkutsk e di aver introdotto «misure preventive», con controlli sanitari e di quarantena ai valichi. La Mongolia ha già alzato il livello di allerta nelle regioni di confine con la Russia. Il caso è arrivato anche a Washington. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, prima di partire per l’Islanda, ha detto: «I viaggi tra Stati Uniti e Russia sono ovviamente molto limitati, ma come per qualsiasi altra cosa, se una notizia del genere trapelasse, potrebbe diffondersi rapidamente. Quindi stiamo osservando e monitorando attentamente la situazione. Non credo ci sia motivo di allarmarsi, ma è un motivo per concentrarsi e per tenerla d’occhio. E lo stiamo facendo».

Proporre la fede oggi

di: Francesco Strazzari
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Veglia di preghiera dei giovani con papa Leone XIV (Parigi, 25 settembre 2026 – foto Vatican Media).

Era il novembre 1994 quando Claude Dagens, vescovo di Angoulême, presentava all’Assemblea dei vescovi francesi, riuniti a Lourdes un rapporto intitolato “La proposta della fede nella società odierna (il cosiddetto Rapporto Dagens, frutto di un lavoro di équipe, di cui facevano parte i teologi i teologi Joseph Doré, Henri-Jérôme Gagey, i vescovi Claude Cesbron e Hippolyte Simon, suor Geneviève Médevielle ed altri.

Il gruppo di lavoro era guidato da mons. Claude Dagens con l’incarico di elaborare un documento di largo respiro da sottoporre ai vescovi. Il Rapporto Dagens «invitava tutti coloro che lo desideravano a intraprendere un discernimento nella Chiesa sulla situazione della fede cristiana nella società contemporanea».

Furono redatte 3.000 pagine di risposte pervenute da individui, gruppi, parrocchie e movimenti francesi. Fu elaborato un secondo Rapporto di sintesi, che essi proposero insieme al primo come “strumento di lavoro” per continuare e approfondire l’analisi intrapresa.

Dopo un anno di lavoro intenso, il gruppo di lavoro si proponeva di:

  1. valutare le condizioni relativamente nuove nelle quali veniva accolta, annunciata e praticata la fede nel Dio di Gesù Cristo;
  2. tradurre la proposta della fede in priorità pastorale in modo che mobilitasse molteplici attori nella Chiesa con le loro esperienze e le proprie risorse;
  3. impostare un dialogo con i responsabili della società civile, con i quali discutere con libertà sul posto specifico dei credenti nella società.

Emerse, innanzitutto, l’appello a prendere la parola e a compiere un percorso di discernimento.

Il secondo intento iniziale riguardava gli attori del progetto. Si desiderava che fossero i più diversi possibile e non solo per le attività specifiche che contribuiscono alla formazione della fede.

La terza prospettiva aperta dal Rapporto riguardava le relazioni con la società civile e i suoi molteplici responsabili. Occorreva ammettere che, in questi ambiti, si era rimasti molto lontani dalle intenzioni iniziali.

Si accennava ai diversi livelli della recezione del Rapporto, alle circostanze della recensione e alle diverse letture di esso. Emersero critiche sulla redazione del Rapporto, sulla sua struttura e sul contenuto (eccessivo ottimismo).

Furono critiche pesanti, che toccavano i fondamenti stessi della fede e della vita cristiana. Furono avanzate proposte per chiedere che la fede venisse presentata come una iniziazione, come parte di nuove conoscenze e partire da una formazione a nuovi stili di vita e di visione del mondo.

Si chiedeva, soprattutto da parte di gruppi parrocchiali, che venisse riconosciuto il ruolo svolto dalle comunità carismatiche e si auspicava che le comunità ordinarie di tipo parrocchiale potessero diventare sempre di più luoghi dediti a questa esperienza spirituale.

Il Gruppo Dagens ne prese atto e indicò quattro opzioni:

  1. partire dalla fede come esperienza situata nella propria storia personale;
  2. affrontare la sfida della fede ammettendo l’esistenza di condizioni sfavorevoli, ostacoli, resistenze, difficoltà anche gravi;
  3. non collocare la società civile e la Chiesa nella prospettiva esclusiva del faccia a faccia, un impegno estremamente vasto che richiede confronti leali soprattutto nel campo dell’educazione;
  4. riflettere e prendere in seria considerazione alcuni punti forti dell’esperienza cristiana incentrata sull’esperienza pasquale.

Constatando che né le analisi né i dibattiti possono bastare da soli, il gruppo osservava: «C’è da sperare che tali analisi e dibattiti sfocino in orientamenti, in scelte il più coerenti possibile e centrate su alcune importanti priorità della vita e della missione cristiana alla vigilia del XXI sec., in una specie di “carta dell’evangelizzazione”.

Il gruppo lanciava tre appelli: amare il mondo nella verità; risalire alla sorgente; vivere la fede nella totalità per avere credibilità.

Il 9 novembre 1996 i vescovi francesi rendevano nota la Lettera ai cattolici di Francia. Specificavano: «Non è un trattato sull’evangelizzazione in Francia. È un appello rivolto a tutto il popolo dei battezzati per condividere più ampiamente e annunciare con sicurezza la fede che ci anima».

Concluso il Rapporto Dagens, esso tornava ai vescovi per raccogliere e sistemare in forma di lettera ai cattolici di Francia il risultato di tre anni di lavoro sull’evangelizzazione nella società odierna. La lettera portava lo stesso titolo dei precedenti rapporti: La proposta della fede nella società odierna, curata dalla stessa équipe presieduta da mons. Claude Dagens.

Tre priorità di fondo per la missione: «Comprendere, con realismo, che la nostra situazione di cattolici nella società odierna ci invita ad andare più decisamente al cuore del mistero della fede e a formare una Chiesa che proponga la fede in maniera più solidale».

In quel tempo ho incontrato più volte il vescovo Claude Dagens, che, il 17 aprile 2008, fu eletto accademico di Francia, uno dei quaranta immortali. La sua elezione dovette molto alla direzione del Rapporto Dagens.

L’ho incontrato nel monastero delle benedettine di Belloc, nei Pirenei atlantici, dove trascorreva tempi di preghiera, di riflessione e di studio, a un’ora circa dal santuario di Lourdes, dove si recava spesso.

Mi parlava del Rapporto e della Lettera ai cattolici di Francia con appassionati riferimenti a Madeleine Delbrêl: «Il mio pensiero corre spesso a Madeleine Delbrêl, alla periferia di Parigi, Ivry, dove operava in ambiente comunista ateo, diceva: «Il tempo di oggi è il tempo della nostra fede. La fede è una passante; nessun tempo le è refrattario, essa non è refrattaria a nessun tempo; essa è fatta per il tempo e destinata ad ogni tempo e, quando un tempo sembra esserle refrattario, è nei nostri confronti che è refrattario… Siamo noi diventati refrattari a questo tempo».

Commentava Dagens: «È un tempo favorevole alla nostra conversione. Le circostanze ci obbligano ad uscire da noi stessi, dai nostri gusci, come soldati chiusi nelle caserme, per testimoniare nel mondo l’apertura a Dio della nostra umanità reale e attuale. È il compito della Chiesa, è un’esigenza permanente che ci obbliga alla conversione permanente. Essere aperti a Dio, radicalmente, perché, tramite noi, il mondo si apra a Dio».

E ancora: «Siamo vicini al santuario di Lourdes. La Vergine Maria disse a Bernadetta: “Va’ a bere alla sorgente!”. Non capiva. Andò al torrente Gave. Ritornò. Lo sguardo della Vergine le indicò il luogo. Dapprima acqua sporca, poi sempre più limpida. Che vuol dire? Dalla sorgente usciva l’acqua. Quando guardo a lei, vedo dapprima la fanciulla ebrea di Nazaret, sorpresa dal messaggero di Dio, l’angelo Gabriele: “Tu sei benedetta fra tutte le donne. Gioisci! Piena di grazia! Il Signore è con te”. Non capisce. È smarrita. Domanda spiegazione. Come può accadere questo? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Risponde: “Sono la serva del Signore”. È il dialogo della fede, che si apre totalmente, radicalmente alle promesse di Dio, anche se non capiamo niente, anche se non capiamo subito i segni. Il Magnificat è l’inno della gioia. Abbatte i potenti dai troni, rialza gli umili. Charles Maurras, uomo politico francese, grande pensatore, filosofo, acceso nazionalista, diceva che per lui il Magnificat è pericoloso. Parlava del “veleno” del Magnificat. Credo che il Magnificat trasformi il mondo, perché Dio si mette da parte dei poveri, dagli ’anawim della Bibbia, di coloro che sono disarmati e che attendono tutto da colui che ci conosce e ci ama. Il Magnificat è una maniera di dire: il Signore rimane con noi».

Il vescovo Dagens è un appassionato della Chiesa, argomento sul quale torna spesso nelle conversazioni. Come il leggendario card. Hume, inglese, sogna e racconta i suoi sogni.

«Che cosa sogno? Una Chiesa che impari, per opera dello Spirito Santo, a non considerarsi come un blocco monolitico che va ad urtare contro altri blocchi o contro il quale altri blocchi vanno a urtare. Sogno che la Chiesa impari a mettersi alla sequela di Gesù, con Gesù, con lo Spirito Santo. Il cammino è aperto. Questo vuol dire che ci sono delle tappe da percorrere (riferimento al Rapporto e alla Lettera). Vi sono scoperte da fare. Una grande novità del cristianesimo per il tempo che stiamo vivendo, in un momento di crisi globale sotto tutti gli aspetti, è di non essere schiavi dell’ideologia trionfante del progresso, basato su previsioni e calcoli razionali. Abbiamo bisogno di ritrovare il senso del tempo. Ogni epoca è aperta a Dio. Ogni tempo, per quanto difficile, è aperto a Dio, perché Dio stesso è aperto al nostro tempo. Impariamo non soltanto a calcolare e a fare previsioni sull’avvenire: il tempo previsto non si realizza. Il senso del tempo semplicemente ci apre all’eternità di Dio».

Sogni di un vescovo, accademico di Francia, uno dei quaranta immortali, timido e riservato, battagliero e passionale, ordinario e contemplativo, aperto al mistero di Dio, adepto della Via – come ama definirsi – sulle orme dei primi cristiani.

Settimana News

Tra madre e figlio, i gesti di cura attraversano il tempo e si scambiano i ruoli: una memoria d’amore che diventa fede, gratitudine e speranza

Madre

Avvenire

“I primi anni della vita passano/ veloci: il bambino si sveglia/ e mangia e poi dorme e poi si sveglia/ ancora, e se è malato muore oppure”, mi commuovo ogni volta che la parola poetica irrompe nel quotidiano a trasfigurarlo. Forse è questo l’unico motivo per cui mi ostino a scrivere. Oltre al fatto che non potrei fisicamente farne a meno. Queste parole mi raggiungono in un momento particolare della mia vita: mia madre è qui a Crocetta da me per qualche giorno. Il tempo, la morte di mio padre, la fragilità l’hanno trasformata.
E la mia casa non è agevole per il movimento: pietra e scale ovunque, come a portarsi la montagna anche tra le mura domestiche, rudezza antica. Così, muoversi chiede, a volte, un aiuto; ci si chiama, ci si appoggia, ci si sostiene. E intanto, leggendo “La camera da letto” di Attilio Bertolucci, diventa inevitabile sentire che “i primi anni della vita passano veloci”: sono già passati, ma hanno lasciato memoria. Ogni gesto, ogni richiesta d’aiuto, ogni contatto di pelle tra madre e figlio piange la dolcezza del tempo dell’infanzia.
Soffre la malinconia di quando la vita si presentava carica di futuro e condivisa con le persone care. Ora quel tempo è passato, inesorabilmente, e in ogni gesto riecheggia l’assenza dei morti. Ci si sente più soli. Eppure — e questo è il miracolo — ogni cenno è carico di una memoria affettiva che sembrava solo chiedere d’essere resuscitata: una cura che, pur essendo passata, non sembra affatto esaurita. Ritorna. C’è. E così non si capisce più se è la madre che sorregge il figlio o viceversa; se è il genitore a chiamare o il figlio a essere resuscitato nel pieno della notte. Chi si prende cura di chi? Sostenersi, portare luce nei corridoi, sistemare lenzuola e cuscini sono gli stessi gesti di un tempo, identici; in mezzo, cinquant’anni che hanno aiutato a capire che i gesti di cura non si danno e non si ricevono, ma si condividono. Curare è lasciare che il tempo ci curi. Il figlio e la madre si confondono in un bisogno condiviso: arrivare al termine della notte. Vivi.
“E se è malato muore…”, così scrive Bertolucci. Tanti sono i morti da ricordare; inevitabile scivolare nel passato quando ci si concede il lusso di scambiarsi parole a cuore aperto. Ma non è passato nulla, ora comprendo: si sta come sulla riva di un fiume, scorrono le acque, verremo presto anche noi deposti, ci stiamo regalando il tempo dell’addio. Arrivederci.
“E mangia e poi dorme e poi si sveglia”, come noi, io e mia madre, in questi giorni. Tutto qui, in poche esatte parole, che dicono l’infanzia, che svelano il presente, che illuminano anche l’osso profondo della fede: eucarestia, affidamento nella preghiera, resurrezione. È tutto qui.
“Se è malato muore oppure/ guarendo è diverso, i suoi occhi/ vedono le persone e le ringraziano/ di stargli vicino nella solitudine”. Sono passati pochi giorni da quando mia madre è tornata a casa sua; mi ha ringraziato mille volte. Io ancora non sono così libero da dirle il mio grazie senza scoppiare in pianto; forse queste righe, in parte, servono a sopperire. Grazie perché siamo vivi, passando di guarigione in guarigione. È questa la fede che continua ad insegnarmi. Per giungere con speranza al “giorno di luce calma e di grande silenzio attorno”.

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

A Genova una rete di convivenze e prossimità per anziani soli

Avvenire

Arrampicato tra i Caruggi e l’antica chiesa di san Donato abita il signor Erminio. Ha novantasette anni e sei rampe di scale da salire per arrivare all’appartamento in cui si è trasferito da un paio d’anni. «Qui pago soltanto 200 euro al mese perché se ne dovessi pagare di più non ce la farei» sospira cercando posto per le sedie tra le pile di giornali accatastate ai lati della sua poltrona verde. Per mesi i volontari hanno bussato alla sua porta, lasciando, a chi non rispondeva, dei bigliettini. «Poi un giorno ci ha detto di aspettarlo giù in strada e così lo abbiamo conosciuto», racconta Daniela Parodi, coordinatrice del programma Viva gli Anziani di Genova della Comunità di Sant’Egidio. All’inizio Erminio non era convinto. «Quasi mi davano fastidio, non capivo cosa volessero da me. Ora mi meraviglio che ci siano ragazzi che perdano tempo con noi». Quando una parte del soffitto della sua vecchia casa è crollata, sono stati i volontari a trovargli una nuova sistemazione. Erminio è rimasto nel suo quartiere, il Molo, uno dei più antichi della città. Qui, stando ai dati comunali disponibili, il 47% degli over 75 vive solo.
A maggio 2025 i residenti con più di 65 anni erano 161mila quasi il 30% della popolazione. «Dal Comune abbiamo ottenuto l’anagrafica dei 1200 over 80 che vivono in centro, e settimanalmente andiamo porta per porta a citofonare per chiedere se va tutto bene» spiega Parodi. Il tentativo è ricostruire una rete di prossimità di persone che possano aiutare le persone rimaste sole: vicini di casa, medici di medicina generale, giornalai, commercianti della zona. Gli stessi anziani possono diventare parte attiva della rete: sono circa 300 gli over 75 che, come volontari, vanno a trovare altre persone in difficoltà. Secondo una ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata la presenza di Viva gli Anziani è associata a una riduzione del 15% degli accessi impropri al Pronto soccorso e del 20% degli ingressi in istituti di cura. «Mi sono addormentata vedendo che sul mio comodino c’era il vostro depliant» ha scritto in una mail una signora sola, chiedendo aiuto dopo essere caduta in casa. «Avere una rete di prossimità significa che ci sono delle sentinelle, persone che si accorgono dell’assenza, qualcuno che conosce il tuo nome e sa dove cercarti» aggiunge Parodi.
Oltre al monitoraggio domiciliare di più di 5mila anziani, la Comunità di Sant’Egidio genovese gestisce tre convivenze solidali, un’altra formula di sostegno agli anziani nella quotidianità. Nella casa “Roberto Bianchi”, nel quartiere di Carignano, vivono sei donne anziane che hanno scelto di mettere insieme le proprie risorse per continuare a vivere in una casa, invece di entrare in una struttura. «Le convivenze solidali sono un modo di vivere la vecchiaia in uno spazio familiare» afferma Roberta Reboa, responsabile della casa. Ogni mattina ci sono persone che si occupano delle pulizie e dell’assistenza; al pomeriggio arrivano volontari e amici. Si leggono i giornali, si discute, si gioca a carte, si prega insieme. La domenica c’è il pranzo, con una tavolata aperta anche ai vicini e ad altri anziani della zona. Non è solo una soluzione abitativa, ma una casa aperta a tutto il quartiere. «Qui c’è famiglia, assistenza e tutto quello che importa» dice la signora Adele. A chi le chiede di esprimere un desiderio risponde: «Sogno di non avere tanti disturbi, per non dare fastidio. Perché se mi aggrappo devo dipendere e non voglio essere dipendente».
La signora Anna è arrivata da pochi mesi. Fino a 92 anni ha vissuto nella sua casa, poi una caduta e alcuni incidenti domestici hanno fatto capire ai volontari di Viva gli anziani, che già la andavano a trovare, che forse era arrivato il momento di cercare un’altra soluzione. Le hanno proposto di trasferirsi nella convivenza. «Sola non potevo più stare, qui mi sento protetta». Per Roberta Reboa, questa esperienza può essere anche un modo per ripensare l’approccio all’invecchiamento. «Come un paio di secoli fa è stata progettata una società che tenesse conto delle esigenze dei bambini, oggi possiamo costruire una società a misura di anziano. E qui a Genova lo stiamo sperimentando». E c’è una frase che Reboa sente ripetere da chi arriva nella casa: «Io qui sono risorto». «È la cosa più emozionante – racconta – e mi colpisce vedere come le persone della casa si prendono cura di chi è più fragile».

Dal Vco al Novarese, annunciati nuovi incarichi per coadiutori e amministratori parrocchiali

sdnovarese

Nuovi incarichi pastorali e avvicendamenti interessano diverse comunità della diocesi di Novara. Le nomine sono state comunicate nelle messe di sabato 3 e domenica 4 ottobre, con lettere del vicario generale mons. Fausto Cossalter ai sacerdoti e alle comunità coinvolte e con una nota su diocesinovara.it. Gli avvicendamenti riguardano Cannobio e la Valle Cannobina, Sozzago, Oleggio, Omegna e le comunità dell’Ossola. Un nuovo servizio è inoltre previsto per il diacono don Gregorio Clementi, ordinato lo scorso 26 settembre dal vescovo Franco Giulio Brambilla.

A Cannobio don Brusatore

A Cannobio e nelle comunità della Valle Cannobina arriva don Gianluca Brusatore, che affiancherà il parroco don Mauro Caglio e don Gianluigi Cerutti nel servizio pastorale e nell’oratorio.

Il nuovo vicario parrocchiale sarà dunque don Brusatore, sacerdote da quattro anni, che ha vissuto il suo ministero come coadiutore a Gozzano e, nell’ultimo anno, come vicario parrocchiale a Trecate e amministratore parrocchiale a Sozzago. «Ora viene molto volentieri a Cannobio per camminare con voi e mettersi al servizio delle molte necessità del vostro territorio», scrive mons. Cossalter. L’inizio del ministero sarà concordato con il parroco nei prossimi giorni di ottobre.

A Sozzago don Irudayaraj

Il trasferimento di don Gianluca Brusatore comporta anche un nuovo assetto per la comunità di Sozzago. La responsabilità amministrativa della parrocchia viene affidata a don Massimo Sozzi, che manterrà il proprio incarico di vicario parrocchiale a Trecate. Per la cura pastorale della comunità sarà invece presente don Conshtantain Irudayaraj, sacerdote guanelliano residente a Novara.

A Oleggio don Formisano

Anche Oleggio è interessata da un avvicendamento. Don Riccardo Crola è stato destinato alle parrocchie di Omegna, Germagno e Loreglia, dove affiancherà il parroco don Gianmario Lanfranchini. Al suo posto arriva don Vincenzo Formisano, che assumerà l’incarico di vicario parrocchiale accanto al parroco don Massimo Maggiora.

«Don Riccardo si è reso disponibile a esercitare il suo ministero nel territorio delle parrocchie di Omegna», comunica mons. Cossalter a don Maggiora e ai fedeli di Oleggio, esprimendo la certezza che la comunità saprà «manifestargli la vostra gratitudine per questi anni vissuti insieme».

Il nuovo vicario, don Vincenzo Formisano, è sacerdote da due anni. Ha vissuto il primo anno di ministero a Galliate e nell’ultimo anno si è reso disponibile al servizio nelle parrocchie della Bassa Valsesia, dove «ha offerto un prezioso servizio pastorale alle vostre comunità», scrive mons. Cossalter ai parroci don Manuel Spadaccini e don Alessandro Clementi e alle loro parrocchie.

 «Ora – prosegue – viene a Oleggio, mantenendo anche l’impegno che da alcuni anni offre come insegnante di religione nelle scuole superiori della zona». L’avvicendamento è previsto nelle prossime settimane di ottobre.

A Omegna don Crola

A Omegna, Germagno e Loreglia arriva, dunque, don Riccardo Crola. Il sacerdote, originario di Gozzano e ordinato sacerdote sette anni fa, affiancherà il parroco don Gianmario Lanfranchini. La nomina segue il trasferimento di don Luigi Trentani, recentemente salutato dalle comunità e destinato a un nuovo servizio pastorale a Novara.

«Nei giorni scorsi avete ringraziato e salutato don Luigi, chiamato a un nuovo servizio pastorale a Novara. Ora mons. Vescovo ha deciso di inviare come tuo collaboratore a Omegna, per affiancarti nel servizio delle parrocchie a te affidate, un altro sacerdote», scrive il vicario generale al parroco e alla comunità.

Dopo il primo ministero a Oleggio, don Crola «viene a Omegna, desideroso di iniziare questo nuovo cammino pastorale in mezzo a voi e di mettere a disposizione della comunità la sua esperienza e il suo ministero». L’inizio della sua presenza sarà concordato con il parroco nelle prossime settimane.

A Crevoladossola, Preglia, Varzo, Trasquera e Montecrestese don Bracca

Un nuovo vicario parrocchiale è destinato anche alle comunità ossolane affidate al parroco don Marco Piola. Si tratta di don Samuele Bracca, che dopo i primi tre anni di ministero come coadiutore nella parrocchia di Cameri assume un nuovo servizio pastorale a Crevoladossola, Preglia, Varzo, Trasquera e Montecrestese.

La nomina si inserisce nell’avvicendamento seguito al nuovo incarico assunto da don Andrea Lovato come parroco delle parrocchie di Masera e Trontano. «Mons. Vescovo ha deciso di inviare, come tuo nuovo collaboratore, un altro giovane sacerdote, don Samuele Bracca», comunica mons. Cossalter.

Il sacerdote «ora si rende disponibile per un nuovo servizio pastorale nelle diverse comunità a te affidate». Al parroco viene quindi affidato il compito di concordare con don Bracca l’inizio del ministero «nei prossimi giorni».

Il diacono Clementi a Intra San Vittore

È stata infine comunicata la destinazione del diacono Gregorio Clementi, ordinato dal vescovo Franco Giulio Brambilla sabato 26 settembre in cattedrale. Don Clementi vivrà l’ultimo anno di preparazione all’ordinazione presbiterale nella parrocchia di Intra San Vittore a Verbania.

Il diacono sarà inserito nella comunità affiancando il parroco mons. Fausto Cossalter e i vicari parrocchiali don Riccardo Cavallazzi e don Pier Luigi Grossi. Per il prossimo anno, dunque, il suo cammino verso il presbiterato si svolgerà nel servizio pastorale della comunità di Intra, in preparazione all’ordinazione sacerdotale.