Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Il Messaggero

Dare un nome al caldo estremo per imparare a difendersi. È questa l’idea alla base del nuovo termine coniato in Giappone, dove il cambiamento climatico non sta modificando soltanto il meteo, ma anche il linguaggio. Perché quando la realtà cambia, spesso sono le parole a dover cambiare per prime.

Il linguaggio è il più antico strumento con cui l’uomo interpreta e descrive il mondo. Le parole non servono soltanto a comunicare: classificano, delimitano, attribuiscono significato ai fenomeni e, soprattutto, permettono di riconoscerli. Quando un fenomeno diventa nuovo o assume caratteristiche mai sperimentate prima, il vocabolario esistente rischia di non essere più sufficiente.

È quanto sta accadendo con il caldo estremo. Le ondate di calore, sempre più frequenti, più lunghe e più intense, stanno superando i riferimenti su cui si erano costruite le categorie meteorologiche del passato. Temperature che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate eccezionali oggi si ripetono con una frequenza crescente, rendendo evidente che non si tratta più di semplici “giornate molto calde”, ma di eventi climatici con conseguenze sanitarie e sociali.

Per questo le autorità meteorologiche e sanitarie giapponesi hanno deciso di introdurre un neologismo: kokushobi, letteralmente “giornata di caldo crudele”. Il termine, scelto dopo una consultazione pubblica promossa dall’Agenzia meteorologica nazionale, identifica le giornate in cui la temperatura raggiunge o supera i 40 gradi Celsius. Non è un esercizio linguistico né un’operazione di marketing: è uno strumento di prevenzione.

L’obiettivo è rendere immediatamente riconoscibile una condizione di pericolo. Dire che sono previsti quaranta gradi, infatti, non produce necessariamente la stessa reazione in tutti. C’è chi minimizza, chi pensa di essere abituato al caldo, chi ritiene che basti bere un po’ di più. Un’espressione come kokushobi, invece, contiene già un giudizio implicito sulla gravità della situazione. Comunica che non si tratta di una normale giornata estiva, ma di una condizione eccezionale che richiede comportamenti precisi: restare al chiuso nelle ore più calde, utilizzare l’aria condizionata, idratarsi e proteggere le persone più fragili.

Il termine è stato utilizzato ufficialmente per la prima volta dopo che tre città del Giappone centrale hanno raggiunto i 40 gradi. Contestualmente, le autorità sanitarie hanno diffuso raccomandazioni straordinarie, invitando la popolazione a limitare gli spostamenti e a prestare particolare attenzione ad anziani, bambini e malati cronici.

La scelta giapponese mostra come il cambiamento climatico stia producendo effetti anche sul piano culturale. Per descrivere il caldo si è sempre fatto ricorso a immagini figurate: “fa un caldo infernale”, “sembra un forno”, “si scioglie l’asfalto”, “è una sauna”. Espressioni efficaci, ma che appartengono al linguaggio quotidiano e non distinguono tra un disagio estivo e un’emergenza sanitaria.

Kokushobi compie un salto ulteriore. Trasforma una sensazione in una categoria riconoscibile e condivisa. È una parola che non descrive soltanto una temperatura, ma il rischio che quella temperatura comporta. In altre parole, diventa uno strumento di protezione civile prima ancora che un termine meteorologico.

Non è la prima volta che il lessico evolve per adattarsi ai cambiamenti della realtà. Negli ultimi anni sono entrate nel linguaggio comune parole come “bomba d’acqua”, “medicane”, “isola di calore urbana” o “fiume atmosferico”, nate per descrivere fenomeni sempre più ricorrenti. Kokushobi aggiunge un tassello e riconosce che il caldo estremo non è più un’eccezione, ma una nuova categoria del rischio climatico.

In fondo, le parole servono anche a questo: a rendere visibile ciò che fino a ieri sembrava impensabile. E quando una società sente il bisogno di inventarne una nuova, significa che è cambiato il mondo che quella parola è chiamata a raccontare.

Il cristianesimo può scomparire?

di: Duilio Albarello

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Il teologo Jürgen Werbick ha recentemente pubblicato un saggio dal titolo molto provocatorio: «Cristianesimo – Si può buttare via? Credere in un tempo di esaurimento della Chiesa».[1] L’immagine di copertina dell’edizione tedesca non lascia nessun margine al dubbio: una croce gettata in un cestino dei rifiuti. Si tratta di uno scritto amaro, molto disincantato, quasi al limite del pessimismo, che ha il retrogusto di un processo senza sconti e senza alibi.

Sul banco degli imputati siede la Chiesa cattolica: a giudizio di Werbick, è l’istituzione ecclesiale – dunque non la «malvagità dei tempi» – la prima responsabile della riduzione del cristianesimo ad una sorta di spazzatura da smaltire.

La domanda che dà titolo al libro non è congegnata da Werbick come provocazione puramente retorica. È una domanda reale, che nasce dal constatare una situazione storica in cui il cristianesimo, almeno nella sua forma ecclesiale occidentale e soprattutto cattolica, non appare più accettato dal punto di vista sociale, trainante dal punto di vista culturale e credibile dal punto di vista istituzionale. Werbick sintetizza questo scenario nell’espressione «esaurimento ecclesiale».

Nella lingua tedesca, la parola usata per esprimere il concetto di «esaurimento» ha un’etimologia molto forte. Infatti, «Erschöpfung» contiene dentro di sé il termine «Schöpfung», che significa «creazione», mentre il prefisso «Er-» è privativo. Dunque, l’esaurimento deve essere inteso in senso forte come una sorta di «de-creazione», ovvero una condizione di radicale in-consistenza e in-sensatezza.

Quindi, non si tratta solo del fatto che una certa forma storica di Chiesa sembra aver consumato la propria forza e la propria affidabilità. Si tratta, ancora di più, del fatto che la Chiesa stessa in quanto tale si mostra incapace di immaginare con lungimiranza e con coraggio il proprio presente e il proprio futuro.

Il problema, dunque, non è soltanto il calo della pratica religiosa o la perdita di rilevanza pubblica, ma un profondo svuotamento spirituale, simbolico e istituzionale del cristianesimo, in particolare nella sua configurazione cattolica. Come scrive Werbick: «La Chiesa cattolico-romana ha creduto troppo in sé stessa e nei suoi strumenti di potere, nella sua pretesa di rappresentare Dio, e ora deve fare i conti con il fatto che questa precaria fiducia istituzionale in sé stessa si è esaurita, che la fiducia nella Chiesa ha lasciato il posto alla sfiducia nei confronti di un’istituzione religiosa, di cui si vede il ripiegamento irrisolto su sé stessa, fin dentro il suo “cuore istituzionale».[2]

La convinzione che sta alla base del libro è che la crisi in atto non coincida tanto con la fine del cristianesimo, quanto piuttosto con la fine – o almeno con il logoramento irreversibile – di una determinata configurazione della comunità ecclesiale. Per questo Werbick non si limita a difendere la Chiesa esistente e ancora meno a deplorare in maniera nostalgica la perdita dell’egemonia passata. Egli prova, invece, a distinguere, dentro la crisi, ciò che nel cristianesimo è contingente e storicamente sorpassato, da ciò che invece è essenziale e di conseguenza non può andare perduto senza che la fede cristiana si ritrovi snaturata. Perciò, la domanda precisa che questo libro pone a noi lettori non è tanto: «In quale modo si può salvare la Chiesa così com’è adesso?», quanto piuttosto: «Che cosa del cristianesimo non dovrebbe assolutamente essere gettato via?».

Werbick cerca di rispondere a questa domanda proponendo non una vera e propria argomentazione teologica, ma si potrebbe quasi dire un flusso di coscienza, che spesso assume anche la forma di una meditazione autobiografica; oppure, se preferiamo, una «confessione» sulla scia di Agostino, elaborata da un laico cristiano cattolico di ottant’anni, la maggior parte dei quali dedicati alla ricerca accademica e all’insegnamento della teologia.

Proprio in ragione di questo particolare genere letterario, non mi propongo di fare un puro riassunto del libro nelle sue varie parti. Provo invece a far emergere quattro temi di fondo, che strutturano il discorso portato avanti nel testo.

Un primo tema di fondo è la necessità di attivare un processo di purificazione del cristianesimo cattolico a tutti i livelli e in tutti gli elementi che lo compongono.

Werbick ritiene che molto di ciò che, nel corso della storia, si è identificato con l’essenza del cristianesimo, in realtà sia da considerare come una sua deformazione o una sua sovrastruttura. Il cristianesimo, perciò, deve essere liberato, appunto purificato, da forme di agire ecclesiale che hanno finito per asservire il Vangelo invece di servirlo.

In questa ottica, la Chiesa istituzionale nel corso dei secoli si è ridotta, in definitiva, a funzionare come un sistema di potere, che avanza la pretesa di possedere la verità e tende a disciplinare in modo rigido i suoi aderenti.

In questo quadro, Werbick valorizza in maniera originale il fenomeno moderno della critica alla religione. L’illuminismo e la modernità non vengono considerati soltanto come forze distruttive da contestare per partito preso, ma anche come istanze di emancipazione da una forma del credere diventata sempre più infantile e controllata. Per questo, la crisi della Chiesa non è letta unicamente come catastrofe da deprecare e scongiurare: può diventare anche un’operazione di verità, grazie alla quale il credente può essere messo nelle condizioni di ristabilire un legame più autentico e maturo con Dio.

La celebre formula di Friedrich Nietzche «Dio è morto!» viene reinterpretata da Werbick come una perdita di plausibilità non tanto da parte di Dio in quanto tale, bensì piuttosto da parte di una certa immagine di Dio, che è stata plasmata dalla dottrina e dalla spiritualità. Werbick parla addirittura di un drammatico «esodo di Dio dalla sua Chiesa», ossia del fatto che l’iniziativa e la presenza di Dio non intende lasciarsi imprigionare dalla forma istituzionale problematica, che, nel corso dei secoli, è venuta ad assumere la comunità ecclesiale.

Questo non significa, però, che Werbick proponga una fuga dalla Chiesa in vista di un cristianesimo ridotto ad una fede individualistica. Il suo intento è più complesso: si tratta di mostrare che il cristianesimo è messo nelle condizioni di sopravvivere solo se accetta di ripensarsi in maniera più biblica, più umanizzante e più comunicativa. In altre parole, Werbick non si limita a denunciare il fallimento istituzionale della Chiesa; cerca piuttosto di operare un discernimento teologico riguardo al nucleo generativo della fede cristiana.

Qui si affaccia il secondo tema di fondo: un’approfondita riformulazione del credere. La fede cristiana non è, anzitutto, da intendere come l’adesione esteriore a un sistema dottrinale chiuso, bensì come l’ingresso in un dialogo, nel quale l’uomo si lascia interpellare dalla Parola di Dio e, attraverso questa Parola, scopre la propria esistenza come risposta personale a un’interpellazione che lo chiama in causa.

La fede, allora, non consiste, in primo luogo, in un possesso tranquillo di certezze definite formalmente. Al contrario, l’atto del credere cristiano è la disponibilità ad essere coinvolti in un cammino promettente, che ha come suo orientamento fondamentale il futuro aperto da Dio tramite Gesù Cristo nello Spirito.

Queste considerazioni permettono di comprendere meglio il senso del titolo del libro: il cristianesimo può rischiare di essere gettato via se lo si identifica con il suo involucro sociologico e istituzionale, ma non scomparirà finché vi saranno donne e uomini che continueranno a lasciarsi convocare e ad affidarsi alla Parola di Dio, per portare avanti la loro vita nella dedizione e nella speranza, appunto in forza di questo affidamento.

Il cristianesimo, quindi, non si garantisce da sé tramite l’apparato di un’istituzione che mira al controllo totale dei suoi membri. Al contrario, l’esperienza cristiana si presenta primariamente come un evento di fede.

Di qui ne consegue una decisiva relativizzazione delle pretese di autosufficienza ecclesiastica: l’appartenenza alla Chiesa non è mai il fine, ma la condizione affinché si possa rendere visibile e condivisibile l’azione di Dio in Cristo e il suo dono di salvezza tramite lo Spirito. Per citare ancora direttamente le parole di Werbick: «Il profeta Gesù di Nazaret non aveva pronto un modello alternativo di società, ma aveva parlato di come sarebbero le cose se fossero buone, se corrispondessero alla volontà buona di Dio. Lui ha compreso sé stesso come un seminatore e ha annunciato il Vangelo secondo cui ora si può iniziare quello che porta al bene, poiché Dio è alleato di coloro che iniziano il bene, e perché non fa andare a vuoto questo loro cominciare. Avere fiducia in questo vangelo presuppone un’immensa ingenuità, l’ingenuità della fede; ma anche l’ingegnosità della fede: voler trovare degli inizi in cui la signoria di Dio può cominciare nel nostro mondo umano, così com’è ora».[3]

A questo livello, emerge il rapporto tra fede, dubbio e libertà. Werbick non stigmatizza il dubbio come semplice difetto del credere, ma più profondamente lo valorizza come una possibile condizione di maturazione del credere stesso. La fede cristiana non elimina l’incertezza dell’esistenza e non offre una protezione ideologica totale contro il rischio. Al contrario, il credere autentico comporta di esporsi al futuro, all’imprevisto, alla prova.

In questo senso, la crisi contemporanea del cristianesimo può costringere il credente a uscire da una religiosità troppo convenzionale e a misurarsi con la serietà impegnativa, che caratterizza la decisione della fede. L’atto del credere non si illude di poter dominare il mistero; piuttosto, si lascia istruire con disponibilità dalle testimonianze bibliche e soprattutto dall’evento di Gesù Cristo.

Qui ci colleghiamo al terzo tema di fondo, che contribuisce a strutturare il libro di Werbick: il riferimento centrale a Gesù Cristo. Il fondamento decisivo del credere è la testimonianza di un Dio che rivela la propria grandezza attraverso l’abbassamento della Croce. Questo elemento è fondamentale, perché impedisce che la riforma del cristianesimo venga intesa in senso genericamente moralistico o spiritualista.

Al cuore dell’esperienza cristiana c’è il paradosso di un Dio che salva non mediante il suo strapotere, ma mediante la solidarietà, la vulnerabilità, la dedizione incondizionata. Per questo il rinnovamento della fede non passa attraverso un rilancio trionfalistico della Chiesa, bensì attraverso una conversione alla forma kenotica, ossia alla dinamica di abbassamento e svuotamento, che caratterizza lo stile del Vangelo.

Allora anche l’idea di salvezza ha bisogno di venire ripensata in maniera conseguente. Secondo Werbick, la salvezza consiste nel consentire a Dio di abitare tra noi, nel voler vivere con Lui, nel fare spazio alla sua iniziativa di rinnovamento.

La concezione della salvezza sposta il baricentro dagli schemi giuridici o meramente cultuali verso una comprensione relazionale e comunicativa della fede. La redenzione non è, prima di tutto, un meccanismo sacrale amministrato dall’istituzione ecclesiastica, ma è l’apertura ad una forma nuova di comunione con Dio e fra gli esseri umani.

Scrive Werbick: «Dio ha piacere nel vedermi! Nel vedere me, che ho fallito tante volte, il frammento, la rovina, la mia bellezza, quello che io potevo apportare, e come mi sono perso. Questa sarebbe la prospettiva della speranza pasquale, che supera infinitamente la nostra preoccupazione creaturale di non essere apprezzati e di finire nell’esaurimento; che ci riconcilierebbe con la nostra esistenza umana, che potrebbe riconciliarci con coloro che abbiamo trascurato, che ci hanno trascurato. Questa è ovviamente una similitudine, in opposizione al tema dello sguardo critico e prevenuto, con il quale dovremmo fare i conti con Dio – secondo quanto abbiamo imparato nell’antico e venerabile catechismo – e che incontriamo ogni giorno sui volti di coloro che giudicano e condannano con insofferenza».[4]

Il quarto e ultimo tema di fondo ci porta a riflettere sulla visione rinnovata della Chiesa. Werbick propone una figura di Chiesa partecipativa, intesa come comunione di reciproco servizio, in cui Dio si comunica mediante lo Spirito attraverso la condivisione dei carismi.

Il senso della sua proposta ecclesiologica è sintetizzabile così: meno centralismo disciplinare, più fraternità, più sinodalità concreta, più ascolto dello Spirito attraverso la pluralità di voci dei credenti.

La crisi attuale costringe a distinguere in maniera più rigorosa tra il Vangelo di Gesù Cristo e la sua gestione istituzionale; proprio per questo, la stessa crisi può diventare anche il luogo in cui riemerge ciò che è davvero essenziale per il cristianesimo.

Quando la fede si irrigidisce nel potere, nella burocrazia, nel linguaggio autoreferenziale e nell’ossessione per la sopravvivenza, allora perde la sua trasparenza testimoniale verso Dio. Quando, invece, la fede torna ad essere una risposta libera alla Parola di Dio e una pratica effettiva della comunione, allora il cristianesimo può affrontare e attraversare la fine della «civiltà ecclesiastica» senza perdere la sua vitalità originaria.

Werbick senza dubbio non banalizza la crisi, non la riduce ad un passeggero incidente di percorso, ad una partentesi da chiudere il prima possibile; insomma, non cerca soluzioni a buon mercato. Il suo progetto è più complesso: accettare che qualcosa o molto del passato regime di cristianità debba finire, affinché qualcos’altro di più originario riesca a riemergere.

Per Werbick, il cristianesimo può certamente perdere molte delle sue forme storiche, delle sue presunte sicurezze istituzionali e delle sue pretese posizioni di vantaggio socio-culturale. Tuttavia, non rischierà di scomparire fino a quando vi saranno almeno due o tre, che, riunendosi in nome di Gesù, manterranno attivo il gesto fondamentale del credere: lasciarsi chiamare da Dio tramite lo Spirito di Cristo e rispondergli mettendo in opera una forma di vita più evangelica, più umana e quindi non dominata dalla logica dell’egocentrismo e della sopraffazione.

Nel complesso, la proposta di Werbick è importante perché ci obbliga a tornare sulle domande più radicali: che cosa rende credibile il cristianesimo oggi? Qual è il rapporto tra Gesù Cristo e la forma storica della Chiesa? In che modo la rivelazione può comunicare la verità senza trasformarsi in una imposizione? Come pensare una fede ecclesiale dentro una cultura post-cristiana?

Per tutti questi interrogativi il libro non offre una risposta sistematica, che abbia la pretesa di dichiararsi definitiva; ma nondimeno costringe a formulare in modo corretto e pensato le diverse questioni, che sono in gioco.

In sintesi, Werbick è molto forte nell’avvertire che il cristianesimo non è salvaguardato dal rischio di essere gettato via se si punta solo al riconsolidamento della sua forma istituzionale così com’è oggi. Il nostro autore si dimostra forse un po’ meno forte nel precisare in quali modalità, che siano teologicamente attendibili, la Chiesa debba essere ripensata, in maniera che il cristianesimo resti storicamente riconoscibile non soltanto come una credenza individuale, bensì come una fede ecclesiale, comunitaria.

Proprio qui troviamo il pregio e insieme il limite del volume: pregio, perché nell’ottica di Werbick i cristiani cattolici sono liberati dalla tentazione ingenua di identificare l’esperienza evangelica con l’apparato ecclesiastico; limite, perché la mediazione ecclesiale viene criticata con buone ragioni, ma non sempre il suo ripensamento costruttivo è portato avanti con la medesima intensità di impegno.

Si può dire che Werbick offre un contributo importante ad una reinterpretazione della fede cristiana dopo la fine della cristianità, ma lascia ancora sostanzialmente aperta la questione decisiva di una figura di Chiesa capace di essere, al contempo, profetica, sacramentale ospitale e non autoritaria.

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Completo la mia presentazione con una messa a fuoco ecclesiologico-pastorale. Il libro di Werbick appare interessante perché non si limita a denunciare la crisi della Chiesa, ma costringe a chiedersi quale figura di comunità cristiana possa essere considerata oggi come teologicamente plausibile e pastoralmente praticabile.

Come abbiamo visto, la sua tesi di fondo è che l’attuale “esaurimento ecclesiale” non sia un semplice incidente di percorso, bensì il risultato del secolare logoramento di una forma di Chiesa, che fatica a rendere ancora credibile il Vangelo per la coscienza degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Dal punto di vista ecclesiologico, il guadagno maggiore del libro sta nel fatto che Werbick relativizza con decisione ogni identificazione immediata tra cristianesimo professato e organizzazione ecclesiastica.

La Chiesa non coincide con il Regno di Dio né con la totalità dell’agire di Dio nel mondo; essa è piuttosto chiamata a essere un luogo di testimonianza, di ricerca di Dio e di accompagnamento alla maturazione dell’umano.

La Chiesa è credibile quando cerca Dio insieme agli uomini e alle donne nelle loro concrete situazioni di vita, e quando osa condividere con loro il suo cammino, senza paura di doversi misurare con una condizione di frammentazione e di incertezza.

Questa impostazione ha una forte rilevanza ecclesiologica, perché sposta il baricentro da una Chiesa pensata soprattutto come struttura di controllo, di autoconservazione e di gestione del sacro, a una Chiesa intesa come comunità di ricerca, di ascolto e di solidarietà reciproca. In tale prospettiva, la credibilità ecclesiale non dipende anzitutto dall’efficienza istituzionale o dalla compattezza disciplinare, ma dalla capacità di rendere visibile una forma di esistenza personale e collettiva, che si mostri autenticamente evangelica.

Qui il libro intercetta anche il tema della sinodalità, che spesso è diventata, purtroppo, più una formula suggestiva che un’esperienza effettiva.

Eppure, se non si riduce la sinodalità soltanto ad una tecnica organizzativa da applicare, potrebbe di per sé rappresentare una via di trasformazione del modo ecclesiale di stare nella storia, nella cultura e nella società. Si tratta di una Chiesa che deve imparare a camminare con Dio senza temere l’ignoto, trovando la sua forza nella debolezza e nella solidarietà con coloro che si ritrovano poveri di mezzi e di senso.

In termini più precisi, la proposta di Werbick sembra favorire un’ecclesiologia di comunione non trionfalistica. La Chiesa non è tanto il soggetto onnicomprensivo che possiede in esclusiva il mistero di Dio e lo porta agli altri, quanto piuttosto è il popolo che si lascia precedere da Dio in Cristo e si lascia continuamente riformare dall’iniziativa dello Spirito.

Questo è un punto molto fecondo, perché corregge un modello di Chiesa autoreferenziale e difensivo, diventato davvero sempre più sterile e addirittura insopportabile. In filigrana, emerge un’ecclesiologia più vicina alla categoria conciliare di «sacramento» inteso in senso dinamico: una comunità ecclesiale che sia segno e strumento di Cristo, non suo surrogato; una comunità che eserciti una mediazione reale, ma non autoreferenziale, rispetto all’iniziativa di Dio. La forza della proposta sta proprio qui: immaginare e attuare una Chiesa che torni a essere percepibile come realtà penultima, comunità a servizio, più povera di sé e perciò più trasparente rispetto al Vangelo.

Nella prospettiva pastorale, questa intuizione è molto promettente. Werbick è convinto che l’azione ecclesiale già qui e ora non sia più in grado di contare sull’ovvietà sociale dell’adesione di fede e, tanto meno, sulla riproduzione sfibrata di pratiche religiose ereditate dal passato. L’azione della Chiesa è chiamata, invece, ad assumere il carattere di una pastorale dell’ascolto, dell’accompagnamento e del discernimento, capace di stare accanto alle persone dentro le esperienze sempre più frequenti di distanza dall’appartenenza ecclesiale, di dubbio e di assenza di Dio.

Werbick insiste proprio su questo aspetto: l’esperienza della lontananza di Dio, della sua inevidenza, non va censurata sul piano pastorale, in quanto può diventare uno spazio in cui ministri ordinati e fedeli laici si trovano sollecitati ad abbandonare linguaggi troppo assertivi e quindi si impegnano a cercare le tracce della presenza di Dio in un modo più esistenziale e condiviso.

Da questo punto di vista, il libro insiste sull’urgenza di operare un’importante correzione di rotta ad una pastorale troppo centrata sulla prestazione religiosa o sulla partecipazione formale. Se la fede è risposta libera ad una chiamata e non una pura conformazione esteriore, allora l’azione pastorale non può ridursi ad amministrazione di obblighi, ma deve diventare generazione di spazi in cui il Vangelo possa essere percepito come parola affidabile per la vita. Pastoralmente, questo porta con sé almeno tre conseguenze: maggiore attenzione alle biografie concrete delle persone che si incontrano; uno stile meno difensivo e più ospitale; disponibilità a riconoscere che il cammino di fede passa spesso attraverso una situazione di ambivalenza, di ferita e di incompiutezza, in cui le persone concrete si vengono a trovare.

C’è ancora un altro aspetto molto rilevante sul piano pastorale: la meditazione di Werbick si oppone senza tregua ad ogni strategia di restaurazione identitaria dell’essere e del fare Chiesa.

In tempi di esaurimento ecclesiale, la tentazione è spesso proprio quella di irrigidire i confini, di accentuare la distinzione tra “dentro” e “fuori”, di moltiplicare i richiami all’obbedienza e concepire l’azione ecclesiale come difesa ad oltranza della fedeltà verso tradizioni ormai usurate.

Werbick suggerisce di procedere nella direzione opposta: appunto quando la Chiesa si scopre minoritaria, dovrebbe vincere la tentazione di rifugiarsi in cittadelle assediate, per cercare al contrario tutte le strade possibili per attivare comunità comunicative, che investono le proprie forze nell’edificazione di realtà comunitarie che pongono al centro della propria identità le molte forme che è sollecitata ad assumere la prossimità evangelica verso chiunque.

Tuttavia, come abbiamo già osservato, precisamente qui emerge anche il limite ecclesiologico del libro. La critica alla forma istituzionale della Chiesa è convincente e necessaria, ma la meditazione teologica di Werbick sembra meno creativa quando si tratta di delineare in positivo come debba configurarsi una mediazione ecclesiale, in grado di sfuggire al destino del suo esaurimento.

Da una parte, si insiste molto sul fatto che l’azione di Dio non coincide con l’istituzione e che una Chiesa incurvata su sé stessa diventa inevitabilmente una contro-testimonianza. Dall’altra parte, tuttavia, resta aperta la domanda su quale figura concreta di Chiesa possa ancora custodire, trasmettere e celebrare autenticamente la fede cristiana.

In altri termini, il saggio di Werbick sul piano ecclesiologico è molto forte nella pars destruens e meno determinato nella pars construens. È ribadito con chiarezza che la Chiesa non può più essere pensata secondo modelli di autosufficienza gerarchica o di controllo delle coscienze. È meno chiaro come debbano essere ripensati, in un modo che sia teologicamente e antropologicamente adeguato, elementi decisivi come il ministero, l’autorità, l’appartenenza, la sacramentalità, la disciplina comunitaria, il magistero.

In chiave pastorale, questo problema non è affatto un dettaglio: un’azione ecclesiale attenta all’ascolto e all’accompagnamento ha bisogno anche di funzioni ecclesiali riconoscibili, di pratiche condivise, di forme stabili di vita comune, di ministeri efficaci. Se questi aspetti restano troppo sullo sfondo, il rischio è che la riforma dell’azione ecclesiale perda consistenza istituzionale e si traduca in una creatività magari esuberante, ma poco strutturata e quindi destinata a non superare la prova del tempo.

Si potrebbe dire allora che, a livello pastorale, Werbick offre soprattutto un criterio piuttosto che un modello. Il criterio è molto chiaro: ogni forma di azione e di organizzazione che non renda la Chiesa più evangelica, meno autoreferenziale, più solidale e più capace di cercare Dio insieme con gli altri, tradisce fatalmente la propria missione. Nondimeno, il modello operativo capace di attuare questo criterio resta volutamente aperto, indeterminato. Questo, da un lato, è un vantaggio, perché evita ricette facili; dall’altro lato, lascia irrisolto il problema di come tradurre tale criterio in riforme effettive ed efficaci delle comunità, dei ministeri e delle strutture.

Per andare verso la conclusione, nel complesso la mia valutazione del contributo di Werbick è che sia prezioso, nella misura in cui smonta senza reticenze una figura di Chiesa centrata sul possesso della verità e sul controllo delle coscienze, per rilanciare in alternativa una Chiesa più umile, più relazionale e più esposta evangelicamente.

Inoltre, sotto il profilo pastorale, la meditazione di Werbick è stimolante perché invita a passare da una logica di mantenimento e di conservazione, ad una logica di movimento e di trasformazione. Il suo limite sta nel fatto che questa sana provocazione, anche se si presenta forte dal punto di vista dell’intuizione teologica, fatica parecchio a tradursi in una proposta sufficientemente dettagliata di ristrutturazione della forma ecclesiale nella sua attuazione concreta.

Insomma, il saggio di Werbick ci aiuta molto a capire quale profilo di Chiesa non sia più sostenibile e quale stile pastorale non sia più evangelicamente credibile. Mi pare, tuttavia, ci aiuti meno a definire in modo realistico quale forma istituzionale positiva sia chiamata ad assumere la Chiesa, affinché quella conversione pastorale giustamente tanto auspicata possa produrre delle forme inedite dell’«essere e fare Chiesa», che siano davvero durevoli e praticabili.

Termino citando il paragrafo conclusivo del libro: «Molti resistono ancora in questa Chiesa, poiché riconoscono la volontà buona di Dio nella volontà buona e nell’impegno disinteressato al servizio della Chiesa da parte delle persone di chiesa ordinate o laici. Fanno parte del tesoro in vasi di creta. Sono Chiesa, grazia che si è fatta quotidianità, persone che hanno fiducia, incoraggiamento a resistere nell’esaurimento ecclesiale, nella contestazione espressa da una dispersione pandemica della fede. Mi testimoniano un Dio vicino, solidale eppure così indisponibile, un Dio che la Chiesa e il mondo non possono contenere».[5]


[1] J. WERBICK, Christentum – kann das weg? Glauben in Zeiten der Kirchen-Erschöpfung, Grünewald, Ostfildern 2023 (tr. it. F. Iodice, Il cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale, Queriniana, Brescia 2026).

[2] J. WERBICK, Il cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale, Queriniana, Brescia 2026, p. 149.

[3] Ivi, 284.

[4] Ivi, 210-211.

[5] Ivi, 299.

Il diaconato: l’equivoco della doppia vocazione

di: Edoardo Mattei
diacono

Torino, ordinazioni diaconali (foto di Massimo Masone per La Voce e il Tempo)

Un recente articolo di Luciano Bertelli[1] su queste pagine ripropone, con la sensibilità di chi ha vissuto il ministero diaconale in prima persona, il tema della complementarità tra diaconi e presbiteri a partire dalla Lumen gentium. Il testo ha il merito di riportare l’attenzione su una figura ministeriale che continua a essere trattata, in larga parte del mondo cattolico, come questione marginale o addirittura opzionale.

Proprio per questo il testo merita di essere ripreso e spinto un passo più avanti, perché l’impianto che lo sorregge, nonostante il linguaggio della sinodalità e della complementarità, resta un impianto gerarchico in senso stretto e questo impianto produce un’incoerenza che nessuna riflessione può, da sola, risolvere.

***

Bertelli cita il testo conciliare che colloca i diaconi «in un grado inferiore della gerarchia», ai quali le mani sono imposte «non per il sacerdozio, ma per il ministero»[2]. È l’affermazione con cui la Lumen gentium, al numero 29, restituisce dignità sacramentale piena a un grado che, per secoli, era sopravvissuto solo come tappa transitoria.

Ma la formula stessa rivela l’architettura che la sostiene: l’identità ministeriale del diacono è definita per collocazione in una scala che discende dalla pienezza sacramentale del vescovo, secondo lo schema della gerarchia che la teologia medievale, sulla scorta di Dionigi l’Areopagita, aveva reso canonico e che anche Tommaso d’Aquino riprende pensando i gradi dell’ordine come partecipazione decrescente di un’unica realtà sacramentale concentrata nell’episcopato.

È un’architettura in cui il grado superiore contiene virtualmente quello inferiore e in cui il principio ordinatore primo resta la gerarchia, non il battesimo. La stessa Lumen gentium, quando, al capitolo II, colloca il popolo di Dio prima della struttura gerarchica del capitolo III, introduce una correzione di rotta rispetto a questo impianto ereditato, ma non la porta a compimento nella prassi, e il diaconato ne paga il prezzo restando pensato più come funzione collocata in un grado che come servizio riconosciuto in un carisma.

È significativo, in questo senso, che lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica distingua dentro l’unica ordinazione un gradus participationis sacerdotalis, proprio di episcopato e presbiterato, e un gradus servitii, proprio del diaconato[3]: non una differenza di grado sulla stessa scala, ma una differenza di natura tra due modi di partecipare alla missione di Cristo. È questa distinzione magisteriale, più che qualunque correzione esterna all’impianto attuale, a offrire l’aggancio più solido per pensare il diaconato secondo la logica del servizio anziché secondo quella della funzione gerarchica.

Inoltre, questa architettura genera un’incoerenza concreta, non solo teorica, che riguarda proprio la distinzione tra diaconato transeunte e diaconato permanente su cui la riflessione teologica corrente, incluso l’articolo di Bertelli, tende a sorvolare. Lo stesso grado sacramentale viene trattato in due modi tra loro incompatibili: per i candidati al presbiterato è una tappa amministrativa, attraversata in pochi mesi, priva di una vocazione propria che le corrisponda; per i diaconi permanenti è, invece, vocazione terminale, soppesata con cura negli anni, spesso insieme alla moglie, secondo un cammino specifico.

Non si tratta di due accentuazioni pastorali di uno stesso dato, ma di due predicazioni incompatibili del termine «vocazione diaconale» applicate allo stesso grado dell’ordine. Nessun approfondimento del legame tra diacono e vescovo, per quanto teologicamente fecondo, può sciogliere questo nodo, perché il problema non sta nella qualità della relazione ma nella struttura del percorso che la precede.

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Il criterio per misurare questa incoerenza non è estraneo alla tradizione che la genera, anzi la precede. In Atti degli Apostoli 6,1-6 è la comunità a scegliere i candidati su cui gli apostoli impongono le mani[4]: un riconoscimento comunitario di un carisma già in atto, verificato dal popolo prima che l’autorità lo consacri, non un suggello finale apposto su un percorso deciso altrove. Oggi questo meccanismo è scomparso quasi ovunque, sostituito da una presentazione tutta interna al clero, parroci, rettori di seminario, superiori, senza che la comunità di appartenenza sia interpellata.

Applicato al diaconato transeunte, il criterio di Atti 6 è inapplicabile per definizione. Non esiste, per chi si sta preparando al presbiterato, un carisma diaconale autonomo che una comunità possa riconoscere, perché il soggetto non sta esercitando quella vocazione, la sta attraversando come tappa verso un’altra. Chiedere alla comunità di verificare una vocazione che non è quella effettivamente in atto è un esercizio vuoto e, infatti, nella prassi attuale nessuno lo fa sul serio: il diaconato dei seminaristi resta un passaggio quasi notarile, separato dal reale esercizio del ministero.

A questo punto vale la pena chiedersi se la sequenza stessa, diaconato prima del presbiterato, sia condizione di validità sacramentale o disciplina ecclesiastica riformabile. Un indizio decisivo viene dal modo in cui la tradizione canonica ha trattato chi violava quella sequenza. Il Codice del 1917 puniva con la sospensione dall’ordine chi otteneva gli Ordini per salto, cioè saltando un grado, senza le debite lettere dimissorie o prima dell’età canonica[5].

La sospensione è per definizione una pena che colpisce l’esercizio illecito di un ordine validamente ricevuto, non la sua validità: se il legislatore avesse considerato la sequenza dei gradi condizione di validità sacramentale, l’ordinazione per salto sarebbe stata dichiarata nulla, non semplicemente sospesa.

Trattandola come illecito punibile, il diritto stesso rivela che si tratta di materia disciplinare. Il Codice attuale conferma questa impostazione su un punto contiguo: il canone 1031 riserva alla Sede Apostolica la dispensa oltre l’anno dall’età richiesta per l’accesso al diaconato e al presbiterato, trattando quella soglia come ordinaria facoltà dispensatoria e non come deroga a un principio indisponibile[6].

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Se la sequenza dei gradi, e non solo l’età o l’intervallo tra di essi, appartiene a questa stessa categoria di disciplina ecclesiastica positiva, come il canone 2374 del 1917 lascia intendere, non c’è ostacolo di principio a che la Sede Apostolica estenda la logica già praticata per l’età fino a rendere il diaconato una via non obbligata per l’accesso al presbiterato. Sarebbe un intervento normativo nuovo, non la semplice applicazione di una dispensa già disponibile oggi, ma non richiederebbe di toccare ciò che è di istituzione divina, la struttura triadica del sacramento dell’ordine e la pienezza sacramentale dell’episcopato.

Il diaconato potrebbe così restare sempre e solo un grado a sé, coerente con il suo essere gradus servitii e non gradus participationis sacerdotalis, ricevuto in seguito a un discernimento comunitario reale condotto secondo il modello di Atti 6 e non a una presentazione clericale, mentre il futuro presbitero accederebbe al proprio ordine per una via che il diritto attuale già conosce nella logica, se non ancora nell’estensione, e il servizio che oggi svolge da diacono transeunte potrebbe essere reso in forma ministeriale non ordinata durante la formazione.

Solo in questo modo l’auspicio con cui Bertelli chiude il suo intervento, una Chiesa con molti diaconi radicati nella diaconia dei poveri, smette di convivere con una prassi che continua a leggere il diaconato attraverso la grammatica della funzione e del grado, in cui l’identità dipende dalla posizione occupata in una scala gerarchica, e comincia finalmente a essere pensato attraverso quella del servizio e del carisma riconosciuto dalla comunità che ne beneficia, che è poi l’unica grammatica capace di sostenere davvero, e non solo di enunciare, la sinodalità di cui tanto si parla.


[1] L. Bertelli, Diaconi e presbiteri, ministeri complementari, in SettimanaNews 11 luglio 2026.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, 1964, n. 29.

[3] Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1554, che distingue, dentro l’unica ordinazione, il gradus participationis sacerdotalis di episcopato e presbiterato dal gradus servitii proprio del diaconato.

[4] At 6,1-6. Sulla prassi del consenso comunitario come condizione dell’elezione ministeriale nei primi secoli, cf. anche Cipriano di Cartagine, Epistulae, 67, sul diritto della comunità di scegliere i vescovi degni e ricusare gli indegni.

[5] Codex Iuris Canonici (1917), can. 2374: chi ottiene gli Ordini per salto, senza le debite lettere dimissorie o prima dell’età canonica, rimane sospeso dall’ordine ricevuto.

[6] Codice di Diritto Canonico (1983), can. 1031 §§1, 4: la dispensa oltre l’anno dall’età richiesta per l’ammissione al diaconato e al presbiterato è riservata alla Sede Apostolica.

L’unità tra ortodossi e cattolici si realizzerà “dal basso”

di: Pavlos Koumarianos

ecumenismo

I mutamenti più importanti

Negli ultimi decenni, un numero ormai visibile di cristiani ortodossi ha preso coscienza del fatto che il permanere della divisione tra le Chiese costituisce un crimine! La conservazione volontaria dello scisma è in chiarissima contraddizione con il desiderio teandrico di Cristo che quanti credono in Lui siano una cosa sola.

I cristiani ortodossi sono stati influenzati, in larga misura, anche dalle ultime parole del santo contemporaneo della Chiesa ortodossa, Porfirio di Kavsokalyvia (1992), cioè le parole scritturistiche: «Che siano una cosa sola!» (Gv 17,21). Inoltre, hanno smascherato come infondate le presunte dottrine “eretiche” della Chiesa cattolica.

Hanno compreso che il primato del papa si fonda sul fatto che Cristo stesso affidò a Pietro un ruolo particolare all’interno dei Dodici. Hanno inoltre compreso che, poiché la Chiesa continua a esistere storicamente, deve continuare anche il ministero petrino. Questa successione è legata alla Chiesa di Roma, alla quale, fin dai primissimi tempi, fu riconosciuto un particolare ruolo ecclesiale.

Allo stesso tempo, hanno compreso che la posizione cattolica non sostiene che il papa sostituisce il corpo dei vescovi. Il papa è concepito come un vescovo all’interno del collegio episcopale, ma con una responsabilità particolare per l’unità universale. Primato e sinodalità sono considerati complementari: non esiste sinodalità senza primato e non esiste primato senza sinodalità. Questo è un punto sul quale concordano entrambe le Chiese.

Parallelamente, hanno compreso che l’infallibilità papale non significa che il papa sia “senza peccato”, come veniva insegnato e creduto da molti ortodossi! Il papa è infallibile soltanto quando formula i dogmi della Chiesa sui quali il Sinodo dei vescovi ha già espresso il proprio consenso. La medesima infallibilità appartiene anche al corpo dei vescovi quando, in comunione con il papa, insegna in modo definitivo. In breve, il papa è infallibile quando esprime la coscienza dell’intero Corpo della Chiesa!

La questione del “Filioque”

Per quanto riguarda il Filioque, hanno compreso che l’autentica posizione cattolica non insegna l’esistenza di due cause ontologiche dello Spirito Santo. Al contrario, confessa che il Padre è il «principio senza principio» e la prima fonte della divinità; lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio come da un unico principio e mediante un’unica spirazione, non da due fonti indipendenti, poiché il Figlio riceve tutto dal Padre: «Egli, (il Paraclito), mi glorificherà, perché prenderà da ciò che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da ciò che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16,14-15). A ciò si aggiungono espressioni quali «lo Spirito del Figlio» (Gal 4,6) e «lo Spirito di Cristo» (Rm 8,9).

Del resto, gli stessi Padri Cappadoci – Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e Gregorio di Nissa – furono i primi a formulare una teologia dell’esistenza eterna dello Spirito Santo dal Padre attraverso il Figlio, con espressioni come la seguente: «Tra coloro che provengono dalla Causa, cioè dal Padre, distinguiamo ancora un’altra differenza: l’uno proviene immediatamente dal Primo, mentre l’altro proviene per mezzo di colui che procede immediatamente dal Primo. In questo modo rimane indiscutibile il carattere unigenito del Figlio e non viene contestato che lo Spirito provenga dal Padre, poiché la mediazione del Figlio, da una parte, conserva il carattere unigenito del Figlio e, dall’altra, non esclude lo Spirito dalla sua relazione naturale con il Padre».[1]

E ancora: «Uno solo è anche lo Spirito Santo, confessato in modo unico, il quale è congiunto all’unico Padre per mezzo dell’unico Figlio e completa con sé stesso la tanto celebrata e beata Trinità».[2]

E, infine: «La bontà naturale, la santificazione secondo natura e la dignità regale si estendono dal Padre, attraverso l’Unigenito, fino allo Spirito».[3] La stesso Catechismo della Chiesa cattolica ritiene che la formulazione orientale «dal Padre attraverso il Figlio» e quella occidentale «dal Padre e dal Figlio» possano esprimere prospettive complementari, purché sia preservata la monarchia del Padre e non si intendano due cause.[4]

Maria santissima

Per quanto riguarda l’Immacolata Concezione, anche la stessa tradizione orientale chiama la Madre di Dio Tuttasanta e Immacolata e la proclama «libera da ogni macchia di peccato».[5] Inoltre, in entrambe le Tradizioni, la santità assoluta della Madre di Dio è opera dello Spirito Santo!

Quanto all’Assunzione della Vergine, il dogma cattolico non definisce che Maria non sia morta. La formulazione di Pio XII afferma che la Madre di Dio, «terminato il corso della sua vita terrena», fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo.[6]

Molti teologi cattolici e la stessa tradizione liturgica cattolica ammettono la morte della Madre di Dio. Il Catechismo stesso cita il tropario ortodosso della Dormizione: «Nella tua Dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio».[7]

La differenza, pertanto, tra la Dormizione ortodossa e l’Assunzione cattolica è minore di quanto spesso venga presentata. Entrambe le tradizioni confessano che la Madre di Dio si trova interamente, anima e corpo, nella gloria del Figlio suo, come anticipazione della risurrezione comune.

Il purgatorio

Per quanto riguarda il fuoco del purgatorio, secondo la dottrina cattolica ufficiale esso non costituisce una seconda possibilità di salvezza. Riguarda persone che sono già morte in comunione con Dio e la cui salvezza è certa, ma che non hanno ancora raggiunto la piena purificazione e santità richiesta per la visione immediata di Dio.[8]

L’argomentazione cattolica utilizza i seguenti passi biblici: 2Mac 12,43-46, riguardante la preghiera e il sacrificio per i defunti; 1Cor 3,13-15, dove l’uomo viene salvato, ma «come attraverso il fuoco»; Mt 12,32, riguardante i peccati che non saranno perdonati «né in questo mondo né in quello futuro»; e, infine, l’antica preghiera ecclesiale per i defunti.

Inoltre, il principale argomento cattolico rivolto agli ortodossi è forte: dal momento che la Chiesa ortodossa prega per il perdono e il riposo dei defunti, essa riconosce che la preghiera della Chiesa può essere loro di giovamento. Esiste, dunque, una qualche forma di purificazione o di progresso dopo la morte!

La transustanziazione

Anche la “transustanziazione”, secondo la posizione cattolica, non pretende di spiegare scientificamente il mistero. Essa intende salvaguardare due verità:

(1) dopo la trasformazione eucaristica, non abbiamo più semplice pane e vino dotati di un significato simbolico;

(2) le proprietà sensibili continuano ad apparire come quelle del pane e del vino, ma in realtà si tratta del Corpo e del Sangue di Cristo!

Il termine “sostanza” significa qui soprattutto “ciò che una realtà è veramente”. La realtà interiore dei Doni viene trasformata, mentre le loro caratteristiche sensibili rimangono. Il termine non elimina il mistero, ma esclude un’interpretazione meramente simbolica.

Inoltre, la teologia cattolica non nega che l’epiclesi dello Spirito Santo sia efficace nella trasformazione dei Santi Doni. Il Catechismo insegna esplicitamente che, nell’epiclesi, la Chiesa supplica il Padre di inviare lo Spirito Santo sui Doni, affinché diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, e collega la trasformazione tanto alle parole istitutive di Cristo quanto all’azione dello Spirito Santo.[9] Di conseguenza, la contrapposizione «Ortodossi: epiclesi – Cattolici: parole dell’istituzione» è eccessivamente semplicistica.

Infine, il concetto occidentale di “grazia creata” non significa che l’uomo non partecipi realmente a Dio. Esso indica principalmente l’effetto reale e creato che la presenza increata di Dio produce nell’uomo!

Perché l’unione non si realizza?

Il problema, tuttavia, è che, mentre le differenze ritenute tali sono state chiarite ed è stato constatato che si trattava piuttosto di incomprensioni che di differenze reali, l’unione non si realizza! Perché?

Riteniamo che, da parte ortodossa, le ragioni siano tre:[10]

(1) La prima ragione consiste nelle reazioni paranoiche di alcuni fondamentalisti ortodossi, i quali hanno demonizzato i “Latini” e il papa e non si pentiranno né cambieranno opinione nei secoli dei secoli! Questo avviene ovunque con i fondamentalisti di tutte le confessioni e di tutte le religioni! Il fondamentalismo è una malattia psichica incurabile che può colpire persone di qualsiasi religione e confessione! I fondamentalisti manifestano un particolare modo di comportarsi non soltanto verso i fedeli di altre confessioni o religioni, ma anche verso le proprie mogli, i propri figli, i propri amici e l’intero ambiente sociale che li circonda.

(2) La seconda ragione è che il ristabilimento dell’unità delle Chiese è stato affidato ai teologi – o, piuttosto, ai filosofi! Qui incontriamo un altro problema. Il problema è che ogni teologo-filosofo vuole dimostrare di essere più sapiente dell’altro, di sapere più dell’altro e, se è un teologo ortodosso, vuole sempre essere lui, e lui soltanto, ad avere ragione!

(3) La terza ragione è che il ristabilimento dell’unità è stato affidato ai vescovi. Non so che cosa accada tra i vescovi cattolici. So, però, molto bene che cosa accade tra molti vescovi ortodossi. Sono dominati dalla passione per il potere! Vogliono essere sempre al di sopra degli altri e sempre i primi. Molti vescovi ortodossi non sono diventati vescovi per servire il popolo di Dio, ma per soddisfare il proprio narcisismo. Di conseguenza, sono incapaci di accettare il primato del papa. Vogliono essere sempre loro i primi! Ciascuno di loro pretende, nella propria diocesi, gli onori di un papa, così come essi li intendono: vogliono possedere l’infallibilità, essere onniscienti e, quando parlano, pretendono che nessun altro parli, ma che tutti li ascoltino! Ma, per amor di Dio! Siamo cristiani? Anche se il papa volesse essere il primo soltanto per egoismo, quale sarebbe il problema per un cristiano che crede nel valore supremo dell’umiltà? Quale sarebbe il problema per un vescovo ortodosso, il quale, per diventare vescovo, deve prima essere diventato monaco, dal momento che le virtù supreme del monachesimo sono l’umiltà e l’obbedienza? «Vuoi tu, papa, essere il primo? Sì, benissimo: sii tu il primo e superiore a tutti!» Questo è un atteggiamento di vita coerente con l’Ortodossia! E questo lo dico io, che sono ortodosso…

L’unità, dunque, non verrà né dai teologi-filosofi né dai presuli assetati di primato e di potere!

Qual è, allora, la soluzione? Rimarremo per sempre divisi senza ragione e senza motivo? No!

L’unione verrà dal basso

La soluzione è che l’unità venga dal basso, dal semplice e puro popolo di Dio!

È una grande benedizione il fatto che i cattolici permettono a noi ortodossi di ricevere liberamente la comunione nelle chiese cattoliche. Dobbiamo avvalerci di questa benedizione e noi ortodossi dobbiamo cominciare a ricevere la comunione nelle chiese cattoliche.

Dall’altra parte, purtroppo, la Chiesa ortodossa non concede ai cattolici questa autorizzazione. Possiamo, però, organizzare celebrazioni sacre comuni con la partecipazione dei cattolici: vespri, paraclisi, compieta e tutte le altre celebrazioni che si svolgono nelle chiese ortodosse, a eccezione del mistero della Divina Eucaristia! Possiamo, tuttavia, invitarli a pregare insieme con noi durante il Mistero della Divina Eucaristia e a scambiare il Bacio della Pace e dell’Amore! In questo modo potremo rompere il ghiaccio, conoscerci, familiarizzare gli uni con gli altri, smascherare come infondate le nostre presunte differenze e amarci reciprocamente!

Vi è, inoltre, un’altra cosa che possiamo fare: alcuni sacerdoti ortodossi possono assumersi la responsabilità e cominciare a dare la comunione ai cattolici. Sarebbe un atto di disobbedienza verso la Chiesa ortodossa, ma un atto di obbedienza verso Cristo, che è il capo della sua Chiesa, la quale deve essere Una, unita e unica!

koumarianosPadre Pavlos Koumarianos ha compiuto gli studi di Teologia presso l’Università di Atene. Ha conseguito il Diploma di specializzazione e il Dottorato di ricerca in Storia e Teologia della liturgia delle Chiese orientali presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma. Ha iniziato la sua attività didattica in Grecia, presso l’Athens College di Psychiko. Ha insegnato presso università cattoliche a Montréal, Ottawa e Toronto, nonché presso l’Accademia Teologica Ortodossa di Toronto. Successivamente è stato nominato Assistant Professor presso la Holy Cross Greek Orthodox School of Theology di Boston, dove ha insegnato per un solo anno, prima del suo definitivo ritorno in Grecia per motivi di salute. È membro fondatore della International Society for the Study of Eastern Liturgy, alla cui fondazione contribuì in modo determinante il compianto liturgista p. Robert F. Taft. È autore di numerosi studi e articoli scientifici, pubblicati in riviste greche e internazionali, dedicati alla storia e alla teologia della liturgia ortodossa. Attualmente insegna presso l’Accademia Εcclesiastica Universitaria di Atene. Sacerdote della Chiesa Ortodossa, è sposato e padre di sei figli. Ha prestato servizio presso comunità ortodosse in Grecia, Italia, Canada e Stati Uniti d’America (a cura di Francesco Strazzari)


[1] Gregorii Nysseni, Ad Ablabium, PG 45, 133B–C

[2] Basilii Magni, De Spiritu Sancto, PG 32, 149B–152A.

[3] Basilii Magni, De Spiritu Sancto, PG 32, 153B–C.

[4] Chiesa Cattolica, Catechismo della Chiesa Cattolica (Atene: Kaktos, 1996), §§ 246, 248.

[5] Germanus of Constantinople, Homilia in Annuntiationem Deiparae, PG 98:328A, and Homilia II in Dormitionem, PG 98:357; Anastasius of Antioch, Sermo II de Annuntiatione 2, PG 89:1377AB, and Sermo III de Annuntiatione 2, PG 89:1388C; Andrew of Crete, Canon in Nativitatem B. Mariae Virginis 4, PG 97:1321B, Homilia I in Nativitatem B. Mariae Virginis, PG 97:812A, and Homilia I in Dormitionem, PG 97:1068C; Sophronius of Jerusalem, Oratio II in Annuntiationem 18, PG 87.3:3237BD.

[6] Pius XII, Apostolic Constitution Munificentissimus Deus (November 1, 1950), no. 44, Acta Apostolicae Sedis 42 (1950): 770; Denzinger–Hünermann, no. 3903.

[7] Chiesa Cattolica, Catechismo della Chiesa Cattolica, § 966, nota 507.

[8] Catholic Church, Catechism of the Catholic Church, 2nd ed. (Washington, DC: Libreria Editrice Vaticana–United States Conference of Catholic Bishops, 2000), nos. 1030–32.

[9] Catholic Church, Catechism of the Catholic Church, 2nd ed. (Vatican City: Libreria Editrice Vaticana, 1997), §§1105–6, 1353, 1357, 1375.

[10] Per quanto riguarda la parte cattolica, non lo sappiamo! Ce lo dicano loro stessi, se vi sono ragioni, da parte cattolica, che impediscono o ritardano l’unione!

settimananews

«Non ce la faccio più». Viaggio nella solitudine dei caregiver (e nelle risposte alle loro richieste d’aiuto)

Madre e figlia si stringono le mani

«Non ce la faccio più». Quante volte in questi ultimi anni abbiamo sentito frasi come questa. Appelli disperati di mogli, mariti, figli, parenti che hanno scelto – o hanno dovuto scegliere – di stare accanto a un familiare malato cronico, quasi sempre non autosufficiente, spesso con disabilità cognitive o intellettive. Una decisione dettata dall’affetto, certamente, ma anche dalla consapevolezza che troppo spesso non ci sono alternative. Come curare un proprio caro che ha bisogno di assistenza h24 quando da una parte non ci sono le risorse per l’assistenza privata e dall’altra la sanità pubblica non offre garanzie adeguate, tra Rsa costrette alla chiusura e altre strutture per non autosufficienti alle prese con carenze strutturali di spazi e di personale? È il dramma dei milioni di caregiver familiari: non sappiamo ancora con precisione quanti siano, perché manca una disciplina nazionale che li definisca e li censisca in modo organico. Sappiamo però che ogni giorno, e ogni notte, sono accanto a una persona amata che attraversa la prova della malattia, della disabilità o della non autosufficienza, vivendo anche loro una grande prova: anni di fatica silenziosa, di rinunce, di isolamento, di preoccupazioni che finiscono per logorare la salute fisica e quella psicologica.
Ha fatto scalpore nei giorni scorsi la sentenza della Corte d’Assise di Arezzo che ha assolto Giuseppina Martin, 67 anni, dall’accusa di aver ucciso la madre Mirella, 93 anni, da tempo malata di Alzheimer. Secondo i giudici la donna, dopo tanti anni di vicinanza silenziosa, ha sviluppato uno “stress da assistenza” che ha determinato, al momento del delitto, una ridotta comprensione della gravità del gesto. Quella figlia, lasciata sola a sopportare l’impegno della cura e quello, forse ancora più snervante, del carico psicologico derivante dal contatto quotidiano con una madre sempre meno presente a sé stessa, alla fine ha ceduto e ha fatto ciò che certamente, in condizioni di lucidità, non avrebbe mai fatto. Esito atroce, umanamente terribile, ma che va inquadrato nelle condizioni in cui è maturato, come hanno fatto appunto i giudici. Non un gesto da considerarsi esemplare quindi, ma un momento di confusione mentale da comprendere, come quelli che rimbalzano frequentemente dalle cronache in questo scorcio di estate torrida, quando il caldo insopportabile causa a tutti insonnia e irascibilità, figurarsi a chi, come i caregiver di lungo corso, portano tutto l’anno sulle spalle pesi terribili. Quando leggiamo che un ottantenne ha sparato alla moglie affetta da Alzheimer e poi si è tolto la vita, quando un padre uccide un figlio disabile prima di suicidarsi, siamo di fronte a persone disperate, profondamente fragili, incapaci di individuare soluzioni alternative a causa della sofferenza a lungo sopportata ma anche per l’angoscia di una solitudine considerata senza vie di uscita. Scelte estreme e drammatiche che dovrebbero interrogare chi, a livello locale e nazionale, ha la responsabilità della salute pubblica, ma anche le nostre comunità. Come mai di fronte a famiglie piegate sotto il giogo della malattia che opprime, confonde la mente e toglie il respiro, non siamo capaci di organizzare reti solidali, iniziative di sostegno concreto e di vicinanza umana? Qualche esperienza positiva c’è, per fortuna. Ma di fronte al bisogno crescente e sterminato dei caregiver familiari dovrebbe diventare la norma, non l’eccezione. Non abbiamo bisogno di slanci occasionali ma di impegni strutturali e competenti. Preghiera e fede senza carità, ci dice san Paolo, diventano solo «un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna», cioè un suono fastidioso. Pensiamoci.
Ma, allo stesso tempo, è giusto continuare a sollecitare chi ha la responsabilità delle politiche pubbliche affinché si arrivi finalmente a una disciplina organica del caregiver familiare. Intervistata da Avvenire proprio in questi giorni, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha auspicato che il disegno di legge possa ottenere il via libera della Camera entro settembre e quello definitivo del Senato all’inizio del 2027. Sarebbe il primo riconoscimento organico della figura del caregiver familiare dopo oltre quindici anni di tentativi rimasti senza esito. Il testo oggi all’esame della Commissione Affari sociali della Camera introduce una definizione nazionale del caregiver familiare, rafforza alcune tutele lavorative, previdenziali e formative e prevede un contributo economico di 1.200 euro a trimestre destinato ai caregiver conviventi che garantiscono almeno 91 ore settimanali di assistenza e rispettano determinati requisiti reddituali e patrimoniali. Per gli altri livelli di intensità assistenziale sono previste forme di riconoscimento e tutela, ma non il contributo economico diretto. Quanto alle risorse già stanziate si tratta per il 2027 di 250 milioni. Il contributo economico perciò non potrà riguardare al massimo più di 52mila caregiver in un anno: cifre che farebbero apparire le misure attualmente in discussione come estremamente insufficienti. In totale i caregiver variamente intesi in Italia sono oltre 7 milioni (alcuni però solo per due ore a settimana), mentre 2,3 milioni offrono assistenza a non autosufficienti per oltre 10 ore alla settimana, secondo i dati Istat. Ma individuare la platea spetterà all’Inps che dovrà in questi mesi predisporre una piattaforma ad hoc.

La vita amara delle famiglie sempre più sole. Ma un tempo com’era?

Come mai, verrebbe da chiedersi, oggi si parla così spesso – e comunque meno di quanto sarebbe necessario – del problema dei caregiver familiari? Un tempo non esistevano malati cronici che avevano bisogno di assistenza? Non c’erano figli, figlie, coniugi o altri parenti che si prendevano cura di una persona malata? Naturalmente sì. Sarebbe però un errore pensare che sia cambiata soltanto la famiglia. Sono cambiate, insieme, la società, la demografia e la medicina. Da una parte la popolazione è progressivamente invecchiata, con un numero sempre maggiore di persone che convivono per molti anni con patologie croniche o neurodegenerative. Dall’altra, i progressi della ricerca e delle cure hanno permesso a milioni di persone di sopravvivere a ictus, tumori, traumi e malattie neurologiche che un tempo sarebbero state rapidamente fatali. E, grazie a Dio, anche tanti bambini affetti da gravissime patologie congenite o da disabilità oggi possono vivere molto più a lungo, raggiungere l’età adulta e costruire relazioni, esperienze e progetti di vita che fino a pochi decenni fa sarebbero stati impensabili. È uno dei più grandi successi della medicina contemporanea. Questo straordinario progresso, però, ha avuto come naturale conseguenza l’aumento del bisogno di assistenza di lungo periodo. Sempre più persone vivono a lungo con condizioni di non autosufficienza e, di conseguenza, cresce il numero delle famiglie chiamate a farsi carico della cura.
Nello stesso tempo è profondamente cambiata anche la struttura familiare. Quando più generazioni vivevano sotto lo stesso tetto, l’assistenza era spesso condivisa. Le famiglie erano più numerose, esistevano reti parentali più ampie e, nella maggior parte dei casi, c’erano sorelle, zie o altri familiari che potevano alternarsi nella cura, mentre molte donne non erano impegnate in un’attività lavorativa esterna. Nessuno, naturalmente, rimpiange quel modello sociale. Ma nelle famiglie di oggi, più piccole, più mobili e spesso composte da una sola persona che lavora, l’assistenza continuativa a un malato cronico può trasformarsi rapidamente in un’emergenza. Chi può permettersi di lasciare il lavoro per assistere un coniuge, un genitore o un figlio che ha bisogno di cure quotidiane? Quasi nessuno. Eppure, in assenza di servizi sufficienti, per molti quella diventa l’unica strada possibile. Ecco perché, negli ultimi venti o trent’anni, la figura del caregiver familiare è diventata un pilastro silenzioso del nostro sistema di welfare e, giustamente, oggetto di crescente attenzione da parte della ricerca scientifica, delle istituzioni e del mondo associativo.
La parola caregiver comincia a comparire nella letteratura medica e psicologica anglosassone tra gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto negli studi sulla salute mentale e sull’assistenza agli anziani. Negli anni Ottanta il concetto si consolida grazie alle ricerche sulle demenze, in particolare sull’Alzheimer, che dimostrano come il benessere del familiare che assiste influenzi direttamente anche quello della persona malata. In Italia il termine entra nel linguaggio scientifico e sanitario soprattutto tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, mentre il riconoscimento istituzionale arriva molto più tardi. Solo con la legge di Bilancio 2018 compare per la prima volta nell’ordinamento italiano una definizione di caregiver familiare, anche se manca ancora una disciplina organica nazionale. Oggi appare ormai evidente che il caregiver non è semplicemente un “familiare disponibile”, ma una persona che svolge un’attività di enorme valore sociale ed economico. Per molti si tratta di un impegno destinato a durare anni, talvolta una vita intera, con conseguenze importanti sulla salute fisica e psicologica, sulla possibilità di lavorare, sulla stabilità economica e persino sulla rete delle relazioni sociali. Riconoscere questo ruolo significa prendere atto di una trasformazione profonda della nostra società e costruire politiche capaci di accompagnarla.

Ma quanti sono davvero i caregiver e cosa fanno?

Non esiste un criterio con cui calcolare il numero dei caregiver familiari visto che – come detto – manca una legge nazionale che definisca e censisca in modo completo questa figura. Quindi dobbiamo puntare sulle tante stime tracciate in questi anni. L’Istat si è detto, nell’ultima Indagine sulla conciliazione tra lavoro e cura familiare, parla di 3,5 milioni di caregiver familiari ma ammette che si tratta di un dato sottostimato per la tipologia della ricerca, parziale, che ha evidenziato soltanto il ruolo delle persone che assistono familiari disabili, malati gravi o anziani non autosufficienti. Il rapporto Cnel-Censis 2026 arriva invece a calcolare quasi 8 milioni di caregiver, mettendo insieme tutti coloro che prestano il loro lavoro di cura in modo informale nell’ambito familiare. Una stima che le associazioni ritengono più che credibile e che – se confermata – renderebbe quasi inutili le misure della legge al vaglio della Commissione Affari sociali della Camera. Al di là del dibattito politico, gli studi sulla questione caregiver hanno permesso di aver un quadro abbastanza articolato su questa funzione. Sappiamo che la maggior parte dei caregiver sono donne (circa il 70/80 per cento, secondo le diverse indagini) hanno spesso un’età compresa tra 45 e 64 anni; alcuni conciliano l’attività di cura con un lavoro retribuito, ma almeno nella metà dei casi, le persone riducono o interrompono l’attività lavorativa per assistere il familiare malato. Spesso si tratta di un’assistenza a 360 gradi, con un carico di lavoro “infermieristico” che si somma all’assistenza psicologica e finisce per pesare in modo rilevantissimo sulla stabilità emotiva.

«Noi, young carers, chiediamo di non essere lasciati soli»

Il caso di Marco è più diffuso di quanto si pensi. Negli ultimi anni sono aumentati gli studi dedicati ai young carers (giovani che assistono un familiare) e il tema ha ricevuto maggiore attenzione da parte di ricercatori e istituzioni. I dati mostrano come molti giovani caregiver familiari – le circostanze per cui devono occuparsi di nonni, genitori o fratelli malati sono le più diverse – siano costretti a sospendere o abbandonare il lavoro. Secondo un’indagine dell’associazione Caregiver Familiari Uniti (2026) emerge che, tra i giovani caregiver senza lavoro, circa il 62% ha lasciato un’occupazione per dedicarsi alla cura di un familiare. Le emergenze sanitarie più frequenti riguardano le diverse demenze senili, Sla – nelle diverse forme – e Parkinson avanzato. Oltre a tutte le malattie neurologiche degenerative. Qui prevalgono le attività di assistenza fisica e sanitaria – che aumentano con il progredire della perdita di mobilità e autonomia – ma il sostegno emotivo resta essenziale. Nelle cure oncologiche più impegnative, che rimangono la patologia più frequente per determinare la scelta dei caregivers, i due aspetti tendono a essere fortemente intrecciati e determinano spesso un bisogno continuativo di assistenza familiare. Poi c’è tutto il capitolo delle disabilità congenite o acquisite (paralisi cerebrale infantile; sindromi genetiche con grave disabilità; esiti di traumi cranici o spinali). Quando si tratta di bambini, insieme alla sofferenza straziante per le loro condizioni, c’è anche la consapevolezza che il caregiving potrà protrarsi per decenni. Ma pretendere di elencare tutte le patologie che costringono una mamma, un papà, un figlio a diventare caregiver familiare va al di là dei nostri obiettivi. Potremmo ricordare le diverse tipologie di paralisi e di ictus, le insufficienze d’organo cronache, le malattie rare, i disturbi psichiatrici gravi, le tante forme di fragilità degli anziani (perdita della mobilità; decadimento cognitivo lieve; pluripatologie; elevato rischio di cadute con una gamma di conseguenze pressoché infinita), ma si tratterebbe di un elenco del tutto parziale. Tutto questo serve però per dire che nell’universo dei caregiver, ancora largamente inesplorato, esiste una varietà estrema da cui deriva una gamma amplissima di difficoltà, con un impegno variabile anche dal punto di vista dell’assistenza. Stare accanto a un malato, pur molto grave, ma dialogante, collaborativo, vigile appare molto diverso, soprattutto per quanto riguarda l’impatto psicologico, che non assistere un anziano malato di Alzheimer oppure un familiare affetto da una patologia psichiatrica invalidante.

Ma cosa dice la legge quadro ormai in dirittura d’arrivo?

Il punto più rilevante del disegno di legge quadro, già approvato dal Consiglio dei ministri, sembra il riconoscimento giuridico della figura del caregiver familiare. Per la prima volta questo ruolo viene definito in modo organico, individuando chi può essere riconosciuto come tale (coniuge, convivente, parenti entro determinati gradi e altri familiari previsti dalla legge), distinguendolo da diversi livelli di impegno assistenziale. Importante poi, naturalmente, il capitolo dedicato al riconoscimento economico, pur con le tante perplessità già avanzate dalle associazioni. Ai caregiver che rispettano determinati requisiti, con criteri legati all’intensità dell’assistenza prestata e alla convivenza con la persona assistita, andranno cifre esigue – come detto circa 400 euro mensili – con una ulteriore selezione per quanto riguarda gli aventi diritto.
Capitolo lavoro. La legge prevede maggiori tutele per favorire la conciliazione tra lavoro e assistenza; promuovere forme di flessibilità lavorativa; valorizzare l’attività di cura nelle politiche del lavoro. Tutti principi ineccepibili che dovranno poi essere declinati in modo concreto. Anche in questo caso l’attesa dei caregivers è tanta. Il testo prevede un rafforzamento delle tutele previdenziali, tema molto richiesto dalle associazioni dei caregiver e proposte per la formazione e il supporto psicologico (percorsi di formazione per affrontare l’assistenza; sostegno psicologico; maggiore integrazione con i servizi sanitari e sociali) con l’obiettivo di ridurre il rischio di burnout e migliorare la qualità dell’assistenza. Infine, secondo quanto indicato dal cosiddetto “progetto vita”, il caregiver dovrebbe essere coinvolto maggiormente nella pianificazione dell’assistenza della persona con disabilità o non autosufficienza, riconoscendone il ruolo nel percorso di cura. Un quadro ancora lontano dalle richieste delle associazioni che più volte hanno messo in luce la necessità di ampliare la gamma degli interventi. Oggi, in attesa della legge, i caregiver possono già beneficiare di alcune tutele, che però sono legate alla persona assistita più che al caregiver stesso, come i permessi retribuiti previsti dalla Legge 104; il congedo straordinario retribuito fino a due anni per alcuni familiari; alcune misure regionali finanziate attraverso il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare.

Le reti di mutuo aiuto

Quello che non è riuscita ancora a fare la legge, l’hanno fatto in parte – più o meno ampia – e lo continuano a fare le associazioni e le reti di mutuo aiuto, sia online sia sul territorio. Sono collegamenti che permettono ai caregiver familiari di confrontarsi con persone che vivono esperienze simili. L’obiettivo non è solo offrire supporto emotivo, ma anche condividere informazioni pratiche, orientarsi tra i servizi e contrastare l’isolamento, che è uno dei problemi più frequenti dei caregiver.  Tra le esperienze più significative c’è “Carer-Associazioni caregiver familiare” che organizza webinar, incontri online, gruppi di confronto, attività formative e iniziative di advocacy per il riconoscimento dei caregiver. È anche parte della rete europea Eurocarers (71 organizzazioni di 26 Paesi). Molto attivi anche i gruppi di Auto Mutuo Aiuto (Ama), promossi dal terzo settore, che in molti territori si svolgono sia in presenza sia da remoto e consentono ai partecipanti di condividere difficoltà, strategie e risorse in un ambiente facilitato. Esistono poi tante reti territoriali sostenute da alcune amministrazioni regionali, come l’Emilia-Romagna, che mettono in collegamento associazioni, sportelli di ascolto, gruppi di sostegno psicologico e servizi informativi dedicati ai caregiver.
Anche le comunità online stanno assumendo un ruolo crescente. Esistono forum, gruppi facebook, community su WhatsApp e spazi di discussione dedicati a specifiche patologie (Alzheimer, Parkinson, Sla, malattie rare), dove i caregiver si scambiano consigli pratici e sostegno emotivo. Molte associazioni di pazienti hanno creato sezioni specifiche per i familiari assistenti. Tutte realtà molto importanti perché riducono il senso di solitudine; favoriscono lo scambio di informazioni affidabili su diritti, prestazioni e servizi; aumentano la capacità di affrontare il carico assistenziale; migliorano il benessere psicologico grazie al confronto con persone che condividono direttamente l’esperienza della cura. Insomma, si parla lo stesso linguaggio e si comprendono facilmente le esigenze dell’interlocutore. I temi sono quelli che stanno più a cuore a chi ha scelto di stare accanto a un familiare in gravissima difficoltà: come gestire i disturbi comportamentali di una persona con demenza, come affrontare il senso di colpa, come affrontare l’assistenza senza esaurirsi, come parlare in modo efficace ai medici e agli infermieri, come conciliare lavoro e cura.
Nelle nostre regioni il loro sviluppo è ancora disomogeneo: alcune regioni hanno costruito reti molto attive, mentre in altre aree l’offerta dipende soprattutto dall’iniziativa di associazioni locali e dal volontariato. In ogni caso, quella dell’associazionismo è una strada che produce conoscenze e offre vicinanza. Grazie a queste reti il mondo dei caregivers, da semplice destinatario di aiuti pubblici – laddove ci sono – sta diventando un portatore di conoscenze, una risorsa utile anche per l’organizzazione dei servizi sociali e sanitari. In questo impegno, che rappresenta una vera e propria svolta culturale, dovranno essere sempre più presenti anche comunità, parrocchie, centri di ascolto, associazioni di ispirazione cristiana nella consapevolezza che la cura nelle sue diverse forme, compresa evidentemente quella prestata dai caregivers, non è solo un principio largamente affermato dalla dottrina sociale della Chiesa, ma può rappresentare un’occasione propizia per avviare percorsi di spiritualità capaci di alimentare, sostenere e vivere concretamente valori come la responsabilità condivisa, l’amicizia, la vicinanza solidale, la partecipazione, il sacrificio, la buona relazione, la fraternità. È una nuova, drammatica e urgente sfida dell’evangelizzazione.

Per saperne di più

Il manuale dei caregiver familiari. Aiutare chi aiuta, a cura di Franco Pasaresi (Maggioli editore 2021), pagg.308 con testi di Marco Trabucchi, Antonio Guaita, Marina Simoncelli, Giorgia Di Cristofaro, Alessandra Torreggiani
Alzheimer, badanti, caregiver e altre creature leggendarie (Il Pensiero scientifico Editore, 2019) di Eleonora Belloni
Guida pratica al prendersi cura. Una guida concreta all’assistenza quotidiana (Maggioli editore 2024) di Paola Benetti
Dal caregiver al caregiving. Una rete di sostegno alle persone con fragilità, Università Cattolica del Sacro Cuore – Centro di Ricerca sul Caregiving, 2026.
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Due termini raccontano una tradizione in cui la coscienza individuale, il dubbio e la domanda sono il cuore del cammino religioso, anche nell’epoca degli algoritmi

Sharia, fatwa e IA: la libertà come scelta nel pensiero islamico

Oggi e domani a Santa Maria di Leuca la terza edizione del Piccolo festival di filosofia rifletterà sulla libertà a partire dai verso dantesco “Libertà va cercando, ch’è sì cara”. Nelle due serate, presso il santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, dialogheranno Costantino Esposito, curatore del festival, Alessandra Gerolin, Carlo Altini, Wael Farouq (rettore dell’Arabic Cultural Institute e professore di Lingua e letteratura araba nell’Università Cattolica di Milano, che qui anticipa i contenuti del suo intervento), Riccardo Manzotti, Alessio Musio, Pia Valenzuela e il rettore del santuario, don Stefano Ancora; intervento conclusivo del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli.
Nel pensiero islamico, la libertà s’incarna in un cammino verso la verità. Non è una meta da raggiungere, ma una via da percorrere. Questa affermazione può suonare strana nel contesto occidentale, abituato a tradurre la parola islam con “sottomissione”, che è tutto il contrario della libertà.
C’è anche un’altra parola che, più di ogni altra, ha contribuito a costruire nell’immaginario occidentale un’immagine oppressiva dell’islam. Questa parola è sharia. Tradotta quasi sempre come “legge islamica”, evoca nella mente di molti immagini di rigidità, punizioni medievali, negazione dei diritti individuali. Indubbiamente, queste traduzioni sono usate spesso anche nel mondo islamico, nell’ambito di una visione ideologica della religione. Tuttavia, tradiscono profondamente il senso originario di queste due parole e con esso una visione del mondo radicalmente diversa da quella che si può immaginare.
In arabo, sharia significa “strada nel deserto che conduce all’acqua”. Non una norma scritta, né un codice penale, ma una via aperta dal cammino di chi l’ha percorsa prima di noi in cerca di vita, perché nel deserto l’acqua è vita e chi non la trova muore. È una strada che non preesiste ai passi di chi la percorre: si forma camminando, si disegna nella sabbia con la propria scelta, il proprio corpo, la propria libertà. Una metafora potente che suggerisce qualcosa di vivo, dinamico, comunitario, l’esatto opposto di una norma imposta dall’alto.
Molto significativamente, nel Corano la parola sharia appare solo cinque volte. In tutti questi casi – i commentatori concordano – non assume mai il significato di “legge”, bensì quello di “strada, via, cammino”. Come nel versetto: «E ti ponemmo su una via [sharia]: seguila dunque» (Co 45:18). Anche i versetti che riguardano le relazioni sociali e le transazioni economiche – quelli ai quali viene talvolta ridotta la sharia nella sua interpretazione più ristretta – sono soltanto 80 su oltre 6.000 versetti totali. Una percentuale minuscola rispetto all’immenso oceano di significati del Libro Sacro.
La sharia, nella sua accezione più profonda, è dunque uno spazio d’incontro tra volontà divina e libertà umana. Nella sua dimensione più universale è, addirittura, la legge della Creazione nel suo insieme, comprendente tutte le cose esistenti, ma anche la loro interconnessione: le leggi della fisica, della chimica, della biologia che governano tutto ciò che esiste. In questo senso sì, tutto l’universo è “sottomesso” (o musulmano), perché tutto obbedisce alle leggi di natura che fungono da limiti invalicabili. La sottomissione non è altro che il riconoscimento dei propri limiti.
L’essere umano, però, occupa un posto unico, perché in certi ambiti ha la facoltà di scegliere. Questa libertà non è un’eccezione alla sharia, ne è il punto di partenza e il senso più profondo. Qui entra in gioco un’altra parola gravata da pregiudizi: la fatwa. Nell’immaginario occidentale è diventata quasi sinonimo di condanna, ma nella tradizione islamica, una fatwa è qualcosa di molto più quotidiano e meno drammatico: un parere giuridico-religioso, la risposta di un esperto (il mufti) alla domanda di un credente o di una credente su una situazione concreta della sua vita. È fondamentale sottolineare che non esiste fatwa senza una domanda libera. Non è un editto calato dall’alto, ma un dialogo: qualcuno pone una questione, qualcun altro risponde, e chi ha chiesto è libero di seguire o meno quella risposta. Il principio base della tradizione islamica su cui si fonda anche la fatwa recita: istafti qalbak, “consulta il tuo cuore”, poiché è nel cuore che risiede la forma più profonda di intelligenza.
La coscienza individuale non è silenziata dalla religione; ne è, al contrario, la bussola fondamentale. La fatwa – o più precisamente la domanda che sta alla base di una fatwa – è la materializzazione della libertà di coscienza. È nata come meccanismo di produzione della sharia, per assicurarne la connessione alla realtà delle persone, rispondendo alle loro necessità reali. La domanda è la porta attraverso la quale si produce e si riformula la sharia, conformemente alle condizioni di una realtà sempre nuova. La sharia si fonda sull’unione di legge e realtà, non esiste senza il libero domandare. La libertà, nel pensiero islamico, è la ricerca della verità attraverso la domanda e la fatwa è uno strumento di questa ricerca.
La fatwa ha subito varie evoluzioni nella storia islamica e, in certi ambiti e in certi periodi, è stata colpita da una rigidità che ha ridotto la vastità del significato della sharia. Oggi, nell’epoca digitale, sta vivendo un’altra trasformazione radicale, portata da internet. Ogni giorno un fiume impetuoso di fatwa scorre sul web, richieste soprattutto da giovani musulmani della Gen Z, che vivono in contesti sempre più complessi e plurali. La rivoluzione non sta nella quantità, ma nella qualità del fenomeno. Per secoli, i libri di fatwa hanno portato in primo piano il nome del mufti; chi faceva la domanda era quasi del tutto cancellato, ridotto a un anonimo titolo introduttivo. Oggi avviene il contrario: il nome del mufti spesso non compare nemmeno, mentre la domanda del credente occupa talvolta più spazio della risposta. I giovani scrivono della loro età, della loro professione, della loro famiglia, delle loro relazioni più intime, delle loro paure, dei loro sentimenti. Usano la prima persona singolare – “io” – in un discorso che tradizionalmente era dominato dalla terza persona, generica e impersonale. Il mustafti, il richiedente, si è conquistato uno spazio centrale nel discorso della fatwa, forzandola a passare al “tu”.
Paradossalmente, la virtualità dell’ambiente digitale ha reso le domande più concrete, più umane. Alcuni dichiarano addirittura di non cercare una risposta: vogliono soltanto essere ascoltati. La fatwa online diventa allora uno spazio di ascolto in cui il credente può raccontarsi senza essere giudicato. Il “sé” che traspare da queste domande appare in crisi, frammentato e impotente, indeciso e alla ricerca di legittimazione, ma è la stessa crisi generale che attraversa il sé contemporaneo, in quella che il filosofo Miguel Benasayag ha chiamato “l’epoca dell’intranquillità”. La fatwa è lo strumento che i giovani musulmani molto religiosi utilizzano per affrontare questa crisi, ed è ancora uno spazio di ricerca della verità, nella libertà.
Oggi, però, si affaccia un altro attore sulla scena: l’intelligenza artificiale. Come per i mufti online, c’è la tentazione di delegarle la scelta e affidare a un algoritmo il peso della responsabilità, sulla base di una sua presunta oggettività. Il pensiero islamico, tuttavia, è netto: l’essere umano non è mai sollevato dalla propria responsabilità individuale, nemmeno quando usa strumenti potentissimi. Nel caso della fatwa, la responsabilità della scelta cade sempre sulla persona, chiamata ad accettare o rifiutare il parere del mufti, o a chiederne un altro. Il pericolo, rispetto all’IA o a qualsiasi mufti, è piuttosto la perdita del desiderio di esercitare responsabilmente la nostra libertà nella ricerca della verità.
C’è un’altra parola araba che forse può venire in nostro soccorso, aiutandoci a non perdere questo desiderio, che è parte integrante della nostra umanità, ed è sadàqa, “amicizia”. Essa proviene dal verbo sadaqa che significa “corrispondere a verità”. Dallo stesso verbo discende anche al-sidq, “il vero”, mentre “stringere amicizia” in arabo si esprime con il verbo sàdaqa, che significa “condividere il vero e la verità”. L’amicizia, dunque, è la compagnia lungo il cammino verso la verità.
La verità è una, ma le strade che vi conducono sono infinite e si disegnano con i passi di chi le percorre liberamente e responsabilmente. Nell’epoca digitale, questa scelta libera di condividere il vero con qualcuno è l’ultimo rifugio di ciò che possiamo ancora chiamare, nonostante tutto, civiltà umana.

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Minori e reati, tra i 14 e i 18 anni scatta la “presunzione di responsabilità”: che cosa vuol dire

Un fotogramma del video messaggio di Meloni sul ddl minori

«Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». Perciò, «il Governo ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull’imputabilità dei minori». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene a sera, poco dopo il termine del Consiglio dei ministri, per riassumere, in un video messaggio sui canali social, le motivazioni che hanno indotto l’esecutivo a varare un ulteriore disegno di legge contenente modifiche alla normativa in materia di imputabilità dei giovanissimi autori di reato. La nuova formulazione, argomenta la premier nel messaggio, «colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari», ma serve «anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono, perché sanno che tanto non accadrà loro nulla». Trattandosi di un disegno di legge, il testo (fino a ieri sera non noto nei dettagli) andrà ora al vaglio delle Camere. Rispetto ai contenuti, la modifica andrebbe a inserirsi nel solco della visione politico-penalistica propugnata dal centrodestra. Alla Camera, ad esempio, è stata incardinata a luglio in commissione Giustizia una proposta di legge (a prima firma di Marta Fascina, ma sottoscritta da diversi altri esponenti di Forza Italia), che punta ad abbassare l’età minima di imputabilità penale da 14 a 13 anni.Ma l’intervento del Governo andrebbe a fare leva su un altro cardine: «Non abbiamo abbassato l’età per la imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene – fa sapere il Guardasigilli Carlo Nordio, in una conferenza stampa dopo il Cdm -. La novità riguarda la presunzione di imputabilità. Oggi essa deve essere accertata positivamente, caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non capacità di intendere e di volere. Così invertiamo l’onere della prova».

La stretta sui minori che delinquono

Nordio lo definisce «il tassello finale di tutta una serie di provvedimenti contro l’aumento della delinquenza minorile» E la premier concorda: «Chi aggredisce, chi rapina chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni». Perciò «abbiamo agito» introducendo in altri pacchetti-sicurezza «l’arresto per i minorenni sorpresi con un’arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli pene più dure per i danneggiamenti di gruppo». Meloni ribadisce quanto precisato da Nordio: «Il nostro ordinamento prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda del reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere». Invece, «con questo provvedimento, quella capacità si presume sempre. Si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice, ma il punto di partenza cambia: prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità». Anche il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini prova a intestarsi la modifica, con un post sui social: «Una nuova stretta anti-maranza chiesta a gran voce dalla Lega. Chi sbaglia, paga».

«Severi con chi sbaglia, attenti a chi rischia»

Nel video messaggio, la premier afferma che «la norma da sola non risolve il problema» e «quando si parla dei giovanissimi, non si può ragionare solo sul piano della repressione». A suo modo di vedere, il provvedimento diventerebbe «un tassello in un percorso molto più difficile, spesso silenzioso, perché un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo». Spesso, ragiona Meloni, «c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto». E riempire quel vuoto «richiede molto lavoro, sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi d’aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree difficili. Noi stiamo lavorando su tutti questi fronti» perché «la fermezza senza alternativa non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema». Secondo la presidente del Consiglio, «alcuni risultati si iniziano a vedere e per questo vogliamo insistere, perché uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano, ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi».

Le opposizioni: norma perversa, ci pensa Consulta

Sul ddl piovono le critiche delle forze di opposizione. Per la segretaria del Pd Elly Schlein, è «solo propaganda». E la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga, rincara la dose: «Ieri gli immigrati, oggi i minori. Non c’è limite alla voglia di fornire uno scalpo piuttosto che risolvere un problema. Come se la manovalanza dei più piccoli fosse un’aspirazione dei ragazzini». Tagliente pure Avs, con Devis Dori, che punzecchia i liberali di Forza Italia («Dove sono finiti?») e argomenta: «Ci eravamo illusi che la destra avesse toccato il fondo con la pdl Fascina. Ma il Cdm sfodera un meccanismo perverso. Consola l’idea che la Consulta, semmai andranno avanti, penserà a fermarli, perché nel diritto penale, come è noto, gli automatismi non devono operare».

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Parla Olmert: «Netanyahu ormai è finito. È tempo che gli arabi entrino nel governo»

Parla Olmert: «Netanyahu ormai è finito. È tempo che gli arabi entrino nel governo»

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Lo chiama solo Bibi, e non per affetto. Non ha dubbi: «È finito». Ma teme  strappi e colpi di coda di chi, dentro e fuori Israele, per sopravvivere politicamente punta sulla guerra. Crede ancora nella soluzione dei due Stati, anche se «non resta molto tempo». Vorrebbe esponenti arabi al governo e uno scambio di territori con la Palestina per chiudere la stagione delle colonie. A Ehud Olmert non interessa passare per il «falco diventato colomba». Fondatore del Likud, sostiene che oggi quel partito «non ha futuro, come Bibi», e punta sull’ascesa dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot.
A quasi 81 anni, portati in forma sempre atletica, alterna ironia e occhiate da sornione quando premette di «non avere informazioni dirette». Nel 2008, da primo ministro, arrivò a un passo da un accordo storico tra israeliani e palestinesi. Nei dieci anni da sindaco di Gerusalemme propose di rinunciare alla giurisdizione sulla Città Vecchia per affidarla a un organismo internazionale. Poi la caduta, con la condanna a 16 mesi per corruzione che oggi impallidisce davanti alla mole di inchieste per tangenti e frodi contestate a Netanyahu.
Al termine della lunga intervista, come sempre tra caffè caldo e acqua fresca, ricordi, aneddoti, delusioni e speranze, chiede di riaprire il taccuino per annotare una preoccupazione in più.
Quale?
Gli attacchi ai cristiani in Cisgiordania e a Gerusalemme. La Chiesa fa bene a denunciarli. Mi piacerebbe incontrare Papa Leone XIV. È una figura autorevole, americana, parla perfettamente inglese e può confrontarsi direttamente, anche sul piano della comunicazione, con Netanyahu e Trump.
Come vede le prossime elezioni del 27 ottobre?
Non conosco gli ultimi sondaggi, ma penso che Gadi Eisenkot vincerà. Potrebbe ottenere 25-30 seggi, mentre il Likud rischia di scendere sotto i 20. Bennett (altro leader della destra, ndr) probabilmente non supererà i 10.
Eisenkot cresce perché convince o perché raccoglie i delusi?
Perché gli israeliani lo percepiscono come l’opposto di Netanyahu. Non è arrogante, populista o appariscente. Appare autentico, una persona della quale ci si può fidare.
Incide anche la morte in guerra di suo figlio e di due nipoti?
Conta, ma soprattutto pesa la sua credibilità. Un ex capo di Stato maggiore ha una visione dello Stato, della sicurezza e degli affari internazionali.
La fine politica di Netanyahu è vicina?
Credo di sì. La sua base vale circa il 20% del Paese. Senza di lui il Likud potrebbe ridursi a 10 seggi o meno. Non vedo veri successori.
Che cosa accadrebbe dopo una sconfitta?
La prima decisione del nuovo governo sarà quella di  istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre 2023. Quanto al processo per corruzione, per Bibi il modo più realistico per evitare il carcere sarebbe un patteggiamento, il ritiro dalla politica e una nuova vita, magari a Miami.
I partiti arabi potrebbero entrare nella maggioranza?
Io avrei coinvolto Mansour Abbas, Ayman Odeh e Ahmad Tibi (esponenti dei movimenti arabi nel parlamento israeliano, ndr). Non sono sionisti, ma sono cittadini leali e rappresentano una parte importante della popolazione. È inconcepibile che gli arabi israeliani restino esclusi dal governo.
Solo una necessità numerica?
No, anche un cambiamento culturale. Dopo alcuni anni di partecipazione al governo molte barriere cadrebbero.
Che cosa cambierebbe con Eisenkot su Gaza e Cisgiordania?
Aprirebbe un dialogo con l’Autorità palestinese. Forse non potrebbe avviare subito un vero negoziato, perché avrebbe bisogno anche di Bennett e Lieberman (esponenti della destra, ndr), ma cambierebbero  linguaggio e clima.
In che modo?
Sarebbe più misurato. E soprattutto non continuerebbe la strategia di Bibi: gestire il conflitto attraverso Hamas invece di affrontarlo con l’Autorità palestinese. La rotta finalmente tornerebbe a essere quella della creazione dei due Stati.
È ancora una soluzione praticabile?
Sì, ma non per molto. Oltre l’80% degli israeliani oltre la Linea Verde (il riferimento usato dalla quasi totalità della comunità internazionale per distinguere Israele dai territori occupati, ndr) vive nel 4,4% della Cisgiordania. I principali blocchi potrebbero essere annessi a Israele attraverso uno scambio territoriale equivalente.
E le nuove colonie?
Se diventasse premier, Eisenkot probabilmente congelerebbe l’espansione degli insediamenti per salvaguardare una soluzione politica.
Che ne sarebbe del 20% di coloni che continuano a occupare più in profondità la Cisgiordania e moltiplicano gli insediamenti?
Avrebbero tre possibilità: restare mantenendo la cittadinanza israeliana ma vivendo sotto lo Stato palestinese; trasferirsi nei blocchi annessi a Israele in cambio della cessione di territorio alla Cisgiordania; oppure rientrare entro i confini israeliani.
Israele deve affrontare anche una crisi interna di lungo periodo: la crescita della popolazione ultraortodossa, l’esenzione dal servizio militare e la loro scarsa partecipazione al mercato del lavoro. Come si possono cambiare questa mentalità e questo assetto politico?
Il problema è stato ingigantito oltre le sue reali proporzioni. Credo che si possa raggiungere un accordo con gli ultraortodossi per un servizio sociale nazionale a tempo parziale. Un servizio che li obblighi a dedicare una parte del loro tempo alla comunità. Dopo le elezioni si potrà aprire una collaborazione con gli ultraortodossi sulla base di un accordo per questo genere di servizio nazionale.
L’esito del voto israeliano potrebbe influenzare le elezioni palestinesi del 27 novembre?
Spero che i palestinesi colgano l’opportunità di un cambiamento in Israele. Servirebbe anche a loro una nuova leadership capace di parlare di pace e di liberarsi degli estremisti di Hamas, della Jihad islamica e degli altri gruppi armati.
A proposito di gruppi armati e influenze estere, perché Iran e Israele evitano lo scontro diretto?
Israele non può attaccare l’Iran senza l’autorizzazione di Trump. Teheran ritiene meno costoso colpire i Paesi vicini e confrontarsi soprattutto con gli Stati Uniti. Se attaccasse direttamente Israele, noi reagiremmo e Trump non potrebbe fermare Netanyahu. Gli iraniani sono molto prudenti e calcolatori.
Da qui a ottobre teme una escalation che incida sul voto?
Spero di no. Ma sorprese e sabotaggi non possono essere esclusi.

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L’amore è tutto · Sergio Cammariere

Sergio Cammariere - Wikipedia

“L’amore è tutto” è una canzone del cantautore e pianista jazz Sergio Cammariere, inclusa nel suo album La pioggia che non cade mai. È un brano che unisce sonorità avvolgenti a testi intrisi di romanticismo, esplorando l’amore come forza vitale e totalizzante

Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Vivere a lungo? Il segreto è nelle ore di sonno (e no, non sono necessariamente 8!)

Corriere Toscano

Vivere a lungo? Il segreto è nascosto nelle ore che passiamo sotto le coperte, ma attenzione: la famosa regola delle otto ore è stata ufficialmente messa in discussione. Una ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, ha demolito i vecchi miti, dimostrando che per restare biologicamente giovani esiste una “zona magica” molto più precisa, compresa tra le 6 e le 8 ore di riposo. Non si tratta solo di non avere le occhiaie: dormire il giusto tempo agisce come un vero filtro antietà e protegge il cuore, il fegato e i polmoni dall’usura del tempo.

A guidare questa indagine è stato Junhao Wen, un neuroscienziato computazionale della Columbia University di New York, insieme al Multi Consortium, un team internazionale di esperti. Wen, che ironicamente si definisce un “dormiglione leggero” che si sveglia spesso di notte, voleva capire se il sonno influenzasse solo il cervello o l’intero organismo.

Per farlo, i ricercatori hanno attinto alla Uk Biobank, un database immenso che contiene le informazioni sanitarie di oltre 500.000 adulti britannici. Non si sono limitati a chiedere “quanto dormi?”, ma hanno incrociato le risposte con risonanze magnetiche, analisi delle proteine nel sangue (proteomica) e dei prodotti del metabolismo (metabolomica).

Il metodo: 23 orologi per misurare la vecchiaia

La vera innovazione dello studio è stata l’uso di 23 diversi “orologi dell’invecchiamento biologico”. Grazie all’intelligenza artificiale, questi algoritmi sono in grado di analizzare un organo, come il cuore, i polmoni o il fegato, e stabilire se è “più vecchio” o “più giovane” rispetto all’età anagrafica della persona. In pratica, hanno scoperto che puoi avere 40 anni sulla carta, ma un cuore di 45 o un fegato di 35, a seconda di quante ore passi sotto le coperte.

Il mistero delle 8 ore

Lo studio ha rivelato un modello a forma di “U”: sia dormire troppo poco (meno di 6 ore) che dormire troppo (più di 8 ore) accelera l’invecchiamento biologico.

Ma ecco la curiosità che scardina le vecchie certezze: il “minimo” invecchiamento non si trova esattamente a 8 ore, ma fluttua in un intervallo specifico tra 6,4 e 7,8 ore. Una quantità, insomma, che non è né troppa, né troppo poca, ma “giusta” per mantenere le cellule attive e in salute. Nello specifico:

  • Sotto le 6 ore (sonno breve), il corpo subisce un invecchiamento accelerato e sistemico. I dati mostrano un legame diretto con rischi più alti di diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiache e depressione.
  • Sopra le 8 ore (sonno lungo), l’invecchiamento accelera, specialmente nel cervello e nei tessuti adiposi. Tuttavia, gli scienziati sospettano che in questo caso dormire molto sia più un segnale di problemi di salute già esistenti piuttosto che la causa diretta dell’invecchiamento.

Ogni organo ha il suo “cuscino” ideale

Un altro dettaglio emerso dalla ricerca è che i nostri organi non invecchiano tutti allo stesso ritmo e non hanno tutti bisogno della stessa quantità di riposo.

La struttura fisica del cervello sembra mantenersi più giovane con circa 6,5 ore di sonno. Ma se guardiamo alla “pulizia” molecolare e alle proteine cerebrali, il bisogno sale a 7,7 ore. Fegato e polmoni, invece, mostrano una sensibilità particolare alle fluttuazioni del sonno, invecchiando più precocemente se si scende sotto la soglia critica delle 6 ore.

Lo studio ha notato, inoltre, che gli uomini mostrano un invecchiamento cerebrale più rapido visibile nelle risonanze magnetiche, mentre le donne mostrano segni più evidenti dalle analisi del sangue.

Il sonno è uno strumento modificabile

La conclusione più importante di questo studio è che le nostre abitudini di sonno non sono scritte interamente nel nostro Dna. I ricercatori hanno trovato pochissimi legami genetici con i pattern di sonno anomali, suggerendo che dormire bene sia un fattore ambientale e modificabile.

Migliorare la durata e la qualità del sonno non serve solo a non avere le occhiaie il giorno dopo: è uno dei modi più semplici e concreti che abbiamo per “riportare indietro le lancette” dei nostri orologi biologici e proteggere ogni singolo organo della nostra complessa macchina umana.