Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano: lascito culturale enorme

Guccini, come Pasolini, ha raccontato un’Italia che non esiste più: il suo lascito culturale è enorme

Giorni fa ho scritto della morte di Francesco Guccini, in obbedienza ad un impulso, quello di fissare il dolore per una perdita, che alla mia generazione brucia quasi fisicamente. Ho scritto del vuoto che lascia una personalità straordinaria quando conclude la sue esperienza nel mondo. Quando l’anima si spegne lasciandoci solo una spoglia e la memoria di quello che è stato.

Oggi vorrei riflettere invece su quello che non abbiamo perso, o meglio, su quello che alcune personalità lasciano al di là della loro presenza fisica sulla scena.

Guccini ha raccontato un’Italia che non esiste più, ne è stato, come Pier Paolo Pasolini, ultimo testimone. Non parlo solo dell’Italia dell’impegno politico, ma di una civiltà che affonda le radici in un tempo antico, un tempo povero, fatto di essenzialità. Lo ha fatto con molte delle sue canzoni, con quelle ballate epiche che parlano di “saggi di montagna che citavano Dante a memoria”, tra la Via Emilia e il West. Ci ha spiegato che esiste una cultura orale, lontanissima dall’erudizione accademica (lui che è stato insegnante), dove il racconto si tramanda e si arricchisce alla maniera degli aedi, il fatto in sé che diventa epopea.

Lo ha fatto con i suoi libri, scritti a Pavana, che raccontano la vita di un’Italia contadina, montanara. Che viveva quasi di nulla (castagne ed erba Spagna), l’Italia che ha conosciuto e che lo ha accolto nei primi anni di vita. Quelle immagini, quei volti con le loro rughe fatte di sole, pioggia e fatica bestiale, la ruvidezza di quelle mani, gli odori che ti si fissano nel cervello. Quell’Italia che abbiamo pensato ignorante semplicemente perché aveva una cultura diversa da quella che abbiamo imparato a scuola.

Un’Italia che abbiamo ritrovato nei versi di Pasolini, nei suoi scritti in friulano. Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano, portando nelle loro tombe povere proprio quella lingua, la lingua dell’Appennino – nella quale l’emiliano non è quello rotondo gioviale del piano, ma si mescola col toscano rude della montagna pistoiese, ma anche con lingue remote, sconosciute – esattamente come il friulano che si perde e finisce a sopravvivere solo nelle parole di Pasolini e di pochi altri.

Se si perde la lingua, vuol dire che prima si è perduta una cultura, un mondo. Si sono perse parole per esprimere sentimenti, valori, per dire cose che non si dicono più, per indicare oggetti che non si usano più. Guccini ci ha regalato le ultime foto di quell’Italia che, per dirla con le parole di un altro poeta, “non aveva letto un milione di libri”, ma sapeva scegliere, sapeva dove andare, non conosceva il compromesso meschino. Un’Italia semianalfabeta che capiva benissimo dove stava il male e il bene.

Chi non si faceva troppe domande, solo quelle essenziali, sceglieva senza esitazione la Resistenza e sapeva andare fino in fondo. Fino in fondo senza alcuna retorica, intrinsecamente eretica, avulsa dalle chiese, sia quelle dei preti che quelle dei rituali di partito, ma densa di valori, di spiritualità senza ritualismo. Un mondo fatto di donne e di uomini che dovevano rispondere ogni giorno alla sempiterna domanda di cosa si metteva nella pentola per sfamare la famiglia. Di cosa si poteva sacrificare per sopravvivere, ma era capace di difendere, a qualunque costo, la propria libertà, la propria dignità, le proprie scelte, la propria famiglia che si allargava al villaggio, al borgo.

Quell’Italia che non era conservatrice, ma sapeva cambiare per andare avanti senza perdersi, restando umana; per questo, solo per questo, non per ideologia, era naturalmente e istintivamente antifascista. Era contro il potere, quando il potere era cosa estranea, cieca, quando non sapeva cogliere le sfumature, le ragioni di un comportamento, come invece fa il maresciallo protagonista della trilogia di Appennino di sangue che non lascia il suo dovere, ma nel compierlo è capace di guardare il cuore degli uomini.

Poi è arrivata la plastica, l’osteria che diventa “RistoBar”, il juke box con le canzonette smidollate, che pigliavano il posto degli stornelli. Guccini è figlio di entrambi i mondi, ma coglie il senso profondo della tragedia che arriva con la scomparsa di quell’Italia e allora fa quello che deve e può fare un intellettuale. La fissa, la fotografa con le parole, la trasforma non in inutile nostalgia, ma la fa diventare testimonianza. Porta l’essenzialità dei valori, contro il luogo comune.

Pasolini ha avuto una vita breve, stroncata dalla violenza di assassini ancora vergognosamente impuniti, Guccini ha vissuto a lungo, sempre troppo poco per chi lo ha amato come fosse un parente prossimo. Ha avuto il tempo di scrivere, di continuare la sua opera di testimonianza di raccolta di storie. Ci ha regalato l’epica di un’Italia che fu, che aveva un cuore ruvido ma immenso. Questa testimonianza è stata uno dei tanti immensi doni che Francesco Guccini ci ha lasciato.

Il Fatto Quotidiano

Liturgia 9 Agosto 2026 XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Colore Liturgico  Verde

Gesu

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Antifona d’ingresso
Volgi lo sguardo, Signore, alla tua alleanza,
non dimenticare per sempre la vita dei tuoi poveri.
Alzati, o Dio, difendi la mia causa,
non dimenticare la supplica di chi ti invoca.
(Cf. Sal 73,20.19.22)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, Signore del cielo e della terra,
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Prima lettura
1Re 19,9.11-13
Fermati sul monte alla presenza del Signore.
Dal primo libro dei Re

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Parola di Dio
Salmo responsoriale
Sal 84
Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.
Seconda lettura
Rm 9,1-5
Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Parola di Dio
Canto al Vangelo
Sal 129,5

Alleluia, alleluia.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
Alleluia.

Vangelo
Mt 14,22-33
Comandami di venire verso di te sulle acque.

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Alla scuola della parola di Dio e illuminati dallo Spirito, eleviamo la nostra supplica, in comunione con tutti i nostri fratelli nella fede.
Preghiamo insieme e diciamo: Salva il tuo popolo, Signore.

1. Assisti con il tuo Spirito la santa Chiesa: donale di crescere nella fede e nella carità, e di irradiare il fuoco d’amore che il tuo Figlio unigenito è venuto a portare sulla terra. Noi ti preghiamo.
2. Illumina le menti di coloro che guidano le sorti dei popoli: superata ogni barriera culturale o etnica, si adoperino per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace. Noi ti preghiamo.
3. Guarda con bontà a tutti i giovani assetati di luce e di amore: accompagnali a scoprire nel Signore Gesù la sorgente della vera gioia e della donazione di sé. Noi ti preghiamo.
4. Conforta gli infermi: concedi loro di trovare pace nella tua volontà, forza e medicina nei sacramenti del tuo amore, consolazione e gioia nella carità dei fratelli. Noi ti preghiamo.
5. Ricordati di noi tutti: donaci la grazia di una fede profonda e uno spirito di autentica orazione, umile e perseverante. Noi ti preghiamo.

O Padre, accogli le nostre suppliche e purifica il nostro cuore, perché si rinnovi in noi la gioia e il desiderio di amarti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera sulle offerte
Accetta con bontà, o Signore, i doni della tua Chiesa:
nella tua misericordia li hai posti nelle nostre mani,
con la tua potenza trasformali per noi in sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Celebra il Signore, Gerusalemme!
Egli ti sazia con fiore di frumento. (Sal 147,12.14)

Oppure (Anno A):
I discepoli sulla barca
si prostrarono davanti a lui, dicendo:
«Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,33)
Preghiera dopo la comunione
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.

Il vescovo Olivero: «Con Guccini si parlava di Dio e della Bibbia. L’ultima volta ad aprile era molto affaticato»

«Con lui si parlava di Dio e della Bibbia L’ultima volta ad aprile era molto affaticato»

Il ricordo di Derio Olivero, vescovo di Pinerolo. «Mi disse: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine»

CITTÀ DEL VATICANO «Si è mangiato, si è bevuto un bicchiere, gli ho chiesto di alcune sue canzoni e lui ha parlato di come sono nate, a cominciare da Dio è morto che ascoltavo già al liceo… Poi abbiamo detto: adesso però si canta. E Francesco: ma non le mie, non ne vale la pena. Invece abbiamo cantato, Il vecchio e il bambino , Incontro , lui ci ascoltava…».

Monsignor Derio Olivero, teologo e vescovo di Pinerolo, lo racconta con un sorriso e in effetti la scena è memorabile: lui, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi e don Luigi Verdi, fondatore della Comunità di Romena, che cantano Guccini in casa sua, a Pavana, la sera del 24 aprile.

Gliel’avessero detto…
«Sì, pure Guccini sorrideva: mai avrei immaginato, due vescovi e un prete. A un certo punto ha cantato anche lui, una canzone in bolognese sulla Resistenza».

Si è molto parlato di quando nel ’67 la Rai censurò «Dio è morto» e l’unica a trasmettere la canzone fu Radio Vaticana…
«Magari l’avevano ascoltata fino alla fine, quando dice che risorge. È bellissima, quella sera Francesco mi ha raccontato che è nata quando lesse la frase in un manifesto pubblicitario americano. Da quello spunto scrisse un testo che richiama l’autenticità. Aveva saputo interpretare quella crisi che anche il Concilio stava affrontando».

In che senso?
«Il Vaticano II, in quegli anni, ha osato pensare una Chiesa amica di questo mondo, attenta alle parole di chi magari non è cristiano né credente ma dice cose importanti. Venivamo da secoli nei quali eravamo noi a creare la cultura, almeno in Europa. Ma poi la cultura ha iniziato ad avere fonti diverse. E per i cristiani la capacità di ascoltare è diventata una questione assai seria».

Anche Guccini?
«Altroché. Ha saputo interpretare le domande e i sogni del suo tempo. E lo faceva con una onestà assoluta, senza inseguire le mode per due soldi, lo dice pure ne L’ Avvelenata. Di fronte a un uomo e a un poeta così, noi cristiani ci troviamo a casa».

A casa?
«Il cristianesimo è la religione dell’incarnazione, Dio che sta nella storia. E capire il proprio tempo, cogliere l’umano, non è scontato solo perché uno ha il Vangelo. Per questo le canzoni scritte bene, la poesia, l’arte, sono fondamentali anche per dire il cristianesimo».

Si definiva agnostico, non ateo. Come lo spiega?
«Era un uomo aperto, mai ideologico. Interessato, curioso, conosceva la Bibbia come la grande letteratura, ha scritto Shomèr ma mi-llailah?, da Isaia, come Cirano o Odysseus».

Come vi siete ritrovati?
«Grazie a Zuppi: la prossima volta vieni anche tu. Io sono gucciniano da quand’ero ragazzo, l’avevo visto ai concerti. Ci ha accolto la persona che immaginavo: asciutta, un po’ burbera, dal cuore grande. Gli ho portato due bottiglie di Barolo: una serata meravigliosa».

Nelle immagini lo si vede affaticato…
«Ne ha parlato lui stesso: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine. Ma anche quello lo diceva in modo consapevole, asciutto, autentico come è sempre stato».

Corriere della Sera

Addio a Francesco Guccini: a Pavana i funerali in forma privata

Buon viaggio, babbo»: a Pavana il funerale laico e privato di Guccini |  Giornale di Brescia

Si sono svolti in forma privata, come comunicato nei giorni scorsi, i funerali di Francesco Guccini, morto giovedì all’età di 86 anni. La funzione si è tenuta nel giardino della sua casa di famiglia a Pavana, in provincia di Pistoia. Fuori dai cancelli della sua abitazione si è presentata qualche decina di appassionati, che ha applaudito al momento del passaggio della salma del cantautore. Alla cerimonia nel cortile della casa di Guccini ha partecipato circa una quarantina di persone, tra parenti e amici stretti. Tra loro era presente anche il cardinale Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, presidente della CEI e tra le persone più vicine al cantautore emiliano. Dopo la cremazione al tempio crematorio di Borgo Panigale, le ceneri di Guccini saranno tumulate a Pavana. Nel mese di settembre, a Bologna, è in programma una funzione commemorativa pubblica per consentire a tutti gli amanti di Guccini di rendergli omaggio un’ultima volta.

ilsole24ore.com

Francesco Guccini, la cena con due vescovi e un prete: “Cantammo le sue canzoni”

Derio Olivero Zuppi Francesco Guccini

Monsignor Derio Olivero racconta la serata di aprile a Pavana nella casa del cantautore

C’è una foto che racconta di un ponte tra mondi apparentemente distanti: due vescovi e un prete seduti in una cucina di Pavana, intenti a intonare i versi di Francesco Guccini sotto lo sguardo divertito del padrone di casa.

È la sera del 24 aprile scorso, quando monsignor Derio Olivero (vescovo di Pinerolo), il cardinale Matteo Maria Zuppi (presidente della Cei) e don Luigi Verdi, varcano la soglia della dimora del “Maestrone” per una cena che mescola musica e riflessione. “Ci siamo conosciuti grazie a Zuppi, che mi disse ‘la prossima volta vieni anche tu'”.

L’episodio è emerso in un’intervista rilasciata da monsignor Derio Olivero al quotidiano Il Corriere della Sera.

Barolo. Così è iniziata la serata: con le due bottiglie di vino che monsignor Olivero ha portato in dono al cantautore. E poi? “Gli ho chiesto di diverse sue canzoni e Francesco mi ha raccontato di come sono nate, iniziando da Dio è morto, che ascoltavo da liceale – dice Derio Olivero -. Volevamo cantare, ma lui disse ‘non le mie, non ne vale la pena’. E invece intonammo le sue canzoni, mentre ci ascoltava”.

E quindi, come è nata Dio è morto? “Dalla suggestione di un manifesto pubblicitario americano: Francesco aveva saputo interpretare quella crisi che anche il Concilio stava cerando di affrontare in quegli anni”.

Com’era veramente il Maestrone? “Ascoltavo le sue canzoni già da ragazzo e ad accoglierci trovai la persona che mi ero sempre immaginato: asciutto ma dal grande cuore”.

La presenza dei tre uomini di Chiesa nella casa di Guccini può sembrare un paradosso: il cantautore si definiva agnostico, ma “era un uomo aperto, mai ideologico. Interessato, curioso, conosceva la Bibbia come la grande letteratura, ha scritto Shomèr ma mi-llailah?, da Isaia, come Cirano o Odysseus”.

Eppure: “Ci disse che gli restava poco tempo e che stava aspettando la fine. Ma anche quello lo diceva in modo consapevole, autentico come è sempre stato”.

lafedelta.it

Serenata a Maria

Anche quest’anno IDML Don Luigi Guglielmi, Hospice Casa Madonna dell’Uliveto ed Ente Cattedrale di Reggio Emilia celebrano la solennità di S MARIA ASSUNTA (Sagra della Cattedrale) proponendo nella sera della vigilia, 14 agosto alle ore 21 nel cortile del Palazzo Vescovile, SERENATA A MARIA.

L’appuntamento intende onorare la figura di MARIA attraverso testi e musiche che la omaggiano proprio dinnanzi alla statua situata nel cortile del Palazzo Vescovile.

MARINA COLI, attrice narratrice ed educatrice, leggerà testi che partendo da San Francesco e Jacopone da Todi arriveranno fino a Clemente Rebora, Cervantes e Papa Leone.

Le più belle pagine musicali del repertorio lirico e cameristico dedicate a Maria (Verdi, Saint-Saens, Schubert, ecc…) saranno eseguite da Paola Cigna, soprano toscana protagonista nei più importanti teatri europei, accompagnata e sostenuta dalle note di GIOVANNI MAREGGINI al flauto e DAVIDE BURANI all’arpa.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Al termine del concerto, piccolo rinfresco e brindisi in occasione della Sagra.

In caso di maltempo il concerto si terrà nella Cripta della Cattedrale.

laliberta.info

È morto padre Luciano Panicali dei Servi di Maria

padre Luciano Panicali OSM

La Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla si unisce all’Ordine dei Servi di Maria nella lode al Signore per il padre servita Luciano Maria Panicali deceduto il 4 agosto 2026. Apparteneva alla comunità cittadina della Basilica della Ghiara dallo scorso febbraio.
Era nato il 20 novembre 1938 a Tavullia (PU). Aveva emesso i voti solenni nell’Ordine dei Servi di Maria il 27 dicembre 1961, ed era stato ordinato presbitero nel Santuario di Monte Berico (Vicenza) il 3 aprile 1965.

Padre Luciano aveva già prestato servizio nella diocesi di Reggio Emilia – Guastalla dopo l’ordinazione presbiterale, quando venne mandato alla comunità di Dinazzano. Ha poi vissuto nelle comunità di Misano Adriatico (Istituto San Pellegrino), Ancona, Genova, Roma-S. Maria in Via e infine al Santuario della Madonna delle Grazie di Pesaro, da dove nel febbraio 2026 venne alla Ghiara.

Dal 4 agosto la camera ardente è allestita nel coro della Basilica della Ghiara dove il 5 agosto alle 20.45 si svolgerà una veglia di preghiera.
I funerali saranno giovedì 6 agosto (Festa della Trasfigurazione) nella Basilica della Ghiara a Reggio Emilia, alle ore 11.00, e saranno presieduti dal Priore provinciale dei Servi di Maria, p. Ricardo M. Perez Marquez.

Dopo la celebrazione i resti mortali di padre Luciano saranno portati al cimitero centrale di Pesaro dove avverrà l’inumazione.

La Liberta.info

“Scintilla io”, l’album per celebrare i 50 anni di carriera di Giosy Cento

ISCHIA DI CASTRO – Dopo 50 anni di carriera come prete cantautore, Giuseppe Cento, in arte Giosy Cento, presenta il suo nuovo album “Scintilla io”, un disco che parla di diversi temi, ognuno raccontato con una profonda sensibilità.

“Quest’anno compio 80 anni e 50 anni di discografia, per cui ho pensato che non potevo lasciar passar questa data senza un qualche tipo di celebrazione”, è così che il cantante ha iniziato a parlare del suo disco. “Quest’anno ho inciso un disco un po’ diverso. È un album con 15 pezzi che riassume un po’ la mia vita e allo stesso tempo è una provocazione verso alcune problematiche del mondo, soprattutto da parte della chiesa, cercando non più soltanto un linguaggio interno alla Chiesa, ma anche una relazione con quello dei giovani di oggi”

Successivamente il prete cantante ha spiegato come ha realizzato l’album: “Il tempo non mi ha risparmiato, ad oggi il mio udito è peggiorato e cantare è diventato più faticoso, per questo ho collaborato con Claudio Marini, un professore universitario di matematica dell’Università di Siena. Grazie a lui sono riuscito a produrre le canzoni del disco: io ho scritto i testi e lui, anche con l’ausilio dei mezzi tecnologici di oggi, è riuscito a rivestire di musica e di voce i brani che ho composto”, ha poi aggiunto: “Abbiamo voluto dirlo per correttezza e trasparenza, perché dietro questo progetto c’è un grande lavoro tecnologico, forse anche d’avanguardia sotto certi aspetti. Naturalmente può essere criticato, come accade spesso quando si parla dei limiti dell’intelligenza artificiale, ma come sacerdote mi sembrava giusto proporre qualcosa che guardasse anche al futuro. Ci siamo impegnati molto e siamo soddisfatti del risultato”.

“Per quanto riguardo la scrittura dei testi ho avuto qualche problema, – ha ammesso il parroco – perché ho parlato anche di tematiche che fanno discutere, per esempio, c’è la canzone ‘Nascere è Contraddire’ che tratta delle paure che un papà o una giovane coppia può avere al giorno d’oggi. Infatti, la canzone dice: Vai, adesso prova tu e migliora ciò che io non ho avuto la forza sincera di provare a cambiare e apri mille finestre dove gli altri hanno messo una barriera. Se nascerai sarà per questo, non per ripetere il mondo ma per contraddirlo.”

“Tra questo tipo di canzoni, con temi forti e attuali, c’è anche “Amore a Baghdad”, che parla della storia d’amore tra un soldato americano e una ragazza irachena e “Puoi diventare santo anche tu” una canzone che afferma che siamo tutti uguali davanti a Dio, anche se si fa parte della comunità lgbt. Questo è stato il motivo per cui un paio di editori si sono rifiutati di pubblicare il disco, per non prendersi rischi’.

‘In ogni caso io e il professor Marini abbiamo pubblicato il disco su tutte le piattaforme e lo presenterò a Ischia di Castro il 13 di giugno. In seguito, al disco verrà accompagnato un libro che tratterà la mia vita da prete e la bellezza di cantare e che probabilmente uscirà durante il periodo di Natale’.

Alla fine, Giosy Cento ha spiegato il significato del titolo dell’album, ricordando anche alcuni momenti della sua lunga carriera: “Ho scelto il nome ‘Scintilla io’ perché non mi considero il vero autore di ciò che ho fatto: io sono soltanto una piccola scintilla che ha contribuito ad accendere un fuoco”.

Nel corso della sua vita artistica il sacerdote cantautore ha attraversato i cinque continenti, realizzando oltre 3.500 concerti e incontrando migliaia di persone. Un percorso lungo cinquant’anni che oggi trova una nuova sintesi in un disco capace di guardare al passato, ma anche al futuro.

viterbonews24.it

Decine di cantate spontanee da Venezia a Genova passando per Milano. La figlia Teresa: “Grazie”. A Bologna continua l’omaggio dei fan in via Paolo Fabbri. E il 5 settembre appuntamento in piazza Maggiore

Decine di cantate spontanee da Venezia a Genova passando per Milano. La figlia Teresa: "Grazie". A Bologna continua l’omaggio dei fan in via Paolo Fabbri. E il 5 settembre appuntamento in piazza Maggiore.

Il Resto del Carlino

“Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore”. ’La locomotiva’ di Francesco Guccini, dopo la morte, è stracolma di persone. Nelle vie, nelle piazze, nelle strade. ’Il Maestro’ è nelle note, nelle parole, nelle poesie cantate tra un abbraccio e una lacrima, un sorriso e un pianto. Bologna giovedì sera, giorno della scomparsa di uno dei cantautori più importanti della storia italiana, è riuscita a creare un vero e proprio rito collettivo. Nel rione in cui Guccini ha vissuto una fetta importante della sua vita, dagli anni ’70 al 2012. Via Paolo Fabbri 43, da cui nasce anche l’omonimo album, è diventata una camera ardente a cielo aperto. Persone in fila davanti al portone di casa, mazzi di fiori, ceri, messaggi di cordoglio. Uomini, donne, giovani, nonni, bambini. Pensionati, lavoratori, studenti. E poi il canto popolare, “quello che unisce, che fa superare il dolore della perdita per trasformarlo in qualcosa che riempie il cuore”.

Il collettivo CantateBologna, composto da una ventina di persone che vanno dai 20 ai 50 anni, ha deciso che Guccini meritasse un momento del genere. “Ed eravamo sicuri che Bologna rispondesse così – raccontano Daniele e David a nome di tutti i componenti scesi in strada con gli strumenti musicali –. Francesco era uno di noi. Sentivamo un senso di dovere, per tutto quello che ci ha dato, sia in termini di musica sia in termini di emozioni. E ritrovarci davanti casa sua era il luogo più adatto. Nessuno in quell’abitazione ci è mai entrato, ma è come se tutti l’avessimo vissuta”.

La figlia del Maestro, Teresa Guccini, sui social ha condiviso i video delle piazze e delle vie piene zeppe di gente: “Grazie”. Segno di come questi gesti spontanei in giro per l’Italia, come anche a Milano in piazza Mercanti, a due passi dal Duomo, o a Venezia, a Campo Santa Margherita, abbiano riempito il cuore e strappato un sorriso anche alla famiglia di Guccini, nonostante il dolore. Una fiamma che non si spegnerà. Infatti stasera anche Genova ricorderà ’il Maestro’, con una cantata collettiva ai Truogoli di Santa Brigida. Poi, la mostra aperta di sera, dedicata al cantautore, a Reggio Emilia. Anche il cantante Lorenzo Jovanotti ha voluto omaggiare Francesco: con tutta la sua band e il suo staff ha ascoltato e cantato, dal palco delle prove generali del live di ieri a Olbia, le note di ’Il vecchio e il bambino’. Intanto anche ieri sera, in via Paolo Fabbri, una folla di oltre 50 cittadini si è radunata e ha cantato le canzoni in coro, con i messaggi di cordoglio e i fiori che iniziano a moltiplicarsi sempre di più.

Una processione, quindi. In tutti i sensi. Ieri mattina infatti, a due passi dalla taverna da Vito, quell’osteria amata e vissuta in lungo e in largo da Guccini, c’erano ancora tantissime persone che passavano in via Paolo Fabbri 43 per omaggiare ’il Maestro’. Proprio a Bologna, per quest’oggi, è stato proclamato il lutto cittadino. Per l’intera giornata le bandiere degli edifici pubblici saranno a mezz’asta. Poi, a settembre, ci sarà una cerimonia commemorativa aperta a tutti. Ma la data non è ancora stata confermata. Per il 5 settembre intanto CantateBologna chiama tutti in piazza Maggiore. Per replicare quanto successo in via Paolo Fabbri 43, con persone che sono arrivate anche da fuori città. L’idea del collettivo è omaggiare Guccini a un mese dalla morte. Con migliaia e migliaia di appassionati attesi. “Sarebbe bello anche coordinarsi con il Comune per far sì che l’evento sia comodo per tutti”, concludono Daniele e David che sono riusciti a portare oltre 500 persone, in una notte d’agosto, su una strada. A cantare, rompendo il silenzio che la morte di Guccini aveva lasciato. “Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto. Rimorso per quel che m’hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato”.