Domenica 20 novembre 2022 viviamo il primo appuntamento diocesano in preparazione alla grande GMG di Lisbona 2023

Sarà una domenica pomeriggio che aiuterà adolescenti e giovani a vivere o rivivere il clima di una GMG e conoscerne le caratteristiche, andando in profondità anche con le provocazioni e le suggestioni che arriveranno da testimoni e artisti.
Seguiremo il sentiero tracciato da Papa Francesco attorno all’esperienza dell’ALZARSI.

Questo il programma:
15.00 arrivi e accoglienza nel Santuario della Madonna della Ghiara
15.30 inizio
16.00 attività nel centro storico
17.45-18.30 conclusione in Cattedrale col Vescovo Giacomo
A seguire un momento di fraternità, libero.
Ci si iscrive per gruppo oppure anche come gruppo unico per tutta l’UP.
Non si accettano iscrizioni per singole persone.

Nelle attività in centro storico i ragazzi saranno divisi a gruppi. Ogni gruppo potrà partecipare a 2 dei 5 eventi proposti (ognuno della durata di 20 min) che si terranno presso stand situati in vari punti della città.
1) Testimonianza di Francesco Messori, atleta paralimpico, fondatore e calciatore della nazionale italiana amputati – nel Battistero, piazza Prampolini (100 posti)
2) Pezzo teatrale con Daniele Castellari “Divani, poltrone e sofà” (200 posti) – Chiesa di san Pietro, via Emilia
3) Narrazione visiva attraverso i quadri di “Fango” di Stefano Nava (200 posti) – Basilica della Madonna della Ghiara
4) Balletto, musica e testi con Liliana Cosi (200 posti) – Cattedrale
5) “Prepara lo zaino e affrettati” con giovani della nostra diocesi (200 posti) – Chiesa di sant’Agostino

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Catechesi bibliche per i giovani

Sono riprese le catechesi bibliche mensili per i giovani 19-30 anni, giunte ormai alla quinta edizione.
Un venerdì al mese, nell’arco di un’ora, in un clima di ascolto, si attraversano le narrazioni bibliche traendone spunti e provocazioni per la vita personale. Il vertice di ogni serata sono gli ultimi dieci minuti di adorazione silenziosa, dove davanti al Signore si lascia risuonare la Sua Parola.
Un gruppo di giovani anima coi canti la serata e, a seguire, prepara un momento di fraternità con qualcosa da bere e da mangiare, per chi volesse concludere in chiacchiera, vivendo l’amicizia che nasce dall’appartenenza ad un unico popolo.

Gli incontri si svolgono nella chiesa di Sant’Anselmo (conosciuta anche come Buco del Signore), in via Martiri di Cervarolo 49 a Reggio Emilia alle 20.45

Le catechesi bibliche mensili sono pensate per gustare e pregare la Parola di Dio, e per dare la possibilità di costruire un cammino annuale e continuativo, in particolare per quei giovani (sia gruppi che singoli) che non hanno possibilità di vivere occasioni di questo tipo nelle loro comunità.

Servizio diocesano per la pastorale giovanile

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Paese di Neet, non di laureati Italia più distante dall’Europa

In Italia i giovani che non studiano e non lavorano, i Neet, aumentano a un ritmo maggiore rispetto ai laureati.

E questo alimenta il circolo vizioso della povertà educativa che diventa anche povertà economica. L’allarme sul futuro delle nuove generazioni, peraltro non nuovo, è stato rilanciato ieri da Save the children e Fondazione Agnelli, che hanno presentato i dati di “Uno sguardo sull’istruzione” elaborati dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che comprende 38 Paesi.

Fra il 2000 e il 2021, in Italia il tasso di laureati tra la popolazione fra i 25 e i 34 anni è passato dal 10 al 28% (+18%), avanzando più lentamente rispetto alla media Ocse del 21%. Il nostro resta, quindi, uno dei 12 Paesi dell’Organizzazione in cui la laurea non è ancora il titolo di studio più diffuso in questa fascia d’età.

Invece, complice anche la pandemia, la quota di Neet è cresciuta a ritmi vertiginosi, passando dal 31,7% del 2020 al 34,6% del 2021. In pratica, in Italia oltre un adulto su tre, fra i 25 e i 29 anni, non ha un lavoro e non è nemmeno inserito in un percorso scolastico o formativo in generale. Rischiando, annota l’Ocse, «di avere risultati economici e sociali negativi a breve come a lungo termine». Ecco perché, come osservato dal direttore della Fondazione Agnelli, An-drea Gavosto, «studiare conviene per avere un lavoro e retribuzioni migliori», ma anche per assicurarsi «una maggiore partecipazione alla vita civile e capacità di comprendere l’altro». Un vantaggio che, ancora una volta, in Italia è comunque minore rispetto alla media Ocse. Mentre negli altri Paesi sviluppati, un laureato, nel corso della vita lavorativa, guadagna il doppio di chi non ha un titolo di studio terziario, da noi questo vantaggio, che in ogni caso rimane, si riduce però al 76% in più.

Anche per far crescere il numero di laureati e comprimere quello dei Neet, è necessario investire di più in istruzione. Mentre in media i Paesi Ocse, nel 2019, hanno investito nella scuola (dalla primaria all’università) il 4,9% del Pil, da noi questa quota è ferma al 3,8%. In generale, mentre in Italia la spesa pubblica per l’istruzione è pari al 7,4% del totale, la media Ocse è del 10,6%. «Sono questi i temi che dovranno essere messi in agenda dal prossimo governo», ha sottolineato la direttrice Programmi Italia-Europa di Save the children, Raffaela Milano, evidenziando la «drammatica crescita dei giovani Neet».

Secondo il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, «il punto più delicato sono le medie». Tema che l’esecutivo aveva messo in agenda «ma avevo bisogno di altri sei mesi», è il rimpianto del (quasi) ex-titolare di viale Trastevere.

Tra tanti punti deboli, l’Ocse nel suo rapporto annuale, mette in luce anche un lato positivo del pianeta scuola in Italia. Fra questi, primo fra tutti l’elevata percentuale di bimbi fra i 3 e i 5 anni che frequentano la scuola dell’infanzia (92%), un dato che colloca il nostro Paese al di sopra della media Ocse, anche se bisogna ricordare che il monte ore di insegnamento dell’Italia è inferiore alla media europea (rispettivamente 945 e 1.071 ore), con una minore offerta oraria nelle regioni meridionali. Uno svantaggio territoriale osservato anche per quanto riguarda l’offerta di tempo pieno alle scuole primarie, «con le regioni del Sud in netto svantaggio rispetto a quelle del Nord».

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In 20 anni i laureati sono cresciuti del 18%. In un solo anno gli adulti che non studiano e non lavorano sono passati dal 31,7 al 34,6%: uno su tre

Elezioni. Giovani, il fantasma dell’astensione: «Questa politica non ci rappresenta»

Il 20% è sicuro di non andare alle urne, ma l’insoddisfazione per l’offerta elettorale sfiora il 50%. Gli esperti: pochi i ragazzi impegnati, per ora prevale l’incertezza
Giovani, il fantasma dell'astensione: «Questa politica non ci rappresenta»
Avvenire

La grande paura è la diserzione di massa. Se il primo partito il prossimo 25 settembre sarà l’astensione, come dicono oggi tutti gli istituti di ricerca, è la generazione Z, i nati dopo il 1997, a preoccupare. Perché le urne vuote per chi ha appena compiuto 18 anni sarebbero un segnale chiaro di disaffezione verso il Paese, un messaggio lanciato alla classe dirigente tutta: non ci rappresentate. Nonostante l’invasione di massa dell’ultim’ora dei leader politici negli spazi virtuali frequentati dai giovanissimi, la tentazione di tirarsi fuori è alta. È proprio la mancanza di credibilità e di autenticità del teatrino messo su in questo mese di campagna elettorale, a essere finita all’indice. Attenzione: questo non vuol dire che non esista una minoranza di giovani e adolescenti impegnati, che ci crede. A loro, in particolare, si rivolgeranno le sirene delle formazioni politiche nelle prossime, decisive quattro settimane. Però la semina di idee, messaggi e proposte sarà tutt’altro che facile e bisognerà evitare l’effetto boomerang. D’altra parte, è da tempo che i più giovani manifestano segnali di lontananza dalle istituzioni: secondo gli ultimi rapporti dell’Istituto Toniolo (Università Cattolica) due under 30 su tre pensano che la situazione in Italia sia peggiore rispetto al resto d’Europa. «La quota di giovani distaccata dalla politica può essere stimata vicino al 20% – afferma il ‘Rapporto Giovani’ dell’Istituto Toniolo – ed è legata al disagio socioculturale e alla scarsa fiducia nelle istituzioni». La rilevazione di Swg di inizio agosto quantificava in un 42% le persone astenute o non sicure di andare a votare. Mettendo in fila le motivazioni di questa scarsa propensione a recarsi alle urne, spiccava al secondo posto il fatto che «votare non serve a nulla», pensiero assai condiviso dalla generazione Z. Proprio il target 18-34 anni raggiunge il 48% tra le categorie con minor ‘disponibilità’ ad andare ai seggi, esattamente all’opposto di over 54 e pensionati.

Strade, panchine e social
Su una panchina di un paese della provincia di Milano, Federico e Yuri stanno ascoltando un brano di musica trap. Si parla di vacanze, delle ultime serate, si accenna a quel che si farà dopo la Maturità appena presa. Il voto del 25 settembre non è tra gli appuntamenti contemplati. Si fanno al massimo battute su Salvini, Meloni, Letta. Nulla di serio, però. Il politico è valutato alla stregua di un influencer, più o meno (molto spesso, meno) efficace. «Quanto è credibile un politico che si crea adesso un profilo sui social, per catturare la mia attenzione?» si chiede ad esempio Francesco, che nell’ultima settimana ha visto scendere nell’arena virtuale candidati di cui non conosceva neppure il nome.

Circola un video su Tik Tok, tra i più giovani, girato meno di un mese fa. Si vedono i volti in carrellata di 25-30enni, intercettati per strada in una periferia di Roma. Quel che colpisce è il grado di rassegnazione. Davanti alla telecamera si alternano studenti e lavoratori. «Il problema principale è l’Italia» dice il primo, che fa intendere una sfiducia totale nel futuro del Paese. «Votare? Semplicemente non mi interessa ». «Tutti dicono la stessa cosa, poi non fanno nulla. Quindi non voto e faccio prima ».

A queste latitudini, la campagna elettorale è come se fosse non pervenuta. Non interessa, semplicemente, anche se ci sarebbe ancora tempo per informarsi, farsi un’idea, discutere. E poi decidere. Si oscilla tra la voglia dispersa da qualche parte di provare a contare ancora e chi ha già deciso: i seggi non mi avranno. «Scelgono loro… io no» dice un altro, finché non si presenta un ragazzo dall’aspetto impegnato. «Sceglierò il meno peggio, non votare non è la soluzione» spiega. Insomma, c’è chi tenterà di restare sul pezzo, seguendo la giostra impazzita del voto, e chi ha già disattivato le antenne. «Auguro a tutti di cambiare Paese» spiega un altro intervistato, che poi accenna a una spiegazione. «I partiti nutrono un sacco di false speranze ». Il dibattito sui social non manca e più di uno fa notare che «è inutile che ci fanno votare, se poi ogni volta mettono un governo tecnico… »

Il grande disincanto
Come leggere questa grande disillusione? Come giustificare l’avvio anticipato dell’autunno dello scontento (giovanile)? « Ce stanno a fa’ morire di fame » sintetizza l’ultima voce. Secondo Lorenzo Pregliasco, esperto di comunicazione politica e cofondatore di Quorum/YouTrend, «la politica fa molta fatica a connettersi coi giovani, non da oggi. Con l’affluenza attesa a livelli più bassi della precedente tornata, è praticamente certo che l’astensione sarà il primo partito: un conto è calcolare in valore assoluto il 30% sugli aventi diritto, un altro è farlo, sia pur con lo stesso 30%, sul totale dei voti validi, che è più basso». Secondo l’esperto, il nodochiave da sciogliere è quello che gli addetti ai lavori chiamano «l’ecosistema informativo fluido. I nostri giovani non hanno, per la maggioranza, convinzioni forti e vivono dentro un palinsesto in cui tutto finisce per intrecciarsi: la foto su Instagrame il meme su Salvini, il post di Chiara Ferragni e le cinque cose da sapere su Fratelli d’Italia…».

Poi c’è l’elemento familiare, che pesa in modo diverso rispetto al passato, perché c’è chi guarda alla politica attraverso le lenti dei giovani: a volte sono madri e padri a seguire i figli influencer. «Per la generazione Z, la partecipazione politica è legata a singole issue, a singoli temi, un po’ come avviene come nei consumi culturali. Siamo alla politica on demand, con un 10% di elettori, anche tra i più giovani, che deciderà cosa fare all’ultimo momento» osserva Pregliasco. Voto last minute e grande volatilità, con giravolte possibili sulle scelte dei partiti, saranno dunque l’altro aspetto determinante. «Sul voto di settembre c’è grande indecisione da parte dei ragazzi» ha dichiarato nei giorni scorsi Michele Sorice, professore di sociologia alla Luiss. «I giovani costituiscono circa un terzo di coloro che sono incerti su chi votare. D’altra parte la campagna elettorale non è ancora entrata nei temi a loro cari, come il lavoro, il caro energia, l’università, l’Erasmus. Ho comunque la sensazione e il timore che l’astensione giovanile sarà maggiore di quella degli adulti. Sono molto pochi i ragazzi interessati alla politica fatta dai partiti, eppure sono tanti coloro che fanno volontariato e svolgono attività di impegno civico. La politica non riesce più parlare ai giovani e infatti solo l’1% di loro è iscritto a un partito ».

Quanto alle indicazioni di voto, la popolarità di leader come Giorgia Meloni e Matteo Salvini è un aspetto da considerare, così come la capacità di veicolare messaggi sui diritti civili da parte del Pd, mentre anche il Movimento Cinque stelle, dopo una fase di appannamento, sembra aver ripreso un certo appeal. Ma al momento sono solo brand da avvicinare con un misto di curiosità e diffidenza, simboli di un mondo che i giovanissimi continuano a sentire come lontano.

Il segno. A Loreto l’Europa giovane del dialogo. Quattro giorni per ripartire, insieme

Dopo lo stop dovuto al Covid, ragazzi dai 17 ai 25 anni cattolici di diversi riti e ortodossi sono tornati a incontrarsi all’ombra della Santa Casa
I giovani protagonisti del raduno Da Eurhope a Eurhome: la memoria fiorirà. L’incontro si è svolto a Loreto dal 7 al 10 agosto

I giovani protagonisti del raduno Da Eurhope a Eurhome: la memoria fiorirà. L’incontro si è svolto a Loreto dal 7 al 10 agosto – Collaboratori

Avvenire

Il primo a piantare qui il seme dell’ecumenismo per le nuove generazioni fu Benedetto XVI nel 2007 durante l’Agorà dei giovani italiani a Loreto. In quell’occasione il Papa consegnò il mandato missionario a “72 discepoli” scelti tra quasi mezzo milione di ragazzi. Due di loro raggiunsero nei giorni seguenti Sibiu, in Romania, per la III Assemblea ecumenica europea. Da qui iniziarono a germogliare nuove relazioni bilaterali con i luterani danesi di Aarhus, gli ortodossi rumeni di Resita, gli anglicani di St. Albans, gli svedesi di Linköping dove a Vadstena è custodito il corpo di santa Brigida. In breve fu la volta del primo “Campo europeo ecumenico per giovani” che in circa dieci anni porterà a Loreto migliaia di ragazzi.

Poi la lunga interruzione causata dal Covid-19 e infine la ripresa del cammino nei giorni scorsi con la XII edizione del campo ecumenico dal titolo “Da Eurhope a Eurhome: la memoria fiorirà”, che si è svolto dal 7 al 10 agosto presso l’istituto salesiano di Loreto. Circa settanta i partecipanti di età compresa tra 17 e 25 anni di confessione cattolica, ortodossa e greco-cattolica. Tra loro italiani, ungheresi e romeni, giunti a Loreto con il mandato dei loro vescovi insieme a quattro sacerdoti della diocesi romena di Caransebes e due seminaristi della diocesi ungherese di Debrecen. A guidare il campo l’équipe storica composta da don Francesco Pierpaoli di Fano e don Giorgio Paolini di Pesaro, ai quali si sono aggiunti suor Catherine Southwood e una coppia di giovani sposi pesaresi, Marco Sanchioni ed Elena Ranocchi, che si sono fidanzati e hanno celebrato il loro matrimonio proprio durante un precedente campo ecumenico di Loreto.

«Quest’anno – spiega don Pierpaoli – è stato come un grembo di ripartenza dopo il lungo stop della pandemia. In tutti i ragazzi c’era un forte desiderio di conoscere Loreto, che è la capitale spirituale che Giovanni Paolo II ha indicato per i giovani d’Europa. Qui infatti è custodita la casa di Maria che è la casa del “sì” giovane». Tre giorni intensi vissuti in piena sintonia e gioia. “Perché siamo divisi se stiamo così bene insieme?”: è stata questa la domanda ricorrente dei giovani che hanno avuto l’opportunità di confrontarsi su temi di stretta attualità: la custodia del Creato, le disparità tra ricchi e poveri, la guerra in Europa e la divisione tra cristiani. Per loro l’arcivescovo prelato di Loreto, monsignor Fabio Dal Cin, ha espresso parole di incoraggiamento durante la veglia all’interno Santa Casa: «la Chiesa deve ripartire da voi – ha detto – ed è per questo che vi invito ad essere costruttori di pace e vi affido la preghiera per il bene del mondo».

Oltre ai lavori di gruppo e di animazione, i ragazzi hanno particolarmente apprezzato la cosiddetta “preghiera di luce” del mezzogiorno. «Non potendo vivere l’adorazione eucaristica per ovvi motivi -– spiega Patricia dalla Romania – ci riunivamo in chiesa ciascuno con un lumino spento e, dopo una breve introduzione guidata, ci raccoglievamo in silenzio per circa mezz’ora prima di accendere la luce e portarla all’altare». Ogni delegazione inoltre si è alternata nell’animazione della Messa celebrata nel proprio rito. «Al momento dell’Eucaristia abbiamo sperimentato la ferita della divisione – spiegano alcuni ragazzi ungheresi – perché pur vivendo tutto il giorno insieme non potevamo mangiare alla stessa tavola di Gesù».

Per questo, come gesto di comunione, i fratelli ortodossi segnavano la benedizione sulla fronte degli altri giovani. «È stato questo forse il momento più forte – spiega don Pierpaoli – che però ci apre ad un impegno quotidiano. La ferita infatti può diventare una feritoia e quindi un dono maggiore da vivere come l’attesa di una terra promessa che è l’unità». Nel corso delle giornate è stata anche programmata, insieme alla delegazione luterana svedese collegata via skype, la XIII edizione del Campo che si terrà nell’ultima settimana di luglio 2023. «Poco dopo – conclude don Pierpaoli – partiremo per la Gmg di Lisbona, in Portogallo a cui prenderanno parte anche ragazzi di altre confessioni cristiane, perché la fede che cercano i giovani fa rima con una Chiesa unita».

Papa ai giovani di Notre-Dame: in un’epoca di virtualità e solitudine, lavorate in squadra

Papa Francesco insieme ad alcuni giovani delle Equipe di Notre-Dame

Francesco incontra le équipe giovanili che fanno parte del movimento di spiritualità coniugale nato in Francia nel 1938 e invita a fare comunità e camminare insieme, “perché Dio ci salva facendo di noi un popolo”. L’invito a imitare la Vergine che “si alzò e andò in fretta” da Elisabetta: come Lei, incoraggia il Pontefice, prendetevi cura degli altri e del creato mentre vi preparate alla Gmg di Lisbona
Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Ogni giovane è una speranza per Gesù: una speranza di amicizia, una speranza di cammino insieme, una speranza di missione insieme. E quindi ognuno di voi è anche una speranza per la Chiesa.

Parla così Francesco al movimento giovanile delle Èquipe Notre Dame – ricevuto in udienza stamani nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico – che si propone di vivere secondo i principi della dottrina cattolica, per “crescere nella relazione con Cristo e con la Vergine Maria”, e “in missione nella vita quotidiana”. Ai giovani partecipanti all’Incontro Internazionale delle “Equipas de Jovens de Nossa Senhora”, che in team e guidati da coppie si incontrano per pregare, condividere, discutere e definire obiettivi da raggiungere, il Papa offre una riflessione sulle tre parole che compongono il loro nome: équipe, Notre-Dame e giovani. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Equipe
A proposito dell’esperienza di gruppo dei giovani di Nostra Signora, il Pontefice definisce un dono il “far parte di una comunità, di una famiglia di famiglie che trasmette una fede vissuta” e aggiunge:

Siamo tutti in relazione, per imparare a fare squadra. Dio ha voluto entrare in questa dinamica di relazioni e ci attira a sé in comunità, dando alla nostra vita un senso pieno di identità e di appartenenza. Perché il Signore ci salva facendo di noi un popolo, il suo popolo. Non permettete al mondo di farvi credere che sia meglio andare da soli.
Francesco avverte che da soli si può “raggiungere forse qualche successo, ma senza amore, senza compagnia, senza appartenenza a un popolo, senza l’esperienza impagabile che è sognare insieme, rischiare insieme, soffrire insieme e fare festa insieme”. Da qui l’invito ad aprirsi, a rischiare, a non avere paura degli altri. E “se è vero che ci sono il bullismo, gli abusi, le menzogne, i tradimenti”, aggiunge il Papa, occorre più preoccuparsi “di difendere le vittime”. Quindi il Pontefice loda la scelta di “crescere in équipe” e “in questa epoca del virtuale e della conseguente solitudine in cui cadono” molti giovani, esorta i gruppi giovanili di Notre-Dame ad andare avanti in équipe, a costruire ponti e a fare squadra.

Notre-Dame
Soffermandosi poi, sulla parola “Notre-Dame”, che richiama la particolare devozione alla Madonna dei giovani del movimento e il desiderio di seguirne l’esempio – “ponendosi sotto la sua materna protezione” – e di comprenderne il posto privilegiato nel mistero di Cristo e della salvezza, il Papa evidenzia che quando si accoglie Maria nella propria vita, “non si perde mai il centro, che è il Signore. Perché Maria non punta mai a sé stessa, ma a Gesù e ai fratelli”, invita sempre a guardare Cristo. Per questo sollecita i giovani ad affidarsi alla Madonna.

Vi incoraggio a vivere in un affidamento quotidiano alla Vergine Maria, che vi aiuterà anche a crescere come équipe, condividendo i doni ricevuti in uno spirito di dialogo e di accoglienza reciproca. Vi aiuterà ad avere un cuore generoso, a scoprire la gioia del servizio nella gratuità, come fece lei quando andò da santa Elisabetta.
L’invito a prepararsi alla Giornata Mondiale della Gioventù
E citando l’episodio evangelico, Francesco ricorda che da qui è tratto il tema della prossima Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà a Lisbona fra un anno, “Maria si alzò e andò in fretta”. E confida di amare il titolo di “‘Madonna in fretta’, che non perde tempo, per aiutare”.

Alzarsi per servire, uscire per prendersi cura degli altri e del creato: questi sono valori tipici dei giovani. Vi esorto a praticarli mentre vi preparate alla GMG di Lisbona.

Giovani
Infine, la terza parola: “giovani”. Il Papa la usa per affermare che “il futuro è dei giovani”, ma che occorre avere “ali per volare, sognare, creare” e “radici per ricevere dagli anziani la saggezza”, per restare uniti ai nonni – le proprie radici -, perché, avverte Francesco, se non si è capaci di parlare con i nonni non si saprà volare, e su questo invita a riflettere.

Gli adulti testimoni di ascolto, dialogo, servizio e preghiera
Terminando il suo discorso Francesco indirizza un suo pensiero agli adulti che seguono i giovani delle Équipe Notre-Dame: le coppie di sposi e i sacerdoti assistenti.

Penso che è una grande gioia per voi accogliere e accompagnare questi giovani. Possiate essere per loro dei testimoni, con umiltà e semplicità. Testimoni di amore a Cristo e alla Chiesa, testimoni di ascolto e dialogo, testimoni di servizio gratuito e generoso, testimoni di preghiera. Grazie per la vostra presenza accanto ai giovani: per il tempo e la cura che dedicate a loro.  

Gli studenti e le studentesse del Liceo A.F. Formiggini di Sassuolo, insieme al loro insegnante di religione, si sono impegnati in un “Sinodo a scuola”

In un clima sereno e di fruttuoso confronto, hanno dialogato partendo da alcune domande-guida che hanno orientato gli interventi di ciascuno e il dibattito in classe:

Come senti o ti senti nella Chiesa?
Ti senti ascoltato dalla Chiesa? Secondo te, la Chiesa sa ascoltare?
Che cosa la Chiesa può imparare dalla società in cui viviamo? Che atteggiamento dovrebbe avere?
Che cosa chiedi tu alla Chiesa oggi? Come potrebbero rinnovarsi, guardando al futuro?
Com’è la Chiesa che sogni? Quali passi compiere per arrivarci?
Frequenti la parrocchia? Come ti senti al suo interno? Che cosa funziona o non funziona?
Quali sono i punti da confermare, le prospettive di cambiamento, i passi da compiere? Quali strade si stanno aprendo per la nostra Chiesa locale?
Hai altri temi sui quali vorresti dialogare con la Chiesa cattolica?

Un primo tema emerso dalla discussione in classe è quello della mancanza di giovani all’interno del contesto ecclesiale. Gli studenti, inoltre, rilevano anche una certa “indifferenza” da parte dei responsabili di comunità davanti a questo vuoto. Quei pochi, poi, che continuano a frequentare sono considerati dai loro coetanei dei veri e propri “alieni”.

Un secondo tema è quello del bigottismo dilagante e della rigidità del contesto parrocchiale, che porta ad un allontanamento maggiore delle giovani generazioni: parroci e catechisti che incutono timore, con il loro imporsi, pur di avere delle assidue presenze al catechismo. Dall’altro canto, però, va rilevata anche la pigrizia dei bambini e dei giovani a partecipare agli incontri previsti, perché attratti da cose che passano (vestiti, successo, denaro…) e anche dal desiderio di bruciare le tappe.

È emersa anche la considerazione che la Chiesa si presenta sempre cauta e lenta nei cambiamenti; in più vuol far vedere che è accogliente, ma in realtà non lo è.

Qui si inserisce anche tutto un discorso sul modo di fare catechismo, il quale non dovrebbe essere assimilato ad una lezione scolastica e che dovrebbe avere catechisti più preparati e non grossolani, capaci di far innamorare e non destare timore con rigidità e giudizio. Alcuni arrivano a dichiarare che così il catechismo non serve a niente, non lascia nessun ricordo e né tantomeno alcun concetto.

Un terzo tema che è venuto fuori molte volte è quello della mancata comprensione della liturgia: molti hanno confessato che per loro la celebrazione eucaristica è considerata noiosa proprio perché nessuno ha mai loro spiegato il senso dei gesti e la bellezza dei significati celati in essi. Si ravvisa, inoltre, una mancata preparazione del celebrante nel tenere l’omelia e nel rendere i temi religiosi vicini e affascinanti, per destare il senso del sacro. A volte si affrontano temi attuali, ma con atteggiamento giudicante, sintomo di ignoranza e di poca accoglienza.

Un quarto tema è quello dei sacramenti, il più delle volte visti come tappe obbligate, elargiti senza convinzione ma solo per convenzione. Molti li celebrano, ma pochi hanno consapevolezza di cosa stanno celebrando. Il più delle volte sono solo un alibi per fare festa.

Un quinto tema è quello dell’operato dei presbiteri: alcuni – cito testualmente le parole degli studenti – “sono veramente insostenibili”, altri non vivono quello che celebrano, altri ancora non si interessano delle situazioni e dei vissuti della loro comunità, tanto che alla richiesta di un aiuto rispondono di rimandare l’appuntamento per via del loro giorno libero.

Accanto ad alcuni che sono seri e che vivono la loro vocazione con impegno, fede e onestà, si stagliano altri molto innamorati del potere, ricercatori ossessionati dei propri interessi, che predicano la povertà, ma vanno a braccetto con i ricchi e i potenti.

Molti studenti, guardando al loro operato, dichiarano con tristezza e rabbia che “la Chiesa purtroppo non è un posto sicuro”.

Suggerimenti pratici
Accoglienza: vorremmo una Chiesa che sappia accogliere concretamente le diversità, che sia più aperta nei confronti delle persone appartenenti ad ogni orientamento sessuale. Si evitino atteggiamenti esclusivi e si sposino quelli inclusivi, per fare della Chiesa una comunità e non una elitè. La Chiesa, inoltre, non dovrebbe aspettarsi che siano i giovani ad andare da lei, bensì il contrario, se è veramente missionaria.

Ascolto attivo e dialogo: vorremmo una Chiesa che sappia ascoltare – prima di parlare – le ragioni altrui, considerando l’altro non un sacco da riempire o un ostacolo da eliminare, ma come una ricchezza da cui anche imparare.

Fare la differenza: significa cambiare mentalità, fare in modo che la gente sia attratta guardando la fede e lo stile di bene dei cristiani. Solo così la Chiesa tornerà ad essere ancora un punto di riferimento per la società. Va limitata, poi, l’istituzione, senza però sradicarla completamente.

Riprogettazione del percorso sacramentale: siano dati da adulti e dopo un percorso di fede consapevole e ricco di esperienza.

Valorizzazione della cultura: si investa in cultura per dare contenuto e sostanza alla fede anche con l’apporto del pensiero razionale, in una reciproca complementarietà.

Auspichiamo che lo scopo di tale cammino sinodale sia veramente non la produzione di fogli o documenti che non leggerà quasi nessuno, ma la volontà di – così come si scriveva già dai tempi del Sinodo dei giovani – «far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».

Cosa trarre dall’esperienza
Consapevole della complessità e della varietà dei temi in gioco, vorrei – alla luce della discussione condotta con gli studenti e dell’esperienza di servizio mia personale all’interno del contesto ecclesiale – fare alcune considerazioni, che possono servire da stimolo e provocazione.

Come molti studiosi hanno ripetuto, viviamo in un tempo in cui è finita la cristianità, ma non il cristianesimo. Papa Francesco, dal canto suo, più volte ha ripetuto che stiamo vivendo “non un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca”.

Di solito, dinanzi alla complessità e alle difficoltà, la prima tentazione in cui si può cadere è quella di lamentarsi. Già Agostino metteva in guardia gli adulti del suo tempo da questo pericolo quando scriveva: «Voi dite: sono tempi difficili, sono tempi duri. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi».

Ecco, Agostino pone l’attenzione sulle proprie responsabilità. È da queste che dobbiamo ripartire.

Lo stesso Instrumentum laboris del Sinodo dei giovani (2018) confessava: “molti giovani non ci chiedono nulla perché non ci ritengono interlocutori significativi per la loro esistenza”. Di più. Alcuni “chiedono espressamente di essere lasciati in pace, perché sentono la presenza della Chiesa come fastidiosa e perfino irritante”.

Dinanzi a questi graffianti giudizi, la Chiesa non può rimanere indifferente, ma cercare di fare la differenza.

Lungi dal fare di tutta l’erba un fascio, visto che molti sono coloro che operano nel silenzio della carità, ma a volte va constatata la motivazione “la Chiesa è fatta di uomini”, perché può essere usata come alibi per lasciare le cose come stanno o per non vedere i problemi.

Fare la differenza vuol dire che – per usare le parole del teologo francese Yves Congar – “non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa”.

I giovani chiedono una Chiesa autentica e non di facciata; una Chiesa che ha il coraggio di cambiare le carte in tavola, pur rimanendo fedele al suo Cristo; una Chiesa che ponga un freno ai banchetti per tornare al grande banchetto dell’Eucarestia; una Chiesa che diviene sempre più comunità e sempre meno comitiva.

È importante avvicinare il messaggio evangelico, ma bisogna anche stare attenti a non scontarlo.

Chi non abita il corpo ecclesiale sarà sicuramente più attratto da una Chiesa che vive relazioni autentiche e durature piuttosto che una Chiesa che fa a gara per preparare feste, serate, sagre (con tanto di sponsor), dimenticando il Festeggiato.

La Chiesa non dovrebbe essere una pagina di Facebook che tenta d’accaparrarsi il maggior numero possibile di “like” cercando d’essere “moderna” o “alla moda”; la Chiesa dovrebbe essere madre e maestra di Verità. Il modo più efficace per danneggiare o addirittura distruggere la fede nei giovani è quello di promuovere una falsa e fuorviante distorsione della verità in un tentativo di acquisire popolarità.

Un gruppo di giovani, non ascoltati, in una lettera pubblica sul Sinodo dei giovani ebbero a scrivere: “Noi desideriamo che la Chiesa sia popolare, perché tutti conoscano l’amore di Cristo. Tuttavia, se dobbiamo scegliere tra popolarità e autenticità, scegliamo l’autenticità”.

A volte sembra che la Chiesa viva la parabola della pecorella smarrita al contrario: pur di non perdere le novantanove pecore rimaste nel recinto, ha paura di correre dietro a quella perduta per salvarla. Eppure la “Chiesa in uscita”, tanto cara a papa Francesco, chiede la missionarietà e non chiusura nella propria comfort-zone.

Certamente, praticando lo stile missionario, bisogna mettere in conto il rischio di perdere, almeno all’inizio. Ma è comunque necessario rischiare, consci del fatto che – per dirla con le parole di papa Paolo VI – “il cristianesimo non è facile, ma è felice”.

Un ultimo aspetto su cui il sinodo dovrebbe riflettere e lavorare è quello del ruolo della leadership nelle comunità, evitando con fermezza gli abusi di potere. Tornare alla ricchezza dei contributi offerti dal Concilio Vaticano II – come per esempio, quello della corresponsabilità dei laici – può essere molto salutare.

Un appello
A suggello di queste considerazioni, anche io mi unisco a queste giovani voci degli studenti e con amore di figlio impegnato nella Chiesa rivolgo ai vescovi che si riuniranno in assise questo semplice e schietto appello:

Noi giovani non vogliamo dei vescovi o ministri amiconi, ma amici.
Non vogliamo vescovi e ministri bravi nel fare analisi sociologiche, ma pastori di cui fidarci.
Noi giovani non vogliamo vescovi e ministri che indichino con il loro indice la via vera, buona e bella, ma rimangono al palo.
Non vogliamo vescovi e ministri come farisei che “legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”, ma come Cristo che sapeva guardare e amare il giovane anche se ricco e triste.
Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando, scrive Sant’Agostino all’amico che gli chiedeva come educare i difficili ragazzi dei suoi tempi – “Non c’è invito più grande all’amore che prevenire amando”.
Settimana News

Pandemia. Ansia e depressione dei giovani. Negli Stati Uniti è già emergenza

La principale figura di medicina pubblica ha parlato di una «devastante crisi di salute mentale tra gli adolescenti»
Ansia e depressione dei giovani. Negli Stati Uniti è già emergenza

Secondo l’agenzia federale Usa per la prevenzione delle malattie, i suicidi di ragazzi tra i 10 e i 24 anni, rimasti stabili per decenni, sono aumentati del 60% fra il 2007 e il 2018 – .

Elizabeth Allen rivive spesso quella serata. Era rientrata da una passeggiata e aveva trovato il marito steso sul divano, lo sguardo al soffitto. Aveva pensato a un malore della suocera, ma non aveva sentito alcuna urgenza nel tono con cui le aveva detto: «È successa una cosa terribile». La figlia di una loro carissima amica si era tolta la vita. La 14enne da un anno si era isolata, aveva perso interesse in tutto. La madre era preoccupata, ma la seguiva, le parlava, le stava vicino. Non era bastato.

Elizabeth aveva subito visto negli occhi lucidi del marito che al dolore per l’amica – che non aveva che quell’unica bambina – si mescolava un terrore più personale. Anche la loro primogenita da mesi soffriva di depressione, alternata ad attacchi di panico che li avevano fatti accorrere due volte a scuola e una volta al pronto soccorso. La 17enne vedeva regolarmente una psicologa e questa aveva consigliato di parlare al loro medico di medicinali ansiolitici. Sono seguiti tre mesi che Elizabeth ricorda come un tunnel di brutte notizie: «Ho cominciato a fare più attenzione ai giovanissimi attorno a me, o forse il fatto di parlare più apertamente delle nostre difficoltà ha fatto venire a galla le esperienze altrui. E ho scoperto la portata della sofferenza che mi circonda ». In poco tempo la 50enne del Colorado ha contato una dozzina di adolescenti molto vicini alla sua famiglia che erano finiti all’ospedale – per qualche ora o qualche giorno –per crisi d’ansia o depressione, autolesionismo, tentato suicidio, psicosi, anoressia, tic improvvisi e violenti.

Le visite al pronto soccorso e i ricoveri non avevano però risolto i problemi. In alcuni casi avevano costretto la famiglia a cercare risorse per affrontare l’emergenza. In altri, quando le risorse a disposizione sembravano esaurite, avevano messo di fronte i genitori a un’amara impotenza: i loro figli non stavano bene e non sapevano che cosa fare per aiutarli. Lo scorso dicembre, il “chirurgo generale” degli Stati Uniti, la principale figura di salute pubblica nel Paese, ha diffuso un rarissimo avviso al pubblico, dichiarando l’esistenza di una «devastante crisi di salute mentale tra gli adolescenti americani». Molti medici se l’aspettavano: la pandemia aveva tolto a milioni di ragazzini, per due anni – un’eternità per un giovanissimo – almeno uno, spesso tutti e tre i pilastri di uno sviluppo sano: esercizio fisico, dialogo quotidiano e in persona con i coetanei, sonno regolare e abbondante, quest’ultimo rimpiazzato da sessioni interminabili davanti agli schermi e dalla persistente, angosciante incertezza. Ma le proporzioni dell’emergenza e un’analisi più approfondita dei suoi contorni hanno portato a concludere che i lockdown hanno solo esacerbato una vulnerabilità latente da una decina d’anni. Già nel 2019, infatti, l’American Academy of Pediatrics osservava che «i disturbi della salute mentale hanno superato le condizioni fisiche » come i problemi più comuni che causano «menomazione e limitazione» tra gli adolescenti. E secondo l’agenzia federale Usa per la prevenzione delle malattie, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), i suicidi tra i 10 e i 24 anni, rimasti stabili per decenni, sono aumentati del 60% fra il 2007 e il 2018.

«Negli ultimi vent’anni, i principali rischi per la salute che gli adolescenti statunitensi affrontano sono cambiati: il consumo di alcol, sigarette e droghe è diminuito mentre l’ansia, la depressione, il suicidio e l’autolesionismo sono aumentati vertiginosamente », spiega Severiano San Juan, pediatra del New Jersey dal 1999. Il medico, insieme ad alcuni colleghi, ha di recente fatto una ricerca nei suoi archivi e calcolato che fino a 15 anni fa al massimo il 2 per cento dei pazienti si rivolgeva a lui per problemi mentali. Ora lo fa la metà. G li adolescenti lo sanno e lo dicono senza timidezza: la nostra generazione non è serena, non è spensierata, siamo più turbati di voi adulti alla nostra età. Sanno di aver bisogno di aiuto e sanno quanto è difficile trovarne. Non ci sono servizi di salute mentale pubblici negli Stati Uniti. Andare dallo psicologo costa, molto. E anche i genitori abbastanza privilegiati da potersi permettere un ciclo di terapia devono aspettare in media due mesi per trovare un posto libero. Gli altri stringono forte i loro figli e sperano in bene. I centri di ricerca, intanto, si interrogano sulle cause, per poter invertire la spirale del dolore. Parlano della pandemia, naturalmente. E, ovviamente, delle reti sociali, anche se il loro ruolo non è del tutto chiaro. Si sa che espongono cervelli assetati di accettazione sociale a un diluvio senza precedenti di stimoli e di modelli di confronto, spesso privi di contesto e di elementi “reali” che rendano più facile interpretarli, catalogarli, disinnescarli. «Vediamo più cose di quante ne vedevate voi, e più complicate da elaborare, e sempre, senza sosta. Davanti a noi ci sono sempre immagini, parole, idee, giudizi, comportamenti da imitare o da respingere. A volte mi sembra di impazzire», dice Clara, 17 anni, di New York. Il 95% degli adolescenti Usa ha uno smartphone e la metà dice di essere online “costantemente”.

Julia Potter, direttore del Centro per la salute degli adolescenti del Boston Medical Center, punta il dito anche verso un’altra possibile causa, citata da molti studi: «La pubertà oggi inizia molto prima, in pochi decenni si è abbassata dai 16 ai 12 anni. La curiosità naturale dello sviluppo apre i ragazzi a una valanga di informazioni quando non hanno ancora la maturità per gestirle, perché la corteccia frontale si sviluppa tardi». Poi c’è il sonno. In generale, gli adolescenti oggi dormono meno. Sempre secondo i Cdc, solo un quarto degli studenti delle superiori dorme otto ore a notte, in calo rispetto al 31,1% del 2007 e al 35% del 1997. E infine la crescente solitudine. Qui è facile trovare il legame con i videogiochi e i social, che prendono il posto della compagnia al parco o della squadra di calcetto. Si parla spesso della solitudine degli anziani, un problema serio e reale. Negli Stati Uniti il 40 per cento degli under 24 dice di essere solo “molto spesso” o “quasi sempre”. Per gli over 74, la percentuale scende al 27. La generazione collegata a tutti gli angoli della Terra a tutte le ore del giorno e della notte è la più sola di sempre.

Elizabeth non si era accorta che l’ansia di sua figlia faceva parte di un’emergenza nazionale. Scoprirlo prima ha acuito il suo senso di impotenza, quindi ha scatenato l’istinto a fare di tutto per alleggerire un po’ il fardello sulle spallucce dei suoi ragazzi. Ho cercato di riversarmi dentro mia figlia, di essere con lei in ogni istante, di portare il suo peso per lei. Poi ho capito che non posso e, in effetti, non devo. Allora ho fatto un passo indietro e cercato di ascoltare di più». È stata sua figlia a darle, se non una soluzione, una pista da seguire. «Un giorno, vedendomi angosciata, mi ha urlato, arrabbiata, che lei non è la sua ansia. Che soffre, ma che non posso vivere come se la malattia mentale avesse preso il suo posto. È la realtà con cui lei, e molti suoi coetanei, devono vivere, ma non li definisce. È la loro sfida. Ma non sono una generazione perduta».

Giovani: devices e social

Il periodo di pandemia ci ha costretto a nuovi comportamenti e, nella migliore delle ipotesi, anche a riflettere su come diventare persone migliori, nelle relazioni, nella gestione del tempo e nell’uso delle cose. Con tre classi prime del liceo Galvani di Bologna (IVa ginnasio della sezione D, 1aF e 1aP), avvalentesi dell’ora di religione, abbiamo fatto un piccolo percorso sul tema dell’uso dei devices e dei diversi social più frequentati da loro stessi.

Non era quanto specificatamente previsto dal programma, ma la nostra disciplina ha, secondo me, anche il compito di provare ad intercettare bisogni e interessi che abitano la vita degli adolescenti di questo tempo, provando a sviluppare un senso critico che li aiuti sempre ad essere un pezzo di società più buono.

Abbiamo iniziato cercando di conoscere la Nomofobia, la paura di rimanere sconnessi dalla rete, richiamando le comprensioni più generali del fenomeno a partire anche dall’esperienza personale e ritrovando, in pochissime circostanze, qualche forma embrionale nella pratica quotidiana.

È ormai evidente come gli smartphone abbiano invaso generalmente la nostra vita e quanto sia importante ribadire il significato di strumento, come da utilizzare e non da farsi utilizzare perché tante forme di tipo ansiogeno, di adulti e giovani, sono sempre in agguato.

Su questa strada, abbiamo proseguito con il prendere in considerazione il fenomeno del phupping (parola composta da phone e snubbing, snobbare l’altro per usare il cellulare), facendo riferimento ad uno studio della Milano-Bicocca dove sono evidenziate letture di una ricerca nel mondo del lavoro, ma anche nel rapporto tra genitori e figli.

In famiglia, nello studio dell’Università milanese, si osserva la crescita di episodi in cui ci si distrae più facilmente davanti ai propri interlocutori. L’esperienza dei nostri ragazzi ha evidenziato quanto sia in agguato sempre la tentazione di non vivere il tempo presente della relazione diretta ma, allo stesso tempo, di quanto sia importante porsi delle regole, sia personalmente che come famiglia: sono piccole attenzioni che, davanti a questi nuovi modi di rapportarsi, aggiungono qualità alla vita in modo significativo.

Così, al termine del modulo di lavoro, abbiamo provato a stilare pro e contro dell’uso dei devices e dei social, mettendone giù dieci più dieci, facendo degli elenchi per priorità, secondo le proprie sensibilità personali e secondo le conoscenze acquisite. Abbiamo fatto dei piccoli gruppi e poi, come gruppo classe, abbiamo integrato il lavoro. A me è spettato il compito di mettere insieme il lavoro delle tre classi.

Mi sono lasciato sorprendere da loro, oltre la mia esperienza professionale pregressa nell’ambito del mondo delle dipendenze (quasi vent’anni come educatore e formatore per la prevenzione dalle sostanze psicotrope e la ludopatia), incoraggiando la loro visione fresca e immediata, ma anche quella di nativi digitali che guardano globalizzazione, rete e tecnologia con belle comprensioni.

Tra i primi “contro”, ricorrono comunemente il rischio della dipendenza, dell’isolamento, della distrazione, della violazione della privacy, delle fake news (e delle truffe in generale); tra i primi “pro”, si evidenziano una comunicazione facile, globalizzata e veloce, la possibilità di avere news immediate e da ogni parte del mondo, di avere fonti illimitate di informazione per conoscere e imparare, un luogo virtuale dove far crescere le proprie passioni e la possibilità di diverse forme di svago immediate.

Una sintesi necessaria per questa lettura, ma indicativa di quanto sia importante parlarne senza pregiudizi innanzitutto e, poi, per condividere quanto emerso tra le loro stesse considerazioni finali come letture del tipo: “è stato più facile trovare i contro dei pro perché pochi ci aiutano a vedere gli aspetti positivi”; “i contro sono molto più specifici dei pro che sono invece più generali”; “bisogna stare attenti e sviluppare molto intuito per non incappare in cattive situazioni”.

Ringrazio gli studenti per il loro impegno nelle ore di lavoro da protagonisti in classe, nello studio di un mondo a loro più che vicino e che li coinvolge in diverse forme emotive.
settimananews

Nei prossimi mesi diversi gruppi di giovani parteciperanno, in qualche modo, a iniziative ecclesiali: è il momento opportuno di dare loro la parola in una sorta di versione estiva del Sinodo (oltre l’evanescenza del Sinodo 2018)

C’è una felice coincidenza nel calendario: da una parte le lezioni stanno per finire, restituendo a molti ragazzi un necessario tempo libero, che in diversi casi verrà presto occupato da molteplici attività estive — tra le quali, in molte parti d’Italia, anche alcune forme di volontariato di ispirazione ecclesiale. Dall’altra i risultati resi pubblici dei primi lavori sinodali, che manifestano una sana preoccupazione che diventa anche una lamentatio: nell’ordinario delle comunità cristiane i giovani sono i grandi assenti. Di per sé, il fenomeno non è certo nuovo: negli ultimi decenni se ne parla con frequenza via via maggiore. Addirittura è stato convocato un Sinodo a tema giovanile (2018) che a quanto pare non ha prodotto molto, se ancora si brancola nel buio, almeno in molte parti dell’Occidente (allarghiamo un po’ lo sguardo oltre il nostro orticello) tra fatiche enormi a capire cosa vivono i ragazzi e le ragazze di oggi, mancanza di visione degli adulti, proposte vetuste che allontanano più che avvicinare, gabbie ideologiche novecentesche che con ostinazione vengono calate, miopia nell’interpellare chi lavora quotidianamente con i giovani.

Dunque, da una parte un’emorragia quasi senza pausa, che lascia interdetti, delusi, affranti fino ad arrivare al pessimismo più nero, magari non cogliendo i semi buoni che ci sono e le figure che rimangono e ci provano, dall’altra il tempo estivo che, in qualche modo, vede una parte dei ragazzi mettersi in gioco, darsi da fare, trovare ancora qualche approdo latamente ecclesiale.

Come fare in modo che la coincidenza faccia scattare la scintilla di un nuovo cammino? Le ricette si sprecano, come le parole d‘ordine, i modelli, gli studi. Ma poi, a settembre, tutto come prima, o quasi. Riprende la routine quotidiana, che macina energie, tempo, idee… schiacciando molto spesso giovani e adulti. E i primi, lo sappiamo, troppe volte si allontanano in un movimento a fisarmonica su cui vogliamo sentirci innocenti. E su cui, alla fine, rinunciamo a educare e a farci educare.

Sarebbe bello se in quest’estate sinodale, nei mesi che arrivano, ogni comunità provasse seriamente e semplicemente a togliersi preconcetti e idee e solo osservare, solo ascoltare. Non per avere conferma di quello che già sappiamo, ma per farci letteralmente ‘convertire’ da qualcosa che i giovani possono dire agli adulti. Dovremo però dare loro spazio e tempo, fiducia e libertà. Senza la pretesa di sapere già tutto: oggi non funziona più così (ammesso che prima funzionasse). È un’estate sinodale che deve, proprio nei prossimi mesi, aprirsi ad adolescenti e giovani, che nella stragrande maggioranza non sanno nemmeno cosa sia un sinodo e cosa sta accadendo nella Chiesa in Italia. È il momento per farli davvero entrare nel cantiere. È faticoso, indubbiamente. Ma se non leggiamo nei tre mesi a venire un kairos e lo abitiamo, se non abbiamo il coraggio di mettere da parte tutto quello che è servito alle generazioni precedenti ma che oggi non funziona più, allora rimarremo a crogiolarci nelle nostre lamentele, nei nostri idealismi poco misurati e poco concreti, o nell’esaltazione acritica dei giovani, sorella un po’ più simpatica della critica feroce. È un cammino che va fatto insieme. Se almeno provassimo, in ogni gruppo, parrocchia, associazione a mettere in gioco un paio di serate per chiedere: ma tu cosa pensi e cosa sogni sulla Chiesa?

Se avessimo il coraggio di vivere una sorta di anno zero della pastorale giovanile, oltre l’evanescenza del Sinodo 2018, per provare a maturare insieme, tutti, una visione di Chiesa del futuro, dove risuoni una Parola per vite da XXI secolo…

vinonuovo.it