La Trinità segno della dinamicità di Dio. Commento al Vangelo della Domenica

Domenica Santissima Trinità – Anno B

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» lo ripetiamo spesso e forse non ne comprendiamo appieno il significato e la sua forza; lo bisbigliamo sottovoce quando entriamo in una chiesa o silenziosamente al mattino quando ci svegliamo, accompagnando le parole con un gesto che accarezza fronte, petto e spalle. Fatico a seguire questo Dio che si moltiplica, che danza trasformandosi e lascia i miei occhi che lo guardano allucinati, come a seguire bagliori nella notte, la mia notte dubbiosa. Vorrei poterTi spiegare, nel senso vero del termine, cioè aprire le Tue pieghe e guardarci dentro, appianare le onde in cui Ti nascondi: chi sei? Sei il Dio che condusse Israele, quello di Abramo e di Mosè con le sue leggi, con il suo nome impronunciabile, Yahvè, ma che racconta di un esserci? Sei quel ragazzo che camminava infaticabile nelle vie di Palestina e con le sue parole faceva sognare gli scartati del tempo: peccatori, prostitute, vedove e lebbrosi senza speranza? O sei quel vento che scompiglia improvvisamente la polvere che si accumula, che fa parlare lingue sconosciute e comprendersi, che soffia via le paure, ci
prende per mano e ci fa rialzare? Chi sei? L’uno o l’altro?
Oggi mi dici che sei l’uno e gli altri, come a voler spezzare ogni solitudine, come impastare acqua farina e lievito per farne pane, come un abbraccio. Non sei un Dio fermo e statico nella sua inalterabile divinità, ma ti muovi continuamente, cammini, corri e parli, in un movimento incessante come quello del mare, in una dinamicità che è vita, in uno slancio che è amore. Un intreccio di amanti. Ed io, che sono fatto a Tua immagine, mi porto dentro questo intreccio, questo legame di amore che mi fa star male quando sono solo, che mi fa disperare nei fallimenti delle mie relazioni. Come Te ho bisogno dell’altro. «In qualunque cosa umana non c’è nulla di amabile senza una persona amica» afferma sant’Agostino: qualcuno con cui danzare, con cui mangiare e sorridere, piangere e commuovermi, qualcuno da amare e da cui essere amato. Una casa è Dio, dove si abbracciano forza, dolcezza e leggerezza per far nascere sempre la vita. Con una fecondità infinita. E mi incoraggiano le tue ultime parole quando tremo di paura col fantasma della mia solitudine: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», come potresti lasciarmi solo? Fino alla fine sarai con me, fino a quando tutto mi sarà svelato e spiegato. Per ora so che «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» in questo intreccio ci sono anche io. (Deuteronomio 4,32-34.39-40; Salmo 32; Romani 8,14-17; Matteo 28,16-20)

avvenire.it

PENSARE LA FEDE. E se la nostra parrocchia fosse il mondo?

È evidente a tutti che la forma culturale e organizzativa che l’attuale comunità cristiano-cattolica del nostro Paese ha ereditato dal passato ha fatto il suo tempo e pertanto non sembra più in grado di generare una risposta al cambiamento in atto. È altresì vero che tutte le recenti indagini sociologiche registrano drastiche riduzioni del numero dei partecipanti alle celebrazioni liturgiche, degli ingressi in seminario e delle ordinazioni presbiterali, delle consacrazioni alla vita religiosa, delle iscrizioni alle Facoltà Teologiche sparse sul territorio nazionale. Ormai più o meno tutti ci siamo abituati a simili report ma ritengo che, almeno in Italia, la crisi della Chiesa – e del suo sistema parrocchiale – non risieda soltanto nei risultati di queste indagini o nella consapevolezza che urga cambiare passo. Penso infatti che ci sia qualcosa di più rilevante su cui occorre riflettere, pregare ed agire poiché collocato alle fondamenta del nostro vivere, narrare e trasmettere la fede in questo tempo.

Al termine di ogni celebrazione liturgica il presidente dell’assemblea benedice i partecipanti invitandoli ad un’azione di annuncio del Regno di Dio, e della sua giustizia, nel mondo. Difatti la notoria espressione “la messa è finita” (derivante dall’ite, missa est precedente al Concilio Vaticano II) anziché determinare la cessazione della relazione con il divino – in attesa di riavviarla in un altro e successivo momento di “culto” – sancisce l’invito missionario rivolto al mondo intero fatto di quotidianità connessa alle relazioni familiari, al lavoro, all’impegno per la società e nella comunità degli uomini e delle donne. Dall’invito missionario viene fuori che la parrocchia del cristiano ancor prima che coincidere con un luogo fisico fatto di mura e stanze si concretizza nel mondo ovvero trafficando le svariate dimensioni della vita.

Ne deduciamo che, specie per i laici ma non solo per questi, il sistema parrocchiale non si identifica in un luogo nel quale recarsi bensì in uno stato perenne di missionarietà da vivere. Soltanto con tale interpretazione il lavoro, la famiglia, la politica, la società, le faccende quotidiane potranno divenire autentiche “parrocchie” costituite da uomini e donne che cercano di annunciare e vivere il Regno di Dio e la sua giustizia. Probabilmente in questo tempo siamo chiamati a declinare in profondità le intuizioni di pensatori del secolo scorso – come Sturzo, Bonhoeffer e Rahner – che preannunciavano un cristianesimo del futuro dai connotati “a-religiosi”, “anonimi” e con l’ardente passione di un “Vangelo nascosto nel petto”. Una volta chiarito questo possiamo tranquillamente affermare che l’ansia del credente, ancor prima di coincidere con il tentativo di “portare qualcuno in parrocchia”, è destinata a colorarsi dello slancio missionario rivolto al mondo da attraversare e vivere al pari di tutti gli altri uomini.

Si tratta, per dirla con un titolo provocatorio di un convegno di pastorale giovanile siciliana di qualche anno fa, di fare “fuori” la Chiesa anche perché troppo spesso le parrocchie sono luoghi nei quali anziché avviare prassi di liberazione e di crescita diventano contesti privi di fraternità agapica oltre che di democrazia; incapaci di accoglienza e riconoscimento dei carismi donati dallo Spirito oltre che di integrazione di nuove intelligenze e abilità. Da questo punto di vista, la logica dell’invito missionario posto a termine della liturgia eucaristica sostiene che se viviamo e facciamo “fuori” la Chiesa questa potrà rinnovarsi e, magari, tornare ad alimentare comunitariamente i tanti edifici parrocchiali disseminati nelle nostre città e campagne.

Allora in questo frangente storico siamo invitati a riscoprire il legame fra la celebrazione sacramentale della pasqua domenicale e il vissuto feriale, tra la fede e la vita, fra spiritualità e storica concreta. Soltanto se quest’ultima sarà animata dalla pasqua del Cristo risorto saremo in grado di trovare nuovo senso a strutture che ormai troppo spesso appaiono come prive di vita e destinate a finalità museali.

vinonuovo.it

Ai catechisti: per un annuncio efficace

paganelli-catechesi

Chi è impegnato nella catechesi oggi è invitato a tener conto di alcuni passaggi importanti.

Assistiamo alla suddivisione di troppi incarichi e i impegni. Sono nati tanti uffici dentro la CEI e nelle diocesi, con una moltiplicazione esagerata e frammentata di attori.

In questa situazione occorre recuperare l’unità di una comunità cristiana che, nel suo insieme, torni ad essere generativa.

È vero che si deve definire che cosa deve fare il presbitero, il catechista o l’associazione ecclesiale, ma il problema attualmente è di lavorare insieme.

Segnalo alcuni orizzonti che si intrecciano e che aprono altre prospettive.

Stimolare fiducia
La miglior carta d’identità del cambiamento in corso è il pluralismo. Il Vangelo si deve convertire in una forma di ispirazione creatrice per la cultura e quest’ultima compiere una funzione di criterio interpretativo riguardo alla fede. Vale a dire che il messaggio cristiano dev’essere rivisitato permanentemente, il suo significato non è stato fissato una volta per sempre, ma continua a rivelarsi e a realizzarsi attraverso vie inedite.

Si tratta di qualcosa di più profondo che un semplice adattamento del linguaggio. È un processo che invita a una vera riformulazione della fede a partire dall’identità della cultura nella quale si incarna.

La Chiesa, in tanti frangenti della storia, si è basata sulla convinzione inziale che il momento favorevole (kairòs) era arrivato e che il Regno di Dio era vicino. Nei giorni nostri si è infiltrato un serio dubbio circa il riconoscimento dell’oggi come “kairòs”.

Esitare a formulare una risposta positiva, induce nella tentazione di usare le inchieste sociologiche e le analisi culturali della società odierna per trovare le fessure o crepe attraverso cui infilare la fede tramandataci dalla tradizione. Al contrario, se vengono riletti in una prospettiva di fede, tali risultati possono introdurre in un processo di discernimento e di apprendimento, per stimolare fiducia e non affrontare con superficialità la realtà.

Garantire la partecipazione
È importante considerare che, anche nella cultura attuale, l’immagine di Cristo rimane intatta. Nei nostri contemporanei rimane sempre viva la percezione di Lui come di una figura eccezionale. Non accade così per la Chiesa, sottoposta più facilmente a critiche.

Si vive oggi in una società democratica o, in ogni caso, in una società che è animata da un’idea di democrazia. Ma la democrazia è ben più che un sistema politico, è anche uno spirito, una cultura, una maniera di vivere e di assumere la propria esistenza.

È così che l’esigenza democratica penetra tutte le sfere della società. In famiglia, nella scuola, nelle imprese, nelle associazioni si manifesta un bisogno di dialogo e di partecipazione. Da questo punto di vista, il valore della democrazia è di permettere a ciascuno di non subire la propria esistenza, ma di essere autore della propria vita. Questa aspirazione riguarda la società intera. Di conseguenza, interessa anche la sfera del religioso.

Non va dimenticato che, là dove le aspirazioni democratiche sono più vive, più forte è la contestazione dell’istituzione ecclesiastica, anche da parte dello stesso popolo cristiano.

Alcune modalità di funzionamento del potere della Chiesa e alcune rappresentazioni di Dio che ne legittimano il clericalismo e l’autoritarismo appaiono oggi profondamente obsolete rispetto alle aspirazioni della società.

Il malessere interno alla Chiesa e la presa di distanza di molti nei confronti dell’istituzione ecclesiale manifestano l’intensità del problema.

Ritrovare autorevolezza
Per indicare qualche via di soluzione, è utile distinguere potere da autorità. Il potere può essere preso, anche con la forza. L’autorità, mai. Perché l’autorità è sempre ricevuta, è sempre riconosciuta da un altro. Gesù non aveva, nella società del suo tempo, nessun potere istituzionale. Ma godeva di una grande autorità. E questa autorità, sentita come pericolosa dai poteri del suo tempo, gli era conferita da coloro che lo ascoltavano.

La sfida per la Chiesa di oggi, nella sua missione di evangelizzazione, è quella di ricevere la sua autorità alla maniera di Gesù, prendendo il posto di Colui che serve, rivela, rimette in piedi e fa crescere.

Occorre riscoprire la Chiesa come comunità fraterna di elezione, alla quale si appartiene per scelta. In tal senso, è da prendere sul serio l’équipe pastorale. Questa è una cosa molto concreta, perché parliamo del prete, di educatori alla fede, di associazioni.

Un’équipe pastorale diventa il luogo privilegiato per uscire dai compartimenti stagni, un luogo di ascolto reciproco e, a poco a poco, di connessione delle differenti attività e proposte. Mette gioco tutte le dimensioni.

L’équipe pastorale è un luogo di conversione, dove a ciascuno è chiesto di mettere in discussione i propri progetti parziali, accettare di lavorare in squadra, vivere gli appuntamenti comuni. Le strutture umane servono perché la vita si sviluppi in pienezza.

Dimenticare il sogno della conquista
Non è tramontata l’idea che evangelizzare sia portare agli altri ciò che non hanno, ciò di cui sono privi, un vuoto da riempire. In questa prospettiva, si fa in modo che gli altri cambino, che si convertano alle convinzioni di chi annuncia, che divengano come lui e credano come lui. Così l’evangelizzazione è intesa come conquista dell’altro.

È più giusto scoprire che l’evangelizzazione non consiste nel trasmettere agli altri una buona notizia ben strutturata, di cui si è i detentori sicuri. Consiste, piuttosto, nell’andare con speranza verso gli altri per scoprire con loro, nei loro luoghi di vita, nel cuore della loro esistenza, le tracce del Risorto che sempre precede, che è già là in incognito.

L’arte dell’evangelizzare è favorire questo riconoscimento, di discernere e indicare la presenza del Risorto nelle persone e nelle situazioni, anche dove non si immagina.

Questi atteggiamenti non tolgono nulla alla forza delle proprie convinzioni, ma invitano all’umiltà quando ci accosta agli altri. Ci si avvicina a qualcuno non per guadagnarlo alla propria causa, ma per riconoscere con lui, nella sua vita, la presenza del Risorto in maniera da rimanere sorpresi: “lui ci precede in Galilea … sempre”.

Allora si scopre che l’evangelizzazione è sempre reciproca, è una testimonianza donata che suscita una testimonianza restituita. Si viene evangelizzati dagli stessi che si prova ad evangelizzare.

Nelle comunità cristiane si pensa sovente di doversi mostrare accoglienti. Secondo la logica del vangelo, si dovrebbe rovesciare la prospettiva: non tanto accogliere l’altro, ma lasciarsi accogliere dall’altro, fidandosi delle sue capacità di accoglienza, delle sue risorse e possibilità.

Rischiando l’accoglienza da parte di coloro che sembrano più lontani, si rimarrà stupiti dalla loro capacità di ascolto della buona notizia. Ogni ospitalità donata chiede l’ospitalità resa, ma senza superiorità né inferiorità, poiché gli uni e gli altri danno e ricevono.

Mescolarsi con la gente
Inoltre, essere accolti nella casa dell’altro significa entrare in una conversazione in corso, sull’esempio di Gesù con i pellegrini di Emmaus (Lc 24,17).

La prima capacità dell’evangelizzatore è di mescolarsi alle conversazioni degli uomini, di interessarsi di quanto li interessa, di poter parlare di cose comuni, di lasciarsi anche interrogare.

Il messaggio cristiano invita ad appassionarsi per tutto ciò che è umano, a vivere di simpatia e di compassione immersi nella vita.

La fede, in questa prospettiva, non è tanto questione di scoperta e di affermazione esplicita di Dio, quanto risposta alla realtà umana più intima e radicale. Dio assume ogni “sì” a questa realtà umana come se fosse un “sì” a Lui stesso.

Inoltre, la logica di Dio manifestata in Cristo svela che tutto nella vita è divino quando è veramente umano. La vita non viene data già compiuta, ma piuttosto affidata come un da farsi, in grado di conferire un senso che identifichi e unifichi la persona, nonostante la diversità di spazi, tempi e relazioni che si susseguono lungo la sua esistenza.

Formarsi insieme
La formazione è l’elemento che può cambiare mentalità e stile. Momenti formativi comuni sono un passo concreto. I catechisti hanno la loro formazione, i presbiteri la loro formazione permanente, l’AC la sua proposta per i formatori, l’Agesci forma i suoi animatori. Ognuno ha il suo percorso, magari anche di buon livello.

Occorre che si possano allargare le maglie, accettando di rinunciare a qualcosa e trovare dei momenti dove insieme si ascolta la Parola, si ragiona su quello che il Signore chiede, si fissa qualche obiettivo comune.

Ci devono essere anche i parroci. Perché in Italia il parroco è il collo della bottiglia. Passa tutto da lui: il bene e anche quello che non è bene, perché si ha ancora un impianto fortemente clericale. È inutile continuare su due binari. Esempio: il giovedì mattina i parroci hanno la formazione e, al pomeriggio, i catechisti; ma sono ben pochi i parroci presenti a tutti gli incontri. Normalmente i catechisti lamentano che quanto viene loro proposto dovrebbe essere prima motivo di riflessione per i loro pastori. È necessario uscire da questa forte ambiguità prevedendo all’interno della diocesi momenti comuni.

La formazione dei presbiteri e degli operatori pastorali aiuta a scegliere un modello, a prepararsi bene, ma soprattutto a cambiare mentalità, a lavorare insieme, e a recuperare il desiderio di generare figli insieme nella fede, non è importante definire numeri, conta ridare vita, allora la riprenderanno anche gli operatori pastorali.

Intrecciare relazioni
Proprio in ordine alla formazione, il Signore sta dicendo qualcosa di nuovo. In un contesto non più cristiano occorre ricreare un tessuto iniziatico. Occorre una comunità nella quale si viene gradualmente accompagnati non ad approfondire la fede che si suppone abbiano già, ma a diventare progressivamente cristiani.

Per generare alla fede ci vuole un villaggio, non è più delegabile ai catechisti la generazione alla fede. Occorre partire dalla consapevolezza che, di fatto, è l’intera comunità che genera o non genera alla fede.

Se le persone, fin da piccole, si sentono accolte e guidate da una comunità che le ospita dentro a tutte le proprie esperienze, magari poi prenderanno le distanze, ma conserveranno quella gratitudine sulla quale il Signore, nelle occasioni che lui conosce, potrà innestare un nuovo interesse per la vita di fede.

Rimane vero che i primi destinatari della formazione e della Parola non sono i ragazzi e i genitori. O gli altri in genere. Tocca prima di tutto alla comunità rimettersi insieme in ascolto della Parola e capire che cosa il Signore, attraverso il suo Spirito, sta dicendo nelle situazioni che stanno accadendo.

Il Vangelo non passa agli altri se non viene, in qualche modo, rivisto dagli operatori pastorali. Occorre abbandonare l’idea che la catechesi sia per. La preposizione “per” deve essere sostituita da “con”. Riscoprire il vangelo con i giovani, con i bambini, con i loro occhi.

Sono gli annunciatori che devono reimpostare la lettura del vangelo. Non è un lavoro da fare individualmente, va fatto con tutti quelli e quelle che si incontrano, è insieme a loro che si riscopre il vangelo mentre lo si sta donando. Lo si riceve da loro nello stesso tempo che lo si mette a disposizione.

Richiedere il giusto
Questa attenzione relazionale permette di fare dei passi concreti non con le famiglie che si immaginano, e che non esistono più, ma con genitori precisi.

Va superata quella formula che è una specie di mantra: voi siete i primi educatori della fede! Parola sacrosanta, il problema è che, se i genitori non hanno un percorso di fede, sentono l’inadeguatezza di una richiesta di questo tipo, e recepiscono questa cosa come un giudizio non come un aiuto.

Con qualcuno, certo, è possibile che ci si intenda, perché hanno già fatto un cammino di educazione alla preghiera in casa, si concedono momenti di lettura della parola di Dio, vanno a messa insieme la domenica, ma stanno diventando la minoranza.

È sempre più importante rinviare alle famiglie il compito di educare i figli alla vita, a quello che è la fede elementare, che è entrare nella vita con la speranza. Poi, la fede esplicita sarà la comunità che aiuterà i genitori a recuperarla e a viverla. Alle famiglie spetta dare ai ragazzi la grammatica dell’esistenza umana, su cui la comunità cristiana innesterà la sintesi di una vita cristiana vissuta secondo il vangelo.

Collaborare con i genitori vuol dire restituire loro la fiducia nel compito di generare alla vita, di trasmettere valori, di volersi bene, di perdonarsi, perché questo è già tutto vangelo implicito.

Riscaldare i cuori
Potremmo dire che lì dove una comunità è feconda e generativa sviluppa ministerialità, non compiti da distribuire. L’assemblea liturgica è un grande “noi”, è la famiglia di Dio, e ciò che accomuna questo noi è l’essere parte di uno stesso respiro, che il soffio dello Spirito rivela nel segno povero dell’assemblea liturgica. Piccolo segno, ma grande, perché in quella piccolezza si manifesta la visita di Dio.

Il ministero costituisce una sorta di ponte che va dall’altare alla casa. Dal corpo della comunità adunata, al corpo assente. La comunità cristiana è il luogo della manifestazione del ministero. Una comunità cristiana senza ministeri è una comunità triste, rattrappita, che mostra il volto di una comunità malata.

La celebrazione riunisce, diventa segno e strumento di comunione, unisce gli esseri umani e li stabilisce in relazione reciproca. Il rito raggiunge gli oggetti e i gesti della vita quotidiana per caricarli di un senso che li eleva a simboli dell’esistenza stessa.

La tradizione cristiana offre un ricco e vario dispositivo di celebrazioni liturgiche e di riti. Rimane vero che molte persone se ne sono allontanate perché era diventato il simbolo del potere clericale, trasformato in un dovere, mentre esiste per risvegliare il desiderio e testimonia la gratuità di Dio offerta alla libertà umana.

Oggi, in un mondo che si è fortunatamente emancipato dalla morsa e dalla paura del religioso, il dispositivo rituale cristiano torna a offrirsi dentro uno spazio di libertà in cui può essere colto il suo valore.

Molte persone che si sono allontanate dalla fede, o che la conoscono poco o nulla, si uniscono volentieri alla liturgia dei cristiani in occasione delle grandi feste, di un battesimo, di un matrimonio, di un funerale. Per questo, una delle maggiori sfide per le comunità cristiane di domani sarà da vivere la liturgia non in un atteggiamento di ripiego di identità, ma come un luogo aperto di proposta, di celebrazione e di sperimentazione della fede nel cuore della vita; fare della liturgia non solo e non tanto il luogo dell’incontro dei cristiani, ma anche uno spazio di evangelizzazione di tutti quelli e quelle che passano, nel rispetto della loro condizione di pellegrini. È solo così che ogni idolatria è superata e Dio stesso viene lodato.

Nella celebrazione, Cristo Gesù si riconosce pienamente quando si presenta nella forma del dono, quando si fa pane e si sbriciola per le persone. L’esito del cammino è il suo offrirsi: questa è per lui la meta.

Il traguardo del catechista è che la Parola diventi pane, i discorsi lascino spazio alla vita, e il dialogo diventi testimonianza.

La fede debole, così come la rileviamo oggi, esprime la persistente difficoltà della condizione umana a rapportarsi con un grande messaggio religioso, ma questo non toglie che permane, pur se debole, il brusìo del sacro.
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