FRATELLI SPIRITUALI. Gothama il Buddha, Gesù il Cristo: due voci, un’unica esperienza spirituale

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La saggezza autentica non ha età, è vivente e fresca in ogni momento, in ogni tempo e in ogni luogo si manifesti. Confrontando i testi evangelici e buddhisti, gli insegnamenti di Gesù e di Buddha vibrano all’unisono rispecchiandosi reciprocamente. Le loro parole emergono con cristallina semplicità mostrando la via d’uscita dai conflitti e dalla sofferenza individuale e collettiva. La via d’uscita – la buona novella – consiste nella scoperta dell’immenso potenziale di gioia, amore, compassione, equanimità, coraggio, che pulsa al fondo di ogni essere umano. Portare alla luce e realizzare questo potenziale significa diventare pienamente umani. Non sono insegnamenti antichi, nati in un tempo lontano, al contrario essi dialogano con la nostra esistenza proprio adesso, proprio qui. «Lasciamo che a parlarci sia l’essenza viva e palpitante che emerge dalle parole dei due Maestri, i quali innanzitutto con la loro stessa esistenza hanno mostrato la Via, lasciando indicazioni per tutti noi. Ritrovare e riscoprire le loro indicazioni liberandone la voce che ancora e sempre ci interpella – al di là delle sovrastrutture millenarie che inevitabilmente si sono frapposte – alla possibilità di un salto evolutivo verso una dimensione di vita e di coscienza che è quella che essi stessi sperimentarono: saggezza, amore, libertà dalle catene della sofferenza che caratterizza la modalità “normale” delle nostre esistenze» (dal Prologo).

Don Peppino Diana. Un prete affamato di vita

Don Peppino Diana. Un prete affamato di vita

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Don Peppino Diana era soltanto un giovane prete, affamato di vita. Né cercava la morte né desiderava il martirio. Don Peppino non è stato un funzionario del sacro, un asettico distributore di sacramenti e di certificati, un burocrate della religione, un indifferente celebrante di morti ammazzati. Non ha accettato di tollerare i soprusi, le intimidazioni e la paura che la camorra imponeva a Casal di Principe e non solo. Annunciando il Vangelo in una terra di omicidi e violenza come prete non ha mai potuto predicare la rassegnazione. In una realtà dove la camorra pretendeva di cogestire il sacro e anche di finanziarlo, di governare e controllare bisogni e diritti, don Peppino ha semplicemente offerto la testimonianza sacerdotale che non era possibile nessuna intesa tra chi uccideva e pretendeva di essere il padrone del mondo e un cristiano, tanto più un prete. Don Peppino aveva il senso della missione in quanto parroco al quale è affidato un popolo e per quel popolo mette in conto la propria vita. Non dunque l¿eroismo dei super uomini, ma la testimonianza di un semplice uomo, incarnato in una storia comune ma che non ha trovato scuse per tacere e ha cercato di capire cosa andasse fatto in quel luogo e in quel momento.

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Teologia. Rimeditare la Trinità con Tommaso d’Aquino

Il celebre “Dio è semplice” dell’Aquinate è un invito a riflettere su cosa intendiamo per “unità”, liberi da definizioni a priori
San Tommaso d'Aquino in un dipinto di Carlo Crivelli

San Tommaso d’Aquino in un dipinto di Carlo Crivelli – Wikicommons

Pubblichiamo alcune pagine del contributo di Rowan Douglas Williams al volume Tommaso d’Aquino croce-via di un’ontologia trinitaria? curato da Mauro Mantovani e Emanuele Pili (Città Nuova, pagine 224, scontato 5% a euro 21,85 qui), settimo titolo del “Dizionario di ontologia trinitaria”.

L’appello alla semplicità divina, lungi dall’essere un malefico e filosofico intruso in teologia, non è altro che un appello alla libertà implicita nella creazione ex nihilo. Nonostante una selva di fraintendimenti da manuale, provenienti da ambiti orientali e occidentali, tradizionali e liberali, “biblici” e “metafisici”, non siamo in balia di una scelta tra una chiara dottrina dell’unità trascendente divina, alquanto complicata dalle formulazioni di fede, e una robusta insistenza rivelazionista sulla trinità divina dichiaratamente non preoccupata da oziosi scrupoli filosofici. La trattazione di Tommaso ci invita semplicemente a riflettere su cosa intendiamo per “unità”, e ci esorta a non presumere affrettatamente di sapere di cosa stiamo parlando; l’Angelico ci guida dolcemente verso il riconoscimento che il concetto di individualità auto-identica come ultimo metafisico è difficilmente compatibile con la coerenza filosofica e certamente incompatibile con l’integralità teologica, e insieme ci mette anche in guardia da un pluralismo filosoficamente indifferente, che elude la radicalità di una piena considerazione relazionale della realtà, della “relazione fino alla fine” (relation all the way down), come si potrebbe dire.

È questa la seconda intuizione che Tommaso fornisce, nella sua breve allusione alla connessione tra l’affermazione dell’unità di Dio e il dare un senso all’universo finito. Credere in un solo Dio è collegato al credere in un universo in cui le sostanze “sono ordinate” l’una all’altra, dirette ciascuna al bene delle altre. La formulazione implica che esse non siano semplicemente indirizzate a un bene generalizzato dell’insieme, ma alla vita specifica di altre sostanze nella loro particolarità. Il fallimento di una sostanza finita nel servire tali specifiche alterità, sia in contesti prossimi sia remoti, è un fallimento da parte di quella sostanza nell’essere se stessa. E l’aspirazione della mente umana ad occupare una posizione sistematicamente distaccata rispetto ai processi del mondo, collusa con la volontà egoistica dell’umanità caduta di imbrigliare, sfruttare e saccheggiare quei processi, come se potessero essere semplicemente “ordinati” qualunque sia la versione attuale del desiderio umano, è il segno di un’umanità disordinata e fallita. La nostra crisi ambientale, così come le monumentali ingiustizie delle pratiche internazionali finanziarie e industriali, che ormai ci siamo abituati a considerare normali, ci mostrano il fallimento della nostra umanità, e conseguentemente il “disordine” del funzionamento del nostro sistema, di modo che de facto non può “servire”.

C’è, in altre parole, un’etica propriamente “trinitaria” da elaborare alla luce del discorso di Tommaso. Non è la versione un po’ semplicistica, talvolta associata ai fautori di schemi trinitari “sociali” – secondo cui Dio “modella” per noi una profondità di comunicazione interpersonale che dobbiamo cercare di realizzare, – ma piuttosto una sfida molto più radicale a qualsiasi privilegio precritico di un’identità individuale radicale per qualsiasi aspetto dell’universo finito, qualsiasi autodefinizione di bisogno o desiderio che non riesca a prestare attenzione al mutuo coinvolgimento e obbligo. È per certi versi comprensibile che la teologia occidentale negli ultimi decenni sia stata sconvolta dalla potente critica del “monismo” teologico avanzata da tanti teologi dell’Oriente cristiano, e la critica è stata ripresa all’interno della teologia occidentale da pensatori tanto diversi quali Barth e Rahner. Certamente, l’affermarsi di un deismo europeo di vario genere nella prima età moderna, e un approccio troppo astratto alla tradizione scolastica, ignorandone le dimensioni esegetiche e contemplative, hanno molto contribuito a giustificare la svolta che ha portato la teologia trinitaria a ricevere una rinnovata importanza all’interno della discussione moderna. Ma quanto precede ha forse mostrato non solo che le versioni manualistiche del problema sono spesso ingiuste e superficiali, ma anche che una lettura più attenta del testo dell’Aquinate apporta una profonda chiarezza positiva proprio alle questioni che attualmente necessitano di un’adeguata esplorazione teologica.

Una tale lettura ci riporta a quegli elementi della tradizione teologica cristiana che aiutano a smantellare il mito persistente e radicato dell’individualità “data”, autosufficiente e auto-definitiva. Ci impegna in una certa attenzione necessaria allo sforzo del non-dualismo o (così come è stato chiamato) dell’“adualismo” nel pensiero cristiano, ossia il rifiuto di pensare che il divino occupi lo stesso spazio logico del finito, così da salvarci dal pensare che essi siano in competizione per la loro posizione, o per il loro potere. Il Doctor communis ci mostra che la realtà profonda e diffusiva nello Spirito che definisce la vita del Corpo sacramentale di Cristo è in realtà il compimento del modello essenziale della vita finita, umana e non umana, non semplicemente qualcosa di fissato per grazia a un mondo di sostanze fondamentalmente fisse, atomizzate ed indipendenti.    In breve, ciò ha implicazioni per la nostra teologia della vita sociale, per la nostra esplorazione in dialogo con sistemi metafisici non cristiani (non ultimo il buddhismo) e per la comprensione di ciò che la nostra teologia e la nostra prassi devono contribuire alla lotta per un mondo giusto e per una corretta e durevole relazione con l’ambiente. Potrebbe essere sorprendente ricavare frutti da una considerazione relativamente breve della Summa; eppure i lettori recidivi di quell’opera riconosceranno il modo in cui la brevità di Tommaso apre costantemente, piuttosto che chiudere, percorsi per la riappropriazione creativa del deposito condiviso della verità rivelata, la verità rivelata in cui Dio disvela il panorama intellettuale e spirituale all’interno del quale dobbiamo crescere, rallegrarci e apprendere gli strumenti fondamentali per vivere e attuare il discepolato.

Avvenire.it