Un saggio che spazia dalla Fisica fino alla teologia in cerca di risposte ai perché fondamentali dell’Universo, del Bios e dell’Uomo e di Dio

Un nostro commentatore abituale ha pubblicato, sotto lo pseudonimo di Pit Bum, “Da Realtà a Verità” (Albatros, 2022, Collana Il Filo) un saggio che spazia dalla Fisica fino alla teologia in cerca di risposte ai perché fondamentali dell’Universo, del Bios e dell’Uomo e di Dio. Un tentativo audace, ma interessante che prova a riunificare le varie tipologia di conoscenza umana, senza confonderle, nel tentativo di superare la frammentazione del sapere, per offrirci piste di ricucitura della realtà.

Scartando l’ipotesi di alcuni per cui essa non esiste, resta il problema che nel conoscere noi modifichiamo la realtà stessa, cosa nota in Meccanica Quantistica. Perciò noi approdiamo a rappresentazioni della realtà, da cui poi le interpretazioni varie fino a creare le teorie, che negli ultimi decenni sono sempre meno verificabili. Da qui poi il discredito per la scienza e l’equiparazione delle religioni a pure ipotesi.

Attingiamo perciò la verità? L’autore risponde di sì, pur riconoscendo che le nostre singole verità sono sempre relative. Ma pur sempre verità che perciò vanno ben distinte dalla loro elaborazione, che non aggiunge un solo bit ai dati di partenza come ci insegna l’informatica; quindi gli algoritmi, matematica e geometria, lo stesso linguaggio, perfino la famosa ragione, possono essere considerati sono solo epifenomeni, mezzi di conoscenza, non fonti autonome di verità.

Ma come si muove la realtà? Quali sono i suoi principi autoregolatori? Nel libro si evidenziano i meccanismi che hanno governato l’evoluzione: la realtà ha espletato tutte le possibilità: quelle compatibili e vantaggiose con la vita sono rimaste, tutte le altre sono cadute. E questo principio è sufficiente a spiegare la direzione di fondo della realtà.

In essa l’uomo come si colloca? Quale elemento lo caratterizza dagli altri esseri, se la ragione è solo uno strumento? I sentimenti ci accomunano agli animali, spesso più buoni di noi. Sicuramente il libero arbitrio, cioè la scelta tra le possibilità dette, cioè la libertà. Ma per l’autore c’è altro: in primis la coscienza o consapevolezza, sulla quale gli scienziati si stanno accapigliando senza molti risultati; da qui l’autore deriva la domanda fondamentale: esiste una identità che ci accompagna per tutta la vita? Persona?

Ma forse, anche il bisogno di trascendenza ci caratterizza, e si evidenzia almeno nel rifiuto di ogni limite e nella tendenza di ogni essere, dalle forme più basiche dell’energia che ci compone fino alla mente umana, a cercare una unità del tutto, che supera e reintegra ogni essere tra loro. Qui allora è possibile aprire la riflessione su Dio. Ma cosa è Dio? Anzi: è qualcosa? Di certo è un errore attribuirgli predicati nominali, sempre limitativi!

Quindi Dio inconoscibile? Ce lo danno le Religioni? Ad esempio il Buddismo della Reincarnazione che il Buddha aborriva? O l’Islam che si fa saltare in aria quando nel Corano è proibito? E certo poi, contiamo anche i tradimenti storici del cristianesimo, su cui l’autore stende un velo pietoso. Cosa resta?

Resta la Parola e Gesù Cristo, rivisitato previa disincrostazione dalle varie sovrastrutture che storicamente ci hanno permesso e limitato, al tempo stesso, la sua comprensione (Gesù antisemita, Gesù messaggero, Gesù miracolista, Gesù riscatto del Peccato Originale, Gesù il Risorto, Gesù vero Uomo).

Ma allora perché Gesù? Domanda finale su cui l’autore accenna la risposta della fede: siccome la Parola non era bastata, Dio ha inviato Gesù per dire all’Uomo quali sono il suo stato, la sua missione, il senso della sua Vita, la Verità profonda del suo essere, la strada per arrivare a Lui.

vinonuovo.it

Giona: profezia incompiuta

di: Roberto Mela in Settimana News
Giona. La Profezia Incompiuta - Moro Vincenzo | Libro Edb 02/2022 - HOEPLI.it

Il libretto di Giona può essere letto come una parabola che rende universali le situazioni ma anche un testo scritto con un genere letterario molto vicino alla storia.

Il lettore si sente trascinato da parte di critici, dei detrattori, ma poi scopre, suo malgrado, che egli stesso non è esente da colpa e non si può sottrarre all’imprevedibilità di certa narrativa sferzante. Il testo si pone nell’ambiente postesilico nel quale Israele si trova a vivere un contesto socio-culturale posto tra universalismo (cf. il libro di Rut) e xenofobia (cf. il libro di Esdra e Neemia, che impongono lo scioglimento dei matrimoni già contratti da un ebreo con uno straniero).

A livello di genere letterario, il libro si pone tra storia e finzione. Il libro di Giona non è una biografia, ma una fiction storica, il cui messaggio non potrebbe essere offerto neppure da una storia vera. C’è chi parla di midrash, di tragedia, di commedia, di parabola parodistico-satirica.

L’elemento strutturante non è, però, un eroe o un personaggio epico e neppure un luogo, ma un “avvenimento”, quello della parola che il Signore affida a un profeta. La vicenda narra gli sviluppi di questo unico evento. La domanda centrale è la seguente: come andrà a finire lo scontro tra Giona e il suo Dio?

L’autore del commento è stato docente di Filosofia e Storia nei licei statali, ha soggiornato per alcuni anni in Israele per poi perfezionarsi in Filologia Biblica all’Università di Firenze. Da sacerdote svolge il suo ministero pastorale nella diocesi di Pistoia.

Dopo una ricca introduzione (pp. 7-24), Moro divide il suo lavoro in due parti.

La prima parte (pp. 25-78) è dedicata all’analisi del testo di Gn 1–4. Il linguaggio dello studioso è accessibile e coinvolgente, attento alle sfumature che l’originale ebraico può suggerire. Secondo Moro, i quattro capitoli del libretto sono disposti con uno schema preciso di ripresa/ripetizione di temi (ABA’B’).

Il profeta in fuga
Il c. 1 presenta il profeta in fuga. Al comando imperioso di YHWH di andare a Ninive, la grande città, e di proclamare contro di essa che la sua malvagità è salita fino a YHWH, Giona prende la fuga in direzione contraria, verso la lontana Tarsis, imbarcandosi su una grande nave e immergendosi nel sonno nelle sue profondità più oscure.

“Il complesso di Giona” sta nel rifiuto della propria vocazione, come lo furono i rifiuti e i tentennamenti che interessarono Mosè, Samuele, Geremia ecc.

I vv. 4-16 descrivono il mare in tempesta e la conversione dei marinai a YHWH. Nel c. 2 è contenuta la preghiera di Giona nel ventre del pesce e la compassione di YHWH per il suo profeta. Il c. 3 riprende il c. 1, raccontando il nuovo comando di YHWH e l’obbedienza di Giona (vv. 1-4).

I vv. 5-10 riportano la predicazione di Giona nella metropoli nemica e la conversione dei niniviti, a partire dal re per giungere fino agli animali. Il c. 4 riprende il c. 2, narrando la compassione di YHWH per Ninive e il fatto che il profeta polemizza aspramente con Dio per la salvezza della città.

Il libro di Giona concerne il rapporto tra la giustizia di Dio e la sua misericordia. È sempre giusto quando YHWH agisce con misericordia? «Il problema sollevato da Giona è lo stesso di Giobbe: in un mondo dove “non c’è giustizia”, la vita stessa è “priva di senso”. Riconoscere che Dio non è legato a nessuna alleanza e neppure alle regole che lui stesso ha stabilito, per il profeta […], rimane insopportabile» – annota Moro (p. 17).

Più che una chiamata/vocazione, quella che tocca a Giona è una «provocazione». Si dovrà attendere 4,2 per sapere che il profeta fugge «non perché paventa la malvagità di Ninive, ma perché teme la bontà di YHWH, ovvero che i nemici storici di Israele si convertano e vengano perdonati» (p. 28).

Giona deve annunciare «una parola efficace che mette in movimento la storia, ma che deve sempre fare i conti con la libertà dell’uomo» (ivi).

Giona appare come un «anti profeta» che, invece di parlare faccia a faccia con Dio, cerca di estraniarsi dalla sua stessa presenza. Solo 4,2 rivelerà il motivo del suo comportamento, creando nel lettore un clima di attesa.

Nella tempesta improvvisa si svolge un dialogo fra Giona e i marinai. Il capitano della nave invita Giona a prendersi le proprie responsabilità (vv. 4-6) e il dialogo con i marinai (vv. 7-12) provoca Giona a rivelare la sua identità religiosa e il suo compito e lo spinge ad offrirsi come vittima che possa placare la tempesta scatenatasi sopra/contro di loro (gioco di significato delle proposizione ‘al in ebraico).

I pagani invocano il Signore perché la loro azione di gettare Giona in mare non ponga su di loro il sangue innocente. Dopo aver gettato in mare Giona, essi temono il Signore, offrono a lui un sacrificio e fanno dei voti. I pagani, chiamati semplicemente «uomini», riconoscono il Dio di Israele.

Il vertice del capitolo sta nel fatto che il profeta ribelle diventa strumento, anche senza saperlo, della conversione di gente straniera.

Nel ventre del pesce
Il Signore provvede a che un grosso pesce, non meglio specificato, inghiotta Giona e, dopo una sua parola rivolta ad esso, rigetti il profeta sulla spiaggia (vv. 1-2.11). La provvidenza di YHWH salva il suo profeta.

Il genere del pesce in ebraico è femminile e quindi il suo rigettare sulla spiaggia il profeta di fatto si presenta come un partorirlo, un generarlo a vita nuova. Una rinascita.

Il ventre del pesce all’apparenza è solo un luogo di morte, ma contro ogni pregiudizio si rivela essere un grande spazio di ritorno alla vita. Un bell’anticipo del mistero pasquale vissuto da Gesù.

I vv. 3-10 riportano una lunga preghiera di Giona, un lamento che termina con un canto di ringraziamento.

Dapprima, ci si riferisce al pericolo passato, con una supplica che esprime una prostrazione totale. Il ventre del pesce assomiglia al ventre dello sheol, il luogo dei morti, della lontananza radicale da Dio.

Al lamento segue il secondo sentimento, quello dell’azione di grazie per la liberazione avvenuta. Il ringraziamento è espresso dal desiderio, una volta salvato, di tornare a offrire sacrifici al Dio vivente e a innalzare a lui un inno di lode. Il profeta sperimenta la salvezza come una risalita dalla fossa.

La liberazione per Giona coincide con un processo di trasformazione interiore. Egli inizia a intravedere le vicende della sua vita in un’ottica nuova e nel cogliere una luce inattesa proprio nel buio che lo dilaniava. Il fraseggiare riflette quello del parallelismo tipico dei salmi. «La salvezza viene dal Signore!» (v. 10b). È la verità che illuminerà tutto il seguito della storia.

Salvezza solo per Giona? O anche per i niniviti, come lo è stata già per i marinai? Giona «sperimenta così la grande compassione divina in modo immeritato – commenta Moro –. In questa preghiera salmica riecheggia il canto dei israeliti salvati dall’Egitto (Es 15,1-2.5.8.10.13); come loro, anche il profeta si ritrova miracolosamente sull’asciutto, finalmente libero. La misericordia del Signore è la forza che solleva da ogni naufragio» (p. 50).

Giona appare ora molto umano, con un volto nuovo e una fede ritrovata. Le crisi tuttavia non sono finite, neppure il grido disperato rivolto al suo Dio che ancora gli apparirà come “estraneo” e che, fino alla fine, non riuscirà a comprendere (cf. ivi).

La conversione della città malvagia
Dio non vuol lasciare Giona vittima della debolezza del suo cuore, ma se ne fa carico per educarlo con pazienza all’amore universale.

Il c. 3 del libro contiene due scene: la ripetizione del comando da parte di YHWH per la missione, con l’immediata risposta affermativa di Giona (vv. 1-4). I vv. 5-10 narrano, invece, la reazione positiva dei niniviti alla predicazione del profeta e il “pentimento” di Dio di fronte al nuovo comportamento degli abitanti della città.

La seconda chiamata richiede a Giona la proclamazione verso (‘el) – non sopra/contro (‘al)… – la città di ciò che YHWH dirà. Il tono sembra essere meno minaccioso e potrebbe rivelare che il fine ultimo dell’accusa sia la riconciliazione.

In un parallelismo antitetico con il c. 1, Giona si alza e si dirige verso la grande città (larga simbolicamente tre giorni di cammino) e vi predica per un giorno, annunciando che essa sarà capovolta/distrutta (verbo hpk) dalle fondamenta. Di fatto, però, Giona diventerà strumento di salvezza per i suoi abitanti, spiazzando il lettore.

Ninive era conosciuta come «la città dei sangui», «città sanguinaria» (Na 3,1). La capitale è grande, ma per Moro «Ninive è grande per Dio, cioè “grande ai suoi occhi”, stimata e per lui preziosa. Questo è il motivo per cui YHWH si prende cura del destino dei suoi abitanti» (p. 55).

Giona lancia un ultimatum: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». Non accenna alle colpe o alla possibilità di perdono. Egli ha fatto una sintesi di ciò che ha ascoltato da Dio, ma comunque c’è un tempo di speranza di Dio, della sua pazienza verso i peccatori in vista della loro conversione.

«La “città della malvagità e della violenza” sarà “capovolta” nella città dell’umiltà e della giustizia proprio grazie alle parole di Giona, anche se dette senza passione, ma efficaci, suo malgrado, in quanto strumento della potente “Parola di YHWH”» (p. 56). Il verbo hpk indica sia la distruzione che il capovolgimento.

I vv. 5-10 narrano come Ninive diventi una città “rovesciata” e il fatto che Dio “si pente” dei suoi propositi di male.

Con grande velocità, il messaggio di Giona fa breccia nel cuore degli uomini e persino del re, che ingiunge segni di penitenza e di digiuno che coinvolgono persino gli animali. Dal più piccolo al più grande, gli uomini di Ninive si convertono a Elohim, proclamano un digiuno e vestono di sacco. Essi credono a Elohim.

Si sottolinea l’umanità (come lo erano i marinai) e l’uomo è sempre soggetto debole e misero, sempre oggetto della misericordia divina.

,Elohim è designazione di una divinità generica. I niniviti intuiscono nei quaranta giorni la possibilità di salvezza, mentre invece erano abituati ai loro dèi dalla volontà inflessibile, come le divinità delle tragedie greche.

La conversione richiede il rito ma anche la perseveranza. Di fatto, Giona non appare convinto dell’autenticità della conversione e si ritira all’esterno della città per vedere lo sviluppo degli eventi. Dice Ger 13,23: «Può forse il leopardo cambiar pelle?». Giona sembra condividere questa idea, ma, seppur controvoglia, il profeta estende a tutti i popoli, e persino a Ninive, la possibilità di una conversione. Una grande novità.

Gli abitanti cambiano identità (vestono di sacco) e anche il re rinuncia alla sua dignità regale (scende dal trono, veste il sacco, si siede sulla cenere).

Il re emana una specie di decreto profetico: esige tre rinunce, coinvolge uomini e animali in una comunanza di destino, invita pressantemente a invocare Dio con tutte le forze, a convertirsi dalla malvagità e ad abbandonare ogni forma di violenza.

La preghiera non serve a far cambiare proposito a Dio, quanto a far cambiare il cuore dell’uomo che prega.

Il re si affida alla clemenza di Dio, sapendo che il perdono non è una conseguenza automatica dell’agire umano, ma il frutto libero della misericordia divina. «Egli riconosce la somma libertà di YHWH e sa che non può far altro che sperare» (p. 62).

La conversione dei niniviti comporta l’allontanamento dalla perversione, dall’immoralità e dalla violenza «che è nelle loro mani», il che allude alla vita politica oppressiva di Ninive che ha segnato in profondità la memoria di Israele.

Il re si aspetta che YHWH si penta e abbia misericordia. Il pentirsi di Dio dal male minacciato è la manifestazione della sua misericordia. Moro ricorda che YHWH non è un Dio «buonista»; alle volte è molto furioso.

Il linguaggio metaforico indica la sua non connivenza con il male e il suo impegno a contrastarlo, in quanto giudice giusto, sempre schierato dalla parte delle vittime (cf. p. 63). Alla metafora dell’ira si accomuna sempre la pazienza misericordiosa di Dio (espressa con «chissà?» dal re).

Il Dio biblico non è la proiezione dei desideri umani ed è sempre libero, a tal punto da cambiare idea, di pentirsi, di convertirsi. Il lettore si trova davanti al misterioso agire di YHWH. Dio vede le azioni concrete dei niniviti che si allontanano dalle loro malvagità e si pente del male progettato.

Il giudizio del Signore è quello di un giusto giudice che punisce perché il malvagio prenda coscienza del suo male e se ne allontani.

Emerge il tema principale del libro. Qual è il vero volto di YHWH? Un Signore di pura giustizia, oppure un Dio di misericordia? Moro annota: «Che il libro di Giona sia strutturato sulla logica punitiva dei padri è solo un fatto apparente. In realtà, la misericordia divina è presentata come ciò che mette in moto lo stesso processo di conversione della città. Attraverso la lezione del perdono ai pagani di Ninive, Israele dovrà prendere coscienza che anche il popolo eletto vive del medesimo amore. In un mondo dove esistesse solo la giustizia retributiva, non vi sarebbe spazio neppure per Israele. YHWH cambia di misericordia in misericordia e la stessa punizione assume un significato pedagogico, provvidenziale. Sarà proprio il perdono concesso alla città nemica che farà scattare la collera di Giona» (p. 64).

La compassione di Dio e l’ira di Giona
Il c. 4 conclude la parabola. Il male dei niniviti si trova adesso nel cuore di Giona. Un malessere insopportabile. Ora si scopre che Giona era fuggito verso Tarsis perché conosceva in profondità il cuore misericordioso e pietoso di YHWH, lento all’ira e grande nell’amore. Ed era preoccupato che YHWH contradicesse la sua decisione di punire Ninive e quindi cadesse in contraddizione con sé stesso. Appare ora chiaro che Giona aveva preso la direzione opposta rispetto a quella indicatagli da YHWH, perché rifiutava di essere il mediatore della sua misericordia.

Quando accusa, Dio lo fa unicamente per salvare, sia Israele sia i suoi nemici, perché sono tutti figli suoi, scrive Moro. E l’identità divina per Giona non era una sorpresa. Giona conosceva il suo Signore, ma questa conoscenza contraddice il mancato riconoscimento per quello che egli è e fa.

Giona esprime l’esperienza fondamentale di Israele riguardo a YHWH e ben espressa in Es 34,6-7. In quella teofania egli si autoproclama «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà», che si pente del male (Gn 4,2).

Giona si rende conto che YHWH lo ha clamorosamente smentito, mettendo in gioco la sua credibilità di profeta che annunciava la distruzione ed entra in una profonda depressione che lo porta a desiderare la morte.

Giona avrebbe dovuto condividere il punto di vista di Dio sul modo di combattere il male salvando i malvagi. Ma questa condivisione non è semplice e tocca la carne. YHWH conosce quella sofferenza, perché il popolo è la sua famiglia. La confessione di Giona si trasforma in un atto di accusa.

«La morte gli appare come l’unico mezzo efficace per cancellare l’immagine di un Dio ai suoi occhi troppo misericordioso che, paradossalmente, è passato dalla parte del nemico. Dal momento che Ninive si è convertita, ora il problema riguarda lo stesso Giona. Il Signore di curverà pazientemente su di lui, come prima si è dato pensiero per la “grande città”» (cf. pp. 68-69). Si convertirà Giona?

I vv. 4-9 illustrano la pedagogia di Dio verso il profeta. L’adirato Giona si ritira fuori della città e di propria iniziativa si costruisce un riparo dal sole cocente, una capanna di frasche. Aspetterà la fine dei quaranta giorni? La misericordia eccedente di YHWH fa crescere un ricino sulla capanna, come ulteriore offerta di ombra.

Al mattino, Dio fa però seccare il ricino e Giona si arrabbia a morte per questo. Dio lo interroga sulla correttezza della sua reazione, di fronte al venir meno di una pianta che aveva ricevuto gratuitamente in dono da Dio, senza alcun merito.

Dio agisce con pazienza pedagogica, e non energica come aveva fatto con la tempesta. Dio si mostra comprensivo della tristezza del profeta. «Che cosa attende Giona? Che la città venga distrutta? Egli sa già che Ninive è salva. Forse spera ancora che Ninive non si sia convertita? Oppure che ritornerà a essere la città sanguinaria, in modo che Dio la possa distruggere, così che la sua predicazione si avveri e finalmente il Signore si decida a essere giusto? Non è dato sapere» – scrive Moro (p. 70).

Dio comunque è paziente, non drammatizza, è come una madre che, scherzando con il proprio figlio disobbediente, gli domanda se pensa proprio di avere ragione o se conviene invece che rifletta un po’…

I vv. 10-11 riportano il confronto finale tra YHWH e Giona. Moro lo considera una specie di testamento spirituale consegnato al lettore: la compassione di YHWH è per tutte le sue creature. Il Signore sa che il profeta è mosso da un’esigenza di giustizia.

Con un ragionamento a fortiori, a minore ad maius, Dio rimarca la differenza abissale tra la compassione del profeta e quella di Dio.

Giona ha ricevuto in dono un ricino che non ha creato, non ha fatto crescere e non gli è costato alcuna fatica. Se il profeta si dà pena, ha compassione e si irrita a morte per il venir meno di una pianta, a maggior ragione il Signore «ha compassione» per la grande città che lui ha creato e fatto crescere e i cui abitanti considera tutti suoi figli al pari di Israele.

La tristezza per la perdita del ricino è descritta con un’intensità pari alla perdita di un figlio – questo probabilmente vuole indicare l’espressione idiomatica ed enfatica del v. 10.

Il Signore ha compassione per una grande città, indicata da un numero probabilmente simbolico. Potrebbe essere un’allusione all’oltretomba, indicata nella tradizione mesopotamica come «la Grande Città».

YHWH si dà pensiero anche degli animali e si riferisce ai niniviti come a bambini privi di ragione o incapaci di distinguere il bene dal male. Il Signore salva i niniviti non perché se lo meritino, ma unicamente perché è «un Dio misericordioso e compassionevole».

I niniviti non sanno distinguere il bene dal male, mentre invece Giona «conosce» il suo Signore e sa seguire ciò che è giusto e a respingere il male, attraverso il dono della Torah. Ciò nonostante il profeta oppone resistenza al suo Dio che è verità misericordiosa (Lv 19,17-18).

 

Il racconto termine con una «parabola aperta», annota Moro, in quanto manca la risposta alla domanda finale. Tocca al lettore rispondere e completare la narrazione, raccogliendo i dati emersi nel racconto. «Ritroverà il nostro profeta la fiducia nel Signore? Capirà che è soltanto la sua misericordia a rendere vivibile questo mondo? Una compassione certamente provocatoria, per certi versi scandalosa, che ci costringe a pensare in modo nuovo il volto di Dio. Riguardo a Giona, non abbiamo alcuna certezza; possiamo solo sapere qual è la nostra personale risposta», conclude lo studioso.

Il segno di Giona
La seconda parte del lavoro di Moro (pp. 79-134) riflette sul segno di Giona e come questo sia stato ripreso in altri testi biblici dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento.

Fra gli altri testi dell’AT, Abdia e Naum si trovano nella posizione opposta a quella di Giona, concordando sul tema dell’ineluttabilità del giudizio di sventura su Ninive a causa della sua violenza e della sua malvagità.

Michea offre una chiave interpretativa per comporre le due linee apparentemente inconciliabili: la partecipazione dei popoli alla salvezza di Israele (Mi 4,1-5) e l’irrevocabile punizione dei popoli “nemici”. La prospettiva universalistica, sia della salvezza, sia della punizione, è relativa all’unicità dell’elezione: benedizione e maledizione dipendono dalla mediazione dell’Eletto (Mi 5,6-7) come compimento della promessa abramitica (Gen 12,3).

Giona apporta il suo messaggio specifico con la missione verso i nemici mediante l’accusa salvifica (da parte di Dio). «È l’unico caso, in tutta la storia del profetismo, in cui la salvezza di YHWH è sospesa alla predicazione del suo profeta – afferma Moro –. Obiettivo del Signore è quello di coinvolgere il “suo popolo” perché accolga il mirabile progetto di Dio e partecipi alla salvezza di tutte le genti. Solo in questi termini Israele prepara la conclusione della “raccolta” che vedrà proprio i nemici storici partecipare alla liturgia dell’Eletto (Zac 14,16)» (p. 96).

Nei Vangeli sinottici Gesù cita due volte Giona. In una si riferisce alla sua predicazione, anticipo di quella portata avanti da lui stesso a un altro livello. Nella seconda riprende il suo essere rimasto tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, anticipo del mistero pasquale che vede Gesù restare tre giorni e tre notti nel cuore della terra, in un mistero di morte e risurrezione. In entrambi i paragoni, Gesù afferma di essere a un livello molto maggiore di quello di Giona.

Giustizia e misericordia
Altre riflessioni della seconda parte del libro di Moro vertono sul problema se Giona sia una parodia del vero profeta, sul fatto che anche Dio «si converte» e sulla giustizia e misericordia di Dio quali attributi di YHWH.

Nel libro di Giona YHWH si manifesta come un Dio ormai distante da quello prospettato dalla dottrina dei padri. Ora, se YHWH cambia e si manifesta in una maniera sempre nuova nella storia, è evidente che anche il suo profeta (pro-fetes) deve cambiare, quale portatore del Verbo di un altro.

Le profezie (almeno quelle di distruzione e di sventura) sono sempre condizionate, perché nella gerarchia dei valori adottata da Dio esse valgono meno della più piccola fra le sue creature.

Nel libro di Giona YHWH appare non solo come Dio di Israele ma anche come il Creatore di ogni realtà vivente (1,9), niniviti e loro animali compresi. Dio offre un pactum unionis a tutta l’umanità.

Moro riporta alcune riflessione sul rapporto tra giustizia e misericordia quali attributi di YHWH. Ricorda Es 20,5-6; 34,5-7; 32,12; 33,19; Nm 14,17-19 in cui Mosè si presenta come intercessore del popolo che si appella alla bontà/benevolenza/fedeltà (ḥesed) di YHWH dopo la mormorazione degli israeliti contro gli esploratori.

In questi passi si accenna alla «visita» (paqad) punitiva di YHWH presso i figli e i figli su tre o quattro generazioni, e la sua misericordia per mille generazioni. Il peccato ha conseguenze intergenerazionali, ma la «punizione» è sempre sproporzionata rispetto alla misericordia immensa di Dio.

Dt 13,18 presenta la retribuzione divina sotto forma di giudizio e di castigo in rapporto all’esilio. Il Dio del Deuteronomio, come quello dell’Esodo, si manifesta però come Dio del ravvedimento, non per capriccio, ma per motivi nascosti a Mosè, che appartengono al Signore e alla sua sapienza.

Dt 32 mostra i diversi modi di comportarsi di YHWH verso il suo popolo e le nazioni, ma mostra un Dio che si ravvedrà di fronte ai suoi servi quando vedrà che ogni forza è svanita e non è rimasto né schiavo né libero (cf. Dt 32,36).

Il profeta Giona riassume il suo dramma interiore riprendendo le parole di Es 34,6, ma non intercede come Mosè e ogni profeta. Giona immagina YHWH bloccato sul solo aspetto della giustizia, non rendendosi conto che costui non è più il Dio vivente, ma uno dei tanti idoli. Quindi, alla fine, se Giona non cambia, l’idolatra è lui, non i niniviti.

Per Moro sorge spontaneo il solito interrogativo: sarà in grado il profeta di comprendere il suo Dio, per esserne il testimone nei confronti dei popoli nemici? Il lettore si trova davanti a un dilemma: deve scegliere fra carpire a Dio la sua ira, come tenta di fare Giona, oppure restare in ascolto del Signore al quale appartengono la collera e la misericordia, che invita a intercedere davanti a lui affinché cessi il suo sdegno e si riveli come il clemente e compassionevole, paziente, pieno di amore e fedele (Es 34,6) (cf. p. 112).

Lo studioso annota, infine, le presenze del profeta Giona nella letteratura giudaica antica e negli scrittori ecclesiastici.

L’autore conclude il suo volume con alcune pagine che descrivono l’attualità permanente della parabola costituta dal libro di Giona. Guardando a Cristo, al suo mistero pasquale, e a molte parabole sul Padre da lui raccontate, il lettore può superare ogni immagine di giustizia divina costruita a immagine di quella umana e arrivare a credere l’incredibile, ad amare il non amabile e sperare contro ogni speranza.

La Bibliografia è raccolta nelle pp. 135-143 e chiude un testo davvero interessante su un libro biblico che può spiazzare il lettore, ma che invece intende presentare il volto sovversivo della misericordia universale e immeritata offerta da Dio a tutti i suoi figli, «stranieri e nemici» compresi.

VINCENZO MORO, Giona. La profezia incompiuta. Prefazione di Luca Mazzinghi (Biblica), EDB, Bologna 2022, pp. 152, € 18,00, ISBN 9788810221938.

Anticipazione. Luciani «parlava con la lingua del popolo»

Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I dialoga con una bambina durante la Messa. Lo farà anche da Papa durante le poche udienze generali del mercoledì

Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I dialoga con una bambina durante la Messa. Lo farà anche da Papa durante le poche udienze generali del mercoledì

Pubblichiamo la prefazione di Franco Nembrini, intitolata “Profumo di casa”, al libro “Giocare con Dio” curato da Nicola Scopelliti, edito dalla casa editrice Ares.

Posso dirlo? Leggendo questa splendida raccolta di testi di papa Luciani ho sentito profumo di casa mia.

Perché Albino Luciani, poi papa Giovanni Paolo I per un pontificato brevissimo, misterioso e profetico, era un uomo colto, coltissimo, di dotti studi e ampie letture. Ma, al tempo stesso, è sempre rimasto un figlio di quel popolo umile, semplice, fedele di una fede schietta e salda, da cui, per grazia di Dio, sono nato anch’io.

E a quel popolo Albino Luciani ha sempre continuato a parlare, anche quando ha fatto carriera (meglio, quando gliel’hanno fatta fare, perché lui alle promozioni è sempre stato restio), anche quando è diventato vescovo di Vittorio Veneto e poi patriarca di Venezia. E al popolo ha continuato a parlare con la lingua del popolo, con le immagini semplici, schiette, che erano familiari ai suoi nonni come ai miei, ai contadini della pianura veneta e agli artigiani bergamaschi. Così, ha sempre inframmezzato alle sue omelie, che pure erano nutrite di salda dottrina, aneddoti, brevissimi aforismi, storielle, racconti raccolti dalla tradizione o inventati lì per lì, che anche l’ultimo dei braccianti o il più piccolo dei bambini poteva capire al volo.

Grazie a Dio il suo segretario dell’epoca di Vittorio Veneto, don Francesco Taffarel, sant’uomo anche lui, colpito dalla dotta semplicità del suo vescovo, in gran parte se li è diligentemente annotati in grossi quaderni che ha gelosamente conservato (anche se, dice, “se avessi saputo che sarebbe stato eletto Papa avrei cercato di conservare più materiale”). E Ares, sempre attenta a tutto quel che può alimentare la fede dei suoi lettori, ne propone qui un’ampia selezione per la curatela del giornalista Nicola Scopelliti, grande amico di don Taffarel.

Darne un’idea è impossibile.

Ci sono racconti dei monaci del deserto ed episodi delle vite dei santi (in prima fila don Bosco), c’è il raccontino del chierichetto che si presenta in paradiso fiero delle mille Messe che ha servito e san Pietro che gli fa l’elenco di tutte quelle che ha servito male, distratto, facendo dispetti agli altri chierichetti, e quello del vecchietto che per tutta la vita si è lasciato pagare con monete false e all’ultimo si raccomanda a Dio, “Signore, nella mia vita ho accettato tante monete false dalla gente, ma non ho mai giudicato male nel mio cuore, perché pensavo che quella gente non si rendeva conto di quanto faceva. Anch’io, Signore, sono una moneta senza valore…non giudicarmi!”.

Ci sono episodi della vita di uomini famosi, da Marconi a Lincoln, e l’esempio della calamita per indicare come Gesù ci attrae, ci sono mille e mille episodi di vita quotidiana con cui Luciani illustra quel che davvero conta nella vita: la pazienza, il lavoro, il perdono, l’umiltà…

Insomma, dare l’idea di un libro così è impossibile. Ma sono certo che tutti quelli che conservano un cuore da bambino (“Se non ritornerete come bambini…”, cfr Mt 18, 1-5) ci possono trovare insieme il sorriso di papa Luciani e un’indicazione, un suggerimento, una correzione per la propria vita.

Franco Nembrini

di Enrico Lenzi

«Papa Giovanni (XXIII) ricevette un giorno una delegazione di paracadutisti francesi e nel congedarsi disse: “Voi imparate con grande entusiasmo come si fa a cadere dal cielo…non vorrei che poi dimenticaste come si fa a risalirvi”».

«Avere la voce robusta e forte non significa avere sempre ragione».

«Un giovane, pieno di entusiasmo, aveva terminato il corso per diventare idraulico. Volle andare a visitare le cascate del Niagara. Guardò, prese appunti e disse: “Credo di poterle sistemare”».

Sono tre brevi racconti – degli 383 pubblicati – che Albino Luciani ha pronunciato nei discorsi, nelle visite alle parrocchie, negli incontri pubblici durante il suo ministero episcopale a Vittorio Veneto prima e a Venezia poi. Frasi, racconti, aneddoti, raccolti da don Francesco Taffarel, che di Luciani fu il segretario nel magistero a Vittorio Veneto e per un tratto anche nel patriarcato veneziano. Testimoniano un parlare semplice, un cercare la storia più efficace per trasmettere pensieri e valori più alti, che ha sempre caratterizzato il parlare del vescovo Luciani.

Un materiale raccolto dal suo segretario e che ora ha preso forma di libro grazie alla cura di Nicola Scopelliti, che del sacerdote fu amico, e alla casa editrice Ares. Si intitola “Giocare con Dio. Catechesi senza mitria” (pagine 256, euro 19) e raccoglie «una ricca varietà di racconti e aneddoti, alcuni noti, molti inediti», che il segretario don Taffarel ha conservato per anni, e chiedendo che venissero resi pubblici solo dopo che la causa di beatificazione di Albino Luciani-Giovanni Paolo I fosse giunta al riconoscimento delle virtù eroiche. «Don Francesco teneva moltissimo a questo libro – spiega il curatore del libro –: lui stesso aveva selezionato i testi ordinandoli secondo criterio e gusti personali, dicendomi che chi avesse voluto comprendere Luciani sarebbe dovuto passare da questa lettura perché questi scritti dicono molto di lui, della sua personalità accogliente e ospitale, del suo spirito libero e arguto, dell’amore per i semplici accompagnato sempre dal desiderio profondo di fare apostolato, cioè di portare Gesù a tutti». Del resto anche soltanto nelle quattro udienze generali che tenne nel suo brevissimo pontificato, Giovanni Paolo I aveva conquistato i fedeli proprio per il suo parlare semplice e il ricorrere a storielle o aneddoti che erano tutt’altro che casuali o insignificanti. E lo scorrere delle pagine del libro pubblicato da Ares, si colgono realmente tutti gli aspetti sottolineati dal segretario di Luciani ai tempi di Vittorio Veneto, deceduto nell’ottobre del 2014 anch’egli improvvisamente e nel sonno, come avvenne nella notte tra il 28 e 29 settembre 1978 per Giovanni Paolo I. Ora quel «dono inaspettato» – come il curatore definisce il materiale ricevuto da don Taffarel – diventa patrimonio di tutti. La lettura restituisce al lettore lo stile comunicativo di Albino Luciani definito dal curatore «vicino al popolo» e «con la lingua del popolo». Ma si percepisce anche la cultura e la preparazione che il futuro Giovanni Paolo I metteva nell’affrontare gli incontri e gli interventi pubblici che teneva. Del resto come motto episcopale scelse la parola «Humilitas» (Umiltà). Ed è sempre don Taffarel a raccontare come quella parola non era solo un motto, ma uno stile: «Quando andava in cappella entrava solo con la talare – racconta il suo segretario a Vittorio Veneto –. Non portava l’anello vescovile, nè la croce pastorale, nè tanto meno lo zucchetto. Colse la mia perplessità e allora mi disse: “Don Francesco, al Signore i tappeti non servono e non servono neanche le altre insegne. Davanti a Dio bisogna essere come bambini. Prega anche tu usando il Rosario”».

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Papa Luciani: il nuovo beato nella biografia di Preziosi In libreria “Il sorriso del Papa”, sul Pontefice dei 33 giorni

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(ANSA) – ROMA, 30 AGO – la storia di un Papa che in appena trentatré giorni ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa.

La beatificazione di Albino Luciani, il “Papa del sorriso” – domenica 4 settembre in Piazza San Pietro da parte di papa Francesco -, riporta all’attenzione del mondo intero la figura di un uomo di fede e di Chiesa che seppe fare della sua vita un capolavoro di umiltà, di tenacia, di spirito di servizio e di amore per tutti.    Nel suo “Il sorriso del Papa. La vita di Albino Luciani e i trentatré giorni di Giovanni Paolo I” (Edizioni San Paolo 2022, pp. 288, euro 22,00), da ieri in libreria, Antonio Preziosi, con un racconto di stile giornalistico, ricostruisce dettagli ed episodi della vita di Albino Luciani e del pontificato di Giovanni Paolo I, che fu pastore della Chiesa universale per pochissimo tempo, ma seppe tracciare una via ancora attuale con la forza del suo esempio di vita e del suo proverbiale sorriso.

Una biografia aggiornata e attenta a tutti gli aspetti della figura del Pontefice che regnò solo per un mese: teologo, pastore, padre conciliare, uomo di intensa e per alcuni aspetti innovativa spiritualità.
L’autore, Antonio Preziosi è giornalista, saggista e scrittore. Attualmente è direttore di Rai Parlamento. A lungo corrispondente del servizio pubblico da Bruxelles, ha svolto per anni l’incarico di inviato speciale seguendo i principali avvenimenti di politica interna e internazionale. Ha diretto anche Radio Uno, Giornale Radio Rai e Gr Parlamento. Studioso di questioni religiose e vaticane, è stato inoltre Consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Per Edizioni San Paolo ha pubblicato nel 2021 “Il Papa doveva morire”, una ricostruzione inedita e intensa dell’attentato a Giovanni Paolo II e delle sue conseguenze, dentro e fuori la Chiesa. (ANSA).

Intervista. Alex Cittadella: «Nel cielo delle Alpi la verità dell’uomo»

A colloquio con lo storico e scrittore friulano: «Chi ha vissuto queste valli ne ha sempre tratto cultura e insegnamento. Oggi lo sfruttamento e la crisi ambientale ci dicono che non è più così»

Lo scrittore Alex Cittadella

Lo scrittore Alex Cittadella

«Un mondo affascinante e fantastico», quello delle Alpi, osservato con l’occhio indagatore dello storico ma anche con lo sguardo incantato di un bambino: sin dall’infanzia Alex Cittadella, 42 anni, docente nelle scuole superiori e dottore di ricerca in Storia moderna al Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio all’Università di Udine, ha iniziato ad amare le montagne grazie alla madre friulana e al papà bellunese. «Le Alpi in particolare, e la natura in generale, sono sempre state una passione nutrita dal legame affettivo, ma anche estetico: faccio camminate in tutte le stagioni, anche se prediligo quelle meno turistiche. E poi sono lo sfondo che vedo ogni giorno dalle finestre, un punto di riferimento costante», racconta Cittadella nella sua casa a Pasian di Prato, in provincia di Udine. Da pochi giorni è in libreria con Il cielo delle Alpi. Da Ötzi a Reinhold Messner, edito da Laterza in collaborazione con il Cai (Club alpino italiano), che definisce «un’intensa camminata lungo il tempo e lo spazio per immergersi nel clima alpino attraverso lo sguardo di alcuni affascinanti personaggi storici». Infatti l’autore racconta come protagonisti del passato e del presente abbiano convissuto con le trasformazioni dell’arco montuoso. E lo fa scegliendo di assumere in alcuni capitoli la prima persona, tanto che le tappe percorse so- migliano a scalate interiori colme di empatia.

Perché questa scelta stilistica?

Una sfida d’immedesimazione che può piacere o no, insolita anche per l’editore, con l’obiettivo di avvicinare questi personaggi ai lettori, di sentirli più contemporanei, facendo capire il loro modo di costruire e di approcciarsi alla natura, che si ricostruisce dai reperti ritrovati. Quando ho cominciato a scrivere, mi è venuto di raccontare dall’interno Ötzi (vissuto nel Neolitico oltre 5.300 anni fa e ritrovato mummificato nel ’91 nella Val Senales, ndr), ma anche il condottiero cartaginese Annibale che valicò le Alpi nel 218 a.C. e il popolo dei Walser che ancora vive a 2 mila metri sul Monte Rosa. Entrando nelle loro epoche, volevo esprimere la soggettività del loro vissuto nel percepire la natura esterna, il loro rapporto intimo e più genuino con l’ambiente circostante, nella loro veste di testimoni diretti di un mondo prezioso, enigmatico e affascinante. Sotto quel cielo delle Alpi che, per chiunque percorra la nostra più elevata catena montuosa in auto, in bicicletta o a piedi, lungo il fondovalle, sui costoni o sulle cime, appare come una finestra sull’infinito, uno sguardo sull’eternità.

Ha scelto di indagare anche le Alpi di scrittori come Mario Rigoni Stern e Pierluigi Cappello, di esploratori come Walter Bonatti e Reinhold Messner, di artisti come Leonardo da Vinci.

Le Alpi sono al centro della riflessione pittorica di Leonardo: con lui si apre un percorso nuovo di attenzione e osservazione del clima alpino dal punto di vista naturalistico e artistico. Gli faranno da successori de Saussure con il suo approccio radicalmente scientifico e William Turner, che si innamorerà così profondamente dei paesaggi e del clima da trascorrere diversi soggiorni di studio sulle Alpi, producendo centinaia di disegni, acquerelli e opere artistiche in un periodo segnato dalle imprese di Napoleone Bonaparte. Giovanni Segantini, con la sua resa della luce e dei colori dell’Engadina e dei Grigioni, è autore di alcuni fra i dipinti di alta montagna più innovativi e rilevanti della storia dell’arte. Fino all’amore di Rigoni Stern per l’Altipiano di Asiago e ai versi di Pierluigi Cappello, capaci di esprimere l’interiorità più profonda del cielo sopra le Alpi Carniche. Gli alpinisti Bonatti e Messner hanno levato un grido intenso e accorato in difesa dell’ambiente primigenio della maestosa catena, mantenendo sempre un atteggiamento di assoluto rispetto nei suoi confronti.

Di recente la tragedia della Marmolada ci ha messo davanti agli effetti drammatici del riscaldamento globale: questa presa di coscienza c’è stata anche in passato per altri disastri ambientali? Pecchiamo di scarsa lungimiranza?

Gli ultimi 150 anni hanno determinato una svolta epocale nella storia climatica della Terra: l’azione dell’uomo sta determinando il più repentino e profondo mutamento climatico che il nostro pianeta abbia conosciuto da centinaia di migliaia di anni. Rispetto ai cambiamenti precedenti, ora il ruolo dell’uomo è assolutamente accertato e determinante. In passato, invece, le persone guardavano alle vette con una reverenza quasi sacrale, avevano un rapporto rispettoso e diretto con l’ambiente anche quando i ghiacciai avanzavano distruggendo pascoli e paesi: si sentivano parte di quell’ambiente e capivano che se lo avessero utilizzato male avrebbero avuto delle conseguenze negative. Sapevano di dover mantenere alti pascoli e boschi in determinate condizioni perché le generazioni successive potessero utilizzarli. Nell’epoca contemporanea concretamente si fa poco, nonostante i dati siano devastanti, come i climatologi ci ricordano da 40-50 anni. Eppure sfruttiamo il territorio per un profitto immediato, senza ragionare a livello comunitario. Spero molto che a partire dalle scuole si incida sulle nuove generazioni, più sensibili nei confronti dell’ambiente.

Avvenire

Libro Narrativa Italiana: La costanza è un’eccezione di Alessia Gazzola

Descrizione
Dalla creatrice dell’Allieva una nuova, travolgente avventura per Costanza Macallè e un mistero da risolvere risalente alla Venezia di fine Seicento.

Facciamo il punto. Costanza, dopo la laurea in medicina, è stata costretta a lasciare la sua amata e luminosa Sicilia per trasferirsi nel freddo e malinconico Nord. A tenere in caldo i cuori, però, ci pensa Marco, incantevole padre della sua incantevole Flora che Costy, non senza qualche incertezza, ha deciso di portare nella vita della figlia. Dopo varie tribolazioni, Marco ha praticamente lasciato la storica (e decisamente perfetta) fidanzata all’altare. Costanza (seppur decisamente imperfetta) credeva che l’avesse fatto per lei, ma non ne è più così sicura considerato che Marco prende tempo e si comporta in modo piuttosto ambiguo. Come sempre, però, nella vita di Costanza non c’è spazio per la riflessione: lei è una madre lavoratrice e precaria che al momento si sta autoconvincendo di aver compiuto la scelta giusta decidendo di lasciare l’Istituto di Paleopatologia di Verona per un impiego da anatomopatologa a Venezia. Come se la situazione non fosse abbastanza complicata, gli ex colleghi la richiamano per un incarico dal lauto compenso: l’ultima discendente di un’antica famiglia veneziana, gli Almazàn, desidera scoperchiare le tombe dei suoi antenati per scoprire cosa c’è di vero nelle dicerie calunniose che da secoli ammantano di mistero il casato. Costanza non vorrebbe accettare, ma questa storia a tinte fosche solletica la sua curiosità… e poi scopre che nell’operazione è coinvolto anche Marco. Che il cantiere possa rappresentare un’occasione d’oro per trovare un equilibrio vita-lavoro? O, per meglio dire: che il cantiere possa rappresentare un’occasione d’oro per cercare di capire cosa c’è davvero tra lei e Marco? Con coraggio, determinazione e tanta, tanta costanza, questa eroina dai capelli rossi affronterà nuove sfide, svelerà antiche trame mentre proverà a comprendere il suo cuore.

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