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Anticipazione. «Papa Luciani, un umile dalla cultura profonda»

Il ricordo del vescovo Andrich, emerito di Belluno Feltre, raccolto in un volume di testimonianze sulla figura di Giovanni Paolo I, che il 4 settembre verrà proclamato beato

Papa Luciani riceve in udienza i suoi familiari dopo l’elezione

Papa Luciani riceve in udienza i suoi familiari dopo l’elezione – Siciliani

da Avvenire

Pubblichiamo ampi stralci della testimonianza del vescovo emerito di Belluno-Feltre, Giuseppe Andrich, inserita nel libro “Il postino di Dio”.

Sollecitato a presentare la figura di Albino Luciani – papa Giovanni Paolo I – intendo farlo attingendo a conoscenze personali (essendo suo compaesano) e appunti da me raccolti. La bibliografia è abbondante, ma non farò riferimento a essa. Chi era Giovanni Paolo I? Perché affascinò immediatamente non solo i fedeli cattolici? Perché colpì così tanto il suo modo di parlare? Giovanni Paolo I fu l’unico Papa, dei veneti saliti al soglio pontificio dal 1789 in poi, la cui carriera antecedente l’elezione si svolse unicamente nella regione d’origine. (…) L’ambiente di origine di Luciani era popolare e tradizionale e in esso la Chiesa rappresentava il solo punto di riferimento. (…) Luciani entrò in Seminario a undici anni e ne uscì prete a ventitré: vi imparò una severa disciplina di vita e una concezione pastorale della funzione della Chiesa fondata su tre presupposti: distacco dal mondo (contro ogni mondanizzazione), obbedienza ai superiori, fedeltà assoluta all’istituzione; tre presupposti che rimasero il faro di tutta la sua vita fino al papato. Si distinse immediatamente per la sua grande curiosità intellettuale e l’inesauribile interesse per la lettura.

Giuseppe Andrich

Giuseppe Andrich – Bratti

Nel 1956, a me sedicenne, regalò alcuni libri da leggere durante le vacanze, ma mi disse che il suo parroco «trepidava» per la sua vocazione, sapendolo appassionato alle letture. (…) Aveva un grande desiderio di leggere, di conoscere e di essere aggiornato, ma non era un sacerdote ultramoderno o di frontiera; aveva un profondo senso dell’obbedienza, della disciplina e della considerazione del Magistero del Papa e dei vescovi. (…) In occasione di una conversazione mi insegnò, tra l’altro, a velocizzare la lettura. Da vescovo, patriarca e Papa, ripropose lo stile comunicativo, i temi e gli atteggiamenti che erano sempre stati suoi da quando era prete a Belluno.

E lo fece consapevolmente: sa- peva valutare le aspettative diverse delle persone nei vari impegni pastorali sempre più estesi. Il primo vero esordio pubblico da Papa avvenne la mattina di domenica 27 agosto 1978. Il discorso ai cardinali fu in latino, un testo in cui le parole erano state ponderate e nel quale usava il noi maiestatico. Completamente «rivoluzionario » fu invece l’Angelus, eccezionalmente pronunciato dalla loggia centrale della basilica di San Pietro. Nessuno dei giornalisti presenti sapeva cosa il Papa avrebbe detto. Il testo non era stato distribuito. Ci si attendeva che qualcuno gli mettesse in mano un discorso già scritto. Invece tutte le previsioni si rivelarono errate: il Pontefice iniziò a parlare a braccio. (…)

Va sottolineato che il brevissimo pontificato di Luciani, con il suo parlare a braccio, ha portato a una trasformazione efficace e irreversibile nei modi della comunicazione pontificia. Sin da giovane iniziò a scrivere. Gli piaceva fare il giornalista. Comunicare con la parola scritta. Era stato allenato già dagli anni del seminario quando scriveva nel Bollettino parrocchiale, poi per L’amico del Popolo, il settimanale diocesano. Nel 1960 scrisse una serie di articoli su «la parola di Dio “incartata”», cioè sull’opportunità di fare dei giornali un canale di evangelizzazione. Un capitolo importante, che andrebbe sviscerato, è il suo impegno per rivalutare il linguaggio dei film.

Sorprendente fu poi la passione per la storia dell’arte, e in modo particolare per la storia dell’arte locale. (…) Luciani sapeva che le sue prese di posizione gli stavano facendo il vuoto intorno, ma non tentennava: «Cosa fareste al mio posto? Dovrei interdirmi ogni accenno agli errori o alle opinioni pericolose messe in giro? Mi pare di no, tradirei la mia missione e il popolo cristiano, il cui primo diritto è di sapere con chiarezza quali sono le virtù rivelate da Dio».

Quando fu nominato vescovo – allora avevo diciott’anni – sono andato nel suo studio in seminario e, prima di poter dire qualcosa, mi prevenne: «Sei venuto a farmi le condoglianze? ». Lo stile di Luciani non fu da crociata; fu uno stile diverso, ma non leggero. Cinque allocuzioni domenicali, quattro catechesi e dodici discorsi costituiscono l’insieme delle quattro settimane di dottrina di Giovanni Paolo I. Ma di tutte le sue parole, la frase che è passata alla storia è l’affermazione contenuta nell’Angelus del 10 settembre: «Dio è papà; più ancora è madre ».

Su questa espressione si è in particolare soffermata con finezza e profondità la storica francese Sylvie Barnay (nata nel 1964): «Colpisce constatare come la rete di metafore che attraversa gli scritti del futuro Giovanni Paolo I privilegi nettamente quelle della paternità, della maternità, della coniugalità e dell’infanzia. Lungi da ogni forma di aneddotismo questa struttura portante sembra testimoniare una più profonda formulazione dottrinale sui rapporti tra Dio e l’uomo, alla luce di un’antropologia della genitorialità. Le due funzioni complementari che ognuna delle figure parentali per tradizione esercita sono qui chiaramente esposte: l’affetto materno e l’autorità paterna (ricordo una lezione di padre Juan Mateos – 1917-2003 – all’Istituto Orientale, (mamma che accoglie, papà che addita).

Conciliarle è indispensabile. Nessuna affermazione dottrinale può essere fatta senza il ricorso alternativo a questi due atteggiamenti di genitorialità, facendo attenzione a non confondere i ruoli e i generi». E ancora: «Introducendo la visione di un Dio madre “ancor più” che padre, Luciani non omologò in nulla le teologie femministe, ma si inserì invece – come ha dimostrato la Barnay – nel solco di una tradizione antica (sembra sia stato Clemente Alessandrino il primo padre della Chiesa a stabilire un parallelismo tra paternità e maternità di Dio).

Utilizzando un’analogia familiare – e avendo probabilmente in mente l’esempio materno (mamma Bortola) – propose innanzitutto un’immagine di Dio che scaturisce da un’immagine dell’umanità nella sua totalità, comprendendo le caratteristiche dei due sessi. Dio è padre e madre nel rapporto con le sue creature». Una tematica di grande attualità e affrontata con decisione da papa Luciani fu quella inerente al Concilio Vaticano II. (…) Quel periodo vissuto in prima persona incise sulla sua personalità. «Io sono un convertito del Concilio», era solito ripetere ai suoi diretti collaboratori. Era un vescovo che confidava nel Concilio, ma ne respingeva le esuberanze; che interpretava l’autorità con educazione e cortesia, ma senza rinunciare a nessuna delle sue prerogative di sacerdote e pastore. (…) Chi fu dunque davvero Giovanni Paolo I? Chi, come me, l’ha conosciuto personalmente fin da quando era prete tra noi, insieme ai suoi inconfondibili occhi vispi e profondi, lo ricorda per le parole accorte che usava nei nostri riguardi; non ci si può mai dimenticare come ci faceva sentire a nostro agio.

Don Albino era un sacerdote umile, dimesso, gentile e poco appariscente, ma nascondeva in realtà una personalità originale, una cultura solida e profonda, una non comune curiosità intellettuale, un’apertura alla modernità elaborata attraverso una vita intellettuale intensa in tutte le età. Era un vescovo tradizionale, ma capace di guardare con occhio lucido al nuovo che veniva avanti: assicurare il rinnovamento della Chiesa, nella continuità storica dell’istituzione. «Albino Luciani è stato davvero un uomo “magis ostensus quam datus”. È stato, nella sua brevissima apparizione, una visita di Dio alla sua Chiesa», come ha detto il patriarca Francesco Moraglia. Sono convinto che questo figlio del cattolicesimo veneto sarebbe stato un incisivo uomo di governo, come Pio X, un acutissimo riformatore come Giovanni XXIII e un Pontefice che, come Gregorio XVI, avrebbe guidato la Chiesa privilegiando l’impegno missionario. Ricordando con affetto personale e venerazione papa Luciani, futuro beato, faccio mie le parole del cardinale brasiliano Paulo Arns.

Appena dopo il conclave dell’agosto 1978 volle venire a Canale a visitare il paese natale e testimoniò che Luciani era conosciuto e stimato dai vescovi sud-americani come uomo di fede: «È proprio questo che la nostra Chiesa desidera. E Luciani, forse più noto da noi che in Italia per le sue prese di posizione dettate da grande fede, è apparso il Papa ideale, non diplomatico, non politico, non curiale. E poi un Papa che sorride, anzi che ride (Chopin diceva: “Chi non ride mai non è una personalità seria”). A voi sembrerà secondario, per i popoli poveri un Papa che sorride è già un grande dono. Sappiamo del resto che dietro quel sorriso c’è una grande spiritualità, una tempra forte, un cuore generoso».

vescovo emerito di Belluno-Feltre