Liturgia Domenica SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

Grado della Celebrazione: Solennità
Colore liturgico: Bianco

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Gesù ci ha promesso di stare con noi fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Egli ha mantenuto la sua parola in molti modi. Egli è con noi nella sua parola, che è sempre una parola viva e santa, che conduce al Padre chi ad essa si affida. Egli è presente, ancora di più, nel sacramento del suo corpo e del suo sangue. E ciò merita certo una festa. Questo sacramento ci colma, innanzi tutto perché fa arrivare fino a noi l’“incarnazione” del Verbo divino: Dio continua a venire per restare. Non ci abbandonerà più. In secondo luogo, questo sacramento ci nutre: alimenta in noi quella vita divina che è la nostra vera vita, poiché è eterna. Questo sacramento, infine, ci fa vedere, sotto forma di pane e di vino, colui che gli apostoli hanno visto, ma, proprio come Gesù di Nazaret non era visto da tutti come il Messia, il sacramento del suo corpo e del suo sangue non convince tutti. Per chi si ferma alle apparenze, tale sacramento non costituisce una prova, poiché ciò che si vede non basta. Infatti si vede solo ciò che si lascia vedere. Per il credente invece, cioè per chi si lascia raggiungere dall’amore di Dio, questo sacramento è il più grande fra i segni, il segno che mette in comunione con Gesù stesso. Il credente è da esso trasfigurato, il suo peccato è purificato, grazie ad esso pregusta il banchetto promesso: quello delle nozze del Figlio.

La Trinità segno della dinamicità di Dio. Commento al Vangelo della Domenica

Domenica Santissima Trinità – Anno B

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» lo ripetiamo spesso e forse non ne comprendiamo appieno il significato e la sua forza; lo bisbigliamo sottovoce quando entriamo in una chiesa o silenziosamente al mattino quando ci svegliamo, accompagnando le parole con un gesto che accarezza fronte, petto e spalle. Fatico a seguire questo Dio che si moltiplica, che danza trasformandosi e lascia i miei occhi che lo guardano allucinati, come a seguire bagliori nella notte, la mia notte dubbiosa. Vorrei poterTi spiegare, nel senso vero del termine, cioè aprire le Tue pieghe e guardarci dentro, appianare le onde in cui Ti nascondi: chi sei? Sei il Dio che condusse Israele, quello di Abramo e di Mosè con le sue leggi, con il suo nome impronunciabile, Yahvè, ma che racconta di un esserci? Sei quel ragazzo che camminava infaticabile nelle vie di Palestina e con le sue parole faceva sognare gli scartati del tempo: peccatori, prostitute, vedove e lebbrosi senza speranza? O sei quel vento che scompiglia improvvisamente la polvere che si accumula, che fa parlare lingue sconosciute e comprendersi, che soffia via le paure, ci
prende per mano e ci fa rialzare? Chi sei? L’uno o l’altro?
Oggi mi dici che sei l’uno e gli altri, come a voler spezzare ogni solitudine, come impastare acqua farina e lievito per farne pane, come un abbraccio. Non sei un Dio fermo e statico nella sua inalterabile divinità, ma ti muovi continuamente, cammini, corri e parli, in un movimento incessante come quello del mare, in una dinamicità che è vita, in uno slancio che è amore. Un intreccio di amanti. Ed io, che sono fatto a Tua immagine, mi porto dentro questo intreccio, questo legame di amore che mi fa star male quando sono solo, che mi fa disperare nei fallimenti delle mie relazioni. Come Te ho bisogno dell’altro. «In qualunque cosa umana non c’è nulla di amabile senza una persona amica» afferma sant’Agostino: qualcuno con cui danzare, con cui mangiare e sorridere, piangere e commuovermi, qualcuno da amare e da cui essere amato. Una casa è Dio, dove si abbracciano forza, dolcezza e leggerezza per far nascere sempre la vita. Con una fecondità infinita. E mi incoraggiano le tue ultime parole quando tremo di paura col fantasma della mia solitudine: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», come potresti lasciarmi solo? Fino alla fine sarai con me, fino a quando tutto mi sarà svelato e spiegato. Per ora so che «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» in questo intreccio ci sono anche io. (Deuteronomio 4,32-34.39-40; Salmo 32; Romani 8,14-17; Matteo 28,16-20)

avvenire.it

Commento al Vangelo della prossima Domenica. Gesù, “felice rovina” di ciò che non è amore

IV Domenica del Tempo ordinario Anno B

Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, a Cafàrnao, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento (…). Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». (…)

Ed erano stupiti del suo insegnamento. Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita. La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci. Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.

Gesù insegnava come uno che ha autorità. Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell’umano. E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita. Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono. La sua persona è il messaggio.

L’autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male: C’era là un uomo posseduto da uno spirito impuro. Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell’uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui. E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell’uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).

Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d’umano. I demoni se ne accorgono: che c’è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci? Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l’uomo, a spezzare catene; a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è; a rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza. Ai desideri padroni dell’anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui. Taci, non parlare più al cuore dell’uomo, non sedurlo. Esci dalle costellazioni del suo cielo.

Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla. Perla della creazione è un uomo libero e amante. Lo sarò anch’io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto. Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.

(Letture: Deuteronomio 18,15-20; Salmo 94; Prima Lettera ai Corinzi 7,32-35; Marco 1,21-28)

di Ermes Ronchi – avvenire.it