Commento al Vangelo. I domenica di Avvento Anno A

di Ermes Ronchi – Avvenire

Nel grembo del mondo lievita una vita nuova

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. […]».

Come nei giorni che precedettero il diluvio, mangiavano e bevevano e non si accorsero di nulla… i giorni di Noè sono i giorni ininterrotti delle nostre disattenzioni, il grande peccato: «questo soprattutto perdonate: la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri). Al vertice opposto, come suo contrario, sull’altro piatto della bilancia ci soccorre l’attenzione «che è la preghiera spontanea dell’anima» (M. Gualtieri). Avvento: tempo per essere vigili, come madri in attesa, attenti alla vita che danza nei grembi, quelli di Maria e di Elisabetta, le prime profetesse, e nei grembi di «tutti gli atomi di Maria sparsi nel mondo e che hanno nome donna» (Giovanni Vannucci). Avvento è vita che nasce, a sussurrare che questo mondo porta un altro mondo nel grembo, con la sua danza lenta e testarda come il battito del cuore. Avvento: quando Dio è una realtà germinante, colui che presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti, ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo. Dio è colui che invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni hinnon (Salmo 72,17), che è anche nome di Dio. Due uomini saranno nel campo… due donne macineranno alla mola, una rapita, una lasciata; due soldati saranno al fronte in Ucraina, uno sarà ferito, uno resta incolume. Perché questa alternanza di vita e di morte, di salvati e di sommersi? Gesù stesso non lo spiega. Sappiamo però che caso, fatalità, fortuna sono concetti assolutamente estranei al mondo biblico. Dio non gioca a dadi con la sua creazione. Io credo con tutto me stesso che, nonostante qualsiasi smentita, la storia, mia e di tutti, è sempre un reale cammino di salvezza. E il capo del filo è saldo nelle mani di Dio. Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro… Un ladro come metafora del Signore! Di lui che non ruba niente e dona tutto. Se solo sapessi il momento… ma risposta non c’è, non c’è un momento da immaginare; il tempo, tutto il tempo è il messaggero di Dio, ne solleva le parole sulle sue ali insonni. Viene adesso il Signore, camminatore dei secoli e dei giorni, viene segnando le date nel calendario della vita; e ti sorprende quando l’abbraccio di un amico ti disarma, quando ti stupisce il grido vittorioso di un bimbo che nasce, una illuminazione interiore, un brivido di gioia che non sai perché. È un ladro ben strano: viene per rendere più breve la notte. Tempo di albe e di strade è l’avvento, quando il nome di Dio è Colui-che-viene, Dio che cammina a piedi nella polvere della strada. E la tua casa non è una tappa ma la meta del suo viaggio.

(Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44)

Commento al Vangelo XXIII Domenica Tempo ordinario – Anno C

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». […]

Parole dure e severe. Alcune bruciano come chiodi di una crocifissione del cuore. Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può… Un elenco puntiglioso di sette oggetti d’amore che compongono la geografia del cuore, la nostra mappa della felicità.
Se uno non mi ama più della propria vita… sembrano le parole di un esaltato. Ma davvero questo brano parla di sacrificare qualsiasi legame del cuore? Credo si tratti di colpi duri che spezzano la conchiglia per trovare la perla. Il punto di comparazione è attorno al verbo «amare», in una formula per me meravigliosa e creativa «amare di più». Le condizioni che Gesù pone contengono il «morso del più», il loro obiettivo non è una diminuzione ma un potenziamento, il cuore umano non è figlio di sottrazioni ma di addizioni, non è chiesto di sacrificare ma di aggiungere. Come se dicesse: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto gli affetti ti lavorino per farti uomo realizzato, donna felice, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello e vitale.
Gesù si offre come incremento, accrescimento di vita. Una vita intensa, piena, profondamente amata e mai rinnegata.
Chi non porta la propria croce… La croce non è da portare per amore della sofferenza. “Credimi, è così semplice quando si ama” (J. Twardowski): là dove metti il tuo cuore, lì
troverai anche le tue ferite.
Con il suo “amare di più” Gesù non intende instaurare una competizione sentimentale o emotiva tra sé e la costellazione degli affetti del discepolo. Da una simile sfida affettiva sa bene che non uscirebbe vincitore, se non presso pochi “folli di Dio”.
Per comprendere nel giusto senso il verbo amare,
occorre considerare il retroterra biblico, confrontarsi con il Dio geloso dell’Alleanza (Dt 6,15) che chiede di essere amato con tutto il cuore e l’anima e le forze (in modo radicale come Gesù).
La richiesta di amare Dio non è primariamente affettiva. Lungo tutta l’Alleanza e i Profeti significa essere fedeli, non seguire gli idoli, ascoltare, ubbidire, essere giusti nella vita.
Amare “con tutto il cuore”, la totalità del cuore non significa esclusività. Amerai Dio con tutto il cuore, non significa amerai solo lui. Con tutto il cuore amerai anche tua madre, tuo figlio, tuo marito, il tuo amico. Senza amori dimezzati. Ascolta Israele: non avrai altro dio all’infuori di me, e non già: non avrai altri amori all’infuori di me.
Gesù si offre come ottavo oggetto d’amore al nostro cuore plurale, come pienezza della polifonia dell’esistenza. E lo può fare perché Lui possiede la chiave dell’arte di amare fino in fondo, fino all’estremo del dono.
(Letture: Sapienza 9,13-18; Salmo 89; Filèmone 9b-10.12-17; Luca 14,25-33)

di Ermes Ronchi Avvenire

BIBBIA E LITURGIA La porta stretta: apre o chiude?

di CHIARA GATTI
Questa è l’ottica angusta dell’uomo di sempre, che per essere trasformata ha bisogno di passare per la porta stretta della rinuncia al proprio punto di vista.

in vinonuovo.it

C’è un grande respiro nelle letture che la Chiesa ci propone questa domenica! Eppure a qualcuno di noi, invece, potrebbe mancare un po’ l’aria, forse potremmo sentire un certo senso di oppressione se consideriamo alcune espressioni con cui Gesù risponde alla fatidica domanda dell’uomo di sempre, qui posta da “un tale”, quindi da un qualcuno che potrebbe essere ciascuno di noi.

E la domanda è “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Di per sé, a me pare, il quesito è già viziato in partenza. Ben altra portata aveva avuto nel Vangelo di Matteo la domanda dei discepoli, dopo l’episodio del giovane ricco che se ne era andato via triste: «Chi si potrà dunque salvare?». Là Gesù aveva risposto: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». Credo infatti che non si possa capire fino in fondo il vangelo di oggi, se non teniamo conto anche di quest’altra risposta di Gesù che apre all’idea dell’infinita misericordia di Dio nei confronti di ogni uomo, ma soprattutto della sua immensa e straordinaria capacità di sguardo ben diversa da quella ristretta degli apostoli qui e di quel “tale”.

Quell’uomo infatti sembra già mettere la risposta in bocca a Gesù, usando il pronome “pochi”. E possiamo partire da qui: poco forse è quello che concepisce l’uomo, quando pensa da solo, e per quanto si sforzi, pensa sempre in piccolo; se abbandonato a se stesso, sembra non riuscire nel dilatare i propri polmoni, come dicevamo all’inizio. Il Signore infatti a questa domanda, a mio avviso così mal posta e già maliziosa, risponde con una serie di immagini e metafore che solo all’apparenza possono incuterci la paura del giudizio e di una dannazione senza scampo.

C’è un’ottica, invece, che Gesù ci chiede di adottare, parlando di quella porta stretta, ed è la proposta di entrare, certo attraverso un passaggio angusto, nell’immensa ottica del Padre, che ci vuole tutti felici, tutti salvi, cioè tutti con Lui in un progetto di salvezza comune che non escluda nessuno.

E di questo ci parla proprio la Prima lettura, dove alla fine del libro di Isaia ci viene presentata una luminosa chiamata a raccolta di tutti, in una visione finale quasi apocalittica, di una nuova Gerusalemme rigenerata. Chiediamoci allora se riusciamo a credere che quella salvezza sia proprio per tutti. Infatti, in questa lettura, già il popolo di Israele era ritornato dalla terribile prigionia babilonese, e qui ci appare come questa esperienza lo abbia condotto ad abbassare un po’ la cresta. Ora quindi deve riabituarsi a vivere nella propria terra, ma senza più quell’orgoglio e ristretta convinzione di essere l’unico eletto per la salvezza. Proprio su questo infatti insiste il profeta Isaia: l’idea che esistano solo alcuni prescelti che possono salvarsi, e un verbo spicca su tutti: “radunare”!

C’è un grande movimento in entrata ed uscita in quella nuova Gerusalemme, il luogo bello di pace che ancora oggi ognuno di noi si augurerebbe di abitare già su questa terra. E così vengono descritti i superstiti da quel triste esilio che è stato Babilonia, i quali vanno a parlare della bellezza di Dio a tutti, fin nelle isole lontane, a coloro che ancora non hanno visto la gloria del Signore, mentre poi anche gli stessi ebrei, osservanti ed eletti, saranno riportati indietro nella terra promessa proprio da fratelli pellegrini appartenenti ad altre genti, anch’esse radunate e raccolte.

Come non pensare qui alla stessa etimologia della parola “chiesa” che significa proprio “raccolta, raduno…”, quella raccolta che tante volte dimentichiamo, arroccandoci nel nostro diritto di essere cristiani con la precedenza forse proprio perché ci sentiamo più vicini al sacro, più osservanti, proprio come quel popolo rientrato da Babilonia, dove però la certezza dei primi della classe aveva cominciato a vacillare.

Questa è l’ottica angusta dell’uomo di sempre, quella che per essere trasformata ha bisogno di passare per la porta stretta della rinuncia al proprio punto di vista, spesso presuntuoso e supponente. E noi, riusciamo a farlo questo passaggio? Se ancora in questo vangelo ci vengono presentate immagini di persone rifiutate quando ritornano dal padrone di casa, è forse perché non hanno sposato l’infinita magnanimità di chi non fa elenchi di esclusi.

E il paradosso sta proprio qui: un vangelo che parla tutto di apparente esclusione e punizione è invece un inno all’apertura, all’inclusione più estrema di ogni uomo che abbia insistentemente cercato la costruzione del bene comune. Di ogni uomo che abbia custodito la coscienza di essere fratelli e di valere ugualmente, anche aldilà della stessa consapevolezza di essere figli dello stesso Padre.

Isaia infatti ci annuncia quasi una bestemmia per l’ebreo religioso osservante: anche tra essi (tra gli stranieri, quelli delle isole lontane) mi prenderò leviti. La porta stretta è dunque cominciare a passare per l’idea che possiamo essere tutti sacerdoti e leviti, perché il sacro è dato in mano (questa l’etimologia prima della parola “sacerdote”) a tutti gli uomini e donne di buona volontà che vogliono vita e pace per tutti e non si sentono superiori agli altri per questo.

Marta cuore del servizio, Maria cuore dell’ascolto. Commento Vangelo XVI Domenica Tempo ordinario Anno C

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La casa è piena di gente, ci sono Gesù e i suoi; Maria, la giovane, seduta ai piedi dell’amico, i discepoli intorno, forse Lazzaro tra loro; Marta, la generosa, è nella sua cucina, alimenta il fuoco, controlla le pentole, si alza, passa e ripassa davanti al gruppo a preparare la tavola, affaccendata per tutti. Maria seduta ascoltava Gesù. Un uomo che profuma di cielo e una donna, seduti vicinissimi. Una scena di maestro-discepola così inconsueta per gli usi del tempo che pare quasi un miracolo. Tutti i pregiudizi sulle donne saltati in aria, rotti gli schemi. Presi l’uno dall’altra: lui totalmente suo, lei totalmente sua. La immagino incantata davanti alle parole del maestro e amico, come se fosse la prima volta. Conosciamo tutti il miracolo della prima volta. Poi, lentamente ci si abitua. L’eternità invece è non abituarsi mai, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre, come nella casa dell’amicizia, a Betania. E poi c’è Marta, la padrona di casa, tutto compresa del suo ruolo santo. Gli ospiti sono come angeli e c’è da offrire loro il meglio; teme di non farcela e allora “si fa avanti”, con la libertà dell’amicizia, e s’interpone tra Gesù e la sorella: “dille che mi aiuti!”. Gesù l’ha seguita con gli occhi, ha visto il riverbero della fiamma sul suo volto, ha ascoltato i rumori di là, sentito l’odore del fumo e del cibo quando lei passava, era come se fosse stato con Marta, in cucina. In quel luogo che ci ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto delle cose buone, la trasformazione dei doni della terra e del sole ( J. Tolentino). Affettuosamente le risponde: Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose. Gesù non contraddice il servizio ma l’affanno; non contesta il suo cuore generoso ma il fare frenetico, che vela gli occhi. Riprendi il ritmo del cuore, del respiro, del flusso del sangue; abbi il coraggio di far volare più lente le tue mani, altrimenti tutto il tuo essere entra in uno stato di disagio e di stress. Maria ha scelto la parte buona: Marta non si ferma un minuto, Maria invece è seduta, occhi liquidi di felicità; Marta si agita e non può ascoltare, Maria nel suo apparente “far niente” ha messo al centro della casa Gesù, l’amico e il profeta. Doveva bruciar- le il cuore quel giorno. Le due sorelle di Betania tracciano i passi della fede vera: passare dall’affanno di ciò che devo fare per Dio, allo stupore di ciò che Lui fa per me. I passi della fede di ogni credente: passare da Dio come dovere a Dio come stupore. Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano; battono i loro due cuori: il cuore dell’ascolto e il cuore del servizio. (Letture: Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)

di Ermes Ronchi – Avvenire

Commento al Vangelo XV Domenica Tempo ordinario – Anno C

A cura di Ermes Ronchi

Avvenire

In quel tempo (…) Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino (…)».
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore. Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico. Nessuno può dire: io faccio un’altra strada, io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada. E ci salveremo insieme, o non ci sarà salvezza. Un sacerdote scendeva per quella stessa strada. Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l’uomo ferito ma passa oltre. Non passare oltre il sangue di Abele. Oltre non c’è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.
Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino. Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si commuove, si fa vicino, si fa prossimo. Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. Non c’è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto. Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.
I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?”. Vedere e lasciarsi ferire dalle ferite dell’altro. Il mondo è un immenso pianto, e «Dio naviga in questo fiume di lacrime» (Turoldo), invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita. Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui». Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell’uomo, lo solleva, lo carica, lo porta. Toccare l’altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico». Toccare l’altro è la massima vicinanza, dirgli: «Sono qui per te»; accettare ciò che lui è, così com’è; toccare l’altro è un atto di riverenza, di riconoscimento, di venerazione per la bontà dell’intera sua persona.
Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l’amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, pagò… fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò… Questo è il nuovo decalogo, perché l’uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici. Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; e quel verbo: Tu amerai. Fa così, e troverai la vita.
(Letture. Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37)

Vangelo della domenica. Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. Ti seguirò ovunque tu vada (Lc 9,51-62)

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».”
Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme
Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa domenica dà avvio alla seconda parte del racconto di Luca, la parte caratterizzata dal tema del viaggio che Gesù compie per salire dalla Galilea a Gerusalemme.
Come abbiamo già avuto modo di dire, Luca presenta la vita di Gesù –e poi quella del discepolo- come un cammino: non tanto un cammino fisico, neanche un semplice spostamento, quanto un pellegrinaggio interiore, per arrivare al luogo del compimento, lì dove la vita è donata, è persa, nella fede in Colui che non abbandona i suoi figli nella morte.
La vita è un cammino che ha come meta prima Gerusalemme, e come meta ultima il Padre (verso di Lui, in alto, Gesù sarà “elevato” 9,51): da Lui veniamo e verso di Lui torniamo.
Nel brano che abbiamo ascoltato, questo viaggio verso Gerusalemme comincia: non è un caso che il termine “cammino” ricorra ben 4 volte.
In realtà, c’è un’altra parola importante, che ricorre più volte, ma che nella traduzione dal greco viene persa: Gesù indurisce il volto (v. 51), manda dei messaggeri davanti al proprio volto (v. 52), ed è rifiutato dai Samaritani perché il suo volto è rivolto verso Gerusalemme.
Allora possiamo dire che il protagonista di questo viaggio è il volto.
È il volto del Signore che si mette in cammino: qualche versetto precedente, questo volto, sul monte, era apparso trasfigurato, era diventato “altro”. E ancor di più sarà “altro” al termine del viaggio, dove lo troveremo sfigurato dalla Passione, e poi di nuovo luminoso al mattino di Pasqua.
Ma nessun viaggio è mai scontato: bisogna decidersi di mettersi in cammino, ed è proprio quello che Gesù fa oggi.
Ha fatto molti segni, ha compiuto molti prodigi, ma non rimane lì, non si ferma, non si accontenta di aver guarito qualcuno, di aver annunciato a qualcuno la buona notizia dell’amore del Padre.
All’inizio della vita pubblica (Lc 4, 16ss), nella sinagoga di Nazaret aveva iniziato il suo ministero alla luce di una Parola di grazia e di liberazione per tutti; e poi si era messo in cammino (Lc 4,30). Ora Gesù va fino in fondo, prendendosi la responsabilità di rimanere in un viaggio che lo porterà alla morte, perché sa che solo così rivelerà appieno il Volto del Padre.
Per questo indurisce il proprio volto, e la sua è la durezza di chi non retrocede, di chi è determinato ad andare fino in fondo, a portare a termine il proprio cammino, a compiere la propria ora. È la forza dell’amore, che non è una forza violenta, ma una forza mite. Mite, ed invincibile.
Nel brano di Vangelo, c’è un’altra durezza, molto diversa da quella che leggiamo sul Volto di Gesù: è la durezza dei discepoli Giacomo e Giovanni. Di fronte al rifiuto, all’ostilità, di fronte al mistero del male, essi decidono di rispondere con la violenza. Il riferimento è al profeta Elia (2Re 1, 10-15), che fa scendere un fuoco su tutti i nemici del Signore, pensando così di difendere Dio, pensando di risolvere il problema dell’idolatria facendo perire gli idolatri.
Ma non è questa la durezza che salva. Questa non è la durezza del Volto, è la durezza di cuore, la durezza dei cuori di pietra, di cui parlano i profeti (cfr Ez 36, 26): e il Signore ci salva cambiando il cuore di pietra in cuore di carne, cioè in cuori che, di fronte al mistero del male, sanno provare compassione, sanno assumersi il peso del destino dei propri fratelli.
La durezza dei discepoli esclude, distrugge, uccide, allontana, rifiuta…
La durezza di Gesù include, perdona, accoglie, si fa carico…
In realtà, sui Samaritani scenderà davvero un fuoco, ma sarà quello dello Spirito (At 8,17-18), e sarà proprio Giovanni, insieme a Pietro, a mettersi in cammino da Gerusalemme per imporre loro le mani, quando si seppe che i Samaritani avevano accolto la Parola di Dio.
Allora il nostro cammino, il cammino del discepolo, è un cammino che deve portare a conoscere questo Volto buono. Non un volto di dio così come noi ce lo immaginiamo (vincente, potente, violento…), ma il Volto di Dio in cammino verso Gerusalemme.
Per fare questo cammino, occorre un taglio: ed è quello che Gesù chiede ai tre che incontra sulla strada.
Sono tre casi diversi, tre situazioni diverse. In alcuni casi è Gesù che chiama, in altri sono loro che si propongono.
Ma quello che accomuna tutti e tre i personaggi è che ciascuno, se vuole seguire il Signore, deve fare un salto.
Deve creare un vuoto, uno spazio, deve lasciare il proprio cuore di pietra per accogliere un cuore di carne.
Cioè entrare in una logica diversa, dove al centro non ci siamo noi, neppure i nostri impegni più sacri, nulla di ciò che ci dà sicurezza, potere, gloria; nulla a cui possiamo aggrapparci per tenere stretta la vita fra le mani.
Deve lasciare il proprio volto di dio, e incontrare quello di Gesù.
Così si inizia il cammino.
Altrimenti seguiamo il Signore, ma non cambia il cuore, non si trasforma la logica, che rimane mondana.
Si possono avere tantissime buone intenzioni, ma il cammino non arriva a Gerusalemme, non torna al Padre, se non ci si converte al Volto di Gesù, al suo Volto reso duro dalla tenerezza dell’amore.
+ Pierbattista

fonte: blogspot.com

La Trinità è sorgente di sapienza del vivere. Commento al Vangelo della Domenica 12 Giugno 2022

Santissima Trinità
Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. (…)

Trinità: un solo Dio in tre persone. Dogma che non capisco, eppure liberante perché mi assicura che Dio non è in se stesso solitudine, che l’oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento d’amore. C’è in Dio reciprocità, scambio, superamento di sé, incontro, abbraccio. L’essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca di far coincidere il Tre e l’Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere. E se Dio si realizza solo nella comunione, così sarà anche per l’uomo. Aveva detto in principio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Non solo a immagine di Dio: molto di più! L’uomo è fatto a somiglianza della Trinità. Ad immagine e somiglianza della comunione, di un legame d’amore, mistero di singolare e plurale. In principio a tutto, per Dio e per me, c’è la relazione. In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti. Così è per tutte le cose, tutto è in comunione. Perfino i nomi che Gesù sceglie per raccontare il volto di Dio sono nomi che contengono legami: Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami. Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando so accogliere e sono accolto, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione di comunione. Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso. Gesù se ne va senza aver detto tutto. Invece di concludere dicendo: questo è tutto, non c’è altro, Gesù apre strade, ci lancia in un sistema aperto, promette una guida per un lungo cammino. Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. Lo Spirito genera Vangelo in noi, e sogni di futuro. Allora spirituale e reale coincidono, la verità e la vita coincidono. Questa è la bellezza della fede. Credere è acquisire bellezza del vivere. La festa della Trinità è specchio del senso ultimo dell’universo. Davanti alla Trinità mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.
Dì loro ciò che il vento dice alle rocce, ciò che il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l’universo, dì loro che Dio non è quello che credono, che è un vino di festa, un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui che suona il flauto nella luce piena del giorno, si avvicina e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l’innocenza del suo volto, i suoi lineamenti, il suo sorriso.
Dì loro che Egli è il tuo spazio e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di lui. Ma che è sempre oltre, sempre oltre.
(Comm. Franc. Cistercense)
(Letture: Proverbi 8,22-31; Salmo 8; Lettera ai Romani 5,1-5; Giovanni 16,12-15)

di Ermes ronchi