Cinema. Abel Ferrara racconta la grande guerra di Padre Pio

A Venezia il regista americano ma di origini italiane racconta il Santo di Pietrelcina a partire dall’eccidio di San Giovanni Rotondo, del 1920, che causò 14 morti
Shia Labeouf, interpreta Padre Pio nel film diretto da Abel Ferrara

Shia Labeouf, interpreta Padre Pio nel film diretto da Abel Ferrara

Abel Ferrara racconta Padre Pio e lo fa in un film che vedremo in concorso e in anteprima mondiale alla XIX edizione delle Giornate degli autori, che si svolgeranno al Lido di Venezia durante la Mostra del Cinema.Prodotto da Italia, Germania e Gran Bretagna, interpretato da Shia Labeouf, Cristina Chiriac, Marco Leonardi, Asia Argento, Vincenzo Crea, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Brando Pacitto, Stella Mastrantonio, Martina Gatti, Roberta Mattei, Padre Pio è ambientato alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando i giovani soldati italiani tornano a San Giovanni Rotondo, terra di povertà, storicamente violenta, sulla quale la Chiesa e i ricchi proprietari terrieri esercitano un dominio ferreo. Le famiglie sono disperate, gli uomini sono vittoriosi, ma distrutti. Arriva anche Padre Pio, in uno sperduto convento di cappuccini, per iniziare il suo ministero, evocando un’aura carismatica, la santità e visioni epiche di Gesù, Maria e del Diavolo. La vigilia delle prime elezioni libere in Italia però fa da sfondo a un massacro storico e metaforico, un evento apocalittico che cambierà il corso del mondo.Da sempre affascinato dalla lotta tra bene e male, il sulfureo Ferrara torna dunque a girare in Italia, scegliendo il tormentato Labeouf per interpretare una figura “mistica e febbrile” e rivisitando un episodio tragico della storia italiana del secolo scorso, l’eccidio di San Giovanni Rotondo il 14 ottobre del 1920, quando in piazza Municipio vennero uccise 14 persone e più di 60 restarono ferite.

Il 2 aprile 1961 il quotidiano socialista “Avanti” ricostruiva il massacro accusando il frate di Petralcina di immoralità, affarismo e superstizione, considerandolo l’ispiratore di un gruppo politico denominato gli “Arditi di Cristo”, allora incolpati in Parlamento di aver provocato i manifestanti costringendo così le forze dell’ordine a sparare contro la folla inerte. Ventisette anni dopo lo storico don Giosuè Fini, con la pubblicazione Precisazioni sull’eccidio di San Giovanni Rotondo del 14 ottobre 1920, chiarì una volta per tutte l’estraneità di Padre Pio in quella drammatica vicenda. «Il progetto è iniziato cinque anni fa – ha detto Ferrara, che ha scritto il film con Maurizio Braucci ispirandosi dalle lettere autografe di Padre Pio e dalle reali vicende storiche – quando ho visitato l’Abbazia di Santa Maria di Pulsano, a Monte Sant’Angelo. Ho percepito subito l’atmosfera particolare e l’interesse per il progetto, la bellezza dei luoghi. L’intenzione era quindi quella di realizzare un film mistico, ma anche reale. Ho cercato di capire il cuore, il vero spirito di Padre Pio, chi era realmente, e la sua storia».

Continua il regista: «Ho scoperto Padre Pio grazie a mio nonno, nato in un comune vicino Pietrelcina nello stesso anno del Santo. Quando ho appreso che la sua vicenda era correlala anche con la rivolta socialista di San Giovanni Rotondo, l’inizio di una nuova era, ho sentito che c’erano tutti gli elementi per raccontare una storia forte. Nel film non c’è solo la storia spirituale di Padre Pio, ma anche quella della sua relazione con le persone reali. Le lettere di Padre Pio inoltre sono state una vera rivelazione, sembrano quelle di un grande scrittore come Pasolini». E a proposito di Labeouf nei panni del Santo aggiunge: «Shia si è molto immedesimato nel suo personaggio, è un “miracolo spirituale”. Ha passato quattro mesi in un convento tra le montagne della California e tuttora sta compiendo un percorso spirituale importante. Questa esperienza gli ha offerto l’occasione di una trasformazione di cui aveva molto bisogno». La ricostruzione storica di San Giovanni Rotondo del 1920 è a cura di Tommaso Ortino, i costumi sono firmati dalla pugliese Antonella Cannarozzi (nominata all’Oscar) e la prima parte delle riprese si è svolta tra il monastero di San Marco La Catola e l’Abbazia di Pulsano, dove gli stessi frati cappuccini hanno partecipato alla realizzazione delle riprese.

Avvenire

La vera storia del Crocifisso di don Camillo

Settant’anni fa usciva il primo film della saga ispirata ai racconti di Giovannino Guareschi diretta dal regista francese Duvivier. Quello utilizzato sul set stava a Cinecittà, ora si trova a Brescello ed è una copia del Cristo custodito nella chiesa di Busseto: «I fedeli vengono qui e si confidano con lui, proprio come nel film», racconta il parroco don Luigi Guglielmoni

in Famiglia Cristiana

Della saga di don Camillo e Peppone si sa molto. Del “Crocifisso parlante” con il quale dialoga il pretone burbero e generoso inventato da Giovannino Guareschi in Mondo piccolo assai meno. Il 15 marzo 1952, settant’anni fa, usciva il primo film della saga che portò al cinema la bellezza di oltre 13 milioni di spettatori, risultando una delle pellicole più viste di tutti i tempi. Un successo che ben presto varcò i confini italiani sbarcando in Francia, Germania, Svezia, Stati Uniti, Inghilterra (dove la voce narrante era quella di Orson Welles) fino ad arrivare al Don Kamiro proiettato nel 1954 in Giappone.

E pensare che nessun regista italiano contattato dalla produzione accettò di girare Don Camillo: troppo controverso in termini politici, troppo rischioso in un periodo dove l’opposizione tra Pci e Democrazia Cristiana era all’apice della tensione. Dissero di no Mario Camerini, Vittorio De Sica, Luigi Zampa e Renato Castellani. Venne sondata anche Hollywood, dove la sceneggiatura fu molto apprezzata. Frank Capra si disse interessato ma era troppo impegnato in quel periodo. La scelta, alla fine, cadde sul francese Julien Duvivier che cambiò in parte la sceneggiatura, scatenando le ire di Guareschi che non era mai soddisfatto di come le sue indicazioni venivano realizzate nelle riprese.

Lo scrittore diceva che «il mio pretone e il mio grosso sindaco li ha creati la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto». Logico che il film dovesse essere girato nella Bassa parmense, bagnata dal Po e terra di grandi italiani, a cominciare da Giuseppe Verdi. Guareschi volle aprire il suo ristorante proprio accanto alla casa natale del Maestro, a Roncole di Busseto, per poter stare, diceva, “all’ombra di un grande”. Ora è sede dell’Archivio curato con grande dedizione dal figlio Alberto, custode tenero della memoria del padre che riposa nel piccolo cimitero di fronte insieme alla moglie Ennia (la Margherita dei suoi racconti) e la figlia Carlotta (la Pasionaria).

Dove girare dunque il film? Julien Duvivier non era convinto dei paesi indicati da Guareschi, come Fontanelle, Roccabianca (dove lo scrittore era nato nel 1908), Polesine, Busseto e decise di far perlustrare il circondario alla ricerca del paese giusto. «Ici, Ici voilà le pays», esclamò entusiasta il regista francese quando vide piazza Matteotti a Brescello, Reggio Emilia, dove è ancora possibile ammirare la campana Sputnik, il carro armato americano e la bicicletta di Don Camillo.

E il celebre Crocifisso che ora si trova nella chiesa ma arriva da Cinecittà come materiale di scena della saga e che qualche anno fa l’allora parroco di Brescello don Evandro Gherardi, ispirandosi proprio ai racconti di Guareschi, decise di portare in processione dal centro del paese fino alle rive del Po per chiedere a Dio la protezione dagli effetti devastanti delle piene del fiume e dalla siccità, un problema che quest’anno è diventato particolarmente drammatico. «Poi», racconta, «l’ho portato in processione, da solo, in una piazza vuota, nella Via Crucis del Venerdì Santo, durante il lockdown del 2020».

Duvivier nel suo peregrinare nella Bassa aveva visto il Crocifisso conservato nella Collegiata di San Bartolomeo a Busseto, la chiesa dove nel 1836 Verdi sposò la sua prima moglie, Margherita Barezzi, e se ne innamorò perché lo trovava perfetto per il film. Perché il Cristo ha la testa lievemente girata sul lato destro, come se stesse interloquendo con don Camillo e volesse voltare la testa quando il prete gli dice qualcosa su cui non è d’accordo, e un corpo longilineo e dalle lunghe braccia sottili, quasi per abbracciare tutti. Oggi svetta nella prima cappella a sinistra risalente al 1642 e restaurata nel 1846. Per questo sul sagrato della chiesa di Busseto ci sono i cartonati di don Camillo, interpretato dal mitico Fernandel, e Peppone, Gino Cervi.

«Si tratta», spiega il parroco di Busseto, don Luigi Guglielmoni, «di un Crocifisso ligneo, di grandi dimensioni, degli inizi del 1400, ottimamente conservato. Forse in origine era il Crocifisso dell’altare maggiore della bella chiesa iniziata nel 1339 per volere del marchese Uberto Pallavicino, poi ampliata e riconosciuta “Collegiata” con Bolla papale del 9 luglio 1436». Davanti all’icona c’è un cartello che spiega cos’ha a che fare con i film su don Camillo e Peppone.

«Il Crocifisso resta lì, in alto e silenzioso, invitando a sostare un momento e ad alzare lo sguardo oltre l’immediato», riflette don Luigi, «Guareschi è stato geniale nel far dialogare il Crocifisso con don Camillo. Ma quel Cristo in croce continua a “parlare” a quanti ogni giorno vengono ad accendere un cero, a consegnargli la propria croce e a cercare speranza».

Per girare il film, Vivier fece scolpire un Crocifisso sul modello di quello di Busseto in legno di cirmolo, un legno leggero perché Fernandel faceva fatica a portare pesi, con le teste di legno intercambiabili a seconda che nel film Gesù dovesse ridere, piangere o arrabbiarsi nei dialoghi con il prete. Finito il film, se ne erano perse le tracce. Poi è stato ritrovato in un magazzino di Cinecittà. I cittadini di Brescello hanno voluto riportarlo nella loro città, dove è stato restaurato e pulito e da cinquant’anni si trova nella chiesa parrocchiale, dove molti vanno a pregare e accendere un cero.

Busseto ha ispirato, Brescello ha conservato. Da oggetto di scena a oggetto di culto e di devozione popolare. Una storia che sarebbe piaciuta a Guareschi al quale San Giovanni XXIII, lettore avidissimo dello scrittore, voleva affidargli di scrivere un commento al Catechismo. Giovannino conobbe di sguincio l’idea papale. E se ne stupì.

Studiosi a confronto sul cinema e l’audiovisivo nella storia del cattolicesimo

Il convegno a Roma organizzato da Cast

In corso fino al 10 giugno a Roma il convegno internazionale “La storia del cattolicesimo contemporaneo e le memorie del cinema e dell’audiovisivo”, organizzato dal centro di ricerca Cast “Catholicism ad audiovisual studies”. Presentati gli studi in corso per la catalogazione e la conservazione di un patrimonio storico fondamentale

Offrire un primo “stato dell’arte” sulle fonti audiovisive e le pratiche di ricerca per lo studio della storia del cattolicesimo contemporaneo.  Questo si propone il convegno internazionale su “La storia del cattolicesimo contemporaneo e le memorie del cinema e dell’audiovisivo” organizzato oggi e domani a Roma, nel Centro Studi Americani di Palazzo Antici Mattei, dal Centro di ricerca Cast – “Catholicism and Audiovisual Studies” dell’Università Telematica Internazionale UniNettuno, con la collaborazione, tra l’altro, della Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura.

Le sfide aperte dalla svolta digitale

Oltre quaranta relatori, da questa mattina, si stanno confrontando sulle sfide “e le frontiere aperte dalla svolta digitale sia per le politiche di conservazione del patrimonio storico legato all’audiovisivo, sia però anche per le scelte metodologiche che caratterizzano i nostri progetti di ricerca accademica” ha spiegato nel discorso introduttivo il fondatore e presidente di Cast, monsignor Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e di quella delle Scienze Sociali. Nel pomeriggio di giovedì, infatti, i direttori delle più importanti istituzioni cinetecarie italiane, dall’Archivio storico Luce alla Cineteca del  Centro sperimentale di cinematografia, moderati dal vicedirettore editoriale del Dicastero per la Comunicazione Alessandro Gisotti, dibattono proprio su questi argomenti in una tavola rotonda dal titolo “Il patrimonio cinematografico sul cattolicesimo: tecnologie digitali tra conservazione e descrizione, restauro e filologia del film”.

Protagoniste le istituzioni che conservano audiovisivi

Un importante appuntamento internazionale che ha chiamato anche a raccolta le istituzioni piccole e grandi di varia tipologia (cineteche, archivi, biblioteche) che conservano materiale audiovisivo legato a realtà cattoliche ed enti ecclesiastici “con l’intento – chiariscono gli organizzatori – di mappare l’esistente e procedere a un raffronto teorico e tecnico sulle pratiche d’archivio audiovisivo”.

Il caso mediatico di Don Vesuvio

Già nella mattina di giovedì, Massimiliano Gaudiosi, dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa ad esempio, ha presentato la ricerca avviata su documentari e programmi televisivi italiani e internazionali dedicati a “Don Vesuvio”, il soprannome del sacerdote napoletano Mario Borrelli, scomparso nel 2007, che nel secondo dopoguerra si travestiva da “scugnizzo” per vivere per alcuni mesi in mezzo ai senzatetto, fino a creare la “Casa dello scugnizzo” per aiutare almeno i più giovani ad inserirsi nella società. Di lui si occuparono a lungo media italiani e stranieri, aiutandolo così a raccogliere fondi per le sue opere benefiche. La ricerca di Gaudiosi, su documenti inediti dell’archivio privato del sacerdote, mira a far luce “su una figura il cui impatto sull’immaginario cattolico del dopoguerra è stato troppo trascurato”. “L’attenzione – spiega il ricercatore – sarà posta in particolare sulla grande disinvoltura con la quale un rappresentante del clero”, diventato rapidamente uomo di copertina e protagonista di film ed inchieste per cinema e tv, “sia riuscito a portare al centro dell’attenzione mediatica i problemi di Napoli e dei suoi giovani, mostrando però anche i progressi di un efficiente modello assistenziale”.

Vaticana News

“The Oratory”: dalle strade di Lagos il grido dei poveri e della terra

Presentato in anteprima in alcune sale cinematografiche d’Europa, il lungometraggio prodotto e diretto dal regista nigeriano Obi Emelonye che narra le vicende di un gruppo di ragazzi di Lagos la cui sopravvivenza, non di rado, si lega alla criminalità. Dietro uno scenario a tinte fosche, segnato dal degrado e dalla povertà, la luce della Laudato si’ nella moderna rivisitazione della figura di san Giovanni Bosco e nel desiderio dei giovani di contribuire alla causa dell’ambiente

Giovani in formazione al Don Bosco Child Protection Centre

“Entrerete molto in sintonia con questo film, perché stiamo promuovendo proprio la causa di Papa Francesco”. Così don Cyril Odia, salesiano originario della Nigeria, attualmente direttore del “Centro Santa Caterina” di Maynooth, Irlanda, e produttore esecutivo del lungometraggio ‘’The Oratory, St. John Bosco African Story’’, ha voluto subito mettere l’accento sulla connessione che esiste tra questo racconto e l’enciclica Laudato si’.  Si tratta di una rivisitazione moderna della figura di don Bosco e del carisma salesiano calato in una rete di relazioni e paesaggi africani. Uno spaccato sulla situazione di povertà e degrado presente oggi a Lagos, la città più popolosa della Nigeria, nella quale la cura per la Casa comune e per la legalità si rivelano invece tracce di salvezza umana e cristiana.

Nigeria: una terra dai mille volti

Collocato nella zona centro-occidentale dell’Africa, suddiviso in 36 stati, la Nigeria, tra i dieci più popolosi al mondo, è un Paese dai mille volti: si stima infatti una popolazione di 211 milioni di abitanti, ripartiti in circa 250 gruppi etnici ed è caratterizzato dalla presenza di oltre 500 lingue locali. Questa nazione, pur non essendo territorialmente la più vasta, si è ricavata una posizione di rilievo nell’Africa occidentale, per la sua vivacità culturale. Si tratta inoltre di uno dei pochi Paesi africani che ospita agenzie di produzione cinematografiche di rilievo, come la The Nollywood Factory, casa produttrice di “The Oratory”. La Nigeria com’è noto, risente anche di un sensibile squilibrio economico: secondo quanto dichiarato dal Nigerian Nation Bureau of Statistics nel 2020, il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, dato questo, che potrebbe crescere in conseguenza alle difficoltà indotte dalla pandemia. Risuona ancora forte l’appello che monsignor Ignatius Kaigama, arcivescovo di Abuja, ha lanciato dalla parrocchia di San Matteo nel marzo 2021: “dare da mangiare agli affamati è un imperativo etico e una potente forma di preghiera” e la Chiesa è in prima linea per ascoltare questo grido. In un Paese già sofferente per lotte intestine, attacchi terroristici e rapimenti che minano costantemente la convivenza civile e i delicati equilibri di politica interna, si aggiunge l’emergenza ambientale, segnata negli ultimi 50 anni, da una folle corsa all’estrazione del petrolio, totalmente incurante del rispetto degli ecosistemi e dell’ambiente. Da terra incontaminata e rigogliosa, la Nigeria, si sta trasformando in uno scenario molto preoccupante dal punto di vista ambientale: le foreste sono state deturpate dalle opere al seguito del passaggio degli oleodotti, l’aria inquinata dalla tecnica del gas flaring e le acque contaminate al punto da compromettere l’intero settore dell’alimentazione.  In questo contesto si inserisce anche l’opera dei Salesiani in Nigeria, impegnati sulla scia tracciata dalla Laudato si’ sul fronte dell’ecologia integrale che richiede tanto la tutela della dignità dell’uomo, quanto quella dell’ambiente che lo ospita.

La missione salesiana a Lagos

La società nigeriana però appare molto dinamica e determinata a partecipare al cambiamento. D’altra parte l’età media della popolazione è piuttosto bassa, ma la gran parte dei giovani sembra non avere un grande futuro, anche se molti sono quelli che desiderano offrire le proprie energie e talenti alla cura della Casa comune. Lagos, pur non essendo la capitale, oltre ad essere la città più grande e popolosa, è anche il centro commerciale ed economico dello Stato. Per questo motivo, come ha spiegato don Augustine Okeke, direttore dell’opera salesiana, molti giovani lasciano le proprie case, attirati dalla possibilità di lavoro, denaro e benessere ma una volta arrivati qui “si rendono conto di essere soli e di non aver nulla, finendo a vivere per strada”. È proprio nella difficoltà che i ragazzi incontrano la presenza dei Salesiani, grazie ai quali trovano aiuto, sostegno morale e psicologico. Successivamente, attraverso l’aiuto degli enti pubblici, il supporto si sposta nel Centro salesiano per la protezione dei minori (DBCPC), all’interno del quale i religiosi vengono affiancati da operatori professionali, nell’opera di formazione e prevenzione. I Salesiani sono impegnati, in Nigeria, anche nel dialogo interreligioso con l’obiettivo di costruire, soprattutto attraverso l’apporto delle nuove generazioni, una società più inclusiva e improntata al dialogo.

La trama

“The Oratory” è un film che racconta la storia di don Michael Simmons, interpretato dall’attore Rich Lowe Ikenna. Don Michael è un prete salesiano di origini statunitensi che viene inviato nella parrocchia di Ikoyi, a Lagos, frequentata da gruppi di fedeli benestanti che non vedono di buon occhio che il loro parroco desideri occuparsi anche dei ragazzi di strada. Don Michael si interessa, in particolare, alle condizioni dei bambini di una baraccopoli chiamata Makoko, intrappolati in un sistema criminale che non permette loro di riscattare la propria esistenza e si prodiga per salvarne quanti più possibile fondando poi un oratorio, ispirato completamente all’opera di don Bosco. Va evidenziato, per comprendere meglio il contesto nel quale è stata ambientata buona parte del film, che nel 2012, alcuni ufficiali del governo nigeriano hanno tentato di eliminare l’insediamento di Makoko, ritenuto “imbarazzante per l’immagine della città”, attuando uno sgombero forzato e incendiando la baraccopoli, azioni che hanno innescato un effetto domino di disagi con ricadute pesanti sull’intera comunità cittadina. “La scelta di questa location – ha affermato don Odia, produttore esecutivo e consulente del film – è stata funzionale a mettere in evidenza le condizioni ambientali critiche, dovute all’inquinamento e alla povertà, tali da peggiorare ulteriormente la situazione di chi vive la precarietà in questo ambiente”. La pellicola è stata realizzata dalla The Nollywood Factory, una casa cinematografica nigeriana, in collaborazione con i Salesiani Don Bosco, ed è stata diretta dal regista pluripremiato Obi Emelonye, originario della Nigeria e ora residente nel Regno Unito. Il cast ha visto recitare insieme attori professionisti e decine di bambini provenienti proprio dalla baraccopoli di Mokoko: un’idea proprio di don Odia, secondo il quale le opportunità e le esperienze positive offerte ai giovani possono rafforzare l’autostima e orientare trasformazioni positive. La prima assoluta del film è avvenuta nel settembre 2021 a Dublino, suscitando interesse per la singolare iniziativa e riscontri di critica molto incoraggianti. In Italia il lungometraggio è stato proposto in anteprima nazionale nell’ ottobre 2021 all’interno del teatro di Valdocco, il luogo dal quale ha avuto origine e si è propagata nel mondo l’opera di don Bosco, e nel mese successivo è stato proiettato per la prima volta nelle sale di Lagos e Abuja, capitale della Nigeria.

Festival. A Todi il cinema indaga il tema del male

La ricca rassegna “Mysterium iniquitatis” proietta sino al 2 maggio i grandi film di Friedkin, Malik, Avati, Sokurov che hanno come tema il diavolo, introdotti da sacerdoti e uomini di cultura

Il film "Faust" di Alexander Sokurov

Il film “Faust” di Alexander Sokurov

Avvenire

«Di cosa parliamo quando parliamo di diavolo? Una domanda ancora necessaria per l’uomo moderno che non smette di sperimentare le atrocità del male, tra guerre e violenze indiscriminate». Una presenza, tanto più attiva quanto più rimossa dalla cultura contemporanea, cui l’associazione “CineMA- Cinema Medicina dell’Anima” dedica la rassegna filmica Mysterium iniquitatis: all’insegna del politicamente incorretto. L’ampia galleria di capolavori con protagonista il diavolo (sotto il patrocinio del comune di Todi e della diocesi Orvieto-Todi, e a cura della associazione CineMA-Cinema Medicina dell’Anima) sarà proiettata nella centralissima sede della Vetrata sotto i Voltoni dei Palazzi Comunali che si è aperta il 21 aprile per concludersi il 2 maggio.

Occasione per fruire di gioielli del cinema ma anche per interrogarsi su domande comuni a tutti, credenti o meno. Perché tanto male nel mondo e da dove viene? Possiamo difenderci o dobbiamo rassegnarci al suo imperversare? Un suggestivo intervento di monsignor Nazzareno Marconi sul Diavolo nella Bibbia ha aperto le giornate fissando i termini del problema. «Il male – ha ricordato lo studioso – viene dal cuore dell’uomo quando si allontana da Dio e il diavolo vince quando riesce a separare l’uomo da Dio…dal greco “diabàllo” che significa separare».

Un primo esempio dell’interferenza diabolica nelle vicende umane si è avuto con Vojtassak. I giorni dei barbari, film di Alberto di Giglio e Luigi Boneschi sulle persecuzioni staliniane. Sarà poi il turno del capolavoro di Terrence Malik (25 aprile, 20.45) che con La sottile linea rossa ha mostrato come un film di guerra possa essere, oltre che spettacolare, di alto profilo etico-metafisico.

Martedì 26 aprile doppio appuntamento: Don Vladimiro Bogoni che parlerà alle 19.00 di “Esorcismi e preghiere di liberazione” seguito dall’intenso Requiem di Hans Christian Schmid sul male sacro dell’epilessia. Il 27 aprile è protagonista Al Pacino in L’avvocato del diavolo di Taylor Hackford, pellicola sul libero arbitrio di fronte alla possibilità del male. Verrà introdotto da don Darek Kowalesky, parroco di San Terenziano, a proposito delle tentazioni sataniche nel mondo contemporaneo.

Anche il 28 e il 29 aprile doppi appuntamenti. Padre Carmine De Filippis parlerà della presenza del demonio nella nostra società a precedere Il rito, film con protagonista Anthony Hopkins. In questo interessante mistery di Mikael Hafstrom un seminarista americano giunto in Italia per studiare gli esorcismi vedrà messa a rischio la sua fede. Il 29 sarà lo psichiatra Tonimo Cantelmi (20.45) a introdurre in chiave scientifica il celeberrimo L’esorcista di William Friedkin. Uno dei poemi più noti dedicati al demonio è il Faust goethiano: l’omonimo film di Alexander Sokurov, proiettato il 30 aprile alle 20.45, racconta la storia della clamorosa caduta dell’angelo superbo.

 

Primo maggio stesso orario in compagnia di Pupi Avati e del suo horror padano Il signor Diavolo, sapido affresco di un’Italia anni ‘50 ancora profondamente cattolica. Chiude il 2 maggio un poeta contemporaneo come Davide Rondoni a confronto (ore 19.00) con le presenze luciferine dei Fiori del male di Baudelaire. Film di congedo con una nota di luce sarà un altro capolavoro di Terrence Malik con La vita nascosta. Un obiettore di coscienza si rifiuta di combattere per i nazisti: il maligno, in definitiva, non ha l’ultima parola