Elezioni. San Luca, la politica si arrende di nuovo. Nessuna lista nel paese dei clan

Nel centro calabrese tristemente noto per la sanguinosa faida tra i clan Nirta-Strangio e Pelle-Vottari, culminata con la strage di Duisburg si va indietro di 5 anni: torna il commissario prefettizio

San Luca d'Aspromonte (Reggio Calabria)

San Luca d’Aspromonte (Reggio Calabria)

avvenire.it

Niente voto a San Luca. Nessuna lista è stata presentata nel paese dell’Aspromonte patria di Corrado Alvaro ma, purtroppo, tristemente noto per la sanguinosa faida tra i clan Nirta-Strangio e Pelle-Vottari, culminata con la strage di Duisburg, per i sequestri di persona, i grandi traffici di droga. Il comune del santuario della Madonna della montagna di Polsi, luogo di profonda religiosità popolare ma anche dove la ‘ndrangheta teneva i propri vertici.

Ora a San Luca si tornerà indietro di cinque anni con un commissario prefettizio, così come era già stato dal 2013 al 2019, prima per lo scioglimento per condizionamento mafioso, poi nel 2015 per il non raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto al voto, e nel 2017 e 2018 perché nessuno aveva presentato liste. Così era rimasto come commissario Salvatore Gullì, dirigente della Prefettura di Reggio Calabria, che aveva ben amministrato al punto che i cittadini avevano scritto all’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, raccogliendo firme in suo favore, perché volevano restasse. Infatti nessuno si faceva avanti per candidarsi. I cittadini sostenevano che era inutile, perché poi il Comune sarebbe stato sciolto per mafia. «Il paese è piccolo e siamo tutti parenti e quindi sospettabili». Grande sfiducia e non solo alle comunali: alle ultime politiche ha votato solo il 22%.

Finalmente nel 2019 erano state presentate due liste, la prima “Klaus Davi sindaco di San Luca” con candidato a primo cittadino il noto massmediologo, una provocazione positiva. L’altra lista, “San Luca ai sanluchesi”, aveva come candidato sindaco Bruno Bartolo, infermiere in pensione, già vicesindaco, e con lui alcuni giovani. «L’ho fatto solo per amore del mio paese. E così anche chi si è candidato con me. Altrimenti non ci saremmo esposti – ricorda Bartolo -. Ho 75 anni, non avevo bisogno di fare il sindaco, quel poco di pensione che ho basta a me e a mia moglie». E vince, facendo dire al procuratore Nicola Gratteri, «ora San Luca può essere un paese normale».

Ma Bartolo ha deciso di non ricandidarsi. «Il 21 maggio – annuncia – faremo un incontro coi cittadini per dire perché, ma anche come abbiamo trovato il comune e come lo lasciamo, cosa siamo riusciti a fare e cosa non siamo riusciti». Ma intanto si sfoga. «Non ho più la forza. Sono stati cinque anni tremendi per me. Cinque anni pesanti in tutti i sensi. Certe istituzioni non mi hanno dato l’aiuto che dovevo avere. Certe criticità vanno aiutate non massacrate. In questi anni mi sono sentito molto solo, abbandonato. Non da tutti. La Regione mi ha sostenuto. E così anche il prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani (oggi a Palermo, ndr) che è stato la mia bussola».

Ma non mancano critiche ai cittadini. «Mi aspettavo che un gruppo di giovani si unisse per fare una nuova amministrazione. A San Luca ci sono più di 200 laureati, avvocati, ingegneri, medici, c’è di tutto. Ma non si fanno avanti, c’è contrarietà a impegnarsi nel comune. C’è rassegnazione». Ricorda con orgoglio i lavori per sistemare finalmente la strada per il santuario di Polsi. Ma, aggiunge «ho chiesto un Protocollo d’intesa per Polsi perché il Comune da solo non ce la fa, dai controlli a tutto il resto. Ho ricevuto un avviso di garanzia per omissione di atti d’ufficio perché non ho controllato le bancarelle della festa per vedere se chi c’era aveva i requisiti. Ma io ho solo una vigilessa. Mi hanno risposto di fare una convenzione con altri Comuni».

E allora il quasi ex sindaco alza bandiera bianca. «Facciamo un passo avanti e cinquanta indietro. Serve investire di più sulla scuola. San Luca ha bisogno di una scuola forte, che istruisca e educhi i bambini, coinvolgendo le famiglie». E i cittadini come stanno reagendo? «C’è chi mi dice di restare. Ma tanta gente dice “fate come la mucca, riempite il secchio di latte e poi ci date un calcio”». Però l’addio potrebbe diventare un arrivederci. «Non è detto che tra sei mesi o un anno non cambiamo idea ma con l’impegno preciso da parte delle istituzioni che devono esserci più vicine».

Politica e scandali. Genova, Bari, Torino: diteci quanto vale ancora il bene comune

Viaggio fra esponenti di associazioni e movimenti dopo la serie di inchieste: «Ripartiamo da reti e idee». La società civile lamenta il non dialogo con la politica e la rigenerazione possibile
Una delle manifestazioni di protesta organizzate in queste ore a Genova

Una delle manifestazioni di protesta organizzate in queste ore a Genova – Ansa

Genova non è Bari, travolta due mesi fa dall’iniziativa del ministro Matteo Piantedosi e poi da una raffica di inchieste intrecciate. E neanche Torino, dove lo scandalo è scoppiato poche settimane dopo intorno agli interessi cresciuti lungo l’autostrada Torino-Bardonecchia. La giustizia dovrà confermare la netta sensazione di queste ore che la Tangentopoli ligure sia qualcosa di molto più radicato e strutturale, ma intanto le storie di corruzione ricostruite dalle migliaia di pagine delle procure dei tre capoluoghi hanno in comune qualcosa anche peggiore della dinamica corruttiva in sé: il prezzo, spesso da saldo. Minipacchetti da qualche decina o centinaio di voti, passaggi gratis al casello o tessere giornaliere per lo sci; e poi cibo, valanghe di cibo, fra cene al ristorante, aperitivi in spiaggia a Monte Carlo, fino a un buffet di matrimonio. Davvero il bene comune ceduto in cambio di interessi personali vale così poco?

La domanda può suonare ingenua, ma è proprio qui che si avvelenano i pozzi più profondi. Ed è qui che queste vicende rischiano di allargare il solco – almeno quello percepito – tra le persone “qualunque” e i politici, tra la società e le istituzioni. Con due esiti ferali: più astensionismo e sempre meno disponibilità a dedicare del tempo e delle energie al bene comune. Le sfumature sono diverse, ma in questi giorni a Bari, a Torino e a Genova parlando con chi vi abita, con quella parte della società civile più sensibile alla politica e più impegnata nella prepolitica si respira un po’ di sorpresa, molta indignazione e un mix di preoccupazione per quello che lascerà tutto questo. Ma non rassegnazione: «Non può essere tutto così, non è tutto così», dice Monica Del Vecchio, che da appena due mesi è presidente dell’Azione Cattolica di Bari, incarico che «in questo momento della mia vita sembra un po’ una sfida», ha scritto sulla pagina web diocesana, parlando degli altri impegni di mamma e del lavoro. Lei alla “primavera di Bari” ci crede ancora, «perché il tessuto sociale è vivo e vivace, si respira un’aria buona, c’è energia», racconta. La corruzione? «Vedremo. Io so solo che tra i giovani vedo più voglia di impegnarsi e di prendere posizione su temi come la pace e la legalità, e questo accade anche tra chi non ha neanche 18 anni».

A Genova invece la sensazione è che finora sia solo emersa la punta di un iceberg di cui pochi vedono le dimensioni, ma che non ha colto tutti di sorpresa e spinge molti a non esporsi. «Ce lo aspettavamo, era nell’aria», dice Chiara Volpato, presidente Acli Liguria e già coordinatrice di Libera. Perché? «Troppe risorse dirottate su iniziative spot, di sola forma e zero impatto per i cittadini. E intanto a pagare il prezzo sono state la sanità, le infrastrutture, il paesaggio». «Prima il pesto, poi la focaccia, Genova negli ultimi anni è diventata una sagra di paese, altro che capitale della cultura» rincara la dose Maria Pia Bozzo, con alle spalle una lunga militanza nella Dc, poi nel Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa e oggi presidente del circolo culturale Aldo Moro: «Qui a Genova stiamo vivendo una delle ultime tappe di quel degrado culturale partito 30 anni fa a livello nazionale e che può essere combattuto solo con un ritorno allo studio, alla formazione: non ci si improvvisa amministratori. Non a caso spesso chi governa è espressione di potentati più che di visioni».

Il fatto è che anche nella società civile, compreso il laicato cattolico, «a fronte di una vitalità che resta palpabile faticano a venire fuori figure nuove, c’è un evidente problema di leadership». Motivo? «Veniamo da lunghe stagioni di conformismi, che spesso hanno tarpato le ali a chi poteva emergere». E la politica non ha aiutato: «Il tessuto sociale non ha perso vitalità, anzi – ragiona Volpato – Ma ha visto inaridirsi tutti i contatti con le istituzioni: non ci ascoltano, non ci ricevono». Nell’asse che manca e va ricostruito, tra istituzioni e società civile nelle sue forme organizzate, c’è il punto chiave per Annamaria Furlan, genovese, segretaria della Cisl fino al febbraio 2021 e oggi senatrice Pd. Ma non ne fa, per forza, una questione di schieramenti: «A Genova, ma non solo, la politica va rigenerata. E solo associazioni, movimenti, sindacati possono farlo. È questione di coraggio, ma anche di spazi e di reciproco riconoscimento: non ci si può ricordare della società civile solo quando si è in campagna elettorale, serve un coinvolgimento vero che possa avvicinare le istituzioni e la politica a tutti i mondi che, nei fatti, fanno prepopolitica» dice rivolgendo un vero e proprio appello «a tutte quelle energie che ancora vedo in città: è ora di azzerare e di mobilitarsi per un ricambio di persone ma anche di dinamiche». In cui ci sia anche uno spazio intermedio tra il micro e il macro, «un luogo dove fare sintesi tra interessi particolari e bene comune», ragiona la vicesindaca a Torino (un passato di impegno nel laicato cattolico) Michela Favaro, sul treno di ritorno da Roma, dov’era per gli Stati generali della natalità: «Manca l’intermediazione del pensiero politico, che sia un partito o anche solo una società civile che sappia formarsi». In pratica manca una rete, che prima possa spingere e poi sorreggere, «e senza la quale è ovvio che chi amministra si senta solo: tocca a noi trovare gli spazi di mediazione, che per forza di cose non accontenteranno tutti».

Tra un mese esatto si vota per le Europee, primo termometro – con l’affluenza prima ancora dei risultati – dello stato di salute della società civile. Scontato cadere in «facili moralismi», avvertiva pochi giorni fa l’arcivescovo di Bari, Giuseppe Satriano, nella lettera inviata alla città per la festa di San Nicola. Ma è un modo per limitarsi al presente, se non al passato. E invece, per un futuro diverso c’è «la necessità di persone capaci di progetti audaci e non di facili promesse; uomini e donne, testimoni di una vita donata, non legata a interessi di parte e speculazioni, che sappiano elargire fiducia e speranza per tutti e non garanzie per pochi». Valori senza prezzo.

avvenire.it

Politica / Prendersi cura della democrazia

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La democrazia è in crisi. La frase la sentiamo ormai ripetere molto spesso ma ha, purtroppo, un solido ancoraggio nella realtà. La democrazia è in crisi in tutto il mondo: dopo decenni in cui il numero degli stati democratici è stato in costante aumento, ora ci troviamo di fronte a una preoccupante involuzione. E anche le democrazie storicamente più stabili – si pensi agli Stati Uniti – sono in una fase di grande difficoltà.

E da questa crisi non è certo immune nemmeno l’Italia. Per capirlo è sufficiente osservare il tasso di astensionismo e il drammatico calo della partecipazione: milioni di italiani non credono più che la democrazia possa essere uno strumento per migliorare le loro vite. Pensano – non sempre a torto – che i politici abbiano ormai strumenti spuntati per agire e che le grandi decisioni vengano comunque prese altrove. I partiti sono ormai dei comitati elettorali permanenti, incapaci di produrre idee coraggiose e innovative, o di selezionare una classe dirigente valida e in grado di affrontare le sfide del nostro tempo.

Cosa fanno i cattolici?
Qual è il ruolo dei cattolici in questo quadro così fosco? Anche nella Chiesa e tra i credenti si è purtroppo diffusa una forma di disillusione che produce frutti amari: da una parte la tentazione di relegare la fede a una sfera meramente privata, dall’altra azioni che mescolano sacro e profano, impegno democratico e spirito di crociata. Tanti preferiscono semplicemente tenersi alla larga dalla politica.

In una intervista[1] dello scorso 2 marzo, il sondaggista Nando Pagnoncelli ha spiegato che, quando vanno a votare, coloro che si dichiarano cattolici praticanti «appaiono poco o per nulla ispirati dal credo religioso: lo dimostra il fatto che il partito più votato dai praticanti assidui è risultato il PD alle europee del 2014, il M5s alle politiche del 2018, la Lega alle europee del 2019 e Fratelli d’Italia alle politiche del 2022». Vale a dire gli stessi partiti scelti dalla maggioranza degli italiani.

«Si ha una conferma – continua Pagnoncelli – di quello che Papa Francesco ha definito “uno scisma tra l’io e il noi”: perché, di volta in volta, l’orientamento del voto è determinato dall’aspettativa di un miglioramento della propria situazione individuale e familiare, in caso di successo di un dato partito (aspettativa che regolarmente viene poi delusa). Prevale un disinteresse per il bene comune, in antitesi al concetto di “politica come forma più alta di carità” (un’idea particolarmente cara a Paolo VI, ma già presente nel magistero di Pio XI). Insomma, fede e politica sono frammenti in larga misura sconnessi dell’identità individuale».

Verso la Settimana sociale di Trieste
Se c’è una crisi della democrazia anche i cattolici non possono dirsi immuni da quanto sta accadendo. Per questo è ancora più significativo il percorso che porterà alla Settimana sociale dei cattolici in Italia, in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio 2024. Una settimana che – come suggerisce il titolo – cercherà di portare i cattolici «al cuore della democrazia», rimettendo al centro il tema della partecipazione politica.

In vista di questo importante appuntamento, le pastorali sociali e del lavoro di Modena e Carpi, in collaborazione con il Centro F.L. Ferrari, hanno proposto una serata di dialogo fra il prof. Leonardo Becchetti e il vescovo Erio Castellucci, moderata dal direttore di TRC Ettore Tazzioli.

«Il problema – ha spiegato Becchetti – è che siamo entrati in un’era completamente diversa, quella del digitale. Il mondo sta andando a una velocità incredibile e non ci rendiamo conto di quanto il digitale ha cambiato la persona». Secondo Becchetti la grande offerta di contenuti legata alle nuove tecnologie porta a un calo della partecipazione. Perché uscire la sera, partecipare a riunioni, partecipare a comizi se tutti i contatti posso averli direttamente sul mio smartphone? Per altri versi il digitale crea nuove forme pericolose, perché «sui social l’obiettivo è trasformarti in una bandierina e farti litigare».

Ci sono poi problemi strutturali: «Studi dimostrano che, di fronte alle disuguaglianze, le persone partecipano meno e sono più facilmente preda di complottismo e populismo». Secondo Becchetti è possibile individuare una specie di «partito della paura, quello di chi continuamente specula sulle nostre paure: quella dei migranti, quella della sicurezza, quella della transizione ecologica».

Citando Fratelli tutti, Castellucci ha spiegato che «le forme non istituzionali come il volontariato siano molto importanti ed esprimano le energie più belle. Ma il volontariato non è la forma più piena di partecipazione, è la politica. Parola inquinata ma la partecipazione strutturata e progettuale alla vita di un paese è la forma più alta di carità. Il fatto che sia in crisi interpella la comunità cristiana perché qualche responsabilità ce l’ha anche la Chiesa».

Il vescovo di Modena ha richiamato, implicitamente, le scelte della stagione di Ruini. «Qualche decennio fa, quando sono caduti i partiti cosiddetti ideologici, forse la Chiesa in Italia si è assunta un compito di rappresentanza e quasi di sostituzione troppo diretto. In qualche maniera depotenziando l’iniziativa dei cattolici. Questo ha condotto ad una sorta di delega: quello che dicono i vescovi è la linea. C’è in mezzo una necessità di responsabilizzare i cittadini che probabilmente è stata in parte lasciata cadere». Per Castellucci anche il digitale impone sfide nuove. «Abbiamo l’illusione di essere in contatto con il mondo ma in realtà, si creano delle bolle in cui trovo chi la pensa come me. Ma la democrazia è basata su dialogo, confronto e tentativo di raggiungere un compromesso».

In cerca di possibili soluzioni
Quali soluzioni? «Oggi le risposte politiche ai problemi le abbiamo – ha dichiarato Becchetti – ma per poterle applicare serve un’azione da parte di tutti». Fra queste il dazio etico, per bloccare i prodotti che provengono da Paesi extra-UE, fatti senza rispettare norme ambientali e diritti. Altra questione è la global minimum tax, una tassa minima che impedisce lo spostamento dei profitti nei paradisi fiscali. Su entrambi l’Europa si sta muovendo.

«La Provvidenza scrive sulle righe storte della storia, a un certo punto si mettono in moto meccanismi. Pensiamo alla transizione ecologica, al di là di chi fa propaganda a partire dalla paura: oggi le fonti rinnovabili sono così più convenienti rispetto alle fonti fossili che sarebbe da stupidi continuare con petrolio e carbone». Senza considerare un altro tema, molto caro a Becchetti: il «voto con il portafoglio». I cittadini-consumatori hanno un enorme potere quando acquistano i prodotti e scegliendo quelli più «etici» possono contribuire a un grande cambiamento.

Per Becchetti è necessario mettere in contatto le migliori energie interessate al bene comune, anche non necessariamente cattoliche. Un’idea da cui è nato Piano B, «non un partito ma piuttosto uno spartito», come dicono i promotori del progetto, fra i quali lo stesso Becchetti, Cartabia, Giovannini, Rosina, Magatti e Zamagni.

Da questo progetto è nato un libro (uscito lo scorso febbraio) e un sito internet che vuole raccogliere le esperienze sui territori e aiutare la politica a seguire questi valori. Proprio in questi giorni si terranno importanti presentazioni del libro a Roma e a Milano, ma ne sono già state fissate molte altre in più di una decina di città italiane. Insomma, serve un’alleanza che, dal basso, riporti al centro della politica i temi della generatività, dell’economia sociale di mercato, dell’ecologia integrale.

Il percorso vedrà inevitabilmente coinvolto anche il mondo cattolico, il quale non può però essere l’unico attore in campo. Un modello da cui partire, secondo il vescovo Castellucci è quello dell’Assemblea costituente. «Se usciti da un ventennio di dittatura ci sono stati uomini e donne capaci in un anno e mezzo di arrivare alla nostra Costituzione, ci sono sicuramente speranze anche oggi. La nostra Costituzione è quasi commovente per come è arrivata a fondere insieme le istanze del cattolicesimo democratico, del mondo socialista-comunista e di quello liberale. Lì c’è stata una convergenza e una capacità di dialogo che ci devono sicuramente ispirare. E anche oggi ci sono tanti germi positivi da cui ripartire».

[1] https://labarcaeilmare.it/persone-e-societa/come-votano-i-cattolici-intervista-a-nando-pagnoncelli/

democrazia

Fonte. settimananews.it

Cattolici e politica. Possamai: «Spendersi per il bene comune vale, parola di sindaco»

Giacomo Possamai, 34 anni, è il più giovane primo cittadino della storia di Vicenza. «Non c’è più un partito cattolico ma i credenti hanno tanto da dire se sanno dare corpo al magistero della Chiesa»
Giacomo Possamai incontra i concittadini

Giacomo Possamai incontra i concittadini – Foto di archivio

Giacomo Possamai con i suoi 34 anni è il più giovane sindaco della storia di Vicenza. Ha fatto tutta la trafila nel Pd (responsabile giovanile provinciale e vice segretario nazionale, membro della segreteria con Enrico Letta, consigliere comunale, consigliare regionale, primarie) senza aver conosciuto i tradizionali filoni politici dei cattolici nel centro sinistra (Popolari, poi Margherita), già confluiti nel Pd. Ma ama definirsi cattolico in un partito in cui i cattolici lamentano di non essere tenuti nella dovuta considerazione e ritiene decisivo per la sua scelta politica l’impegno per il bene comune appreso da ragazzo nell’associazionismo. Conosce bene, da primogenito di 6 figli, il bello e le difficoltà di una famiglia numerosa, suo padre, Paolo, è stato direttore di diversi quotidiani locali del Triveneto.
Quanto ha inciso nella sua formazione l’esperienza associativa fatta?
Ho iniziato a 16 anni, a scuola. Fra le prime esperienze, che mi hanno forgiato, i week end socio-politici che l’Azione cattolica promuoveva, e promuove ancora, a Vicenza. Con un gruppo di giovani, ma non solo, si andava in una delle case dell’Ac in montagna, a Tonezza del Cimone. Si ascoltavano testimonianze, mi colpì molto quella di Giovanni Bachelet, il figlio dell’ex presidente di Ac ucciso dalle Brigate Rosse, autore di una celebre preghiera dei fedeli sul perdono ai funerali del padre.
Pagnoncelli e De Rita sostengono che è il senso del bene comune che si è smarrito. Oggi Moro e Bachelet forse farebbero fatica a farsi apprezzare…
Il fatto è che nella Prima Repubblica, e per una certa fase nella Seconda, i cattolici, anche attraverso i movimenti giovanili, svolgevano un ruolo importante nella formazione e selezione dei giovani. Erano luoghi di crescita, anche per chi poi non sceglieva l’impegno politico. Oggi questi luoghi scarseggiano o mancano del tutto.
I social sono un male o riempiono un vuoto?
Non so se sono un male, sicuramente manca un pezzo. Conoscere e frequentare esponenti della politica o della società civile impegnati è diverso dal leggere un articolo on-line o dal vedere un video su Instagram. I social hanno lati positivi, ma non possono essere l’unica fonte di approfondimento.
Chi si impegna in politica provenendo da quel mondo non è lasciato un po’ solo?
Io a Vicenza ho la fortuna di avere un confronto costante con gli ambiti in cui sono cresciuto. Le parrocchie restano una delle realtà più radicate e capillari delle nostre città, un luogo di confronto e stimolo fondamentale, ma anche di impegno sociale.
Quindi il “segreto” per la promozione del bene comune è restare ancorati al mondo da cui si proviene?
Per me lo è, ma dovrebbe esserlo per qualsiasi amministratore. Il mondo cattolico è così articolato e presente, chiunque dovrebbe confrontarsi con esso per le proposte che è in grado di offrire e il coinvolgimento dei cittadini che realizza.

Per chi vuole impegnarsi per il bene comune che suggerimenti dà?
Il primo suggerimento è di farlo. Impegnarsi in politica è bello, anche da semplici militanti: si dà un contributo, ma si cresce pure, si impara tanto. Il Papa sul tema dei beni comuni e della fratellanza è uno stimolo alla partecipazione per tutti.
Questa collaborazione ha prodotto già risultati visibili?
Ci sono settori, non solo a Vicenza, in cui senza la collaborazione della diocesi e dell’associazionismo non potremmo far fronte: penso ai senza fissa dimora, ma anche alle eccedenze alimentari messe a disposizione delle famiglie in difficoltà. Un altro ambito sui cui stiamo ragionando con la diocesi è una rete di spazi dedicati ai giovani, ma anche agli anziani, mettendo insieme i centri civici e gli oratori, in modo che in ogni quartiere ci siano luoghi di aggregazione. Perché il male del nostro tempo è la solitudine, serve un’alleanza forte per essere di aiuto.
E sulla denatalità?
È un altro impegno che ci siamo dati. In cinque anni vogliamo azzerare le rette per gli asili nido: siamo partiti da un primo taglio del 20 per cento. Certo servirebbero più risorse dello Stato, ma noi faremo la nostra parte. Stiamo poi anche pensando, sui servizi, di venire incontro alle famiglie numerose.
Ma allora non è vero che i cattolici non sono più incisivi, in politica?
Non esiste più un partito cattolico, ma i cattolici hanno tanto da dire, possono avere una marcia in più se il loro impegno è una testimonianza che dà corpo al magistero della Chiesa, che in questo momento è un’indicazione per tutti.
avvenire.it

Italia-Albania: Cei, incapaci di accogliere, soldi in fumo

Italia-Albania: Cei, incapaci di accogliere, soldi in fumo

“Oggi il Senato ha approvato l’accordo Albania-Italia per il trattenimento di migranti che la Guardia costiera salverà in mare. 673 milioni di euro in dieci anni in fumo per l’incapacità di costruire un sistema di accoglienza diffusa del nostro Paese, al 16° posto in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo rispetto al numero degli abitanti”, “673 milioni di euro veramente ‘buttati in mare’ per l’incapacità di governare un fenomeno, quello delle migrazioni forzate, che si finge di bloccare, ma che cresce di anno in anno”. E’ il duro commento di monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Commissione per le migrazioni della Cei e di Migrantes.
“Un nuovo atto di non governo delle migrazioni, di non tutela degli ultimi della terra. Una nuova sconfitta della democrazia”, sottolinea il rappresentante della Conferenza episcopale italiana.

ansa.it

 

“Giuseppe Dossetti. La politica come missione”

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Martedì 13 Febbraio 2024 alle ore 18.15, presso la Sala  Paganelli di Palazzo Europa (Via Emilia Ovest 101 – Modena) si terrà la presentazione del libro di Luigi Giorgi “Giuseppe Dossetti. La politica come missione”.
Alla presenza dell’autore dialogano: Daniele Menozzi,  Professore Emerito di Storia Contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa; Paolo Pombeni, Professore Emerito Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali all’Università di Bologna.
Modera l’incontro: Maria Elisabetta Gandolfi, Giornalista Caporedattrice de “Il Regno – Attualità”

Nel discorso di fine anno, il presidente della Repubblica evoca gli esempi virtuosi di tanti italiani che si dedicano agli altri

 Nel discorso di fine anno, il presidente della Repubblica evoca gli esempi virtuosi di tanti italiani che si dedicano agli altri, dalla gente di Cutro ai volontari che sono andati ad aiutare l’Emilia Romagna devastata dall’alluvione. Poi invita a restare «uniti» e lancia un appello al voto: «Per definire la strada da percorrere, è il voto libero che decide. Non rispondere a un sondaggio, o stare sui social»

Famiglia Crisitiana

Un discorso rivolto più ai cittadini che ai palazzi della politica. Un discorso che ricorda gli esempi virtuosi e di civismo di tanti italiani che spesso in silenzio, lontano dai riflettori, si prendono cura degli altri e si adoperano per un futuro migliore e per tutelare i diritti dei più fragili, poveri, indifesi. Un discorso contrassegnato da un afflato civico e da un senso di ottimismo non generico ma profondamente radicato in quello che il presidente della Repubblica vede nei suoi viaggi in giro per l’Italia, da Cutro all’Emilia Romagna devastata dall’alluvione e soccorsa da tanti volontari ai luoghi dove associazioni, parrocchie, comitati civici impiegano e utilizzano, ad esempio, i beni confiscati alle mafie.

Ma, al contempo, è come se il Capo dello Stato avvertisse un senso diffuso di sfiducia, di stanchezza, di rabbia, una disillusione generale di cui sono esempi la scarsa partecipazione alle elezioni («Votare, partecipare alle scelte della comunità, è un diritto di libertà»), alle degenerazioni del dibattito in rete e sui social media e ad alcuni problemi che sembrano incancrenirsi anziché risolversi: il lavoro povero, i femminicidi, gli affitti esorbitanti chiesti agli studenti soprattutto nelle grandi città e che molte famiglie non possono sostenere, la mancata parità tra uomo-donna, («non solo sul lavoro anche nel carico delle responsabilità familiari»), le liste di attesa nella sanità, le periferie dimenticate dallo Stato piene di «risentimento».

Sergio Mattarella parla per sedici minuti nella sala Tofanelli alla Vetrata, in piedi, con l’albero di Natale sullo sfondo. È il suo nono discorso da Capo dello Stato. Evoca l’unità della Repubblica che, precisa, «è un modo di essere. Uno stato d’animo; un atteggiamento che accomuna; perché si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà: solidarietà, libertà, uguaglianza, giustizia, pace. I valori che la Costituzione pone a base della nostra convivenza». Questi valori Mattarella, «nel corso dell’anno che si conclude» li ha visti testimoniati da tanti nostri concittadini «incontrati», spiega, «nella composta pietà della gente di Cutro, riconosciuti nella operosa solidarietà dei ragazzi di tutta Italia che, sui luoghi devastati dall’alluvione, spalavano il fango; e cantavano “Romagna mia”». LI ha letti «negli occhi e nei sorrisi, dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizzaut. Promossa da un gruppo di sognatori. Che cambiano la realtà. O di quelli che lo fanno a Casal di Principe. Laddove i beni confiscati alla camorra sono diventati strumenti di riscatto civile, di impresa sociale, di diffusione della cultura. Tenendo viva la lezione di legalità di don Peppe Diana».

Mattarella tocca i temi più stringenti e ringrazia papa Francesco per il suo «instancabile magistero» a favore della pace. Su questo tema, il presidente invita a cambiare mentalità: «È indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace. Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità. Sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace. Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto, di quelli che hanno scatenato i conflitti».

Mattarella ricorda che «Impegnarsi per la pace significa considerare queste guerre una eccezione da rimuovere; e non la regola del prossimo futuro. Volere la pace non è neutralità; o, peggio, indifferenza, rispetto a ciò che accade: sarebbe ingiusto, e anche piuttosto spregevole. Perseguire la pace vuol dire respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati. Che mette a rischio le sorti dei rispettivi popoli. E mina alle basi una società fondata sul rispetto delle persone», sottolinea il Capo dello Stato, «per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi. Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera. Dipende, anche, da ciascuno di noi. Pace, nel senso di vivere bene insieme. Rispettandosi, riconoscendo le ragioni dell’altro. Consapevoli che la libertà degli altri completa la nostra libertà». E ricorda che «la guerra non nasce da sola. Non basterebbe neppure la spinta di tante armi, che ne sono lo strumento di morte. Così diffuse. Sempre più letali. Fonte di enormi guadagni. Nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini. Dalla mentalità che si coltiva. Dagli atteggiamenti di violenza, di sopraffazione, che si manifestano».

 

Niente sfida. Musk: Zuckerberg rifiuta il combattimento da antichi Romani

Rispondendo a un tweet del ministro Sangiuliano, Musk lo ringrazia e mette la parola fine all’ipotesi di sfida in un sito archeologico italiano
Elon Musk e Mark Zuckerberg

Elon Musk e Mark Zuckerberg – Fotogramma

avvenire.it

Non ci sarà nessun combattimento fra Elon Musk e Mark Zuckerberg. O almeno non nello stile e nell’ambientazione dell’antica Roma. Né a Roma, né a Pompei né altrove in Italia. A mettere fine alla questione è un tweet del numero uno di Twitter, Tesla e Space X, che riferisce il diniego del fondatore di Facebook e numero uno di Meta.

“Voglio ringraziare il ministro Sangiuliano – scrive Musk il rispondendo a un post del ministro della Cultura – per la gentilezza e la disponibilità nel voler organizzare un evento di intrattenimento, culturale e di beneficenza in Italia. Volevamo promuovere la storia dell’Antica Roma con il supporto di esperti e allo stesso tempo raccogliere soldi per i veterani americani e gli ospedali pediatrici in Italia. Zuckerberg ha rifiutato l’offerta perché non è interessato a questo approccio. Vuole solo combattere se è la Ufc organizzare l’incontro. Io comunque sono sempre pronto a combattere”.

La Ultimate Fighting Championship (Ufc) è un’organizzazione di arti marziali miste statunitense, con sede a Las Vegas.

Pupi Avati su Dante, suo valore è poesia non politica

 © ANSA

– Il suo Dante ha fatto commuovere 1.000 studenti di Civitanova appena ieri in una delle decine di proiezioni scolastiche con cui il film di Pupi Avati prolunga la sua vita oltre la proiezione in sala.

Il regista, che si è documentato per mesi diventando ancora più di prima un grande appassionato del Sommo Poeta, interpellato sulle dichiarazioni del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano giudica l’uscita, “sia detto senza alcuna polemica, un po’ pretestuosa.

Nel senso che il valore di Dante, il motivo per il quale è sopravvissuto fino ad oggi e oltre oggi è la sua dismisura poetica, immensa, misteriosa, non certo la sua posizione politica”. Avati riflette e aggiunge: “è anacronistica, visto che parliamo di 700 anni fa e di un contesto completamente diverso. Non la sua posizione politica nè la sua omniscienza lo ha reso immortale, considerato il tempo medioevale, e neppure l’uso del volgare, ma semmai il volgare applicato ad una opera poetica cosi vasta”. Nel film, con Sergio Castellitto-Boccaccio e Alessandro Sperduti-Dante, “mi sono ben tenuto alla larga dall’attribuirgli una posizione politica. Alcuni dantisti lo hanno analizzato per le sue scelte, ma Dante ‘si mise in proprio’, disgustato da tutto e il periodo peggiore della sua vita al quale attribuisce le sue disgrazie furono i due mesi in cui fu priore ‘scendendo’ in politica”. “Se penso a Dante – aggiunge Avati – e all’ideologia non mi verrebbe mai in mente la destra ma diciamo ad onore del vero che la visione delle cose del mondo di Dante è totalmente inapplicabile all’ oggi, con un mondo davvero diverso”. (ANSA).

Disabilità: quello che resta da fare

di: Samuele Pigoni
settimananews.it

Come vengono rappresentate le persone con disabilità nel mondo dei media? -  AccessiWay

Oggi siamo lontani dalla segregazione e dalla violenza che portarono alla chiusura dei manicomi e alla rivoluzione di Franco Basaglia, ma il percorso per promuovere i diritti, il benessere e la piena dignità delle persone con disabilità è una rivoluzione non ancora terminata.

Il 3 dicembre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata dedicata alle persone con disabilità, per promuoverne i diritti, il benessere e la piena dignità. È una data della quale tendenzialmente si accorgono e celebrano solamente le persone con disabilità, i familiari, gli addetti ai lavori, gli e le attivisti/e.

Eppure sono passati ormai 60 anni dai primi movimenti per i diritti delle persone con disabilità, dai primi disabilitiesstudies che hanno chiarito come le disabilità non siano più un ambito relegabile alla dimensione medica della cura e della protezione, essendo prima di tutto una questione di ordine sociale e di cittadinanza.

Va ricordato che con la Legge 3 marzo 2009, n.18 il parlamento italiano autorizzava la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità sottoscritta dall’Italia il 30 marzo 2007 e che la Convenzione, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006, rappresenta un risultato definitivo raggiunto dalla comunità internazionale in quanto strumento internazionale vincolante per gli Stati.

La Convenzione si inserisce nel più ampio contesto della tutela e della promozione dei diritti umani e conferma una volta per tutte in favore delle persone con disabilità i princìpi fondamentali di pari opportunità, di non discriminazione, di esigenza di pieni diritti di cittadinanza sulla base dei princìpi di autodeterminazione e uguaglianza con tutti. A tal fine la Convenzione modifica alla radice la definizione di disabilità promuovendone una diversa concettualizzazione che si fa mobile, sociale e relazionale.

Mobile perché si definisce come “un concetto in evoluzione” (preambolo), non definita a partire da un qualche ancoraggio bio-medico ma sottoposta al variare dello sguardo storico che la anima (il disabile è stato nelle epoche “mostruoso”, “deforme”, “subnormale”, “handicappato”); sociale, laddove dichiara che «per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con tutti» (art. 1 comma 2); relazionale, in quanto territorio di relazioni di potere tra lo sguardo abile della maggioranza disciplinante e il corpo disabile, disabilitato e discriminato (quando non segregato) da barriere materiali e immateriali.

E su questo la Convenzione è chiara, per “discriminazione fondata sulla disabilità” – infatti – si intende: «qualsivoglia distinzione, esclusione o restrizione sulla base della disabilità che abbia lo scopo o l’effetto di pregiudicare o annullare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo» (art. 2).

È discriminante tutto ciò che preclude il set di opportunità concrete che permettono di desiderare e vedere realizzata una vita nel mondo di tutti, a prescindere dalle caratteristiche individuali.

La Convenzione dispone che ogni Stato presenti un rapporto dettagliato sulle misure prese per adempiere ai propri obblighi e sui progressi conseguiti al riguardo. La legge italiana di ratifica della Convenzione ha istituito l’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità che ha, tra gli altri, il compito di promuovere l’attuazione della Convenzione ed elaborare il rapporto dettagliato sulle misure adottate di cui all’art. 35 della stessa Convenzione, in raccordo con il Comitato interministeriale dei diritti umani (Cidu).

Siamo lontani dalla segregazione e dalla violenza che portarono alla chiusura dei manicomi e alla rivoluzione di Franco Basaglia, ma il percorso di de-istituzionalizzazione fisica e immaginale, il riconoscimento alla persona con disabilità del diritto a una vita indipendente e progettata sulla base dell’uguaglianza con tutti, è una rivoluzione non terminata.

Un percorso che oggi è attuale e necessario e che investe i temi della casa in cui vivere, del lavoro cui aspirare, dell’affettività e della sessualità, del rapporto con la famiglia e dei dispositivi attuativi a disposizione dei sistemi socio-sanitari.

Siamo di fronte a un cambio di passo decisivo nella rappresentazione culturale delle disabilità (e per converso: delle abilità), nel riassetto dei servizi e dispositivi giuridici preposti alla tutela dei diritti di cittadinanza delle persone con disabilità, nei dispositivi pratici, educativi, relazionali con i quali costruire le capacità dei contesti (lavoro, scuola, quartiere) di eliminare le enormi barriere materiali e soprattutto immateriali residue. Barriere che abbiamo conficcate nello sguardo, molto spesso, anche in quello animato dalle migliori intenzioni.

Pubblicato sul sito della rivista Confronti. L’autore è direttore della Fondazione Time2, si occupa di management, progettazione sociale e filosofia.

Ponte Stretto: Salvini, commissario Valean apre ad aiuto Ue

 © ANSA

– La Commissione Europea sarebbe “onorata” di aiutare concretamente l’Italia nell’avvio del Ponte sullo Stretto, a patto siano formalizzati un solido piano finanziario e un progetto definitivo.

Lo ha confermato la Commissaria ai Trasporti Adina Valean al Vicepremier e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini.

Lo affermano fonti vicini allo stesso Salvini (ANSA).

Nuovi audio. Berlusconi torna sulla guerra: «Zelensky, non vi dico quello che penso…»

Nuove dichiarazioni, dopo quelle pubblicate ieri, in cui il Cavaliere ricostruisce la sua versione del conflitto. Per tentare di ricucire a Villa Grande sono arrivati Matteo Salvini e Carlo Nordio
Silvio Berlusconi e Vladimir Putin

Silvio Berlusconi e Vladimir Putin – Ansa

Nuovi audio pubblicati dall’agenzia LaPresse inguaiano il Cavaliere e, con lui, tutta la coalizione di centrodestra che si appresta a far nascere il nuovo governo. Sono sempre ricavati dall’incontro di martedì di Silvio Berlusconi con i parlamentari di Forza Italia alla Camera («Vi prego, però, il massimo riserbo», era stata la richiesta inascoltata) e danno la sua versione del conflitto tra russi e ucraini. E, in particolare, lasciano immaginare un giudizio tutt’altro che lusinghiero sul presidente ucraino Volodymir Zelensky: «Io non vedo come possano mettersi a un tavolo di mediazione Putin e Zelensky. Perché non c’è nessun modo possibile. Zelensky, secondo me… lasciamo perdere, non posso dirlo…”».

Ricalca, invece, affermazioni già fatte in tempi recenti da Bruno Vespa a Porta a Porta quando ricostruisce la genesi del conflitto: «Nel 2014 a Minsk, in Bielorussia, si firma un accordo tra l’Ucraina e le due neo-costituite repubbliche del Donbass per un accordo di pace senza che nessuno attaccasse l’altro», inizia il Cavaliere. «L’Ucraina butta al diavolo questo trattato un anno dopo e comincia ad attaccare le frontiere delle due repubbliche. Le due repubbliche subiscono vittime tra i militari che arrivano, mi si dice, a 5,6,7mila morti. Arriva Zelensky, triplica gli attacchi alle due repubbliche».

Berlusconi continua, sostenendo che a questo punto i separatisti erano andati da Putin e lui (seppur «contrario a qualsiasi iniziativa») dopo aver subito «una pressione forte da tutta la Russia» prende la decisione di «inventare un’operazione speciale», ossia arrivare a Kiev «in una settimana» e deporre Zelensky e i suoi ministri, sostituendoli con«un governo già scelto dalla minoranza ucraina di persone per bene e di buon senso». Un’operazione frenata dall’«imprevista e imprevedibile» ondata «di resistenza da parte degli ucraini, che hanno cominciato dal terzo giorno a ricevere soldi e armi dall’Occidente».

L’ex premier ha poi proseguito rimarcando, a suo dire l’assenza di leader «in Europa e negli Stati Uniti d’America» e aggiungendo: «Posso farvi sorridere? L’unico vero leader sono io…». Infine l’ultima dichiarazione registrata: «La guerra condotta in Ucraina è la strage dei soldati e dei cittadini ucraini. Se lui diceva ‘Non attacco più’, finiva tutto (…). Quindi se non c’è un intervento forte, questa guerra non finisce», ha concluso.

Queste nuove parole si aggiungono a quelle già pubblicate ieri, sempre da LaPresse, sui suoi rapporti con Putin, fatti di «lettere dolcissime» e regali reciproci. Proprio per questo oggi ha tentato di metterci una pezza Matteo Salvini (ormai sempre più calato nei panni del mediatore), andando a pranzo da Berlusconi a Villa Grande. Lo stesso capo del Carroccio, riferiscono fonti interne, in un colloquio con i responsabili economici del suo partito ha espresso «stupore» per le parole del leader di Forza Italia su Putin, ma ha anche rassicurato i suoi sul buon esito della partita governativa. L’ipotesi di Salvini è quella di «arrivare al giuramento già domenica, al massimo lunedì».

Nessuna dichiarazione ufficiale invece da Giorgia Meloni, anche se dal suo partito filtra tutta la sorpresa (eufemismo) per il nuovo e improvviso strappo del Cavaliere, aumentata dal fatto che è arrivata un giorno il ramoscello d’ulivo portato in via della Scrofa dall’ex premier azzurro. Il deputato di Fdi, Fabio Rampelli, si è limitato a dichiarare: «Non mi sembra che le posizioni di Berlusconi in politica estera siano le stesse di Giorgia Meloni».

Ma oltre alla politica estera, rimane il braccio di ferro sui ministri nella coalizione. Ieri il Cavaliere con i cronisti aveva dato per fatto un accordo su Elisabetta Casellati al ministero della Giustizia, presto smentito dal partito di Meloni. Anche su questo punto si tenta di mettere una pezza e stamattina Berlusconi ha incontrato, sempre a Villa Grande, Carlo Nordio, il favorito di Fdi come Guardasigilli. Un «incontro cordiale» secondo l’ex pubblico ministero, che ha rassicurato il Cav. («penso che le mie idee, espresse nei tanti volumi che ho scritto, siano condivise anche dal leader azzurro»).

da Avvenire