Elezioni. Giovani, il fantasma dell’astensione: «Questa politica non ci rappresenta»

Il 20% è sicuro di non andare alle urne, ma l’insoddisfazione per l’offerta elettorale sfiora il 50%. Gli esperti: pochi i ragazzi impegnati, per ora prevale l’incertezza
Giovani, il fantasma dell'astensione: «Questa politica non ci rappresenta»
Avvenire

La grande paura è la diserzione di massa. Se il primo partito il prossimo 25 settembre sarà l’astensione, come dicono oggi tutti gli istituti di ricerca, è la generazione Z, i nati dopo il 1997, a preoccupare. Perché le urne vuote per chi ha appena compiuto 18 anni sarebbero un segnale chiaro di disaffezione verso il Paese, un messaggio lanciato alla classe dirigente tutta: non ci rappresentate. Nonostante l’invasione di massa dell’ultim’ora dei leader politici negli spazi virtuali frequentati dai giovanissimi, la tentazione di tirarsi fuori è alta. È proprio la mancanza di credibilità e di autenticità del teatrino messo su in questo mese di campagna elettorale, a essere finita all’indice. Attenzione: questo non vuol dire che non esista una minoranza di giovani e adolescenti impegnati, che ci crede. A loro, in particolare, si rivolgeranno le sirene delle formazioni politiche nelle prossime, decisive quattro settimane. Però la semina di idee, messaggi e proposte sarà tutt’altro che facile e bisognerà evitare l’effetto boomerang. D’altra parte, è da tempo che i più giovani manifestano segnali di lontananza dalle istituzioni: secondo gli ultimi rapporti dell’Istituto Toniolo (Università Cattolica) due under 30 su tre pensano che la situazione in Italia sia peggiore rispetto al resto d’Europa. «La quota di giovani distaccata dalla politica può essere stimata vicino al 20% – afferma il ‘Rapporto Giovani’ dell’Istituto Toniolo – ed è legata al disagio socioculturale e alla scarsa fiducia nelle istituzioni». La rilevazione di Swg di inizio agosto quantificava in un 42% le persone astenute o non sicure di andare a votare. Mettendo in fila le motivazioni di questa scarsa propensione a recarsi alle urne, spiccava al secondo posto il fatto che «votare non serve a nulla», pensiero assai condiviso dalla generazione Z. Proprio il target 18-34 anni raggiunge il 48% tra le categorie con minor ‘disponibilità’ ad andare ai seggi, esattamente all’opposto di over 54 e pensionati.

Strade, panchine e social
Su una panchina di un paese della provincia di Milano, Federico e Yuri stanno ascoltando un brano di musica trap. Si parla di vacanze, delle ultime serate, si accenna a quel che si farà dopo la Maturità appena presa. Il voto del 25 settembre non è tra gli appuntamenti contemplati. Si fanno al massimo battute su Salvini, Meloni, Letta. Nulla di serio, però. Il politico è valutato alla stregua di un influencer, più o meno (molto spesso, meno) efficace. «Quanto è credibile un politico che si crea adesso un profilo sui social, per catturare la mia attenzione?» si chiede ad esempio Francesco, che nell’ultima settimana ha visto scendere nell’arena virtuale candidati di cui non conosceva neppure il nome.

Circola un video su Tik Tok, tra i più giovani, girato meno di un mese fa. Si vedono i volti in carrellata di 25-30enni, intercettati per strada in una periferia di Roma. Quel che colpisce è il grado di rassegnazione. Davanti alla telecamera si alternano studenti e lavoratori. «Il problema principale è l’Italia» dice il primo, che fa intendere una sfiducia totale nel futuro del Paese. «Votare? Semplicemente non mi interessa ». «Tutti dicono la stessa cosa, poi non fanno nulla. Quindi non voto e faccio prima ».

A queste latitudini, la campagna elettorale è come se fosse non pervenuta. Non interessa, semplicemente, anche se ci sarebbe ancora tempo per informarsi, farsi un’idea, discutere. E poi decidere. Si oscilla tra la voglia dispersa da qualche parte di provare a contare ancora e chi ha già deciso: i seggi non mi avranno. «Scelgono loro… io no» dice un altro, finché non si presenta un ragazzo dall’aspetto impegnato. «Sceglierò il meno peggio, non votare non è la soluzione» spiega. Insomma, c’è chi tenterà di restare sul pezzo, seguendo la giostra impazzita del voto, e chi ha già disattivato le antenne. «Auguro a tutti di cambiare Paese» spiega un altro intervistato, che poi accenna a una spiegazione. «I partiti nutrono un sacco di false speranze ». Il dibattito sui social non manca e più di uno fa notare che «è inutile che ci fanno votare, se poi ogni volta mettono un governo tecnico… »

Il grande disincanto
Come leggere questa grande disillusione? Come giustificare l’avvio anticipato dell’autunno dello scontento (giovanile)? « Ce stanno a fa’ morire di fame » sintetizza l’ultima voce. Secondo Lorenzo Pregliasco, esperto di comunicazione politica e cofondatore di Quorum/YouTrend, «la politica fa molta fatica a connettersi coi giovani, non da oggi. Con l’affluenza attesa a livelli più bassi della precedente tornata, è praticamente certo che l’astensione sarà il primo partito: un conto è calcolare in valore assoluto il 30% sugli aventi diritto, un altro è farlo, sia pur con lo stesso 30%, sul totale dei voti validi, che è più basso». Secondo l’esperto, il nodochiave da sciogliere è quello che gli addetti ai lavori chiamano «l’ecosistema informativo fluido. I nostri giovani non hanno, per la maggioranza, convinzioni forti e vivono dentro un palinsesto in cui tutto finisce per intrecciarsi: la foto su Instagrame il meme su Salvini, il post di Chiara Ferragni e le cinque cose da sapere su Fratelli d’Italia…».

Poi c’è l’elemento familiare, che pesa in modo diverso rispetto al passato, perché c’è chi guarda alla politica attraverso le lenti dei giovani: a volte sono madri e padri a seguire i figli influencer. «Per la generazione Z, la partecipazione politica è legata a singole issue, a singoli temi, un po’ come avviene come nei consumi culturali. Siamo alla politica on demand, con un 10% di elettori, anche tra i più giovani, che deciderà cosa fare all’ultimo momento» osserva Pregliasco. Voto last minute e grande volatilità, con giravolte possibili sulle scelte dei partiti, saranno dunque l’altro aspetto determinante. «Sul voto di settembre c’è grande indecisione da parte dei ragazzi» ha dichiarato nei giorni scorsi Michele Sorice, professore di sociologia alla Luiss. «I giovani costituiscono circa un terzo di coloro che sono incerti su chi votare. D’altra parte la campagna elettorale non è ancora entrata nei temi a loro cari, come il lavoro, il caro energia, l’università, l’Erasmus. Ho comunque la sensazione e il timore che l’astensione giovanile sarà maggiore di quella degli adulti. Sono molto pochi i ragazzi interessati alla politica fatta dai partiti, eppure sono tanti coloro che fanno volontariato e svolgono attività di impegno civico. La politica non riesce più parlare ai giovani e infatti solo l’1% di loro è iscritto a un partito ».

Quanto alle indicazioni di voto, la popolarità di leader come Giorgia Meloni e Matteo Salvini è un aspetto da considerare, così come la capacità di veicolare messaggi sui diritti civili da parte del Pd, mentre anche il Movimento Cinque stelle, dopo una fase di appannamento, sembra aver ripreso un certo appeal. Ma al momento sono solo brand da avvicinare con un misto di curiosità e diffidenza, simboli di un mondo che i giovanissimi continuano a sentire come lontano.

MATTEO E CARLO i due ego-leader costretti alle nozze

Una storia di stima, ma anche di stilettate. Fino alla coabitazione da molti prevista

Per anni si sono cercati e respinti, si sono ‘annusati’ e poi aggiornati a tempi migliori. Per molti, però, il loro destino era segnato: Renzi e Calenda dovevano finire assieme. Loro a lungo hanno rifiutato l’idea, cullandosi nei rispettivi ego che, refrattari come sono alle rigide regole di un partito ‘vecchio stampo’ come il Pd (che all’inizio li ha accettati prima di chiudere il rapporto a suon di male parole e stoviglie rotte), li ha portati a creare delle strutture partitiche personali, forse l’unico contenitore capace di veicolare idee che faticano evidentemente a trovare condivisione nel Paese. Così simili (per alcuni anche nel loro narcisismo e nella ricerca della ribalta mediatica, e per questo ha spiazzato ieri l’annuncio fatto senza telecamere, forse per far sbiadire il ricordo della conferenza stampa di Calenda con Letta) e così predestinati a una carriera da leader, era inevitabile che le loro strade si incrociassero, anche perché pescano nel medesimo elettorato, quello moderato e liberale che reclama modi decisi, idee innovative e riforme rimaste troppo a lungo nel cassetto. Matteo Renzi ha spesso rivendicato il merito di avere, se non scoperto, quanto meno lanciato nell’agone politico il volitivo e perentorio ‘rivaleamico’ Carlo Calenda, dapprima, con una mossa delle sue che spiazzò i diplomatici di professione («Visto che vi lamentate, vi mando uno più rissoso di me e bravissimo sui dossier: Calenda», disse loro) come rappresentante dell’Italia alla Ue e poi come ministro dello Sviluppo. Nacque in quei giorni «un certo rapporto umano», come lo definì l’allora premier. Quell’incarico procurò a Calenda simpatie anche sul fronte progressista, proprio per il suo carattere irruente, come quando si permise di definire «gentaglia», rifiutando d’incontrarli, i rappresentanti brasiliani della Embraco che volevano licenziare senza troppi impicci i dipendenti italiani. Tempi lontani, a giudicare da parole e toni usati dopo il brutale strappo di domenica scorsa, quando l’ex pupillo di Luca di Montezemolo ha annunciato il dietrofront rispetto al patto da lui stesso siglato col Pd 5 giorni prima.

Fra i due leader c’è sempre stata una stima reciproca di fondo, pur non essendo mancati i momenti, anche aspri, di confronto/ scontro, alternati ad abbracci e carezze. Come quando lo scorso febbraio, nei giorni dopo la rielezione del presidente Mattarella al Quirinale, Calenda disse: «Gli ho voluto bene a Renzi, è nato facendo il rottamatore, è finito che è diventato una versione modernizzata di Mastella», salvo poi urlare dal palco del congresso di Azione, appena 15 giorni dopo: «Renzi è stato il miglior presidente del Consiglio dopo De Gasperi!», frase che – a dire il vero – ha ripetuto spesso in questi anni. Sui social, regno incontrastato di ‘Callende’, com’è chiamato in una versione ironica, impazzano i video delle loro schermaglie. Ieri ne è subito stato rilanciato, anche dall’account di Forza Italia, uno del novembre 2021: «Non mi alleo con Renzi, l’ho detto 6 milioni di volte», diceva a La7 il segretario di Azione. A chi glielo chiedeva, Calenda ha sempre spiegato che era una la ragione che frenava la ‘grande intesa’: «In Occidente non esiste un caso di un parlamentare che prenda soldi da uno Stato straniero, per di più totalitario (l’Arabia Saudita, ndr).

A Renzi gliel’ho detto che deve finirla».

Ora, alla luce delle scadenze elettorali, anche questa remora è stata superata, si vedrà se più per convinzione o per interesse. «La realtà è che con Calenda abbiamo sempre discusso con affetto – disse Renzi nel lontano 2018 per spiegare il rapporto -, solo che lui adesso ha scoperto Twitter». Mezzo di cui, in effetti, l’ex ministro è diventato un mattatore, spesso senza peli sulla lingua nel ribattere a chi lo attacca. E ancora, in un’altra occasione: «Carlo non è cattivo, quando è tranquillo è un piacere parlarci, solo che a volte si lancia in previsioni da mago Otelma…». Insieme, hanno come obiettivo minimo quello di arrivare all’8%. Al di sotto, sarebbe un flop per quello che è stato già definito anche il ‘Terzo pollo’, a sottolineare l’attitudine polemica dei due. Quel che è certo, se l’intesa fra loro reggerà, è che ne vedremo delle belle. E già nessuno ‘sta sereno’.

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Ha spiazzato l’annuncio lontano dalle telecamere per due politici sempre sulla ribalta mediatica Un rapporto nato a Palazzo Chigi e che non lascia ‘sereno’ nessuno. Obiettivo minimo: l’8%

 

Campagna elettorale e democrazia UN’ECOLOGIA DELLA PAROLA

Eppure le parole non valgono più nulla. È questo il paradosso nel quale ci troviamo e che la campagna elettorale appena iniziata rende ancor più evidente. Promesse, commenti, opinioni, accuse. Si dice una cosa e il suo contrario. Tanto nessuno si ricorderà domani quello che è stato detto ieri.

Tutti parlano, gridano, esagerano per richiamare l’attenzione. Parole in libertà che non impegnano nessuno. La parola data non tiene più insieme le persone: quando viene meno la convenienza, un impegno preso può essere cambiato. Le cose che si dicono non implicano il rispetto della verità. Negli anni i cattivi maestri hanno insegnato che è vero solo ciò che raggiunge l’effetto. A prescindere da ogni referenza con il reale. Che cosa sono le fake news se non la traduzione digitale dell’uso cinico e strumentale delle parole? Se si lancia sui social una notizia falsa, caricandola di emotività e provocazione, il suo impatto comunicativo sarà comunque superiore alla rettifica che seguirà. Perché non provarci? Saper dialogare per arrivare a intendersi è un’arte sempre più rara. E così si moltiplicano i litigi che alimentano l’estenuante conflittualità tra chi si dovrebbe occupare del bene comune. Fino ad alimentare le tante guerre che insanguinano il mondo.

Viviamo in mezzo a un vero e proprio inquinamento comunicativo. Così, non sapendo più a chi credere, c’è chi cede alla tentazione di rintanarsi in nicchie chiuse dove si ascoltano solo quelli che la pensano allo stesso modo. Altri si fanno ammaliare da slogan che semplificano troppo. O addirittura da parole cariche di odio e di violenza. Nel flusso ininterrotto delle parole che, prive ormai di significato, passano senza lasciare traccia è la stessa idea di sfera pubblica il primo bene comune che viene perduto. Lo si vede in questi primi giorni di campagna elettorale: Calenda che si rimangia il patto elettorale sottoscritto due giorni prima. Azione e Italia Viva che si devono alleare, ma non si fidano l’uno dell’altro. Il Pd che negozia sottobanco con i 5S. Conte che parla come se non fosse stato parte del governo Draghi. Berlusconi che, aggiornando il suo vecchio slogan, promette «un milione di alberi». Salvini che se la prende con i migranti. Meloni che si dice pronta a risollevare l’Italia, senza però dire come. I tre che con toni diversi parlano di flat tax (al 23, al 15, incrementale), ma non spiegano quali servizi taglieranno per finanziarla. La sensazione è che i programmi siano elenchi di promesse che nessuno realizzerà mai. E dove le alleanze tra i partiti siano facciate che nascondono gelosie, rivalità, antagonismi. Destinate a disfarsi davanti alle prime curve della legislatura: come la coalizione di centrodestra, che mentre si dichiara unita a Roma, affila i coltelli per la candidatura di Palermo.

Nasce da qui la sfiducia diffusa nei confronti della politica parolaia, che parla sempre, ma combina poco. Le conseguenze possono essere molto pericolose per la democrazia. Perché laddove si smette di credere al valore vincolante delle parole, di assumersi la responsabilità di quello che viene detto, di condividere un senso che permette di dare una direzioni comune a quello che facciamo, è il potere di fatto che alla fine si impone. Senza giustificazione e legittimazione. Dissolta ogni critica nella confusione del flusso infinito delle opinioni equivalenti, è il potere di fatto, nella sua brutalità, ad affermarsi. Non si trova forse qui la ragione delle tante disuguaglianze, violenze, ingiustizie che sembrano delineare situazioni immodificabili e che perciò sembra addirittura impossibile mettere in discussione? È una malattia che si infiltra un po’ in tutte le democrazie contemporanee.

A partire dagli Stati Uniti d’America, che non sono mai stati così fragili. Ma che in Italia, a causa della debolezza delle nostre istituzioni, è particolarmente grave.

Logos (parola) viene dal verbo greco legein – che significa raccogliere, rilegare. In italiano questa radice etimologica la ritroviamo in legare, rilegare, ma anche in religione. E infatti attraverso la parola che è possibile ricostruire un senso, stabilire e mantenere delle relazioni, decidere di percorrere una strada insieme agli altrimenti, ricomporre una divergenza. Senza la parola diviene impossibile allearsi, promettere e persino intendersi. Il problema è che la parola, per non essere vuota e così annichilire la realtà, esige disciplina. L’idea che la parola sia puro strumento distrugge le relazioni, il senso, il mondo. È invece la parola che ci fa esistere come persone e che ci costituisce come società.

Per questa ragione è indispensabile pretendere da coloro che si candidano a gestire la cosa pubblica il rispetto dell’intimo legame che esiste tra le parole che si dicono, quello che si conosce e quello che si fa. Ma anche noi come elettori abbiamo delle responsabilità. Prima di tutto educandoci a non esporci a tutto, a qualunque cosa. Prima di accendere la tv o entrare nei social, verifichiamo le fonti. E impariamo ad alternare la confusione e il rumore con il silenzio e la riflessione. E poi ricordandoci che è quando siamo isolati che siamo perduti. Il discernimento è sempre il portato di una comunità di pratiche, di una vita associativa, di una esperienza partecipativa. La realtà può essere interpretata insieme. Solo con gli altri possiamo mettere alla prova le parole che usiamo e che sono usate da chi, troppo spesso, ci vuole abbindolare.

Per salvare la democrazia, occorre una nuova ecologia della parola.

Mauro Magatti

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