Disabili. “Dopo di noi”, quasi all’anno zero

da Avvenire

Secondo monitoraggio al Parlamento sull’attuazione della legge del 2016. Sono solo 6mila i beneficiari, concentrati in 12 Regioni e appena 380 gli alloggi nati per garantire una vita indipendente
"Dopo di noi", quasi all'anno zero

Siciliani

Siamo al paradosso dei soldi non spesi. Il che significa, perciò, che a rimetterci sono ancora i ragazzi disabili e le loro famiglie. Sul ‘Dopo di noi’, infatti, c’è una legge da più di tre anni (la n. 112/2016) che non solo stanzia dei fondi specifici – 90 milioni per il 2016, 38,3 milioni nel 2017, 51,1 milioni per il 2018 e 56,1 milioni per il 2019 – per interventi mirati all’autonomia e alla vita indipendente delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare. Ma la norma prevede anche degli strumenti fiscali – come il trust – che i genitori possono utilizzare per garantire una tranquillità economica e di vita ai figli disabili, una volta che loro non ci saranno più. Eppure a due anni dall’emanazione della legge – i dati disponibili infatti si fermano al 31 dicembre 2018 – sono appena 6mila i beneficiari, concentrati soprattutto in 12 regioni (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria). Tante infatti sono gli enti territoriali che, ricevute le risorse, le hanno ad oggi finalizzate e tradotte in azioni.

La seconda relazione sull’attuazione della legge 112/2016 recentemente trasmessa alle Camere – è arrivata con mesi di ritardo al Parlamento ed è relativa appunto ai primi due anni – fotografa così un quadro abbastanza sconfortante su come le novità della norma si sono tradotte in progetti in favore dei disabili. Troppo pochi, infatti, appena 6mila beneficiari su una platea potenziale stimata all’epoca della stesura della norma di 120mila persone, con la Lombardia che detiene il numero più alto di beneficiari (1568), seguita da Piemonte (1491) ed Emilia Romagna (1242). A volerne fare un identikit, sono in prevalenza maschi (57%), con un’età che varia da 26 a 55 anni e concentrati per il 39% in programmi per sviluppare l’autonomia, per poco meno del 30% in «percorsi programmati di accompagnamento per l’uscita dal nucleo familiare di origine» e per il 18% in interventi che prevedono «attività di supporto alla domiciliarità in soluzioni alloggiative». Non meno sconfortate il numero della ‘case Dopo di noi’, le abitazione che potevano essere finanziate dalla legge per la coabitazione dei disabili ricreando il clima familiare, che si fermano ad appena 380 su tutto il territorio nazionale e si concentrano in particolar modo nel Centro-Nord, con la Toscana (179) che fa la parte del leone, seguita a grande distanza da Lombardia (50) e Veneto (42). Sul fronte delle agevolazioni fiscali per le famiglie – una delle novità che nel 2016 creò più dibattito fu proprio l’introduzione del trust, lo strumento che permette di amministrare il patrimonio familiare in favore del beneficiario alla morte dei titolari – la relazione evidenzia il sostanziale inutilizzo di strumenti considerati «poco attrattivi» e chiede di «verificare le ragioni» che hanno prodotto un accesso alle agevolazioni minore rispetto alle stime. Da qui, anche se ammette che il monitoraggio è «ancora incompleto», quantifica le minori entrate derivanti da queste misure in 51,9 milioni nel 2017 e 34 milioni nel 2018. E questi importi, sottolinea la relazione, «si discostano notevolmente dalle previsioni inserite nella norma», insomma «si tratta di un ordine di grandezza decisamente inferiore».

Il quadro che emerge evidenzia quindi «la necessità di una formazione e informazione maggiore delle Regioni verso la de-istituzionalizzazione prevista dalla legge – spiega il presidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) Vincenzo Falabella – perché la platea dei beneficiari è nettamente superiore ai numeri della relazione». Il problema, per lui, sta nel fatto che le Regioni hanno posto «paletti e vincoli troppo rigidi» e, in più «non hanno la cultura di produrre percorsi di autonomia che vanno a riprodurre l’ambiente familiare per il disabile», insomma «non sanno fare i progetti». Altro problema futuro sarà che, visto che i fondi non sono stati utilizzati tutti – conclude Falabella – «e dato che il fondo viene calcolato rispetto alla spesa degli anni precedenti, il rischio è che non si avranno in futuro gli stessi soldi nella ripartizione regionale».

Soprattutto in quelle sei Regioni che finora hanno fatto ben poco per adeguarsi alla norma e «che rappresentano il 30% della popolazione nazionale». Il presidente della Fondazione nazionale ‘Dopo di noi’ Anffas Emilio Rota, tuttavia, prova a guardare il bicchiere mezzo pieno sottolineando che «anche la relazione apprezza e riconosce la modalità di co-progettazione con le associazioni che si è sviluppata nei territori e questo ci dà forza per andare avanti in questa direzione». Certo, ammette, 6mila beneficiari «sono un po’ pochini», anche se «le modalità di raccolta dei dati credo non rispettino la realtà». Basta pensare, è il suo esempio, alle cifre della Lombardia in cui ci sono 4.100 persone nelle strutture residenziali per disabili e 2mila nelle comunità sociosanitarie. «Già solo conteggiando queste situazioni saremmo sopra i 6mila», dice. In più, nel monitoraggio non vengono incluse «tutte quelle micro- esperienze che sono nate sui territori grazie alla legge 112». La relazione inoltre, continua Rota, «ci conferma la necessità di rivedere la legge sulle successioni, perché i trust vanno inseriti in una riforma generale della protezione giuridica». La sensazione generale comunque, secondo Rota, è che né le famiglie né le Regioni conoscano a fondo la legge 112, però «sia chiaro: la norma non deve solo diventare materia conosciuta ma anche utilizzabile a pieno».

Africa. La malaria ora ha il suo vaccino. «Un passo storico»

In Malawi, Kenya e Ghana avviata la vaccinazione per 360mila bambini. Il Mosquirix è efficace per ora in un caso su due, ma gli scienziati sono già al lavoro per migliorarlo
Una zanzara Anopheles

Una zanzara Anopheles – Ansa

Un pizzico sulla gamba, un gemito e una lacrimuccia. Villaggio di Tomali, sud del Malawi, Paese africano tra i più poveri al mondo. Uno dopo l’altro i bambini portati dalle loro madri ricevono il primo vaccino della storia contro la malaria, una delle malattie più letali, responsabile di 400mila morti l’anno in tutto il pianeta. Se il programma pilota, avviato anche in Kenya e Ghana, darà i suoi frutti, il passo per la medicina sarà stato di primaria importanza. Perché è vero che al contrario dei normali vaccini quello testato nei tre Paesi africani ha efficacia solo nel 40 per cento dei casi, ma gli esperti sono convinti che la strada è quella giusta.

«Si tratta di un momento storico: è la prima volta che parte un programma di vaccinazione pilota contro la malaria», ha sottolineato l’Oms. Due terzi delle vittime della malaria sono bambini sotto i 5 anni e la gran parte dei contagi si registra nell’Africa sub-sahariana. L’Oms stima che l’80% dei casi si verifichi in 15 Paesi africani (Nigeria in testa, con il 25% del totale) e in India.

Charity ha sette mesi, sua madre Esther ha aspettato pazientemente il suo turno per la vaccinazione. «Sono contenta, anche se ci hanno spiegato che il vaccino non è ancora perfezionato sono sicura che servirà a far stare mia figlia meglio». La stessa Esther racconta di soffrire dei sintomi della malaria (tra cui febbre altissima e dolori muscolari) almeno una volta l’anno oltre a temere fortemente per la vita dei suoi bambini. Nella locale lingua chichewa la malaria si chiama «malungo» e durante la stagione delle piogge, che dura cinque mesi, è molto difficile non subirne il contagio. Pozze stagnanti, dove le zanzare si diffondono, circondano strade e villaggi. La clinica più vicina al villaggio di Tomali è distante due ore di bicicletta e più si è lontani dai presidi sanitari maggiori sono i rischi per i bimbi contagiati. Il personale sanitario riesce a visitare il villaggio una o due volte al mese, offrendo in quei giorni cure di base. Occuparsi della malaria porta via a medici e infermieri gran parte del tempo. «Se questo vaccino funziona, avremo anche più ore a disposizione per occuparci di altre malattie», sottolinea un’infermiera. I medici spiegano alla gente del villaggio che il vaccino non sostituirà i farmaci antimalarici o l’uso delle zanzariere, ma che sarà un’arma in più, l’arma che mancava.

Ci sono voluti tre decenni di ricerca per sviluppare il vaccino, che funziona contro il più comune e mortale delle cinque specie di parassiti che provocano la malaria. A produrre il Mosquirix, come è stato battezzato, Glaxo-SmithKline con l’aiuto di un organismo non profit, Path’s Malaria Vaccine Initiative. Vettore del parassita sono le zanzare Anopheles: la loro puntura trasmette nel sangue i parassiti, che, se riescono a localizzarsi nel fegato, maturano e si moltiplicano prima di invadere i globuli rossi e cominciare a provocare i sintomi. A quel punto sono necessari farmaci che uccidono i parassiti, non sempre disponibili e spesso insufficienti per i bimbi più piccoli. Il Mosquirix usa una proteina del parassita nel tentativo di bloccare l’infezione al livello iniziale. Il sistema immunitario del bimbo vaccinato dovrebbe riconoscere il parassita e produrre gli anticorpi necessari a debellarlo.

Gli scienziati, peraltro, sono già al lavoro per arrivare a soluzioni più efficaci. Approvato nel 2015 dall’Oms, il Mosquirix è offerto nei tre Paesi pilota a 360mila bambini in quattro dosi, la prima delle quali a 5 mesi di età e l’ultima a due anni. Alla clinica di Migowi, in Malawi, i dottori vedono segnali di speranza. Nel primo periodo di vaccinazioni, i casi di contagio si sono quasi dimezzati. Agnes Ngubale racconta di aver avuto la malaria e ora vuole proteggere sua figlia Lydia, 6 mesi. «Mi piacerebbe che fosse in salute e che da grande diventasse un dottore», sorride. Poi memorizza la data per la seconda dose di vaccino: stesso giorno, il prossimo mese.

da Avvenire

La Parola è capace di penetrare nei cuori e dischiudere le sorprese di Dio, anche oggi, anche per dei ragazzi di tredici anni. L’ora di religione a scuola è uno spazio prezioso, in cui è possibile sperimentarlo

“La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. Ho pensato subito a questo versetto della lettera agli Ebrei (4,12) ascoltando la mia amica Daniela, insegnante di religione alle scuole medie che, con gli occhi che ancora le brillano, mi dice quello che è successo durante il commento del primo racconto di Creazione in Genesi. Riporto qui i versetti a cui si riferisce, per chiarezza.

E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò (1,26-27)

Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. (2,1-3)

………………………………..

 

«Sai, ero in una terza, una classe in cui entro sapendo che dovrò dare il meglio di me per ottenere interesse. Avevamo appena concluso il confronto con il testo biblico e stavo consegnando i fogli con le domande per la riflessione personale. Passando tra i banchi pensavo a come, a tredici anni, lo scopo dei ragazzi sembri essere quello di dimostrare che non hanno più bisogno di te, che ora sono grandi e possono fare benissimo da soli. Lo dicono in molti modi, per Mauro e Fausto (nomi di fantasia n.d.r.) uno dei preferiti è l’atteggiamento corporeo: stanno seduti scomposti, quasi abbandonati sulla sedia, distanti dal banco, e mediamente guardano in giro. Ma questa volta, quando consegno loro il foglio, entrambi stranamente si attivano e cominciano subito a scrivere. Alla fine chiedo a chi vuole di condividere con la classe il proprio pensiero. Comincia proprio Mauro:

“Io ho pensato che qui c’è scritta una cosa forte. Cioè, prof: noi abbiamo la firma di Dio, siamo firmati da Dio! Cioè: noi siamo ‘Made in Dio’!” E’ il suo stupore a colpirmi, la sorpresa per una notizia improvvisa e bella, che emerge dal tono di voce, dallo sguardo vivido. Non ho ancora finito di gioire dentro di me che interviene Fausto:

“A me invece piace l’ultima parte, quella del settimo giorno. Ho capito che tutti, anche i potenti, devono riposare”: è, questa, la scoperta del limite, la relativizzazione degli idoli a cui guardano e che sembrano onnipotenti. Ma se anche Dio si è riposato, questo indica che c’è un limite che accomuna tutti, che posso riconoscere negli altri e ammettere in me …

Ecco, in un freddo martedì mattina di gennaio, ho avuto una grazia, ho toccato con mano l’efficacia e l’attualità della Parola, capace di penetrare nei cuori oggi come in ogni tempo, e di dischiudere le sorprese di Dio».

vinonuovo.it

«E non abbandonarci alla tentazione». Il Padre Nostro «cambia» a fine anno

Italia

corriere.it

(Gian Guido Vecchi) La Cei: nelle chiese italiane la nuova traduzione obbligatoria dal 29 novembre — Il nuovo Messale sarà pubblicato dopo Pasqua, che quest’anno cade il 12 aprile, ma la data da segnarsi per i fedeli è il 29 novembre, prima domenica di Avvento: da allora, in tutte le chiese italiane, sarà obbligatorio recitare il Padre Nostro nella nuova traduzione definita dalla Cei, nella quale si dice «non ci abbandonare alla tentazione» e non più «non ci indurre in tentazione».

C. Lubich: politiche della fraternità

fonte: Settimana News

di: Sergio Mattarella

valore politico della fraternità

Rivolgo a tutti un saluto di grande cordialità, un saluto al sindaco e, attraverso di lui, a tutti i suoi concittadini; al presidente della Provincia, al presidente della Provincia di Bolzano. Un saluto particolare a Maria Voce, a Jesus Moran Cepedano.

Poc’anzi Maria Voce ha richiamato il carisma dell’unità di Chiara Lubich. È il tratto fondamentale della sua spiritualità, uno dei tratti fondamentali della sua spiritualità ed è la strada su cui ha camminato per tutta la sua vita, riuscendo a trasmetterne la necessità e l’urgenza a tante donne e tanti uomini.

Carisma dell’unità

Quel segno inconfondibile di Chiara Lubich è nato dalla sua fede e, come sempre quando vi sono espressioni di fede in persone autentiche, in coscienza autentiche e sincere, si è riverberato sui comportamenti concreti, quotidiani. E ha avuto una refluenza poi su alcuni importanti riflessi di carattere sociale.

A Chiara Lubich non sono mai sfuggiti questi riflessi sociali. Sin dall’inizio del movimento, sin dal primo focolare, sin dai colloqui e i dialoghi con i co-fondatori, tra i quali, abbiamo visto un’immagine, c’era un costituente, Igino Giordani, che rimase colpito dai pensieri di Chiara, definendoli scrivendo “tanto ricchi di dottrina, di sapienza, di fuoco”.

Igino Giordani – che ho avuto la fortuna di conoscere da giovane e di incontrarlo più volte – affascinava con la sua travolgente semplicità e autenticità. Poc’anzi Maria Voce ha detto che Chiara Lubich ci ha lasciato il patrimonio inestimabile della sua vita esemplare. Potremmo utilizzare anche queste parole per Igino Giordani.

Abbiamo, poc’anzi, ricevuto alcune testimonianze della risposta agli insegnamenti di Chiara Lubich da persone che l’hanno conosciuta e da persone hanno praticato e continuano a praticare i suoi insegnamenti, che sono partecipi delle opere che lei ha avviato. Opere di grande solidarietà, di sostegno ai più deboli, di amicizia sincera realmente praticata.

Abbiamo ascoltato alcune esperienze fortemente coinvolgenti; quella dei due coniugi medici a Kinshasa è davvero coinvolgente, così come quella dell’amicizia sincera e profonda di Yacine e dei suoi amici; o come quella sul versante della professione di avvocato, o sull’economia, di solidarietà. Sono tutte declinazioni, negli ambiti più diversi della convivenza, del carisma e degli insegnamenti di Chiara Lubich.

L’unità, del resto – lo ha detto bene poc’anzi il vescovo – non si ferma, non si esaurisce, nell’ambito della Chiesa, non si ferma dentro i suoi confini. Perché impegnativa, e richiede una coerenza di vita e di pensiero in ogni dimensione, in ogni momento in ogni versante della vita. L’unità – per chi sa interpretarla davvero – si traduce in fraternità. Verso tutti gli altri. A cominciare da chi ci sta vicino, cosa che talvolta è la più difficile. Senza pregiudizi né barriere. La fraternità è un valore universale, che non ammette confini o distinzioni.

Fraternità come categoria politica

Chiara Lubich, saggiamente, considerava la fraternità anche come “categoria politica”. Ebbe a manifestarlo sovente nei luoghi internazionali che frequentava e dove le è stata riconosciuta la qualità di “donna costruttrice di pace”. C’è un passo che vorrei leggere di Chiara Lubich a Stoccarda, nel 2004: “Espressione della fraternità in politica, è amare la patria, quella altrui come la propria: la più alta dignità, per l’umanità, sarebbe, infatti, quella di sentirsi un solo popolo, arricchito dalla diversità di ciascuno, e per questo, custode, nell’unità, delle differenti identità”.

Leggendo ed ascoltando queste parole viene da pensare che le tre parole chiave che la rivoluzione francese ha trasmesso alla modernità politica: libertà, uguaglianza, fraternità, hanno visto questo terzo termine, questo terzo concetto un po’ più indietro, quasi relegato in secondo piano per effetto degli interessi materiali delle nostre società. Per effetto forse anche del senso comune, ma è quello della fraternità un elemento cruciale della convivenza, è veramente un fondamento di civiltà; e anche un motore di benessere.

Basta riflettere che l’Europa, le relazioni della comunità internazionale, tutte le nostre democrazie hanno bisogno di questo senso di fraternità e insieme dei suoi interpreti generosi; perché, senza fraternità, rischiamo di essere esposti al dominio dei soli interessi, o delle paure, che nascono dai cambiamenti.

E rischiamo di non avere la forza per superare le disuguaglianze che sono crescenti, per risanare le fratture sociali, per impedire la legge del più forte.

L’altruismo, il dono, si confrontano da sempre con l’utilitarismo e l’individualismo; che, talvolta, appaiono come il metro del successo personale, nella vita quotidiana. In realtà, oggi come ieri.

Sono valori, quelli della fraternità e dell’altruismo, del dono, che Chiara Lubich ha riproposto con efficacia e con vigore, partendo da quell’abisso di umanità che era stata la guerra.

Oltre l’abisso

La sua vocazione e il suo carisma nascono allora, sotto i bombardamenti, quella che davvero era la notte della ragione: l’Europa attraversata da volontà di potenza, nazionalismi trasformati in odio, propaganda di morte fino allo sterminio, fino all’Olocausto.

Contro quell’abisso parte il messaggio di fraternità, di riconciliazione, di unità di Chiara Lubich.

È stato un grande segno di speranza, che va vissuto e visto e ricordato perché ciascuno assuma le proprie responsabilità verso gli altri, a partire dalle generazioni più giovani, sovente più sensibili e più disponibili.

La vicenda umana, la storia, non è un recinto entro il quale ripararsi o rinchiudersi. È una strada all’aperto, nella quale poter essere protagonisti. Vorrei richiamare due cose che ha detto poc’anzi Maria Voce. L’”estremismo del dialogo” vissuto nella “cultura della fiducia” sono due indicazioni preziose, perché questo apre la condizione umana e le interrelazioni, e copre l’insufficienza di ciascuno nell’incontro con gli altri.

Gli uomini e le donne che hanno maggior coraggio sono coloro che avvertono la reciproca interdipendenza, che hanno la pazienza di costruire e la lungimiranza per guardare lontano. Per costruire ci vuole capacità di dialogo, occorre rispetto, ci vuole senso del proprio limite. Bisogna essere capaci di cercare le verità presenti negli altri, compresi coloro che non la pensano come noi. Questo è in realtà è il senso civile dell’unità e del carisma che Chiara Lubich ha manifestato e ha diffuso.

Vorrei ricordare che Chiara Lubich si è molto impegnata nell’ecumenismo, nel dialogo tra le confessioni cristiane, che pure sono state parte dei nazionalismi e dei conflitti in Europa. Nel dialogo tra le religioni monoteiste con quelle orientali. Nel dialogo tra credenti e non credenti. In nome della comune appartenenza al genere umano.

Il dialogo tra le religioni, appare molto evidente oggi, in questa stagione storica, è decisivo per la pace. Chiara Lubich l’aveva intuito, con spirito di profezia.

Dobbiamo prosciugare, in base a queste indicazioni, a questi insegnamenti, a questi esempi, i bacini d’odio, che strumentalizzano, e stravolgono, i messaggi religiosi, esprimendo in contrasto con loro, volontà di sopraffazione, di annientamento e di morte.

Dallo spirito di fraternità dei Focolari è sorto un contributo allo sviluppo – teorico e pratico – dell’”economia di comunione”. Ne abbiamo ascoltato una testimonianza significativa.

Il Movimento dei Focolari

È un orizzonte nuovo, ma tutt’altro che marginale nelle società, per le loro prospettive, per il loro futuro. È un elemento importante nella prospettiva di economie sostenibili che sono quelle naturalmente compatibili con l’ambiente, con gli equilibri ecologici, ma sono anche quelle che inducono la sostenibilità, è anche quella che fa superare le diseguaglianze, è quella che riesce a conciliare produzione e cura delle persone. È quella della responsabilità che avvertite in maniera crescente delle imprese, la responsabilità sociale delle imprese, che cresce per fortuna come consapevolezza. Nella eliminazione degli sprechi.

Non mancano le buone pratiche. Diffonderle è interesse di tutti. Se l’economia di comunione crescerà, si allargheranno anche l’eguaglianza, la giustizia e il benessere.

Chiara Lubich, orgoglio trentino – come hanno ben sottolineato il sindaco e il presidente della Provincia – ha avuto l’ispirazione, la visione e la capacità di fondare un Movimento così importante; che trasmette il suo carisma, che ha portato, e continua a portare, in tanti luoghi del mondo i suoi insegnamenti e l’efficacia dei suoi insegnamenti.

Si può essere forti, molto forti, pur essendo miti e aperti alle buone ragioni degli altri.

Anzi – in realtà – per dirla con sincerità, come dimostra la vita di Chiara Lubich, soltanto così si è davvero forti.

Domenica 26 Gennaio 2020 Giornata del Seminario

Domenica 26 gennaio, come ogni anno, si terrà la giornata di sostegno al Seminario della nostra Diocesi.
È sempre straordinario vedere come sia viva la sensibilità dei fedeli a sostegno dei giovani che rispondono positivamente alla chiamata del Signore al sacerdozio. È davvero importante che s’intensifichino le preghiere a Dio affinché la Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla possa accompagnare, preparare e portare al sacerdozio nuovi giovani.
Spetta a ciascuno di noi trovare le parole per sensibilizzare il popolo a noi affidato, pregare per sempre nuove vocazioni e sostenere con la colletta di domenica lo studio e la preparazione dei nostri sedici seminaristi.

+ Massimo Camisasca

Domenica 26 gennaio celebreremo la Giornata diocesana del Seminario. Condividiamo nuovamente con i sacerdoti e con le comunità loro affidate il senso dell’appuntamento che, già da dodici anni, rappresenta un passo significativo nell’itinerario pastorale della Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla. La finalità della proposta è sensibilizzare l’attenzione delle comunità cristiane al cammino di discernimento dei propri figli, in particolare dei giovani che Gesù invita a seguirLo lungo la strada del sacerdozio. È una responsabilità che appartiene radicalmente a ogni realtà ecclesiale: “La Chiesa, che per nativa costituzione è «vocazione», è generatrice ed educatrice di vocazioni” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis 35). La Giornata del Seminario suggerisce alle comunità tre modalità per riscoprire e accogliere la propria identità vocazionale: preghiera, testimonianza, sostegno economico.

su La Libertà del 22 gennaio

La domenica della Parola di Dio

Settimana News

Per decisione di papa Francesco, domenica 26 gennaio 2020 sarà celebrata in tutta la Chiesa la prima Domenica della Parola di Dio. Si tratta di una decisione attesa, che era stata annunciata a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia nella lettera apostolica Misericordia et misera (del 20 novembre 2016). Anche la data scelta è particolarmente adatta a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani: il 16 gennaio 2020 si celebra, infatti, la 31ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, mentre dal 18 al 25 gennaio si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Una decisione, quella di Francesco, particolarmente apprezzata dai molti credenti che avvertono l’esigenza di porre al centro della loro vita di fede la Bibbia, il Primo e il Secondo Testamento. Nella convinzione che la lettura attenta, seria, critica di questi scritti antichi costituisce il punto di impatto con la loro vita, offre stimoli e suscita domande, dona sprazzi di luce e scosse spiazzanti. Ecco come uno di questi credenti ha letto i quindici paragrafi della lettera apostolica Aperuit illis (del 30 settembre 2019) con la quale papa Francesco ha istituito, a partire da quest’anno, la Domenica della Parola di Dio.

  1. Per conoscere Cristo e comprendere la missione della Chiesa. La relazione tra il Cristo risorto, la Chiesa e la sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità di cristiani. Senza il Signore che ci apre la mente alla comprensione delle Scritture è impossibile comprenderle in profondità, ma è altrettanto vero il contrario: senza la sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo. L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo.
  1. Una ricchezza inesauribile da mettere a disposizione di tutti. La ricchezza della Parola di Dio è inesauribile. È molto di più ciò che sfugge rispetto a quanto riusciamo a comprendere e le bellezze che la colorano sono talmente svariate che coloro che la scrutano possono contemplare ciò che preferiscono. Il suo grande valore deve essere avvertito dai cristiani nella loro esistenza quotidiana. In ogni comunità siano assicurate iniziative utili perché nella vita del popolo cristiano non venga mai a mancare il rapporto vivo con la Parola del Signore e ogni credente benefici di un dono così grande e si impegni a viverlo nel quotidiano, testimoniandolo con coerenza.domenica parola di dio
  1. Lectio, meditatio, oratio. La Domenica della Parola di Dio ha l’obiettivo, anche mediante azioni emblematiche, di far emergere l’importanza che, nella vita di ogni credente, riveste la lettura quotidiana dei Sacri testi, che diventa riflessione e si trasforma in preghiera. A chi proclama la Parola nella liturgia va fornita un’adeguata preparazione.
  1. La Bibbia appartiene al popolo. La Bibbia non è solo patrimonio di alcuni o una raccolta di testi per pochi privilegiati. Essa appartiene, anzitutto, al popolo, convocato per ascoltarla con attenzione e riconoscersi in essa con viva partecipazione. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo.
  1. Accessibilità per tutti. I Pastori, avendo la grande responsabilità di permettere a tutti di comprendere la sacra Scrittura, devono sentire forte l’esigenza di renderla accessibile alla propria comunità, anche grazie alle omelie caratterizzate da un linguaggio semplice e adatto a raggiungere e a scaldare il cuore di chi ascolta. Per accogliere la sacra Scrittura non come parola umana ma, qual è veramente, come Parola di Dio, le si deve dedicare tempo e preghiera. Chi, nelle comunità, svolge il ministero di aiutare i fedeli a crescere nella fede, senta l’urgenza di rinnovarsi attraverso la familiarità e lo studio delle sacre Scritture.
  1. Cristo è il primo esegeta. Cristo è il primo esegeta. La storia della salvezza, a cominciare da Mosè e dagli altri profeti, è unica e trova in Cristo il suo compimento.
  1. La fede proviene dall’ascolto. Il vincolo tra la sacra Scrittura e la fede dei credenti è profondo. La fede, infatti, proviene dall’ascolto e l’ascolto è incentrato sulla parola di Cristo. È, dunque, urgente e importante che i credenti riservino attento ascolto della Parola del Signore sia nell’azione liturgica sia nella preghiera e nella riflessione personali.
  1. Non uno, ma trecentosessantacinque giorni all’anno. Il rapporto tra la sacra Scrittura e l’eucaristia è inscindibile. La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture, come ha fatto per l’eucaristia. Alla Bibbia va dedicato non 1 ma 365 giorni all’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della sacra Scrittura e del Cristo risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Se non si entra in confidenza costante con la sacra Scrittura, il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi.
  1. Evitare le interpretazioni fondamentaliste. A trasformare la sacra Scrittura in Parola vivente di Dio è l’azione dello Spirito Santo, grazie al quale si evita il rischio di ogni interpretazione fondamentalista dei testi scritti e se ne valorizza invece il carattere dinamico e spirituale. La Bibbia non è una raccolta di libri di storia né di cronaca, ma è interamente rivolta alla salvezza integrale della persona.
  1. Leggere e interpretare alla luce dello Spirito. La sacra Scrittura deve essere letta e interpretata alla luce dello Spirito Santo mediante il quale è stata scritta. Si deve conseguentemente avere fiducia nell’azione dello Spirito Santo che continua a realizzare una sua peculiare forma di ispirazione non solo quando la Chiesa insegna la sacra Scrittura e il magistero la interpreta autenticamente, ma anche quando ogni credente ne fa la propria norma spirituale.
  1. Sacra Scrittura e Tradizione: unica fonte della Rivelazione. Prima di diventare un testo scritto, la sacra Scrittura è stata trasmessa/tramandata oralmente e mantenuta viva dalla fede di un popolo che la riconosceva come sua storia e principio di identità in mezzo ad altri popoli. La fede biblica si fonda sulla Parola viva, non su un libro.
  1. Dolcezza e amarezza. I sacri testi (Antico e Nuovo Testamento) possiedono una funzione profetica: essi non riguardano il futuro, ma l’oggi di chi si nutre di questa Parola che provoca ad un tempo dolcezza e amarezza. La dolcezza ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita per esprimere la certezza della speranza che essa contiene. L’amarezza è spesso offerta dal verificare quanto difficile diventi per noi doverla vivere con coerenza. È necessario, pertanto, non assuefarsi mai alla Parola di Dio, ma nutrirsi di essa per scoprire e vivere in profondità la nostra relazione con Dio e con i fratelli e le sorelle.
  1. Misericordia, condivisione e solidarietà. La parola di Dio richiama all’amore misericordioso del Padre che chiede ai figli di vivere nella carità. La grande sfida posta dinanzi alla nostra vita è mettersi in ascolto delle sacre Scritture per praticare la misericordia. La Parola di Dio è in grado di aprire i nostri occhi per permetterci di uscire dall’individualismo che conduce all’asfissia e alla sterilità, mentre spalanca la strada della condivisione e della solidarietà.domenica parola di dio
  1. Trascendimento della lettera. La sacra Scrittura trascende se stessa quando nutre la vita dei credenti. Nella comprensione dei diversi sensi scritturistici è decisivo cogliere il passaggio, che non è né automatico né spontaneo, tra lettera e spirito: occorre piuttosto un trascendimento della lettera.
  1. Religiosa e assidua familiarità. Sull’esempio di Maria, la madre del Signore Gesù, riconosciuta “beata” per aver creduto all’adempimento di ciò che Dio le aveva detto, la Domenica della Parola di Dio possa far crescere nel popolo di Dio la religiosa e assidua familiarità con le sacre Scritture.

Taizé / Giovani: dopo Breslavia

Incontro europeo di Taizé a Breslavia

Settimana News

L’incontro europeo annuale dei giovani organizzato dalla Comunità Ecumenica di Taizé si è svolto dal 28 dicembre al 1° gennaio scorso nella città di Breslavia in Polonia. Non è più argomento di cronaca. Ma sembra interessante raccogliere risonanze e voci di giovani partecipanti, soprattutto in questa settimana dedicata alla preghiera per l’unità dei cristiani.

Senza dubbio il contesto storico della città si è imposto con forza. Si è trattato del secondo incontro organizzato a Breslavia nel trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Quello del 1989 fu il primo incontro europeo aperto – ossia senza restrizioni imposte dal regime – ai giovani dell’Est e dell’Ovest.

Accogliere oltre ogni muro

In quel momento di trasformazioni profonde il clima respirato dai giovani dell’Europa era molto diverso da quello attuale. Ma in fondo non così diverso, a motivo delle ferite storiche che restano tuttora impresse negli animi dei popoli. Ricordiamo che la comunità di Taizé si è costituita nel momento cruciale della storia europea contemporanea – alla fine della seconda guerra mondiale – ed ha dato origine ai raduni giovanili di fine e principio d’anno dai primi anni ’70 del secolo scorso.

Lo stesso frère Roger che aveva accolto durante la guerra nella sua casa i fuggiaschi ebrei, aveva pure cominciato, alla fine della guerra, ad invitare a pranzo, a pregare, i soldati tedeschi fatti prigionieri in Francia. Fu riproposta allora, con coraggio, la perenne novità della accoglienza reciproca, da interpretare e da praticare poi nei diversi contesti di situazione europei. Fu la riproposta antica della perenne novità del Vangelo, immutabile nel contenuto nella persona di Gesù crocifisso, sempre diversamente vivo nelle forme del Cristo risorto.

L’accoglienza reciproca propiziata dalla Comunità Ecumenica di Taizè è legata per ciò al riconoscimento storico della fragilità umana da cui tutti i popoli e i singoli sono stati affetti. E lo sono ancora. Ma la convinzione profonda è che proprio dall’incontro e dal riconoscimento nella fragilità delle parti si possano aprire spazi immensi e ancora inesplorati di accoglienza.

È stato dunque facile parlare di fragilità a Breslavia, città di accadimenti storici di frontiera. Nel corso dei secoli della sua sofferenza ha subito lunghi periodi sotto le amministrazioni ceca, polacca e tedesca, mantenendo la vocazione di città e di umanità cosmopolita. Dopo la Seconda guerra mondiale è stata assegnata alla Polonia ed è divenuta palcoscenico di un massiccio esodo: i cittadini tedeschi l’hanno lasciata per spostarsi oltre i fiumi Oder e Neise, mentre altri abitanti sono giunti  dalle regioni di Vilnius e di Leopoli.

Sia nel ’89 che nell’ultimo incontro, i giovani pellegrini sono stati accolti da famiglie nelle loro case  della città e dei dintorni. Quali fragilità sono state raccolte allora? Nel 1989 la popolazione si sentiva ancora isolata, limitata dal regime appena caduto, povera, per quanto riguardava i beni materiali, ma ricca di fiducia e forte del nuovo slancio di libertà. E oggi? Mi ha colpito il racconto di Victoria, una giovane studiosa ucraina che dopo la laurea conseguita in Polonia sta proseguendo il suo dottorato in Repubblica Ceca.

Ferite senza perdono…

Da settembre 2019, assieme al gruppo internazionale di volontari, ha preparato l’incontro in numerose parrocchie e con le famiglie disponibili ad accogliere i giovani; da queste le sono state rivolte richieste ancora cariche di dolore, ossia, ad esempio, di poter ospitare senz’altro giovani di ogni Paese, ma ad eccezione della Germania e della Ucraina.

Nella poliedrica storia di Breslavia alcune famiglie evidentemente conservavano, ancora oggi, ferite lasciate senza perdono, anche se i torti subiti riguardano due o tre generazioni precedenti. Ma proprio nel corso della preparazione, Victoria è riuscita spesso a persuadere famiglie ad accogliere giovani delle nazioni a loro “problematiche”: “il confronto purifica i luoghi comuni e prepara lo spazio per la festa” – ha notato.

Parole simili risuonano nella testimonianza di Mauro, un giovane pellegrino e volontario italiano di Brescia. Descrive le famiglie di Breslavia come calorose ed accoglienti: “per noi e per loro è stata una festa”. Chiaramente per i giovani partecipanti il ritrovo di capodanno è, come per tutti, una circostanza di festa, ma vissuta in maniera diversa. Alle 23.00, come ormai da tradizione, ci si raccoglie nelle diverse parrocchie ospitanti per la preghiera per la pace. Dopo la mezzanotte inizia la festa della nazioni.

“Ogni gruppo rappresentante la nazione e la Chiesa di appartenenza porta nella parrocchia in cui si viene a trovare un gioco, un canto, un ballo o un pezzo teatrale da mostrare ad altri” – continua il racconto di Mauro. Ogni volta l’incontro e il confronto tornano in primo piano nel reciproco arricchimento delle diverse tradizioni culturali, in un clima di comune preghiera per la pace. Si tratta evidentemente di modalità semplici che tuttavia, ogni volta, dimostrano di poter fare molta presa sui giovani.

Dopo l’incontro le visite

Dopo i mesi dedicati alla preparazione dell’incontro, i volontari passano poi il mese di gennaio a visitare di nuovo le parrocchie e le famiglie, ascoltando i loro racconti. Victoria ha affermato che, secondo qualche provvidenziale disegno, le famiglie sono apparse sorprendentemente abbinate ai giovani pellegrini.

Una storia molto particolare vede protagoniste due donne di Breslavia. A pochi giorni dall’inizio dell’incontro queste donne si sono parlate al telefono. Una ha espresso un profondo desiderio di ospitare i giovani nella impossibilità di farlo, essendo una persona non-vedente e sola in casa. La sua conoscente invece avrebbe voluto accogliere i pellegrini ma nel suo modesto appartamento non avrebbe avuto lo spazio.

È nata tra loro, spontaneamente, l’idea di unire le risorse: nella casa più grande entrambe le signore hanno di fatto accolto due giovani croate. L’esperienza è andata per il meglio. Al termine della ospitalità, le ragazze hanno donato alle ospitanti i loro regali, preparati ancor prima di intraprendere il viaggio: piattini ornamentali di Spalato realizzati in bassorilievo come cartoline tridimensionali, perfette per la signora non vedente.

Ancora una volta i giovani pellegrini sono tornati con esperienze e scoperte. Ed io che con mio marito non ho potuto quest’anno partecipare all’incontro, quale cartolina posso ricevere da Breslavia? Penso che tutti possano, prestando attenzione, lasciarsi prendere dalla freschezza giovanile che percorre questi eventi che, il prossimo anno, approderanno nella città italiana di Torino.

Verso Torino

È sempre la freschezza di novità del Vangelo, letto e calato in contesti sempre diversi. La comunità Ecumenica di Taizè insegna semplicemente questo metodo evangelico per ripulire i sedimenti cattivi della memoria, attraverso l’incontro e il confronto, preparando spazi di autentica festa. Insegna che non dobbiamo nascondere le nostre fragilità di popoli e di individui.  Possiamo accettare il rischio della autenticità contrapponendola al dolore.

Queste esperienze dicono che tutti possiamo sentirci colmati e consolati, grazie all’accoglienza degli altri e dell’Altro. Come sempre succede, Victoria ha sinceramente detto: “non so chi ha ricevuto di più, gli ospitati o gli ospitanti”. Mauro ha concluso dicendo: “il primo di gennaio ci sentivamo tristi di dover ritornare ma eravamo pieni di speranza; le cose che abbiamo visto e assorbito, devono essere ora riportate e trasmesse nelle nostre case, nel nostro quotidiano.”

Ewelina, una giovane polacca partecipante da anni agli incontri ecumenici promossi da Taizè, ha racchiuso la sua esperienza in queste poche righe: “L’incontro di Breslavia ha intrecciato cose vecchie e cose nuove. Ho imparato un nuovo canto, ho ascoltato nuovi temi negli incontri di approfondimento. Ho rivissuto lo stesso senso di comunità umana diversa e riunita, la stessa reciproca benevolenza. Ho fatto incontri da lungo tempo programmati con i vecchi amici di nazionalità e di Chiese diverse. Ho fatto passeggiate con nuovi amici.

Anche la memoria a volte difficile che ho condiviso con gli altri, ha generato entusiastici programmi per il futuro. Non ho mai visto scoraggiamento, né paura. Come si può essere presi da sconforto quando si sperimentano provvidenziali doni dal cielo? Come si fa temere quando non ci si sente mai soli?”.

La Parola, le parole

Settimana News

L’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone, ha inviato una lettera alla diocesi in occasione della 1ª Domenica della Parola di Dio.

Catanzaro, 6 gennaio 2020

Carissimi presbiteri, diaconi, religiosi/e, seminaristi, fedeli tutti, uomini e donne di buona volontà.

Lettera “Aperuit illis” di papa Francesco

Ho davanti agli occhi la lettera apostolica, in forma di motu proprio, Aperuit illis, promulgata da papa Francesco il 30 settembre 2019, giorno della memoria liturgica di s. Girolamo, profondo conoscitore e amante delle Scritture. La lettera è in continuità col magistero conciliare, che ha dato un notevole impulso alla riscoperta della Parola di Dio, e con l’Assemblea del Sinodo dei vescovi, convocato da Benedetto XVI nel 2008 sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, i cui lavori confluirono nell’esortazione apostolica Verbum Domini. Con la sua lettera, papa Francesco ha istituito per tutta la Chiesa la Domenica della Parola di Dio, da celebrare ogni anno la III domenica del Tempo Ordinario, «un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani» (AI, 3).

Il nostro Dio è “Parola”

Questa riflessione mira a ritornare con voi sul testo del Pontefice, in specie in quanto attiene al valore così alto e sublime che la Parola di Dio possiede (sia come attestata nella sacra Scrittura, sia come trasmessa dalla Tradizione) e dalla quale la Chiesa, insieme con l’eucaristia e il “Vangelo dei poveri”, attinge ogni giorno forza, luce e vigore. Siamo come un popolo dall’orecchio costantemente teso alla voce del suo condottiero, nel corso del proprio cammino, orientato alla diffusione e alla costruzione del regno di Dio, già a partire da questa terra.

Mi torna in mente un bel pensiero di Emily Dickinson, poetessa americana del XIX secolo: «Non conosco nulla al mondo che abbia potere quanto la parola. A volte ne scrivo una e la guardo, fino a quando comincia a splendere». Con profonda intuizione poetica, che si lascia illuminare da quell’Eterno, verso cui ogni poeta è attratto e di cui spesso inconsapevolmente ne descrive una qualità, svelandone pian piano il mistero, ella scriverà: «Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo quel giorno comincia a vivere».

Il nostro, carissimi, non è un dio muto, come gli idoli che hanno bocca e non parlano (cf. Sal 115,5), ma è un Dio che parla, anzi che è Parola. La Parola di Dio, infatti, prima di esserne una qualità, è una Persona: è Dio stesso! Proviamo a sostituire nel testo della Dickinson, il termine “parola”, con il nome di Cristo Signore: si svelerà tutto il suo mistero! «La Parola di Dio, che è Cristo, muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo quel giorno comincia a vivere». Pensiamo quanto questo sia vero: noi, Chiesa del Dio vivente, siamo nati e abbiamo cominciato a vivere dal costato di Cristo dormiente sulla croce (cf. SC, 5), che è diventato per noi la parola generatrice della comunità nuova. 

Oh se ne fossimo davvero consapevoli! La Parola di Dio non sarebbe un giogo pesante da portare contro la nostra volontà. Con le stesse parole di Gesù, potremmo affermare ogni giorno: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 0) e, insieme al salmista cantare: «I giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante» (Sal 19,10-11).

domenica parola di dio

La Parola è molto più grande delle parole: le trascende

Tutte le nostre parole spesso le definiamo “pietre”, nel senso che esse possono pesare fortemente nelle nostre relazioni interpersonali e sociali. Eppure, è sorprendente e paradossale la loro fragilità e fugacità, assieme alla nostra inclinazione a dimenticarle. La Parola, invece, è eterna, vive per sempre.

È molto interessante il blog a cura del card. Ravasi su Il sole 24 ore, “Parola e parole”. In un’ottica di dialogo tra fede e cultura, così come stiamo facendo in diocesi nel ciclo di incontri Maieutiké, noi cristiani intendiamo annunciare questo messaggio: la trascendenza è elemento imprescindibile della conoscenza di Dio, ma è già presente nella relazionalità umana e nei suoi tentativi di ricerca sincera della verità, non disposta a farsi condizionare da falsi e sottili pensieri che, in modo sapienziale, cercano di dare delle adeguate risposte ai grandi problemi del mondo e dell’uomo, lasciando spazio, oltre che alle luci delle scienze e dei saperi umani, anche alla luce che potrebbe provenire dalla trascendenza di Dio. Sappiamo, infatti, dalla Rivelazione scritta, che Dio, innanzi ad un cuore puro che cerca il suo volto, non resta indifferente ma si manifesta proprio per mezzo della Parola, pronunciata molte volte e in diversi luoghi mediante i profeti ma che – come leggiamo nell’incipit della Lettera agli Ebrei –: «… in questa fine dei tempi ha parlato a noi nel Figlio, che costituì erede di tutte le cose e mediante il quale creò il mondo» (Eb 1,2). Carissimi, Cristo è la Parola definitiva del Padre: dobbiamo avere il coraggio di annunciarlo e, prim’ancora, credere fermamente in colui che «tutto sostiene con la potenza della sua parola» (Eb 1,3/a).

Dio parla, l’uomo risponde

In quanto creatura dotata di un «soffio divino», (come ricorda il primo capitolo del recentissimo documento della Pontificia commissione biblica dal titolo Che cos’è l’uomo? Un itinerario di antropologia biblica), l’essere umano è stato eletto come interlocutore da Dio. Pertanto, una volta che Dio ha parlato, la sua Parola può mai cadere nel vuoto? Ad essa dobbiamo rispondere con l’ascolto e con l’obbedienza, totale e incondizionata.

L’obbedienza consiste in un cambiamento di vita secondo la Parola ascoltata e accettata, proprio come fu cambiamento di cammino la Parola ascoltata dal popolo di Israele durante l’Esodo, o nel lungo viaggio nel deserto. Se non si cambia vita – e il cambiamento di vita è uno solo: il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, dall’Antica Parola di Dio alla Nuova Parola di Dio Incarnata, che è Cristo Gesù –, ci si mette nella disobbedienza con il solo risultato del non-raggiungimento del riposo vero in Dio.

Accogliamo, perciò, l’invito che ancora una volta ci viene dalla Lettera agli Ebrei: «Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza» (Eb 4,11). Con “affrettarsi” si intende non tergiversare, non rimandare, non ritardare e, soprattutto, non “giocare” con il Signore, ritenendolo alla stregua di quegli idoli muti, i quali, hanno bocca e non parlano, orecchi ma non odono, occhi ma non vedono: la proiezione del nostro io elevato al rango delle divinità, insomma. Maria è l’esempio meraviglioso di accoglienza e di risposta pronta e generosa alla Parola sia nell’annunciazione che nel mettersi in cammino «in fretta» verso la cugina Elisabetta (Lc 1,26-46).

Entriamo nel mistero della Parola

Se vogliamo entrare nel mistero della Parola di Dio, dobbiamo lasciarci illuminare dal versetto 12 del quarto capitolo della Lettera agli Ebrei, che costituiscono un vero e proprio inno alla Parola, un canto alla sua verità: «La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12-13).

La prima nota caratteristica della parola di Dio è l’affermazione che essa è viva. È viva perché Dio è vivo e la ricolma della sua vita; è viva perché si tratta della persona viva del Verbo, con il quale il credente è invitato a entrare in relazione vitale ed esistenziale attraverso la preghiera; è viva perché ha la forza in sé di rigenerarsi, di togliere da sé ciò che appartiene a ieri e aggiungendo ciò che è nell’oggi ed appartiene all’ora presente della storia; è viva perché in essa opera lo Spirito Santo, che la ricolma con la vita della sua verità tutta intera; è viva perché ha la forza di rendere vecchio ogni sistema teologico, ogni comprensione di Dio, ogni forma di relazionarsi a lui, ogni religione, ogni idea, ogni pensiero. Dinanzi a questa Parola, tutto risulta vecchio, superato, fuori posto.

Per questo motivo è giusto, anzi doveroso, non solo annunziare ogni giorno la Parola, ma insegnarla ogni giorno spiegandone ai fratelli e sorelle il significato, quello che lo Spirito Santo detta alla mente e allo spirito di colui che, nella comunità ecclesiale, si piega sulla Scrittura per trarne ogni verità di salvezza, di redenzione, di giustificazione, di vita eterna. Infatti, come insegna Dei Verbum (12), richiamando la lezione di san Girolamo, la sacra Scrittura dev’essere letta e interpretata con lo stesso spirito con cui fu scritta (Commento ai Galati 5,19-21: PL 26, 417A).

Quanto valore assume, in una simile visione, ogni forma di predicazione e di catechesi! Soprattutto, quanto valore assume l’omelia! Ma rileggiamo le parole del santo padre: «L’omelia, in particolare, riveste una funzione del tutto peculiare, perché possiede “un carattere quasi sacramentale”. Far entrare in profondità nella Parola di Dio, con un linguaggio semplice e adatto a chi ascolta, permette al sacerdote di far scoprire anche la «bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la pratica del bene».

Questa è un’opportunità pastorale da non perdere! Per molti dei nostri fedeli, infatti, questa è l’unica occasione che possiedono per cogliere la bellezza della Parola di Dio e vederla riferita alla loro vita quotidiana» (AI, 4).1

Dobbiamo credere sempre più che lo

Spirito Santo è nella Parola, che ogni altra verità va compresa partendo dalla Parola, lasciandosi giudicare da essa. È questo il solo e unico metodo, valido se si vuole portare verità e salvezza in questo mondo che spesso appare lontano dalla Parola e sperduto tra le tante notizie dei media e delle reti social. Gesù ordinò ai suoi apostoli, di andare per il mondo e di annunziare la sua Parola, ammaestrando tutte le nazioni (cf. Mt 28,19). Annunziando la Parola, meditandola, ruminandola, contemplandola, spiegandola, facendola comprendere nella pienezza della sua verità verso cui conduce lo Spirito del Signore (cf. Gv 16,13), i predicatori (soprattutto coloro che preparano ed annunciano l’omelia) donano ad ogni uomo e ad ogni donna la possibilità di essere salvati.

La Parola di Dio è efficace

Poiché è viva, la Parola di Dio produce salvezza, cioè ha una forza quasi sacramentale, in quanto può realizzare ciò che significa. Se viene accolta in un cuore, lo smuove, lo rimuove, lo commuove, lo libera dal peccato, lo apre alla grazia, lo spinge verso la santità, lo apre alla condivisione con i fratelli, particolarmente gli ultimi, i deboli, gli scartati. È efficace perché opera sempre un giudizio di approvazione o di condanna di ogni azione dell’essere umano. Di quel genere però é l’efficacia insita in essa. Non è pari a quella dei sette sacramenti, la cui efficacia produce gli effetti oltre la santità di chi celebra o amministra il sacramento. La dimensione sacramentale della Parola «sta propriamente nel mistero dell’Incarnazione: “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14), la realtà del mistero rivelato si offre a noi nella carne del Figlio» (Verbum Domini, n. 53).

L’efficacia della Parola, invece, è subordinata alla santità di chi l’annunzia e alla fede di chi l’ascolta, facendo sorgere quella che san Paolo definisce «obbedienza della fede» (cf. Rm 1,5 e 16,26).

Nella santità di chi l’annunzia, dimora lo Spirito Santo: Egli è nella Parola annunziata perché è nel cuore di chi l’annunzia, scende nel cuore di chi l’accoglie con fede e lo apre a Cristo, al suo mistero, alla sua verità, alla sua grazia, alla sua santità (cf. Lc 24,45: è il racconto dell’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus, il brano al quale si ispira il papa nella sua Lettera). La Parola non abita in un cuore pieno di peccato; e, se non vive in noi, neanche può essere efficace: è morta la parola che viene annunciata o donata. Va da sé che una parola morta, seppur donata, non può mai generare vita. Riflettiamo: forse tutti i fallimenti della prassi pastorale non risiedono in questa Parola “morta in noi”, sia che l’annunciamo, sia che l’ascoltiamo?

domenica parola di dio

È più tagliente di ogni spada a doppio taglio

Come la spada serve a separare, così la Parola di Dio separa il bene dal male, giusto e ingiusto, sacro e profano, santità e peccato, bontà e malvagità, pensiero di Dio e pensiero dell’uomo, vie divine e vie umane. Chi vuol sapere che cosa sia bene oppure male, giusto e ingiusto, opportuno e inopportuno, conveniente e sconveniente, non può desumerlo dai propri pensieri, ma attingerlo dalla Parola di Dio.

Questa verità obbliga chiunque parli nel suo nome a dire la Parola di Dio e solo quella. Per questo chi annuncia e proclama deve offrire al prossimo la garanzia assoluta che ciò che afferma non è bagaglio del suo pensiero o della sua volontà, ma è soltanto Parola di Dio. Le più semplici delle deduzioni o argomentazioni, tratte dalla Parola, devono essere perennemente verificate dalla Parola, se si vuole tagliare netto tra bene e male, vie di Dio e vie degli uomini.

Spesso, però, c’è una sostituzione capziosa della volontà di Dio, trasferendovi pensieri e desideri spesso cattivi del nostro cuore. Quando ognuno di noi sarà onesto e attento a non aggiungere e a non togliere niente alla Parola di Dio, solo allora sarà un buon amministratore nella sua casa. È cosa disonesta aggiungere o togliere alla Parola e attribuire a ciò che si ottiene il valore di parola, volontà o desiderio di Dio. L’attenzione in questo non sarà mai sufficiente, mai troppa!

Essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla

Quando viene annunziata, predicata e insegnata, la Parola non lascia il cuore indifferente: tutto l’essere umano viene da lei penetrato e messo in discussione. Dinanzi alla Parola di Dio non esiste indifferenza: si accoglie, o la si rifiuta. Si fa riconoscere per se stessa: basta pronunciarla, proclamarla. È questa la sua forza, questa la sua vita, questa la sua efficacia.

Perché, allora, molti non la riconoscono come Parola di Dio? Perché, quella che ascoltano, spesso non è Parola di Dio, ma una miscela di parole umane, imbevute qua e là da qualche Parola di Dio. Per essere effettivamente tale, la Parola dev’essere libera da qualsiasi parola, pensiero o desiderio umano. Detta e proferita nella sua santità, la Parola penetra nel cuore, nella mente, arriva fino alle giunture e alle midolla. Tutto l’uomo viene compenetrato di Parola del Signore.

E scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Anche i sentimenti e i pensieri del cuore vengono scrutati dalla Parola di Dio, per appurare la loro verità, la loro falsità, la loro confusione, la loro tenebra o la loro luce. Niente di ciò che è nell’uomo rimane estraneo dinanzi alla forza della Parola e alla potenza della sua luce che penetra in lui. Questo accade, però, se quella che diciamo è effettivamente Parola di Dio e, se non lo è, il cuore rimane freddo e l’anima nel suo sonno spirituale.

Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi

Tutto quanto detto finora, vale per tutti gli uomini indistintamente, di ogni razza, popolo, lingua, tempo e luogo. Fino alla consumazione dei secoli, finché ci sarà un solo uomo sulla terra, costui, se posto dinanzi alla verità e alla santità della Parola, non potrà restare insensibile. Essa lo scuote, lo muove, lo attira a sé per salvarlo.

Se facciamo nostro ciò che lo Spirito Santo dice nella Lettera agli Ebrei, avremo un solo desiderio: meditare la Parola di Dio giorno e notte e, col Salmista, cantare ancora: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene» (Sal 1,1-3).

In tal modo la Parola, passerà dall’udito al cuore e – come dice Gesù – «la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Mt 12,34): chi ascolta e crede, credendo obbedisce e, inevitabilmente, sente la necessità dell’annuncio e, «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: Il tuo Dio regna» (Is 52,7).

S. Paolo ci dice che la Parola deve essere interiorizzata, toccare il cuore: «Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza» (Rm 10,9-10).

Conclusione

Tutta la Scrittura è il cantico della Parola: creatrice, liberatrice, incarnata, redentrice; Parola divina, che in ogni realtà lascia il segno. Essa però è affidata all’essere umano: prima all’agiografo, poi agli uomini e alle donne di Chiesa, che la leggono, la traducono, la proclamano, la meditano, la trasmettono. Accogliamo tutti l’invito del papa in modo tale che la Domenica della Parola di Dio lasci un segno nella nostra vita e «possa far crescere nel popolo di Dio la religiosa e assidua familiarità con le sacre Scritture, così come l’autore sacro insegnava già nei tempi antichi: Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica (Dt 30,14)» (AI, 15). Così i fedeli, accettando nella fede ciò che la Parola dice nella sua divina semplicità, si formino una mentalità di fede, una logica di fede e si convertano ad una vita cristiana più coerente ed operosa.

Per questo invito tutti a fare della Parola di Dio l’oggetto della vostra assidua riflessione, del vostro studio umile e orante: credete quello che leggete, insegnate quel che credete, testimoniate nella vita quello che insegnate.

La Vergine Santa che, secondo la fede dei Padri, ha concepito Gesù all’udire le parole del messaggero divino, conceda a tutti i fedeli della nostra arcidiocesi di lasciarsi rinnovare giorno dopo giorno dalla Parola, leggendola, ascoltandola, interiorizzandola, pregandola, condividendola nelle famiglie, nei gruppi e nelle parrocchie e, soprattutto, testimoniandola.

A riguardo vi propongo alcuni suggerimenti pratici dei vicari episcopali che possono essere di aiuto.

A livello diocesano e foraniale
  •  Incrementare la Scuola biblica che già è attiva da diversi anni a Squillace (con cadenza quindicinale);
  •  Organizzare a livello diocesano una Mostra della Bibbia d’accordo con l’Ufficio per l’Apostolato Biblico della CEI;
  •  Istituzionalizzare la III domenica del Tempo Ordinario come domenica della Parola consegnando, in una celebrazione diocesana (possibilmente di sabato pomeriggio), l’Evangeliario alle vicarie che poi, a loro volta, lo consegneranno per intronizzarlo solennemente, alle parrocchie;
  • Si potrebbe pensare a una Missione diocesana sulla Parola di Dio;
  • Attivare una Scuola di Proclamazione della Parola per i Lettori (ad alcuni dei quali alla fine si potrebbe conferire il ministero istituito del Lettorato) con diramazione, poi, nelle foranie;
  • Per coloro che proclamano la Parola la domenica prevedere la richiesta di una benedizione del celebrante che li invita a proclamare dicendo: «Leggi nel nome del Signore» (come nel rito ambrosiano!)
  • Invitare il direttore dell’Ufficio Apostolato Biblico della diocesi per un incontro sull’importanza della Parola di Dio;
  • Riattivare i Centri di ascolto della Parola nelle famiglie;
  • Condividere la Parola con breve omelia quotidiana;
  • Consegna della Bibbia ai bambini della IV elementare che si preparano alla Prima Confessione con una celebrazione a cui partecipino pure i genitori;
  • Lettura guidata nella comunità di un libro biblico nel corso dell’anno pastorale (quest’anno potrebbe essere il vangelo di Matteo che leggiamo nell’Anno A);
  • Nei tempi forti (avvento-quaresima e tempo pasquale) programmare una lectio continua di un libro della Bibbia;
  • Organizzare un tavolo di vendita di Bibbie o di altro materiale di approfondimento, come materiale informatico riguardante la Bibbia per bambini, ragazzi, giovani famiglie ecc.;
  • Mostra fotografica di oggetti e di città della Terra Santa;
  • Mostra fotografica su viaggio della parrocchia in Terra Santa;
  • Pesca di versetti significativi della Bibbia che servano come parole guida per il mese o l’anno;
  • Proposta di lettura di un brano biblico nelle famiglie ogni giorno prima di cena;
  • Lectio continua e commento di un libro biblico per tutti o per i giovani;
  • Preparazione dell’omelia sul testo biblico domenicale fatta da un gruppo;
  • Manifesto su una parola biblica del mese da fissare in alcuni luoghi centrali del paese.

Chiedendovi umilmente di pregare per me, paternamente e fraternamente di gran cuore tutti benedico!

P. Vincenzo Bertolone, S.d.P. – arcivescovo di Catanzaro-Squillace

1 A proposito del «primato» della chiarezza, il grande scienziato Galileo affermava che «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi!» (Opere, IX,73). Egli soleva ripetere che il predicatore deve prepararsi, sintetizzare, appuntare i concetti, assimilarli, flessibilizzarsi sull’auditorio. Ripeteva che più ci si prepara, più si è incisivi, brevi e bravi! «Un’omelia senza preparazione è come un aereo che plana, plana ma non riesce ad atterrare». Nel 1950 Don Giuseppe de Luca, cercando di scuotere il vecchio clero della sua natia Lucania per quelle loro messe che – tranne qualche doverosa eccezione – «valevano pochino, così d’animo come d’impegno, come d’educazione così d’istruzione», aveva fornito questa stupenda metafora della predicazione: «Quando un prete predica è come quando / un innamorato scrive / un esploratore fa il suo rapporto / un dotto dice le sue cose / un poeta dà la versione ultima ed unica / di tante sue interne e discordanti modulazioni / di ore, di giorni, di mesi, forse di anni. / Cardarelli mi diceva che una sua poesia se l’era portata in corpo sei anni, anni di giovinezza. / La predica, omelia, deve essere così! / È la nostra poesia, la nostra lettera d’amore / il nostro canto». Qualche anno prima il pastore Dietrich Bonhöffer aveva scritto dal lager dove poi fu eliminato: «(…) immaginate di trovarvi al fronte. Un compagno vi porta, trepidante, una lettera che gli arriva dalla sua amata. Non sa leggere e vi chiede di farlo. Con che animo affrontate questa lettura? Con che rispetto? Il “ti amo” che leggete non è vostro, ma esce dalla vostra voce. Siate uno strumento attraverso cui il vostro compagno deve poter cogliere in pienezza l’amore contenuto nelle parole che voi dite, ma che non sono vostre, sono della sua amata». Ma, perché un sacerdote riesca a tanto, deve impegnarsi molto e prepararsi con cura.