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Il Vangelo 20 Agosto 2017/ E Dio si arrese alla fede indomita di una madre

XX Domenica – Tempo ordinario
Anno A

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

La donna delle briciole, una madre straniera, intelligente e indomita, che non si arrende ai silenzi e alle risposte brusche di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, uomo di incontri, esce trasformato dall’incontro con lei.
Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso “converte” Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare oltre Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d’Israele, di Tiro e Sidone, figli di Raqqa o dei barconi, poco importa: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l’amore delle madri. No, dice la donna a Gesù, tu non sei venuto solo per quelli di Israele, ma anche per me, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Anche i discepoli sono coinvolti nell’assedio tenace della donna: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, quelli della mia religione e della mia cultura.
La donna però non si arrende: aiuta me e mia figlia! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati “cani” e disprezzati come tali.
E qui arriva la risposta geniale della donna: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, e figli sono anche quelli che pregano un altro Dio.
Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che non conosce la Bibbia, che prega altri dei, per Gesù è donna di grande fede.
La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all’unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe: «è con il cuore che si crede», scrive Paolo (Rm 10,10). Lei sa che Dio è felice quando una madre, qualsiasi madre, abbraccia felice la carne della sua carne, finalmente guarita.
Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio sono come un grembo che partorisce il miracolo.
Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da abbracciare: la terra come un’unica grande casa, con una tavola ricca di pane e ricca di figli. E tutti, tutti sono dei nostri.
(Letture: Isaia 56,1.6-7; Salmo 66; Romani 11,13-15.29-32; Matteo 15,21-28)

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Chiesa alla prova dei “nuovi diritti”

I «nuovi diritti umani», di cui oggi si discute nelle sedi internazionali e nei trattati, sono in grande misura diritti individuali. «Questi diritti si riducono ai “diritti sessuali” e ai “diritti riproduttivi”. I primi tendono a sostituire l’universale divisione dei sessi (maschile e femminile) a favore di una più ampia concezione di genere… I “diritti riproduttivi” ruotano invece attorno all’autodeterminazione e alla libera scelta della donna: contraccezione e aborto sono l’espressione più comune, ma anche il diritto al figlio».

Sono espressioni di mons. Celestino Migliore, nunzio in Russia. Le ha pronunciate in una relazione all’Università cattolica di Lublino (Polonia) davanti all’episcopato locale il 18 maggio 2011. Mons. Migliore era allora nunzio in Polonia e, in precedenza (2002-2009), è stato osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite.

Il testo (le citazioni provengono da lì) è utile per arricchire la riflessione avviata con l’intervento di  mons. P. Rudelli alla fondazione Campana dei caduti (cf. SettimanaNews, Chiesa e diritti umani, 28 luglio 2017).

Stante l’approssimata distinzione temporale fra il periodo della denuncia ecclesiale contro i diritti umani della rivoluzione francese (1791-1963), quello dell’aperto sostegno alla Dichiarazione dell’ONU (1963-1955) e quello del consenso critico (dal 1995 ad oggi), è utile guardare con maggiore attenzione al percorso dai diritti umani ai “nuovi diritti”.

Dopo la proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti umani (ONU 1948) e la Convenzione europea sui diritti e libertà fondamentali (1950), fra gli anni ’60 e ’80 del secolo scorso, Convenzioni e Trattati hanno superato la semplice affermazione dei diritti civili e politici per ampliarli a quelli sociali, economici e culturali: diritti del fanciullo, della donna, dell’anziano, dei disabili, dell’habitat e dell’ambiente, diritto alla vita, alla libertà religiosa, alla pace, allo sviluppo e all’acqua, allo stato di diritto e all’amministrazione della giustizia. Fenomeni storici ed eventi particolari hanno via via favorito questo sviluppo (apartheid, genocidio, emigrazioni ecc.).

Radici e sviluppi

Il passaggio dall’«età dei diritti» all’«epoca dei “nuovi diritti”» avviene con le grandi Conferenze internazionali degli anni ’90 (Cairo 1994, Pechino 1995). Nel frattempo, si strutturano due aspetti rilevanti:

a) sull’assemblea degli stati si innestano capacità e autonomie del funzionariato, delle organizzazioni facenti capo alle Nazioni Unite e delle organizzazioni non governative;

b) alle Convenzioni e ai Trattati si accompagnano meccanismi esecutivi e di controllo, i cosiddetti Treaty bodies, che si proclamano come insindacabili fonti del diritto internazionale, autentica interpretazione delle norme stabilite dall’assemblea degli stati. Così la regolamentazione dell’aborto diventa l’aborto come diritto, per poi nascondersi nel parametro più ampio del termine più neutro di «salute riproduttiva». Senza l’aborto come diritto, non vi sarebbe cura della salute riproduttiva. Così è per la famiglia: se le coppie omosessuali non sono equiparate alla famiglia tradizionale, non sarebbe riconosciuta la libertà di formarsi una famiglia. Povertà, educazione, salute, parità uomo/donna si raggiungono quando i singoli hanno piena libertà di gestire la propria vita, attraverso i diritti sessuali e la salute riproduttiva. Una concezione radicalmente individualista che, dopo l’istituzione del matrimonio, chiederà la rilettura dei legami familiari in chiave puramente affettiva fino all’invito di superare la schiavitù della propria corporeità, con la rivendicazione del diritto alla libertà di genere.

Diritti senza il “noi”

«Le basi giuridiche sono rappresentate dal principio di “non discriminazione” e dal diritto al rispetto della vita privata e familiare. La categoria di “non discriminazione”, da principio generale, inteso ad impedire l’annullamento o la diminuzione dell’esercizio dei diritti umani fondamentali, è passato ad essere considerato un diritto autonomo», chiamato a legittimare molti altri “nuovi diritti”. «L’autodeterminazione del singolo consacrata nel principio della vita privata, costituisce un valore dominante e porta a forme di uguaglianza basate sulla non differenziazione giuridica». Il riferimento alla natura perde forza a vantaggio del dato culturale e sociale (donna non si nasce, ma si diventa: Simone de Beauvoir). Con i prodotti agricoli geneticamente modificati si risolverebbe il problema della fame, con gli anticoncezionali e la pillola blu (viagra) si metterebbero fuori gioco i cicli naturali, la biotecnologia potrebbe rimuovere i concetti tradizionali di procreazione, maternità e paternità.

Emerge un paradosso: i diritti umani sono limitabili, i “nuovi diritti” soggettivi, no. «Se guardiamo alle carte internazionali dei diritti dell’uomo così come alle Costituzioni nazionali, notiamo che, subito dopo la proclamazione di un diritto, anche se considerato come inviolabile, si indicano i casi in cui questi diritti possono essere limitati in vista del bene comune. La libertà personale è inviolabile, ma può essere limitata dall’autorità giudiziaria in casi e modi previsti dalla legge; la libertà di pensiero è protetta, ma può essere limitata per la tutela del buon costume; la libertà di movimento è inviolabile, ma può subire limitazioni in vista dell’ordine pubblico. E così via. Non così per i diritti soggettivi. Sulla base della “non discriminazione”, essi vengono definiti privi di ogni limitazione. Il che ci porta all’assurdo di avere una parte dei diritti fondamentali giustamente situati nel contesto del bene comune e, dall’altra, dei diritti soggettivi assoluti».

«Salta subito agli occhi che questa espansione dei diritti soggettivi non sembra raggiungere lo scopo che si prefigge. Infatti, il movimento dei diritti umani ha, o dovrebbe avere, come finalità quella di umanizzare la società degli uomini, ridurre al massimo le ingiustizie, le ineguaglianze e i conflitti, partendo proprio dal riconoscimento e rispetto della dignità di ogni persona. Ora, la moltiplicazione e l’assolutizzazione del riconoscimento giuridico in forma di diritto individuale di tante esigenze, bisogni, aspirazioni del singolo, finisce per moltiplicare le regole. Soprattutto finisce per metterle in contrasto l’una con l’altra, con il rischio che a vincere siano ancora una volta i più forti, quegli individui e gruppi che dispongono di maggior potere mediatico, economico e politico».

Critiche dal futuro

Difficile concludere che le perplessità ecclesiali verso i “nuovi diritti” costituiscano un ripensamento del convinto consenso ai diritti umani. È una frontiera da cui il cattolicesimo non tornerà indietro. «La Chiesa difende con vigore i diritti dell’uomo perché li considera parte del riconoscimento che deve essere dato alla dignità della persona umana, creata ad immagine di Dio e redenta da Cristo. Il suo interesse specifico per i diritti dell’uomo deriva da una constatazione e si basa su una convinzione profonda. Il dato di fatto  è che i diritti umani di cui stiamo parlando derivano il loro vigore e la loro efficacia da un insieme di valori la cui radice risiede nel profondo dell’eredità cristiana». L’affermazione è di Giovanni Paolo II nel suo discorso al Consiglio d’Europa nel 1988.

Suonerebbe indebita anche l’accusa al mondo ecclesiale di non comprendere l’evoluzione del diritto in connessione con i cambiamenti storico-civili. Parlando all’assemblea generale dell’ONU nel 2008, Benedetto XVI «riconobbe che l’elenco dei diritti non può rimanere chiuso, poiché “mentre la storia procede, sorgono nuove situazioni”. Allo stesso tempo, richiamò alla prudenza nell’affrontare le richieste di nuovi diritti, sottolineando che esse “riguardano le vite stesse e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli”». Il necessario discernimento è costruito attorno a due domande:

a) qual è la concezione intrinseca della persona umana e del rapporto individuo-società espressa nei “nuovi diritti”?

b) rispetto ai “nuovi diritti”, quali sono le relative responsabilità e i modi in cui i diritti di ciascuno sono limitati dai diritti degli altri?

La Chiesa ha imparato molto dallo stato democratico-liberale che è la condizione giuridica più utile per contenere le spinte fondamentaliste. Ma è anche vero il contrario. Se lo stato liberale non vuole dissolversi, ha bisogno che vi sia chi alimenti quei valori indisponibili, necessari al vivere civile.

Nell’attuale contesto mondiale, in buona parte lontano se non estraneo alla democrazia, è compito della Chiesa e delle fedi alimentare il consenso a forme giuridiche e a diritti rispettosi dell’umano comune. Non si tratta più di opporsi alla modernità, ma di evitare che, nella nuova condizione globale, scompaia la dignità dei singoli, emergano nuovi poteri privi di controllo, la cultura dello scarto prevalga su quella dell’inclusione.

settimananews.it

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Che prete esce dal seminario?

Domenica 25 giugno, il settimanale diocesano di Vicenza (La Voce dei Berici) e quello di Padova (La Difesa del Popolo) uscivano con un inserto comune dal titolo “Preti: quale formazione?”. Una pluralità di voci rispondeva a questo interrogativo attraverso articoli, testimonianze e interviste.

Si parte da una costatazione. Al 31 dicembre 2014, c’erano in Italia 2.439 seminaristi. Dieci anni prima (2004) erano 3.145. In dieci anni il calo è stato del 12%. Le Chiese del Triveneto contano 284 seminaristi. C’è un allarme preti sul versante numerico, ma c’è anche un profondo ripensamento della formazione che essi ricevono nei seminari per fronteggiare un mondo in rapido mutamento.

Ad aprire i contributi ospitati nell’inserto dei due settimanali un articolo del gesuita Hans Zollner, preside dell’Istituto di psicologia della Gregoriana.

Padre Zollner ricorda che la formazione dei futuri sacerdoti si svolge mentre assistiamo a grandi cambiamenti nella società e nella cultura. Basta guardare a come è oggi la famiglia in Italia («unità sempre più piccole, sempre più spesso non stabili e con relazioni patchwork (variamene assemblate)». E basta pensare alla rivoluzione informatica («anche i seminaristi di oggi sono in maggior parte nativi digitali, cioè sono cresciuti e abituati a essere continuamente connessi con i loro followers o friends nelle varie piattaforme di social network»). Occorrerà educare il seminarista «al silenzio e a stare “connesso” con la realtà divina».

Inoltre, chi entra in seminario è talvolta sguarnito dei fondamentali della pratica religiosa: catechismo, liturgia, Scrittura, storia e tradizioni della Chiesa… Diventa quindi necessaria «una fase preliminare di introduzione ai riti, ai temi fondamentali e alla prassi di una vita cristiana».

Tra gli aspetti positivi che si riscontrano in coloro che entrano in seminario si notano – secondo padre Zollner – una certa sensibilità spirituale, una buona motivazione vocazionale e spesso (dato l’ingresso in seminario in età piuttosto adulta) anche una ricca esperienza umana. Di contro, vi è la tendenza a “una vita spezzettata” (una volta assolti i miei doveri di prete, mi faccio i fatti miei), una non chiara identità sessuale e un’esitazione ad assumere legami duraturi e impegnativi.

Il sacerdozio – conclude padre Zollner – è una vocazione bellissima e, laddove viene vissuta «con autenticità e vicinanza alle persone, è molto stimata e ricercata». Ma «solo se sufficientemente maturi dal punto di vita umano, spirituale e accademico, i seminaristi potranno essere efficaci pastoralmente».

Uomini di Dio e uomini di relazione

L’obiettivo del seminario? «Formare un prete che sia uomo di Dio e uomo di relazioni» Così risponde don Giampaolo Dianin, da otto anni rettore del seminario di Padova e responsabile della commissione per i seminari della Conferenza episcopale triveneta. Vangelo, preghiera e raccoglimento puntano a coltivare il primo aspetto. Vita comunitaria, esperienze pastorali e dialogo educativo hanno di mira il secondo. Per raggiungere questi obiettivi il seminario deve  porre «una realistica attenzione alla maturazione umana», deve fornire la «capacità di discernere dentro i grandi cambiamenti sociali e pastorali» e deve formare «personalità flessibili perché tutto cambia in tempi molto veloci».

La comunità (e la famiglia) non sono più una «risorsa educativa» come lo erano un tempo, i percorsi formativi «sono sempre più personalizzati nei tempi e nei passaggi», i tempi delle scelte definitive «si sono allungati». Ma – secondo don Dianin – non bisogna «fare sconti». Alcuni “punti fermi” vanno tenacemente salvaguardati. E non si tratta solo di «vigilanza forte sul mondo affettivo», bisogna coltivare altre virtù essenziali, come «la docilità e disponibilità, la capacità relazionale e di collaborazione, uno stile di vita evangelico». Bisogna altresì evitare che il seminarista si ripieghi sulle piccole cose della vita, dimenticando i problemi del mondo e le sfide quotidiane.

Alla domanda: che preti forma, oggi, il seminario? don Dianin risponde: «Ci piacerebbe riuscire a formare personalità solide, radicate in Dio e nella disponibilità al dono di sé. Uomini capaci di esser nel mondo senza essere del mondo. Credenti capaci di discernere, di pensare e progettare».

Questo tipo di seminario va cambiato

Anche a don Andrea Peruffo, prete vicentino, laureato in psicologia, consulente pisco-diagnostico del seminario di Vicenza, sono state rivolte alcune domande. All’intervistatore che lo interrogava sulle differenze tra preti giovani e preti anziani, don Andrea nota una comunanza di fondo, «la voglia di mettersi in gioco con le persone, l’entusiasmo a vivere il loro ministero». La differenza sta nel carico di lavoro. Le parrocchie sono ormai organizzate in «unità pastorali sempre più grandi». E questo è fonte di preoccupazione per tanti preti giovani.

Punto nodale rimane la formazione: tra quella ricevuta in seminario e quella (permanente) che deve accompagnare il prete tutta la vita ci deve essere «una relazione molto stretta». «La vita – dichiara don Peruffo – deve essere vissuta in una prospettiva “formativa”, in cui ci si lascia cambiare, trasformare dalla vita stessa».

Quali caratteristiche deve avere oggi un prete per affrontare una realtà in continuo movimento? «Un tempo – risponde don Andrea – si cercavano uomini capaci di reggere la solitudine. Oggi, invece, abbiamo bisogno di persone capaci di sviluppare competenze sociali per processi collaborativi come chiedere aiuto, gestire i conflitti, valorizzare i singoli, lavorare in gruppo…».

Il seminario prepara a queste competenze? La risposta di don Peruffo è secca: «Così com’è, no». L’istituzione seminario si può anche tenere, «ma bisogna cambiare la formazione al ministero».

Dello stesso parere, e con la consueta schiettezza, la teologa Stella Morra: «I preti di oggi sono ancora quelli del modello tridentino a cui tocca gestire la fase postconciliare e postmoderna». Va radicalmente ripensata la figura del prete, perché, «se non si ripensa questa, non si ripensano nemmeno i seminari».

Il prete e i laici

E laici, cosa chiedono oggi ai loro preti? Abbiamo scelto due voci, un uomo e una donna, che rispondano a questo interrogativo.

Interessante quanto dice Marco Tuggia, pedagogista e docente al seminario di Vicenza. A suo parere, il cammino formativo dei nuovi preti dovrebbe includere tre aree.

La prima è che il prete deve imparare a «spostarsi dal centro della scena», perché è fondamentale che egli «impari a costruire assieme agli altri le decisioni da prendere». Il popolo di Dio, infatti, non è sguarnito di esperienze e di saperi. Il prete è chiamato a «facilitare processi di collaborazione e di co-progettazione».

La seconda area su cui Tuggia pone l’accento riguarda «quell’insieme di competenze necessarie per lavorare concretamente in gruppo». Il prete deve «saper stare all’interno di una dimensione condivisa», sia con gli altri presbiteri sia con i laici.

La terza area verte sulla capacità di ascolto delle persone: «Il sacerdote dovrebbe saper essere capace di ascoltare veramente, perché libero dalla preoccupazione di dover dare soluzioni». Ma questo gli richiede una profonda trasformazione, perché «non deve essere più costretto a stare un passo avanti alle persone della sua comunità, ma finalmente al loro fianco».

Dello stesso parere Gina Zordan, vicepresidente del settore adulti di AC di Vicenza: «I sacerdoti dovrebbero essere capaci di dare ascolto alla vita dei laici che sono a diretto contatto con la realtà», colmando così il distacco che a volte si crea tra le nozioni acquisite e la vita reale.

Da quanto abbiamo ascoltato, si deduce che il seminario oggi è un problema serio e che la formazione ivi impartita è un cantiere aperto. Da lì escono i presbiteri che guideranno le comunità cristiane di domani. Aperti alla modernità, ma ancorati ad alcuni, irrinunciabili, “punti fermi”.

settimananews.it

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Angelus Papa Francesco: Dio liberi il mondo dalla disumana violenza del terrorismo

All’Angelus in Piazza San Pietro, Papa Francesco torna ad esprimere il suo cordoglio per le tante vittime degli attentati terroristici di questi giorni e a chiedere al Signore di liberare il mondo dalla piaga del terrorismo:

“Nei nostri cuori portiamo il dolore per gli atti terroristici che, in questi ultimi giorni, hanno causato numerose vittime, in Burkina Faso, in Spagna e in Finlandia. Preghiamo per tutti i defunti, per i feriti e per i loro familiari; e supplichiamo il Signore, Dio di misericordia e di pace, di liberare il mondo da questa disumana violenza”.

Prima delle parole di condanna del terrorismo, il Papa si era soffermato sul Vangelo domenicale e in particolare sulla fede tenace della donna cananea che chiede con insistenza a Gesù di guarire sua figlia “tormentata da un demonio”. “L’apparente distacco di Gesù – osserva Francesco – non scoraggia questa madre, che insiste nella sua invocazione”:

“La forza interiore di questa donna, che permette di superare ogni ostacolo, va ricercata nel suo amore materno e nella fiducia che Gesù può esaudire la sua richiesta. E questo mi fa pensare alla forza delle donne!Con la loro fortezza sono capaci di ottenere cose grandi. Ne abbiamo conosciute tante!”

Alla fine, “davanti a tanta perseveranza, Gesù rimane ammirato, quasi stupito, dalla fede di una donna pagana”. E così acconsente alla sua accorata richiesta e da quell’istante sua figlia viene guarita:

“Questa umile donna viene indicata da Gesù come esempio di fede incrollabile. La sua insistenza nell’invocare l’intervento di Cristo è per noi stimolo a non scoraggiarci, a non disperare quando siamo oppressi dalle dure prove della vita. Il Signore non si volta dall’altra parte davanti alle nostre necessità e, se a volte sembra insensibile alle richieste di aiuto, è per mettere alla prova e irrobustire la nostra fede.

Questo episodio evangelico, ha ripreso il Papa, “ci aiuta a capire che tutti abbiamo bisogno di crescere nella fede e fortificare la nostra fiducia in Gesù”:

“Egli può aiutarci a ritrovare la via, quando abbiamo smarrito la bussola del nostro cammino; quando la strada non appare più pianeggiante ma aspra e ardua; quando è faticoso essere fedeli ai nostri impegni. È importante alimentare ogni giorno la nostra fede, con l’ascolto attento della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale come ‘grido’ verso di Lui, e con atteggiamenti concreti di carità verso il prossimo”.

da Radio Vaticana

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A Roma la Settimana Liturgica: al centro la “Chiesa in uscita”

Si apre  a Roma, la 68.ma Settimana Liturgica Nazionale sul tema “Una Liturgia viva per una Chiesa viva”. L’evento è promosso dal CAL, Centro di Azione Liturgica. Federico Piana ha intervistato mons. Giovanni Di Napoli, segretario del CAL:

R. – La settimana liturgica di quest’anno ha sede a Roma proprio perché vogliamo ricordare i 70 anni del CAL che è questa associazione ecclesiale sorta 70 anni fa a Parma nel mese di ottobre del 1947 proprio con lo scopo di portare e diffondere in Italia le istanze del movimento liturgico.

D. – In questa settimana ci saranno anche dei gruppi di lavoro? Com’è articolata?

R. – Anzitutto noi ricordiamo i 70 anni, ma non è un’autocelebrazione. Ci sarà una relazione di apertura di un vescovo emerito mons. Felice di Molfetta che è stato presidente del CAL negli anni trascorsi, il quale farà un po’ una panoramica della vita del Cal e del suo apporto alla vita della Chiesa italiana, soprattutto in merito alla promozione della liturgia e alla “receptio” della riforma liturgica ma con una chiara prospettiva verso il futuro di questo impegno che deve continuare. Quindi non solo uno sguardo al passato che deve compiacersi ma piuttosto per trovare le ragioni per continuare con più generosità e con più entusiasmo questo impegno a servizio della liturgia nelle chiese italiane. Poi, naturalmente, il discorso si snoda su quello che è il tema, “Una liturgia viva per una chiesa viva”. Un tema, per la verità, che non è la prima volta che viene affrontato dalle settimane liturgiche. Penso alla settimana di Bergamo del 1987, “Pastore e comunità per una liturgia viva”, quindi nel passato. E altre ancora nel passato hanno affrontato questo tema. Oggi noi lo affrontiamo alla luce di questo stimolo che ci viene da Papa Francesco di una “Chiesa in uscita”, soprattutto alla luce di quel meraviglioso numero 24 di Evangelii gaudium dove dice che la Chiesa evangelizza e si evangelizza attraverso la bellezza della liturgia. E allora vogliamo proprio vedere questa liturgia nella vita della Chiesa. La prima relazione è affidata a don Roberto Repole che è anche docente alla facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Torino ma è anche presidente dell’associazione teologica italiana: “La liturgia al centro della vita della Chiesa”, quindi il rapporto con la liturgia nella vita della Chiesa. Poi, l’altra relazione importante nel giorno 23 è affidata a mons. Bruno Forte: “Celebrare i sacramenti per vivere la fede”. C’è sempre questo rapporto tra la liturgia viva per una testimonianza cristiana vissuta nella vita della Chiesa di ogni giorno. In questa luce ci sono anche le due comunicazioni, quella di don Paolo Tomatis di Torino: “Celebrare il linguaggio per comunicare il mistero”, la ritualità a cui accennavo prima, il senso e il valore della ritualità che non è qualcosa di morto, ma è qualcosa vivo e che deve essere ravvivato. L’altra comunicazione importante: “Sulla liturgia e pietà popolare, vie per l’evangelizzazione”. Noi vediamo che anche qui c’è uno stimolo molto grande dal Santo Padre per la valorizzazione di questa realtà viva nella vita della Chiesa che è la pietà popolare.

D.  – E’ anche un po’ la purificazione di alcuni atti che hanno un po’ degenerato nel tempo…

R. – Sì, esatto, perché già il Concilio aveva dato delle indicazioni – al numero 13 del Sacrosanctum Concilium – di come rapportare la liturgia e la pietà popolare, di questo bisogno di purificare la pietà popolare però purificandola con intelletto di amore, non con distacco o disprezzo. Questa è la cosa bella che molto ci può dire nel recuperare questa dimensione della ritualità, della corporeità.

da Radio Vaticana

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Liturgia / «Quanti fra i cristiani si rendono conto delle implicazioni terribili della comunione?» (Mircea Eliade)

La liturgia non può essere un atto indolore nemmeno per chi vi partecipa, poiché egli inevitabilmente porta in sé il senso di colpa per la morte di un innocente – soltanto grazie alla quale la comunità, la società, il mondo trovano la pace

In effetti, a pensarci bene, e senza finire nella polemica per la quale i primi credenti vennero addirittura accusati di antropofagia, la messa è quanto meno la reiterazione simbolica di una profonda ingiustizia: un innocente si sacrifica volontariamente (ma anche viene sacrificato!) per la salvezza di tutti gli altri.

E’ la teoria biblica del «capro espiatorio», portata alle estreme (e inquietanti) conseguenze dal filosofo René Girard. Secondo il quale le religioni consentono ritualmente lo sfogo dell’umana violenza, che altrimenti si eserciterebbe in eterni conflitti, offrendo una vittima sacrificale sostitutiva; è il caso appunto del capro “caricato” delle colpe comuni e lapidato fuori città. Ma ciò avviene anche in molti altri miti e riti: il santo, l’eroe assume i peccati (le calamità, le tragedie collettive) degli altri e così facendo li libera. «Non è meglio che muoia uno solo per tutto il popolo?», esclamò persino Caifa come giustificazione decisiva per condannare Cristo.

Il quale Cristo è sempre stato assimilato appunto, anche in tutta la dottrina teologica e spirituale ortodossa, all’agnello sacrificale; proprio della sua offerta cruenta si fa memoria viva ogni domenica sulla tavola dell’altare. Ma allora la liturgia non può essere un atto indolore nemmeno per chi vi partecipa, poiché egli inevitabilmente porta in sé il senso di colpa per la morte di un innocente – soltanto grazie alla quale la comunità, la società, il mondo trovano la pace. Anche in tale accezione dunque, in quanto cioè ripetizione di un sacrificio “ingiusto” (e non soltanto perché cena comunitaria), la messa genera comunione nella Chiesa: scaricando i conflitti di tutti sull’unica vittima prescelta, esorcizzando e prevenendo la violenza attraverso il rito collettivo.

Ha ragione Eliade: quella cristiana è dunque una fraternità pagata a carissimo prezzo; consciamente o no, ogni fedele ne è consapevole quando partecipa alla messa. Per di più constata amaramente che nemmeno il sacrificio estremo del Figlio di Dio è stato capace di generare davvero la fine dei conflitti, nella vita e nella storia; la salvezza simbolicamente annunciata dalla liturgia viene cioè immediatamente contraddetta dall’esperienza quotidiana, perciò il senso di colpa raddoppia: per il sacrificio di un innocente e, per di più, per il fatto che neppure questo sia sufficiente.

Stiamo sempre sul piano antropologico, prima dello “scatto” richiesto dalla fede. Il popolo cristiano è dunque unito, anzi costituito, dal sangue del suo primogenito: un atto di estrema generosità, ma anche un’aberrazione per una religione nella quale Dio non vuole essere vendicatore bensì padre misericordioso, dove si pretende che la logica del sacrificio di animali venga abolita in nome di un culto spirituale, in cui la salvezza è elargita per dono gratuito e non quale scambio di favori tra cielo e terra… Come conciliare tali contraddizioni? Il rischio (percepito anche da Girard) è che il modello sacrificale, ancestralmente presente nell’uomo, prevalga sullo stesso contenuto esplicito della messa.

vinonuovo.it

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Nell’arte / Le donne toste del Vangelo

siro-fenicia

 

CRISTO E LA DONNA CANANEA

(Pieter Lastman, 1617, Amsterdam, Rijksmuseum)

«Eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» (Mt 15,21-28)

Oltre che straniera, questa cananea (o siro-fenicia) è senza nome. E, come altre innominate (ad es. l’emorroissa e la peccatrice in casa del fariseo), è una delle donne più toste dei Vangeli. Perché, senza essere una che fa di testa propria, è però una che usa la testa. E con acume – unito a gentilezza e fermezza – riesce a far notare a Gesù un particolare.

Va detto che lui è stanchissimo. E forse si capisce perché, a chi chiede aiuto per una figlia «molto tormentata», lui non rivolga «neppure una parola». E perché, una volta deciso di parlare, si aggrappi a delle metafore per essere più sbrigativo. Metafore, oltretutto, sempre di animali (prima le pecore perdute, poi i cagnolini), pur sapendo che chiamare cagnolini i non credenti può essere offensivo.

Il capolavoro della donna è di non contestare il termine, portandolo invece alle estreme conseguenze. Anziché andare contro Gesù, entra nelle sue figure allargando l’inquadratura: è come se spalancasse una finestra, facendogli vedere una realtà nuova.

Lui, con onestà intellettuale, apprezza; poi, come ringraziamento, guarisce la figlia della donna. Gli sarà venuta in mente sua madre, a Cana: un’altra donna capace di aprirgli una finestra («Non hanno più vino»). O il Magnificat, che Gesù potrebbe aver ascoltato da lei: chissà se abbia mai pensato che la potenza del braccio di Dio è quella di un bambino che, dalla mano, fa cadere briciole per un cagnolino.

Così ci ha guadagnato anche il linguaggio: l’espressione «Eppure i cagnolini…», esportata in altro tempo e in altro contesto, equivale a fare un’osservazione pertinente quando, ingiustamente, si nega qualcosa a qualcuno (ad es. il diaconato femminile).

Si fa sempre fatica ad accorgersi di certe realtà, pur vive. Succede pure a tanti artisti, che, nel raffigurare laCananea, si scordano i cagnolini (presenti, peraltro, solo nei dialoghi), non consentendo di vedere le briciole di cui si cibano. Ancora più rari sono gli artisti che fanno notare la differenza di trattamento con i figli. Questo pittore, per fortuna, si è ricordato degli uni e degli altri.

vinonuovo.it

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AUTISTA KILLER IN FUGA, MESSA BLINDATA ALLA SAGRADA FAMILIA

LA MADRE, ‘CONSEGNATI’. TENSIONE GOVERNO SPAGNOLO-CATALOGNA E’ ancora in fuga Younes Abouyaaqoub, ritenuto l’autista del furgone killer della Rambla: un appello a costituirsi gli è stato rivolto ieri sera da sua madre, mentre a Barcellona si continuano a piangere le vittime della strage. Oggi alla Sagrada Familia, iniziale obiettivo dell’attentato secondo la stampa spagnola, si terrà una messa solenne in ricordo delle vittime, presenti il re Felipe e il premier Rajoy. Per Madrid, la cellula jihadista della strage è stata smantellata. “Non ancora”, ribatte Barcellona. L’imam di Ripoll che l’avrebbe ispirata è scomparso. A Barcellona anche il ministro Alfano. In Finlandia colpite le donne. Italiana ferita era con bimba di 6 mesi.

ansa

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Verso test sangue che scova 4 tumori killer in fase precoce

ROMA – Ideato un innovativo test del sangue per scovare i tumori più temibili (seno, colon, polmoni e ovaie) quando sono ancora in fase molto precoce e asintomatica: per quanto sia ancora un prototipo, si tratta di un test unico nel suo genere perché le biopsie liquide oggi in uso o in fase di sperimentazione sono in grado unicamente di trovare tumori in stadio più avanzato e di dire se le terapie in corso stanno facendo effetto.

Quello appena presentato sulla rivista Science Translational Medicine, invece, promette di scovare tumori in fase ancora estremamente precoce, studiando a fondo il Dna circolante nel sangue (che viene sequenziato ben 30 mila volte per ogni test) alla ricerca di qualsivoglia mutazione del cancro nota, per i 4 diversi importanti tumori.

Quella messa a punto dal team di Victor Velculescu della Johns Hopkins University, quindi, sarebbe una profonda innovazione in campo diagnostico perché permetterebbe di cercare tumori di vario genere, ipoteticamente senza partire da un sospetto specifico. Il test alle prime sperimentazioni è risultato in grado di scovare in media la metà dei tumori in fase precoce e quasi tutti quelli in stadio avanzato; inoltre non ha dato dei ‘falsi positivi’, ovvero non ha portato a diagnosi sbagliate laddove il tumore non c’era.

E’ facile trovare le mutazioni del cancro se sai già cosa stai cercando, precisa lo scienziato: “per questo la nostra sfida è stata sviluppare un test del sangue che potesse predire la presenza probabile di un tumore senza conoscere in partenza le mutazioni genetiche presenti nel singolo paziente”, conclude Velculescu.

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Libri d’autunno tra terrorismo e odio, da Oz a Mantel

Terrorismo, radicalismo e fanatismo si aprono strade di analisi sempre più approfondite, di fronte allo sconcerto collettivo, nelle opere narrative e nei saggi. Tanti i titoli in arrivo in libreria nei prossimi mesi, sulla scia dei drammatici avvenimenti, ultimo quello di Barcellona.

Tra i più interessanti in arrivo nelle librerie in autunno, ‘Nella mente di un terrorista‘ (Einaudi) dello psicoanalista junghiano Luigi Zoja in dialogo con il giornalista italo-algerino Omar Bellicini, che ha vissuto tra le due sponde del Mediterraneo. Il libro cerca di capire i perchè alla radice della violenza islamista e le ragioni profonde che spingono tanti giovani ad aderire alla lotta armata.

Al fanatismo, vero nemico del presente, sono dedicati tre interventi di Amos Oz raccolti nel libro ‘Cari fanatici‘ (Feltrinelli), nella traduzione di Elena Loewenthal, in cui lo scrittore torna anche sulla situazione del Medio Oriente e del conflitto israelo-palestinese.

E arriva in Italia, insieme alla sua autrice, il bestseller da 70 mila copie ‘Contro l’odio‘ (La Nave di Teseo) della tedesca Carolin Emcke, vincitrice del Friedenspreis dei librai tedeschi alla Buchmesse di Francoforte 2016. Nel saggio provocatorio e coraggioso, la giornalista freelance, classe 1967, invita a “mobilitare le cose che mancano a coloro che odiano: l’ironia, il dubbio, la visione di una società aperta”.

Hilary Mantel, prima e unica donna a ricevere due volte il Man Booker Prize, ha ambientato in Arabia Saudita il suo nuovo romanzo a sfondo giallo ‘Otto mesi a Ghazzah Street‘ (Fazi) in cui troviamo la cartografa Frances Shore confinata nel suo appartamento in un paese in cui le strade non sono il posto adatto per le donne. Suo marito è spesso assente e le giornate diventano per lei un susseguirsi di vuoti e di silenzi, interrotti soltanto dai misteriosi rumori provenienti dal piano superiore, che dovrebbe essere disabitato. Un enigma tutto da sciogliere, e quando Frances capirà chi utilizza l’appartamento le conseguenze saranno tragiche.

Dopo il romanzo d’esordio ‘Prima che torni la pioggia’ (Longanesi), ispirato all’esperienza di soldato in Afghanistan e Iraq , Elliot Acherman racconta ne ‘Il buio al crocevia‘ (Longanesi), la storia di Haris Abadi, metà americano e metà arabo, rapito e tenuto sotto custodia da un rifugiato siriano che recluta e addestra combattenti rivoluzionari.

 

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