Sinodo: il Papa coinvolge la rete con “missionari digitali”

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Il Papa, nel processo di ascolto avviato con il Sinodo, coinvolge la rete attraverso i “missionari digitali”.

“Papa Francesco vuole ascoltare anche il ‘sesto continente’, cioè quello digitale, per il prossimo Sinodo dei vescovi.

Abbiamo sempre tante cose da dire sui social e questa è l’occasione vera per farlo. Non importa che tu sia credente, non importa che tu sia cattolico”, scrive su Facebook una di questi missionari scelti per questa missione, suor Naike Monique Borgo.
L’invito è quello di compilare un questionario nel quale si misurerà il rapporto della gente con la Chiesa, con tutte le sue criticità. I ‘missionari digitali’ saranno attivi nella rete con messaggi in diverse lingue tra le quali l’italiano, l’inglese, il francese, lo spagnolo, il portoghese, filippino, indi. Ma il progetto è in via di sviluppo. L’obiettivo è intercettare le persone che la Chiesa non potrebbe intercetta diversamente. A coordinare il progetto è monsignor Lucio Adriàn Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione.
Il “sesto continente”, quello digitale, avrà anche una rappresentanza al Sinodo dei vescovi. (ANSA).

“La Liturgia non sia solo rito, ma evangelizzazione”

Pubblicato il documento “Desiderio desideravi”, che ricorda come l’azione liturgica non sia solo un insieme di regole, ma deve far riscoprire lo stupore per il mistero pasquale. E portare all’annuncio

Papa: "La Liturgia non sia solo rito, ma evangelizzazione"

Sulla liturgia il Papa invita ad “abbandonare le polemiche”, per “per ascoltare insieme che cosa lo Spirito dice alla Chiesa”. L’esortazione è contenuta nella Lettera apostolica Desiderio Desideravi pubblicata oggi e che in qualche modo chiude il cerchio di un percorso iniziato con la plenaria del Dicastero del Culto divino del febbraio 2019 e proseguita con il motu proprio Traditionis custodes. In sostanza è un altolà alle nostalgie di quanti storcono il naso di fronte alla riforma liturgica conciliare e propugnano in maniera divisiva un ritorno al rito precedente al Concilio.

Il documento di Francesco non è comunque una nuova istruzione o un direttorio con norme specifiche, quanto piuttosto una meditazione per comprendere la bellezza della celebrazione liturgica e il suo ruolo nell’annuncio del Vangelo.

Il primo riferimento del testo è infatti alla Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla liturgia, e al suo nucleo centrale che definisce la liturgia stessa fonte e culmine della vita della cristiana. Il Papa spiega così questa espressione: “Una celebrazione che non evangelizza non è autentica, come non lo è un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita”.

Intorno a questa essenziale affermazione la Lettera del Papa costruisce poi una serie di annotazioni anche pratiche, a partire dall’indispensabile “stupore per il mistero pasquale”. “Ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica) e ogni rubrica deve essere osservata”, ma tutto ciò potrebbe non bastare se venisse a mancare proprio quello stupore, senza il quale “potremmo davvero rischiare di essere impermeabili all’oceano di grazia che inonda ogni celebrazione”.

Che cos’è lo stupore per il mistero pasquale di cui scrive papa Bergoglio? Innanzitutto spiega il documento, non è da confondere con il fumoso “senso del mistero”, di cui parlano coloro che imputano alla riforma liturgica di averlo eliminato dalla celebrazione. Lo stupore, avverte infatti il Pontefice, non è una specie di smarrimento di fronte ad una realtà oscura o ad un rito enigmatico, ma è, “al contrario, la meraviglia per il fatto che il piano salvifico di Dio ci è stato rivelato nella Pasqua di Gesù”.

In realtà, secondo Francesco, le polemiche liturgiche degli ultimi anni non possono essere liquidate come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale, ma nascondono una radice squisitamente “ecclesiologica”, cioè relative a diverse concezioni della Chiesa. Non si può dire, precisa il Pontefice, di riconoscere la validità del Concilio e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium. Anzi questa può essere un valido antidoto di fronte allo smarrimento della post-modernità, all’individualismo, al soggettivismo e allo spiritualismo astratto.

Sul piano schiettamente liturgico l’invito del Papa è ad evitare “la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale. Ovviamente – aggiunge Francesco – questa affermazione non vuole in nessun modo approvare l’atteggiamento opposto che confonde la semplicità con una sciatta banalità, l’essenzialità con una ignorante superficialità, la concretezza dell’agire rituale con un esasperato funzionalismo pratico”. In sostanza, la liturgia “non può essere ridotta alla sola osservanza di un apparato rubricale e non può nemmeno essere pensata come una fantasiosa – a volte selvaggia – creatività senza regole”.

Per questo il Pontefice rilancia con forza la necessità di una formazione liturgica nei seminari. E avverte anche i sacerdoti. La qualità della celebrazione dipende molto anche dallo loro stile di presidenza dell’assemblea. Vanno evitati “rigidità austera o creatività esasperata; misticismo spiritualizzante o funzionalismo pratico; sbrigatività frettolosa o lentezza enfatizzata; sciatta trascuratezza o eccessiva ricercatezza; sovrabbondante affabilità o impassibilità ieratica”. Tutti modelli che hanno un’unica radice: “un esasperato personalismo dello stile celebrativo che, a volte, esprime una mal celata mania di protagonismo”. “Presiedere l’Eucaristia – ricorda invece il Papa – è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio. Quando ci viene dato di comprendere, o anche solo di intuire, questa realtà, non abbiamo di certo più bisogno di un direttorio che ci imponga un comportamento adeguato”.

Avvenire

Nicaragua / La diplomazia, la geopolitica, la geo-strategia e i colpi mediatici non sono le strade della fede

Daniel Ortega e madre Teresa di Calcutta

Il dittatore nicaraguense Daniel Ortega ordina la chiusura di tutte le attività di beneficienza delle sorelle missionarie di Madre Teresa di Calcutta. Migliaia di poveri, bambini, anziani e malati lasciati senza un minimo di assistenza. Un crimine silenzioso contro l’umanità
(L.B., R. C. – a cura Redazione “Il sismografo”) L’ultima ‘uscita a sorpresa’ della coppia dittatoriale, Daniel Ortega – Rosario Murillo, marito e moglie, rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Nicaragua, è la chiusura di centinaia di Ong e associazioni territoriali di base nonché la chiusura delle opere di beneficienza delle sorelle di Madre s. Teresa di Calcutta, dopo oltre 40 anni di servizio alla carità, religiose immensamente amate dal popolo nicaraguense. Buona parte di loro saranno costrette a lasciare gradualmente il Paese costringendo all’abbandono tanti bambini, anziani e malati. Un vero crimine da parte di Ortega.
In precedenza ci sono state decine di altre azioni repressive, assassini, espulsioni, arresti illegali, torture e campagne di odio e morte,  calunnie e menzogne, poiché la logica insensata della coppia governante, che usurpò il nome del più importante leader della nazione, Augusto Cesar Sandino (1895-1934), è una sola: terra bruciata attorno a tutti quelli che non accettano di sottomettersi al governo di Ortega e ai suoi paramilitari. Insomma, un rovescio drammatico della storia: il “sandinismo” nato per mettere fine alle dittature della dinastia dei Somoza che dopo alcuni decenni diventa esso stesso una dittatura peggiore di quelle dei Somoza. La sintesi storica e umana di questa tragedia è lo stesso Daniel Ortega che da diversi anni perseguita la Chiesa cattolica, i vescovi, i sacerdoti, i catechisti e ora anche le religiose, vantando – con menzogne – rapporti diretti privilegiati con il Papa, anche se nel marzo scorso fece espellere in poche ore, senza nessun motivo, il Nunzio di Francesco a Managua.
Ciò che più sorprende in questa storia, che abbiamo seguito e documentato dall’inizio della crisi nel 2018, è la passività e debolezza con cui la Santa Sede, in particolare il Pontefice, si è comportata quasi per non irritare o infastidire un dittatore feroce e spietato. In questi anni dal Vaticano sono arrivati molti appelli al dialogo, alla ricerca di soluzioni consensuali, alla liberazione dei prigionieri politici e via dicendo … Ma Ortega non ha mai dato ascolto a nulla e ha sempre mentito come sanno molto bene negli uffici della Segreteria di Stato. Tra la Sede Apostolica e i vescovi del Nicaragua da diversi anni esiste, seppure nascosto e discreto, un conflitto, uno scontro causato dalla politica vaticana del cosiddetto metodo del basso profilo, del silenzio strategico, dell’amicizia che addomestica.
In Nicaragua – ma anche in altri luoghi – questo modo di agire non solo è stato un fallimento, è costato molto al prestigio e autorevolezza della diplomazia vaticana. Si è perso anche credibilità come nel caso del vescovo ausiliare di Managua, mons. Silvio Báez, oggi di fatto in esilio a Miami seppure è stato trasferito per volere del Papa dal Nicaragua a Roma dove non ha mai ricevuto un incarico. Una rocambolesca operazione ecclesiale-diplomatica in cui, alla fine, ha vinto solo Ortega. La chiesa locale uscì inoltre indebolita al massimo dopo che l’accordo per una convivenza pacifica era stato negoziato tra Ortega e il Vaticano (sollevando il vescovo Báez come voleva il dittatore).
La Sede Apostolica ha dato l’impressione di ritenere necessario tacere o addirittura cedere. Cosa simile si era già vista – per restare solo in America Latina – nel caso delle persecuzioni di Nicolás Maduro contro la chiesa in Venezuela.
Questo silenzio del Santo Padre, inspiegabile e ingiustificabile, ha causato e sta causando gravi dolori alla comunità cattolica del Nicaragua e dell’America Latina. La Santa Sede deve correggere alcuni errori pesanti anche per evitare che altri governi della regione si sentano incoraggiati a far tacere la voce di centinaia di vescovi fedeli al magistero, al Concilio e ad Aparecida.
Occorre reagire, affidarsi alla parresia, allo slancio profetico del Vangelo, alla verità al di sopra di ogni cosa.
La diplomazia, la geopolitica, la geo-strategia e i colpi mediatici non sono le strade della fede.

Uno dei siti più violenti e virali della galassia anti-bergogliana è Gloria TV

Fondamentalisti. Secondo don Ray, direttore di Gloria TV, i povero vengono dopo il proprio egoismo
Il 21 Aprile 2020 #Report è arrivata in anticipo, alle 21.10 su Rai3
Gloria TV è uno dei siti più violenti e virali della galassia anti-bergogliana. Funziona come un social network e tutti i giorni pubblica vignette contro il Pontefice. La redazione ha sede in un piccolo paese del cantone tedesco della Svizzera. Fuori c’è l’insegna, ma dentro la stanza sembra vuota. In Italia hanno ricevuto diverse denunce ma i loro server sono registrati in Moldavia

 

Il Papa: i ricatti reciproci dei potenti coprono il grido di pace dei poveri

Profughi ucraini

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale dei Poveri, Francesco torna a stigmatizzare la “sciagura” della guerra in Ucraina: “Una ‘superpotenza’ intende imporre la sua volontà contro il principio dell’autodeterminazione dei popoli”. L’appello: “Davanti ai poveri non si fa retorica, ci si rimbocca le maniche”. Il monito contro il denaro: il troppo attaccamento offusca lo sguardo

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Poveri ed “impoveriti” dalla “tempesta” della pandemia, indigenti, profughi e sfollati a causa della guerra in Ucraina, dove “il diretto intervento di una ‘superpotenza’” intende “imporre la sua volontà contro il principio dell’autodeterminazione dei popoli”. È a tutti costoro che Papa Francesco dedica il Messaggio per la VI Giornata Mondiale dei Poveri, che si celebra il 13 novembre. Un lungo documento nel quale il Papa stigmatizza sin dalle prime righe una delle principali cause di povertà del nostro tempo: la guerra. Una “sciagura”, scrive, che si è affacciata all’orizzonte poco dopo che si era aperto “uno squarcio di sereno” dopo la pandemia. Una tragedia “destinata ad imporre al mondo uno scenario diverso”.

I ricatti dei potenti e la voce dell’umanità

Il conflitto in corso ormai da oltre cento giorni, afferma il Pontefice, è andato “ad aggiungersi alle guerre regionali che in questi anni stanno mietendo morte e distruzione”, ma “il quadro si presenta più complesso”.

Si ripetono scene di tragica memoria e ancora una volta i ricatti reciproci di alcuni potenti coprono la voce dell’umanità che invoca la pace.

Colpiti i deboli e indifesi

“Quanti poveri genera l’insensatezza della guerra!”, esclama Francesco. “Dovunque si volga lo sguardo, si constata come la violenza colpisca le persone indifese e più deboli. Deportazione di migliaia di persone, soprattutto bambini e bambine, per sradicarle e imporre loro un’altra identità”.

Sono milioni le donne, i bambini, gli anziani costretti a sfidare il pericolo delle bombe pur di mettersi in salvo cercando rifugio come profughi nei Paesi confinanti. Quanti poi rimangono nelle zone di conflitto, ogni giorno convivono con la paura e la mancanza di cibo, acqua, cure mediche e soprattutto degli affetti

Fatica nei soccorsi

In questi frangenti, “la ragione si oscura e chi ne subisce le conseguenze sono tante persone comuni, che vengono ad aggiungersi al già elevato numero di indigenti”. Non solo: “Più si protrae il conflitto, più si aggravano le conseguenze”, osserva il Papa. Lo slancio, quindi, di “intere popolazioni” che in questi anni hanno aperto le porte per accogliere milioni di profughi da Medio Oriente, Africa e ora Ucraina, come pure l’altruistismo di tante famiglie che “hanno spalancato le loro case per fare spazio ad altre famiglie”, si trova a collidere con la durezza di una realtà fuori controllo:

I popoli che accolgono fanno sempre più fatica a dare continuità al soccorso; le famiglie e le comunità iniziano a sentire il peso di una situazione che va oltre l’emergenza

Tuttavia adesso è “il momento di non cedere e di rinnovare la motivazione iniziale”, incoraggia Francesco, “ciò che abbiamo iniziato ha bisogno di essere portato a compimento con la stessa responsabilità”. La solidarietà è proprio questo: “Condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra. Più cresce il senso della comunità e della comunione come stile di vita e maggiormente si sviluppa la solidarietà”.

Non retorica, ma pratica

Inoltre, scrive il Papa, bisogna considerare che ci sono Paesi dove, in questi decenni, si è attuata una crescita di benessere significativo per tante famiglie che hanno raggiunto uno stato di vita sicuro: “Come membri della società civile, manteniamo vivo il richiamo ai valori di libertà, responsabilità, fratellanza e solidarietà. E come cristiani, ritroviamo sempre nella carità, nella fede e nella speranza il fondamento del nostro essere e del nostro agire”. “Agire” è infatti, per il Pontefice, la parola chiave:

Davanti ai poveri non si fa retorica, ma ci si rimbocca le maniche e si mette in pratica la fede attraverso il coinvolgimento diretto, che non può essere delegato a nessuno

Cattivo uso del denaro

A volte, invece, sembra subentrare “una forma di rilassatezza, che porta ad assumere comportamenti non coerenti, quale è l’indifferenza nei confronti dei poveri”. Succede “che alcuni cristiani, per un eccessivo attaccamento al denaro, restino impantanati nel cattivo uso dei beni e del patrimonio. Sono situazioni che manifestano una fede debole e una speranza fiacca e miope”, annota il Papa.

Non è il problema del denaro in sé, che fa parte della vita quotidiana delle persone e dei rapporti sociali, bensì il valore che esso possiede per noi:

Un simile attaccamento impedisce di guardare con realismo alla vita di tutti i giorni e offusca lo sguardo, impedendo di vedere le esigenze degli altri. Nulla di più nocivo potrebbe accadere a un cristiano e a una comunità dell’essere abbagliati dall’idolo della ricchezza, che finisce per incatenare a una visione della vita effimera e fallimentare

Non è l’attivismo che salva

Quindi, chiosa Francesco, non si tratta di avere verso i poveri “un comportamento assistenzialistico”.

Non è l’attivismo che salva, ma l’attenzione sincera e generosa che permette di avvicinarsi a un povero come a un fratello che tende la mano perché io mi riscuota dal torpore in cui sono caduto

Nuove politiche sociali

Il Papa rinnova l’invito “urgente” a trovare “nuove strade che possano andare oltre l’impostazione di quelle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che unisca i popoli”.

C’è un paradosso che oggi come nel passato è difficile da accettare, perché si scontra con la logica umana: c’è una povertà che rende ricchi… L’esperienza di debolezza e del limite che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, e ora la tragedia di una guerra con ripercussioni globali, devono insegnare qualcosa di decisivo: non siamo al mondo per sopravvivere, ma perché a tutti sia consentita una vita degna e felice

La povertà che uccide

Gesù stesso mostra che c’è “una povertà che umilia e uccide”, e c’è “un’altra povertà, la sua, che libera e rende sereni”. La povertà che uccide è “la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita”.

Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento

La povertà che libera

La povertà che libera, al contrario, è “quella che si pone dinanzi a noi come una scelta responsabile per alleggerirsi della zavorra e puntare sull’essenziale”. “Incontrare i poveri – afferma il Pontefice – permette di mettere fine a tante ansie e paure inconsistenti, per approdare a ciò che veramente conta nella vita e che nessuno può rubarci: l’amore vero e gratuito”. I poveri, dunque, “prima di essere oggetto della nostra elemosina, sono soggetti che aiutano a liberarci dai lacci dell’inquietudine e della superficialità”.

Vatican News

Perché Francesco non ama Cl?

(E perché i ciellini litigano tra loro?). Brutta via Crucis tra carismi e poteri

Il Foglio

errebbe da sospettare che Comunione e Liberazione sia andata “ad abbaiare alla porta del Vaticano”, per usare lo slang colorito di Francesco, almeno a stare al durissimo tono, quasi minaccioso, con cui il segretario del dicastero Pro laici, famiglia et vita – il cardinale Kevin Farrell – ha usato in una lettera, ultima per ora di un secco carteggio, indirizzata a Davide Prosperi: da un anno “presidente ad interim” di Cl e ora confermato, scrive Farrell, per “l’utilità che il suo mandato si protragga per un quinquennio”. Una vicenda che rischia di far esplodere (o commissariare?) un movimento importante nella società e nella Chiesa; ma anche di gettare qualche sospetto di un atteggiamento troppo matrigno del papato misericordioso.

La vicenda. Un anno fa un testo del dicastero (che non riguardava solo Cl) ha imposto le dimissioni dopo cinque anni a chi guida i movimenti, tranne il caso dei fondatori. Motivo: il sospetto che ne possa derivare un eccesso di potere  personalistico. Don Julián Carrón, successore di don Luigi Giussani, fu invitato a lasciare. A sollevare una serie di questioni di diritto ecclesiastico era stata una parte di ciellini non entusiasti di Carrón. Ma un’altra parte sentì l’avvicendamento come una forzatura. Ne sono seguite dispute aspre, e persino missive al Papa di contrari alla “svolta Prosperi”, di fatto imposta. Così si è arrivati all’ultimatum, in cui ci si “duole costatare” che alcuni “continuino a suggerire un clima di sfiducia”.

È noto che Bergoglio non ha mai amato la forma-movimento, e per sua ammissione conosceva molto poco Cl quando diventò Papa. Ma chiedere apertamente di “far cessare ogni azione volta a promuovere questa falsa dottrina” a proposito della guida di Cl è atteggiamento di inusitata durezza. Provoca dolore in molti il pensiero che accada ai discepoli del Gius, che per tutta la vita è stato di appassionata obbedienza alla Chiesa. Ma provoca stupore anche supporre che, tra un Vaticano ultimativo e un movimento non in pace con se stesso, il rapporto possa incrinarsi o rompersi.