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La sfida di dire la fede

Il diretto interessato non lo sa, ma per un momento un vigile urbano di Trieste è stato il protagonista del Salone del Libro. E non di un incontro qualsiasi, ma dell’evento clou di ieri: il dialogo tra Claudio Magris e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi. Attesissimo, quest’ultimo, dopo che un’improvvisa indisposizione lo ha obbligato a disertare la cerimonia d’apertura di mercoledì sera.

Si parla di comunicazione della fede nella società d’oggi, con il direttore della Stampa, Mario Calabresi, incaricato di moderare uno scambio che, prima ancora di essere ospitato al Lingotto, è radicato in un’amicizia di lunga data fra i due protagonisti. Sì, ma in tutto questo che c’entra il vigile urbano? C’entra, c’entra, perché si tratta dell’autoproclamato capo dei satanisti giuliani. «Qualche tempo fa – racconta il professore – è finito sulle pagine dei giornali locali con una serie di dichiarazioni a favore del libero pensiero e di presunte trasgressioni. Ma siamo seri, per cortesia: se uno vuole difendere il male deve schierarsi per il male vero. Si proclami a favore del traffico d’organi, non trovi scuse per andare a ballare».

Il tono della conversazione è questo: lieve, spesso arguto, sempre profondissimo. Se c’è un equivoco sul male, infatti, c’è anche un equivoco sul bene, ed è il più pericoloso. «È ora di finirla con la contrapposizione fra laici e credenti – avverte Magris –. La laicità non è un contenuto, ma un modello di pensiero, un metodo che appartiene a tutti, anche a chi si riconosce in una fede religiosa. Quello che a me preme non è di difendere questa o quella posizione della Chiesa, ma che ci sia chiarezza su quello che la Chiesa afferma. In questo molto fa la superficialità di cui gli stessi intellettuali danno prova, ma non possiamo nasconderci che in alcuni casi la comunicazione da parte dei credenti manca di chiarezza. Non si può accettare, per esempio, che il peccato originale sia considerato come una specie di maledizione ereditaria. Al contrario, è la coscienza di un male dal quale tutti, in modo diverso, siamo contaminati. In questa precisione, in questa sottigliezza straordinaria nel distinguere ciò che è oggetto di fede e ciò che è oggetto di ragione sta la potenza dell’insegnamento della Chiesa, il principio di laicità che può consentire di aderire o non aderire al suo messaggio».

Il cardinal Ravasi acconsente e, quando viene il suo turno, toglie dalla tasca un foglio con il testo di una e-mail ricevuta in mattinata. «Me l’ha inviata un torinese – confessa – e suggerisce una citazione da Sunset Limited di Cormac McCarthy: chi si interroga cerca la verità, ma chi dubita o è indifferente vuole sentirsi dire che la verità non esiste». È l’inizio di un percorso che si snoda tra le Confessioni di Agostino e gli aforismi di Oscar Wilde, tra la consapevolezza che «il nostro cuore non ha posa finché in Te non riposa» e la scoperta che «le risposte sono capaci tutti a trovarle, è per le domande che ci vuole un genio». Un elogio della ricerca, perché, sottolinea Ravasi, «alle religioni non spetta di consolare e rassicurare, semmai di rendere più inquieto l’uomo. Come scriveva Julien Green, “finché siamo inquieti, possiamo stare tranquilli”».

Il cristianesimo non fa eccezione. «L’annuncio del Vangelo – spiega il cardinale – sa ricorrere alla provocazione. Paolo, quando parla agli Ateniesi, presenta loro un orribile strumento di morte. A quell’epoca la croce era l’equivalente della sedia elettrica, ma è proprio da lì che l’apostolo parte». Quella della fede, però, non è un’interrogazione fine a se stessa. «Tutto conduce all’incontro con la persona di Gesù – dice Ravasi – ed è un incontro tanto importante da aprire all’incontro con gli altri uomini. Il cristiano, per sua natura, non può essere integralista, il dialogo è la dimensione che più gli appartiene e che gli permette di accogliere anche la tensione di quanti, pur non credendo, non riescono a ignorare il fascino di Gesù. Penso a Jorge Luis Borges, un grandissimo autore che papa Francesco ha conosciuto personalmente e che ama molto. So che il Suo non è il volto dei pittori, scriveva Borges, ma insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra».

Non è una fuga nell’irrazionale, non è un rifugio nell’assurdo. Il colpo di scena Ravasi lo tiene per la chiusura: «Vi sarà capitato di innamorarvi, no? E in amore non si sceglie certo affidandosi esclusivamente alla logica. Né si comunica solo con le parole, perché tra gli amanti, secondo un detto attribuito a Pascal, il silenzio è molto più prezioso. Ecco, questo linguaggio è lo stesso della trascendenza».

Alessandro Zaccuri – avvenire.it