Prodi. «Il centrosinistra parta dai contenuti. Un’etica profonda per l’Europa»

Intervista al fondatore dell’Ulivo ed ex presidente della Commissione Ue: «Temo per le guerre. L’Unione fondata da tre cattolici. Trump? Un elefante»
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Di questi tempi, fra guerre sempre più laceranti, e frizioni che non mancano mai nella politica nostrana, Romano Prodi ha quasi un solo motivo di consolazione: i successi calcistici del suo Bologna. «Mi sta facendo gioire come per la vittoria dell’Ulivo», dice al telefono dalla sua casa di via Gerusalemme. Il tempo di un sorriso, poi l’attualità incalza nel dialogo con il fondatore dell’Ulivo, ex premier e presidente della Commissione Europea.

Partiamo dal Pd: Elly Schlein ha rinunciato a mettere il nome nel simbolo. Bene così?

Io non ho affatto toccato questo tasto perché il problema è interno al partito: occorreva riflettere se il nome nel simbolo poteva essere o no un fattore più inclusivo, se evidenziare una storia personale o un fatto politico collettivo. Sarebbe stata una scelta che ritenevo dubbia, ma non ho espresso pareri perché questa scelta è priva di quella valenza etica che hanno invece le candidature plurime di leader che poi non andranno a Bruxelles, al Parlamento Europeo.

Per le candidature dei leader non è eccessivo aver parlato di «ferita alla democrazia»?

No. Perché l’elettore ha il diritto che il suo voto conti e che sia eletto davvero colui a cui accorda la preferenza. Altrimenti è un inganno, che alimenta la disaffezione al voto e l’astensionismo, ormai elevatissimo. È anche così che s’indebolisce la democrazia. Va però detto che mentre a destra sembra quasi naturale che Meloni e Tajani si candidino e tutti applaudono, nel centrosinistra almeno è positivo che si sia aperta una discussione sul punto.

La campagna per le Europee sarà una personalizzazione Schlein contro Meloni?

Questa campagna elettorale si sta palesando purtroppo come una campagna interna italiana. C’è sempre tempo per redimersi, ma la tendenza è questa. Non vedo nei partiti italiani la volontà di mettere al centro un programma europeo meditato, spero che avvenga in questi 50 giorni.

Ha sempre detto che il centrosinistra vince se si unisce e che Conte deve decidere da che parte stare. Ne è un’altra prova la Basilicata, dove c’è stato pure un tonfo di M5s?

I fatti dicono questo. Quanto ai 5 stelle, sono un partito che è nato e ha avuto successo sull’onda di un’emozione, quella di dare una spallata alla cosiddetta politica della “casta”. Oggi, però, di emozioni ne abbiamo anche troppe. Dinnanzi a quel che succede nel mondo, servono al contrario delle rassicurazioni, rispetto a una politica che salvi la sanità, che rimetta al centro la scuola, il problema della casa e del lavoro, che operi per un fisco più equo. Io noto che quando c’è da costruire, da pensare in positivo il Movimento non c’è, ancora latita, diventa forza evanescente. Se il Pd ha dei problemi oggi, M5s ne ha dieci volte di più. Se avessero buon senso, i leader del centrosinistra costituirebbero una comune squadra di lavoro che analizzi i problemi che riguardano tutti i cittadini. Ma non lo si fa.

Non è che per costruire l’alternativa al centrodestra serve anche una figura terza, come fu lei ai tempi dell’Ulivo?

Il problema è così complicato che ci vorrebbe una figura quarta, più che terza… Va detto che anche Calenda e Renzi ci mettono del loro: se una volta guardano a destra e un’altra a sinistra, questo non aiuta la composizione del quadro. Con l’Ulivo si cominciò a lavorare dal programma, nel 2006 fummo anche accusati di averlo fatto troppo lungo. D’altronde i partiti riformisti vivono sulle riforme, che vanno discusse prima. Se non c’è un processo di avvicinamento sui temi, le distanze alla fine restano.

Non c’è anche un problema generale di leadership, di Schlein e Conte?

Io registro solo che finora nessuno è riuscito ad avviare il percorso dei contenuti. Mi colpisce che un programma comune non sia stato neanche messo all’ordine del giorno. La gente attende un anno per un esame medico, nelle città non si trova casa e le persone soffrono per queste cose. Peraltro, sarebbe anche più facile farlo per il centrosinistra, dove ci sono meno legami con le categorie che hanno particolari interessi da tutelare.

Veniamo al caso Scurati, bloccato dalla Rai: rischiamo davvero un nuovo regime o c’è un eccesso di allarmi?

Intendiamoci: l’allarme serve a stare svegli, è la sua funzione. Scurati, poi, non è mica l’ultimo arrivato: il suo testo è perfetto anche se ovviamente qualcuno non riesce a condividerlo, ma non ha nulla di censurabile. C’è da stare preoccupati che abbia creato tutto questo scompiglio in Rai.

È stato un errore cancellarlo?

Ma gli errori non vengono mai per caso. Delle due l’una: o è stato un ordine dall’alto – cosa che non credo – o in quell’azienda è maturata un’attitudine più spiccata all’obbedienza. E questo mi preoccupa molto perché apre spazi a una dialettica impari. Insomma, è stato un evento gravido di pericoli.

Nella prossima Commissione Ue vede ancora un futuro per Ursula von der Leyen alla presidenza? E come valuta l’ipotesi Draghi?

Non faccio previsioni sui nomi. Penso che dalle urne verrà fuori comunque una maggioranza non troppo dissimile dall’attuale. Più che la guida, occorrerà lavorare sulla priorità che è una soltanto: costruire sempre più l’Europa, smettendola col diritto di veto affinché sia sempre più democratica. Occorre lavorare per una politica estera e di difesa comuni, capitoli essenziali anche per costruire quella capacità di mediazione che oggi manca all’Europa.

Eccoci alle due guerre. Non si registrano passi avanti verso una soluzione.

Sì, restano situazioni terribili. Continuo purtroppo a pensare che fino a dopo le elezioni Usa non si vedranno vie d’uscita. La politica estera è sempre frutto anche della politica interna e se poi arriva un elefante…

Si riferisce a Donald Trump?

Vedo che continua a dire, non si sa con quali argomenti, che lui farà la pace in Ucraina. Il conflitto a Gaza è poi, in particolare, un problema serissimo per l’amministrazione Usa. L’America gioca con un doppio pedale: critica Netanyahu e vota contro la nascita dello Stato palestinese. E peraltro nessuno si pone il problema di cosa può succedere dopo Netanyahu, che non è nemmeno classificabile come l’estrema destra in Israele. La società americana si trova divisa da tensioni nuove: i ragazzi delle università manifestano pro Palestina e i genitori degli studenti ebrei minacciano di ritirare i figli dalle stesse università. Il presidente Biden si trova attaccato da due mondi tradizionalmente vicini ai democratici: questo genera una politica estera ancora più oscillante. Così come mi preoccupa che le democrazie si trovino oggi in una situazione più complicata rispetto ai governi autoritari davanti a queste grandi questioni: come sapremo uscirne?

Il 9 maggio, giornata dell’Ue, sarà pubblicata una “Lettera sull’Europa” firmata congiuntamente dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, e da monsignor Mariano Crociata, presidente della Comece, l’organismo che raccoglie gli episcopati dell’Unione. Quale contributo si aspetta?

Non sono un cardinale e non so cosa scriveranno, però il loro compito è facilitato dal pensiero che l’Europa è stata creata da tre cattolici che più cattolici non si può: non solo De Gasperi, ma anche Schuman e Adenauer, tutti animati da un’etica comune. L’Europa è nata dal profondo richiamo alla pace che veniva soprattutto dal mondo cattolico. C’era una comunanza di pensiero, che è la stessa che ho poi ritrovato ad esempio nei miei primi colloqui con Helmut Kohl, quando ci ritrovammo, nonostante le diverse appartenenze politiche, a riflettere sulle comuni letture fatte di Romano Guardini, filosofo che sapeva cogliere i legami della vita spirituale con la realtà quotidiana. Essere il lievito nella società è essenziale in questa fase di sbandamento ideologico. E i vescovi possono interpretare al meglio questa missione.

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