Il patriarca di Gerusalemme: «Costruire la pace partendo dai popoli»

Il cardinale richiama alla responsabilità internazionale e al ruolo delle comunità locali. Il porporato si era anche offerto in ostaggio in cambio della liberazione dei bambini israeliani
Il cardinale Pizzaballa

Il cardinale Pizzaballa – foto Marco Calvarese

I caccia che fanno rotta sulla “confrontation line” tra Israele e Libano, attraversano il cielo di una Gerusalemme che la guerra sta inesorabilmente cambiando. Le minacce da Nord, gli scontri in Cisgiordania, la campagna militare a Gaza. E’ il tempo del tutti contro tutti. Pochi sembrano guardare al presente tenendo conto di quali ricadute avrà sulle generazioni future.

Incontriamo nella Città Vecchia il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Il Patriarca di Gerusalemme si concede alle domande di “Avvenire” e “Osservatore Romano”. Una intervista lunga, in equilibrio tra le emozioni e la razionalità che sono richieste ai leader nei momenti peggiori. Merce rara, da queste parti. E’ il giorno di guerra numero 200 quando nella sede del Patriarcato Latino il porporato ci riceve insieme a Roberto Cetera, l’inviato dell’ “Osservatore” in Terra Santa. Dalle finestre nella penombra del pomeriggio si osservano minareti, campanili, il “Muro del Pianto” caro agli ebrei. E le strade nascoste tutte in salita della Via Crucis.

«Vivo in questa che oramai è la mia terra da 34 anni. Ne abbiamo viste: guerre, intifade, scontri. Ma non ho dubbi: stiamo affrontando la prova più difficile. L’incertezza è quanto durerà ancora la guerra, e cosa succederà dopo, perché una cosa è sicura: nulla sarà più come prima». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa si era anche offerto ad Hamas perché lo prendessero in ostaggio in cambio della liberazione dei bambini israeliani. Un gesto che nessuno ha dimenticato

La guerra cosa sta già cambiando?

Non penso solo alla politica. La guerra ci cambierà tutti. Per metabolizzarla ci vorranno tempi lunghi, che tuttavia qui sono l’ordinario. E la pazienza, nel bene e nel male, qui non manca mai. Altrimenti non si spiegherebbe una guerra che in varie forme dura comunque da 76 anni.

Gaza, le tensioni in Cisgiordania, l’intero quadrante Mediorientale in subbuglio, quante possibilità ha il dialogo?

È difficile e soprattutto faticoso. Il dolore tende spesso ad essere egoistico: “È il mio dolore che tu non puoi capire, è il mio dolore che comunque è sempre superiore al tuo”. La fatica allora consiste nel facilitare questo confronto inducendo ognuno a riconoscere il dolore dell’altro. Non lo dico per “buonismo” cristiano, ma perché non vedo alternative: si può uscire da questo dramma in un altro modo?

Perché ogni processo di pace, anche quando costruito dai leader, alla fine si infrange?

In questa terra nel passato qualcuno più coraggioso ha tentato la strada politica della pace. Ma sono sempre stati tentativi dall’alto verso il basso: accordi, negoziati, compromessi. Tutti miseramente falliti. Pensiamo agli accordi di Oslo, per esempio. È il momento di invertire la direzione e avviare un percorso dal basso verso l’alto. Ripeto: sarà faticoso ma non vedo altra strada.

Queste considerazioni ribaltano la lettura che si fa anche in Occidente?

Certamente. Perché fuori da questa terra si offre prevalentemente una lettura tutta polarizzante. Oltre che dannoso, è sciocco. Le ragioni del conflitto sono molto complesse, stratificate nei decenni. Anche in Occidente c’è bisogno di parlarsi, confrontarsi, documentarsi. Oltre ovviamente a pregare insistentemente per la pace.

Si dice che il Patriarca svolga anche una funzione di “relazione con e tra le istituzioni delle due parti”. In cosa consiste?

La Chiesa non svolge un ruolo di mediazione, non è nelle sue funzioni e competenze. La Chiesa può essere di “facilitazione”: facilitare il dialogo e il riconoscimento reciproco. E questo noi lo svolgiamo innanzitutto nella società, e tra le istituzioni in quanto espressioni delle società.

Quali notizie riceve dai rifugiati nella parrocchia di Gaza?

Lunedì sono arrivati due container carichi di cibo e finalmente nella parrocchia possono mangiare qualcosa di più sostanzioso. La situazione rimane difficile per l’equilibrio psicologico, che ovviamente vacilla dopo sei mesi di cattività nei locali della chiesa. Ma tutti loro sono coinvolti in un qualche lavoro per il bene di tutta la comunità, e questo è importante perché così sono distolti dal pensiero fisso sul loro stato attuale, dai pericoli che corrono, e dal ricordo di quelli che non ce l’hanno fatta. Che non sono solo quelli morti ammazzati da bombe e fucili, ma anche quanti non sono sopravvissuti alla mancanza di medicinali e cure.

Lei continua a viaggiare per la Terra Santa. Cosa chiede la gente che incontra?

Sono appena tornato dalla Galilea, da una visita pastorale a Jaffa di Nazareth, dove ho voluto incontrare anche i capi locali delle altre religioni. Ascoltare le loro ragioni non significa necessariamente condividerle. Ma è molto importante, perché se la gente vede che i leader tra di loro si parlano, è portata a fare lo stesso e a vincere le diffidenze. Oggi più che mai la prima forma di carità qui è l’ascolto.

Le religioni non di rado sono però adoperate come arma per perpetuare i contrasti.

È cominciata Pesach (la Pasqua ebraica, ndr), e da poco è terminato il Ramadan: le feste religiose sono un’occasione importante per riconoscersi e per dialogare. Non c’è bisogno di grandi discorsi: insieme consumare un pasto, bere qualcosa, per abbattere i muri che ci separano. Una cena insieme può fare più di un convegno o di un documento sul dialogo interreligioso.

Qui i cristiani sono circa il 3%. Ma le parole del Papa, del Patriarca, del Custode suscitano sempre interesse, anche critiche, ma in generale attenzione sia in Israele che in Palestina.

È vero. Io c’entro poco. Forse proprio il fatto di essere una piccola minoranza che non è arruolabile de facto in nessuno schieramento, ci consegna questo peso specifico superiore alle percentuali. E conta il nostro schierarci sempre e comunque con chi soffre, che fa breccia tra tutti quelli – e sono la maggioranza – che indipendentemente dal credo religioso, si ispirano ai valori dell’umanesimo. E poi c’è Papa Francesco.

In altre parole?

Gli interventi del Papa in questa guerra hanno avuto un grande peso. Anche quando la sua parola è stata oggetto di critiche da entrambi gli schieramenti, anzi forse proprio quando è stata oggetto di critiche, si è manifestata la sua autorevolezza. I ripetuti moniti al rilascio degli ostaggi e per un immediato cessate il fuoco nella Striscia sono entrati di peso nella storia di questa guerra. Oggi in tanti invocano un cessate il fuoco, ma a novembre lo reclamava soltanto la voce solitaria e coraggiosa di papa Francesco.

Cosa le dice il Papa durante i vostri colloqui?

Sono un bergamasco di poche parole, ma sento di doverlo ringraziare dal profondo del cuore, e per la fiducia che mi ha voluto esprimere. Non solo i cristiani di Gaza ma anche il Patriarca ha beneficiato della fattiva presenza del Papa. Non è solo una vicinanza di parole e di affetti quella che papa Francesco ha voluto far giungere alle nostre comunità, ma anche di aiuti concreti che ci sono giunti direttamente e con le visite dei cardinali Krajewski, Filoni e nei giorni scorsi Dolan.

Quali sono stati i suoi momenti più difficili in questi 200 giorni?

Sicuramente i primi. Eravamo scioccati, non riuscivo a mettere a fuoco quale dovesse essere il mio impegno prioritario, perché all’inizio non riuscivamo a capire neanche quale fosse la vera portata degli accadimenti, quale tragedia immane avessimo di fronte. E poi sicuramente i giorni del Natale. La privazione della gioia natalizia, della festa del Cristo che nasce per portare la pace, per i nostri cristiani è stata terribile. Specie per i piccoli. Le immagini della desolazione di Betlemme a Natale non si scorderanno facilmente negli anni a venire. Non rinnego nulla di quello che è stato fatto. Anche gli errori fanno parte della realtà In una vicenda così complessa non puoi non fare errori. Ma penso di poter rivendicare che la nostra posizione sia sempre stata molto chiara, trasparente ed onesta.

Ha scontato momenti di solitudine nel corso di questi mesi?

La preghiera è un grande sollievo alla solitudine perché ti fa sentire la permanente presenza del Signore. Però sarei insincero se lo negassi. Certo, la solitudine è ineliminabile quando hai delle responsabilità, e quando queste sono così gravi da ricadere anche sulla vita della gente che ti è attorno e a cui vuoi bene. Però la solitudine ha anche un vantaggio: quello di preservarti una posizione di libertà. Godo del dono dell’amicizia di molti, ma un certo distacco mi consente di non lasciarmi influenzare anche emotivamente nelle mie decisioni. Anche in questo caso è uno stile che ho mutuato dagli insegnamenti di san Francesco.

Vale anche per i cristiani?

Questo vale per tutti, anche per noi. Dobbiamo ripensare come si abita questa terra da cristiani. Sicuramente da testimoni della storia e della “Geografia della Salvezza”. Ma c’è anche qualcosa di più da comprendere, perché essere cristiani è innanzitutto uno stile di vita. Improntato al Vangelo.

E la Chiesa che lei guida?

Anche noi abbiamo un grande bisogno di parlarci. Ci sono state dopo il 7 ottobre, e ci sono ancora, sensibilità diverse. Anche radicalmente diverse. E non penso che ora sia il momento di portarle a sintesi. E’ il momento di ascoltarle. E di parlarne anche all’interno delle diverse sensibilità e posizioni che sono emerse. Ognuno deve analizzare con sincerità e coraggio la consistenza delle proprie posizioni. E quali sono stati i processi mentali che le hanno indotte. Per fare questo ci vuole coraggio. Il coraggio di ammettere che anche noi siamo cambiati. E capire il come e il perché. E’ un processo che può avvenire – come ci insegna san Francesco- solo attraverso una decisa apertura della mente e del cuore. La mente da sola non basta. E il cuore da solo non basta. E’ solo in una sincera relazione con l’altro che possiamo definirci al meglio e in verità.

A cominciare dal Patriarca?

E’ un processo ovviamente che mi riguarda anche personalmente. Nessuno può avere la presunzione di rimanere lo stesso. In questo senso credo che abbiamo bisogno anche di rivedere un po’ la narrativa cristiana che, come dicevo, può rinascere solo dalla coscienza di cos’è realmente costitutivo della nostra identità, partendo sempre dalla realtà, dall’esperienza concreta, dalla realtà della nostra fede. Che in quintessenza è la speranza che si fonda sull’esperienza della Resurrezione. Possiamo poi definire la costituzione della nostra identità anche guardando alla nostra ricca storia passata.

In che modo?

Nel passato la nostra presenza si è realizzata nella costruzione di chiese, di scuole, di ospedali. Oggi non siamo più chiamati a costruire strutture, ma relazioni. Relazioni con gli “altri” da noi, nella consapevolezza di essere i loro “altri”. Questo con riguardo alle altre religioni, ma anche in relazione alla ricca diversità della composizione della comunità cattolica di Terra Santa, tenendo presente il carattere arabo-cristiano come elemento insostituibile.

E per i cristiani di terra Santa cosa significa?

Se penso in particolare ai cristiani di Gaza. Il sollievo che gli hanno arrecato le telefonate pressoché quotidiane del Papa è stato enorme, ed ha significato molto anche per quelli che fuori di Gaza seguivano e seguono con ansia la loro sorte. E’ commovente il coraggio e la dedizione, in modo particolare delle tre suore di Madre Teresa che non hanno mai smesso di occuparsi dei bambini disabili. Spero che presto ci sia consentito di raggiungere questi nostri fratelli e sorelle e portargli di persona gli aiuti che necessitano.

Anche lei si sente cambiato?

Sicuramente. Sento per esempio molto più che in passato la necessità dell’ascolto. Saper leggere i tempi alla luce del Vangelo è il compito prioritario di un pastore. E questo si può fare solo tramite un ascolto pieno. Sento che la mia gente, e non solo loro, esprime un grande bisogno di ascolto. Ognuno ha una sua narrazione, un suo dolore, una sua sofferenza, che lamenta non essere abbastanza ascoltata, compresa, confortata. Oggi più che mai la prima forma di carità qui è l’ascolto.

La guerra prima o poi dovrà finire. Mentre pensate a come contribuire perché le armi tacciano, come immagina il dopo a Gaza, in Palestina e Israele?

Il dopo sarà difficile, durissimo. Intanto spero che chi è uscito da Gaza possa e voglia ritornare. Ricostruire Gaza richiederà decenni. Non c’è più niente: case, strade, infrastrutture. Occorrerà un enorme sforzo internazionale. Non è immaginabile che la gente dorma in una tenda per anni. Ma credo che, più in generale, tutto dovrà essere rifondato non solo lì, anche in Palestina e in Israele.

In che modo?

Occorre mettere un punto alla storia. E ricominciare tutto daccapo e su basi nuove, diverse dal passato. Intanto penso che tutto quello che è successo in questi sei mesi abbia mostrato in modo evidente l’ineluttabilità della soluzione dei “due stati”. Non c’è alternativa ai “due stati” che non sia il permanere della guerra. Ma i due stati devono cambiarsi dal di dentro. Le due società -che pure negli ultimi anni sono cambiate radicalmente e rapidamente, devono avere il coraggio di ripensarsi. Non sarà facile perché entrambe si presentano con un alto grado di eterogeneità al loro interno, sono poliedriche. Occorre che entrambe le popolazioni si dotino di un nuovo orizzonte di valori, perché non può perpetuarsi l’idea che l’unico collante sociale, per entrambe, sia il difendersi dal “nemico”. Se non lo fanno comprometteranno seriamente il loro futuro.

Servirà una spinta della comunità e delle opinioni pubbliche internazionali?

In tutto il mondo non tira una buona aria, in molti Paesi si vede una parcellizzazione degli interessi, una crescita dell’egoismo sociale, un delirio di potenza e sopraffazione che genera conflitti. Sicuramente questo non aiuta. Mi si accusi pure di partigianeria, ma in senso opposto oggi sento solo la voce di Papa Francesco.

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