Le domande che nutrono la fede: «La Chiesa a volte le teme ma sono un esercizio spirituale, soprattutto quando non conosci la risposta»

Le domande… le domande… sono loro il cruccio di padre Maurizio. Nella Chiesa è raro avere la possibilità di porre domande. Ecco perché da giovane prete, quando nel 2008 arrivò a Roma, ebbe l’intuizione dei “Cinque passi”. Un percorso di formazione che da quattordici anni richiama più di 500 giovani a incontro, oltre alle migliaia collegate in streaming da tutta Italia. Ogni anno si tengono cinque serate, ciascuna su un singolo tema, senza un filo conduttore unico. La prima mezz’ora è una catechesi. Dopo, chiunque e in qualsiasi momento, può porre domande in maniera anonima, scrivendole su un foglietto.

Quel cretino di un cristiano. Cinque passi al mistero

«Gli argomenti dei cinque incontri li scegliamo all’inizio dell’anno insieme alle persone che frequentano l’Oratorio di San Filippo Neri», spiega padre Maurizio. «Ognuno è libero di proporre, se ne parla e poi se serve si vota. Talvolta i temi che presento vengono bocciati, vedremo quest’anno… ora stiamo scegliendo i prossimi», commenta sorridendo. Tra gli argomenti possibili si spazia dal tema del corpo ai novissimi (cioè le “cose ultime” che stanno al termine della vita: la morte, il giudizio, l’aldilà), dalla gratitudine alla vecchiaia.

Incontro padre Maurizio Botta, 47 anni, piemontese di Biella, nella comunità dell’Oratorio di San Filippo Neri a Santa Maria in Vallicella – Chiesa Nuova, in pieno centro a Roma. Mi accoglie nella sua stanza, stracolma di libri. «Questo per me è fondamentale: lo studio, l’approfondimento. Una volta i preti erano uomini di cultura, oggi questo aspetto mi sembra si stia perdendo. Ma come fai a dialogare con la gente se non sei una persona ricca di interessi, di passioni?».

MISSIONARIO DEL DIALOGO

Proprio grazie alla preparazione e alla riflessione che precede ogni incontro padre Maurizio prova a confrontarsi con ogni tipo di domanda. «All’inizio mi preoccupava il fatto di espormi ai quesiti senza conoscerli prima. Poi, ho deciso di fidarmi di quello che Gesù dice nel Vangelo: lo Spirito Santo vi suggerirà cosa dire.

Il vero problema della Chiesa mi sembra che continui a essere la mancanza di fede. Io non ho paura delle domande, non perché sappia tutte le risposte, ma perché mi fido e cerco il confronto con dolcezza. Una domanda è sempre buona, mentre secondo me nella Chiesa abbiamo un problema con le domande, non c’è uno spazio in cui porle. Sono temute, eluse, fanno paura».

Riprende: «Per me è un esercizio spirituale, sono consapevole che espormi a una domanda può voler dire anche entrare in contatto con le ferite delle persone, con chi è arrabbiato con Dio o con la Chiesa. Molte volte, soprattutto all’inizio, mi sono sentito in difficoltà, mi tremava la voce, ma ora non temo di dire che su quell’argomento non ho una risposta, che ci devo riflettere: ecco perché sono tranquillo. In pratica in questo modo ti abitui a non vincere nella risposta. Io non voglio vincere, voglio confrontarmi».

Il dialogo aperto e disarmato è anche quello che cerca costantemente con i ragazzi e le ragazze delle scuole medie e superiori in cui insegna e con cui cerca di relazionarsi con un approccio «missionario esplorativo», spiega, «facendomi accompagnare alla scoperta del loro mondo, e un atteggiamento né giovanilistico, né giudicante, ma capace di mettersi sullo stesso piano, alla pari, con sincero interesse».

Come quando, ricorda, chiese a una ragazza del liceo di chi fosse il volto ritratto sulla maglietta che indossava; da quella domanda – questa volta posta da padre Maurizio – nacque un dialogo profondo su una canzone della cantautrice Billie Eilish.

La scuola è «una palestra, un’esperienza che ti stana» perché spesso c’è distanza tra la fede e i giovani «che però hanno una visione della religione meno ideologica rispetto al passato, a volte sono indifferenti, ma anche l’opposizione è superficiale, non è radicata ideologicamente come nel passato, c’è un terreno potenzialmente fertile, disponibilità».

Anche tra i banchi padre Maurizio si confronta ogni giorno con tematiche e domande di ogni tipo, che affronta nonostante si tenga lontano da mondi in cui i giovani sono immersi, come quello della tv e dei social media. «In questo sono molto pasoliniano. Pier Paolo Pasolini disse cose profetiche contro la tv: vent’anni di regime fascista non hanno cambiato il popolo come pochi anni di tv».

CERCASI ADULTI APPASSIONATI
Non si considera un sacerdote anti-tecnologico, ma solo contrario alla superficialità e alla dispersività di alcuni mezzi. «Non so se vale per tutti, ma a me aiuta stare lontano dai social», confida padre Botta. «Quando dico che non ho lo smartphone la gente mi guarda come se fossi il ragazzo di campagna o con la tenerezza con cui guardi un gattino – racconta prendendosi in giro – ma io ho fatto esperienza di dialoghi bellissimi a scuola, pur avendo 30 anni più dei miei studenti ed essendo un disadattato tecnologico. Vedo che si crea vera condivisione, vero interesse reciproco, in un dialogo alla pari. Invece sui social noto morbosità, assenza di realismo. Poi, il fatto che siano strutturati per creare dipendenza mi impedisce di fidarmi del mezzo in sé».

Riprende: «Il fatto di non averli mi aiuta a vivere il silenzio, da cui nasce la vera comunicazione, mi apre, non mi chiude. La capacità di comunicare non risiede negli strumenti. I giovani desiderano solo adulti appassionati, che sappiano indicarti una meta. Come quando guardi l’Everest. Io cerco di far vedere che è bello, che deve essere stupendo andarci. Ma poi provarci è un’avventura, un percorso. Il mio compito come prete non è abbassare l’Everest ma indicare la sua bellezza e risvegliare la voglia di raggiungerlo».

CHI È PADRE MAURIZIO BOTTA – L’IDENTIKIT
Età: 47 anni

Vocazione: Sacerdotale

Congregazione: Oratorio di San Filippo Neri

Fede: Alimentata dal dubbio

IL CAMMINO DEI CINQUE PASSI

L’esperienza dei Cinque Passi al Mistero si svolge ogni anno nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma (Chiesa Nuova). Da quattordici anni richiama più di 500 giovani a incontro. Ogni anno si tengono cinque serate, ciascuna su un singolo tema, senza un filo conduttore unico. È possibile seguire gli incontri in streaming sul canale YouTube Oratorium.

>> L’ULTIMO LIBRO SULLE DOMANDE DELLA FEDE


Padre Maurizio Botta è un autore prolifico: ha scritto diversi libri fra cui – da ultimo – Quel cretino di un cristiano. Cinque Passi al Mistero, pubblicato da San Paolo lo scorso gennaio. Il testo, con la prefazione di Costanza Miriano, raccoglie le domande e le risposte degli incontri dell’edizione 2019-2020 del percorso dei Cinque passi. Fra i temi affrontati: il legame tra scienza e fede, la libertà e i suoi confini.

(Foto in testata: Stefano Dal Pozzolo/Contrasto)

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Ripartenze… Vedere oltre

Nel monastero benedettino Mater Ecclesiae dell’isola di San Giulio, scoglio selvaggio sul lago d’Orta, c’è un laboratorio dove si restaurano antichi tessuti pregiati. Nel tempo scandito dalla regola dell’“ora et labora”, mani sapienti sono all’opera per ridare nuova vita a indumenti sacri e profani, manufatti ecclesiastici, stendardi. Le lavorazioni sono commissionate da musei, amministrazioni comunali e privati cittadini. L’anno scorso le suore hanno confezionato una parte del manto realizzato per l’Incoronazione della Madonna di Oropa, una cerimonia che avviene ogni cento anni a partire dal 1520 e che a causa della pandemia era slittata al 2021. Il manto è un enorme patchwork costruito cucendo assieme migliaia di pezzi di tessuto spediti al santuario da persone che volevano rendere omaggio alla Vergine con qualcosa che testimoniasse un momento speciale della loro vita. Quando incontrai suor Lucia, la responsabile del laboratorio, mi disse: «Restaurare non è solo dare nuova vita a un tessuto, è un’avventura che ci fa penetrare nel mistero presente in ogni cosa.

Si entra in un silenzioso rapporto tra passato e presente. Mentre lavoriamo, i tessuti raccontano la loro storia attraverso frammenti di fili, rammendi, cuciture». Ci vogliono un cuore e occhi speciali per vedere “oltre”.

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I best seller della fede. Sul podio fa capolino Simone Cristicchi

A CURA DI REBECCALIBRI

Aria nuova al vertice del podio con l’ultimo libro di Simone Cristicchi: legato a uno spettacolo teatrale e ispirandosi a Comizi d’amore di Pasolini porta il lettore alla scoperta del senso profondo delle cose. Tra i rientri e nuove entrate, la riflessione spirituale in chiave ironica e provocatoria come nel libro di Nerosfina edito nel 2016.

La classifica dei libri più venduti nelle librerie religiose viene elaborata da ‘Rebeccalibri’ rilevando i dati dalle librerie Ancora, Paoline, San Paolo. Sono esclusi i titoli inferiori a 5 euro e non sono compresi la Bibbia, i testi liturgici, la catechesi, i sussidi. Info: www.rebeccalibri.it, il portale dell’editoria religiosa italiana.

In «Arabia meridionale» per una Chiesa vicina, delle genti

Quando parla del servizio che sta per iniziare, della realtà che lo attende, usa l’immagine della Chiesa in cammino, spiega l’importanza di essere vicini alle persone, indica nell’appartenenza un valore da far crescere. Monsignor Paolo Martinelli, 63 anni, frate minore cappuccino, dal 2014 vescovo ausiliare di Milano, è il nuovo vicario apostolico dell’Arabia Meridionale. Una regione molto vasta che comprende gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen, per una popolazione di circa 43 milioni di persone, tra cui, più o meno, un milione di cattolici. La nomina, di papa Francesco, è arrivata lo scorso 1° maggio. «Da una parte – spiega monsignor Martinelli – è stata certamente una sorpresa perché non me l’aspettavo. Dal-l’altra parte i frati cappuccini sono molto impegnati in quell’area e da oltre un secolo ne esprimono il vicario apostolico. Quando ho ricevuto la comunicazione della nomina ho capito subito di che cosa si trattava, essendo questa una missione ben conosciuta nel mio ordine. Ho vissuto tutto con grande gratitudine e con un profondo desiderio di preghiera ».

La sua nuova comunità è composta quasi del tutto da lavoratori migranti. Il suo predecessore, monsignor Paul Hinder la definisce una Chiesa pellegrina.

L’accostamento tra Chiesa di migranti e Chiesa pellegrina è molto bello. In questa prospettiva nell’essere Chiesa composta da migranti, provenienti da tanti Paesi diversi, si esprime qualche cosa di essenziale per tutta la Chiesa. Significa concepirsi conti- nuamente in cammino, verso la pienezza del regno di Dio. Si tratta di offrire a tutti i fedeli in modi adeguato alle proprie condizioni di vita la possibilità di approfondire la propria fede, la vita cristiana in tutti i suoi aspetti, facendo sentire la vicinanza della Chiesa alla gente, nella gioia e nel dolore. I fedeli nell’Arabia meridionale frequentano molto la Chiesa, chiedono i sacramenti, sentono con particolare intensità la celebrazione eucaristica. È importante far crescere il senso di appartenenza alla Chiesa come popolo di Dio.

Domani inizierà il suo servizio. Come?

Sarà una cosa molto semplice: inizierò il mio ministero celebrando la santa Messa nella Cattedrale di San Giuseppe ad Abu Dhabi, sede del vicariato apostolico, insieme al mio predecessore, monsignor Paul Hinder, ai sacerdoti e ai fedeli.

La sua nomina, come si diceva, conferma l’importanza della presenza francescana in questa terra così particolare.

Direi, da una parte, che la famiglia francescana è da sempre coinvolta nel Medio Oriente, nella Terra santa. Questa presenza è radicata nella esperienza stessa di san Francesco d’Assisi. Si tratta di una storia di otto secoli che intreccia i francescani con il Medio Oriente. Dall’altra parte i frati cappuccini sono impegnati da tanto tempo proprio nella penisola arabica e portano avanti una preziosa presenza con i migranti e di dialogo interreligioso, in particolare con i fedeli musulmani.

Tornando a Hinder, cosa le ha consigliato in particolare?

Ci sentiamo regolarmente, mi sta piano piano introducendo in questa nuova missione. È un uomo di grande sapienza ed equilibrio. Ha fatto cose straordinarie in questi anni. La realtà del vicariato è molto cresciuta sotto il suo episcopato. Avremo modo di stare insieme presto e sono desideroso di ascoltare tutti i suoi preziosi

consigli.

Immagino che un ruolo importante come punto di riferimento lo svolgerà il Documento sulla fratellanza umana.

Si tratta di un testo fondamentale. Essendo stato firmato proprio ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande Imam di Al-Azhar penso che noi abbiamo il dovere e la responsabilità di custodirne la memoria e di approfondirne le implicazioni culturali, sociali e religiose. Data l’attuale situazione mondiale, questo documento sta diventando ogni giorno sempre più importante.

Elemento molto importante in una realtà dove i cristiani sono minoranza sarà il dialogo interreligioso, da calare nella realtà quotidiana.

Credo ci siano diversi livelli di relazioni interreligiose. Da una parte è necessario approfondire la conoscenza reciproca, favorire il dialogo; dall’altra parte occorre mostrare il contributo che le religioni possono e devono dare allo sviluppo della pace, della giustizia e della fratellanza universale. In questa prospettiva è molto interessante il lavoro che il vicariato sta facendo attraverso le scuole cattoliche. Oltre all’immenso lavoro fatto dalle parrocchie, che servono pastoralmente oltre un milione di cattolici presenti in questa zona, è decisivo il lavoro fatto dalle nostre scuole; infatti molti studenti sono musulmani. Si tratta di una grande occasione di confronto. Il ruolo dell’educazione è fondamentale per il dialogo concreto tra cattolici e musulmani.

Qual è la maggior preoccupazione, se c’è, e la più grande gioia che l’accompagnano all’inizio di questo cammino?

Da una parte sento certamente il timore di essere chiamato ad affrontare una esperienza pastorale tanto diversa da quanto ho vissuto finora. Si tratta di una realtà complessa, non mancano ricchezze ma anche situazioni dolorose come quella drammatica dello dello Yemen. Dall’altra parte sono contento di poter contare su collaboratori molto validi e ben radicati sul territorio. Non pochi frati cappuccini che troverò nell’Arabia meridionale sono stati miei studenti a Roma, quando insegnavo teologia. Questa è per me una grande gioia. Sono soprattutto certo che il Signore è presente ed è all’opera anche in quella terra. È importante rinnovare il mio affidamento totale al Signore.

Lei è stato a lungo vescovo ausiliare di Milano, cosa vorrebbe esportare di ambrosiano in questa nuova esperienza?

Porto con me la ricchezza di questi otto anni vissuti al servizio della Chiesa ambrosiana. Inoltre, anche la Chiesa di Milano sta riflettendo da anni sull’essere “Chiesa dalle genti”, popolo di Dio formato da fedeli portatori di culture, tradizioni e carismi diversi. Porto con me questo spirito perché anche in Arabia meridionale la Chiesa sia sempre più unita e pluriforme.

Avvenire

Tra ‘Corpus Domini’ e festa del ‘Sacro Cuore’: cosa dicono a noi, oggi, queste feste?

In questi giorni la liturgia ci fa attraversare due feste un po’ particolari, a prima vista difficili da decifrare e quasi appartenenti ad un tempo e forse una fede diversi: la festa del ‘Corpus Domini’ (il pane consacrato, segno vivo e reale dell’Eucaristia celebrata) e la festa del ‘Sacro cuore di Gesù’ (da cui sgorgano “sangue e acqua”, sulla croce).
Se oltrepassiamo il linguaggio, anzi in realtà se ci entriamo dentro, scopriamo che la realtà di queste due feste è profondamente antropologica: l’esperienza cristiana – che trae origine da un mistero di incarnazione – non si accontenta di offrire parole e riti, sguardi al Cielo e gesti ‘sacri’, ma si contamina con la verità della nostra esistenza. E noi siamo fatti di carne, sangue, cuore, cibo che ci alimenta e che diviene segno profondo di condivisione e di cura, di dono ricevuto e offerto.

Il fatto di trovare – al principio della nostra via spirituale – il gesto di Cristo che prende se stesso, totalmente, e si fa pane (e vino) buono per la nostra esistenza, che ama al punto da consumarsi, da non tenere più niente per sé, e che – ogni volta che ci ritroviamo nel suo nome – spezza l’eternità di Dio nelle briciole della nostra finitezza, ci aiuta a non cadere nell’inganno di pensare che la fede sia anzitutto un esercizio di virtù, un coraggio nel compiere gesti ‘che Dio vuole’, una volontà che si piega e sottostà a Qualcuno che percepisco sopra di me, confusamente, impersonalmente.

Al principio sta l’obbedienza: non quella intellettuale o meccanica, ma quella dell’essere amati, chiamati, convocati. L’obbedienza del non aver scelto ma dell’essere stati scelti. L’obbedienza di trovare un dono che ci precede, un cibo che ci nutre e pretende di essere essenziale, necessario.
In questa obbedienza, in questo essere sopresi dall’Amore che Gesù ci mostra, intuiamo la profondità dell’animo di Dio, che si riversa nell’animo di suo Figlio, che ci inonda del dono dello Spirito. Il cuore di Gesù non è la sede dei buoni sentimenti, ma delle decisioni, della libertà che si radica e porta frutto, della passione che si apre al dolore e alla fragilità degli esseri umani e non si fa travolgere, ma con umiltà si mette a servizio.

Il discepolo guarda Gesù, le mani che accarezzano, guariscono, consolano; che spezzano il pane e versano il vino, che vengono inchiodate. E vede il cuore del Figlio dell’Uomo che lo chiama ad avere un cuore grande, non impaurito, non blindato, non ‘sclerotico’.
Come leggiamo nell’enciclica Deus Caritas est: “Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo”. Non è un programma aziendale, ma un’esigenza, un’urgenza. È essere stati trasformati e non potersi sottrarre alla Parola che ci invia. È carne, sangue, cuore. È sovrabbondanza di vita.

Siamo, con te, Maestro,
come i discepoli in cammino verso Emmaus,
in cammino sui sentieri della storia.
Ci fai scoprire il senso vero del nostro vivere,
ci inviti a restare con te per scoprirti come amore che si dona.
Ti cerchiamo Maestro,
vorremmo incontrarti nelle piccole cose della nostra vita,
raggiungerti tutte quelle volte in cui ci sembri lontano.
Noi ti cerchiamo, affannati, e invece tu sei qui,
tu abiti in quel luogo che noi conosciamo così poco di noi:
il nostro cuore.
Un cuore affannato, distratto, stanco,
che noi abbiamo trasformato in pietra.
Tu invece lo conosci e ne hai compassione:
conosci le nostre paure, i nostri limiti,
le nostre incoerenze, le nostre debolezze.
Ci accogli così, senza chiederci niente,
ti fai nostro compagno di strada:
ti fai pane per noi!
Ti preghiamo, Signore: fa’ che stando davanti a Te
lasciamo spazio alla tua presenza.
Fa’ che anche il nostro cuore si faccia ardente,
e sappiamo riconoscerti sempre
sulle strade della vita.

vinonuovo.it

Correre ancora…

di: Antonio Torresin

pasqua

Prima ancora che sorga il sole qualcosa si muove, anzi c’è gente che corre. Corrono le donne a portare gli aromi, corre Maria di Magdala, corrono anche Pietro e il discepolo amato che Maria chiama; tutti corrono ma dove stanno andando così di fretta?

Proprio loro che prima stavano a guardare da lontano – come le donne – o erano fuggiti – come i discepoli, ora corrono. Che fretta c’è? Che cosa li ha smossi dal loro torpore?

Corrono mentre è ancora buio, la luce non è ancora sorta all’orizzonte; sembrano voler “svegliare l’aurora” come dice il salmo. Bel paradosso: dovrebbe essere il sole a risvegliarci! Eppure, nulla sarebbe accaduto se loro non si fossero messi in moto per andare incontro alla luce. Solo chi cerca può trovare, e l’annuncio della risurrezione lo riceve solo chi gli corre incontro.

Ma cosa spinge queste donne (perché sono loro le prime) a sfidare la notte? Non è tutto finito? Non ha ragione chi pensa che ormai non c’è più nulla da fare, che tanto un cadavere non scappa, e quindi non c’è fretta se si tratta solo di elaborare un lutto e una perdita definitiva?

In questa urgenza che muove le donne, che spinge Maria a correre, c’è un presagio forse? Un’intuizione tipica di chi ama e non si arrende alla perdita dell’amato? Un’intuizione d’amore senza contenuto: non sanno cosa sperare, cosa troveranno, ma cercano e sperano perché il loro cuore non smette di battere, perché l’amore non si è spento del tutto.

Corrono per non perdere il contatto con quel corpo – dove l’hanno messo? – con quella storia d’amore, perché senza quel corpo non possono vivere, non potrebbero andare avanti.

La tomba vuota

La sorpresa inaspettata è che ad attenderle trovano una tomba vuota. Quel corpo che cercavano non c’è, e al suo posto un vuoto che all’inizio mette paura alle donne, lascia smarrita Maria. Che cosa significa? All’inizio solo questo: è davvero successo, le hanno portato via il suo Signore, il suo amato.

E il primo atto di fede consiste nel restare davanti a quel vuoto, entrare – come fanno Pietro e il discepolo amato, pur senza capire – prendere atto, accettare una perdita. Maria lo fa con il cuore gonfio d’amarezza: rimane davanti alla tomba vuota, non accetta di andarsene, non riesce a staccarsi da quel vuoto.

È difficile stare davanti alla tomba vuota. Per Maria lo sguardo è velato dalle lacrime: non vede che il suo dolore, ma dovrà proprio attraversare quel lago di lacrime come si attraversa il mare per entrare nella terra promessa, come si attraversa la morte per entrare nella vita. Dovrà vedere meglio perché all’inizio non riconosce nel giardiniere null’altro che un estraneo: ma sempre il Signore si fa vicino senza essere conosciuto, come uno straniero. E come il popolo nel deserto, davanti a quel vuoto, le donne sono prese dalla paura.

Per questo l’annuncio della Pasqua è preceduto da una parola che invita al coraggio: “non abbiate paura” dice l’angelo alle donne.

Attraversare la paura, reggere il vuoto, vedere oltre le lacrime, oltre il dolore: perché quel vuoto possa parlare, possa rivolgere loro una parola inattesa e sorprendente di speranza. Dalla tomba un buon annuncio, un Vangelo. Ed ecco che proprio da quella tomba giunge alle donne una parola, un Vangelo, un annuncio.

Questa parola pasquale ha a che vedere con un passato e con un futuro: restituisce un senso nuovo a quella storia che sembrava finita e che invece le attende davanti a loro, le aspetta in un futuro che si apre.

Così è per le donne al sepolcro: la pietra è tolta, un angelo – un messaggero che porta loro un annuncio, un Vangelo – rivolge loro queste parole: “voi cercate Gesù, il crocefisso. Non è qui, è risorto e vi attende in Galilea”.

Voi cercate Gesù, quel Maestro che vi ha amato, che avete incontrato sulle strade della Galilea e che è morto. Non vi sembra possibile che quell’uomo così unico che vi ha guarito, vi ha dato così tanta vita, ora sia quel crocifisso sconfitto sul quale la violenza sembra aver prevalso. Non è qui. Non è prigioniero della morte, perché la sua fine non è stata una smentita della sua vita, ma il dono totale di quell’amore con cui tutto è iniziato.

E un amore così totale non finisce, non può essere trattenuto dalla morte. Vi aspetta in Galilea: dovete tornare dove tutto è iniziato, dovete riprendere i primi passi della vostra storia con lui, dovete capire da capo quello che è successo e che non è finto. Lo potrete ritrovare nella memoria delle sue parole e delle sue opere, quelle che, mentre accadevano, non potevate capire fino in fondo, ma che ora potete ritrovare e rivivere, perché il Signore è vivo e voi vivrete ancora con lui per sempre.

Anche per Maria di Magdala c’è da raccordare il passato con il futuro. Si sente chiamata per nome, come la prima volta, come nessuno l’aveva chiamata con quella voce, con quell’amore. L’inizio dell’incontro con il Risorto è iscritto in una memoria viva della sua voce, di quella prima parola che aveva dato inizio a tutto.

Una memoria vivente che risveglia l’amore, che permette di attraversare il lago delle lacrime, di uscire dal dolore e vedere in modo nuovo. Così riconosce in quello straniero il suo Maestro – Rabbunì – il suo amato.

Correre ancora

Così le donne corrono in Galilea, con i discepoli, e Maria corre dai suoi fratelli a portare un annuncio di vita nuova. Correre ancora, con un cuore nuovo, con una speranza nuova. Quei discepoli, sopraffatti dalla stanchezza, abbattuti nel sonno la notte della prova, fuggiti per la paura ora corrono ancora.

Quelle donne smarrite che seguivano il crocifisso da lontano, corrono ancora. Maria di Magdala, che sembrava impietrita davanti al sepolcro, incapace di muoversi, paralizzata dalla perdita del suo Signore, corre ancora.

Chiediamo in questa Pasqua che il Signore ci rimetta in cammino, anzi ci faccia correre ancora. Se siamo giunti a questa Pasqua con tutta la stanchezza di anni difficili che ci hanno visto chiuderci nelle case, smarriti e impotenti davanti al male, alla violenza e alla guerra, ora possiamo correre ancora. La vita non è finita, è sempre all’inizio.

La memoria del Signore, delle sue parole e delle sue opere, la voce amorevole con cui ci ha chiamati la prima volta, non è finta: ci attende in avanti, ci aspetta in un futuro che non conosciamo ma che è certo e più forte della morte. Possiamo correre incontro al futuro nella certezza che ad attenderci ci sarà il Risorto, la vita nuova, i fratelli e le sorelle che il Signore sempre raduna da tutti i luoghi in cui ci siamo dispersi.

Correre ancora, amare ancora, sperare ancora, perché il Signore ha vinto la morte. Il futuro non fa più paura.

settimananews