A Montecchio i preti “creativi” del Novecento

“Parroci e comunità di fede nelle emergenze storiche del Novecento”: s’intitola così il convegno che si terrà domenica 15 novembre alle 15.30 presso il Santuario della Beata Vergine dell’Olmo a Montecchio per rievocare le figure di don Ennio Caraffi, don Nando Barozzi, don Cipriano Ferrari, don Giovanni Reverberi e don Dino Torreggiani, molto diverse per stile, carattere e carismi.
“I cinque protagonisti, dei quali saranno presentati brevi profili intrecciati alla vita delle comunità di cui seppero essere custodi, guide e garanti della loro fedeltà alla Chiesa, sono stati scelti con DONREVERBERIDONTORREGGIANIcriteri attentamente soppesati”, spiega il professor Sandro Spreafico.
In questo contesto si farà memoria di don Cipriano Ferrari, ordinato nel 1898, mentre sta per aprirsi la fase più feconda del cattolicesimo sociale; di don Giovanni Reverberi (1925) e di don Dino Torreggiani (1928), interpreti di una concezione altissima del ministero sacerdotale e di una Chiesa che deve misurarsi, sul piano pastorale, con il paganesimo dei miti funzionali del Fascismo-regime; di don Ennio Caraffi (1934) e di don Nando Barozzi (1938), che si espongono personalmente tra i gorghi di una sanguinosa guerra civile.

Intervengono:

AURELIO ROVACCHI – «Carità e coraggio nella sintesi pastorale
di don Ennio Caraffi, educatore e parroco di Montecchio»

CLEMENTINA SANTI – «“La prima cosa da fare è dire la verità”. Don Nando Barozzi, parroco per 50 anni sull’Appennino reggiano, tra il pulpito e la piazza, con intelligenza e fede»

CRISTIAN RUOZZI – «Don Cipriano Ferrari e la piccola comunità di San Faustino di Rubiera dinanzi ai totalitarismi»

MARIO PINI – «Il magistero spirituale di don Giovanni Reverberi, parroco di montagna e Servo della Chiesa»

SANDRO SPREAFICO – «“Ci sentivamo esaltati come soggetti ecclesiali”: i giovani di Santa Teresa negli anni di don Dino Torreggiani»

CORO DELL’INDACO diretto da MARCELLO ZUFFA

Coordina EDOARDO TINCANI

laliberta.info

La storia Don Dino Torreggiani: ho incontrato Gesù negli zingari

«Calici di legno-preti d’oro; tempi di miseria-tempi di fede… Il gran bene al mondo l’hanno fatto i santi. Sì, anche i teologi, ma di più i santi con la povertà, amata sino all’esagerazione». È con questo ideale di santità che si è svolta la vicenda terrena del servo di Dio don Dino Torreggiani, missionario e fondatore dell’Istituto secolare dei Servi della Chiesa, l’amico dei carcerati e l’apostolo delle carovane degli spettacoli viaggianti, di cui dal 2006 è aperta la causa di beatificazione.

Proprio Il calice di legno. Dino Torreggiani e la sua Chiesa è il titolo del volume, frutto di quindici anni di ricerca, pubblicato per i tipi del Mulino dallo storico reggiano Sandro Spreafico (780 pagine, 55 euro). Non una biografia e tanto meno un testo agiografico, ma la rilettura della vita complicata e meravigliosa, sorretta dalla Provvidenza, di un uomo agostinianamente inquieto e molto autocritico che ha considerato la santità come la condizione normale per la vita della Chiesa.

L’architrave del sacerdozio di don Torreggiani è stato la pratica «generosa, sincera e libera» dei consigli evangelici, che egli ha tentato a più riprese di proporre a vescovi e a presbiteri, per una Chiesa dei carismi, ma anche dell’obbedienza, della comunione, della condivisione e della corresponsabilità, fedele al «sacramento dei poveri».
Le pagine del libro ci restituiscono un sacerdote che alterna giornate frenetiche accompagnate da don Bosco, dal Cottolengo e dallo Chevrier, a pensose veglie notturne con santa Teresa di Lisieux, Grignon De Montfort e il curato d’Ars. Un suscitatore di vocazioni, anche e doverosamente laicali, che dosa temerarietà e pazienza, pragmatismo e misticismo, propugnatore (anticipando l’immagine cara a papa Bergoglio) di una Chiesa povera per i poveri, avendo speso il suo ministero nelle periferie esistenziali del Novecento, tra nomadi e carcerati.

In una lettera del gennaio 1971 all’arcivescovo Giovanni Colombo, così scriveva: «Non si perpetua forse nella Chiesa quell’assurdo sociale di gente che, votata a servire la Chiesa dei poveri, non vive del carisma della povertà consacrata?». E un anno dopo annotava: «Non saremmo affascinati da questo amore bruciante per Cristo povero, se non l’avessimo incontrato e perdutamente amato nei più poveri, negli zingari, nei carcerati… Non sentiremmo tutta la gioia dell’eroica testimonianza della carità se Dio non ci avesse chiamato alla professione, come carisma, del voto di castità… non saremmo radicati nella “roccia di Pietro”, se la grazia dello Spirito Santo non ci avesse fondato nel cuore della Chiesa: il vescovo».

Alle origini della sua storia vocazionale, due episodi accidentali. Il primo è un fatto di sangue, l’11 giugno 1914: a San Bartolomeo alcuni parenti materni, coltivatori del beneficio parrocchiale, uccisero il parroco in un alterco. La madre impose la mano sul capo del piccolo Dino e gli disse: «Tu prenderai il suo posto, sarai sacerdote!». L’altro, quando il nostro era già prete da tre anni, è la chiamata ad assistere spiritualmente una zingara moribonda, fatto che dette inizio alla battaglia pastorale di don Dino a favore di nomadi e giostrai. Tanto da dar vita nel 1958 all’Opera per l’assistenza spirituale ai nomadi in Italia. Da allora in poi segue le vicende degli zingari nel nostro Paese, riscoprendone e valorizzandone la cultura e la religiosità.

Fascismo e comunismo restarono per lui accidenti storici transeunti e non partecipò, a differenza di altri confratelli, alla Resistenza militante del 1944-45. Gli premeva piuttosto raggiungere le anime, soprattutto dei figli del proletariato e del sottoproletariato, perché credeva a una sola rivoluzione: quella innescata da una testimonianza radicale del Vangelo.

Negli anni 50 e 60 i Servi della Chiesa varcarono i confini reggiani in direzione del Veneto, della Toscana, del Lazio, dell’Umbria, dell’Italia meridionale e insulare. Ex detenuti, nomadi, anziani, lavoratori dello spettacolo viaggiante, e ancor prima i vescovi di numerose diocesi in difficoltà impararono a conoscere la loro carità non episodica.
Don Torreggiani contribuì anche al ripristino del diaconato permanente in Italia, con uno studio pubblicato nel 1964 su Settimana del Clero e con un documento, stilato insieme a don Giuseppe Dossetti senior (di cui Torreggiani può considerarsi padre spirituale) e a don Alberto Altana, che troverà recezione al numero 29 della Lumen gentium.

Nella prima, esaltante stagione postconciliare maturò l’abbraccio ideale con Dossetti e con don Mario Prandi, il fondatore delle Case della Carità. E si intensificò l’afflato missionario dei Servi della Chiesa. Non a caso don Dino morì nel 1983 in Spagna, a Palencia, dove si era recato per rilanciare il suo Istituto verso nuovi orizzonti in America latina. Così aveva scritto di ritorno dal Madagascar: «Ci sono certe cose che si fanno con la testa e, allora, si ragiona; altre che si fanno con le mani e, allora, si lavora; altre che si fanno con il denaro e, allora, si dona e si spende; altre, infine, e sono le opere di Dio, che si fanno con un solo mezzo: la generosità e allora ci si butta, senza calcolo, senza misura».

avvenire.it

“Il calice di legno”, edito da Il Mulino, ha ricostruito la vicenda umana e sacerdotale di don Dino Torreggiani

“Il calice di legno”, edito da Il Mulino, ha ricostruito la vicenda umana e sacerdotale di don Dino Torreggiani inserendola, attraverso un’attenta consultazione di documenti d’archivio e di memorie, nel coevo contesto ecclesiale e civile.

La presentazione del libro è fissata per sabato 29 novembre  presso l’aula magna del Seminario in viale Timavo a Reggio Emilia alle ore 9.30.

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Il titolo riprende una frase spesso usata da don Dino: “calici di legno, preti d’oro” e che ben compendia la concezione che don Dino aveva del presbitero: preti poveri, Chiesa povera che decide l’opzione per i poveri e fa una scelta di povertà.
Nel sottotiolo, “Dino Torreggiani e la sua Chiesa”, l’autore ha voluto indicare che il libro non è solo una biografia, ma contiene anche la storia dei tanti collaboratori di mons. Torreggiani e soprattutto della Chiesa reggiana del XX secolo di cui è figlio e contemporaneamente riformatore del tutto ortodosso. “nihil sine episcopo”affermava. Ma delinea anche la Chiesa che sognava contraddistinta dalla valorizzazione dei laici, dei carismi, del diaconato.

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