Quaresima. Se non esiste un Messia senza croce, neppure esiste una Chiesa o un cristiano senza croce. Dire “no” a tutte le forme del Male

di: Tomáš Halík in Settimana News

omelia

Il filosofo e teologo ceco Tomáš Halík propone questo testo all’inizio del cammino quaresimale, invitando a non fermarsi alle forme del culto ma vivendo il messaggio di morte e di vita contenuto nel mistero pasquale. Se non esiste un Messia senza croce, neppure esiste una Chiesa o un cristiano senza croce. Dire “no” a tutte le forme del Male.

L’omelia dovrebbe essere un ponte tra il mondo del testo biblico e il mondo degli ascoltatori. Questo non è un compito facile oggi, perché in questi tempi difficili e drammatici il mondo di cui facciamo parte sta cambiando letteralmente ogni giorno. Non oso prevedere cosa accadrà nei prossimi giorni tra il momento in cui preparo la mia omelia e la domenica in cui è previsto che se ne parli in chiesa.

Poco tempo fa, pochi avrebbero potuto immaginare che l’Europa sarebbe stata di nuovo in guerra, che la Russia di Putin si sarebbe esclusa dalla famiglia dei paesi civilizzati, avrebbe commesso crimini di guerra, distrutto da un giorno all’altro il pacifico ordine mondiale costruito nel corso di decenni, calpestato il diritto internazionale, attaccato il suo vicino più debole in modo insidioso e spregevole, cercato di cancellare dalla carta geografica uno stato democratico, un grande paese vicino a noi culturalmente, e ucciso brutalmente anche donne e bambini. Il sangue dell’Ucraina grida al Signore degli eserciti.

Non appena l’onda del contagio pandemico si è placata, la Russia di Putin ha scatenato una pandemia ancora più terrificante di ingiustizia, paura e violenza, per la quale è difficile trovare un rimedio sufficientemente efficace.

Le ceneri, iniziazione alla maturità

Nelle chiese abbiamo iniziato il periodo di penitenza pre-pasquale con il rito delle ceneri, accompagnato dalle parole: “Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai”. Questa cerimonia e queste parole ci mettono di fronte alla nostra transitorietà, alla nostra morte. È quindi affine agli antichi riti di iniziazione, in cui il confronto con la morte significava l’iniziazione all’età adulta – questo era forse, dopo tutto, il significato del rito del sacrificio di Isacco.

In questo momento storico ci troviamo di fronte alla morte che è destinata a condurci all’età adulta, alla maturità, alla responsabilità.

Iniziamo la Quaresima con la consapevolezza della morte e della transitorietà. Alla fine della Quaresima, celebreremo la grande notte del trionfo sulla morte e sulla paura della morte, quando possiamo chiedere: “Morte, dov’è la tua vittoria?”. La sacra Scrittura ci dice: “Per la paura della morte eravate tenuti in schiavitù”. Ma siamo chiamati alla libertà, anche alla libertà dalla paura. Il compito della Quaresima è una trasformazione interiore, un’opportunità di liberazione, di ri-creazione.

Il racconto figurato della creazione dell’uomo nella Bibbia ci dice che l’uomo è un grande paradosso: è tratto dal nulla, dalla polvere della terra – ed è animato dallo spirito di Dio.

La polvere e la cenere sono un simbolo del nulla: è una sostanza che non ha forma, è subito spazzata dal vento, non serve più a nulla. Solo Dio può creare dal nulla. Solo lui può dare a qualcosa di così insignificante una forma, un volto e un significato: il suo Spirito. Così, per la potenza dello Spirito di Dio, l’uomo, vulnerabile e transitorio, diventa l’immagine e l’espressione della libertà e della creatività di Dio.

Quando l’uomo abusa del dono della libertà, quando si chiude al soffio dello Spirito di Dio nel guscio del suo egoismo – e questa chiusura la chiamiamo peccato –, ricade nel nulla. Nel Libro dei Salmi leggiamo: “Se si toglie loro lo spirito, tornano alla loro polvere”. Ma il salmista parla poi del pentimento, della conversione – come di una ri-creazione: tu restituisci loro lo spirito e sono creati.

Nella preparazione quaresimale è in gioco proprio questo allontanarsi dal nulla, dal peccato di chiusura come morte spirituale, e soprattutto la conversione e il perdono come risurrezione, come risveglio a una vita piena e libera, per entrare nel dramma pasquale della vittoria sulla morte, sulla colpa e sulla paura. È necessario far risorgere la nostra fede, il nostro amore, la nostra speranza.

Non prendiamo alla leggera questa chiamata quaresimale di Dio facendola diventare una rinuncia alla cioccolata e alle troppe spese. I prossimi anni ci porteranno da sé a una rinuncia delle cose materiali e a uno stile di vita più sobrio.

Al tempo del coronavirus, Dio ci ha chiuso le chiese per dirci: se pensavi che il tuo cristianesimo consistesse nel condurre una vita piuttosto perbene e nell’andare in chiesa la domenica, allora sappi che in questo giorno e in quest’epoca, ciò non è sufficiente. “Cerca il Signore sempre, finché si fa trovare” è il motto della Quaresima.

Se abbiamo risposto a questa pedagogia divina solo partecipando alla messa in TV la domenica, allora non abbiamo capito niente. Dio vuole che cerchiamo coraggiosamente, creativamente e generosamente altri modi più profondi e stimolanti per riflettere e realizzare la nostra fede, piuttosto che il consumo passivo del culto.

L’appello di papa Francesco alla riforma sinodale della Chiesa ha lo stesso significato: trasformare una rigida istituzione in una rete di comunicazione reciproca, un modo di cercare insieme una risposta ai segni dei nostri tempi rivoluzionari. Non una fuga nel passato, né una modernizzazione a buon mercato – ma un viaggio impegnativo dalla superficialità alla profondità.

Le tre tentazioni

Il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci ricorda che Gesù ha affrontato il duro cammino del digiuno per quaranta giorni nel deserto. Al suo battesimo nel Giordano, uscì dal suo anonimato e fu identificato da Giovanni – e dalla voce di Dio dall’alto – come l’atteso Messia e l’amato Figlio di Dio. Gesù intraprende il suo mandato messianico.

Ma non passa immediatamente dal luogo del battesimo alle strade del mondo. Va in solitudine, nel deserto, in un luogo in cui viene raffinato come si raffina l’oro e l’argento. Sarà messo alla prova in quei quaranta giorni, come il popolo eletto fu messo alla prova nei quarant’anni nel deserto sulla via dalla schiavitù alla libertà.

Il deserto non è un luogo di tranquilla contemplazione; il deserto veniva visto come un luogo di demoni. Gli eremiti non sono andati nel deserto per godere della pace, ma per combattere lo spirito del male sul suo campo da gioco.

Chi entra nella solitudine e nel silenzio, e vi digiuna, non deve aspettarsi nulla di piacevole. È nel silenzio e nella solitudine che può risuonare ciò che è nascosto, quell’ombra della nostra natura, quello che spesso affoghiamo con il rumore e reprimiamo con il divertimento. Quando ci sentiamo tristi e soli, spesso ci buttiamo su cibo e bevande per scacciare via questi sentimenti; quando sperimentiamo la fame, riusciamo a diventare rognosi e risentiti. Possono sorgere molte tentazioni nell’anima di una persona i cui bisogni sono frustrati. Anche Gesù, quando era affamato, fu messo alla prova, fu tentato.

Tutte e tre le tentazioni sono dirette contro la sua missione, che ha accettato al suo battesimo e che ha raffinato nella solitudine del deserto. Tutte e tre le tentazioni mirano a corrompere il suo ruolo messianico.

Tra tutte le idee del Messia dell’epoca – trionfatore sugli occupanti romani e restauratore del potere e della gloria dell’impero davidico – Gesù abbraccia quella raffigurata dal profeta Isaia: Il Messia sarà un uomo dei dolori, che porterà la colpa di tutto il popolo, ucciso come l’agnello pasquale – ma è attraverso le sue ferite, le sue cicatrici, che molti saranno guariti.

Nel deserto, il diavolo – con il suo abile uso dei brani della Bibbia – gli offre un ruolo completamente diverso di Messia – un Messia senza croce, un Messia di successo, di miracoli spettacolari, un Messia di potere e gloria, che raccoglie ammirazione e popolarità.

Trasforma le pietre in pane, nutri te stesso e tutti gli affamati, risolvi i problemi sociali, stabilisci un regno di prosperità! Buttati giù dal tetto del tempio e non ti succederà nulla, anzi: tutti ti applaudiranno! Datti il potere reale sul mondo intero per un piccolo prezzo; per quell’unico inchino davanti al Signore delle Tenebre, ne vale la pena! Nessuna croce – piuttosto un trono d’oro!

Ma Gesù sa che il Cristo senza la croce sarebbe l’Anticristo.

Una Chiesa senza la croce sarebbe una delle potenti istituzioni di questo mondo; un prete senza la croce sarebbe un funzionario, un agitatore, un ideologo. Un cristiano senza la croce sarebbe un membro di una delle tante organizzazioni e un sostenitore di una delle tante visioni del mondo.

Quando Cristo comincia a parlare davanti a Pietro della croce che lo aspetta (dopo averlo lodato per la sua confessione messianica e averlo dichiarato la roccia su cui costruirà la sua Chiesa), Pietro gli parla familiarmente: è meglio per te se eviti ogni sofferenza! E allora Pietro sente le parole più dure uscite dalla bocca di Gesù: vattene dietro di me, satana! Gesù riconosce nelle parole accarezzanti di Pietro un’eco della tentazione di Satana nel deserto.

E la terza volta la stessa tentazione arriva nell’ora della morte: scendi dalla croce – e noi tutti ti crederemo immediatamente!

Il film di Scorsese L’ultima tentazione di Cristo, basato sul romanzo di Kazantzakis, rappresenta l’ultima tentazione sulla croce: rinunciare alla via crucis, vivere una “vita normale” come tutti! Il romanzo e il film – scandaloso per molti cristiani – finiscono in modo abbastanza veritiero: Gesù resiste alla tentazione, torna alla croce.

Gesù non trasforma magicamente le pietre in pane: ma dà il suo corpo e il suo sangue, tutto il suo essere – e così diventa il pane della vita.

Gesù non si schianta contro il fondo di questo mondo, non si getta nella rete di sicurezza degli angeli, ma beve il calice della sofferenza fino alla feccia, non fugge dal peso del destino umano.

A Gesù è dato ogni potere sulla terra e in cielo – ma non è una ricompensa per essersi inchinato al diavolo, ma il frutto della fedeltà alla volontà del Padre celeste.

Dì NO al diavolo

Say no to the devil – di’ no al diavolo, cantava il pastore evangelico ceco e dissidente Sváťa Karásek di fronte al regime di polizia con le sue tentazioni, promesse e intimidazioni durante l’occupazione russa della Cecoslovacchia.

Il nostro mondo è di nuovo minacciato dall’oscurità che pensavamo non sarebbe mai tornata dall’inferno del passato. Ancora una volta, dallo stesso luogo in cui giunse il gelo del 1968, che per vent’anni corrose il desiderio di libertà del nostro paese, si riversano ora di nuovo menzogne, sangue e il fuoco della distruzione e, allo stesso tempo, tenta il mondo all’egoismo e all’indifferenza, alla sciocca convinzione che la fine non stia ancora scoccando. Non è vero. Non lasciamoci cullare in una falsa calma e non lasciamoci intimidire: diciamo NO al diavolo.

LA PAROLA 18 febbraio 2016 Giovedì S. Simone, vescovo 1.a di Quaresima

Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto
Liturgia: Ester 4,17n.p-r.aa-bb.gg-hh; Sal 137; Mt 7,7-12

PREGHIERA DEL MATTINO
Eccomi, Signore, solo come Ester quando venne il tempo di intercedere per la salvezza del suo popolo; eccomi solo come Maria nei giorni terribili della Passione e della sua passione per la redenzione del mondo; eccomi solo nel Getsemani della mia anima, poiché di questo giardino dell’Eden, nel quale tu venivi a conversare con me, ho fatto un luogo di solitudine e di angoscia.
Liberaci, Signore, dalla solitudine mortale dell’essere che non si sa amato e che, nel rimpicciolirsi del suo cuore, rifiuta di dare amore. Restituisci alla mia anima la sua antica bellezza affinché commuova, come Ester, il cuore del Re.

ANTIFONA D’INGRESSO
Ascolta le mie parole, Signore, intendi il mio lamento. Sii attento al mio grido di aiuto, mio Re e mio Dio.

COLLETTA
Ispiraci, o Padre, pensieri e propositi santi, e donaci il coraggio di attuarli, e poiché non possiamo esistere senza di te, fa’ che viviamo secondo la tua volontà. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

PRIMA LETTURA (Est 4,17n.p-r.aa-bb.gg-hh)
Non ho altro soccorso fuori di te, o Signore.
Dal libro di Ester
In quei giorni, la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si prostrò a terra con le sue ancelle da mattina a sera e disse: «Tu sei benedetto, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all’infuori di te, o Signore, perché un grande pericolo mi sovrasta.
Io ho sentito dai libri dei miei antenati, Signore, che tu liberi fino all’ultimo tutti coloro che compiono la tua volontà. Ora, Signore, mio Dio, aiuta me che sono sola e non ho nessuno all’infuori di te.
Vieni in soccorso a me, che sono orfana, e poni sulle mie labbra una parola opportuna davanti al leone, e rendimi gradita a lui. Volgi il suo cuore all’odio contro chi ci combatte, a rovina sua e di quanti sono d’accordo con lui. Quanto a noi, liberaci dalla mano dei nostri nemici, volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza».
Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE (Dal Salmo 137)
Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.
La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.
Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.

CANTO AL VANGELO (Mt 4,4)
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Crea in me, o Dio un cuore puro;
rendimi la gioia della tua salvezza.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

VANGELO (Mt 7,7-12)
Chiunque chiede, riceve.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».
Parola del Signore.

OMELIA
“Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe – leggiamo oggi nella prima lettura – Vieni in aiuto a me che sono sola”. È una preghiera di supplica e di fiducia che sgorga dal cuore della regina. La regina Ester è sola e vive un momento di estrema angoscia per il suo popolo. Ma sa dove cercare rifugio. È davanti a Dio, è debole, senza armi ma ha la preghiera. E in questa supplica Dio, ricordando la promessa fatta al suo popolo la colma dei benefici e dei suoi doni. La regina ci presenta un vero modello di preghiera da seguire, quando rivolgiamo o presentiamo al Signore le nostre suppliche. Quante volte invece noi le preghiere le fondiamo sulle nostre qualità, sui nostri calcoli umani o progetti, quante volte ricordiamo al Signore i nostri meriti che pensiamo di avere. “Rendo grazie al tuo nome, Signore, per la tua fedeltà e la tua misericordia. Nel giorno in cui t’ho invocato – canta il salmista – mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza”. E anche il vangelo ci dà una lezione di fiducia profonda: il Padre che è nei cieli è buono e ci dà cose buone se gliele domandiamo. Che cosa impariamo oggi dalla Liturgia della parola. Ma forse che la preghiera si eleva a Dio in intimità del nostro cuore, umile che chiede. Ma quando chiede, quando domanda lascia a lui la risposta e non gliela presenta pronta in anticipo. Quando esiste un rapporto di fiducia tra due persone, in seno ad una famiglia o in una relazione di amicizia in comunità, si può parlare con libertà, si può chiedere con libertà e si può dare in libertà. Ecco come dev’essere la nostra amicizia con Cristo: “Io gli chiedo e lui mi dona. Lui mi chieda e io gli do”. Non sempre è facile ma sempre è utile. Perché anche quando è difficile non ci mancherà mai la sua grazia. Con lui vinciamo il mondo. (Padri Silvestrini)

PREGHIERA SULLE OFFERTE
Accogli nella tua bontà, o Dio, le preghiere e le offerte che ti presentiamo e converti a te i nostri cuori. Per Cristo nostro Signore.

ANTIFONA ALLA COMUNIONE
“Chiunque chiede, riceve”, dice il Signore, “chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto”.

PREGHIERA DOPO LA COMUNIONE
Signore, nostro Dio, questi santi misteri, che hai dato alla tua Chiesa come forza e vigore nel cammino della salvezza, ci siano di aiuto in ogni momento della nostra vita. Per Cristo nostro Signore.

PREGHIERA DELLA SERA
“Ascolta, o mia anima, la voce del Signore che ti chiama, egli è il Dio che cerca coloro che si rivolgono a lui: ”Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Mio Dio, tu hai più sete della mia anima di quanto non ne abbia io delle tue soste, così io credo con tutta la mia fede di essere esaudito da te quando mi rivolgo a te gridando. Tu conosci tutto ciò che manca alla mia vita e, come un Padre amoroso, appaghi il figlio ribelle che è in me. Colmami del tuo Spirito che conduce al pentimento, e riconciliami con la vita.

fonte: laparola.it

Nella Chiesa fuori i mercanti e dentro i poveri. Dedicazione della Basilica Lateranense

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo […].

In tutto il mondo i cattolici celebrano oggi la dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, come se fosse la loro chiesa, radice di comunione da un angolo all’altro della terra. Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa grande di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento di sempre, e si è fatto dell’uomo la sua casa, e della terra intera la sua chiesa.
Nel Vangelo, Gesù con una frusta in mano. Il Gesù che non ti aspetti, il coraggioso il cui parlare è si si, no no. Il maestro appassionato che usa gesti e parole con combattiva tenerezza (Eg 85). Gesù mai passivo, mai disamorato, non si rassegna alle cose come stanno: lui vuole cambiare la fede, e con la fede cambiare il mondo. E lo fa con gesti profetici, non con un generico buonismo.
Probabilmente già un’ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni. Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.
Gesù caccia i mercanti, perché la fede è stata monetizzata, Dio è diventato oggetto di compravendita. I furbi lo usano per guadagnarci, i pii e i devoti per ingraziarselo: io ti do orazioni, tu in cambio mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.
Caccia gli animali delle offerte anticipando il capovolgimento di fondo che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi. Non pretende nulla, dona tutto.
Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri. Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).
Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio del corpo…, tempio di Dio siamo noi, è la carne dell’uomo. Tutto il resto è decorativo. Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.
Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo, casa di Dio per sempre. C’è grazia, presenza di Dio in ogni essere. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia dei volti, alla santità dei volti.
Se noi potessimo imparare a camminare nella vita, nelle strade delle nostre città, dentro le nostre case e, delicatamente, nella vita degli altri,
con venerazione per la vita dimora di Dio, togliendoci i calzari come Mosè al roveto, allora ci accorgeremmo che stiamo camminando dentro un’unica, immensa cattedrale. Che tutto il mondo è cielo, cielo di un solo Dio.
(Letture: Ezechiele 47,1-2.8-9.12; Salmo 45; 1 Cor 3,9-11.16-17; Giovanni 2,13-22)

di Ermes Ronchi – avvenire
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L’indagine Bibbia, questa sconosciuta…

bibbia

Ammonisce il figlio di Sirach, autore del Siracide: «Vergognati della tua ignoranza». Già, gli italiani dovrebbero un po’ vergognarsi della loro ignoranza sul fattore «B», che sta per Bibbia. Quasi tutti ammettono di possederne in casa una copia. Sette su dieci spiegano di averne ascoltati alcuni brani nell’ultimo anno o anche di averli letti. Ma quando si prova a entrare fra le pieghe del testo sacro, l’approssimazione e la confusione regnano sovrani.

E allora appena il 20% sa che Bibbia significa “libro” (per due su cinque vuol dire “testimonianza”). Un terzo pensa che il Messale faccia parte dei settantatré libri di cui la Bibbia è composta. Un altro terzo sostiene che la Scrittura indichi la data del 25 dicembre per la nascita di Cristo. Ben sei su dieci si dicono sicuri che Cesare Augusto non sia mai citato dalla Parola per eccellenza (quando, invece, nei Vangeli è richiamato come l’imperatore che indice il primo censimento e che costringe Giuseppe con Maria a “salire” da Nazaret a Betlemme dove verrà alla luce l’Emmanuel).

E più della metà del Belpaese non ritiene che il testo sacro sia fonte della Rivelazione anche per ortodossi o anglicani.
Risultato? Se nella pagella degli italiani ci fosse una materia che potremmo chiamare “biblica”, la Penisola non raggiungerebbe la sufficienza. E il voto che si meriterebbe sarebbe 5,9, secondo l’indagine che la casa editrice Edb, in collaborazione con la Fondazione Unipolis, ha commissionato all’istituto di ricerca “Demos & Pi” in occasione del quarantesimo anniversario della pubblicazione in Italia della Bibbia di Gerusalemme.

Più di millecinquecento interviste realizzate per scandagliare il rapporto fra il Paese e un testo che «non è soltanto il distintivo cristiano, per citare una formula cara al filosofo Romano Guardini, ma rappresenta anche un distintivo nazionale», sottolinea il direttore scientifico di “Demos & Pi” e curatore dello studio, Ilvo Diamanti. Gli esiti della ricerca, curata da Luigi Ceccarini, Martina Di Pierdomenico e Ludovico Gardani, sono il fulcro del libro Gli italiani e la Bibbia (Edb, pagine 136, euro 10,00) che esce lunedì.

Il priore della comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, parla nella postfazione di «povertà della cultura biblica in Italia» che «rinvia a quella che è stata recentemente chiamata la condizione più generale di analfabetismo religioso». Del resto, ricorda Bianchi, «è piuttosto recente lo sdoganamento della Bibbia» che avviene con il Concilio Vaticano II.

E «l’Italia si distingue anche per l’assenza dal contesto universitario statale, pubblico, delle Facoltà teologiche e dunque di organici insegnamenti biblici». Come se non bastasse, «la stessa catechesi non è sempre capace di un’adeguata iniziazione alla Scrittura».
Certo, aggiunge Diamanti che firma l’introduzione del volume, «in un Paese dove si legge poco la Bibbia è ancora un “bene pregiato”, sicuramente non raro e presente ovunque».

Nell’82% delle famiglie, attesta l’indagine. E due italiani su dieci ne hanno ricevuta almeno una copia in regalo. Non solo. Il Libro dei libri fa breccia anche fra i non praticanti: sette su dieci l’hanno in salotto. Ecco una delle dimensioni nascoste che la ricerca rileva: la Scrittura è «trasversale», come viene definita nella pubblicazione, ossia conquista anche chi non frequenta le celebrazioni o si reputa “lontano”.

La metà di chi non è mai andato a Messa nell’ultimo anno o ritiene irrilevante l’elemento religioso dichiara di averla letta (almeno in parte). E il 30% di coloro che si dicono “laici” o di estrema sinistra si è avvicinato al testo. Persino quando si chiede se è opportuno studiare la Bibbia a scuola, la metà dei non praticanti assicura di essere d’accordo (il dato sale al 63% se si valuta l’intero campione).

«Ciò mostra che il Libro sacro è al centro della civiltà occidentale: non se ne può prescindere e va oltre la sfera religiosa», afferma Diamanti, docente di governo e comunicazione politica all’Università di Urbino. Ma il rischio è che la Bibbia non sia tanto il Verbo, quanto la «pezza d’appoggio per una religione civile», evidenzia Bianchi.
Una delle conseguenze è che anche il credente assiduo non ha dimestichezza con la Scrittura.

Appena il 31% dei praticanti possiede una buona conoscenza biblica: cifra che non si discosta troppo da quella dei “lontani” (il 26%). «Non emerge una relazione diretta fra la vita ecclesiale di una persona e la frequentazione della Bibbia – chiarisce Diamanti –. La familiarità con il testo è legata ad altro: a indici culturali e sociali». Spesso si accosta al Libro chi ha un’istruzione elevata. Ma, a sorpresa, i lettori più assidui e anche preparati sono i giovani che hanno dai 15 ai 34 anni. «Perché è l’età in cui si ha un forte vincolo con la pagina scritta», precisa il curatore.

Il principale ponte verso la Scrittura è l’ascolto. La grande maggioranza degli italiani l’ha “sentita” negli ultimi dodici mesi; quattro su dieci nell’ultima settimana. Dove? L’89% durante una liturgia; il 42% alla tv o alla radio («E sono gli anziani», nota lo studio); il 40% in parrocchia; il 23% in famiglia. «Siamo di fronte a un audiolibro», spiega Diamanti. In fondo la proclamazione della Parola fa parte della vita della Chiesa. Però, si domanda Enzo Bianchi, «questo ascolto, inserito in un quadro rituale, riesce ancora a creare comunità?».

Comunque l’approccio orale non è sufficiente per immergersi nella Scrittura. Serve la lettura o meglio sarebbe la lectio a cui, secondo Guigo II il Certosino, deve seguire la meditazione, la preghiera e la contemplazione. Ma qua siamo troppo avanti. Il 67% degli italiani riferisce di leggere la Bibbia: ma uno scarso 9% lo fa tutte le settimane e appena il 30% l’ha sfogliata nell’ultimo anno.

La geografia della lettura premia il Sud dove si ha più attenzione a questa pratica. Si apre il Libro sacro soprattutto a Messa (72%), poi in parrocchia col sacerdote (62%), al catechismo (59%) e in famiglia (46%). Ma sei su dieci preferiscono farlo da soli. La ricerca traccia anche l’identikit del lettore medio: è donna, ha cinquant’anni, possiede un titolo di studio elevato, appartiene al ceto medio, risiede nel Mezzogiorno, vive la comunità ecclesiale e reputa la fede fondamentale nella sua vita.

Ostacoli superati? Macché. La Bibbia viene considerata difficile dal 61% degli intervistati. E la metà dei lettori chiede un aiuto per l’esegesi: prima di tutto al prete (80% dei casi), poi ad amici (18%), al catechista (12%) o all’insegnante (11%). Però si resta in superficie. Provate a chiedere – come hanno fatto i ricercatori – se l’adagio «Beati gli ultimi se i primi sono prudenti» sia riportato nel testo sacro: la metà vi risponderà di “sì” anche se è soltanto un detto popolare. All’opposto il consiglio di Gesù «Medico, cura te stesso» è considerato estraneo alla Bibbia dal 56% del campione.

Così potrà anche apparire confortante che il Libro dei libri abbia varcato la soglia dell’era digitale, che il 13% abbia scaricato un’app biblica e che l’icona sul telefonino sia giudicata utile dal 43% degli italiani. Ma è quanto mai attuale il monito lungimirante di Benedetto XVI durante un’udienza del 3 agosto 2011: «In effetti molti cristiani non leggono mai la Bibbia e hanno di essa una conoscenza molto limitata e superficiale. La Bibbia – come dice il nome – è una raccolta di libri, una piccola “biblioteca”, nata nel corso di un millennio. Alcuni di questi “libretti” che la compongono rimangono quasi sconosciuti alla maggior parte delle persone, anche ai buoni cristiani».

E non vorremmo che, tornando a parlare del fattore «B» fra qualche anno, sia necessario affidarci all’espressione «Nulla di nuovo sotto il sole» (che è pienamente biblica ed è tratta dal Qoèlet).

avvenire.it

La donna cananea che «cambia» Gesù. Commento al Vangelo di Domenica 17 Agosto 2014

XX Domenica
Tempo Ordinario – Anno A

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

La straniera delle briciole, uno dei personaggi più simpatici del Vangelo, mette in scena lo strumento più potente per cambiare la vita: non idee e nozioni, ma l’incontro. Se noi cambiamo poco, nel corso dell’esistenza, è perché non sappiamo più incontrare o incontriamo male, senza accogliere il dono che l’altro ci porta.
Gesù era uomo di incontri, in ogni incontro realizzava una reciproca fecondazione, accendeva il cuore dell’altro e lui stesso e ne usciva trasformato, come qui. Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso, «converte» Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d’Israele, di Tiro e Sidone, o di Gaza: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l’amore delle madri. No, dice a Gesù, tu non sei venuto per quelli di Israele, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Anche i discepoli partecipano: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, per la mia gente. La donna però non molla: aiutami! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati «cani». E qui arriva la risposta geniale della madre: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, anche quelli che pregano un altro dio.
Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che prega un altro dio, per Gesù è donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un figlio conta più della sua religione. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all’unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe. E sa che Dio è felice quando vede una madre, qualsiasi madre, abbracciata felice alla carne della sua carne, finalmente guarita.
Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede è come un grembo che partorisce il miracolo: avvenga come tu desideri.
Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da far nostro: la terra come un’unica grande casa, una tavola ricca di pane, e intorno tanti figli. Una casa dove nessuno è disprezzato, nessuno ha più fame.
(Letture: Isaia 56, 1.6-7; Salmo 66; Romani 11, 13-15.29-32; Matteo 15, 21-28)

di Ermes Ronchi – avvenire

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