Il Sud, la povertà, le persone. La politica non rinunci ai sogni

Speranza e fiducia sono le vere risorse assenti nelle nostre comunità. Occorre ripartire dalle relazioni, dai legami solidali tra i cittadini, dalla dignità

Il testo che pubblichiamo in questa pagina è stato scritto dall’arcivescovo di Napoli espressamente per «Avvenire». Si tratta di un’ampia e argomentata «Lettera ai politici», nel tempo in cui il Paese sembra scorgere un futuro dopo il Covid, che monsignor Battaglia affida al nostro giornale e la cui versione integrale si trova sul nostro sito www.avvenire.it. Qui ne proponiamo i passi principali, riferiti al Pnrr e alla nuova «questione meridionale».

La pandemia che si è abbattuta sul mondo come un castigo inflitto agli uomini dagli uomini stessi, ha fatto capire ché delicata e dolce è la Bellezza e quanto delicato fosse quindi il nostro pianeta e quanto deboli quelle culture che nei secoli, specialmente l’inizio di quest’ultimo, hanno pensato di dominarlo e piegarlo agli egoismi di pochi. Le economie mondiali hanno tutte mostrato la propria fragilità e la globalizzazione, che tutte le orienta, ha così mostrato i suoi piedi d’argilla, rivelando quanto fossero inutili le scarpe eleganti e costose di cui erano rivestiti. Tutti i governi sono corsi ai ripari inventando provvedimenti urgenti che potessero arrestare il corso sempre più drammatico impresso dal Covid 19 e ridurre così le sue più gravi conseguenze sui sistemi economici e su quello, non certo meno importante, che, dall’interno del primo, presiede alla tutela della salute e alle cure dei malati. (…) L’ Europa, dopo le molte incomprensioni tra i Paesi membri, alcune davvero assai spiacevoli sul piano morale, ha varato un piano di intervento molto importante che prevede l’utilizzo di circa settecento miliardi di euro da distribuire agli Stati dell’Unione sulla base di una linea politica improntata al rigore gestionale e al varo delle tante attese riforme strutturali. (…) Io sono un prete, un umile servo del Signore, un appassionato del Vangelo, un uomo che ha fatto tutta la sua ‘peregrinazione’ verso la Verità ricercando nella giustizia un suo fondamento, nell’ancora troppo lontano Sud. Dalla Calabria sono giunto per volontà del Signore nella Città che ancora il Sud rappresenta in tutte le sue dimensioni e contraddizioni, in tutti i suoi colori chiari e scuri e in tutte le sue melodie, festose e tristi. Napoli è una Città bellissima. Tutto il Sud è una terra bellissima. Di questa estesa terra ricca di paesaggi e di storie, di mare e di cielo limpidi, di monti leggeri e di valli ondulate, di cultura e di umanità, di pensiero alto e di braccia forti, di incanto meraviglioso e di mani incallite, ho visto, e ancora da questo luogo straordinario vedo, le sofferenze degli uomini e delle donne, il loro coraggio di combattere ancora. La loro vivida intelligenza e profonda bontà. (…) E cco, come prete e come uomo del Sud sento, forse mi sbaglierò – ovvero vorrei tanto sbagliarmi – che a questo Piano ‘nazional-europeo’ manchi il Sud. Manchi il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità. I poveri in carne ed ossa, uomini, donne e bambini, volto per volto, nome per nome, che spero finalmente fuoriescano da quelle fredde statistiche che non impressionano più un’Italia divisa su tutto e che rischia di esplodere in una guerra intestina tra egoismi intrecciati, sopra la quale ogni giorno più indifferente sta quella parte progressivamente più ristretta di ricchi sempre più ricchi. Chi sono i poveri oggi? Sono quelli che ancora le statistiche misurano sulla base di ciò che possiedono di misero in un contesto miserevole. In poche parole, formule numeriche che misurano la fame delle persone e la quantità di cibo che riescono a portare a tavola, in abitazioni assai incerte, il cui tetto, per tanti in numero crescente, è il cielo che li copre senza che qui esso acquisti nulla di poetico e di romantico. I poveri sono ovunque nel Paese, dispersi e nascosti nelle pieghe del proprio pudore e della ipocrisia di chi fa finta di non vederli, se non in qualche telegiornale, ingannevolmente di inchiesta, che li riprende davanti alle mense della Caritas, irrispettosi della loro dignità umana e di quella della ‘cittadinanza’ sequestrata. I poveri sono anche le regioni povere, le terre inaridite e assetate dell’acqua che si perde nello spreco e nelle condotte inesistenti o rovinate. Le terre consumate dal cemento e dal cedimento per incuria o per devastazioni diverse. I poveri, sono il lavoro. Quello che manca e quello dequalificato, quello sfruttato e quello mal pagato. Sono il lavoro che uccide nelle fabbriche ‘distratte’, nei cantieri insicuri, nei campi della nuova schiavitù, dove quella carne umana so- pravvissuta al mare viene comprata e venduta a pochi euro. I poveri sono il lavoro, la questione oggi delle questioni irrisolte di un nuovo capitalismo cinico e beffardo quanto crudele e stupido. Un lavoro, sottopagato, che spesso dequalifica e aliena giovani che hanno studiato tanti anni, non solo per sentirsi nobilitati secondo quell’antico principio, ma per sentirsi protagonisti della crescita complessiva della società, costruttori della ricchezza per tutti. La ricchezza, non dimentichiamolo, che è di tutti. Sempre. I poveri, sono anche quella politica che, disgiunta dalla morale, si priva della sua intima natura, del suo scopo primario, lasciandosi così logorare dalla corruzione dilagante e non di rado dall’incompetenza devastante. E così la politica dimentica il suo fine ‘primo’, che è realizzare l’impossibile, il sogno. E non è affatto vero che i sogni siano castelli di sabbia dimenticati al mare della nostra fanciullezza, recuperabili in età avanzata per non ‘morire’ completamente di nostalgia e rimpianto. Come vero non è che la felicità non sia di questo mondo, se essa si fonda sulla realizzazione del bello e del giusto e del vero. Per ciascun essere umano. Il Mezzogiorno, all’interno del Piano di resilienza, non può essere, pertanto, soltanto un’area da risollevare e neppure, se anche lo si volesse, un motore che ne accenderebbe altri.

il luogo, invece, dove si può compiere, insieme alle storiche riparazioni dei danni provocati, un’autentica opera di giustizia e di umanizzazione della Politica. Il luogo in cui può nascere, proprio per la consistenza delle risorse e degli strumenti europei, un nuovo modello di sviluppo fortemente proiettato alla costruzione del vero Progresso. Un modello che punti decisamente, attraverso le mani e la testa e il cuore di una classe dirigente aperta, colta, matura, ‘innamorata’ della Bellezza, alla valorizzazione delle proprie risorse. A partire da quelle, anche umane, già presenti nel territorio, che l’emergenza planetaria, al Covid preesistente, indicano quali ‘salvavita’. Sono le risorse che abbiamo colpevolmente dimenticato: la terra, madre sempre benigna e generosa, l’acqua sua figlia prediletta, il cielo con l’aria da ‘liberare’, il mare da restituire pienamente alla sua grazia così ricca di beni, i fiumi da proteggere dal rischio, che essi stessi soprattutto subiscono, di tracimare modi-È ficandosi e rovinando il territorio, invece che scendere dolcemente verso il mare che li accoglie. Sono i doni di Dio per tutti gli esseri umani e di cui il Mezzogiorno ampiamente dispone ancora. (…) L a Politica, se davvero vorrà riscrivere la storia di questi territori, avendo cura anche e soprattutto dei propri figli più fragili, dovrà riaccendere la fiamma della Speranza e ritessere i fili della Fiducia. Due elementi, Speranza e Fiducia, che sono al momento le vere risorse assenti nelle nostre comunità. Si tratta di ripartire dalle persone, e quindi dalle relazioni, riattivando i legami solidali tra i cittadini. Occorre restituire loro la dignità, e quindi l’orgoglio, di essere meridionali. Ma per farlo occorre ripensare ad un modello di sviluppo che sia integralmente sostenibile, che parta dalla consapevolezza che ‘tutto è connesso’ riconoscendo la relazione profonda ed inscindibile tra la sfera sociale, spirituale, economica e ambientale, come pure quelle fra dimensione locale e dimensione globale. Se davvero si vorrà costruire una nuova prospettiva di futuro, il modello di sviluppo dovrà vedere protagoniste le persone che formano le comunità, quale intreccio di relazioni, identità ed appartenenza. Sono i sogni, le aspirazioni, i legami e le interazioni tra le persone che conducono alla individuazione del modello più coerente con il ‘sentire’ della comunità. Il territorio rimane quindi strumento, complemento oggetto, di un processo in cui soggetti attivi restano le persone. I l compito dell’uomo che governa è davvero quello di fare della Politica la propria missione, la propria ‘più alta opera di carità’. Oggi, non domani. Nella vita delle persone e in quella della natura, non ci sono partite da giocare ai tempi supplementari e vincere poi ai rigori, come i nostri ragazzi hanno ‘eroicamente’ fatto in quel di Wembley, richiamando tutti al dovere gioioso dell’unità di popolo. Quell’unità sincera che commossi pur se preoccupati, abbiamo visto nello spettacolo del tricolore che ha camminato da cuore in cuore, da coro in coro, in tutte le piazze italiane. Quell’unità che io auspico, con l’ausilio di forze politiche che operino concretamente ed esclusivamente per il bene dell’Italia, permanga nel tempo del pieno recupero dell’identità smarrita. Una identità bella, la nostra, che con il buon vento del Sud voli lontano e si mescoli felicemente in quella del popolo europeo. E più alto e più giù ancora voli, senza stancarsi, verso la più nobile delle bandiere e la più bella delle nazioni, quella dell’intera umanità e del mondo pacificato nella giustizia.

Con umiltà ed amore.

Arcivescovo di Napoli

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Al Piano «nazionaleuropeo » di ripresa manca la prospettiva del Mezzogiorno, nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica.

Serve un’opera di giustizia L’auspicio è per un’unità sincera e di popolo, possibile con ausilio delle forze politiche impegnate per il bene dell’Italia

Lavoratori precari manifestano a Napoli per chiedere maggiori certezze e stabilità (Ansa)

Ocse: allarme su disoccupazione giovanile Italia

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In Italia “il tasso di disoccupazione giovanile è salito ulteriormente da un livello già molto alto di 28,7%, raggiungendo il 33,8% nel gennaio 2021”: è quanto si legge nella scheda dedicata all’Italia delle Prospettive occupazionali dell’Ocse, presentate oggi a Parigi.
“L’Italia – avverte l’organismo – è uno dei pochi paesi Ocse in cui il tasso di disoccupazione giovanile è rimasto vicino al suo livello massimo per tutta la primavera del 2021”.

“A livello Ocse, invece, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato dall’11,4% fino ad un picco del 19% – raggiunto già nell’aprile 2020 – per poi scendere al 15% ad aprile 2021”.
E per l’organizzazione In Italia il tasso di occupazione ritornerà ai livelli antecedenti la crisi legata al coronavirus solo nel terzo quadrimestre del 2022, prima della media Ocse, più tardi che in Germania, ma in linea con la Francia. In Italia, afferma l’organismo, il tasso di disoccupazione è aumentato da 9,5% nel quarto trimestre 2019 ed al 10,5% nel maggio 2021. (ANSA).

 

Ricerca. Ecco cosa spinge a cambiare occupazione

Tra le priorità degli intervistati: l’assenza di prospettive e la ricerca di un migliore equilibrio tra vita privata e lavorativa
Tante le motivazioni che spingono a cambiare lavoro

Tante le motivazioni che spingono a cambiare lavoro – Glickon

Avvenire

Glickon, azienda italiana specializzata in People Experience e Analytics, presenta i dati dell’Osservatorio sul lavoro che offrono uno spaccato sulle motivazioni che portano le persone a cambiare occupazione. Le ragioni possono essere molteplici, ma con la pandemia registriamo un cambiamento proprio nei motivi alla base della spinta a cercare un nuovo lavoro. Se l’assenza di prospettive rimane al primo posto (20,5%) segnando però un notevole calo rispetto al dato dell’anno precedente (32,5%), la retribuzione non soddisfacente assume un minore rilievo scendendo dal 14% al 4,3%. Che cosa incide allora in maniera crescente sulla decisione di cambiare lavoro? L’equilibrio tra vita privata e lavoro. Questo elemento, infatti, sta acquisendo via via un’importanza sempre maggiore agli occhi dei lavoratori: se un anno fa solo il 3,7% dichiarava come un miglior work-life balance rappresentasse una ragione importante tra quelle che portano a cercare un’occupazione diversa, oggi la percentuale è salita al 7,2. Questo balzo in avanti è da ricercarsi nel fatto che con la pandemia il lavoro da casa è diventato una costante, che non sempre ha coinciso con una migliorata organizzazione e gestione degli impegni familiari e personali. La sicurezza della posizione ricoperta, infine, è un importante stimolo alla ricerca di un nuovo lavoro solo per il il 4% degli intervistati.

L’obiettivo principale di coloro che scelgono di cambiare è quello di trovare un’organizzazione che abbia una cultura aziendale stimolante (24,6%). Il 12,4% dei lavoratori aspira a trovare, con la nuova occupazione, anche un migliore work-life balance e il 9,5% prospettive di carriera più allettanti. Infine, l’11% del campione intervistato afferma che ciò che rende appetibile il lavoro in un’azienda è che questa sappia offrire un’esperienza di lavoro sfidante. Le persone spendono circa 1/3 della loro vita al lavoro: in tutto circa 90mila ore. Questo dato mostra quanto possa essere importante stare bene sul posto di lavoro e terminare la giornata soddisfatti. Le aziende sono sempre più consapevoli che i loro risultati economici dipendono in larga misura dalla qualità dell’esperienza che sono in grado di offrire ai propri clienti, ma ancora prima ai loro collaboratori.

«Il lavoro ibrido, o qualsiasi altra definizione si voglia dargli, è un sistema giovanissimo, frutto di una mossa istintiva in reazione alla pandemia, tanto giovane da dover essere ancora generato, nella maggior parte dei casi, da persone che ancora non sono entrate nel mondo del lavoro. Dopo tanti tentativi capiremo che non sono le giuste condizioni che generano una buona esperienza di lavoro, ma sono le persone che hanno il potere di vivere o meno una buona esperienza di lavoro – commenta Filippo Negri, ceo e cofondatore di Glickon -. Si può disegnare questo nuovo mondo in maniera sostenibile solo con una nuova intelligenza, una combinazione di tecnologia e sapere umanistico. Intelligenza artificiale, algoritmi di Natural Language Processing, tecniche di Sentiment Analysis, insomma tutto quello che, attraverso la tecnologia, sembra portarci più lontano dalla realtà e dalle persone paradossalmente sarà la merce più preziosa per renderci capaci di guardare al lavoro a partire dalle cose più semplici, come le storie personali di ciascuno di noi».