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La libertà del perdono

 

Dio, il prossimo e se stessi. Se c’è una cosa di cui abbiamo tutti assolutamente bisogno nel cammino quotidiano, è il perdono. Il perdono di Dio, il perdono del prossimo, il perdono di noi stessi. Sonno ristoratore, miele rigenerante: quando il perdono e il suo desiderio sono autentici, immensi sono gli effetti su chi lo chiede e su chi lo dà.
Domandarlo non è facile. Come scrive Paul Auster, chiedere perdono è “una prova di delicato equilibrio tra la durezza dell’orgoglio e lo strazio del rimorso” (Follie di Brooklyn). E non è facile anche perché, un passo prima, è complicato capire di averne bisogno. L’autoassoluzione – so che mi sono comportata male, ma avevo le mie buone ragioni e in fondo non è colpa mia – è, forse, una delle tentazioni più attuali. Abbiamo perso il senso del confronto, la capacità di vedere il male fatto, di assumerci le nostre responsabilità. Assolvendoci di continuo, ancorandoci alla superficie dell’errore commesso, restiamo nell’infantilismo. Invece è ciò che v’è dietro il male fatto quel che avrebbe veramente bisogno di essere guardato e convertito.
Ma il perdono salva anche chi lo dà. Per non soccombere sotto i colpi del dolore e dell’ingiustizia. Se l’odio – comprensibile e terribilmente umano – diventa una corazza lenitiva nell’immediato, goccia dopo goccia però si trasforma in un veleno capace di corroderci. Di trascinare via, come implacabile torrente, la nostra umanità. Solo il perdono ci restituisce la libertà e, con la libertà, la vita.
Deve molto al cristianesimo, il perdono. Nella civiltà greca, dinnanzi al torto del carnefice, l’imperativo interiore era la vendetta. E se è vero che già un’evoluzione vi era stata (superando la legge del taglione, si era passati dalla vendetta privata a quella gestita dalla polis), il passo decisivo però ancora mancava. Così, nella sofferta decisione dell’Oreste di Euripide, il secondogenito di Agamennone non vorrebbe, ma sa che la vendetta è il suo dovere di figlio maschio. E non si sottrae.
Ma poi, in una stalla, un altro Figlio è venuto al mondo, rispondendo a una chiamata di ben altra natura. È al perdono nelle sue declinazioni cristiane di ieri e di oggi che dedichiamo questo numero del nostro inserto. Perché di perdono, si nasce. E di perdono, si vive. (g.g.)

(©L’Osservatore Romano 20 dicembre 2012)