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IL DOLORE DEL CROCIFISSO E DELLA MADONNA NELLE FOTO DI CARLO VANNINI

Il dolore del Crocifisso e della Madonna nelle foto di Carlo Vannini Al Museo Diocesano dal 28 marzo al 31 maggio la mostra dello stimato fotografo reggiano

Cristo è a terra. Lo attorniano i personaggi già presenti all’atto della Deposizione: la madre Maria, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea, Giovanni Evangelista alcune donne. La Madonna, svenevole, è a stento sorretta da Giovanni e da un’amica. Giuseppe tiene ancora tra le mani i chiodi che ha estratto per calare dalla croce il corpo di Gesù. Nicodemo – forse nelle sembianze di uno dei committenti dell’opera – assiste assorto in profondi pensieri. L’inaccettabile verità della morte di una persona carissima trova libero sfogo in urla di dolore: i volti appaiono contratti e sfigurati; le mani, sapientemente modellate, si intrecciano come a figurare i turbinosi sentimenti che agitano il cuore degli astanti. Questa la ricerca di Vannini, che scava nella materia anelando a trovare lo spirito. In circa 30 immagini l’immagine dell’uomo, della sua delusione, del suo disagio, della sua amarezza. Ma l’alba di Pasqua è appena un po’ oltre quel momento: messaggio sempre valido; ancora valido; meravigliosamente attuale. Invito a non fermarci alle apparenze dolorose del presente di ciascuno e forse dell’intera società, dell’umanità tutta. Richiamo ad aprire il cuore; ad andare oltre la notte, al di là dell’abisso. Il Cristo che a Pasqua risorge traccia la strada: attraverso la notte della sofferenza, a volte indicibile e profonda, come da una madre partoriente, fiorisce la vita. Articolato il programma che accompagna l’esposizione, con visite guidate alla chiesa di S. Giovannino, il concerto del Coro di S. Francesco da Paola in Reggio diretto da Silvia Perucchetti, alcune conferenze in cui si affronteranno tematiche quali: il dolore nell’arte (Antonio Paolucci), la testimonianza del dolore del Crocifisso nella Sindone torinese (prof. Ezio Fulcheri) e il significato del dolore nella prospettiva cristiana (Giovanni Nicolini). Per l’occasione sarà esposto presso le sale del Museo Diocesano il dipinto con la incredulità di S. Tommaso, appartenente alla chiesa di S. Giovannino, appena sottoposto a restauro dopo i danni subiti da un tentativo di furto. Il Compianto reggiano era originariamente nella cappella del Sepolcro della chiesa di San Francesco e apparteneva alla Compagnia dei Battuti, costituitosi nel 1321. A Reggio Emilia i confratelli erano noti per essere veri e propri registi delle cerimonie del Venerdì Santo, forse proprio a partire dalla data di fondazione della cappella contenente il Compianto (1480). Nel 1807, a seguito delle soppressioni napoleoniche, la Confraternita viene dispersa e il Compianto passa alla chiesa di San Giorgio pervenendo alla fine del XIX secolo nella attuale sede in S. Giovannino. Il gruppo è costituito da sette statue poste attorno al Cristo morto, ma il tutto è anomalo: manca infatti la statua della Maddalena, mentre l’evangelista Giovanni vi compare 2 volte. L’atteggiamento patetico di Maria è evidenziato dalle braccia aperte e dal grido che le deforma il viso; allo stesso modo i due Giovanni presentano un sentimento di dolore molto caricato. Il Cristo morto non è coerente con l’insieme essendo stata la scultura acquistata sul mercato antiquario negli anni ’50 del secolo scorso. L’opera è stata recentemente ascritta a Michele di Nicolò di Dino detto “Michele da Firenze” (1403/1457 ca.), girovago plasticatore formatosi nella bottega del Ghiberti a fianco di Donatello, autore tra 1440 e 1441 dell’altare delle statuine per il Duomo di Modena. Il Compianto di Reggio Emilia risultato, secondo ultimi studi, dell’assemblaggio di gruppi diversi commissionati dall’antica confraternita reggiana che ancora oggi ne è proprietaria, appare oggi uno dei più problematici tra i molti conservati in Emilia, a causa anche delle pessime condizioni conservative. Le pesanti reintegrazioni e la grossolana ridipintura, già negativamente evidenziata da Adolfo Venturi agli inizi del Novecento, ne rendono infatti complessa una corretta lettura. Tutte le figure, comunque, sembrano successive alla metà del secolo e opera di almeno due differenti plasticatori, il primo – autore del San Giovanni e della Maria disposti ai piedi della croce – cronologicamente prossimo agli esordi di Guido Mazzoni, l’altro probabilmente da questi suggestionato. (dal sito diocesano)