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Epifania del Signore… La vera eredità dell’Occidente

«Nel vivaio delle comete»: questi due versi di Paul Celan («in die Kometen- / Schonung» da Zeitgehöft, Dimora del tempo, 1976) bene introducono al percorso che si vuol qui proporre, per qualche mese, ai lettori. Ora che il XXI secolo è ben avanti nella sua incertezza, nella sua difficoltà a creare avvenire, più urgente diviene interrogarci su quale sia il lascito più duraturo delle civiltà dell’Occidente. Si percorreranno, dai Greci e dai Latini a noi, le opere di scrittori che hanno parlato del loro tempo e al nostro; non sempre “classici”, ma piuttosto “patriarchi”, come li intese il Leopardi nel suo Inno e non meno Paul Celan nel replicare al sogno di Hölderlin («enigma è ciò che scaturisce puro») e a ogni sete di ritorno all’origine: «Venisse, / venisse un uomo, venisse al mondo un uomo, oggi, / con la barba di luce che fu / dei patriarchi: potrebbe, / se parlasse di questo / tempo, solamente / bal- balbettare / conti-, conti-, / nuamente, mente« (Tubinga, gennaio, da La rosa di nessuno).

In quel dialogo a distanza – tra purezza e franta balbuzie – è il lascito essenziale d’Occidente: la coscienza cioè di un’origine non più varcabile, il muro di fiamme che ci separa da Eden, e insieme la continua parabola della fine (crepuscolo o Apocalissi); l’Occidente di sant’Agostino è il Tempo dilatato dal rimorso, dalla memoria, dalla speranza; il cristianesimo ha divaricato il tempo, non l’ha abolito. Non c’è nulla di più struggente che l’inizio del Genesi – un’origine che continua a riverberarsi su noi, sul pane del sudore e della fatica – e nulla di più visionario dell’Apocalisse. Nessun lieve rastrello sulla sabbia, nessuna silente iniziazione d’Oriente: tutto qui è “evento” o “Avvento” che incalza, s’annuncia, si perde, o forse – ma dove? – prende dimora.

Nel «vivaio delle comete» dunque: in quella cuna ove germoglia una cosmica luce e un’infinita deriva, quelle galassie di solo pensiero e sogno e vano nulla: « […] e quando miro / quegli ancor piú senz’alcun fin remoti / nodi quasi di stelle, / ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo / e non la terra sol, ma tutte in uno, / del numero infinite e della mole, / con l’aureo sole insiem, le nostre stelle / o sono ignote, o cosí paion come / essi alla terra, un punto / di luce nebulosa; al pensier mio / che sembri allora, o prole / dell’uomo?» (Leopardi, La Ginestra).

Comete che si perdono nelle notti degli evi o scendono sopra un umile tetto, ad attendere e far strada e promessa: così per i Magi venuti d’Oriente; ed è ancora nostro “vivaio” questo volgere i cieli alla terra, umilesimplicitas, e ricondurre la sapienza alla balbettante infanzia: dagli Evangeli, a Dante a saint François de Sales, che così descrive lasemplicità: «Siate semplici come le colombe, dice il Signore agli apostoli; ma non basta, e aggiunge: Se non sarete semplici come i pargoli, non entrerete nel Regno del Padre mio.

Un bambino, quando è tenero lattante, è raccolto nella minima semplicità, tanto che non ha altra conoscenza che quella di sua madre, e in quest’amore non ha che un solo desiderio che è l’agognato seno, e null’altro vuole. L’anima che vive di perfetta semplicità non ha che un amore, e che un solo desiderio, quello di riposare sul petto del Padre celeste, e lì, come un bambino, tutto tenero, farvi dimora” (Entretiens spirituels, XIV: De la simplicité).

Un percorso  dunque di raccoglimento e di meraviglia: e tra l’uno e l’altra l’inquietudine della misura; inquietudine che Fernando Pessoa ripone nel manto della Vergine: «Che tu sia Crepuscolo Invisibile e che le mie ansie e inquietudini siano i colori della tua indecisione  e le ombre della tua incertezza. // […] // Che io sia le pieghe del tuo manto, i gioielli della tua tiara, e l’oro astrale degli anelli delle tue dita. // […] // Che il tuo silenzio mi culli […], che il tuo semplice essere mi accarezzi e mi addolcisca e mi conforti, oh araldica dell’Oltre, […], Vergine – Madre di tutti i Silenzi, Focolare delle anime che hanno freddo, Angelo custode degli abbandonati, Paesaggio umano –irreale di tristezza – Perfezione eterna” (Nostra Signora del Silenzio? Da Libro dell’inquietudine).

La lettura che suggerisco è, essa stessa, figlia di tale inquietudine: sarebbe un estraniarsi dalla storia immaginare che l’Occidente sia solo pensiero, quando il Novecento non ha fatto che secernere guerre e stermini; e in migliaia continuano a morire sui barconi dell’esilio, nel Mediterraneo, sulle nostre sponde.

Occorre dunque che i “patriarchi” che ci vengono incontro rispondano alla domanda che sempre più affiora alla nostra coscienza e che Georges Bernanos si poneva, a metà del secolo scorso, in occasione di un convegno – Spirito europeo, Edizioni di Comunità, 1950 – che raccoglieva le migliori menti europee (da Denis de Rougemont a Georg Lukacs, da Julien Benda a Karl Jaspers, al quale vennero affidate le conclusioni).

È il momento di convocare il lascito di molti millenni che scongiuri l’“animale totalitario” che da decenni va crescendo, uniformato, senza volto,  nutrito dall’incuria di sé, dallo spegnersi di responsabilità e speranza, dal nutrirsi di soli effimeri eventi. Lo dipingeva già Bernanos, con parole dolenti e profetiche: «L’animale totalitario, animale da preda, volta per volta boia e soldato, costruttore o demolitore, elemento d’ordine o di caos, sempre pronto a credere in ciò che gli si dice, ad eseguire ciò che gli si ordina, è una specie che nasce lentamente. Esso non è affatto  un essere primitivo, anzi il prodotto di una civiltà che ha in certo modo superato l’ultimo punto del suo sviluppo normale; somiglia assai meno ad un antropoide che ad un aristocratico degenerato. Benché, quando è nato, faccia mostra di rifiutare l’intelligenza, ha bisogno, per nascere, di un certo clima di anarchia, di disintegrazione intellettuale.

L’Europa dovrà combattere contro i démoni della propria repleta sazietà. Dovrà ritrovarsi, con gli indigenti, indigente della propria dignità, bisognosa di darsi nome con i senza nome. Questi ritratti saranno dunque deiprincipia individuationis: ogni nome che si pronunci con l’affetto dell’unico è una convocazione alla vita.

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