PUNTO CNVF-SIR “Come un gatto in tangenziale 2”: una commedia brillante che indaga le fratture della società, con una bella pagina di Chiesa missionaria

Giovanni e Monica, atto secondo. La loro storia potrebbe essere benissimo una versione rivista e aggiornata ai nostri giorni di “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare, dove le due fazioni familiari sono sostituite da steccati sociali, da fratture e pregiudizi sedimentati tra centro e periferia di Roma, metafora di un Paese stanco, arrabbiato, caotico, ma che sa trovare comunque la voglia di sorridere e sì di rialzarsi. Parliamo di “Come un gatto in tangenziale. Ritorno a Coccia di Morto”, commedia diretta da Riccardo Milani e interpretata da Paola Cortellesi (anche sceneggiatrice) e Antonio Albanese

Giovanni e Monica, atto secondo. La loro storia potrebbe essere benissimo una versione rivista e aggiornata ai nostri giorni di “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare, dove le due fazioni familiari sono sostituite da steccati sociali, da fratture e pregiudizi sedimentati tra centro e periferia di Roma, metafora di un Paese stanco, arrabbiato, caotico, ma che sa trovare comunque la voglia di sorridere e sì di rialzarsi. Parliamo di “Come un gatto in tangenziale. Ritorno a Coccia di Morto”, commedia diretta da Riccardo Milani e interpretata da Paola Cortellesi (anche sceneggiatrice) e Antonio Albanese. È il riuscito seguito – chiariamolo subito, il sequel funziona, e anche molto! – di “Come un gatto in tangenziale”, film rivelazione nella stagione 2017-18 con 10milioni di euro al botteghino e il Nastro d’argento come miglior commedia. Ora a distanza di tre anni, resi ancora più lunghi dall’ingombrante presenza della pandemia,ritroviamo tutti i personaggi ma anche nuovi ingressi come don Davide, Luca Argentero, un prete di periferia che conquista tutti per la sua immediatezza e il suo essere espressione di quella Chiesa in uscita cara a papa Francesco.Ecco il punto Cnvf-Sir.

Cuori nella tempesta del Covid

Nel primo film abbiamo lasciato Giovanni (Albanese) e Monica (Cortellesi) seduti su una panchina al centro di Roma, emozionati e anche un po’ spaventati da quel loro amore inaspettato. Tre anni dopo l’amore purtroppo è “scoppiato”, o almeno così pare… Monica è finita erroneamente in prigione, messa nei guai dalle gemelle cleptomani Pamela e Sue Ellen (Alessandra e Valentina Giudicessa). Decisa ancora una volta a non arrendersi, la donna ricontatta Giovanni e gli chiede un aiuto, lui che ha un incarico politico così in vista. Nonostante i suoi fermi principi, Giovanni riesce a farle commutare la pena in lavori socialmente utili presso la parrocchia di don Davide (Argentero) a Roma. Sulle prime Monica si oppone, non si fida affatto di preti e suore, anzi li guarda con sospetto persino scaramantico.A contatto però con don Davide e la sua comunità di parrocchiani la donna scopre un confortante fermento di solidarietà, soprattutto in una periferie ancora più deragliata per via della pandemia.In tutto questo i sentimenti verso Giovanni non sembrano poi così dissolti; e anche per l’uomo a ben vedere ritrovarsi a contatto con l’urgano Monica, al di là dei continui problemi, gli fa assaporare il senso di una vita migliore…

L’istantanea di un Paese caotico ma solidale

“Monica e Giovanni sono, e continuano ad essere, due anime dello stesso Paese. Il nostro.E sono per me il modo di raccontare, attraverso il filtro popolare della commedia, da una parte l’amarezza nel vedere il mio Paese così spaccato, dall’altra il grande potenziale di condivisione e di senso della comunità che in esso vive e sopravvive, ed è lì pronto a esplodere anche più della rabbia sociale”. Sono le parole del regista Riccardo Milani che ben racchiudono il senso del film “Come un gatto in tangenziale. Ritorno a Coccia di Morto”, commedia che ci consegna un ritratto deformato, a tratti grottesco, del nostro presente, dell’Italia, un ritratto puntellato da furbizie, scorciatoie, indifferenza e pregiudizi diffusi. In questo scenario tragicomico, però, si colgono anche luminosi segnali di speranza, testimonianze di un’umanità pronta a rimboccarsi le maniche e a rimettersi in piedi in chiave solidale.

Tra gli ancoraggi sociali nella tempesta c’è anzitutto la Chiesa.

È lo stesso regista Milani ad affermarlo in conferenza stampa, cui si aggiunge la voce della protagonista Paola Cortellesi. Hanno indicato di aver avuto l’idea del sequel in primis visitando una parrocchia milanese, scoprendone l’attivismo verso la comunità, e poi registrando il grande impegno della Chiesa nel corso della pandemia, la sua immediata risposta missionaria. Così la storia di Giovanni e Monica si è spostata sul terreno di una parrocchia di periferia di Roma, un vero e proprio presidio di frontiera animato da un sacerdote fuori dal comune, don Davide, che Luca Argentero tratteggia con leggerezza e insieme spessore.

Don Davide si fa racconto di quella Chiesa che non abbandona il territorio, ma lo anima e lo sostiene, soprattutto nella difficoltà.È la Chiesa raccontata dagli spot dell’8xmille, solo che qui la cifra del racconto si irradia dei colori accesi della commedia che spesso sconfina nello sberleffo.Ma il messaggio è lo stesso, una Chiesa missionaria e solidale.

Cultura, avamposto che apre alla speranza

Altro elemento centrale nel film è la cultura: il bisogno di tornare a scommettere convintamente sulla cultura, balsamo per lenire gli strappi delle ingiustizie sociali e per lasciare filtrare il sogno del cambiamento, la presenza di quell’ascensore sociale ancora in funzione. È attraverso il personaggio di Giovanni/Albanese che questo messaggio trova eco nella storia. Per buona parte del film Giovanni è ridicolizzato, in primis da Monica, perché crede ancora che con la cultura ci si possa mangiare; lui dissipa ogni sua energia per convincere tutti del contrario, che di cultura ci si può campare benissimo, soprattutto in Italia, e che potrebbe essere la soluzione a tanti problemi atavici nelle nostre realtà.Toccante è poi lo sguardo di Monica/Cortellesi quando si accorge degli effetti benefici del teatro, della danza, del cinema o della poesia in quartieri abbandonati da tutto e tutti: è come assistere a una pioggia ristoratrice dopo un caldo torrido senza tregua.Tutto può cambiare, persino migliorare, in primis i rapporti umani.

Il valore della risata

Benedetta sia la commedia, soprattutto in tempi così elettrici e nuvolosi! Nella seconda estate al tempo del Covid, quando la luce in fondo al tunnel risulta ancora lontana, appare come un’oasi di spensieratezza il film “Come un gatto in tangenziale. Ritorno a Coccia di Morto”. Non si vuole amplificare il valore di un’opera, che di certo è buona e valida, ma il tempismo con cui esce in sala è assolutamente indovinato, pronto a travolgerci con una sana dose di umorismo leggero, leggerissimo, ma di senso.

I punti di forza del film.

Anzitutto la scrittura: una sceneggiatura compatta, dinamica, pur trattandosi di un seguito, attenta a cogliere lampi di realtà e a rielaborandoli però in chiave del tutto comico-grottesca. L’ironia a momenti è feroce, ma mai scollacciata, mantenendosi comunque nel solco di una narrazione brillante.Ancora, a imprimere forza al racconto sono i due capocomici Albanese e Cortellesi, che tratteggiano con simpatia e intensità gli innamorati tragicomici Giovanni e Monica;accanto a loro tengono bene il passo comprimari convincenti: Luca Argentero, Sonia Bergamasco, Claudio Amendola, Sarah Felberbaum, Mariano Rigillo e Angela Pagano, fino alle esilaranti gemelle Alessandra e Valentina Giudicessa.

Inoltre, nel racconto Milani e Cortellesi inseriscono anche gustose citazioni che rimandano a classici o cult della storia del cinema, ma ovviamente nel segno dello sberleffo: dallo “Shining” (1980) di Stanley Kubrick in chiave onirica al “Il settimo sigillo” (1957) di Ingmar Bergman, soprattutto per la celebre partita a scacchi con la morte: gli scacchi qui sono sostituiti da un mazzo di carte, il terreno di gioco è la “scopa”, e Monica/Cortellesi non teme nessuno!

In un umorismo che sposa l’alto e il basso, il colto e il popolare, “Come un gatto in tangenziale. Ritorno a Coccia di Morto” è una commedia brillante e godibile, che dal punto di vista pastorale risulta consigliabile, semplice e di certo adatta per dibattiti.

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Film in streaming da gustare sul divano in attesa del Natale

Come gestire la nostalgia per la sala cinematografica sotto Natale? È vero, i cinema sono ormai chiusi da un più di un mese causa pandemia, come del resto i musei e i teatri, ma le piattaforme streaming permettono di continuare a fare esperienza di buon cinema, così come di ottime serie Tv. Ecco allora quattro proposte appena rilasciate: il sorprendente “Mank” (2020, su Netflix) di David Fincher, viaggio alle origini del capolavoro hollywoodiano “Quarto potere” (“Citizen Kane”, 1941); l’incontro tra arte e fede nel documentario “Un luogo, una carezza” (2020, su VatiVision) di Marco Marcassoli dedicato alla cappella dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” (2020, su Netflix), una colorata e frizzante istantanea dell’Italia del 1968 firmata Sydney Sibilia; infine, atmosfere zuccherose ma con un twist di ironia in “Fata madrina cercasi” (“Godmothered”, 2020, su Disney+) diretto da Sharon Maguire

Come gestire la nostalgia per la sala cinematografica sotto Natale? È vero, i cinema sono ormai chiusi da un più di un mese causa pandemia, come del resto i musei e i teatri, male piattaforme streaming permettono di continuare a fare esperienza di buon cinema, così come di ottime serie Tv.Ecco allora quattro proposte appena rilasciate: il sorprendente “Mank” (2020, su Netflix) di David Fincher, viaggio alle origini del capolavoro hollywoodiano “Quarto potere” (“Citizen Kane”, 1941); l’incontro tra arte e fede nel documentario “Un luogo, una carezza” (2020, su VatiVision) di Marco Marcassoli dedicato alla cappella dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” (2020, su Netflix), una colorata e frizzante istantanea dell’Italia del 1968 firmata Sydney Sibilia; infine, atmosfere zuccherose ma con un twist di ironia in “Fata madrina cercasi” (“Godmothered”, 2020, su Disney+) diretto da Sharon Maguire. Il punto con la Commissione nazionale valutazione film della Cei (Cnvf) e il Sir.

 

“Mank” (Netflix)

È uno dei film più attesi della stagione, e a ben vedere un’opera che conferma in pieno le aspettative. Parliamo di “Mank” diretto dal geniale David Fincher – tra i suoi successi “Seven” (1995), “Panic Room” (2002) e “The Social Network” (2010) –, che porta sullo schermo una sceneggiatura scritta dal padre Jack Fincher, il racconto della genesi di uno dei film più importanti di Hollywood, “Quarto potere” (“Citizen Kane”, 1941) di Orson Welles, opera nata dalla penna di Herman J. Mankiewicz.Accostarsi al mito di “Quarto potere” non è di certo impresa facile, un’opera che costituisce di fatto un saggio sociologico sul rapporto uomo-potere, media-politica, ma anche un manuale di storia del linguaggio cinematografico.Sfogliando il testo “Manuale del film” di Rondolino-Tomasi, il film di Welles viene citato diffusamente, per spiegare ad esempio il rapporto ambiente-figura (il comizio elettorale di Kane) oppure il montaggio ellittico (il rapporto di Kane con la prima moglie).
Fincher si getta dunque nell’operazione “ricordo” in maniera quasi “dissacrante”, ovvero ribaltando la prospettiva del racconto da Orson Welles a Herman Mankiewicz. “Mank” è infatti una ricostruzione, con uso suggestivo ed elegante del bianco e nero, di come è nato quel film, commissionato a uno degli sceneggiatori più richiesti e tra i più difficili del tempo, Herman Mankiewicz, detto appunto Mank. Un copione nato durante la convalescenza di Mank a seguito di un incidente, sotto le pressioni del giovane prodigio radiofonico Orson Welles desideroso di debuttare al cinema. A influenzare il genio creativo dello sceneggiatore, spesso sotto effetto di alcolici, è anche il mondo circostante di Hollywood, la lotta dentro e fuori gli Studios a cominciare dall’imponente Mgm, guidata dal temibile Louis B. Mayer; e ancora sempre sfondo, ma mai marginale, la controversa figura del magnate dell’editoria con velleità politiche William Randolph Hearst.
Fincher racconta quindi in “Mank” la Hollywood di ieri, tra produzioni, eccessi e strascichi della Grande depressione, insieme alla conflittualità tra due Autori con la maiuscola, ossia Welles e Mankiewicz.Il film è intenso, serrato, dai dialoghi densi e raffinati – e non sempre facili da seguire nei vari giochi di rimandi e citazioni –, sostenuto da una regia assolutamente presente e vigorosa.A suggellare il tutto è la bravura recitativa di Gary Oldman (già Oscar nel 2018 per il ruolo di Winston Churchill in “Darkest Hour”), che domina la scena e fa scomparire tutti gli altri (ottimi) interpreti: Oldman sagoma il personaggio di Mankiewicz con una gestualità meticolosa e un trasporto sorprendente. Da applauso! Nell’insieme, dal punto di vista pastorale il film “Mank” è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti (per i minori la visione è consigliata insieme a un genitore o educatore).

“Un luogo, una carezza” (VatiVision)
Una bella sorpresa è il documentario che la piattaforma VatiVision programma per l’Avvento. Si tratta di “Un luogo, una carezza” di Marco Marcassoli, opera che ricostruisce la cordata di artisti che si è costituita per dare forma alla nuova chiesa dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo. Su tutti l’artista internazionale Andrea Mastrovito – insieme a lui Stefano Arienti, Lino Reduzzi e Pippo Traversi –, che ha risposto alla chiama del progetto sia mosso dalla sfida di creare un singolare habitus per il luogo religioso, sia come testimonianza per la sua terra, per le sue radici bergamasche. La realizzazione della chiesa è meravigliosa, e il documentario di Marcassoli ben rende questo percorso artistico.Un doc di cui si rimane quindi non poco affascinati, non tanto per lo stile di regia, che di fatto gioca in sottrazione, bensì per lo svelamento della fasi realizzative, per la capacità di rimarcare le “singole note” della “partitura”.Inoltre, “Un luogo, una carezza” viene proposto in un momento in cui la città di Bergamo è associata al volto di un’Italia sfiancata dalla pandemia; e sapere poi che questa chiesa è inserita nel tessuto di edifici dell’ospedale intitolato alla memoria di papa Giovanni rende la visione ancor più densa di emozioni. È un film di certo semplice, lineare, ma che si carica di un potente significato aggiuntivo: una contro-narrazione al dolore, alla disperazione, all’immagine di quei carri militari pieni di bare visti nella primavera scorsa. È l’immagine di un luogo di conforto e riconciliazione, dove non manca mai la luce della Speranza. Dal punto di vista pastorale “Un luogo, una carezza” è da valutare come consigliabile, semplice e adatto per dibattiti.

“L’incredibile storia dell’isola delle Rose” (Netflix)
Dopo la trilogia “Smetto quando voglio” (2014-17) il regista Sydney Sibilia e il produttore Matteo Rovere tornano a lavorare insieme nel film “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” sotto la bandiera Netflix. Tratto da una vicenda vera, nell’Italia a cavallo tra il 1968 e il 1969, il film racconta il genio e l’azzardo utopistico dell’ingegnere Giorgio Rosa (Elio Germano) che progetta e costruisce una palafitta abitabile a largo di Rimini, fuori dalle acque territoriali dell’Italia. Lì, in quella che viene chiamata l’Isola delle Rose, nasce il sogno di un vero e proprio Stato indipendente. E per diverse settimane questo Stato esiste e fa rumore, non poco rumore, a livello politico-sociale, con una richiesta di riconoscimento persino dall’Europa. Il film racconta dunque questo desiderio di libertà sulla spinta del clima sessantottino, con le resistenze della politica del tempo, del governo guidato da Giovanni Leone (Luca Zingaretti).Il regista Sibilia disegna un film colorato, frizzante, con una bella atmosfera sull’Italia sulla soglia del cambiamento, gli anni ’70; a ben vedere però la narrazione non sempre risulta compatta, rischiando di inciampare in raccordi sbrigativi o superficiali.Elio Germano si conferma una garanzia. Dal punto di vista pastorale il film “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Fata madrina cercasi” (Disney+)

Se vi è piaciuto “Come d’incanto” (“Enchanted”, 2007) di Kevin Lima con Amy Adams e Patrick Dempsey, allora “Fata madrina cercasi” (“Godmothered”, 2020) di Sharon Maguire non deluderà. Una rilettura del mondo delle fiabe in chiave (quasi) realistica, zuccherosa ma anche simpaticamente irriverente, con un riuscito duetto comico tra le attrici Jillian Bell e Isla Fisher. Il film targato Disney racconta il bisogno di mantenere vivi i sogni di infanzia anche da adulti, non facendosi sopraffare da delusioni, dolori o smarrimenti.Un film, forte del clima del Natale, che si traduce in un invito a custodire le relazioni familiari, a riempire quei silenzi generati dalla frenesia della quotidianità odierna.Si tratta di un perfetto “feel-good movie” adatto a una visione in famiglia. Dal punto di vista pastorale “Fata madrina cercasi” è da valutare come consigliabile, semplice e adatto per dibattiti.

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La proposta. L’Avvento con i film: quattro titoli per quattro domeniche

Una selezione da guardare a casa: i suggerimenti nel nuovo sussidio della Commissione valutazione film della Cei
Sophia Loren in "La vita davanti a sé"

Sophia Loren in “La vita davanti a sé” – .

avvenire

Il sussidio della Commissione nazionale valutazione film della Cei Sguardi d’Avvento verso il Natale è strutturato in quattro tappe, legate ai Vangeli delle quattro domeniche di Avvento. Ogni settimana viene proposto un film con una scheda che lo approfondisce secondo una studiata articolazione. Anzitutto c’è un richiamo al Vangelo di Marco, al quale segue una suggestione di papa Francesco con una citazione breve quanto il testo di un tweet. La scheda prevede anche una parola chiave che ci porta nelle pieghe del commento pastorale della domenica. Cuore della scheda è lo skyline, o sfondo cinematografico, il momento cioè in cui si offrono le chiavi di accesso al film proposto, elementi utili per cogliere i vari richiami pastorali ed educativi (ogni film è anche trattato in maniera più estesa dalla Commissione film Cei nella scheda di valutazione pastorale disponibile sul sito Cnvf.it). In ultimo, un secondo consiglio di visione attraverso un titolo con maggiori potenzialità aggregative e dall’indubbio respiro familiare, scelto tra gli scaffali della storia del cinema.

Un Natale senza dubbio diverso, ma comunque possibile. In un’Italia dove ancora imperversa la tempesta del coronavirus siamo entrati nel tempo dell’Avvento. Un cammino scandito da quattro domeniche, da quattro tappe, che ci conducono al Natale, all’incontro con la speranza che si rinnova nella nascita di Gesù. In un momento in cui anche gli stimoli culturali e aggregativi sono inevitabilmente ridotti, con cinema, teatri e musei chiusi, la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf), espressione dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, ha deciso di proporre un cammino cinematografico “differente” per questo Avvento, un modo per accostarsi al Natale attraverso una selezione di film da recuperare in ambito domestico semplicemente accendendo un computer, una smart-tv, un tablet oppure uno smartphone.

Si tratta del sussidio pastorale Sguardi d’Avvento verso il Natale (gratuito e scaricabile dai siti Cnvf.it o Comunicazionisociali.chiesacattolica.it oppure QUI), che ci aiuta a meditare sui Vangeli delle quattro domeniche di Avvento attraverso altrettante parole chiave: nostalgia, memoria, ricerca e incontro. A esse sono stati associati quattro titoli attuali, reperibili sulle piattaforme streaming: Tutto il mondo fuori (2020, su VatiVision) di Ignazio Oliva con la collaborazione di don Marco Pozza; La vita davanti a sé (2020, su Netflix) di Edoardo Ponti con Sophia Loren; L’altro volto della speranza (2017, su RaiPlay) di Aki Kaurismäki; e Bar Giuseppe (2020, su RaiPlay) di Giulio Base.

Curato da don Andrea Verdecchia, direttore dell’Ufficio comunicazioni della diocesi di Fermo e membro della Commissione film Cei, il sussidio permette di scandagliare la realtà odierna attraverso istantanee di un’umanità in affanno ma anche desiderosa di riscatto. «Un modo per accostarci al Natale stando più prossimi alla realtà – sottolinea Massimo Giraldi, presidente della Cnvf – e nel contempo nelle pieghe del Vangelo».

Si tratta dunque di un ciclo di visioni pronto a fornire occasioni di riflessione e dialogo per operatori pastorali e della comunicazione, educatori, catechisti e famiglie facendo i conti con un clima sociale difficile al tempo del Covid-19 ma anche con un diffuso spirito di resilienza. Come ricorda Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio Cei, «dobbiamo provare a recuperare uno sguardo che sappia andare oltre l’emozione del momento e superare l’emergenza del tempo presente, per scorgere ancora una volta la stella».A questi lampi di realtà e di un’umanità stretta nelle fatiche del quotidiano, ma motivata da un desiderio di riconciliazione e di domani, il sussidio della Cnvf abbina anche alcuni grandi classici della storia del cinema e opere di anni più recenti accolte da ampio consenso. Un modo per allargare il campo della visione e coinvolgere tutti i componenti della famiglia, piccoli inclusi.

Ecco allora che a ogni tappa viene abbinato un secondo titolo da approfondire: si va da La vita è meravigliosa («It’s a Wonderful Life», 1946), di Frank Capra, a Tutti insieme appassionatamente («The Sound of Music», 1965), di Robert Wise, dal cartoon Disney-Pixar Up (2009), di Pete Docter, fino al più recente Nativity («The Nativity Story», 2006), di Catherine Hardwicke.

Sguardi cinematografici di oggi e di ieri, quindi, pensati per tutta la comunità come un’occasione per abitare al meglio lo spirito dell’Avvento, alternando lampi di cronaca a immagini di tenerezza e oscillando dalla favola “laica” sul Natale allo sguardo ravvicinato sul vero Natale: quello illuminato dalla Luce di speranza.

Segretario Commissione nazionale valutazione film della Cei

Festival di Venezia. Cinema, il regista Rau: «La Passione con i migranti»

Il regista svizzero presenta “Il Nuovo Vangelo”: «Quando Matera mi ha chiesto qualcosa per la città ho pensato a un film su Gesù che coinvolgesse gli esclusi dalla società»
Una sequenza del film di Milo Rau "Il Nuovo Vangelo", girato a Matera

Una sequenza del film di Milo Rau “Il Nuovo Vangelo”, girato a Matera – .

Che cosa predicherebbe Gesù oggi? Chi sarebbero i suoi discepoli? Cos’è rimasto del messaggio di salvezza di Gesù nell’epoca dello sfruttamento globale? Ambientato nella città di Matera, dove Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson hanno girato i loro capolavori sulla vita di Cristo, il regista e drammaturgo svizzero Milo Rau, uno dei più importanti artisti del teatro internazionale, è tornato alle origini del Vangelo e ne ha reso protagonisti i rifugiati sfruttati nelle campagne del Sud. Sono loro gli apostoli del film Il Nuovo Vangelo, che ha per la prima volta per protagonista un Gesù nero, l’attivista e scrittore camerunense Yvan Sagnet.

Il film verrà presentato domenica come Evento Speciale alle Giornate degli Autori al Lido e uscirà nelle sale il 24 dicembre. Il lavoro sposa il Nuovo Testamento e la crisi dei rifugiati in Europa, mostrando l’eterna attualità della figura del Cristo. I passi della Bibbia, narrati dalla voce evocativa di Vinicio Capossela che cura anche i brani del film, si alternano alle immagini di cronaca della Rivolta della Dignità, una vera campagna politica per i diritti dei migranti giunti in Europa avvenuta nel 2019 nel materano. Milo Rau ha filmato le dignitose proteste dei rifugiati costretti a lavorare come schiavi nei campi di pomodori della Basilicata e a dormire in condizioni disumane nei ghetti e ne ha fatto i protagonisti, con i loro volti vissuti e bellissimi, di una “sacra rappresentazione” capace di toccare i cuori.

Il nuovo progetto nasce grazie a Matera Capitale della Cultura 2019, come spiega il regista in anteprima ad “Avvenire”. «È da 20 anni che mi occupo delle contraddizioni dell’economia globale – spiega Rau –. Quando da Matera mi è stato chiesto di mettere in scena qualcosa per la città ho pensato a un nuovo film su Gesù con l’obiettivo di preservare lo spirito originario della storia rappresentata dalla Passione coinvolgendo gli esclusi dalla società, i poveri, i disoccupati, i reietti, i rifugiati. La nostra Maddalena è una vera prostituta».

Protagonista il primo Gesù nero del cinema europeo, il carismatico Yvan Sagnet che nel 2011 ha guidato il primo sciopero dei braccianti agricoli migranti nell’Italia meridionale. «Proprio come Gesù, “pescatore di uomini”, così Yvan è andato in cerca del suo gruppo di apostoli nei più grandi campi profughi italiani ed è lì che ha trovato i suoi discepoli», aggiunge il regista. Il quale nelle immagini mette in parallelo la figura del sindacalista che manifesta in piazza a un Gesù “rivoluzionario”, capace di dare una speranza agli oppressi che lo seguono. Nelle scene in abiti storici fra i Sassi, recitano fianco a fianco i migranti, i piccoli agricoltori in fallimento a causa delle multinazionali e i cittadini di Matera entusiasti (lo stesso sindaco, Raffaello De Ruggieri, veste i panni del Cireneo).

La chicca sono gli attori: oltre a Marcello Fonte nel ruolo di Pilato, appaiono Enrique Irazoqui, il celebre Gesù del Vangelo secondo Matteo di Pasolini che interpreta Giovanni Battista, e Maia Morgenstern, la Maria della Passione di Mel Gibson, nel ruolo della Madonna. «È fondamentale la scena dove il primo Gesù, lo spagnolo Irazoqui, battezza il primo Gesù nero – aggiunge il regista –. E quando Gesù viene frustato, è il corpo dei neri di oggi ad essere torturato».

«Chiunque lotti per la propria dignità e benessere, lotta per la dignità e il benessere di tutti gli esseri umani. E questo è un modo per comprendere i Vangeli anche sul piano religioso – aggiunge il protagonista Sagnet –. Con Il Nuovo Vangelo torniamo alle origini storiche della figura di Gesù: qualcuno che sosteneva la sua gente, che agiva contro l’ingiustizia. È il nostro modo per essere cristiani oggi, per rendere davvero concrete le parole di Gesù. E questo è per me, come cristiano, particolarmente importante per unire la mia fede con il mio profondo credo politico». Ma un riscatto e una “resurrezione” sono possibili. «Come si vede alla fine del film, è stata fondata la prima “Casa della Dignità” nei dintorni di Matera: un luogo dove alcuni protagonisti del film possono adesso vivere con dignità e nell’autodeterminazione. E tutto questo col sostegno della Chiesa cattolica» aggiunge il regista che ringrazia anche l’arcivescovo Giuseppe Caiazzo e don Antonio per il sostegno al film. Il 22 gennaio scorso, infatti, a Serra Marina di Bernalda, l’arcidiocesi di Matera-Irsina e la Caritas diocesana hanno inaugurato Casa Betania, la Casa della Dignità, struttura acquistata dall’arcidiocesi grazie ai finanziamenti 8xmille concessi dalla Cei e dalla Caritas italiana. Rau considera il suo film «un manifesto per le vittime della cosiddetta “economia di libero scambio”, quella stessa economia “che uccide” come ha scritto papa Francesco. Gli abbiamo mandato una copia del film, e sarei veramente felice di sapere cosa ne pensa».

Avvenire

Una serie di opere cinematografiche per riflettere sulla disabilità e la sua considerazione oggi

 L’idea da Commissione nazionale valutazione film e Servizio per la pastorale delle persone disabili
I due protagonisti di "Quasi amici" (2011)

I due protagonisti di “Quasi amici” (2011)

Non solo “Quasi amici”. La commedia francese del 2011 di Olivier Nakache ed Éric Toledano è uno degli 8 titoli che compongono il ciclo di schede cinematografiche pastorali che la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) propone in sinergia con il Servizio nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità della Cei, tra luglio e agosto (le schede vengono pubblicate ogni venerdì su Cnvf.it e Pastoraledisabili.chiesacattolica.it). Registrando la bella tendenza del cinema (come delle serie tv) nell’ultimo decennio con l’abbandono dei consueti e stanchi canoni drammatici di racconto della condizione delle persone disabili, il ciclo di film desidera approfondire sguardi diversi sul tema: otto prospettive sulla disabilità che si giocano nel segno della possibilità, dello sguardo che sposa il realismo ma anche la speranza.

Sono già online i focus su “Mio fratello rincorre i dinosauri” (2019) di Stefano Cipani – dal romanzo di Giacomo Mazzariol –, film rivelazione della passata stagione e vincitore del David Giovani, che esplora con tenerezza il legame tra fratelli di cui uno con sindrome di Down, e “La famiglia Bélier” (2015) di Éric Lartigau, sul rapporto genitori-figli nella tempesta dell’adolescenza in una famiglia con disabilità uditiva.

In arrivo: “Tutto il mio folle amore” (2019) di Gabriele Salvatores, storia di un padre “riluttante” e di un adolescente con Asperger in cerca di una seconda occasione, racconto dai toni della fiaba; sul sentiero della commedia educational c’è “Wonder” (2017) di Stephen Chbosky dal libro di R.J. Palacio; ancora, “Quasi amici”, storia vera di un’amicizia che salva, quella tra un disabile e un immigrato dalle banlieue parigine. Ugualmente sulle note di un umorismo frizzante gira “Ho amici in Paradiso” (2016) di Fabrizio Maria Cortese, film sulla disabilità mentale ambientato nel Centro Don Guanella di Roma; esplora, poi, l’importanza di garantire opportunità lavorative per persone con disturbi dello spettro autistico “Quanto basta” (2018) di Francesco Falaschi. Ultima opera del ciclo è il dramma sentimentale “Il colore nascosto delle cose” (2017) di Silvio Soldini.

Otto film, dunque, otto istantanee di senso da (ri)scoprire in ambito pastorale, familiare ed educativo per superare barriere sociali, al tempo dell’isolamento da Covid-19.

Avvenire

Cinema. Checco Zalone l’africano: ecco perché “Tolo Tolo” siamo tutti noi

Il 1° gennaio, preceduto da polemiche, arriva in sala il nuovo film: il comico (qui anche regista) mette alla berlina i diffusi pregiudizi contro i migranti

Una scena di "Tolo Tolo"

Una scena di “Tolo Tolo” – Ansa

Quattro anni fa, in occasione dell’uscita nelle sale di Quo vado?, avevamo scritto che la “storia di un italiano” tracciata dalla coppia Sordi/Sonego nel secolo scorso ha da qualche anno a questa parte un nuovo interprete, vicino a vizi, ipocrisie, nevrosi, fragilità, furbizie, meschinità, ma anche virtù di un paese ferito da una totale perdita di innocenza. L’erede in questione si chiama Luca Medici, in arte Checco Zalone, che con Tolo Tolo, in sala dal 1° gennaio, distribuito da Medusa in ben 1.200 copie, è il comico che più si avvicina alla lucida ferocia della grande tradizione dei Monicelli e dei Risi.

Zalone, che firma per la prima volta la regia (ma con il suo nome all’anagrafe), punta ancora più in alto e rivendicando il diritto a non far ridere parla di Africa, di migrazione, di pullman affollati che attraversano deserti e di barconi che affondano, di chi lotta e di chi si vende, mettendo alla berlina luoghi comuni e pregiudizi, chi pensa di aver capito il mondo e lo racconta su giornali, politici improvvisati e fascismo («tutti lo abbiamo dentro, come la candida»).

Il cast di 'Tolo Tolo'

Il cast di “Tolo Tolo” – Ansa

Tra i tanti riferimenti alla commedia all’italiana, ci sono quelli a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola e a Finché c’è guerra c’è speranza di Sordi. «Guardo con estremo rispetto alla commedia all’italiana – dice il regista – Non paragono i miei film a quei capolavori, ma sono quelli i miei modelli». Scritto da Zalone con Paolo Virzì, interpretato dal comico pugliese insieme a Souleymane Sylla, Manda Touré, Nassor Said Birya con la partecipazione di Barbara Bouchet e Nicola di Bari, prodotto da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbit per Tao Due, Tolo Tolo (ovvero “Solo solo”) racconta la storia di Checco, che si definisce un sognatore, ma che in nome delle sue malriposte ambizioni manda in malora la famiglia e, inseguito dai creditori, si trasferisce in Africa e lavora come cameriere in un resort per ricchi turisti bianchi.

Quando arrivano le milizie e scoppia la guerra civile, Checco, dato per disperso con grande gioia da parte di tutti i familiari che ha inguaiato, è costretto a tornare in Europa facendo «il grande viaggio» attraverso la Libia, insieme a Oumar, appassionato di cinema italiano, alla bella Idjaba e al piccolo Doudou. Egoista, ignorante e cialtrone, convinto che la vera guerra sia quella combattuta con ex mogli e creditori, che gli africani siano migranti per definizione e che la vera salvezza stia negli abiti firmati e in una miracolosa crema per le rughe, Checco pensa sempre di saperla più lunga de- gli altri e spera di finire in Liechtenstein, paradiso fiscale.

Ma le cose vanno diversamente e il “candido” opportunista deve vedersela con una serie di problemi dei quali ignorava l’esistenza. E se c’è chi chiede aiuto a Macron, Checco è costretto a rivolgersi a Nichi Vendola, che non rinuncia alla sua proverbiale logorrea in un esilarante cameo. Al di la di gag più o meno riuscite (la fluidità del film risente di una regia non troppo esperta o forse di un montaggio a volte un po’ sommario), il talento di Zalone sta nel metterci davanti allo specchio e farci vedere un italiano cinico, spesso sgradevole, eticamente discutibile, mediocre e qualunquista, ma nel quale tutti noi possiamo riconoscerci, almeno in parte, perché mai privato della sua umanità, per quanto imperfetta. Cosa che dovrebbe essere chiara anche a tutti coloro che hanno polemizzato con la canzone che accompagna i titoli di coda, Immigrato, paradossalmente difesa proprio da chi il regista prendeva in giro.

Certo, Zalone che se ne infischia del politicamente corretto, che non teme di pestare su tasti che altri non vogliono neppure sfiorare, rischia di finire strattonato in un dibattito assurdo che lo accusa di razzismo e crudeltà, di fare dell’ironia su una tragedia umanitaria. Ma è dai tempi di Chaplin che il cinema trasforma i drammi in commedie e la satira segue le proprie feroci regole, anche se Valsecchi durante la conferenza stampa ieri a Roma ha precisato: «Non ho certo speso venti milioni di euro per fare un film contro Salvini. Tolo Tolo parla di persone che non cercano un futuro migliore, ma un futuro e mette in scena la realtà contemporanea con il sorriso, con un tocco magico e poetico».

Eppure Zalone, a proposito di Luigi Gramegna interpretato da Gianni D’Addario, che da disoccupato scala i vertici della pubblica amministrazione e della politica diventando prima carabiniere, poi pignoratore, assessore comunale, ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e presidente della Commissione Europea e dice «non è mica colpa mia se siete nati in Africa», commenta: «Ho inserito nel film un personaggio che somiglia ai politici attuali: ha una carriera sorprendente come Di Maio, veste come Conte e parla come Salvini. Ho creato una specie di mostro, insomma».

Il finale musicale del film, che non vi anticipiamo, è un vero e proprio colpo di genio, e tutto il racconto è costellato di canzoni del repertorio italiano, da Vagabondo di Nicola di Bardi a Viva l’Italia di Francesco De Gregori. Se le polemiche sembrano imbarazzare, ma non preoccupare Zalone, la vera sfida sarà riempire di nuovo le sale e magari superare l’incasso di Quo Vado? che nel 2015 aveva rastrellato la cifra record di 65 milioni di euro. La palla passa ora al pubblico.

Avvenire

Cinema. «Il primo Natale» di Ficarra e Picone sbanca il botteghino e incassa 8 milioni

Un ladro e un prete finiscono nella Palestina dell’anno zero in cerca del Bambino fra sorrisi, avventura e commozione. Il duo: «Col nostro film festeggiamo il compleanno di Gesù»

Salvio Ficarra e Valentino Picone in una scena de "Il primo Natale"

Salvio Ficarra e Valentino Picone in una scena de “Il primo Natale”

da Avvenire

Il primo Natale di Ficarra e Picone è il primo incasso di Natale con 1.164.118 nella sola giornata di
Natale sbaragliando il box office con un totale che sfiora gli 8 italiano del 2019 per incasso e numero di spettatori, che sono oltre 1 milione e 200 mila. “Siamo felici, che nel giorno di Natale, migliaia di persone abbiano scelto il nostro film per trascorrere insieme a noi, un giorno così bello – dicono Ficarra e Picone”. Il primo Natale, prodotto da Attilio De Razza per Tramp Limited, distribuito da Medusa è il settimo film di Ficarra e Picone.

Raccontare «con situazioni comiche ma anche momenti per pensare il Natale per quello che realmente è, anche se molti se ne dimenticano, cioè il compleanno di Gesù». È nata così, spiegano Salvo Ficarra e Valentino Picone, registi e protagonisti, la loro irruzione nel presepe nella loro nuova commedia Il primo Natale, primo film del duo uscito per le feste, in sala dal 12 dicembre in 600 copie.

Un po’ Non ci resta che piangere, un po’ Ben Hur, il film di Ficarra e Picone è un progetto ambizioso, sia dal punto di vista dei temi, sia da quello produttivo. Un lavoro costato 11 milioni di euro girato a Ouarzazate, l’Hollywood del Marocco, che rappresenta la Palestina dell’era di Gesù, con tanto di comparse, cavalli, bighe, costumi storici e musiche (di Carlo Crivelli) alla Lawrence d’Arabia, che trasformano le avventure di Ficarra e Picone in un mini peplum ben fotografato da Daniele Ciprì, simpatico, ma anche avvincente. Soprattutto perché non perde mai di vista il tema centrale, Gesù e l’amore per il prossimo, coniugando tenerezza, avventura e temi di attualità. Un film che lancia sin da alla prima scena una critica alla freddezza della nostra società che ha fatto del Natale una festa consumistica: Salvo, uno svelto ladro di arte sacra ateo convinto, vedendo sullo schermo di un mega televisore in un centro commerciale le immagini dei migranti sui barconi, si interessa solo a quanti pixel di definizione abbia lo schermo.

Video


Nel frattempo, don Valentino, candido parroco del paesino di Roccadimezzo Sicula sta allestendo il presepe vivente con una esasperante pignoleria per i dettagli. I due si incontreranno quando Salvo, travestito da san Giuseppe, ruberà la preziosa statua del Bambinello. Nell’inseguimento, i due finiranno misteriosamente nei pressi di Betlemme poco prima che nasca Gesù. Così, tra gag ed equivoci (si sorride, ma il tono è rispettoso), i due vanno alla ricerca della Sacra Famiglia nella speranza che li aiuti a tornare nel 2019. Ma nel frattempo, in una avventura che segnerà una crescita personale per ambedue e la scoperta di una amicizia, Salvo e Valentino si ritroveranno fra rivoluzionari zeloti, crudeli guardie romane, simpatici bambini ebrei, a dover salvare il piccolo Gesù (e non solo lui) dalla furia di Erode (un Massimo Popolizio da antologia) deciso a compiere la strage degli innocenti. Ed è proprio qui che il sorriso si fa amaro, con un chiaro paragone con i tanti innocenti in fuga oggi da persecuzioni e guerre.

«Abbiamo parlato anche di immigrazione – spiega Nicola Guaglianone, che ha scritto la sceneggiatura del film insieme a Fabrizio Testini e ovviamente ai due comici –. È un film adatto alle persone sia laiche che cristiane. D’altronde i valori cristiani sono facilmente condivisibili anche da chi non crede».

Il film sui Queen trionfa al Golden Globe (e al botteghino)

Rami Malek in una foto Lapresse

Rami Malek in una foto Lapresse

da Avvenire

A dispetto delle polemiche sollevate da tanti fan dei Queen che hanno accusato il film di aver tradito la verità dei fatti, Bohemian Rapsody trionfa ai Golden Globe, i premi assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association e considerati l’anticamera degli Oscar. Il film diretto da Bryan Singer (il più visto in Italia nel 2018) ripercorre successi e cadute della band britannica e ha vinto come migliore opera drammatica conquistando il premio anche per Rami Malek, convincente e carismatico nei panni del leader Freddy Mercury, icona musicale intorno al quale ruotano le vicende raccontate e al quale sono andati i ringraziamenti del giovane attore al quale dalla sala sorridevano Brain May e Roger Taylor, due dei Queen.

La migliore commedia è invece Green Book di Peter Farrelly che ha vinto anche per la sceneggiatura (firmata con Nick Vallelonga e Brian Currie) e il miglior attore non protagonista, Mahershala Ali. Sempre per la commedia vincono Christian Bale, protagonista del pirotecnico Vice – L’uomo nell’ombra in cui l’attore dà prova di straordinaria capacità camaleontica diventando Dick Cheney, vicepresidente Usa ai tempi di George W. Bush, il vero numero uno della Casa Bianca, e Olivia Colman, anche lei abilissima nel trasformarsi ne La favorita di Yorgos Lanthimos, dove interpreta la regina Anna, ruolo che le è valso la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

La più brava attrice drammatica dell’anno è Glenn Close per The Wife – Vivere nell’ombra di Björn Runge,dove interpreta una donna che per anni ha nascosto di essere la vera autrice dei romanzi firmati dal marito, premio Nobel per la letteratura. Con questo ruolo ha battuto Nicole Kidman e Lady Gaga, mentre la miglior non protagonista è Regina King per Se la strada potesse parlare di Barry Jenkins: anche lei ha trionfato su rivali del calibro di Amy Adams, Emma Stone, Claire Foy interpretando una storia di ingiustizia e riscatto dove l’amore tra due giovani afroamericani gioca un ruolo fondamentale.

Ottimo risultato anche per Roma del messicano Alfonso Cuaron (Leone d’Oro a Venezia), prodotto da Netflixe girato in bianco e nero, che vince per la regia e come miglior film straniero, mentre la più bella canzone originale è Shallow interpretata da Lady Gaga e Bradley Cooper nel film A Star is Born e la colonna sonora piùapprezzata è quella firmata da Justin Hurwitz per First Man – Il primo uomo di Damien Chazelle. Spider-Man: Un nuovo universo che segna l’arrivo di un nuovo Uomo Ragno, l’afro-latino Miles
Morales, è infine il miglior film di animazione a dispetto dei disneyani Gli Incredibili 2 e Ralph Spacca Internet. Grande sconfitto della serata invece BlackKklansman di Spike Lee, che pure a Cannes aveva conquistato il prestigioso Gran Premio della Giuria convincendo anche la stampa internazionale.

Premiati pure serie e film tv, primo fra tutti The Assassination of Gianni Versace di Ryan Murphy, interpretato tra gli altri da Darren Criss, anche lui vincitore di un Golden Globe nei panni di Andrew Cunanan, l’assassino dello stilista italiano.

La migliore serie tv comedy è invece Il metodo Kominsky targato Netflix, che ha visto premiato anche Michael Douglas, la migliore serie tv drammatica è The Americans. Premiati anche Rachel Brosnahan per The Marvelous Mrs. Maisel, Patricia Clarkson per Sharp Objects, Sandra Oh per Killing Eve (è la prima attrice asiatica a riceve un Golden Globe dal 1980: la serie è disponibile in esclusiva per l’Italia su Timvision anche per la prossima stagione) Richard Madden per Bodyguard e Ben Wishaw.