Discusso tema della concessione dei visti ai turisti russi in Europa

Controlli a turisti russi alla frontiera di Nuijamaa

Anna Zafesova, giornalista de La Stampa, affronta il delicato e discusso tema della concessione dei visti ai turisti russi in Europa.

Gentile Anna, ci sono turisti russi in Italia e in Europa in questa estate?
Non ho dati. La mia percezione è che – nelle grandi città come Roma e Milano o in note località di villeggiatura – siano parecchi: forse solo poco meno rispetto ai numeri pre-covid.

Come è possibile? Si era detto che sarebbe stata un’estate senza turisti russi in tutta l’Europa, dopo le sanzioni…
Le sanzioni hanno determinato la sospensione dei voli dalla Russia all’Europa, ma non hanno comportato una limitazione dei visti, tanto che alcuni Paesi – in particolare la Finlandia – hanno funzionato da transito dei turisti russi diretti in Europa. Le ambasciate e i consolati dei Paesi occidentali hanno continuato a rilasciare visti turistici, come prima.

Solo da pochi giorni è affiorata – proprio dalla Finlandia – una questione di genere etico: la premier Sanna Marin ha detto di trovare ingiusto che il suo Paese si stia prestando a un tale flusso turistico dalla Russia, con ciò che è accaduto e sta accadendo in Ucraina. Ha quindi deciso di limitare l’emissione dei visti, continuando peraltro a concedere, senza limitazioni, i visti per studio, per ragioni culturali e familiari.

Conseguenze
Quali riflessi lei coglie di questa inaspettata presenza turistica?
Purtroppo, ho registrato una serie di episodi piuttosto spiacevoli, segnatamente negli ultimi giorni, in Europa e anche in Italia. Si sono verificati casi di aggressione verbale – e non solo – di russi e di russe contro persone ucraine, con video, a carattere denigratorio, finiti sui social con grande seguito di pubblico.

Ricordo l’episodio di un ragazzo russo che, a Milano, ha calpestato i manifesti degli ucraini che, regolarmente, si riuniscono in piazza Duomo, suscitando la giusta riprovazione dell’opinione pubblica milanese. Ho colto, peraltro, anche qualche manifestazione di solidarietà tra russi e ucraini nei Paesi europei, ma, tutto sommato, poca cosa.

Come si pone, secondo lei, la questione etica della presenza dei russi in Europa e in Italia?
La questione etica è stata per primo posta dal presidente ucraino Volomidir Zelenski in una intervista al Washington Post in cui ha sostenuto che i russi stanno godendo del privilegio di fare turismo in Europa mentre gli ucraini sono sotto le bombe. In effetti, anche a mio modo di vedere, è quantomeno imbarazzante che i turisti russi vengano in Europa a fare shopping come se nulla di grave sia accaduto e stia accadendo da quelle parti.

Consideriamo che chi può permettersi la vacanza in Europa è sostanzialmente un’élite acculturata, ossia quella che dovrebbe essere maggiormente in grado di comprendere le responsabilità del governo russo – e inevitabilmente di tutto il popolo russo – riguardo alla guerra di aggressione dell’Ucraina.

Russia – Europa
Lei, cosa auspica?
Ho già avuto modo di presentare (cf. qui) le dimensioni – piuttosto modeste – del movimento di protesta in Russia. Attendevo qualcosa di ben diverso. Non posso chiedere ai russi di immolarsi al proprio regime scendendo in piazza e finendo direttamente in carcere, ma mi sarei francamente aspettata, almeno quest’anno, un’astensione dai movimenti vacanzieri e di consumo verso l’Europa: come me pensano sicuramente tante altre persone in Europa e nel nostro Paese, in Italia.

La parte – sicuramente minoritaria – della popolazione russa che si oppone alla guerra e si oppone al regime di Putin è rimasta in Russia e ha cercato di esprimere forme di dissenso e di resistenza: so che sono avvenuti, ad esempio, sabotaggi ai binari dei treni diretti ai rifornimenti delle truppe di aggressione in Ucraina; si tratta di episodi poco o per nulla noti – radi – ma ci sono. Penso che dovremmo dedicarvi maggiore attenzione.

Posta la questione etica, come l’Europa potrebbe affrontarla?
I visti turistici rilasciati dai Paesi europei ai cittadini russi residenti nella Federazione andrebbero sospesi. Questa è la mia prima risposta, di impulso. Ma mentre dico questo avverto tutti i problemi che una tale determinazione susciterebbe.

Il primo problema è che i russi che, in questi mesi, si sono allontanati dalla Federazione lo hanno fatto avvalendosi unicamente dei visti turistici, oppure senza avvalersi di alcun visto – verso i Paesi che dalla Russia non lo richiedono –, ma sempre come turisti: sto parlando di circa quattro milioni di persone.

Togliere i visti significherebbe quindi togliere questa possibilità, mentre lo stesso Zelenski ha sostenuto che i russi che lasciano la Federazione per dissenso rispetto politica di guerra del loro Paese andrebbero ben accolti in Europa.

Si tratterebbe, allora, di rilasciare visti non più turistici, bensì mirati in senso umanitario, senza tuttavia giungere alla richiesta di asilo in ambasciata.

Perché non offrire – da subito – la possibilità della richiesta di asilo?
Perché, dopo un attimo dalla formulazione della richiesta di asilo, in una qualsiasi ambasciata o consolato in Russia, la polizia segreta di Putin ne verrebbe a conoscenza, con le conseguenze del caso.

I russi che si trovano nei Paesi occidentali già hanno la possibilità di presentare istanza di asilo: le risulta che ne stiano fruendo?
In pochissimi casi. La stragrande maggioranza dei russi trasferitisi all’estero – dal 24 febbraio ad oggi – non ha presentato istanza di asilo e non ha intenzione di farlo, per vari e comprensibili motivi: temono innanzi tutto le conseguenze di un atto così impegnativo e forte sui familiari e sugli amici rimasti in Russia; temono poi di non poter più tornare in Russia nel momento in cui siano nell’urgenza di farlo.

La scelta dell’asilo è, infatti, di per sé, irreversibile; molti non hanno, poi, obiettivamente, alcuna intenzione di vivere per sempre in occidente: pensiamo, ad esempio, ai giovani che sono espatriati per evitare la chiamata alle armi, contando su una situazione contingente che in qualche modo si sarebbe risolta o che si risolverà.

Quali misure?
Quale sarebbe la reazione dei russi a misure stringenti imposte dall’Europa sui visti?
Le misure di carattere punitivo rischierebbero di fare il gioco del governo di Putin e del suo apparato di propaganda. Da anni Putin in persona sostiene che l’occidente non vuole i russi – non li ha mai voluti – e, alla prima occasione, li caccia: perciò – per lui – è bene che i russi restino a casa, pensino a sostenere il loro Paese nel mondo, pensino a sostenere lui stesso.

La propaganda al suo seguito alimenta la tesi della russofobia degli occidentali e quindi del deliberato maltrattamento dei russi in occidente. Episodi simili a quelli a cui ho accennato – avvenuti a Milano – hanno determinato la sospensione del visto o della prenotazione alberghiera ai loro infausti protagonisti e ora vengono manipolati in Russia a sostegno della tesi discriminatoria e vittimistica.

Lo stesso oppositore russo più noto, Alexei Navalny, dal carcere, ha fatto sapere che chiudere i confini da parte dei Paesi occidentali sarebbe un grosso regalo a Putin.

C’è un modo per evitare effetti così contraddittori?
In Lettonia, ad esempio, si è detto di voler negare i permessi di soggiorno soltanto ai russi sostenitori di Putin. Si tratta di un Paese che si sente direttamente minacciato: capisco quindi la posizione ma non penso che possa essere mantenuta – in maniera così mirata – e quindi essere estesa a tutti i Paesi occidentali.

L’dea della Lettonia ha il pregio della giustificazione di diritto: infatti una misura punitiva – nel nostro pensiero occidentale – non può mai risultare indiscriminata, bensì sempre ed esclusivamente ad personam, perché possa essere giusta.

Il problema è dunque di applicazione su vasta scala e di strumenti applicativi adeguati allo scopo. Si è detto di chiedere ai russi intenzionati a venire in Europa di firmare un documento individuale di condanna della guerra. Penso che molti russi – persino sostenitori di Putin – sarebbero pronti a firmare un tale documento pur di venire in vacanza in Europa, ma ritengo che questa risulterebbe una misura inefficace ai fini di un’autentica responsabilizzazione, oltre che, probabilmente, risultare una misura contraria al diritto occidentale, perché fondata su una discriminazione delle idee.

In Italia il problema si è esplicitamente posto – mi pare – solo all’inizio della guerra e solo per quanto riguarda figure di fama internazionale.
Ha fatto notizia il caso del famoso direttore d’orchestra Valerij Gergiev a cui la Scala di Milano ha chiesto una sorta di abiura della guerra di aggressione della Russia sull’Ucraina e un’esplicita presa di distanza da Putin, quale condizione per poter continuare la collaborazione artistica: cosa che non poteva avvenire e difatti non è avvenuta. Ricordo che Gergiev è uno dei pilastri della propaganda di Putin. È un uomo molto in vista e molto influente in Russia.

Secondo me, un ente privato come la Scala aveva e ha tutto il diritto di selezionare le proprie collaborazioni, secondo i propri codici etici.

La cultura
Questo può essere il criterio con cui il mondo culturale si rapporta con gli esponenti della cultura russa?
Sì, penso che per il mondo della cultura sia relativamente più facile selezionare gli artisti – su invito – alle manifestazioni e alle rappresentazioni in Italia e in Europa. E penso che ciò stia avvenendo, anche per non incorrere in incidenti e polemiche che possano rovinare gli eventi culturali.

Per quel che so, gli organizzatori stanno prestando attenzione ai profili – non solo artistici – delle persone invitate, parlandone e parlando prima con loro. In questo modo gli eventi culturali possono diventare occasioni di dialogo con chi è veramente aperto al dialogo, senza peraltro esigere improbabili abiure.

Le opinioni pubbliche dei Paesi europei, secondo lei, cosa effettivamente chiedono ai governi?
Questo è il punto. Esistono opinioni pubbliche – con elettorati – di diversa natura da Paese a Paese e, ovviamente, anche all’interno dello stesso Paese. Faccio ancora l’esempio della Finlandia perché è il Paese che con più forza ha posto il caso a tutta l’Europa: nelle sue città di frontiera sono arrivati e continuano ad arrivare migliaia e migliaia di russi di cui una parte prende l’aereo e viene in Europa a fare vacanza, mentre un’altra consistente parte si ferma a fare shopping, aggirando in tal modo le sanzioni che privano i mercati russi di certi prodotti.

Va detto che alcune persone vanno alla ricerca di medicine o di altri beni di prima necessità introvabili in Russia, ma tanti altri si permettono la ricerca del lusso o perseguono la rivendita illegale dei beni acquistati, una volta rientrati in patria. Ebbene, questo può fare evidentemente comodo all’economia e alla società finlandese.

Allo stesso modo può far comodo al turismo italiano ricevere di nuovo – quest’anno – molti turisti russi. Ma c’è, appunto, il problema etico di cui ho detto. Bene ha fatto la premier finlandese Sanna Marin a porlo e ad interpretare i sentimenti di buona parte dei suoi concittadini. Penso che il problema sia e, per quanto possibile, debba essere avvertito dalle opinioni pubbliche dei Paesi europei.

Non dimentichiamo poi che di queste opinioni pubbliche sono parte integrante i milioni di ucraini in diaspora nei Paesi europei. Nella demografia italiana costituiscono centinaia di migliaia di persone presenti ben da prima della guerra. Le cancellerie degli Stati non possono non tenerne conto. Qualcuna lo sta facendo con alcune scelte sui visti e i permessi di soggiorno: oltre alla Finlandia e alla Lettonia, posso citare la Repubblica Ceca o la Lituania. Ma siamo all’ordine sparso, non ancora a un ordine europeo.

Andare in Russia
Cosa sta accadendo nella direzione inversa, ossia dall’Europa alla Russia? È più difficile – poniamo per gli italiani – andare in Russia?
Per i cittadini europei che vogliono andare in Russia non è cambiato molto, se non che mancano i voli diretti e quindi si deve passare attraverso altri Paesi, così come appunto stanno facendo i russi verso l’Europa.

Si può passare dalla Finlandia, in volo, ad esempio, sino a Helsinki e poi, da Helsinki, via terra: così si può arrivare a San Pietroburgo; oppure si può andare in volo sino a Istambul e da lì a Mosca. Istambul è divenuto il principale scalo aereo dall’occidente verso la Russia. Chiaramente i costi sono incrementati.

Dal 15 luglio scorso, peraltro, la Russia ha fatto cadere le limitazioni precedentemente in vigore a motivo – almeno ufficialmente – del covid. Vero è che la Russia ha stilato un elenco di Paesi amici versus Paesi ostili. Non escludo quindi che per qualche occidentale, non gradito e proveniente dai Paesi ostili, possa essere sollevato qualche problema di ingresso.

Ma ufficialmente non ci sono limitazioni, tanto da consentire alla propaganda di fare sfoggio di una liberalità che in occidente non sussisterebbe. Il regime, in tal senso, è molto abile: basti pensare all’accoglienza – strumentale – riservata ad alcune figure occidentali, ben accolte in Russia perché sono andate a manifestare il loro sostegno a Putin. Il caso più recente è quello dell’attore Steven Seagal.

Intuisco che la materia è delicata e complessa – avverto che lei stessa è combattuta tra opposte istanze –, può tuttavia trarre una sua conclusione: cosa dovrebbero, secondo lei, insieme stabilire i Paesi europei?
La mia personale posizione è che i visti turistici in quanto tali vadano sospesi e questo per dare un segnale – netto e determinato – di tipo etico. Consentire i flussi turistici come se nulla fosse è un messaggio eticamente sbagliato. C’è una responsabilità individuale e c’è una responsabilità collettiva. Non vanne ignorate.

Nel mentre ritengo che debba essere messa a punto una procedura chiara e di sicuro accesso per consentire ai cittadini della Federazione russa di accedere ai Paesi europei per ragioni non turistiche, quindi, sicuramente, per ragioni familiari, culturali, di studio, ma anche umanitarie. Penso che l’Europa debba muoversi con molta prudenza, ma debba farlo.

fonte: settimananews

Voglia di normalità e spettacoli live, cultura attrae turismo

L’estate 2022 segna un ritorno alla normalità per le attività culturali dal vivo e per la relativa spesa.

Voglia di normalità che è ormai nei fatti e che genera un’inversione di tendenza anche se ancora parzialmente condizionata dal Covid. La spesa media per beni e consumi culturali estivi sarà di 125 euro a persona.

A crescere in misura particolarmente significativa rispetto a giugno è la visita a mostre, musei e siti archeologici (+14%), l’andare al cinema (+13%) e al teatro (+5%), la partecipazione agli eventi dal vivo, soprattutto spettacoli all’aperto (+7%), concerti e festival culturali (+6%).
    Sono alcuni dei risultati che emergono dall’Osservatorio di Impresa Cultura Italia Confcommercio, in collaborazione con Swg, sui consumi culturali degli italiani.
    In crescita anche la lettura di libri sia in cartaceo (+6%) che in digitale (+2%). Il 45% degli intervistati fruirà dell’offerta culturale estiva nella propria città anche se meno ricca di eventi rispetto al periodo pre-pandemico.
    Si conferma che le iniziative culturali sono un importante attrattore nelle località turistiche: il 68% degli intervistati che andranno in vacanza parteciperà ad attività culturali nelle località di villeggiatura con una spesa media pro capite di 95 euro. Gli eventi più attrattivi per i turisti sono quelli enogastronomici, seguiti dalle visite a musei e siti archeologici, concerti e festival culturali. In generale, un’ampia platea di turisti guarda con attenzione all’offerta culturale durante le vacanze e soggiorna in luoghi dove sa di trovare iniziative culturali interessanti.
    Per il Presidente di Impresa Cultura Italia-Confcommercio, Carlo Fontana, “i segnali positivi sui consumi culturali estivi e la ritrovata normalità per gli eventi dal vivo sono un’ottima notizia. Ci sono, dunque, i presupposti perchè questa tendenza positiva si confermi e si rafforzi anche nei prossimi mesi. Per questo, ora più che mai, servono misure mirate ed efficaci che spingano la ripresa dei consumi e gli investimenti nel settore”.
    (ANSA).



I percorsi di un turismo responsabile e a basso impatto L’idea delle vacanze in cammino per meditare e ritrovare la strada

Anche nei primi mesi di quest’anno sono aumentati i turisti con lo zaino in spalla Un modo di viaggiare che riflette uno stile di vita e permette di scoprire un’altra Italia

C’è chi pensa che il cammino si possa vivere come una lunga preghiera a Dio, recitata con lo stupore sempre negli occhi; c’è anche chi, più laicamente, sostiene che sia simile a un’intensa seduta di psicoterapia con sé stessi. E ancora c’è chi vede nel camminare l’arte di togliere: togliere peso ai pensieri e liberarsi della zavorra che ci lega alla vita di tutti i giorni. Citando lo scrittore Mario Rigoni Stern, «basterebbe una passeggiata in mezzo alla natura, fermarsi un momento ad ascoltare, spogliarsi del superfluo per comprendere che non occorre poi molto per vivere bene». In tanti, in effetti, sembrano aver ritrovato quest’essenzialità, questa bellezza del passo lento: in Italia si è tornati a camminare, e più di quanto si facesse prima della pandemia. I l numero delle credenziali distribuite, vale a dire quel documento personale che attesta le tappe del proprio pellegrinaggio, è in crescita. Ma anche i tracciati stessi sono in aumento, e diventano più strutturati e meglio attrezzati. L’editore Terre di mezzo fornisce, con il suo annuale dossier “Italia, Paese di Cammini”, uno scenario fatto di cifre contattando le associazioni e gli enti impegnati nella gestione e valorizzazione dei 79 cammini presenti solo in Italia. Nel 2021 le credenziali distribuite sono state 59.538 (su 49 cammini; perché gli altri non prevedono il documento di viaggio o la sua registrazione) contro le 45.472 del 2019. Nel 2020, con la primavera duramente segnata dal Covid, le credenziali rilasciate erano state 38.624. Se a questo si aggiunge che il 24% di chi fa un cammino non chiede la credenziale, si possono arrivare a conteggiare solo nel 2021 80mila persone in moto (con o senza credenziale). Soprattutto nei mesi estivi che rimangono i più gettonati, complice la pandemia che anche l’anno scorso ha di fatto “ristretto” l’arco temporale in cui era possibile viaggiare con una relativa tranquillità. cresciuto il numero delle persone che hanno camminato più di 15 giorni (in due anni dal 10% al 18%), o meno di 5 (in due anni dal 10% al 23%); mentre il 31% viaggia da solo, il 34% in coppia, l’8% in gruppi di 10-30 persone (spesso accompagnati da guide ambientali). Il 66% parte con una guida in tasca, il 41% con le tracce Gps sul cellulare; ma più spesso i due strumenti vengono usati assieme. Se il 2021 viene considerato l’anno della ripartenza del turismo lento sia in Italia, sia in Spagna, dove 180mila pelle-È grini hanno ritirato la Compostela nella cattedrale dedicata a san Giacomo, anche i primi mesi del 2022 sembrano avere lo stesso passo: a Santiago i numeri sono tornati ai livelli del 2019 (anno record con poco meno di 350mila arrivi); per esempio, a marzo di quest’anno si sono contati 7.389 pellegrini, mentre tre anni prima erano stati 7.474. S e questa tendenza si manterrà costante, il 2022 potrebbe rivelarsi a sorpresa un nuovo anno record. In Italia il turismo religioso rappresenta il 2,5% del totale dei turismi, il 70% dei pellegrini sono italiani e tra gli stranieri 3 su 10 sono tedeschi; dunque non mancano le proposte per chi sospinto dalla fede vuole provare a mettersi in cammino. Se l’itinerario ispirato alla figura di papa Luciani stenta a trovare una spinta concreta dalle istituzioni del Veneto, tanti sono comunque i cammini possibili ispirati alla spiritualità e al carisma di santi e beati. È il caso del cammino di sant’Antonio, oltre 400 chilometri dai santuari Antoniani di Camposampiero in Veneto attraverso la Basilica di Sant’Antonio di Padova fino al Santuario della Verna in Toscana attraversando l’Emilia-Romagna e gli Appennini; di grande ispirazione anche il cammino in Puglia, sulle orme di don Tonino Bello per scoprire (o riscoprire) quel “prete con il grembiule” che alle parole ha sempre accompagnato gesti concreti e umani. Una curiosità: nella guida edita da Terre di Mezzo le mappe e le indicazioni pratiche sono accompagnate da alcuni testi densi e poetici, scritti dallo stesso vescovo beato. I l 2022 rappresenta un anno clou anche per il cammino di san Benedetto che compie i suoi primi 10 anni. Il suo in- ventore, Simone Frignani, insegnante di religione alle elementari, camminatore esperto, cicloturista nonché autore di diverse guide per Terre di Mezzo, tredici anni fa ebbe l’occasione di viaggiare tanto per il mondo, e dopo un pellegrinaggio, in Grecia, sul Monte Athos, nei luoghi del monachesimo ortodosso, gli venne l’ispirazione di un cammino che ripercorresse i passi di san Benedetto e permettesse a chiunque di immergersi nello spirito benedettino, «ad esempio vivendo quotidianamente la dimensione del silenzio». «Ci sono voluti tre anni di studio cartografico intensissimo – continua Frignani – e decine e decine di ricognizioni nei luoghi fisici della vita del santo per arrivare al tracciato odierno» che comprende 16 tappe, tra cui Norcia, dove san Benedetto nacque; Subiaco, dove pose le basi della sua Regola; e Montecassino, dove visse gli ultimi anni della sua vita e fondò l’abbazia che ha saputo resistere e rinascere nonostante quattro distruzioni. «La guida è arrivata alla quinta edizione, viene pubblicata anche in inglese e tedesco; ma c’è anche un sito dedicato dove si trovano moltissimi consigli» spiega ancora Frignani, mentre si appresta a raggiungere Montecassino: a piedi, ovviamente. Passo dopo passo quella che si mostra «è la riscoperta di un’Italia minore, meno nota, ma non meno bella e capace di accogliere i pellegrini con una gentilezza e ospitalità d’altri tempi, letteralmente aprendo le porte della propria casa». A nche a detta del suo inventore, il cammino di san Benedetto con i suoi dislivelli di 600 metri giornalieri non è adattissimo a chi è alla sua prima esperienza a piedi. Dunque, chi non ha ancora molto allenamento nelle gambe può ragionevolmente orientarsi su un’altra scelta: ad esempio, l’antica via Francigena, nelle sue tappe collinari, da San Miniato a Siena. E su quella che è la più nota via nel Paese, e in particolare le ultime 13 tappe da San Gimignano a Roma, lavorano anche i volontari di Bir, associazione nata nel 1999 a Milano, per iniziativa di don Gino Rigoldi e di un gruppo di cittadini. L’associazione milanese, da cinque anni, ha introdotto, accanto alle attività di volontariato in Romania e Moldavia, «la proposta dei cammini inclusivi, aperti a tutti, perché camminare fa bene a chiunque si metta in testa di provarci – racconta Sandra, una delle volontarie che da più tempo tiene le fila del gruppo dei camminatori –. Ci si può concentrare sul tempo, sul corpo, sulla natura, sull’ascolto e sul contatto con sé stessi». In gruppo, poi, non si è mai soli: alcuni volontari di Bir, tra cui tantissimi ragazzi poco più che ventenni, si trasformano a turno in compagni di viaggio, si mettono in gioco, anzi in strada: ai piedi le scarpe da trekking, addosso le loro emozioni, il senso critico e la voglia di stare assieme con cui immediatamente contagiano qualunque altro camminatore, anche alla sua primissima esperienza. N ei cammini inclusivi di Bir la paura della solitudine termina dopo il primo chilometro a piedi e molto più forte è la sensazione di mettersi in viaggio non tanto per sé stessi, ma per continuare a costruire – esattamente come avviene da 23 anni nei campi di volontariato in Romania e Moldavia – nuove relazioni inclusive che si basano su rispetto, diversità e giustizia sociale. Perché il camminare, per dirla con Calvino, «presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi» e probabilmente anche in chi ci sta intorno.

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Se la tendenza in corso venisse confermata il 2022 potrebbe essere un anno record. Nuove vie accanto ai percorsi più noti come l’itinerario di san Benedetto, sant’Antonio o la Francigena Sono ormai 79 i percorsi certificati nel nostro Paese, oltre 80mila le persone in movimento Il 31% viaggia da solo, il 34% si muove in coppia

Padre Enzo Fortunato è la guida di “In Cammino”

rai padre enzo fortunato e la guida di in cammino

A partire dal 15 agosto ogni lunedì alle 15.05, e per tre settimane, su Rai 3 Padre Enzo Fortunato e Giulia Nannini condurranno il telespettatore lungo strade e sentieri che portano a Mont-Saint Michel, Santiago de Compostela, la via Francigena con Roma e la via di Francesco con Assisi

AGI – Arriva “In Cammino”, nuovo programma – in onda su Rai 3 ogni lunedì alle 15.05 per tre settimane a partire dal 15 agosto – in cui Padre Enzo Fortunato e Giulia Nannini conducono il telespettatore lungo strade e sentieri che portano a Mont-Saint Michel, Santiago de Compostela, la via Francigena con Roma e la via di Francesco con Assisi.

Sempre più persone d’estate e non solo, per turismo o per fede, intraprendono i cammini che, da secoli, attraversano l’Europa e il nostro Paese.

Nel programma non mancano incontri speciali: il Cardinale Mauro Gambetti, Arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano; Monsignor Paolo Giulietti, Vescovo di Lucca; la cantante Patti Smith; lo storico Franco Cardini; il conduttore Rai Massimiliano Ossini e il presidente di Symbola Ermete Realacci.

Padre Enzo Fortunato, giornalista, editorialista è stato direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi per 27 anni.

Frate francescano è stato professore presso la Pontificia Università Antonianum, l’Istituto Teologico di Assisi e la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura.

Padre spirituale dei giovani postulanti dal 1995 al 2004. Ha ideato la collana “Orientamenti formativi francescani” edita dal Messaggero.

Nel marzo 2012 con il volume “Siate amabili”, prefazione del Cardinale Gianfranco Ravasi, riceve il premio internazionale di giornalismo “Biagio Agnes”.

Per le edizioni Mondadori nel 2014 pubblica “Vado da Francesco” 2019 La Tunica e la Tonaca; e Francesco il ribelle che entra tra gli Oscar. Dirige dal 2005 al 2021 la rivista “San Francesco patrono d’Italia”, che in pochi anni di lavoro passa da 29.000 a 100.000.

È stato collaboratore dell’Osservatore Romano e scrive per Avvenire, Corriere della Sera.

Da giugno 2011 tiene una rubrica che va in onda ogni sabato mattina alle 8.20 su Rai1 dal titolo “Tg1 Dialogo”.

Delicate e significative le sue missioni per progetti umanitari e di solidarietà nella ricerca della pace e del bene comune in: Brasile, Cina, Colombia, Cuba, Egitto, Giordania, India, Iraq, Kenya, Messico, Norvegia, ONU, Palestina, Perù, Russia, Stati Uniti America, Sri Lanka e Tibet.

Alle Terme di Caracalla, la Domus dove gli dei vivevano assieme


ROMA – Giove, imponente al centro con il suo scettro. A destra la sposa Giunone e a sinistra Minerva con lancia ed elmo.

E poi, proprio di fronte, Iside con la torcia e forse le spighe strette nella mano, Anubi con il corpo di uomo e la testa di sciacallo e, chissà, interpretano gli studiosi tra i colori rubati dal tempo, probabilmente anche Serapide che di Iside è sposo e fratello. “Che i romani li pregassero insieme, con uno spiccato e diffuso sincretismo religioso, era noto. Ma mai avevamo trovato la triade capitolina e quella egizia rappresentati così esplicitamente tutti insieme in un ambiente sacro domestico”. A raccontarlo è l’archeologa Mirella Serlorenzi, direttrice delle Terme di Caracalla, che da oggi ospitano un pezzo di quella Roma che proprio lì, a pochi metri, esisteva prima della costruzione dei grandi impianti termali. Una Roma ricca, con le Domus affrescate come a Pompei e in cui si veneravano Dei nostrani ma anche d’oltremare allo stesso tempo. È la Roma della Domus di Vigna Guidi, piccolo ed emblematico gioiello, che dopo decenni torna a mostrarsi con un ampliamento dell’offerta del percorso di visita del sito archeologico (quindi senza biglietto aggiuntivo). “Dopo i mesi bui della pandemia e delle chiusure – spiega la Soprintendente speciale di Roma Daniela Porro – vogliamo riportare alla vivacità le Terme con alcune operazioni culturali importanti, dalle opere di Giuseppe Penone alla ricostruzione di questa domus di età adrianea, quindi del II secolo d.C., che venne interrata proprio per la costruzione delle terme”, intorno al 206 d.C. insieme all’intero quartiere adiacente Porta Capena. Chi fosse il proprietario è uno dei misteri ancora insoluti. “Sicuramente un esponente facoltoso, visto l’impiego per le pitture di materiali costosi come il rosso cinabro e il blu egizio – dice la Serlorenzi – E magari, vista la presenza delle divinità, anche legato a scambi con l’Egitto”. Riscoperta a metà dell’800 dall’Ispettore onorario Giovan Battista Guidi sul lato sud-est dell’impianto termale, nuovamente interrata e poi riportata alla luce negli anni ’70 del secolo scorso, la costruzione è anche una delle rare testimonianze a Roma di una tipologia abitativa sviluppata su due piani, dove la presenza di una bottega accanto al vestibolo e di una scala indipendente fanno ipotizzare una insula con appartamenti ai piani superiori di classe medio alta e una domus signorile al piano terra e primo piano. Studiata, indagata, staccati gli affreschi per metterli in sicurezza, dopo decenni al buio nelle casse dei depositi della Soprintendenza, ora la Domus (o almeno parte dei suoi dipinti) torna a brillare nella ricostruzione di due degli ambienti principali “ad appena 50 metri da dove si trovavano al tempo”. Si tratta di un Triclinio sul cui soffitto spicca quello che potrebbe essere un Dioniso dai tratti femminei, ma l’ambiente, dice la Serlorenzi, “è ancora oggetto di studi e ricerche per il suo restauro complessivo”. E soprattutto c’è il grande ambiente tutto affrescato, che rivela una prima decorazione, tipica dell’età adrianea, con un ricorrersi di prospettive architettoniche, figure umane, statue e felini rampanti; e una seconda “mano”, posteriore di appena cinquant’anni, che al tempo la ricopriva interamente ma oggi è più deteriorata. Un cambio radicale con quelle divinità del pantheon greco-romano ed egizio che trasformavano la stanza in un luogo di culto privato. Cosa accadde nel mezzo? Forse cambiò il proprietario della Domus o forse nacquero nuove esigenze. E chi è realmente il terzo Dio egizio? Sono alcuni dei misteri ancora tutti da risolvere.
ansa