Discusso tema della concessione dei visti ai turisti russi in Europa

Controlli a turisti russi alla frontiera di Nuijamaa

Anna Zafesova, giornalista de La Stampa, affronta il delicato e discusso tema della concessione dei visti ai turisti russi in Europa.

Gentile Anna, ci sono turisti russi in Italia e in Europa in questa estate?
Non ho dati. La mia percezione è che – nelle grandi città come Roma e Milano o in note località di villeggiatura – siano parecchi: forse solo poco meno rispetto ai numeri pre-covid.

Come è possibile? Si era detto che sarebbe stata un’estate senza turisti russi in tutta l’Europa, dopo le sanzioni…
Le sanzioni hanno determinato la sospensione dei voli dalla Russia all’Europa, ma non hanno comportato una limitazione dei visti, tanto che alcuni Paesi – in particolare la Finlandia – hanno funzionato da transito dei turisti russi diretti in Europa. Le ambasciate e i consolati dei Paesi occidentali hanno continuato a rilasciare visti turistici, come prima.

Solo da pochi giorni è affiorata – proprio dalla Finlandia – una questione di genere etico: la premier Sanna Marin ha detto di trovare ingiusto che il suo Paese si stia prestando a un tale flusso turistico dalla Russia, con ciò che è accaduto e sta accadendo in Ucraina. Ha quindi deciso di limitare l’emissione dei visti, continuando peraltro a concedere, senza limitazioni, i visti per studio, per ragioni culturali e familiari.

Conseguenze
Quali riflessi lei coglie di questa inaspettata presenza turistica?
Purtroppo, ho registrato una serie di episodi piuttosto spiacevoli, segnatamente negli ultimi giorni, in Europa e anche in Italia. Si sono verificati casi di aggressione verbale – e non solo – di russi e di russe contro persone ucraine, con video, a carattere denigratorio, finiti sui social con grande seguito di pubblico.

Ricordo l’episodio di un ragazzo russo che, a Milano, ha calpestato i manifesti degli ucraini che, regolarmente, si riuniscono in piazza Duomo, suscitando la giusta riprovazione dell’opinione pubblica milanese. Ho colto, peraltro, anche qualche manifestazione di solidarietà tra russi e ucraini nei Paesi europei, ma, tutto sommato, poca cosa.

Come si pone, secondo lei, la questione etica della presenza dei russi in Europa e in Italia?
La questione etica è stata per primo posta dal presidente ucraino Volomidir Zelenski in una intervista al Washington Post in cui ha sostenuto che i russi stanno godendo del privilegio di fare turismo in Europa mentre gli ucraini sono sotto le bombe. In effetti, anche a mio modo di vedere, è quantomeno imbarazzante che i turisti russi vengano in Europa a fare shopping come se nulla di grave sia accaduto e stia accadendo da quelle parti.

Consideriamo che chi può permettersi la vacanza in Europa è sostanzialmente un’élite acculturata, ossia quella che dovrebbe essere maggiormente in grado di comprendere le responsabilità del governo russo – e inevitabilmente di tutto il popolo russo – riguardo alla guerra di aggressione dell’Ucraina.

Russia – Europa
Lei, cosa auspica?
Ho già avuto modo di presentare (cf. qui) le dimensioni – piuttosto modeste – del movimento di protesta in Russia. Attendevo qualcosa di ben diverso. Non posso chiedere ai russi di immolarsi al proprio regime scendendo in piazza e finendo direttamente in carcere, ma mi sarei francamente aspettata, almeno quest’anno, un’astensione dai movimenti vacanzieri e di consumo verso l’Europa: come me pensano sicuramente tante altre persone in Europa e nel nostro Paese, in Italia.

La parte – sicuramente minoritaria – della popolazione russa che si oppone alla guerra e si oppone al regime di Putin è rimasta in Russia e ha cercato di esprimere forme di dissenso e di resistenza: so che sono avvenuti, ad esempio, sabotaggi ai binari dei treni diretti ai rifornimenti delle truppe di aggressione in Ucraina; si tratta di episodi poco o per nulla noti – radi – ma ci sono. Penso che dovremmo dedicarvi maggiore attenzione.

Posta la questione etica, come l’Europa potrebbe affrontarla?
I visti turistici rilasciati dai Paesi europei ai cittadini russi residenti nella Federazione andrebbero sospesi. Questa è la mia prima risposta, di impulso. Ma mentre dico questo avverto tutti i problemi che una tale determinazione susciterebbe.

Il primo problema è che i russi che, in questi mesi, si sono allontanati dalla Federazione lo hanno fatto avvalendosi unicamente dei visti turistici, oppure senza avvalersi di alcun visto – verso i Paesi che dalla Russia non lo richiedono –, ma sempre come turisti: sto parlando di circa quattro milioni di persone.

Togliere i visti significherebbe quindi togliere questa possibilità, mentre lo stesso Zelenski ha sostenuto che i russi che lasciano la Federazione per dissenso rispetto politica di guerra del loro Paese andrebbero ben accolti in Europa.

Si tratterebbe, allora, di rilasciare visti non più turistici, bensì mirati in senso umanitario, senza tuttavia giungere alla richiesta di asilo in ambasciata.

Perché non offrire – da subito – la possibilità della richiesta di asilo?
Perché, dopo un attimo dalla formulazione della richiesta di asilo, in una qualsiasi ambasciata o consolato in Russia, la polizia segreta di Putin ne verrebbe a conoscenza, con le conseguenze del caso.

I russi che si trovano nei Paesi occidentali già hanno la possibilità di presentare istanza di asilo: le risulta che ne stiano fruendo?
In pochissimi casi. La stragrande maggioranza dei russi trasferitisi all’estero – dal 24 febbraio ad oggi – non ha presentato istanza di asilo e non ha intenzione di farlo, per vari e comprensibili motivi: temono innanzi tutto le conseguenze di un atto così impegnativo e forte sui familiari e sugli amici rimasti in Russia; temono poi di non poter più tornare in Russia nel momento in cui siano nell’urgenza di farlo.

La scelta dell’asilo è, infatti, di per sé, irreversibile; molti non hanno, poi, obiettivamente, alcuna intenzione di vivere per sempre in occidente: pensiamo, ad esempio, ai giovani che sono espatriati per evitare la chiamata alle armi, contando su una situazione contingente che in qualche modo si sarebbe risolta o che si risolverà.

Quali misure?
Quale sarebbe la reazione dei russi a misure stringenti imposte dall’Europa sui visti?
Le misure di carattere punitivo rischierebbero di fare il gioco del governo di Putin e del suo apparato di propaganda. Da anni Putin in persona sostiene che l’occidente non vuole i russi – non li ha mai voluti – e, alla prima occasione, li caccia: perciò – per lui – è bene che i russi restino a casa, pensino a sostenere il loro Paese nel mondo, pensino a sostenere lui stesso.

La propaganda al suo seguito alimenta la tesi della russofobia degli occidentali e quindi del deliberato maltrattamento dei russi in occidente. Episodi simili a quelli a cui ho accennato – avvenuti a Milano – hanno determinato la sospensione del visto o della prenotazione alberghiera ai loro infausti protagonisti e ora vengono manipolati in Russia a sostegno della tesi discriminatoria e vittimistica.

Lo stesso oppositore russo più noto, Alexei Navalny, dal carcere, ha fatto sapere che chiudere i confini da parte dei Paesi occidentali sarebbe un grosso regalo a Putin.

C’è un modo per evitare effetti così contraddittori?
In Lettonia, ad esempio, si è detto di voler negare i permessi di soggiorno soltanto ai russi sostenitori di Putin. Si tratta di un Paese che si sente direttamente minacciato: capisco quindi la posizione ma non penso che possa essere mantenuta – in maniera così mirata – e quindi essere estesa a tutti i Paesi occidentali.

L’dea della Lettonia ha il pregio della giustificazione di diritto: infatti una misura punitiva – nel nostro pensiero occidentale – non può mai risultare indiscriminata, bensì sempre ed esclusivamente ad personam, perché possa essere giusta.

Il problema è dunque di applicazione su vasta scala e di strumenti applicativi adeguati allo scopo. Si è detto di chiedere ai russi intenzionati a venire in Europa di firmare un documento individuale di condanna della guerra. Penso che molti russi – persino sostenitori di Putin – sarebbero pronti a firmare un tale documento pur di venire in vacanza in Europa, ma ritengo che questa risulterebbe una misura inefficace ai fini di un’autentica responsabilizzazione, oltre che, probabilmente, risultare una misura contraria al diritto occidentale, perché fondata su una discriminazione delle idee.

In Italia il problema si è esplicitamente posto – mi pare – solo all’inizio della guerra e solo per quanto riguarda figure di fama internazionale.
Ha fatto notizia il caso del famoso direttore d’orchestra Valerij Gergiev a cui la Scala di Milano ha chiesto una sorta di abiura della guerra di aggressione della Russia sull’Ucraina e un’esplicita presa di distanza da Putin, quale condizione per poter continuare la collaborazione artistica: cosa che non poteva avvenire e difatti non è avvenuta. Ricordo che Gergiev è uno dei pilastri della propaganda di Putin. È un uomo molto in vista e molto influente in Russia.

Secondo me, un ente privato come la Scala aveva e ha tutto il diritto di selezionare le proprie collaborazioni, secondo i propri codici etici.

La cultura
Questo può essere il criterio con cui il mondo culturale si rapporta con gli esponenti della cultura russa?
Sì, penso che per il mondo della cultura sia relativamente più facile selezionare gli artisti – su invito – alle manifestazioni e alle rappresentazioni in Italia e in Europa. E penso che ciò stia avvenendo, anche per non incorrere in incidenti e polemiche che possano rovinare gli eventi culturali.

Per quel che so, gli organizzatori stanno prestando attenzione ai profili – non solo artistici – delle persone invitate, parlandone e parlando prima con loro. In questo modo gli eventi culturali possono diventare occasioni di dialogo con chi è veramente aperto al dialogo, senza peraltro esigere improbabili abiure.

Le opinioni pubbliche dei Paesi europei, secondo lei, cosa effettivamente chiedono ai governi?
Questo è il punto. Esistono opinioni pubbliche – con elettorati – di diversa natura da Paese a Paese e, ovviamente, anche all’interno dello stesso Paese. Faccio ancora l’esempio della Finlandia perché è il Paese che con più forza ha posto il caso a tutta l’Europa: nelle sue città di frontiera sono arrivati e continuano ad arrivare migliaia e migliaia di russi di cui una parte prende l’aereo e viene in Europa a fare vacanza, mentre un’altra consistente parte si ferma a fare shopping, aggirando in tal modo le sanzioni che privano i mercati russi di certi prodotti.

Va detto che alcune persone vanno alla ricerca di medicine o di altri beni di prima necessità introvabili in Russia, ma tanti altri si permettono la ricerca del lusso o perseguono la rivendita illegale dei beni acquistati, una volta rientrati in patria. Ebbene, questo può fare evidentemente comodo all’economia e alla società finlandese.

Allo stesso modo può far comodo al turismo italiano ricevere di nuovo – quest’anno – molti turisti russi. Ma c’è, appunto, il problema etico di cui ho detto. Bene ha fatto la premier finlandese Sanna Marin a porlo e ad interpretare i sentimenti di buona parte dei suoi concittadini. Penso che il problema sia e, per quanto possibile, debba essere avvertito dalle opinioni pubbliche dei Paesi europei.

Non dimentichiamo poi che di queste opinioni pubbliche sono parte integrante i milioni di ucraini in diaspora nei Paesi europei. Nella demografia italiana costituiscono centinaia di migliaia di persone presenti ben da prima della guerra. Le cancellerie degli Stati non possono non tenerne conto. Qualcuna lo sta facendo con alcune scelte sui visti e i permessi di soggiorno: oltre alla Finlandia e alla Lettonia, posso citare la Repubblica Ceca o la Lituania. Ma siamo all’ordine sparso, non ancora a un ordine europeo.

Andare in Russia
Cosa sta accadendo nella direzione inversa, ossia dall’Europa alla Russia? È più difficile – poniamo per gli italiani – andare in Russia?
Per i cittadini europei che vogliono andare in Russia non è cambiato molto, se non che mancano i voli diretti e quindi si deve passare attraverso altri Paesi, così come appunto stanno facendo i russi verso l’Europa.

Si può passare dalla Finlandia, in volo, ad esempio, sino a Helsinki e poi, da Helsinki, via terra: così si può arrivare a San Pietroburgo; oppure si può andare in volo sino a Istambul e da lì a Mosca. Istambul è divenuto il principale scalo aereo dall’occidente verso la Russia. Chiaramente i costi sono incrementati.

Dal 15 luglio scorso, peraltro, la Russia ha fatto cadere le limitazioni precedentemente in vigore a motivo – almeno ufficialmente – del covid. Vero è che la Russia ha stilato un elenco di Paesi amici versus Paesi ostili. Non escludo quindi che per qualche occidentale, non gradito e proveniente dai Paesi ostili, possa essere sollevato qualche problema di ingresso.

Ma ufficialmente non ci sono limitazioni, tanto da consentire alla propaganda di fare sfoggio di una liberalità che in occidente non sussisterebbe. Il regime, in tal senso, è molto abile: basti pensare all’accoglienza – strumentale – riservata ad alcune figure occidentali, ben accolte in Russia perché sono andate a manifestare il loro sostegno a Putin. Il caso più recente è quello dell’attore Steven Seagal.

Intuisco che la materia è delicata e complessa – avverto che lei stessa è combattuta tra opposte istanze –, può tuttavia trarre una sua conclusione: cosa dovrebbero, secondo lei, insieme stabilire i Paesi europei?
La mia personale posizione è che i visti turistici in quanto tali vadano sospesi e questo per dare un segnale – netto e determinato – di tipo etico. Consentire i flussi turistici come se nulla fosse è un messaggio eticamente sbagliato. C’è una responsabilità individuale e c’è una responsabilità collettiva. Non vanne ignorate.

Nel mentre ritengo che debba essere messa a punto una procedura chiara e di sicuro accesso per consentire ai cittadini della Federazione russa di accedere ai Paesi europei per ragioni non turistiche, quindi, sicuramente, per ragioni familiari, culturali, di studio, ma anche umanitarie. Penso che l’Europa debba muoversi con molta prudenza, ma debba farlo.

fonte: settimananews

Guerra in Ucraina. A Kiev cresce l’allarme. A Mosca i funerali di Darija Dugina

Zelensky incassa la solidarietà dei leader mondiali sulla restituzione della Penisola di Crimea. Paura di raid sui civili per l’Indipendenza. Gli Usa ai propri cittadini: lasciate il Paese

Alexandr Dugin ha partecipato ai funerali della figlia Darya, uccisa in un attentato a Mosca

Alexandr Dugin ha partecipato ai funerali della figlia Darya, uccisa in un attentato a Mosca – Reuters

da Avvenire

«Faremo di tutto per liberare la Crimea». Alla vigilia del giorno dell’Indipendenza dalla Russia – che ricorre oggi e coincide con i sei mesi dall’inizio dell’invasione –, il presidente Volodymyr Zelensky è apparso irremovibile. La restituzione della Penisola, occupata nel 2014, come quella di Dontesk e Lugantsk, resta la base per qualunque negoziato con Mosca. Non si tratta solo dell’Ucraina, «vogliamo ristabilire l’ordine e il diritto», ha aggiunto il leader nel corso di Crimea Platform, evento di solidarietà a cui hanno partecipato oltre 40 capi di Stato e di governo e i vertici Ue.

Tutti si sono schierati al fianco di Zelensky, seppure Emmanuel Macron e Olaf Scholz con toni più sfumati. Più nette le parole di Mario Draghi, Andrei Duda e di Antony Blinken, pronunciate proprio mentre Washington starebbe per varare un nuovo pacchetto di aiuti da tre miliardi di dollari. A sorprendere è stata soprattutto la posizione forte di Recep Tayyip Erdogan. «La restituzione della Crimea all’Ucraina, di cui è parte inseparabile, è essenzialmente un requisito del diritto internazionale», ha detto il presidente turco.

In questi giorni la tensione sul terreno è altissima. E l’allerta, dopo mesi, tocca Kiev, tornata nel mirino. Si prevede un’escalation di attacchi russi per l’Indipendenza, fatto che – ha precisato Zelensky – causerebbe «una risposta forte». Nel timore di raid sulle infrastrutture civili, molti cittadini stanno lasciando la capitale e il dipartimento di Stato Usa ha chiesto ai propri cittadini di partire dall’Ucraina. Kiev, da parte sua, ha per la prima volta colpito l’edificio dell’amministrazione filo-russa di Donetsk, causando – secondo fonti secessioniste, tre morti. Il capo, Denis Pushlin, e il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin sarebbero scampati per un soffio al lancio di missili.

La Russia dice addio a Darija Dugina ed entra nel settimo mese di guerra. Ma emergono nuovi particolari sull’attentato costato la vita alla figlia del filosofo ultra-conservatore, e soprattutto in molti si chiedono quali potranno essere le conseguenze dell’attacco, nella versione di Mosca portato avanti da una militante nel battaglione di Azov scappata in Estonia. Ricostruzione che Kiev ha bollato come «fantasiosa propaganda».

Ieri a Mosca in centinaia hanno voluto tributare l’ultimo omaggio alla giovane donna, morta ad appena 30 anni nella notte di sabato. Per tutta la mattinata la sala in cui è stata ospitata la salma ha ricevuto l’omaggio di russi colpiti dalla tragica sorte di Darija, che hanno voluto lasciare un omaggio floreale davanti al ritratto in bianco e nero della vittima e alla bara che, come vuole la tradizione ortodossa, resta aperta per tutta la funzione funebre. Ad accoglierli, il padre, Aleksandr Dugin e la moglie, entrambi vestiti di nero e con il volto devastato dal dolore.

Alla funzione funebre, che si è tenuta nel centro televisivo Ostankino, uno dei luoghi più celebri della Russia sovietica, il padre ha ricordato la figlia come una donna che «non aveva paura della verità». Secondo la testimonianza del filosofo, proprio la sera della sua morte, Darija avrebbe detto al genitore di sentirsi «una vera guerriera». «Mia figlia è morta per il popolo – ha detto Dugin durante l’orazione –, è morta per la Russia, al fronte. Il fronte è qui». Ieri aveva dichiarato che la giovane donna era una vittima del «regime nazista ucraino» e che bisognava andare avanti per la vittoria in Ucraina.

Fra le altre persone che hanno ricordato Darija con un discorso, c’erano il deputato Leonid Slutsky, noto per la sua approvazione dell’operazione militare speciale in Ucraina, il vice-presidente della Duma, Sergey Neverov, e il magnate russo Konstantin Malofeev, di orientamento ultra-conservatore, nonché fondatore e proprietario della tv russa Tsargrad. Quest’ultimo, in particolare, è un oligarca vicino a Putin. Il presidente russo ieri ha firmato l’assegnazione postuma dell’Ordine del Coraggio, una delle maggiori onorificenze russe, alla giovane vittima dell’attentato.

Intanto, emergono nuovi dettagli che gettano altre ombre sulla reale capacità di controllo del territorio da parte delle forze russe, oltre a suggerire che l’attentato avrebbe potuto essere evitato. Stando alle indagini, è ormai certo che il vero obiettivo fosse Aleksandr Dugin e non la figlia, che non avrebbe dovuto proprio essere coinvolta. La carica esplosiva, che si è rivelata fatale per Darija e che è stata montata sulla sua Toyota, è stata azionata da un comando, posto su una macchina che stava seguendo il ritorno della vettura con a bordo la giovane donna verso Mosca.

Natalya Vkov, che, secondo la versione russa, fa parte del battaglione d’Azov ed era in Russia dal 23 luglio, non solo ha vissuto indisturbata nello stesso palazzo della vittima per quasi un mese ed è riuscita a passare il confine fra Russia ed Estonia dopo aver cambiato targa alla sua automobile. Si trovava nei paraggi anche la sera dell’attentato. Il tutto senza che l’Fsb, erede del Kgb, si sia accorto di nulla.

Dentro il sito di Zaporizhzhia «È una bomba a orologeria»

Un militare russo di guardia all’esterno della centrale nucleare di Zaporizhzhia/

Reuters

Quella che si vede dalle sponde del fiume Dnipro a Enerhodar, nel distretto di Zaporizhzhia, è «una grande bomba a orologeria». Lo dice un ingegnere dell’impianto nucleare che ha deciso di correre più di un rischio per raccontare i giorni più pericolosi per almeno tre Continenti. Nelle ultime settimane l’area è stata bersagliata da centinaia di colpi, fino a 120 razzi segnalati in una sola notte. Secondo fonti indipendenti giunte fino all’ultimo avamposto sotto il controllo ucraino (giornalisti e organizzazioni umanitarie) i lanci provengono proprio da Enerhodar. Kiev accusa Mosca di farsi scudo della centrale per lanciare attacchi. La Russia risponde sostenendo che le minacce arrivino proprio dai combattenti ucraini. Per l’Aiea, l’organo di controllo nucleare delle Nazioni Unite, c’è un «rischio reale di disastro nucleare» se non cessano i combattimenti e non viene consentito l’accesso agli ispettori. Anche perché, confermano diverse fonti, a questo punto non serve neanche che si spari per accelerare la corsa verso l’abisso delle radiazioni fuori controllo. È quello che ieri il presidente Zelensky ha definito «terrorismo nucleare russo» in un colloquio con il presidente francese Macron.

Zelensky accusa: «terrorismo nuclerare»

L’ingegnere di Zaporizhzhia lo ascoltiamo in tre, più volte e in più giorni. La comunicazione si interrompe spesso: per problemi di rete, o per non farsi scoprire. Alcune volte parla a voce, altre preferisce inviare documenti e immagini. L’ingegnere sa bene che dal momento della pubblicazione la sua vita e quella dei suoi familiari è in pericolo, ma così vicini al punto di non ritorno ha deciso di andare avanti. Quando cita l’impianto, lo fa come si trattasse di un luogo sacro. Usa la maiuscola, lo chiama semplicemente “la Centrale”. «La situazione era drammatica, ma a farla precipitare sono i bombardamenti mirati da parte degli occupanti russi», esordisce. Spiega: «All’inizio, a qualunque mente sana questa ipotesi sarebbe apparsa come un puro delirio suicida. Ma è successo questo: una specie di “autofuoco” ». Il perché lo ha capito ascoltando dall’interno: «I russi sono rimasti impressionati dall’enorme risonanza mediatica dell’attacco ucrai- no alla zona della città di Energodar e alle vicinanze della Centrale, e si sono detti che avrebbero provveduto loro a mantenere alta quell’attenzione internazionale, e a imputare all’Ucraina le successive bombe contro le strutture dell’impianto».

Il rimprovero a Kiev e l’accusa ai russi

Se da una parte non nasconde che nell’area una reazione ucraina vi sia stata, dall’altra rivela come Mosca abbia deciso di cavalcare quegli scambi di colpi per terrorizzare il mondo e alzare la posta. «Parlare di errori, di bersagli mancati, è in questo caso ridicolo. Non è che i militari russi – insiste –, quando gli prende la voglia di sparare, si mettono a sparare alla cieca in tutte le direzioni, compresa la propria». E ricorda un episodio di aprile, quando gli fu chiaro che non sarebbe stata più l’Ucraina ad avere il controllo degli impianti. «Era venuta la delegazione di Rosatom, l’agenzia atomica russa, e aveva meticolosamente svolto tutti i compiti di cui era incaricata, dai rilievi topografici all’analisi dei rischi per le infrastrutture. Poiché a regolare il fuoco dell’esercito russo sono i rappresentanti di Rosatom», protetti dalle squadre dei servizi segreti russi.

Il drammatico conto alla rovescia

All’inizio, la prendiamo per una rassicurazione. I tecnici di Mosca dovrebbero conoscere ogni conseguenza. Ma i calcoli devono fare i conti con la realtà. La presenza di Rosatom dimostra che la Russia potrebbe garantire un accesso sicuro agli ispettori Onu dell’Aiea. Eppure ancora ieri da Mosca è arrivato il consueto

niet. «Attraversare la linea del fronte è un rischio enorme, dato che le forze armate ucraine sono formazioni armate eterogenee – ha sostenuto Igor Vishnevetsky, vicedirettore del dipartimento per la “Non proliferazione e il controllo degli armamenti” del ministero degli Esteri del Cremlino –. Potrebbe accadere di tutto se la delegazione dell’Aiea attraversasse la linea del fronte». In realtà, l’Ucraina ribadisce di avere tutto l’interesse a far arrivare gli ispettori che potranno constatare lo stato dell’occupazione nella centrale. Ma da Mosca prendono altro tempo.

La nostra fonte a Zaporizhzhia intanto continua a parlare e a scrivere da tecnico. Ci trasmette una mappa dell’impianto in tempo reale. Non possiamo pubblicarla: con facilità si risalirebbe al mittente. Si tratta di una planimetria dettagliata, nella quale l’ingegnere indica i punti chiave e la dislocazione delle forze di occupazione. Dice: «Punto primo: sparano per fare danni, ma non in modo fatale. Punto secondo: i loro colpi mirano principalmente a interrompere le linee di trasmissione ad alta tensione che collegano la Centrale con il sistema energetico dell’Ucraina. E molti sono già andati a segno. Perché è pericoloso? Nessuna centrale nucleare può funzionare “ad aria”, a salve, per così dire, ma deve essere alimentata con l’elettricità da qualche parte. Se perdiamo tutti i “consumatori” in una volta, andremo incontro a grossi problemi». I reattori, infatti, continuerebbero a produrre energia e non possono essere spenti con un semplice clic. È come spegnere di colpo i motori di un incrociatore procede avanti tutta: continuerà a spingersi al largo per inerzia. Ecco cosa accadrebbe: «Se non c’è un posto in cui convogliare l’elettricità, i blocchi verranno spenti in caso di emergenza. E se tutte le unità di alimentazione vengono spente in caso di emergenza, non c’è nessun posto da cui prendere l’elettricità per alimentare le pompe di raffreddamento della zona attiva (il cuore nucleare, ndr)». Per farlo capire anche a noi, l’ingegnere prova a semplificare: «In parole povere: almeno un’unità di potenza deve funzionare per dotare il sistema di alimentazione per le sue esigenze. Grazie a questo sistema energetico, possiamo evitare un incidente nucleare». Tuttavia, «se disconnetti tutte le “utenze” esterne in modo brusco (cosa che la Russia sta facendo ora), ci sarà un cosiddetto blackout (un arresto contemporaneo di tutte le unità elettriche funzionanti), che può portare a un disastro nucleare». I piani alternativi, in questo caso, sono destinati a non funzionare, perché servirebbe che tutto il personale fosse sul posto: «Attualmente alla Centrale ci sono tra le 1.400 e le 1.900 persone. Il numero di dipendenti regolamentare a tempo pieno è di 12mila».

«Noi in ostaggio di Mosca»

La vita all’interno è un incubo costante. Le esplosioni nei pressi dell’impianto vengono messe a segno ad orari regolari, così da organizzare i lavoro dei tecnici di conseguenza. «Di norma il personale del turno mattutino (7-15) esce più tardi del necessario, perché è alle 14 che iniziano i bombardamenti. La stessa storia – riferisce l’ingegnere – vale per il personale serale (15-23). Succede così che i lavoratori si espongono al pericolo semplicemente venendo o uscendo per il cambio di turno». «Tutti siamo in ostaggio delle situazioni più inaspettate, perché gli attacchi più accaniti dei russi vengono effettuati proprio durante la permanenza del maggior numero di personale. Tutto ciò ha fatto sì che un numero molto elevato di dipendenti ha lasciato Energodar nelle ultime settimane». Non c’è altro d’aggiungere, a parte un avvertimento: «Questo è il punto critico, perché una stazione povera di personale – osserva alla fine – è una grande bomba a orologeria».

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Putin, Russia e Corea Nord amplieranno relazioni bilaterali Media, leader russo invia lettera a Kim Jong-un

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La Russia e la Corea del Nord rafforzeranno le relazioni bilaterali: lo ha riferito oggi l’agenzia di stampa statale di Pyongyang, la Kcna, citando il presidente russo Vladimir Putin.
Lo riporta il Guardian.
Secondo l’agenzia Putin ha inviato una lettera al leader nord coreano Kim Jong-un nel giorno della liberazione della Corea del Nord affermando che i due Paesi “amplieranno le relazioni bilaterali globali e costruttive attraverso sforzi comuni”.
Nella missiva il leader russo ha spiegato che legami più stretti sarebbero nell’interesse di entrambi i Paesi e contribuirebbero a rafforzare la sicurezza e la stabilità della penisola coreana e della regione asiatica nord-orientale. (ANSA). 

Intervista. Prodi:«In Ucraina la pace solo con intesa Usa-Cina»

Quando cominciano i contrasti personali, è un problema tenere tutti dentro. Divaricazioni anche a destra, è il Pd oggi il più granitico
Romano Prodi, ex capo del governo e già presidente della Commissione Europea

Romano Prodi, ex capo del governo e già presidente della Commissione Europea – Ansa

Avvenire

Professor Romano Prodi, stiamo ai calci di rigore per questa maggioranza o ancora ai supplementari?
Guardo con un certo distacco a queste fibrillazioni che durano d’altronde già da settimane – risponde l’ex premier e fondatore dell’Ulivo –. Ho sempre ritenuto che si arrivasse alla regolare fine della legislatura e ritengo ancora che sia un interesse comune. Salvo però “incidenti”, che in politica possono sempre capitare: si fanno errori che possono portare a un suicidio politico. Con me, a esempio, Bertinotti fece un errore.

Quale giudizio dà delle osservazioni del M5s di Conte, condensate nei 9 punti del documento dato a Draghi?
Non ho ancora capito se quella del M5s sia tattica o strategia. Marcare differenze rispetto alla linea del governo è un conto, procedere a una rottura vuol dire però mandare a un elettorato, già sbandato per la situazione globale che stiamo vivendo, un messaggio che disorienta ancora di più gli elettori stessi.

Anche quelli 5 stelle?
Mi pare che gli elettori del M5s non vedano più il Movimento come lo strumento del cambiamento. Senza contare che, dopo la scissione, le stelle non sono più 5, ma se ne contano almeno 10…

Vede margini per un “ripensamento” dei pentastellati?
Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da polemiche e contrasti personali fra i leader politici più che da analisi nel merito dei temi. Diventa difficile fare previsioni.

Per Draghi è difficile guidare un governo di larghe intese con spinte simili?
Lo dice a me? Io contavo su una maggioranza meno ampia, eppure ho avuto le mie belle difficoltà. È un’arte complicata che si impara adagio adagio. Il problema è anche che, quando cominciano le divisioni, diventa difficile continuare a tenere tutti dentro e a costruire. Le divaricazioni oggi ci sono in quasi tutti i partiti, anche dentro Lega e Forza Italia. E tutto questo porta anche a un possibile, ulteriore aumento dell’astensione nelle urne. Per paradosso il Pd, che è sempre stato un simbolo di lotte e di divisioni, è oggi quello più granitico.

Il fenomeno astensione la preoccupa?
Molto. Proprio per questo penso che ci siano grandi spazi per chi saprà dialogare con gli elettori, perché oggi non c’è dialogo fra governanti e governati. Ci rendiamo conto che si è stati capaci di fare un referendum sul sistema elettivo dei membri del Csm, non certo un tema di cui si parla a tavola? Non si può replicare il modello partecipativo dell’Ulivo, era un’epoca diversa, ma l’obiettivo deve essere lo stesso. Il Rosatellum è il peggior sistema elettorale possibile, almeno cerchiamo di riavvicinare i cittadini.

L’ha colpita Berlusconi che chiede una verifica?
Appunto. È un’altra conferma che siamo in momenti di assoluta incertezza. Dove l’improbabile diventa possibile.

Hanno fatto discutere le sue frasi sul campo largo che, secondo alcuni, lei avrebbe dato per “sepolto”. Qual è la giusta interpretazione?
Si tratta di un gioco che la destra ama fare da sempre, ma restano delle interpretazioni interessate che puntano a seminare fra me ed Enrico Letta una zizzania che non esiste. Io ho detto semplicemente che gli ultimi avvenimenti hanno rimescolato tutto e che occorre ridisegnare cornice e contenuti delle alleanze. Il campo “senza confini” di cui ho parlato non è altro che il campo largo di Letta alla luce dei nuovi fatti.

Ma si sente ancora una “riserva della Repubblica”?
Ma neanche per sogno. Io ho finito l’impegno politico nel 2008 e dopo non ho mai fatto passi avanti per avviarne uno nuovo. Ho sempre dato, sì, la mia disponibilità a servire il Paese se necessario, mai è stata accolta. Quindi, un impegno non lo valuto e non lo ritengo possibile.

Nei momenti di svolta torna spesso d’attualità il taglio del costo del lavoro.
Le ricordo però che il primo forte taglio l’ho fatto io. Prima, avevamo un peso delle tasse sui salari superiore alla media europea, ora invece siamo già al livello medio. Dato il livello miserevole delle retribuzioni di oggi, ogni taglio è benvenuto. Si tenga presente però che l’esigenza non è uguale per tutti e che bisogna occuparsi anche di chi non ha un contratto regolare.

Per farlo servono però tanti soldi. Serve uno scostamento del bilancio, in deficit?
Io ho sempre dato grande attenzione al debito pubblico, oggi esso è ancora alto e non possiamo dimenticare che questo ci mette sempre a rischio nei mercati, ancor più se salgono molto i tassi d’interesse. Eviterei, quindi, uno scostamento.

Veniamo all’Ucraina. Come vede la situazione dopo quasi 5 mesi di guerra?
Estremamente rischiosa. La guerra sta durando tanto, troppo. E ora, sul fronte energetico, Putin sta giocando come il gatto col topo con i Paesi europei, con un’interruzione del gas addebitata a motivi tecnici, ma che arriva proprio quando si tenta di aumentare gli stoccaggi.

E il governo si sta muovendo bene su questo fronte?
Vedo molto ottimismo da parte del governo, spero che sia motivato. Riterrei comunque utile preparare un piano, non obbligatorio, di consigli ai cittadini su come risparmiare energia: una forma di “persuasione amicale”.

C’è attesa per l’annunciata telefonata fra i presidenti di Usa e Cina, Biden e Xi Jinping.

È difficile che si arrivi a quella pace giustamente invocata da papa Francesco se non c’è un accordo fra questi due grandi Paesi. Si può far poco senza di loro. Per ora non vedo però passi avanti.

Ci sarebbe l’Europa, no?
È stata una bella immagine vedere Draghi, Scholz e Macron sul treno per Kiev, però in generale la voce dell’Europa è ancora troppo flebile. C’è stato il necessario e giusto fronte comune nello schierarsi militarmente a sostegno dell’Ucraina, ma la stessa unione non c’è sulle sanzioni, sulla politica energetica. E quando non si è uniti sulle politiche complementari, diventa difficile ritagliarsi quel ruolo di pacificatore che per la Ue dovrebbe essere proprio.

È diventata più importante la Turchia di Erdogan…
Chi ha comprato gli aerei da combattimento dagli Usa e i missili per abbatterli dalla Russia, può fare benissimo da pacificatore. Ma solo se le due potenze Usa e Cina daranno un via libera che preveda uno o più Paesi, oppure istituzioni, come mediatori.

Ma come si può arrivare a una pace?
Ci sarebbe bisogno di una conferenza internazionale promossa e presieduta dall’Onu, un qualcosa tipo Yalta, ma non vedo ancora un cammino e una spinta verso di essa. Oggi sembra un pio desiderio, del tutto irrealizzabile. Su questo dovrebbe spingere l’Ue. Anche per dare risposte alla vera sofferenza dell’Africa, dove in 16 stati si stanno esaurendo le scorte di cereali, senza che scatti quella mobilitazione mondiale che ci vorrebbe.

In sintesi resta pessimista, professore?
Osservo che c’è nel mondo un crescente desiderio di pace. Una pace indispensabile prima che si manifestino due ulteriori effetti della guerra: che il mondo si divida in due – Paesi capitalistici contro tutti gli altri – e che il riarmo tedesco, senza una simultanea partenza di una difesa comune europea, alteri gli equilibri nella Ue facendo prevalere anche sugli altri fronti il peso della Germania rispetto all’equilibrio fra i diversi Paesi. Non ho alcun dubbio sulla maturità della democrazia tedesca, ma quando si creano troppe disparità diventa più difficile fare una comune politica europea.