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Venezia Appalti Mose, terremoto in laguna

Un’inchiesta che sconvolge Venezia. L’indagine sugli appalti del Mose, il sistema di dighe mobili per la salvaguardia di Venezia, approda alle alte vette della politica e del management che fa capo alle società che partecipano alla realizzazione dell’opera, una delle grandi opere indicate dalla Legge Obiettivo. Venticinque persone sono finite in carcere, 10 ai domiciliari, due sono colpite dagli stessi provvedimenti ma si tratta di parlamentari e quindi ci vuole l’autorizzazione specifica.

Questi ultimi sarebbero, secondo fonti di agenzia, l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, di Forza Italia, e l’ex europarlamentare non rieletta dello stesso partito, Lia Sartori. Galan sarebbe stato accusato di aver ricevuto fondi illeciti per almeno 800mila euro dal Consorzio Venezia Nuova. Le “dazioni”, provenienti da fondi neri, risalirebbero agli anni tra il 2005 e il 2008 e il 2012.

Ai domiciliari, tra gli altri, anche il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, Pd, coinvolto con l’accusa di finanziamento illecito di partito.

Un terremoto che covava dal 2009 quando iniziarono le indagini della Finanza con accertamenti fiscali nell’ambito delle società collegate al Consorzio Venezia Nuova. Lo scorso anno il primo arresto eccellente, quello di Piergiorgio Baita, ad della Mantovani Costruzioni, colosso del settore che partecipava ai lavori del Mose e che oggi è presente anche tra le aziende per l’Expo di Milano. Pochi mesi dopo, finì in manette l’ingegner Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, considerato il “padre” del Mose.

All’alba di oggi, 300 finanzieri hanno eseguito i 35 arresti e operato sequestri di beni per 40 milioni di euro con un blitz che ha gelato la città lagunare. Il procuratore capo Luigi Delpino ha spiegato che “è venuto alla luce un sistema ben radicato di illegalità ad un certo livello”. Il procuratore aggiuntoCarlo Nordio ha aggiunto: “Paragonabile alla vecchia Tangentopoli, ma più complessa e sofisticata”. Le indagini hanno evidenziato un giro di sovrafatturazioni false da parte di società create ad hoc in Svizzera e a San Marino per rastrellare fondi neri che servivano poi per oliare politici e funzionari ad alti livelli.
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Sono appena iniziate anche le verifiche fiscali con la scoperta di circa 15 milioni evasi da tre società, ma si tratta dell’inizio. Le indagini proseguono, ma il sistema illegale è stato letteralmente decapitato: “Abbiamo prove ben documentate – ha assicurato il procuratore Nordio – per questo i provvedimenti sono risultati tanto severi”. Delpino, dal canto suo, ha detto che la Guardia di finanza ha resistito a “tentativi di interferenze” dall’esterno.