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Si può misurare la felicità?

La risposta è positiva per John F. Helliwell, docente alla Università di British Columbia, in Canada, curatore con altri del recente Rapporto sulla felicità nel mondo, realizzato per l’incontro delle Nazioni Unite sul tema “Felicità e benessere” (aprile 2012). A Roma, nell’ambito del “Festival delle Scienze”, all’Auditorium, Helliwell presenta domani le conclusioni della ricerca, che ha preso in esame 150 Paesi. In cima alla lista della “felicità” troviamo Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda; i 4 in fondo sono Togo, Benin, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone.

Professor Helliwell, è davvero possibile misurare la “felicità”?
«La felicità sembra a volte un concetto troppo soggettivo, troppo vago, inservibile per raggiungere dei risultati anche politici. Non è così. Una generazione di studiosi (sociologi, economisti, psicologi, sondaggisti) ha mostrato che la felicità oltre a essere esperienza soggettiva, può venire misurata, valutata, correlata con funzioni cognitive, legata a caratteristiche individuali e situazioni sociali. Chiedendo alle persone in che misura sono felici o soddisfatte per la vita che conducono, ricaviamo importanti informazioni sulla società in cui vivono».

E dunque cosa avete scoperto?
«Parliamo di felicità “affettiva” quando ricaviamo sentimenti positivi dall’amicizia, dal tempo speso con la famiglia, nella vita affettiva e sessuale; oppure, al negativo, quando dobbiamo compiere lunghi spostamenti verso casa o verso il lavoro o se abbiamo rapporti insoddisfacenti in ufficio. Parliamo di felicità “valutativa” se usiamo i criteri del Rapporto. Sia all’interno, sia tra i diversi Paesi, tali criteri dipendono dal reddito, dalla salute della mente e del corpo, dal grado di fiducia nella propria comunità (capitale sociale), dal senso di libertà, dalla generosità. Tutti aspetti o caratteristiche che aiutano ad aumentare il livello della soddisfazione di vita. La povertà, le malattie, le profonde divisioni nella comunità di vita o nella vita pubblica contribuiscono ad abbassare la soddisfazione».

Nel Rapporto si prende a esempio il Bhutan. Perché?
«Esaminiamo quanto accaduto in questo Paese dopo che nel 1972 il re di allora dichiarò che la felicità era l’obiettivo politico-sociale, oltre al benessere. Da allora la felicità è diventata un principio organizzativo per le politiche statali. L’indice di felicità nazionale messo a punto in Bhutan è il primo del genere al mondo e lo consideriamo un serio, ponderato, efficace tentativo di misurare la felicità, per tracciare la rotta delle politiche pubbliche. Altri Paesi si stanno muovendo in maniera simile e l’Ocse (Organizzazione per lo sviluppo economico) sta preparando delle linee guida per una misura omogenea della felicità».

La felicità può venire presa sul serio in un mondo afflitto da tanti problemi?
«Sì, perché dobbiamo costruire un mondo migliore, escogitando le soluzioni più efficaci per la povertà, la malattia e la guerra. Ricercare la felicità a volte è visto come un fattore troppo frivolo per uno studio serio. Tuttavia sappiamo che acquisire stati cognitivi positivi suggerisce nuove strade per una vita più lunga e più sana, in tutti i sensi, al di sopra e al di là anche delle convenzionali cure mediche e dei tradizionali concetti di salute e malattia».

Nel Rapporto si parla di fattori esterni e fattori interni. Quali sono?
«I fattori “esterni” chiave sono: il reddito, il lavoro, la capacità di avere un governo efficace e credibile, la presenza di valori e di una visione religiosa. I fattori “interni” cioè personali, riguardano la salute fisica e mentale, la vita familiare, la cultura, l’età e anche il sesso a cui si appartiene. I fattori però sono collegati. Ad esempio il grado di istruzione ha a che fare con la felicità e allo stesso tempo la felicità è correlata alla capacità di imparare. E qui si apre lo spazio per l’intervento efficace della politica».

La felicità è collegata alla presenza nelle persone di valori spirituali o all’appartenenza religiosa?
«Sì. Senza dubbio. Molti studi rilevano gli effetti positivi collegati al credo e all’appartenenza religiosa. La religione può aiutare in situazioni difficili, può farci sentire meno isolati, aiuta a dare uno scopo alla vita. Soprattutto abbiamo riscontrato l’importanza della religione nei Paesi dove le condizioni di vita risultano più difficili. E diversi studi confermano anche che dove le persone si sentono più felici si dedicano ad aiutare gli altri».

Fabrizio Mastrofini – avvenire