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Così l’arte indaga l’antropocene

Benvenuti nell’antropocene. È la nuova era geologica, «in cui l’ambiente terrestre – spiega alla voce la Treccani –inteso come l’insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche in cui si svolge ed evolve la vita, è fortemente condizionato a scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana». Il termine è stato divulgato nel 2000 dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, tra i massimi esperti sull’atmosfera, e indica l’epoca in cui le attività umane hanno iniziato a plasmare non solo la superficie ma il modo in cui il pianeta funziona. Nell’antropocene, quindi, ci siamo dentro da un pezzo: ma la coscienza di esserlo sta diventando comune solo da poco. La categoria di antropocene è stata accolta con entusiasmo dalla scienza, e scientifico è di solito il discorso attorno al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici. Ma si tratta spesso di discussioni con un livello tecnico inaccessibile al pubblico, soggetto invece alla banalizzazione dei media. Il tema però sta però suscitando una forte attrattiva tra artisti e intellettuali. E proprio attraverso l’arte e i progetti culturali sta nascendo una terza via, basata sull’esperienza e sulla “materialità” degli oggetti, che va oltre la specificità del linguaggio ma resta aderente al contenuto del problema.

All’estero anche i musei stanno cominciando a lavorare attorno al tema. A Berlino nella Haus der Kulturen der Welt (Hkw), museo dedicato all’arte e alla produzione culturale nel mondo globalizzato, è in corso fino all’8 dicembre «The Anthropocene project. A report», un vasto programma di mostre, laboratori e convegni gestiti da artisti (tra gli altri Armin Linke, Anselm Franke, Adam Avikainen). La Hkw non esplora soltanto la dimensione estetica dell’antropocene ma anche le implicazioni etiche e più ampiamente culturali. L’elemento scientifico è affrontato altrove. Il 5 dicembre al Deutsches Museum di Monaco di Baviera, il più grande museo di scienza e tecnologia del mondo, aprirà «Welcome to the Anthropocene: The Earth in Our Hands». Lo scopo è «offrire al pubblico un’occasione unica per conoscere la storia, il presente e gli scenari del futuro del nostro pianeta e di partecipare attivamente alla discussione sull’antropocene». L’elemento compartecipativo è un punto su cui i due musei tedeschi, che hanno lavorato in sinergia, insistono molto: l’obiettivo è sollecitare la risposta del pubblico, piuttosto che “dire” allo spettatore che cosa dovrebbe vedere.

Sono i primi casi in cui il termine “antropocene” compare in modo esplicito, ma queste mostre non inaugurano il filone. Nell’estate 2013 al Gemeentemuseum dell’Aia la mostra «Yes, naturally: how art saves the world» si proponeva di offrire «un tour del mondo naturale» a partire da due cliché: paesaggi romantici e degrado ambientale. La mostra suggeriva «che le soluzioni ai problemi ambientali si possono trovare, se siamo pronti a cambiare le nostre abitudini». Chiamati a proporre approcci nuovi e non convenzionali al tema c’erano diversi big dell’arte contemporanea come Francis Alÿs, Jimmie Durham, Olafur Eliasson e Ai Weiwei. Negli stessi mesi a New York il Ps1, la costola del MoMA dedicata al contemporaneo, inaugurava “Expo1”, «un’esplorazione di sfide ecologiche nel contesto di instabilità economica e sociopolitica dei primi anni del XXI secolo. Un museo di arte contemporanea dedicato alle preoccupazioni ecologiche attraverso interventi, progetti solisti, mostre di gruppo».

L’attenzione ai temi ambientali non è, dopotutto, una novità. Il padre mitico è senza dubbio Joseph Beuys, con azioni come le settemila querce piantate a Kassel o Bog Action, in cui si immergeva fino alla punta del cappello nella palude dello Zuiderzee, nei Paesi Bassi. Anche il progetto di Fabrizio Plessi del 1970 di calare in laguna spugne alte ottanta metri per salvare Venezia dall’acqua alta muoveva in questa direzione. A dominare in Beuys era però ancora una visione romantica e mistica della natura, mentre in Plessi vince l’ironia. Negli artisti delle generazioni successive la sensibilità è cambiata: da una parte lavorano con una tavolozza ampia di azioni e operazioni il cui obiettivo è agire sulla coscienza sociale di collettività e individuo, mentre dall’altra progettano interventi a protezione delle città praticabili e funzionanti.

Si tratta di passare da un enunciato a un cambiamento. «Gli artisti “antropocenici” non sono interessati a operazioni cosmetiche – ha detto Christophe Rioux, docente di economia all’Istituto di studi politici di Parigi –, vogliono invece cambiare radicalmente la nostra maniera di vivere». La coppia di artisti Lucy e Jorge Orta parlano di «estetica operazionale». I due hanno da poco chiuso una mostra a La Villette di Parigi dal titolo “Food / Water / Life”. La loro attività parte letteralmente sul campo. Nel 1990 si sono imbarcati in una spedizione in Amazzonia per studiare la biodiversità. Nel 2007 si sono istallati per tre settimane in Antartide: «Non si può dire che le specie stanno sparendo o parlare di riforestazione – dice Lucy Orta – se non si è stati veramente sul posto, se non ci si è confrontati fisicamente e emozionalmente con il luogo». Da lì passano alla creazione di sculture e installazioni nel mondo “civilizzato”.

Nel 2005 dalla Biennale di Venezia è partito il progetto OrtaWater, basato «sulla carenza idrica – spiegano i due artisti – e le complesse questioni che circondano il controllo societario di accesso all’acqua pulita». Si tratta di opere dall’aspetto giocoso e provocatorio che incorporano attrezzature di depurazione a basso costo, stazioni di imbottigliamento e dispositivi che pompano e filtrano l’acqua da fonti inquinate. Dopo Venezia, dove hanno reso potabile l’acqua del Canal Grande, nel 2007 sono stati a Pechino e nel 2012 a Shanghai.

È il paesaggio urbano e industriale l’ambito di elezione degli artisti dell’antropocene, e l’unione di arte e scienza la chiave di intervento.Revival Field dell’americano Mel Chin, iniziato nel 1990, è divenuto un classico del genere. Insieme con l’agronomo Rufus Chaney, Chin ha dimostrato l’efficacia dell’”iperaccumulazione” di piante per filtrare i metalli tossici dal terreno. Il primo è stato costruito nel 1991 su una discarica alla periferia di St. Paul, in Minnesota, ed è stato poi replicato a Zoetermeer, in Olanda, e a Stoccarda. Nel 2001 Mierle Laderman Ukeles, pioniera sul tema già dagli anni ’70, nel 2001 ha intrapreso un progetto decennale per la creazione di un parco sulla discarica Fresh Kills di Staten Island, considerata la più grande del mondo, con la collaborazione di ingegneri, pianificatori ambientali e storici sociali. L’obiettivo è promuovere nel pubblico lo sviluppo di una nuova consapevolezza e fiducia nella capacità di costruire il futuro. Lilian Ball nel 2011 a New York sul fiume Bronx ha realizzato Waterwash, un parco costruito in modo tale da filtrare il deflusso dell’acqua piovana dal suolo, riducendone l’impatto inquinante. L’intervento ha realizzato una zona umida, migliorato l’habitat e un luogo di riferimento per la comunità.

«La gente pensa che le cose siano complicate. Sì è difficile, ma non impossibile», dice Lucy Orta. Questo tipo di lavori non è privo di dilemmi teorici e pratici: a partire dallo status artistico all’efficacia reale fino al ruolo dell’artista in esperimenti scientifici e il suo rapporto con le industrie che spesso sponsorizzano tali interventi. Pur restando area di nicchia del mondo dell’arte contemporanea, queste esperienze hanno però il pregio di affrontare problemi reali mostrando, più che una soluzione, la possibilità di un punto di vista diverso a partire dalla condivisione sociale e comunitaria.