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ASPETTANDO LA RIFORMA . Una vera autonomia per l’Università

DAVIDE RONDONI  – avvenire 13 luglio 2010

Non esistono ricette per una cosa importante come l’Università. Bisogna diffidare dei semplicismi. Che l’Università sia in crisi può essere un bene. Ci sono realtà umane che non devono cessare di mettersi in discussione (l’arte, l’università, il welfare). Ma la crisi non deve diventare ‘crisi della crisi’, cioè vaniloquio, vanvera. Esistono alcune necessità chiare. La prima è quella di non considerare l’Università solo una spesa. A questo primo principio (mentale, culturale e politico) si appellano sul numero della rivista Atlantide dedicato ora all’Università nel mondo il professor Vittadini e il dottor Agasisti, esperti di valutazione. Se non è una spesa e un peso pubblici, come va guardata l’Università, e quali altre necessità discendono da questa prima ? Occorre innanzitutto ridire, rigridare, rimostrare il valore. La ricerca del vero nelle discipline è un investimento umano di adulti e giovani di grande interesse e rilevanza ai fini scientifici e culturali. Occorre gridarlo, rimostrarlo tutti i giorni. Troppi i tradimenti e le mortificazioni di questo valore. E la seconda necessità è che l’Università per perseguire la sua missione sia autonoma. E qui aumentano i problemi. Perché c’è chi pensa che l’unica forma possibile di autonomia discende da una appartenenza delle Università a un sistema garantito dallo Stato (a cui i singoli atenei rispondono in termini economici) così come si applica nel modello alla francese, e chi invece ritiene che l’autonomia coincida con uno svincolarsi da ogni sistema di gestione statale (compreso quello garantito dal valore legale del titolo di studio) con la capacità dell’Università di costituirsi la propria indipendenza e quindi la propria credibilità, ed è il modello tendenzialmente anglosassone. Nessuno dei due modelli è esente da rischi e problemi e spesso convivono. Ma il secondo –per questo lo preferisco – premia la responsabilità e la credibilità sul campo. Il che è nella origine delle Università che nacquero come comunità di docenti e studenti in autonomia e in conflitto con i poteri costituiti. Nel 1088 a Bologna nacque la prima Università del mondo. E gli universitari erano autonomi dal Comune e dal Papato. I tempi naturalmente sono cambiati, ma se si perde questa natura e questa scommessa l’Università si perde. Si obietta che l’Italia essendo una società e una legislazione a forte impianto centralista fatica ad attuare vere forme di autonomia. Lo sosteneva con realismo il professor Schiesaro, capo della commissione tecnica del Ministero, in un convegno alla Sapienza. E però, insisteva, senza forzare in questa direzione l’Università italiana sarà preda delle proprie pigrizie, impoverirà i buoni livelli di ricerca che ci sono – nonostante le tante denigrazioni giornalistiche e politiche – e la voglia di lavorare dei docenti che raramente vedono riconosciuti i propri meriti, e castigati i demeriti di quei colleghi che invece non lavorano bene. Si tratta, in autonomia e responsabilità, di attrarre gli studenti più capaci con una pratica di diritto allo studio più flessibile e intelligente di quello che oggi permette allo stesso prezzo basso al ricco e al povero un uguale università mediocre invece di offrire una buona formazione a tutti con sistemi di garanzia per i più bisognosi. D’altro canto, oggi i rettori devono inventarsi, come raccontava il professor Dionigi capo dell’Ateneo bolognese, strani meccanismi per trattenere i ricercatori migliori. Per premiarli. Insomma, si cercano spazi di autonomia tra le pieghe della legge, la Riforma prova ad allargare le pieghe. Si dia autonomia e responsabilità. Non sopravvivranno tutte le (troppe) Università italiane? Non tutte le carriere falsamente promesse come sicure? Le migliori Università sopravvivranno, come dimostra il trend di iscrizioni in questi anni nelle più autorevoli, in Italia e all’estero. E chi ha promesso carriere senza poterle garantire ne dovrebbe pagare le conseguenze. E questo sarà un bene per l’Università e per tutti.