Appunti sul sacerdozio oggi

di Christian Albini | vinonuovo.it
La persona del prete, le sue fragilità e la vicinanza della comunità: qualche riflessione nata da uno scambio di idee tra sacerdoti e laici a Crema

Il disagio del prete è un dato di fatto che oggi, a differenza del passato, è più evidente. Quali sono le situazioni personali ed ecclesiali che non aiutano a riconoscere i limiti relazionali del prete, ma possono anzi alimentarle, incoraggiando comportamenti che sono dannosi per gli altri e per se stesso? La manifestazione più grave ed evidente è quella dei casi di abusi sessuali. Ma ci sono molte altre problematiche meno appariscenti: dipendenze, autoritarismo, carrierismo, fissazione sul ruolo, isolamento…

Questi appunti per un discernimento sulla persona del prete e le sue fragilità nascono da uno scambio tra alcuni preti e laici e sono pensate per favorire una riflessione. L’idea di fondo è che il prete non va lasciato da solo, ma sostenuto e accompagnato, così come lui accompagna la sua comunità.

1. La teologia e la spiritualità del sacramento dell’ordine, espressioni di un volto di Chiesa

Quale teologia e spiritualità del sacramento? Se non lo si considera, a partire del sacramento del Battesimo, nel contesto della pluralità e comunione dei carismi in cui il ministero ordinato si configura come servizio, c’è il rischio di suscitare una percezione “magica” e individualistica del sacramento, per cui l’ordinato si pensa come un eletto che è più che uomo. Tutto ciò alimenta un senso distorto di sé e un’illusione di autosufficienza. Alla radice, c’è una visione di Chiesa. Il superamento dell’immagine del prete come “separato” e “preservato”, in forza dell’ordine, dalle altrui fragilità corrisponde al modello di Chiesa promosso dal Vaticano II, centrata sull’ecclesiologia di comunione in cui fedeli e pastori appartengono al Popolo di Dio in fraternità e corresponsabilità (unità nella diversità). Alla radice ci sono la parabola degli operai nella vigna e l’allegoria della vite e dei tralci e il conseguente insegnamento di Gesù sugli apostoli a non seguire le logiche di potere e lavarsi i piedi a vicenda (cfr. Mc 10,35-45; Gv 13,1-17).

2. Il rapporto tra esperienza umana ed esperienza di fede

Gratia non tollit naturam sed perficit (Tommaso d’Aquino). Dio non fa niente senza la nostra libertà e responsabilità. Il cammino di fede va di pari passo con il cammino di crescita umana, secondo la logica dell’incarnazione. Come due sposi, i quali hanno pure ricevuto un sacramento, possono aver bisogno di un supporto qualificato dalle scienze umane per le proprie difficoltà relazionali, così il prete nella cui vocazione non entra solo la volontà, ma anche il vissuto psicologico. Respingere questi apporti in nome del sacramento ricevuto, può diventare una scusa per non fare verità su se stessi e non favorire una vera formazione della spiritualità. Un autentico cammino umano e un autentico cammino spirituale vanno di pari passo; altrimenti, si confonde la spiritualità con una successione di pratiche e di “doveri” di preghiera senza un vero cammino di conversione del cuore. In particolare, l’elaborazione di un rapporto positivo, sereno e maturo con la soggettività femminile è un passo indispensabile. Tutto ciò fa parte di quella custodia del cuore che il Signore ha insegnato come necessaria per la vera conversione (cfr. Mt 6,22-23; 15,18-19; Mc 7,20-22; Lc 6,45).

3. Il rapporto con la sessualità, il potere, il denaro

Là dove il cammino umano e spirituale rimane incompiuto, il prete rimane prigioniero del suo ego e delle idolatrie, per cui prevale in lui la ricerca della propria gratificazione o il patirne la frustrazione, nascosti dietro la maschera del proprio ruolo (rimuovendo i conflitti psicologici). Da qui derivano i comportamenti patologici e lesivi per sé e per gli altri. La forma più evidente e stigmatizzata è quella dei comportamenti sessuali, con i casi estremi, ma ne esistono anche altri che riguardano soprattutto il rapporto con il potere nelle sue diverse sfumature, con il denaro, la ricerca di qualche forma di rilevanza o il rifugio in un’identità forte (soprattutto a livello di immagine). Qui si richiede di prendere sul serio quella “lotta spirituale”, il cui paradigma sono le tentazioni di Gesù nel deserto (cfr. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). «Tu devi lottare in te stesso, perché la lotta procede dal profondo del tuo cuore» (Origene).

Bisogna fare attenzione a impostazioni educative, anche di “successo”, che prediligono la guida carismatica e il verticalismo, perché nell’adesione a un leader e a un gruppo si può trovare una via di fuga dall’attenzione a se stessi.

4. Il rapporto tra i preti e con il vescovo

È indispensabile favorire una comunicazione il più possibile aperta e sincera, anche imparando le modalità di rispetto e ascolto che non sempre si riscontrano tra confratelli. In particolare, al vescovo spetta l’attenzione alle situazioni di disagio e ai comportamenti dannosi, così come la vigilanza verso quelle realtà in cui l’appartenenza particolare può offuscare la comunione e la diocesanità. Quali contesti e attenzioni possono favorire l’esercizio di una correzione fraterna in revisione di vita (cfr. Mt 18,15.21-22; Lc 17,3-4)? Non dovrebbe essere il Vangelo (in cui Gesù invia gli apostoli ad annunciare il Regno e a guarire in fraternità, povertà e gratuità) il metro di misura dello “stile” del prete, del suo modo di vivere e di comportarsi (cfr. Mt 10,7-10; Lc 9,1-6; 10,1-4)? In un orizzonte di comunione e fraternità presbiterale, la sincerità reciproca e il verificarsi su questo (con l’attenzione a forme che non opprimano e svalutino la persona) è indispensabile.

5. Il rapporto con la comunità

Il prete esercita il suo ministero pastorale “sulla” comunità o “nella” comunità? C’è l’abitudine a uno stile di relazioni, per cui si vive la comunità come una realtà di “famiglia” nella sua pluralità di soggetti, o prevale l’isolamento? Le decisioni sono prese “monarchicamente” o esercitando l’ascolto e il confronto per accogliere le diverse sensibilità e punti di vista?

Come educare i giovani preti alla comunità e come aiutare i preti già avanti nel ministero a rivedere le proprie abitudini? Come le unità pastorali possono essere un’occasione per favorire uno stile relazionali tra i preti e con la comunità? (cfr. Atti 2,42-47; Atti 4,32-35)

6. Le colpe dei fratelli

Quando si verificano fatti gravi, come può la Chiesa fare verità e giustizia, continuando nello stesso tempo a essere madre? Quali attenzioni, in una prospettiva evangelica, verso le vittime e quali verso chi è colpevole? (cfr. Mt 6,14-15; Mt18,21-22; Lc 6,36ss; Rom 15,7; Ef 4,32; Col 3,12ss).

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