Il prete e la povertà

in Settimana News
di: Domenico Marrone

Il decreto conciliare Presbyterorum ordinis al n. 17 che si occupa della povertà volontaria e dell’atteggiamento verso i beni terreni, esorta così i presbiteri: “Non trattino l’ufficio ecclesiastico come occasione di guadagno, né impieghino il reddito che ne derivi per aumentare le sostanze della propria famiglia. I presbiteri, quindi, senza affezionarsi in modo alcuno alle ricchezze, debbono evitare sempre ogni bramosia e astenersi accuratamente da qualsiasi tipo di commercio”.

Questa esortazione rivolta ai presbiteri a non impiegare i redditi derivanti dal loro ufficio “per aumentare le sostanze della propria famiglia” fu ritenuta troppo netta da un padre conciliare. Egli chiedeva che fosse mitigata, poiché esiste anche il dovere di aiutare la propria famiglia quando è nel bisogno. Ma i redattori risposero: “Il testo si conserva perché i doveri verso la famiglia e gli altri sono compresi nell’onesto mantenimento e compimento dei doveri del proprio stato, di cui abbiamo parlato prima. Qui il discorso si svolge solo sui beni superflui”[1].

I preti, scrivono i padri conciliari, si accontentino del necessario e «il rimanente sarà bene destinarlo per il bene della Chiesa e per le opere di carità». Il Concilio ricorda a presbiteri e vescovi: «Vedano di eliminare nelle proprie cose ogni ombra di vanità. Sistemino la propria abitazione in modo tale che nessuno possa ritenerla inaccessibile, né debba, anche se di condizione molto umile, trovarsi a disagio in essa».

Il silenzio sulla povertà
Il prete diocesano, fin dal diaconato, assume l’impegno del celibato e, con l’ordinazione presbiterale, promette al vescovo della diocesi di appartenenza e ai suoi successori «filiale rispetto e obbedienza». Della povertà non si dice nulla.

Un padre conciliare chiese che venisse esplicitato nell’ultimo schema del decreto Presyterorum ordinis un suggerimento per la Commissione liturgica: di inserire nel rito di ordinazione al suddiaconato la promissio ritualis del celibato, nel diaconato quella della povertà e nel presbiterato quella dell’obbedienza. La Commissione rifiutò facendo leva sulla distinzione tra povertà dei presbiteri e povertà dei religiosi[2].

L’esigenza della povertà per i presbiteri, e non solo per i religiosi, non ha attratto particolare interesse dopo il Concilio Vaticano II[3]. L’attenzione alla povertà ritorna nel documento del 1988 della Conferenza Episcopale Italiana Sovvenire alle necessità della Chiesa. Ai preti, in particolare, ricorda: «Occorre “lasciare tutto” davvero, comprese le ansietà sfiduciate e la ricerca di sicurezze per vie che non sono evangeliche» (n. 16).

Vent’anni dopo, un altro documento della Conferenza Episcopale Italiana Sostenere la Chiesa per servire tutti ripete ai preti: «La nostra disponibilità personale a una vita sobria e autenticamente evangelica rafforzerà la credibilità alla nostra opera educatrice». L’esigenza della povertà è stata però recuperata con forza da papa Francesco, nell’ambito di un’attenzione genarle che egli riserva all’argomento.

Il prete e la comunità
Non possiamo ignorare l’esemplarità che il presbitero è chiamato a vivere con la sua povertà – personale ed ecclesiale – nei riguardi dei fedeli e della comunità che gli sono affidati. È un punto decisivo, sia per la spiritualità del presbitero, sia per la credibilità della sua azione pastorale.

L’esemplarità infatti nasce dalla natura stessa della figura del presbitero come padre ed educatore, come colui che comunica ai fedeli la bellezza e la serietà della povertà cristiana: non semplicemente con l’annuncio evangelico ma con la testimonianza di una vita veramente povera.

Per poter interpellare l’uomo d’oggi, la povertà evangelica deve essere eloquente, visibile, deve essere narrata. Se non è narrata non si pone neanche la domanda sul come può interpellare. E chi può narrarla se non la chiesa?

A 60 anni dall’apertura del Concilio si devono ricordare le parole di papa Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962: “In faccia ai paesi sottosviluppati la chiesa si presenta quale essa è, e vuol essere, come la chiesa di tutti, e particolarmente la chiesa dei poveri”. Per il Card. Lercaro, protagonista del Concilio, “il tema centrale del Concilio è la Chiesa proprio in quanto chiesa dei poveri” e per il Card. Liénart, “la chiesa deve ritrovare un aspetto che i secoli hanno un poco sfumato: il volto della povertà”.

Nel Concilio si toccò il tema della povertà del presbitero, e resta memorabile l’intervento del cardinal Lercaro su Servizio presbiterale e povertà nel quale si diceva con forza che “la situazione dei poveri secondo il vangelo e la pratica cristiana della povertà non riguardano solo il comportamento morale del cristiano e della chiesa, ma toccano il mistero intimo e personale del Cristo: cioè non costituiscono un aspetto, sia pure sublime, di morale e di filantropia, ma un momento essenziale della rivelazione di Cristo su se stesso, una parte centrale della cristologia”.

Il nesso tra ministero e povertà è ben più radicale e trova la sua ragione nel legame tra povertà e sequela, tra povertà e fede. Il prete che come credente vive il suo ministero come “forma della sequela di Cristo” impara che solo come un povero può vivere il suo essere prete in quanto figura spirituale.

Precarietà antropologica
La povertà più evidente è certamente quella antropologica, quella precarietà, quella fragilità che ha l’apice nella mortalità inerente alla condizione umana. Nasciamo nella nudità, viviamo nella precarietà, moriamo nella solitudine. La morte, soprattutto, ci incute paura, rende la nostra condizione “alienata” (cf. Eb 2,15), e in questa fragilità soffriamo una mancanza.

L’uomo è radicalmente povero, sempre bisognoso innanzitutto dell’altro, degli altri, dell’Altro, costantemente tentato di fuggire questa povertà, di non vederla e di rimuoverla, elaborando strategie per sottrarsi a essa.

I filosofi non hanno mai smesso di meditare su questa condizione umana di povertà, vulnerabilità, fragilità, precarietà. Tutti gli uomini e le donne conoscono questa povertà umana, anche se la vivono in modi molto diversi, più o meno alienati dalla paura della morte, spinti all’idolatria, dove “l’idolo”, che “è un falso antropologico prima che teologico” (Adolphe Gesché), sembra liberare dalla povertà, dalla condizione di mancanza e di bisogno.

La povertà è un mistero antropologico. E’ il terreno meno esplorato, ed è proprio questa la causa per la quale il discorso sulla povertà di cui parla la fede appare estraneo e non si incontra con la povertà quale è sperimentata nelle condizioni umane più dolorose e ferite.

Il mistero antropologico della povertà riguarda non una particolare, per quanto vasta, categoria di esseri umani, ma tutti. Essa dà ragione della povertà come appartenente alla condizione umana comune, come un connotato fondamentale della stessa definizione dell’uomo.

Perciò non è una congiuntura, non è un accidente, non è una situazione transitoria o definitiva nella quale alcuni o molti esseri umani si trovano; è una condizione universale e permanente, che accomuna tutti gli uomini e le donne, e ne integra l’identità.

Questa povertà costitutiva dell’uomo non è una metafora, implica una debolezza e un’indigenza reale, significa che nessuno è sufficiente a se stesso e tutti hanno bisogno gli unì degli altri; comporta la finitudine, la morte e il limite, e in sostanza coincide con la condizione di creatura.

Poveri sono dunque gli uomini tutti; ma beati sono solo quelli che lo riconoscono, solo quelli che non negano questa verità del loro essere, solo quelli che non cercano disperatamente e in modi vani — perseguendo ricchezza, autosufficienza e potere — di vivere come se non lo fossero; beati sono pertanto quelli che a partire da questa riconosciuta condizione di povertà, e conformemente ad essa, stabiliscono il loro rapporto con Dio e gli altri uomini.

In questo senso la povertà non è la disgrazia di qualcuno, ma è la grazia di tutti; la disgrazia, la perdita della grazia, sta nel negarla invece di assumerla, sta nel volerne uscire da soli o nel pretendere di non appartenervi o di esserne usciti.

Cristologia e povertà del prete
Soffermarsi a considerare la povertà del presbitero significa partire dal fatto che la nostra vita di presbiteri è stata ed è segnata dallo sguardo d’amore di Gesù. E’ uno sguardo che ci ha resi liberi per seguire il Signore, imitando così i primi discepoli che «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11).

La povertà è un tema cristologico, cioè non è possibile dare un’identità a Gesù di Nazaret senza la povertà. Una vita connotata da precarietà, relativa insicurezza materiale, incertezza del futuro per vivere l’abbandono fiducioso a Dio suo Padre. La sua povertà diventa l’alveo della sua libertà!

La povertà del presbitero non è pertanto semplicemente volta a rendere il presbitero più disponibile verso i poveri e i deboli, ma ha a che fare con la sua qualità umana, con la strutturazione della sua umanità, con l’edificazione della sua persona in relazione a Cristo.

E ovviamente, in relazione alle persone della sua comunità e a chiunque egli incontri. Insomma, sul problema della povertà si gioca la qualità dell’umanità e della fede del presbitero. Anche per un prete non è affatto facile essere povero. Occorre scegliere di essere povero.

Il presbitero segue Gesù, il buon Pastore, colui che «dà la vita per le pecore» (Giovanni 10,14). A questo dunque sono chiamati: a fare della loro vita un dono, con un atto di libertà che non calcola ciò che lascia, ma si stupisce per essere stato chiamato a tanto. In realtà, solo con il coraggio che nasce da una grande libertà interiore possiamo seguire il Signore e relativizzare tutto a Cristo, disponendoci anche ad essere poveri come lui volle esserlo (cfr. Fil 4,12-13).

Così manifestano chiaramente che solo in Cristo ripongono tutta la loro fiducia e speranza, solo per lui spendono la loro vita. Non riconoscono altro signore all’infuori di lui. Non vivono l’affanno della ricerca di altre e diverse garanzie, perché solo la comunione con lui è la loro vera e sovrabbondante sicurezza. E così, come discepoli liberi e poveri, potranno aprirsi e coinvolgersi pienamente ad accogliere la missione di annunciare il Vangelo.

San Carlo Borromeo nelle Monitiones del quarto Sinodo provinciale del 1576, esorta i presbiteri a vivere la povertà soprattutto nel modo concreto di esercitare il loro ministero verso i fedeli: «Non siete mercanti del mondo, non ministri di mammona, ma trafficanti di Cristo».

E subito precisa l’attenzione dei presbiteri circa l’uso dei beni ecclesiastici, dicendo: «distribuite i beni della Chiesa a coloro che sono le “viscere d’amore di Cristo”, e cioè ai poveri, ai pellegrini, alle vedove, ai fanciulli, ai sofferenti, ai carcerati». E aggiunge ancora di saper sacrificare sé stessi pur di provvedere al loro servizio ecclesiale: «frodando voi stessi del vitto, possiate ornare le vostre chiese e gli altari, rendere sempre ordinati i diversi luoghi bellamente ornati, procuratevi sacre suppellettili».

Secondo Santa Caterina da Siena i presbiteri “devono essere generosi, non avari e mai vendere la grazia dello Spirito per ambizione e brama di guadagno (cfr. Dialogo, cxiv, 405). Se il clero è abitato dal fuoco del desiderio di Dio, la presenza nella storia diventa feconda della fecondità stessa di Dio.

Il denaro e le cose
Esiste una plurisecolare tradizione spirituale che raccomanda al presbitero la povertà e l’essenzialità di vita, ma ben pochi si preoccupano di indagarne concretamente il rapporto con il denaro e con i beni personali e parrocchiali. Tutti sono concordi sulla testimonianza cristiana che i presbiteri devono necessariamente fornire, ma raramente ci si chiede quali siano le ricadute di questa missione sulle abitudini quotidiane.

Il presbitero, in particolare, deve misurarsi su almeno tre fronti: l’uso dei suoi soldi personali, dei soldi della comunità parrocchiale, dei soldi erogati dallo Stato e dalla Chiesa.

Noi presbiteri siamo uomini ricchi! Ricchi di una formazione e di un’istruzione che supera quella della gente comune; maneggiamo denaro e magari molto denaro e abbiamo una vita abbastanza sicura, più sicura di un operaio che rischia (oggi più frequentemente che nel passato) il licenziamento e la conseguente perdita delle assicurazioni sociali; abbiamo alle spalle una famiglia ecclesiale, il presbiterio, con un’assicurazione sociale che ci garantisce in caso di malattia e di vecchiaia.

In questa prospettiva deve diventare più abituale il confronto con le condizioni di vita della gente, confronto che a volte è per noi presbiteri motivo di un qualche imbarazzo. Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ci siamo sentiti affascinati dalla chiamata del Signore al radicalismo evangelico. Con una differenza: a noi preti i beni materiali (a volte anche quelli superflui) non mancano, mentre alla gente spesso manca il necessario.

Noi abitiamo in case che dicono la premura del popolo di Dio per assicurare un’abitazione dignitosa ai suoi preti, mentre tanta gente non riesce a trovare casa. Il nostro ministero ci garantisce di avere sempre un’occupazione e di ricevere il necessario per un dignitoso sostentamento; molti, invece, vivono di lavori precari e di retribuzioni inadeguate.

Tutto quello che dà sicurezza alla sua vita, il prete lo deve considerare come la condizione per potersi dedicare completamente alla sua missione, per poter spendere il suo tempo e le sue doti personali, oltre che la sua formazione, per il bene delle persone affidate alla sua cura pastorale e anche di tutti quelli che incontra sul suo cammino.

L’avidità, l’avarizia, la brama di possedere e di accumulare beni e denaro può insinuarsi nella vita di un presbitero: e più l’età avanza più la tentazione può farsi strada. La paura del futuro, il timore derivante dal pensiero della vecchiaia, dell’incertezza di ciò che il domani può riservare, di eventuali malattie e ricoveri, l’angoscia di dover dipendere da altri, può ingenerare una brama di accumulo che va oltre la buona previdenza, e diventa una maniera di scongiurare il futuro e la morte.

«Nel rapporto con l’avere (il presbitero) rivela il suo modo di porsi davanti a se stesso e al proprio futuro, davanti agli altri e davanti a Dio: passa da questo snodo, dunque, una dimensione fondamentale della testimonianza presbiterale, che – se trascurata o vissuta male – è motivo di perdita di autorevolezza, quando non di scandalo. Una concezione consumistica della vita rimane incompatibile con un’autentica sequela del Signore; tra l’altro contribuisce a trasformare il presbitero in un impiegato, la cui giornata viene scandita da priorità, da orari e programmi che non incontrano i reali bisogni della gente»[4].

Sobrietà
Il prete povero che vive distaccato dalla seduzione delle cose, del potere e del denaro, sobrio e distaccato dai beni materiali, pronto a condividere con gli altri quello che possiede, sarà l’ispiratore di una pastorale nuova aperta a tutti, segnata dalla misericordia, che giungere il Vangelo a tutti, poveri o ricchi che siano.

Ai seminaristi del Pontificio seminario pugliese (10.12.2016) papa Francesco disse: «Se hai paura della povertà la tua vocazione è in pericolo! Perché la povertà nella vita del prete è madre che dà vita e fa crescere la donazione al Signore; ed è muro che custodisce».

La povertà è come un grembo materno che fa nascere e crescere la vita del presbitero nel fervore della donazione al Signore, essa diventa un forte stimolo per una vita pastorale impegnata; una vita aperta a tutti, intraprendente e coraggiosa, ibera dalla tentazione della mondanità spirituale che attecchisce proprio in questa tendenza alla comodità, al benessere e all’autoreferenzialità (cfr. EG 93-96).

Un altro vantaggio della povertà consiste nella libertà personale che a sua volta è fonte di affidabilità, disponibilità e mobilità apostolica. Scrivono ancora i vescovi: «la leggerezza del bagaglio del presbitero è condizione di scioltezza interiore e strumento di libertà apostolica, rende guide affidabili agli occhi del popolo di Dio e interlocutori credibili anche per i lontani. Non da ultimo, assunta come stile disinteressato e con slancio missionario, la povertà evangelica rende maggiormente disponibile il presbitero a essere inviato là dove la sua opera è dal vescovo ritenuta più opportuna»[5].

Inoltre la povertà vissuta è spesso stimolo alla ricerca della fraternità, disponibilità a entrare nelle dinamiche della fraternità e in altre forme di vita comune che oggi soprattutto, mentre nascono necessariamente delle forme di unificazione, integrazione e collaborazione tra le parrocchie, stanno diventando più necessarie che in passato: «Uno stile di vita sobrio facilita anche forme di vita comune con altri preti: dalla valorizzazione di luoghi in cui insieme fruire di servizio essenziali – quali il pasto o la lavanderia – alla condivisione di esperienze e responsabilità pastorali»[6].

Ma una simile condivisione non sarà facile, se non crescerà lo spirito della povertà evangelica con il distacco dalle proprie vedute e con la capacità di dialogare con gli altri presbiteri e con i laici, e se questo spirito di partecipazione e condivisione non penetrerà nelle comunità cristiane chiamate a integrarsi in unità pastorali. Certo sarà difficile che tutto questo nasca e cresca, se non lo sente e non lo vive con convinzione e senso ecclesiale il prete.

Un prete che sceglie la povertà è una profezia vivente di voler vivere appoggiandosi non i poteri di questo mondo, ma alla forza della parola e alla grazia del Signore; perché la povertà è una scelta di fede, anzi è la misura della fede del prete, del suo abbandonarsi fiducioso nelle mani del suo Signore, essa fa vivere una vita gioiosa, perché non lascia spazio all’invidia, alla rabbia contro coloro che non sono poveri.

La sobrietà, pur sempre nell’ambito dei beni materiali, ha tante forme per attuarsi: in rapporto al cibo, al tempo libero, allo svago, all’abitazione, agli abiti, agli strumenti tecnologici, ecc.

Al riguardo mi pare assai interessante un brano della Lettera Pastorale dell’allora arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Battista Montini, Il cristiano e il benessere temporale (24 febbraio 1963). Egli inizia affermando la sua “competenza” e il suo “dovere” di “raccomandare la sobrietà nell’uso delle risorse economiche che la Provvidenza mette a nostra disposizione”.

E subito richiama il grande principio etico: “Non bisogna mai dimenticare il fine, a cui i beni temporali devono servire, e cioè alla vita onesta dell’uomo, non al suo orgoglio, o alla sua vanità o alla sua avarizia, non ai suoi piaceri fatui o viziosi”. E insieme l’Arcivescovo insiste sul loro “valore umano”: non bisogna mai “dimenticare il valore umano – di studio, di lavoro, di sofferenza, di bisogno altrui – contenuto nel denaro o nei beni disponibili, per saperli trattare con misura e quasi con riverenza e riconoscenza”.

Passa poi a segnalare alcuni significati della sobrietà nell’uso dei beni: “La semplicità, la parsimonia, la liberalità nell’uso dei beni temporali sono indici della superiorità dello spirito che viene a contatto con essi e dimostrano perciò la sua nobiltà ed il suo buongusto”.

Tutto questo riveste particolare valore in rapporto ai presbiteri: “Questa raccomandazione alla semplicità e alla austerità della vita e al distacco dal denaro, dagli agi superflui e da ogni vanitosa esteriorità noi vogliamo fare in modo particolare a noi stessi ecclesiastici: vi siamo più degli altri obbligati per i più stretti vincoli che a Cristo ci uniscono, per l’esempio che ogni altri si attende da noi, per l’efficacia che la nostra linea di povertà conferisce al nostro ministero, e per la sterilità che invece lo colpisce quando appare rivestito da qualche vanità o governato da qualche venalità”.

E considerando i beni non materiali, ma non per questo non meno importanti, vorrei ricordare la sobrietà nelle parole – da misurare e da rendere significative affinché nascano dal silenzio e dalla riflessione -; nell’esibizione di sé, laddove si tende a voler comparire ad ogni costo (si pensi all’ossessione di visibilità sui social) a pretendere di avere sempre un posto; nell’esercizio del potere, quando lo si accentra eccessivamente, senza condividerlo nelle dovute e opportune modalità. C’è anche una doverosa sobrietà pastorale per evitare il moltiplicarsi di strumenti, edifici, organismi, riunioni, programmazioni…

La nostra dovrà essere parola profetica anche nel nostro tempo, teatro di tante ingiustizie e di una insopportabile, scandalosa disparità di condizioni. Ma la nostra parola suonerà vuota, incoerente e controproducente, se le nostre condizioni di vita strideranno con quel messaggio evangelico che siamo chiamati ad annunciare e testimoniare (cfr. Pastores dabo vobis, 30).

Potere e affermazione di sé
Tentazione contro la povertà è quella che emerge già nel cap. 23 di Matteo dove Gesù denuncia il clericalismo ante-litteram di coloro che amano i primi posti e i titoli onorifici. Nella Chiesa indubbiamente logiche di potere e di affermazione di sé, di concorrenzialità e carrierismo non sono mai venute meno.

Insegne e vesti liturgiche, suppellettili liturgiche e arredi sacri, titoli ecclesiastici e simboli della dignità ecclesiastica stanno ritrovando una spiacevolissima ripresa e godono di un rinnovato e assai dubbio favore. Calzature e abiti, pizzi e merletti, mitre e pastorali preziosi e perfino lussuosi, sono di nuovo in voga con il pretesto che così si onora il Cristo.

Ma per quanto il calix debba essere praeclarus non si può dimenticare che il Cristo non smette di essere povero quando è celebrato liturgicamente. Ambrogio, il Crisostomo, Gerolamo e altri hanno parole di fuoco contro chi usa suppellettili preziose quando ci sono dei poveri che muoiono di fame e di freddo. Ambrogio esorta: “Non esitare a vendere i vasi sacri per soccorrere i miseri”.

È altresì fondamentale per testimoniare la povertà scindere in modo assoluto l’amministrazione dei sacramenti e le celebrazioni liturgiche, che tutte annunciano la gratuità di Dio in Gesù Cristo, dalla richiesta di pagamento è condizione essenziale per la verità di ciò che si celebra e per la credibilità stessa del celebrante. Lì emerge come la gratuità del ministero (“gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: Mt 10,8) non sia fatto semplicemente personale, ma ecclesiale.

Nella sessione del Concilio di Trento (traslato a Bologna) del 1547 circa la riforma dei sacramenti, si discusse sulla liceità o meno del petere (chiedere) e dell’accipere (ricevere): si poteva chiedere o anche solo ricevere qualche cosa in occasione dell’amministrazione dei sacramenti?

Se nessuno sosteneva la liceità del petere, le discussioni sull’accipere furono sottili, ma va ricordata la posizione di Seripando che voleva tagliare alla radice il problema definendo “eretico e sacrilego” ogni tintinnio di monete intorno all’altare e va ricordata l’espressione intrisa di zelo evangelico che affermava che ormai “non possiamo più dire allo storpio: alzati, perché siamo pieni di oro e di argento”.

Gli atteggiamenti esteriori influenzano profondamente l’abito mentale, il cuore. Scrive p. Congar: “Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che siano dovuti, vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini, essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza mettersi moralmente su di un piedistallo? È possibile sempre comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltare? Si può, infine, trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?”.

Sappiamo dalla storia come la seconda fase dell’inculturazione del cristianesimo sia avvenuta a partire dal 313 d. C., quando è divenuta religione dell’Impero. Ed è proprio la liturgia a mostrare i segni di questo processo d’inculturazione, assimilando i segni del potere regale e temporale sia nei modi che negli abiti e negli oggetti liturgici. Gli abiti liturgici vengono mutuato dall’Impero.

Anche i titoli ecclesiastici sono ripresi dalle usanze imperiali romane e dal potere mondano. Sappiamo che il titolo di Eccellenza per il vescovo risale all’epoca fascista per non attribuirgli un onore inferiore a quello accordato da Mussolini ai suoi prefetti.

Già nel Concilio Vaticano II si era discusso su questi problemi. Vari vescovi, tra i quali Lercaro (allora vescovo di Bologna) e Herder Camara (presidente della Conferenza episcopale brasiliana e vescovo di Olinda e Recife), avevano cercato di proporre una riforma che abbandonasse in modo definitivo tutto ciò che allontana dal Vangelo e contraddice il suo annuncio[7]. Ritengo che una riforma efficace nella chiesa debba passare per l’abolizione dei titoli e la sobrietà delle vesti.

La povertà della Chiesa non la si valuta semplicemente in termini economici o di possedimenti di beni, ma anzitutto in termini di potere. Noi sappiamo che nei secoli XII-XIV il vocabolo pauper (povero) non si opponeva a dives (ricco), ma a potens (potente). Cioè, la ricchezza è un aspetto del potere. La povertà si configura così come rinuncia al potere e libertà dal potere. La povertà custodisce la libertà.

“Povertà è anche il franco e schietto riconoscimento delle diversità, delle pluralità di pareri, a volte anche della formazione di maggioranze e di minoranze. Se non si accetta la povertà, non si accetta la pluralità, e tanto meno il dissenso”[8].

Gestione dei beni
C’è ancora un altro aspetto della povertà di noi presbiteri che non possiamo tralasciare: è quello che riguarda la nostra responsabilità nel gestire i beni materiali che sono della Chiesa e che la Chiesa ci affida. E’ una responsabilità da condividere in spirito di comunione ecclesiale con altri, anzitutto con fedeli laici competenti e preparati, in particolare con i membri dei vari consigli per gli affari economici.

In concreto occorre praticare esemplarmente la giustizia nella gestione dei beni della Chiesa, trattandoli non come patrimonio personale, ma come beni, appunto, della Chiesa, dei quali dobbiamo rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai poveri (cfr. Pastores dabo vobis, 30). Così come occorre garantire la trasparenza nella loro gestione. Di qui l’adeguata informazione da dare ai fedeli, il rendere conto coscienzioso e onesto agli organismi competenti, l’’attenzione alle esigenze della carità.

Come amministratori dei beni ecclesiastici, sia noi che i nostri collaboratori laici, siamo chiamati a destinarli esclusivamente ai fini che sono loro propri, indicati dal Concilio in questi tre: «l’organizzazione del culto divino, il dignitoso mantenimento del clero, il sostenimento delle opere di apostolato e di carità, specialmente in favore dei poveri» (Presbyterorum Ordinis, 17).

Solo così l’uso dei beni della Chiesa, specie nell’esigenza di una doverosa sobrietà, potrà garantire la credibilità e l’efficacia della nostra missione evangelizzatrice, come diceva Paolo VI: «L’indigenza della Chiesa, con la decorosa semplicità delle sue forme è un attestato di fedeltà evangelica, è la condizione, talvolta indispensabile, per dare credito alla propria missione, è un esercizio talvolta sovrumano di quella libertà di spirito, rispetto ai vincoli della ricchezza, che accresce la forza della missione dell’apostolato» (24 agosto 1968).

La trasparenza dei conti, la pubblicità dei bilanci in una parrocchia, la correttezza amministrativa, la regolarità fiscale, la destinazione di una somma per poveri o chiese povere, sono alcuni elementi che concorrono a quella trasparenza che lascia al presbitero la limpidezza di coscienza e impedisce la diffidenza o le accuse, ben sapendo che sul tema del rapporto con il denaro la chiesa gioca molta della sua credibilità presso le persone.

Non dimentichiamo, inoltre, che siamo in un sistema di delega allo Stato del mantenimento della Chiesa (8 per mille): assumere direttamente la consapevolezza che è il “noi” ecclesiale soggetto e responsabile della chiesa, non potrebbe che fare del bene.

È auspicabile che la condivisione dei beni divenga «forma abituale nella comunità cristiana. Le parrocchie ricche aiutino quelle povere e in difficoltà. In ogni diocesi ci sono parrocchie in equilibrio, altre che godono di una certa abbondanza di risorse; altre invece in difficoltà anche gravi, come quelle che si trovano in contesti poveri. È necessario pensare a forme e strumenti di condivisione tra parrocchie (e altri enti)» secondo la logica della perequazione dei beni. È necessario educare l’intera comunità a un «sentire condiviso» in materia di beni economici.

Non dimentichiamo il monito del vescovo servo di Dio don Tonino Bello, “Non è vero che si nasce poveri. Si può nascere poeti, ma non poveri. Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti. Dopo una trafila di studi, cioè. Dopo lunghe fatiche ed estenuanti esercizi. Quella della povertà, insomma, è una carriera. E per giunta tra le più complesse. Suppone un noviziato severo. Richiede un tirocinio difficile” (da “Luce e Vita”, 17 maggio 1992).

Mi piace concludere queste mie considerazioni riportando la conclusione formulata nei termini di una preghiera rivolta al santo di Assisi dall’arcivescovo Montini (San Paolo VI) al pellegrinaggio lombardo alla tomba di san Francesco:

“Ecco, allora, Francesco, che la Tua Povertà ci diventa amica e maestra. Ecco che ammonisce coloro che mettono nei beni economici le loro somme speranze a mirare più in alto, a svincolare il cuore dall’amore delle cose terrene, e a saperle considerare come buone, solo quando ci sono scala per salire le vie dello spirito e ci sono specchio per riflettere la bellezza, la bontà, la provvidenza di Dio; come Tu, Povero, le hai viste, alla fine, cantandole, come libero poeta, nel Tuo cantico delle creature. Così insegnaci, così aiutaci, Francesco, ad essere poveri, cioè liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell’uso di queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani…” (4 ottobre 1958).

Insieme, laici e presbiteri, impariamo che la terra non è nostra ma di tutti. Abbiamo abusato del creato perché diventasse denaro e merce. Se la vita religiosa fosse essenziale nei rapporti e sobria nelle scelte, dalla parte di coloro che ancora vogliono prendersi cura di un pezzo di terra, sarebbe possibile per i consacrati (presbiteri e religiosi) proporre uno stile esistenziale alternativo: la missione è questa, testimoniare concretamente l’intensità del rapporto con Dio.

Non bisogna essere tutti francescani per capire che in questo momento storico dobbiamo cambiare la relazione con le cose e la natura, renderla più gentile, meno prepotente e invadente. Questa è l’umiltà di stare nella storia: imparare a muoverci in questo deserto abitato con normalità, gioia e disponibilità. Perché la vita si salva se siamo davvero sobri e solidali.

[1] Cfr. E. Castellucci, Presbyterorum ordinis. Introduzione e commento, in S. Noceti – R. Repole (a cura di), Commentario ai documenti del Vaticano II 4. Christus Domini, Optatam totius, Presbyterorum ordinis, Dehoniane, Bologna, 2017, p. 459.

[2] Ivi, p. 460.

[3] Cfr. A. Zambon, Il consiglio evangelico della povertà nel ministero e nella vita del presbitero diocesano, PUG, Roma 2022.

[4] CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CEI, Lievito di Fraternità. Sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente, San Paolo, Cinisello Balsamo 2017, p. 40.

[5] CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CEI, Lievito di Fraternità. Sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente, San Paolo, Cinisello Balsamo 2017, p. 17.

[6] Ivi, p. 18.

[7] Cfr. X. Pikaza – J. Antunes da Silva (a cura di), Il patto delle catacombe. La missione dei poveri nella Chiesa, EMI, Bologna 2015.

[8] G. Campanini, Povertà della chiesa, povertà nella chiesa, in VC, 2/2011, p. 101.

Preti, accompagnatori accompagnati

Fonte: Settimana News
La terza monografia della rivista Presbyteri è dedicata all’accompagnamento spirituale. Non solo con l’intento di ribadire l’importanza dell’accompagnamento spirituale o incoraggiare il presbitero a formarsi per questo prezioso servizio. Il numero intende «guardare al prete come destinatario dell’accompagnamento spirituale, cercando di cogliere le motivazioni per cui vale la pena intraprendere e rimanere fedeli ad esso e le molteplici resistenze che ne sono di ostacolo. Un accompagnamento spirituale efficace, capace di attenzione e di lettura delle varie fasi della crescita umana e spirituale, è il luogo privilegiato del discernimento per comprendere dove e come lo Spirito Santo conduce la vita e accompagnare il percorso (non scontato) della fede del presbitero». Pubblichiamo l’editoriale firmato da don Nico Dal Molin.

accompagnamento

«In quel tempo Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due» (Mc 6,7). Il testo della chiamata di Marco dice con chiarezza che i discepoli sono inviati in missione «a due a due». La stessa espressione è presente anche in Luca (10,1), pur in un contesto diverso come è la missione dei «settantadue discepoli».[1]

È vero che la sobrietà del testo non ci racconta come i due discepoli hanno vissuto la relazione tra loro. Eppure è una provocazione suggestiva per ricordarci che il ministero ordinato non è un’avventura solitaria e isolata, ma si colloca sempre e comunque nella dinamica della relazione, della compagnia.

Forse il testo di Marco suppone anche il fatto che in due ci si possa proteggere meglio dai pericoli. Già Qoelet suggeriva che è «meglio essere in due che uno solo» (Qo 4,9). L’essere in due dona robustezza e credibilità alla testimonianza che, per essere valida, si doveva fondare su almeno due testimoni (cf. Dt 19,15). Soprattutto, il non essere soli è essenziale per poter vivere la relazione, la comunione e la carità.

La forza di un amico e di una Parola
La missione del presbitero – oggi questo è ancora più evidente – non consiste anzitutto in attività, solo in un «fare» per gli altri, ma occorre spostare sempre più il baricentro del servizio pastorale verso una prospettiva relazionale.

La fraternità degli inviati è la prima testimonianza che certifica la bontà dell’andare e dell’annunciare il vangelo di Gesù. Il primo annuncio che i discepoli portano con sé è il gesto della loro comunione, è la vittoria sulla tentazione della solitudine.

La scelta che Gesù propone ai suoi ha certamente una forte valenza motivazionale. In realtà essa non sembra conveniente, perché muovendosi individualmente avrebbero certamente raggiunto più destinazioni. Non sembra neppure tanto efficace; un gruppo più consistente avrebbe potuto esercitare un impatto più diretto e provocante sull’uditorio.

Il «due» è il numero della relazione, sin dalle origini della creazione. La dualità significa differenza e alterità, ma anche bisogno, reciprocità e condivisione. Due è il numero che supera l’egoismo e l’autoreferenzialità, ma non si perde nella massa impersonale o nelle dinamiche di gruppo. Ci si guarda negli occhi in due, non in tre o in dodici, né da soli.[2]

E i discepoli partono solo con la forza di un amico e di una Parola.

Essere in compagnia è qualcosa di più del non rimanere soli, perché lo specifico è la condivisione. È un’esperienza profondamente ecclesiale: «Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1Cor 12,20-21).

Nella Chiesa, ma vale per ogni ambito della vita umana, siamo reciprocamente inviati gli uni agli altri per aiutarci. I compagni di strada che il Signore ci mette accanto, sono figure essenziali per ognuno di noi. Con loro si può condividere il pane della solitudine e dell’amicizia, del dubbio e della fiducia, della stanchezza e della serenità. Nel contesto di un cammino sinodale in cui sono impegnate le nostre Chiese, sarebbe importante tornare a chiederci: «Cosa ricevo dagli altri che mi aiuta a capire e a scegliere le cose buone della vita?».

La dimensione del confronto e della relazionalità è essenziale nella missione del presbitero perché favorisce la verifica, l’incoraggiamento, la correzione fraterna, e mette una barriera all’ebbrezza narcisistica dell’io che non imputa mai a se stesso errori o peccati. Forse, proprio per questo negli Atti degli apostoli Luca è così insistente nel narrare le missioni di Paolo e Barnaba, di Paolo e Sila, di Barnaba e Marco…

A due a due, non da soli, un amico almeno su cui appoggiare il cuore quando il cuore manca; a due a due, per sorreggersi a vicenda; a due a due, come tenda leggera per la presenza di Gesù, perché dove due o tre sono uniti nel mio nome là ci sono io.[3]

Accompagnatori accompagnati
È il titolo di un saggio del monaco Guidalberto Bormolini. Risvegliare questa consapevolezza richiede di creare opportunità ed esperienze, luoghi e persone che facilitino il confronto e siano disponibili all’accompagnamento. Bormolini, pur con un focus specifico sulla relazione di accompagnamento nell’ultimo tratto della vita, suggerisce alcuni input benefici per ogni cammino di accompagnamento.

L’accompagnamento non ha come fine un risultato pratico, ma la «bellezza della cura in sé, che ogni essere vivente merita». È essenziale per l’accompagnatore curare la propria interiorità, per «avere la necessaria libertà interiore e per stabilire una indispensabile comunione profonda».

Questa dimensione è ben precisata dalla moderna psicologia relazionale; è definita connectedness (connessione), per cui una reale esperienza di autenticità è possibile all’interno di rapporti significativi che promuovano l’integrazione tra autonomia e relazionalità.[4]

Il percorso dell’accompagnamento inizia dal trasmettere a chi è accompagnato un principio fondamentale: «mi interesso di te perché sei importante». Per questo non ci può essere una «netta distinzione tra accompagnatore e accompagnato»; si tratta piuttosto di una relazione multipla in cui il beneficio è per entrambi, in quanto «aiutare inserisce in una rete di bene universale, che coinvolge sia chi dona sia chi riceve il dono della compagnia».[5]

Accompagnamento sapiente
«La Sapienza è uno spirito che ama l’uomo» (Sap 1,6). È di questa leggerezza sapienziale che c’è necessità per ogni cammino umano e spirituale, attento a tutte le dimensioni della persona: l’alterità, intesa come immersione in un tessuto di relazioni; la temporalità, per collocare ogni persona nel contesto della propria storia personale, fatta di memoria, di consapevolezza e visione del futuro; la progressività, che vede ogni persona umana non destinata ad un passivo e rassegnato immobilismo, ma la proietta in una scia di «paziente dinamicità».

Nel testo di Siracide 38,31-39,11 il sapiente è descritto come l’architetto che progetta e pianifica il lavoro per edificare una città. Nel secondo libro di Samuele (14,17-20) il sapiente è identificato con «l’angelo di Dio» che orienta e guida le scelte, come l’arcangelo Raffaele che, nelle vesti dell’amico Azaria, guida in maniera accorta e saggia il pericoloso cammino di Tobia.

Il profeta Ezechiele (27,8), con una metafora suggestiva, descrive il sapiente come un nocchiero capace di orientare la barca, guardando la bussola nel cielo buio della tempesta o scrutando le stelle del cielo nelle notti limpide e chiare.

Per contrasto, il profeta Isaia (3,3) dice ciò che il sapiente non dovrebbe né essere né fare. Contestualizzando la situazione di profonda anarchia in cui vive Gerusalemme, il profeta paragona il falso sapiente ad un mago che dai volteggi della sua bacchetta magica estrae solo un illusionismo fatuo e vuoto, che pervade parole e atteggiamenti.

«Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza (…). L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta» (Sap 7,7-10).

Un maestro sapienziale fa crescere la capacità di guardare in alto, andando oltre lo sguardo ripiegato su sé stessi. Victor Frankl, psicologo viennese, definisce questa dimensione la riscoperta di una «psicologia delle altezze», che non si contrappone ma integra il contributo prezioso della psicologia del profondo. Un’applicazione al cammino spirituale può divenire molto generativa e feconda.

Una lettura sapienziale permette di dare continuità di ricerca a chi ha perso il senso storico delle proprie radici motivazionali e soffre di amnesia, donando speranza a chi non sa più trovare il senso «teologico e teleologico» della propria scelta vocazionale.

La via sapienziale come conversione del cuore
«Per imparare a vivere ci vuole tutta una vita; non stupirti dunque se nessuno ha mai imparato». È un’espressione che si rifà ad un aforisma di Lucio Anneo Seneca, il filosofo stoico dell’età imperiale dell’antica Roma.

Da una parte, è un invito ad abbassare l’asticella delle alte aspettative che ciascuno di noi può nutrire nei confronti di se stesso e che possono essere trasferite nei rapporti interpersonali fino a renderli esigenti e possessivi. Dall’altra, può aiutare a ridimensionare le proprie ingenue fantasie infantili di onnipotenza.

Un cammino di accompagnamento personale può lenire e cicatrizzare quella ferita narcisistica, spesso non rimarginata, che sanguina dentro di noi e che possiamo toccare con mano, talvolta dolorosamente, di fronte al senso di inadeguatezza e precarietà che mai come in questi mesi ha avvolto il ministero presbiterale. Un cammino di accompagnamento sapienziale può divenire un’esperienza di mindfulness (consapevolezza) umana e spirituale, che rende più disposti e capaci di consegnarsi all’azione dello Spirito Santo.

Diviene opportunità per imparare ad «espropriarsi» del proprio ruolo, per vivere con più densità quel valore che ha orientato la scelta di vita: seguire il Signore Gesù. «Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). Invece di lamentarsi delle tribolazioni subite, che lo hanno messo continuamente a dura prova, Paolo afferma che la propria vulnerabilità personale, con cui è stato continuamente costretto a confrontarsi, si è rivelata essenziale per la sua missione.

La fragilità non pregiudica affatto l’annuncio del Vangelo, ma ne è addirittura la garanzia. I fallimenti nel ministero non sono il fallimento del ministero, dove il fallimento stesso può divenire momento di crescita e contributo prezioso alla salvezza propria e altrui. È un cammino di accettazione realistica di situazioni e sentimenti in cui prevalgono stanchezza, delusione, sfiducia senza che divengano un facile giustificatorio per eludere le proprie responsabilità.

È il prezzo da pagare alla propria umanità, che può trasformarsi in opportunità concreta per rievangelizzare il proprio vissuto alla luce della Parola risanatrice di Gesù, profondo conoscitore e guaritore del cuore umano.

Dio mi liberi dalla sapienza che non piange, dalla filosofia che non ride, dall’orgoglio che non s’inchina davanti ad un bambino. Dio mi guardi dall’uomo che si proclama fiaccola che illumina il cammino dell’umanità. Ben venga l’uomo che cerca il suo cammino alla luce degli altri (Gibran Kahlil).[6]

[1] Cf. «Fraternità e amicizia nella vita del prete», in Presbyteri 2020/10 (Editoriale).

[2] Annalisa Guida, «La missione dei dodici», in I Vangeli, Àncora, Milano 2015.

[3] Ermes Ronchi, «Dove noi vediamo deserti, Dio vede chance», in Avvenire, 4 luglio 2019.

[4] Cf. Susan Harter, La costruzione del Sé. Fondamenti di sviluppo e socioculturali, (Prefazione di William M. Bukowski), Guilford Press, New York City 2012 (2° ed.).

[5] Guidalberto Bormolini, Accompagnatori accompagnati. Condurre alla vita attraverso la morte, EMP, Padova 2020.

[6] Gibran Kahlil Gibran, La voce del maestro (ediz. integrale a cura di Tommaso Pisanti), Newton Compton, Roma 2020.

Occorre lasciarsi toccare dalla Parola di Dio in prima persona ed è importante studiare la Bibbia

Mi capita sempre con più frequenza di sentire persone che decidono di non andare più a Messa perché non sono contente delle omelie del proprio parroco. Generalmente la gente si lamenta perché le prediche che non si capiscono, magari sono lunghe senza lasciare però alcun messaggio. Devo anche ammettere d’altra parte che conosco diversi sacerdoti che cercano seriamente di prepararsi e avvertono la responsabilità di questo aspetto del loro ministero. Oggi i fedeli sono particolarmente esigenti, forse perché abituati a una comunicazione mediatica, che non è certamente riproducibile nel contesto liturgico. Anzi, non credo che quei presbiteri che cercano di stupire con effetti speciali siano sulla buona strada.

La domanda della gente è legittima, perché l’omelia è per molti di loro l’unico momento in cui possono ascoltare un commento alla Parola di Dio e ricevere un insegnamento per la loro vita. Bisogna anche dire però che fare un’omelia non è facile: si tratta di un evento comunicativo molto complesso. In un lasso di tempo breve, bisogna catturare l’attenzione dell’assemblea, esponendosi al giudizio e alla critica, cercando di dire in tempi ragionevoli qualcosa di interessante. Mi sentirei di dire allora che i fedeli possono aiutare il sacerdote, offrendo un riscontro sincero, ma incoraggiante e non distruttivo. Il presbitero sa che un’omelia è sempre il frutto innanzitutto della sua preghiera e del suo studio: occorre lasciarsi toccare dalla Parola di Dio in prima persona ed è importante studiare, nella misura del possibile, i testi biblici.

Papa Francesco dice che il predicatore deve lasciarsi “ferire” dalla Parola. L’omelia è un discorso, per quanto molto particolare, e pertanto ha bisogno anche di una costruzione logica e chiara. A volte le omelie sono fatte purtroppo di pensieri affastellati alla rinfusa, per questo lasciano spesso la sensazione della confusione e della frustrazione. Può essere anche utile avere chiaro un messaggio su cui ci si vuole concentrare, accompagnandolo con qualche immagine o esempio. Ad ogni modo non ci si deve scoraggiare: per quanto molte volte la capacità di predicare sia anche legata alla personalità del predicatore, si può sicuramente sempre migliorare.
famiglia Cristiana 

Il prete: un ministero che cambia

di: Renardo Schlegelmilch (a cura)

cambiamenti

Sovraccarico di lavoro, obbedienza, celibato: i requisiti che si attendono dai sacerdoti moderni hanno a che fare con la crisi della Chiesa o persino con gli abusi? Lo storico della Chiesa, Klaus Unterburger, ha studiato come si è formata questa immagine del prete nel 19° secolo.

– Prof. Unterburger, in che cosa differisce l’immagine del prete nel XIX secolo da quella che conosciamo oggi?

A partire dal Medioevo, è diventato sempre più importante che i preti siano dei buoni pastori. L’ideale del buon pastore era molto importante, e ha sostituto ciò che prima era decisivo, ossia offrire con mani pure il culto, il rito, il sacrificio eucaristico. Questi aspetti non sono scomparsi, ma la dimensione pastorale è divenuta sempre più importante.

Nel secolo 19° si aggiunsero molte altre aspetti. Da una parte, il fatto di una società ostile alla Chiesa, da cui prendere le distanze. Dall’altra, una riforma della formazione in modo da garantire ai preti di essere formati accademicamente e di rispondere a determinati standard accademici.

Ne derivò che i preti furono tenuti in grande considerazione, soprattutto, naturalmente, dai loro fedeli, ma spesso anche al di fuori della Chiesa. Si tratta di sacerdoti forniti di formazione accademica totalmente dediti alla loro comunità, buoni pastori, che assistono i malati e i moribondi al loro capezzale, e si sentono responsabili della salvezza di tutto il loro gregge e, allo stesso tempo, cercano di vivere un ideale che ai cristiani normali in realtà non è possibile e perciò godono di un alto prestigio tra il popolo cattolico di Dio.

Si tratta pertanto di un ideale che, da un lato, suscita riverenza tra i fedeli cattolici, ma che, dall’altro, è anche fragile. Un ideale difficile da vivere, e non tutti vi riescono e nel quale è possibile anche il fallimento.

– Lei ha sottolineato che la società nel 19° secolo era già diventata critica nei confronti della Chiesa. Allo stesso tempo, molte cattedrali famose e anche ordini religiosi di successo sorsero in quel periodo. Come si accordano questi due aspetti?

Sono due realtà che non si escludono necessariamente tra loro. Da un lato, si può dire che, fin dai tempi dell’Illuminismo e poi nel 19° secolo, il liberalismo si diffuse in quasi tutte le società cattoliche, come anche nell’area protestante. Le correnti critiche nei confronti della Chiesa determinarono un calo dell’influenza della Chiesa. La parola chiave divenne anticlericalismo…

Ma, allo stesso tempo, avviene una specie di automodernizzazione e un rinnovamento della Chiesa. Vengono fondati nuovi istituti religiosi e costruite nuove chiese. Anche la burocrazia non è un fenomeno del tutto negativo, perché riesce a raggiungere il popolo di Dio in un modo intensivo, così che, se, da un lato, una parte della società è persa per la Chiesa, dall’altro, la società è fortemente motivata e percepita come Chiesa popolare, come mai era stato in precedenza.

Pertanto, si verifica in certo senso anche un rafforzamento del cristianesimo. Sono fenomeni che, in certa misura, si condizionano a vicenda. Proprio perché si desidera prendere le distanze dalla miscredenza e dalle correnti critiche nei confronti della Chiesa nelle grandi città, è necessario immunizzare i fedeli, equipaggiarli, approfondire la loro fede, organizzarli in circoli, formarli attraverso la stampa ecclesiastica e via dicendo. Tutto questo è connesso e reciprocamente dipendente.

– Oggi molti preti parlano di sovraccarico di impegni, nel senso che molti considerano amministrativamente loro compiti cose che non hanno nulla a che fare con la pastorale o la liturgia. Questo fenomeno si era già profilato allora?

Si è rivelato poco alla volta per il fatto che la burocrazia aumentò a partire dall’Illuminismo e anche nel 19° secolo. Questo fece semplicemente parte della “professionalità” del ministero parrocchiale. Come la burocrazia nello Stato crebbe sempre più, così avvenne anche nella Chiesa.

Ma naturalmente era qualcosa di diverso, perché le parrocchie nel 19° secolo erano in genere molto più piccole di oggi, dove esistono grandi associazioni. Si tratta di una dimensione del tutto diversa, che oggi ricade sui preti per il fatto che c’è scarsità di clero.

– Oggi in certi ambienti si sostiene che i doveri sacerdotali come l’obbedienza e il celibato non debbano essere presi tanto sul serio. La realtà – dicono – è diversa da ciò che sta scritto. Questo fatto si era manifestato anche prima o si tratta di uno sviluppo nuovo?

Il 19° secolo è in realtà l’epoca in cui soprattutto i parroci divennero molto più dipendenti dal vescovo. Il vescovo, in quel tempo, controlla molto più da vicino la formazione dei preti. Mentre nei secoli precedenti la maggior parte del tempo della formazione in seminario avveniva sotto il controllo dei vescovi, ora è possibile trascorrere l’intero periodo degli studi – spesso anche prima del ginnasio – in un pensionato.

Prima del 19° secolo, i parroci nelle loro parrocchie vivevano in località in genere lontane dal vescovo ed erano più che mai indipendenti. Ci poteva essere forse una visita del vescovo o qualche altro incontro. Uno veniva ordinato dal vescovo ed era quella la prima ed ultima occasione di incontrarlo. Nel 19° secolo nascono i grandi organismi come i vicariati generali.

I vescovi attualmente hanno possibilità del tutto diverse attraverso le disposizioni, gli esercizi per i sacerdoti, la formazione permanente ecc., per rendere i sacerdoti e anche i parroci sempre meno indipendenti. Tutto ciò in certa misura è contenuto anche nel diritto canonico. Avviene che i parroci possono essere più facilmente trasferiti da parte del vescovo e che la gente consideri un dovere di obbedienza da parte del parroco lasciare di nuovo la parrocchia dopo qualche anno.

– Che ruolo esercita il tema dell’abuso sessuale? Lo si può spiegare anche con questi sviluppi?

Questa è una domanda molto difficile perché mancano le fonti per il periodo anteriore al 1945 o sono di difficile accesso in seguito al segreto confessionale. Ma si può ritenere che alcune decisioni abbiano un loro ruolo a questo riguardo. Sviluppi che riguardano l’ideale pastorale.

Anzitutto ci sono impegni del tutto positivi per il fatto che il sacerdote, il cappellano in genere, abbiano il compito di curare la formazione dei giovani e vivano alcuni periodi con loro. Sono cose che forse nessun prete faceva in questa forma nell’epoca pre-moderna. Si tratta di fattori strutturali che possono rendere possibili in certa misura queste cose (gli abusi).

– Lei che cosa si aspetta una grande conferenza che in Vaticano tratterà della figura moderna del prete? Con quale sguardo la osserverà?

Credo che questo dibattito sia andato avanti molto intensamente qui da noi per anni e, di recente, anche in molte altre società, in particolare nell’Europa occidentale e centrale. Sono abbastanza sicuro che non sia un problema europeo o americano, ma che esistano fenomeni del genere anche in altre culture e società in cui questi dibattiti non avvengono così intensamente, sia nell’Europa meridionale che in quella orientale sia nell’ambito extraeuropeo.

Quando se ne parlerà a Roma, è importante che vi sia una sensibilizzazione generale di questo grave problema nella Chiesa. Roma può avere un certo effetto di segnale e rafforzare in certa misura gli standard in tutto il mondo. L’attenzione cresce. Questa comunque è la mia speranza (KNA, 11 febbraio 2022).

Settimananews