ESPERIENZE DI CHIESA Futuri preti ed amore in seminario

Nell’estate appena trascorsa, dal 25 al 28 luglio 2022, tutti i Rettori dei Seminari d’Italia e i responsabili delle Comunità propedeutiche si sono ritrovati a Siena per confrontarsi e poter offrire ai Vescovi alcune linee guida in vista del Sinodo e della nuova Ratio prevista per la primavera del 2023.

Bergoglio: occhi aperti nell'ammissione ai seminari - La Stampa

La domanda di fondo è stata quella di intercettare nei segni dei tempi la voce dello Spirito che chiama a vita nuova, superando la tentazione del si è fatto sempre così. Ma da dove partire per una riflessione oculata?

La questione circa la riforma dei Seminari è vecchia tanto quanto l’istituzione degli stessi e non riguarda solo e semplicemente una riforma di struttura – sarebbe come mettere un po’ di cipria su un viso vecchio e pieno di rughe – quanto una coraggiosa proposta di novità, anche teologica, ancora tutta da scrivere e che sicuramente non vogliamo trattare in questa sede.

Considerando gli scandali che stanno interessando la Chiesa, la tentazione sarebbe quella di confondere ogni cosa e ridurre il tutto a responsabilità personale di qualcuno. Sappiamo bene invece che la verità è molto più complessa e riguarda sia l’uomo nella sua totalità di spirito incarnato e corpo spiritualizzato (direbbe Levinas), capace di peccato e di santità, sia le dinamiche della struttura ecclesiale.

Volendo trattare tuttavia della formazione che il giovane seminarista riceve negli anni che sta in Seminario, ci chiediamo se ci sia spazio per l’amore. Il rischio sarebbe, infatti, quello di confondere il celibato con il non-amore e, negli anni, ci si potrebbe costruire la corazza – solo apparentemente invincibile – dell’apatia, dell’anaffettività e della durezza relazionale. Segni purtroppo molto ricorrenti tra i preti, capaci di parlare alle folle cercando like di consensi, ma incapaci di perdere mezza giornata per condividere le gioie e le sofferenze di un figlio spirituale o di una famiglia.

Ecco che la domanda torna e stavolta con molta perentorietà: ma questo prete è capace di amore?

È chiaro che si vive solo amando e se non ami il tuo stato di vita, trasformandolo in luogo di donazione amorosa e di feconda vita relazionale, allora si amerà altro.

La Ratio fundamentalis Il dono della vocazione, attualmente in vigore e pubblicata nel 2016, al n. 35 dice che “i presbiteri sono nel mondo e nella Chiesa, segno dell’amore misericordioso del Padre”. Tale virtù essenziale del presbitero è legata dal documento all’unico sacerdozio di Cristo. È necessario allora ricordarci che si sta parlando del Verbo del Padre incarnato e non di una dottrina o di un sistema di valore.

I presbiteri sono segno dell’amore rivelato del Padre, ma per essere tali occorre vivere in pienezza la propria umanità, senza paura del proprio limite ma senza neanche consacrarlo. La Gaudium et Spes al n. 41 dice che “seguendo Cristo Uomo perfetto, l’uomo diventa più uomo” e questo vale per tutti gli uomini, al di là dell’Ordine Sacro.

Ma è davvero così?

S. Bernardo nel “Discorso sul Cantico dei Cantici” dice: “Amo perché amo, amo per amare. L’amore è sufficiente per sé stesso, piace per sé stesso e in ragione di sé”. L’amore è ragione a sé stesso, non si ama per essere un buon prete o per andare in Paradiso: si ama per restare uomini.

Il problema per il prete è chi amare e come educarci ad amare! Si può amare il proprio ruolo e la propria immagine, ed ecco che si ha don Narciso eternamente in bilico tra amore per sé e incapacità di un minimo segno di attenzione per gli altri. Come si esce dal narcisismo? Imparando la logica di Gesù, accettando le sconfitte pastorali e facendo pace con una logica di servizio umile e disinteressato.

La situazione di crisi che stiamo vivendo ci sta facendo un buon servizio in merito, a meno che sopportiamo il tutto passivamente, in vista di un ritorno alla gloria di un tempo. Si può amare confondendosi con la gloria di Dio e sentendosi talmente responsabili degli altri tanto da volerli salvare! Ed ecco che si ha il don Apocalisse con la sindrome del “faccio nuove tutte le cose” e con la pericolosa tendenza ad entrare nella sacralità della coscienza altrui.

Infine, si potrebbe trovare il prete che ama l’anima più del corpo (o il corpo più dell’anima), tra Platone e i figli dei fiori, e si avrebbe il don Costantino, non l’opinionista Della Cherardesca, ma l’imperatore romano con l’ansia di voler battezzare a tutti i costi i suoi sudditi per far ottenere loro la salvezza.

“È triste avere preti alla guida di una parrocchia che gridano a squarciagola o che vivono semplicemente di tre o quattro cose e non sanno dialogare”, così papa Francesco rivolgendosi ai presbiteri. Il problema di fondo è, dunque, imparare ad amare e questo si può fare solo seguendo la logica di Cristo – che è quella dell’incarnazione – superando l’autoreferenzialità del single.

Da prete posso dire di aver amato solo se durante la mia giornata sono stato capace di prossimità, di ascolto e di perdono nei confronti delle persone che mi sono state affidate, altrimenti diventa tutto retorica o idealizzazione astratta. Ecco la fecondità ordinaria e normale dell’amore che basta a sé stesso ed è capace di credibilità.
vinonuovo.it

Piccola Betania: una casa per “preti spezzati”

di: Francesco Strazzari

L’ha aperta nel 2019 il coraggioso Gérard Daucourt (1941), vescovo emerito di Nanterre (Francia), a Mesnil-Saint-Loup, villaggio rurale del dipartimento dell’Aube, a 25 chilometri a ovest della città di Troyes, nello spirito del beato Jean-Joseph Lataste, domenicano, e sotto la protezione di Nostra Signora della Santa Speranza. Casa e terreno sono stati dati dal vicino monastero dei monaci olivetani, fondato nel 1864 dal parroco Ernest André, che prese poi il nome di Emmanuel.

Lo scopo: la rigenerazione
La casa propone soggiorni di ressourcement (rigenerazione) ai preti e ai religiosi attraverso la vita comune, la preghiera, la partecipazione ai servizi e la cura dei luoghi.

È posta sotto la vigilanza pastorale del vescovo di Troyes, che affida la conduzione a un prete o a un vescovo emerito, il quale si avvale della collaborazione di laici, diaconi o preti e di un “consiglio della casa” di più membri, di cui fa parte un prete della diocesi di Troyes, delegato del vescovo, e di uno o una psichiatra.

La Piccola Betania è un’opera dell’Associazione Lataste, la cui sede è nel convento delle domenicane di Betania a Montferrand-le -Chateau. Gode all’interno dell’Associazione di una certa autonomia, soprattutto finanziaria, grazie a una convenzione sottoscritta tra il vescovo di Troyes, il presidente dell’Associazione Lataste e il superiore del monastero Nostra Signora della Santa Speranza.

La comunità dei monaci olivetani del monastero di Mesnil-Saint-Loup, vicino alla Piccola Betania, è coinvolta nel progetto, sia dal punto di vista morale sia spirituale e materiale, fin dalla sua nascita. Essa ha, infatti, acquistato, nel luglio 2019, una proprietà per l’avvio dell’opera e l’ha messa a disposizione dell’Associazione Lataste per aprire la Piccola Betania.

La casa può prendere in considerazione la domanda di accoglienza di ogni prete o religioso presentata dal proprio vescovo o dal suo superiore religioso, motivando il bisogno di “rigenerarsi”.

La domanda viene esaminata dal responsabile, il quale, se lo ritiene necessario, chiede il parere dei suoi collaboratori e dei membri del “consiglio della casa”. In caso di risposta positiva, viene stipulata una convenzione, da una parte, con il vescovo o superiore e, dall’altra parte, con il prete o religioso che ha chiesto di essere accolto.

Il prete o religioso viene accolto per un mese, terminato il quale, se si ritiene di procedere a un prolungamento, una valutazione sarà fatta dal responsabile con la persona interessata e con il suo vescovo o superiore, il quale dovrà esprimersi.

La discrezione
Chi viene accolto è invitato a una certa discrezione riguardo ad eventuali realtà dolorose o negative della sua vita o della vita degli altri membri della Piccola Betania, perché «per darsi a noi, Dio non guarda ciò che eravamo, gli interessa ciò che siamo» (beato Lataste).

Precisa mons. Daucourt: «Quando noi ci rivolgiamo a Lui, egli ci accoglie nella sua misericordia, ma non per lasciarci tali e quali siamo. Ci aiuta a dimenticare il passato e a protenderci in avanti, percorrendo i cammini della santità».

Il percorso di conversione va vissuto nel quotidiano, sia da parte di chi accoglie sia da chi è accolto. La quotidianità è il luogo di una comunione profonda, nella povertà e nella verità, e di un’autentica accoglienza reciproca, come si manifesta nella lavanda dei piedi, che viene praticata l’ultimo sabato del mese, rito di intensa commozione.

Ogni prete o religioso è accolto per rigenerarsi. È il solo motivo dell’accoglienza.

L’accompagnamento di un padre spirituale e quello di uno psicologo o psichiatra sono richiesti per ogni ospite della casa fin dall’inizio del secondo mese del suo soggiorno. Questi due accompagnamenti possono essere scelti dal prete o dal religioso.

Situazioni particolari
Nella domanda di accoglienza, il vescovo o il superiore religioso notificherà al responsabile della Piccola Betania, che informerà il vescovo di Troyes, tre informazioni molto importanti:

il motivo della necessità di una presa di distanza dal ministero finora svolto;
l’autorizzazione data o no di concelebrare l’eucaristia nella cappellina della casa;
le possibilità di uscite nel villaggio e all’esterno.
Riguardo ai preti o ai religiosi, spetta al vescovo o al superiore religioso indicare al responsabile della Piccola Betania di quale dipendenza si tratta e quali disposizioni particolari sono da prendere per aiutare il prete o religioso.

Abusi su minori o persone vulnerabili
Per coloro che si sono resi colpevoli di abusi su minori o su persone vulnerabili, sono stabilite queste norme:

Il prete o religioso non può uscire dalla Piccola Betania e dal villaggio.
Questa disposizione si applica anche se il prete o il religioso è stato oggetto di una sentenza di un tribunale ecclesiastico o se si trova nell’attesa di un pronunciamento canonico, anche se non vi è stato seguito a una denuncia eventualmente depositata contro di lui da parte civile.
Il vescovo o il superiore preciserà se il prete o religioso può o no concelebrare l’eucaristia nella cappella della Piccola Betania, sapendo che è privata e che i fedeli non vi sono ammessi se non in occasione di un’ora di adorazione eucaristica, ogni venerdì dalle 16.45 alle 17.45.
Nel caso di un prete, che ha lasciato il ministero o non ha più l’autorizzazione a esercitarlo, la casa comunica: se questa decisione è intervenuta a seguito di un abuso su minori o su persone vulnerabili, vale quanto detto sopra.

Tenuto conto della diversità delle situazioni, si cercherà inizialmente di conoscere le motivazioni profonde della domanda di accoglienza. Si dovrà soprattutto assicurarsi che il prete senza lo “statuto clericale” non cerchi di essere accolto per il solo motivo che non sa dove andare, ma che è veramente desideroso di vivere una “rinascita”, conducendo una vita fraterna di preghiera e di servizio con gli altri preti e religiosi e partecipando alle eucaristie secondo la sua situazione canonica.

In ogni caso, come gli altri che sono accolti, sarà ricevuto per un primo soggiorno di un mese rinnovabile secondo la valutazione che verrà fatta.

La vita nella Piccola Betania
L’orario nella Piccola Betania è il seguente: da lunedì a sabato: lodi alle 8.10, seguite dalla messa. Alle 9.30: servizi comunitari. Alle 12.15: pranzo, cui segue un tempo personale fino alle 15.00. Il martedì si tiene una riunione comunitaria. Il venerdì vi è l’adorazione eucaristica alle 16.45. Il giovedì alle 17.00 si riflette sul carisma del p. Lataste. Alle 18.00 si celebrano i vespri nel monastero degli olivetani. Alle 19.00 la cena. Non molto dissimile l’orario la domenica.

Finora una ventina tra preti e religiosi hanno trovato accoglienza nella Piccola Betania e le domande sono in forte aumento.

Una seconda Piccola Betania (Il roveto ardente) viene aperta a Piac, villaggio rurale a una decina di chilometri da Moissac, nel dipartimento della Garonna, diocesi di Montauban, proprietà delle Suore della Misericordia, la congregazione fondata da padre Lataste.

Il vescovo Gérard Daucourt, commentando l’edizione francese di Preti spezzati (EDB 2021), osserva: «È il grande mistero della comunione! È in esso che i “Preti spezzati” (Pretres en morceaux) e i preti contenti e perseveranti, i preti feriti e i preti che hanno ferito ma si sono consegnati alla giustizia e alla grazia della conversione, possono accogliere la misericordia per sé e offrirla agli altri. Per coloro che vivono questo mistero, la Chiesa, meno numerosa e più fragile, non sarà mai con la schiena al muro, difendendosi e proteggendosi. Sarà sempre la Chiesa al largo, entusiasta per le missioni più difficili, consolata e sostenuta dallo Spirito Santo».
settimananews

Preti, accompagnatori accompagnati

Fonte: Settimana News
La terza monografia della rivista Presbyteri è dedicata all’accompagnamento spirituale. Non solo con l’intento di ribadire l’importanza dell’accompagnamento spirituale o incoraggiare il presbitero a formarsi per questo prezioso servizio. Il numero intende «guardare al prete come destinatario dell’accompagnamento spirituale, cercando di cogliere le motivazioni per cui vale la pena intraprendere e rimanere fedeli ad esso e le molteplici resistenze che ne sono di ostacolo. Un accompagnamento spirituale efficace, capace di attenzione e di lettura delle varie fasi della crescita umana e spirituale, è il luogo privilegiato del discernimento per comprendere dove e come lo Spirito Santo conduce la vita e accompagnare il percorso (non scontato) della fede del presbitero». Pubblichiamo l’editoriale firmato da don Nico Dal Molin.

accompagnamento

«In quel tempo Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due» (Mc 6,7). Il testo della chiamata di Marco dice con chiarezza che i discepoli sono inviati in missione «a due a due». La stessa espressione è presente anche in Luca (10,1), pur in un contesto diverso come è la missione dei «settantadue discepoli».[1]

È vero che la sobrietà del testo non ci racconta come i due discepoli hanno vissuto la relazione tra loro. Eppure è una provocazione suggestiva per ricordarci che il ministero ordinato non è un’avventura solitaria e isolata, ma si colloca sempre e comunque nella dinamica della relazione, della compagnia.

Forse il testo di Marco suppone anche il fatto che in due ci si possa proteggere meglio dai pericoli. Già Qoelet suggeriva che è «meglio essere in due che uno solo» (Qo 4,9). L’essere in due dona robustezza e credibilità alla testimonianza che, per essere valida, si doveva fondare su almeno due testimoni (cf. Dt 19,15). Soprattutto, il non essere soli è essenziale per poter vivere la relazione, la comunione e la carità.

La forza di un amico e di una Parola
La missione del presbitero – oggi questo è ancora più evidente – non consiste anzitutto in attività, solo in un «fare» per gli altri, ma occorre spostare sempre più il baricentro del servizio pastorale verso una prospettiva relazionale.

La fraternità degli inviati è la prima testimonianza che certifica la bontà dell’andare e dell’annunciare il vangelo di Gesù. Il primo annuncio che i discepoli portano con sé è il gesto della loro comunione, è la vittoria sulla tentazione della solitudine.

La scelta che Gesù propone ai suoi ha certamente una forte valenza motivazionale. In realtà essa non sembra conveniente, perché muovendosi individualmente avrebbero certamente raggiunto più destinazioni. Non sembra neppure tanto efficace; un gruppo più consistente avrebbe potuto esercitare un impatto più diretto e provocante sull’uditorio.

Il «due» è il numero della relazione, sin dalle origini della creazione. La dualità significa differenza e alterità, ma anche bisogno, reciprocità e condivisione. Due è il numero che supera l’egoismo e l’autoreferenzialità, ma non si perde nella massa impersonale o nelle dinamiche di gruppo. Ci si guarda negli occhi in due, non in tre o in dodici, né da soli.[2]

E i discepoli partono solo con la forza di un amico e di una Parola.

Essere in compagnia è qualcosa di più del non rimanere soli, perché lo specifico è la condivisione. È un’esperienza profondamente ecclesiale: «Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1Cor 12,20-21).

Nella Chiesa, ma vale per ogni ambito della vita umana, siamo reciprocamente inviati gli uni agli altri per aiutarci. I compagni di strada che il Signore ci mette accanto, sono figure essenziali per ognuno di noi. Con loro si può condividere il pane della solitudine e dell’amicizia, del dubbio e della fiducia, della stanchezza e della serenità. Nel contesto di un cammino sinodale in cui sono impegnate le nostre Chiese, sarebbe importante tornare a chiederci: «Cosa ricevo dagli altri che mi aiuta a capire e a scegliere le cose buone della vita?».

La dimensione del confronto e della relazionalità è essenziale nella missione del presbitero perché favorisce la verifica, l’incoraggiamento, la correzione fraterna, e mette una barriera all’ebbrezza narcisistica dell’io che non imputa mai a se stesso errori o peccati. Forse, proprio per questo negli Atti degli apostoli Luca è così insistente nel narrare le missioni di Paolo e Barnaba, di Paolo e Sila, di Barnaba e Marco…

A due a due, non da soli, un amico almeno su cui appoggiare il cuore quando il cuore manca; a due a due, per sorreggersi a vicenda; a due a due, come tenda leggera per la presenza di Gesù, perché dove due o tre sono uniti nel mio nome là ci sono io.[3]

Accompagnatori accompagnati
È il titolo di un saggio del monaco Guidalberto Bormolini. Risvegliare questa consapevolezza richiede di creare opportunità ed esperienze, luoghi e persone che facilitino il confronto e siano disponibili all’accompagnamento. Bormolini, pur con un focus specifico sulla relazione di accompagnamento nell’ultimo tratto della vita, suggerisce alcuni input benefici per ogni cammino di accompagnamento.

L’accompagnamento non ha come fine un risultato pratico, ma la «bellezza della cura in sé, che ogni essere vivente merita». È essenziale per l’accompagnatore curare la propria interiorità, per «avere la necessaria libertà interiore e per stabilire una indispensabile comunione profonda».

Questa dimensione è ben precisata dalla moderna psicologia relazionale; è definita connectedness (connessione), per cui una reale esperienza di autenticità è possibile all’interno di rapporti significativi che promuovano l’integrazione tra autonomia e relazionalità.[4]

Il percorso dell’accompagnamento inizia dal trasmettere a chi è accompagnato un principio fondamentale: «mi interesso di te perché sei importante». Per questo non ci può essere una «netta distinzione tra accompagnatore e accompagnato»; si tratta piuttosto di una relazione multipla in cui il beneficio è per entrambi, in quanto «aiutare inserisce in una rete di bene universale, che coinvolge sia chi dona sia chi riceve il dono della compagnia».[5]

Accompagnamento sapiente
«La Sapienza è uno spirito che ama l’uomo» (Sap 1,6). È di questa leggerezza sapienziale che c’è necessità per ogni cammino umano e spirituale, attento a tutte le dimensioni della persona: l’alterità, intesa come immersione in un tessuto di relazioni; la temporalità, per collocare ogni persona nel contesto della propria storia personale, fatta di memoria, di consapevolezza e visione del futuro; la progressività, che vede ogni persona umana non destinata ad un passivo e rassegnato immobilismo, ma la proietta in una scia di «paziente dinamicità».

Nel testo di Siracide 38,31-39,11 il sapiente è descritto come l’architetto che progetta e pianifica il lavoro per edificare una città. Nel secondo libro di Samuele (14,17-20) il sapiente è identificato con «l’angelo di Dio» che orienta e guida le scelte, come l’arcangelo Raffaele che, nelle vesti dell’amico Azaria, guida in maniera accorta e saggia il pericoloso cammino di Tobia.

Il profeta Ezechiele (27,8), con una metafora suggestiva, descrive il sapiente come un nocchiero capace di orientare la barca, guardando la bussola nel cielo buio della tempesta o scrutando le stelle del cielo nelle notti limpide e chiare.

Per contrasto, il profeta Isaia (3,3) dice ciò che il sapiente non dovrebbe né essere né fare. Contestualizzando la situazione di profonda anarchia in cui vive Gerusalemme, il profeta paragona il falso sapiente ad un mago che dai volteggi della sua bacchetta magica estrae solo un illusionismo fatuo e vuoto, che pervade parole e atteggiamenti.

«Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza (…). L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta» (Sap 7,7-10).

Un maestro sapienziale fa crescere la capacità di guardare in alto, andando oltre lo sguardo ripiegato su sé stessi. Victor Frankl, psicologo viennese, definisce questa dimensione la riscoperta di una «psicologia delle altezze», che non si contrappone ma integra il contributo prezioso della psicologia del profondo. Un’applicazione al cammino spirituale può divenire molto generativa e feconda.

Una lettura sapienziale permette di dare continuità di ricerca a chi ha perso il senso storico delle proprie radici motivazionali e soffre di amnesia, donando speranza a chi non sa più trovare il senso «teologico e teleologico» della propria scelta vocazionale.

La via sapienziale come conversione del cuore
«Per imparare a vivere ci vuole tutta una vita; non stupirti dunque se nessuno ha mai imparato». È un’espressione che si rifà ad un aforisma di Lucio Anneo Seneca, il filosofo stoico dell’età imperiale dell’antica Roma.

Da una parte, è un invito ad abbassare l’asticella delle alte aspettative che ciascuno di noi può nutrire nei confronti di se stesso e che possono essere trasferite nei rapporti interpersonali fino a renderli esigenti e possessivi. Dall’altra, può aiutare a ridimensionare le proprie ingenue fantasie infantili di onnipotenza.

Un cammino di accompagnamento personale può lenire e cicatrizzare quella ferita narcisistica, spesso non rimarginata, che sanguina dentro di noi e che possiamo toccare con mano, talvolta dolorosamente, di fronte al senso di inadeguatezza e precarietà che mai come in questi mesi ha avvolto il ministero presbiterale. Un cammino di accompagnamento sapienziale può divenire un’esperienza di mindfulness (consapevolezza) umana e spirituale, che rende più disposti e capaci di consegnarsi all’azione dello Spirito Santo.

Diviene opportunità per imparare ad «espropriarsi» del proprio ruolo, per vivere con più densità quel valore che ha orientato la scelta di vita: seguire il Signore Gesù. «Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). Invece di lamentarsi delle tribolazioni subite, che lo hanno messo continuamente a dura prova, Paolo afferma che la propria vulnerabilità personale, con cui è stato continuamente costretto a confrontarsi, si è rivelata essenziale per la sua missione.

La fragilità non pregiudica affatto l’annuncio del Vangelo, ma ne è addirittura la garanzia. I fallimenti nel ministero non sono il fallimento del ministero, dove il fallimento stesso può divenire momento di crescita e contributo prezioso alla salvezza propria e altrui. È un cammino di accettazione realistica di situazioni e sentimenti in cui prevalgono stanchezza, delusione, sfiducia senza che divengano un facile giustificatorio per eludere le proprie responsabilità.

È il prezzo da pagare alla propria umanità, che può trasformarsi in opportunità concreta per rievangelizzare il proprio vissuto alla luce della Parola risanatrice di Gesù, profondo conoscitore e guaritore del cuore umano.

Dio mi liberi dalla sapienza che non piange, dalla filosofia che non ride, dall’orgoglio che non s’inchina davanti ad un bambino. Dio mi guardi dall’uomo che si proclama fiaccola che illumina il cammino dell’umanità. Ben venga l’uomo che cerca il suo cammino alla luce degli altri (Gibran Kahlil).[6]

[1] Cf. «Fraternità e amicizia nella vita del prete», in Presbyteri 2020/10 (Editoriale).

[2] Annalisa Guida, «La missione dei dodici», in I Vangeli, Àncora, Milano 2015.

[3] Ermes Ronchi, «Dove noi vediamo deserti, Dio vede chance», in Avvenire, 4 luglio 2019.

[4] Cf. Susan Harter, La costruzione del Sé. Fondamenti di sviluppo e socioculturali, (Prefazione di William M. Bukowski), Guilford Press, New York City 2012 (2° ed.).

[5] Guidalberto Bormolini, Accompagnatori accompagnati. Condurre alla vita attraverso la morte, EMP, Padova 2020.

[6] Gibran Kahlil Gibran, La voce del maestro (ediz. integrale a cura di Tommaso Pisanti), Newton Compton, Roma 2020.

Papa Francesco ha criticato i preti tradizionalisti con “i merletti della nonna”

Papa Francesco ha criticato i preti tradizionalisti con “i merletti della nonna”

(askanews) – Papa Francesco ha criticato i sacerdoti tradizionalisti che indossano ancora i “merletti della nonna”. L’occasione è stata l’udienza concessa da Bergoglio ai vescovi e ai sacerdoti siciliani. Pur non avendo assistito ad una messa in Sicilia, ha detto, ha però visto delle foto di alcune celebrazioni liturgiche: “Io parlo chiaro: ancora i merletti, i ‘bonnetti’, ma dove stiamo? 60 anni dopo il Concilio…”, da detto in riferimento alla riforma liturgica del Concilio vaticano II. Per Francesco è necessario “un po di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella moda liturgica. Sì, delle volte – ha proseguito il papa con una vena di humour – portare qualche merletto della nonna, ma delle volte… è per fare un omaggio alla nonna, no? E’ bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, Santa Madre Chiesa, e come vuole essere celebrata”, secondo “la riforma liturgica che il Concilio ha portato avanti”.