La “Via Crucis” del carcere

di: Dario Crotti (a cura)

Dario Crotti è Cappellano della Casa Circondariale di Pavia. Con i detenuti, i loro familiari, gli educatori e i volontari della cappellania, ha organizzato la Via Crucis cittadina del Venerdì Santo scorso. Vengono qui riproposte le meditazioni nelle stazioni.

via crucis

C’è un testo a mio avviso fondamentale per la nostra cultura e spiritualità cristiana: La Via Crucis del povero, di don Primo Mazzolari nella quale si afferma, a memoria: «Chi ha poca Carità, vede pochi poveri, chi ha tanta Carità vede tanti poveri, chi non ha nessuna Carità, non vede nessuno, solo sé stesso».

In carcere non si può non sentire Il grido della terra e il grido dei poveri: è un urlo continuo, che, come il vento chiuso in una scatola, continua a soffiare e a muovere dentro la propria umanità.

Da cappellano del carcere – esperienza che, al di là del ruolo, vivo da molti anni, precisamente dal 1996, da seminarista – più vado avanti e più mi immergo nel grido, nel dolore scomposto di chi cerca di dire: anch’io esisto!

Certo, non posso mai scordare la voce, il volto, di chi è vittima del reato, delle tante vittime innocenti, ma davvero devo ogni volta, guardare, dietro il reato, con lo sguardo della fede, tutto quello che non c’è stato nella vita: diritti negati, infanzia abusata, trascurata, occasioni perdute; come diceva il card. Martini: «chi è orfano nella casa dei diritti, difficilmente sarà cittadino nella casa dei doveri».

Le meditazioni che seguono nascono dal desiderio dei parroci della città di Pavia dopo un appello ad una raccolta straordinaria a favore dei detenuti: raccolta che ha fatto emergere il volto bello e caritatevole delle parrocchie e di tante persone credenti e non credenti, quindi per pregare la Via Crucis cittadina con le meditazioni di persone uscite dal carcere.

Come cappellano e cappellania – la comunità di base che cerca di rispondere ai tanti bisogni del carcere – abbiamo semplicemente cucito i testi che amici e amiche, dentro e fuori dal carcere, hanno composto e condiviso a modo di scrittura collettiva.

Detenuti, loro familiari, un’educatrice del carcere, un magistrato, una catechista e una giovane volontaria… tutte e tutti insieme, fratelli e sorelle, ci siamo ritrovati e riconosciuti sotto la Croce, malfattori bisognosi di una salvezza che solo dall’alto possiamo ricevere e accogliere.

Si tratta di testi semplici che, lo scorso venerdì 8 aprile, hanno avuto una forte risonanza nel duomo gremito di persone.

Basta, dunque, considerare il carcere come un luogo di malavita! Il carcere è una preziosa comunità cristiana, generativa, che permette, in uno spazio ristrettissimo, di essere a contatto con il mondo intero, da cui non possiamo prescindere; è il terreno favorevole alla fraternità universale, all’annuncio di un dono che – chi ci sta – non può trattenere per sé.

Sono convinto che la lettura di questi testi possa fare compagnia a tutti nei momenti più bui, personali e collettivi: far intravvedere una luce, una via che il Signore apre a partire dal di dentro.

I Stazione: Gesù è condannato a morte

Meditazione di un detenuto

Ricordo don Tonino Bello, quando su un crocifisso lesse un cartellino lasciato dai pittori che l’avevano appoggiato al muro per tinteggiare la parete ove era affisso: COLLOCAZIONE PROVVISORIA. Credo che sia proprio così: “ognuno ha la sua Croce”.

La vita mia è stata un calvario. Io credo che la Croce sia la vera Chiesa, quella delle famiglie con a casa un figlio o una figlia diversamente abile o diversa dai canoni della cosiddetta normalità, bisognosa di cure in ogni momento del giorno, nel mettersi a servizio degli altri, nella sofferenza di genitori che donano tutto il tempo per accudire e prendersi cura. Vedo la Croce nei bambini che vivono la fame e che muoiono sotto le bombe degli uomini che dovrebbero proteggerli.

La Croce è sempre lì, ferma, come un monito: guarda cosa possono fare i fratelli ad altri fratelli!

Dove abito adesso, ci sono alte mura a protezione perché dalla strada non si veda cosa succede all’interno. Cosa posso dirvi? Devo aver navigato per tante sofferenze e aver vissuto forse per giungere fino a questo giorno per capire che la vendetta non serve. Può sembrare appagante, ma non è così: il perdono è molto di più, sfuggente, quasi come un’utopia.

Ma io non voglio più vivere quei giorni: scelgo di vivere, di andare avanti, scelgo di perdonare. Vi assicuro che avete il mio più totale perdono; arriverà il giorno in cui tutto questo odio dovrà finire. Solo il perdono può, perché la sofferenza passa, mentre il sofferto ti rimane addosso e non se ne va via più.

Solo noi possiamo cambiare le cose, rovesciare le prospettive, come quando nei nostri drammi ci riscopriamo migliori di come pensavamo di essere.

Se dovessi scegliere tra Dio e la Verità non avrei alcun dubbio: sceglierei Dio. La mia mamma è devota della Madonna, mi ha insegnato a vedere la bellezza e la forza che ha l’Amore per gli altri e per me stesso. Se dovessi scegliere tra lei e i princìpi e le ideologie, tra il potere e il denaro, non avrei alcun dubbio: sceglierei la mia mamma.

III stazione: Gesù cade per la prima volta

Meditazione di una persona che ha vissuto l’esperienza del carcere

Abbiamo letto: Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui: il castigo che ci dà salvezza… può apparire un controsenso; il castigo è una punizione, la punizione che si infligge a chi ha commesso una colpa e la punizione, specie se la colpa è grave; viene fatto di associarla a un che di irreversibile. Insomma, vai all’Inferno, restaci e portane il marchio!

Il castigo che, addirittura, ci dà salvezza viene a dimostrarcelo, viene a darcene esempio: il Figlio di Dio dovette venire perché non lo capivamo!

Anni fa non avrei compreso quanta verità è contenuta in una così sintetica asserzione: il castigo ci dà salvezza.

In fondo, anche sul dizionario si legge “Il castigo è una punizione che si infligge a chi ha commesso una colpa, con lo scopo di correggerlo” e la correzione, in una dimensione e visione più ampia, altro non è che la salvezza, la liberazione da tutti i mali.

Ebbene, il carcere è il castigo per chi ha commesso alcuni errori.

In quanto “castigo” – vuoi nella concezione cristiana, vuoi nell’accezione terrena da vocabolario – deve portare ad una correzione.

È così per definizione. È statuito dal Signore e sancito dalle umane norme.

Garantisco che il carcere, in alcuni casi, di certo nel mio caso, salva addirittura la vita e permette ai tuoi occhi di apprezzare una diversa visione di tutto ciò che ti circonda, mutando la percezione di ciò che ti ha avviluppato nella vita precedente; quella vita condotta, appunto, nel gregge sperduto, quella vita spesa, appunto, nell’iniquità. Il carcere può. Il carcere deve, giacché sin dal 1947, nella Costituzione, fu ben mutata la finalità della carcerazione: da mera punizione, a “castigo” correttivo, la rinomata “ri-educazione”.

Il carcere, quindi, non deve essere inteso, da noi che ne siamo fuori, come un luogo oscuro e ignoto, di cui nulla si sa, ma rassicurante. Vi si passa di fronte, si guarda di sfuggita e la sua presenza rasserena, dato che colà, quasi fosse un buco nero, il male scompare!

Nossignori, colà si entra, ma pure si esce!

Colà, quindi, devono essere concentrati i nostri sforzi, a prodigarci sempre più affinché il castigo compia la sua finalità: porti la salvezza, la redenzione, la correzione.

Pochi sono i pastori che portano orientamento al gregge smarrito, colà racchiuso. Più illuminata deve essere la visione dello strumento punitivo! Nel mondo dei reclusi ho trovato ispirazione; ho scoperto la dimensione dei derelitti, ossia degli abbandonati, delle persone rimaste o lasciate sole, prive di appoggi e di aiuti, e per lo più anche nell’indigenza. È a loro che penso, ad ogni piè sospinto nella mia nuova vita.

C’è stato chi fu trafitto per le nostre colpe e schiacciato per le nostre iniquità. Non possiamo certo emularlo, ma adoperiamoci affinché il suo esempio e le sue indicazioni, plasmino le nostre azioni quotidiane. Adoperiamoci, quindi, affinché il castigo giustamente inflitto al carcerato, sia realmente correttivo e dia compimento e senso al sacrificio di Colui che, per farci capire, dovette caricarsi delle nostre sofferenze ed addossarsi i nostri dolori. È facile! Basta davvero poco e, soprattutto, basta la curiosità di voler capire come funziona un carcere e il mondo che racchiude.

IV stazione: Gesù incontra la Madre

Meditazione della mamma di un giovane detenuto

Seguire il cammino di Gesù in questo momento di quaresima è vivere un momento di sofferenza e di compassione: la fede è molto importante in questo momento, mi aiuta a sentirmi ancora più vicina a Gesù e a trovare le risposte alla confusione della mente. Tutta la mia comunità prega per lui e per noi, questo è sentire ancora più forte la fede che da sempre ha accompagnato la mia famiglia.

“Io non posso giudicarti
ma posso cercare di aiutarti,
questo aiuto avrei voluto dartelo prima,
purtroppo mi è sfuggito il tuo disagio.
Ti chiedo scusa.
Non è finita la tua vita,
anzi si ricomincia insieme, e più forti di prima.
La rabbia fa sparlare,
e io ti voglio bene esattamente
come il primo giorno che ti ho visto.
Ma l’amore ne ha il sopravvento
e ti voglio bene esattamente
come il primo giorno che ti vidi nascere.
Ti rivedrò e il cuore batterà forte esattamente come quel primo giorno di vita, sarà una nuova nascita.
Ogni giorno prego Maria,
mamma come me e mi dà un po’ di conforto,
mi sento vicina a te e spero che
le mie preghiere ti arrivino nel cuore.

V stazione: Gesù viene aiutato dal Cireneo

Meditazione di una giovane volontaria

Simone tornava dai campi e Simone non ha scelto. Sono queste le due immagini che il brano mi ha suscitato.

I campi mi rimandano all’idea della quotidianità: la croce viene messa addosso a Simone in un giorno qualunque, al termine della giornata quando rientra dal lavoro. Non si parla di occasioni speciali, di momenti premeditati, dove si ha il tempo di prepararsi. Simone non ha il tempo di scegliere, di capire se è all’altezza o meno di quanto gli viene chiesto.

Queste due immagini mi parlano degli amici del carcere: di un’umanità che si riscopre giorno dopo giorno; nella semplicità, nella quotidianità e nella costanza dei momenti di incontro. Di un’umanità davanti alla quale non ci si può preparare, ma solo presentare a mani aperte.

E, infine, c’è la croce che porta sembianze difformi sui volti delle persone che ho incontrato: ingabbia l’anima e qualche volta anche il corpo, fa respirare a fatica, non fa più vedere la luce, né tanto meno la bellezza che vi potrebbe circolare attorno.

Chi decide di farsi carico di quella croce, di alleviare anche per poco il peso di colui che la sta portando, sa che in quella stessa croce passa un po’ anche della sua liberazione. E così la croce, da peso che grava sulle spalle, si fa salvezza.

VI stazione: Veronica asciuga il volto di Gesù

Meditazione di una catechista

Il volto sporco, sudato e insanguinato che la Veronica asciuga lo rivedo nei volti degli uomini che incontro in carcere. Sono volti segnati dalle cadute, dalle umiliazioni, dalla solitudine, dai giudizi e dai pregiudizi. Sono volti di padri, di mariti, di figli, di fratelli. Sono volti di persone che si portano addosso il peso del fallimento, dell’incapacità di risollevarsi, della paura di non farcela. Eppure, dietro quelle maschere fatte di fragilità e debolezza, ci sono altri volti, più profondi, più veri, che colpa e peccato non possono offuscare.

Come catechista mi faccio compagna di viaggio in un cammino per riscoprire quella tenerezza, quella umanità, quella bellezza che c’è in ognuno e che è parte di una bellezza più grande, di un Amore infinito, di un Dio capace di dipingere con lacrime, polvere e sangue l’immagine più bella e più vera di sé.

Il volto di Gesù impresso nel telo della Veronica diventa allora il riflesso di quei volti e di quelle vite desiderose di essere riscritte, di essere trasformate, di essere impregnate di quella Grazia e di quello Splendore capace di trasformare ogni errore in opportunità.

VII stazione: Gesù cade per la seconda volta

Meditazione di un giovane detenuto

In vita mia non avrei mai pensato di entrare in carcere, ma certi avvenimenti mi hanno portato ad essere la persona sulla strada che conduceva a queste quattro mura.

Sono convinto che Cristo da qui mi faccia vedere e sentire meglio il peso della sua Croce e del dono che fa di sé stesso, fino in fondo, per cancellare i nostri peccati, compresi i miei, intrisi di odio e di sentimenti negativi verso una vita che per me era un sistema che mi disgustava, senza più apprezzare i doni più grandi: la mia famiglia, l’Amore, il mio lavoro e le amicizie.

Delinquendo, ero consapevole di fare del male, e per un periodo era quello che mi riusciva meglio: dentro, la mia anima soffriva, come una vittima di guerra. Poi l’arresto, l’umiliazione davanti ai miei compaesani e la consapevolezza di tutto il dolore che avrei portato a tutti i miei cari.

Come il Cireneo, in carcere ho trovato chi mi poteva aiutare ad alleviare il peso della Croce; ho riscoperto il dono della fede, che avevo da tempo messo da parte a causa di alcune perdite e vicissitudini violente. In cuor mio ho dovuto accettare e placare tutto ciò per una pace interiore e con Dio, anche di fronte a figure come il Pubblico Ministero che mi ha condannato a tutto questo: solo l’Amore per la mia famiglia e la fede mi hanno dato la forza di guardare in faccia i miei errori e cercare di risolvere tutto ciò.

La vita qui è dura, ma cerco di affrontarla prendendola di petto e con gioia, nonostante tutto, attendendo l’ora di rimettermi in gioco e sperando di recuperare ciò che ho perso e lasciato in sospeso fuori.

La libertà e le piccole cose bisogna apprezzarle sempre, soprattutto quando ti sembrano scontate, ma in realtà valgono più dell’oro, e se si vuole di più o si ha bisogno di aiuto, basta impegnarsi onestamente e chiedere: “Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete”.

Concludo con un pensiero per tutte le persone che – come hanno fatto su Gesù – si mettono prontamente a giudicare, deridere, prendere in giro: errare è umano, perseverare è ignoranza, ma perdonare e accoglierci nelle nostre fragilità ci rende più nobili e più umani.

Anche in carcere si possono trovare persone così, con un animo nobile; non fermiamoci alle apparenze, perché ingannano.

VIII stazione: Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Meditazione della moglie di un detenuto

Essere donna – figlia, sposa e madre – e vivere l’esperienza di tuo marito che finisce in carcere è quasi impossibile da spiegare, come impossibile è spiegare quali sentimenti si provano. Anche perché noi siamo sempre stati una famiglia semplice, senza precedenti, senza avere a che fare col mondo della giustizia.

Siamo arrivati in Italia anni fa: prima mio marito che, con fatica, ha messo le basi perché noi potessimo raggiungerlo per pensare ad un futuro migliore, a una scuola buona per le nostre figlie e nostro figlio. Già questo non è semplice: imparare una lingua, costumi, modi nuovi di fare, ma ci siamo presi questo peso sulle spalle, proprio come Maria e Giuseppe che sono scappati per dare un futuro di vita a Gesù.

Tutto sembrava andare bene, ma poi, in un giorno incredibile, siamo entrati in un incubo: quando mio marito è entrato in carcere, anche il carcere è entrato a casa mia, a casa nostra. Niente contatti, nessuna notizia, se non pian piano attraverso il cappellano che ha sempre fatto da ponte tra noi e lui, venendoci anche a trovare a casa. Piccolo segno di una speranza, che a volte sembrava nascere, a volte, per le notizie del processo e la lunghezza dei tempi, sembrava essere inghiottita nel buio dell’incertezza.

È dura arrivare la sera a cena, quando il figlio e le figlie ti chiedono: quando torna? Cosa dice l’avvocato? Chissà cosa starà facendo, adesso, papà in carcere?

Queste domande dette ad alta voce, queste semplici domande, mi hanno insegnato a non tenere tutto dentro; chiedere, bussare, cercare come dice Gesù nel Vangelo, è la via da seguire: abbiamo – ho bisogno – di parlare con qualcuno, di chi mi ascolti per dire quello che mi passa nel cuore o, a volte, di stare in silenzio con le mie lacrime, ma davanti a qualcuno.

Beati voi che ora piangete, perché riderete: è questa la beatitudine che stiamo provando, come famiglia credente, con tutte le sue fatiche. Siamo convinti che questo momento di dramma porterà i suoi frutti; è una Croce che non avremmo mai voluto, ma la prendiamo; attraversiamo questo momento con la guerra che c’è intorno a noi, certi che siamo in cammino verso la luce, la Risurrezione e la Pasqua.

X stazione: Gesù è spogliato delle sue vesti

Meditazione di una educatrice del carcere

Nel mio lavoro di funzionario giuridico pedagogico entro in relazione con le storie di tanti uomini, tutti accomunati dall’essere detenuti per le colpe commesse e, per questo, spogliati, dal loro ingresso in carcere, della libertà, della condizione sociale e così della propria dignità.

Sono uomini spesso inermi, alcuni con problemi psichiatrici, privi del necessario per poter sperare e credere in un riscatto sociale. Molti non hanno riferimenti familiari né risorse affettive e lavorative. Per questo sono sempre più esasperati nella loro “povertà”.

Ho scelto di fare questo lavoro perché credo nell’uomo, credo che anche le condizioni peggiori hanno un senso, sono preziose e utili. È qui, nelle realtà più buie, che, come figli di Dio, siamo chiamati a fermarci per aiutare l’altro a ripartire. Ogni uomo, anche l’ultimo degli ultimi, deve essere messo nelle condizioni di comprendere la gravità dei propri atti, pagare per le colpe commesse e avere le condizioni per ricostruirsi come “persona nuova”.

Tutto questo richiede un lavoro molto difficile e faticoso, si parte dal conoscere l’uomo e la sua storia. Ogni giorno raccolgo le sofferenze, la rabbia, il dolore e anche le cattiverie più nascoste di uomini per i cui percorsi di recupero sono necessari strumenti e risorse che spesso mancano… e così, tante volte, troppe volte, quella stanca e impotente mi sento io.

Più calano le tenebre e più la luce brilla anche dove tutto sembra perso: è prezioso quando si riesce a far entrare, in questo contesto di povertà e di sofferenza, un messaggio di luce che viene dalla realtà esterna. Non posso non ringraziare sentitamente diverse opere di volontariato grazie alle quali e con le quali si lavora per cercare di “coprire” tante nudità e sofferenze.

Signore Gesù, nudo sulla croce, aiutami ad essere anch’io nuda davanti a te.

via crucis

XII stazione: Gesù muore in croce

Meditazione di un magistrato

“Ha vissuto una vita sacrificata.” Lo sentiamo dire di persone la cui esistenza è stata caratterizzata da esperienze difficili, faticose, che le hanno indotte a rinunciare a qualcosa o a molto che desideravano.

A ognuno di noi può capitare di dover fare sacrifici o, talvolta, di sentirsi sacrificati, di sentirsi diminuiti da qualcosa che ci coinvolge negativamente e che non possiamo evitare.

Chi vive, subisce, sopporta, teme l’esperienza del carcere, sa bene cosa significa essere sacrificati nella libertà e negli affetti familiari. Allora ci si chiede che senso ha e cosa viene dopo il momento del sacrificio, se non la speranza che esso non sia fine a sé stesso, ma offra nuove possibilità di vita.

E in questa prospettiva conforta la frase di Gesù nell’ultimo momento della sua vita terrena.

XIII stazione: Gesù è deposto dalla croce

Meditazione di un detenuto in affidamento presso una Comunità

Sono di origine marocchina e di credo musulmano, ma partecipo volentieri a questo momento di preghiera con i fratelli cristiani. In carcere la convivenza, anche se forzata, mi ha fatto incontrare più da vicino la Chiesa, le parole e i gesti di tanti uomini e donne cristiani, e ho potuto ammirare da vicino il loro operato pur in mezzo a tante difficoltà.

La Croce è come il giudizio: ci rimani inchiodato, fissato per sempre nel tuo sbaglio in quello che eri, e per gli altri sei e sarai solo quello.

Un giorno mi è stata proposta la comunità e il cammino di liberazione dalla dipendenza che essa propone: anche la dipendenza è essere inchiodati, fissati a un modo di fare e di essere che annulla il tuo futuro: sei impantanato e non ne esci più.

Ho accettato questa opportunità, ho potuto uscire dal carcere, accompagnato: non mi sembrava vero; facevo fatica a guardare la campagna, le strade, le case perché non più abituato a guardare lontano; per quattro anni solo muri, corridoi e porte ben chiuse.

Entrare in comunità per me ha significato essere deposto dalla Croce, essere tolto dai chiodi che mi fermavano a quella vita – non vita. Ora tocca a me, perché a volte sono le mie scelte che possono rimettermi i chiodi: la scelta della libertà va portata avanti ogni giorno, ogni minuto.

Chiedo a Dio di aiutarmi a vivere da libero: la libertà è sempre da conquistare, messa un passo davanti a noi; è come un tesoro fragile, e lo puoi perdere per una stupidata.

Vi lascio con una mia poesia, segno di questa mia sete di libertà:

La libertà non ha un prezzo, qui,
non rimane che far scattare la mia fantasia
e nessuno può impedirmi, o condannare,
la mia bellezza interiore;
intorno a me non ci sono angeli.

Sveglio la mia mente,
ogni volta che apro la finestra,
con fatica osservo il cielo,
e comincio a contare le stelle
dimenticando da quanto tempo sono qui e quanto mi rimane;
sorrido alla luna, come se avessimo una sorta di complicità:
pensiero libero e anima pulita.
La bellezza ovunque: e campi di grano e api che ballano sulle rose.

Il giudizio degli uomini che mi hanno condannato,
fa parte del mio passato
ecco la realtà: non mi perdono; mi giro e trovo blindi ben serrati.

Tante semplici cose a cui nel passato
ho dato valore inutile,
adesso piango perché questo posto
non è fatto per noi.
Saluto la luna e chiudo le finestre
poi mi sveglio con il rumore delle chiavi del povero assistente
e, a guardarlo in faccia, mostra un’espressione
come se fosse come noi legato.
È amara la realtà e ci affidiamo alle nostre speranze.

settimana news

È il senso del dolore che salva. La grande certezza di chi crede

Giovani sposi, nonni, migranti. Nelle meditazioni della Via Crucis con papa Francesco i tanti volti dell’universo familiare. Per protesta i media ucraini non hanno trasmesso il solenne rito
Le due donne ucraina e russa alla Via Crucis al Colosseo

Le due donne ucraina e russa alla Via Crucis al Colosseo – Ansa

Tutte le famiglie del mondo sotto la croce. Famiglie alle prese con i drammi del quotidiano e le tragedie della storia. Famiglie che però vogliono andare oltre la sofferenza. Perché sanno che dopo il Venerdì Santo viene la Risurrezione. O perché ha toccato con mano il dolore dei loro popoli dilaniati dalla guerra, ma neanche questo può scalfire la loro amicizia. Così è per Irina (ucraina) e Albina (russa), che portano la croce alla XIII stazione, guardandosi con le lacrime negli occhi. È la stazione del grido di Gesù, poco prima di morire: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Nei giorni scorsi, da Kiev, voci contrarie a questa iniziativa si sono levate non senza suscitare sorpresa e sconcerto, al punto che i media ucraini (anche cattolici) non hanno trasmesso la Via Crucis. Un’ulteriore ferita. Ma a vederle lì, lungo il sentiero della croce disegnato intorno al Colosseo, le due donne sono la personificazione della ricerca di una pace difficile sì, ma non impossibile. Perché nulla è impossibile a Dio e perché sotto la croce non c’è – e non ci può essere più – né giudeo né greco, come direbbe san Paolo. Viene mutata la meditazione che accompagna questo momento: «Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. Sostiamo pertanto in un silenzio orante e ciascuno nel proprio cuore preghi per la pace nel mondo». Così si prega. E il silenzio si protrae per lunghi secondi.

Sentimenti che verranno ripresi nella preghiera finale del Papa, che non tiene il discorso finale, ma invoca: «Tienici per mano, come un Padre, perché non ci allontaniamo da Te; converti al tuo cuore i nostri cuori ribelli, perché impariamo a seguire progetti di pace; porta gli avversari a stringersi la mano, perché gustino il perdono reciproco; disarma la mano alzata del fratello contro il fratello, perché dove c’è l’odio fiorisca la concordia. Fa’ che non ci comportiamo da nemici della croce di Cristo, per partecipare alla gloria della sua risurrezione».

Sono immagini, parole, suggestioni della via Crucis del Venerdì Santo tornata nella sua sede naturale, dopo l’interruzione dovuta al Covid. Francesco è là, segue il percorso in profondo raccoglimento dal terrapieno di fronte al Colosseo. E sono là, insieme con oltre 10mila fedeli, anche le famiglie scelte, in questo anno dedicato al nucleo fondamentale della società, per portare la croce nelle quattordici stazioni.

Una coppia di giovani sposi, una famiglia in missione, sposi anziani senza figli, una famiglia numerosa, una famiglia con un figlio disabile, una famiglia che gestisce una casa famiglia, una famiglia con un genitore malato, una coppia di nonni, una famiglia adottiva, una vedova con figli, una famiglia con un figlio consacrato, una famiglia che ha perso una figlia e una famiglia di migranti, oltre alle due donne, una russa e una ucraina, di cui si è già detto.

Nelle meditazioni viene declinata la sofferenza. Ma soprattutto la speranza. La guerra in Ucraina, emerge in tutta la sua tragedia. Nella meditazione poi sostituita c’erano domande che comunque risuonano nei cuori di tutti: «Dove sei Signore? Dove ti sei nascosto? Perché tutto questo? Quale colpa abbiamo commesso? Perché ci hai abbandonato? Perché hai abbandonato i nostri popoli? Perché hai spaccato in questo modo le nostre famiglie? Perché non abbiamo più la voglia di sognare e di vivere? Perché le nostre terre sono diventate tenebrose come il Golgota?».

Ma non c’è solo la guerra. Anche la quotidianità può fare paura. Per i giovani sposi è «la paura di una separazione, perché a tanti coniugi è accaduto». Per la famiglia in missione «il dolore e la sofferenza di una madre che muore di parto e per di più sotto le bombe». Per chi non è riuscito ad avere figli, la paura di restare soli. Per chi ha un figlio disabile (gli era stato consigliato di abortire: «Sarà un peso per voi e per la società») il dover affrontare il giudizio degli altri. Per chi ha perso il marito o addirittura un figlio il confrontarsi con l’ombra della morte. Persino a chi all’inizio ha avversato l’idea che il proprio figlio potesse diventare prete, la croce può fare paura. Così come alla famiglia dei migranti: «Siamo qui, sopravvissuti. Percepiti come un peso. Numeri, categorie, semplificazioni. Eppure siamo persone». Ma sono loro in fondo a dire l’ultima parola. La più importante. «Se non ci rassegniamo è perché sappiamo che la grande pietra sulla porta del sepolcro un giorno verrà rotolata via». È il senso del dolore che salva. La grande certezza di chi crede.

Avvenire

Via Crucis con Charles de Foucauld

Charles de Foucauld sarà canonizzato il prossimo 15 maggio, più di cento anni dopo la sua morte (1 dicembre 1916), anch’egli vittima nascosta e ‘marginale’ di un conflitto sanguinoso. La sua vita – dalla conversione in Francia alla Trappa, dalla Palestina al deserto algerino – le sue parole, la sua scelta di sequela del Cristo, la sua spiritualità di Nazareth, la sua fratellanza universale come meta da raggiungere nel servizio e nella quotidianità erano profetici un secolo fa e sempre più dimostrano la loro attualità, in questo XXI secolo, bagnato da guerre, divisioni, disuguaglianze, sopraffazioni. Una vita continuamente spesa, la sua, per l’Altro e per gli altri, fino all’estremo dono di sé.
Se ci sono dei ‘modi’ per essere cristiani nel tempo di oggi, Charles de Foucauld senz’altro li ha intravisti, li ha vissuti, li ha intuiti quasi tutti.
Facciamoci guidare da lui nella meditazione della via crucis di oggi.

I stazione

Gesù nell’orto degli ulivi

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».  Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
(Mc 14, 32-42)

15 luglio 1904, Amra (in viaggio, in terra tuareg)

Ho questo come regola: fare le cose che ritengo assai utili alle anime e che le circostanze non permettono ad altri di fare… Penso quindi di rimanere in questo paese finché vi sarò tollerato, finché non verrò sostituito, finché vi potrò lavorare utilmente per il regno di Gesù… in questo momento sono nomade, sotto la tenda, e cambio continuamente di luogo; ciò va molto bene per iniziare, giacché mi fa vedere molte persone e molti posti; ma appena potrò stabilirmi in una residenza fissa in qualche luogo, io lo farò, perché credo che è la mia vocazione, e perché i viaggi devono essere per me solamente eccezioni: condurrò allora, in un angolo di terra tuareg, la vita di Nazareth, fino a quando sarò tollerato e non sarò più utile altrove, benché utile non lo sia da nessuna parte. Rimarrò finché crederò che è questa la volontà di Gesù e finché mi tollereranno.
Amatissimo padre, nessuno meglio di voi vede quanto è grande il bene da fare qui; nessuno meglio di voi conosce la miseria del vostro povero figliolo così fiacco, così debole, così indolente, così egoista, così vuoto, così sensuale, così poco interiore, ahimè! così tiepido, così poco fedele…
(Lettera a don Huvelin)

Amiamo Gesù,
che ci ha tanto amati,
che ci ha amati per primo,
Lui assolutamente amabile che ci ama,
noi miserabili,
più di quanto nessun altro cuore umano possa amarci.
(Meditazione sulla Passione)

II stazione

Gesù è condannato a morte

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
(Gv 19,14-16)

Tamanrasset, 20 luglio 1914

Non posso dire che desidero la morte; me l’auguravo in altri tempi; ora vedo tanto bene da fare, tante anime senza pastore, che vorrei soprattutto fare un po’ di bene e lavorare un poco per la salvezza di queste povere anime. Ma il buon Dio le ama più di me, e non ha bisogno di me. Sia fatta la sua volontà.
(Lettera a Maria de Bondy)

Amiamo Dio,
poiché ci ha amati per primo.
La Passione, il Calvario,
è una suprema dichiarazione d’amore.
Non è per redimerci che Tu hai sofferto tanto, Gesù!
Il più piccolo dei tuoi atti ha un valore infinito,
poiché è l’atto di un Dio,
e sarebbe stato sufficiente, anzi sovrabbondante,
per redimere mille mondi,
tutti i mondi possibili…
È per santificarci, è per indurci,
per spingerTi ad amarTi liberamente,
poiché l’amore è il mezzo più potente
per attirare l’amore,
poiché amare è il mezzo più potente
per farsi amare.
(Meditazione sulla passione)

III stazione
Gesù cade sotto la croce

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
(Is 53, 7-8)

Tamanrasset, 1 agosto 1910

Gli uomini sono inesorabili verso le colpe perché sono impotenti a riparare il male compiuto; Dio è misericordioso perché può ridare alle anime la loro primitiva bellezza e, per quanto in basso siano precipitate, può renderle così pure come se non avessero mai fatto delle cadute.
(Lettera a Maria de Bondy)

Dimenticarmi,
non pensare che a me e al prossimo,
a me soltanto in vista di Dio
e nella stessa misura che agli altri,
così come si addice a colui che ama Dio sopra ogni cosa
e il prossimo come se stesso.
(Meditazioni sul Pater)

IV stazione

Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.
(Lc 23, 26)

Tamanrasset, 22 luglio 1907

La mia esistenza è molto semplice: è la vita monastica con preghiere, letture, lavori, con tutti i momenti della giornata regolati e con tutte le cose fatte ad ora fissa; il lavoro manuale è sostituito dagli studi di lessico tuareg. Come il fratello portinaio d’un convento, vengo spesso interrotto da qualcuno che mi chiama dal di fuori. Sono le uniche interruzioni della mia solitudine. Esse non sono lunghe.
In questo momento il paese si trova in piena carestia: non è piovuto, qui, da 18 mesi, e per un paese che vive soprattutto, spesso unicamente di latte, è un disastro; tutte le capre e cammelle sono magre e senza latte e i poveri soffrono in un modo che si legge loro sul viso. Sono essi che vengono a bussare di quando in quando alla mia porta: non ho altre visite in questo momento.
(Lettera a Maria de Bondy)

Essere ricco, a mio agio,
vivere dolcemente con i miei beni,
quando Tu sei stato povero, in ristrettezze,
vivendo penosamente di un faticoso lavoro,
in quanto a me non lo posso, o mio Dio…
io non posso amare così.
(Ritiro fatto a Nazareth, 1897)

V stazione

Gesù è spogliato delle vesti

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte”. E i soldati fecero proprio così.
(Gv 19, 23-24)

Abbracciare la povertà con tutto il nostro cuore; le ricchezze non soltanto sono un bagaglio ingombrante, ma sono anche un pericolo: esse difficilmente sono compatibili col perfetto amore di Dio, di Gesù, perché sono diametralmente opposte all’imitazione di Gesù; esse difficilmente sono compatibili col perfetto amore del prossimo, perché ciò che si conserva per sé non lo si dà agli altri, e non si ama il proprio prossimo «come se stesso» quando si tengono le ricchezze per sé e si lascia il fratello morire di fame, quando non si divide quel che si ha con coloro che soffrono privazioni.
(Estratti dai santi Evangeli, 1899)

Non disprezziamo i poveri,
i piccoli, gli operai; non soltanto
essi sono nostri fratelli in Dio,
ma sono anche quelli che nel modo
più perfetto imitano Gesù
nella sua vita esterna.
Per noi, essi rappresentano perfettamente Gesù.
(Meditazioni sui santi Evangeli 1897-1899)

VI stazione
Gesù è crocifisso

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».
(Lc 23, 33 34)

Nostra Signora delle nevi, 14 agosto 1901.

Non appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo fare altro che vivere per Lui: la mia vocazione religiosa risale alla stessa ora della mia fede. Dio è così grande! C’è una tale differenza tra Dio e tutto quello che non è Lui… Agli inizi, la fede dovette superare molti ostacoli; io, che avevo tanto dubitato, non ci misi un giorno solo a credere; a volte i miracoli del Vangelo mi sembravano incredibili, altre volte volevo intercalare le mie preghiere con brani del Corano. Ma la grazia divina e i consigli del mio confessore dissiparono queste nubi… Desideravo essere religioso, vivere solo per Dio e fare ciò che era più perfetto, a ogni costo… Il mio confessore mi fece attendere tre anni; io stesso, pur desiderando «esalarmi davanti a Dio nella pura perdita di me stesso», come dice Bossuet, non sapevo quale Ordine scegliere. Il Vangelo mi insegnò che «il primo comandamento è amare Dio con tutto il cuore» e che bisognava racchiudere tutto nell’amore; tutti sanno che l’amore ha come primo effetto l’imitazione. Bisognava dunque entrare nell’Ordine in cui avrei trovato la più esatta imitazione di Gesù. Non mi sentivo fatto per imitare la Sua vita pubblica nella predicazione: dovevo dunque imitare la vita nascosta dell’umile e povero operaio di Nazareth.
(Lettera a Enrico de Castries)

Mio Signore Gesù,
falla splendere davanti al mio sguardo,
questa dottrina della croce,
e fa’ ch’io l’abbracci,
così come Tu vuoi da me…
Fa’ che anche io possa dire
di non sapere che una cosa:
“Gesù e Gesù crocifisso”.
(Meditazione sulla Passione)

VII stazione
Gesù e la madre

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
(Gv 19, 25-27)

Abbiamo verso la Vergine una fiducia assoluta ed invochiamola, senza esitare, con questa fiducia, in tutte le nostre necessità, in tutti i nostri desideri, in tutte le nostre azioni. […] È evidente d’altra parte che noi, che aspiriamo ad essere i fratelli di Gesù, non possiamo diventarlo se non a condizione di mostrare e di essere veramente i figli di Maria: per essere fratelli di Gesù, è assolutamente necessario essere figli di Maria.
(Meditazione sulla passione, 1897-1899)

Quelli che cercano
di far regnare la pace in mezzo agli uomini,
di essere in pace con tutti,
sono quelli che sanno
ciò che sono gli uomini:
una sola famiglia
nella quale tutti sono fratelli,
della quale Dio come creatore è il Padre.
(Meditazioni sui santi Evangeli relative alle cinque virtù, 1897-1898)

VIII stazione

Gesù muore in croce

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.
(Lc, 23, 44-45)

Tamanrasset, 1 settembre 1910.

È la solitudine che aumenta. Ci si sente sempre più soli al mondo. Gli uni sono partiti per la patria, gli altri hanno la loro vita sempre più separata dalla nostra; ci si sente come l’oliva rimasta sola in cima a un ramo, dimenticata, dopo il raccolto. Alla nostra età, questo paragone della Bibbia torna spesso alla mente… ma Gesù rimane: Gesù, lo sposo immortale che ci ama come nessun cuore umano può amare; rimane ora, rimane sempre.
(Lettera a Maria de Bondy)

Padre mio,
io mi abbandono a te,
fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me
Ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero niente altro, mio Dio.
Rimetto l’anima mia nelle tue mani,
Te la dono mio Dio,
con tutto l’amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi
il rimettermi nelle tue mani senza misura
con una confidenza infinita
perché Tu sei il Padre mio.

IX Stazione

Gesù è deposto nel sepolcro

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo
perché con l’offerta della tua vita hai redento il mondo

In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
(Gv 12, 24)

1 dicembre 1916
Il nostro annientamento è il mezzo più potente che abbiamo per unirci a Gesù e fare del bene… Quando si può soffrire e amare, si può molto, si può il massimo che è possibile in questo mondo. Si sente che si soffre; non sempre si sente che si ama ed è una grande sofferenza in più! Però si sa che si vorrebbe amare, e voler amare è amare.
(Lettera a Maria de Bondy)

Prega perché io ami,
prega perché ami Gesù,
prega perché ami la sua croce
non per se stessa,
ma come l’unico mezzo,
la sola via
per glorificare Gesù:
“Il chicco di grano porta frutto
solo morendo”
(Lettera alla sorella Maria de Blic, 27 febbraio 1903)

Conclusione

In questo spazio di riflessione sulla fraternità universale, mi sono sentito motivato specialmente da San Francesco d’Assisi, e anche da altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri. Ma voglio concludere ricordando un’altra persona di profonda fede, la quale, a partire dalla sua intensa esperienza di Dio, ha compiuto un cammino di trasformazione fino a sentirsi fratello di tutti. Mi riferisco al Beato Charles de Foucauld.
Egli andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello, e chiedeva a un amico: «Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo paese». Voleva essere, in definitiva, «il fratello universale». Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi. Amen.
(Papa Francesco, Fratelli tutti, 286-287)

Per i meriti della Sua Passione e Croce
il Signore ci benedica e ci custodisca. Amen

vinonuovo.it

Martedì 22 marzo, sarà la preziosa e antica chiesa di San Giovannino – vero scrigno d’arte nel centro storico cittadino – ad ospitare alle ore 18.45 la Via Crucis, promossa dalla parrocchia dei Santi Agostino, Stefano e Teresa

La liturgia sarà animata dai giovani.

L’artistica chiesa, come la definì lo studioso mons. Giovanni Saccani in un fondamentale saggio pubblicato nel 1926, è intitolata a San Giovanni Evangelista ed è sede della Confraternita dell’Immacolata Concezione e San Francesco.

L’esistenza di una chiesa intitolata all’Apostolo Giovanni in città è documentata sin dalla fine del sec. XII; all’inizio del sec. XVI data la ricostruzione che si concluse nella seconda metà dello stesso secolo. Nel 1612 , come ricorda Massimo Pirondini, si decise di affrescarla. Sono di Tommaso Sandrini e Lorenzo Franchi gli affreschi della volta; di Sisto Badalocchio quelli della cupola. Tra i dipinti, acquistano particolare rilievo le due grandi tele di Alessandro Tiarini eseguite nel 1624 e raffiguranti il Martirio e il Transito di San Giovanni Evangelista.

Nella cappella di sinistra è conservato il grande gruppo statuario in terracotta “Mortorio di Cristo”, con attribuzione a Guido Mazzoni. La parrocchia di San Giovanni venne soppressa nel 1808 e l’edificio fu acquistato da Luigi Tirelli. La chiesa venne riaperta al culto nel 1896, anno in cui il conte Ferrante Palazzi, erede del Tirelli, la concesse in uso alla Confraternita. Nel suo contributo, mons. Saccani si diffonde sui restauri condotti nel 1896 e sul simulacro del “Signor Morto”, nonché sulla storia della Confraternita, che affonda le sue radici nel sec. XIII; le regole furono dettate da frate Rainero da Genova dell’Ordine dei Minori.

laliberta.info

BIBBIA E LITURGIA Via crucis della speranza

Gesù è condannato a morte
La Parola

Giovanni 3,17

Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Giovanni 12,47

Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.

Davanti a Gesù

Dio è puro amore, è pura luce, è puro bene. Egli riconosce Se stesso nell’amore, nella luce, e nel bene; ed è totalmente estraneo al male, al buio, all’odio. Ai suoi occhi, pieni di verità, non c’è grigio: c’è ciò che è Suo, il bene, e ciò che “non è”, perché il male è non-essere, è assenza di bene, è assenza di vita. Noi, purtroppo, siamo impastati di bene e di male; anche le nostre migliori azioni sono sempre inquinate da intenzioni ambigue, da tentazioni, da atti di orgoglio o vanità. Dio potrebbe rifiutare tutto ciò, perché la sua limpidezza e la sua santità non tollerano la presenza del male. Eppure, per salvarci, la santità perfetta e assoluta di Dio “si fa peccato”. Il giudizio che potrebbe essere tanto netto e tanto severo, tanto inequivocabile e tanto reciso, si annulla nel farsi carne di Cristo che prende su di sé la nostra colpa. Per non condannarci, il Dio fatto uomo si fa condannare. Per non abbandonarci alla morte, la Vita sceglie di farsi condannare a morte.

La Preghiera

Signore Gesù, luce del mondo, vita del mondo, Signore del tempo e della storia, davanti a te si spalancano le tenebre della morte. Sei inerme, mite e silenzioso davanti al male. Anche noi spesso ci sentiamo condannati a situazioni da cui non sappiamo uscire, prigionieri del peccato, perennemente sotto la minaccia della morte nostra e dei nostri cari. Tu ci annunci la speranza di una liberazione completa, vera e definitiva, che è già presente in noi nel Battesimo e nel tuo regnare dentro di noi. La tua condanna è il nostro perdono, la tua morte la nostra vita.

Gesù è caricato della croce
La Parola

Galati 2,20

Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Davanti a Gesù

Quando lo caricano della croce, sente il profumo e la consistenza del legno; senza volere, le sue mani esperte di falegname riconoscono l’albero da cui proviene, ne saggiano la consistenza. A quel legno sarà inchiodato: e chi mai ha pensato di inchiodare a un legno una persona? Noi siamo abituati a pensare a Gesù inchiodato sulla croce, ma si inchiodano gli oggetti, non la carne dell’uomo. Ma il Dio fatto carne, che ha scelto di vivere umile e nascosto con Giuseppe e Maria, nella casa dell’artigiano che ripara e costruisce, ora ripara e costruisce la nostra umanità tramite l’umiliazione estrema della croce. Noi abbiamo perso la nostra dignità scegliendo di allontanarci da Dio, divenendo schiavi delle cose anziché rimanere amici del Creatore. Gesù, il “figlio del falegname Giuseppe”, si fa trattare da oggetto, da pezzo di legno che si inchioda a un altro pezzo di legno, e in questa umiliazione restituisce a noi la dignità di figli di Dio.

La Preghiera

Signore Gesù, a noi la croce fa paura, ci fa orrore. Non vorremmo prenderla; vorremmo una salvezza magica, senza sofferenza e senza sangue. E in questo abbiamo ragione: l’intuizione del nostro cuore non è sbagliata, perché tu ci hai creati per la bellezza, per la felicità, per la gioia. Ma in un mondo che si è allontanato da te, il male ormai abita. E noi non possiamo sfuggirlo. Possiamo però scegliere come vivere l’inevitabile dimensione di dolore della nostra vita. Possiamo scegliere di rifiutarla, chiudendoci nell’odio e nel rancore, nella disperazione e nella mancanza di fede. Oppure possiamo scegliere di stare accanto a te, di correre là dove tu sei, di ricorrere a Colui che ci ama. Ti troviamo lì, sulla croce. E anche noi, abbracciandola, troviamo speranza.

Gesù cade per la prima volta
La Parola

Salmi 87,16

Sono infelice e morente dall’infanzia,
sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.

Davanti a Gesù

Quando lo caricano della croce, Gesù è già sfinito da una notte di preghiera angosciosa e sfibrante, dalla flagellazione, dalla corona di spine, dalle percosse, dagli insulti e dagli sputi. Eppure è solo l’inizio. Davanti a lui tutta la salita del Calvario, e le lunghe ore senz’aria, appeso a quella stessa croce. Non ce la può fare. E infatti non ce la farà. Ma Gesù si incammina ugualmente. Non sa come arriverà in fondo. Di solito, al culmine della montagna, c’è il profumo della vetta e la bellezza di un panorama che si apre. Per lui, al culmine del monte Sion, ci sarà solo l’altura del Calvario, la sofferenza e la morte. Ma si fida del Padre, sa che quello che il Padre gli chiede avrà anche la forza di compierlo. La fede, come ha detto Lui stesso, muove le montagne.

La Preghiera

Signore Gesù, noi ci preoccupiamo tutti i giorni di tante cose. Di cose piccole e di cose grandi. Della guerra, della pandemia, della crisi. Del futuro dei nostri figli, della salute dei nostri cari. Della nostra vecchiaia, della nostra morte. Ma anche, molto più banalmente, della lavatrice che non funziona, di un esame all’università, di cosa penserà la gente. Tu ci hai insegnato a non angustiarci per il domani: non vuol dire non costruirlo, ma non perderci il presente per la paura del futuro. Aiutaci ad avere la tua stessa fiducia, sapendo che i capelli del nostro capo sono contati e il Signore manda i suoi angeli a custodire il nostro cammino. Donaci di custodire la speranza perché il nostro sguardo sul futuro sia lo sguardo di chi sa che “tutto è grazia”. Come diceva Dag Hammarskjøld, “per ciò che è stato, grazie; per ciò che sarà, sì”.

Gesù incontra sua madre
La Parola

Cantico 3:1.3-4

Lungo la notte, ho cercato
l’amato del mio cuore;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:
«Avete visto l’amato del mio cuore?».
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l’amato del mio cuore.
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò.

Davanti a Gesù

Forse una delle cose che ha fatto più soffrire il Signore Gesù nella sua Passione è stato incontrare sua Madre. CI può sembrare strano: certo lo sguardo di infinito amore della sua Mamma l’avrà consolato in mezzo all’odio che lo circondava. Ma, forse, gli ha spezzato il cuore vedere spezzarsi il cuore di sua Madre. Non c’è dolore più grande, al mondo, di quello di chi vede soffrire e morire il proprio figlio. Per salvare noi peccatori, Gesù accetta anche di lasciare che la spada penetri l’anima di sua Madre. Nello stesso tempo, in uno scambio di amore indicibile, Gesù prende su di sé anche il dolore di sua Madre, Maria, chiamata da Dante “Figlia del suo Figlio”. È grazie alla Passione di Gesù che Maria trova la forza di sopravvivere alla Passione di Gesù. È grazie alla morte in Croce di Gesù che Maria è Immacolata, libera da sempre dal peccato, e perciò capace di credere all’amore di Dio anche nel dolore più grande, e quando sembra che tutto dica che Dio non c’è.

La Preghiera

Signore Gesù, la vita di tua Madre è stata un continuo accoglierti e un continuo perderti. Ti ha accolto nel grembo, sentendoti muovere con fremiti di felicità, per poi lasciarti andare quando sei nato. Ti ha portato, con la lieta fierezza di chi stringe il proprio primogenito, al Tempio, per offrirti al Padre e sentirsi annunciare la tua Passione. Ti ha condotto a Gerusalemme per celebrare con gioia il tuo ingresso nella maturità, per sentirsi lasciata quando tu sei rimasto nella casa del Padre tuo. Ti ha invitato alle nozze di Cana, per dare inizio, con quel segno, alla tua “ora”, che si sarebbe compiuta nella croce. Lo sguardo di Maria è uno sguardo in cui felicità e strappi sono inscindibilmente legati. Ma in lei vive la speranza, perché anche nel momento del dolore più grande posa lo sguardo su di Te, e sa che la bellezza non può morire, la felicità non può scomparire, la vita non può finire.

Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene
La Parola

Colossesi 1,24

Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.

Davanti a Gesù

Cristo ha avuto l’umiltà di non voler solo soffrire, ma di accettare l’aiuto e il sollievo, di permettere ai buoni di amarlo. Mentre Cristo soffriva per i peccatori, ha accettato che peccatori come il Cireneo soffrissero per Lui. L’umiltà perfetta di Cristo è anche nel non voler fare il supereroe solitario, nel non voler godere nemmeno della perfezione di una sofferenza totalmente derelitta. Il Dio del cielo non ha solo accettato gli insulti e la derisione, le percosse e lo scherno, ma persino di essere compatito dalle sue creature. Egli, che è la stessa compassione provvidente, ha accettato di divenire oggetto di compassione nella sua debolezza. Egli si è abbassato scegliendo di non brillare, nemmeno nella sua passione e morte, in una splendida ed eroica solitudine, ma si è lasciato amare da quei pochi che si sono mantenuti fedeli.

La Preghiera

Signore Gesù, grazie perché ci permetti di essere tuoi amici. Tu soffri per noi e a causa nostra; ma ti lasci anche voler bene. Tu, il Dio fatto uomo, non hai bisogno dell’amore delle tue creature: non hai bisogno di nulla. Ma ti fai così piccolo, così servo, così umile da lasciare che ti diamo una mano, proprio noi che ti abbiamo portato a tanto dolore. Ti ringraziamo perché ci insegni che la speranza è anche accettare l’aiuto, darlo e riceverlo nell’umiltà e nella gioia, e che, se ci apriamo agli altri, possiamo essere certi che la tua presenza si farà sentire, nella prova, anche con un sorriso o una parola che arrivano quando più ne abbiamo bisogno.

Santa Veronica asciuga il volto di Gesù
La Parola

Salmi 26:8-9

Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»;
il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto.

Davanti a Gesù

Gesù è il più bello dei figli dell’uomo, è la perfezione dell’umanità. È il nuovo Adamo, l’uomo sognato da Dio, la creatura che porta in sé l’immagine del Creatore. Ma come il peccato deforma la nostra bellezza originaria, e spesso altera persino i tratti del nostro viso, il nostro sguardo, il nostro portamento, così Gesù accetta di lasciar calpestare la radiosa umanità che si era rivelata nella Trasfigurazione, e di diventare “verme, non uomo”. Nello stesso tempo, così facendo ci insegna a cercare il volto del Trasfigurato anche in tutti i volti che incontriamo ogni giorno. È grazie a Cristo che ogni uomo è immagine di Dio. È grazie a Cristo e alla sua Passione che persino quella folla ghignante e bestiale che lo circonda è fatta di uomini in cui Dio è presente.

La Preghiera

Signore Gesù, noi sentiamo un’attrazione infinita per la bellezza, un desiderio e una nostalgia infinita per la felicità, la gioia, l’amore. Cerchiamo il tuo volto, e nelle tue fattezze umane l’intuizione del mistero della Trinità di Dio che ci ha creati per Sé. Nel cammino che ci condurrà alla piena contemplazione del tuo volto, a vederti faccia a faccia e non più confusamente, come in uno specchio, tu ci doni dei piccoli, grandi segni del tuo amore. Lo sguardo luminoso di un anziano in cui abiti, il sorriso pulito di un bambino molto piccolo, la tenerezza infinita di una madre che nutre e accarezza il proprio piccolo: qui il tuo Volto è presente, e qui la nostra speranza di Te è alimentata, dandoci forza per il cammino.

Gesù cade per la seconda volta
La Parola

Salmi 36:24-25

Se cade, non rimane a terra,
perché il Signore lo tiene per mano.
Sono stato fanciullo e ora sono vecchio,
non ho mai visto il giusto abbandonato.

Davanti a Gesù

Il Padre non impedisce a Gesù di cadere; non gli dona una forza sovrumana che gli astanti possano ammirare o di cui si possano stupire. Egli cade: come noi, per la debolezza della natura umana e per il nostro peccato – noi cadiamo per il peso delle nostre colpe, Lui, l’innocente, per quelle stesse nostre colpe. Ma Dio gli dà la forza di rialzarsi; e rialzarsi è più difficile ancora che non cadere. Il cammino di Gesù verso il Calvario, costellato di fallimenti, è l’annuncio che non c’è caduta, o ricaduta, che non possa trovare la mano del Padre pronta a rialzarci.

La Preghiera

Signore Gesù, Don Divo Barsotti diceva che il peccato peggiore è scoraggiarsi. Forse è proprio così. La nostra vita è fatta di slanci ed entusiasmo, e di cadute e scoraggiamento. Quando ci sembra di avere imparato qualcosa dalla vita, ricadiamo nei soliti errori, ci lasciamo prendere da dinamiche che pensavamo di aver consegnato al passato, e ci perdiamo d’animo. Donaci il tuo coraggio e la tua umiltà: perché l’orgoglio ci porta alla frustrazione di non essere come vorremmo o come credevamo di essere, mentre l’umiltà ci rende fratelli di quella terra su cui siamo caduti, ma dalla quale possiamo partire per rialzarci.

Gesù consola le donne di Gerusalemme
La Parola

Isaia 66,13

Come una madre consola un figlio
così io vi consolerò;
in Gerusalemme sarete consolati.

Davanti a Gesù

Davanti a Gesù sono ora le donne che lo hanno seguito, con fedeltà e perseveranza, forse capendo poco di lui, come i discepoli, ma piene di un amore che sgorga dall’intuizione del mistero che è in lui. Esse piangono davanti alla rovina di Colui che hanno amato. Sono come le vergini della parabola, sole nella notte, con un olio sempre più scarso ad alimentare la lampada della loro fede. A loro, Gesù si rivolge con una parola che sembra aggiungere dolore a dolore: come lui, il Tempio di Dio vivente, viene ora distrutto, così anche il Tempio di Gerusalemme fra pochi anni sarà un cumulo di rovine. Ma in realtà, la sua parola è una parola di speranza: viene il tempo in cui adoreranno il Padre in Spirito e Verità.

La Preghiera

Signore Gesù, tu sei la Verità, oltre che la Vita e la Via. Tu stai alla porta e bussi, pronto ad entrare nel cuore di chi ti accoglie. Se entri in noi, con lo Spirito Santo, diventiamo tempio vivo della tua gloria, offerta a te gradita, diventiamo preghiera, siamo sacerdoti in Te, Sommo Sacerdote in eterno. Il luogo in cui abbiamo adorato il Padre, la Gerusalemme che ci dà consolazione, diventa ora il nostro cuore; l’amore sponsale che ci doni e ci chiedi diventa il luogo in cui rendere culto al Padre. Se ci uniamo all’immenso amore che rifulge nella tua croce e nella tua Passione, comprendiamo che la tua croce è “talamo, trono ed altare”: che, uniti a te, possiamo stare alla presenza del Padre e sperare in quell’unione che non avrà mai fine.

Gesù cade per la terza volta
La Parola

Apocalisse 14,1

Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo.

Davanti a Gesù

L’Agnello “ritto in piedi” è il Cristo, crocifisso come un agnello condotto al macello, ma “in piedi” perché risorto. Nella Passione lo vediamo inerme, schiacciato, steso a terra. Risorto, è dritto, nella sfolgorante dignità della sua perfetta umanità che è prototipo e annuncio della nostra vocazione. Nei suoi miracoli, Gesù ha restituito la dignità di “ritti in piedi” a tante persone: al paralitico, cui ha perdonato i peccati e che ha invitato ad alzarsi, alla fanciulla morta (“io ti dico, alzati”), alla donna curva da diciotto anni. Ora è lui ad aver bisogno di alzarsi; con immenso sforzo, lo fa, per poter portare a compimento la sua Passione e ridarci la dignità di figli nel Figlio.

La Preghiera

Ti preghiamo, donaci la forza di appoggiare le mani a quella terra che ci dice il nostro fallimento, per poter ritrovare la nostra natura di “ritti in piedi”, come l’Agnello dell’Apocalisse: tu ci hai creati per volgere lo sguardo verso l’alto. “Chiamati a guardare in alto, nessuno sa alzare lo sguardo”. La nostra mancanza di speranza ci rende meno umani: volgere lo sguardo a terra, anziché ricorrere al Cielo con viva speranza, ci spoglia della dignità della nostra vocazione. Aiutaci, o Signore, ad alimentare la speranza affinché, dopo qualsiasi caduta, possiamo di nuovo cercare il tuo sguardo, come Pietro che incontra il tuo, senza sfuggirlo, dopo averti rinnegato.

Gesù è spogliato delle vesti
La Parola

Salmi 44:4.9
Cingi, prode, la spada al tuo fianco,
nello splendore della tua maestà ti arrida la sorte,
Le tue vesti son tutte mirra, aloè e cassia.

Davanti a Gesù

Come bambini, ci attira quello che luccica e che brilla: ci piacciono le cose sfavillanti e luminose. E anche questo è uno di quei semi di nostalgia di Dio che Egli ha nascosto in noi. Perché la Gerusalemme celeste ha le porte di perle, ed è costellata di pietre preziose; lì le vesti sono candide, come le vesti del Cristo Trasfigurato che “nessun lavandaio potrebbe rendere così”. Ma le vesti della Gerusalemme celeste sono candide perché sono state lavate nel sangue dell’Agnello. Il sangue non ha mai reso candido nulla… Ma il Sangue di Cristo è il distillato dell’amore di Dio; è quella purezza infinita di un cuore completamente integro nell’amore del Padre che ci rende luminosi, dentro e fuori. Nel Cristo spogliato non solo della sua divinità, ma della stessa dignità del pudore dell’umanità, noi veniamo resi dèi, rivestiti delle vesti della festa come il figlio perdonato che torna alla casa del padre misericordioso.

La Preghiera

Signore Gesù, al banchetto delle nozze dell’Agnello, allestito dal Padre in onore del suo Figlio, tutti dobbiamo avere una veste nuziale. E questa veste sei tu: noi siamo stati rivestiti di Cristo nel nostro Battesimo, e portiamo sempre nel nostro corpo la tua Passione, per vivere con te la tua risurrezione. Chi ci separerà dal tuo amore? Esso è più intimo a noi di noi stessi, ci riveste dentro e fuori. Aiutaci a vivere da risorti, sperando nella risurrezione ma vivendola già ora; fa’ che l’abito del tuo amore e della tua presenza sia portato da noi in ogni istante della nostra vita.

Gesù è inchiodato sulla croce
La Parola

Isaia 49:15-16

Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se queste donne si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai.
Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani.

Davanti a Gesù

Fa tenerezza quel Dio che si segna il nostro nome sulle “palme delle mani”, come uno scolaretto che non ricorda le tabelline e spera di prendere un bel voto. Ma poi la tenerezza lascia spazio alla commozione se ci fermiamo a contemplare le mani di Cristo: sulle sue mani, anche sulle mani del Risorto, la “scritta” sono i segni dei chiodi. I chiodi sono il segno e la conseguenza del nostro peccato che l’ha fissato sulla croce, ma sono anche il segno di un amore così grande che non ha voluto separarsene nemmeno dopo la sua risurrezione.

La Preghiera

Signore Gesù, Santa Caterina diceva che non furono i chiodi a tenerti sulla croce, ma l’amore; e Nicolae Steinhardt diceva che tutto ciò che noi uomini siamo stati in grado di dare a Dio sono delle ferite sulle mani, sui piedi, e sul costato. In questi segni che porti con te persino nella gloria del Padre, il nostro peccato diventa quasi un’occasione per amarci ancora di più. Tu non puoi dimenticarti di noi, o nostra speranza, perché ci hai scritto nella carne del Logos fatto uomo.

Gesù muore in croce
La Parola

Romani 6,8-11

Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

Davanti a Gesù

La “carne” di cui spesso parla la Bibbia è il nostro istinto di sopravvivenza. È un istinto giusto e santo, perché obbedisce al primo comando di Dio ad Adamo ed Eva: “Crescete e moltiplicatevi”. Ma può diventare la nostra rovina quando scegliamo la sopravvivenza, e la sopravvivenza piacevole e comoda, al posto della vita. Gesù ha fatto morire quella “carne” che si oppone a Dio, che cerca il proprio interesse facendone un idolo, mettendolo al posto del Signore, unico Dio. Con il suo infinito atto di fede verso il Padre, e di amore verso di noi, la sua morte è diventata la nostra speranza.

La Preghiera

Signore Gesù, accogli la nostra vita. Nella nostra paura di soffrire e di morire, noi vogliamo dire di sì a te con infinita fiducia. Vogliamo appoggiare il nostro volto sui tuoi piedi inchiodati alla croce, e sentire così che la tua Vita scorre dentro di noi. Vogliamo partecipare alla tua morte e risurrezione nella comunione al tuo Corpo e Sangue, perché la Vita divina ci liberi dalla morte eterna. Uniscici a te con una morte simile alla tua, perché in noi regni la tua vita, e la nostra speranza sia fissa nei cieli.

Gesù è deposto dalla croce
La Parola

Giovanni 12,24

In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

Davanti a Gesù

Tutto è compiuto. La missione del Signore Gesù Cristo è giunta a compimento. Lo spirito è reso al Padre. Adesso può essere calato da quella croce da cui ha attirato tutti a sé, e tornare deposto sul grembo della Madre, come tanti anni fa appena vide la luce. Egli ha dato la vita senza misura, per darci la vita senza misura. Non ha tenuto niente per sé: la sua divinità, la sua umanità, la sua vita. Ha consegnato se stesso, e ora può riposare in Dio.

La Preghiera

Signore Gesù, Tu sei la Parola del Padre. Sei Colui che è la Parola che scende dal cielo, dal Padre, e non ritorna a Lui senza aver operato ciò che desidera. Sei il seme sparso sulle strade della Palestina, fra i rovi della corona di spine, in mezzo ai sassi del Golgota, ma anche nel terreno buono di chi ti accoglie, prende su di sé il mistero della tua vita e della tua morte, e non cerca di salvare la propria vita, ma la perde per te. In te, noi speriamo che ogni nostra morte quotidiana possa sbocciare in un verde germoglio di primavera.

Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
La Parola

Salmi 56,9

Voglio cantare, a te voglio inneggiare:
svègliati, mio cuore,
svègliati arpa, cetra,
voglio svegliare l’aurora.

Davanti a Gesù

L’umanità di Cristo è abbandonata alla morte, nascosta ai nostri occhi, deposta in un sepolcro. La sua divinità è più nascosta che mai: un Dio non può morire, né può lasciar morire il proprio Figlio… Eppure, in quel silenzio assordante del sabato santo si accordano gli strumenti per la sinfonia di Pasqua. Il silenzio dissonante della morte è il preludio all’alleluia del mattino della domenica. La creazione attende con il fiato sospeso ciò che non osa neppure sperare. Nel segreto del cuore della terra, il cuore veglia, per svegliare il Sole che sorge a rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte.

La Preghiera

Signore Gesù, nostra unica speranza, vegliamo mentre tu dormi, e, ansiosi, sballottati dalle onde, nel buio della notte e mentre urla la tempesta, vorremmo svegliarti: non ti importa che siamo perduti? Tu attendi, o Signore, che la notte sia giunta a metà del suo corso, che il buio sia completo, per cominciare a tingere di rosa l’aurora e far volare nel silenzio l’accenno di una melodia. Il tuo Corpo santissimo ora giace, inerte e silenzioso; ma lo Spirito è pronto a inondarlo di Vita eterna, per trasformare l’umanità in ciò per cui è nata, e che sembra fuori da ogni speranza. Tu ti alzi, Signore, e intoni per noi il canto di lode al Padre, nello Spirito, per tutti i secoli eterni. Amen.
vinonuovo.it

Con il Papa. La Via Crucis dei ragazzi al Colosseo: le meditazioni scritte dai liceali

La Via Crucis dei ragazzi al Colosseo: le meditazioni scritte dai liceali

Venerdì 30 marzo si svolgerà la Via Crucis al Colosseo, presieduta da papa Francesco. I testi delle meditazioni sulle 14 stazioni sono stati scritti da 15 giovani tra i 16 e i 27 anni.

Due, quindi, sono le principali novità di quest’anno: la prima riguarda l’età degli autori (nove sono studenti del liceo di Roma Pilo Albertelli); la seconda consiste nella dimensione “corale” di questo lavoro.

I giovani si sono riuniti intorno a un tavolo e, leggendo i testi della Passione di Cristo secondo i quattro Vangeli, si sono messi davanti alla scena della Via Crucis e l’hanno “vista”. Dopo la lettura ognuno dei ragazzi si è espresso dicendo quale particolare della scena lo avesse colpito. E così è stato più semplice assegnare le singole stazioni.

Tre verbi segnano lo sviluppo di questi testi: vedere, poi incontrare, infine pregare.

Quando si è giovani si vuole vedere il mondo, vedere tutto. La scena del Venerdì Santo è potente, anche nella sua atrocità: vederla può spingere alla repulsione oppure alla misericordia e, quindi, ad andare incontro. Proprio come fa Gesù nel Vangelo, che nell’ultimo giorno incontra Pilato, Erode, i sacerdoti, le guardie, sua madre, il Cireneo, le donne di Gerusalemme, i due ladroni suoi ultimi compagni di strada.

Quando si è giovani ogni giorno si ha l’occasione di incontrare qualcuno, e ogni incontro è nuovo, sorprendente. Si invecchia quando non si vuole più vedere nessuno, quando si ha paura di cambiare, perché incontrare vuol dire cambiare, essere pronti a rimettersi in cammino con occhi nuovi.

Vedere e incontrare spinge, infine, a pregare perché la vista e l’incontro generano la misericordia, anche in un mondo che sembra sprovvisto di pietà e in un giorno come questo, abbandonato all’ira insensata, alla viltà e alla pigrizia distratta degli uomini.

I stazione – Gesù è condannato a morte
(redatta Valerio De Felice)

Ti vedo, Gesù, di fronte al Governatore, che per tre volte tenta di contrastare la volontà del popolo e infine sceglie di non scegliere, di fronte alla folla, che per tre volte viene interrogata e sempre decide contro di te. La folla, cioè tutti, cioè nessuno. Nascosto nella massa l’uomo smarrisce la propria personalità, è la voce di altre mille voci. Prima di rinnegare te, rinnega se stesso, disperdendo la propria responsabilità in quella fluttuante della moltitudine senza volto. Eppure è responsabile. Sviato dai sobillatori, dal Male che si propaga con voce subdola e assordante, è l’uomo a condannarti.Oggi noi inorridiamo di fronte a una tale ingiustizia, e vorremmo prenderne distanza. Ma così facendo dimentichiamo tutte le volte in cui noi per primi abbiamo scelto di salvare Barabba anziché te. Quando il nostro orecchio è stato sordo alla chiamata del Bene, quando abbiamo preferito non vedere l’ingiustizia davanti a noi.In quella piazza gremita, sarebbe stato sufficiente che un solo cuore dubitasse, che una sola voce si alzasse contro le mille voci del Male. Ogni volta che la vita ci porrà davanti a una scelta, ricordiamoci di quella piazza e di quell’errore. Concediamo ai nostri cuori di dubitare e imponiamo alla nostra voce di levarsi.

II stazione – Gesù è caricato della croce
(Maria Tagliaferri e Margherita Di Marco)

Ti vedo, Gesù, coronato di spine, mentre accogli la tua croce. La accogli, come sempre hai accolto tutto e tutti. Ti caricano del legno, pesante, ruvido, ma tu non ti ribelli, non butti via quello strumento di tortura ingiusto e ignobile. Lo prendi su di te e cominci a camminare portandolo sulle spalle. Quante volte mi sono ribellata e arrabbiata contro gli incarichi che ho ricevuto, che ho avvertito come pesanti o ingiusti. Tu non fai così. Sei solo di qualche anno più grande di me, oggi si direbbe che sei ancora giovane, ma sei docile, e prendi sul serio quello che la vita ti offre, ogni occasione che ti si presenta, come se volessi andare fino in fondo alle cose e scoprire che c’è sempre qualcosa di più di quello che appare, un significato nascosto e sorprendente. Grazie a te comprendo che questa è croce di salvezza e di liberazione, croce di sostegno nell’inciampo, giogo leggero, fardello che non grava. Dallo scandalo della morte del Figlio di Dio, morte da peccatore, morte da malfattore, nasce la grazia di riscoprire nel dolore la resurrezione, nella sofferenza la tua gloria, nell’angoscia la tua salvezza. La stessa croce, simbolo per l’uomo di umiliazione e dolore, si rivela ora, per grazia del tuo sacrificio, come una promessa: da ogni morte risorgerà la vita e in ogni buio risplenderà la luce. E possiamo esclamare: “Ave o croce, unica speranza!”.

III stazione -Gesù cade per la prima volta
(Caterina Benincasa)

Ti vedo, Gesù, sofferente mentre percorri la via verso il Calvario, carico del nostro peccato. E ti vedo cadere, con le mani e le ginocchia a terra, dolorante. Con quanta umiltà sei caduto! Quanta umiliazione provi ora! La tua natura di vero uomo si vede chiaramente in questo frammento della tua vita. La croce che porti è pesante; avresti bisogno di aiuto, ma quando cadi a terra nessuno ti soccorre, anzi, gli uomini si prendono gioco di te, ridono di fronte all’immagine di un Dio che cade. Forse sono delusi, forse si sono fatti un’idea sbagliata di te. A volte pensiamo che avere fede in te significhi non cadere mai nella vita. Insieme a te cado anch’io, e con me le mie idee, quelle che avevo su di te: quanto erano fragili!

Ti vedo, Gesù, che stringi i denti e, completamente abbandonato all’amore del Padre, ti rialzi e riprendi il tuo cammino. Con questi primi passi verso la croce, così titubanti, Gesù, mi ricordi un bambino che muove i primi passi verso la vita e perde l’equilibrio e cade e piange, ma poi continua. Si affida alle mani dei genitori e non si ferma; ha paura ma va avanti, perché alla paura sopravviene la fiducia.

Con il tuo coraggio ci insegni che i fallimenti e le cadute non devono mai arrestare il nostro cammino e che abbiamo sempre una scelta: arrenderci o rialzarci con te.

IV stazione – Gesù incontra sua madre
(Agnese Brunetti)

Ti vedo, Gesù, quando incontri tua madre. Maria è lì, cammina per la strada affollata, ci sono molte persone accanto a lei. L’unica cosa che la distingue dagli altri è il fatto che lei è lì per accompagnare suo figlio. Una situazione che si verifica quotidianamente: le mamme accompagnano i figli a scuola, o dal medico, o li portano con sé al lavoro. Maria però si distingue dalle altre mamme: lei sta accompagnando suo figlio a morire. Vedere il proprio figlio morire è la sorte peggiore che si possa augurare ad una persona, la più innaturale; ancora più atroce se il figlio, innocente, sta morendo per mano della giustizia. Che scena innaturale e ingiusta davanti ai miei occhi! Mia madre mi ha educato al senso della giustizia e ad avere fiducia nella vita, ma quello che oggi i miei occhi vedono non ha nulla di questo, è privo di senso, ed è pieno di dolore.

Ti vedo, Maria, mentre guardi il tuo povero ragazzo: ha i segni della flagellazione sulla schiena ed è costretto a sopportare il peso della croce, probabilmente presto cadrà sotto di essa per la fatica. Eppure sapevi che, prima o poi, sarebbe successo, ti era stato profetizzato, ma ora che è accaduto è tutto diverso; ed è sempre così, siamo sempre impreparati di fronte alla vita, alla sua crudezza. Maria, ora sei triste, come lo sarebbe qualunque donna al tuo posto, ma non sei disperata. I tuoi occhi non sono spenti, non guardano nel vuoto, tu non cammini a testa bassa. Sei splendente anche nella tua tristezza, perché hai speranza, sai che quello di tuo figlio non sarà un viaggio di sola andata e sai, lo senti, come solo le mamme lo sentono, che lo rivedrai presto.

V stazione -Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce
(Chiara Mancini)

Chiara Mancini, 17 anni, studentessa della quarta B al liceo classico “Pilo Albertelli” di Roma

Chiara Mancini, 17 anni, studentessa della quarta B al liceo classico “Pilo Albertelli” di Roma

Ti vedo, Gesù, schiacciato sotto il peso della croce. Vedo che non ce la fai da solo; proprio nel momento dello sforzo maggiore, sei rimasto solo, non ci sono quelli che si dicevano tuoi amici: Giuda ti ha tradito, Pietro ti ha rinnegato, gli altri abbandonato. Ma ecco un incontro improvviso, un tale, un uomo qualunque, che forse di te aveva sentito parlare eppure non ti aveva seguito, e invece ora è qui, al tuo fianco, spalla a spalla, a condividere il tuo giogo. Si chiama Simone ed è uno straniero che viene da lontano, da Cirene. Per lui oggi un imprevisto, che si rivela un incontro.

Sono infiniti gli incontri e gli scontri che viviamo ogni giorno, soprattutto noi ragazzi che entriamo continuamente in contatto con realtà nuove, nuove persone. Ed è nell’incontro inaspettato, nell’incidente, nella sorpresa spiazzante che è nascosta l’opportunità di amare, di riconoscere il meglio nel prossimo, anche quando ci sembra diverso.

Talvolta ci sentiamo come te, Gesù, abbandonati da quanti credevamo nostri amici, sotto un peso che ci schiaccia. Ma non dobbiamo dimenticare che c’è un Simone di Cirene pronto a prendere la nostra croce. Non dobbiamo dimenticare che non siamo soli, e da questa consapevolezza possiamo trarre la forza per farci carico della croce di chi abbiamo accanto.

Ti vedo, Gesù: ora sembra che provi un po’ di sollievo, riesci per un attimo a respirare, ora che non sei più solo. E vedo Simone: chissà se ha sperimentato che il tuo giogo è leggero, chissà se si rende conto di cosa significa quell’imprevisto nella sua vita.

VI stazione – Veronica asciuga il volto di Gesù
(Cecilia Nardini)

Cecilia Nardini, 18 anni, studentessa della quinta A al “Pilo Albertelli” di Roma

Cecilia Nardini, 18 anni, studentessa della quinta A al “Pilo Albertelli” di Roma

Ti vedo, Gesù, misero, quasi irriconoscibile, trattato come l’ultimo degli uomini. Cammini a stento verso la tua morte con il volto sanguinante e sfigurato, anche se come sempre mite ed umile, rivolto verso l’alto. Una donna si fa spazio tra la folla per scorgere da vicino quel tuo volto che, forse, tante volte aveva parlato alla sua anima e che lei aveva amato. Lo vede sofferente e lo vuole aiutare. Non la fanno passare, sono tanti, troppi, e armati. Ma a lei tutto questo non importa, è determinata a raggiungerti e riesce per un attimo a toccarti, accarezzarti con il suo velo. La sua è la forza della tenerezza. I vostri occhi si incrociano per un attimo, il volto nel volto dell’altro.

Quella donna, Veronica, di cui non sappiamo nulla, non ne conosciamo la storia, si guadagna il Paradiso con un semplice gesto di carità. Ti si avvicina, osserva il tuo volto straziato e lo ama ancor più di prima. Veronica non si ferma all’apparenza, oggi tanto importante nella nostra società delle immagini, ma ama incondizionatamente un volto brutto, non curato, non truccato e imperfetto. Quel volto, il tuo volto, Gesù, proprio nella sua imperfezione mostra la perfezione del tuo amore per noi.

VII stazione – Gesù cade per la seconda volta
(Francesco Porceddu)

Ti vedo, Gesù, cadere ancora davanti ai miei occhi. Cadendo ancora mi dimostri di essere un uomo, un vero uomo. E vedo che ti rialzi nuovamente, più deciso di prima. Non ti rialzi con superbia; non c’è orgoglio nel tuo sguardo, c’è amore. E nel proseguire il tuo cammino, rialzandoti dopo ogni caduta, annunci la tua Risurrezione, dimostri di essere pronto a caricare ancora una volta e per sempre, sulle tue spalle sanguinanti, il peso del peccato dell’uomo.

Cadendo ancora ci hai mandato un chiaro messaggio di umiltà, sei caduto a terra, su quell’humus da cui siamo nati noi “umani”. Siamo terra, siamo fango, siamo niente in confronto a te. Ma tu hai voluto diventare come noi, e ora ti mostri vicino a noi, con le stesse nostre fatiche, le stesse nostre debolezze, con lo stesso sudore della nostra fronte. Ora anche tu, in questo venerdì, come capita anche a noi, sei prostrato dal dolore. Ma tu hai la forza di andare avanti, non hai paura delle difficoltà che puoi incontrare, e sai che alla fine della fatica c’è il Paradiso; ti rialzi per dirigerti proprio lì, per aprirci le porte del tuo regno. Uno strano re sei, un re nella polvere.

Sento una vertigine: noi non siamo degni di paragonare le nostre fatiche e le nostre cadute alle tue. Le tue sono un sacrificio, il sacrificio più grande che i miei occhi e tutta la storia potrà mai vedere.

VIII stazione – Gesù incontra le donne di Gerusalemme
(Sofia Russo)

Ti vedo e ti ascolto, Gesù, mentre parli alle donne che incontri lungo la tua strada verso la morte. In tutte le tue giornate sei passato incontrando tante persone, sei andato incontro e hai parlato con tutti. Ora parli con le donne di Gerusalemme che ti vedono e piangono. Anch’io sono una di quelle donne. Ma tu, Gesù, nel tuo ammonimento usi parole che mi colpiscono, sono parole concrete e dirette; a primo impatto possono apparire dure e severe perché schiette. Oggi, infatti, siamo abituati ad un mondo fatto di giri di parole, una fredda ipocrisia vela e filtra ciò che vogliamo realmente dire; gli ammonimenti si evitano sempre di più, si preferisce lasciare l’altro al proprio destino, non curandosi di sollecitarlo per il suo bene.

Mentre tu, Gesù, parli alle donne come un padre, anche rimproverandole; le tue parole sono parole di verità e arrivano immediate con il solo scopo della correzione, non del giudizio. E’ un linguaggio diverso dal nostro, tu parli sempre con umiltà e arrivi dritto al cuore.

In questo incontro, l’ultimo prima della croce, emerge ancora una volta il tuo amore senza misura verso gli ultimi e gli emarginati; le donne infatti, a quel tempo, non erano considerate degne di essere interpellate, mentre tu, nella tua gentilezza, sei veramente rivoluzionario.

IX stazione – Gesù cade per la terza volta
(Chiara Bartolucci)

Ti vedo, Gesù, mentre cadi per la terza volta. Due volte già sei caduto e due volte ti sei rialzato. Non ci sono più limiti alla fatica e al dolore, ormai sembri definitivamente sconfitto, in questa terza e ultima caduta. Quante volte, nella vita di tutti i giorni, ci capita di cadere! Cadiamo così tante volte che perdiamo il conto, ma speriamo sempre che ogni caduta sia l’ultima, perché ci vuole il coraggio della speranza per affrontare la sofferenza. Quando uno cade tante volte, alla fine le forze crollano e le speranze svaniscono definitivamente.Mi immagino accanto a te, Gesù, nel percorso che ti sta conducendo alla morte. È difficile pensare che proprio tu sia il Figlio di Dio. Qualcuno ha già provato ad aiutarti ma ormai sei sfinito, sei fermo, paralizzato e sembra che non riuscirai più ad andare avanti. Ma ecco che improvvisamente vedo che ti rialzi, raddrizzi le gambe e la schiena, per quanto sia possibile con una croce sulle spalle, e riprendi a camminare, di nuovo. Sì, stai andando a morire, ma vuoi farlo fino in fondo. Forse questo è l’amore. Ciò che capisco è che non importa quante volte cadremo, ci sarà sempre l’ultima, forse la peggiore, la prova più terribile in cui siamo chiamati a trovare la forza per arrivare alla fine del percorso. Per Gesù la fine è la crocifissione, l’assurdo della morte, ma che rivela un significato più profondo, uno scopo più alto, quello di salvarci tutti.

X stazione – Gesù è spogliato delle vesti
(Greta Giglio)

Greta Giglio, 18 anni, studentessa della quinta B al liceo classico “Pilo Albertelli” di Roma.

Greta Giglio, 18 anni, studentessa della quinta B al liceo classico “Pilo Albertelli” di Roma.

Ti vedo, Gesù, nudo, come non ti ho mai visto. Ti hanno privato delle vesti, Gesù, e se le stanno giocando a dadi. Agli occhi di questi uomini hai perso l’unico brandello di dignità che ti era rimasto, l’unico oggetto che possedevi in questo tuo cammino di sofferenza. All’inizio dei tempi, tuo Padre aveva cucito degli abiti per gli uomini, per rivestirli di dignità; ora, degli uomini te li strappano di dosso. Ti vedo, Gesù, e vedo un giovane migrante, corpo distrutto che arriva in una terra troppo spesso crudele, pronta a togliergli la veste, unico suo bene, e a venderla; a lasciarlo così con la sua sola croce, come la tua, con la sua sola pelle martoriata, come la tua, con i suoi soli occhi grandi di dolore, come i tuoi.

Ma c’è qualcosa che gli uomini spesso dimenticano riguardo alla dignità: essa si trova sotto la tua pelle, è parte di te e sarà sempre con te, e ancor di più in questo momento, in questa nudità.

La stessa nudità con cui veniamo alla luce è quella con cui la terra ci accoglie alla sera della vita. Da una madre all’altra. E ora qui, su questa collina, c’è anche tua madre, che ti vede di nuovo nudo.

Ti vedo e comprendo la grandezza e lo splendore della tua dignità, della dignità di ogni uomo, che nessuno potrà mai cancellare.

XI stazione – Gesù è inchiodato alla croce
(Greta Sandri)

Ti vedo, Gesù, spogliato di tutto. Hanno voluto punire te, innocente, inchiodandoti al legno della croce. Che cosa avrei fatto io al posto loro, avrei avuto il coraggio di riconoscere la tua, la mia verità? Tu hai avuto la forza di sopportare il peso di una croce, di non essere creduto, di essere condannato per le tue parole scomode. Oggi non riusciamo a digerire una critica, come se ogni parola fosse pronunciata per ferirci.

Tu non ti sei fermato neanche di fronte alla morte, hai creduto profondamente nella tua missione e ti sei fidato di tuo Padre. Oggi, nel mondo di Internet, siamo così condizionati da tutto ciò che circola in rete che a volte dubito anche delle mie parole. Ma le tue parole sono diverse, sono forti nella tua debolezza. Tu ci hai perdonato, non hai portato rancore, hai insegnato a porgere l’altra guancia e sei andato oltre, fino al sacrificio totale della tua persona.

Mi guardo intorno e vedo occhi fissi sullo schermo del telefono, impegnati sui social network ad inchiodare ogni errore degli altri senza possibilità di perdono. Uomini che, in preda all’ira, urlano di odiarsi per i motivi più futili.

Guardo le tue ferite e sono consapevole, ora, che io non avrei avuto la tua forza. Ma sono seduta qui ai tuoi piedi, e mi spoglio anch’io di ogni esitazione, mi alzo da terra per poter essere più vicina a te, anche solo di qualche centimetro.

XII stazione – Gesù muore in croce
(Dante Monda)

Ti vedo, Gesù, e questa volta non ti vorrei vedere. Stai morendo. Eri bello da guardare quando parlavi alle folle, ma ora tutto è finito. E io non voglio vedere la fine; troppe volte ho girato lo sguardo dall’altra parte, mi sono quasi abituato a fuggire il dolore e la morte, mi sono anestetizzato.

Il tuo grido sulla croce è forte, straziante: non eravamo pronti a tanto tormento, non lo siamo, non lo saremo mai. Fuggiamo d’istinto, in preda al panico, di fronte alla morte e alla sofferenza, le rifiutiamo, preferiamo guardare altrove o chiudere gli occhi. Invece tu resti lì in croce, ci aspetti a braccia aperte, aprendoci gli occhi.

È un mistero grande, Gesù: ci ami morendo, essendo abbandonato, donando il tuo spirito, compiendo la volontà del Padre, ritirandoti. Tu resti in croce, e basta. Non provi a spiegare il mistero della morte, del consumarsi di tutte le cose, fai di più: lo attraversi con tutto il tuo corpo e il tuo spirito. Un mistero grande, che continua ad interrogarci e ad inquietarci; ci sfida, ci invita ad aprire gli occhi, a saper vedere il tuo amore anche nella morte, anzi a partire proprio dalla morte. È lì che ci hai amati: nella nostra più vera condizione, ineliminabile e inevitabile. È lì che cogliamo, seppure ancora in modo imperfetto, la tua presenza viva, autentica. Di questo, sempre, avremo sete: della tua vicinanza, del tuo essere Dio con noi.

XIII stazione – Gesù è deposto dalla croce
(Flavia De Angelis)

Ti vedo, Gesù, ancora lì, sulla croce. Un uomo in carne ed ossa, con le sue fragilità, con le sue paure. Quanto hai sofferto! E’ una scena insostenibile, forse proprio perché è intrisa di umanità: è questa la parola chiave, la cifra del tuo cammino, costellato di sofferenza e di fatica. Proprio quell’umanità che spesso dimentichiamo di riconoscere in te e di ricercare in noi stessi e negli altri, troppo presi da una vita che spinge sull’acceleratore, ciechi e sordi di fronte alle difficoltà e al dolore altrui.

Ti vedo, Gesù: ora non sei più lì, sulla croce; sei tornato da dove sei venuto, adagiato sul grembo della terra, sul grembo di tua madre. Ora la sofferenza è passata, svanita. Questa è l’ora della pietà. Nel tuo corpo senza vita riecheggia la forza con cui hai affrontato la sofferenza; il senso che sei riuscito a darle si riflette negli occhi di chi è ancora lì e ti è rimasto accanto e sempre rimarrà al tuo fianco nell’amore, donato e ricevuto. Si apre per te, per noi, una nuova vita, quella celeste, all’insegna di ciò che resiste e non viene spezzato dalla morte: l’amore. Tu sei qui, con noi, in ogni istante, in ogni passo, in ogni incertezza, in ogni ombra. Mentre l’ombra del sepolcro si allunga sul tuo corpo disteso tra le braccia di tua madre, io ti vedo e ho paura ma non dispero, ho fiducia che la luce, la tua luce, tornerà a risplendere.

XIV stazione – Gesù è collocato nel sepolcro
(Marta Croppo)

Non ti vedo più, Gesù, ora è buio. Cadono ombre lunghe dalle colline, e le lanterne dello Shabbat brulicano in Gerusalemme, fuori dalle case e nelle stanze. Battono contro le porte del cielo, chiuso e inespugnabile: per chi è tanta solitudine? Chi in una notte tale può dormire? Risuona la città dei pianti dei bambini, dei canti delle madri, delle ronde dei soldati: muore questo giorno, e solo tu ti sei addormentato. Dormi? E su quale giaciglio? Quale coperta ti nasconde al mondo?

Da lontano Giuseppe di Arimatea ha seguito i tuoi passi, e ora in punta di piedi ti accompagna nel sonno, ti sottrae agli sguardi degli indignati e dei malvagi. Un lenzuolo avvolge il tuo freddo, asciuga il sangue e il sudore e il pianto. Dalla croce precipiti, ma con leggerezza. Giuseppe ti issa sulle spalle, ma lieve tu sei: non porti il peso della morte, non dell’odio, né del rancore. Dormi come quando nella paglia tiepida eri avvolto e un altro Giuseppe ti teneva in braccio. Come allora non c’era posto per te, non hai adesso dove posare il capo: ma sul Calvario, sulla dura cervice del mondo, lì cresce un giardino dove ancora nessuno è stato mai sepolto.

Dove te ne sei andato, Gesù? Dove sei sceso, se non nel profondo? Dove, se non nel luogo ancora inviolato, nella cella più angusta? Nei nostri stessi lacci sei preso, nella nostra stessa tristezza sei imprigionato: come noi hai camminato sulla terra, e ora al di sotto della terra come noi ti fai spazio.

Vorrei correre lontano, ma dentro di me tu sei; non devo uscire a cercarti, perché alla mia porta tu bussi.

Avvenire

La Via Crucis delle famiglie

La Via Crucis è meditazione e preghiera sulla Passione di Gesù ma anche cammino di conversione. Per questo vogliamo viverla facendo dialogare la Sua salita al Calvario con alcune storie raccontate in questi giorni dalla cronaca con un’attenzione particolare alla realtà delle famiglie. Le meditazioni sono state scritte da Patrizia e Antonio Geminiani e da Maria Teresa e Francesco Pederiva

 

croce

Scultura in legno di cirmolo su base di abete, opera di Pierluigi Romagnoli (Trento)

 

I STAZIONE

GESU’ LAVA I PIEDI AI DISCEPOLI

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica (Gv 1-5;12-17).

 

Non arrivano sulle pagine dei giornali, nessuno li posta sui social, eppure rappresentano la vita quotidiana che attraversa la stragrande maggioranza delle famiglie: sono i gesti feriali che manifestano l’amore tra le pareti domestiche. Piccole gocce di gratuità in un mare più ampio che racconta l’attenzione e la cura nei confronti dell’altro, soprattutto se debole, come i più piccoli o i più anziani o ammalati. E sono quelle faccende domestiche condivise tra mamma e papà, spesso in orari impossibili al rientro dal lavoro, o la complicità di fratelli che diventa la prima scuola di socialità, o l’ascolto dei nonni portatori di una memoria che non può andare dispersa o la dedizione nei confronti di un familiare colpito da una malattia …

Signore, ti rendiamo grazie per i tuoi doni. Sappiamo bene che “ogni” famiglia è portatrice di una storia di salvezza, una storia che tu hai voluto “sacra” all’interno della quale ciascuno possa crescere ad ogni età. Aiutaci a ricordarlo sempre e non permettere che i tempi del lavoro extradomestico o le fragilità umane possano mettere in crisi la nostra chiamata al servizio all’interno di una famiglia.

Padre Nostro …

 

II STAZIONE

GESU’ VIENE ARRESTATO

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta”. Appena giunto, gli si avvicinò e disse: “Rabbì” e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: “Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!”.
Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono (Marco 14,43-50).

 

 

Due anni di carcere per aver scoperto il capo per le strade di Teheran: è la condanna che ha ricevuto la donna iraniana, l’immagine della quale ha fatto il giro del mondo, trattenuta dalla polizia nelle scorse settimane mentre protestava contro il velo obbligatorio. Nargess Husseini, 32 anni, arrestata durante l’ondata di proteste pacifiche che ha portato alla reclusione di 29 donne, secondo il procuratore Abbas Jafari Dolatabadi, stava tentando di “incoraggiare la corruzione attraverso la rimozione dell’hijab (velo islamico) in pubblico”. Secondo il leader supremo Khameini l’abbigliamento femminile promosso dall’islam impedirebbe alle donne di intraprendere “uno stile di vita deviato”.

Signore, quante persone innocenti vedono aprirsi nel mondo le porte del carcere solo per aver difeso diritti che altrove sembrano scontati. Quante donne, quante madri vengono strappate dalla propria famiglia e dai loro figli.
Aiutaci a denunciare e condividere le notizie che arrivano anche da lontano per far sì che si costruisca un mondo più giusto: rendici una società responsabile.

Padre Nostro…

 

 

III STAZIONE

GESU’ E’ CONDANNATO A MORTE

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!”. E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt 27,24-25).

 

La Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo) ci ha ricordato che nel mondo la scarsità d’acqua colpisce più di 2 miliardi di persone: quasi un quarto degli abitanti non riesce ad accedere alla risorsa vitale per eccellenza. Paesi come Egitto, Giordania e Tunisia non hanno registrato precipitazioni negli ultimi 12 mesi, ma sono tante le zone della terra a rischio siccità.

Le previsioni indicano altresì che la maggior parte degli ecosistemi di acqua dolce sarà gravemente compromessa in base alle attuali proiezioni climatiche per la metà del secolo. E inoltre la grave situazioni dell’inquinamento oceanico e la diminuzione dell’ossigeno disponibile mette a rischio l’alimentazione di tutte quelle popolazioni che traggono sostentamento dalla pesca.

 

Signore, ci hai fatto dono di un pianeta dove tutti i tuoi figli potessero vivere e sviluppare le loro potenzialità, ma noi abbiamo tradito il tuo disegno. Aiutaci a convertirci, a modificare i nostri stili di vita che ignorano le necessità dei più poveri e rischiano di condannare a morte i nostri fratelli.

 

Padre Nostro…

 

 

IV STAZIONE

GESU’ E’ CARICATO DELLA CROCE

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa”. Gli risposero i Giudei: “Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio”.
Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. Ma quelli gridarono: “Via! Via! Crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i capi dei sacerdoti: “Non abbiamo altro re che Cesare”. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso (Gv 19,6-7; 14-16).

 

 

Un uomo di 77 anni ha ucciso con un colpo di pistola la madre di 101 anni, poi si è tolto la vita. L’omicida ha lasciato una lettera di scuse dove fa riferimento a un tumore al pancreas, quasi certamente all’origine della decisione di morire senza lasciare sola la anziana madre. Una coppia di anziani – 90 e 88 anni – è stata trovata cadavere. La donna soffriva da tempo di Alzheimer e proprio questo dramma della disperazione è quasi certamente la causa del gesto dell’uomo.

E intanto Laura e Immacolata (20 e 31 anni, madri di figli piccoli) sono solo le ultime vittime di una serie di femminicidi che non conosce ancora fine.

Signore, quanti drammi della solitudine di chi, colpito da una malattia in famiglia, non ce la fa più, quante lacrime versate tra le pareti domestiche nell’affanno di alleviare il dolore dei propri cari, quanta tristezza di fronte all’inesorabile verdetto, quanto rancore si fa strada nel cuore di alcune giovani coppie quando l’amore sembra ormai finito e paralizza ogni azione … Rendici fratelli che si fanno prossimo di quanti attraversano momenti di difficoltà per allontanare il rischio di non intervenire al momento opportuno.

Padre Nostro…

 

V STAZIONE

GESU’ E’ AIUTATO DA UN UOMO DI CIRENE

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo (Mc 15,16-21).

 

L’hanno cercato per ore i suoi amici, i volontari dell’Aiüt Alpinisć Alta Badia e dei Vigili del Fuoco alla luce delle torce sugli elmetti che rischiaravano le pendici del Piz Boé sferzato dal vento: poco dopo mezzanotte il corpo di Andreas, 21 anni, uscito nel pomeriggio per un’escursione sugli sci, è stato ritrovato sotto una slavina. Nell’«Ostaria» di famiglia a Corvara alcune persone si stringevano a papà Robert, mamma Heidi e nonna Nane. In un’abitazione vicina si recitava il rosario. Nella piccola chiesetta al cimitero nelle sere successive si è radunato in preghiera tutto il paese e così pure nella parrocchiale per le esequie dove c’era rappresentata l’intera valle.

Signore, non ci sono parole per il dolore dei genitori che piangono la morte di un figlio, ma l’affetto e la condivisione che nascono dalla fede sono in grado di far riconoscere tra le lacrime la tua mano e la tua promessa di Vita. Signore, rendici capaci di far nostro il dolore degli altri, di far percepire la nostra vicinanza, anche nel silenzio e nella preghiera.

Padre Nostro…

 

VI STAZIONE

GESU’ INCONTRA ALCUNE DONNE IN LACRIME

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. 31Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23,27-31).

 

Oltre un mese fa nella campagna italiana viene allo scoperto un crimine compiuto tra le pareti domestiche da due genitori, ma con la mamma prima attrice: la loro figlia di 9 anni era obbligata da tempo a prostituirsi per circa 25-30 euro. «Se penso a queste cose – aveva spiegato la bimba una volta allontanata dalla famiglia – sento tristezza». L’ennesimo dramma di una violenza domestica che non risparmia neppure i più piccoli.

Signore, cosa può passare nella mente dei genitori se il denaro conta più della protezione dei figli? Se le difficoltà economiche oscurano la saggezza, cancellano l’amore che li ha voluti al mondo? Aiuta tutti i padri e le mamme che fanno fatica, che non riescono ad occuparsi della propria famiglia con onestà e soprattutto fa’ sì che trovino il conforto di una comunità accogliente e premurosa.

Padre Nostro…

 

VII STAZIONE

GESU’ CADE SOTTO IL PESO DELLA CROCE

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).

 

 

Gli analisti della Banca d’Italia hanno rilevato un aumento del 3,5% del reddito medio equivalente delle famiglie nel 2016. Il ritorno della crescita però non beneficia tutti: è aumentata la disuguaglianza e sale, al 23%, anche la quota di persone a rischio povertà. Le maggiori difficoltà le incontrano le famiglie giovani, quelle che abitano nel Mezzogiorno, quelle a basso grado d’istruzione o straniere. Sull’altro versante il 30% delle famiglie più ricche detiene circa il 75% del patrimonio netto degli italiani, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro.

Signore, è duro non poter immaginare un futuro per sé o per i propri figli. La perdita di un lavoro, una separazione dal coniuge, un’attività che vacilla, il vizio del gioco … Il sole si oscura e la disperazione avanza. Apri i nostri occhi, aiuta noi che abbiamo ricevuto se non tutto, almeno molto, a superare i muri dell’indifferenza e rendici una comunità di fratelli.

Padre Nostro…

 

 

VIII STAZIONE

GESU’ MUORE IN CROCE

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito (Gv 19,28-30).

 

 

Secondo i dati dell’ultimo Rapporto Unicef ogni anno, nel mondo, un milione di neonati muore lo stesso giorno in cui nasce e 2,6 milioni non sopravvivono al primo mese di vita, circa 7000 neonati ogni giorno. Quanti hanno la fortuna di nascere in Giappone, Islanda e Singapore hanno la probabilità di sopravvivenza più alta, mentre i neonati in Pakistan, Repubblica Centrafricana e Afghanistan la più bassa.
A livello mondiale, nei paesi a basso reddito la media del tasso di mortalità neonatale è di 27 morti su 1000 nati. In quelli ad alto reddito, invece, è di 3 su 1000. Fra i 10 luoghi più pericolosi per nascere, 8 si trovano nell’Africa subsahariana, dove le donne in gravidanza hanno probabilità molto inferiori di ricevere assistenza al parto per via di povertà, conflitti e fragilità delle istituzioni.

 

Signore, è un’altra strage degli innocenti quella che si compie nel mondo lontano da noi e dalle nostre menti. I nostri figli hanno ricevuto tutte le cure e le attenzioni ancora prima di nascere, sappiamo che altrove non è così. Rendici responsabili della loro sorte, fa’ che possiamo sostenere l’attività dei missionari e degli operatori che dedicano la vita per aiutarli.

Padre Nostro…

 

IX STAZIONE

GESU’ RISORTO INCONTRA I DISCEPOLI

 

Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
Perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,19-22).

 

 

Una giovane nigeriana liberata dalla tratta e ora impegnata a salvare le sue coetanee, un giovane francese non battezzato alla ricerca di un senso della vita, un seminarista ucraino e una novizia cinese che si interrogano come prepararsi ad un servizio oggi sempre più difficile, un ragazzo giapponese di religione buddista consapevole dello strapotere del consumismo: sono alcuni dei 305 giovani partecipanti alla riunione in corso da lunedì in Vaticano per offrire il loro contributo al prossimo Sinodo dei vescovi che si terrà in ottobre.

Signore, si può sigillare un sepolcro, ma non impedire che rifiorisca la Vita. Con la tua Risurrezione hai mutato i nostri lamenti in danza indicandoci “la” strada.

Il cuore può giungere fino al dono di sé agli altri. I gesti di bene compiuti dai nostri figli e dai loro coetanei più spesso non fanno notizia, ma sono testimonianze preziose per tutti.

Apri i nostri occhi per vedere quanti germogli di Vita fai dischiudere attorno a noi, e aiutaci a “credere” al tuo Amore. Ti riaffidiamo i figli che un giorno hai affidato a noi, sostienili Tu quando avranno pronte le loro ali per volare da soli.

Padre Nostro…

 

 

Gesù è sceso sulla terra tormentata dalla sete.

Con la sua croce, piantata sul Calvario

Come una trivella, ha scavato un pozzo

Di acqua freschissima.

Una volta risorto, ha consegnato

Questo pozzo agli uomini dicendo:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace”.

Ora tocca a noi attingere l’acqua della pace

Per dissetare la terra.

A noi il compito di farla venire in superficie,

di canalizzarla, di proteggerla dagli inquinamenti,

di farla giungere a tutti.

(Tonino Bello)

in vinonuovo.it

Nei testi della Via Crucis al Colosseo l’interiorità dei giovani d’oggi

La Via Crucis al Colosseo

“Ti vedo Gesù” … coronato di spine, schiacciato sotto il peso della croce, mentre cadi per la terza volta, spogliato di tutto. È il loro incontro personale con Cristo che i giovani liceali e universitari autori delle meditazioni della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, coordinati dal prof. Andrea Monda, raccontano nelle 14 stazioni. Come testimoni oculari, in quella Gerusalemme di oltre duemila anni fa, Valerio, Maria, Margherita, Agnese, Chiara, Francesco, Greta e gli altri descrivono nei particolari i passi di Gesù verso il Calvario, ciascuno accanto a Lui nei diversi momenti della Passione. E lo fanno con la schiettezza della loro età, in un colloquio a tu per tu con Cristo e guardando, poi, la propria interiorità, interrogandosi come parte di quell’umanità che Gesù lo ha condannato, deriso, umiliato, rifiutato.

Le 14 stazioni proiettate nei giorni nostri

I ragazzi del prof. Monda hanno pensato alle stazioni come esperienze vissute da proiettare nell’oggi. E così, Gesù che accetta la croce è colui dal quale bisogna imparare a portare a termine ogni singola cosa. “Quante volte mi sono ribellata e arrabbiata contro gli incarichi che ho ricevuto, che ho avvertito come pesanti o ingiusti. Tu non fai così – scrivono Maria Tagliaferri e Agnese Brunetti, le due autrici della seconda stazione rivolgendosi a Cristo – sei docile, e prendi sul serio quello che la vita ti offre”. Mentre Gesù che cade per la prima volta, nella terza stazione, se da una parte fa riflettere sull’umiliazione subita da Cristo, dall’altra aiuta a comprendere che è sempre possibile rialzarsi, pur se la fede vacilla o se le proprie idee crollano, “i fallimenti e le cadute non devono mai arrestare il nostro cammino”, “abbiamo sempre una scelta: arrenderci o rialzarci” con Cristo. L’episodio di Simone di Cirene è invece l’esempio di un “incontro inaspettato” dove si nasconde “l’opportunità di amare, di riconoscere il meglio nel prossimo, anche quando ci sembra diverso”.

Nelle meditazioni l’interiorità dei giovani autori

Offrono una lettura intimistica le meditazioni di quest’anno, e mostrano la capacità dei giovani d’oggi di guardarsi dentro, di mettersi in discussione, di interrogarsi sull’esempio di Gesù, tanto che nella preghiera della settima stazione si legge: “Fa’ che noi giovani possiamo portare a tutti il tuo messaggio di umiltà e che le generazioni future aprano gli occhi verso di te e sappiano comprendere il tuo amore”.

“Tu parli sempre con umiltà e arrivi dritto al cuore”

E hanno voglia di ascoltare le nuove generazioni, e le parole di Gesù alle donne di Gerusalemme vengono colte nel loro significato più profondo. Il commento all’ottava stazione le definisce “parole concrete e dirette” che “a primo impatto possono apparire dure e severe perché schiette” mentre oggi “siamo abituati ad un mondo fatto di giri di parole, una fredda ipocrisia vela e filtra ciò che vogliamo realmente dire; gli ammonimenti si evitano sempre di più, si preferisce lasciare l’altro al proprio destino, non curandosi di sollecitarlo per il suo bene”. Mentre Gesù parla “alle donne come un padre, anche rimproverandole”; le sue parole “sono parole di verità e arrivano immediate con il solo scopo della correzione, non del giudizio.

Come Cristo oggi soffrono i migranti

Nei patimenti di Cristo, i giovani scelti dal prof. Monda intravedono anche le sofferenze dell’uomo contemporaneo, e Gesù spogliato delle vesti è come “un giovane migrante, corpo distrutto che arriva in una terra troppo spesso crudele, pronta a togliergli la veste, unico suo bene, e a venderla; a lasciarlo così con la sua sola croce, come la tua, con la sua sola pelle martoriata, come la tua, con i suoi soli occhi grandi di dolore, come i tuoi. Ma c’è qualcosa che gli uomini spesso dimenticano riguardo alla dignità – aggiunge Greta Giglio, autrice della decima stazione – essa si trova sotto la tua pelle, è parte di te e sarà sempre con te, e ancor di più in questo momento, in questa nudità”. E toccante è la riflessione finale sull’episodio evangelico di Cristo privato della sua tunica: “Ti vedo e comprendo la grandezza e lo splendore della tua dignità, della dignità di ogni uomo, che nessuno potrà mai cancellare”.

Gesù nell’era di internet

Nelle meditazioni di questa Via Crucis c’è anche la vita quotidiana dei giovani, ogni cosa che Gesù ha fatto è un insegnamento per i tempi moderni. Cristo ha avuto “la forza di sopportare il peso di una croce, di non essere creduto, di essere condannato” per le sue “parole scomode … Oggi non riusciamo a digerire una critica, come se ogni parola fosse pronunciata per ferirci” osserva Greta Sandri, che ha commentato l’undicesima stazione. Gesù inchiodato alla croce non si è fermato “neanche di fronte alla morte”, ha creduto profondamente nella sua missione e si è fidato del Padre. “Oggi, nel mondo di Internet, siamo così condizionati da tutto ciò che circola in rete che a volte dubito anche delle mie parole – confessa l’autrice della meditazione –. Ma le tue parole sono diverse, sono forti nella tua debolezza. Tu ci hai perdonato, non hai portato rancore … Mi guardo intorno e vedo occhi fissi sullo schermo del telefono, impegnati sui social network ad inchiodare ogni errore degli altri senza possibilità di perdono. Uomini che, in preda all’ira, urlano di odiarsi per i motivi più futili”. Quale rimedio allora a tutto questo? L’accostarsi a Cristo spogliandosi di tutto.

Dio nelle profondità di ogni uomo

E poi la morte. Gesù che muore suscita smarrimento, perché d’istinto fuggiamo “di fronte alla morte e alla sofferenza, le rifiutiamo, preferiamo guardare altrove o chiudere gli occhi”. “Invece tu resti lì in croce – commenta Dante Monda, autore della dodicesima stazione, rivolto a Cristo – ci aspetti a braccia aperte, aprendoci gli occhi. È un mistero grande, Gesù: ci ami morendo, essendo abbandonato, donando il tuo spirito, compiendo la volontà del Padre, ritirandoti. Tu resti in croce, e basta – prosegue la meditazione –. Non provi a spiegare il mistero della morte, del consumarsi di tutte le cose, fai di più: lo attraversi con tutto il tuo corpo e il tuo spirito”.

“Dentro di me tu sei, non devo uscire a cercarti”

E se pure il mistero della morte “continua ad interrogarci e ad inquietarci”, “ci sfida, ci invita ad aprire gli occhi, a saper vedere” l’amore di Dio “anche nella morte”. Infine davanti al sepolcro l’inevitabile domanda: “Dove te ne sei andato, Gesù?”. Non proprio negli inferi, ma nell’interiorità di ogni uomo, “nei nostri lacci sei preso, nella nostra stessa tristezza sei imprigionato”. Si, perché Gesù avvicina ogni uomo, ma viene soffocato da ansie e paure, così vorremmo “correre lontano”. “Ma dentro di me tu sei – conclude la quattordicesima stazione Marta Croppo, proprio come la pensava Sant’Agostino – non devo uscire a cercarti, perché alla mia porta tu bussi”.

Via Crucis al Colosseo, le meditazioni scritte da 15 giovani

La Via Crucis al Colosseo

Le 14 stazioni della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo meditate da un gruppo di giovani coordinati dal prof. Andrea Monda. Nei testi le loro riflessioni sul senso della giustizia, sullo scandalo della croce e la ricerca di punti di riferimento, di dialogo e confronto

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Papa Francesco vuole ascoltare i giovani, e a loro ha deciso di affidare le meditazioni della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo. Al prof. Andrea Monda, docente di religione, giornalista e scrittore, l’incarico di scegliere un gruppo di ragazzi e di raccogliere le loro riflessioni. Lo ha annunciato oggi il direttore della Sala Stampa vaticana, Greg Burke. Nell’anno in cui la Chiesa dedica spazio ai giovani nel Sinodo del prossimo ottobre, il Pontefice ha voluto che la Passione di Cristo fosse meditata dalle nuove generazioni.

Liceali e universitari gli autori delle meditazioni

A descrivere le 14 stazioni quindici giovani penne; due ragazze hanno scelto di meditare insieme la seconda, “Gesù è caricato della Croce”. Cinque anni fa, Benedetto XVI aveva chiesto che a dar voce alle meditazioni della Via Crucis fossero dei giovani libanesi, che, sotto la guida del patriarca di Antiochia dei maroniti, il card. Béchara Boutros Raï, hanno manifestato le ansie e le attese dei popoli del Medio Oriente. Il prof. Monda, ha radunato a casa sua, come in un piccolo cenacolo, liceali e universitari, “a prescindere dal loro percorso individuale di fede”, per condividere la lettura delle pagine dei Vangeli che richiamano alla Via Crucis. Poi ognuno ha espresso “ciò che scaturiva dal proprio cuore”. “C’è chi si è sentito più toccato dal brano della Veronica, chi dal Cireneo, e così l’assegnazione delle stazioni è stata semplice” racconta il prof. Monda.

Cristo spogliato di tutto come i migranti

I giovani sono stati sé stessi nel meditare la Via Crucis. “Ho chiesto loro di essere quello che sono, di non pensare di dover scrivere testi teologici, di non lasciarsi condizionare dal fatto che sarebbero stati letti in mondovisione, davanti al Papa” prosegue il prof. Monda che ha suggerito ai ragazzi di immaginarsi invece a Gerusalemme, in quel venerdì di oltre duemila anni fa. E nelle 14 meditazioni e orazioni sono emerse diverse sfumature e sensibilità: c’è chi ha evidenziato “il senso dell’ingiustizia nella condanna di Gesù, lo scandalo e l’incomprensibilità di questo mistero”; chi “il paradosso della Croce, che solo in una dimensione di fede si intuisce come strumento di salvezza, non un assurdo che schiaccia il senso della giustizia e dell’umanità”. E ci sono anche singolari spunti su cui riflettere: c’è chi ha letto il rialzarsi di Gesù dalle diverse cadute come un preannuncio della Risurrezione, il risollevarsi sempre come un segno della forza di Cristo che non lascia l’ultima parola alla morte; in Gesù spogliato delle vesti è stata identificata invece la realtà dei migranti, oggi “i poveri cristi che vengono spogliati di tutto, ma che non perdono la dignità”, poiché a nessun uomo può essere tolta la dignità”; e infine nel mistero della morte di Gesù sulla Croce la constatazione che la morte è “qualcosa che non vogliamo vedere, che rimuoviamo”.

I giovani: vogliamo essere accompagnati nel cammino della vita

Il messaggio che emerge nelle meditazioni dei giovani scelti dal prof. Monda è il desiderio di essere accompagnati nel cammino della vita, non giudicati, non compatiti. “Accompagnati dal quel Cristo incontrato nella Via Crucis; che inciampa e soffre, e che, abbandonato, lasciato solo, può ben comprendere la vita dell’adolescente e del giovane che si trova ad affrontare il mondo spesso senza punti di riferimento”. Nelle pagine della Via Crucis di quest’anno c’è tutto quello che i giovani d’oggi cercano: dialogo, ascolto e confronto.

vaticannews