Messa in mare: parroco indagato da Procura di Crotone. Sacerdote chiede scusa, non volevo banalizzare l’Eucarestia

Don Mattia Bernasconi, il prete della parrocchia San Luigi Gonzaga di Milano che ha celebrato messa in mare a Crotone a conclusione di un campo di volontariato di Libera, risulta iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Crotone che ha aperto un fascicolo sulla celebrazione avvenuta domenica in località Alfieri su un materassino gonfiabile.

Il parroco è indagato per offesa a confessione religiosa.

L’iniziativa del procuratore Giuseppe Capoccia nascerebbe, secondo quando appreso in ambienti giudiziari, dall’esame di articoli e foto apparsi soprattutto sui social che avrebbero arrecato offesa alla religione cattolica.
Intanto, il sacerdote ha chiesto scusa. “Vi scrivo poche ma sentite righe per chiedere scusa per la celebrazione di domenica 24 mattina nelle acque del mare di Capo Colonna”. Lo scrive in una lettera pubblicata sul sito della parrocchia di San Luigi di Gonzaga di Milano, don Mattia Bernasconi, vicario della pastorale per i giovani. “Non era assolutamente mia intenzione banalizzare l’Eucarestia né utilizzarla per altri messaggi di qualunque tipo”, aggiunge don Bernasconi. (ANSA). 

Monsignor Carlino da imputato in Vaticano a parroco della Basilica a Lecce

Vaticano monsignor Carlino da imputato a parroco a Lecce

Agi

Monsignor Mauro Carlino, imputato nel processo in corso davanti al Tribunale della Santa Sede per la vicenda dell’acquisto da parte del Vaticano di un lussuoso palazzo londinese su Sloane Avenue, diventa parroco della chiesa simbolo di Lecce, la basilica di Santa Croce.

Carlino, 46 anni, leccese di nascita, all’epoca dei fatti funzionario del Vaticano, fu sospeso dall’incarico da papa Francesco dopo il suo coinvolgimento nell’affare finanziario-immobiliare che avrebbe prodotto perdite per 217 milioni di euro in danno della Santa Sede.

Tornato nella sua città d’origine, monsignor Carlino fu nominato dall’arcivescovo Michele Seccia suo segretario personale. Ieri è arrivata anche l’ufficializzazione della sua nomina a parroco della basilica di Santa Croce, icona del Barocco leccese, vanto della curia locale e dell’intero Salento.

A dare l’annuncio è stato lo stesso arcivescovo Seccia nel corso della Giornata sacerdotale di fine anno pastorale, davanti al clero diocesano riunito a Roca, una località nelle vicinanze del capoluogo salentino. Il nome di monsignor Mauro Carlino figura nell’elenco dei parroci di nuova nomina diffuso nella stessa occasione.

È noto che negli ambienti ecclesiastici leccesi Carlino goda di grande stima, così come è assai diffusa l’idea che nel processo possa emergere la sua assoluta innocenza. La vicenda giudiziaria che vede coinvolto Carlino riguarda fatti avvenuti quando il sacerdote leccese era segretario dei sostituti per gli Affari generali, il cardinale Angelo Becciu (tra i principali imputati) e monsignor Edgar Peña Pena Parra.

Sotto la lente dei giudici è finita la gestione dei fondi della Segreteria di Stato, con particolare riferimento all’operazione finanziaria finalizzata all’acquisto del palazzo di Londra.

Monsignor Carlino, dopo avere avvertito la vocazione al sacerdozio, ha studiato al Seminario Romano e alla Pontificia Università Lateranense, per poi conseguire il dottorato in Storia della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana.

È stato ordinato presbitero il 28 marzo 2001 ed ha fatto ritorno nella diocesi di Lecce fino alla chiamata all’Accademia Pontificia di piazza della Minerva, a Roma, dove si è specializzato in Diritto canonico e si è preparato alla carriera diplomatica. Fu anche segretario personale dell’arcivescovo di Lecce, Cosmo Francesco Ruppi.

La sua prima destinazione è stata alla segreteria della nunziatura apostolica in Nicaragua, cui è seguito l’incarico nella segreteria di Stato, in Vaticano. Appassionato di calcio, monsignor Carlino è un grande tifoso del Lecce, di cui segue tutte le partite.

La vera storia del Crocifisso di don Camillo

Settant’anni fa usciva il primo film della saga ispirata ai racconti di Giovannino Guareschi diretta dal regista francese Duvivier. Quello utilizzato sul set stava a Cinecittà, ora si trova a Brescello ed è una copia del Cristo custodito nella chiesa di Busseto: «I fedeli vengono qui e si confidano con lui, proprio come nel film», racconta il parroco don Luigi Guglielmoni

in Famiglia Cristiana

Della saga di don Camillo e Peppone si sa molto. Del “Crocifisso parlante” con il quale dialoga il pretone burbero e generoso inventato da Giovannino Guareschi in Mondo piccolo assai meno. Il 15 marzo 1952, settant’anni fa, usciva il primo film della saga che portò al cinema la bellezza di oltre 13 milioni di spettatori, risultando una delle pellicole più viste di tutti i tempi. Un successo che ben presto varcò i confini italiani sbarcando in Francia, Germania, Svezia, Stati Uniti, Inghilterra (dove la voce narrante era quella di Orson Welles) fino ad arrivare al Don Kamiro proiettato nel 1954 in Giappone.

E pensare che nessun regista italiano contattato dalla produzione accettò di girare Don Camillo: troppo controverso in termini politici, troppo rischioso in un periodo dove l’opposizione tra Pci e Democrazia Cristiana era all’apice della tensione. Dissero di no Mario Camerini, Vittorio De Sica, Luigi Zampa e Renato Castellani. Venne sondata anche Hollywood, dove la sceneggiatura fu molto apprezzata. Frank Capra si disse interessato ma era troppo impegnato in quel periodo. La scelta, alla fine, cadde sul francese Julien Duvivier che cambiò in parte la sceneggiatura, scatenando le ire di Guareschi che non era mai soddisfatto di come le sue indicazioni venivano realizzate nelle riprese.

Lo scrittore diceva che «il mio pretone e il mio grosso sindaco li ha creati la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto». Logico che il film dovesse essere girato nella Bassa parmense, bagnata dal Po e terra di grandi italiani, a cominciare da Giuseppe Verdi. Guareschi volle aprire il suo ristorante proprio accanto alla casa natale del Maestro, a Roncole di Busseto, per poter stare, diceva, “all’ombra di un grande”. Ora è sede dell’Archivio curato con grande dedizione dal figlio Alberto, custode tenero della memoria del padre che riposa nel piccolo cimitero di fronte insieme alla moglie Ennia (la Margherita dei suoi racconti) e la figlia Carlotta (la Pasionaria).

Dove girare dunque il film? Julien Duvivier non era convinto dei paesi indicati da Guareschi, come Fontanelle, Roccabianca (dove lo scrittore era nato nel 1908), Polesine, Busseto e decise di far perlustrare il circondario alla ricerca del paese giusto. «Ici, Ici voilà le pays», esclamò entusiasta il regista francese quando vide piazza Matteotti a Brescello, Reggio Emilia, dove è ancora possibile ammirare la campana Sputnik, il carro armato americano e la bicicletta di Don Camillo.

E il celebre Crocifisso che ora si trova nella chiesa ma arriva da Cinecittà come materiale di scena della saga e che qualche anno fa l’allora parroco di Brescello don Evandro Gherardi, ispirandosi proprio ai racconti di Guareschi, decise di portare in processione dal centro del paese fino alle rive del Po per chiedere a Dio la protezione dagli effetti devastanti delle piene del fiume e dalla siccità, un problema che quest’anno è diventato particolarmente drammatico. «Poi», racconta, «l’ho portato in processione, da solo, in una piazza vuota, nella Via Crucis del Venerdì Santo, durante il lockdown del 2020».

Duvivier nel suo peregrinare nella Bassa aveva visto il Crocifisso conservato nella Collegiata di San Bartolomeo a Busseto, la chiesa dove nel 1836 Verdi sposò la sua prima moglie, Margherita Barezzi, e se ne innamorò perché lo trovava perfetto per il film. Perché il Cristo ha la testa lievemente girata sul lato destro, come se stesse interloquendo con don Camillo e volesse voltare la testa quando il prete gli dice qualcosa su cui non è d’accordo, e un corpo longilineo e dalle lunghe braccia sottili, quasi per abbracciare tutti. Oggi svetta nella prima cappella a sinistra risalente al 1642 e restaurata nel 1846. Per questo sul sagrato della chiesa di Busseto ci sono i cartonati di don Camillo, interpretato dal mitico Fernandel, e Peppone, Gino Cervi.

«Si tratta», spiega il parroco di Busseto, don Luigi Guglielmoni, «di un Crocifisso ligneo, di grandi dimensioni, degli inizi del 1400, ottimamente conservato. Forse in origine era il Crocifisso dell’altare maggiore della bella chiesa iniziata nel 1339 per volere del marchese Uberto Pallavicino, poi ampliata e riconosciuta “Collegiata” con Bolla papale del 9 luglio 1436». Davanti all’icona c’è un cartello che spiega cos’ha a che fare con i film su don Camillo e Peppone.

«Il Crocifisso resta lì, in alto e silenzioso, invitando a sostare un momento e ad alzare lo sguardo oltre l’immediato», riflette don Luigi, «Guareschi è stato geniale nel far dialogare il Crocifisso con don Camillo. Ma quel Cristo in croce continua a “parlare” a quanti ogni giorno vengono ad accendere un cero, a consegnargli la propria croce e a cercare speranza».

Per girare il film, Vivier fece scolpire un Crocifisso sul modello di quello di Busseto in legno di cirmolo, un legno leggero perché Fernandel faceva fatica a portare pesi, con le teste di legno intercambiabili a seconda che nel film Gesù dovesse ridere, piangere o arrabbiarsi nei dialoghi con il prete. Finito il film, se ne erano perse le tracce. Poi è stato ritrovato in un magazzino di Cinecittà. I cittadini di Brescello hanno voluto riportarlo nella loro città, dove è stato restaurato e pulito e da cinquant’anni si trova nella chiesa parrocchiale, dove molti vanno a pregare e accendere un cero.

Busseto ha ispirato, Brescello ha conservato. Da oggetto di scena a oggetto di culto e di devozione popolare. Una storia che sarebbe piaciuta a Guareschi al quale San Giovanni XXIII, lettore avidissimo dello scrittore, voleva affidargli di scrivere un commento al Catechismo. Giovannino conobbe di sguincio l’idea papale. E se ne stupì.

San Luca Santo del giorno 18 Ottobre. Onomastico di don Luca Grassi e 2° Anniversario ingresso in Parrocchia di don Luca e don Gionatan

L’ingresso dei nuovi sacerdoti nella parrocchia

San Luca
L’Evangelista S. Luca nacque in Antiochia di Siria, dà genitori pagani. Imparò la scienza medica e, allo scopo di perfezionare le sue cognizioni, intraprese diversi viaggi nella Grecia e nell’Egitto. Si portò poi a Troade per esercitarvi la sua professione: ma qui il Signore l’attendeva per un’altra missione più grande. Essendo passato di là l’apostolo Paolo a predicare il S. Vangelo, Luca, conquistato dalla verità, volle seguirlo nel sacro ministero e gli fu compagno fedelissimo fino alla morte.

Verso il 60, mentre S. Paolo si trovava prigioniero a Cesarea, Luca scrisse, per divina ispirazione, il terzo Vangelo in lingua greca, che si distingue per la sua chiarezza ed eleganza.

Questo Vangelo è dedicato a Teofilo, che era un famoso cristiano di Antiochia, ma nello stesso tempo è indirizzato a tutti i Cristiani e a tutti quelli che vogliono salvarsi, siano essi ebrei o pagani: il regno di Dio è aperto a tutti. Egli voleva dimostrare la bontà e la misericordia di Dio, e perciò racconta gli episodi e le parabole più commoventi.

Eloquentissime sono le parabole del buon samaritano, della pecorella smarrita, del fariseo e del pubblicano, di Zaccheo e del figliuol prodigo, che ci manifestano l’infinita misericordia di un Dio morto per noi sulla croce e che perdona agli stessi suoi crocifissori: « Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno ».

Il santo evangelista si diede anche alla predicazione ed evangelizzò la Macedonia, la Dalmazia, l’Italia e la Gallia. Durante la prigionia di S. Paolo in Roma scrisse gli « Atti degli Apostoli » in cui narra la storia dei primi anni della Chiesa e particolarmente i viaggi di S. Paolo. Ma la tradizione ci dice che S. Luca, oltre che medico, era pure pittore. Devotissimo della Madonna, è tra gli Evangelisti quello che ne parla più diffusamente. Non può non averla vista, non averle parlato: lo dimostrano anche le belle immagini della Vergine che ci furono tramandate sotto il suo nome.

Mori nella Bitinia, all’età di 84 anni. Le sue venerate spoglie vennero deposte nella città di Costantinopoli, assieme a quelle di S. Andrea, nella basilica dedicata ai dodici Apostoli. Giunsero poi a Padova, dove tuttora si trovano nella Basilica di Santa Giustina.

S. Paolo lo chiama « medico carissimo » e « fratello, la cui Mele è nel Vangelo ».

Il suo simbolo è un toro alato, perché il primo personaggio che introduce nel suo Vangelo è il padre di Giovanni Battista, Zaccaria, sacerdote del tempio e responsabile del sacrificio di tori.

PRATICA Il Vangelo sia la regola della nostra vita.

PREGHIERA. Deh! Signore, interceda per noi il tuo evangelista S. Luca, il quale ad onor del tuo nome portò continuamente nel suo corpo la mortificazione della croce.

MARTIROLOGIO ROMANO. Festa di san Luca, Evangelista, che, secondo la tradizione, nato ad Antiochia da famiglia pagana e medico di professione, si convertì alla fede in Cristo. Divenuto compagno carissimo di san Paolo Apostolo, sistemò con cura nel Vangelo tutte le opere e gli insegnamenti di Gesù, divenendo scriba della mansuetudine di Cristo, e narrò negli Atti degli Apostoli gli inizi della vita della Chiesa fino al primo soggiorno di Paolo a Roma.

santodelgiorno.it

A Lampedusa, tra arrivi ed emergenze. L’addio del parroco: «Il cuore resta qui»

Totò Martello, sindaco di Lampedusa e Linosa, scruta il cielo nuvoloso e mormora: «C’è brutto tempo». Le condizioni meteo avverse ostacolano i viaggi della speranza e della disperazione. Qui è sempre opportuno guardarlo, il cielo, per capire cosa accadrà. Ma gli sbarchi ci sono stati e ci saranno ancora nell’isola che raccoglie storie come pesci nella rete dell’umanità. Solo una settimana fa circa in cinquecento hanno poggiato il piede sulla terraferma: erano di origini subshariane, egiziane e marocchine. Nei giorni scorsi, il viavai dei barchini, con il loro carico di fragilità, è stato incessante.

«Attualmente, abbiamo più di quattrocento persone nell’hotspot e aspettiamo a breve la nave quarantena che svuoterà la struttura – dice il sindaco Martello –. Chi continua a dire che i migranti portano il contagio del Covid compie una speculazione politica. Speriamo che si possa procedere anche per vaccinarli, dovrebbe accadere presto. Si parla giustamente dell’Afghanistan e sono il primo a dire che bisogna sostenere, a tutti i livelli, l’impegno della comunità internazionale di fronte al dramma che si sta vivendo laggiù, ma è altrettanto giusto ricordare che ci sono altri territori e Paesi nei quali vengono quotidianamente negati i diritti umani e diritti fondamentali come quello alla salute, all’istruzione, al cibo. Noi non possiamo essere lasciati soli, ecco l’appello che non mi stancherò di ripetere».

Tanti giungono, qualcuno parte, come don Carmelo La Magra, 42 anni, il parroco che è diventato un simbolo e che si è congedato con un post su Facebook, annunciando l’arrivo di don Carmelo Rizzo. Lui andrà a Racalmuto. Ora, don La Magra racconta: «Potrei fare un resoconto infinito, ho passato a Lampedusa cinque anni, ma, per l’intensità, è come se fossero stati trenta. Cosa mi porto addosso? I volti delle persone che ho incontrato, i lineamenti delle donne, degli uomini, dei bambini. Porto con me la loro fatica, la sofferenza ineluttabile, le danze gioiose per essersi salvati. Non li dimenticherò mai». Tutto è viaggio che si snoda dentro e fuori: sulle strada e nel cuore. «Non scorderò mai la mia Lampedusa – dice don Carmelo –. Il mio impegno non è certo finito. Lascio una comunità provata dal Covid. La pandemia ha intaccato dinamiche di relazione che erano molto salde ed è un’ottima scusa per rinchiudere i migranti nell’hotspot. Un dispiacere forte? Le vittime del naufragio del trenta giugno scorso non sono state ancora recuperate. Mi ferisce la motivazione: costerebbe troppo. E se lì sotto ci fossi io o se ci fosse un italiano qualunque, cosa direbbero?». Nove corpi attendono, adagiati a circa novanta metri di profondità.

Qui, per forza di cose, la speranza è un’onda che oltrepassa la disperazione. Sulla pagina Facebook di don La Magra, da circa un mese, campeggiano i sorrisi di una madre e di sua figlia. La mamma approdata in cerca di salvezza, la bimba nata nel poliambulatorio perché il miracolo di una venuta al mondo ha dribblato perfino la fretta dell’elisoccorso nel lembo di terra in cui le mamme partoriscono altrove, per mancanza di un punto nascite. La didascalia di don Carmelo ha benedetto quell’amore con parole semplici e toccanti: «Ogni tanto la vita manda all’aria gli schemi degli uomini e ti fa nascere dove non si nasce. Benvenuta al mondo piccola Maria, lampedusana di nascita come non se ne vedevano da tempo».

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Dopo cinque anni («ma è come se fossero stati trenta»), don Carmelo La Magra lascia l’isola per Racalmuto.

«Il dispiacere più forte? Le vittime del naufragio del 30 giugno non recuperate per ragioni economiche»

Rimini, coppia di coniugi nominata alla guida di una parrocchia senza prete: è la prima volta. La scelta del vescovo per la crisi di vocazioni

Una coppia di coniugi per la prima volta alla guida di una parrocchia rimasta senza prete. Lo ha deciso il vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi, per sopperire alla mancanza di clero che ha colpito anche la sua diocesi. Dopo la partenza di don Angelo Rubaconti, attualmente in un periodo di riposo e riflessione, monsignor Lambiasi ha nominato il diacono Davide Carroli e la moglie Cinzia Bertuccioli quali referenti pastorali della parrocchia dei Santi Biagio ed Erasmo di Misano Monte e collaboratori di don Giuseppe Vaccarini e don Roberto Zangheri nell’animazione dell’unità pastorale che unisce le parrocchie di Misano Adriatico, Misano Monte, Scacciano e Villaggio Argentina.

Una decisione analoga è stata presa, nel 2018, nella diocesi di Papa Francesco, ovvero Roma, dal cardinale vicario Angelo De Donatis. Il porporato, infatti, ha affidato la parrocchia di San Stanislao, nella zona di Cinecittà, alla cura di un diacono sposato, Andrea Sartori. Quest’ultimo si è trasferito nella canonica con la moglie Laura e i loro quattro figli. Ma, a differenza di Rimini dove il vescovo ha dato l’incarico alla coppia di coniugi, a Roma il cardinale De Donatis ha nominato soltanto il marito diacono e non anche la moglie.

Il porporato ha spiegato la sua decisione, che ha destato non poche polemiche, affermando che “San Stanislao vive una speciale vocazione che è quella di diventare una diaconia: una comunità cristiana che, in sinergia con le parrocchie del territorio della prefettura, diventa uno spazio di accoglienza e di accompagnamento dei poveri e delle persone ferite e sole, in vista del loro sviluppo umano integrale. L’idea che c’è dietro è quella di recuperare una prassi antica della Chiesa, che prevedeva il sorgere di diaconie a fianco alle parrocchie, per il servizio dei poveri del territorio. A Roma ne è documentata l’esistenza fin dal VII secolo”.

Il problema della mancanza di clero è da tempo all’ordine del giorno nella Chiesa cattolica. Se ne è discusso in modo molto approfondito durante il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia che si è tenuto nel 2019 in Vaticano. Alla vigilia dell’assemblea, l’ipotesi più accreditata era quella di ordinare sacerdoti uomini sposati, i cosiddetti “viri probati”. “Una delle cose principali da ascoltare – afferma il documento preparatorio di quel Sinodo – è il gemito di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi”. Ciò si rende necessario soprattutto in quei Paesi dove il calo di vocazioni è talmente alto da non consentire ai pochi preti presenti sul territorio di raggiungere tutti i fedeli con una certa assiduità, almeno per garantire i sacramenti e la messa domenicale.

Il Sinodo, però, ha scelto a larga maggioranza un’altra strada: la possibilità per i diaconi permanenti, ovvero uomini sposati che hanno ricevuto il primo grado dell’ordine sacro, di essere ordinati sacerdoti. Da sottolineare che sia nella diocesi di Roma che in quella di Rimini sono stati nominati proprio due diaconi per guidare le rispettive parrocchie. “Considerando – si legge nel documento finale dell’assemblea sinodale – che la legittima diversità non nuoce alla comunione e all’unità della Chiesa, ma la manifesta e la serve, come testimonia la pluralità dei riti e delle discipline esistenti, proponiamo di stabilire criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente, nel quadro della Lumen gentium 26, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica. A questo proposito, alcuni si sono espressi a favore di un approccio universale all’argomento”.

Bergoglio, però, almeno per il momento, ha chiuso questa strada non mettendo in atto quanto proposto dal Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia. Una possibilità, quella di ordinare preti alcuni diaconi sposati, non ipotizzata solo per quella vasta regione del pianeta, ma anche per altre realtà, per esempio europee, dove la mancanza di clero è un problema serio. Da tempo l’episcopato tedesco si interroga sulla scarsità di vocazioni. Nel suo ultimo libro, La Chiesa brucia, Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, sottolinea che “la crisi del cristianesimo interpella i cattolici e la classe dirigente della Chiesa. Nella gestione immediata delle difficoltà, specie dovute alla mancanza di personale ecclesiastico, i vescovi prendono provvedimenti quali l’accorpamento delle parrocchie o la loro soppressione”.

Lo stesso Francesco, parlando alla Cei nel 2018, ha evidenziato questo problema: “La prima cosa che mi preoccupa è la crisi delle vocazioni. È la nostra paternità quella che è in gioco qui! Di questa preoccupazione, anzi, di questa emorragia di vocazioni, ho parlato spiegando che si tratta del frutto avvelenato della cultura del provvisorio, del relativismo e della dittatura del denaro, che allontanano i giovani dalla vita consacrata; accanto, certamente, alla tragica diminuzione delle nascite, questo ‘inverno demografico’; nonché agli scandali e alla testimonianza tiepida. Quanti seminari, chiese e monasteri e conventi saranno chiusi nei prossimi anni per la mancanza di vocazioni? Dio lo sa. È triste vedere questa terra, che è stata per lunghi secoli fertile e generosa nel donare missionari, suore, sacerdoti pieni di zelo apostolico, insieme al vecchio continente entrare in una sterilità vocazionale senza cercare rimedi efficaci. Io credo che li cerca, ma non riusciamo a trovarli!”.

Ai vescovi della Penisola, il Papa ha proposto “una più concreta e generosa condivisione fidei donum tra le diocesi italiane, che certamente arricchirebbe tutte le diocesi che donano e quelle che ricevono, rafforzando nei cuori del clero e dei fedeli il sensus ecclesiae e il sensus fidei. Voi vedete, se potete. Fare uno scambio di sacerdoti fidei donum da una diocesi a un’altra. Penso a qualche diocesi del Piemonte: c’è un’aridità grande. E penso alla Puglia, dove c’è una sovrabbondanza. Pensate, una creatività bella: un sistema fidei donum dentro l’Italia. Qualcuno sorride. Ma vediamo se siete capaci di fare questo”. Una proposta concreta che, però, finora è rimasta lettera morta. Con il rischio che, se non si interviene rapidamente per risolvere questo problema, diverse parrocchie si troveranno molto presto senza guida.

Il Fatto

Vademecum su alcuni punti di procedura nel trattamento dei casi di abuso sessuale di minori commessi da chierici

Non un nuovo testo normativo, ma uno strumento offerto a vescovi, superiori di ordini religiosi e operatori del diritto per istruire e gestire correttamente le cause concernenti abusi sessuali che coinvolgono diaconi, sacerdoti o membri dell’episcopato. È questo il senso del Vademecum su alcuni punti di procedura nel trattamento dei casi di abuso sessuale di minori commessi da chierici, pubblicato nel pomeriggio di giovedì 16 luglio.

Il documento è stato messo a punto dalla Congregazione per la dottrina della fede sulla base di quanto era emerso durante l’incontro su «La protezione dei minori nella Chiesa» svoltosi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio dello scorso anno. Proprio Papa Francesco, al termine del summit, aveva sottolineato con forza «l’esigenza dell’unità dei vescovi nell’applicazione di parametri che abbiano valore di norme e non solo di orientamenti».

Il Vademecum — la cui versione attuale viene denominata “1.0” perché resta aperta a futuri aggiornamenti in base agli sviluppi della normativa canonica e alle eventuali indicazioni provenienti dalle realtà locali e da chi opera nel campo del diritto — ha come obiettivo accompagnare «chiunque si trovi nella necessità di procedere all’accertamento della verità nell’ambito dei delitti» di abuso su minori, a partire dalla “notizia” di eventuali reati fino alla conclusione della causa. «Il desiderio — si sottolinea nell’introduzione — è che questo strumento possa aiutare le Diocesi, gli Istituti di Vita consacrata e le Società di vita apostolica, le Conferenze episcopali e le diverse circoscrizioni ecclesiastiche a meglio comprendere e attuare le esigenze della giustizia su un delictum gravius che costituisce, per tutta la Chiesa, una ferita profonda e dolorosa che domanda di essere guarita».

Dopo aver precisato che il delitto in questione «comprende ogni peccato esterno contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore» e aver ricordato che nella categoria di “minore” rientrano tutte le persone che non hanno ancora compiuto diciotto anni, il Vademecum dà indicazioni sulla procedura da seguire qualora si riceva un’informazione su un possibile abuso. Per quanto si insista sull’opportunità di «usare molta cautela», si consiglia di prendere in considerazione anche le denunce anonime, così come quelle provenienti da fonti di dubbia attendibilità o vaghe e indeterminate. In ogni caso, non viene meno il «sigillo sacramentale» che vincola il sacerdote venuto a conoscenza di un delitto durante l’esercizio del ministero della Confessione.

Quanto all’«indagine previa» prescritta in questi casi, si evidenzia tra l’altro che essa «non è un processo» ma va utilizzata per raccogliere «dati utili ad approfondire la notitia de delicto» e ad «accreditarne la verisimiglianza». Si raccomanda l’accuratezza nel vaglio e nell’accertamento delle informazioni, ma anche la necessità di mantenere il «segreto d’ufficio» e di attenersi «all’eventuale volontà di rispetto della riservatezza manifestata dalle presunte vittime». Già in questa fase è prevista la possibilità di adottare misure cautelari come il divieto di esercizio del ministero. Ogni caso, «anche in assenza di un esplicito obbligo normativo», il Vademecum invita l’autorità ecclesiastica a presentare «denuncia alle autorità civili competenti ogni qualvolta ritenga che ciò sia indispensabile per tutelare la persona offesa o altri minori dal pericolo di ulteriori atti delittuosi».

Il testo chiarisce poi il campo successivo di azione assegnato alla stessa Congregazione per la dottrina della fede, che spazia dall’archiviazione del caso fino all’apertura di un «processo penale» — giudiziale o extragiudiziale — con la possibilità anche di deferire direttamente alla decisione del Papa i casi più gravi, allorché «consta manifestamente il compimento del delitto, dopo che sia stata data al reo la facoltà di difendersi». Si specificano infine le modalità di ricorso previste al termine della procedura penale.

Vademecum

Tabulato per casi di delicta reservata (pdf)

Presentazione del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer

Intervista di Vatican News al Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, S.E. Mons. Giacomo Morandi

CORONAVIRUS: 18 SALME RIESUMATE, 5 INDAGATI NEL REGGIANO

ansa

INCHIESTA SU DECESSI NELLA CASA DI CARITÀ ‘SAN GIUSEPPE’ La Procura di Reggio Emilia ha disposto la riesumazione di 18 salme di anziani – morti a causa del Coronavirus nella casa di carità ‘San Giuseppe’ di Montecchio Emilia, uno dei luoghi più falcidiati della provincia reggiana – per fare l’autopsia. Lo riporta la stampa locale che dà notizia anche di cinque persone iscritte nel registro degli indagati dalla pm Piera Giannusa che ha formulato due ipotesi di reato: omicidio colposo e delitto colposo contro la salute pubblica. Tra gli indagati c’è anche il parroco di Montecchio.

Reggio Emilia, festa per il nuovo parroco don Luca Grassi

Reggio Emilia, festa in Sant’Agostino per il nuovo parroco don Luca Grassi
Nelle foto: Don Luca con i ragazzi della Cresima; 

DON LUCA GRASSI
– Parroco di Sant’Agostino in Città
e nell’Unità Pastorale n.1/A “Santi Crisanto e Daria” in Reggio Emilia,
delle parrocchie cittadine di San Giovanni Ev. in Santo Stefano, Santissimo Salvatore in Santa Teresa e San Zenone V. e M. in San Zenone.
– Moderatore, nella stessa Unità pastorale, anche delle parrocchie cittadine della Cattedrale e diSan Prospero.
Fino ad ora Sacerdote “Fidei Donum” in Brasile.

Al suo fianco lavorerà come vicario don Gionatan Giordani. Solenne concelebrazione eucaristica che il vescovo venerdì alle ore 20.30

REGGIO EMILIA – La parrocchia cittadina di Sant’Agostino, in centro storico, è pronta ad accogliere il nuovo parroco don Luca Grassi. Prende il posto di don Guido Mortari, che per 54 anni ha rappresentato un punto di riferimento per l’intera comunità. Con don Luca farà il suo ingresso il vicario parrocchiale don Gionatan Giordani, ordinato sacerdote nel 2014, assistente spirituale della Caritas Reggiana.
L’ingresso avverrà durante la solenne concelebrazione eucaristica che il vescovo Massimo presiederà venerdì alle ore 20.30 nella chiesa di Sant’Agostino.

Per don Grassi, classe 1973, ordinato sacerdote dal vescovo Adriano Caprioli il 14 maggio 2005, si tratta di un ritorno in Sant’Agostino. Per un biennio, durante gli studi in Seminario per prepararsi al sacerdozio, ha prestato servizio pastorale nella parrocchia cittadina seguendo in particolare gli adolescenti che la domenica di Pentecoste 2005 furono cresimati dal vescovo Paolo Gibertini. Nominato vicario parrocchiale a Regina Pacis dal 2005 e assistente scout reparti Reggio 2-S.Agostino e Reggio 4-Regina Pacis, don Luca ha compiuto nel 2014 gli studi in Terra Santa per poi recarsi in Brasile come missionario diocesano“Fidei donum” a Pintadas in Brasile.

tratto da reggionline.com