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Verso la terra dei figli

Dopo il diluvio e dopo Babele, la città fortificata dove l’umanità aveva cercato una salvezza sbagliata senza diversità e senza dispersione feconda sulla terra, l’alleanza e la salvezza continuano con Abram. L’uomo che lascia la casa del Padre e si mette in cammino, fidandosi di una voce che lo chiama. Fede e fiducia, perché ogni fede è fiducia in una promessa. Noè ci aveva salvato costruendo un’arca, restandovi dentro fermo in compagnia della sua famiglia e degli animali, attendendo il ritiro delle acque.

Abram, invece, risponde alla chiamata di quella stessa voce mettendosi in cammino verso una terra promessa: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso una terra che io ti mostrerò» (12,1). All’inizio della sua storia non gli è chiesto di costruire nessuna arca, né, come sarà con Mosè, di liberare il suo popolo dalla schiavitù. Per rispondere Abram deve “soltanto” credere alla promessa di una terra, e quindi partire per raggiungerla; deve lasciare la casa di suo padre Tèrah e muoversi verso una terra che gli viene annunciata come luogo di benedizioni e di felicità, ma ignota. Con Abram – il primo ebreo della Bibbia – c’è allora una chiamata alla felicità, alla fecondità, alla fioritura: «Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione. […] In te saranno benedette tutte le famiglia della terra» (12,2). Qui c’è una chiamata alla vita, c’è una promessa di futuro: ci sono quindi l’Adam, l’Eden, la continuazione dell’arcobaleno di Noè. Con lui c’è una moglie, Saray, e insieme raggiungono non la terra sicura dei padri, ma quella ignota dei figli.

La prima vocazione di Abram sta tutta nel credere incondizionatamente a una promessa, e partire. È questa la sua prima giustizia. Noè era “giusto” e per la sua giustizia gli fu affidato un compito decisivo. Di Abram non si dice che fosse giusto prima della vocazione, ma la sua giustizia nasce dall’aver creduto alla promessa: «ed egli credette, e gli fu accreditato come giustizia» (15,6). Noè era giusto e quindi credette; Abram credette e divenne giusto.

Ci sono persone che ricevono una chiamata a svolgere un compito di salvezza, a costruire un’arca: la costruiscono, salvano tanti e, salvando, si salvano. Ma ci sono altri ai quali quella stessa voce fa una promessa di felicità e di pienezza, e la loro giustizia sta tutta nel continuare tutta la vita a credere incondizionatamente e ostinatamente a quella promessa.

Questi “chiamati” si mettono in cammino verso una terra non per salvare qualcuno o qualcosa, ma perché in quella promessa vedono, o sanno intravvedere, benedizione, felicità, frutti, figli numerosi come le costellazioni. In queste vocazioni le arche da costruire arrivano dopo (e, se la vocazione è autentica, arrivano sempre), ma nel credere e nel partire non c’è altruismo, né sacrificio; non ci sono doni da fare, ma solo da ricevere. In queste vocazioni si parte sulla base di un duplice atto di fiducia: ci si fida di una “voce” buona che chiama, e si crede che l’adempimento di quella promessa sia la migliore felicità. In ogni vocazione c’è sempre un atto radicale di fiducia in una “voce” che chiama, anche quando non si sa di chi sia quella voce che ci chiama. La giustizia-bontà di Abram non è primariamente il frutto delle virtù: è credere a una promessa, e continuare a credere e a camminare.

Molte malattie spirituali e poi comunitarie nascono quando si trasformano la benedizione e la salvezza in perfezionismo etico, la promessa in una morale, quando invece di continuare a camminare ci si ferma a osservare le (proprie) virtù e i vizi (degli altri). E ci si smarrisce.

Anche nella chiamata di Abram ritroviamo allora una grammatica universale delle vocazioni, di quelle religiose, ma anche di quelle civili, professionali, artistiche, imprenditoriali. Abram arriva nella terra di Caanan e vi trova i cananei: la terra promessa è popolata da altra gente. Non trova frutti e abbondanza, ma una carestia che lo fa emigrare in Egitto. A Caanan soggiorna «come straniero» (17,8), i figli promessi numerosi come le stelle del cielo non arrivano, ma giungono solo, inesorabili, la vecchiaia sua e quella di sua moglie.

La terra promessa dalla voce che chiama si mostra sempre diversa da come ce la immaginavamo. Una vocazione non è un contratto (ma un patto o un’Alleanza), e quindi ci sono le sorprese, le delusioni, le prove, lo sconforto, a volte anche la disperazione, sempre il perdono e il poter ricominciare. La buona fatica di chi ha ricevuto una vocazione (e sono molti di più di quanti pensiamo) sta nel continuare a camminare quando la terra promessa appare secca e popolata da altri, e quando in quella terra ti rapiscono familiari e beni (14,12). La giustizia di Abram fu rispondere alla prima chiamata, ma soprattutto continuare a camminare quando quella promessa gli appariva molto distante e forse un auto-inganno. Fu nel continuare a credere che quella terra e il grembo secco di Saray potessero ancora generare, fiorire in benedizioni. Abram trovò una terra diversa da quella che pensava al momento della chiamata, ma fu giusto e il più grande di tutti perché continuò a credere che la terra promessa fosse quella che JHWH gli avrebbe mostrato, non un’altra.

La giustizia, in ogni vocazione, sta nel riuscire a riconoscere la terra promessa anche in una terra secca e vedere futuri figli in un grembo sterile. Conosco molti imprenditori giusti partiti dietro a una voce, che hanno creduto in una promessa, e che poi hanno trovato, e trovano, una terra secca e non vedono né figli né nipoti. Si sono salvati, e hanno salvato, tutti quelli che hanno saputo scorgere in quelle siccità la primizia della terra promessa; ma soprattutto quelli che hanno continuato a camminare, a spostare in avanti la tenda, senza fabbricarsi un’altra terra delusi dal non arrivo di quella promessa.

Abram riceve la prima chiamata quando aveva 75 anni (gli anni nella Bibbia nascondono molti significati, tutti importanti e in genere positivi), ma diventa Abramo a 99 anni: «Cammina alla mia presenza e sii irreprensibile. […] Non ti si chiamerà più col nome di Abram, il tuo nome sarà invece Abramo, perché io ti faccio padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò fruttificare davvero molto» (17,1-5). Una chiamata c’era già stata, ma ora accade qualche cosa di nuovo: Abram diventa Abramo, e Saray diventa Sara (17,15). Dopo 14 anni la chiamata alla felicità e alla terra promessa diventa chiamata a un’Alleanza tra JHWH e un intero popolo, in vista di una benedizione universale (leggendo e studiando questi primi capitoli della Genesi sono travolto dalle benedizioni, da uno sguardo buono sul mondo e sugli umani, che mi ama e mi nutre). Quel nuovo incontro svela la chiamata, rinnova e qualifica quella prima promessa. Ma soprattutto cambia il nome, rivela cioè il senso vero della prima vocazione. Abram non era stato irreprensibile (basta leggere il capitolo 13 su Saray in Egitto), Abramo lo diventerà.

C’è allora un momento cruciale nel (buon) sviluppo di ogni (vera) vocazione. Si era partiti un giorno ascoltando una voce di benedizione, si era giunti in una terra ignota, si erano combattute buone battaglie, ma ancora mancava il senso profondo di quella promessa. Ed ecco che arriva una seconda vocazione nella prima vocazione: Abram muore e nasce Abramo. Si comprende che la prima terra, gli armenti e i fiumi generosi, non erano la vera promessa. E si diventa anche “irreprensibili”, ma non come ricerca di una perfezione etica, perché l’irreprensibilità è dono ed esigenza profonda di verità al servizio della promessa.

Abram era un padre di famiglia, Abramo diventa padre di un popolo, di tanti, di “tutte le famiglie della terra”. E si continua ancora a camminare, anche quando la strada sale e sembra diventare una silenziosa processione con un figlio-vittima verso un monte-altare, quando l’arcobaleno scompare e le innumerevoli stelle si spengono. Ci si salva e si resta giusti non interrompendo il cammino, continuando a guardare avanti, fino a consumarsi gli occhi sulla linea dell’orizzonte.
l.bruni@lumsa.it

Luigino Bruni
famiglia