L’incontro. Papa Francesco alle suore: aiutate le famiglie ad avere figli

«In Europa invece dei figli preferiscono avere i cani, i gatti… ». E alle religiose canossiane: attente alla crisi di mezza età, non scivolate nell’attivismo: allora non si è più donne della Parola
Papa Francesco all'incontro con le suore canossiane

Papa Francesco all’incontro con le suore canossiane – Vatican Media

Papa Francesco mette in guardia le religiose dalle crisi di mezza età perché è la “fase delle maggiori responsabilità” ma è più facile “scivolare nell’attivismo”, diventando non più “donne della Parola” ma “donne del computer, donne del telefono, donne dell’agenda, e così via”. Ricevendo in udienza le partecipanti al Capitolo Generale delle Figlie della Carità Canossiane, il Pontefice ha spiegato che le suore “anziane possono testimoniare alle giovani uno stupore che non viene meno, una riconoscenza che cresce con l’età, un’accoglienza della Parola che si fa sempre più piena, più concreta, più incarnata nella vita. E le giovani possono
testimoniare alle anziane l’entusiasmo delle scoperte, gli slanci del cuore che, nel silenzio, impara a risuonare con la Parola, a lasciarsi sorprendere, anche mettere in discussione, per crescere alla scuola del Maestro”. (IL TESTO)

“E quelle di mezza età? Sono più a rischio”, ha sottolineato Francesco. “Sia perché quella è un’età di passaggio, con alcune insidie; le crisi dei 40-45, le conoscete”, ma “soprattutto perché è la fase delle maggiori responsabilità ed è facile scivolare nell’attivismo, anche senza accorgersi. E allora non si è più donne della Parola, ma donne del computer, donne del telefono, donne dell’agenda, e così via”.

“Dunque, ben venga questo motto per tutte! Per mettersi nuovamente alla scuola di Maria, ri-centrarsi sulla Parola ed essere donne ‘che amano senza misura’. La parola al centro, non l’attivismo”, ha aggiunto a braccio. “Parola e non chiacchiericcio”, ha precisato ricordando il rimedio per non cadere nel chiacchiericcio che “uccide le comunità”: “Se hai tentazione di chiacchierare delle altre, morditi la lingua, la lingua si gonfia e non potrai parlare…”.

Il Papa è tornato a porre l’attenzione anche sulla crisi demografica, con un appello pronunciato a braccio al termine dell’incontro: “Per favore, aiutate le famiglie ad avere figli“. Il Pontefice ha parlato dell’inverno demografico in Europa, “invece dei figli preferiscono avere i cani, i gatti. È un po’ un affetto programmato”, ha sottolineato, “un affetto senza problemi”. “Questa è una cosa brutta. Per favore aiutate le famiglie ad avere dei figli. È un problema umano ma è anche un problema patriottico”.

Da Avvenire

Chi odia vede le cose sempre e soltanto dal suo punto di vista, la sua narrazione è unilaterale

Davanti a uno scenario drammatico, fatto di guerra cruenta, di mamme che uccidono i figli e di figli che uccidono i genitori, uomini che uccidono le donne e che talvolta si tolgono la vita, ci interroghiamo su diversi aspetti. Uno in particolare mi sembra ricorrente nelle domande della gente: come si può arrivare a odiare in modo così efferato? Come l’amore, anche l’odio ha diverse sfumature e gradualità e, proprio come l’amore, dice che una relazione c’è, ma non funziona più: l’altro non è più oggetto di cura, ma è oggetto di un sentimento che mira alla distruzione dell’altro. L’odio è infatti un’avversione portata al punto da volere il male di un’altra persona. A differenza dell’ira, che con il tempo può anche scemare, l’odio rimane tale fino a quando non ha raggiunto il suo obiettivo: l’eliminazione dell’avversario!

L’odio, infatti, non si concentra su un particolare, non nasce da un aspetto che infastidisce, ma è sempre caratterizzato da un’avversione generalizzata. All’origine ci sono certamente altre emozioni che portano a sviluppare l’odio: all’inizio ci può essere per esempio l’invidia o la paura della minaccia o un bisogno, sentito importante, e che l’altra persona non ha soddisfatto. Chi odia vede le cose sempre e soltanto dal suo punto di vista, la sua narrazione è unilaterale e quindi distorta. Purtroppo, chi odia, sperimenta anche una sorta di piacere. Proprio per questo l’odio non si spegne facilmente. Chi odia gode al pensiero della distruzione dell’altro, anzi può arrivare a fare dell’odio una ragione di vita. In realtà l’odio corrode dall’interno chi lo prova. In genere coloro che sono portati a odiare, hanno una bassa autostima.

Chi odia è di solito un narcisista che ha una concezione grandiosa di sé e proprio per questo teme che qualcuno possa metterla in discussione. Sapendo di non poter obbligare l’altro ad amare, si esercita il potere su di lui trasformandolo in oggetto dell’odio. È evidente quindi che l’odio è strettamente legato al potere, di cui è una manifestazione distorta. Capiamo bene quindi che una volta arrivati a odiare o una volta che siamo oggetto dell’odio è molto difficile tornare indietro. Bisogna necessariamente pensarci prima.

Famiglia Cristiana

Crisi economica e nascite. Se la crisi lascia in eredità la «paura» del secondo figlio

Se la crisi lascia in eredità la «paura» del secondo figlio

La crisi economica ha giocato un ruolo determinante nel crollo delle nascite che interessa l’Italia. Per intuirlo non sono necessarie ricerche particolari. Tuttavia indagare a fondo come e perché le difficoltà hanno trasformato la composizione delle famiglie e le attese delle coppie può fornire indicazioni molto importanti. Un contributo in questo senso arriva da un ricerca fresca di pubblicazione che ha cercato di capire come mai tra il 2002 e il 2012, cioè nel decennio che va dal periodo precedente la crisi del 2007-2008 alle prime tre recessioni successive, molte madri hanno deciso di non avere un secondo figlio. Quello che emerge è abbastanza sorprendente: la crisi non ha aumentato le disuguaglianze, al contrario ha avvicinato le donne di diverse condizioni sociali nella rinuncia ad avere una famiglia numerosa.

L’insicurezza e la sfiducia, insomma, hanno livellato verso il basso l’universo delle madri, contagiando anche chi non ha sperimentato direttamente problemi economici.

La prospettiva del secondo figlio, come angolatura di analisi, ha un forte valore. Il calo delle nascite che affligge il nostro Paese quasi alla stregua di una malattia cronica si deve da un lato all’aumento del numero di donne in età riproduttiva che non diventano madri, percentuale che ha ormai superato il 20%, ma in parte maggiore è dovuto alla rinuncia ad avere il secondo e soprattutto il terzo figlio e oltre. Il calo della natalità è in sostanza un problema di fratelli che mancano, non solo di donne e uomini che non diventano genitori, anche se questo aspetto si sta comunque affermando sempre di più. La ricerca a cura di Francesca Fiori ed Elspeth Graham, dell’Università di St Andrews nel Regno Unito, e di Francesca Rinesi dell’Istat (goo.gl/eKyk4z) rivela proprio che in un decennio la percentuale di madri che esprimono l’intenzione di fermarsi al figlio unico è salita dal 21% al 25%.

Ma che cosa è cambiato negli anni della Grande Crisi? L’aspetto forse più importante da rilevare è il fatto che la rinuncia al secondo figlio non riguarda più solo una categoria specifica di donne che sperimenta una condizione particolare, si tratti di una difficoltà economica ovvero della decisione di puntare a una carriera importante: la percezione di insicurezza diffusa, di paura di andare incontro a problemi in futuro, ha come cancellato le differenze. Prima della crisi la ‘rinuncia’ a una famiglia numerosa, in termini di intenzioni, riguardava più le donne con bassa istruzione o chi aveva contratti a termine, o ancora le disoccupate; durante la crisi la probabilità di non volere un secondo figlio ha interessato sempre di più anche le donne con media o alta istruzione, con contratti di lavoro stabili, le casalinghe, e in particolar modo le ragazze più giovani. La motivazione economica è diventata rapidamente la ragione principale per dire no al secondo figlio (dal 16,7% al 25,8% dei casi), seguita dal fatto che si è raggiunto il limite di età (dal 14,1% al 18,8%), mentre l’idea di aver già soddisfatto i propri desideri riproduttivi è crollata significativamente di 7 punti (al 16%).

«Il risultato ci ha sorprese – spiega una delle ricercatrici, Francesca Fiori –. La rinuncia al secondo figlio per ragioni economiche non ha riguardato solo le madri in situazioni di disagio, ma anche quelle in condizioni migliori. Da un lato la situazione economica è peggiorata per tutte le famiglie giovani, dall’altro l’aumento della disoccupazione maschile ha probabilmente lasciato molte donne occupate nella condizione di unico percettore di reddito. Ma di sicuro la crisi ha agito anche a livello più intimo, aumentando l’incertezza e la sfiducia nel futuro. Spesso di fronte alle difficoltà la rinuncia a un figlio interessa proprio chi ha più da perdere, mentre chi è in condizione di svantaggio trova nella maternità un valore in più».

Le ragioni per essere ottimisti ci sono, soprattutto in una fase di ripresa. Se i problemi economici impattano sulla natalità, l’uscita dalla crisi può favorire una ripartenza delle nascite. La ricerca in effetti rileva un aumento delle madri di due o più bambini che esprimono il desiderio di avere altri figli, anche se questo sembra riguardare più le straniere. E in ogni caso il rischio può essere anche un altro: che l’abitudine all’insicurezza si sia sedimentata in maniera così forte da avere rivoluzionato comportamenti storici. Il tema dell’insicurezza come ragione della denatalità è più vischioso dei semplici motivi economici e più difficile da aggredire. La crisi della fiducia incide sui desideri e sulla progettualità, e questo aspetto, spiegano le ricercatrici, è più preoccupante di altri fattori legati alla rinuncia ad avere figli.

Le persone, soprattutto le generazioni più giovani, in questi anni hanno conosciuto un aumento significativo della disoccupazione e della precarietà del lavoro, oltre a un calo delle retribuzioni. L’insicurezza tuttavia è un concetto molto ampio, che non riguarda solo i più fragili. Una recente ricerca a cura di Chiara Ludovica Comolli (goo.gl/SkLrUQ), dell’Università di Stoccolma ha dimostrato come la tensione sugli spread vissuta dall’Italia tra il 2011 e il 2012 ha contribuito in modo importante a limare i tassi di natalità. D’altra parte si potrebbe pensare che in un Paese con un elevato debito pubblico come l’Italia, oggi al 130% del Pil, in mancanza di una seria strategia di stabilizzazione dei conti le famiglie possano avere atteggiamenti più prudenti in diversi ambiti, dai consumi alla famiglia.

Negli ultimi 40 anni l’Italia non ha mai conosciuto tassi di fecondità particolarmente alti, tuttavia le coppie hanno storicamente manifestato una preferenza netta per la famiglia con due figli. Ancora nel 2012 il 75% delle neo madri con un figlio esprimeva la volontà di avere almeno un altro bambino. Ma se il persistere dell’incertezza trasformasse in breve tempo la ‘regola dei due figli’ in una regola del figlio unico più subìta che voluta? Al momento non sembra essere così. «Non abbiamo indicazioni in questa direzione – spiega Francesca Fiori – in Italia la preferenza per la famiglia con due figli è dura da sovvertire. A differenza di altri Paesi da noi c’è una fetta ampia di desiderio non soddisfatto in fatto di dimensione della famiglia. Perché si mantenga vivo servono soprattutto misure di ampio respiro capaci di creare un contesto favorevole in tutto alle famiglie, dalle politiche per il lavoro ai servizi che favoriscono la conciliazione, dalle misure per ridurre le disuguaglianze a un welfare in grado di rispondere veramente ai bisogni dei genitori».

da Avvenire

PROPOSTA RIVOLUZIONARIA Diamo uno stipendio alle mamme con figli (da zero a tre anni)

Uno stipendio per tutte le mamme che hanno figli da 0 a 3 anni, riconoscendo il loro lavoro “genitoriale”. È la proposta dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che verrà presentata il 21 febbraio a Bologna. Può apparire una provocazione in un Paese come l’Italia, con un tasso di natalità (1,39 nel 2013) tra i più bassi al mondo e una fiscalità che non favorisce certamente la famiglia, ma seguirebbe l’esempio virtuoso di altri Paesi europei e alla fine, secondo la “Papa Giovanni”, non è irrealizzabile neppure sotto il profilo economico, come spiega il responsabile generale dell’associazione, Giovanni Paolo Ramonda.
Perché uno stipendio per le mamme?
“Innanzitutto è il riconoscimento della dignità del lavoro della donna: oltre a quello esterno, nella società, che è importantissimo, vogliamo che si riconosca pure il lavoro della maternità, tra le mura domestiche. Questo è il lavoro con la ‘L’ maiuscola, come diceva don Oreste Benzi. Vogliamo che venga recepito il grande valore della maternità. Se un bambino ha la possibilità di stare con il papà e, soprattutto, con la mamma nei primi anni di vita, avremo nel futuro una regressione degli ingressi in carcere e un abbassamento nell’uso delle sostanze, perché un figlio che cresce in famiglia matura anticorpi relazionali e psicologici. Inoltre abbiamo riscontrato, ad esempio, che in Giappone la crisi economica attuale è causata proprio dalla denatalità. Viceversa, lo sviluppo economico si ha se riparte la natalità”.
Ma di quanto potrebbe essere questo stipendio? Il Governo ha stabilito un bonus di 80 euro per le neomamme…
“Chiediamo di aggiungere uno zero: 80 euro non bastano neppure per comprare i pannolini, e lo sanno bene le famiglie che hanno dei bambini piccoli. Diamo uno stipendio alla mamma per il suo lavoro: lei saprà spendere bene questi soldi per la famiglia, e quindi ci sarà pure una ripresa economica”.
Quindi 800 euro per le mamme con figli piccoli, fino a 3 anni. Una cifra non indifferente per il bilancio statale. E la copertura economica?
“Si tratta di 14 miliardi di euro annui che possono essere recuperati: 3 miliardi dai fondi che già l’Inps destina alla maternità, 5 miliardi da una rimodulazione del bonus di 80 euro, 1 miliardo da un taglio degli stipendi di parlamentari e consiglieri regionali, 5 miliardi dalla tassazione delle transazioni finanziarie. Ma il concetto di fondo è riconoscere quel lavoro sociale enorme che fa colei che si dedica alla maternità. E poi, dando uno stipendio, risolleviamo tante famiglie in difficoltà e ridiamo loro dignità: nelle nostre case di accoglienza, negli alberghi solidali e nelle capanne di Betlemme accogliamo tanti nuclei familiari che sono sulla strada, perché hanno perso il lavoro e sono stati sfrattati”.
Uno stipendio per i primi tre anni di vita del bambino, a vostro avviso, può invertire il trend della “crescita zero”?
“Certo. Abbiamo delle comunità in Francia e in Germania, e da questo ‘osservatorio’ rileviamo che, dove ci sono politiche fiscali a favore della famiglia, la natalità è favorita”.
E dopo i 3 anni del bimbo? Di quale aiuto c’è bisogno?
“Serve un sostegno integrato con politiche fiscali e sociali a favore dell’intero nucleo familiare. Ma le nuove coppie hanno voglia di generatività e siamo convinti che, con una misura del genere, non si fermeranno al primo figlio…”.
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