Nicolò Melli matrimonio, il cestista reggiano sposa la sua Katharina

Il Resto del Carlino

Nicolò Melli e la sua Katharina (foto Artioli)

Reggio Emilia, 20 luglio 2019 – Il Golden Boy reggiano del basket Nicolò Melli si è sposato oggi pomeriggio nella chiesa di San Prospero a Reggio Emilia. A dirle di sì è stata la bella Katharina, ragazza tedesca conosciuta quando Nik giocava nel Bamberg, in Germania.

Un matrimonio in bello stile, ma semplice com’è sempre stato il cestista – che la prossima stagione volerà a New Orleans dove coronerà il sogno di giocare in Nba – cresciuto nella Pallacanestro Reggiana dalla quale poi ha spiccato le ali verso le grandi della palla a spicchi tra cui Milano e per ultimo il Fenerbahce, big turca dell’Eurolega fino ad essere un punto fermo della nazionale italiana.

Quell’insopprimibile voglia di sposarsi

Addio Italia. Siamo davvero un Paese condannato all’estinzione? Le statistiche sembrano non lasciare spazio alla speranza. Non solo siamo il Paese europeo con il più basso tasso di natalità (8 per mille), secondo i dati Eurostat diffusi venerdì. Ma siamo anche il Paese in cui entro il 2031 i matrimoni religiosi dovrebbero scomparire (dossier Censis). Secondo le previsioni statistiche condensate in uno studio intitolato “Non mi sposo più”, entro il 2020 i matrimoni civili supereranno quelli religiosi – oggi già succede in alcune grandi città – e undici anni dopo le nozze all’altare potrebbero finire per diventare reperto storico.

Non finirà la voglia di progettare il futuro in coppia, ma – secondo quanto ipotizza il Censis – le relazioni tradizionali saranno sostituite dai nuovi modelli di convivenza. Difficile scorgere in queste previsioni statistiche – che in ogni caso previsioni rimangono – motivi per cui gioire. Anche le indagini sociologiche più laiche concordano sul fatto che relazioni meno stabili si traducono quasi sempre in un futuro più precario, responsabilità più effimere, impegno educativo più labile. Relazioni light insomma che finiranno per essere scompigliate dal primo soffio degli imprevisti e delle incomprensioni. E quando si disgrega la famiglia è l’intera società a subirne le conseguenze.
Ma che questo esito dei rapporti familiari sia davvero ineluttabile è tutto da dimostrare.

A mettere in dubbio i calcoli degli esperti non è soltanto il comune buon senso, che da sempre sa distinguere tra la verità dei numeri e quella della vita, ben più sfumata e meno inquadrabile in schemi così rigidi, ma anche analisi di altro tenore che parlano di un desiderio di famiglia e di natalità sempre vivo, del tutto opposto rispetto alle proiezioni nichiliste targate Censis. Basta scorrere per esempio i dati dell’ultimo rapporto Toniolo sui giovani in Italia per cogliere non pochi spunti di speranza e comunque per respirare un atteggiamento su matrimonio, famiglia e natalità che sembra contrastare con gli esiti nefasti del dossier diffuso qualche giorno fa.

Le aspettative di fecondità delle nuove generazioni – secondo le rilevazioni condotte nel settembre 2015 su un campione di 9.358 giovani tra i 18 e i 33 anni – includono una serie di domande dettagliate sui progetti familiari e sulle speranze di avere figli che evidenziano una netta frattura tra gli obiettivi rivelati e i tanti luoghi comuni sulla mancanza di progettualità delle generazioni più giovani.

«Oltre l’80 per cento degli uomini e delle donne – scrivono Emiliano Sironi e Alessandro Rosina che hanno curato questo capitolo del rapporto – vorrebbe una famiglia composta da due o più bambini. Tenendo conto di limiti e restrizioni, tale percentuale scende intorno al 60 per cento». Insomma, si sentono di concludere i ricercatori, se le giovani generazioni fossero messe nelle condizioni di realizzare i propri obiettivi su figli e matrimonio, attraverso adeguate politiche di sostegno per quanto riguarda il lavoro e l’accudimento dei figli, in Italia «non ci sarebbero problemi di bassa fecondità».

A contrastare la facile obiezione secondo cui i figli possono nascere anche al di fuori del matrimonio e che i giovani ipotizzano in modo crescente il proprio futuro relazionale secondo schemi diversi rispetto a quelli della tradizione, concorre – sempre nell’ambito del rapporto Toniolo – il capitolo curato da Sara Alfieri ed Elena Marta che mette in luce il ruolo della famiglia d’origine nelle transizione all’età adulta in un confronto tra cinque Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania).

«I modelli a cui i giovani europei in maggioranza fanno riferimento – spiega Elena Marta, che è docente di sociologia di comunità all’Università Cattolica di Milano – sono quelli delle famiglie d’origine, che rimangono importanti punti di riferimento per le scelte fondamentali della vita, come il lavoro e il matrimonio».

Lo stereotipo del “no family” prevalente tra i giovani, a lungo propagandato da certa cultura, non si ritrova insomma nelle statistiche dell’Istituto Toniolo. «Anzi – fa notare ancora la docente – ci ha sorpreso il dato secondo cui l’atteggiamento dei giovani inglesi e tedeschi nei confronti della famiglia d’origine, sia molto più vicino ai nostri giovani di quanto si potrebbe immaginare».

Sullo sfondo rimane certo la complessità di una situazione fluttuante e difficilmente omologabile, quella dei giovani nel mondo globalizzato, che risulta improbabile illudersi di poter ingabbiare in rigide proiezioni statistiche. Almeno dal punto di vista sociologico, risulta infatti difficile cogliere elementi che possano fare pensare di tradurre questa varietà di tendenze e di auspici in un pronostico credibile sulla “fine del matrimonio”. Anzi.

avvenire

Nuovo rito del matrimonio, come cambia il modo di dire sì

di Silvia Migliorini
Più di 600 delegati delle 227 diocesi italiane erano presenti al Convegno Nazionale per la presentazione del Nuovo Rito del matrimonio, che si è svolto a Grosseto nella giornate di giovedì 4, venerdì 5 e sabato 6 novembre. Il Convegno, organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico nazionale, dall’Ufficio per la Pastorale della famiglia, Catechistico nazionale e dal servizio nazionale per la Pastorale giovanile, sul tema «Celebrare il mistero grande dell’amore» aveva lo scopo di riflettere sul Nuovo Rito del matrimonio che entrerà in vigore dalla prima domenica d’Avvento, il 28 novembre prossimo.

«Ai cattolici che si avvicinano al matrimonio – ha detto il Segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori – la Chiesa italiana chiede di partire dalla celebrazione del rito, per un cammino verso una fede matura e consapevole … si tratta di un libro – ha continuato – che non si limita e non si esaurisce nella celebrazione, ma offre contenuti e percorsi sia per la preparazione al matrimonio, sia per la riflessione mistagogica, che oggi è più che mai necessaria per dare solidità umana e spirituale alle giovani coppie di sposi, esposte al rischio della superficialità, della fragilità e purtroppo sempre più spesso del fallimento». E proprio della preparazione al matrimonio si è molto discusso in seno al Convengo.

È stata ribadita la necessità di «accompagnare e non seguire» i fidanzati verso la scelta consapevole del matrimonio «come momento culminante di un itinerario, quando la coppia, libera e consapevole – ha detto don Andrea Fontana, direttore dell’Ufficio catechistico di Torino – decide di consacrarsi nell’amore stesso di Cristo, fedele ed indistruttibile, animato dallo Spirito Santo, realizzando ogni giorno la volontà del Padre, cioè la reciproca santificazione attraverso i gesti quotidiani d’amore e di comunione».

I corsi pre-matrimoniali – secondo quanto è emerso – devono configurarsi come progetti personalizzati in itinerari prolungati in cui la Chiesa mostri interesse, cordialità, accoglienza senza giudizio, si sappia mettere in ascolto avendo a cuore il cammino che i fidanzati stanno facendo, personalizzando a ciascuna coppia i contenuti… «ogni coppia – hanno spiegato Marialicia e Carmelo Moscato, responsabili della Pastorale familiare della Diocesi di Monreale – è unica e per questo deve potere ricevere un trattamento personalizzato al fine di fare incontrare la coppia con se stessa … non è importante che siano coinvolti nel gruppo ma che diventino sempre più coppia che si avvia al matrimonio».

«Il matrimonio – ha affermato Don Paolo Giulietti, direttore del Servizio Cei per la Pastorale giovanile – si distacca sempre di più dall’idea del contratto. Del gesto burocratico come potrebbe essere un matrimonio civile, perché restituisce tutto all’ambito dell’esperienza religiosa. Al tempo stesso il Nuovo Rito favorisce una visione del matrimonio meno folcloristica e romantica, perché trasposta più decisamente nel campo della fede … forse – ha concluso – il Nuovo Rito potrà aiutare a vivere in maniera diversa anche la decisione di sposarsi, come risposta ad una chiamata di Dio che viene dal battesimo e conseguentemente ad accettare il matrimonio come missione».

«Tra le tante novità del Rito la più pubblicizzata è stata la nuova formula “accolgo te” al posto di “prendo te” – ha spiegato don Giuseppe Busani, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale – alcuni ritengono che sia meno incisiva della precedente. Non sono d’accordo – ribatte – perché la nuova formula sottolinea maggiormente un impegno fondato sulla grazia di Cristo».

Punto molto dibattuto è stato il secondo capitolo della pubblicazione del Nuovo Rito che prevede la celebrazione del Sacramento del matrimonio senza Eucaristia ma con la sola Liturgia della Parola: «un’opportunità in più offerta alle giovani coppie – ha detto Andrea Grillo, teologo e membro della Commissione istituita dalla Cei per la stesura finale del Nuovo Rito del matrimonio – da parte di una Chiesa che promuove e accoglie ogni storia di fede».

Grillo ha spiegato che la possibilità di celebrare il matrimonio con la sola Liturgia della Parola intende rimediare a due eccessi in cui le comunità parrocchiali possono cadere: «Ci potrebbe essere il rischio di pensare – ha spiegato – da una parte di avere un diritto acquisito a sposarsi in Chiesa e dall’altra di credere che il matrimonio in Chiesa sia il risultato di una selettivo concorso a numero chiuso. Tra una pericolosa indifferenza ed una selettiva diffidenza la Chiesa italiana ha voluto trovare una mediazione, proponendo di accogliere la coppia con una delicata e attenta attenzione pastorale. Il fatto che l’Eucaristia non venga celebrata nel corso del matrimonio, come libera scelta dei nubendi, non deve essere vissuta come mera sottrazione ma come opportunità che si vuole dare alla coppia per riscoprire un più intenso desiderio di Eucaristia».

Il parroco: «Aiuterà gli sposi a essere più consapevoli»
E’ stata consegnata nelle mani di don Paolo Gentili, parroco della comunità di Roselle, frazione di Grosseto, come rappresentante di tutti i parroci italiani al Convegno nazionale, la prima pubblicazione del Nuovo Rito del matrimonio. Mons. Giuseppe Betori, Segretario generale della Cei, ha voluto compiere questo gesto simbolico per significare un passaggio di consegne a coloro che, dal 28 novembre prossimo, data in cui il Rito entrerà ufficialmente in vigore, si avvarranno della novità da proporre alle giovani coppie di sposi e così… insieme a don Paolo anche due giovani fidanzati grossetani, Emanuele Lodde e Simona Rusconi, della parrocchia del SS. Crocifisso, hanno ricevuto, come prima coppia, il Nuovo Rito, in segno di accoglienza.

Don Paolo, entriamo nei dettagli. Quali sono le novità del Nuovo Rito del matrimonio, cioè in che cosa si differenzia rispetto a quello tradizionale?

«La prima novità è la stretta connessione con il Battesimo – spiega – per questo nel primo capitolo, che è quello riferito alla celebrazione, è previsto che gli Sposi facciano memoria del loro Battesimo rinnovando le promesse, con il Sacerdote, vicino al Fonte battesimale».

Quindi gli sposi vanno insieme verso l’Altare… e dopo?

«Inizia la Liturgia della Parola che è stata ampliata nella scelta: sono 82 brani adesso tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Questo perché gli sposi vivano con maggiore impegno il tempo della scelta per la preparazione della liturgia della Parola».

Si arriva, poi, al momento culminante che è quello della Liturgia del Matrimonio: che cosa è cambiato?

«Gli sposi possono scegliere se rispondere alle domande tradizionali del Sacerdote o declamare insieme una professione di fede, che le contenga tutte, in cui l’accento è posto, in modo particolare, sulla preghiera alla comunità, a cui è dato un ruolo rilevante, che li accompagni e li sostenga nel loro cammino di coppia. Si giunge, quindi, ad una nuova scelta: o pronunciare la formula nuova tanto pubblicizzata “Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita” … oppure iniziare un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così “Vuoi unire la tua vita alla mia?”».

Quale significato assume il termine «accolgo te» che è stato sostituito al tradizionale «prendo te»?

«Ritengo che sottolinei il dono che l’altro fa di se stesso nella libertà… c’è una disponibilità ad accogliere tutto dell’altro, con i suoi pregi e difetti. È, poi, maggiormente sottolineata l’idea di vocazione al matrimonio, come risposta alla chiamata di Dio. Subito dopo il Consenso (prima era successivo al Padre Nostro), è il momento della benedizione nuziale… ciò sta a significare che la benedizione nasce direttamente dal sacramento del matrimonio. Nuova aggiunta, dopo gli scambi degli anelli, le litanie dei Santi, soprattutto dei santi che sono stati sposati».

E riguardo al Secondo capitolo, di cui si è molto parlato, in cui è offerta la possibilità a giovani coppie che da tempo hanno abbandonato il cammino ecclesiale, di sposarsi comunque in Chiesa ma con la sola Liturgia della Parola?

«Qualcuno ha pensato ad un rito di serie B… Non sono d’accordo. Ritengo che abbia lo stesso spessore dell’altro, ma senza il momento dell’Eucaristia. Il tutto nasce dall’esigenza di evitare il più possibile quei matrimoni in cui è palpabile la poca partecipazione da parte degli sposi e dei parenti. La Chiesa ha fatto questa scelta anche e soprattutto per risvegliare negli sposi il desiderio di Eucaristia, di comprendere in modo pieno e consapevole il senso del matrimonio in Chiesa».

La scheda: tutte le novità
Il nuovo rito del matrimonio (in realtà sarebbe più corretto parlare di «adattamento» del rito) entrerà in vigore dal 28 novembre. Il testo prevede tre riti distinti: il primo inserito nella Messa, il secondo inserito nella Liturgia della Parola (senza l’Eucaristia), il terzo riguardante il matrimonio in cui solo uno dei due sposi sia battezzato. Specie per le prime due tipologie, ci sono alcuni importanti cambiamenti rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi.

«Io accolgo te…»
La novità più grande riguarda la formula, che diventa «Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita». Mai gli sposi possono anche scegliere una formula più complessa, costituita da un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così: «Vuoi unire la tua vita alla mia?»

Si inizia dal fonte battesimale
Un’altra novità importante riguarda l’inizio della celebrazione: il sacerdote accoglie la coppia vicino al fonte battesimale, dove i futuri sposi rinnovano le promesse battesimali prima di incamminarsi insieme verso l’altare.

Letture, scelta più ampia
Per la Liturgia della Parola, è stata ampliata la scelta a disposizione: adesso sono 82 i brani tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Rinnovate anche le litanie dei santi, con uno spazio particolare dedicato ai santi sposati

Matrimonio senza messa
L’adattamento del rito introduce anche una possibilità in più: quella di celebrare il matrimonio senza l’Eucaristia, all’interno di una Liturgia della Parola. Una formula pensata per le coppie che esprimono il desiderio di sposarsi in Chiesa, ma non hanno alle spalle un cammino di vita cristiana. Non un’imposizione, ma una scelta in più a disposizione delle coppie.

La benedizione degli sposi
Nuova è anche la formula per la benedizione degli sposi. Il testo accentua la supplica affinché gli sposi, «segnati con il fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini». E introduce l’aspetto escatologico: «la profonda nostalgia» di Dio «fino al giorno in cui potranno, con i loro cari, lodare in eterno» il Suo nome.

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Ok, ma perché ci sposiamo (in chiesa)?

Se non ce lo siamo perso tra le scartoffie, emendamenti, convegni, adunate e questioni di principio, c’è il cuore della missionarietà del matrimonio cristiano

Ero lì che cercavo di impastare un polpettone in cui ammannire ai pochi interessati la mia fondamentale e autorevole opinione sul Ddl Cirinnà e sul Family day, peraltro la milionesima in circolazione tra web e social in questo periodo.
Un amico leggendo l’ennesima bozza del post, dopo un principio di indigestione che ha dissimulato con la solita eleganza, mi ha domandato: “Ma dì la verità, che cosa veramente, ma veramente, ti fa arrabbiare del Family day (e dintorni, ndr)?”.

Alla fine, laggiù in fondo al cuore, arrivo sempre allo stesso punto. Da anni. C’è un problema collaterale, diciamo così, a tutta questa questione; un problema che trovo molto serio e abbastanza scansato.

Da secoli, i credenti – e di conseguenza poi tutti gli altri e gli “anti” – hanno spesso ridotto o hanno accettato di ridurre la questione matrimonio e famiglia a un minestrone fatto di consuetudini, esigenze sociologiche e problematiche di diritto (canonico e non), con un discreta colata di moralismo sessuale.A volte, per inciso, senza una vera conoscenza della morale cattolica e della sua proposta.
Se stai leggendo e stai pensando: “Perché, caro il mio polpettonaro, c’è forse altro?” abbiamo un problema.

Domande.
Perché due persone, un uomo e una donna, si dovrebbero sposare (in chiesa) oggi? Perché tu che leggi (non) ti sei sposato? O (non) pensi di farlo o (non) ti stai chiedendo se? Perché celebri quel matrimonio? Perché accompagni quei due giovani che dicono di volersi sposare? Etc

In queste domande, se non ce lo siamo perso tra le scartoffie, gli emendamenti, le sentenze, i convegni, la casistica, le adunate e le questioni di principio, c’è il cuore della missionarietà del matrimonio cristiano. Dentro e fuori la Chiesa.

 

vinonuovo.it

PADOVA «Ecco perché non celebrerò le nozze di Belén»

Gentile direttore,

a seguito del clamore mediatico seguito alla notizia della mia possibile partecipazione al matrimonio di Belén Rodríguez e Stefano de Martino del 20 settembre prossimo, specifico quanto segue: a) Non ho mai dato per certa la mia presenza, ma ho semplicemente dato la disponibilità a don Roberto Cavazzana – parroco e amico che ha seguito il loro cammino di preparazione – di celebrare questa cerimonia al posto suo. La mia disponibilità, come ho fatto presente telefonicamente alla signora Giorgia Matteucci (organizzatrice del matrimonio) era legata a una semplice condizione: poter incontrare i due fidanzati personalmente prima del giorno del loro matrimonio. Tale richiesta, fatta nella giornata di giovedì, non ha ottenuto risposta ma solamente rimandi. Sono venute dunque a mancare le condizioni per fare in modo che un sacramento non venga triturato dal gossip. Capisco gli impegni dei futuri sposi (ai quali ho assicurato di venire incontro), ma ritengo anche serio celebrare il matrimonio con uno stile che sia uguale e rispettoso per tutti, soprattutto per quei giovani che in questi anni ho seguito nel loro percorso di fidanzamento e di matrimonio.

b) La mia scelta è dunque una questione di stile, laddove per stile intendo un modo di vivere il sacerdozio che sia all’altezza di una scelta fatta per amore nove anni fa. Le migliaia di ragazzi e ragazze che ho incontrato quest’anno nelle scuole, nelle piazze e nelle chiese mi raccontano di una sete ardente di ideali forti e di gesti imbevuti di significati profondi: quasi un desiderio che l’eroico diventi quotidiano e il quotidiano diventi eroico. Io vorrei essere ricordato, semplicemente, come un prete che ha fatto di tutto per servire Dio nei poveri, al fianco dei quali mi sta chiedendo di camminare. Magari non riuscendoci appieno, ma tenendo sempre vivo il mio desiderio di provarci. Per quanto mi riguarda, non sarò dunque io a celebrare il matrimonio di Belén e Stefano. Questa decisione, presa dopo aver celebrato oggi il matrimonio di Marco e Valentina (e ieri quello di Silvia e Alberto), non giudica la scelta che i due prossimi sposi hanno fatto: don Roberto è un sacerdote capace di parlare al cuore della gente.

La mia decisione ribadisce semplicemente una convinzione: non ho la pretesa di cambiare il mondo e nemmeno di insegnare la vita a nessuno, ma cerco di comportarmi in modo che un certo tipo di mondo non cambi me. Agli sposi auguro una vita all’altezza dei loro sogni. A tutti i giovani che guardano a loro come dei modelli auguro di essere sempre protagonisti in prima persona della propria esistenza. Con una preghiera sincera e un abbraccio.

don Marco Pozza, Padova

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