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Quell’armonia tra «auctoritas» e «ratio»

Sul tema della «ellenizzazione» del cristianesimo, cioè sull’uso (ritenuto talvolta positivo, talaltra negativo) delle categorie della filosofia greca nei rapporti tra ragione e fede, sono state scritte intere biblioteche, mentre sul rapporto inverso, vale a dire sull’influenza del cristianesimo sul pensiero filosofico dei primi secoli lo spazio di riflessione è ancora vasto.
Un contributo interessante è offerto dal sintetico volume Auctoritas. Mondo tardoantico e riflessi contemporanei, a cura di Maria Vittoria Cerutti (Cantagalli, pp. 224, euro 14), che raccoglie gli Atti di un convegno di studio svoltosi lo scorso anno presso la Pontificia Università della Santa Croce, a Roma.
La ricerca di una auctoritas che garantisca la verità della conoscenza religiosa ha assillato i filosofi neoplatonici e in particolare divenne centrale in Porfirio (sec. III), celebre fra gli studiosi di logica per quella sua classificazione in biforcazioni successive dei «generi» e delle «specie», che dà appunto luogo al famoso «Albero di Porfirio», giunto a noi anche attraverso la traduzione-elaborazione di Boezio.
I tardoantichi si affidavano all’auctoritas della tradizione, oppure ai responsi oracolari, mentre per i cristiani l’auctoritas va ricercata da un lato nella stessa dottrina rivelata interpretata dalla Chiesa, dall’altro nella persona di Cristo, non solo testimone, ma addirittura Verità incarnata.
I rapporti tra filosofi pagani e colleghi cristiani non furono certo idilliaci, anzi, assai spesso aggressivi. Ma, come si legge nella dettagliata relazione di Christian Gnilka, filologo emerito dell’Università di Münster, il ragionamento di Sant’Agostino nel IV libro della Città di Dio, sul «dio ignoto» degli ateniesi come indizio della tensione verso il monoteismo, attraverso il culto alla dea Felicità, è illuminante e costruttivo.
Ignacio Yarza, analizzando la Lettera a Marcella di Porfirio, giunge alla conclusione che il filosofo neoplatonico, il quale insisteva sull’«irrazionalità» della fede cristiana, finisce per affermare l’importanza della fede – sia essa riposta negli «Oracoli caldaici» o nella letteratura ermetica – racchiudendola però nella razionalità del proprio filosofare. È, potremmo dire, una sorta di secolarizzazione sia della fede sia della filosofia che, come spiega il sottotitolo del convegno, ha «riflessi contemporanei», sfociando nel «relativismo» razionalistico contro il quale gli ultimi pontefici mettono risolutamente in guardia.
Del resto, l’uso di categorie religiose in àmbito ideologico e politico è stato sperimentato nell’illuminismo rivoluzionario, partendo dalla «religione civile» di Rousseau, per giungere alle propaggini kitsch di mazziniana e risorgimentale memoria fino ai giorni nostri.
Vorremmo tuffarci nell’erudizione positiva delle relazioni di Angela Maria Mazzanti, Valerio Neri, Giuseppe Fidelibus, Anna Bernardini Penati, Ilaria Ramelli, Massimo Borghesi, ma siamo costretti a limitarci all’osservazione di Giulio Maspero che cristianamente risolve in senso armonico e non dialettico il rapporto tra auctoritas e ratio: «Infatti, solo da questa prospettiva emerge la loro relazione reciproca: la ragione dell’uomo creato rende gloria al suo Creatore proprio nella ricerca di quella Verità che è sempre eccedente, perché nella sua trascendenza si identifica con il Creatore stesso».
E concludiamo con questa citazione di Agostino: «L’autorità richiede la fede e prepara l’uomo alla ragione, mentre la ragione conduce alla comprensione e alla conoscenza».

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