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L’altra Palermo

Gli artisti e i volontari alla riconquista dello Zen

DA PALERMO ALESSANDRA TURRISI

Cantanti, coreografi, attrici… Sono ‘Quelli della rosa gialla’. Dimostrano che a Brancaccio si produce anche cultura, non soltanto mafia
 La Palermo della speranza

Quando i riflettori si ac­cendono sulla cronaca, tutto il resto spesso resta in ombra. Il pentito Ga­spare Spatuzza, condannato per l’omicidio di don Pino Puglisi, con le sue dichiarazioni sta provando a riscrivere alcune delle parti più nebulose degli anni delle stragi di mafia; lo Zen viene messo a ferro e fuoco per contrastare il cronico fenomeno dell’occupazione abu­siva delle case; il centro storico e le periferie sono invasi dalla spaz­zatura e dal degrado. Ma in que­gli stessi quartieri, all’ombra, ci sono segnali di rinascita che han­no i volti di artisti in erba e inse­gnanti missionari, sacerdoti che sanno operare nel silenzio e vo­lontari che vogliono sporcarsi le mani. Brancaccio, la borgata in cui qua­si 17 anni fa fu decisa l’esecuzio­ne di don Puglisi, il parroco che in appena tre anni era riuscito a svegliare le coscienze degli abi­tanti, è sempre una periferia dal­le mille contraddizioni. Qui ha ap­pena aperto un grande centro commerciale, c’è la nuova scuola voluta da don Puglisi, sono stati ri­puliti i famosi magazzini di via Hazon, negli anni Novanta sede di ogni forma di illegalità, ma re­stano i passaggi a livello a chiu­dere ed emarginare questo pezzo di città. «Qui c’è un mondo in mi­niatura, dalla povertà estrema al possidente terriero – racconta don Maurizio Francoforte, parro­co di San Gaetano da un anno e mezzo. – Gli spazi non mancano, ma non c’è una progettualità. Speriamo nell’apertura della fer­mata della metropolitana – ag­giunge – ma il problema è che le periferie non possono più essere viste come gli sgabuzzini della città, dove si mette tutto ciò che non si vuole nel salotto buono. Devono essere centri promozio­nali di riconquista sociale e cul­turale. Non dimentichiamoci che anche Gesù è nato in una perife­ria ». Così, in un quartiere dove la parola famiglia assume tutti i si­gnificati tranne quello corrente, dove il pagamento del pizzo, se­condo le inchieste della magi­­stratura, è a tappeto, qualche se­gnale di cambiamento arriva. «A partire dalla promozione della fi­gura di don Puglisi – dice don Maurizio. – Finora si è sottolinea­to poco che lui è morto per la co­munità, per difenderla, da pasto­re coerente. Lui non vedeva solo degrado e miseria, lui vedeva uo­mini, persone e ogni persona è preziosa. Così, adesso noi pre­ghiamo don Pino ogni giorno. Qualche tempo fa è morta una zia dei Graviano (i mandanti dell’o­micidio di don Puglisi, ndr ) e tut­ti, ai funerali, hanno pregato per don Pino». E poi bisogna puntare sulla fami­glia, quella vera, «rimetterla al centro con un progetto educativo – aggiunge il parroco. – Bisogna responsabilizzare la famiglia, per curare la crescita nella fede dalla nascita alla morte. Ma dobbiamo anche incidere nella cultura di questo quartiere, entrare in rela­zione con la scuola, le biblioteche, dobbiamo insegnare ai bambini ad avere rispetto delle istituzioni, del creato, delle leggi, e agli adul­ti a fare emergere quello che c’è di bene». Un esempio esiste già e porta il nome del fiore preferito da don Puglisi. L’associazione ‘Quelli del­la rosa gialla’, fondata undici an­ni fa da Pippo Sicari, un medico di Brancaccio che la guerra di mafia l’ha vista in diretta, ma che ha de­ciso di «portare avanti gli inse­gnamenti di pace e legalità di don Pino e dimostrare che a Brancac- cio si può produrre anche cultu­ra, non solo mafia». Oggi sono 150 i giovani e meno giovani di tutta la città, che hanno scoperto i va­lori della vita grazie al canto, mi­gliaia quelli che li hanno assapo­rati come spettatori dei musical portati in giro per l’Italia. Un suc­cesso straordinario il Father Joe, dedicato a don Puglisi, nel 2008 al Brancaccio di Roma. Adesso la nuova missione è sensibilizzare i giovani contro l’abuso di alcol e contro le stragi del sabato sera. È questo il tema della favola-musi­cal Petali nel blu , realizzata su commissione della Polizia di Sta­to e messa in scena già a Palermo e Catania. E i primi risultati, in termini occupazionali e artistici, si sono già visti: «Nico ha canta­to a X Factor – racconta Sicari – Valentina, Serena e Angela sono diventate coreografe, Debora e Antonella attrici. Il mio sogno è creare qui, a Brancaccio, una scuola di teatro». Perché è strappando luoghi e braccia all’illegalità che si co­struisce il vero riscatto di Paler­mo. Anche a costo di diventare bersaglio di loschi interessi cri­minali. Una testimonianza arri­va dal centro storico, a due passi dal porticciolo della Cala, vecchio cuore antico della città. A piazza Tavola Tonda, è nato il Centro del­le arti e delle culture, che fra le va­rie associazioni ospita anche l’a­silo multietnico Ubuntu, più vol­te destinatario di attentati inti­midatori. Interamente gestito da volontari e collaboratori, offre un servizio gratuito ai bambini da zero a cinque anni. Per i più gran­di che frequentano le elementa­ri, la struttura si trasforma in una ludoteca dove trascorrere il po­meriggio e svolgere i compiti do­po la scuola. Ottanta bambini di diverse nazionalità, tutti figli del­le famiglie di immigrati che han­no trovato a Palermo un’alterna­tiva agli stenti dei loro Paesi. Piccoli cuori pulsanti in realtà che, dall’esterno, sembrano ari­de, immobili e piene di contrad­dizioni. L’emblema di ciò che questi quartieri sarebbero potu­ti diventare è quell’enorme inse­gna piantata al centro di una piazza dello Zen e circondata da rifiuti di ogni genere. A sorpresa recita ‘Il giardino della civiltà’. Uno scorcio di ‘paesaggio’ che le decine di bambini che fre­quentano il doposcuola e le atti­vità ricreative dell’associazione ‘Lievito’ si trovano sotto gli occhi quando escono da casa, quando aprono la porta del centro, quan­do vanno a scuola, quando gio­cano per strada. E proprio lì, in al­cuni locali incuneati in una delle insule progettate da Vittorio Gre­gotti e diventate paradigma del degrado sociale, quei volontari hanno deciso, quattro anni fa, di creare la propria sede operativa. I volontari sono tutti ragazzi dello Zen e suore di Carità che opera­no nel quartiere. «Abbiamo detto basta con l’ottica assistenziale, per cui gli aiuti vengono solo dal­l’esterno e, se sei un poveraccio, ci puoi restare» precisa il presi­dente Salvo Riso. Ed è scattata la logica della collaborazione fra le diverse realtà presenti a San Fi­lippo Neri, per tentare di diven­tare compagni di viaggio di chi è abituato ad avere come unica scelta quella dell’illegalità.