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LA VITA NUOVA CHE DEVE VENIRE

Avvenire

La discussione di queste settimane attorno al Natale è tutta ruotata attorno alla possibilità di tenere aperti gli impianti sciistici e salvare la stagione turistica. Il tema è diventato così esplosivo da sollevare persino qualche tensione diplomatica tra i Paesi aperturisti – come Svizzera e Austria – e quelli rigoristi – Italia, Francia, Germania. I problemi economici di intere comunità montane che vivono perlopiù di questa attività non devono essere sottovalutati. Come nel caso della ristorazione, è quindi doveroso sottolineare la necessità di interventi proporzionati da parte dei governi per salvaguardare attività che sono a rischio di venire decimate. Non è giusto che il costo della pandemia sia scaricato sulle spalle dei più esposti. E tuttavia, questa vicenda suggerisce molto di più circa la natura più profonda delle nostre società. In questi mesi si è ripetutamente detto che la pandemia è un rivelatore che ci permette di capire meglio quello che siamo. E in effetti, proprio il dibattito sul Natale conferma un tale effetto. Forse prima era più difficile accorgercene. Ma in questi mesi abbiamo visto che il nostro modello di vita non ammette nessun ‘altrove’. Né spaziale – il mondo interconnesso è stato investito in pochi mesi dal virus, senza possibilità di scampo – né temporale – non c’è più un momento ‘esterno’ al circuito economico.

Passo dopo passo, l’attività commerciale ha ‘invaso’ la domenica così come la fascia serale. Il nostro tempo libero è affollato di attività a pagamento: palestre, cinema, musei, viaggi.

Così che il lavorare non riguarda più solo le 8 ore della classica giornata feriale, ma si estende alla quasi totalità delle nostre attività che si reggono solo a condizione di avere un corrispettivo economico. E lo stesso vale per il calendario annua-le, ormai riempito di ‘festività’ commerciali: le ferie estive al mare e quelle invernali sugli sci; San Valentino, Carnevale, Pasqua, i saldi di fine stagione (rigorosamente invernali ed estivi), Halloween, la festa del papà, quella della mamma, il Black Friday, le festività natalizie etc.

Non che la cosa sia di per sé un male. Lavorare nella cultura o nel turismo è meglio che stare in una fonderia o in una miniera. Ma non vanno nemmeno sottovalutati gli effetti collaterali. Sta di fatto che, mentre stiamo (lentamente) cominciando a capire che la questione della sostenibilità va presa sul serio – pena esporci alle conseguenze disastrose del riscaldamento globale – ci si continua a proporre e riproporre un modello che non lascia respiro, che corre sempre più velocemente e che non ammette pausa. Un modello 24 ore su 24, sette giorni su sette.

Nei giorni scorsi – e, meno male, non solo da queste pagine – qualche voce ha cercato di dire che, data la situazione, dobbiamo prepararci a un Natale diverso. Un po’ più povero. Con meno amici, meno familiari, meno regali. Ma forse anche con meno frenesia e con più raccoglimento, più riflessione. Più spiritualità e, forse, più ospitalità. Il che non sarebbe una cattiva idea tenuto conto che siamo alla fine di un anno tremendo che non si potrà cancellare con un’alzata di spalle. Come ha più volte detto papa Francesco, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi». L’antica saggezza biblica – risalente a 3.000 anni fa – insiste sull’importanza di un’interruzione del tempo che permetta di staccarsi dalle attività quotidiane per guardare il mondo da un punto di vista diverso. Un bene inestimabile per l’anima che diventa così più capace di rigenerare quella saggezza e quella creatività senza le quali si finisce nel vortice di una ripetitività sfibrante. Questo vale anche – anzi, soprattutto – per la società contemporanea.

Il Natale ci parla di un mondo che si fa nuovo a partire dalla fragilità di un Bambino. Racconto concreto che ci sollecita a reimparare ciò di cui abbiamo più bisogno: tornare a saper sperare, coltivando la ‘memoria del futuro’, risorsa indispensabile per affrontare creativamente le preoccupazioni che ci affliggono.

La pandemia ha già causato molti danni economici e sociali. E nonostante l’arrivo del vaccini, il 2021 sarà un anno difficile. Il Natale povero che ci apprestiamo a vivere può essere, allora, una occasione per rientrare un po’ di più in noi stessi, capendo che la soluzione ai tanti problemi che ci affliggono non passa da un attivismo affannoso, da una accelerazione insensata. Dal ritorno frettoloso a fare quello che facevamo prima. Se c’è una cosa che il terzo choc globale ci aiuta a vedere è che l’illusione di un mondo a crescita illimitata e del godimento individualizzato non si regge.

La nostra capacità di uscire positivamente dalla crisi della pandemia ha dunque strettamente a che fare con la nostra disponibilità ad ascoltare l’annuncio di Betlemme: il nostro destino sta in una promessa di amore che intravvediamo e che ancora si deve compiere nella sua pienezza. Ecco dunque, il dono che, per credenti e non credenti, può portarci il Natale: essere tempo di rigenerazione, rito collettivo di riapertura della speranza, tempo di meraviglia per accogliere e poi accompagnare la vita nuova che deve venire.

Mauro Magatti

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