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La Bibbia infinita dei filosofi

Nel 1750 a Königsberg, ai confini della Prussia orientale (ora la città, Kaliningrad, è in Russia) il giovanissimo Georg Johann Hamann non voleva essere considerato un filosofo, anzi diceva di non esserlo affatto. Voleva essere uno che legge la Bibbia. Aveva una formazione quasi da autodidatta e studiava le scienze del suo tempo – in particolare quelle storico-filologiche che andavano affermandosi nell’orizzonte illuministico allora nascente e crescente – piegandole alla lettura della Bibbia, fulcro della sua formazione e del suo interesse culturale e intellettuale. Hamann aveva conosciuto le opere dei maggiori autori del tempo e anche di uno studioso torinese che lo aveva molto colpito, il conte Alberto Radicati di Passerano, di cui aveva tradotto dal francese uno strano libro che aveva messo a confronto due grandi religioni, l’induismo e l’islam. Radicati non era un isolato. Aveva affrontato infatti il problema da un punto di vista tipicamente illuministico per mostrare come le rivelazioni religiose, piene di incongruenze, non possano essere prese alla lettera e solo contestualizzandole con l’aiuto del sapere storico-filologico, collocandole nel loro tempo e cercando di capire, di leggere, di interpretarne il contenuto rivelato come documento storico, sarebbe possibile rendere ragione di ciò che è un testo sacro. E ancora: solo così sarebbe possibile far sprigionare dal testo sacro quei valori universali, frutto della ragione, nei quali tutte le religioni trovano un punto di convergenza. L’obiettivo dell’autore era chiaro: aveva applicato le scienze storico-filologiche a due religioni lontane dalla nostra per motivi di prudenza, ma voleva dimostrare la possibilità di una lettura storica di tutti i testi sacri, e quindi anche della Bibbia, per riconsiderarne il contenuto in chiave razionalistica e quindi universale. Poco dopo si sarebbe espresso in un libello anonimo (pure tradotto da Hamann) di dichiarata confutazione, di critica anche violenta del contenuto della rivelazione giudaico-cristiana. Già sospetto di ateismo, questo libro lo avrebbe fatto condannare. Hamann, pur sensibile a questo modo di leggere la Bibbia, non ne era però completamente appagato, denunciava una certa inquietudine, gli sembrava una lettura povera dove non riusciva a trovare, diceva, «Dio che mi parla». E ciò lo lasciava – come lui stesso affermava – in una grande confusione. Era – così scrisse nella autobiografia – un ragazzo «senz’arte né parte», con le idee che gli fiorivano in testa in modo così caotico da sembrare «un giardino non curato da millenni». Quando aveva venticinque anni accadde però un fatto sconcertante, di cui non sappiamo dare una spiegazione. Gli venne affidata una missione delicatissima e importantissima (forse chi suggerì il nome di Hamann fu Kant che ne aveva grande stima) dalla Behrens, una delle più importanti compagnie di navigazione sia del Mar Baltico sia del Mare del Nord, che teneva i contatti tra quelli che allora erano due grandi potenze, la Russia e l’Inghilterra. Russi e inglesi erano sempre in rotta di collisione sui mari del Nord e la compagnia Behrens, che in quel momento doveva trovarsi in difficoltà, affidò a questo giovane una missione diplomatica volta a trovare un equilibrio, un punto di mediazione tra i due colossi. Era probabilmente necessario operare sotto traccia, il che sarebbe stato impossibile per degli ambasciatori. Adeguatamente informato e fornito di credenziali il nostro andò a Londra; della sua attività diplomatica ci resta un solo documento, una relazione preparata per i due ambasciatori, rispettivamente russo e prussiano, uno scritto molto intelligente e acuto che coglie i nodi della situazione. Ciononostante la missione fallì miseramente, tanto che Hamann, finite le credenziali, finiti i soldi, si ritrovò a Londra solo e disperato, non sapendo né dove andare né come tornare a casa. Si rifugiò in una taverna dove trovò una Bibbia e la lesse, come racconta, dal Genesi all’Apocalisse. Era come non avesse mai letto quel libro che era sempre stato al centro del suo interesse. Lui che conosceva la Bibbia così bene, che l’aveva sezionata, analizzata, ispezionata con i metodi e i criteri del sapere storico-filologico, se la trovò davanti ex novo attraverso questa lettura furiosa e allucinata fino a realizzare una vera e propria scoperta senza la quale – afferma – nessun filosofo, nessun sapiente potrà mai ricavare niente dalla lettura della Bibbia, pur disponendo dei più raffinati metodi di indagine. Il punto essenziale, quello che Hamann dice di avere scoperto in quei tre giorni di lettura febbrile, è la convinzione che la Bibbia sia stata scritta per lui, direttamente Johann Georg Hamann ogni libro, ogni verso, ogni punto, ogni racconto per quanto distante, lontano, appartenente a epoche che non sono le nostre e a culture diverse (culture al plurale, gli era ben noto che la Bibbia è un insieme di tanti libri). Solo così la Bibbia gli parlava e rivelava il suo significato e solo così poteva trovare se stesso ovunque nella lettura. Le conseguenze che ne ricavò non hanno significato solo sul piano esistenziale ma sul piano del metodo di lettura e quindi della filosofia che ne deriva.

Prima conseguenza. Di regola per leggere la Bibbia ci si pone davanti al libro come a un oggetto sul quale esercitare la nostra interpretazione distaccata come fa lo scienziato quando studia una qualsiasi realtà naturale. È un’operazione inutile, ci ricorda Hamann, se non abbiamo il coraggio di rovesciare completamente la prospettiva. E anziché respingere la Bibbia nel passato, trattandola come oggetto, espressione di un’epoca che non è più la nostra, dobbiamo farci noi – ecco il rovesciamento – contemporanei alla Bibbia. “Farci contemporanei”: è la prima volta che nella storia della filosofia emerge questa indicazione. Più tardi Kierkegaard dirà: «Nessuno può leggere il Vangelo se non facendosi contemporaneo al Cristo»; Kierkegaard aveva ripreso quest’idea da Hamann di cui era attento e grande estimatore. Rovesciare il punto di vista, farsi contemporanei al testo non significa retrocedere di duemila anni. Significa strappare, per così dire, la Bibbia al tempo storico e considerarla come lo stesso orizzonte che ci abbraccia, quello dentro il quale noi siamo e quindi come qualche cosa di eterno. Significa portarci all’altezza della Bibbia che è sempre attuale, tanto è vero che così la leggevano i Padri della Chiesa e i mistici medievali, e così possiamo leggerla noi. La prima conseguenza della “scoperta” di Hamann comporta il riconoscimento che nella Bibbia de re nostra agitur, si tratta di noi, anzi si tratta di “di te”, di ciascuno di noi in particolare, il contrario di un noi astratto, dell’essenza umana cara agli illuministi. Ogni singola persona è tenuta a riconoscersi in tutto ciò che lì viene detto. Non siamo mai stati inghiottiti da una balena ma «leggila come se toccasse a te, anzi come se tu lo fossi stato e allora capirai».

Seconda conseguenza. Coloro che ci parlano non sono solo i personaggi della Bibbia, ma gli scrittori della Bibbia e dobbiamo, per quello che sono, soprattutto, prenderli sul serio come persone, impegnate in un vero e proprio dramma religioso e non figure di un teatrino filosofico. Hamann ci avverte – a noi può sembrare una cosa scontata ma non è così – che le parole della Bibbia non sono ipsissima verba Dei, ma espressioni di uomini. E questa è la differenza tra il Corano e la Bibbia. Il Corano si ritiene fatto scendere da Dio stesso parola per parola attraverso l’angelo Gabriele, e perciò di quel testo è possibile solo un’interpretazione assolutamente letterale con tutti i problemi che ne conseguono. La Bibbia no. La Bibbia è opera – dice Hamann – di scrittori. E non sappiamo fino a che punto nei racconti agisca l’imperativo poetico per cui la verità del mito che non è la verità storica è tuttavia la verità. E i personaggi? Ma possiamo davvero farne delle astrazioni o non dobbiamo invece, se la Bibbia è stata scritta per ciascuno di noi, se ciascuno di noi – una volta rovesciata la prospettiva – può portarsi alla sua altezza e riconoscervisi, considerare quei personaggi, attraverso i quali pur Dio ci parla, uomini come noi, con tutti i loro limiti, con tutte le loro miserie, con tutte le loro follie, con tutte le loro perversioni… e prenderli sul serio uno per uno? Non è lecito dissolverli in categorie dello spirito, trasformarli in concetti astratti, in una specie di teatrino filosofico dove a ciascuno è assegnato il compito di rappresentare un’idea da contrapporre a un’altra. Abramo, che ineluttabilmente ci interroga, dal punto di vista umano è un padre criminale. È uno che è pronto a sacrificare suo figlio e a farlo in nome di Dio. Il dramma di Abramo è un vero dramma, da prendere terribilmente sul serio, come se ognuno di noi fosse Abramo. Kierkegaard aveva letto il passo in cui Hamann ci invita ad essere contemporanei non solo del testo ma di Abramo e ad essere pronti a venir messi alla prova come fu messo Abramo con tutto quello che questo significa. Kierkegaard aggiunge, che se c’è una contraddizione da un punto di vista filosofico, l’uomo di fede deve essere pronto a sostenerla e ad affermare due cose antitetiche, che non stanno insieme. Deve avere il coraggio di dire che Abramo è il cavaliere della fede e insieme che Abramo è un delinquente. Dobbiamo leggere la Bibbia filosoficamente ma al di là della filosofia. Se le cose stanno così, se Dio non ha ritenuto di parlare all’uomo faccia a faccia consegnandogli un libro scritto da Lui, ma ha fatto ricorso a musicisti (Davide lo era), a scrittori (i profeti erano soprattutto degli scrittori), agli scribi se questo è il mondo della Bibbia, non dobbiamo temere di sostenerne l’evidenza. La Bibbia è scritta da uomini, è un discorso di uomini per uomini che si sono giovati degli strumenti delle varie arti, della letteratura, della musica, della poesia… Certamente nella Bibbia ebraica non possiamo parlare di immagini ma anche la pittura entrerà prepotentemente nel mondo biblico.

Terza conseguenza. Allora, se la Bibbia è quanto Hamann ci ha testimoniato, dobbiamo avere il coraggio di dire che il canone è aperto, cioè che la Bibbia non finisce, che i libri canonici non sono quelli che vanno dal Genesi all’Apocalisse e basta, dall’Antico al Nuovo Testamento e basta – come è stato stabilito dalle grandi Chiese storiche – ma accettare la possibilità che Dio parli ad ognuno di noi attraverso i suoi poeti, i suoi giullari, i suoi clown in musica, in poesia, in letteratura… magari anche tramite – e lo dice ancora Hamann – musicisti, poeti, scrittori che non sembrano avere nulla di biblico ma nei quali la tradizione (questo è un termine su cui Hamann insiste molto) continua. La Bibbia è un canone aperto. Nessuno ha il diritto di dire: «La Rivelazione è quella e non altra. Il testo sacro – o quell’insieme di testi – e non altri». La Bibbia continua, la Bibbia non è finita con l’Apocalisse. C’è Bibbia, osa dire Hamann, anche in Shakespeare. C’è Bibbia – è più facile dirlo – anche in Dante. E se questo ha un senso noi dovremmo continuare e dire c’è Bibbia anche in Beckett. Harold Bloom ha sviluppato questo tema e ha detto che il canone – in cui si collocano i libri canonici, riconosciuti come rivelati – ha anche un altro valore, per esempio, di ispirazione sotterranea della grande letteratura occidentale quando la letteratura, pur staccata dalla Bibbia, avrebbe continuato, anche talvolta inconsapevolmente, ad ispirarsi ad essa. La vita della Bibbia è al di là della Bibbia, ma è sempre la Bibbia.

LA RIVISTA
Anticipiamo in queste colonne ampi stralci della riflessione pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Biblia” (www.biblia.org. ), nella quale Sergio Givone – docente di Estetica all’Università di Firenze – si è riconosciuto esplicitamente nel filosofo lettore, spiegando come ha letto, come ha cercato di leggere, che cosa da queste letture ha ricavato, in sostanza cosa significa per lui la Bibbia sul piano filosofico e non solo
Sergio Givone – avvenire.it