Crea sito

INEDITI La pasqua dei Poeti

La primavera fa saltare il tappo dell’inverno. Non c’è pietra tombale che tenga. Gesù umilia lo straccio della morte, che diventa ora una cara sorella; è il risorgere nella Pasqua, dove l’amore è oramai l’ossigeno nuovo. Cinque poeti sono qui chiamati a darne notizia artistica. Si va, nei singoli testi, dall’endecasillabo alla prosa poetica. Gli autori sono: Maria Luisa Spaziani, emblematica protagonista del Secondo Novecento, Franco Loi, padre indiscusso della poesia dialettale contemporanea, Tiziano Rossi, approssimatosi autorevolmente alla prosa. Inoltre Guido Oldani, artefice della poetica del Realismo Terminale, e Valerio Magrelli, il più giovane fra i più noti poeti italiani. Questa pagina è una “Sindone in versi” che raccoglie le impronte degli ultimi “tre giorni”, duemila anni dopo. Vi sono significati, emozioni, visioni e distanze, le più svariate. Si ascolta con orecchio diverso, si vede da finestre e con sguardi differenti. Ma non c’è mai sordità o cecità. Da questo ceppo, del resto, viene Francesco.
Un dì che ’ndavi sensa sentiment
per piassa Triculur ’me ’n strasc al vent
me sun truâ ai scal d’una caverna
due sòta tèra spariven l’èrba e i gent…
Me sun fermâ, û duggiâ un quaj fiur,
û tupicâ tra i sass – pareva inverna –
me sun decîs a entrà denter nel scür
e gh’era tüta tèra e safurment…
… vegnìven bumb dal ciel, e dü tri sciur
pregàven e piatìven dré d’un mür…
Seri in genögg, raspavi sòta el scür,
un pù piagevi, un pù cercavi i fiur…
’Me l’era nott el dì! e fund el mür!
pregavi, biassegavi, e l’era el mund
che me ciamava da quèl fund del mür…
ma l’era un òm? un angiul? l’era el vent?
Seri ’na bissa e Lü l’era ’na lüs.
El m’à brasciâ… E mì? Sun stâ nel vent,
e mür e tèra s’eren fâ de lüs
e mì cantavi al cel in mezz aj fiur.

Un giorno che andavo senza sentimento per piazza Tricolore come uno straccio al vento mi sono ritrovato alle scale d’una caverna dove sottoterra sparivano l’erba e le genti… Mi sono fermato, ho adocchiato qualche fiore, ho inciampato tra i sassi – sembrava inverno – mi sono ritrovato ad entrare dentro nel buio e c’era tutta terra e tante bestemmie… … venivano giù bombe dal cielo, e due tre signori pregavano e piativano dietro un muro… Ero in ginocchio anch’io, raspavo sotto il buio, un po’ piangevo, un po’ cercavo fiori… Com’era notte il giorno! e profondo il muro! pregavo, biascicavo, ed era il mondo che mi chiamava da quel fondo del muro… ma era un uomo? un angelo? era il vento? Io ero una biscia e lui era una luce. E mi ha abbracciato … e io? sono entrato nel vento e muro e terra s’erano fatti di luce e io cantavo al cielo in mezzo ai fiori.
Franco Loi

NOSTRA PASQUA
più antico della Croce, è lui l’eletto,
il simbolo dei simboli, lui, l’Uovo.
Palla del rugby, palla al cioccolato,
lui vittoria o delizia.

Sei polpastrelli dèlega il credente
a carezzare i grani del rosario.
Più di cinquanta ovetti, la scalata
di primavera al cielo.
Maria Luisa Spaziani

A MEZZO VOLO
vespasiano, morente imperatore
ai suoi chiede che lo si alzi in piedi,
solo così un grande uomo muore.
tale è gesù, che sembra impallinato
sulla croce di legno a mezzo volo
e poi esce dal frigor della morte,
perché due vite è la nostra sorte.
Guido Oldani

PER ROMA
In una Pasqua azzurra e solitaria
(la città vuota, la mamma ammalata)
decido di portare mio figlio di sei anni
in bicicletta, lungo il fiume, a nord.

Via per il Pantheon, culla funeraria!
(nessuno in giro, la strada ventilata)
e dritti fino al Tevere, per scordare gli affanni,
luccicante e leggero da farsi in pedalò.

Ma dopo il Foro Italico, dalla ricca statuaria
(la ciclabile scende, più buia, malfamata)
un villaggio di nomadi, fra le baracche e i panni,
ci piomba addosso muto, con lamiere e falò.

Poi la pista risale in una curva d’aria
(noi ci voltammo indietro, la minaccia sventata)
trasparente di luce, lontana dai capanni
degli stranieri – zingari, clandestini, macrò.

Così in quella giornata raggiante e leggendaria
(per la nostra famiglia, sebbene menomata)
restò quel punto nero, vergogna, disinganni,
fratellanza, paura, odio, pena, non so.
Valerio Magrelli

AFFRESCO
Siccome sono un bambino e non devo disturbare, me ne sto zitto zitto a guardare mio padre mentre prepara il suo lavoro di pittore, perché dovrà affrescare l’abside di una chiesa illustrando il tema della Pasqua; e tutto mi scorre davanti veloce come in un film accelerato. Siamo su un ponteggio alto alto, tanto che il parroco vicino all’altare pare una formica. In un lampo mio padre dipinge il bozzetto che suggerisce i colori e i toni da adottare; disegna in un istante, su un grande cartone, i contorni delle figure e delle cose che dovranno comparire sul muro; sempre di corsa divide il cartone in tanti quadretti e svelto trafora con una rotella appuntita quei contorni; poi guizza da un lato per apprestare i colori macinandoli con acqua di calce, e allestisce in un batter d’occhio la parete applicandovi un impasto di sabbia, calce e polvere di marmo; quindi, come un fulmine, preme il cartone sulla parete, passando sui forellini dei contorni un tampone pieno di polvere di carbone; balza indietro per vedere l’effetto e infine prende i pennelli e freneticamente comincia a dipingere, lavorando con tale speditezza che – ecco – per oggi l’affresco della Resurrezione è già finito. Mio padre scende a precipizio la lunga scala a pioli, percorre come una freccia la navata ed esce dalla chiesa: non lo vedo più e mi invade un grande sconforto. Uno dei personaggi che lui ha raffigurato (è un apostolo?) si stacca però dal muro e, serio, mi rivolge la parola: «Ciò che hai visto è semplicemente la vita, la Pasqua di tutti» e nel dire questo mi accarezza compassionevole la testa, ormai diventata completamente calva.
Tiziano Rossi