Pupi Avati su Dante, suo valore è poesia non politica

 © ANSA

– Il suo Dante ha fatto commuovere 1.000 studenti di Civitanova appena ieri in una delle decine di proiezioni scolastiche con cui il film di Pupi Avati prolunga la sua vita oltre la proiezione in sala.

Il regista, che si è documentato per mesi diventando ancora più di prima un grande appassionato del Sommo Poeta, interpellato sulle dichiarazioni del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano giudica l’uscita, “sia detto senza alcuna polemica, un po’ pretestuosa.

Nel senso che il valore di Dante, il motivo per il quale è sopravvissuto fino ad oggi e oltre oggi è la sua dismisura poetica, immensa, misteriosa, non certo la sua posizione politica”. Avati riflette e aggiunge: “è anacronistica, visto che parliamo di 700 anni fa e di un contesto completamente diverso. Non la sua posizione politica nè la sua omniscienza lo ha reso immortale, considerato il tempo medioevale, e neppure l’uso del volgare, ma semmai il volgare applicato ad una opera poetica cosi vasta”. Nel film, con Sergio Castellitto-Boccaccio e Alessandro Sperduti-Dante, “mi sono ben tenuto alla larga dall’attribuirgli una posizione politica. Alcuni dantisti lo hanno analizzato per le sue scelte, ma Dante ‘si mise in proprio’, disgustato da tutto e il periodo peggiore della sua vita al quale attribuisce le sue disgrazie furono i due mesi in cui fu priore ‘scendendo’ in politica”. “Se penso a Dante – aggiunge Avati – e all’ideologia non mi verrebbe mai in mente la destra ma diciamo ad onore del vero che la visione delle cose del mondo di Dante è totalmente inapplicabile all’ oggi, con un mondo davvero diverso”. (ANSA).

La “Ninna nanna” di Trilussa, preghiera laica contro l’ipocrisia della guerra

Soldati in trincea durante la Prima Guerra mondiale

Nel 1914, tre mesi dopo lo scoppio del primo conflitto mondiale, il grande poeta romano scrive i versi tra i più celebri e citati della sua opera, una denuncia dell’orrore bellico e degli interessi di chi lo ha causato, una poesia purtroppo davvero senza tempo

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

“Ninna nanna, pija sonno/ché se dormi nun vedrai/tante infamie e tanti guai/che succedeno ner monno/fra le spade e li fucili/de li popoli civili”. Centootto anni dopo è cambiata la tecnologia bellica, non certi istinti dell’animo umano. “Le spade e li fucili” di ieri sono i missili ipersonici e le bombe termobariche di oggi, ma chi li maneggia – o li fa maneggiare – produce il risultato noto di ogni guerra, “la gente che se scanna e che s’ammazza”, che “insanguina la terra”.

Versi che non passano
È l’ottobre 1914 quando il grande poeta romano Trilussa – al secolo Carlo Alberto Salustri – poco più che quarantenne e all’apice della fama, mette mano alla penna per concepire le sei strofe in versi ottonari di una delle sue poesie più conosciute e amate, la Ninna nanna de la guerra. Quarantotto versi pervasi da un sarcasmo dolente e disilluso che arriva dritto al cuore con la schiettezza del dialetto. Arriva ora, al presente. Non più solo come arrivò e colpì all’epoca, facendo il giro dei giornali.

Cambiando i nomi resta il “macello”
Perché la Ninna nanna di Trilussa, e lo dimostrano le tante citazioni sui media italiani di questi giorni, colpisce oggi col maglio di un’attualità che lascia attoniti proprio perché non è il canto duro ma superato di un fatto da libro di storia, da godere come una vecchia malinconia. Quei versi di cento anni fa fotografano il sentimento del mondo di oggi e con una rapida operazione di aggiornamento terminologico ecco che diventa fin troppo facile sovrapporre alla silhouette del “sovrano macellaro” – ovvero quella di “Gujermone” e “Ceccopeppe”, cioè Guglielmo II di Prussia e Germania e Francesco Giuseppe d’Asburgo, i regnanti all’origine della catastrofe – il profilo attuale di chi ha ri-portato da quaranta giorni sulla terra d’Europa orrori che si pensavano chiusi nel cassetto del secolo breve.

Gli occhi dei bimbi su un mondo di pace
Quando la Ninna nanna viene pubblicata in ottobre, le cronache dal fronte hanno già riferito dei primi massacri, un milione di morti in appena tre mesi. Trilussa vede e affonda la lama di una satira spietata nel ventre della guerra, che in fondo non è che “un gran giro de quatrini”, l’altare della retorica su cui certi leader riemergeranno a danno della gente “senza l’ombra di un rimorso”. E allora: “Fa la ninna cocco bello/finché dura ‘sto macello”. Nella preghiera laica di Trilussa resta l’eco di una speranza per i bambini ucraini e di tutte le guerre: quella di riaprire gli occhi su un mondo in pace, senza aver visto e non dover vedere mai “tante infamie e tanti guai”.
Vatican News 

Letteratura. Quando Rebora accolse la poesia come un dono

I “Canti anonimi” indicano il compimento dell’evoluzione spirituale, prima ancora che lirica, negli scritti dell’autore lombardo, frutto di ascolto e attesa. La nuova edizione commentata
Clemente Rebora

Clemente Rebora – archivio

Avvenire

Domani, 6 aprile, alle 17 nell’aula magna della Cattolica di Milano viene presentata la nuova edizione commentata dei Canti anonimi di Clemente Rebora, edita da Interlinea e curata da Gianni Mussini (pagine 264, euro 28). Il volume propone una prefazione di Pietro Gibellini che proponiamo qui sopra in ampia sintesi. La presentazione sarà animata dalla tavola rotonda ‘L’immagine tesa: l’attualità di Rebora’ alla quale parteciperanno, col curatore Mussini, anche Giuseppe Langella, docente alla Cattolica e Valerio Rossi dell’Istituto sant’Ambrogio, Centro novarese di studi letterari. L’incontro sarà coordinato da Roberto Cicala, docente della Cattolica e direttore editoriale di Interlinea.

Radicata è l’attitudine della storiografia letteraria a riunire i grandi scrittori in terne: le corone del Trecento, Dante-Petrarca- Boccaccio; quelle del-l’Italia unita, Carducci- Pascoli- D’Annunzio; quelle del secolo breve, Ungaretti- Saba- Montale. A questi campioni della poesia novecentesca è andato ad aggiungersi, progressivamente, Clemente Rebora, per iniziativa, soprattutto, di Gianfranco Contini, Carlo Carena, Giovanni Raboni, Vanni Scheiwiller, figure di intellettuali che con il poeta lombardo hanno condiviso e condividono la geografia fisica ed etica. Sul loro terreno culturale e mentale sono radicati anche l’editore e il curatore di questi Canti anonimi, volume che arricchisce la serie reboriana di Interlinea, già nobilitata dai Frammenti lirici, dal Curriculum vitae, dagli scritti di guerra, dal carteggio con Scheiwiller. Fondando il testo sulla princeps e sulle postille autografe, e accompagnandolo con un chiaro apparato di varianti, Gianni Mussini (il curatore) si giova delle solide competenze filologiche acquisite negli anni d’oro dell’università pavese. Ma, lettore di poesia e poeta in proprio, mostra di avere una particolare sensibilità e acutezza nell’interpretare le poesie del suo autore. La compresenza delle diverse attitudini fa sì che le tre facce cristalline di questo libro, l’ecdotica, l’esegetica e l’ermeneutica, si riflettano l’una nell’altra, cosa che oggi si verifica raramente negli studi italianistici, dove la filologia circola spesso povera e nuda, come la filosofia nel memorabile sonetto petrarchesco, vuoi perché trascurata o ignorata dai più, vuoi perché chi la pratica fornisce spesso masse di dati non lievitati da fermenti interpretativi. La chiave che consente a Mussini di combinare il lavoro di editore, di commentatore e di critico sta nell’adozione di un criterio filologico, aggettivo da intendere, come lui chiarisce, nel senso etimologico di «amore della parola», criterio che gli consente «di illustrare il testo in tutte le sue implicazioni». Siamo agli antipodi di quello che Contini liquidava come filologismo, e nel cuore dell’ellisse nei cui due fuochi stanno i termini, amore e parola, che caratterizzano tanto il metodo dell’interprete, quanto la visione dell’interpretato. Il peso di questi valori- guida andrà crescendo nell’opera di Rebora, a partire dai Frammenti lirici e fino ai Canti anonimi, e farà acquistare idealmente ai loro nomi l’iniziale maiuscola. Dopo la conversione, don Clemente abbandonerà la scrittura poetica, che recupererà solo negli anni estremi, quando nel Curriculum vitae e nei Canti dell’infermità il minuscolo e il Maiuscolo finiranno per intrecciarsi, per abbracciarsi. Nei commenti alle singole liriche, Mussini coniuga diligenza e discrezione, stringendone efficacemente il succo ed evitando la trappola delle risorse elettroniche, quelle che spingono spesso i critici recenti a sovraccaricare i testi di rinvii ad altri autori. Le poesie di Rebora, si deve peraltro notare, hanno più contatti con altri versi della sua opera che con quelli dei precursori, le cui rare riprese, segnalate opportunamente da Mussini nel saggio introduttivo, non sono mai pedisseque né esibite. Anche là dove l’orecchio avverte, per esempio, un’eco dell’Onda dannunziana, colpisce la lontananza tra il descrittivismo iconico-musicale dell’Imaginifico e la meditazione cosmica reboriana, più prossima semmai a quella simboleggiata dagli abissi di Baudelaire o dal Mediterraneo di Montale. Dante, la cui incidenza su Re- bora è ora indagata nella robusta monografia di Roberto Cicala ( Da eterna poesia, il Mulino, Bologna 2021), si conferma suo modello di densità ed espressivismo, anche se la sonante asprezza che caratterizzava i Frammenticoabita nei Canti – dove predomina il sermo humilis, consono al loro supposto anonimato – con la melica dolcezza delle rime, che richiama quella delle pascoliane ninne-nanne e delle filastrocche infantili. Assai persuasivo è pure il rinvio di Mussini a certe cadenze di Jacopone, autore da lui studiato a fondo. I frutti più sostanziosi del suo lavoro, Mussini li offre nel saggio introduttivo. Coniugando la critica stilistica con lo studio del pensiero del poeta, strettamente connesso alle sue vicende biografiche, Mussini esamina la forma del testo senza prescindere dal significato, e vede dunque nel lessico una spia dello stato d’animo e il riflesso di una ricerca conoscitiva. Valga per tutte la voce perdono, i cui riaffioramenti sono considerati tappe della progressiva metànoia del poeta, nella quale giocano un ruolo essenziale le vicende amorose e il trauma della guerra. Ed è proprio un episodio bellico, la vista del corpo decomposto di un commilitone, a fargli intitolare una poesia Perdóno?, dove il punto interrogativo segnala lo smarrimento della coscienza, la sete di un senso che il poeta va cercando strenuamente. Con precisi appoggi testuali, Mussini illumina anche l’itinerario che porterà l’autore alla fede, itinerario di cui traccia il percorso con mano delicata, spiegando «Rebora con Rebora». Il rigore del suo metodo lo protegge dal rischio di scambiare una conversione potenziale per una conversione in atto, forte della lezione dell’amato e studiato Manzoni, da cui ha appreso che le metamorfosi della coscienza non sono improvvise né radicali, e che l’uomo vecchio reca in sé il germe dell’uomo nuovo. Il passaggio di Rebora dall’io al noi e dal noi all’Altro emerge dal confronto dei Frammenti lirici, moderno Liber fragmentorum che lega in collana le schegge di un ego egemone ma diffratto, con i Canti anonimi, in cui il soggetto, da solista, si fa voce di un coro. Il titolo, denso e pregnante, chiarisce la novità del volumetto rispetto alla prima raccolta: il melodioso sostantivo ‘Canti’ ha ben altro suono e senso rispetto a ‘Frammenti’, e all’aggettivo implicitamente narcisistico del libro precedente, ‘lirici’, succede ora ‘anonimi’, come se quei canti non fossero composti ma soltanto «raccolti» dal poeta, giusta la dicitura del frontespizio della princeps. In tal modo Rebora si allinea di fatto all’estetica rosminiana e manzoniana dell’inventio, secondo cui il poeta non è che il tramite di un dono provvidenziale, trovatore e diffusore di testi che esisterebbero prima e fuori di lui. I Canti segnano dunque un progresso poetico e spirituale nella vicenda dell’autore, ma anche al loro interno fanno registrare un avanzamento, quello dall’alfa della sua quête letteraria e mentale all’omega dell’incontro supremo, ancora incerto. La raccolta si apre infatti con la lirica in cui Rebora, ponendosi in paziente e calma attesa, raccoglie e serba nel cuore i frutti della propria meditazione per donarli poi «a chi ha cercato»; e si chiude con la poesia in cui la persistente attesa di «nessuno» si fa certezza dell’arrivo di un misterioso Qualcuno, già presente con il suo «bisbiglio». L’agnizione del dolce ospite dell’anima imporrà al Rebora sacerdote una lunga astensione dalla scrittura letteraria. Poi, con l’esperienza dolorosa della malattia, tornerà a scorrere la sua vena lirica, posta al servizio di una Parola e di un Amore fattisi più grandi.

Avvenire

La riflessione. Tempo di fiamme e poesia (Per il Natale che viene)

La logica estrema del dono ha la sua paradossale e sovrana radice nel giorno dello Straniero Bambino
Da Avvenire

In alto: Marco Lodola, “Natività”, 2021. Scultura luminosa scatolata, in lamiera verniciata di nero illuminata con led e decorata con pellicole colorate. Dalla mostra Admirabile signum, a La Spezia

In alto: Marco Lodola, “Natività”, 2021. Scultura luminosa scatolata, in lamiera verniciata di nero illuminata con led e decorata con pellicole colorate. Dalla mostra Admirabile signum, a La Spezia – Collezione Fondazione Carispezia
Credo che moltissimi tra noi siano rimasti trasecolati dall’esortazione della Commissaria europea all’Uguaglianza, poi formalmente ritirata, a non utilizzare più parole come Natale o Maria per non offendere chi non è cristiano. Non penso che saranno molti ad ascoltare questa perorazione quando, ora che torna il momento di scambiarci gli auguri natalizi, ma non mi sembra tempo perso sostare un attimo col pensiero su ciò che il Natale, per fortuna, continua a significare per noi.

Quale festa sa ancora creare nel mondo – buona parte del mondo, non solo l’Occidente – le risonanze, gli echi, le vibrazioni, le luci, gli aloni del Natale? Nonostante gli attentati allo spirito dello stupore e del dono prodotti senza tregua dalla civiltà del banale e del disincanto, dai colpi di maglio dell’abitudine e dal duro pane del nonsenso quotidiano (fino all’assedio del Covid-19), il Natale resiste come un castello di sogni leggerissimo ma imprendibile nella sua essenza, come l’isola che non c’è di tutte le utopie, come la montagna incantata della bellezza più limpida e tenace. A ogni nuovo Natale che si avvicina quanti sono gli esseri umani toccati da un sentimento di sollievo, grati a una festa capace, nonostante tutto, di farli respirare, di liberarli, almeno per qualche giorno, dai virus dell’angoscia, dell’amarezza, dello spleen? Certamente milioni. Eppure molte persone fra noi non “sentono” il Natale, o nutrono nei suoi confronti dubbi, sospetti, indifferenza, disagio. È in primo luogo per loro che il grande teologo Karl Rahner nel 1962, cioè in un momento in cui l’Occidente era percorso dall’euforia di un rinato benessere materiale, scrisse: .

Per parte mia non ho dubbi: coloro che non sentono, che non “capiscono” il Natale sono gli stessi che non amano la poesia, che non intendono come la poesia non sia un lusso ma un bisogno primario per l’anima. Simile alla carità nella sua forza profonda – nella sua capacità, per dirla con Paolo di Tarso, di perdonare, credere, sperare senza riserve –, la poesia resiste a ogni genere di distruzione perché sa cogliere “l’altro lato” della realtà, il nocciolo segreto della vita, la ricchezza delle cose anche più comuni. Ogni vera poesia è, in germe, una specie di vangelo, cioè un annuncio del carattere miracoloso del mondo: i grandi poeti, da Francesco d’Assisi a Giovanni Pascoli ad Attilio Bertolucci, sanno ricordarci il miracolo supremo – il fatto che il mondo esiste, che non c’è solo il nulla – con parole spesso semplicissime, con immagini che sembrano fiorire dal lapis di un bambino. A sua volta l’annuncio dei Vangeli è essenzialmente poesia: Cristo non è solo un filosofo rivoluzionario (un maestro in grado di pensare in modo radicalmente “altro”, come ha evidenziato Frédéric Lenoir in uno splendido libro), è soprattutto uno straordinario poeta. Cosa ci rivelano le sue parole, le sue metafore, i suoi apologhi? Forse il senso ultimo del suo insegnamento è inattingibile, ma almeno questo è chiaro e comprensibile a tutti: che nel Regno di Dio le cose e le creature più sublimi sono le più piccole, fragili e inappariscenti: che la Verità sfugge ai concetti, alle idee rigide, alle categorie (ecco perché in certi momenti il modo migliore per testimoniarla è il silenzio): che c’è un legame essenziale tra il visibile e l’invisibile, la realtà e l’Altrove, la povertà e la ricchezza, la morte e la vita. Di questa immensa rivelazione il Natale è il fulcro, il punto di convergenza e di irradiazione, il “fuoco” vivo, la fiamma umilissima e abissale. Nel racconto natalizio di Luca trionfa ciò che i giapponesi chiamano wabi: la bellezza del frugale e del povero, la gloria dello spoglio, del minimo, della nudità, del delicato, del nascosto. Mostrare, come fa il racconto del Natale cristiano, che nell’ombra si manifesta la luce più grande (quella che nel Prologo del Vangelo di Giovanni riapparirà nella sua splendente purezza metafisica) è possibile solo nel vortice inebriante, rapinoso del paradosso. Nessun messaggio, nessuna creazione è così profondamente paradossale come la poesia evangelica, e così capace di far fluire lo spirito del paradosso in altri testi, in altre poesie, in altre creazioni. Da Efrem il Siro che nel suo inno sulla Natività scrive fino all’Andrej Rublëv che dipinge la culla del Dio neonato con la forma di un sarcofago; dai cortocircuiti teologici del Paradiso dantesco () fino all’Ungaretti che in una poesia del Sentimento del tempo evoca un Dio piccolo e sorridente () come figura suprema di quei momenti in cui , cos’è stata la vicenda dell’arte, della letteratura e della musica cristiana se non una straordinaria Via del Paradosso?

Il Paradosso è traboccato oltre i domini della creazione estetica, ha invaso anche le sterminate terre dell’esperienza mistica. Ma nemmeno le cattedrali della filosofia ne sono rimaste immuni. Per uno dei più mirabili filosofi cristiani, Agostino d’Ippona, , secondo la folgorante sintesi di Jeanne Hersch. Per Lev Šestov, spirito intrepido e ribelle, ostinatamente dissidente nella storia della filosofia moderna, segnato dalla Bibbia in un modo tutto suo, sono i risvegli improvvisi da quel sonno che ci rinchiude nell’illusione della ragione.

Il carattere, paradossale fino alla provocazione, dello spirito cristiano è sempre stato scandalo per il mondo, ma i Vangeli ci dicono che solo chi non è disposto a spingersi fuori, lontano dalle abitudini, affidandosi alla “lucida manía” dei profeti, può credere che la via inaugurata dal Natale sia soltanto una forma di follia. Certo, il Dio che Cristo ci ha rivelato non è solo il bambino indifeso, dolcissimo del presepe ma anche lo Straniero, . (Questo aspetto di Cristo è stato colto assai bene da Pasolini nel suo “Vangelo secondo Matteo”: qui Gesù non è solo umanissimo e ; spesso la sua predicazione ha qualcosa di irto, di lancinante e quasi di selvaggio anzitutto per gli apostoli.) Ma lo Straniero è anche il Dio vicinissimo a noi, colui che ci salva con la forza inaudita della gratuità, con la bellezza del dono puro, senza perché.

L’aspetto più autentico del dono in certe culture arcaiche è, secondo Marcel Mauss, il suo carattere eccessivo, cioè la tendenza del donatore a dare “tutto” ciò che possiede, senza temere di rovinarsi. Sommersi dai vacui eccessi del consumismo, storditi dalle troppe offerte di oggetti da acquistare, soprattutto nel periodo natalizio, non siamo più in grado di capire la generosità, la magia, la poesia umana delle forme “primitive” di eccesso. Il Dio dei Vangeli, però, pratica proprio l’eccesso senza misura nel momento in cui dona: se interviene a un pranzo di nozze, come a Cana, offre ai commensali una quantità enorme di vino (secondo le indicazioni di Giovanni potrebbero essere stati più di settecento litri); se uno degli esseri più reietti, un brigante crocifisso, ha un disperato bisogno del suo perdono, glielo concede subito, addirittura gli schiude il Paradiso senza chiedergli nulla in cambio.