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Guerra e fame, salviamo il Sud Sudan

La stagione delle piogge si protrarrà fino a tutto ottobre e questo renderà ancora più cupi e duri i silenzi e la solitudine di quei due milioni circa di sfollati interni e delle decine e decine di migliaia di fuggiaschi
sudsudanesi incalzati da due mesi di furiosi combattimenti nelle regioni di Jongli, Unity e Alto Nilo. Stanno scappando dai carri armati dei militari che si combattono, ma anche da lance e frecce tribali, e portano con sé solo paura e pance vuote, con il terrore negli occhi per quello che hanno visto. Nessuno protegge anziani, donne e bambini in questa fuga disperata e disordinata, senza meta, ma con tanta violenze che anche i più piccoli subiscono. Sono state raccolte testimonianze che parlano di «bambini arsi vivi». E tutte le parti in conflitto si sarebbero macchiate di queste atrocità contro i civili inermi.

Una tenebra funebre, da molti decenni ormai, avvolge con il suo nero mantello la sorte di questo giovane Stato africano. Solo cinque anni fa, sembrava destinato ad avviarsi verso un futuro di fervida ricostruzione, abbondanza e sviluppo, grazie soprattutto ai giacimenti di petrolio nascosti nelle sua pancia tropicale. Ma il Sud Sudan, che sembra sorto come la Fenice dalle proprie ceneri, per tornare di nuovo cenere, dopo una più che trentennale guerra tra Nord islamico e Sud cristiano-animista, appare destinato a rimanere quel prigioniero incatenato al suo storico calvario. Tornano alla mente le parole che monsignor Cesare Mazzolari, bresciano, amministratore apostolico di Rumbek, ripeteva ai suoi interlocutori per raccontare del suo amato Sud Sudan africano, preda degli sconvolgimenti della guerra tra Nord e Sud, quando lo schiavismo arabo razziava giovani vittime, quando carestie e epidemie mietevano morte: «Il martirio della nostra gente è il Venerdì Santo più lungo della storia africana». E sapeva anche, Mazzolari, che in quella terra, che oggi accoglie i suoi resti mortali, come quelli del suo predecessore Daniel Comboni, l’agognata pace faticosamente raggiunta solo pochi anni fa tra Khartum e Juba non sarebbe durata. Anzi, si sarebbe trasformata in una guerra fratricida tra clan e fazioni, un tempo amiche e alleate contro il comune nemico arabo.

Una guerra ancora più crudele, dove gli istinti tribali avrebbero prevalso e dominato la natura dell’uomo. Non solo il soldato-guerriero modernamente armato, ma anche l’uomo tribale che ancora imbraccia armi rudimentali, ricavate da rami ricurvi e scuri di pietra. Dopo 18 mesi di conflitto, da quando si è spezzato il rapporto tra l’ex vicepresidente Riek Machar, di etnia Nuer, datosi alla ribellione, e il presidente sudsudanese Salva Kiir, un Dinka, decine di migliaia di persone sono state uccise. Si contano due milioni di sfollati, gli ospedali e i centri sanitari, essenziali per la sopravvivenza nelle isolate savane, saccheggiati e distrutti come le scuole e i mercati. E così, oggi, otto milioni di persone rischiano di ritrovarsi in una situazione di grave crisi umanitaria. Le Nazioni Unite denunciano che, «su un totale di quasi 12 milioni di abitanti, il 70% della popolazione è a rischio insicurezza alimentare». Durante la stagione delle piogge, l’alimentazione si basa fondamentalmente su sorgo e mais. La guerra ha interrotto la tradizione contadina di fare essiccare i cereali spargendoli sui tetti di paglia delle abitazioni, incendi dei villaggi e saccheggi hanno fatto il resto, e adesso queste risorse sono scarse. Mentre pochissimi sono i mercati dove rivolgersi in cerca di cibo, soprattutto a causa delle pessime vie di comunicazione. Inoltre, il bestiame, buoi o capre, viene macellato solo in occasione di cerimonie o se malato. Non esistono edifici in muratura, solo la capitale Juba ha visto uno sviluppo urbanistico affidato agli investimenti edilizi cinesi. Il Sud Sudan è fatto soprattutto di capanne costruite con paglia, fango e sterco. I centri dove rivolgersi per acquistare oggetti o arnesi da lavoro spesso sono distanti giornate di cammino.

La situazione sanitaria del Paese, in generale, è già difficile e compromessa di suo. Si muore per malaria, ma anche per malattie che da noi si possono curare con un banale antibiotico. E poi la vita del malato o di un ferito resta affidata ai guaritori tradizionali e alla medicina fatta di polveri di erbe, terra e ossa. Un Paese povero il Sud Sudan, ma che, intanto, secondo l’organismo non governativo
«Controlarms.org», dal dicembre del 2013, da quando è divampato il conflitto tra il ribelle Machar e il suo presidente Kiir, ha già speso più di un miliardo di dollari in armi. E poi, sempre secondo la stessa fonte, a ogni minuto di guerra si vanno ad aggiungere tre nuovi sfollati; nel 2014, 12 mila bambini sono stati usati come soldati; in un’unica fornitura, la Cina ha esportato nel Paese 27 milioni di proiettili, quanto basta per coprire la distanza tra Roma e Londra; la guerra e il suo mercato di morte è un affare internazionale per molti, interessati a rifornire di armi e munizioni il teatro di guerra sono nove Paesi e tre continenti.

Mentre languono i colloqui di pace, ad Addis Abeba, dove Unione africana, Paesi confinanti, Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Norvegia non hanno trovato il modo per inforcare una scorciatoia verso la pace, sono già stati spesi dalle delegazioni tra i 20 e i 25 milioni di dollari in trasporti, alberghi e costi vari.

«Siamo in una situazione di grossa preoccupazione. Come ‘Intersos’, insieme a tutte le altre organizzazioni umanitarie che operano qui a Juba, ci troviamo a fronteggiare dei bisogni che ogni giorno non fanno che aumentare. E in parallelo cresce il numero di persone sfollate per via della guerra. Questa stagione climatica, come se non bastasse già l’insicurezza, rende tutto più complicato e per noi sta diventando sempre più difficile raggiungere chi ha bisogno. Mancano le strade e siamo obbligati a usare aerei cargo o elicotteri. Ma a causa delle piogge è sempre più frequente che restino bloccati a terra – racconta Alessandro Guarino, direttore regionale di Intersos per le operazioni in Sud Sudan, raggiunto telefonicamente a Juba –. E le poche strade esistenti e carrozzabili non sono praticabili, anche per la mancanza di sicurezza. In questi giorni si è anche aggiunta una grave epidemia di colera. Ulteriore carico al fardello di disperazione che affligge donne, bambini e anziani. Sempre i più deboli».

Centinaia di migliaia di persone hanno bisogno d’aiuto e milioni di sfollati sono condizioni di malnutrizione pesante, mentre la situazione economica si va deteriorando, a rendere ancor più complicata la vita, anche nella capitale Juba. Ma ancora più brutale e difficile è la condizione di sopravvivenza delle fasce più deboli e indifese, le donne e bambini. «Questa è una guerra dove in gioco sono molte cose, non solo potere tribale, ma anche interessi, economici e strategici.
Grossi, grossi interessi – lo ripete due volte, padre Daniele Moschetti, superiore provinciale per i missionari Comboniani a Juba –. Anche se il tribalismo resta piaga e flagello di questo Paese: intossica chi invece di ricercare la pace resta prigioniero del proprio gruppo etnico.
Aveva ragione monsignor Mazzolari a parlare di martirio infinito. Anche se un giorno ci sarà quella benedetta firma su un pezzo di carta accanto alla parola pace, avremo purtroppo bisogno di anni prima di vederla vissuta pienamente. Ci vorranno anni per superare i traumi pazzeschi che queste popolazioni hanno patito: bambini bruciati vivi, castrati, costretti a uccidere, donne stuprate. Saccheggi e omicidi. Testimonianze raccolte da Human Rights Watch. Racconti terribili».

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