Grandi Mostre. Il Surrealismo? Fiorì a Bruxelles

Il movimento fondato dal “Manifesto” di Breton ebbe uno sviluppo autonomo in Belgio, dove molti protagonisti adottarono altri schemi dal gruppo parigino. Una mostra al Bozar per il centenario
Marcel Mariën, "L'introvabile" (1937)

Marcel Mariën, “L’introvabile” (1937) – Collezione Retelet

Il Surrealismo che si sviluppò in Belgio dal 1924, non fu una costola del surrealismo parigino tenuto a battesimo quell’anno dal Manifesto scritto da Breton. In questo momento, a Bruxelles, fino al 16 giugno due mostre celebrano questo anniversario con la precisa intenzione di mettere in luce l’originalità dei belgi rispetto al gruppo parigino che ha dato il nome a quello che resta un movimento di idee tradotte in immagini, in libri poetici e pamphlet, e in altri oggetti nati dalla volontà di “cambiare il mondo”. Nel Palazzo delle Belle Arti, al Museo Bozar, sono state raccolte 260 opere sotto il titolo Histoire de ne pas rire. Le surréalisme en Belgique a cura di Xavier Canonne. Il titolo, che è una frase di Paul Nougé, il più sulfureo fra i teorici belgi del surrealismo, rovescia gli schemi: lo humour non è piacevolezza o leggerezza di spirito, ma una cosa seria, piena di gravità. Si potrebbe anche dire, e rappresenterebbe bene il livello “politico” del discorso surrealista, che nella storia non c’è molto da ridere, e le tragedie che conosciamo anche oggi ne tolgono il gusto, ma dopotutto è bene lasciare al motto di Nougé la sua ambiguità e considerare il Surrealismo, con le sue “petite boutade” e i suoi paradossi, un fatto pieno di serietà.

L’altra mostra attualmente in corso a Bruxelles è al Museo Reale di Belle Arti e raccoglie poco più di cento opere sotto un titolo più d’occasione: Imagine! 100 anni di Surrealismo. Di fatto, sebbene sia stata una rilettura aperta degli sviluppi del dadaismo (così confessa lo stesso Breton), è col Manifesto che fondeva insieme psicoanalisi, culture arcaiche, reinterpretazione fantastica delle frontiere scientifiche, che viene fissata la data di nascita di una esperienza estetica estremamente singolare e liberatoria. Dal versante belga, sono i pamphlet di Nougé che danno il la a una collaborazione di altri due artisti: Camille Goemans e Marcel Lecomte. A parte le regolari divergenze del gruppo belga rispetto alla strada intrapresa dal parigini, in particolare il rifiuto della scrittura automatica e della centralità dell’inconscio (il più determinato in tal senso era sempre Nougé, che aveva anche qualche perplessità sul dadaismo), il gruppo di Bruxelles teorizza la sovversione come mezzo di trasformazione della realtà.
La mostra non considera il gruppo belga una sorta di enclave, riducendone la forza propulsiva, anzi, vuole proprio farne un collettore della corrispondenza fra i diversi gruppi europei dove l’idea attecchisce. Tra i belgi la parte del leone per numero di opere e il loro ricorrere nelle diverse sezioni della mostra è René Magritte; ma uno spazio di rilievo ha anche l’altro pittore belga che ha sfondato come notorietà la cortina nazionale, Paul Delvaux, che rispetto al primo dispone di un immaginario più ossessivo e ripetitivo, quello delle vestali bianche che, come un brutto sogno d’oltretomba, rispecchiano invariabilmente con la loro algida nudità l’incontro drammatico di eros e tanatos. Nondimeno, Delvaux è il più vicino all’erotismo onirico caro ai surrealisti che, sia pure con declinazioni meno cimiteriali, vi si riferiscono unendo sogno e psicoanalisi.

'Sulla soglia della libertà', un dipinto di René Magritte del 1930

“Sulla soglia della libertà”, un dipinto di René Magritte del 1930 – Rotterdam, Museo Boijmans Van Beuningen

Come ho già ricordato, il titolo della mostra al Bozar è una massima di Nougé. Fu l’editore Marcel Mariën nel 1956 a farne il titolo della raccolta di scritti teorici di Nougé, il quale, peraltro, fu sempre tiepido nell’uso della parola surrealismo che considerava utile “per comodità nella conversazione”. Ma le divergenze riguardano anche, sul piano politico, le denunce rispetto allo stalinismo e al maoismo. Furono i belgi, infatti, pur dicendosi molti di loro comunisti, tra i primi a denunciare negli anni 30 i processi e i misfatti politici di Mosca come pure quelli conseguenti al “balzo di tigre” del Grande Timoniere negli anni 60.

Negli ultimi quattro o cinque anni, dando forza a un trend che riguarda la presenza femminile nelle arti e nella cultura e il recupero storico di molte donne eccellenti dimenticate per troppo tempo dal corso moderno delle arti, anche il mondo surrealista ha ritrovato molte figure che aveva relegato nell’ombra: Leonor Fini, Dorothea Tanning, Leonora Carrington, Meret Oppenheim, Bona de Mandiargues, per citarne alcune, ma secondo una ricerca resa nota tempo fa da una pittrice americana, Penelope Rosemont, negli anni 70 le donne che si davano come riferimento il Surrealismo erano nel mondo addirittura centinaia. Anche la mostra di Bruxelles ne riscopre alcune, due pittrici in particolare: Jane Graverol, di origini francesi, e Rachel Baes delle cui figure di donne un po’ tristi e segregate in spazi angusti testimonia bene la battuta di Simone de Beauvoir secondo cui nel Surrealismo la donna “è tutto, salvo sé stessa”. La Baes, donna di notevole fascino e bellezza, dopo un inizio promettente – a 17 anni espose al Salon des Indépendants di Parigi e ben presto entrò in contatto, grazie a Paul Eluard, col gruppo surrealista -, ebbe una vita tormentata quando si legò a Joris Van Severen, fondatore di Verdinaso, una organizzazione politica fascista fiamminga di tendenze antisemite. Morto nel 1940 il partner, Rachel cominciò a dipingere soltanto ragazzine innocenti in ambienti oppressivi, ma la sua vicinanza alla cerchia di Magritte le consentì di esprimersi con ciò che aveva dentro: una lacerazione che, a ben vedere, è anche un emblema della condizione femminile all’epoca. La sua condivisione della vita con Van Severen non fu però solo una infatuazione, tant’è che nel 1965 scrisse una biografia del suo compagno.
Anche Janne Graverol rappresentò in qualche occasione la condizione della donna “chiusa in gabbia”, ma in generale la sua iconografia allarga molto lo sguardo, avvicinandosi a certe forme della pittura surrealista francese, raccogliendo l’influenza anche di figure come Max Ernst. La sua entrata nel gruppo avverrà durante gli anni ’30, mentre fino a quel momento il simbolismo fu la sua prima acqua di coltura (e le tracce si colgono anche nella sua pittura surrealista). Divenne poi una sorta di musa degli esponenti belgi che le dedicarono anche testi artistici e poetici. Conobbe tardi Breton e Duchamp, quando ormai la cometa surrealista stava esaurendo i fumi luminosi e si legò, dopo il 1967, a Gaston Ferdière, lo psichiatra che negli anni 40 aveva avuto in cura a Rodez Antonin Artaud.

'L'Africa sconosciuta', un dipinto di Jane Graverol del 1958

“L’Africa sconosciuta”, un dipinto di Jane Graverol del 1958 – Museo di Ostenda

Il solito Nougé era solito dire: “Cerchiamo complici”. E il gruppo di Bruxelles aveva tutte le caratteristiche di un covo di sovversivi che voleva far sul serio, ma la cui arma doveva essere soltanto l’arte. Da veri attivisti rifiutavano carriere letterarie, rivendicavano l’anonimato e la clandestinità rispetto alla ribalta mondana in cui si muoveva il gruppo parigino. Le loro plaquettes erano stampate in tirature minime – tutto il contrario dal Manifesto del Surrealismo – e non cercavano in nessun modo l’approvazione di Breton. Dal loro genio nacquero varie riviste, di cui in mostra sono esposti numerosi esemplari. Bruxelles era per loro una “capitale d’operetta”. Non subivano il richiamo alla vanità di chi cercava, a Parigi, di farsi propugnatore di una estetica, un movimento artistico, mentre il loro modo di pensare procedeva come veri agit-prop, attivisti che realizzavano e diffondevano sempre nuove riviste, pubblicavano pamphlet, organizzavano mostre collettive e su questa impostazione, come viene notato in catalogo, continuarono per quasi tre quarti di secolo. Una longevità maggiore degli stessi parigini. Il loro “portavoce”, Nougé, da buon biochimico, concepiva la poetica surrealista come una disciplina analoga a quella scientifica. Difficile dire, come scrive il curatore della mostra, se il Surrealismo, nel secolo dove divamparono due guerre mondiali, abbia incarnato la vena insurrezionale di una gioventù che rifiutava di cedere e condusse un’azione rivoluzionaria usando l’arte come arma. Certo è un tema interessante, ed è anche, sia pure con logiche del tutto opposte, un precedente dell’arte e delle immagini usate oggi come propaganda politica.

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In Provenza, fra fede e leggenda, sulle tracce di Maria Maddalena

Ex-voto nel santuari di Santa Sarah a Saintes Maries de la mer - © Stefano Tiozzo

Nel cuore delle montagne della Provenza, a poca distanza dalla città di Marsiglia, si trova uno dei luoghi più affascinanti di tutta la cristianità occidentale. Un luogo dove le esperienze di fede tramandate nei millenni si incontrano con antiche leggende e grandi vicissitudini storiche che insieme danno vita a suggestioni uniche, secondo il parere di chi scrive tra le più imperdibili che ci siano, in Europa, per un viaggiatore genuinamente attirato dalla scoperta delle tradizioni spirituali di un popolo. Questo posto così magico, a dire il vero, non è un unico luogo, ma sono due luoghi distinti che agiscono però, sorprendentemente, come se fossero un unico centro gravitazionale. Sto parlando di una piccola cittadina di meno di 15000 abitanti chiamata Saint Maximin-La Sainte Baume. In questa piccola città sorge una delle cattedrali gotiche più belle e grandi del sud della Francia, così bella da non invidiare nulla alle grandi cattedrali delle principali città francesi. La ragione della sua posizione va ricercata nell’antica tradizione cristiana secondo cui Maria Maddalena, la discepola prediletta di Gesù, nonché prima testimone e annunciatrice del miracolo dela resurrezione, nella parte finale della sua vita sarebbe venuta a vivere proprio qui, nei boschi della Provenza.

La tradizione vuole che Maria Maddalena fosse fuggita dalle persecuzioni di Erode a bordo di una barca senza vele e senza remi insieme a Maria Salome e Maria Jacoba, che da allora sarebbero divenute note come le “Marie del mare”, e che le correnti del mare avessero spinto la barca ad approdare sulle coste della Camargue, in un città che è appunto nota col nome “Le Sante Marie del mare”, Saintes-Maries-de-la-Mer in francese. Le tre Marie non erano però sole, nella loro barca, ma avevano una serva di nome Sarah, dalla pelle scura, oggi venerata come Santa Sara la Nera, a cui è particolarmente devota la comunità rom che ogni anno si raduna a Saintes-Maries-de-la-Mer per recarsi in pellegrinaggio al santuario a lei dedicato.

Torniamo però a Maria Maddalena. Dopo lo sbarco provvidenziale, Maria passò gli ultimi 30 anni della sua vita tra preghiera e meditazione sul massiccio montuoso che sorge nei pressi di Villa Blanca, una città della Gallia Romana. Qui passò gran parte degli ultimi anni della sua vita terrena ritirata in preghiera dentro una bellissima grotta naturale poco sotto la vetta più alta delle montagna rocciose che caratterizzano questo paesaggio. Poco prima della sua morte, Maria Maddalena tornò in città alla ricerca di un volto a lei conosciuto. Sì perchè dovete sapere che nella barca guidata in Francia dalla Provvidenza, non c’erano solo le tre Marie del Mare e la loro serva Sarah. C’erano con loro anche tre uomini: uno era Lazzaro, la cui storia tutti conosciamo, e che secondo la tradizione dedicò la vita a evangelizzare Marsiglia, diventandone primo vescovo, motivo per cui Lazzaro è oggi il santo patrono della città. Gli altri due uomini erano figure meno conosciute, di nome Massimino e Sidoine, che invece si dedicarono all’evangelizzazione della vicina città di Aix. Massimino ne divenne primo vescovo (alla sua morte gli successe Sidoine). Fu proprio Massimino che Maria Maddalena cercava poco prima di morire: da lui ricevette un’ultima volta i sacramenti e la comunione, a Villa Blanca, che in futuro sarebbe stata ribattezzata in nome di San Massimino, e della “Sainte Baume”, ovvero la “santa grotta” che ospitò il ritiro di Maria Maddalena.

Laddove il culto di San Massimino è più vivo nella città di Aix, non vi è dubbio che sia Maria Maddalena la regina indiscussa di Saint Maximin-La Sainte Baume, città che ospita luoghi di culto cristiano fin dai primissimi secoli, e dove sono state custodite fin da allora le reliquie di Maria Maddalena, reliquie che vennero nascoste per proteggerle dalle razzie dei Saraceni, e che vennero ritrovate diversi secoli dopo per essere riportate al culto. Le reliquie, dalla cripta della cattedrale, vengono portate in processione ogni 22 Luglio, giorno della festa che richiama ogni anno migliaia di pellegrini da tutto il mondo.

Tutto questo, però, non è che un semplice preludio alla magia senza tempo che avvolge questa “Santa Grotta”, in realtà piuttosto lontana dal centro della città. Ci si arriva salendo diverse centinaia di metri di dislivello su una bellissima strada panoramica e percorrendo infine un sentiero che sale nei boschi fino all’apertura della cavità, al cui interno è stato oggi allestito un santuario di rara bellezza, per il modo in cui religione e natura si fondono insieme. E qui, mio malgrado, deve concludersi il mio racconto, poiché le parole non sono sufficienti a descrivere l’emozione che si prova a restare seduti in silenzio all’interno della Santa Grotta: è uno di quei luoghi dove il tempo scorre a una velocità diversa, dove l’aria che si respira è come più densa, carica non solo dell’ossigeno che nutre il corpo, ma di qualcosa che nutre una parte più nobile e sottile del nostro essere, che forse troppo spesso rimane trascurata, nel mondo moderno.

Un viaggio nel cuore dei luoghi di Maria Maddalena, attraverso le leggende del miracoloso viaggio nel Mediterraneo, nei luoghi di culto di Santa Sarah, San Lazzaro e San Massimino, fino alla Cattedrale di Saint-Maximin e e alle atmosfere irripetibili della Sainte-Baume è sicuramente un ottimo modo per ricordarsene.

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Turismo. Social e rotte digitali, com’è l’Italia agli occhi del “turista”?

Andrea Baccuini affronta in un libro i limiti del sistema dell’ospitalità di fronte ai nuovi viaggiatori formato Instagram. Eppure il nostro Paese «dovrebbe essere una Repubblica fondata sul turismo»

Il selfie di una turista nel silenzio di Santa Maddalena, in Val di Funes, sulle Dolomiti

Il selfie di una turista nel silenzio di Santa Maddalena, in Val di Funes, sulle Dolomiti – Icp

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C’era una volta il turista. Quello che si muoveva seguendo le rotte disegnate da televisione, siti internet, guide, riviste, racconti e fotografie di amici. Poi sono arrivati i social e il mondo è diventato il set dello spettacolo globale della selfie generation. «Il mondo viene visto attraverso l’occhio digitale di una telecamera»: la vita, il lavoro e anche il viaggio stanno in un display – come ha dimostrato, oltre ogni immaginazione, il periodo della pandemia. «Si cammina per la strada con lo sguardo fisso sullo smartphone, in quanto la realtà, la socialità, sono racchiuse lì dentro. Siamo divenuti tutti registi». E fotografi e narratori. «Non si vive più e non si condivide più, oggi si condi-vive». E allora non abbiamo più il turista che fotografa il Colosseo. Ma il “turinsta” – mutazione genetica del turista al tempo di Instagram – che si fotografa con il Colosseo: «è lui il nuovo, giovane e terribile protagonista viaggiatore che condividendo, commentando e socializzando in tempo reale riesce a scoprire il mondo e a stabilire le nuove regole che decidono chi è interessante e chi non lo è».

L’Italia è pronta ad accogliere e a stare al passo del clic del “turinsta”? Per Andrea Baccuini (esperto di destination design, curatore del Master in Event management allo Ied di Milano e imprenditore dell’hospitality con i format Super G – Italian Mountain Club a Courmayeur e Meraviglioso Singing Restaurant a Porto Cervo) non lo è. Nonostante i “superpoteri” legati alla storia e alle bellezze uniche al mondo (lascito straordinario dell’impero romano, delle culture che si sono succedute e del patrimonio della Chiesa) e un “giacimento enogastronomico” immenso, l’Italia rischia di non essere pienamente attrattiva, di intercettare meno viaggiatori globali e di rivelarsi perfino «noiosa». «Un Paese di un altro tempo che vive sul passato, senza pensare al futuro». Un Paese che fa il pieno di turisti di massa che affollano le nostre città, con tutti i problemi legati all’overtourism, ma senza più quella esclusività che una volta era rappresentata dalla “Dolce vita”, o andando più indietro era ricercata dai viaggiatori europei del Grand Tour dell’800. Lo pensiamo tutti: l’Italia dovrebbe vivere di turismo. O come dice Baccuini: «L’Italia non è una Repubblica fondata sul turismo, ma dovrebbe esserlo»Come? Lo spiega in un libro, sorprendente e provocatorio già dal titolo: Io sono turismo (Gribaudo, pagine 192, euro 18,90). Io inteso non come Andrea Baccuini. Ma come ciascuno di noi. Ciascun italiano che ogni giorno ha in mano le sorti del nostro Paese, con il suo impegno, le sue idee, il suo fare o non fare. Noi tutti, «supereroi» che amiamo l’Italia e dovremmo finire di dormire sul tesoro che abbiamo e, finalmente, «svegliarci».

Se i numeri, anche da record, come quelli di Milano o della Lombardia, anche rispetto alla stagione super del 2019, danno l’impressione di una tenuta e una crescita del turismo, la realtà è più complessa. Baccuini parla di «turismo a metà»: con gli italiani alle prese «con un aumento esponenziale e poco giustificato dei prezzi a fronte di servizi immutati se non peggiorati», e costretti ad accorciare le vacanze; e i visitatori stranieri e osservatori e influencer che arrivano «senza più considerare l’Italia la meta dei sogni», e se ne vanno «delusi», lamentando «disservizi in quantità, affollamento ingestibile, disorganizzazione cronica, prezzi vertiginosi e, in sintesi, una qualità dell’offerta insoddisfacente». Per Baccuini il turismo è «una grande incompiuta diffusa». Di cui occuparci, tutti. Con la consapevolezza del tesoro che abbiamo. E non accontentandoci di avere milioni viaggiatori di massa, ma puntando su un turismo di qualità. Un turismo che conta. Anche alto spendente. «In un paese affetto dal fenomeno dell’overtourism, dobbiamo quindi puntare a un turismo sostenibile – è il messaggio di Matteo Lunelli, presidente Altagamma, nell’introduzione al libro -. Le nostre città d’arte sono ecosistemi fragili, non possiamo più permetterci la crescita infinita dei visitatori: serve un incremento qualitativo, con viaggiatori disposti a scoprire la nostra bellezza e desiderosi di fare esperienze memorabili, con un sistema di servizi mirati al costo che tale scelta comporta».

Baccuini indica alcuni mali del sistema («la mancanza di personale a regime, la gestione para-familiare, il mercato nero, l’incapacità nel governo dei flussi, la frammentazione dell’iniziativa turistica, la disabilità ignorata, l’insufficiente mentalità strategica, la scarsa sinergia tra pubblico e privato») e lancia una rivoluzione copernicana del turismo italiano. Idee e soluzioni per una inversione di rotta radicale di un settore che vale il 13% del Pil. A cominciare dalla formazione, con una facoltà ad hoc che già dal nome la dice tutta su come Baccuini voglia andare a fondo al problema: “Medicina del turismo”. Un ateneo dove formare i professionisti in grado di affrontare, a 360°, in grado di “curare” il grande malato, per «non lasciare nulla all’improvvisazione e al caso». Amante delle formule excel, Baccuini si addentra nel mondo dei Data Scientist e Social Tourism per anticipare e seguire passo passo le aspettative del “tur-insta”; lancia l’Italy Pass (una app per raccogliere dati, razionalizzare i flussi turistici e offrire nuove leve di marketing a tutti i player del sistema) e Stagionali.gov (una piattaforma web per ristrutturare la rotazione e la formazione degli addetti impiegati nel turismo, grazie a cui inaugurare una gestione smart del personale e del business). Per chiudere, fra gli altri spunti, con la centralità dell’entertainment: «produrre format e contenuti originali e appealing è oggi imprescindibile per coinvolgere e stimolare i nuovi viaggiatori». Eventi ed esperienze per rendere viva una destinazione, città e siti, luoghi e strutture dell’accoglienza.

Prendiamo Pompei, sito simbolo del patrimonio culturale italiano. «Una visita a Pompei merita una meccanica esperienziale degna di un evento eccezionale, strutturata su più attività che possano coinvolgere tutti i sensi del turista. L’accostamento potrebbe sembrare dissacrante, ma il modello Disneyland è quello che fa per noi. Nel rigoroso rispetto delle regole di coerenza storico-culrurale è possibile fare evolvere il livello di narrazione, all’insegna dello stupore: rassegne teatrali in costume, concerti da camera, degustazioni e cene tematiche, visite notturne, proiezioni speciali con ricostruzioni animate in 3D solo per citare qualche esempio. Il concetto di “parco” come luogo di svago in fondo ha radici antiche, risale al Rinascimento e ai cosiddetti giardini d’illusione, spazi dalle fantasiose architetture effimere, labirinti verdi, fontane zampillanti e sculture, animati da momenti di ballo, musica, fuochi d’artificio; fu ai tempi delle Esposizioni Universali ottocentesche che iniziò ad affermarsi la concezione moderna dell’area attrattiva divisa in sezioni tematiche connnotate da spettacolari forme di intrattenimento. Perché allora non riprendere un concetto caro alla nostra cultura e rigenerarlo in chiave contemporanea?».

Per Baccuini l’Italia non può più offrire quell’immagine – seppur bella e romantica – degli anni Sessanta: «Non è più interessante». «Lo spirito di volare “felice più in alto del sole e ancora più su” presuppone un cambio di passo all’italiana, con il nostro know-how che non sfiorirà mai, il saper godere del bello e del buono, il gusto delle piccole cose, il nostro gesticolare, gli abbracci, la lentezza, le emozioni, il rialzarsi con grinta e ottimismo. È il momento di puntare su noi stessi, farlo senza imbarazzo: è il tempo di prendere la nostra gioia di vivere e di venderla al mondo come noi sappiamo fare al grido di Welcome to Italy, happiness live here!».

L’Italia, il luogo della felicità. Forse il problema è tutto qui. Forse i mali del turismo sono i mali del Paese. Che arranca nel suo andare, non sa più sostenere i sogni dei giovani e i progetti delle famiglie, ha perso quel sorriso e quella leggerezza di una volta, nelle città e nei piccoli borghi. Come sostiene uno dei padri della sostenibilità, Carlo Petrini, «l’attrazione turistica non può funzionare a lungo, se in primis gli abitanti non vivono bene e non sono felici». Alla base dell’accoglienza ci sono «comunità felici». Che sorridono. Non solo per un selfie.

70 anni di turismo a Cerreto Laghi

Compie 70 anni la stazione di Cerreto Laghi a Ventasso. Il prossimo 8 dicembre, al Park Hotel, si terrà un convegno imperdibile per discutere il ruolo fondamentale del turismo outdoor nelle montagne. Organizzato dal Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, in collaborazione con Turismo Appennino, si terrà un dialogo a più voci tra Enrico Ferretti, sindaco di Ventasso e anche maestro di sci, Giuseppe Vignali, direttore dell’ente Parco, Luca Pezzi, del Soccorso Alpino, Paolo Grigolli, direttore dell’Azienda per il Turismo della Val di Fassa. Il convegno offrirà così un’analisi di casi ed esperienze nazionali e internazionali, esplorando le buone pratiche guidate dal Parco.
“Cerreto Laghi è oggi un areale unico, forte di 10 hotel, un campeggio, un palaghiaccio e diversi ristoranti dove si raggiungono punte di 10.000 presenze giornaliere a fronte di un centinaio di soli residenti – introduce Enrico Ferretti, sindaco -. Un comprensorio che nasce come attività sportiva e che si apre all’evoluzione del turismo, ma che non dimentica le proprie origini. 30.000 i biglietti di risalita staccati in meno di 60 giorni la scorsa campagna neve, significano un indicatore di presenze attorno alle 120 mila persone che amano la neve, dagli sci, alle ciaspole, ma pure la scoperta del territorio con la famiglia attraverso le nuove forme dell’outdoor. A fronte del cambiamento climatico in atto, crediamo sia opportuno cogliere le opportunità offerte dal nuovo turismo, qualificando però anche l’esistente con gli adeguati aggiornamenti tecnologici degli impianti”.
Paolo Grigolli dell’Azienda per il Turismo della Val di Fassa sottolinea “l’importanza di un cambiamento culturale e strategico nel quale il turismo diventa uno strumento per la creazione di pratiche sostenibili. La sinergia tra politica, istituzioni, turisti, residenti, operatori turistici ed economia locale è fondamentale per questo passaggio, con il Parco che assume un ruolo di regia cruciale”.
“Cerreto Laghi celebra sette decenni di neve e sci che ci hanno visto a fianco di migliaia di persone – aggiunge Luca Pezzi del Soccorso Alpino -. Da qui l’impegno del territorio, con enti e associazioni, a gestire al meglio le attività sciistiche in un contesto climatico mutevole, abbracciando un turismo che valorizza tutte le stagioni e aspetti”.
“Settant’anni di neve e sci al Cerreto-dice Fausto Giovanelli presidente del Parco- sono impressi nella memoria mia e di altre generazioni, passate e future e sono tuttora una ricchezza unica per questo territorio. È importante celebrarli, specialmente in un momento in cui la neve – un grande dono della natura, il sogno dei bambini e un’attrattiva delle montagne – sembra diventare sempre più una risorsa rara e preziosa. È essenziale operare con intelligenza mirata per gestire le attività sciistiche in un contesto climatico in evoluzione. Fortunatamente, grazie all’ingegno degli operatori, Cerreto Laghi ha già intrapreso la strada di un turismo che valorizza l’intero ambiente e tutte le stagioni: l’autunno con il mondiale dei funghi, l’estate sempre più attrattiva e luminosa, i sentieri che stiamo valorizzando da tempo, i boschi, i laghi, i funghi, i colori, il paesaggio e anche la buona cucina”.
“Questo impegno è sempre stato evidente nei fatti, come dimostrato negli ultimi mesi con l’importante intervento sul Palaghiaccio e il Mondiale dei Funghi. Collaboreremo con operatori, ospiti, usi civici, amministrazione locale, Politecnico di Milano e oggi con il contributo dell’Azienda Turistica della Val di Fassa. Questa visione di costante collaborazione ci ha spinto nel corso degli anni a promuovere eventi, iniziative di turismo esperienziale durante tutte e quattro le stagioni. Cerreto Laghi, nel contesto del crinale appenninico e del Parco nazionale, rimane il centro nevralgico più importante e attrezzato in termini di posti letto, servizi, imprese e risorse umane capaci di interpretare e valorizzare il grande capitale naturale del territorio”.

laliberta.info

Ordine degli Architetti, 10 passeggiate per scoprire gli edifici di Reggio e provincia

L’Ordine degli Architetti di Reggio Emilia, in occasione del centenario dall’istituzione dell’Albo Nazionale degli Architetti, ha organizzato dieci passeggiate urbane gratuite e aperte a tutta la cittadinanza. Distribuite tra il centro storico del Capoluogo e altri Comuni della provincia, gli itinerari varieranno dagli spazi rigenerati e dalle strutture storiche restaurate fino ai più recenti edifici contemporanei. A guidare le escursioni saranno in ogni occasione diversi professionisti della progettazione, che faranno da ciceroni in queste visite immerse nell’architettura e nella storia.

L’iniziativa, intitolata “100 edifici per 100 anni”, partirà il 9 settembre con la passeggiata di Castelnovo ne’ Monti, proseguendo poi con gli itinerari di Quattro Castella (23/09) e Sant’Ilario d’Enza (30/09). L’Ospedale Maggiore Santa Maria Nuova e il suo circondario sarà invece la prima meta del capoluogo reggiano il 28 settembre. Il resto del calendario è consultabile nella locandina e sul sito dell’Ordine.

A Castelnovo la passeggiata sarà sabato 9 settembre, dalle ore 15.30, con ritrovo in via Dante Alighieri 6 (parcheggio consigliato: piazzale Matteotti). Nel corso della passeggiata saranno visitate e illustrate due architetture progettate per diverse finalità formative: la Scuola Papa Giovanni XXIII in via Dante appunto (realizzata tra il 1960 e il 1964, Architetto Antonio Pastorini) e il Centro Pastorale Interparrocchiale S. Giovanni Bosco (realizzata tra il 2012 e il 2016, Architetto Gabriele Ferri). Sarà anche un’occasione per passeggiare in una parte del centro di Castelnovo e riscoprire la storia del suo sviluppo urbanistico.

“Siamo felici di riproporre nel nostro territorio la formula delle Passeggiate Urbane – spiega Andrea Rinaldi, Presidente dell’Ordine degli Architetti P.P.C di Reggio Emilia – che già durante i Festival dell’Architettura Rigenera hanno avuto un riscontro molto positivo tra la cittadinanza. L’occasione del centenario del nostro Ordine Nazionale ci ha permesso di pensare a questi itinerari, per dimostrare ancora una volta il ruolo imprescindibile degli Architetti nella buona progettazione dei nostri spazi, soprattutto alla luce delle sempre più evidenti trasformazioni ambientali e sociali.”

Ogni itinerario è infatti pensato come esperienza formativa per gli architetti, ma è declinato per essere anche un’occasione di riflessione e scoperta per tutta la cittadinanza: l’opportunità di guardare con occhi diversi il nostro panorama quotidiano.

Per partecipare alle passeggiate, a numero chiuso così da garantire una piacevole esperienza a tutti, è obbligatorio iscriversi nella sezione dedicata sul sito dell’Ordine.

stampareggiana.it

Turismo a Reggio Emilia, l’analisi Lapam Confartigianato: trend in ripresa

REGGIO EMILIA  – Nel 2022 a Reggio Emilia si sono contati complessivamente nell’arco dell’anno 743.979 turisti, il 45,5% in più rispetto al 2021. È quanto fotografa un’analisi dell’ufficio studi Lapam Confartigianato che ha svolto una ricerca sull’afflusso turistico per esaminare il trend del 2023, basandosi su quanto osservato nell’anno precedente.

La provincia reggiana è stata una di quelle che ha subito maggiormente l’impatto della pandemia: rispetto al 2019, nell’intero 2022 si è registrato un -11,9% di afflusso turistico, mentre se consideriamo solo i mesi estivi, ossia da luglio a settembre 2022, le presenze turistiche sul territorio reggiano sono state 223.322, il 19,1% in più rispetto al 2021 ma il 7,6% in meno rispetto al 2019. Nel primo semestre 2023 la provincia di Reggio Emilia si differenzia invece per un certo ritardo nel recupero dei valori pre-crisi (-15,8%), tuttavia attestandosi al di sopra dello stesso periodo del 2022 (+2,5%).

Le aspettative positive per l’estate 2023 trainano la domanda di lavoro: nei tre mesi da luglio a settembre 2023 le imprese reggiane prevedono l’entrata di 13.900 lavoratori di cui oltre la metà, il 56%, in micro e piccole imprese. A livello settoriale si osserva che il 16,5% della domanda di lavoro proviene dai servizi di alloggio e ristorazione e servizi turistici, in crescita del 33,1% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Per quanto riguarda i turisti stranieri, a livello regionale nel 2022 crescono soprattutto le presenze estere, che registrano un +77,1% rispetto al 2021, pur rimanendo al di sotto dei livelli del 2019 del 7,9%. La presenza straniera rappresenta il 25,6% del turismo in regione, quota che supera il 17,9% del 2021 e tende al 26,3% del 2019.

La spesa di turisti stranieri in Emilia-Romagna nel 2022 ammonta a 2.109 milioni di euro, +777 milioni di euro rispetto alla spesa registrata nel 2021e inferiore di 104 milioni  di euro a quella accertata nel 2019, anno pre crisi pandemica.

Una spesa che può interessare prodotti artigianali e del made in Italy e servizi di varia natura per i quali la qualità fa la differenza, consolidando l’elevata reputazione dell’offerta turistica italiana.

Alla fine del primo trimestre 2023 le imprese artigiane di Reggio Emilia operanti in attività che potrebbero essere interessate dalla domanda turistica sono 2.181 e danno lavoro a 6.474 addetti. In chiave settoriale, il comparto principale è l’abbigliamento e calzature che conta 698 imprese e contribuisce al successo nel mondo della moda, tra i comparti più rappresentativi all’estero del made in Italy e dello stile italiano. Seguono le 466 imprese dell’agroalimentare che producono cibo e bevande, prodotti per cui siamo famosi presso i turisti stranieri e la cui qualità permette al nostro Paese di primeggiare per numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione europea. Sono poi 354 i ristoranti e le pizzerie che insieme a 163 bar, caffè e pasticcerie mettono a disposizione dei turisti le eccellenze prodotte dal comparto agroalimentare.

Federica Marcacci

«Il turismo è in ripresa – commenta Federica Marcacci, presidente per la categoria turismo di Lapam Confartigianato – e nel 2023 il trend è positivo. Sicuramente, come avevamo già segnalato nei mesi precedenti a cavallo della Pasqua, la vera emergenza è rappresentata dalla carenza di figure professionali che lavorino in questi mesi estivi. Reggio Emilia, dall’Appennino alla città, richiama turisti italiani e stranieri, ha una grande offerta di prodotti e servizi, ma il rischio è che senza lavoratori si comprometta proprio la qualità dell’offerta stessa. I datori di lavoro sono professionisti seri e corretti e offrono contratti di lavoro adeguati alle necessità del personale Abbiamo bisogno di sensibilizzare i giovani e invogliarli a intraprendere un percorso di crescita che può essere molto gratificante nei settori a oggi più carenti di figure professionali specializzate. Servono però anche incentivi e sgravi fiscali per gli imprenditori. La difficoltà di Reggio nella ripresa del turismo può essere dettata anche da questo motivo. I costi per i gestori sono alti e a fronte di un aumento di presenze rispetto all’anno precedente, registriamo un aumento notevole dei costi in generale, di conseguenza i margini di guadagno diminuiscono. La politica dovrebbe aiutare maggiormente chi ha voglia di investire sul territorio locale».

stampareggiana.it

L’Amerigo Vespucci sarà l’ambasciatrice del Made in ItalyAmerigo Vespucci sarà l’ambasciatrice del Made in Italy

amerigo vespucci giro mondo ambasciatrice made in italy

AGI – Ha 92 anni e se li porta benissimo, tanto da essere stata definita più volte la nave più bella del mondo. L’Amerigo Vespucci, senza dubbio l’unità più longeva in servizio nella Marina Militare, costruita presso il Regio Cantiere Navale di Castellammare di Stabia, lascia il porto di Genova per portare il meglio dell’Italia in 5 continenti, salutata dalle Frecce tricolori che la stanno sorvolando.

Poi è stata la volta dell’aviazione della Marina. Con la nave parte l’Italia. La sua nuova missione è compiere un giro del mondo che durerà circa 20 mesi, diventando ambasciatrice del made in Italy. Come spiega il Capo di Stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Enrico Credendino, oggi il Vespucci “si appresta a compiere un’impresa storica, arriverà in 5 continenti attraversando 3 oceani, 31 porti, 28 paesi per oltre 20 mesi”. E nelle tappe più significative, saranno allestiti dei ‘villaggi Italia’ per presentare i nostri prodotti. 
C’è da dire che il “Vespucci da oggi si aggiungerà alle 11 navi della marina che stanno già operando fuori dal Mediterraneo, un record per la Marina – ricorda Credendino -. Questo a tutela degli interessi nazionali. Vespucci e i mezzi più performanti della Marina rappresentano uno strumento di diplomazia navale, che riveste un’importanza primaria a sostegno dell’Italia”.
A far funzionare questo complesso gioiello, lungo oltre 100 metri, c’è un corposo equipaggio, che è il “vero motore” dell’Amerigo Vespucci, composto da 264 militari. Integrato dagli Allievi (circa 130 ogni anno) e dal personale di supporto dell’Accademia Navale, arrivando anche a superare le 400 unità.

Lo storico veliero navigherà per “raccontare l’Italia, l’arte, la cultura, la storia, la gastronomia, la scienza, la ricerca, la tecnologia, l’industria” sottolinea il ministro della Difesa Guido Crosetto. “Questo insieme fa di questa nazione quello che è, e fa del nome Italia uno dei nomi più evocativi”.

“Made in italy ha un significato nel mondo, ma non per noi, per questo governo o per i dieci che lo hanno preceduto – dice Crosetto -, ma perché il nome Italia evoca il Colosseo, Raffaello, Leonardo, ma anche Armani e la Ferrari. Un insieme di cose che hanno attaccato a quel nome il senso della bellezza, la cultura e la storia, la capacità di guardare al futuro. Noi custodiamo questo patrimonio, che ci è dato senza che ce lo meritiamo, costruito negli anni”. Per tutti questi motivi, la nave “sarà accolta in modo straordinario – conclude -: perché non arriverà solo la nave più bella del mondo, ma arriverà l’Italia”.
Al progetto, voluto dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, partecipano la Presidenza del Consiglio dei Ministri e 11 ministeri. L’iniziativa toccherà nei circa due anni di circumnavigazione del globo diversi porti dove, nelle tappe più significative, saranno allestiti dei ‘villaggi Italia’ per presentare i nostri prodotti. Luigi Romagnoli comandante della nave ha accolto il ministro Crosetto, e le altre autorità.

Il primo a prendere la parola è il sindaco di Genova Marco Bucci che si è detto “molto orgoglioso per questa cerimonia”, il progetto “è una cosa che tocca il cuore”, attorno al viaggio c’e’ il nostro modo di vivere, c’e’ l’Italia che gira il mondo”. A Genova “abbiamo tutti il sangue salato e ne siamo molto orgogliosi, grazie per aver scelto la città di Genova. Buon vento Vespucci”.

L’evento. Papa Francesco incontra gli artisti nella Cappella Sistina

La Cappella Sistina

Venerdì prossimo l’udienza con duecento tra pittori, scultori, architetti, scrittori, musicisti, registi e attori da tutto il mondo. Da Anselm Kiefer a Ken Loach, da Ligabue a Alessandro Baricco.
Duecento tra i più importanti artisti da 30 paesi incontreranno papa Francesco nella Cappella Sistina. L’occasione venerdì mattina a 50 anni dall’inaugurazione della Collezione d’Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani.
L’udienza continua una tradizione avviata nel 1964, quando Paolo VI chiese di rinnovare l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. «La volontà del Santo Padre è quella di celebrare il lavoro e la vita degli artisti, evidenziando il loro contributo alla costruzione di un senso di umanità condivisa e alla promozione di valori comuni», si legge in una nota del dicastero per la Cultura e l’Educazione.
Impossibile elencare tutti, tra pittori, scultori, architetti, scrittori, musicisti, registi e attori: si va da Anselm Kiefer, Jean Nouvel, Anish Kapoor, Andres Serrano, Thomas Saraceno, Mario Botta, Rem Koolhaas, Joana Vasconcelos, Doris Salcedo a Ken Loach a Mario Ceroli, Giuseppe Penone, Fabrizio Plessi, Michele De Lucchi, Mimmo Paladino, Raul Gabriel, Nicola Samorì, Andrea Mastrovito, Stefano Arienti… e poi Caetano Veloso, Eric-Emmanuel Schmitt, Valerie Perrin, Amelie Nothomb, Colum McCann, Ferzan Ozpetek, Abel Ferrara, Jhumpa Lahiri, Javier Cercas Nicolò Ammaniti, Roberto Andò, Alessandro Baricco, Marco Bellocchio, Gianrico Carofiglio, Paolo Cognetti, Simone Cristicchi, Alessandro Zaccuri, Giuseppe Lupo, Luca Doninelli, Ludovico Einaudi, Giovanni Sollima, Mariangela Gualtieri, Alessandro Haber, Emilio Isgrò, Nicola Lagioia, Vivian Lamarque, Luciano Ligabue, Mario Martone, Arnoldo Mondadori, Michela Murgia, Mogol, Alice Rohrwacher, Sergio Rubini, Roberto Saviano, Igiaba Scego, Susanna Tamaro, Sandro Veronesi…

 

L’iniziativa conferma il ruolo del dicastero per la Cultura e l’Educazione come promotore delle relazioni tra la Santa Sede e il mondo della cultura, «privilegiando il dialogo come strumento indispensabile di vero incontro, di reciproca interazione e di arricchimento, affinché i cultori delle arti, della letteratura e della Cultura, in ogni sua forma, si sentano riconosciuti dalla Chiesa come persone al servizio di una sincera ricerca del vero, del bene e del bello».

Il prefetto del dicastero, cardinale José Tolentino de Mendonça, afferma che «abbiamo bisogno di rilanciare l’esperienza della Chiesa come amica degli artisti, interessati alle domande che la contemporaneità ci pone (tanto quelle attuali, pressanti di drammaticità, come quelle così visionarie che indicano nuovi futuri possibili) e disponibili a sviluppare un dialogo più ricco e una crescita della comprensione reciproca». L’evento è organizzato in collaborazione con il Governatorato vaticano, i Musei Vaticani e il dicastero per la Comunicazione.

avvenire.it

Parma, la Galleria della Pilotta riapre totalmente riqualificata

PARMA – Dopo sei anni di lavori complessivi, riapre totalmente riqualificata la Galleria Nazionale della Pilotta a Parma. Il grande progetto di riallestimento del percorso espositivo, ideato dal direttore del complesso Simone Verde, in linea con gli orientamenti della museografia contemporanea, si completa con l’apertura al pubblico dell’Ala Nord alta, della Passerella Farnese che ospita il medagliere farnesiano e della Galleria del Teatro.

“Oggi – commenta Verde – giunge a compimento l’intero percorso espositivo della Pilotta, che presenta molte opere rimaste finora nei depositi ed esposte per la prima volta”. Non solo: un videomapping realizzato grazie al sostegno di Cinecittà ricrea, attraverso proiezioni e suoni, l’illusione scenica originale del Teatro Farnese, per rendere lo spettatore consapevole della straordinaria importanza del Teatro e invitarlo a riscoprire l’aspetto e l’uso originario della sala, gravemente danneggiata dai bombardamenti della Seconda Guerra mondiale e ricostruita negli anni Cinquanta del XX secolo.

    Inoltre a breve verrà compiuto un ultimo passo per giungere al completamento del lavoro di riqualificazione del Complesso monumentale che avverrà con l’inaugurazione del nuovo Museo Archeologico, il più antico d’Italia, e il rifacimento del piazzale interno del palazzo. L’Ala Nord alta propone sette nuove sale dedicate agli esponenti più significativi dell’arte emiliana tra il Cinquecento e il primo Seicento, favorendo un collegamento diretto con lo sviluppo cronologico delle opere dedicate ai Fiamminghi e all’arte del Manierismo parmense. La passerella che sovrasta l’ala ovest, fino ad allora dedicata all’esposizione degli interventi borbonici sull’urbanistica parmigiana, accoglie un allestimento coerente con i temi dell’area ottocentesca cui conduce, ovvero i saloni della ritrattistica ducale. E per restituire significato e comprensibilità alla storia del Teatro Farnese, capolavoro del 1618 e primo teatro moderno della storia europea, già oggetto di un lungo ed elaborato ciclo d’interventi, sono state musealizzate le aree delle sottogradinate e riuniti i documenti afferenti al Museo Archeologico, alla Biblioteca Palatina, alla Galleria e al Teatro Farnese. 

ansa.it