Cristianesimo, Ebraismo, Islam onorano l’Addolorata

di: Luigi Bressan – Settimana News

addolorata

In questo mese di maggio (in mezzo a crisi sociali, pandemiche, economiche e ora anche belliche) il mio pensiero riconoscente va a Maria, madre del Salvatore, che con lui ha condiviso il cammino di fede e di sacrificio.

Vorrei partire dal martirio di una città ucraina quasi interamente distrutta, di ben mezzo milione di abitanti, che porta il suo nome: Mariupol, cioè Mariapolis, nome ispirato da un’antica icona mariana là venerata e dall’incontro tra la cultura greca e quella slava.

Il tema della Mater doloris esprime, infatti, la compassione con chi soffre, il coraggio della fedeltà nel dolore, la fortezza della speranza in un futuro e, per chi è devoto a Maria, il ricorso alla sua intercessione. Ne vediamo alcuni aspetti.

L’Addolorata nel cristianesimo

Bibbia. Nel Vangelo di san Luca leggiamo che, quando Maria e Giuseppe presentarono Gesù Bambino a tempio, Simeone le disse: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35), una frase pregna di significato, ma anche di un oscuro segno premonitore; si annuncia retrospettivamente il suo ruolo di “mater dolorosa”. La frase – se intesa isolatamente – resta misteriosa, poiché la Bibbia parla sì di una spada lucente che squarcia il fegato (Gb 20,25) ma si tratta di una punizione da parte di Dio, mentre qui l’enigma ci invita ad attendere il tempo della sua spiegazione.

Nel Nuovo Testamento, parlando di spada, ci si riferisce all’arma ma anche alla parola di Dio, che impegna a fare una scelta (cf. Ef 6,17; Ap 1,15): la fedeltà ha un prezzo. Maria, associata alla missione del Figlio, lo ha assunto nella sua vita.

Altro momento biblico di sofferenza per Maria è l’ansia del non trovare Gesù che, raggiunti i dodici anni di età, avevano accompagnato a Gerusalemme: «Ecco, tuo padre e io, angosciati, di cercavano… Essi non compresero ciò che aveva detto loro» (Lc 2,48.50).

Il terzo momento, che è il vertice della condivisione anche nel dolore, è la presenza di Maria presso la croce di Gesù, anche se il solo evangelista Giovanni ne parla: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala» (Gv 19,25). L’evangelista non parla di grida, di lamenti, di strazio…. Ma è ovvio che vi era il dolore intenso di un cuore materno profondamente sensibile.

Tradizione del primo millennio cristiano. La devozione a Maria si sviluppò progressivamente e, nel primo millennio, prevalsero le immagini dell’Annunciazione, del Natale, della Madre col Bambino, dell’incontro con Elisabetta, Maria in trono… Tuttavia, non sono assenti riflessioni sulla partecipazione al dolore affrontato da Cristo.

Nel Vangelo apocrifo (ma pur sempre testimone di una pietà cristiana) di Nicodemo, che sembra essere del IV-V secolo, si parla anche di Maria sul Calvario, la quale «contristata, diede un gemito profondo: Ahimè! Poi disse rivolgendosi all’arcangelo: “O Gabriele, dove sei, che io possa dischiudere con te? Questo è l’augurio che tu mi hai rivolto. Perché non mi hai detto dei martìri senza misura del mio dolcissimo e dilettissimo figlio, e dell’ingiusta morte del mio unigenito? Perché non mi hai detto dell’inconsolabile afflizione dell’anima mia per il mio caro figlio?”… Ahimè, dolcissimo figlio, come ricorderò il tuo smisurato caritatevole amore? Ma fino alla morte saranno in me dolore e sofferenze, afflizioni, lacrime e sospiri inconsolabili… Chìnati o croce, in modo che io possa abbracciare e baciare mio figlio, il frutto delle mie viscere, il germoglio del mio cuore» (lb. X, cap. 4).

Maria mesta presso la croce è rappresentata in Santa Maria Antiqua (Fori Romani) e risale al secolo VIII. Sembra che il pittore stesso fosse cosciente che era la prima volta che si affrontava nell’arte un tale tema e rimase un caso quasi isolato.

Secondo millennio. Con il secolo XI appaiono, un po’ in tutta l’Europa iniziando da sant’Anselmo a san Bernardo, numerosi testi di ascetica e di mistica che invitano a meditare sulla sofferenza di Maria.

Spesso, accanto alla meditazione della passione di Cristo, ci esortano a vedere e a considerare la partecipazione della Madre, e sorgono poeti come Jacopone da Todi e inni liturgici come lo Stabat Mater Dolorosa, del quale esistono varie versioni.

Un grande impulso lo dobbiamo all’Ordine dei Servi di Maria, sorto nel 1233. L’abito nero da essi adottato intende richiamare l’abito del lutto per «ricordare il dolore che la Vergine soffrì nell’amarissima passione del suo figlio» (Monumenta Ordinis BMV, n. 52).

Si deve anzitutto a loro lo sviluppo delle devozioni mariane corrispondenti come la Via Doloris (itinerario in sette stazioni con i “sette dolori” di Maria. Questa devozione è tuttora praticata nel santuario di Pietralba, in tre lingue: tedesco, italiano, ladino) o la Corona dei Sette Dolori (sette misteri con sette Ave Maria per ciascuno, che si pratica anche nella Basilica degli Angeli ad Assisi).

Spontaneamente si fissò il venerdì della prima settimana di Passione come “venerdì dei dolori di Maria” ma, nel 1688, intervenne papa Innocenzo XI per “liberare la Quaresima” e trasferire la celebrazione alla terza domenica di settembre. Nel 1914 questa ricorrenza venne fissata al 15 dello stesso mese.

Nel frattempo, erano sorte confraternite, iniziando dalla Fiandre, tanto che vi è un’approvazione papale del 1495. Esse svilupparono la devozione alla Madre Addolorata, per sostenere specialmente le donne di fronte alle fatiche della vita, alle guerre, alle carestie, e alle ondate di peste (a peste, fame et bello: libera nos, Domine). Innumerevoli sono i testi dei papi e dei teologi sulla devozione a Maria Addolorata. Il Marienlexicon, nell’edizione del 1994, enumera cinque Congregazioni religiose che si ispirano a Maria Addolorata.

L’arte pittorica non poteva mancare di rispondere a questa spiritualità. Si manifestò anzitutto con figure strazianti di Maria presso la croce o al momento della sepoltura di Gesù (iniziando con una Deposizione nel duomo di Aquileia).

Poiché, per alcune culture, non appariva – e non appare – possibile che una madre non svenga in tale situazione, si introdusse anche la devozione allo “svenimento di Maria” sul Calvario presso la croce, oppure nella deposizione del corpo o al momento della sepoltura di Gesù. E questo non soltanto nei paesi del Meridione latino, ma anche nelle Fiandre come testimonia una celebre Deposizione, dipinta prima del 1443 da Rogier Van der Weyden (ora al Prado di Madrid).

Una statuaria con Maria che accoglie sulle ginocchia e venera il corpo morto di Cristo sorse in Renania nel XIII secolo e ben presto si sviluppò in tutta Europa, con espressioni di alto livello artistico e di tensione drammatica, come nella “pietas Germanica”.

Raggiunse il suo culmine in Michelangelo Buonarroti che, a soli 25 anni, ci ha dato un modello insuperabile, di una bellezza estrema. Da allora quello che era chiamato il “Quadro della sera” (Vesperbild) divenne “La pietà”. Ma Michelangelo non era contento dell’opera e sentiva nel suo cuore una tensione a produrre altro; egli stesso diceva: «Non c’è nessuno dei miei pensieri dove la morte non sia scolpita». Eravamo nel 1555 quando stava lavorando alla Pietà Bandini. dove diede il suo volto a quel Nicodemo che sollevava il corpo di Gesù e, insieme, la Madre e la Maddalena; si sentiva partecipe in quel dolore. Ma volle ancora cimentarsi fino a una settimana prima della morte con lo stesso tema nella Pietà Rondanini: opera incompiuta ma possente; Maria cerca di sollevare il corpo di Cristo, ma in realtà è lui che la sorregge! Vera mariologia cristologica!

Le nostre chiese più umilmente hanno pale e statue dell’Addolorata di non così intenso valore, ma quante lacrime sono state versate davanti a quella madre (spesso in abito violaceo, con una o cinque o sette spade nel petto): madre che ha sofferto e che consola! Fu la Spagna a darci in questo campo le opere migliori sul piano artistico.

Quanto coraggio l’Addolorata ha dato a coloro che a lei hanno rivolto il cuore: nelle preghiere in casa, nelle chiese, nelle processioni, nelle novene!

L’Addolorata nel protestantesimo

I riformatori protestanti non hanno preteso di modificare quanto il Vangelo dice circa la condivisione di Maria nelle sofferenze di Cristo, ma insistito sulla mediazione unica del Signore, negando che si potesse ricorrere a lei per una intercessione. Non sono ignorate tuttavia le sofferenze di Maria.

Citerò due poetesse protestanti che invitano a riflettervi. Maria Suzanne de Dietrich (1891-1981) tra l’altro scrive: «“Tutte le generazioni mi chiameranno beata” [Lc 1,48]. Parole misteriose sulle labbra di questa donna umile. Parole veraci: i secoli l’hanno confermato. Maria, quanto discreta e segreta fu la tua vita! Un solo Evangelista, per lo spazio di un istante, solleva il velo che ti nasconde ai nostri occhi. Uno solo seppe esaltare la madre del Figlio di Dio. Ci è stato detto che una spada ti trapasserà l’anima, ma nessuno ha fissato il ricordo delle tue lacrime. Come se tanto dolore fosse senza interesse… Nel silenzio ti sei lasciata trafiggere tu che sei madre a cui guardano tutte le creature. In questo silenzio tu vuoi celare con te, Maria, tutte quelle che, di secolo in secolo, accetteranno la segretissima missione di serve del Signore. Grazie del volontario annientamento» (Da: Maria, mistero di silenzio).

Un altro testo ci viene da Klara Schlink (1904-2001) che, nel 1947, promosse una Sororità Mariana Ecumenica assumendo il nome di Basilea: «Soprattutto per Maria si avvera la parola “Beati voi che ora piangete, perché riderete”… Più grande è l’elezione, e più profondo è il dolore. Per questo il cammino di Maria ha potuto compiersi soltanto nella pienezza della sofferenza. Maria è stata sommersa nel dolore; ma proprio per questo ella possiede anche la pienezza della gloria…. Lassù la sua grande gioia è che, presso il trono di Dio, Gesù viene onorato e adorato… Sì, soffrire con lui crea la gloria» (da: Maria, la via della madre del Signore).

L’Addolorata nelle Chiese orientali

Premesso che, in genere, anche gli orientali del primo millennio – come in Occidente – insistono soprattutto sulle benedizioni concesse da Dio a Maria di Nazareth, non è ignorata però la sua sofferenza.

Iniziamo con un testo del celebre patriarca Fozio (810-893): «Quale madre, infatti, non soffrirebbe al vedere il figlio, soprattutto quando si tratta del migliore degli uomini, sottoposto alla condanna dei malvagi? Per la purissima Madre del Verbo questo divenne un dolore più amaro e più acuto di ogni spada… Vedendo con i suoi occhi di madre la passione come uno spettacolo che si svolgeva davanti a lei si sentiva ferita e divisa come da una spada» (Da: Questioni ad Anfilochio, n. 76).

Va notato, al riguardo, che più di un orientale considera che la spada di cui anche Maria sarebbe stata colpita era la tentazione della sfiducia di fronte a un figlio che soffriva tanto, mentre Fozio esclude esplicitamente che ella fosse agitata dal dubbio.

Il monaco Simeone Metafraste (X secolo) immagina un lamento da parte di Maria stessa: «Quali aneliti sepolcrali, quali inni funebri ti canterò? Io non sono più l’urna che contiene la manna, perché la manna che nutre le anime è versata nel sepolcro. Non sono più il roveto che non si consuma, perché tutta sono consumata dal fuoco spirituale del tuo sepolcro. Non sono più il candelabro d’oro… Ora non so perché tutte queste cose sono confuse e perché il miele per me è mescolato all’assenzio. Ora, infatti, sono condotta a morire con te, ad essere sepolta con te… Perché non mi si spezza il petto, perché non posso scolpire un più segreto sepolcro in modo da accoglierti ancora una volta nelle mie viscere e seppellirti nel profondo del mio cuore?» (Da: Il lamento di Maria).

Nel campo iconografico prevale l’immagine di Maria col Bambino, spesso anche seduta in trono. Dal XII secolo si inizia però a rappresentare Maria piangente sotto la croce di Cristo oppure Maria in lacrime, sia pure in un dolore composto, in un’anta contrapposta all’icona del Figlio crocifisso.

Una tale espressione artistica si fece più intensa nel XV secolo. Siamo nell’epoca del cosiddetto rinascimento bizantino, in cui ci sono innovazioni e si tende a superare la stile ieratico precedente.

Un’evoluzione simile si riscontra anche fuori dell’ambito bizantino-slavo, raggiungendo l’Etiopia, sotto l’influsso dei sassanidi. Si tratta però sempre di esempi rari prevalendo infatti l’immagine di Maria col Bambino, madre della tenerezza.

Una forma speciale di icona è quella di Maria dolente che sorregge il figlio morto con i segni delle piaghe; tecnicamente è chiamata “Lo sposo”, tanto è viva la condivisione nell’affrontare la sofferenza e nel sostenersi reciprocamente.

Nell’ora della tristezza sappiamo rivolgere lo sguardo anche a colei che, pur colma di grazie e così vicina al Salvatore, non è stata risparmiata dal dolore, ma con dignità ha saputo assumerlo, convinta, in una fede cristocentrica per cui, come scrisse san Pietro: «Nella misura in cui partecipate alle sofferenze del Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1Pt 4,13). Nemmeno il dolore è solo distruzione, perché ci unisce e, in Cristo che ha vinto la morte stessa, diventa fonte di vita.

L’Addolorata nell’Ebraismo

Alcuni anni fa il noto studioso ebreo, David Flusser (1917-2000), scrisse un’ampia riflessione sulla sofferenza di Maria, donna ebrea e dichiarò: «Nessuno mi potrà negare il diritto di cantare un sommesso inno di lode all’ebrea Maria, con il pericolo di essere, nel bene e nel male, frainteso da coloro che non terranno conto delle mie sbarre dorate [intende riferirsi a pregiudizi e limiti reali di parlare di un’altra religione che non sia la sua] … musulmani, ebrei e cristiani di ogni tendenza, liberali e conservatori, perfino atei, tutti quanti accettano l’esistenza di Gesù, ammetteranno che Maria sua madre lo collega al popolo ebreo… era un’ebrea ed è vissuta da ebrea… Maria è collegata anche al dolore degli ebrei… ciò è testimoniato dagli stessi Vangeli… anche allora l’antisemitismo era alle volte assassino… Maria è una donna addolorata ebrea; non profana la sua memoria, anzi la nobilita, il fatto di considerarla anche, molto concretamente, come una madre ebrea angosciata e sofferente fra le madri ebree che hanno provato gli stessi sentimenti e hanno egualmente sofferto» di fronte a condanne ingiuste dei figli, alla loro tortura e uccisione (cf. D. Flusser, Mary. Images of the Mother of Jesus, in Jewish and Christian Perspective).

Partendo dal Calvario, pensiamo alla Shoah e alla sofferenza di tante madri del passato e del presente con figli messi a morte. Commentando una tale situazione, la teologa polacca Stanislawa Grabska rilevava che anche Gesù era ebreo e così Maria e aggiungeva: «Forse non sono andati al gas anch’essi, assieme al loro popolo, durante quei terribili giorni» del Grande Male?

L’attenzione a Maria addolorata non sminuisce minimamente le sofferenze altrui, ma esorta ad una più intensa e attiva solidarietà.

L’Addolorata nell’Islam

Forse non ci aspetteremmo che l’Islam parli di Maria addolorata, ma tale religione – dopo il cristianesimo – è quella che ha più riferimenti di tutte a Gesù e a sua madre. Un versetto del Corano riferisce appunto che alcune persone avevano rattristato Maria dicendole che Gesù era stato crocifisso, evento che, secondo il Corano, non è mai avvenuto: «E ancora per la loro incredulità e per aver detto contro Maria calunnia orrenda,7e per aver detto: Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio» (Corano, sura 4, vv. 156-157). Il libro sacro dei musulmani nega decisamente che Gesù sia stato ucciso: «Né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui» (4,157), ma afferma che «Iddio lo innalzò a sé » (4,158). Maria non sarebbe stata presente alla crocifissione del “sostituto” e quindi riteneva vero quanto le avevano detto ed era rimasta profondamente addolorata, chiusa nel silenzio. Del resto, Gesù non si vedeva più nelle strade e la denuncia quindi sembrava vera.

A questo proposito, uno dei più autorevoli storici nella tradizione Islamica, Ali ibn Muhammad ibn al-Athir (AD 1160-1233), scrisse che Dio intervenne e sostituì Gesù con un altro uomo che gli assomigliava; alcuni commentatori coranici suggerirono che quell’uomo fosse Giuda, il traditore.

Al-Athir spiegava che Allah aveva innalzato Gesù in cielo e che, dopo poco tempo, visto il dolore di Maria e la confusione sorta in seguito a quella crocifissione, invitò Gesù stesso a ritornare sulla terra per consolare Maria e spiegarle cosa era realmente avvenuto.

Gesù (‘Īsā), dopo averla incontrata, le chiese di radunare gli Apostoli e li inviò come messaggeri di Dio nel mondo. Qui possiamo riconoscere l’influsso delle narrazioni evangeliche sulla risurrezione di Cristo, sull’incontro con Maria con gli Apostoli nel Cenacolo e, infine, sul mandato di Gesù di andare a predicare la Buona Novella a tutte le nazioni.

Anche nel campo artistico dell’Islam abbiamo delle sorprese, tanto la storia è ricca di apporti. Sappiamo, da lettere dell’epoca, che il principe ereditario dell’immenso impero mogol (India) Muhammad Salim – che in seguito divenne uno dei più famosi imperatori del XVII secolo col nome di Jehangir (1605-1627) – forse riflettendo su questa interpretazione, o a motivo di una fusione tra arte e devozione personale, commissionò nel 1598 nel suo atelier di Lahore una miniatura della Deposizione di Cristo dalla Croce, oggi conservata al Victoria and Albert Museum di Londra. Il dipinto originario che la ispirò è un’opera perduta di Raffaello Sanzio, della quale però circolava già un’incisione di Antonio Raimondi, ed è questa che venne portata alla corte imperiale asiatica.

I pittori indiani, incoraggiati dal principe, arricchirono la stampa non solo di colori ma introdussero nuovi elementi presi dalle stampe europee sulla Risurrezione dei Morti alla fine dei tempi, una credenza accolta anche dai musulmani. Maria, madre di Gesù, appare in questa miniatura debole e prostrata dal dolore, ricordandoci quanto fosse partecipe della sofferenza di Gesù per il bene dell’umanità. Sembra unAddolorata: dipinta da un atelier musulmano per un committente musulmano.

La cooperazione degli artisti musulmani oggi continua. Alcuni anni fa una signora musulmana del Bangladesh, Soraya Rahoman, dipinse una Via Crucis completa, oltre alcune immagini della Madonna, per i cristiani di quel Paese. Vediamo Maria che incontra Gesù sul cammino del Calvario e che ne abbraccia il corpo in modo affettuoso quando è deposto dalla croce.

Maria ci invita al coraggio della speranza e di una fraternità solidale.

  • Luigi Bressan, arcivescovo emerito di Trento, Assistente Nazionale di Unitalsi, Socio Corrispondente della Pontificia Accademia dell’Immacolata.

Il 15 agosto si festeggia l’Assunzione della Vergine Maria al cielo.

Per essere stata la Madre di Gesù, Figlio Unigenito di Dio, e per essere stata preservata dalla macchia del peccato, Maria, come Gesù, fu risuscitata da Dio per la vita eterna. Maria fu la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione ed è anticipazione della risurrezione della carne che per tutti gli altri uomini avverrà dopo il Giudizio finale. Fu papa Pio XII il 1° novembre 1950 a proclamare dogma di fede l’Assunzione di Maria. Le Chiese ortodosse celebrano nello stesso giorno la festa della Dormizione della Vergine

La “dormitio Virginis” e l’assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche feste mariane. Fu papa Pio XII il 1° novembre del 1950, Anno Santo, a proclamare solennemente per la Chiesa cattolica  come dogma di fede l’Assunzione della Vergine Maria al cielo con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus:  « Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica».
La Chiesa ortodossa e la Chiesa apostolica armena celebrano il 15 agosto la festa della Dormizione di Maria.

Rubens, Assunzione della Vergine

Rubens, Assunzione della Vergine

COSA SI FESTEGGIA IN QUESTA SOLENNITÀ?

L’Immacolata Vergine la quale, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta, cioè accolta, alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte. (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 59). La Vergine Assunta, recita il Messale romano, è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. È  una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine.
Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme.

QUAL È LA DIFFERENZA TRA “ASSUNZIONE” E “DORMIZIONE”?

La differenza principale tra Dormizione e Assunzione è che la seconda non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude.

L'Assunzione dipinta da Tiziano

L’Assunzione dipinta da Tiziano

QUALI SONO LE FONTI?

Il primo scritto attendibile che  narra dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo, come la tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente, reca la firma del Vescovo  san Gregorio di Tours ( 538 ca.- 594), storico e agiografo gallo-romano: «Infine, quando la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare il mondo, vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’arcangelo Michele e si allontanò. All’alba gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco che per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».

QUAL È IL SIGNIFICATO TEOLOGICO?

Il Dottore della Chiesa san Giovanni Damasceno (676 ca.- 749) scriverà: «Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio». La Madre di Dio, che era stata risparmiata dalla corruzione del  peccato originale, fu risparmiata dalla corruzione del suo corpo immacolato, Colei che aveva ospitato il Verbo doveva entrare nel Regno dei Cieli con il suo corpo glorioso.

COSA DICONO I PADRI DELLA CHIESA?

San Germano di Costantinopoli (635 ca.-733), considerato il vertice della mariologia patristica, è  in favore dell’Assunzione e per tre principali ragioni: pone sulla bocca di Gesù queste parole:  «Vieni di buon grado presso colui che è stato da te generato. Con dovere di figlio io voglio rallegrarti; voglio ripagare la dimora nel seno materno, il soldo dell’allattamento, il compenso dell’educazione; voglio dare la certezza al tuo cuore. O Madre, tu che mi hai avuto come figlio unigenito, scegli piuttosto di abitare con me».  Altra ragione è data dalla totale purezza e integrità di Maria. Terzo: il ruolo di intercessione e di mediazione che la Vergine è chiamata a svolgere davanti al Figlio in favore degli uomini.

Leggiamo ancora nel suo scritto dell’Omelia I sulla Dormizione, che attinge a sua volta da San Giovanni Arcivescovo di Tessalonica ( tra il 610 e il 649 ca.) e da un testo di quest’ultimo, che descrive dettagliatamente le origini della festa dell’Assunzione, dato certo nella Chiesa Orientale dei primi secoli: «Essendo umano (il tuo corpo) si è trasformato per adattarsi alla suprema vita dell’immortalità; tuttavia è rimasto integro e gloriosissimo, dotato di perfetta vitalità e non soggetto al sonno (della morte), proprio perché non era possibile che fosse posseduto da un sepolcro, compagno della morte, quel vaso che conteneva Dio e quel tempio vivente della divinità santissima dell’Unigenito». Poi prosegue: «Tu, secondo ciò che è stato scritto, sei bella e il tuo corpo verginale è tutto santo, tutto casto, tutto abitazione di Dio: perciò è anche estraneo al dissolvimento in polvere. Infatti, come un figlio cerca e desidera la propria madre, e la madre ama vivere con il figlio, così fu giusto che anche tu, che possedevi un cuore colmo di amore materno verso il Figlio tuo e Dio, ritornassi a lui; e fu anche del tutto conveniente che a sua volta Dio, il quale nei tuoi riguardi aveva quel sentimento d’amore che si prova per una madre, ti rendesse partecipe della sua comunanza di vita con se stesso».

Annibale Carracci, pala d’altare raffigurante l’Assunzione della Vergine (1602 circa) posta nella Cappella Cerasi della Basilica S. Maria del Popolo a Roma

Annibale Carracci, pala d’altare raffigurante l’Assunzione della Vergine (1602 circa) posta nella Cappella Cerasi della Basilica S. Maria del Popolo a Roma

PERCHÉ IL GIORNO DELL’ASSUNTA È DETTO ANCHE FERRAGOSTO?

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle esistenti e antichissime festività cadenti nello stesso mese, come i Vinalia rustica o i Consualia, per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Famiglia Cristiana

Il libro / Maria madre di tutti

Nei secoli cristiani la figura della ‘Madre di Dio’ ha occupato una posizione centrale sia nella liturgia sia, soprattutto, nella devozione popolare. Ciò detto e indipendentemente dal credere, cosa si può dire innanzi a un fenomeno collettivo così vasto? È superstizione? O altro? E che significato ha – o può rivestire – la figura della Vergine Maria per chi non crede o, comunque, non aderisce ad alcuna religione positiva? Sono le domande che si pone Salvatore Natoli nelle pagine di Maria. La Madre che salva (Morcelliana, pagine 96, euro 10,00), volume di cui anticipiamo qui alcuni passaggi.

Una nascente mariologia: gli apocrifi sull’Assunta

di: Mario Colavita

maria apocrifi

Dobbiamo abituarci a vedere gli scritti apocrifi come un tesoro in cui possiamo trovare preziosi indizi che ci richiamano all’ambiente liturgico-cultuale del proto-cristianesimo.

Anche se la Chiesa dal IV secolo in poi li ha disconosciuti, la letteratura apocrifa era così entrata nelle midolla delle comunità che difficilmente se ne è potuto fare a meno.

Per secoli, forse senza saperlo, la liturgia, la poesia, l’arte e la letteratura sono cresciute gomito a gomito con questi scritti.

L’Ufficio catechistico nazionale, in un documento dal titolo “Incontro alla Bibbia” pubblicato nel 1996, scrive a riguardo agli apocrifi: «Gli apocrifi contengono in ogni caso preziose testimonianze di pietà popolare e di tendenze teologiche diverse e, se non ci forniscono nuove informazioni credibili su Gesù né dati dottrinali inediti, ci informano indirettamente sull’ambiente spirituale delle comunità in cui vennero scritti».

Apocrifi come fonte

Popolo e pastori hanno attinto dagli apocrifi per sostanziare e illuminare alcuni punti non chiari della vita dell’infanzia di Gesù, della Vergine Maria, degli apostoli e dei martiri.

Incuriositi e stimolati nel cercare motivazioni, anche per rispondere alle idee eretiche, i primi cristiani attingono alle fonti apocrife per confermare tradizioni e visioni circa la morte e l’assunzione di Maria.

Sin dai primi secoli i cristiani provenienti dal giudaismo si domandavano come la madre di Dio fosse morta, il luogo della sua sepoltura e che fine avesse fatto il suo corpo.

A questi interrogativi rispondono i testi apocrifi dei transiti e delle dormitio dai quali possiamo scoprire indizi che illuminano la vita e la liturgia delle prime comunità cristiane circa il culto della Vergine Madre di Dio.[1]

C’è chi ha scritto che questi testi sono come piccoli torrenti torbidi dove è possibile trovare pagliuzze d’oro; non solo, ai testi apocrifi “mariani” del primo cristianesimo spetta di aver fissato una forma di predicazione e di catechesi che la tradizione ha tramandato nelle sue varie forme.

Gli apocrifi sull’assunta hanno un triplice scopo: quello di difendere, confermare e attualizzare il credere Maria come Vergine madre di Dio. Maria è vergine e gli apocrifi difendono questo dato (prima durante e dopo la nascita), rimane vergine fino alla sua morte e assunzione.

È Madre di Dio, madre di Cristo, per questo ha avuto il privilegio di essere dal figlio custodita nella morte e dopo la morte.

Devozione mariana nascente

La devozione Maria si stava diffondendo tra i giudeo-cristiani. Gli apocrifi ne diffondono il culto… apportando notizie non rintracciabili nei testi canonici. Del resto, nel Nuovo Testamento l’ultima notizia circa Maria è che stava in preghiera con gli apostoli nel cenacolo e poi basta, nessuna parola.

Gli apocrifi mariani mettono in risalto l’idea della vicinanza di Maria alla nostra condizione: con le sue dimensioni più umane e naturali (la stanchezza, la fame, la sete…) e i suoi risvolti psicologici (la nostalgia del Figlio, la preoccupazione di non suscitare malumori e competizioni all’interno del gruppo di pares dei discepoli, l’affetto materno profondo e autentico nei loro confronti) e, per altro verso, ne mettono in evidenza, con grande efficacia, la grandezza, la superiorità morale e spirituale, gli afflati mistici raggiunti dalla sua santità.

Dalla lettura dei transiti emerge in filigrana una chiara e nascente mariologia. Essa è espressione della fede e della devozione dei giudeo-cristiani.

Questa venerazione alla Vergine Maria e Madre di Dio si evince da una serie di titoli con cui Maria viene salutata ora dagli apostoli ora da Cristo.

I titoli, nell’antichità, esprimevano l’onore dato a particolari personaggi, sono espressioni genuine che sostanziano quella devozione mariana che ininterrottamente si è portata fino ai nostri giorni. Questi titoli, poi, hanno un sapore biblico richiamandosi alla storia d’Israele.

L’autore del Transitus Romanus, ad esempio, ha voluto rileggere la storia di Maria con il genere del midrash, una sorta di racconto ebraico che cerca di scavare dentro il testo e attualizzarlo.

L’autore dell’apocrifo ha riletto la Bibbia e ha cercato delle testimonianze che prefigurino Maria con diversi titoli: La Vergine, la casta Colomba, Sorella e Madre, Madre dei dodici rami, Madre dei dispersi, Nuova Eva, Nuova Myriam, Nuovo Tempio, Arca dell’Alleanza, Depositaria del mistero.

Questi titoli mettono in evidenzia l’appartenenza di Maria al popolo ebraico; il richiamo costante alla storia e alla tradizione biblica conferisce a Maria un posto tutto particolare che dai giudeo-cristiani si è poi riversato nel primo cristianesimo.

Titoli mariani

Maria è chiamata Vergine che ha concepito senza corruzione. Per i padri della Chiesa e per gli autori dei testi apocrifi, la verginità è condizione per l’incorruttibilità di Maria nel sepolcro, Inoltre, la verginità unita alla divina maternità diventa presupposto per l’assunzione ad opera del Figlio.

Maria è chiamata casta Colomba con particolare riferimento al Cantico dei Cantici (Ct 2,14). La rielaborazione patristica vede in Maria la “bianca colomba”.

Maria è salutata come Sorella e Madre: l’Angelo Gesù, incontrando Maria, la chiama Madre, successivamente Giovanni la chiama Sorella anche a significare, secondo l’intenzione dell’autore del Transitus, la familiarità di cui Maria godeva nella comunità cristiana primitiva.

Il titolo più emblematico è quello di Madre dei dodici rami. È Giovanni a chiamare Maria con questo appellativo: il 12 rinvia alle tribù d’Israele e, nel Nuovo Testamento, al gruppo dei 12 apostoli. Il titolo unisce splendidamente il dato anticotestamentario con quello della nuova Chiesa in cui Maria diventa trait d’union.

Maria è salutata come Madre dei dispersi: è un titolo dal sapore escatologico nel senso che in Maria saranno radunati i figli di Dio nella nuova Gerusalemme.

Maria è chiamata Nuova Eva e Nuova Myriam. Myriam, sorella di Mosè e Aronne, è guida del popolo (cf. Mi 6,4), profetessa, colei che intercede; secondo il Talmud Babilonese, Myriam sarebbe morta nel bacio di Dio e non avrebbe conosciuto la corruzione della tomba.

Maria è salutata come Nuovo Tempio e Arca dell’Alleanza. Il triste episodio di Iefonia che vuole rovesciare il lettuccio della Vergine ricorda l’episodio di Uzza che, nel toccare l’Arca, fu punito con la morte (cf. 2Sam 6, 6-7). La confessione di Iefonia conferma che Maria è l’arca vivente di Dio.

Maria è chiamata Depositaria del mistero; nel Transitus emerge il tema dell’arcano, del mistero legato alla Sapienza vicina a Dio (cf. Prov 8,22-31).

Questi titoli non fanno altro che amplificare la devozione nella Madre di Dio e presentare la Vergine Maria legata alla storia d’Israele. I testi apocrifi mariani ci aiutano a collocare Maria dentro la storia della salvezza, Maria è Vergine e madre di Dio e collabora con il figlio Gesù per la nostra redenzione. I titoli mariani, passati nella devozione popolare, non fanno altro che confermare il sentire della Chiesa.

Settimana News

Le sette parole di Maria

di: Roberto Mela

7 parolemaria

«O Signore, io stessa sarò la tua musica», dice un bel versetto del poeta elisabettiano John Donne (1571-1631) citato dal card. Ravasi nel suo ennesimo volume di riflessioni bibliche, punteggiato come sempre da numerose citazioni letterarie, pittoriche e musicali in specie. Sette le parole di Maria commentate, di cui una fatta di silenzio, espressa con «stava (ritta)» sotto la croce del suo Figlio. L’autore le inquadra brevemente nel loro contesto.

Il linguaggio non è tecnico filologico-esegetico, ma riflessivo e generale. Ravasi nota come le parole Maria siano «marginali» nei testi evangelici: 16 versetti con 154 parole greche (di cui 102 espresse nel Magnificat) sulle 19.404 del Vangelo di Luca e sulle 15.416 di Giovanni. Ravasi ne ripercorre “cronologicamente” l’espressione, seguendo Maria nel suo cammino di fede.

La prima parola (Lc 1,34) è la domanda di chiarificazione della modalità di realizzazione del piano di Dio all’interno del progetto matrimoniale di Maria. Pronta in Lc 1,38 l’espressione della piena disponibilità della «serva/doulē del Signore», come “servi di YHWH” erano stati vari personaggi dell’AT (per lo più maschili), con grandi compiti nella storia della salvezza. Ricordo però che solo qui c’è l’espressione «la serva» di YHWH con l’articolo, caso unico nella Bibbia.

Alla visitazione, in cui Maria è proclamata da Elisabetta «la credente», segue l’esplosione del canto del Magnificat. Alla terza parola di Maria (Lc 1,46-55) Ravasi dedica le pp. 49-90, proponendone un’analisi letteraria generale, a cui seguono alcune considerazione versetto per versetto.

Anche se frutto della pietà della comunità primitiva e intessuto di riferimenti all’AT, il cantico di addice bene a Maria. Ella canta la grazia immeritata di YHWH sulla sua piccolezza e la scelta paradossale di YHWH, ma costante nella storia della salvezza, di strumenti “deboli” per realizzare i suoi piani. Nel Magnificat si canta il ribaltamento della mentalità umana tipica del regno di Dio, ma che inizia già fin d’ora. I setti aoristi impiegati come un martello indicano la puntualità di attuazione ma, essendo secondo Ravasi anche aoristi gnomici, attestano pure ciò che è il modo solito di agire di YHWH nei confronti dell’umanità.

La ricerca addolorata e penosa (odinōmenoi, Lc 2,48) – più che di due «angosciati» (così CEI 2008) – da parte dei due genitori verso Gesù «impegnato nelle cose del Padre suo», mostra la loro fatica nel comprendere la persona e il cammino del Figlio di Dio, che però verrà sempre accompagnato nella sua vita dall’affetto e dalla fede di Maria e di Giuseppe.

A Cana di Galilea (Gv 2,1-11) Maria svolge non tanto una funzione provvidenziale di soluzione del dramma di due giovani sposi rimasti senza vino durante la festa, ma quella di favorire l’instaurazione della nuova alleanza della Chiesa-sposa (mai nominata) con il vero Sposo nella celebrazione dell’abbondanza delle nozze messianiche. Maria è invitata da Gesù a uscire dal piano dei rapporti familiari e della ricerca di segni prodigiosi a quello dell’attuazione della storia della salvezza, che vede a Cana scoccare l’inizio (così il benemerito Segalla) di quell’Ora (che viene solo per volontà del Padre…), che troverà il suo apice al Golgota. In quel momento ricorrerà per la seconda volta il termine «donna», al vocativo gynai. Col suo brusco «che cosa c’è fra me e te, o donna?» Gesù non si mostra scostante nei confronti di Maria, ma con un fraseggio tipicamente ebraico rivela la diversa prospettiva di vedute e invita la madre a raccordarsi con la sua.

Da parte sua Maria invita con la sua sesta parola i «diaconi» a fare tutto quello che Gesù eventualmente dirà (Gv 2,5). Con ciò l’evangelista Giovanni allude alla funzione provvidenziale di Giuseppe in Egitto e alla volontà di Israele di “ascoltare e fare” le dieci parole che YHWH donerà al Sinai durante la stipulazione della Prima alleanza.

Sotto la croce (Gv 19,26-27) accade una scena di rivelazione-vocazione-missione che non tende tanto a ricordare cronachisticamente un testamento filiale e un affidamento di Maria alla custodia umana del Discepolo Amato, quanto la rivelazione del volto della Chiesa madre che nel momento dell’abbandono/distacco da Gesù morente diventa feconda di sempre nuovi figli. La donna/gynai diventa madre feconda in modo nuovo (cf. Ap 12).

È una parola silente quella settima di Maria sotto la croce. È espressa nel suo «stare ritta» in modo continuo e stabile. Stabat Mater dolorosa, onoreranno con pietà gli autori in un’infinità di opere musicali la madre che contempla il Figlio, nella costanza di chi non fugge ma raccoglie il mandato del Figlio di Dio.

La tradizione popolare e la pietà verso la madre Maria hanno voluto esplicitare il silenzio dell’Addolorata. Jacopone di Todi in questo è un maestro: «Figlio bianco e vermiglio,/ Figlio senza simiglio/ Figlio a chi m’apiglio?/ Figlio, m’hai lassato./ Figlio bianco e biondo/ Figlio, volto iocondo,/ Figlio, perché t’ha ’l mondo,/ Figlio così sprezzato?/ Figlio dolze e placente,/ Figlio de la dolente,/ Figlio, hatte la gente/ malamente trattato» (cit. a p. 131).

Noto en passant a p. 46 r 3 che hóti non è un avverbio, ma una congiunzione causale. Utile la bibliografia utilizzata dall’autore (pp. 147-149).

  • Gianfranco RavasiLe sette parole di Maria (Lapislazzuli s.n.), EDB, Bologna 2020, pp. 152, € 12,00, ISBN 978-88-10-56964-1.
  • Fonte: Settimana News

Ecco perché maggio è il mese di Maria

La Madonna della tenerezza nell'opera di un pittore cretese

da Avvenire

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari, sono frequenti (e speriamo tornino presto possibili) i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Un bisogno che si avverte con particolare urgenza nel tempo che stiamo vivendo. Lo sottolinea il Papa nella “Lettera” inviata a tutti i fedeli il 25 aprile scorso. Un invito caldo e affettuoso a riscoprire la bellezza di pregare il Rosario a casa. Lo si può fare insieme o personalmente, ma senza mai perdere di vista l’unico ingrediente davvero indispensabile: la semplicità. Contemplare il volto di Cristo con il cuore di Maria, aggiunge papa Francesco, che propone ai fedeli i testi di due preghiere alla Vergine, “ci renderà ancora più uniti come famiglia spirituale e ci aiuterà a superare questa prova”.

Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.
Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore.
Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.


O Maria, Tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza. Noi ci affidiamo a Te, Salute dei malati, che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede. Tu, Salvezza del popolo romano, sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea, possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova. Aiutaci, Madre del Divino Amore, a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù, che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione. Amen. Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.


L’indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria»


«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio». Nella presente situazione drammatica, carica di sofferenze e di angosce che attanagliano il mondo intero, ricorriamo a Te, Madre di Dio e Madre nostra, e cerchiamo rifugio sotto la tua protezione. O Vergine Maria, volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi in questa pandemia del coronavirus, e conforta quanti sono smarriti e piangenti per i loro cari morti, sepolti a volte in un modo che ferisce l’anima. Sostieni quanti sono angosciati per le persone ammalate alle quali, per impedire il contagio, non possono stare vicini. Infondi fiducia in chi è in ansia per il futuro incerto e per le conseguenze sull’economia e sul lavoro. Madre di Dio e Madre nostra, implora per noi da Dio, Padre di misericordia, che questa dura prova finisca e che ritorni un orizzonte di speranza e di pace. Come a Cana, intervieni presso il tuo Figlio Divino, chiedendogli di confortare le famiglie dei malati e delle vittime e di aprire il loro cuore alla fiducia. Proteggi i medici, gli infermieri, il personale sanitario, i volontari che in questo periodo di emergenza sono in prima linea e mettono la loro vita a rischio per salvare altre vite. Accompagna la loro eroica fatica e dona loro forza, bontà e salute. Sii accanto a coloro che notte e giorno assistono i malati e ai sacerdoti che, con sollecitudine pastorale e impegno evangelico, cercano di aiutare e sostenere tutti. Vergine Santa, illumina le menti degli uomini e delle donne di scienza, perché trovino giuste soluzioni per vincere questo virus. Assisti i Responsabili delle Nazioni, perché operino con saggezza, sollecitudine e generosità, soccorrendo quanti mancano del necessario per vivere, programmando soluzioni sociali ed economiche con lungimiranza e con spirito di solidarietà. Maria Santissima, tocca le coscienze perché le ingenti somme usate per accrescere e perfezionare gli armamenti siano invece destinate a promuovere adeguati studi per prevenire simili catastrofi in futuro. Madre amatissima, fa’ crescere nel mondo il senso di appartenenza ad un’unica grande famiglia, nella consapevolezza del legame che tutti unisce, perché con spirito fraterno e solidale veniamo in aiuto alle tante povertà e situazioni di miseria. Incoraggia la fermezza nella fede, la perseveranza nel servire, la costanza nel pregare. O Maria, Consolatrice degli afflitti, abbraccia tutti i tuoi figli tribolati e ottieni che Dio intervenga con la sua mano onnipotente a liberarci da questa terribile epidemia, cosicché la vita possa riprendere in serenità il suo corso normale. Ci affidiamo a Te, che risplendi sul nostro cammino come segno di salvezza e di speranza, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Il vangelo di Maria

di: Roberto Mela

Il vangelo di Maria

Un libro di spiritualità che conosce 17 edizioni deve contenere qualcosa di interessante. Esso è nato dalla predicazione di un ritiro/esercizi spirituali tenuto presso il Monastero “Marta e Maria di Betania” della Comunità delle Beatitudini a Nouan-Fuzelier (Lamotte-Beuvron, Francia) dall’11 al 16 settembre 1984.

Ne è autrice una madre di tre figli, nonna, bisnonna e vedova consacrata (1921-2012), membro del movimento carismatico nel quale si è dedicata all’insegnamento e all’evangelizzazione. La sua sensibilità femminile emerge con forza nelle meditazioni, tutte condite col sale della sapienza, della mitezza e della sensibilità ecclesiale.

In Maria, l’autrice vede la trasparenza delle vetrate che lascia passare intatta la grazia di Cristo, del cui vangelo ella diventa a sua volta trasparenza e motore di propulsione. Il vangelo di Cristo diventa in tal modo il vangelo di Maria.

Georgette Blaquière sottolinea con forza l’appartenenza di Maria al popolo cristiano, costituita da Dio quale prima dei redenti dalla grazia pasquale di Cristo per diventare Madre di Cristo e di Dio, madre della Chiesa, potenza d’intercessione per tutti gli uomini.

Di Maria l’autrice sottolinea la fede, e ricorda le parole conclusive del documento conciliare Lumen gentium 62: «Così anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce». La studiosa ricorda anche come LG 63 scriva che «La madre di Dio è figura […], nell’ordine della fede, della carità, della perfetta unione con Cristo”, e non nell’ordine della morale o delle virtù o dell’ordine della purezza (cf. p. 9).

La Blaquière ricorda pure che il dogma dell’Assunzione di Maria fu proclamato da Pio XII con la Bolla Munificentissimus Deus – la glorificazione di Maria con l’assunzione al cielo «in anima e corpo» –  nella solennità di Ognissanti nel 1950, e non il 15 di agosto. Questo fatto rinforza la certezza di fede che Maria è membro della Chiesa, sorella del cammino, vicina al popolo di Dio. Ella ha cooperato in maniera eccelsa con l’unico redentore e mediatore della salvezza, il figlio suo Gesù.

Che, pur con tutto questo, Maria non sia da venerare come corredentrice l’ha dovuto ricordare a metà di dicembre 2019 anche papa Francesco.

L’autrice dispone le sue riflessioni lungo il filo d’oro della fede.

L’annuncio dell’angelo a Maria è il suo salto nella fede.

Ad Ain Karem ella vive la gioia della fede, come ragazza colma della tenerezza di Dio, figlia del Re e Figlia della Sapienza.

La vita nella fede comprende il rapporto con Giuseppe da vivere alla luce della volontà di Dio, la prima salita a Gerusalemme con la perdita angosciosa del Figlio, la ridiscesa a Nazaret nella quotidianità della custodia di Gesù e della parola di Dio.

Il cammino della fede abbraccia la presenza a Cana e la sequela di Cristo, con la tentazione della madre, alla quale non accondiscende, e l’abbandono generoso a Dio.

La notte della fede di presenterà sotto la crocedove la madre sta salda di fronte all’Agnello immolato: stabat Mater.

La madre della Chiesa appare, invece, al Calvario e nel momento della manifestazione della fede, la festa della Pentecoste. Lì c’è la conferma della fede nel cuore della Chiesa.

Ciò che la Chiesa crede di Maria e del suo cammino è anche espresso nella preghiera della Salve Regina, in cui ella appare come donna coronata e dove la sua fede viene glorificata.

In un’Appendice molto interessante (pp.169-176) l’autrice espone con chiarezza e semplicità il suo “credo mariano”. Confessa e accoglie nella fede tutto quello che la Chiesa crede di Maria e distingue questo da ciò che la devozione del popolo cristiano vi ha aggiunto nella religiosità popolare: il culto mariano, le apparizioni, il rosario. Tratta tutti e tutto con grande rispetto, nella piena libertà ricordata dal ben noto principio teologico: «nelle cose necessarie, l’unità; il ciò che è incerto, la libertà; in tutte, la carità» (p. 169). (Icastico in latino: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas).

Affettuosa e laudativa la postfazione di Michel Santier, vescovo di Créteil dal 2007. Egli ha un bel motto episcopale (Quei ma join soi en tous), ha fatto parte del comitato della TOB ed è membro del Consiglio per l’unità dei cristiani e le relazioni con il giudaismo e della Commissione episcopale della Mission de France.

Georgette BlaquièreIl vangelo di Maria, Postfazione di Michel Santier (Itinerari. Collana di spiritualità. Dottrina esperienze testimonianze, s. n.), EDB, Bologna 2019 (or. fr. Burtin [France] 2018), pp. 184, € 16,00, ISBN 978-88-10-51373-6

Ecco perché maggio è il mese di Maria. Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna

La Madonna della tenerezza nell'opera di un pittore cretese

Un Rosario di palloncini nel cielo egiziano (Ap)

Un Rosario di palloncini nel cielo egiziano (Ap)

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Lo ricorda spesso il Papa che non a caso ha deciso di iniziare il suo maggio al santuario mariano del Divino Amore, pregando per la pace, soprattutto in Siria. Alla base della particolare attenzione alla Madonna di questi giorni, l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Un omaggio floreale alla Vergine del Rosario

Un omaggio floreale alla Vergine del Rosario

Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quandoAlfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.
Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore.
Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

La Madonna della tenerezza nell'opera di un pittore cretese

La Madonna della tenerezza nell’opera di un pittore cretese

L’indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Un pellegrinaggio alla Madonna di Guadalupe

Un pellegrinaggio alla Madonna di Guadalupe

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria»

Un Rosario di palloncini 'cattura' un aereo (Lapresse)

Un Rosario di palloncini “cattura” un aereo (Lapresse)

da Avvenire

Papa Francesco stabilisce la memoria di Maria “Madre della Chiesa”

In attuazione della decisione di Papa Francesco, con decreto del giorno 11 febbraio scorso, 160.mo anniversario della prima apparizione della Vergine a Lourdes, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha disposto l’iscrizione della memoria della “Beata Vergine Maria Madre della Chiesa” nel Calendario Romano Generale. Considerando l’importanza del Mistero della maternità spirituale di Maria, che dall’attesa dello Spirito Santo a Pentecoste, non ha mai smesso di prendersi maternamente cura della Chiesa pellegrina nel tempo, Papa Francesco ha quindi stabilito che, il Lunedì dopo Pentecoste, la memoria di Maria Madre della Chiesa sia obbligatoria per tutta la Chiesa di Rito Romano. Con questa memoria, evidenzia il documento, Francesco auspica “la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana”.

“ Questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa ”

Paolo VI dichiarò Maria “Madre della Chiesa”

Il Decreto sottolinea che Maria “è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra del suo corpo mistico, cioè della Chiesa”. Rammenta inoltre che questo titolo era già presente nel “sentire ecclesiale” a partire da Sant’Agostino e che, nel corso dei secoli, la Chiesa ha onorato Maria con titoli in qualche modo equivalenti, come appare in testi di autori spirituali e pure nel magistero di Benedetto XV e Leone XIII. Proprio su tale fondamento, il Beato Paolo VI – a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II – dichiarò la Beata Vergine Maria, “Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano”. Successivamente, si legge nel Decreto, la Sede Apostolica propose, nel 1975, una Messa votiva in onore della Madre della Chiesa, inserita poi nel Messale Romano. Era stato anche approvato, nel corso degli anni, l’inserimento della celebrazione della “Madre delle Chiesa”, nel Calendario proprio di alcuni Paesi, come la Polonia e l’Argentina.

Card. Sarah: Maria aiuta a riempire la vita dell’amore di Dio

Dal canto suo, in un commento al Decreto, il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, si augura che “questa celebrazione, estesa a tutta la Chiesa, ricordi a tutti i discepoli di Cristo che, se vogliamo crescere e riempirci dell’amore di Dio, bisogna radicare la nostra vita su tre realtà: la Croce, l’Ostia e la Vergine”. Tre misteri, sottolinea, “che Dio ha donato al mondo per strutturare, fecondare, santificare la nostra vita interiore e per condurci verso Gesù Cristo”.

da Radio Vaticana

Festa dell’Assunta. Il peso e la fiducia. Maria, le tradizioni, il mare, i ponti

L’Assunzione di Maria, opera di Andrea della Robbia

Anche nel cuore dell’estate vacanziera si affacciano esperienze destinate a lasciare un segno profondo. Esperienze che parlano il vivo linguaggio della tradizione, così diverso e distante da quel folclore che pretende di riesumare il passato a meri fini commerciali. Esperienze che, da nord a sud, qualificano sul territorio la proposta religiosa, culturale e turistica del nostro Paese. Davvero, come scrive papa Francesco, «una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente, e possiede una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo colmo di gratitudine».
Per non restare nel vago, vorrei dedicare queste righe a raccontare in presa diretta ai lettori di “Avvenire” quanto ho vissuto ieri sera, vigilia della solennità dell’Assunta, a Monopoli. L’evento, oltre ad essere emblematico, offre alcune piste di riflessione dalle quali forse non sarebbe sbagliato lasciarsi coinvolgere. A mia volta, non esito a riconoscere di esserne rimasto tanto partecipe quanto commosso.
L’occasione era data dall’anniversario dell’approdo dell’icona bizantina della Madonna della Madia, avvenuto nel 1117 a bordo di una zattera composta da travi di pino d’Aleppo, alcune delle quali sono ancora custodite in Cattedrale. Novecento anni dopo, è toccato a me trovarmi a fianco di monsignor Giuseppe Favale, vescovo di quella diocesi, su una precaria imbarcazione a raccogliere la copia dell’icona della Vergine per mostrarla alle migliaia di persone che in attesa gremivano la riva.
Mentre mi avvicinavo al molo non potevo smettere di volgermi ad ascoltare quel mare che avevo alle spalle. Per secoli è stato un catino le cui acque non sono state solcate soltanto da guerrieri e mercanti, ma da dialetti e culture che hanno arricchito e avvicinato i popoli del Mediterraneo. Un mare divenuto strada per l’incontro, invece di muro e confine… E Maria – che oggi celebriamo tra la terra e il Cielo – non ci riconsegna forse la missione di farci costruttori di ponti tra Oriente e Occidente, tra vicini e lontani, tra uomini e donne, nella consapevolezza che la reciprocità è la prima condizione per camminare insieme?
Del resto, come possiamo immaginare di festeggiare l’Assunta, in cui la nostra umanità raggiunge la meta, se rinunciamo a stringere le mani che da questo stesso mare affiorano? Chi tocca un povero, dice ancora Francesco, tocca la carne di Cristo: passaggio non indolore, ma decisivo, nell’indicarci che ciò che dà valore a quello che siamo e che diventa via al Cielo è ancora una volta la disponibilità a prenderci cura dei fratelli, a riconoscerli tali, a far loro posto nel nostro cuore prima ancora che alla nostra stessa mensa.
Infine, come sfuggire alla suggestione legata alla provenienza delle travi della zattera? Aleppo non è soltanto un’indicazione geografica. Questa cittadina della Siria settentrionale – contesa, bombardata e saccheggiata a più riprese da un conflitto che dura da oltre 6 anni – è il simbolo di ogni tragedia che insanguina la dignità dell’uomo: penso ai tanti focolai di guerra sparsi nel Medio Oriente come in altre parti del mondo.
Vi assicuro che nell’alzare l’icona di Maria ho sentito sulle braccia e sul cuore il peso di questa umanità dolente e umiliata; ma nel gesto con cui ho benedetto la folla di Monopoli c’era anche la fiducia che con Maria è possibile tornare ad affidarci al Principe della Pace, affinché ispiri propositi e impegni di pacifica convivenza tra tutti.

di Nunzio Galantino – Avvenire