Il segno. A Loreto l’Europa giovane del dialogo. Quattro giorni per ripartire, insieme

Dopo lo stop dovuto al Covid, ragazzi dai 17 ai 25 anni cattolici di diversi riti e ortodossi sono tornati a incontrarsi all’ombra della Santa Casa
I giovani protagonisti del raduno Da Eurhope a Eurhome: la memoria fiorirà. L’incontro si è svolto a Loreto dal 7 al 10 agosto

I giovani protagonisti del raduno Da Eurhope a Eurhome: la memoria fiorirà. L’incontro si è svolto a Loreto dal 7 al 10 agosto – Collaboratori

Avvenire

Il primo a piantare qui il seme dell’ecumenismo per le nuove generazioni fu Benedetto XVI nel 2007 durante l’Agorà dei giovani italiani a Loreto. In quell’occasione il Papa consegnò il mandato missionario a “72 discepoli” scelti tra quasi mezzo milione di ragazzi. Due di loro raggiunsero nei giorni seguenti Sibiu, in Romania, per la III Assemblea ecumenica europea. Da qui iniziarono a germogliare nuove relazioni bilaterali con i luterani danesi di Aarhus, gli ortodossi rumeni di Resita, gli anglicani di St. Albans, gli svedesi di Linköping dove a Vadstena è custodito il corpo di santa Brigida. In breve fu la volta del primo “Campo europeo ecumenico per giovani” che in circa dieci anni porterà a Loreto migliaia di ragazzi.

Poi la lunga interruzione causata dal Covid-19 e infine la ripresa del cammino nei giorni scorsi con la XII edizione del campo ecumenico dal titolo “Da Eurhope a Eurhome: la memoria fiorirà”, che si è svolto dal 7 al 10 agosto presso l’istituto salesiano di Loreto. Circa settanta i partecipanti di età compresa tra 17 e 25 anni di confessione cattolica, ortodossa e greco-cattolica. Tra loro italiani, ungheresi e romeni, giunti a Loreto con il mandato dei loro vescovi insieme a quattro sacerdoti della diocesi romena di Caransebes e due seminaristi della diocesi ungherese di Debrecen. A guidare il campo l’équipe storica composta da don Francesco Pierpaoli di Fano e don Giorgio Paolini di Pesaro, ai quali si sono aggiunti suor Catherine Southwood e una coppia di giovani sposi pesaresi, Marco Sanchioni ed Elena Ranocchi, che si sono fidanzati e hanno celebrato il loro matrimonio proprio durante un precedente campo ecumenico di Loreto.

«Quest’anno – spiega don Pierpaoli – è stato come un grembo di ripartenza dopo il lungo stop della pandemia. In tutti i ragazzi c’era un forte desiderio di conoscere Loreto, che è la capitale spirituale che Giovanni Paolo II ha indicato per i giovani d’Europa. Qui infatti è custodita la casa di Maria che è la casa del “sì” giovane». Tre giorni intensi vissuti in piena sintonia e gioia. “Perché siamo divisi se stiamo così bene insieme?”: è stata questa la domanda ricorrente dei giovani che hanno avuto l’opportunità di confrontarsi su temi di stretta attualità: la custodia del Creato, le disparità tra ricchi e poveri, la guerra in Europa e la divisione tra cristiani. Per loro l’arcivescovo prelato di Loreto, monsignor Fabio Dal Cin, ha espresso parole di incoraggiamento durante la veglia all’interno Santa Casa: «la Chiesa deve ripartire da voi – ha detto – ed è per questo che vi invito ad essere costruttori di pace e vi affido la preghiera per il bene del mondo».

Oltre ai lavori di gruppo e di animazione, i ragazzi hanno particolarmente apprezzato la cosiddetta “preghiera di luce” del mezzogiorno. «Non potendo vivere l’adorazione eucaristica per ovvi motivi -– spiega Patricia dalla Romania – ci riunivamo in chiesa ciascuno con un lumino spento e, dopo una breve introduzione guidata, ci raccoglievamo in silenzio per circa mezz’ora prima di accendere la luce e portarla all’altare». Ogni delegazione inoltre si è alternata nell’animazione della Messa celebrata nel proprio rito. «Al momento dell’Eucaristia abbiamo sperimentato la ferita della divisione – spiegano alcuni ragazzi ungheresi – perché pur vivendo tutto il giorno insieme non potevamo mangiare alla stessa tavola di Gesù».

Per questo, come gesto di comunione, i fratelli ortodossi segnavano la benedizione sulla fronte degli altri giovani. «È stato questo forse il momento più forte – spiega don Pierpaoli – che però ci apre ad un impegno quotidiano. La ferita infatti può diventare una feritoia e quindi un dono maggiore da vivere come l’attesa di una terra promessa che è l’unità». Nel corso delle giornate è stata anche programmata, insieme alla delegazione luterana svedese collegata via skype, la XIII edizione del Campo che si terrà nell’ultima settimana di luglio 2023. «Poco dopo – conclude don Pierpaoli – partiremo per la Gmg di Lisbona, in Portogallo a cui prenderanno parte anche ragazzi di altre confessioni cristiane, perché la fede che cercano i giovani fa rima con una Chiesa unita».

Preghiera di unità…

LODE AL DIO CREATORE…

Quando la foschia si leva sul mare,

quando le onde ricoprono la riva,
quando la tempesta sconvolge la spiaggia:
Io credo in Dio che canta e fa cantare la vita.

Quando il sole risveglia il giorno dal suo sonno,
quando la strada si perde nei suoi tornanti,
quando i campi odorano di fieno,
Io credo in Dio che canta e fa cantare la vita.

Quando le stelle scintillano nel firmamento,
quando le strade si addormentano senza rumore,
quando la notte è nel buio più totale.
Io credo in Dio che canta e fa cantare la vita.

Il Signore è qui, il Signore è là, il Signore è dovunque.
Il Signore è lassù, il Signore è quaggiù,
il Signore è sul sentiero sul quale io cammino.
Io credo in Dio che canta e fa cantare la vita.

Culto ecumenico a Bastia

La Chiesa in uscita ha bisogno di una teologia in uscita

«Io penso che una Chiesa in uscita abbia bisogno di una teologia in uscita». Lo afferma con convinzione don Pino Lorizio, dal 1993 docente di teologia fondamentale alla Pontificia università Lateranense e coordinatore del nuovo percorso di licenza in Teologia interconfessionale, in prospettiva ecumenica e comunionale, che l’ateneo del Papa attuerà dal prossimo anno accademico 2020-2021. «Il primo passo in uscita dobbiamo farlo proprio noi teologi cattolici — spiega Lorizio — cercando di incontrare gli altri fratelli in Cristo. Ma poi speriamo che il percorso verso l’esterno continui e che la teologia cristiana vada sempre di più incontro a un mondo che sembra sempre di più allontanarsi dalla fede in Cristo».

Il nuovo corso biennale di laurea magistrale della Lateranense non punta infatti a fornire semplicemente competenze ma a formare presbiteri, pastori, suore, religiosi e laici che sappiano annunciare il Vangelo e che tornando nelle loro comunità di origine siano in grado di animarle e servirle nello spirito della “cultura dell’incontro” cara a Papa Francesco. Era stato proprio il Pontefice a incoraggiare l’iniziativa accademica nella sua visita all’ateneo lateranense dello scorso 31 ottobre. «Cercare ed esplorare ogni opportunità per dialogare non è solo un modo per vivere o coesistere, ma piuttosto un criterio educativo», aveva sottolineato il Papa intervenendo in chiusura di un convegno su «Educazione, diritti umani e pace. Gli strumenti dell’azione interculturale ed il ruolo delle religioni». In questa linea, aveva proseguito il Pontefice, «trova giusta collocazione il percorso di studi in teologia interconfessionale avviato in questa Università. Andate avanti, con coraggio. Quanto abbiamo bisogno di uomini di fede che educano al vero dialogo, utilizzando ogni possibilità e occasione!». E seguendo l’invito del Papa, dopo un anno di incontri seminariali nei quali ci si è interrogati sul futuro del cristianesimo, un comitato scientifico formato da rappresentanti delle diverse confessioni cristiane ha individuato sei moduli nei quali sarà articolato il nuovo corso della Lateranense: storico-patristico, biblico-fondamentale, dottrinale dogmatico, etico-morale, liturgico-cultuale e missionario. «Quest’ultimo è il punto di arrivo ma vuole essere anche una dimensione trasversale dell’intero percorso», sottolinea ancora il professor Lorizio. «La dimensione sottesa a tutte le materie è infatti quella della missione nel mondo contemporaneo, una prospettiva che abbia a cuore il futuro del cristianesimo». Ma la novità più importante, secondo il coordinatore del corso, sarà la modalità didattica. «I singoli moduli non saranno tenuti da un solo docente — spiega Lorizio — ma sempre da almeno tre: una voce cattolica, una voce protestante e una ortodossa che terranno lezioni sulla stessa tematica». Al termine di ogni modulo una tavola rotonda dimostrerà i risultati delle indagini e della didattica che si è attivata durante le lezioni.

Grazie al coinvolgimento della cappellania universitaria della Lateranense il cammino accademico interconfessionale sarà accompagnato da momenti di preghiera comune, in occasione di tempi forti come l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, Natale, Pasqua e altre occasioni.

L’itinerario interconfessionale, nell’orizzonte della Veritatis gaudium, sarà inoltre interdisciplinare e trans-disciplinare. «La costituzione apostolica di Papa Francesco sulle università e le facoltà ecclesiastiche ci aiuta molto come docenti a non pensare in maniera ristretta restando ciascuno all’interno della propria disciplina», spiega ancora don Lorizio. «Ci spinge a cercare il rapporto tra le diverse discipline teologiche ma anche tra la teologia e gli altri ambiti del sapere. Trans-disciplinarietà significa andare oltre e quindi, come dice la Fides et ratio di Giovanni Paolo II, far maturare la scienza in sapienza».

Il corso di Teologia interconfessionale è destinato solo a chi è già laureato in teologia o ha una licenza in scienze religiose? «Nient’affatto», conclude il professor Lorizio. «Per avere il titolo accademico bisognerà avere i titoli precedenti. Siamo aperti, però, alla possibilità di conferire diplomi a persone che non abbiano il titolo compiuto e ad accogliere semplici ospiti e uditori». Venerdì 19 giugno alle 18.30, sulla pagina Facebook della Pontificia università Lateranense, durante un webinar che si aprirà con una preghiera ecumenica i rappresentanti delle diverse teologie presenteranno il percorso.

di Fabio Colagrande – osservatoreromano.va

Ecumenismo: Origini e prospettive delle relazioni con gli organismi internazionali cristiani

Mountassir Chemao, «Comunione» (2001)

L’Osservatore Romano

Relazioni con il Consiglio ecumenico delle Chiese

Nel campo delle relazioni multilaterali, il principale partner della Chiesa cattolica è il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec). Istituito nel 1948, è l’organizzazione ecumenica più ampia e inclusiva, che comprende 350 confessioni cristiane, tra cui ortodossi, luterani, riformati, anglicani, metodisti, battisti e Chiese unite e indipendenti. Nel complesso, rappresenta oltre cinquecento milioni di cristiani in tutto il mondo.

I primi contatti con il Cec risalgono ai tempi dei preparativi del concilio Vaticano II, quando la Santa Sede invitò l’organizzazione a designare osservatori per il concilio. Poiché nel passato i Pontefici avevano sempre rifiutato, nonostante le richieste del Cec, di inviare i propri osservatori alle sue assemblee, sussistevano ora forti dubbi sull’esito dell’invito vaticano. Tuttavia, sapendo che san Giovanni XXIII desiderava aprire la Chiesa cattolica al moderno movimento ecumenico attraverso il concilio, la direzione del Cec raccomandò di inviare osservatori. Nello stesso periodo, la Santa Sede inviò per la prima volta osservatori ufficiali cattolici alla terza assemblea del Cec tenutasi a New Delhi, nel 1961. Alla fine, Willem Adolph Visser’t Hooft, riformato olandese, e poi segretario generale del Cec, e Nikos Nissiotis, teologo greco dell’Istituto ecumenico di Bossey, parteciparono a tutte e quattro le sessioni del concilio Vaticano II. Dal 1962 al 1965, oltre un centinaio di non-cattolici presero parte a diverse sessioni del concilio come osservatori delegati od ospiti ecumenici. Essi influenzarono il lavoro del concilio e apportarono un reale contributo alla preparazione dei documenti principali, tra cui le costituzioni sulla liturgia e sulla Chiesa, il decreto sull’ecumenismo e le dichiarazioni sulla libertà religiosa e sulle religioni non cristiane. Aiutarono il concilio a evolversi, passando da quello che avrebbe potuto essere un forum su questioni ecclesiali puramente interne a un evento veramente ecumenico, che ebbe un impatto non solo sulla Chiesa cattolica ma sull’intera cristianità. Durante i quattro anni del concilio, Willem Adolph Visser’t Hooft instaurò un rapporto di fiducia con il cardinale Augustin Bea e con il suo connazionale, padre Johannes Willebrands, entrambi responsabili del nuovo Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, che Papa Giovanni XXIII aveva istituito il 5 giugno 1960. Da allora, tra la Chiesa cattolica e il Cec si è sviluppata una multiforme collaborazione.

Sebbene la Chiesa cattolica non sia membro del Cec, diversi cattolici nominati ufficialmente dalla Santa Sede sono membri delle sue varie commissioni e dei suoi gruppi di lavoro, e diversi dicasteri della Curia romana collaborano con le rispettive aree programmatiche. La cooperazione tra la Chiesa cattolica e il Cec comprende la preparazione congiunta dei testi per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la presenza attiva dei membri cattolici nella Commissione per la missione mondiale e l’evangelizzazione, una proficua interazione con l’Ufficio per il dialogo interreligioso e la cooperazione internazionale, progetti comuni per promuovere la giustizia e la pace, per assistere i migranti e i rifugiati e per tutelare il creato.

La collaborazione tra il Cec e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (Pcpuc) è, dal punto di vista del perseguimento dell’obiettivo della piena unità visibile, la più importante e assume diverse forme tangibili. Una di queste è il Gruppo misto di lavoro (Gml) che, dal 1965, è stato il catalizzatore di una fruttuosa cooperazione nel campo della formazione ecumenica, della missione e dell’evangelizzazione, della gioventù, della giustizia e della pace, e di questioni legate alla vita contemporanea. Per molti anni il Pcpuc ha nominato e finanziato un professore cattolico a tempo pieno nello staff dell’Istituto ecumenico di Bossey, nei pressi di Ginevra. Nel 2018 questo professore è diventato il primo decano cattolico nominato dalla Facoltà, in oltre 70 anni di storia dell’Istituto. Ogni anno, a gennaio, gli studenti e lo staff dell’Istituto vengono a Roma per una visita di studio di una settimana, che culmina nella partecipazione ai vespri ecumenici presieduti dal Santo Padre il giorno della conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Poiché la risoluzione delle divergenze dottrinali è indispensabile per ricomporre la piena unità visibile, la Chiesa cattolica riconosce la speciale importanza del lavoro svolto dalla Commissione fede e costituzione. Si tratta della Commissione teologica più rappresentativa del mondo, composta da teologi ortodossi, anglicani, protestanti, evangelicali, pentecostali e, dal 1968, anche cattolici, che rappresentano il 10 per cento dei membri. La Commissione ha pubblicato un numero considerevole di studi su temi quali Sacra scrittura e tradizione, fede apostolica, antropologia, ermeneutica, riconciliazione, pace, tutela del creato e unità visibile. I più importanti di questi testi sono due dichiarazioni che hanno aiutato le Chiese a superare alcune delle maggiori divergenze dottrinali. Entrambe sono state preparate con il contributo sostanziale di studiosi cattolici nel processo di redazione.

Nel 1982, la Commissione ha pubblicato «Battesimo, Eucaristia e Ministero» (Bem), noto anche come «Dichiarazione di Lima». Il documento illustra la crescente convergenza su tre temi intorno ai quali le Chiese sono state divise nel corso dei secoli ed è riconosciuto come uno dei risultati più influenti del dialogo teologico multilaterale. Il Segretariato di fede e costituzione ha ricevuto 186 risposte ufficiali da parte delle Chiese. La risposta cattolica presentata nel 1987 parla con apprezzamento del testo ma sottolinea anche alcuni argomenti specifici che necessitano di uno studio ulteriore, in particolare l’ecclesiologia. Bem ha avuto un impatto proficuo sui dialoghi cattolico-ortodossi e cattolico-protestanti riguardo al reciproco riconoscimento del battesimo.

Dopo la pubblicazione di Bem, l’ecclesiologia è diventata il tema di studio principale all’interno di Fede e Costituzione. Nel 2013, la Commissione ha pubblicato il secondo documento di convergenza, intitolato «La Chiesa: verso una visione comune», che è il risultato di un intenso lavoro teologico durato vent’anni e che comprende due testi intermedi. Il Segretariato di Ginevra ha ricevuto oltre 75 risposte inviate da Chiese, Consigli nazionali di Chiese, facoltà teologiche, gruppi di studio ecumenici e singoli individui. Nel 2019, il Pcpuc ha presentato un’ampia risposta cattolica preparata con il contributo di Conferenze episcopali e di esperti di tutto il mondo. La risposta mostra che «La Chiesa: verso una visione comune» riassume bene il crescente consenso nel campo dell’ecclesiologia e sottolinea alcuni aspetti che necessitano di un’ulteriore riflessione sulla natura della Chiesa, sulla sua missione e sulla comprensione della sua unità.

Tra i momenti speciali nella storia delle relazioni tra la Chiesa cattolica e il Cec, ricordiamo tre visite papali al Centro ecumenico di Ginevra. Ad aprire la strada fu san Paolo VI il 10 giugno 1969. Si trattò di un gesto di grande valenza simbolica in un’epoca in cui le relazioni tra la Chiesa cattolica e il Cec erano ancora agli inizi, e si stava discutendo intensamente sulla possibilità della partecipazione della Chiesa cattolica al Cec. Affrontando questa tematica, Paolo VI affermò: «In tutta fraterna franchezza, Noi non riteniamo che la questione della partecipazione della Chiesa cattolica al Consiglio ecumenico sia matura a tal punto che le si possa o si debba dare una risposta positiva. […] Essa comporta gravi implicazioni teologiche e pastorali; esige di conseguenza studi approfonditi, ed impegna in un cammino che l’onestà obbliga a riconoscere che potrebbe essere lungo e difficile». Un rapporto del Gml pubblicato nel 1972 giunse alla conclusione che non vi erano ostacoli fondamentali che impedivano una possibile adesione. Non sussisteva alcun dubbio sul fatto che la Chiesa cattolica potesse accettare le basi dottrinali del Cec radicate nella fede trinitaria. Tuttavia, dopo uno studio approfondito, la Santa Sede optò per la non partecipazione della Chiesa cattolica al Cec come membro, in parte a causa delle disparità di struttura e di dimensioni tra la Chiesa cattolica e gli altri membri, e in parte a causa della sua auto-comprensione teologica come comunione universale avente una missione e una struttura universali. Da questo punto di vista, il Vescovo di Roma non può essere considerato come uno dei tanti capi di Chiesa, ma come il punto di riferimento dell’unità di tutti i battezzati. La questione dell’adesione cattolica rimane aperta, ma al momento non è considerata una priorità né dalla Chiesa cattolica né dal Cec.

Quindici anni dopo la visita di Papa Paolo VI, san Giovanni Paolo II si recò presso il Cec il 12 giugno 1984. Nel suo discorso tenuto durante un servizio liturgico ecumenico, egli insisté sul fatto che l’impegno della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico era irreversibile e ricordò che il Codice di diritto canonico promulgato poco prima includeva l’obbligo per i vescovi cattolici di promuovere l’unità dei cristiani. Il Papa incoraggiò anche l’intensificazione del dialogo dottrinale multilaterale inteso come «ricerca comune dell’unica verità».

Il 21 giugno 2018 anche Papa Francesco ha visitato il Cec, per commemorare il settantesimo anniversario della sua istituzione. Questo “pellegrinaggio ecumenico”, come è stato chiamato, era posto sotto il motto «Camminare, pregare, lavorare insieme» che riflette bene il tipo di relazione che la Chiesa cattolica porta avanti con il Consiglio ecumenico delle Chiese da oltre mezzo secolo. Nella sua riflessione durante un servizio di preghiera ecumenico, il Santo Padre ha incoraggiato tutti i cristiani a «pregare, evangelizzare e servire insieme». In un incontro successivo, egli ha sottolineato che di fronte alle disparità sociali, l’ecumenismo deve includere oggi la collaborazione tra le Chiese a favore di coloro che sono nel bisogno, dei migranti e dei rifugiati, delle molte vittime delle guerre, delle ingiustizie e delle catastrofi naturali. Ha in particolare sottolineato la necessità di intensificare gli sforzi comuni per la missione e l’evangelizzazione. «Sono convinto — ha detto — che, se aumenterà la spinta missionaria, aumenterà anche l’unità fra noi. Come alle origini l’annuncio segnò la primavera della Chiesa, così l’evangelizzazione segnerà la fioritura di una nuova primavera ecumenica». Francesco è stato anche il primo Papa a visitare l’Istituto ecumenico di Bossey, incontrando gli studenti e lo staff della facoltà. Il reverendo dottor Olav Fykse Tveit, allora segretario generale del Cec, ha descritto la visita di Papa Francesco come «una pietra miliare storica nella ricerca dell’unità dei cristiani e della collaborazione tra le Chiese per un mondo di pace e di giustizia». I vari aspetti di questo “camminare insieme” sono concreti risultati nella relazione solida e comprovata tra la Chiesa cattolica e il Cec.

Il Global Christian Forum

Un altro organismo multilaterale di cui la Chiesa cattolica fa parte è il Global Christian Forum (Gcf), un’iniziativa nata alla fine del secolo scorso per far fronte a una nuova situazione ecumenica caratterizzata dalla rapida diffusione di Chiese evangelicali, pentecostali e indipendenti. La maggior parte di queste non aderisce ad alcuna organizzazione ecumenica anche se molte di loro sono interessate a interagire con altri cristiani. Per rispondere a questa esigenza, il Gcf è stato istituito come uno “spazio aperto” in cui rappresentanti di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali possano incontrarsi periodicamente su una base di parità, contando su una partecipazione equilibrata di tutte le correnti del cristianesimo odierno. Il Forum fornisce una piattaforma per costruire relazioni di fiducia e comprensione reciproca tra i responsabili delle Chiese, per promuovere il mutuo rispetto e studiare insieme preoccupazioni comuni. Uno dei contributi specifici del Forum al movimento ecumenico è la pratica di condividere storie di fede personali e comunitarie durante le riunioni. Grazie al Gcf, molte comunità evangelicali, pentecostali e carismatiche, che per decenni non avevano avuto relazioni con le Chiese storiche, sono ora coinvolte nel movimento ecumenico. Il Pcpuc ha partecipato attivamente a tutti i progetti del Gcf sin dagli inizi e, insieme al Cec, all’Alleanza evangelica mondiale e alla Comunione mondiale pentecostale rappresenta uno dei suoi quattro pilastri. Grandi delegazioni cattoliche hanno partecipato ai tre incontri mondiali del Gcf tenutisi a Limuru, in Kenya, nel 2007, a Manado, in Indonesia, nel 2011 e a Bogotá, in Colombia, nel 2018. Un altro importante incontro del Gcf ha avuto luogo a Tirana, in Albania, nel 2015 per affrontare il tema della persecuzione, della discriminazione e del martirio dei cristiani nel mondo di oggi. Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pcpuc, che guidava la delegazione cattolica, ha consegnato un messaggio incoraggiante ai partecipanti da parte di Papa Francesco. Senza dubbio il processo del Gcf può essere riconosciuto come un passo significativo compiuto dai cristiani nel loro cammino ecumenico verso la piena unità visibile.

La Conferenza dei segretari delle Comunioni cristiane mondiali

Un altro aspetto dell’ecumenismo multilaterale in cui è impegnata la Chiesa cattolica è la Conferenza dei segretari delle Comunioni cristiane mondiali, un incontro annuale che riunisce i segretari generali di diverse Comunioni cristiane e rappresentanti di alcune organizzazioni ecumeniche internazionali. La Chiesa cattolica è rappresentata dal segretario del Pcpuc. La Conferenza si riunisce ogni anno in autunno in un paese diverso, ospitata da una Chiesa sempre diversa. È un forum informale volto allo scambio di informazioni, che offre orientamenti al movimento ecumenico e promuove la crescita della comunione interecclesiale. I partecipanti presentano relazioni scritte su eventi importanti riguardanti le loro rispettive Comunioni e forniscono un aggiornamento sui dialoghi bilaterali e multilaterali in cui esse sono impegnate. La Conferenza non approva risoluzioni e non rilascia dichiarazioni pubbliche. Riunendosi senza interruzione dal momento della sua fondazione nel 1957, la Conferenza ha contribuito in modo significativo a creare uno spirito di fiducia e di collaborazione tra i dirigenti delle Chiese e tra le rispettive tradizioni, e a rafforzare la coerenza del movimento ecumenico in tutto il mondo. L’incontro del 2019 si è tenuto a Christiansfeld, in Danimarca, ed è stato ospitato dalla Chiesa morava.

di Andrzej Choromanski
Officiale della sezione occidentale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani

Papa Francesco e i tre ecumenismi

Il Papa incontra il Patriarca ortodosso bulgaro Neofit con il santo Sinodo
vaticannews

C’è l’ecumenismo del sangue, c’è l’ecumenismo del povero e c’è l’ecumenismo della missione. Nel suo discorso di fronte al Patriarca Neofit e al santo Sinodo della Chiesa ortodossa di Bulgaria, Francesco ha indicato una via immediatamente praticabile per l’unità dei cristiani appartenenti a confessioni diverse. Chiese già accomunate, nonostante le loro ataviche divisioni, i loro conflitti e le loro controversie dottrinali, dal martirio e dalla persecuzione in quell’ecumenismo del sangue che il Papa ha citato già molte volte, ricordando come i persecutori non facciano distinzione quando attaccano i credenti in Cristo e i loro luoghi di preghiera.

Francesco ha parlato dei cristiani bulgari che «hanno patito sofferenze per il nome di Gesù, in particolare durante la persecuzione del secolo scorso». E ha ricordato i «tanti altri fratelli e sorelle nel mondo» che «continuano a soffrire a causa della fede» chiedendo «a noi di non rimanere chiusi, ma di aprirci, perché solo così i semi portano frutto».

Poi il Papa, commemorando Angelo Roncalli, il futuro Giovanni XXIII che qui in Bulgaria fu rappresentante pontificio, ne ha riproposto la testimonianza, invitando i cristiani «a camminare e fare insieme per dare testimonianza al Signore, in particolare servendo i fratelli più poveri e dimenticati, nei quali Egli è presente». È «l’ecumenismo del povero». Si può essere già uniti, si può già camminare insieme a prescindere dai dialoghi di vertice e dalle differenze teologiche. Si può testimoniare insieme il Vangelo a fianco di chi soffre.

Il terzo ecumenismo è legato alla missione e alla comunione, sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio: è quello della missione. Si può camminare insieme cercando di annunciare il Vangelo. Il Papa ha insistito in particolare sui giovani: «Quant’è importante, nel rispetto delle rispettive tradizioni e peculiarità, aiutarci e trovare modi per trasmettere la fede secondo linguaggi e forme che permettano ai giovani di sperimentare la gioia di un Dio che li ama e li chiama!».

Il dialogo dei teologi, il cammino per chiarire le questioni ancora aperte – che nel caso degli ortodossi non toccano gli elementi essenziali della fede e dei sacramenti – è importante. Ma non basta. Soprattutto rischia di rimanere qualcosa di lontano, relegato negli ambiti degli esperti. Ciò che può incidere nella vita concreta dei cristiani di diverse confessioni che vivono fianco a fianco è la proposta di un ecumenismo da mettere in pratica senza dover attendere risposte dall’alto. Un ecumenismo della testimonianza e della missione. Così l’unità dei cristiani diventa segno di unità e di pace per il mondo.

Il Papa: l’ecumenismo è un cammino irreversibile, non un’opzione

2019-01-19-delegazione-ecumenica-chiesa-luter-1547888627945.JPG

vaticannews

Il cammino ecumenico di tutte le Chiese cristiane ancora divise è “un’esigenza essenziale” della nostra fede, un “requisito” che nasce dall’essere discepoli di Cristo, un “cammino irreversibile”, non opzionale. Così Papa Francesco alla delegazione ecumenica dalla Finlandia, ricevuta in udienza in occasione del tradizionale pellegrinaggio a Roma per la festa di San Enrico. A guidare il gruppo il vescovo luterano di Kuopio, Jari Jolkkonen, che saluta il Pontefice all’inizio dell’incontro.

Il comune impegno a favore dell’ecumenismo è un’esigenza essenziale della fede che professiamo, un requisito che nasce dalla nostra stessa identità di discepoli di Gesù. E in quanto discepoli, mentre seguiamo lo stesso Signore, comprendiamo sempre di più che l’ecumenismo è un cammino, un cammino che, come hanno costantemente sottolineato i vari Pontefici dal Concilio Vaticano II in poi, è irreversibile. This is not an optional way.

L’unità cresce lungo questo cammino

“L’ unità tra noi – prosegue il Papa – cresce lungo questo cammino” e il vostro pellegrinaggio annuale ne è un segno, che ci invita “a percorrere insieme la via dell’unità” per incontrare insieme Cristo “come figli amati del Padre e, dunque, come fratelli e sorelle tra di noi”.

Un servizio di carità e una testimonianza di fede comuni

Quindi Francesco ringrazia il vescovo Jolkkonen per aver ricordato “che abbiamo anzitutto un servizio di carità e una testimonianza di fede comuni da esercitare” che sono fondati nel Battesimo, nel nostro essere cristiani: “questo è il centro!”. Per questo, e il Pontefice cita ancora il vescovo luterano finlandese. Davvero, “le varie classificazioni sociologiche, che spesso vengono attribuite con superficialità ai cristiani, sono aspetti secondari o inutili”.

Quando preghiamo insieme, quando insieme annunciamo il Vangelo e serviamo i poveri e i bisognosi, ritroviamo noi stessi in cammino e il cammino stesso progredisce verso il traguardo della visibile unità. Anche le questioni teologiche ed ecclesiologiche che ancora ci distanziano si potranno risolvere solo nel corso di questo cammino comune, non si risolveranno mai se rimaniamo fermi: no; senza forzare la mano e senza prevedere come e quando ciò avverrà.

Dialogo teologico: risolvere malintesi e pregiudizi nella carità

“Ma possiamo essere certi – continua Papa Francesco – che, se saremo docili, lo Spirito Santo ci guiderà in modi che oggi neppure immaginiamo”. Intanto “siamo chiamati a fare tutto ciò che possiamo per favorire l’incontro e per risolvere nella carità malintesi, ostilità e pregiudizi che per secoli hanno viziato i nostri rapporti”. Al dialogo teologico, ricorda il Papa “ha contribuito la recente Dichiarazione della Commissione di dialogo luterano-cattolica di Finlandia sulla Chiesa, l’Eucaristia e il Ministero, intitolata Communion in Growth. Va proseguito il dialogo, portando avanti quanto avviato”.

La comune tradizione dello Spirito di Cristo ci arricchisce

In questo percorso, sottolinea Francesco, “non siamo soli”. Testimoni comuni, come San Enrico di Finlandia, ci precedono nel cammino. Perché “la Tradizione non è un dilemma, ma un dono”: non è infatti “qualcosa di cui appropriarci per distinguerci, ma una consegna che ci è stata affidata per arricchirci vicendevolmente”.

Sempre siamo chiamati a tornare alla consegna originaria, da cui sgorga il fiume della Tradizione: è il costato aperto di Cristo sulla croce. Lì Egli ci ha dato tutto sé stesso, consegnandoci anche il suo Spirito. Da lì è scaturita la nostra vita di credenti, lì c’è la nostra perenne rigenerazione. Lì troviamo la forza di portare i pesi e le croci gli uni degli altri.

Preghiera e impegno comuni per una maggiore giustizia

Per questo, conclude il Pontefice, “siamo chiamati a non stancarci mai nel cammino”. E ricorda l’appuntamento in corso della Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, “per chiedere al Signore una maggiore unità”, che quest’anno s’incentra sul versetto biblico “Cercate di essere veramente giusti”. Papa Francesco sottolinea che è un’esortazione “al plurale e ci ricorda che non si può operare per la giustizia da soli: la giustizia per tutti si chiede e si ricerca insieme”.

“ In un mondo lacerato da guerre, odi, nazionalismi e divisioni, la preghiera e l’impegno comuni per una maggiore giustizia non sono rimandabili. Sono omissioni che non possiamo permetterci ”

Collaborazione tra luterani, ortodossi e cattolici in Finlandia

Il Pontefice saluta i suoi ospiti dicendosi fiducioso “che la nostra comune testimonianza di preghiera e di fede porterà frutto e che la vostra visita rafforzerà la già solida collaborazione tra luterani, ortodossi e cattolici in Finlandia”.

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si apre il 18 con i Vespri di Papa Francesco. Il 22 Veglia Ecumenica diocesana

Italia

Vicariato di Roma

L’ottavario prenderà il via con i vespri presieduti dal Santo Padre alle 17.30 nella basilica di San Paolo fuori le Mura. A livello diocesano, tra i tanti appuntamenti organizzati dalle varie realtà ecclesiali, centrale sarà la Veglia ecumenica insieme ai rappresentanti delle comunità ecclesiali non cattoliche presenti nella Capitale, che sarà presieduta dal vescovo ausiliare GIANPIERO PALMIERI nella parrocchia di San Felice da Cantalice, a Centocelle, alle ore 19.
Sarà il versetto del Deuteronomio “Cercate di essere veramente giusti” (Dt 16, 18-20) a fare da filo conduttore alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2019, che si terrà dal 18 al 25 gennaio.

Ecumenismo: una teologia

di: Maurizio Abbà – settimananews.it

copertinaUn manuale nell’ambito disciplinare della Teologia dell’ecumenismo, saldamente e sapientemente radicato nella prospettiva cattolica senza farne un recinto escludente, frutto di anni d’insegnamento della materia. Una pubblicazione per i tipi delle Edizioni Dehoniane Bologna nella collana Fondamenta diretta da Pier Luigi Cabri e Roberto Alessandrini, in cui sono presenti testi altamente divulgativi con finalità metodologiche.

È delineato lo stato dell’arte attuale della teologia ecumenica (dove la ricerca teologica in Italia è considerevole con peculiarità straordinarie). Il tutto offerto in maniera puntuale, informata e dai toni appassionati nella sobria misura di chi vuole delineare e magari vedere concretizzato in un futuro non troppo lontano dei risultati. Per risultati basati su: dialogo, unità e comunione (koinonia).

Il dialogo: è condizione previa fondamentale al superamento degli stereotipi e dei pregiudizi sull’identità altra dalla propria. Per questo come antidoto l’elemento dialogico è rintracciato in diversi documenti confessionali ed interconfessionali per dare impulso, facendo leva nella consistente memoria storica del movimento ecumenico, sugli sforzi che hanno prodotto comunque già risultati che meritano di essere resi noti.

L’unità: l’impegno dell’autore, teologo raffinatissimo nella ricerca teologica cattolica in Italia, traspare anche dall’impegno profuso nell’associazione laica ed interconfessionale del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) laboratorio del dialogo interconfessionale ed anche interreligioso. La ricerca di una forma di unità visibile delle diverse Chiese cristiane richiede la disciplina e la fantasia di cercare forme inedite di strumenti di comunione (koinonia) per trovare equilibrio tra affinità dottrinali da raggiungere e collaborazioni nel sociale (pratiche già, per esempio, fortemente in atto nell’accoglienza dei rifugiati con i corridoi umanitari, iniziativa congiunta tra la Comunità di Sant’Egidio e la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia con il contributo dell’8 per mille valdese).

L’autore: Simone Morandini, tra le sue molteplici attività ed impegni in ambito teologico: è vicepreside all’Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino» di Venezia e docente alla Facoltà Teologica del Triveneto. Per i lettori di Studi Ecumenici la presentazione di Simone Morandini è evidentemente superflua. Non risulta invece superflua la lettura del testo che si prospetta come una ‘cassetta degli attrezzi’ su cui basarsi per l’indicazione di una mole di documenti per approfondire ulteriormente l’universo ecumenico.

Un testo da inserire anche nelle bibliografie istituzionali delle Facoltà Teologiche e degli ISSR. Sulla traccia del bilancio di quanto scritto da Morandini si può evincere che le Chiese dell’Oriente cristiano e, a Occidente, in parte, con l’Anglicanesimo, la Chiesa cattolica-romana giungerà gradualmente e reciprocamente a passi significativi.

Ma con le Chiese della Riforma? Dopo il Giubileo della Riforma basato su una delle possibili date (1517) su cui fondare l’inizio dell’età della Riforma protestante con le 95 tesi di Lutero, si delinea un’altra data di celebrazione storica da rivisitare: la Confessione Augustana (1530) ‘insegnamento’ scritto da Filippo Melantone il cui cinquecentesimo anniversario segnerà presumibilmente e auspicabilmente un’altra tappa nella reciproca comprensione dottrinale tra le Chiese (la Confessione Augustana non è però «fondamentale per l’intero mondo della Riforma», p. 202, in quanto, storicamente, il settore «Battista» della Riforma non può condividerlo). Si potrebbero aprire spazi di un nuovo respiro ecumenico con quella che si può chiamare, in sintesi per intenderci, «ospitalità eucaristica» dove con tatto e determinazione si esce dai soliti recinti senza confusione (qui è da menzionare la significativa esperienza del gruppo torinese Strumenti di Pace).

Morandini delinea bene le domande opposte che scaturiscono da questa prassi con limiti da non sottovalutare e possibilità da non reprimere (p. 222-228). Mettere l’accento su ciò che unisce aiuta a capire che vi è davvero tanto patrimonio comune da condividere. Resta il fatto che solo affrontando ed attraversando i nodi controversistici, anche i più aspri, si può capire su cosa poggiano le prospettive diverse relative a una medesima tematica di fede. Se poi saranno prospettive superabili e quindi finalmente ricomponibili o permarranno irriducibili, questo lo si valuterà solo vivendo e vivendo comunque ecumenicamente.

La pastorale ecumenica ha giustamente un posto di rilievo così come la spiritualità ecumenica in quanto pratica congiunta e condivisa. Molto appropriatamente Morandini indica la catechesi come un sito ecumenico su cui lavorare insieme per quanto possibile.

L’etica: in questo manuale non poteva che avere poco più di qualche cenno, comunque possiamo reperire nella bibliografia dell’autore utili strumenti. Le tematiche etiche hanno una duplice peculiarità: sono foriere di differenze e anche di controversie come e più delle differenze dottrinali e inoltre, com’è noto, sono trasversali all’interno delle stesse confessioni, sono in continua e rapidissima evoluzione oltre i tempi di elaborazione ordinari di risposta, ed il mondo ecclesiastico non fa eccezione.

Lo conferma una frontiera che è urgentemente d’affrontare e su cui le Chiese ma non solo, sono inadeguate nel dotarsi di una strumentazione critica: tutto ciò che concerne le frontiere immaginabili e quelle inimmaginabili dell’impatto della robotica sulla vita quotidiana. Impatto i cui tempi e modalità d’inserzione (si pensi al mondo del lavoro) non sono solo futuribili, anzi hanno già fatto irruzione nel presente.

Simone Morandini, Teologia dell’Ecumenismo, collana «Fondamenta, Biblioteca di scienze religiose», EDB, Bologna, 2018, pp. 248. Pubblicata su Studi Ecumenici36(2018)1-2, pp. 541-543.

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio “(Matteo 5: 9)

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio “(Matteo 5: 9): è partito da questa citazione evangelica il discorso di Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di Tutti gli Armeni, in occasione dell’incontro ecumenico di Yerevan con Papa Francesco. Un appuntamento – ha ricordato – a cui partecipano anche vittime di guerre, terrorismo e violenza, rifugiati provenienti da Azerbaijan, Siria e Iraq. Attendevamo – ha detto – “un mondo pacifico e giusto. Eppure ogni giorno ci giungono notizie preoccupanti di un aumento delle attività di guerra e di atti di terrorismo, un indicibile sofferenza umana” che colpisce bambini, adolescenti, donne e anziani in tutto il mondo.

Karekin II rievoca il genocidio armeno con un milione e mezzo di martiri innocenti, un secolo fa, ma parla anche dell’attuale difficile situazione che vive l’Armenia, “una guerra non dichiarata” – afferma – per difendere il diritto del popolo del Nagorno-Karabakh, in maggioranza armena, a vivere in libertà. A questo proposito parla delle tensioni e dei contrasti con l’Azerbaigian, di villaggi armeni bombardati e distrutti, di civili uccisi.

Parla con partecipazione delle vittime dei conflitti in Medio Oriente e degli atti di terrorismo che si sono verificati nelle principali città europee, in Russia, negli Stati Uniti, in Asia e in Africa, dei luoghi sacri profanati in Siria, Iraq e altri Paesi. La missione delle Chiese cristiane e dei leader religiosi – ha aggiunto – non si può limitare a consolare e aiutare le vittime: occorre prevenire il male, favorendo lo spirito di amore, la solidarietà e la cooperazione nelle società attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso.

Auspica un miglioramento delle relazioni con la Turchia con la fine dei contrasti di ieri e di oggi. Ma la pace – osserva – non può essere realizzata senza la giustizia, le vite umane non possono diventare oggetto di speculazioni e non possono essere trascurate. Solo la giustizia che affonda le sue radici nella tutela dei diritti degli individui e delle nazioni, può diventare una solida base per la prevenzione dei crimini commessi contro l’umanità e la risoluzione completa dei conflitti.

Karekin II ha così concluso il suo discorso: possa il nostro Signore misericordioso purificare il mondo dalle tragedie del male e concedere pace e protezione, come dicono le parole profetiche: forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra (Isaia 2: 4).

Radio Vaticana