Resistenza. Con le vittime e per la pace una resistenza nonviolenta. 25 Aprile

No alla «messa in ombra» di chi non si arrende e non uccide
Con le vittime e per la pace una resistenza nonviolenta
Avvenire

Si è molto parlato, nell’attuale dibattito pubblico sulla guerra in Ucraina, della distinzione tra ‘etica dell’intenzione’ ed ‘etica della responsabilità’. A ben guardare, tuttavia, sembra piuttosto uno scontro fra due versioni diverse di etica dell’intenzione. Da un lato troviamo i pacifisti ‘senza se e senza ma’, che rifiutano le armi sempre e comunque sulla base di un principio etico astratto e indipendente da una qualsiasi analisi del contesto e delle responsabilità delle parti. Dall’altro troviamo chi, in una situazione in cui c’è un aggressore e un aggredito, ritiene che l’imperativo morale, di nuovo ‘senza se e senza ma’, comporti il porsi dalla parte dell’aggredito inviando armi, perché l’aggredito non soccomba. Il principio etico di mettersi sempre dalla parte degli ultimi è fondamentale e fa parte della tradizione giudaicocristiana.

Il punto è come farlo, dopo avere analizzato le diverse possibili conseguenze. Che non si possano trascurare le interazioni con gli altri attori a livello internazionale lo coglie bene Tommaso Montanari, sul ‘Fatto Quotidiano’ dell’11 marzo, osservando come l’Ucraina sia stata usata «come una scacchiera per una lunga partita con Putin », in uno scenario che rischia di farne il nuovo Afghanistan, e che gli fa concludere: «Non è realismo: è avventurismo con la pelle degli altri».

Altrettanto importante è il contesto interno. L’Ucraina non è un ‘monolite’, ma una realtà complessa e diversificata, che la guerra, che va avanti dal 2014, tende a cancellare, dando spazio e forza alle componenti più estremiste, spegnendo il dissenso e rafforzando iden- tità, spesso violente, basate su sangue e terra. Che fare allora? Esiste una alternativa alla guerra che non sia la resa? Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che la difesa non armata e nonviolenta è più efficace e sostenibile della risposta armata, anche contro i despoti-tiranni, e contribuisce a ricostruire e a compattare la società, anche nel caso in cui fallisca. Ma che fare quando la guerra è ormai scoppiata e sta infliggendo morti, distruzioni ed enormi sofferenze alla popolazione civile? Difficilmente la risposta può essere quella di continuare ad armare i combattenti.

È necessario portare le parti a un vero negoziato, ma è anche sostenere quelle componenti della società civile che si oppongono alla guerra. Ad esempio, il giornalista ucraino Ruslan Kotsaba, presidente della ‘Ukrainian Pacifist Society’, dopo avere visto nel Donbass la brutalità con cui le milizie e i coscritti di entrambe le parti combattevano, il 23 gennaio 2015, in un video su Youtube dichiarò: «Preferirei andare in prigione piuttosto che entrare in una guerra civile ora e uccidere i miei compatrioti che vivono nell’Est». Poco tempo dopo venne arrestato e detenuto per 16 mesi in attesa di un processo che ancora oggi non si è concluso. I giorni scorsi, cittadini ordinari hanno utilizzato sacchi di cemento e sabbia per bloccare i carri armati russi e hanno impedito l’avanzata degli stessi utilizzando il proprio corpo.

Una vecchietta, di fronte all’avanzata dell’esercito russo a Henychesk, ha provato a mettere nella tasca di un soldato una manciata di semi di girasole, dicendo che sarebbero diventati fiori quando i soldati sarebbero morti su quella terra e costringendo il soldato, palesemente a disagio, a interagire a sua volta, umanamente, con lei. Questo giornale, ‘Avvenire’, il 3 aprile ci ha raccontato di donne che rivendicano il diritto a non esser d’accordo con i loro mariti combattenti, pur continuandoli ad amare, e a resistere senza imbracciare armi: «Non lasceremo né le nostre città né i nostri anziani e siamo disposte a far da barriera ai carri armati ». Queste azioni hanno colto di sorpresa i militari russi, mettendoli in difficoltà. E sono solo alcune delle azioni nonviolente, semplici ma potenti, capaci di modificare lo sguardo e il comportamento dell’altro.

Non combattere non equivale ad arrendersi, significa non usare violenza (che non è la stessa cosa della forza). La nonviolenza diventa la strategia del forte, potenzialmente molto rischiosa perché gli attori rischiano spesso la morte. Può anche non funzionare, ma aiuta a riequilibrare i rapporti di forza e può portare a un ripensamento profondo della relazione fra i contendenti. In questi giorni è stato scritto che porgere l’altra guancia va bene purché sia la propria e non quella degli altri. L’idea sottesa è che il pacifista farebbe pagare le proprie scelte agli altri, al contrario di chi interviene inviando armi per sostenere chi combatte e paga di persona.

Ma è davvero così? Chi combatte rischia non poco, ma chi paga davvero sono le decine di migliaia di vittime civili dei bombardamenti e dei combattimenti e i milioni di profughi. A loro nulla è stato chiesto, né hanno avuto la possibilità di esprimere il proprio consenso o dissenso. Diversa è la resistenza civile nonviolenta, che qualcuno in Ucraina sta portando avanti, pur fra grandi difficoltà. Una lotta di cui sarà lui o lei la sola a subire le conseguenze. Sono loro che dobbiamo incoraggiare e aiutare dall’esterno, e, perché no, anche dall’interno.

Il 25 Aprile è memoria e molto di più. Una promessa da mantenere

Domani celebreremo con gratitudine di cittadini il 25 Aprile, il settantasettesimo. E al sessantesimo giorno di nuova guerra aperta in terra d’Europa, nell’Ucraina invasa dalla Russia di Putin, è bene aver chiaro che questa Festa è preziosa e benedetta non solo e non tanto perché è un’occasione di civile memoria, ma perché è una promessa da continuare a mantenere. Una promessa di Liberazione. Liberazione da ogni potere oscuro e ingiusto. E liberazione dalla guerra. Ideali scolpiti in Costituzione e diventati così abituali nell’esperienza personale e comunitaria che ormai si rischia di darli per scontati, magari, di lasciarli piegare ai calcoli del momento.

Ma la liberazione dall’ingiustizia e dall’oppressione è una cosa seria ed è liberazione – mai conclusa, purtroppo – anche dalle propagande che arruolano e istigano (pure in quel dopoguerra occorse tempo per disarmare mani e coscienze…). Ricordiamocene. E ricordiamoci che proprio questo è il processo storico che la vittoria sul nazifascismo ha faticosamente avviato. Quella fatica ha assicurato all’intero popolo italiano tre quarti di secolo di pace e democrazia. Anni luminosi, difficili e persino plumbei, insidiati anche da illiberali e terroristi di opposto colore, ma fermamente difesi da tantissimi e, infine, pacificamente vissuti da tutti. Sino a oggi.

È però impossibile sottovalutare e a maggior ragione adesso, quell’altra conquista che il 25 Aprile ci ha consegnato: la liberazione dalla guerra. L’articolo 11 della nostra Carta, col suo «ripudio» definitivo, morale e giuridico, della violenza bellica, ha cominciato a scriversi quel giorno, con il sangue versato dai resistenti e da ogni altra vittima, italiana e no, dell’immane macello al quale l’Italia aveva in principio partecipato – ricordiamoci anche questo – come Stato aggressore. Perciò abbiamo posto a fondamento della Repubblica che noi tutti siamo l’idea di un uso militare e civile della forza e del dovere della difesa che si può ben definire nonviolento. Questa è la promessa – ma si può dire la profezia – alla quale con coraggio e lucidità dobbiamo restare fedeli, per contagiare l’Europa e il mondo.

Avvenire

“Ma per andare avanti…”. Riflessioni su Resistenza e guerra alla vigilia del 25 aprile

ROMA-ADISTA. “Forse questa mia giornata terrena potrebbe non vedere l’alba di domani. Non mi spaventa la morte. (…) Nell’istante prima del mio tramonto, mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato.

Oggi la mia confessione ultima sarebbe questa: l’odio non è mai stato ospite della mia casa. Ho creduto in Dio, perché la sua fede è stata la sola ed unica forza che mi ha sorretto”.

(Dal diario di Giorgio Morelli, nome di battaglia “Il Solitario”, 9 agosto 1947, due giorni prima di morire)

1. Due nonni agli antipodi eppure entrambi costruttori della nostra democrazia.

Mi sono sempre chiesto quanto forte fosse il mio debito, anche da un punto di vista generazionale, nei confronti dei miei due nonni: Anesio Finardi, partigiano cristiano (e democristiano) nativo della bassa parmense e Francesco Lauria (porto il suo nome), originario della Val d’Agri, in Basilicata, comunista ed esponente della Cgil, a lungo confinato dal fascismo a Perdasdefogu, in Sardegna.

Nonno Anesio scomparve, dopo una dolorosa malattia nel 1960, quando mia madre aveva solo undici anni; nonno Ciccio, quasi improvvisamente, circa due anni prima che io nascessi, nel 1977.

Pur non avendoli conosciuti ho sempre pensato come rappresentassero una perfetta sintesi della pluralità, anche geografica, non solo ideologica, dell’impegno antifascista.

Negli anni Novanta, soprattutto prima di partire per Gorizia e Trieste per gli studi universitari (quando diversa era lì la memoria della resistenza e il rapporto con la dolorosissima tragedia delle Foibe e dell’esodo!) ho frequentato abbastanza a lungo i locali del complesso di San Paolo a Parma, dove si trovavano, separati da un corridoio e da una rampa di scale, la sede dell’Istituto della Resistenza e i locali spartani e quasi immobili nel tempo dell’Apc (io la chiamavo così, senza la n): l’Associazione dei Partigiani Cristiani.

I rapporti con l’istituto e con l’Anpi, già allora non erano sempre semplici: come in molti Istituti Storici della Resistenza sparsi per l’Italia si viveva sempre con un misto di “obbligo di collaborazione” e di dialettica politica e identitaria permanente, specialmente quando le attività delle associazioni resistenziali si confrontavano con i temi dell’attualità politica, internazionale, nazionale e locale.

2. Alle radici di un impegno. La testimonianza di Giovanni Bianchi, primo presidente A(n)PC non partigiano.

Ritengo che sia naturale che nell’agone politico ci si confronti non solo con gli ideali, ma anche con gli interessi e che sia giusto contestualizzare l’azione delle associazioni nel tempo che esse si ritrovano a vivere, con tutte le difficoltà.

Detto ciò, ritengo anche che, per affrontare con pragmatismo un tempo così difficile, occorra tornare alle radici profonde dell’impegno e delle scelte, in particolare quella della Resistenza.

Ho incontrato di nuovo l’Apc con la presidenza di quello che per me e molti giovani è e sarà sempre un eccezionale maestro: Giovanni Bianchi.

Giovanni era stato eletto nel 2012 ed era il primo presidente dell’A(n)pc a non aver partecipato, per ragioni anagrafiche, alla Resistenza.

Di fronte alla nascita di nuove “sezioni” del’A(n)Pc le sue parole possono oggi ritornare assolutamente utili.

Decidemmo insieme di intitolare: “Tornare a Camaldoli”, l’intervista che gli feci per la rivista “Contromano”.

Chiesi come affrontava questo impegno così simbolicamente importante di Presidente dellA(n)PC:

Rispose così: “E’ la politica e meglio ancora la cultura politica che tiene insieme una grande associazione popolare. Perché la grande politica (e non la tattica o le convenienze) le conferisce una radice, un destino e quindi una missione. Cultura politica non significa idee che passano da libro a libro, ma il vissuto collettivo su un territorio e dentro una storia della quale si ha coscienza perché si continua a farne memoria.

Quando si strappano o si dimenticano le radici in genere si evocano i fantasmi del nuovismo, ma la perdita delle radici e della memoria consente soltanto di passare dal vecchio al vuoto. Guidare una grande associazione confrontandosi con le aggressioni dell’anagrafe significa soprattutto tenere culturalmente e concretamente insieme passato e futuro. Le grandi idealità del passato e gli esempi capaci di “contaminare” e affascinare le nuove generazioni. Chi ha il coraggio della discontinuità deve avere acuto il senso della storia: la grande politica è in grado di andare anche “contro” la storia, perché la conosce, la rispetta, sa che è indispensabile miniera nella quale è bene continuare a discendere.”

Una delle prima idee di Bianchi fu quella di promuovere gruppi di incontro intergenerazionali sul rapporto tra “Resistenza e Costituzione” introducendo anche il tema dell’art.11 e del ripudio della guerra:

L’ex presidente nazionale delle Acli la spiegava così: “Una grande epopea popolare come la Resistenza rischia la noia delle liturgie ripetute. I protagonisti di allora sono tutti da tempo avviati verso l’altra sponda. I superstiti hanno tenuto e tengono ancora alta la fiaccola, ma i più baldi hanno superato gli ottantacinque anni (era il 2013 ndR). L’idea va letta in questa prospettiva: messa in comune di storie ed energie con la possibilità concreta di aprire alle nuove generazioni. Fu Dossetti a indicare il legame profondo tra Resistenza e Costituzione. Nel senso che il patrimonio antropologico e ideale della Resistenza trova sbocco e architettura nella “più bella Costituzione del mondo”.

Continuava, con parole attualissime:

“La Costituzione non è leggibile infatti (si pensi all’articolo 11 e a quel verbo inedito che recita “l’Italia ripudia la guerra”) senza la pressione della seconda guerra mondiale e la spinta di ideale delle Resistenze europee. Sarebbe sufficiente una rilettura dei testi poetici e teatrali di padre Turoldo a ricreare una irripetibile atmosfera. Possiamo risalire all’epopea resistenziale, connubio di lotta armata sui monti e trasformazione delle coscienze nelle città, a partire dalla codificazione degli articoli forgiati alla Costituente. L’idea ha cominciato a funzionare. Il ponte tra le generazioni vede la costruzione delle prime campate, pur lavorando con i “mezzi poveri” consigliati da Giuseppe Lazzati.”

Da Presidente dell’Apc Giovanni Bianchi si confrontava con il vento del tutto inedito in quel 2013, rappresentato da Papa Francesco. La sue parole ci danno il senso dell’impegno cristiano in tempi difficili e alla ricerca di “testimoni”:

Aggiungeva: “La prima enciclica di Papa Francesco consiste nel nome. Il papa gesuita che indica per il discernimento e per la pratica le “periferie esistenziali”. Il cristianesimo ha bisogno di riflettere non soltanto sul rapporto con l’illuminismo, ma sui luoghi che ne sollecitano l’incarnazione e la testimonianza. (…) Occorre tornare, come invitava padre Turoldo, “a riprendere i nomi di battaglia, indossare le armi della luce” significa testimoniare, assumerci i rischi della condizione umana in questa complicata fase storica. Anche in Italia, i punti di riferimento non mancano. Da don Tonino Bello al cardinale Martini, a don Luigi Ciotti, per restare tra i presbiteri.

Quanto alla speranza, mi pare di poter dire con Mounier che essa non è parente prossima dell’ottimismo di maniera o di quello delle agenzie finanziarie. Non abbiamo ricette. Perfino gli economisti che si erano rifugiati in cerca di sicurezze scientifiche nei metodi econometrici hanno fallito. Dobbiamo provare a fare esperienze, sapendo che non tutte andranno a buon fine, ma senza il coraggio del rischio non si praticano le virtù civili e neppure il dovere del cristiano chiamato a perdere la propria vita.”

Il coraggio del rischio mi fa pensare a lui, da Presidente delle Acli, a Sarajevo nella difficile e controversa seconda marcia Mir Sada, nel 1993.

3.L’attualità di un messaggio di fronte alla possibilità di una guerra totale

Di fronte all’esplosione della guerra in Europa, al grido di dolore che ci viene dall’Ucraina, ai milioni di profughi, alla possibilità del disastro atomico, al riarmo diffuso, qual è il senso di attualità di quelle parole?

Bianchi ci ha lasciati nel mezzo dell’estate del 2017.

Un mese dopo la scomparsa del Presidente dell’Apc, il quotidiano Avvenire pubblicò un suo intervento inedito che riprendeva il filo dell’ultimo e discusso libro da lui curato: “Resistenza senza fucile”.

Il quotidiano titolava così. “Giovanni Bianchi: «La resistenza sia senza odio». A un mese dalla scomparsa del politico cattolico una riflessione dove descrive l’impegno partigiano, sull’esempio di Dossetti e Gorrieri, con lo spirito di chi al fucile antepone la risposta etica”.

Scriveva l’ex presidente delle Acli e di Apc, per l’ultima volta:

“Aveva ragione Norberto Bobbio quando affermava che il nostro Paese era fatto di «diversamente credenti» dove i cattolici semmai hanno una caratteristica.

Ho titolato il mio libro Resistenza senza fucile. I cattolici non è che fossero pacifisti, magari qualcuno sì. L’unico che ha partecipato a tutte le azioni disarmato è stato Giuseppe Dossetti sull’Appennino reggiano. Su quello modenese c’era Ermanno Gorrieri, sarà ministro del lavoro, che sparava cercando di mirare giusto. La differenza è in un’altra modalità di condurre la guerra, lo dice Gorrieri «Noi cercavamo di non fare stragi inutili e fare morti inutili».

Chi definisce meglio questa modalità dei cattolici, ma lo ripeto non è pacifismo, combattendo senza armi, a mani nude, è Ezio Franceschini (sarà rettore dell’Università Cattolica di Milano): «Noi cattolici abbiamo imparato a combattere senza odiare». Non è che se prendi una pallottola da uno che non ti odia non ti fa secco, però è diversa la modalità, il modo di affrontare il nemico. Io avevo una grande amicizia con Sergio Gigliotti, uno dei capi sull’Appennino parmense, scomparso un anno fa e vice presidente dei partigiani cristiani. Faceva il liceo a Genova e trovandosi sull’Appennino parmense si è aggregato ai partigiani. Farà la maturità classica alla fine della lotta di Liberazione con un tema, che avrei voluto leggere, intitolato Dante partigiano cristiano. Questo per dire qual era l’animo”.

C’è una riflessione conclusiva nell’articolo di Bianchi su Avvenire che mi ha fatto venire in mente la polemica tra Anpi e Apc di queste settimane e la riflessione, anch’essa divisiva, sull’aumento delle spese militari e l’invio di armi. Una polemica che, con l’avvicinarsi del 25 aprile, si è ulteriormente rinfocolata anche all’interno della stessa Anpi.

Viviamo una strana situazione in cui le associazioni partigiane sembrano diventare, troppo spesso, luogo privilegiato di polemica spesso fine a se stessa e non di dialogo. Protagoniste e, insieme vittime, a mio parere, di un’ansia “dichiarazionista” poco giustificabile e utile e che ha perso, almeno in parte, il senso della misura e anche della proporzione della tragedia che si sta consumando in Ucraina e soprattutto la necessità di impegnarsi per una soluzione diplomatica e il cessare urgente delle armi.

Scriveva Bianchi nel suo contributo…

“Vado alla conclusione con un altro episodio raccontato dall’amico ebreo Stefano Levi Della Torre, grande architetto, uno dei rappresentanti della comunità ebraica milanese.

Una volta mi spiegò, cosa che mi ha lasciato impressionato, che suo padre, partigiano in ‘Giustizia e Libertà’, dopo la Liberazione si trovava con un amico delle brigate Garibaldi una volta al mese. Sapete cosa facevano? Una volta al mese uno sosteneva le ragioni dell’altro! Un esempio stupendo di che cosa può essere la democrazia, l’ascolto, la comprensione. Una di quelle modalità che, comunque collocate nella Resistenza, ci spiegano come quelle persone abbiano provato a combattere senza odio.”

Un esempio che mi piacerebbe pensare avesse potuto essere seguito dai miei due nonni democristiano e comunista.

Concludeva il Presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani con un tema di stringente attualità:

“Mi sembra davvero una cosa attorno alla quale riflettere. Se poi si viene all’oggi in un periodo nel quale si vendono armi a gogò. Pensate al viaggio di Trump in Arabia Saudita, contratti iper miliardari e con una scelta molto precisa dei Sunniti wahabiti, ossia quelli che stanno con l’Isis. Per carità non è che gli Sciiti siano tutte brave persone.

In una fase nella quale papa Francesco ci dice che è incominciata la terza guerra mondiale a pezzetti e capitoli. O questo papa dice barzellette ai funerali, o bisognerà prenderlo sul serio. Cos’è questa terza guerra mondiale?”

Sulla terza guerra mondiale Bianchi giustamente citava Carl Schmitt: “Mi viene in mente Carl Schmitt, grande giurista, perfino filo nazista, ma un’intelligenza acutissima, che negli anni ’60 disse «è incominciata la terza guerra mondiale». Ed è una guerra civile combattuta da terroristi: è la radiografia.”

4.Resistenza europea e ricerca della Pace di fronte alla terza guerra mondiale a pezzi.

Bianchi ricordò, in quello scritto, anche il simbolo antinazista della Rosa Bianca tedesca. Un’immagine che ci consegna il tema della Resistenza europea e del superamento dei nazionalismi.

Scriveva:

“Non voglio rovinare le notti a nessuno, ma quando uno va a scavare nella storia non è che si ferma a mettere un’altra lapide. Si chiede cosa stiamo costruendo, come è possibile.

Chiudo con una bella immagine della piccola, ma importante, resistenza tedesca: ‘La Rosa Bianca’. Questi ragazzi di Monaco di Baviera, studenti, che si ritrovano alla sera per leggere i classici tedeschi, hanno fatto sei volantini in tutto che mettevano in giro, all’Università, nelle guide delle cabine telefoniche.

La cosa incredibile è questa: li prendono e il tribunale del popolo nazista di Monaco di Baviera li giudica alla mattina e li ghigliottinano nel pomeriggio, tale il timore che potesse il contagio attecchire. Ma la cosa stupenda è che uno dei ragazzi che vanno alla ghigliottina si rivolge all’altro e dice «comunque ci rivediamo fra dieci minuti».

Uno che ha il fegato di dire una cosa così testimonia una speranza, che non è l’ottimismo, ma un’altra cosa di estremamente positivo e motivante anche per l’oggi e per il futuro.

Credo che riandare a vedere i fatti della Resistenza in questo modo ti arricchisce, non è soltanto fare memoria. La memoria è essenziale, ma è un modo per creare un punto di vista, per guardare la vicenda nella quale, a qualche titolo, siamo dentro, ma per andare avanti.”

Il tema dell’orizzonte europeo è stato al centro del congresso del 2019 dell’Anpc, che ritroviamo nelle parole dell’allora Presidente Beppe Matulli:

“La proposta a questo congresso, di individuare nel compimento della Unione Politica Europea, l’obiettivo della nostra iniziativa, non costituisce una prospettiva “altra” rispetto alla lotta di liberazione combattuta settantacinque anni fa. Non lo è, non soltanto per una interpretazione “aggiornata” dello spirito libertario dei resistenti di allora, ma anche perché la prospettiva europea era ampiamente presente nel pensiero antifascista, e si fece ancora più acuto negli esuli e nei confinati.

Soltanto per ricordare alcuni esempi illustri, ma non certamente i soli, la prospettiva europea è fondamentale nella visione (e nella esperienza) internazionale di Luigi Sturzo, lo è nella riflessione di Carlo Rosselli che scriveva il 17 maggio 1935 su Giustizia e Libertà, “… in questa tragica vigilia non esiste altra salvezza. Non esiste, per la sinistra europea, altra politica estera. Stati Uniti d’Europa. Assemblea europea. Il resto è flatus voci, il resto è la catastrofe”.

Per ricordare infine il punto più alto della iniziativa europeista di allora nell’appello di Ventotene di Spinelli, Rossi, Colorni che continua a costituire un punto di riferimento storico e culturale.”

Certamente c’è chi etichetterà queste riflessioni come un discorso da divano o da tastiera, inutile, quasi irritante di fronte alla tragedia della guerra.

Siamo stati davvero immersi in una contraddittoria Pasqua di guerra, come ben si leggeva negli occhi di Papa Francesco in una Piazza San Pietro gremita come non si vedeva da molto tempo. Un’immagine preceduta da un’altra che rimarrà nella memoria: due giovani donne, una ucraina e una russa, che hanno retto insieme la Croce nel Venerdì Santo.

La storia ci consegna una responsabilità e la consegna anche a coloro che guidano le associazioni partigiane oggi. Apc e Anpi in primis. Queste associazioni hanno un valore di memoria ed educativo, non devono diventare uno strumento dei partiti o dei supplenti impropri nell’assenza degli stessi.

Penso sia molto importante, nell’impegno concreto e vissuto, saper leggere la complessità del nostro presente, specialmente se si è portatori di un lascito così importante.

La memoria della Resistenza e dell’antifascismo ci pone di fronte al superamento di due alibi entrambi pericolosi.

Il primo è quello del “non sapevamo”. Il secondo è quello che l’odio, la considerazione di fare parte di una fantomatica “civiltà superiore”, magari osannata da improbabili “atei devoti” siano necessari alla vittoria, in una sempre più pericolosa accettazione dell’inevitabilità della guerra.

Ha scritto bene Riccardo Redaelli nell’editoriale della prima pagina di Avvenire di sabato 9 aprile:

(…) Ora, sempre più chiaramente, si notano tendenze a uno scivolamento verso visioni manichee che suonano estremamente pericolose.

Da un lato, c’è la polarizzazione fra diritto alla difesa e diritto alla pace che banalizza, o peggio criminalizza, il tentativo di far comprendere come lo strumento militare, che gli Stati hanno il diritto di usare per difendersi, non possa mai essere un fine, ma solo un ben proporzionato mezzo, teso a evitare lo scoppio stesso dei conflitti o a spingere alla pace il prima possibile. Ma è un mezzo che si deve cercare di non usare mai.

Dall’altro lato, emerge una strana e inaccettabile fascinazione per la guerra stessa. Giustamente si documentano e denunciano gli orrori che le forze armate russe stanno compiendo, ma allo stesso tempo ci si esalta per la resistenza ucraina, si mobilitano volontari, mentre i nostri media raccontano a volte con trasporto quanti «soldati del nemico» siano stati uccisi. Dimenticando che spesso si tratta di giovani reclute strappate dalle lontane regioni periferiche dell’immenso retroterra russo, carne da cannone buttata all’attacco da un crudele autocrate e dalla sua corte di sicofanti.

Per essere chiari, ancora una volta, abbiamo chiaro che in questo conflitto vi è un aggressore e un aggredito. E che chi subisce l’attacco ha tutto il diritto di difendersi e di essere aiutato nella difesa. Ma non possiamo neppure scordare come ogni conflitto sia una ininterrotta scia di sangue, di violenza che si abbatte soprattutto sui civili indifesi. Che gli orrori non avvengono mai da una sola parte e che “guerra” significa sempre e solo sangue, lacrime, morte, fame. Non vi è nulla di affascinante nello scontro militare. E in esso non c’è nient’altro che l’orrore di esseri umani che uccidono altri esseri umani. Il nostro imperativo di europei, è, sì, quello di aiutare l’Ucraina, ma al fine di fermare la guerra il prima possibile.

Non per ‘regolare i conti’ con la Russia, per piegarla e marginalizzarla nel sistema internazionale. E nemmeno per disumanizzare i suoi abitanti: «Combattiamo contro invasori che non hanno più nulla di umano», ha detto il presidente Zelensky. Non è così, perché sono infiniti i conflitti anche contemporanei che mostrano gli stessi orrori traumatizzanti di Bucha, di Kramatorsk, di Mariupol… Sono gli esseri umani che fanno le guerre, non i mostri. Ed è compito di tutte le donne e di tutti gli uomini cercare ogni mezzo per arrivare a una tregua. Primo passo verso una pace vera.

Per colpire economicamente la Russia, ci si affanna a cercare fornitori di energia alternativi bussando a governi che praticano abitualmente la tortura, reprimono il dissenso, o che sono stati coinvolti in altri conflitti regionali. Si progetta l’invio crescente di armamenti – ed è chiaro che per qualcuno l’obiettivo è ‘impantanare’ Mosca, prolungando la guerra – e si parla sempre più della possibilità che l’Ucraina vinca militarmente, rendendo più flebili le voci e i tentativi di far tacere le armi e trovare le strade per un accordo. Come se vi fosse un che di sinistramente affascinante, di romanticamente eroico nella guerra. Ma i tanti morti, i bambini che non cresceranno mai, i giovani ancora adolescenti di entrambi gli schieramenti uccisi nella loro divisa, gli orfani, le distruzioni immani, le famiglie sradicate dalle loro case distrutte ci riportano alla dura, cruda, brutale realtà.

Non c’è nulla nella guerra che giustifichi il nostro incantamento e il nostro incitamento. Riserviamoli per la pace, quando riusciremo a farla sbocciare.”

Sono tutti temi presenti e molto approfonditi nel libro di Papa, Francesco, uscito poco prima della Pasqua a cura della Libreria Editrice Vaticana: “Contro la guerra. Il coraggio di costruire la Pace” che riporta gli interventi pronunciati negli ultimi anni in particolare sulla necessità del disarmo globale.

5. Andare avanti, alla vigilia del 25 aprile 2022.

Alla vigilia del 25 aprile (e della marcia straordinaria Perugia.Assisi che lo precederà) in questa primavera del 2022 che ci pone ad un secolo esatto dalla presa del potere di Mussolini, a ottanta anni ormai dalla Resistenza, stiamo perdendo gli ultimi testimoni diretti. Proprio per questo non possiamo dimenticare l’insegnamento dei credenti e dei diversamente credenti che hanno saputo combattere senza odio e hanno saputo impegnarsi per la pace, per la democrazia e per il dialogo europeo e mondale tra i popoli (pensiamo a Giuseppe Dossetti, ma anche ad Alcide De Gasperi e a Giorgio La Pira).

Se vogliamo davvero “andare avanti”, dobbiamo metterci insieme in cammino davvero sui “sentieri partigiani”, come li chiamava Pippo Morelli, sindacalista e fratello di Giorgio, Il Solitario, partigiano cristiano vittima delle violenze del “triangolo rosso” a Reggio Emilia.

I “sentieri partigiani” venivano rilanciati all’inizio degli anni ’90, all’indomani del celebre “chi sa parli” scritto da Otello Montanari.

Oggi come allora non servono posizionamenti tattici, frazionismi, esplosioni identitarie, riflessioni frettolose.

Servono, insieme ad unità e pluralismo, l’etica e la memoria del viandante. Non quella dei sedentari. Non abbiamo bisogno di medaglie, musei, liturgie, ma del passaggio e del rilancio dei valori e delle idee forza di generazione in generazione, nell’ottica del dono, non del possesso.

L’urgenza e l’urlo del tempo presente, l’esplosione di una possibile “guerra totale” e l’orrore della guerra e delle guerre che già ci sono, impongono, direbbe don Lorenzo Milani, di non: “bestemmiare il nostro tempo”.

Dobbiamo lavorare di più con i giovani, verso quella generazione che in un bell’intervento al recente congresso nazionale dell’Anpi è stata definita la generazione che, scegliendo la pace, dovrà prendere in mano la cura del mondo e il cambiamento della storia.

Ci dice, inascoltato, il Papa che dobbiamo avere “il coraggio di costruire la Pace”, ed erodere anche dai nostri immaginari, prima ancora che dalle nostre politiche, la guerra “pluridimensionale”, come l’ha definita Fulvio De Giorgi in un interessante approfondimento pubblicato dal portale www.c3dem.it

Insieme alla pace dobbiamo difendere la democrazia, con il coraggio di affrontare un conflitto sempre più multilaterale che sembra sempre più farsi strada come destino ineluttabile in un presente ancora troppo incapace, allo stesso tempo, di memoria, consapevolezza, visione e mobilitazione. 

San Marco Evangelista 25 aprile

Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire)

Patronato: Segretarie

Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino

Emblema: Leone

Martirologio Romano: Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.

La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.

Discepolo degli Apostoli e martirio

Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117); fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.

Il Vangelo

Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di s. Matteo (scritto verso il 40) e quello di s. Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.

Le vicende delle sue reliquie – Patrono di Venezia

La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. “Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.


Autore:
Antonio Borrelli – santiebeati.it

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