Resistenza. Con le vittime e per la pace una resistenza nonviolenta. 25 Aprile

No alla «messa in ombra» di chi non si arrende e non uccide
Con le vittime e per la pace una resistenza nonviolenta
Avvenire

Si è molto parlato, nell’attuale dibattito pubblico sulla guerra in Ucraina, della distinzione tra ‘etica dell’intenzione’ ed ‘etica della responsabilità’. A ben guardare, tuttavia, sembra piuttosto uno scontro fra due versioni diverse di etica dell’intenzione. Da un lato troviamo i pacifisti ‘senza se e senza ma’, che rifiutano le armi sempre e comunque sulla base di un principio etico astratto e indipendente da una qualsiasi analisi del contesto e delle responsabilità delle parti. Dall’altro troviamo chi, in una situazione in cui c’è un aggressore e un aggredito, ritiene che l’imperativo morale, di nuovo ‘senza se e senza ma’, comporti il porsi dalla parte dell’aggredito inviando armi, perché l’aggredito non soccomba. Il principio etico di mettersi sempre dalla parte degli ultimi è fondamentale e fa parte della tradizione giudaicocristiana.

Il punto è come farlo, dopo avere analizzato le diverse possibili conseguenze. Che non si possano trascurare le interazioni con gli altri attori a livello internazionale lo coglie bene Tommaso Montanari, sul ‘Fatto Quotidiano’ dell’11 marzo, osservando come l’Ucraina sia stata usata «come una scacchiera per una lunga partita con Putin », in uno scenario che rischia di farne il nuovo Afghanistan, e che gli fa concludere: «Non è realismo: è avventurismo con la pelle degli altri».

Altrettanto importante è il contesto interno. L’Ucraina non è un ‘monolite’, ma una realtà complessa e diversificata, che la guerra, che va avanti dal 2014, tende a cancellare, dando spazio e forza alle componenti più estremiste, spegnendo il dissenso e rafforzando iden- tità, spesso violente, basate su sangue e terra. Che fare allora? Esiste una alternativa alla guerra che non sia la resa? Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che la difesa non armata e nonviolenta è più efficace e sostenibile della risposta armata, anche contro i despoti-tiranni, e contribuisce a ricostruire e a compattare la società, anche nel caso in cui fallisca. Ma che fare quando la guerra è ormai scoppiata e sta infliggendo morti, distruzioni ed enormi sofferenze alla popolazione civile? Difficilmente la risposta può essere quella di continuare ad armare i combattenti.

È necessario portare le parti a un vero negoziato, ma è anche sostenere quelle componenti della società civile che si oppongono alla guerra. Ad esempio, il giornalista ucraino Ruslan Kotsaba, presidente della ‘Ukrainian Pacifist Society’, dopo avere visto nel Donbass la brutalità con cui le milizie e i coscritti di entrambe le parti combattevano, il 23 gennaio 2015, in un video su Youtube dichiarò: «Preferirei andare in prigione piuttosto che entrare in una guerra civile ora e uccidere i miei compatrioti che vivono nell’Est». Poco tempo dopo venne arrestato e detenuto per 16 mesi in attesa di un processo che ancora oggi non si è concluso. I giorni scorsi, cittadini ordinari hanno utilizzato sacchi di cemento e sabbia per bloccare i carri armati russi e hanno impedito l’avanzata degli stessi utilizzando il proprio corpo.

Una vecchietta, di fronte all’avanzata dell’esercito russo a Henychesk, ha provato a mettere nella tasca di un soldato una manciata di semi di girasole, dicendo che sarebbero diventati fiori quando i soldati sarebbero morti su quella terra e costringendo il soldato, palesemente a disagio, a interagire a sua volta, umanamente, con lei. Questo giornale, ‘Avvenire’, il 3 aprile ci ha raccontato di donne che rivendicano il diritto a non esser d’accordo con i loro mariti combattenti, pur continuandoli ad amare, e a resistere senza imbracciare armi: «Non lasceremo né le nostre città né i nostri anziani e siamo disposte a far da barriera ai carri armati ». Queste azioni hanno colto di sorpresa i militari russi, mettendoli in difficoltà. E sono solo alcune delle azioni nonviolente, semplici ma potenti, capaci di modificare lo sguardo e il comportamento dell’altro.

Non combattere non equivale ad arrendersi, significa non usare violenza (che non è la stessa cosa della forza). La nonviolenza diventa la strategia del forte, potenzialmente molto rischiosa perché gli attori rischiano spesso la morte. Può anche non funzionare, ma aiuta a riequilibrare i rapporti di forza e può portare a un ripensamento profondo della relazione fra i contendenti. In questi giorni è stato scritto che porgere l’altra guancia va bene purché sia la propria e non quella degli altri. L’idea sottesa è che il pacifista farebbe pagare le proprie scelte agli altri, al contrario di chi interviene inviando armi per sostenere chi combatte e paga di persona.

Ma è davvero così? Chi combatte rischia non poco, ma chi paga davvero sono le decine di migliaia di vittime civili dei bombardamenti e dei combattimenti e i milioni di profughi. A loro nulla è stato chiesto, né hanno avuto la possibilità di esprimere il proprio consenso o dissenso. Diversa è la resistenza civile nonviolenta, che qualcuno in Ucraina sta portando avanti, pur fra grandi difficoltà. Una lotta di cui sarà lui o lei la sola a subire le conseguenze. Sono loro che dobbiamo incoraggiare e aiutare dall’esterno, e, perché no, anche dall’interno.